TEMPIO

di  Thomas Forester

traduzione titolo originale Passeggiate nelle isole della Corsica e della Sardegna

Londra 1858; 1861

ed. italiana Come due vagabondi

Due ufficiali inglesi nella Sardegna dell’Ottocento

curato e tradotto da Maria Laura Argiolas
Cagliari, Condaghes, 1996


La nostra pista ci portava ora attraverso strettissimi varchi che separavano vigneti e giardini, visibili lungo tutta la via per Tempio.

La risposta del corriere alle nostre domande per un hotel, gettò nel vuoto più assoluto la prospettiva di vitto e alloggio all’arrivo. Per viaggiatori come noi non c’erano locande. Gli stranieri raramente visitavano Tempio.

Era un problema serio, dopo una cavalcata in montagna di circa trenta miglia, verso le dieci di notte. Cosa potevamo fare? Avevamo delle lettere di presentazione indirizzate a persone che godevano di grande prestigio sul posto, ma non ci autorizzavano ad introdurci presso di loro affamati, impolverati, e senza alloggio in un’ora così tarda. Essendo il caso disperato, decidemmo finalmente di presentarci presso il comandante della guarnigione, ritenendolo la persona più indicata per darci o pro­curarci alloggio.

Gli zoccoli dei cavalli sull’acciottolato procuravano un intenso scalpitio nella quiete della strada stretta e deserta, sovrastata dalle case in granito che apparivano inospitali, ora che tutte le luci erano spente, le porte chiuse, e non c’era nessuno che fosse pronto ad accogliere la richiesta di un viaggiatore stanco.

Così attraversammo l’intera città, essendo il palazzo del comandante all’altra estremità.

Lo scalpiccio dei cavalli destò l’attenzione dell’insonnolita sentinella del cancello: c’erano delle luci, la famiglia non si era ancora ritirata per la notte. Fu annunciato il nostro arrivo e il viandante senza alcuno scrupolo depositò il nostro bagaglio nell’ingresso.

Il comandante ci ricevette con gentilezza, scusandosi per non poterci offrire alloggio poiché il suo appartamento era molto piccolo, ma spedì subito un suo attendente a procurarcelo, nel mentre ci preparò un caffè.

Accompagnati da due soldati che si occuparono del bagaglio, tornammo sui nostri passi, verso il centro della città, e prendemmo possesso di un pessimo appartamento: la parte migliore di una casa sudicia e scarna.

Vi fummo introdotti dalla padrona, una persona brontolona che ricevette i suoi ospiti con pretese di gentilezza, ribadendo che lei non teneva un hotel ma avrebbe ugualmente alloggiato degli stranieri: frase ripetuta un centinaio di volte per il tempo che restammo sotto il suo tetto, e con più enfasi quando ci presentò, alla nostra partenza, un conto alquanto salato.

Questo era il solo alloggio in una città dai sei agli ottomila abitanti ‒ molti dei quali ostentavano nobiltà ‒ e che è capoluogo di provincia, sede di un governo e di un vescovado, più un distretto militare.

Dovete perdonarmi per essere stato così minuzioso nei dettagli, ma volevo darvi un’idea di ciò che comporta il viaggiare in Sardegna. La situazione è all’incirca la stessa in tutta l’isola. Il turista che vi mette piede dev’essere temprato contro banditi, insetti, intempèrie, e indifferente al cibo. “Per aspera tendens” deve essere il suo motto. Deve prepararsi a una vita dura.

Nonostante ci fosse apparsa avversa al primo impatto, la vera gentilezza e ospitalità non era assente fra i tempiesi, e ho raramente trascorso giorni più piacevoli in una città di provincia.

La luce del giorno, veramente, non fu capace di migliorare l’aspetto interno del posto, rese più evidente invece la sporcizia delle strade, senza dissipare interamente l’aspetto cupo dovuto all’oscuro granito col quale le abitazioni sono costruite, con i balconi in legno che sporgono sulla strada. Le case sono comunque abbastanza ventilate, alcune stuccate.

