OLBIA (TERRANOVA)

1850

di Vittorio Angius

a cura di Guido Rombi

versione originale, qui

NOTA. Altre informazioni su Olbia (nell’Ottocento Terranova) e i suoi abitanti sono alla voce Gallura, cui si fa necessariamente rimando.


TERRANOVA (Olbia), antica città della Sardegna, ora semplice borgo, nella provincia di Gallura, compresa nel mandamento della Maddalena, sotto il tribunale di prima cognizione di Tempio.
La sua posizione geografica è nella latitudine 40°55′, nella longitudine orientale dal meridiano di Cagliari 0°21’30”.

Siede sopra una sporgenza del suolo vicino al porto omonimo, occupa un’area lunga circa 400 metri e larga 350, e le abitazioni restano ancora comprese nella linea delle antiche mura del castello medievale detto anch’esso di Terranova.

Le strade sono più regolari di quanto si pensasse, e tre sono le principali: due secondo la direttrice sud-nord, la terza nel senso contrario, che conduce al porto in continuazione delle vie di Tempio e di Luras.

Il suolo è lievemente inclinato a est, ed è parte di un piano che costituiva la parte migliore della prima curatoria del regno di Gallura, che era detta Fundimonti (fondo di monti).
Alla distanza di due-tre miglia sorgono a nord-est/nord il monte di Santa Maria di Cabu Abbas, a nord-ovest/nord il monte Plebi, a ovest/sud-ovest la catena dei colli di Testi; a distanza più che doppia della precedente le vette del Montenero.

Terranova non è molto ventilata sul versante dei primi punti indicati, mentre resta esposta al levante che vi entra per le foci del suo porto.

Nella stagione estiva il calore è temperato di giorno dai venti periodici di mare, nella notte dai venti di terra; l’inverno è freddo, soprattutto quando il vento discende dalle nevose vette del Limbara.

Le tempeste sono piuttosto rare perché le nuvole cariche si dissolvono sopra le montagne.
Essendo cinta dal mare su tre lati si sente molto l’umidità, che cresce di molto quando soffiano i venti di levante che accumulano i vapori. Vi è nebbia, ma spesso viene dal mare.

L’aria di Terranova è insalubre nelle stagioni calde, e spesso puzza a causa  delle esalazioni provenienti dai fanghi neri della vicina insenatura a nord-ovest/nord del paese: un disagio e un danno alla salute che potrebbe essere eliminato con un po’ di perizia e poco dispendio.

I terranovesi per i bisogni domestici devono servirsi dei pozzi, e per bere o da qualche cisterna o andare alle fonti, che non sono molto vicine al paese.

Territorio. Ha una vasta estensione, come può vedersi dalla distanza degli altri paesi, il più vicino dei quali, Monti, dista più di 11 miglia. Questa grandissima superficie aumentò per l’annessione dei territori dei paesi vicini che si spopolavano.

Di questo territorio una parte è pianeggiante, l’altra montuosa, e questa è di molto maggiore.
Il piano si estende a nord-ovest, ovest, sud-ovest, sud, sud-est, con una superficie totale non minore di 18 miglia.

Monti. Sono il monte Pino, il monte Plebi, il monte di Santa Maria, la catena dei colli di Testi, il monte del Ceraso e gli altri rami del Montenero, a settentrione.

Il monte Pino è una continuazione della catena dell’Ultana: conteneva in altri tempi una densa selva di pini da cui derivò il nome, ora gli alberi di questa specie sono rari.

Il monte Plebi è continuazione del monte Pino e copre il paese da maestrale (nord-ovest).

Il monte di Santa Maria è a sua volta continuazione del Plebi e procedendo in forma di un S assai inclinata a destra, dopo 10 miglia finisce nel capo Figari.

La catena dei colli di Testi è una dipendenza della falda di sud-est del monte Pino. Questo rialzamento si prolunga verso sud/sud-est per più di 3 miglia, poi si volge verso nord-est per 21/2 miglia.

