OLBIA

di John Warre Tyndale

L’isola di Sardegna

Londra 1849

Traduzione e cura di Lucio Artizzu
Nuoro, Ilisso, 2002 (Bibliotheca Sarda, 82)


La piana di Terranova, che si estende per circa trenta miglia quadrate, raggiungibile attraverso un leggero ed ameno pendio, è delimitata in ogni lato da montagne, salvo dove si apre verso il gran porto situato ed est. Il Monte Congianus, a nord, il Monte Pino ed il Monte Santo a nord-ovest, le lontane cime seghettate del Limbara a sud-ovest, ed un ammasso ondulato di colline indistinte a sud, costituiscono un magnifico quadro d’insieme panoramico. Laddove è stata coltivata, la terra si manifesta immensamente feconda e gli arbusti e la macchia, che crescono rigogliosi in certe zone abbandonate, confermano la ricchezza naturale del suolo.

La storia di Terranova è avvolta nell’oscurità e la sua origine è stata fatta in vario modo risalire a colonie sicule, greche e galliche. Il suo antico nome, Olbia, significa “felice” e, secondo Claudiano ed altri scrittori, si potrebbe pensare ad un’origine greca ma non è stato possibile trovare, a giudicare dalle attuali caratteristiche della città, un termine più preciso. Non risulta che l’esistenza di Olbia compaia con certezza prima del 259 a.C., anno in cui Lucio Cornelio Scipione mosse guerra alla Corsica e alla Sardegna per cacciare i Cartaginesi da queste isole. Conquistata Aleria in Corsica, si diresse verso Olbia e la mise sotto assedio con gran dispiegamento di forze di terra e di mare. […]

Dopo la conquista di Olbia, Scipione devastò le terre limitrofe, cacciò i Cartaginesi e sconfisse i Sardi; migliaia di loro furono fatti prigionieri e mandati a Roma per esaltare il trionfo che era stato decretato al suo ritorno.

La citazione indiretta riguardante Olbia nel corso dei successivi 600 anni, ci induce a ritenere che essa fiorì e prosperò sotto la dominazione romana perché la sua vicinanza alle foci del Tevere ne fece la città commerciale più importante della Sardegna settentrionale. Sembra che, verso il 54 a.C., Quinto Tullio, fratello di Marco Tullio Cicerone, risiedesse in questa città e non si sa bene a quale scopo, sebbene si ipotizzi che fosse interessato all’acquisto del grano; ma le lettere fra i due fratelli non rilevano nulla degno di nota. Fu verso il 52 a.C. che Cicerone pronunciò a Roma la famosa difesa del pretore Marco Scauro, accusato di peculato nell’Isola.

La città di Olbia esisteva nel 397 d.C. e, con tutta probabilità, la sua distruzione si può far risalire a Genserico a seguito dell’invasione del 462 d.C. Dopo questa data, sulle rovine, o in loro prossimità, sorse un villaggio chiamato Fausania, evidentemente di scarsa importanza dal momento che Gregorio Magno, nel 594 d.C., nell’ordine impartito alle autorità religiose della Sardegna perché si ponesse fine al culto pagano allora praticato in Gallura, lo definisce semplicemente un “luogo”.

Nell’893 Fausania divenne sede arcivescovile e fu denominata Civita e con questo nome è tuttora conosciuta nella storia ecclesiastica.

Nel 1198 fu ceduta ai Pisani da Innocenzo III e, durante la loro guerra contro i Genovesi, la città fu distrutta e ricostruita con l’attuale nome di Terranova.

Durante i conflitti fra Genovesi e Aragonesi fu vittima delle scorrerie dei corsari mori e nel 1553, le flotte francese e turca, alleate contro Carlo V, dopo aver soggiogato la maggior parte della Corsica, rivolsero il loro attacco contro la Sardegna. L’ammiraglio turco Dragute entrò nel porto di Terranova e mise a fuoco e saccheggiò la città, catturò moltissime persone che stavano in chiesa a sentire messa e le trascinò via in catene.

Terranova era nota agli Inglesi nel 1711, durante la guerra fra le Case di Spagna e d’Austria, quando i Borboni possedevano diverse località della Gallura e fra queste, appunto, Terranova. In quel periodo la flotta inglese navigava al largo della Sardegna per intercettare le navi spagnole e l’ammiraglio Norris, nell’apprendere della conquista della città da parte del conte di Castiglione, fece sbarcare 1000 uomini i quali, dopo breve conflitto nei pressi della chiesa di San Simplicio, costrinsero il conte ad arrendersi.

