ANDARE IN SARDEGNA
di
M. Menicucci
in
LE VIE D’ITALIA
Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO
Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche
n. 1 – Gennaio 1939
(pp. 65 – 80)
Una volta, in Sardegna si andava o a caccia, o per far carriera, o per punizione. L’isola, che fu l’origine prima del nostro Regno, era così lontana dalla nostra mentalità, e ci appariva così diversa nei suoi pittoreschi e severi usi e costumi, nelle sue tradizioni secolari, nel suo dialetto quasi incomprensibile, che, andare in Sardegna, per qualcuno era lo stesso che passare il confine e avventurarsi fra stranieri.
Moltissima letteratura fiorì allora intorno all’isola dei Nuraghi, che forse si sarebbe avvantaggiata maggiormente del silenzio, poiché gli scrittori, seguendo la moda di quel tempo, che pareva provasse un gusto matto a invilire le cose nostre, scelsero, come argomenti preferiti, il brigantaggio, la delinquenza, le lunghe e sanguinose vendette familiari e la malaria.
Pochissimi descrissero l’isola nella sua pittoresca bellezza, pochi s’interessarono della sua letteratura regionale, nessuno – soprattutto fra i nostri uomini di Governo – pensò di ovviare ai gravissimi inconvenienti sotto cui giaceva avvilita e abbandonata la bellissima Sardegna.
Erano tutte cose, queste, che certamente non invogliavano il «continentale» a seppellirsi in quella terra malsana, che aveva scarse, difficilissime e poco sicure comunicazioni, e che si diceva semi-barbara e ostile ai forestieri.
Qualche voce isolata si levava in mezzo a questo coro di notizie disastrose e parlava di bellezze paesistiche, di foreste magnifiche, di una straordinaria ricchezza di fauna venatoria, di costumi curiosi e di belle donne. E rivelando in equa misura gl’inconvenienti del luogo, chiedeva. ai governanti di allora un’opera fondamentale di risanamento e di valorizzazione. Ma nessuno voleva ascoltare. I facili dissertatori trovarono l’ambiente favorevole alle loro catastrofiche deduzioni: si arrivò persino ad affermare che questa popolazione, composta di individui di media statura, misteriosa nei suoi relitti preistorici, incomprensibile nel suo dialetto, appartenesse addirittura ad una razza diversa da quella italiana. Vi fu qualcuno che, nientemeno, osò accennare ad una discendenza dai popoli pigmei dell’Africa, e soltanto la riesumazione degli scheletri nuragici valse a coprir di vergogna e di ridicolo questa assurda ipotesi. Non si pensava che la vita trascorsa in terra malsana, al sole e al vento, abbisognava invece di nervi e di muscoli saldissimi, a prova della saldezza e della tenacità della razza.
La Sardegna venne, così, abbandonata a sé stessa. La malaria imperversò, penetrando nell’interno e raggiungendo, a causa del vento che trasportava le zanzare, altitudini dove pensavasi che non potesse arrivare.
Il patrimonio forestale, che un tempo occupava un quinto della superficie di tutta l’isola, si ridusse a un diciannovesimo; le acque, non più trattenute dalle foreste, dilavarono il terreno e causarono piene rovinose ed altrettanto rovinosi periodi di siccità; i venti – sopra tutto l’africano, torrido e asciutto – non trovando ostacoli, rovinarono, nelle implacabili «strette», migliaia e migliaia di ettari di grano giunto a maturazione.
Si era, insomma, creato uno stato di cose, a riparare il quale non bastavano più palliativi o mezze misure. Occorreva troncare il male alle radici, profondere milioni e valorizzare finalmente la terra e i suoi abitanti.
Rinascita.
E la rinascita arrivò col Fascismo, che si è prodigato e si prodiga a curare energicamente e con tenace alacrità i mali dell’isola.
Oggi un fervore di vita e di provvidenze ha rinnovato tutta la Sardegna. La grandiosa opera di bonifica, col risanamento delle zone malariche e il prosciugamento di alcuni stagni, fu il colpo di leva che eliminò la condizione più sfavorevole all’abitabilità di questa terra.
Nel 1933 vennero bonificati 825.000 ettari di terreno. Mussolinia, la bella cittadina che ospita 3000 agricoltori, sorge su l’area già occupata dallo stagno di Sassu; la vita ferve dove un giorno regnava la morte.
È stata grandemente migliorata la rete stradale di grande comunicazione; moltissimi tronchi furono costruiti per facilitare i contatti fra i centri montani, una volta isolati; grandi acquedotti furono creati a colpi di milioni; si è costruito il grande bacino del Tirso, il più vasto d’Europa, e quello del Coghinas, che danno complessivamente origine a una potenza di 60.000 CV. Con questi c con quello in costruzione sul Flumendosa non solo si potrà fornire energia elettrica per 240 milioni di KW – ora, a tutta l’isola, ma anche acqua per irrigare 150.000 ettari di terreno e renderlo interamente produttivo. Altri bacini sono in progetto, fra i quali quello del Taloro, sulla strada Sorgono-Gavoi, e nuove città sorgono, a valorizzare sempre più questa terra, fra le quali Carbonia, inaugurata il 18 dicembre.
