IN SARDEGNA E IN CORSICA COL TOURING CLUB ITALIANO
di
Antonio Taramelli
in
LE VIE D’ITALIA
Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO
Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche
Marzo 1930
(pp. 229 – 239)
ANCORA una volta il Touring conduce i fedeli alla bruna, misteriosa, attraente terra dei Sardi, all’isola fedele e generosa, ricca di fascino e di passione, taciturna e fremente, aspettante e fedele sempre, Sardegna sentinella sul mare nostro. Benvenuta l’Italia in Sardegna!», ecco il saluto che i Sardi ospitali e fieri porgeranno a questa comitiva di pellegrini d’amore
Cagliari si annuncia da lontano a chi giunge dal mare; una manciata di perle sul glauco piano del mare ed un serto superbo di grandi monti solitarii ed austeri che circondano il verde piano. Poi la manciata di perle si espande, si ingrandisce, scala le colline e si aduna al Castello, irto di torri e di cupole, si dilata lungo le rive e dentro terra, con borghi, con viali, con ville, con giardini, freme e rumoreggia con la vita di quasi centomila persone, sparse nell’amena conca. Si eleva simpatica e fiera ad un tempo, Caralis la città forte, Tyro fundata potenti, la figlia di Cartagine rivale di Roma, ma poi fida sentinella della Repubblica e dell’impero per tanti secoli, sul mare nostrum. Quante ondate della storia si vennero ad infrangere contro questa rupe che si erge, dorata dal sole, coronata delle più belle vittorie!
Pagine di gloria, di cui l’eco ancora risuona nell’aria e che soccorrono alla mente degli ospiti intelligenti ed ossequienti, sbarcati alla capitale delle terre dei Sardi, che si largo tributo di sangue dettero per l’Italia libera e grande.
La giornata del 14 aprile, successiva a quella di una incantevole traversata del Tirreno che auguriamo calmo e benigno ai nostri naviganti sarà interamente occupata dalla conoscenza della città di Cagliari, della sua positura, dei suoi monumenti, della sua vita, che è tutta di modernità vivace e ordinata.
Giornata riempita dalle visioni della Cattedrale pisana, della chiesetta della Purissima, della torre di San Pancrazio, superba vedetta sulla città e sul Campidano intero, dell’Anfiteatro Romano, del Museo Nazionale, che accoglie le testimonianze archeologiche ed artistiche dei vari periodi della civiltà in Sardegna; giornata destinata anche a conoscere la città moderna nel suo nobilissimo ascendere e le bonifiche dello Stagno di S. Gilla, della spiaggia di Bonaria, dei lavori del nuovo porto e delle saline, conchiudendosi nel grandioso Palazzo Comunale, dove Cagliari, per bocca del suo Podestà, dirà con quale grande cuore la Sardegna accoglie ed accompagna i gitanti del Touring.
La seconda giornata sarà lieta e varia non meno della precedente.
In breve ora, lasciati i viali di Cagliari e l’estremo borgo di S. Avendrace, siamo in piena campagna; il profumo agreste, caratteristico della sconfinata solitudine sarda, ci viene incontro con la brezza dei monti e ci sarà compagno per tutta la nostra corsa nell’isola, come una balsamica onda aerea confortatrice; profumo di Sardegna, tanto caro al Grande che dorme a Caprera, profumo di macchia e di montane erbe aromatiche, profumo di monte e di mare, fresco e lievemente eccitante.
E così passiamo a gran velocità, sulle nostre buone macchine, Elmas, Assemini e Decimo, sempre in vista dello stagno; tra orti e coltivi e palmeti, giardini e ville odoranti di zágara e di gaggia, si giunge a Siliqua, nella vallata del Cixerri; le montagne ci si stringono d’attorno e noi le affrontiamo, solcando la piana del fondo valle, e passando al piede dell’erto dicco di granito, dominato in alto dalla mole del Castello dell’Acquafredda. Questa era la residenza fortificata dei Conti della Gherardesca; la fiera immagine del Conte Ugolino, re della sesta parte del regno di Cagliari, si presenta chiusa nelle sue armi, accigliata ed austera, piena dei cupi e nefandi odii della sua città e della sua epoca, e dietro si affaccia la grande ombra del giudice più severo, quella di Dante.