Non ebbe invece successo lo sbarco degli Austriaci nel 1717 perché i 450 soldati che scesero a terra, ritenendo che gli abitanti si fossero schierati contro Filippo di Spagna per passare fra le loro fila, furono ingannati da manifestazioni di alleanza organizzate da un prete il quale, con un gruppo di Galluresi di soli sessanta uomini, dopo averli condotti ad Alghero attraverso la campagna, aggredì gli Austriaci ad un segnale convenuto in una gola chiamata Della Scala e, dopo averli disarmati, li riportò prigionieri a Terranova.

Alcune paludi d’acqua salata a nord e a nord-ovest della città assicuravano un tempo discreti guadagni ma, dopo che vi sfociarono i torrenti delle montagne e non si ebbe cura di farli defluire, non soltanto non fu più possibile ricavarne del sale, ma tutta la zona è ora esposta all’intemperie [malaria]. La squallida presenza di queste paludi ben si addice alla stessa città.

Le case, nessuna delle quali si presenta decente o pulita, sono per lo più fatte di granito ed imbiancate, quasi ad offrire un contrasto maggiore con la sporcizia generale e il sudiciume che sta all’interno e attorno ad esse.

La chiesa parrocchiale, un bell’esemplare architettonico, ha un altare maggiore ricco di marmi policromi ed una balaustra fatta degli stessi materiali; nella parte posteriore c’è il coro con le pareti di legno di quercia ricche di intagli. Il pulpito, che è la cosa più strana della chiesa, presenta formelle di legno intarsiato sulle quali sono rappresentate immagini di santi e scene della Scrittura e, fra queste, la tentazione di Giuseppe da parte della moglie di Putifarre costituisce un esempio divertente della morale e del tipo di decorazione di una chiesa. Dal campanile si gode una splendida vista sulla campagna.

Fra le altre tre chiesette che si trovano nelle vicinanze del distretto e le otto ubicate in altre parti della zona, l’antica cattedrale dedicata a san Simplicio, a circa un quarto di miglio ad occidente della città, è senza dubbio la più interessante sia per la sua antichità che per la bellezza architettonica.

L’ipotesi che sia sorta nel settimo secolo è avvalorata dalla caratteristica semplicità di molte sue parti mentre quelle aggiunte dai Pisani indicano chiaramente l’epoca. I pilastri di granito che sostengono gli archi snelli mostrano la precisione del taglio originale; quattro delle colonne di granito che formano le navate laterali sono apparentemente di fattura romana; la parte superiore è fatta di mattoni e malta e il suo aspetto cupo e triste, dal momento che non ha finestre e riceve soltanto la luce che entra dalla porta, si confà perfettamente al suo stato di abbandono e di rovina.

Le funzioni religiose si celebrano soltanto tre volte l’anno; la festa del 15 maggio, ricorrenza della festa di San Simplicio, un Santo sardo molto venerato, del quale si dice che abbia subito il martirio durante la persecuzione di Diocleziano nel 304, è la più importante e viene animata dai Galluresi con corse ippiche, messe e balli.

Vicino alla chiesa si trovano i resti di alcuni edifici le cui caratteristiche rivelano un’età antecedente alla dominazione pisana. Uno di essi, di forma circolare e costruito in granito, è alto dodici piedi con un diametro di tredici piedi e sei pollici; accanto si trova una piccola costruzione ad archi che potrebbe esser stata una porzione del battistero o di un campanile ma, allo stato attuale, è assai più simile ad una fornace di laterizi.

Le mura interne dell’antica Olbia, in alcuni punti sufficientemente ben conservate, si individuano nei pressi della città attuale, mentre le mura esterne erano probabilmente quelle cintate da un argine, con un fosso poco profondo, dove qua e là si trovano resti di mattoni che seguono una linea irregolare lunga circa un quarto di miglio.

Un amico che ebbi occasione di incontrare, ricordava che la muraglia interna si trovava in stato quasi perfetto, così come le due arcate di costruzione romana che servivano come ingressi alla città, uno ad est e uno ad ovest: la Porta Marina e la Porta di Terra. Di esse ora non resta neanche una pietra, perché gli abitanti le prelevavano regolarmente per costruirsi la casa e lo stesso destino è toccato alle altre mura della città. La grande e bella torre quadra che si affaccia sulla costa, di epoca posteriore, ha subito analogo destino e tutto quel che rimane sono le pareti esterne.

