TEMPIO

di John Warre Tyndale

L’isola di Sardegna

 Londra 1849

traduzione e cura di Lucio Artizzu
Nuoro, Ilisso, 2002 (Bibliotheca Sarda, 82)


Dopo aver attraversato il corso d’acqua con la barca, prendemmo la strada per Tempio attraverso una profonda valle alle propaggini dei monti del Limbara; si snodava lungo la sponda di un torrente cristallino dove querce, platani, sughere, ulivi ed altre piante gettavano la loro ombra su un ricco sottobosco di corbezzolo, cisto, mirto e caprifoglio. […]

Dalla vallata, la strada s’inerpica verso un paesaggio di grande bellezza […].

Era molto tardi quando giungemmo a Tempio e dovetti affrontare non lievi difficoltà a trovare alloggio per la notte perché per il giorno dopo era attesa in città la visita del re e, di conseguenza, non si trovava una camera disponibile. Debbo dire che il mio cavallante insistette da subito perché accettassi l’offerta della sua dimora, «la mia casa è piccola, ma il cuore è grande», ripeteva a mo’ di scusante per non essere in grado di offrirmi una sistemazione migliore. Il suo senso dell’ospitalità andava veramente oltre le sue possibilità perché la casa era composta da due stanzette soltanto, una delle quali, priva di luce se non di quella che entrava dalla porta, serviva come cucina e comune ricettacolo di immondizie e sudiciume. L’altra stanzetta fungeva da salotto, camera da letto, dispensa, ufficio contabilità e bottega per la vendita al dettaglio di liquori, candele, olio, sapone ed ogni specie di generi coloniali e di abbigliamento. Al di là del bancone, dove era sparso in caotica confusione un mucchio di articoli eterogenei, c’era il letto di famiglia dal quale quattro bambini e la sorella della moglie, nonostante le mie rimostranze, furono sbrigativamente fatti sgombrare perché potessi occuparlo io.

I preparativi per la festa di gala del giorno successivo fecero affluire al negozio un numero insolito di clienti; tuttavia, dopo le reiterate suppliche del mio ospite, e il suo disappunto di fronte alla mia esitazione, mi buttai sopra le coperte e, dopo essermi molto divertito a sentire le più varie richieste di acquisto, dormii finché le prime luci del giorno portarono un nuovo afflusso di paesani che, con non malcelata curiosità, scrutarono il mio piccolo guardaroba e il mio abbigliamento senza nutrire alcun dubbio che si trattava di oggetti di proprietà dello straniero che giaceva nel letto vicino a loro. […]

L’arrivo del re a Tempio mi fornì l’occasione di compiere un sopralluogo al distretto e alla città nelle condizioni più felici. Il radunarsi degli abitanti dei diversi paesi, per una festa comune ed una vacanza, è un fatto che in Sardegna si verifica purtroppo di frequente, ma la visita di un re fu l’occasione propizia per ritrovarsi insieme con sentimenti molto diversi.

Il mattino successivo al mio arrivo, tutta la città era indaffarata nei preparativi per l’accoglienza di Sua Maestà e, grazie alla cortesia delle più alte autorità, potei assistere alle scene più significative. Era la prima volta che ai Tempiesi capitava l’occasione di vedere un sovrano. Carlo Alberto aveva visitato Tempio nel 1829, quando era soltanto principe di Savoia Carignano e, sebbene quell’evento avesse avuto un certo tono di regalità che li aveva un pochino introdotti nei misteri sublimi dei diritti divini dei re, tuttavia in quest’occasione tutti si diedero da fare per ammirare un autentico re, bona fide e veritiero. Ogni bocca si sforzò di pronunziare le parole con le quali mai prima di allora si era cimentata: «Viva il Re!».

I preparativi furono molti anche se nei limiti delle disponibilità e dell’inventiva che i Tempiesi dispiegarono in un’occasione simile. Nelle prime ore del mattino furono sistemati ai lati delle strade grandi rami d’alberi così da dare l’idea di un viale; le finestre furono adornate con tappeti dai colori vivaci, arazzi e tessuti di seta; furono spazzate le strade, un’operazione – questa – che non avveniva dal 1829.

Nei pressi dell’ingresso principale della città, furono eretti due archi trionfali sotto i quali doveva passare il sovrano per recarsi ai suoi appartamenti nel palazzo del vescovo. Gli archi, fatti con pannelli di legno ricoperti di stoffa, erano pitturati in simil-granito, così ben realizzati che i Tempiesi si illusero di aver fatto un vero capolavoro per onorare la visita reale. Ne parlavano come se l’opera fosse vera e questo fatto, secondo la mentalità del sardo, è già un passo notevole verso la creazione di qualcosa. In varie zone della città furono sistemate delle scritte e sotto di esse si formavano capannelli di persone che cercavano di decifrarle o di farsele decifrare.

Altrove, i musicisti provavano gli strumenti, si radunava la milizia, si riunivano i diversi gonfaloni dei paesi della Gallura e gruppi disparati di politicanti e preti sproloquiavano sulla venuta del re. I costumi dei contadini sempliciotti, provenienti dai vari paesi, l’affettazione di dandismo, la posa degli impiegati semi civilizzati e il camminare altezzoso delle persone autorevoli erano, nel complesso, una scena divertente ed interessante.

Se tutta questa confusione e questo affaccendarsi accadeva sub dio si può facilmente immaginare, invece, quale fosse la situazione dentro le case. Tutti ospitavano tanti amici e parenti venuti dalla campagna; la preparazione delle colazioni, dei pranzi e delle cene metteva alla prova il talento domestico della padrona di casa, e non minor cura e diligenza venivano dedicate all’abbigliamento e all’ornare se stessa e la casa.

Fu verso sera che il re giunse da Terranova ma, per poter dare almeno un’idea dello spettacolo, occorre conoscere la posizione della città. Trovandosi a circa 1890 piedi sul livello del mare, nella piana di Gemini, cui si accede attraverso ripide ed amene vallate, Tempio ha come sfondo, a sud, la magnifica catena delle montagne del Limbara e, a nord e a sud-est, altri monti altrettanto aspri e dalla sagoma irregolare.