La Sardegna si avvia sempre più sicuramente verso un avvenire di prosperità e di ricchezza. Il turista non vi trova più soltanto il pittoresco per i suoi appunti di folclore, ma anche, e soprattutto, un luogo che si potrà visitare con ogni comodità mediante un servizio di trasporti di prim’ordine già in corso di attuazione. Egli potrà così godere in pieno delle bellezze dell’isola, sia che abbia per meta i caratteristici e stupendi altopiani a pascoli del Gerrei, o il su Teccu o la marina dell’Ogliastra o i vigneti del fertile Campidano, sia che preferisca l’orrido pittoresco della zona di Nuoro, Monte Albo, Cala Gonone o l’indimenticabile visione alpestre della strada più alta di Sardegna, o quella che da Nuoro va a Dorgali, Baunei, Tortoli, Lanusei, Passo di Correboi, Fonni; quando non voglia procurarsi la contrastante visione del verde Logudoro e dei deserti altipiani granitici dell’interno, recandosi da Nuoro a Cantoniera del Tirso, a Bono, Pattada, Ozieri, Oschiri, Buddusò, per poi tornare ancora a Nuoro attraversando la Colonia Agricola di Mamone.
Compiuti i grandiosi lavori stradali in corso, un altro comodo servizio di autobus permetterà al turista la visione sintetica di tre tipi profondamente diversi di paesaggio, quelli di Anglona, Gallura, Logudoro; mentre la più estesa visione di Capo di Sopra, con tutte le sue caratteristiche, gli sarà offerta dall’itinerario Sassari-Osilo-Tempio-Impianti del Coghinas-Ozieri-Macomer-Bosa-Villanova Monteleone-Scala Piccada-Alghero.
Se poi il turista si interessa del settore minerario, dovrà includere nel suo programma di viaggio l’itinerario da Sassari ad Argentiera, Val Canaglia, Porto Torres, Sorso, che, oltre alle miniere, gli permetterà di vedere il Golfo dell’Asinara e l’agro sassarese. Da Cagliari potrà invece recarsi a visitare i principali centri minerari della zona, oppure percorrere la favolosa Barbagia coi suoi monumenti preistorici e la grande bonifica di Mussolinia.
Superbe bellezze naturali.
La bellezza panoramica della Sardegna è sempre varia e sempre interessante. I profili dei monti, così rudi e isolati, danno all’isola l’incanto di un paese selvaggio; i boschi, che si stendono sui fianchi delle montagne o nelle chiuse vallate, ricchi di querce, di sempreverdi, di frassini, olmi e olivi selvatici, si differenziano profondamente da quelli dei nostri paesaggi alpini e appenninici, perché mancano di abeti e di faggi, così frequenti invece nelle montagne della Penisola. I grandi sughereti (notissimo quello di Gallura) dannò origine a un’industria locale fiorentissima.
Ma la vegetazione più caratteristica dell’isola è la macchia, ormai destinata a scomparire in un tempo più o meno prossimo, sotto l’aratro e la vanga. Questa vegetazione bassa, folta, profumatissima, che copre montagne e valli, è costituita in gran parte da piante aromatiche (lavanda, melissa, salvia, timo, rosmarino, mirto, ginepro), che fioriscono in grandi cespugli, mettendo nel rude paesaggio l’infinita grazia delle loro corolle profumate. Ad essi si alternano le macchie brune dei cisti e dei lentischi, delle euforbie e delle palme nane, chiamate dal popolo palme di S. Pietro e utilizzate in una fiorente industria popolare di lavori d’intreccio.
Alle piante aromatiche si alternano piante medicinali: la digitale purpurea, lo stramonio, la genziana, l’assenzio, l ’altea e il papavero; ed anche questa produzione, bene organizzata, potrebbe costituire una fonte di guadagno per la popolazione rurale.
A queste zone di verde succedono interi campi d’asfodeli fioriti, di narcisi, di orchidee, di gigli, alternati a cespugli di pruno spinoso, che talvolta fioriscono in pieno inverno insieme a mandorli e a peschi.
Delizia dei cacciatori.
Naturalmente, in questi luoghi così folti di vegetazione è abbondante la fauna, delizia dei cacciatori, che vengono da luoghi anche lontanissimi, per avere l’emozione di cacciare il muflone (la cui conservazione è, però, opportunamente tutelata), il cervo, il daino, il capriolo, il cinghiale, non trascurando magari la donnola dai piedi rossi, il gatto selvatico e accettando con entusiasmo di tirare ai fenicotteri, difficilissimi ad avvicinarsi, o alla squisita pernice sarda o a quello splendido pollo sultano che non manca in nessuno stagno. Ma se la Sardegna è il paradiso dei cacciatori, è anche una sorgente inesauribile per lo storico, il letterato, il curioso. Già si sa quanti studiosi si sono sbizzarriti sui famosi Nuraghi, che, tuttora avvolti nel mistero, stanno a dimostrare la civiltà dei protosardi, di cui son figli non degeneri i Sardi di oggi, intelligenti, valorosi e leali.