Nel corso della sua ultima visita a Terranova, il re aveva espresso il desiderio che si facessero degli scavi archeologici e si scelse un sito fra la chiesa di San Simplicio e la città. Recandomi in quel luogo alcuni giorni dopo, vidi che pochi progressi erano stati fatti. In numerose tombe di mattoni e cemento, poste l’una accanto all’altra, con misure che variano da sei piedi e due pollici a otto piedi di lunghezza e da due piedi e due pollici a tre piedi e sei pollici di larghezza, con una profondità di circa tre piedi, furono ritrovati anfore, cammei, anelli e fermagli.

In altre parti degli scavi vennero alla luce frammenti di mosaico che per forma e posizione facevano pensare a delle terme. Furono scoperti altri ruderi che, a giudicare dai grossi blocchi di granito, dovevano essere appartenuti a grossi edifici; in molti punti, basta scavare alla profondità di tre piedi e si trovano pezzi di mattoni e pietre ben squadrate.

Un fatto che mi fu raccontato dal direttore degli scavi conferma l’influenza del clero sui pregiudizi superstiziosi della gente. Una forte bufera di vento si abbatté sulla città causando molti danni nel corso dei lavori di scavo alle tombe ed i preti sostennero, e la gente ci credette, che la tempesta era giunta come castigo per aver turbato e scavato nelle tombe dei santi e dei martiri di Terranova!

Molte persone possiedono anelli, cammei ed altre reliquie romane, ritrovate in periodi vari nelle immediate vicinanze della città; alcuni di questi oggetti sono molto ben fatti e molto belli.

Emergono ancora in pianura le tracce dell’acquedotto che dalle colline portava l’acqua nella parte settentrionale della città, ma non pare sia stata un’opera di particolare pregio mentre, a circa mezzo miglio a nord-est, sulla costa, si trovano i resti del molo e della banchina romani.

La baia di Terranova, lunga sei miglia, ha l’aspetto di un lago racchiuso fra due promontori al suo ingresso, dietro i quali si staglia l’isola di Tavolara come un fondale sull’orizzonte. Mal si presta come porto essendo poco profondo verso la costa, disseminato di scogli ed al centro raggiunge una profondità media di sole tre o quattro braccia.

All’ingresso si trova una gran barriera che i Sardi ignoranti e pigri ritengono sia stata eretta dai Pisani o dai Genovesi nel corso delle loro guerre. Per ordine del re si è proceduto ad un’analisi del fenomeno e si è giunti alla conclusione che si tratta di depositi alluvionali portati dal fiume Olbio, più comunemente noto come Padrongianu, un torrente di montagna bello e brioso che, nascendo sui monti del Limbara, dopo aver ricevuto l’apporto di numerosi corsi d’acqua tributari ed aver attraversato le gole delle montagne a sud della pianura, si getta nella foce presso il porto. […]

Poiché sulla barriera non ci sono più di otto piedi d’acqua, e ciò dipende dai venti e dalle correnti, possono entrare in porto soltanto le navi di piccolo cabotaggio mentre quelle di grosso tonnellaggio ormeggiano nelle rade presso Capo Figari, oppure al largo dell’isola di Tavolara, dalla quale le merci vengono trasportate nei due sensi in città su grosse imbarcazioni a fondo piatto. Qualora l’accumulo di fango e sabbia dovesse progredire come finora accaduto, si presume che in trent’anni tutto il porto sarà trasformato in un lago e la città, che ha tante risorse per diventare una delle più fiorenti della Sardegna quale centro commerciale, perderà anche quel po’ di benessere di cui ora gode.

Circa ottanta navi fecero capo a Terranova nel 1842; di esse la maggior parte erano genovesi mentre le altre venivano da Livorno e Napoli, una dalla Francia e una dall’Inghilterra. Si può avere un’idea della situazione commerciale prendendo in considerazione i dati delle esportazioni relative ai quattro mesi in cui mi fermai in città. Le voci principali riguardavano il sughero, i pellami, il formaggio, il bestiame ed il legname […].

La popolazione di Terranova ammonta a circa 2000 abitanti, inclusi i pastori del distretto; eccetto questi ultimi e i pochi pescatori, la cospicua parte della popolazione è impegnata nel lavoro di viandanti per il trasporto dei prodotti da e verso l’interno.

L’aspetto fiacco e pallido degli abitanti si può attribuire alla loro naturale indolenza ed all’intemperie [malaria].

