LA MADDALENA

di Alberto La Marmora

Itinerario dell’isola di Sardegna

 Torino 1860

traduzione e cura di Maria Grazia Longhi
Nuoro, Ilisso, 1997 (Bibliotheca sarda, 16)


L’isola della Maddalena, a ponente di Caprera, ne è separata solo da un canale strettissimo, detto “passo della Moneta”; questo passaggio si allarga verso nord, dove affiora il piccolo isolotto dei Giardinelli. L’isola è grande pressappoco come Caprera ed è anche esclusivamente granitica, come tutte quelle che le sono vicine dalla parte della Sardegna a sud dello stretto; non erano mai state considerate dipendenti dal Regno sardo prima dell’anno 1767; solo allora il viceré Des Hayes vi inviò una forza navale, composta di piccoli bastimenti del re, per prenderne possesso in suo nome.

Queste isole erano abitate appena da qualche famiglia di pastori originari della Corsica, e di costumi pacifici. Esse passarono senza difficoltà sotto la nuova dominazione e alla vita sociale; si costruirono anzitutto un piccolo forte, per premunirsi contro gli assalti dei Barbareschi, e una chiesa, col titolo della Trinità. Stabilirono legami matrimoniali con le famiglie dei pastori della Sardegna settentrionale e in pochissimo tempo crebbe una popolazione di persone robuste, formate dal sangue delle due nazioni. Questi insulari mantennero il loro vecchio idioma, che è una specie di italiano corrotto.

Le abitudini della vita pastorale fecero dapprima posto a quelle di un popolo di agricoltori, ma ben presto ci fu un ritorno alla vocazione marittima, perché la pesca e il contrabbando per mare procurarono loro molte più risorse che la coltivazione di un suolo granitico ingrato e scarso d’acqua. Così, in pochissimo tempo, questa popolazione divenne essenzialmente marittima, tanto che da una cinquantina d’anni e soprattutto oggi non ci sono più uomini validi nel borgo, dove non si vedono, per così dire, che donne, bambini e vecchi; tutti gli altri abitanti sono in servizio nella Marina reale, oppure sono imbarcati su navi commerciali; alcuni navigano per proprio conto, facendo il piccolo cabotaggio su imbarcazioni che si costruiscono da sé.

Lo sviluppo di questa popolazione e la sua capacità di fornire dell’ottima gente di mare sono dovuti principalmente all’ammiraglio Giorgio De Geneys che visse in quel luogo per tutto il tempo che i sovrani di Sardegna dimorarono fuori del Piemonte e cioè per circa quindici anni. Allora la Maddalena divenne la residenza delle autorità marittime dell’Isola; questo piccolo paese ha fornito alla Marina reale non soltanto dei buoni marinai e degli ottimi e numerosi sottufficiali, ma anche dei valenti ufficiali, alcuni dei quali raggiunsero i gradi superiori compreso quello di contrammiraglio: tra costoro citerò gli Ornano, i Ziccavo, i Millelire e altri, quasi tutti di origine corsa.

 

Un’altra causa del rapido sviluppo della Maddalena, e della marcata preferenza dei suoi abitanti per il mestiere di marinai, fu il lungo soggiorno in quei paraggi dell’ammiraglio Nelson e dalla sua flotta. «Questo punto – dice Valery – divenne, durante il blocco continentale, un vasto e ricco deposito di merci inglesi».

Il punto preferito dal futuro vincitore di Trafalgar era il tratto di mare che separa la Maddalena dalla Sardegna, detto il Parau o “rada d’Agincourt”. Da lì quest’infaticabile uomo di mare spiava il passaggio delle squadre francesi, nel caso di una seconda spedizione d’Egitto.

Si racconta a questo proposito che, durante tutto il tempo passato nelle acque della Maddalena, Nelson non sia mai sceso a terra, perché aveva giurato di lasciare la nave solamente dopo aver battuto i nemici. La permanenza continua a bordo del vascello non gli impedì di elargire doni agli abitanti del luogo i quali si affrettano a mostrare con orgoglio agli stranieri i candelieri e una croce d’argento, con un Cristo d’oro, offerti alla loro parrocchia dall’ammiraglio protestante.

Il borgo è ben costruito, tutto appare pulito, e ciò creò con gli altri villaggi della Sardegna un contrasto che colpisce; tutti i muri vengono imbiancati con calce almeno una volta all’anno. Le strade non sono lastricate, ma i carri sono rarissimi e senza ruote ferrate; il suolo sul quale sono costruite le case è abbastanza duro, per cui non è necessario il selciato.

La chiesa parrocchiale è passabilmente bella; fu costruita grazie alle offerte e soprattutto con il contributo materiale degli abitanti, che vi lavoravano a turno, mentre le donne e i bambini si incaricavano del trasporto delle pietre e della calce.

