DA PALAU A TEMPIO

di Thomas Forester

traduzione titolo originale Passeggiate nelle isole della Corsica e della Sardegna

Londra 1858; 1861

ed. italiana Come due vagabondi.
Due ufficiali inglesi nella Sardegna dell’Ottocento

curato e tradotto da Maria Laura Argiolas
Cagliari, Condaghes, 1996


Da Palau ad Arzachena

La sosta a La Maddalena era solo una tappa sulla nostra strada verso l’isola maggiore. Ora dovevamo attraversare un ampio canale e sbarcare a Palao, sulla costa sarda. I cavalli erano già pronti, se ne era occupato gentilmente il capitano Roberts, ma ciò ci costrinse ugualmente a ritardare di un giorno. Avremmo poi proseguito per Tempio, nel cuore delle montagne galluresi, sotto la guida di un corriere che raccoglieva la posta.

Attraversammo il canale in meno di un’ora e trovammo i cavalli a pascolare fra i cespugli. Dopo che il nostro bagaglio fu sistemato su un cavallo ci riparammo dall’arsura sotto una roccia e restammo ad osservare un gruppo di pittoreschi pastori, dilettandoci con succosi grappoli d’uva: le ceste dovevano essere imbarcate per La Maddalena, mentre un cavallo da soma era carico del nostro bagaglio.

Il nostro equipaggiamento per questa spedizione, più ingombrante del solito, comprendeva coperte di lana ed altro materiale per accamparci all’aperto, se fosse stato necessario. Il viandante intelligentemente riuscì comunque a sistemare tutto, mettendo ordinatamente borse e bagagli dentro capaci tasche in pelle che pendevano ben bilanciate ai fianchi del possente animale: sopra vi mise la valigia. Quando tutto fu pronto, il viandante montò in cima e vi si appollaiò come un arabo su un dromedario. […]

Dopo aver lasciato Palau e fatto una sosta in un solitario stazzo, o casolare, il nostro sentiero ci portò in una valle selvaggia, bagnata dal fiume Liscia. Il fiume scendeva serpeggiando fra i campi ammantati di erbe lussureggianti, dove numerose mandrie, greggi e capre, configuravano uno scenario pastorale di singolare bellezza.

Il mio amico si fermò per tracciarne uno schizzo, che riporto per darvene un’idea.

La valle è circondata da montagne non molto elevate, parzialmente coperte da cespugli di mirto, cisto ed altro sottobosco simile, fra rocce e scogliere modellate dall’acqua in figure fantastiche. Attraversammo sui contrafforti, che offrivano un ampio panorama delle Bocche di Bonifacio con in lontananza i monti della Corsica da una parte, e la vicina isola di La Maddalena dall’altra.

Quasi tutta la regione della Gallura, bagnata su tre lati dal mar Mediterraneo, è battuta da sentieri di montagna, fra valli trasversali simili a quella del Liscia. La coltivazione è scarsa e la zona disabitata. Quasi tutti i villaggi del “Capo di sopra” si estendono sulla costa. In questi piani i pochi pastori conducono vita nomade durante la stagione salubre, e se ne allontanano a causa del mortale pericolo dell’intempèrie, che prevale in estate e autunno.

Da tempo l’intero distretto è noto per i crimini, i furti e gli assassinii a scopo di vendetta; per la perpetrazione dei quali e per la sicurezza dei colpevoli, la solitudine e la natura del territorio offrono grande comodità.

Arzachena

Continuando sulla nostra strada attraversammo alcune radure circondate da foreste e ornate da graziosi arbusti: la cosiddetta macchia, comune in entrambe le isole di Corsica e Sardegna.

A poca distanza, sulla nostra sinistra, scorgemmo un meraviglioso colle alberato con una cappella in cima, dedicata a Santa Maria di Arzachena, uno dei santuari più venerati dai galluresi. A questi luoghi sacri per le festività la gente accorre numerosa; in tali occasioni questi posti solitari, quasi sempre in cima ai colli e circondati da selvaggi e romantici scenari, diventano testimoni di devozione e festeggiamenti, di cui la baldoria è la più evidente manifestazione.