L’arrivo del re nella strada che serpeggia alle falde del Limbara fu annunciato dal cannone della città. Nell’espressione “il cannone”, sono stati usati intenzionalmente l’articolo determinativo ed il sostantivo al singolare poiché il contingente dell’artiglieria non consentiva l’uso del plurale. La salva fu pertanto fiacca e poco nutrita e si ebbe l’impressione che a sparare fossero stati fucili di piccolo calibro; non ci fu, insomma, un feu de joie degno di un re. […]

Nonostante il preludio infausto, ben presto giunse il corteo reale. La strada che porta in città era affollata di spettatori e, di fronte ad essi, ad una certa distanza, furono allineati quarantanove grandi gonfaloni dei vari paesi che riportavano l’effigie dei santi patroni, ritratti e ricamati coi colori più allegri e vivaci.

La processione venne aperta dalla milizia della Gallura, un corpo di circa 200 uomini, con gli scuri mantelli, il lungo cappello rosso, un corpetto a doppio petto di velluto anch’esso rosso e mutande bianche che si intravedevano fra i braghi e le ghette nere. I cavalieri, negligentemente assisi sui loro smilzi ma vigorosi e vivaci cavalli, i fucili tirati a lucido che scintillavano ai raggi del sole al tramonto, i capelli lunghi e neri, le barbe, davano il tocco finale a questo quadro beduino. Seguivano una squadra di cavalleria leggera, la gens d’armerie del luogo e, subito dopo, il re, col duca di Genova ed il suo seguito.

Giunto alle porte della città, il sindaco con i consiglieri ed altre autorità, gli offrirono le chiavi leggendo da un foglio un discorso preparato per l’occasione.

Quanto all’antica tradizione storica e civica di consegnare al sovrano le chiavi delle porte della città, c’è da dire che Tempio, però, non ha porte antiche di alcun genere, salvo quelle due tirate su al mattino e fatte con lo stesso materiale degli archi di trionfo; le chiavi delle suddette porte erano due, entrambe di legno, ricoperte di carta dorata e argentata. La farsa, a dir la verità, andò avanti in modo coerente. Il re, dopo aver ricevuto e restituito le chiavi col cerimoniale dovuto, ringraziò le autorità tempiesi per il loro cordiale saluto del quale, ne sono certo, egli non riuscì a capire più di una dozzina di parole. Sua Maestà proseguì, quindi, verso il palazzo del vescovo fra i saluti e gli evviva del popolino, lo sventolio di fazzoletti e le varie manifestazioni di benvenuto.

Di sera, il desiderio di andare a passeggio, le serenate, la musica e le illuminazioni indussero la gente ad uscire da casa per cui le strade erano quasi intransitabili, ma non si poteva ballare perché era venerdì. Il canto non è peccato mortale, il ballo sì; […]

Un grande obelisco di tela, con un’iscrizione, fu illuminato da luci piazzate al suo interno; le finestre erano adornate di lanterne di carta trasparenti con su scritto «Viva il Re» mentre, appesi agli alberi, c’era un assortimento di palloncini colorati, anch’essi trasparenti e luminosi.

Tutte queste luci rischiararono il fogliame verde cupo delle siepi, di recente sistemate, e illuminarono la variegata eleganza dei costumi della moltitudine vagante, della quale la parte femminile palesava maggior grazia e bellezza del solito e completava l’illusione di questa scena magica.

È difficile descrivere gli abiti, talmente erano diversi e tante erano l’eleganza e le stramberie che pareva di essere a Parigi o Londra. Gli aristocratici vestivano alla moda italiana mentre la gente del ceto medio ed il popolino indossavano il costume tradizionale.

Quello delle donne era composto di una giacca di velluto rosso, azzurro, o verde, ben aderente al corpo, con un bordo di diverso colore e talvolta ricamato. Le maniche rimanevano aperte nella costura anteriore, avevano bottoni d’argento così che si potessero chiudere quando lo si desiderasse. Attualmente questa foggia non è più di moda ed anche la camisola, ovvero il farsetto dello stesso genere, non viene più indossato dalle paesane. La gonna, di stoffa scura, con un bordo di colori vivaci largo dieci o dodici pollici, si chiama lu suncurinu ma quando è di buon tessuto oppure di seta, acquista l’appellativo di la valdetta. Anche il sotto gonna è di stoffa, ma di colore e qualità diversi; l’uno e l’altra sono molto ricchi, con innumerevoli pieghe in vita; si indossano sotto la giacchetta e ricadono sulle anche con molta eleganza.

La donna tempiese, quando esce di casa, solleva lu suncurinu e lo sistema sul capo con abilità e grazia particolari così che somiglia a un cappuccio maltese. La brillante e larga bordatura della sottana attenua il colore sobrio del tessuto e la giacca di velluto colpisce per la vivacità. Chi non ha visto indossare il suncurinu come gonna, non può immaginare come lo stesso possa trasformarsi in un elegante cappuccio.

Il semplice e raffinato copricapo, su cenciu, è costituito da un fazzoletto di seta dai colori vivaci, legato a forma di triangolo con tre nodi dei quali uno è fermato nella nuca e gli altri due sulla fronte. Somiglia, per certi versi, ad una coccarda ma sistemata in modo da evidenziare gli orli e la frangia in maniera civettuola, assai meglio di come usa la moda in altre parti d’Europa nelle quali si porta lo scialle come copricapo. Quando si è in lutto, le donne indossano bende bianche che per certi versi ricordano quelle delle monache. […]

Sarebbe impossibile quanto inutile descrivere i diversi costumi dei vari paesi radunati per l’occasione ma devo dire che Tempio, in occasione di questa festa, sfoggiò tanta vivacità, leganza e originalità come mai m’era accaduto di vedere in altri luoghi. Il mattino successivo fu dedicato a una battuta di caccia in onore del re e la sera si danzò e ci si divertì fino a tarda ora.

