CALANGIANUS

1836

di Vittorio Angius

a cura di Guido Rombi

versione originale, qui

NOTA. Altre informazioni su Calangianus e i suoi abitanti sono alla voce Gallura, cui si fa necessariamente rimando.


CALANGIANUS, anticamente Calanianus, villaggio della Sardegna nella provincia e distretto di Tempio. Faceva parte del dipartimento Gèmini Josso, dell’antico giudicato della Gallura. Giace ai piedi di alcuni colli in esposizione a tramontana e ponente. 

Il clima è temperato, non però in pieno inverno, quando spira il borea e arriva la neve. Talvolta c’è nebbia, ma non è causa di malattie.

Grande è la superficie del territorio attribuito a questo comune dopo che si estinsero le altre popolazioni che lo coltivavano. Il paese è mal situato in una estremità del medesimo.

Popolazione. Una parte è raccolta nel paese, l’altra dispersa nelle varie cussorge del territorio.

Nelle cussorge si contano  1060 persone in 300 famiglie; in paese 960 in 260 famiglie.

Si celebrano 15 matrimoni all’anno, 40 i nati e 25 i morti  nel paese, 30 i nati e 12 i morti nella campagna, fatte le eccezioni di calamità naturali e di vendette.

Le malattie consuete sono infiammazioni, soprattutto polmonari, e febbri periodiche.

Il loro vitto è frugale e si mischia con le carni e coi latticini.

Il periodo della vita è generalmente intorno ai 60 anni.

I calangianesi, nel loro portamento sbadato e molto svogliato, nella pronuncia eccessivamente aperta ed allungata, dimostrano un carattere bonario che, insieme al tratto della scemenza, li colloca tra gli uomini sgangherati; la qual cosa provoca in molti una maliziosa diffidenza verso di loro.

Vogliosi di arricchirsi commerciano i loro panni di lana e lino nel proprio dipartimento e nei  limitrofi. Si applicano agli studi per brama di ricchezza piuttosto che per amor del sapere e dei complimenti; sennonché poi hanno l’assurda abitudine che dove si sono accordati per un congruo emolumento, non si lasciano allettare da proposte migliori: forse questa stupidaggine scaturisce da un compromesso tra pigrizia e amore del denaro.

Non pochi di questi popolani lavorano, anche se con poca arte, alla fabbricazione di mattoni e tegole. Gli altri artigiani (falegnami, muratori, fabbri ferrari e armaroli) non sono più di 30.

Le donne lavorano su circa 300 telai.

La scuola elementare è frequentata da 30 fanciulli. Un buon sacerdote univa una frazione dell’asse allo stipendio d’un maestro per insegnare grammatica latina e retorica.

Calangianus è sotto la giurisdizione del vescovo di Civita o Olbia.

Come gli altri galluresi sono pervasi da un forte spirito di vendetta (si veda l’art. Gallura). 

Non è da molto che vi è la curia.

Popolazioni antiche. A ponente, a mezzo miglio, intorno alla chiesa rovinata di Santa Margherita ci sono vestigia di antiche abitazioni. Nella cussorgia di Scopetu si riconosce l’ubicazione del villaggio così denominato, e così in quella di Mucciumannu sulla vetta di La Sarra di lu puzzu a 8 miglia dal paese verso nord-est. 

Monti. I più importanti sono Monti di Pinu, Mucciumannu, Sarra di monti, Monti Saùrru; le rocce sono generalmente granitiche. Nelle rupi si trova molta oricella che poi si mette in commercio.

Spelonche. Ce n’è gran numero, e in certe stagioni fungono da stanza ai pastori. 

Selve ghiandifere. Sono molto estese. Le specie dominanti sono lecci e sughere. Dalla corteccia di queste si ha ora un discreto guadagno.

Acque. Ce ne sono purissime da tutte parti. Alcune sono apprezzate come medicinali da chi soffre di febbri malariche, e su tutte è vantata la Sìgala, a mezzo miglio dall’abitato verso nord. Quindi molti ruscelli che si congiungono in quattro fiumicelli. Negli alvei guizzano molte anguille e trote, e se i lurisinchi non arrivano a tender reti e altre insidie il loro numero si moltiplica.

Strade. Sono stradine di montagna e non si può carreggiare per lunghi tratti. Nell’inverno sono interrotte dai fiumi e spesso è pericoloso tentarne il guado.

Agro. Per la seminagione si spendono 350 starelli di grano, 320 d’orzo, e l’ordinaria fruttificazione è al decuplo; fave e fagioli sono di tre varietà ma la produzione è appena sufficiente alle famiglie.

Negli orti sono coltivate lattughe, cipolle, rape coi porri, cetrioli, ravanelli, cavoli, cardi ecc. Il freddo nuoce al lino, prodotto peraltro in piccola quantità.