Tempio può anche vantare i suoi palazzi di antica nobiltà, con stemmi gentilizi scolpiti in marmo bianco, all’entrata.

Conta non meno di tredici chiese, fra cui il collegio e la cattedrale di San Pietro che è la sola degna di nota. È un’altera e ampia costruzione in un miscuglio di stili, con alcuni ornamenti appariscenti, un considerevole altare, e delle statue intagliate nel legno di quercia poste nelle nicchie.

L’istituzione comprende un decano e dodici canonici, più altri otto religiosi appartenenti al clero inferiore. È stata promossa a cattedrale nel 1839, quando Tempio fu designata sede episcopale come Civita ed Ampurias. Il vescovo vi risiede sei mesi all’anno.

Nel centro della città c’è un enorme vecchio convento, ora credo soppresso; e in periferia un riformatorio per confinarvi i pregiudicati, un’ampia costruzione di considerevole altezza.

Una posizione migliore per una città dell’importanza di Tempio può essere difficilmente immaginata.

È ubicata su un dolce colle di un’estesa pianura ondulata ‒ il piano di Gemini ‒ un altopiano di circa 2.000 piedi sopra il livello del mare, situato al centro di due grandi catene montuose: il Limbara, che estende i suoi ripidi lineamenti a sud della città con una punta di circa 4.396 piedi, e a nord-est un’altra catena non così elevata ma di forma ugualmente irregolare, che osservata da Tempio appare ancora più aspra. Percorremmo i tratturi fra queste montagne nell’avvicinarci a Tempio, mentre quelli del Limbara li avremmo penetrati nel nostro prossimo viaggio verso sud.

La posizione elevata e la sua esposizione fanno di Tempio una città alquanto salubre e ‒ dicono ‒ fredda in inverno. Di ciò noi non scor­gemmo indizi benché fossimo nel mese di novembre, quando il Limbara si suppone assuma il suo diadema di neve che mantiene sino ad aprile.

Ricordo difficilmente qualcosa di più bello, nel suo genere, quanto la vista panoramica della campagna fra Tempio e le montagne, osservata dalle terrazze.

Nella sua vastità si combinano straordinari contrasti, e il più armonioso miscuglio di colori. Giardini, orti, vigneti e una numerosa varietà di piccole recinzioni, occupano i pendii e le cavità della superficie ondulata per un ampio tratto intorno alla città. Buoni raccolti danno l’idea di una fertilità inaspettata a queste altitudini.

Qua e là qualche pino svettato, isolato o in gruppo, incorona un poggio, interrompendo il fluente orizzonte. Più in là, ai piedi dei monti, si estendono i campi aperti, separati dalle coltivazioni da zone di bosco ceduo e querceti.

I tempiesi sono persone ardite e industriose, e dimostrano il loro spirito attivo negli ordinati coltivi attorno alla città e nell’occupazione di un vasto numero di abitanti come pastori e cavallanti, o viandanti.

[Inserito da altro capitolo: A Tempio ci capitò un curioso episodio. C’eravamo accordati, secondo le sue richieste, con una di queste persone per trovare pronti sulla nostra strada dei cavalli da avvicendare a quelli che stavamo cavalcando. Li trovammo sulla porta, pronti per essere caricati e montati, ma d’improvviso, viste le nostre selle inglesi, il viandante rifiutò di affidarceli. Non volendo perdere tempo e pensando che la sua apprensione dipendesse dalla preoccupazione che le selle potessero ferire il dorso del cavallo, lo rassicurai facendogli notare che erano ben imbottite; ma non era quello il punto: l’unica ragione era che un cavallo sardo doveva esser sellato “à la sarde”, con sella a punta alta e finimenti in velluto. Il viandante, irremovibile, riportò gli animali dentro la stalla preferendo perdere un lauto ingaggio piuttosto che sottomettere i suoi cavalli a fogge straniere. Dopo un attimo di disappunto ne procurammo altri da un viandante che non mosse alcuna obiezione, e si dimostrò una guida attenta e disponibile].