Il programma della domenica prevedeva la messa ed il Te Deum, il tiro al “bersaglio” ed il graminatogiu. Sulle prime due manifestazioni non è il caso che ci si soffermi, salvo dire che fu un bella giornata campale per i sacerdoti i quali effettuarono le manovre con grande ordine e precisione e con piena soddisfazione del loro augusto comandante in capo della chiesa sarda.

Il bersaglio, o gara di tiro, ebbe luogo fuori città, in un tratto di strada pianeggiante, al lato di una collina dalla quale si intravedeva uno scorcio pittoresco della vasta campagna verso il Monte Pulchiana. Furono sistemati un palchetto ed una tenda per il re e gruppi di persone stavano nei paraggi per partecipare alla gara oppure per assistere al divertimento nazionale preferito.

A Tempio esiste la fabbrica più importante di fucili sebbene le canne, che sono lunghe e leggere, siano costruite a Brescia. Vengono qui rifinite e sistemate nel calcio con notevole abilità. Sotto molti versi, il fucile somiglia al tophaic albanese, con la differenza che il primo è d’acciaio lucidato e cesellato mentre il secondo è solitamente rifinito con argento. Il calcatoio è un semplice cavo spesso, abbastanza flessibile, e chi non ha esperienza trova difficoltà a caricare il fucile. Il calcio è molto stretto e leggero per cui l’equilibratura del peso e della lunghezza creano problemi a chi lo maneggia per la prima volta. Anche per la gente del luogo, che usa il fucile con gran precisione e destrezza, l’operazione di carica è poco agevole poiché, per la flessibilità del calcatoio e la lunghezza dell’arma, che solitamente è sui 5 piedi e mezzo o 6, è necessario tenerlo inclinato verso il basso. Il prezzo di un fucile varia dalle 2 alle 12 sterline, a seconda delle rifiniture.

Il bersaglio fu uno spettacolo confuso e disordinato; nonostante già si sparasse da tre quarti d’ora, erano ancora in attesa del cimento 200 o 300 concorrenti, tutti bramosi di esibirsi nella prova di bravura e di tentare la fortuna. A circa 150 iarde era stato sistemato un piccolo bersaglio che veniva colpito una volta su tre. Quando fu centrato, il re dichiarò conclusa la gara, disponendo che al fortunato tiratore scelto fosse regalato un fucile a percussione a doppia canna col quale, con molta probabilità, non sarebbe stato in grado di sfoggiare la sua buona mira come con l’arma con la quale aveva vinto il premio.

La gara, comunque, non era riservata soltanto ai montanari galluresi dalla pelle scura, dalla lunga barba e dai lunghi capelli. Le mogli, le sorelle e le madri erano in grado di maneggiare il fucile come tante altre donne che avevano partecipato alla gara del bersaglio. Queste amazzoni galluresi, sebbene non fossero abilissime, costituirono la parte più interessante dello spettacolo e dalla loro disinvoltura nell’usare il fucile a scopo di divertimento, si può facilmente immaginare quel che sarebbero state veramente capaci di fare e, secondo quanto si dice, che abbiano fatto in casi di necessità. […]

Il re si diresse, quindi, verso il graminatogiu. […] Un graminatogiu o cardatura della lana, fa parte della tradizione ed è un gioioso passatempo tipico esclusivamente di Tempio e forse non si pratica in nessun’altra parte della Sardegna. Che sia sconosciuto altrove è un fatto singolare, né c’è una ragione particolare se non forse per la gran quantità di lana che si produce nel distretto della Gallura e che richiede una rapida lavorazione. Il fatto che gran parte degli uomini sia impegnata nella pastorizia, nel commercio ambulante o nel lavoro del cavallante, fa sì che le donne tendano ad incontrarsi. L’amore per il ballo e, soprattutto, quello comune per la poesia e per l’improvvisazione, se non è proprio la causa principale, può certamente agevolare il protrarsi di questa particolare tradizione.

In sostanza è una cosa buona, in quanto unisce l’utile al dilettevole nel modo che cercheremo di illustrare.

B ha una grande quantità di lana da cardare ed invita il resto delle consonanti dell’alfabeto tempiese a recarsi a casa sua a questo scopo. Ma B sa che le consonanti in se stesse sono mute e pertanto le vocali maschili vengono tacitamente incluse nell’invito affinché le consonanti si possano pronunciare. A loro volta, C e D rivolgono il loro invito «A casa». È un patto che implica reciprocità di servizio ma i suoi articoli segreti prevedono la partecipazione di amici (che non aiutano per niente), abbondanza di fiori, dolcetti e ballo a volontà, una volta che il lavoro della lana sia terminato. Poiché non figura nell’accordo nulla che generi contrasto fra le parti, ma al contrario tutto è pacifico, è così che la tradizione si rinnova di frequente.

Il graminatogiu allestito in occasione della visita del re fu molto diverso dal solito. Dopo che Sua Maestà ed il duca di Genova ebbero preso posto in fondo alla stanza attorniati dal loro seguito, vennero fatte entrare ventinove graziosissime e brave damigelle di Tempio, le quali si sedettero nel mezzo della sala con un cestino di fiori che si sistemarono davanti. A ognuna fu dato un pezzetto di lana da cardare finché la scena non fosse finita. […]

Fu infine convenuto che si consentisse il rovesciamento della tradizione e che le ventinove damigelle presentassero i loro bouquet ai cavalieri anziché riceverli. Il loro imbarazzo fu divertentissimo in quanto non sapevano quale fosse il cerimoniale da seguire in occasioni del genere e, dopo breve consulto, procedettero nel loro compito.

La principessa del graminatogiu, dopo aver scelto un mazzolino di fiori dal vaso, lo offrì al re. Totalmente e felicemente ignara del cerimoniale, con dolce innocenza e semplicità, la ragazza lo posò fra le mani del sovrano, come se egli fosse stato un pastore della sua terra natia, ed egli lo ricevette con un cenno di gradimento non meno divertito della differenza che vi sarebbe stata se l’omaggio fosse stato fatto a Torino anziché a Tempio. Il bouquet successivo, ovviamente, fu offerto al duca di Genova il quale lo accettò per il suo vero significato, vale a dire un invito al ballo.