Luogosanto

Più lontano, a sud del nostro sentiero, si staglia un altro luogo tranquillo e straordinario: Monte Santo.

La piccola cap­pella posta su un colle, scarsamente visibile fra il verde circostante, sembrava volesse farsi notare da noi. Essa sovrasta il villaggio di Logo Santo, ritenuto la “Mecca del gallurese”.

La santità di questo posto venne stabilita nel XIII secolo. La tradizione dice che le reliquie di San Trano e San Nicola ‒ eremiti martirizzati in questo posto nel 362 d.C. ‒ furono rinvenute sul posto da due monaci francescani approdati in Sardegna da Gerusalemme grazie ad una visione della Vergine Maria.

Il villaggio è cresciuto attorno alle tre chiese poi erette in onore dei Santi e della Beata Vergine, oltre a un convento francescano da tempo caduto in rovina.

Per la ricorrenza della festa che si celebra in questo luogo sacro, arriva un gran numero di fedeli dai paesi vicini, camminando in processione, con in testa le bandiere e il sacro stendardo di Tempio sormontato da una croce in argento e portato dai canonici della cattedrale, che poi lo piantano sul posto. Le preghiere sono accompagnate dai divertimenti: balli, musica e sport. La veglia continua anche durante la notte perché molti vengono da lontano e la festa li impegna per più di un giorno.

I riti cristiani sono stati da tempi remoti mescolati alle feste secondo gli usi nazionali dei nuovi convertiti, con anche alcune sopravvivenze dei riti pagani, è facile capire che questa era la politica adottata dai “fondatori della fede” fra le nazioni semi-barbare: una concessione alle debolezze dei loro neofiti. Anche le veglie e le feste in alcuni dei nostri villaggi, con i loro rami verdi, le loro bandiere e la loro baldoria, erano originariamente tenute nelle piazze delle chiese nel giorno del Santo Patrono, e condividevano caratteristiche simili a quelle delle feste galluresi, ma da noi gli elementi religiosi sono da tempo estinti. […]

Che meraviglioso quadro vivente potevamo osservare durante le riunioni festive di Logo Santo e Santa Maria di Arzachena! fatto di festeggiamenti e suoni, con le canzoni e i balli che accompagnavano i riti […].

Da Luogosanto a Tempio: una valle romantica

Dopo aver seguito il corso del Liscia per circa un’ora, scoprimmo una valle laterale le cui acque formavano degli stagni separati da bassifondi sabbiosi, circondati da salici piangenti e ornati da felci lussureggianti e rigogliose erbe selvatiche.

Le colline erano coperte da una fitta boscaglia intersecata da poche radure e recinzioni poste sui pendii. Qua e là si vedeva qualche solitario stazzo, nome che qui danno alle tenute dei pochi contadini residenti. Notammo che anche questi erano generalmente costruiti sui pendii. Presso alcuni si fermava il corriere; il suo compito non consisteva nel distribuire la posta, poiché tale ufficio sembrava inutile in questi sentieri selvaggi, ma nel rifornire di pacchi di caffè, zucchero ecc., qualche volta abiti di cotone: merci per le quali probabilmente non era stata sostenuta alcuna tassazione a La Maddalena.

A un certo punto la valle si restringeva e le sue acque precipitavano in un ruscello ricco di trote, che gorgogliava sopra un letto roccioso delimitato ad un lato da un fitto sottobosco ondeggiante sul pelo del­l’acqua. Il mirto, alto trenta piedi, rivaleggiava con l’erica arborea, il corbezzolo frondoso, il cisto, il lentischio. L’insieme, inframezzato da altri arbusti, formava un boschetto di una tale bellezza che non mi era mai capitato di vedere in Corsica. Il ruscello bagnava, sulle alte sponde, uno stretto margine erboso che si delineava al di sotto del bosco. Qui arrestammo i cavalli per cenare.