I monti del Ceraso sono una propaggine del Montenero, come pure lo è il monte che termina nel capo di Coda Cavallo e i monti che si diramano dal nodo del monte Ittia.

Sono quindi da osservare tre colline a 21/2 miglia per 3 dal paese a sud, sud-ovest. Tra queste sorge altissima e piramidale quella su cui nel medioevo fu costruita una rocca inaccessibile, il castello Detres o Pedres.

C’è poi una piccola catena di quattro colline nella sponda settentrionale del porto le quali, disposte da ponente a levante, dopo 2 miglia arrivano fin verso l’imboccatura del porto.

In tutti questi rilievi, dove più dove meno, crescono piante di diversa specie e nei monti sono molto diffuse le ghiandifere.

La selvaggina non è scarsa in pianura dove ci sono daini, cervi, volpi, lepri, cinghiali; ma tutti questi sono assai più nei monti, dove si trovano i cervi e nelle più alte cime anche i mufloni.

Sono presenti gli uccelli delle specie più note e  in grandissimo numero quelli che i cacciatori preferiscono per la tavola. Abbondano pure le specie acquatiche.

Fiumi. Nella grande pianura che abbiamo indicato solo in qualche sito si apre qualche vena.

Nelle falde dei rilievi invece abbondano le fonti e alcune sono notevoli. Tra queste spicca quella di Cabu Abbas, che si trova alla falda del monte di Santa Maria, la cui abbondanza permise di realizzare un condotto ‒ di cui ancora esistono alcune parti vicine al paese ‒ per portare l’acqua necessaria ai bisogni degli abitanti.

La piana di Terranova è solcata da alcuni ruscelli e da un fiume chiamato Olbiano.

Il ruscello di monte Plebi che porta riuniti i rigagnoli delle sue pendici a sud-est scende verso sud e ha foce a settentrione del paese.

Il ruscello Pasana raccoglie le acque delle pendici tra i monti Pino e Plebi e dalle colline di Testi, scorre verso levante e si getta in mare nel seno meridionale del paese.

Il fiume Olbiano ha due foci nello stesso porto nella spiaggia meridionale. I lati del suddetto sono di m. 12/3. Poco sopra del biforcamento delle foci vi è la confluenza dei principali rami di questo fiume che gli portano le acque del Limbara orientale e dell’Ultana meridionale insieme con quelle delle valli del Montenero.

Confluente del Limbara. Ha questo le prime sue origini al capo orientale della catena del Limbara, cresce poi ricevendo a destra i ruscelli del monte Bandera e a sinistra quelli dell’Ultana, rade la base occidentale e orientale delle colline di Testi, procede passando a nord ai piedi dei colli Detres e ricevuto il rio di Cattali (come si chiama la zona a sud-ovest ed a 6 miglia di Terranova) lungo circa 11 miglia., corre verso levante, e dopo più di 2 miglia dalla predetta confluenza e 18 dalla sua origine confluisce nel rio di Castangia.

Confluente di Montenero. Il rio di Ittìa nasce a sud/sud-ovest dalle pendici dell’Ittia e accresciuto di tutte le acque di quel vallone dopo 8 miglia riceve a destra il rio di Montenero, ingrossato dai rigagnoli di altre due valli, quindi scorre per altre tre miglia sino a incontrare il sopraddetto rio.

Si deve poi notare il rio Chisca che nasce a 1 miglio a maestro-tramontana (nord-ovest/nord) del Pedale e dopo 7 miglia sfocia nel porto della Taverna formandovi una palude.

Paludi e stagni. Noteremo una palude che si trova a sud di Terranova a 11/2 miglia di nome Corcò, lunga 800 metri, larga 500 in forma ellittica, con una isoletta prossima alla sponda orientale.

Tra la foce del fiume e il collo del promontorio Ceraso si trovano cinque piccoli stagni di diversa grandezza.