Fui informato a questo punto da un amico al seguito del re, pratico di cose del genere, che probabilmente anche a me sarebbe stato offerto un bouquet in quanto ero l’unico straniero presente a Tempio. Debbo dire che non avevo proprio voglia di fare la mia prima comparsa nella mondanità sarda e di cimentarmi nel ballo per il quale ero proprio negato, né d’altronde avrei avuto una compagna con la quale poter scambiare parola a causa della mia ignoranza del sardo e, da parte di lei, dell’italiano, ragion per cui mi rifugiai in un angolo sicuro. La precauzione, però, a poco mi giovò perché, nonostante la posizione d’avamposto, una graziosa provocatrice scovò il mio rifugio e, offrendomi un bouquet, mi arruolò al suo servizio mentre le altre ventinove si procuravano il loro compagno.

Cominciò, infine, la musica ed il duca di Genova venne invitato dalla dama e noi tutti allo stesso modo ci sistemammo in cerchio e lo spettacolo ebbe inizio; […] In quest’occasione, nessuno si compenetrò nella vera atmosfera del ballo tondo ad eccezione di quelli che, veramente sardi di nascita e di educazione, avevano vissuto nell’atmosfera della corte di Torino senza perdere l’attaccamento alla loro terra. Sembrava che una nuova linfa fosse penetrata in loro attraverso il calore del ballo e, per quanto avessero sulle spalle “una sessantina di primavere”, parevano tornati alla vitalità dei trent’anni. D’altro canto, non era meno divertente vedere il viceré e le altre autorità contegnose, per i quali la danza non aveva il fascino nazionale, ornare il magico cerchio, un onore del quale avrebbero fatto volentieri a meno ma cui era opportuno non sottrarsi. Dopo alcuni valzer e quadriglie, la comitiva si sciolse e così ebbe termine il regale graminatogiu.

Ebbi successivamente occasione di assistere a questa festa in situazioni normali; si svolse in una stanza poco raccomandabile per pulizia e comodità.

C’erano le gentili “zitelle”, sedute sul pavimento, con le gambe incrociate ed un mucchio di lana vicino. Gli innamorati bighellonavano oziosi accanto: Celia e giovanile letizia, Lazzi bizzarri e giocosi inganni, Cenni e segni e sorrisi tiranni si susseguirono nella generale animazione e ilarità, quasi soffocando le note stridenti della chitarra.

I costumi non avevano l’encomiabile pulizia di quando furono esibiti davanti agli occhi regali. Perfettamente a loro agio nel loro abito quotidiano ma elegante, si adoperavano a lavorar la lana la cui quantità diminuiva o rimaneva stazionaria a seconda della voglia di lavorare o di oziare, oppure, per dirla in altri termini, a seconda della presenza o meno dei cavalieri. Ma le risate e le conversazioni furono improvvisamente interrotte dalla voce di uno degli astanti che iniziò a cantare accompagnato dall’immancabile chitarra. Spesso giungevano da più voci approvazioni di «bene, bene» per sottolineare l’eccellenza della composizione; una volta terminato il canto d’amore, l’eroe offrì all’eroina i fiori che erano stati oggetto della sua canzone. Lei li tenne sul petto con aria di trionfo e, dopo una breve pausa, chiese ad un’amica di rispondere in versi in sua vece. Postosi al suo fianco, l’uomo accertò il vero stato termometrico del cuore della fanciulla e, di conseguenza, il tipo di risposta che poteva dare e, ottenute da lei le tenere armi, le dettò, verso per verso, la risposta che ella cantò. Ogni verso mi fu scritto e mi fu tradotto così come veniva cantato e tale lo riporterò al lettore. Molti altri cavalieri del Parnaso si aggiunsero a questo torneo poetico nel quale l’amore era ovviamente il tema della composizione e diede luogo a molte altre «dolenti ballate» per il «ciglio della donna amata» ed alcune erano di notevole pregio. La parte manuale del graminatogiu stava ormai per concludersi ma era del tutto chiaro che i pensieri avevano seguito direzioni diverse dal rapido movimento delle mani nel cardare la lana.

L’ultima scena del primo atto si concluse senza tante cerimonie e quello successivo iniziò con l’offerta di dolcetti e rosolio e tale è la predilezione dei Tempiesi per i primi che un’oncia serve a ripagare 100 libbre di lana. C’è da dire che non disdegnarono di ricorrere a piccoli sotterfugi per mettersi in tasca, di nascosto, dei dolcetti e questa fu la cosa più divertente.

Si udivano da ogni parte il chiacchiericcio, lo sbatacchiare dei bicchieri, lo sgranocchiare dei dolcetti ed il generale “dolce far niente” si protrasse finché non giunse il segnale del ballo. Fu un «solo danza, niente lana».

Il risuonare della musica del ballo tondo fece scattare in piedi le ragazze che stavano a sedere con le gambe incrociate e le sollecitò a partecipare alla danza che durò per parecchie ore, quasi fosse la ricompensa per le due ore trascorse sedute a lavorare.

Una delle cose più divertenti fu osservare i lineamenti dei diversi ballerini dai quali trapelavano chiaramente i loro sentimenti. Si cantavano la gioia e la vanità di coloro che avevano ricevuto un fiore e “arrossivano alla lode della loro bellezza”; altre ragazze manifestavano la loro eccitazione per l’interesse e l’attenzione che destavano anche se non erano il soggetto preferito dei versi dei giovani poeti; il sorriso amaro e forzato dell’invidiosa, la rivalità latente, lo sguardo rapido ma indagatore che, di tanto in tanto, veniva lanciato nella stanza alla ricerca dei cavalieri, erano tutti sentimenti che si indovinavano nell’espressione dei volti in quella bella riunione.