Chi viaggia in paesi simili, generalmente seleziona un posto adatto per la sosta: il nostro era delizioso, e mangiammo abbastanza bene attingendo ad un cesto preparato a La Maddalena. Questi rustici pasti “al fresco”, l’incertezza del momento in cui ne farai un altro, quando e dove ti troverai, questo vivere nel presente, all’aria aperta e sotto il sole, questi continui cambiamenti di scena con l’assenza di qualsiasi preoccupazione per il futuro, suscitano grande fascino, in viaggiatori come noi.

Di nuovo in sella, presto fummo in una foresta di magnifiche querce ornate da pampini selvatici, che con i chiari colori delle foglie appassite creavano un netto contrasto fra le fosche tinte della foresta. Gli alberi erano inclinati sul pendio della montagna e la profonda oscurità che vi dominava diveniva ancora più fitta man mano che si appressava il crepuscolo, aumentando così la pericolosità delle gole che conducevano all’uscita.

Anche Salvator Rosa avrebbe dovuto studiare il selvaggio scenario sardo per trarne ispirazione. Se ben ricordo ci dissero che lo fece. Non era necessaria molta immaginazione per dar vita a questo quadro in forma adeguata al suo selvaggio aspetto, evocare foschi banditi che sbucavano improvvisamente dalla macchia verso la loro preda, o che se ne stavano in agguato dietro le rocce ad aspettare l’ora della vendetta. No, queste scene non erano pura immaginazione.

Ancora oggi sulle alture della Gallura trovano rifugio numerosi fuorusciti, quel che resta delle bande un tempo così spaventose da suscitare terrore nell’intera provincia, poiché erano una sfida sia alle leggi del diritto che a quelle della spada. Solo a partire da questo secolo il governo ha cercato di combattere la loro ferocia, non senza che essi opponessero una disperata resistenza contro le truppe impegnate, annientando ottanta uomini in un unico attacco. […]

In alcuni di questi distretti, troppo turbolenti, ci consigliarono di non addentrarci; coloro che vi incontravamo erano armati sino ai denti. Per le nostre vite non eravamo in apprensione, e non prendemmo precauzioni. In primo luogo perché i pericoli non ci spaventavano facilmente, e in secondo perché sapevamo che l’aspetto tranquillo e il carattere di viaggiatori stranieri era la nostra miglior protezione. È risaputo che la violenza dei fuorusciti è mitigata da uno strano senso dell’onore. Credo fermamente che in origine, nella maggior parte dei casi, quel principio abbia dato vita alla vendetta, poi degenerata in furti e rapine. I fuorilegge, come gli uomini onesti, devono trovare i mezzi di sussistenza e sono costretti a procurarseli senza tanti scrupoli. Fra le tante personalità possono esserci anche miscredenti capaci di ogni crimine, perciò c’è sempre una certa dose di pericolo, ma la virtù di ospitalità verso gli stranieri, così peculiare al carattere dei sardi ‒ come in molte razze semibarbare ‒ non si è estinta nemmeno nei cuori insensibili verso ogni altro sentimento di umanità. […]

Ora preferisco raccontarvi una storia che lascia nella mente piacevoli ricordi dei Robin Hoods della foresta sarda […], mi venne raccontata da un amico, da tanto residente nell’isola, che ne era stato protagonista. L’amico […] stimato e rispettato nell’isola dai componenti di tutte le classi sociali, fu indotto in comunicazione dalle circostanze con la peggior sorta di fuorilegge, e occasionalmente faceva da intermediario fra questi e le autorità sarde, con loro reciproco vantaggio. Acquistò quindi buona influenza fra questi infelici, godendo della loro piena fiducia, senza la quale i fatti che sto per raccontarvi non sarebbero potuti accadere.

