CAPO TESTA

di Alberto La Marmora

Itinerario dell’isola di Sardegna

 Torino 1860

traduzione e cura di Maria Grazia Longhi
Nuoro, Ilisso, 1997 (Bibliotheca sarda, 16)


A nord della torre di Vignola c’è un promontorio, detto “capo Testa” forse perché il suo contorno suggerisce più o meno la forma di una testa umana, ma più probabilmente perché costituisce in qualche modo il caput viarum, da cui un tempo partivano molte strade romane che solcavano l’Isola da nord a sud. […]

La penisola può misurare quattro o cinque miglia di circonferenza; consiste principalmente in una massa granitica con la costa frastagliata da alcune calette e ricoperta verso est da un deposito di terreno marnoso e arenaceo, di formazione terziaria e quaternaria; quest’ultimo è formato da un’arenaria conchiglifera che muta in dune di sabbia. La presenza del Terziario in questa zona, la sola della Gallura dove lo si trovi, è importante perché i depositi sono perfettamente identici a quelli sui quali è costruita la città di Bonifacio, dall’altra parte dello stretto. […]

Il granito di capo Testa è lo stesso che a Tempio, nel Limbara e in quasi tutta la Gallura, anche se si contraddistingue per la presenza di cristalli piuttosto grossi di feldspato di un rosso un po’ violaceo; la grana è omogenea per cui è facile spaccarlo in lunghi pezzi o in blocchi voluminosi; neppure questa qualità è sfuggita ai Romani, che aprirono nel promontorio diverse cave di questa pietra, sfruttata in seguito anche dai Pisani.

Solo a capo Testa le cave sono tre; quella più a est, a ridosso del mare, si chiama “cava del Capiccuolo”; ci sono grandi quantità di blocchi di granito che a prima vista sembrerebbe siano stati staccati, dislocati e accatastati dalle onde del mare; ma guardando da vicino ci si rende subito conto che furono lavorati dalla mano dell’uomo. Nonostante queste pietre siano esposte da secoli all’azione disgregante degli agenti atmosferici e a quella delle acque del mare che le sommerge, o per lo meno che le bagna, la superficie si mostra curiosamente quasi inalterata, prova, questa, dell’ottima qualità della pietra.

Nel posto si vedono una trentina di colonne sgrossate, di circa quattro metri di lunghezza per un diametro di cinquanta centimetri; ne ho anche misurato una quasi finita, che conta 7,3 metri di lunghezza per quasi un metro di diametro alla base. Non lontano se ne trovano altre di minori dimensioni, senza contare quelle piccole, anch’esse di granito, infisse al suolo; servivano senza dubbio per ormeggiarvi le navi che si avvicinavano ai bordi della cava per caricare i pezzi lavorati. Vi si notano anche resti di antiche abitazioni.

Non lontano c’è una seconda e più considerevole “cavagrande di Capiccuolo”; la si può ritenere tutt’uno con la precedente, ma è più alta sul livello del mare; vi si nota una roccia spaccata artificialmente in più direzioni, in modo da produrre pezzi di granito a forma di prismi staccati, alcuni dei quali raggiungono quattordici o quindici metri di lunghezza. Questa forma prismatica rendeva più facile il lavoro dei cavapietre: sgrossando ciascuna faccia di un prisma, preparavano allo stesso tempo quella da levigare dopo.

Le masse granitiche di questa località sono separate da fenditure profonde, alcune delle quali sono bagnate dal mare nella parte inferiore. Siccome le vestigia di cave simili si trovano anche nell’isolotto del Cavallo, nello stesso stretto ma appartenente alla Corsica, si può ritenere che lo sfruttamento del granito delle due località risalga alla stessa epoca e che furono i Romani i primi ad aprire le cave. Convinto di ciò, nel corso di un viaggio a Roma nel 1828 portai con me un campione di granito delle cave di capo Testa e credetti di rilevare che alcune colonne del Pantheon sono state effettivamente ricavate da questa pietra.