D’altro canto, l’ansia di più di un corteggiatore di cantare il fascino della sua bella, con la fiduciosa speranza di guadagnare ai suoi occhi altri favori nel lodare in pubblico le sue virtù e l’apprezzamento o il dispregio reciproci dell’estro poetico erano in pari misura «scritti nelle loro fronti». L’unica espressione, che scaturiva da motivi prosaici e pratici, era quella della proprietaria della lana la quale manifestò le sue idee sulla infinita superiorità di un bel fiocco di lana ben cardato rispetto ai sentimenti poetici e al ballo.

Diventa difficile parlare della bellezza delle Tempiesi riunite in questa circostanza perché si potrebbe non rendere loro giustizia, si potrebbe correre il rischio di essere accusati d’aver descritto una rapsodia romantica da parte di coloro che non hanno mai avuto la fortuna di assistervi. Certo che manipolare un mucchio di lana sporca è una cosa tediosa, tuttavia la faccenda acquista del fascino quando il lavoro viene svolto da venti o trenta ragazze graziose, la cui gioventù e la bellezza vengono talvolta offuscate dall’eleganza del loro costume, le cui energie vengono impegnate in un lavoro che è anche un passatempo ed i cui sentimenti sono risvegliati dallo spirito della poesia e della passione. […] è opportuno sottolineare la particolare abilità dei Galluresi nelle composizioni estemporanee; per quanto l’amore per la poesia sia comune alla maggior parte della gente dell’Isola, si può affermare che il Limbara sia il Parnaso della Sardegna.

Negli “improvisatori” e nelle “improvisatrici” (dato che ambedue i sessi sono ugualmente dotati d’estro poetico) si trova stranamente conferma del detto che «poeta nascitur », anche perché l’attuale sistema scolastico, lungi dall’ampliare e dal migliorare, pare piuttosto comprimere e vanificare le capacità della fantasia. I Tempiesi, fin dall’infanzia, sono abituati a “balbettare versi e sussurrare canzoni”. Pochi, tuttavia, sono giunti ad alti livelli da farsi apprezzare come buoni poeti anche in terraferma. […]

Dopo la partenza del re, Tempio subito ricadde nel consueto stato di letargica apatia. Appassirono le fronde che avevano formato gli effimeri viali nelle strade, l’arco trionfale lasciò cadere il suo involucro di stoffa verniciata; le assi che lo sorreggevano furono in parte abbattute, le immondizie ripresero ad accumularsi dappertutto, abbondanti quanto prima. I cittadini bighellonavano con l’espressione di chi si è appena svegliato da un sogno dal quale il re è scomparso; il comandante ed il vescovo di Gallura poco avevano da fare se non guardar la gente, criticare, scambiare idee sui discorsi ed i fatti del seguito regale ed i petti rigonfi delle autorità andavano gradatamente sgonfiandosi dopo la recente esaltazione.

C’è poco da vedere a Tempio. Le strade, trattandosi di una città sarda, sono larghe ma sono pochi gli edifici che richiamano interesse. Quasi tutte le case sono fatte di granito rosso grigiastro, in quanto è il materiale più a buon mercato, e raramente vengono intonacate. Le più alte, non superano quasi mai i tre piani ed in ciascuna di esse vivono famiglie singole. Gli affitti sono cari in quanto per un appartamento non ammobiliato, di cinque o sei camere, di normale ampiezza, si pagano 5 o 6 sterline l’anno.

La cattedrale è un miscuglio di stili, alcuni evidentemente di antica data, ma fra i vari restauri e modifiche predomina l’italiano moderno. È vasta ed alta, e l’aspetto complessivo è gradevole. Essendo stata imbiancata di recente in onore della visita del re, aveva un aspetto particolarmente pulito. L’altare maggiore, con la bella balaustra di marmo colorato, il coro rivestito di quercia scolpita ed un nuovo pulpito di marmo, grande ma un po’ greve, sono le cose maggiormente degne di nota. Pochi i dipinti e di scarso valore.

Nel 1560 era soltanto una chiesa collegiata consacrata a san Pietro dal papa Gregorio XV; furono ripetutamente rivolte numerose richieste alla Santa Sede perché trasferisse a Tempio la sede vescovile di Civita (le cui funzioni si svolgevano, di fatto, nella chiesa di San Simplicio a Terranova). Queste richieste non ebbero esito felice fino al 1839, quando Gregorio XVI elevò la chiesa al rango di cattedrale (indipendentemente da quella di Ampurias e Civita) con un decano e dodici canonici, ai quali furono aggiunti di recente un altro canonico per sovrintendere all’attività musicale, e dodici “benefiziati”, che equivalgono ‒ all’incirca ‒ ai nostri canonici minori.

Oltre alla cattedrale, esistono in città tredici chiese ed altre dodici sono ubicate nei dintorni, ma non meritano particolare attenzione, salvo una che si può considerare interessante per la sua storia.

Fu costruita e dedicata alle “Anime del Purgatorio” da don Giacomo Misorro, un grosso proprietario terriero della zona di Pulchiana, sulla quale esercitava libertà e arbitrio illimitati; i paesi vicini erano meta delle sue scorrerie e delle crudeli vendette e Giacomo Misorro diventò il terrore di tutto il circondario. Una banda di derelitti fuorilegge lo seguiva fedelmente in tutte le sue nefandezze e una di queste ebbe luogo proprio nel sito in cui sorge ora la chiesa.

Essendo nata una controversia fra lui ed un vicino rivale, si verificarono a catena violenze e ritorsioni ma non si giunse al colpo finale fin quando don Giacomo seppe che venti uomini della parte avversa avevano fatto una spedizione a Tempio per danneggiare le sue proprietà. In poche ore radunò un gruppo dei suoi seguaci e, di notte, sorprese i nemici in una stretta gola nella quale si erano accampati. L’assalto fu improvviso e fulmineo: diciotto uomini vennero uccisi e dei due che fuggirono, uno fu ricatturato ed ucciso, l’altro condotto a casa di don Giacomo. Ma la semplice carneficina non parve sufficiente; al mattino l’uomo tornò a quel mattatoio umano e, guardando con gioia maligna le vittime straziate, fumò tranquillamente il sigaro e insolentemente rigirò i cadaveri e li prese a calci. Perfettamente sicuro che la legge e la giustizia non gli avrebbero dato fastidio, se ne tornò a casa ma, nel volgere di alcuni giorni, intuendo un pericolo o un tradimento nella trattativa di riscatto che stava negoziando con gli amici del suo prigioniero, palesò apertamente i propri sospetti e, estratta la pistola, sparò l’uomo al cuore.