Vi sono poi un altro grande stagno detto “Le Saline vecchie” ed alcuni piccoli stagni nel litorale che dalla punta che dicono “del Figlio” va verso il Golfo degli Aranci. Qui naturalmente cristallizzava il sale che prima si raccoglieva a beneficio di Terranova. Da molti anni si vedono moltissimi uomini a cavallo che riempiono di sale i loro sacchi, e spesso osano farlo in presenza dei soldati delle finanze.

Litorale. Indicheremo qui le cose più rilevanti del litorale che va da “capo Figari” a “capo Coda cavallo”. Chi vuol vederne più particolareggiata la descrizione veda la descrizione sotto la voce “Sardegna”.

Il Capo Figari è un capo notissimo ai naviganti. Inclinando verso sud forma una grande insenatura, denominata Golfo degli Aranci, dove si propose di creare un porto e insediare una popolazione. Le navi che vi riparano sarebbero sicure dai venti, perché qui non vi è alcun disturbo per la protezione del promontorio dai venti che sono tra la tramontana e lo scirocco-levante, poi per la protezione dell’isola di Tavolara dallo scirocco e per la conformazione stessa del litorale dagli altri venti.

Sul sito dove stabilire la popolazione ci sono due proposte, una di Alberto Della Marmora che la vorrebbe sulla sponda del promontorio verso sud-ovest, l’altra del Genio marittimo che la indicò orientata a sud sopra un promontorio di Conca Caddinas.

Io credo più sicuro per la nuova città il sito di Della Marmora, che egli amerebbe nominare Olbia Nova, invece di Figari.

Nella costa, tra la suddetta insenatura e l’imboccatura del porto di Terranova, ci sono diversi promontori e cale. Il promontorio più rilevante è quello che denominano della Lepre.

Il porto di Terranova ha l’imboccatura non più larga di 300 metri, che a causa di uno scoglietto prossimo alla sponda settentrionale si riduce a 250. La sua lunghezza è di 3 miglia.

Entrando da quella stretta foce il bacino si allarga un poco, ma non più di mezzo miglio di larghezza per 1 di lunghezza; poi si fa più capace e si amplia a 1 miglio.

In questa parte interna ci sono tre distinti gruppi d’isolette: uno di pochi scogli, che si trova a miglia 11/4 a sinistra dalla foce, l’altro di sette od otto scogli presso la sponda settentrionale, e il terzo di circa venti scogli ed alcuni ben grossi, che sono sparsi nella parte vicina al Porto, disposti ad est e sud del borgo di Terranova.

La sponda meridionale prossimamente all’imboccatura forma per un miglio molti seni e qualche isoletta.

Porto Vitello è una insenatura a nord-ovest contigua al collo del promontorio Ceraso.

Porto Secco è un altro seno parimente contiguo allo stesso promontorio e aperto al levante.

Porto Taverna è un altro seno che resta a ostro-scirocco del precedente ed è aperto a greco.

Isole. Tra capo Figari e Coda cavallo ci sono due isolette abbastanza importanti, una la Tavolara, l’altra la Molara.

La Tavolara è lunga 31/4, larga 3/4, scoscesa in tutte le parti e appena accessibile da uno o due siti. Il suo dorso è boscoso ed abitato da capre selvatiche. Si allunga verso nord-est.

La Molara, o Salzai, posta a 2/3 miglia a nord di Coda cavallo e a sud/sud-est (ostro-scirocco) della precedente e a poco meno di 1, è lunga 11/2 nella direzione al maestrale, e larga al massimo 1.

Ci sono poi altre piccole isolette: il Figarotto a sud/sud-ovest (ostro-libeccio) del capo Figari, distante dal promontorio ¼ di miglio.

La Pagliosa, isoletta che si presenta presso l’imboccatura del porto di Terranova.

I Cavalli, che sono due isolette a 12/3 miglia a sud di capo Ceraso, con grandi scogli interposti le quali ‒ col vicino litorale a sud ‒ formano il porto di San Paolo.

