ARZACHENA: ONESTÀ E CORTESIA DI PASTORI

di John Warre Tyndale

L’isola di Sardegna

Londra 1849

Traduzione e cura di Lucio Artizzu
Nuoro, Ilisso, 2002 (Bibliotheca Sarda, 82)


Da Palau ad Arzachena

Lasciata l’isola di La Maddalena, il mio percorso in Sardegna si svolse su montagne e vallate, da Palau a Terranova, attraverso un’ininterrotta distesa di boschi e di fiori selvatici, appena intervallata da alcune tanche e da alcuni appezzamenti di terreni a pascolo.

Teocrito sostiene che la sua terra natia sia stata il giardino privato di Flora e le nostre antiche rimembranze, grazie ai suoi idilli ed alle lodi d’altri poeti, ci portano a magnificare la Sicilia; ma chiunque abbia visitato le due isole, sicuramente darebbe la palma della bellezza alla Sardegna.

Il profumo del cisto, che per miglia ricopriva la campagna, era così forte da diventare perfino sgradevole e questa specie delle cistecee, così come l’eliantemo, sorprende per l’abbondanza dei petali, per la bellezza e la delicatezza dei fiori banchi che, cadendo sul terreno, fanno pensare ad una nevicata o ad una gran brinata. Dalla secrezione resinosa della pianta non si ricavano essenze o estratti, come nel caso del cisto creticus dal quale si ottiene la gomma di ladano e, ammirando la campagna imbiancata da questi fiori deliziosi, viene da pensare ai prezzi folli che in inverno ti chiedono a Parigi per un mazzetto dei suoi rami, tanti franchi che quasi si potrebbe comprare un intero acro di terreno in questa zona della Gallura.

Sebbene in precedenza siano stati ricordati i nomi di molti fiori selvatici che spargevano dovunque il loro profumo, viene qui presentato l’elenco di alcuni di essi […]

Lilia, Caltha, rosae Baccar, Lotos, Hyacinthus, Combretum, Polion, Thimus, Anetha, Crocus, Liria, Vacinium, Convolvolus, Althea, Menta, Phirema, Ciclaminus, Timbra, Ligustra, Coris, Nardus, Anemona, Epithimon, Narcissus, Acanthus, Chrisitis et Cyamon, et Saluina virens, Cythemis, Oenanthe, Holochrysos atque Cherinto, Lichnis, Amarantus, Casia, Melitolos, Purpureique tori Setureta, et Origana et Alga ecc.

Arzachena

Salendo da questi giardinetti, il viottolo serpeggia su colline ricoperte di boschi di querce e sughere e in questa zona, fino ai distretti di Luras e Luogosanto, si produce il sughero migliore. A causa dell’estensione delle foreste, della mancanza di sentieri che le attraversano e delle difficoltà nei collegamenti con la costa, il taglio risulta un’attività più costosa di quanto non lo sia a Valenza e in Catalogna. Attualmente, sette od otto appaltatori detengono il monopolio del commercio ma l’abbondanza di foreste intonse consentirebbe ugualmente ottimi guadagni ad altri speculatori. […]

In questa zona selvaggia esiste un posto magnifico che si chiama Santa Maria di Santa Arzachena, un concentrato di tutto quel che esiste di romantico e pastorale.

Molti ruscelli che discendono dalle montagne confluiscono in questo punto e si gettano nel golfo d’Arzachena, dopo aver formato un fiume profondo e rapido nel quale si trova un’abbondanza di pesce quasi incredibile.

I ricchi nostri fiumi, d’ogni specie pesci ci danno: il persico, occhio lucente e pinne del color di Tiro, l’argentea anguilla, in brillanti volute avvolta, la gialla carpa, d’auree squame vestita, trote veloci, da rosse macchie segnate e lucci, delle equoree pianure tiranni.

Stazzo di Arzachena e vita pastorale e religiosa

Nell’attraversare la montagna, feci sosta presso la capanna di un pastore situata su una leggera altura, contornata da boschi e sovrastante una vallata. Accettai l’offerta d’ospitalità della famiglia perché un rifiuto non soltanto sarebbe stato offensivo, ma avrebbe destato dei sospetti.

La dimora, un esemplare di quelle realizzate in fango, torba e paglia, laddove il granito non si trova a buon prezzo ed è facilmente disponibile, era grande circa venti piedi quadrati per dieci d’altezza; non aveva finestre, se non un pertugio di circa un piede quadrato ed il tetto era ricoperto da grandi pezzi di sughero messi uno sopra l’altro e sui quali erano stati posti grossi massi per impedire che volassero.

Il pavimento era costituito dalla nuda terra; nell’angolo più appartato c’era un letto destinato ai genitori e, di fronte, un mucchio di canne, stuoie, pelli, e cenci vecchi che, di notte, venivano sistemati di fronte ai tizzoni accesi e costituivano la zona letto comune per il resto della famiglia.