Le vigne prosperano con tanta abbondanza e varietà di uve da poter somministrare vino ad alcuni paesi vicini, dell’Anglona e del Montacuto; si distilla anche acquavite e questa pure in quantità maggiore del solito consumo interno.

Le specie degli alberi da frutta, con poche varietà, sono castagni, fichi, peri, meli, susini, ciliegi, pini ecc. Il totale non sopravanza le 4000 unità. 

Pastori. Del numero delle persone e famiglie stanziate nelle cussorge si è già detto. Gli stazzi (distretti frazionari delle cussorge) sono da ritenersi pari alle famiglie. Non però in tutti ci sono greggi ed armenti, poiché alcuni restano solo per abitarvi e per praticarvi un po’ di agricoltura, ai cui frutti, se insufficienti al bisogno o per propria incapacità, essi suppliscono con la carità altrui. Il totale delle bestie allevate può sommare a 16.000 capi.

(Sulla pratica benefica della ponitura che permette ai miseri che soffrirono danno di ricostituirsi un capitale si veda articolo Gallura).

Tra le malattie che frequentemente attaccano le greggi e gli armenti la peggiore è quella che dicono abatura che si prende bevendo dalle acque stagnanti infettate dai pescatori con la lua per attossicare le trote e anguille. Cosa possono le leggi in questi deserti?

I pastori restano per tutto l’anno nelle cussorge dove hanno case e capanne, e sono ben pochi quelli che vanno in paese a passarvi in riposo i mesi di settembre e ottobre. Fanno un mediocre commercio, e spesso di contrabbando, vendendo  bestie vive o macellate, lardo, formaggio, lane, pelli, cuoi.

Chiudende. Una piccola superficie è chiusa per pascolo del bestiame domito. [**…]

Bestiame manso e rude delle persone sedenti nel paese. Buoi 450, vacche 1200, cavalli 150, cavalle 200, porci 1300, giumenti 100, capre 1500, pecore 1000. 

Selvaggina. Comprende cinghiali, lepri, volpi, martore e istrici in grandissimo numero, pure a poca distanza dall’abitato, e dove la proprietà del paese si estende nel Limbara anche mufloni e daini. Vi è poi grande abbondanza di volatili nelle specie pernici, colombi, beccacce, merli, piche, corvi, avvoltoi. Né mancano specie acquatiche.

Malviventi. I luoghi selvaggi sono adattissimi ai banditi. I viaggiatori però possono stare tranquilli, poiché essi non sono tali per vile spirito di ruberie, ma per diffidenza nella giustizia a causa di qualche delitto, solitamente di vendetta. 

Nuraghi. Ne esistono ancora nove anche se in distruzione. Presso i già citati Agnu e Monti di Deu, nella tanca Coxiu, ci sono alcune antichissime sepolture con enormi lapidi. 

Chiese. La chiesa principale dedicata a Santa Giusta vergine e madre fu consacrata nel 1738. La cura delle anime è affidata ad un vicario perpetuo, assistito da altri due sacerdoti. Sono quattro le chiese minori: gli oratori di Santa Croce e della Vergine del Rosario ai fianchi della parrocchiale, un terzo oratorio dedicato a Sant’Anna e infine la chiesetta del piccolo convento dei cappuccini, dove convivono 5 sacerdoti, e quando si fa lettura di filosofia o teologia 10 chierici, in altro caso 4, 6 laici, 4 terziari.

Grande è tuttora la fama di alcuni religiosi calangianesi, ed è molto onorata la memoria di un frate Antonio, divenuto qualificatore del Santo uffizio di Sassari e commissario apostolico il quale, lodato per santità, morì il 20 marzo 1742. 

Le principali feste sono per il beato Lorenzo da Brindisi e per Sant’Isidoro agricoltore. I partecipanti godono dei soliti spettacoli.

Nel 1835 non si era ancora formato il camposanto, e la chiesa, soprattutto in estate, era contaminata da un così grande fetore proveniente dalle mal sigillate tombe che conveniva starne lontano per non sentirsi male. 

Nella campagna ci sono sei chiese rurali: San Paolo primo eremita a 2 miglia verso sud; San Leonardo a 4 miglia a nord; Sant’Antonio abate a  6 miglia a nord; San Bacchisio a 6 miglia a sud; San Giacomo e San Giambattista entrambe a 14 miglia a nord. Sono tutte di stile antico, salvo l’ultima che fu ricostruita.

Andarono in rovina le chiese di Santa Margherita e di San Sebastiano non lontano dal paese verso ponente, e quelle più vicine di San Nicolò e Santa Maria, dove – secondo rivelazioni che asseriva aver avute un frate venerato per santità – si credono sepolti i corpi di Cesareo e di Usarida, che fra i tormenti confessarono Cristo sotto la presidenza di Barbaro.