Dobbiamo ora varcare la catena dei monti metalliferi della Maureddia, dove stanno i Maureddus, cioè i sulcitani della montagna, fieri discendenti dei Mauri, importati in Sardegna dai Vandali a far da argine alla loro bionda fragilità settentrionale contro i sempre terribili Barbaricini della montagna centrale. I rari abitanti che noi incontriamo, spesso vestiti delle loro pelli di montone nero, asciutti, svelti, dal viso olivigno e tagliente avvolto spesso nel muccadori rosso, sotto la berretta sarda, vi guardano silenziosi con l’occhio bistro morato degli arabi, con atteggiamento assente, indifferente ed un poco sprezzante. Ma che brava gente, e che soldati! I furriadroxu, gli ovili dei sulcitani maureddini, si disegnano ormai davanti agli orchi, appena superato il valico di Campanasixa; attorno occhieggiano tra il verde le casette ed i villini delle varie miniere di Rosas, di Mitza Sermenta, e le case delle amministrazioni forestali, e le dispense, unici punti di civiltà nuova, in mezzo a questa solitudine. Poi giù di corsa: ecco Narcao, nella bella conca verde tempesta di abitazioni; più giù ancora, a sinistra, Santadi, il capoluogo di questo distretto sulcitano pedemontano: i furriadroxu si fanno più frequenti; agli ovili si associano villette e giardini, esuberanti di vegetazione tropicale, e cominciano i saluti e le piccole folle dai costumi sgargianti.
Ecco Tratalias, e la bella chiesa pisana che fu la sede dell’episcopato sulcitano, ed ecco Palmas Suergiu, la Palma dei Sughereti, e poi… cosa succede? siamo in terra, e la terra sfugge; il mare, il mare da tutte le parti, come a Mestre, come nella laguna Veneta; e via sulla stretta lingua di terra, sul cordone littorale che la natura ha steso ad unire l’isola della Sardegna alla sua figlia maggiore: l’isola di S. Antioco. Ecco la via romana, ecco le due grandi pietrefitte preistoriche, ecco il ponte romano, ecco infine la borgata sulcitana, nel suo grande golfo di Palmas al sud e di S. Antioco al nord, la massa bruna, a macchie di verde, della grande isola del martire di Antiochia, e più al largo le due scogliere così caratteristiche del Toro e della Vacca, e quasi perduto nella vastità azzurra, il Vitello: al nord ci attende, un po’ velata dalla caligine, la sorella minore: l’isola di San Pietro.
Sulcis, nome sonoro, che evoca una grande storia ed una grande città; ora esso si è esteso a tutta la contrada che noi abbiamo attraversato; al posto del nome classico è quello medioevale di S. Antioco, del martire orientale.
E quale impressione orientale appena toccato il suolo dell’isola sulcitana! Palmizii, palme dattiliche, agavi, opunzie, melograni, muse, dovunque: nei giardini, negli orti, nelle piccole corti delle casette bianche, luminose, e fichi d’india, a cascate, a muraglie, dappertutto, in alto in basso, intorno agli orti, ai cortili e specialmente attorno al Castello.
A S. Antioco, villaggio prosperoso per le ricchezze agricole dell’isola, aspra e ferrigna un tempo, ora in parte ridotta a feraci vigneti, sono evidenti dovunque le tracce antiche: resti degli edifici sepolcrali nella via della Marina, gli ipogei punici attorno alla rupe del Castello, tombe giudaiche e romane un po’ dappertutto, le catacombe sotto la chiesa parrocchiale: tutte tracce che parlano di quasi un millennio di storia. La bella collezione privata del sig. cav. Giuseppe Biggio, piccolo museo di antichità sulcitane, gentilmente posta a disposizione del visitatore, darà una visione complessiva di ciò che fu Sant’Antiochio ai giorni in cui si chiamò Sulcis.
Il tempo vola, e Calasetta, all’estremità dell’isola, ci attende una sorpresa, questo bianco villaggio, al piede della sua Torre, sulla sua scogliera trachitica, pieno di brava gente, laboriosa, coltivatrice di bei vigneti! O di dov’è essa? come parla? come è qui venuta?