Nell’angolo opposto all’ingresso c’era una macina, azionata mediante un’asta corta orizzontale da un povero asinello, la testa e gli occhi del quale erano ricoperti da un cappuccio di pelle di pecora. Se quest’espediente fosse dovuto ad un’amorevole preoccupazione per gli eventuali capogiri di cui l’animale avrebbe potuto soffrire nel compiere il breve giro, oppure al fatto che l’asino potesse in tal modo maggiormente apprezzare il “grata superveniet quae non sperabitur” di un nodoso bastone, è cosa del tutto irrilevante, ma quel copricapo, se proprio non inutile, di certo aveva un aspetto grottesco.

Al centro della stanza c’era il caminetto, un fosso quadrato scavato nel terreno, profondo circa sei pollici, nel quale raramente i tizzoni fanno a tempo a spegnersi perché vengono sempre alimentati da nuovi ceppi. In mancanza di un comignolo il fumo, che aveva doviziosamente annerito l’interno della casupola, fuoriusciva dalla porta o dal pertugio prima ricordato.

Al di sopra del fuoco, su due travi che s’incrociano nel tetto, stava un graticcio di canne sul quale c’era del formaggio posto ad asciugare e ad impregnarsi dell’aroma del fumo, una squisitezza, questa, molto apprezzata.

Contro la parete c’erano tronchi cavi ripieni di grano ed altre provviste; alcuni di questi tronchi venivano usati per conservarvi gli indumenti, mentre in alcuni più piccoli c’erano delle forme di formaggio immerse in acqua salata ed altre pezze stavano su scaffali accatastati per terra.

Gli utensili di casa, fatti di sughero, di corteccia e di canne spaccate, erano costruiti in modo rozzo e non s’intravedeva il più remoto sforzo di renderli più agevoli e tenerli puliti. I due unici sgabelli, invece di essere adibiti al loro scopo naturale, erano usati come piani d’appoggio per i recipienti del latte, per cui era necessario sedersi per terra; in tal modo, gli inquilini risultano meno esposti all’aria affumicata della stanza.

Fuori dall’uscio, c’erano due pali diritti che ne sorreggevano un altro trasversale al quale erano appesi dei secchi d’acqua affinché questa diventasse potabile attraverso l’esposizione all’aria notturna.

Il pastore e due figli erano fuori al lavoro mentre la madre e le tre ragazze preparavano il formaggio ed altri prodotti caseari. Il loro vestito era costituito da un corpetto di tessuto verde aderente al corpo con un esile bordo rosso; la sottana, di stoffa ruvida rosso scuro, aveva un bordo largo dello stesso tessuto. Scarpe, calze e sottane erano, per loro, accessori del tutto sconosciuti ma il fatto che non ne indossassero evidenziava la grazia e l’eleganza dei loro corpi.

Avendo saputo che venivo dalla Terraferma, dopo aver portato delle vivande per consumare un leggero pranzo, cominciarono a farmi una sequela di domande per chiedermi da dove venissi, in che tipo di posto vivessi e, fu questo il massimo della curiosità, se nel mio Paese sapessero fare il formaggio! Convinta che la Gallura approvvigionasse tutta la Terraferma con le cose che vi si producevano, la donna volle spiegarmi il modo in cui preparava il formaggio ed i suoi particolari pregi ma quest’iniziazione ai misteri del latte fu interrotta dall’arrivo di un uomo a cavallo che, smontato dalla sella, entrò nella stanza e dopo breve confabulare con le persone di famiglia, portò dentro un pacco di circa diciotto pollici quadrati.

Dopo essersi fatto il segno della croce, cominciò a scartarlo e vedendo che la madre e le figlie stavano in ginocchio davanti a lui, il cavallante e la guida si levarono anch’essi il berretto per cui, pensando che si stesse per celebrare una cerimonia sacra, mi tolsi anch’io il cappello.

L’uomo, che non indossava abiti talari ma il solito costume campagnolo, fece accrescere il mistero su quanto stava per avvenire ma, stando al suo fianco, i suoi gesti e quelli della famiglia inginocchiata di fronte a me trovarono ben presto spiegazione. Dopo aver tolto il coperchio della scatola, tutti si fecero subito devotamente il segno della croce, chinarono il capo verso terra e mormorarono qualcosa che si sarebbe potuta scambiare per una preghiera. Nessun dubbio, ormai, che dovesse trattarsi di un miracolo portatile o di una reliquia e la mia curiosità quasi m’indusse ad inginocchiarmi assieme al gruppetto familiare.

Dopo un minuto di viva ansia, porse la scatola ai presenti ed ognuno di loro la tenne stretta fra le braccia con amore e tutti la baciarono con devozione due o tre volte ma quando giunse il mio turno, e rifiutai di seguire il loro esempio, i loro sguardi sgomenti espressero i loro dubbi, che successivamente manifestarono chiaramente, sulla mia fede cristiana.

L’oggetto di questa meraviglia era la testa di una bamboletta di legno i cui occhi e naso appena si distinguevano; il resto della sagoma era ricoperto da una veste di seta ricamata ed attorno al capo aveva un’aureola dorata ed argentata, con le solite appendici d’immagini di questo genere.