Anche il fiacco cittadino mostra qualche segno di vita nel considerevole commercio di prodotti interni, come formaggio, frutta, prosciutto, pancetta ecc.

Inoltre producono i migliori fucili dell’isola, e sanno come usarli, tenuto conto che il loro sport principale è la caccia e sono anche estremamente perseveranti nel vendicare le offese, per cui hanno acquistato una fama non ancora interamente estinta.

Non molto tempo fa due fazioni si affrontarono in strada, e benché la sanguinosa contesa fosse stata appianata, si dice che i contendenti si guardino ancora di traverso.

Nel rientrare una notte dal circolo in compagnia del comandante, ci fermammo in una piazza di fronte alla cattedrale ed egli ci raccontò le circostanze di un assassinio perpetrato poco tempo addietro, a pochi passi dalla chiesa.

Essendo stato abolito l’ufficio del viceré in Sardegna ognuna delle undici province nelle quali l’isola è divisa ‒ di cui le principali sono Cagliari, Oristano, Sassari e Tempio che include l’intera Gallura ‒ è amministrata da un Intendente, che comunica direttamente con il ministro a Torino. I distretti militari corrispondono alla divisione civile dell’isola. Noi trovammo due compagnie di confine e una squadra di carabinieri, gendarmi a cavallo, che stazionavano a Tempio.

La Sardegna elegge 24 membri al Parlamento nazionale di Torino. La giurisdizione ecclesiastica è amministrata da tre arcivescovi, con sede a Cagliari, Sassari e Oristano, più otto vescovi con sede nelle altre città principali. Gli incarichi ufficiali a Tempio non sono cariche molto ambite, non essendo esenti né i comandanti né i governatori da vendette sommarie, per veri o presunti errori, per le quali i sardi sono veramente portati.

Il comandante ci disse che il suo predecessore ricevette uno degli avvisi di morte che precedono le fatali esecuzioni. Credo che sia stato subito rimosso. Per se stesso ‒ disse il comandante ‒ non prendeva precauzioni, faceva il suo dovere e ne affrontava le conseguenze. Pochi anni prima il governatore essendosi compromesso con atti di ingiustizia venne assassinato, dopo aver ricevuto uno di questi “avvisi di morte” caratteristici in Sardegna. «Durante la notte egli udì un vetro rompersi, e al mattino trovò il fatale proiettile sul pavimento. Consuetudine del paese è che, se si prospetta la vendetta alla morte, la parte vendicatrice darà al suo avversario tempestivo avviso mediante il lancio di un proiettile dalla finestra, affinché egli possa o rimediare immediatamente all’errore, o prepararsi alla morte. Il governatore per qualche tempo prese ogni precauzione su quando e dove andare, ma alla fine dimenticò l’avvertimento pensando di essere salvo. L’assassino invece lo osservava con occhi d’aquila, ed egli cadde in un momento in cui meno se lo aspettava.

Il relatore dice inoltre ‒ come osserva Mr. Tyndale ‒ che non era l’unico governatore della Gallura cui fosse stato notificato questo sommario modo di ottenere giustizia, o di infliggere vendetta».

L’intendente attuale di Tempio, marchese Clavarino, benché abbia preso l’incarico solo dal mese di aprile precedente la nostra visita, ha già fatto molto con la sua salda e illuminata amministrazione per restaurare l’ordine e la fiducia. È stato in grado di raccogliere le tasse arretrate, e con una giustizia imparziale nei confronti delle diverse fazioni, è riuscito a rimuovere ogni pretesto che potesse dar adito ad azioni di violenza come riparazione delle offese.