Questi sono i cadetti della grande Liguria, questi sono i figli degli schiavi tabarchini, questi sono i fedelissimi figli d’Italia, che nella nera schiavitù maomettana non hanno perduto mai l’amore, la fede, la speranza della Patria.
Un breve braccio di mare, in un golfo che ha tutta la calma di un grande lago, ci separa da S. Pietro, l’isola degli sparvieri, ora l’isola di Carloforte, con la sua massa collinosa tutta tempestata di case di campagna che irradiano fuori dal centro abitato.
Una bella sfilata di palazzine dignitose lungo la banchina del molo, una scacchiera di casette bianche, linde, frequentemente imbiancate, una torre moderna, ma dal volto antico, ora ridotta ad osservatorio astronomico di eccellenti tradizioni scientifiche, uno sfondo collinoso dominato dalla cima più alta, col semaforo nella posizione detta la Guardia dei Mori (m. 211): ecco in sintesi Carloforte, questa grata sorpresa per il viaggiatore in Sardegna. Non siamo in Sardegna, lo dice il linguaggio, a scatti tronchi e caratteristiche cadenze di vecchio-genovese, lo dice la fitta disseminazione di villini e case di campagna, lo dice la gente, indaffarata, marinara, mercantesca e coltivatrice a un tempo.
L’isola ed il porto ben meritano il nome romano di Plumbea; in questa rada tranquilla si imbarcano per il continente e per l’estero i minerali delle miniere dell’Iglesiente, specie le galene e le calamine; tutta la costa sarda impetuosa e scogliosa non offre il calmo rifugio di questa rada, la quale ha un momento di grande animazione, in maggio, in occasione della pesca del tonno, antica come la storia della civiltà.
Ma si inizia ora il viaggio per la terza giornata sarda.
Alle prime luci raggiungiamo la costa sarda a Porto Vesme. Qui sono gli scali della grande miniera di Monteponi, che in via giù i minerali, specie le calamine, dei suoi varii campi di sfruttamento.
Salutiamo il mare, la piccola borgata di Porto Scuso, tutta bianca attorno alla vecchia torre delle guardie costiere, e via verso la zona del lavoro sotterraneo! Varcata la brulla catena di colli trachitici, si perviene alla conca di Gonnesa e, prima ancora di giungere al borgo, si passa la zona di Terras Collu e appaiono le immense discariche del vastissimo bacino ligaitifero di Bacu Abis. La valle si stringe tra monti aspri e tormentati, la nostra via si snoda tra aspre solitudini di rupi; dovunque si vedono le tracce di un lavoro umano intenso nella zona mineraria più ricca e più lavorata d’Italia. La grande miniera di S. Giovanni, alla nostra destra, offre le sue laverie, le sue officine, le sue case operaie, appollaiate sui brulli e scoscesi fianchi dei monti: poi, a sinistra, monte Agruxiau con le laverie di zinco; vaporiere ed elevatrici meccaniche, linee elettriche ad alta tensione, teleferiche, piani inclinati, ferroviette. Si scende ora ad Iglesias.
Villa di Chiesa (è questo l’antico nome di Iglesias), ha origini ed avanzi medioevali, soprattutto pisani. Compresa nel dominio della tragica famiglia Donoratico della Gherardesca, ne seguì la sorte e ne serba i segni. Pisana è la modesta cattedrale del 1285; e pisana è la chiesetta dei Cappuccini, detta la Madonna di Valverde. La chiesa di S. Francesco mostra il persistere di forme gotiche anche in pieno secolo XVI.
La città moderna è interessante come sede delle Direzioni di varie società minerarie e della R. Scuola Mineraria, con la bella collezione mineralogica-geologica: ma quello che richiama subito la nostra attenzione è il trionfo del verde, che avvolge e penetra la bella cittadina, dall’impronta nettamente piemontese.
Ed è una bella conca di mandorli e di ulivi e di piante da frutto che noi attraversiamo appena lasciata la città delle miniere. Ma dopo tanto fervore di opere moderne, la strada per Guspini ci riconduce in una zona deserta, in una gola aspra e selvaggia; che però, dopo la via per la miniera di S. Benedetto, sale tra boschi di lecci. Dopo poco ricominciano le miniere inerpicate sui fianchi della montagna. «Candiazzus» e poi «Su Zülfurus», le miniere della società Pertusola; più sotto il grosso borgo di Fluminimaggiore, poi di nuovo solitudine di boschi, spesso solenne ed austera, sino alla conca di Arbus, lieta di sughereti e di coltivi; poi, dopo il valico di Genna Frongia, ecco di nuovo il vasto orizzonte del Campidano, e la vallata di Guspini, ridente e prospero villaggio, accanto alla grande miniera di Montevecchio, centro di numerose miniere fiorentissime di zinco e di piombo.