Il porto della Maddalena, detto “cala Gavetta”, non è vastissimo, ma sufficiente per i bisogni della popolazione; all’ingresso, sott’acqua c’era uno scoglio granitico pericolosissimo, sul quale avevano cozzato molti bastimenti, tra gli altri una nave a vapore francese con un ricco carico per il Levante, che il cattivo tempo nel canale aveva costretto a fare sosta in quel luogo; si fracassò su questo scoglio avendone gravi avarie. Attualmente lo scoglio è stato rimosso e l’entrata del porticciolo, di conseguenza, è sicura. Si sono praticate delle specie di banchine, che permettono oggi alle navi piccole di accostare per l’imbarco e lo sbarco delle merci. […]

Vicino alla Maddalena, su un’altura c’è un fortino con una caserma per la piccola guarnigione dell’isola costituita di solito da soldati di marina inviati da Genova; si contano diversi altri forti vicino alla costa, ma sono ormai in disarmo.

C’è inoltre una vecchia fortezza al centro dell’isola, sul punto culminante e che all’occasione serve ancora per la vigilanza; lì ho stabilito la mia stazione trigonometrica, perché vi si domina non solo l’isola della Maddalena, ma anche molte delle isole circostanti.

A ovest di quest’isola si trova quella di Spargi, che ne è separata da un canale di larghezza inferiore a un miglio. Ha forma quasi circolare, con circonferenza valutabile in circa sei miglia marine, ed è abitata solo da qualche famiglia di pastori.

Tra la Maddalena e il capo dell’Orso si trova un altro isolotto granitico della stessa grandezza di Spargi, chiamato “di Santo Stefano”, che ha acquisito una certa celebrità dopo l’anno 1793. È lì che Napoleone Bonaparte giovane e alle prime armi, lanciando qualche bomba e qualche bolide sulla Maddalena, preannunciò quell’immenso consumo di polvere da guerra il cui boato doveva poi esplodere su tanti campi di battaglia in tutta Europa.

Nel 1792 la repubblica francese, avendo dichiarato guerra al Piemonte e invaso la Savoia e la contea di Nizza, decise di impadronirsi anche dell’isola di Sardegna; sin dalla fine di dicembre dello stesso anno aveva inviato a Cagliari l’ammiraglio Truguet con una considerevole flotta e truppe da trasporto, per attaccare la capitale dell’Isola. La spedizione fallì, come già detto. Allo stesso tempo preparò un attacco nella parte settentrionale dell’Isola, al comando del generale corso Colonna Cesari. Le truppe erano costituite in gran parte da volontari corsi agli ordini del giovane Bonaparte che al grado di capitano d’artiglieria univa quello di luogotenente colonnello, capo dei volontari del Liamone. […]

Il 21 febbraio, quando la piccola flottiglia francese, composta da una corvetta e da ventidue vele latine, abbordò a Mezzo Schiffo, vi si fermò solo la corvetta; gli altri bastimenti andarono all’ormeggio di Villamarina, da dove sbarcarono nell’isola di Santo Stefano circa ottanta uomini. La corvetta aveva appena gettato l’ancora quando aprì il fuoco contro le due mezze galere sarde e una galeotta che si trovavano a cala Gavetta, o porto della Maddalena, e contro il paese.

La corvetta, bersagliata dalle palle lanciate dal forte Balbiano e dai proiettili infuocati tirati da una batteria improvvisata in un punto della Sardegna detto “Teggia”, levava l’ancora e si riuniva alle altre navi attraccate nel porto di Villamarina.

Le tre navi da guerra sarde, comandate dal cavaliere di Costantini, temendo uno sbarco immediato del nemico e vedendo che da parte loro ogni resistenza era inutile, si ritirarono nel canale della Moneta, mentre subivano i colpi dei Francesi che avevano già stabilito la loro batteria nell’isola di Santo Stefano, in un luogo detto “la Puntarella”.

Fin dalla mattina del 22 questa batteria aveva aperto il fuoco contro il borgo della Maddalena; la prima bomba cadde sulla chiesa parrocchiale, sfondò il tetto e cadde all’interno della chiesa, rotolando ai piedi dell’altare senza esplodere. C’è ragione di credere che questo primo proiettile sia stato lanciato appositamente vuoto dallo stesso Bonaparte, sia che non volesse distruggere la chiesa, sia che con una prima bomba volesse soltanto aggiustare il tiro, cosa che mi sembra molto più probabile; il fatto è che non era carica, perché la si trovò vuota, ragion per cui non esplose; naturalmente, ciò fu interpretato come un miracolo.

Le altre bombe esplosero quasi tutte; la seconda colpì l’angolo della chiesa a ovest; nell’esplodere ferì al viso un certo Simone Ornano che era accorso in armi a difendere il suo paese. La terza e la quarta caddero sul tetto dell’abitazione del defunto Giuseppe Fenicolo [Giuseppe Ferracciolo], attigua alla chiesa (la casa fu notevolmente danneggiata); la quinta esplose sulla piazza della chiesa e provocò dei danni alle case vicine; una palla entrò dalla finestra della facciata della chiesa e andò a cadere ai piedi della statua della patrona, Santa Maria Maddalena, senza causare danni. Un’altra bomba cadde sull’abitazione del defunto Paolo Martinetti, un’altra su quella del fu Michele Costantini, entrambe esplosero e non fecero gravi danni; una decima colpì il tetto della casa del defunto comandante Millelire; essa esplose e ancora oggi se ne conserva un frammento nella famiglia; un’altra, infine, cadde sulla piazza del molo; non esplose e fu raccolta dal padre di colui al quale devo questa notizia; è quella che adesso si trova in cima a una piccola piramide elevata sul molo in occasione della visita fatta alla Maddalena da re Carlo Alberto nel 1843.