Tuttavia, l’impunità, la potenza, e la ricchezza a nulla servirono per tacitare la sua coscienza. Come sono atroci i rimorsi e come è facile chiedere le indulgenze, fare penitenza, elemosine, donazioni e promesse! Don Giacomo andò a Roma ed ottenne l’assoluzione per questa e per tutte le altre enormi colpe che pesavano sulla sua sporca coscienza. Le leggende della Gallura non rivelano a quali condizioni ottenne il perdono; si sa soltanto che tornò a Tempio e costruì la chiesa “Del Purgatorio” nel punto esatto in cui aveva commesso il massacro. Sotto la protezione e la schiavitù dei preti, trascorse il resto dei suoi giorni fra messe e confessioni e, se queste si possono considerare un pregio, morì come il Corsaro «unito ad una virtù ed a mille crimini».

Il governo della diocesi non reca molti fastidi spirituali al suo capo con la mitra e, se si porterà nella tomba i capelli canuti, c’è da dire che questi sono diventati tali soltanto per le preoccupazioni finanziarie in quanto gli sono venute meno le decime che si dice ammontino complessivamente a circa 3000 scudi, ovvero più di 576 sterline. Alla partenza, tuttavia, Sua Maestà gli rimborsò tutte le spese sostenute nel corso del suo soggiorno a palazzo e, prima di partire, al mattino presto, si confessò da semplice cristiano.

Le istituzioni monastiche, a Tempio, non hanno trovato terreno fertile. Nel 1635 un Tempiese lasciò in eredità una somma per la fondazione di un monastero dei Cappuccini ma quel denaro andò a finire in altra direzione. Nel 1690 fu istituito un monastero di monache cappuccine ma le pie recluse litigarono fra loro e se lo scandalo veramente accadde, la loro filantropia fu talmente grande che, alla fine, il convento venne chiuso.

Anche i Gesuiti avevano una sede e la storia della sua soppressione, dovuta, pare, a causa di una donna, viene raccontata in modo diverso da uno storico religioso dei tempi nostri. Secondo quanto più verosimilmente si dice, una giovane, bella e ricca, appartenente ad una nota famiglia, aveva una particolare predilezione per un Gesuita, ovviamente contro il volere di genitori e amici.

Non si può dire se fra i due si fosse instaurato un sentimento platonico o di devozione oppure un onesto affetto naturale, oppure che, da parte del gesuita, vi fosse stata la preoccupazione spirituale di procacciare all’istituzione la di lei ricchezza, oppure ­ infine ­ di impedire che la medesima finisse in mani mondane, ma bastò soltanto che un altro spasimante, il quale, jure parentis, era il promesso sposo e, jure suo, il di lei innamorato, decidesse di dimostrare coi fatti ai Gesuiti quel che il Loyola aveva postulato, e cioè che «la ragione è del più forte e il più forte ha ragione». Era tarda sera quando il nostro eroe laico bussò alla porta del monastero e, concessagli licenza di entrare, dopo alcuni istanti, egli, con un pretesto, si ritirò dicendo che sarebbe tornato immediatamente. E lo fece, ma in compagnia di circa 200 uomini i quali afferrarono tosto i Gesuiti e, mentre una parte degli uomini armati si occupò di cacciarli via, gli altri si fermarono e distrussero completamente l’interno dell’edificio risparmiando solamente la chiesa di San Giuseppe.

Il palazzo del governatore, sede e seguito compresi, consta di tre stanze poste su un secondo piano, una domestica ed una sentinella alla porta. L’incarico non è da invidiare sia per la sinecura che per la retribuzione, ed è stato ricoperto soltanto di recente dopo essere rimasto vacante per parecchio tempo, in quanto fu difficile trovare qualcuno che si accollasse quell’ufficio. La famosa espressione di un soldato inglese, e cioè che «aveva dato in affitto la vita per ventun anni col rischio di venire ucciso per uno scellino al giorno», rende l’idea di un certo scorcio della vita di un povero governatore di Gallura. Si diceva che si fosse compromesso nell’esercizio del suo incarico intromettendosi nelle beghe di certe fazioni allora in lotta fra loro e, scoperto, nacque una protesta nei suoi confronti; per tacitarla, egli tentò di catturare ed imprigionare chi si era lamentato di lui. Seguirono ritorsioni e rappresaglie e, alla fine, il governatore ricevette un avviso di morte che è tipico della Sardegna. Durante la notte udì il rumore di un vetro infranto e, al mattino, osservando attentamente l’accaduto, trovò sul pavimento la pallottola fatale. È tradizione del luogo che quando si deve esercitare “la vendetta alla morte”, la parte che si vendica ne dia tempestiva notizia all’avversario gettandogli una pallottola attraverso la finestra, in modo tale che questi o ripari immediatamente l’offesa, oppure si rassegni a morire. Per un certo tempo il governatore usò tutte le precauzioni possibili sul quando e sul dove si recava ma, alla fine, dimenticò l’avvertimento, forse ritenendo di essere ormai fuori pericolo. L’assassino, però, non aveva cessato di tenerlo d’occhio come un falco e lo uccise quando quello meno se lo aspettava. Ulteriori notizie fanno sapere che egli non fu l’unico governatore della Gallura al quale fosse stato riservato questo metodo sommario di farsi giustizia o di vendicarsi.

