TEMPIO

di M. Valery

Bibliotecario del Re al Palazzo di Versailles e di Trianon

Viaggio in Sardegna

Parigi 1837

Traduzione a cura di Maria Grazia Longhi
Nuoro, Ilisso, 1996 (Bibliotheca Sarda, 3)


I monti del Limbara, una delle più alte catene di montagne della Sardegna il cui picco principale, il Giugantino, s’innalza di 1.217 metri sopra il livello del mare, questi monti che dalla pianura presentano con le loro creste frastagliate un così pittoresco aspetto, sono irrorati da abbondanti sorgenti e da numerosi ruscelli che scendono fino al mare. […]

I boschi che ho attraversato sui fianchi del monte Limbara offrivano un gran numero d’alberi da frutta diventati selvatici.

Qualche albero abbastanza alto era stato barbaramente bruciato e tagliato dai pastori, per darne in pasto al bestiame le foglie. Il ferro e il fuoco dei pastori devastano impunemente le altre foreste della Sardegna. Non si notava nessuno di quegli alberi colossali, liberi monumenti della natura che la mano dell’uomo migliora. La conservazione delle foreste è qui molto trascurata, pressoché nulla. […]

Tempio, capoluogo della Gallura, è a cinque ore da Berchidda; ci si arriva solo attraverso gli spaventosi sentieri del Limbara dove la prudenza ordina frequentemente di mettere i piedi per terra.

Arrivai a Tempio nel giorno e nel momento dell’ingresso del vescovo appena nominato. Tutti gli abitanti di questo grosso villaggio erano andati per circa mezza lega incontro al prelato; nel corteo, una rumorosa cavalcata indipendente dalle autorità civili e militari, c’erano più di trecento uomini, contadini dalla folta barba armati di fucili e di coltellacci, abati e canonici anch’essi a cavallo, col parapioggia sotto il braccio, benché il tempo fosse molto bello. […]

Questo ricco paese di Tempio è costruito, come la maggior parte degli altri villaggi della Gallura, interamente in pietre d’un granito grigio durissimo e molto brillante.

Alcune di queste alte case, con un po’ d’architettura, sarebbero dei palazzi degni di Venezia, di Roma o di Firenze.

Malgrado la sua prosperità e la popolazione di 9.765 abitanti (compresi gli stazzus o capanne di pastori), Tempio era condannata a rimanere villaggio dal momento che era feudo e che il re non poteva nominarvi gli impiegati. Solo dopo la soppressione del feudalesimo è stata di recente dichiarata città.

Una graziosa e abbondantissima fontana d’acqua eccellente, anch’essa in granito, con abbeveratoio e lavatoio, costruita nel 1830, è stata a torto imbiancata; il luccicore grezzo e naturale del granito sarebbe infinitamente preferibile a un intonaco del genere.

Ho ammirato la disinvoltura delle belle ragazze di Tempio, il loro corpo slanciato, quando, ben vestite e a piedi nudi, venivano ad attingere l’acqua alla fontana, portando con leggerezza e senza mai toccarlo il secchio sulla testa.

Una signora della buona società di Tempio ebbe la cortesia di presentarmene una alla quale aveva fatto indossare l’abito della festa, uno smagliante costume di panno scarlatto con eleganti bottoni d’oro.

La più bella vista di Tempio si gode dalla cappella di San Lorenzo che appartiene all’onorata ed eccellente famiglia Sardo della quale la commovente, patriarcale ospitalità mi ha lasciato un profondo ricordo. Questo panorama, un misto di colline, di scogli, di valli e di mare, possiede più o meno le caratteristiche comuni alle altre vedute della Sardegna.

La salubrità, la leggerezza dell’aria di Tempio hanno prodotto la salute, la freschezza, la forza, la bellezza, il coraggio e l’intelligenza degli abitanti; come quelli della Gallura, essi sono a ogni riguardo i più famosi dell’Isola.

Secondo Giovanni Francesco Fara, scrittore del XVI secolo, storico elegante della Sardegna, ma forse un po’ chimerico, la Gallura sarebbe una colonia gallica; lo stemma è un gallo e si potrebbe anche trovare una certa analogia tra la vivacità del carattere naturale degli abitanti e lo spirito francese. L’etimologia data dal vecchio storico nazionale sembra preferibile a quella del diffuso commentatore di Dante, Cristoforo Landino, che fa derivare lo stesso nome da certi conti pisani il cui stemma raffigurava un gallo.