Ho voluto riprodurre tutti questi dettagli, che mi sono stati forniti da una persona degna di fede, grazie alla cortesia del defunto viceammiraglio conte Albini, per constatare l’autenticità dei tre pezzi che ancora oggi vengono conservati in memoria di quell’attacco, e come ricordo del grande uomo che ha puntato personalmente tutti quei proiettili. Valery, a proposito della bomba caduta sulla chiesa senza esplodere, dice che fu venduta nel 1832 per 30 scudi al signor Craig, inglese, da un consigliere municipale della Maddalena, coll’intenzione di comprare con quella somma un orologio per il campanile della parrocchia; di fatto l’orologio non è stato comprato, che io sappia, e la bomba non è stata mandata in Scozia, come suppose il Valery. È sempre di proprietà del signor Craig, divenuto poi console generale d’Inghilterra in Sardegna; si dice che si riproponga di fare omaggio all’imperatore dei Francesi di quella prima bomba lanciata dall’immortale zio di Sua Maestà. […]

Se da un lato ho perso ogni speranza di riconoscere con sicurezza e di salvare dalla fusione il mortaio storico in questione, fui più fortunato relativamente alla ricerca di altri oggetti attinenti agli stessi eventi. Si vedrà qui sotto la riproduzione di un quadrante graduato di legno, destinato al puntamento dei mortai.

Questo pezzo fu realmente lasciato dal giovane Napoleone vicino al mortaio nella batteria di Santo Stefano, che dovette abbandonare suo malgrado in tutta fretta. È con questo strumento di legno che puntò il mortaio; di conseguenza si tratta del primo strumento di guerra di cui quest’uomo straordinario fece uso nella sua stupefacente carriera militare; a questo titolo è un oggetto davvero prezioso e unico.

Lo strumento fu preso immediatamente dal signor Ornano, allora ufficiale di marina, nativo della Maddalena e originario di Corsica; egli comandava i battelli che portavano all’isola di Santo Stefano la truppa che sbarcava da una parte dell’isolotto, nel momento in cui i Gallo-Corsi se ne andavano dall’altra, lasciando quattordici prigionieri che non ebbero il tempo di imbarcare. L’Ornano, diventato ufficiale generale, conservò per tutta la vita questo trofeo di cui si era impadronito per primo; alla sua morte, lo lasciò in eredità al genero, il defunto viceammiraglio conte Albini, che depositò il reperto in una specie di museo della Marina reale a Genova, detto “Sala dei modelli”; è lì che si trova ancora (col. n. 221) al momento in cui scrivo (agosto 1859).

Quanto alle bombe, garantisco l’autenticità di quelle che si conservano ancora intere o in frammenti, cioè quella posseduta dall’attuale console d’Inghilterra a Cagliari, William Craig; quella posta sulla piramide del molo della Maddalena, con un’iscrizione; infine, il frammento conservato dagli eredi Millelire. Tali sono le testimonianze storiche che ci restano di una spedizione non molto conosciuta fuori dall’Isola.

Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione dell’utilizzo della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Alessio Pittaluga, Pastore della Gallura, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Nicola Benedetto Tiole, “Abitanti di La Maddalena”, ca 1819-1826, IN Nicola Tiole, Album di costumi sardi riprodotti dal vero (1819-1826), Nuoro, Isre 1990.

Nicola Benedetto Tiole, “Abitanti benestanti di La Maddalena”, ca 1819-1826 op. cit.

Agostino Verani, Isolani di La Maddalena, ca 1806-1815, IN Scoperta della Sardegna. Antologia di testi e autori italiani e stranieri, a cura e introduzione di Giuseppe Dessì, Milano, Il Polifilo, 1967.

John Francis Rigaud, Horatio Nelson, 1781.

Henri Félix Emmanuel Philippoteaux, Napoleone Bonaparte, 1835.

Antoine Roux, Corvetta francese, 1806.

Cartoline e foto di fine ’800 e primi ’900

collezione di lamaddalena.info; Corisma – La Maddalena; Antonio Frau – La Maddalena

Foto contemporanee

Antonio Frau, Salvatore Zizi – Flickr, Gianni Careddu CC BY-SA 4.0 – wikimedia commons, Punta Tegge, Claudio Ieli – Flickr

“Le bombe di Napoleone”, presso il Palazzo del comune di La Maddalena, foto cortesia di Antonio Frau


© RIPRODUZIONE RISERVATA