Usanze pittoresche
Anche nelle cerimonie e nei riti, consacrati da una lunga tradizione, i Sardi conservano intatto il costume antico, assolutamente caratteristico, che potrebbe ispirare un poeta per la sua ingenua leggiadria.
Le belle fanciulle sarde cominciano per tempo a interrogare il destino sulle loro nozze. Tante volte il cuculo farà sentire il suo monotono grido, tanti anni mancheranno ancora al fausto evento. Anche il giovanotto pensa presto a scegliersi una sposa, e non appena la fanciulla ha dato segno di gradire la corte dell’innamorato, questi si affretta a mandare a casa sua il paraninfo o «appaiadore», che, appena entrato, racconta con voce lamentosa di aver perduto un’agnelletta che gli era tanto cara, e di esserne disperato. Il padrone di casa si affretta a dirgli che egli di agnellette ne ha tante e che è ben lieto di metterne una a sua disposizione. Dopo di che, entrambi entrano in una stanza, dove la fanciulla attende tutta agghindata. Appena l’appaiadore la vede, grida: – Questa è l’agnelletta mia! – E, senza altre cerimonie, il fidanzamento è così combinato.
La rottura di questo legame avrebbe conseguenze gravissime ed è talvolta causa di vendette sanguinose, che dividono le famiglie per parecchie generazioni. Ma ciò capita molto di rado, e al fidanzamento succede presto il rito del matrimonio. Durante questa cerimonia si forma un corteo per portare la dote e le masserizie della sposa a casa dello sposo. Segue una cavalcata solenne, preceduta dalla sposa biancovestita, che impugna una conocchia adorna di nastri.
E nell’alcova nuziale, dove la sera i due sposi si ritireranno, nessuno spegnerà il lume, per non morire di morte prematura. La fiamma si estinguerà da sé, illuminando l’alba di una nuova famiglia.
Ed ecco il piccolo che sta per nascere. Le amiche della sposa gli hanno preparato il corredino davanti al focolare acceso, ciò che gli sarà di buon auspicio. Il battesimo sarà sontuoso e il neonato riceverà subito parecchi amuleti che dovranno liberarlo dal malocchio.
Se è maschio, divenuto grande, seguirà presto suo padre nei lavori di campagna e nella custodia del gregge; se è femmina, rimarrà in compagnia della madre, a sorvegliare con lei l’andamento della casa.
Nessuno ha spento il lume nell’alcova nuziale, ma fatalmente uno degli sposi morrà prima dell’altro. L’idea della morte incombe su tutta la vita dei Sardi, dando al loro volto quella espressione di nobile gravità che si rivela anche nelle manifestazioni della gioia.
Quando il moribondo è giunto alle soglie dell’al di là e nulla più varrà a trattenerlo, gli si tolgono gli amuleti perché il transito non ne sia reso più difficile e perciò più doloroso. Appena l’uomo è spirato, la parente più prossima ne dà l’annunzio, facendo un segno di croce con la candela accesa davanti alla bocca del defunto. Poi la salma viene vestita e deposta sopra una tavola coi piedi rivolti alla porta. Al suono delle campane che annunziano il decesso, accorrono i parenti e gli amici, gli uomini col gabbano chiuso fino alla gola e il cappuccio in testa, le donne vestite di nero, col fazzoletto calato sugli occhi. Ciascuno prende il suo posto intorno al morto, secondo il grado di parentela. Nell’austero silenzio degli uomini si levano le voci querule delle donne, fra le quali risuona il lamento dell’«attittadora», la lamentatrice di professione, che ha l’incarico ufficiale di celebrare le lodi del defunto e di piangere e gemere sulla sua morte.
Della cerimonia funebre fa parte anche il banchetto preparato dagli amici, che si svolge nel più assoluto silenzio. Gli uomini che la notte vegliano il morto mangiano pane e mele, avendo cura di lasciarne una porzione anche per il defunto. Dopo nove giorni dal seppellimento, i parenti distribuiscono agli amici «sas paneddas», piccoli pani, oltre ai maccheroni conditi col solo formaggio. Con questa specie di cena funebre ha termine il rito dei morti.
C’è, come si vede, in questo popolo, un miscuglio di superstizione, di religiosità, di ingenua bontà, che ne costituisce il pittoresco folclore; ma quanto al valore, alla nobiltà e all’onestà di questa magnifica razza, nulla è forse più schiettamente italiano e latino.
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