Tra queste e la parte interna di Porto secco sono altre due isolette.

Al promontorio dello Spalmatore di Tavolara sono prossimi altri due grossi scogli.
A levante di Molara a 2 miglia sorge un’isoletta detta il Molarotto e a 3/4 da questa verso sud-ovest, e quindi più vicino del precedente alla Molara è uno scoglio detto i Cervi.

Proratora è un’isoletta che resta a 1/4 da Coda cavallo verso settentrione.

Il Riulino è un’isoletta che sorge all’austro a ½ dalla punta dello Spalmatore di Tavolara.

Il Mozzo è uno scoglio che resta a sud ed a 1/2 dal Riulino, vicino al promontorio che
protegge il porto della Taverna dal levante.

Popolazione. Secondo il censimento del 1846 Terranova contava 2297 individui, dei quali abitanti del borgo 1122, delle cussorgie 1175.

I 1122 borghigiani si distribuivano in 253 case ed in 265 famiglie.

I cussorgiali in 165 stazzi ed in 170 famiglie.

Questa la ripartizione degli abitanti a Terranova (“borghigiani”) per sesso ed età:

sotto i 5 anni, maschi 70, femmine 73;

sotto i 10, mas. 92, fem. 92;

sotto i 20, mas. 91, fem.91;

sotto i 30, mas. 85, fem. 85;

sotto i 40, mas. 83, fem. 83;

sotto i 50, mas. 72, fem. 72;

sotto i 60, mas. 63, fem. 63;

sotto i 70, mas. 2, fem. 5.

Questa la ripartizione degli abitanti nelle cussorge (“cussorgiali”) per sesso ed età:

sotto i 5 anni, mas. 97, fem. 102;

sotto i 10, mas. 94, fem. 93;

sotto i 20, mas. 140, fem. 141;

sotto i 30, mas. 119, fem. 130;

sotto i 40, mas. 60, fem. 67;

sotto i 50, mas. 30, fem. 33;

sotto i 60, mas. 19, fem. 21;

sotto i 70, mas. 13, fem. 12;

sotto gli 80, mas. 2, fem. 2.

Questa  invece la distribuzione dei maschi e delle  femmine, secondo l’ultimo censimento, i cui dati vanno presi con le pinze:

– a Terranova: maschi 558 suddivisi in scapoli 296, ammogliati 250, vedovi 2; le femmine 564 ripartite in zitelle 294, maritate 250, vedove 20.

– nelle cussorge: maschi 574 distribuiti in scapoli 385, ammogliati 169, vedovi 20; le femmine 601 ripartite in zitelle 397, maritate 173, vedove 31.

Tranne che per i vedovi e vedove, negli altri si riscontrano tante femmine quanti i maschi

Nei cussorgiali si trova più disparità rispetto ai borghigiani: disparità supposta. Se riconoscere il numero delle anime e quello delle varie età è già difficile nel borgo, si può immaginare per le famiglie disperse negli estese campagne. Chi andò di stazzo in stazzo a verificare? Aggiungo una cosa che ho notata nella visita che feci degli stazzi di tutta la Gallura: che la differenza era quasi dappertutto in più per i maschi, mentre qui pare il contrario.

I terranovesi parlano l’idioma sardo come nella Gallura i bortigiadesi e lurisinchi, ma più puro e corretto rispetto a quelli che vivono tra popoli parlanti un dialetto diverso (“estero”).

Essi hanno molto del carattere morale dei galluresi della montagna, animosi nelle vendette, ostinati e feroci nelle lunghe inimicizie.

I borghigiani, come i cussorgiali, sono un po’ infingardi, quindi comunemente mancano di laboriosità e capacità d’impresa, e non sanno approfittare dei vantaggi che la natura offre. Basti dire che pur essendo sopra un porto vasto, dove potrebbero se non altro esercitare la pesca, non si hanno forse che due barchette, e si lascia ai gondolieri napoletani il guadagno che potrebbero invece essi godere.