Quanto allo sfruttamento da parte dei Pisani, si hanno sull’argomento notizie certe. Due annalisti pisani (Tronci, anno 1065, e Roncioni, libro III) riferiscono che le colonne del duomo di Pisa provenivano dall’Africa, dall’Egitto, da Gerusalemme, dalla Sardegna e da diverse altre località. Il Roncioni (libro VI) dice che nel 1115 le colonne del Battistero di fronte al duomo furono cavate in parte in Sardegna e in parte nell’isola d’Elba; e fa una menzione speciale di una grande massa di granito che un certo Cionetto aveva trasportato a Pisa dal porto di Santa Reparata, nella costa settentrionale della Sardegna.

Il nome di questo porto, o piuttosto di questa piccola baia, sicuramente prendeva origine dalla chiesetta di Santa Reparata, che si trovava quasi al centro del promontorio e che ho visto ancora in piedi nel 1823; in seguito è completamente scomparsa. Non vi è dubbio che la chiesa sia stata costruita dai Pisani, in onore di una santa molto venerata nella loro terra, e che capo Testa si chiamasse un tempo come ancora lo chiamano in molti, cioè “capo di Santa Reparata”. Sembra che l’ormeggio di cui si tratta sia menzionato dagli storici pisani come un porto frequentato dai navigatori di quella nazione. […]

Le cave di capo Testa sono state visitate da due ingegneri minerari piemontesi, Melchioni e Baldracco; il primo pubblicò su tale argomento una relazione nella Gazzetta Piemontese del 1836 (n. 100), allo scopo di attirare l’attenzione del governo e degli imprenditori sui vantaggi che si potrebbero ricavare dallo sfruttamento del granito della località. […]

Al centro di capo Testa si eleva un roccione granitico sul quale si vedono i ruderi di una torre, detta “della Testa” o “di Santa Reparata”: in passato mi è servita come stazione trigonometrica di prim’ordine, per collegare i punti delle operazioni di triangolazione della Sardegna con quelli rilevati in Corsica dagli ingegneri francesi. L’edificio era già qualche anno fa in un tale stato di vetustà, che quando vi andai per l’ultima volta nel 1836 dovetti prendere delle precauzioni, sia per riuscire a arrivare sulla piattaforma superiore, sia per rimanervi durante l’operazione. La volta minacciava a ogni istante di crollarmi sotto i piedi per il semplice peso della mia persona e dei miei strumenti, e rischiai di finire sepolto sotto le macerie. […]

Ai piedi settentrionali della torre si trova una terza cava praticata nel granito, chiamata “cava della Torre”. Enormi massi di pietra sono stati staccati col solo lavoro dell’uomo dal fianco del monticello granitico; uno di questi blocchi avrebbe una lunghezza di 15 metri, secondo il Baldracco che lo valuta di 600 metri cubi. Il blocco è ancora oggi intatto; presenta una superficie piana di oltre 100 metri quadri, che risulta dal procedimento con cui il blocco è stato staccato dalla rupe, per mezzo di cunei che hanno spaccato il granito nel senso in cui si sfalda naturalmente. Ci sono anche altri massi di granito staccati nello stesso modo; alcuni si possono stimare nell’ordine dei cinquanta o settanta metri cubi.

Superato una specie di vallone compreso tra il monticello in cui è la torre e un’altra emergenza più alta, si vede su quest’ultima il faro di capo Testa, che con quello di Razzoli illumina la costa settentrionale della Sardegna affacciata sulle bocche di Bonifacio.

È un faro costruito più di una ventina d’anni fa, in base a una convenzione stipulata tra i governi di Francia e di Sardegna, che si sono accordati per illuminare finalmente questo passaggio pericoloso lungo entrambe le rive. Il faro di capo Testa è di terz’ordine, con luci intermittenti alternate ogni tre minuti a un lampo rosso; l’altezza della lanterna, o tamburo, è di 73 metri sopra il livello del mare, di 21 sopra quello del suolo; le luci sono visibili a 15 miglia di distanza.

Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Carte dell’800

Alberto de La Marmora, Carta dimostrativa di triangolazione 1835-1838, IN Alberto de La Marmora, Viaggio in Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, Nuoro, Archivio Fotografico Sardo, 1997.

Foto contemporanee

pattyvi – Flickr, Danilo Loriga – Instagram, Salvatore Zizi – Flickr, Luca Sgualdini – Flickr, Fabrizio Fusari – Flickr

Romano Stangherlin, Gianfranco Galleri – wikimapia.org, Arnoldius CC BY-SA 3.0


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