Capitò che, non molto tempo prima, egli si era gentilmente offerto di condurre un gruppo di inglesi da La Maddalena a Tempio, sullo stesso percorso fatto da noi. Il gruppo era costituito da un ufficiale, sua moglie e qualcun altro. La signora andava pazza per la pittura. I soggetti di attrazione sappiamo che non mancano, e la compiacenza del suo gusto causò frequenti contrattempi sulla via, nonostante il mio amico ripetesse continuamente che il distretto godeva di una pessima reputazione a causa della prossimità di rifugi di banditi. Ma un turista vuole, al di sopra di tutto, potersi vantare di aver visto un vero bandito, probabilmente però in un’altra qualsiasi circostanza che in un selvaggio sentiero delle montagne galluresi.

Così, quando già stavano calando le ombre della notte, alquanto presto nelle basse latitudini, nei turisti cominciò a farsi strada l’angoscia di trovarsi in quel luogo di desolante solitudine. Erano considerevolmente allarmati: – cosa avrebbero fatto?

Il mio amico, dopo aver gentilmente ricordato che non aveva tralasciato di segnalare le conseguenze di un eventuale ritardo, suggerì di cercar rifugio in qualche stazzo. Essi acconsentirono e si incamminarono tutti su un sentiero accidentato, tra le tetre ombre della macchia mediterranea.

Dopo averlo percorso per qualche tempo, fu grande la gioia del gruppo nello scorgere una casa. Furono accolti fra grandi manifestazioni di ospitalità e con la promessa di tutti i comforts che un casolare di montagna poteva offrire.

Le signore sistemarono in un angolo il loro equipaggiamento da viaggio; venne apparecchiata la tavola e congratulandosi con se stessi per aver trovato simile asilo, si misero a sedere per la cena, con l’evidente euforia di essere scampati ai possibili pericoli di una notte trascorsa all’aperto nella foresta. L’episodio era già considerato un’inaspettata avventura che dava interesse a un disagevole viaggio.

Ma al culmine della loro allegria furono interrotti da un violento battito alla porta, e udirono delle voci che con tono imperioso chiedevano immediata accoglienza. Il mio amico e il padrone di casa si consultarono brevemente e convennero di non opporre resistenza, di aprire la porta e sottomettersi al proprio destino.

I banditi irruppero dentro con gesti fieri: uomini duri, con barba e capelli incolti, avvolti in scuri capotes, con in mano fucili a canne lunghe, e pugnali appesi alla cintura e al corpetto. «Prendete il denaro e tutto quello che abbiamo, ma risparmiate le nostre vite!», gridarono alcuni viaggiatori. I banditi non persero tempo nel prendere sacche e valige e rovistare tra il contenuto, senza però molestare minimamente i componenti del gruppo che in piedi, atterriti, ne seguivano i movimenti.

All’improvviso, ad un segnale stabilito, i banditi rinunciarono al loro bottino, si tolsero gli scuri mantelli scoprendo tutta l’audacia del loro pittoresco costume, e si riunirono attorno al tavolo, appoggiandosi sulla canna sottile dei loro fucili. Avevano l’espressione orgogliosa e severa di chi sembra dire: «Siamo dei fuorilegge, indubbiamente, ma consi­deriamo sacre le leggi dell’ospitalità e dell’onore».

I viaggiatori si resero conto di essere ormai salvi e, non più angosciati, finirono la loro cena con rinnovata gioia.

Dopo un po’ i banditi si allontanarono, ma ritornarono quasi subito, alcuni accompagnati dalle loro mogli e dai bambini vestiti a festa. Trascorsero la serata esibendosi in balli tradizionali, fra canti e allegria. Si concluse così la modesta rappresentazione che il mio informatore aveva organizzato per gratificare i suoi amici.

I viaggiatori desiderano naturalmente vedere questa razza così unica e celebrata che è il bandito sardo o corso, se però sono sicuri di uscirne incolumi […].