Sono molti i proprietari, chi di terre, chi di bestiame, o dell’una ed altra cosa. Si sono registrate grandi fortune, cresciute da poco col contrabbando o con mezzi più scellerati.

Nei moti politici del 1848 la gioventù terranovese si mostrò molto vivace, e quando si chiamarono volontari alle armi una banda di terranovesi preceduta dal vessillo italiano si mosse per imbarcarsi. Attraversando Tempio eccitarono molti giovani tempiesi a seguirli nella crociata, alla quale li volevano anche condurre due preti del capoluogo; ma poiché a Tempio erano in quel momento, come nel tempo della guerra della successione, simpatizzanti dell’Austria, costoro che avevano molta influenza seppero reprimere quel movimento, e per malignità dei medesimi i giovani tempiesi che ambivano partecipare a quella guerra santa, dovettero lasciar partire soli i terranovesi.

Professioni. I cussorgiali esercitano la pastorizia e coltivano appena alcuni tratti di terreno per ottenere quanto serve alla provvista dello stazzo.

I borghigiani sono occupati principalmente nell’agricoltura, pochi nei mestieri artigianali, alcuni nel commercio e questi fanno il contrabbando (sempre che possano).

Le donne – sia nel borgo e sia negli stazzi – lavorano alla rocca ed al telaio e fanno tele e panni per quanto occorra alla famiglia.

La scuola primaria è frequentata da pochi ragazzi i quali nulla imparano per la negligenza e inettitudine del maestro.

In tutto il paese le persone che sanno leggere e scrivere non sono più di 30, compresi due o tre notai, il chirurgo, il farmacista e due flebotomi.

Agricoltura. Nella grande pianura che abbiamo indicato vi sono ottime terre per i cereali, come per le vigne, gli orti ed alberi fruttiferi.

La seminagione che fanno i borghigiani non eccede 1240 starelli di frumento, 350 d’orzo, 150 di fave, 40 di legumi, 50 di lino.

La fruttificazione ordinaria è del 10 per il grano, del 12 per l’orzo, dell’8 per le fave, del 10 per i legumi.

Nelle cussorge in totale si semineranno 200 starelli di grano, 50 d’orzo, 20 di legumi.

L’orticoltura è prospera nei pochi siti dove è praticata.

La vigna cresce rigogliosa e produce abbondantemente per la vendemmia. Saranno occupati dalle viti circa 190 starelli. I vini non sono molto stimati.

Gli alberi fruttiferi sono poco curati, quindi si hanno poche specie e poche unità in ciascuna.

L’arte agraria appare al presente qual era cinquant’anni addietro. Si fa come si faceva prima, non si esce mai dalla consuetudine e dalle solite pratiche, né si possono mutare, perché in tanto isolamento quale quello in cui si trovano i terranovesi, non si può vedere il vantaggio di migliori metodi.

Terre chiuse. Oltre i possedimenti prossimi al paese si hanno molte tanche che nel totale darebbero un’area complessiva assai notevole. In esse si fa un po’ d’agricoltura, il resto si lascia alla pastura del bestiame di lavoro (buoi da tiro, asini e cavalli, per lo più) e del bestiame rude (pecore, capre, vacche, maiali).

Pastorizia. Il bestiame da lavoro (“manso”), appartenente ai borghigiani, consiste in 450 buoi, in 50 vacche domestiche, 60 cavalli di servizio, 260 giumenti.

Cussorgie e stazzi di Terranova.

La Conraiedda stazzi 6;

Rutargia 26;

Cattali 9;

Unchili 4;  

Montilitu 9;

Castello 10;

Maladromire 9;

Su Lizu 2;

Loiri 12.

In totale dunque gli stazzi delle indicate cussorgie sarebbero 87, se non che bisogna aggiungere la regione di Sylvas de intro, escludendo quella sua parte che dicono Sylvas de jossu, la quale appartiene al comune di Buddusò.