E via sempre, dai monti al piano, attraverso il Campidano, attraverso i pingui seminati. Qui restano o si impongono alla nostra ammirazione una serie di vecchie costruzioni nuragiche coronanti i colli che s’ergono di tratto in tratto dalle pianure.
E così, tra pensieri e ricordi, si corre attraverso il piano, tempestato di boschi dai nomi strani: Pabillonis, Uras, Marrubiu; e poi Terralba, coi suoi vecchi e celebrati vigneti; e poi la Bonifica Mussolini, già ampiamente illustrata dal Touring in un ottimo articolo (1: Marcello Vinelli, La bonifica di Terralba in Sardegna e il villaggio Mussolini, in «Vie d’Italia e dell’America Latina» dell’aprile 1929, pag. 421), la zona del più grande lavoro di redenzione terriera sarda, onore del nuovo Regime, e merito di una grande società sarda di bonifiche, che si allaccia finanziariamente e tecnicamente a quella del Tirso.
Sei grandi centri colonici sono già in vita in questa regione con l’applicazione di tutti i dettami della bonifica integrale: il più bello fra tutti è quello del villaggio di Alabirdis, fregiato appunto del nome augurale di Villaggio Mussolini, dove sono attuate, con la colonizzazione interna, a mezzo di famiglie importate da zone similari del continente, le più assennate provvidenze sociali ed agrarie. Dopo l’oasi di questo villaggio, di nuovo il solitario e triste deserto, stagni e paludi, e la solitudine desolata del piano di S. Anna.
Ma ecco le nuove bonifiche dello stagno di S. Giusta, condotte dallo Stato, ecco, dopo un modesto villaggio di pescatori, una delle più nobili chiese medioevali della Sardegna, Santa Giusta, di cui oggi si è terminato il consolidamento a cura della Sopraintendenza delle Antichità e dei Monumenti.
Un viale alberato, ed ecco Oristano, «Aristani», la città degli Arborea, l’ultima sede della libertà sarda contro l’orgoglio aгаgonese, la fucina di sapere e di valore italico e di pietà umana sotto la gloria di una donna, di una delle più grandi donne d’Italia: Eleonora, giudice d’Arborea.
La cittadina, bassa e modesta nella bassura fertilissima e malarica che accompagna la foce del Tirso, ne serba ancora i ricordi: la bellissima Cattedrale, con chiari segni gotico-aragonesi, la imponente massa del Palazzo del Seminario, fra tanti altri, che i gitanti ammireranno; e ancora qualche tratto delle mura di cinta, la torre rotonda, la porta piccola, e la torre poderosa di S. Cristoforo.
«Aristani» moderna è un centro di vita agraria ed armentizia imponente; è anche un centro di vita peschereccia, e dalla stazione ferroviaria partono a montagne le casse di pesci squisiti, pescati nelle vaste e feraci peschiere degli stagni di Cabras, più redditizi di qualsiasi campo, orgoglio quindi e dovizia delle più distinte famiglie del luogo.
La quarta giornata sarda ci dà non meno forti impressioni di novità, ma ci darà anche una visione grandiosa, solenne, di questa Sardegna dagli alti silenzii.
Lasciata la città, traversato il Tirso, si vola per la piana del Campidano d’Oristano, si procede verso gli altipiani basaltici del tavolato di Macomer; la terra è bruna pei grandi banchi di lava fluita dal Montiferru e dai monti del Marghine. Le siepi folte di fichi d’India, i pascoli tutti, i seminati dalla smeraldina marezzatura, dicono quanta ricchezza racchiuda questo suolo nato dalle rupi nerastre delle lave basaltiche. Poi, sempre in valle, si raggiunge Paulilatino, che ci saluta con le sue case trachitiche adorne di viti e di fiori; e poi di nuovo sul dorso bruno dell’altipiano, dominato da lungi dalla massa imponente del Montiferru. Eccoci giunti alla soglia del mistero, al cancello che mena al nuraghe Losa, il monumento nuragico tipico e più noto di tutta la Sardegna; gli anditi, le celle, le cortine di torri a feritoie, le porte di soccorso e la cella maggiore, le scale di esso tutto ci sarà chiaro e palese.