Un mio amico che vive in Sardegna ricevette due volte questo grave avvertimento. In un caso, conosceva la persona che gli aveva inviato la pallottola e, conscio di non aver offeso l’uomo e che il suo risentimento potesse nascere da un equivoco o da informazioni false, affrontò coraggiosamente l’avversario, gli spiegò ogni cosa e giunsero a una riconciliazione. In un incontro che fra loro avvenne successivamente, egli rivelò il modo in cui avrebbe ucciso il mio amico. Ora vivono in ottimi rapporti e nessuno dei due ha intenzione di recare fastidio all’altro ed ancor meno di osare di lamentarsi presso qualsiasi tipo di autorità. Si afferma che questa tradizione sia stata automaticamente suggerita e fatta valere dai preti i quali, non avendo l’influenza o il potere sufficiente di scongiurare gli assassinii, tentarono almeno di aggiungervi un pochino di carità e di rispetto dell’onore; una dimostrazione che la confessione e l’assoluzione valgono più della legge e della giustizia.

Secondo il censimento di recente effettuato, la popolazione di Tempio ammonta a 9941 abitanti nell’intero Comune, compresi i pastori e le famiglie che vivono nelle case sparse nel territorio, ma che hanno, tuttavia, residenza in città. Queste famiglie e gli agricoltori costituiscono la maggior parte della popolazione. Ad eccezione della fabbrica dei calci di fucile, alla quale si è fatto cenno in precedenza, non esistono attività industriali. Il rimanente della popolazione maschile è costituito da viandanti e cavallanti che, se non sono impegnati in modo continuativo in quel lavoro, viaggiano senza sosta con la loro mercanzia, vendendo per proprio conto, o per conto terzi.

Dal punto di vista fisico, i Tempiesi sono robusti, atletici e forti; la loro costituzione si rafforza col lavoro che svolgono. La voglia di lavorare (costituiscono una delle poche eccezioni, rispetto all’indolenza e all’apatia generale dei Sardi) li spinge ad emigrare così che li si può trovare in quasi tutte le più importanti città dell’Isola; per la loro operosità vengono chiamati gli “Ebrei della Sardegna” ma, poiché sono modesti, si sentono più a loro agio se li si chiama gli “Ebrei della Gallura”, molto più che se li si definisse un “lazzarone” di Cagliari. Sotto molti versi somigliano ai gallegos spagnoli la cui onestà e grande rettitudine, per quanto siano dediti a incombenze faticose e talvolta umili, hanno onorato la loro zona d’origine.

La parte femminile della popolazione tempiese è altrettanto laboriosa, onesta e dedita alla casa. Fin dall’infanzia, le donne sono avvezze alle fatiche e questo fatto, unitamente al clima freddo, influisce sul relativo ritardo col quale giungono alla maturità perché, parlando in generale, non arrivano all’età del matrimonio prima dei quindici anni la qual cosa, nel quarantesimo grado di latitudine, è un fatto rilevante. Sono di bella presenza, anche se non hanno il provocante e voluttuoso rigoglio delle donne delle zone meridionali dell’Isola.

I Tempiesi, quanto alle loro doti spirituali e intellettuali, sono per natura scaltri e intelligenti e quando il loro talento ha avuto modo di affinarsi, si sono affermati nella vita e ciò grazie all’istruzione ricevuta lontano dalla loro terra. Soltanto dal 1821 è stata istituita la scuola elementare. È frequentata da 130 alunni e questi, sommati, all’incirca, allo stesso numero di quelli che frequentano il ginnasio, danno una proporzione di quasi uno su trentatré “istruiti” ­ per usare la loro espressione ­ sul complesso della popolazione. Quelli in grado di leggere stanno al di sotto di questa cifra né si colgono segni di grande interesse letterario o di particolari progressi anche da parte di chi sa leggere, in quanto i libri sono rari salvo la piccola biblioteca del collegio delle Scuole Pie.

Dal 1674 al 1688, i Tempiesi chiesero ripetutamente al re di Spagna la concessione del regime di città ma senza successo fin quando, tre anni fa, Carlo Alberto concesse il favore a lungo desiderato, ma sarebbe difficile dire quali vantaggi particolari ne siano derivati, salvo la gratificazione della vanità e la rivalità nei confronti delle altre municipalità.

Uno scarabocchio della penna del re di Sardegna è, quindi, cosa assai più semplice dei lunghi dibattiti e dei ponderosi resoconti parlamentari sulle corporazioni municipali che avvengono in altri Paesi, ma non c’è dubbio che la concessione del re sia stata, per gli effetti del centralismo, più dannosa che vantaggiosa. Per la verità, fu accolta con entusiasmo e gratitudine, almeno a giudicare dalle numerose epigrafi in latino ed italiano relative a questo avvenimento, sistemate dappertutto in città in occasione dell’arrivo di Sua Maestà, e che lo glorificavano per tale presunta benedizione.

Forse, l’inconscio significato di municipalità che nutre il re è costituito da una bella uniforme di sindaco; […] I pochi archivi esistenti in città contengono per lo più ordinanze pontificie ed altri documenti relativi a questioni ecclesiastiche; per la maggior parte sono contemporanee e di scarso interesse dal punto di vista generale della storia.

Tempio, trovandosi in posizione elevata ed esposta ai venti, non viene colpita dall’intemperie ed è un luogo salubre per quanto freddo e leggermente umido a causa della sua vicinanza alle vette del Limbara che vanno a perdersi fra le nuvole; a novembre, le cime si ornano del diadema della neve che dura fino ad aprile, mentre in estate il caldo è molto intenso a causa della rifrazione del sole sul granito.

Il poco tempo disponibile mi consentì di fare soltanto una fuggevole conoscenza del monarca Limbara; ebbi l’onore della sua ospitalità «sub Jove frigido» e conobbi i discendenti minori della sua casata, delle sue nevi, dei suoi dirupi e precipizi, delle fonti e delle sue lunghe valli.

Questo magnifico massiccio granitico decresce verso settentrione in montagne minori che si susseguono fino a raggiungere la costa, ma a sud è caratterizzato da un aspetto irto e s’innalza repentinamente dalla pianura.

Punta Balestrieri, la cima più alta, si erge per 4396 piedi sul livello del mare; la salita e la discesa richiedono un’intera giornata ma la fatica è ben ripagata da un panorama magnifico, sebbene non spazi tanto lontano come l’altezza indurrebbe a far pensare. Il fatto è che le colline intermedie impediscono la vista del mare verso le coste di Alghero e Terranova mentre le montagne del Goceano e del Gennargentu, a sud-ovest ed a sud, racchiudono il panorama.