La generosità e l’onore battono nel cuore di questi montanari. […] Fra tutte le province sarde la Gallura era stata la prima a rovesciare quasi il giogo feudale. La desuetudine, così applicabile a questo genere d’abusi, e qualche fucilata erano stati sufficienti. Questa sorta d’affrancamento spiega la superiorità degli abitanti della Gallura sugli altri Sardi e il benessere di cui godono. Hanno anche trovato il modo di sfuggire alla cattiva giustizia del paese, facendo decidere i processi da arbitri che scelgono tra di loro, una specie di giuria convenuta di cui essi rispettano i verdetti.

L’avanzamento sociale, il progresso dei pastori della Gallura non ne ha per niente alterato il carattere e la fisionomia poetica. Continuano a cantare i loro versi improvvisati accompagnandosi con la chitarra. […]

La canzone del montanaro sardo non è pertanto che l’espressione del pensiero evangelico sul diritto alla propria conservazione, adottato come regola dai casisti e dai teologi, e più umana, più liberale di tutti i nostri codici. Il nascitur poeta è vero a Tempio perché solo coloro che siano dotati del talento dei versi si dedicano alla composizione.

La facilità poetica dei Sardi sembra antica e potrebbe proprio risalire a quel bizzarro Tigellio, interminabile improvvisatore di Cesare e di Augusto […].

Le donne della Gallura sono dotate allo stesso modo del talento dell’improvvisazione; esse l’esercitano con canti alterni, mentre tessono la lana; quando arriva uno straniero, una di queste Corinne paesane si alza, gli offre un fiore e gli dedica una strofa.

Una triste circostanza risveglia ancora il loro estro: le prefiche sono celebri per il pathos delle lamentazioni attorno alla salma e nel funerale.

I diversi dialetti rivali della Sardegna, ognuno dei quali si vanta d’essere il vero e primitivo sardo, sono pieni di termini arabi, spagnoli, italiani, greci, cartaginesi, latini, e sono dialetti dotti, poetici. Il dialetto della Gallura, il più moderno e che sembra un pisano alterato, è allo stesso tempo aggraziato, tenero, appassionato o satirico.

Don Gavino Pes è, per la purezza e il sentimento, il Metastasio di questo dialetto, e forse è migliore del Metastasio. Molte sue poesie sacre, così come l’ode alla fortuna di Salvatore Sanna, superiore al celebre luogo comune del genere lirico francese, farebbero onore alle letterature più colte.

Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione dell’utilizzo della traduzione


FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Lorenzo Pedrone, Pastore della Gallura, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Archivio di Stato di Cagliari, Concessione a Tempio del titolo di città, 1836.

Giovanni Marghinotti, Re Carlo Alberto, 1842, IN palazzo comunale di Tempio Pausania, foto di Franco Pampiro.

Agostino Verani, Tempio, ca 1806-1815, IN Scoperta della Sardegna. Antologia di testi e autori italiani e stranieri, a cura e introduzione di Giuseppe Dessì, Milano, Il Polifilo, 1967.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Vestimenti sardi in serie – Tempio, ca 1826-1839, IN Alberto de La Marmora, Voyage en Sardaigne, ou Description statistique, phisique… Atlas de la première partie, 1. ed. Paris, Delaforest 1826; 2. ed. Paris, Bertrand – Turin, Bocca,1839.

Henri Louis Avelot, Tempio, ca 1894-1902, IN Marius Bernard, Autour de la Mediterranée. L’Italie. (De Ventimille à Venise), Paris, ed. Henri Laurens, 1894-1902.

Alessio Pittaluga, Pastore della Gallura, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Bartolomeo Pinelli, Costumi di Tempio, IN Raccolta di costumi italiani i più interessanti disegnati ed incisi da Bartolomeo Pinelli nell’anno 1828.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Graminatorgiu, ca 1826-1839, IN Alberto de La Marmora, Voyage en Sardaigne op. cit.

Philippine de la Marmora, Tempio, 1860, IN Costumi ed abbigliamenti delle popolazioni nel Regno Sardo, 1860 (collezione Della Maria), www.consregsardegna.it.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Attito in Tempio, ca 1826-1839, IN Alberto de La Marmora, Voyage en Sardaigne op. cit.

Don Baignu (Gavino Pes), Tutti li canzoni, Cagliari, Della Torre, 1981.

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

Collezione Erennio Pedroni, Gianfranco Serafino, Vittorio Ruggero, di Tempio Pausania; Rotary Tempio; Almanacco Gallurese

Foto contemporanee

propria foto – Flickr; Danilo Loriga; Vittorio Ruggero – Flickr


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