Conclusa la cerimonia, chiesi di sapere il nome e la storia di quella pupattola di cattivo gusto e riuscii ad avere l’informazione veramente autentica ed esauriente che si trattava della reliquia di una Santa gallurese. Tutti i tentativi di cavare qualcosa di più sulla storia e sulla vita della Santa, chi ella fosse, quando e dove fosse vissuta, si scontravano con l’invariabile risposta: «Senza dubbio la reliquia d’una Santa del paese, ben conosciuta da per tutto».

Forse, la mia ignoranza d’eretico ebbe l’effetto di affrettare la partenza dell’uomo e della “Santa”, prima di quanto avessero pensato di fare perché, in effetti, questo accadde ma, mentre la scatola veniva meticolosamente impacchettata, la madre e le ragazze riempivano le bisacce della sella di formaggi di diverse qualità e pezzatura; ciò fatto, dopo il solito scambio di benedizioni, l’uomo se n’andò per la sua strada.

Seppi successivamente che è tradizione comune di certi ordini religiosi, in special modo quello dei Frati Questuanti, inviare nei vari distretti reliquie di cui sono in possesso e il privilegio di poterle vedere e baciare viene ricompensato con la donazione in natura di tutto quel che di commestibile i devoti possano disporre.

Le persone incaricate di questo compito, chiamate “romiti” o “eremiti”, sono di solito una cricca di vagabondi, troppo poltroni per procacciarsi da vivere in modo più onesto e faticoso e, di conseguenza, finisce che neanche la metà delle offerte fatte ai santi giungono alla giusta destinazione. Sono talvolta accompagnati da uno “zampognatore”, o suonatore di cornamusa, che esegue prima un’oltraggiosa suonata in onore del santo e quindi in omaggio a chi fa loro l’elemosina. Con gli scarsi proventi di questo sacro viaggio mercantile, l’esattore torna in convento ed il santo o la santa vengono messi a riposo in sagrestia fin quando il reparto dispensa della chiesa o del monastero impone un’altra spedizione.

La consueta espressione «la Vergine Maria ascolta la preghiera di chi ha offerto formaggio ai santi» non deve sorprendere, perché l’abissale ignoranza di queste persone che vivono isolate, all’oscuro di tutto, sia in materia di religione che delle cose del mondo, i loro rapporti sporadici con i propri simili e il fatto di non avere alcuna istruzione né di poter frequentare una chiesa, fa di questa gente l’anello di congiunzione fra l’uomo civile e gli animali delle loro “cussorge”.

Parlando di questo fatto con un prete di campagna di un’altra zona dell’Isola, non soltanto egli contestò i confratelli fannulloni della vigna del Signore che non facevano visita ai contadini ma tentò di dimostrare che si sarebbe correttamente ovviato all’istruzione religiosa attraverso l’invio dell’immagine e, per suo mezzo, lucrando le offerte.

Se grandi erano l’ignoranza e la credulità superstiziosa della mia attuale ospite, non erano però inferiori l’ospitalità e la generosità. Si riprese presto dal momentaneo orrore della mia irriverenza eretica e, sebbene non portassi con me alcuna reliquia sacra, tuttavia non potei andarmene senza che mettesse del formaggio nella bisaccia del cavallo, e soltanto dopo aver ripetutamente detto che io per il formaggio non avevo particolare predilezione, alla fine desistette ma volle che il marito mi portasse a casa un capretto od un agnello. Sarebbe stato offensivo se le avessi dato dei soldi per i doni ricevuti, ammesso che fossero stati accettati, e dopo reiterate insistenze di rifornirmi delle sue umili provviste, partimmo sotto una pioggia di reciproche benedizioni.

Pastore, onoro la tua parola e apprezzo l’onesta offerta della tua cortesia che spesso trovasi in umili capanne dalle travi fumose, più che nei ricchi saloni e nelle corti dei principi dove prima albergava, ma dove più non esiste.

Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione dell’utilizzo della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Nicola Benedetto Tiole, Mulin de Sardaigne, ca 1819-1826, IN Nicola Tiole, Album di costumi sardi riprodotti dal vero (1819-1826), saggi di Salvatore Naitza, Enrica Delitala, Luigi Piloni, Nuoro, Isre 1990.

Alessio Pittaluga, Pastora della Gallura, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Alessio Pittaluga, Pastore della Gallura, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga op. cit.

 Giuseppe Cominotti, Conversazione rustica, 1826, IN Francesco Alziator, La raccolta Cominotti: raccolta di costumi sardi della Biblioteca Universitaria di Cagliari, ed. De Luca 1963 e Zonza 1990.

Simone Manca di Mores, Su rettore […] su preigadore e sos amigos, ca 1861-1880, IN Simone Manca di Mores, Raccolta di costumi sardi, Cagliari, Della Torre, 1991.

Lorenzo Pedrone, Pastore della Gallura, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

coll. Francesco Cossu

Foto contemporanee

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