I numerosi ruscelli e le sorgenti danno freschezza e verde alle zone montuose, in violento contrasto col freddo granito nudo e si ha l’impressione che l’uomo abbia sfruttato ogni tratto di terreno coltivabile.

Una cascatella di circa trenta piedi, che si chiama Il Pisciaroni, costituisce il barometro della zona perché nelle giornate calme e tranquille se ne ode appena il rumore a Tempio, ma quando diventa molto forte, allora è segno dell’approssimarsi del maltempo.

Raccontano che un’altra fonte, che si chiama Franzoni, in certe stagioni sia talmente fredda da spaccare il bicchiere dentro cui si versa la sua acqua, come pure dicono che il vino perda il colore dopo alcune ore che vi sta immerso.

La Punta Balestrieri [Balistreri] deriva il nome da una numerosa famiglia, famosa fino a qualche tempo fa per le lotte contro le angherie cui i nobili sottoponevano i vassalli e gli altri sottomessi. Un barone, innamorato di una figlia dei Balestrieri, usò ogni mezzo per farla sua ma, non riuscendoci neanche dietro promessa di matrimonio, egli le fece delle proposte che non soltanto fecero crescere la ripugnanza della giovane ma la costrinse a chiedere l’aiuto del padre. Ne scaturì una lite; le due parti si giurarono vendetta ed il ricco pretendente fu ucciso nei pressi di casa sua. I nobili si coalizzarono contro l’assassino e la sua famiglia, non soltanto per l’episodio in sé, quanto per l’affronto che era stato fatto ad una classe privilegiata. I vassalli e i villici, dal canto loro, si schierarono sotto l’egida dei Balestrieri, per difendere la propria vita e i loro beni.

Molte furono le sortite da ambo le parti e i nobili, dopo essere stati battuti anche in piccole scaramucce, decisero di organizzare insieme una grande spedizione per stanare i nemici dalle montagne e sterminarli. Dopo aver perlustrato le valli e le forre della parte inferiore del Limbara, si stavano inerpicando in una gola stretta e ripida nel silenzio di una notte buia quando, all’improvviso, una voce giunse ai loro orecchi: «Eccomi!». Era la voce del padre che aveva salvato l’onore della figlia a rischio della vita; dall’anfratto nel quale egli e i suoi compagni si erano nascosti, fecero partire sugli avversari una mortale sequela di fuoco. Caddero tutti ed il sentiero fu all’istante ricoperto dei loro corpi. Fu un grande massacro e quasi tutte le famiglie nobili di Tempio ebbero a piangere la perdita di un parente.

Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione dell’utilizzo della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

 Disegni, dipinti e litografie dell’800

Nicola Benedetto Tiole, Tempiese, ca 1819-1826, IN Nicola Tiole, Album di costumi sardi riprodotti dal vero (1819-1826), saggi di Salvatore Naitza, Enrica Delitala, Luigi Piloni, Nuoro, Isre 1990.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Miliziani in servizio [ritaglio], ca 1826-1839, IN Alberto Della Marmora, Voyage en Sardaigne, ou Description statistique, phisique… Atlas de la première partie, 1. ed. Paris, Delaforest 1826; 2. ed. Paris, Bertrand – Turin, Bocca,1839.

Giovanni Marghinotti, Re Carlo Alberto, 1842, IN Palazzo comunale di Tempio Pausania, foto di Franco Pampiro.

Aldo Fornoni, Tempio, 1951, IN Costumi popolari italiani, Milano, Gorlich, 3 v., 1951-1958 (1: Italia meridionale, Sicilia, Sardegna, 1951) [chiara riproduzione della venditrice di sapone di Tempio di Pittaluga 1826, poi riprodotta anche da Baldassarre 1841].

Alessio Pittaluga, Pastora della Gallura, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Vestimenti sardi in serie – Tempio, ca 1826-1839, IN Alberto Della Marmora, op. cit.

Nicola Benedetto Tiole, Femmes de Tempio vués par derriere [= Donne di Tempio viste da dietro], ca 1819-1826, op. cit.

Fucili di Tempio, IN Giuseppe Sotgiu, I fucili di Tempio, Tempio, Accademia Popolare Gallurese G. Gabriel, 2012.

Lorenzo Pedrone, Pastore della Gallura, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Graminatorgiu, 1826, IN La Marmora, op. cit.

Philippine de La Marmora, Tempio, 1860, op. cit.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Graminatorgiu, 1826, IN La Marmora, op. cit.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Ballo sardo, capo di Sassari, 1826, IN La Marmora, op. cit.

John William Cook, Graminatorgiu a Tempio, immagine nel libro, ca 1843-1849.

Luciano Baldassarre, Ballo tondo, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna op. cit.

Bartolomeo Pinelli, Costumi di Tempio, ca 1828, IN Raccolta di costumi italiani i più interessanti disegnati ed incisi da Bartolomeo Pinelli nell’anno 1828.

Archivio di stato di Cagliari, Chiesa e convento delle monache, 1821

Giuseppe Cominotti, Saluto tempiese, 1825, IN Francesco Alziator, La raccolta Cominotti cit.

Jean Baptiste Barla, Principale tempiese, 1841 (coll. Angelino Mereu).

Jean Baptiste Barla, Viandante tempiese, 1841 (coll. Angelino Mereu).

Agostino Verani, Tempio, ca 1806-1815, IN Scoperta della Sardegna. Antologia di testi e autori italiani e stranieri, a cura e introduzione di Giuseppe Dessì, Milano, Il Polifilo, 1967.

Archivio di Stato di Cagliari, Elevazione di Tempio a città del Regno.

Carlo Brundo, Picco Balistreri. Racconto storico del sec. XVII, Cagliari, Timon, 1875, rist. Istituto Giulio Cossu, Tempio, 2012

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

Collezione Erennio Pedroni, Gianfranco Serafino, Vittorio Ruggero – Tempio Pausania

Foto contemporanee

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