«Il palazzo del governatore, lo stabilimento più il suo seguito ‒ osserva Mister Tyndale ‒ è costituito da tre stanze al secondo piano, una domestica, e una sentinella alla porta». Le cose erano leggermente cambiate nel 1853, ma in mancanza di altri riferimenti la nostra impressione, durante la prima visita di cortesia, era che il governo di una provincia turbolenta non poteva essere affidato a mani migliori. Nell’anticamera trovammo ad attendere un sacerdote, che mi colpì per il suo modo di proferire le preghiere in un sussurro controllato, e mi diede l’impressione che le ali del clero in Sardegna fossero ormai tarpate.

Il marchese conversò con franchezza sulla sua posizione e sulle condizioni dell’isola. Era stato a Londra nel periodo della “Great Exhibition”, e il suo punto di vista sull’alleanza inglese, e sulla politica in genere, era proprio come ci si doveva aspettare da un sardo illuminato. Un degno coadiutore di statisti del calibro di D’Azeglio e Cavour. Oserei dire che l’intendente di Tempio sarà presto chiamato a ricoprire cariche più importanti.

I nostri vagabondaggi nei dintorni di Tempio erano molto piacevoli.

Era la stagione della vendemmia, abbastanza tarda qui, e numerose persone si affaccendavano nei vigneti e nei casolari attigui. Nell’osservare il fumo che si levava da parecchi di questi, apprendemmo, in risposta alle nostre domande, che una parte del sedimento veniva bollito e aggiunto al vino per assicurarne la conservazione, quando i grappoli non maturavano sufficientemente a causa del clima freddo.

Non trovai alcun difetto nei vini che assaggiai. A vitigni è piantata una superficie considerevolmente estesa, divisa però in piccoli vigneti.

All’entrata di ognuno c’è un’arcata, di solito una solida struttura in granito con più o meno pretese architettoniche, con data e iniziali incise nella pietra: indubbiamente a ricordo della piantagione, tanto cara alla famiglia che la ereditava. Una di queste arcate esponeva in primo piano un sigillo di accompagnamento.

Nei dintorni di Tempio ci sono numerose fontane, e l’acqua è deliziosamente fresca e pura. In una di queste, sulla strada dietro la casa del comandante, l’acqua sgorga da una roccia, sotto l’ombra di bellissimi salici.

Là si possono osservare le ragazze ripararsi dall’arsura di mezzogiorno, o affluire numerose con le loro brocche, come nei tempi remoti, quando il servo di Abramo in viaggio verso la Mesopotamia, sostava alla fonte di Nacor ad osservare le figlie dei cittadini che vi si recavano con le loro brocche; o come Saul che incontrò le ragazze che andavano ad attingere l’acqua mentre attraversava il Monte Efraim, salendo la collina di Zuf; oppure le spie di Ulisse, che sprofondarono con le figlie di Antifate nella fonte di Artacia. La Sardegna abbonda di tali reminiscenze dei tempi antichi.

La donna tempiese ha l’abitudine singolare quando deve uscire di casa di portarsi sulle spalle e sulla testa la parte posteriore della gonna, il suncurinu, e tenerla come una sorta di cappuccio. Questa foggia dà loro, come si può supporre, un’apparenza sciatta, anche se l’indumento può essere elegante se sistemato in modo aggraziato. Generalmente è orlato da un nastro di seta o altro tessuto pregiato.

La sottogonna, in tessuto, ha colori vivaci, oppure è scura con il bordo colorato. Ambedue si portano molto ampie. La giacca è in velluto scarlatto, blu o verde, molto attillata e con il bordo di diverso colore, qualche volta in broccato. Il copricapo è un semplice fazzoletto di colore chiaro avvolto intorno alla testa e annodato davanti e dietro.