Posti dunque 90 o 92 stazzi, se in ognuno abita una famiglia, è ovvio che le famiglie pastorali o cussorgiali non saranno più di 92 o di 100; cosicché anche computando che in qualche stazzo possano esserci due fratelli, ciascuno con la sua famiglia, si può capire l’esagerazione del censimento del 1846 in cui si indica un numero di famiglie superiore quasi del doppio (170) e un numero di individui ugualmente quasi raddoppiato.

Commercio. Terranova è porto di quarta classe ed ha un capitano della stessa classe. Non essendo l’ingresso del porto permesso che ai battelli per le sabbie che vi si sono ammucchiate, a Terranova non approdano che piccole barche, o provenienti dalla Maddalena o da Napoli, per caricarvi granaglie, vini, formaggi, polli, lane ed altri articoli, come sugheri, licheni, olio di lentisco.

Alcuni benestanti del borgo ricevono ‒ da tutte le parti della Gallura, dal Montacuto e regioni vicine a ponente ‒ derrate agrarie e pastorali e le vendono quando si presenta  di tanto in tanto l’occasione.

Alcuni terranovesi guadagnano dalla calce che vendono alla Gallura e al Monte Acuto: calce molto stimata per la buona qualità della pietra di cui si servono. Altri vendono del legname da costruzione, specialmente il ginepro.

Strade. Finora è in stato di progetto la strada provinciale che doveva iniziare nei pressi di Terralba, attraversare tutto il campo di Ozieri e passare nei campi olbiani.

Però, dopo la proposta di costruire un porto e una città sul Golfo degli Aranci la strada provinciale dovrebbe lasciare a destra Terranova e, scorrendo alla base del monte di Santa Maria, procedere fino a questo nuovo porto. E sarebbe una giusta soluzione questa, perché sarebbe inutile far terminare la strada a Terranova se nel suo porto non possono entrare che piccoli battelli, e neppure in ogni tempo, perché il cumulo delle sabbie alla sua foce rende, ora più ora meno, basso il fondale.

Il commercio della Gallura con Terranova non si può fare che con asini e muli, perché la discesa o la Scala che dicono non può essere fatta con carri. Il carro può servire per il trasporto dalla valle di Arzachena e anche dal campo di Ozieri.

Religione. La parrocchia di Terranova è sotto la giurisdizione del vescovo di Gallura e Ampurias, ed è amministrata da un vicario, che nella cura delle anime solitamente è assistito da altri due o tre preti.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione dell’apostolo San Paolo, sufficientemente capace, ma poveramente fornita di arredi sacri.

Sono nel paese tre chiese filiali, ed altre nel territorio, ma alcune già dissacrate e rovinanti.

Le prime sono denominate una dalla Santa Croce, la quale è officiata da una confraternita, la seconda dalla Beata Vergine Assunta, la terza da Sant’Antonio abate, la quale sta alla sponda del mare.

Le campestri sono San Simplicio, antica cattedrale, come fu notato nell’articolo di Tempio, della diocesi di Civita, Santa Maria di Cabuabbas, Santa Lucia, San Lussorio, San Vittorio, San Pietro, San Leone, San Nicolò, dove si crede esserci stato uno stabilimento di benedettini, Santa Maria di Larantanos, la Provania, Santa Margherita, San Paolo, San Marco, San Michele.

Ora i terranovesi sono senza vicario, avendolo espulso nel 1848 come uomo scandalosamente interessato. Il vescovo mandò in seguito un altro prete che era stato cacciato da Luras, ma essi non lo vollero, e dopo sei ore lo fecero ripartire.

Non essendosi ancora formato il camposanto i cadaveri sono sepolti nel cimitero antico con frequente contaminazione dell’aria.