Nessuna suggestione di questo tipo occupava la nostra mente nel mentre salivamo per il sentiero che penetra nella catena montuosa interposta tra Tempio e le valli sulla costa. Eppure il carattere selvaggio e le tradizioni del luogo avrebbero dovuto ispirarcele, nonostante fossimo sotto la protezione del corriere, una persona privilegiata ‒ probabilmente per buone ragioni ‒ e oltre questo, come ho già detto, perché non avevo alcuna particolare apprensione.

La nostra attenzione era divisa fra l’austera magnificenza delle gole ‒ le più straordinarie essendo adesso mezzo velate dalla foschia ‒ e la difficoltà della salita, che come al solito aumentava passo dopo passo, fino a quando tortuosi gradini ricavati sulla roccia, sormontanti le rupi più alte, ci fecero approdare in cima al passo.

Nell’emergere dal sentiero boschivo, notammo uno sfondo completamente diverso. Ci trovavamo in una duna apparentemente molto estesa, con barlumi di luce emanati dallo splendore lunare, mentre due astri luminosi a sud-ovest sembravano indicare come fari la direzione di Tempio. Scendendo facilmente sul declivio arrivammo alla superficie di una vasta piattaforma che si estendeva con piccole ondulazioni interrotte da un solo massiccio roccioso in prossimità della città. Una volta in cima al passo, avevamo ancora otto o dieci miglia da percorrere.

Tardi com’era sarebbe stato estremamente piacevole cavalcare in un’atmosfera pura, con la volta celeste rifulgente su di noi, e la quiete della notte spezzata solo dagli zoccoli dei nostri cavalli, se non fosse per la stanchezza delle povere bestie dopo un lungo viaggio e la laboriosa salita sul tortuoso sentiero montano. Scorgemmo quindi con piacere le luci dei villaggi di Aggius, Luras, e Nuchis, situati a pochi passi dalla strada, a due o tre miglia di distanza da Tempio. Questi posti, Aggius in particolare, erano noti poco tempo addietro per furti e vendette, nonostante la popolazione, in gran parte pastori, abbia sempre mantenuto le caratteristiche della gentilezza, ospitalità, industriosità e temperanza.

La nostra pista ci portava ora attraverso strettissimi varchi che separavano vigneti e giardini, visibili lungo tutta la via per Tempio.

Si ringrazia la casa editrice Congaghes per la concessione della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Michel Antony Shrapnel Biddulph, “La valle del Liscia”, ca 1858, IN Thomas Forester, Rambles in the islands of Corsica and Sardinia, Londra 1858; edizione italiana Come due vagabondi. Due ufficiali inglesi nella Sardegna dell’Ottocento, curato e tradotto da Maria Laura Argiolas, Cagliari, Condaghes, 1996.

Philippine de La Marmora, Basilica di Nostra Signora di Luogosanto e di Gallura, ca 1854-1856, IN Luigi Piloni, Memorie sulla terra sarda: tempere inedite di Philippine de la Marmora (1854-1856), Cagliari, Fossataro, 1964.

Manca di Mores, Il ballo sardo nel piazzale della chiesa, ca 1861-1876, IN Simone Manca di Mores, Raccolta di costumi sardi, Cagliari, Della Torre, 1991.

Salvator Rosa, illustrazione nel libro.

Alessio Pittaluga, Pastore della Gallura, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Giuseppe Cominotti, Saluto tempiese, 1825, IN Francesco Alziator, La raccolta Cominotti: raccolta di costumi sardi della Biblioteca Universitaria di Cagliari, ed. De Luca 1963 e Zonza 1990.

Giuseppe Cominotti, Conversazione rustica, 1826, IN Francesco Alziator, La raccolta Cominotti cit.

Lorenzo Pedrone, Pastore della Gallura, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Simone Manca di Mores, Danza al suono delle launeddas, ca 1861-1880, IN op. cit.

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

coll. Francesco Cossu

Foto contemporanee

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