Nei boschi, ai piedi del Limbara, c’è abbondante selvaggina, cingale e capreoli, una specie di “roebuck”. Speravamo di poter sparare qualche colpo, ma le nostre lettere di presentazione indirizzate ad alcuni gentiluomini di Tempio non ci furono d’aiuto. I signori erano fuori casa, probabilmente impegnati nella vendemmia. I sardi di ogni rango sono comunque fanatici cacciatori e noi non disperammo, benché una battuta di caccia nell’isola richiedesse, come pensavamo, una certa organizzazione. Nel nostro dilemma entrammo in confidenza, come tutte le persone al mondo, con un piccolo barbiere che sembrava ben addentro alla politica del luogo. Egli si incaricò di organizzarci una battuta di caccia con i cacciatori tempiesi. Avremmo potuto incontrarli la sera stessa ad un piccolo caffè, e ci avrebbe presentati ai “leaders” del gruppo.

Il nostro incontro diede avvio ad una singolare conferenza, fra noi, uomini del nord, e i fieri cacciatori della Gallura: non avevamo nulla in comune al di fuori dell’entusiastico amore per i campi e la montagna.

Il soffitto basso del Caffè de la Costituzione era illuminato da una singola lampada, per cui un debole barlume ci consentiva appena di discernere, fra spirali di fumo, i lineamenti severi degli uomini con cui avevamo a che fare. Erano abbastanza onesti, indubbiamente, secondo la nozione sarda dell’onestà, e ci ricevettero con grande cordialità, ma le consultazioni fra di noi procedevano in un “patois” del tutto incomprensibile e riuscimmo solo a dedurne che c’erano delle difficoltà.

La caccia al cinghiale in Sardegna necessita di numerosi cacciatori: da quelli che perlustrano il bosco a quelli che scovano la selvaggina; e se per caso ci fossero state delle contese da soffocare, delle gelosie da mitigare, con delle persone armate in una società in cui la pace poteva facilmente essere compromessa, le difficoltà sarebbero state ancora più serie. Comunque fosse, il nostro Barbière di Seviglia, per usare una frase familiare, sembrava essere all’altezza della situazione, e si incaricò di condurre la trattativa da parte nostra.

Una cosa comunque imparammo presto: che il servizio offerto da questi uomini non andava pagato; la forte passione per la caccia e il principio nazionale dell’ospitalità erano incentivi sufficienti per organizzare la spedizione. Dopo esser stati informati che c’erano delle altre compagnie da consultare, rincontro venne rinviato al giorno seguente.

Al circolo l’ambiente era molto diverso. Vi fummo condotti dal comandante subito dopo la consultazione con i cacciatori. Ogni sera si teneva una riunione fra la migliore società di Tempio. Le stanze sono belle, ben illuminate, con caffè e rinfreschi piacevolmente serviti. C’erano anche dei giornali e una piccola collezione di libri: i lavori standard degli scrittori italiani, più alcuni francesi. La compagnia, inaspettatamente buona per un posto come Tempio, consisteva, oltre che negli ufficiali della guarnigione, in molti nobili e ricchi possidenti del posto.

Trascorremmo alcune ore piacevoli trovando fra i membri persone molto informate e intelligenti. Di politica si discuteva liberamente e prevalevano le opinioni liberali sino ad arrivare all’ultraliberalismo, che avrebbe avuto maggior seguito fra la classe delle persone che incontrammo al Caffè de la Costituzione, se di politica si fosse discusso anche là. Senza dubbio i tempiesi sono, come il resto degli isolani, una razza astuta, devotamente patriottica e gelosa della propria indipendenza.

Noi non potevamo, come già accennato, considerare il ménage di Madame Rosalie fra le cose più piacevoli che, per aver dovuto prolungare più di quanto intendevamo il soggiorno nella rude capitale della Gallura, ci riconciliavano con il posto, ma perlomeno ella ci procurò personalmente un po’ di divertimento.