Antichità. Riguardo alle costruzioni nuragiche non possiamo qui segnalare nulla, perché le nostre annotazioni su questo particolare contenute in una cartella furono perdute nella indebita occupazione che fu fatta a Cagliari in tal luogo di tutte le nostre robe, libri, e scritture [si allude alle leggi Siccardi?] dove è quasi incredibile che si siano potuti dimenticare a tal punto i principi della giustizia, e perché per quanto poi si sia tentato in ogni modo di ottenere ogni via per ottenere dei dati, e malgrado tutte le istanze, nulla si ottenne in più di due anni. […]

Abbiamo già fatto cenno alla curatoria di Fundimonti, volgarmente Fundi di monti, che il Fara variò in Fidimonti, ora aggiungeremo altre nozioni.

Siccome il capoluogo della medesima era insieme capoluogo del regno, perché ordinaria residenza del Giudice o Re della Gallura, essa era la prima delle otto curatorie della Gallura superiore.

Questo dipartimento comprendeva oltre Terranova, le ville Verri, Puzzolo, Caressu, Testi, Villa o Campo maggiore, Talaniana, Larassanus.

Del sito di questi paesi abbiamo già ragionato nell’articolo Gallura, pp. 72-73, al quale rimandiamo il lettore (si veda Curatoria di Fundu di monti).

Si noti bene che questi villaggi componevano la curatoria nel 1350, quando già le popolazioni andavano di giorno in giorno spegnendosi, e si tenga conto che un secolo prima, quando lo stato di quel regno era più prospero, ce n’era un numero assai maggiore.

Era questa la regione meglio fortificata della Gallura, perché oltre il castello stesso di Terranova vi erano altre due rocche e ponti fortificati.

Il castello Detrès, che nella storia è detto Pedrès, sorge a più di 3 miglia a sud di Terranova, su una collina piramidale a fianco di altre due, ed era veramente inespugnabile per la semplice ragione che era inaccessibile da tutte le parti fuorché per un piccolo sentiero ripidissimo che poteva essere difeso da pochi uomini contro un esercito numeroso. Di questo castello è frequente menzione nella storia del medioevo, soprattutto quando l’Arborea guerreggiava contro il Re d’Aragona.

Il castello di Testi, che volgarmente dicono Telti sorge, e si vede ancora sussistente in gran parte a ponente-libeccio di Terranova, sopra l’estrema collina di quella catena di colli che abbiamo descritta. Di esso si fa ugualmente frequente menzione nella suddetta epoca storica. (Si veda l’art. Gallura, p. 73).

La costruzione di queste rocche fu posteriore allo stabilimento del castello di Terranova, il quale fu edificato nei primi lustri del secolo XI poco dopo la liberazione della Sardegna dal giogo de’ saraceni.

È molto probabile che nelle susseguite invasioni di Muza o Musatto, questo castello non sia stato occupato dai saraceni, perché facile da poter essere prontamente soccorso dai pisani, e così per le altre regioni della Gallura superiore, che erano difficili a espugnarsi, e che si può credere almeno per la parte interna non siano state espugnate neppure nei tre secoli addietro, quando i saraceni non erano dall’esterno turbati nel possesso dell’isola.

Se quelle regioni si mantennero libere dalla dominazione dei romani e degli altri che avevano tenuta l’isola assoggettata con le loro forze potenti, chi vorrà credere che abbiano ceduto ai saraceni, tanto più che contro i medesimi dovevano difendere non solo la libertà, ma la religione, e la famiglia, sapendo che quegli impuri prendevano schiave le donne e le fanciulle per destinarle ai piaceri della loro vita brutale?

Si indica poi un’altra fortificazione sul monte di Santa Maria a nord-est/nord del paese, che si vuole si chiamasse castello di Nostra Signora. Ma dev’essere stato di poca importanza, e già abbandonato, quando presero importanza gli altri.

Un altro punto fortificato era ai piedi di Monte Pino, a ovest/nord-ovest del paese, detto Sa turre dess’Istrana. Ma anche questo deve esser stato di pochissima importanza, e forse non apparteneva allo Stato, ma a qualche barone che li aveva il suo feudo.