A circa cinque miglia a sud-ovest di Terranova, si trova una roccia di granito di forma piramidale che bruscamente si erge nella pianura per 250 piedi ed è accessibile soltanto da un lato. In cima vi sono le rovine dell’antico castello dei Detrès [Pedrès] che non gode di fama particolare, sebbene alcune mura siano sopravvissute, e nonostante le cisterne ed i passaggi segreti attraverso i crepacci delle rocce raccontino tacitamente la sua importanza nel passato feudale ed i fatti di guerra. Le mura esterne di una grande torre quadrata alta all’incirca settanta piedi si sono conservate in ottimo stato ma l’interno è completamente crollato e non è dunque possibile salire sulla cima, regno indisturbato di colonie di colombi selvatici.

La sua posizione non si può paragonare a quella di Castel Doria sul Coghinas ma il panorama che si gode dalla terrazza è bello ed abbraccia le rovine di molti altri castelli e torri che si scorgono sulle parti scoscese delle colline che circondano la pianura.

Fra queste rovine, sono molto interessanti e pittoresche quelle di Telti, o Castellazzo della Paludaccia [di Sa Paulazza].

La scalata alle cime più basse del Monte Nieddu è molto ripida e fu incredibile vedere come i cavalli si fecero strada fra grossi blocchi di granito. Dopo un’ora di cammino attraverso un giardino selvatico di fiori odorosi, di erbe e arbusti, il sentiero si inoltra in una foresta magnifica di querce e di lecci; una zona da tempo immemore frequentata da banditi e tuttora sicuro rifugio per loro e per i malviventi vagabondi dei quali neanche gli abitanti dei pochi stazzus avvertono il passo veloce e leggero. […]

La mia guida attraverso questa terra selvaggia e impervia, fu scelta per me proprio perché persona nota ai banditi e, di conseguenza, mi garantiva un viaggio sicuro ed un’amichevole accoglienza. L’uomo mi precedeva sempre di poco e fece da portavoce quando, durante il giorno, ci imbattemmo in diversi figuri dall’aria poco rassicurante. Non riuscii a sentire né a capire le parole bofonchiate fra loro a bassa voce né a cavare da lui qualcosa di più dell’invariabile «è un amico mio», termine perfettamente compatibile con banditi, fuorusciti o qualsiasi altro tipo di fuorilegge.

Uno di “questi amici” mi chiese, a titolo di cortesia, un po’ di polvere da sparo, strumento evidente della sua professione, ma vedendo che non portavo il fucile parve convincersi del fatto che non avessi polvere; in sua vece, gli rivolsi il solito «bonus dias» col quale parve ugualmente soddisfatto; una cortese risposta, mezzo spagnola e mezzo sarda, che è servita a sviare più di una pallottola ed a far sbollire la sua rabbia.

Il viottolo che discende dalla montagna passa per Bilchi Nieddu, un raduno di una decina di misere capanne, le uniche abitazioni nel raggio di molte miglia, a paragone delle quali, la casetta del pastore incontrata nella strada da La Maddalena a Terranova era proprio fastosa. La popolazione al gran completo: uomini, donne, bambini, cani, maiali e galline mi si fece attorno quando giunsi e molte furono le domande che mi rivolsero su chi fossi, da dove venissi e dove volessi andare.

Come al solito, non riuscivano a concepire che si potesse viaggiare per proprio diletto o semplicemente con lo scopo di conoscere la loro terra. Trovarono divertente che fossi venuto espressamente per vedere loro ma si arrovellavano il cervello nel chiedersi perché “un cavaliere di Terraferma” fosse venuto da così lontano proprio per loro, e si meravigliarono che questi rifiutasse l’offerta di mangiare con loro carne e latte e che fosse scortato fino alla montagna successiva.


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Carte, disegni, dipinti e litografie dell’800

Lorenzo Pedrone, Pastore della Gallura, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Craveri, Golfo di Terranova, 1739.

Cartoline e foto di fine ’800 e primi ’900

coll. Marella Giovannelli, coll. Binari a Golfo Aranci

San Simplicio,in www.paradisola.it

Foto contemporanee

FZA_1970 – Flickr, Aurelio Candido – Flickr, Mauriziolbia, CC BY-SA 4.0, wikimedia commons, Nerone – museo archeologico di Cagliari (ma proveniente da Olbia) di Dan Diffendale – Flickr, Margherita Cossu – Flickr, Christophe Dayer – Flickr, Salvatore Solinas – Flickr, Luca Farneti – Flickr, Olive Titus – Flickr, Marco Lostia – Flickr, Roberto Saggia.

Relitto di nave romana: museo archeologico di Olbia, foto di pp02918, CC BY 3.0, wikimedia commons

Ricostruzione di Olbia antica: di Rubens D’Oriano

San Simplicio, scavi e reperti archeologici: di www.gruppogedi.it e Gavino Sanna – La Nuova Sardegna


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