Il mio amico che aveva il felice dono per un viaggiatore di essere quasi onnivoro, rideva di cuore al mio vano tentativo di estrarre qualcosa di commestibile dal magro menu offerto da “madame”. Ella rispondeva eludendo le mie domande, articolando con sgomenta volubilità suoni quasi inintelligibili, e finiva invariabilmente col dire: «Signore, la mia casa non è una locanda nonostante vi abbia aperto la porta e fatto ac­comodare». Era una sorta di ospitalità che ci costò cara. Le arie di gentilezza di madame, sebbene molto divertenti, erano naturalmente considerate con il dovuto rispetto. Ma ciò che aumentava l’ilarità del mio amico ‒ oltre alla disperata prospettiva di restare senza cena che a me procurava una sottile irritazione a volte mal celata ‒ erano le evoluzioni di madame Rosalie.

Mi sembra quasi di vederla, la sua agile figura saltellare nella stanza, danzare una giga intorno al tavolo, non fermarsi mai, parlare con voce stridula, con i fianchi in movimento come se avesse il ballo di San Vito, o avesse preso una scossa. Posso paragonare il gioco dei suoi fianchi a quello di una marionetta la cui testa, le gambe e le braccia vengono mosse da qualcuno che ne tira le fila.

Niente ci tratteneva a Tempio se non la battuta di caccia proposta. Aspettammo il secondo incontro con i cacciatori confidando incon­dizionatamente nella loro risposta affermativa, e dopo alcune ulteriori consultazioni fra di loro, il nostro piccolo barbiere ebbe la gloria di portare a termine il negoziato con successo. Tutte le difficoltà, se ce n’erano, erano state rimosse e si stabili che l’affare avrebbe avuto compimento l’indomani.

Il mattino dopo, all’ora concordata, c’era un’insolita animazione nelle silenziose strade di Tempio: scalpiccio di cavalli, abbaiare di cani, scrocchi di grilletto.

Quando arrivammo all’appuntamento, di fronte al caffè, trovammo circa venti uomini a cavallo armati di fucile: individui rudi e pronti ad irrompere nella foresta, se contro cinghiali o contro gendarmi per loro sembrava essere lo stesso. Eravamo seguiti da un gruppo a piedi, che conduceva cani di diverse specie, alcuni forti e feroci.

Dopo aver zigzagato fra i vigneti, la nostra cavalcata venne raggiunta da un gentiluomo che avevo avvertito tramite una lettera di introduzione, e da suo figlio: entrambi si unirono liberamente alla nostra truppa di “graduati e soldati semplici”. Era una bella comitiva, questa dello sport campestre! che a pieno titolo livellava per una volta i distinti ranghi sociali. Questo è un aspetto prettamente sardo, in quanto tutte le classi sociali sono estremamente devote a tale sport che richiede per le sue caratteristiche operazioni prolungate e promiscue.

L’irregolare cavalcata procedeva in modo scomposto verso un contrafforte coperto da fitta vegetazione, ai piedi di Punta Balistreri, la più alta del Limbara. Dopo aver oltrepassato le recinzioni, il nostro sentiero ci portò nell’ampio piano ondulato già descritto, intersecato da macchie di vegetazione ma con pochi segni di coltivazione.

Mentre ci avvicinavamo alla montagna ci rendemmo conto che la caccia appariva promettente, perché il terreno si presentava divelto dai cinghiali in cerca di radici di asfodelo, di cui sono accaniti divoratori.

Questa bella pianta si sprigiona da un ammasso di bulbi fibrosi ‒ qualcosa di simile alla dalia ‒ proiettando gli steli diritti, alti due o tre piedi, con numerose foglie filiformi e fiori gialli. Cresce spontaneamente in tutto il territorio dell’isola, nei terreni incolti. Le radici contengono in abbondanza una specie di saccarina.

Nel periodo che abbiamo trascorso in Sardegna, alcuni francesi costituirono una compagnia per l’estrazione dell’alcol su larga scala da questi bulbi. Lo stabilimento doveva sorgere a Sassari, con delle distillerie mobili nelle località in cui i bulbi potevano essere più facilmente trovati. L’impresario ci diede una bottiglia di questo alcol come campione d’assaggio: alcol puro e insapore! Sentii qualche tempo dopo che il progetto non ebbe successo.

In questa stagione per i cinghiali c’è molto cibo: le ghiande delle enormi querce, ed altro nei boschi dell’interno, dove noi più tardi entrammo per la caccia. Questi animali procurano gravi danni alle coltivazioni. Durante la nostra permanenza a Tempio ne venne ucciso uno in un vigneto nei pressi della città.

Arrivati ai monti lasciammo i nostri attendenti con la muta a valle. Il loro compito consisteva nello scalare il pendio boschivo dal retro e battere i cespugli per scovare la selvaggina.

Il resto della compagnia si incamminò lungo una valle parallela alla catena montuosa, che portava su un vasto anfiteatro di alberi sporgenti, pendii scoscesi, rocce e guglie.

Uno spettacolo così grandioso che attirò la nostra attenzione e quasi ci distolse dal compito che ci attendeva.

I nostri “leaders” iniziarono ad assegnare le postazioni, piazzando ognuno ad una distanza di circa settanta o ottanta passi lungo il bassofondo della valle, a un tiro di schioppo dall’estremo limite del bosco che vi pendeva. In quest’ordine sparso la linea si estendeva per circa mezzo miglio. I cavalli pascolavano sul lato opposto.

Io dovetti appostarmi sul punto più estremo di una roccia isolata, che con la sua altezza domina il territorio. Da entrambe le parti potevo distinguere i miei compagni, appiattiti sulle ginestre che ricoprivano la valle. Le istruzioni per il mio noviziato erano: non abbandonare la postazione e mantenere assoluto silenzio, ingiunzioni che non potevo comodamente infrangere, considerato che la violazione della prima poteva indurre i cacciatori a scambiarmi per un maiale che frusciava nella foresta, esposto ai ripetuti colpi che improvvisamente partivano da ogni direzione; in quanto all’altro ordine, quello del silenzio, era inutile, poiché le orecchie del compagno più vicino potevano essere raggiunte solo dai colpi che venivano sparati per impaurire la selvaggina e stanarla. Non ero così ingenuo da rischiare, così mi sedetti sulla roccia, col fucile sulle ginocchia, a osservare il gioco di luci e ombre che compariva sulle montagne man mano che le nubi volteggiavano intorno. Questo non durò a lungo. La linea delle vedettes poteva essere difficilmente mantenuta, dopo che i colpi dei cacciatori che avevano guadagnato l’apice e già perlustravano il bosco di fronte alla nostra postazione, indicarono ai compagni in basso nella valle di stare all’erta.

L’intervallo di silenziosa aspettativa venne interrotto e lo spettacolo divenne eccitante. I cani all’interno del bosco abbaiarono e al loro richiamo fece immediatamente seguito una detonazione: indicava che la selvaggina era lì. Poi ogni fucile fu puntato, ogni occhio intento a scrutare la pista nella macchia attraverso la quale, cinghiale o capriolo, sarebbe dovuto passare uscendo dal bosco per attraversare la valle. I colpi di fucile e le grida risuonavano sempre più vicini, finché uno sparo all’estrema sinistra annunciò finalmente che la selvaggina era stata avvistata mentre lasciava il rifugio. Partì allora una serie di spari, indirizzati dove si intravedevano cinghiali o caprioli. Parecchi caddero, altri scapparono, altri ancora, feriti, vennero perseguiti dai cani oltre le postazioni, mentre i cacciatori si precipitavano sulle loro tracce.

La linea fu spezzata, il cespuglio completamente accerchiato, e la compagnia, orgogliosa dei propri trofei, incominciò poi a montare sui cavalli per dirigersi verso una gola alberata, sulla riva erbosa di un rigagnolo, per pranzare. Le armi furono impilate, alcuni uomini raccolsero legna per il fuoco, altri attinsero acqua dal ruscello, altri ancora si incaricarono di aprire le ceste delle provviste portate da Tempio e di sistemarle sull’erba. Uno dei cinghiali venne squartato e, come nello stile omerico, le parti commestibili delle interiora estratte, arrostite su spiedi di legno, e offerte ai coltelli degli ospiti, mentre il vino circolava e i festeggiamenti dei cacciatori venivano conditi con grossolani divertimenti. «Quando ebbero mangiato e bevuto» i cacciatori montarono sui cavalli per tornare a Tempio, con la selvaggina adagiata sulle selle. La cavalcata era gioiosa come una festa. Alcuni uomini in prossimità dei vigneti smontarono da cavallo e scavalcati i recinti presero numerosi grappoli d’uva.

Entrammo in città trionfanti. Durante la sera la pelle del miglior cinghiale, più un’aggiunta di carne, fu recapitata al nostro alloggio quale trofeo per la nostra partecipazione. La carne di cinghiale, se ben cucinata è eccellente, ma la cucina di Madame Rosalie fallì nel renderle giustizia.

Questo modo di praticare la caccia generalmente diffuso in Sardegna, è simile alle battute ai lupi e al leopardo alle quali ho assistito in Sud Africa, dove i boeri, in gruppi numerosi, muovono violenti attacchi contro i saccheggiatori delle loro mandrie cercando di stanarli, e si posizionano per abbatterli appena escono allo scoperto. Le compagnie sono allegre e lo sport è eccitante, ma non penso possa essere paragonato all’inseguimento dei cervi o alla caccia alla volpe, per non parlare delle scorrerie contro leoni e tigri.


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Michel Antony Shrapnel Biddulph, The Himbarra [Limbara] from Tempio = Il Limbara visto da Tempio, immagine nel libro, ca 1858.

Archivio di stato di Cagliari, Chiesa e convento delle monache, 1821.

Fucili di Tempio, IN Giuseppe Sotgiu, I fucili di Tempio, Tempio, Accademia Popolare Gallurese G. Gabriel, 2012.

Collezione Luzzietti, Tempiesi, ca 1795-1805, IN Francesco Alziator, La collezione Luzzietti: raccolta di costumi sardi della Biblioteca universitaria di Cagliari, De Luca 1963, Zonza 2007.

Giuseppe Cominotti, Saluto tempiese, 1825, IN Francesco Alziator, La raccolta Cominotti: raccolta di costumi sardi della Biblioteca Universitaria di Cagliari, ed. De Luca 1963 e Zonza 1990.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Vestimenti sardi in serie  [Tempio], ca 1826-1839, IN Alberto Della Marmora, Voyage en Sardaigne, ou Description statistique, phisique… Atlas de la première partie, 1. ed. Paris, Delaforest 1826; 2. ed. Paris, Bertrand – Turin, Bocca,1839.

Nicola Benedetto Tiole, “Donne di Tempio disegnate dal mio amico La Marmora”, ca 1819-1826. IN Album di costumi sardi riprodotti dal vero (1819-1826), saggi di Salvatore Naitza, Enrica Delitala, Luigi Piloni, Nuoro, Isre 1990.

Luciano Baldassarre, Venditrice di sapone di Tempio, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Luciano Baldassarre, Cinghiale, ca 1843, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna op. cit.

Simone Manca di Mores, Caccia del cinghiale di notte all’agguato, ca 1861-1880, IN Simone Manca di Mores, Raccolta di costumi sardi, Cagliari, Della Torre, 1991.

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

Collezione Erennio Pedroni, Gianfranco Serafino, Vittorio Ruggero, Rotary, Mario Pirrigheddu.

Foto contemporanee

Matteo Aisoni – Flickr; Antonio Concas – Flickr; Vittorio Ruggero – Flickr; Salvatore Lai – Flickr; Rudiger Anders – Flickr; Salvatore Solinas – Flickr.

Salvatore Pirisinu, IN Giovanni Gelsomino, La diga del Liscia. Storia e storie, Consorzio di bonifica della Gallura, 2006.

Michele Zucca CC BY-SA 4.0, wikimedia commons.


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