Passiamo Abbasanta, il borgo basaltico e cortese, che si vanta di questa grande opera del tenebroso passato e di un’altra grande opera del presente, la grande diga di sbarramento di Santa Chiara, che ha formato in Sardegna il fatto nuovo grandioso: il lago Omodeo, che dà la forza e darà la vita dell’acqua irrigua alle arse, assetate distese del bassopiano oristanese: un lago di 22 chilometri di lunghezza e di 2 di larghezza, riserva di forza e di salute per la regione sottostante.
Una diligente visita; poi, in macchina di nuovo, verso l’altipiano di Abbasanta e di Larca.
Scalata la lunga salita per risalire agli altipiani di Sorradile, e contemplato ancora il lago da lungi, facciamo strada rapidamente per Neoneli, poi, quasi attratti dal desio delle alte regioni, la corsa si accelera, verso la conca granitica dove è Ortueri; e via a Sorgono, testa di una delle linee di montagne dell’isola, la Cagliari-Sorgono.
Quanta pace in questa ricca regione del Mandrolisei! Qui si fanno incontro i primi saluti od i primi sgargianti colori della Barbagia.
Dopo Sórgono la montagna si presenta seria ed imponente; si attaccano le salite brusche di «Sa Codina, si raggiungono a Tonara i 900 m. Ecco la montagna, con i suoi profumi e le sue ampie visioni di vallate severe, la montagna selvaggia della Barbagia di Belvì, terra di gente vivace e cortese, che accoglie i visitatori con il più aperto sorriso, con la grazia dei costumi femminili, con un’ospitalità semplice e schietta. Ecco Belvì, come un presepio, ecco Aritzo, alto sui fianchi scoscesi delle pendici del Gennargentu.
Ecco i magnifici boschi in fiore di Cosatzu, ecco l’alta valle del Flumendosa, declinante verso Gadoni, ammantata di frutteti rinomati.
Ma quante giravolte fa questa benedetta strada, prima di giungere a questo benedetto ponte del Flumendosa! La valle diviene una forra cupa; la strada corre a curve e ricurve e giravolte, attorno ai fianchi della vallata per risalire di nuovo, verso Seulo, di dove, con nuovi tornanti, raggiunge finalmente un po’ di largo, alla conca di Sadali, in piena zona pastorale, nel cuore della Sardegna silenziosa.
Per un’altra valle ora ci trae la corsa. Tra forre brulle e boschi di sugheri, si traversa la Barbagia di Seulo, e si raggiunge Seui, il capoluogo della contrada, ridente tra i boschi, e li presso il bacino di giacimenti lignitiferi, sfruttati razionalmente per uso delle miniere di Monteponi. Solitaria di nuovo è la strada attraverso l’Ogliastra, con tratti di bellezza. selvaggia, chiusa tra monti aspri, e liete conche di verde, che si alternano a gole strette paurose; ma, alla fine di tanta solitudine, passato Gairo, raggiungiamo la tanto attesa conca dell’Ogliastra costiera, dominata dall’alto Lanusei, che ci offre una tappa montana, di una magnifica pittoresca postura.
18 aprile. Ora bisogna discendere, e calare dai 600 metri fin presso al mare per ampie curve tra grandi boschi e coltivi, alla conca di Tortolì. Questa vasta piana, che richiama alla mente la Conca d’oro palermitana e che la uguaglia per la bellezza dei suoi agrumeti, è tristemente malarica. Ma oggi gli stagni si vanno delimitando, i fiumi si imbrigliano, la pianura si riga di canali e di drenaggi, e la vita ritorna. Anche i grandi lavori del porto di Arbatax, il più frequentato porto della spiaggia tirrena, mostrano la forte impronta della volontà del nuovo Regime per la redenzione della zona promettentissima.
Ci impegniamo ora nella vallata tra i monti dolomitici della catena litoranea. Si attacca la montagna. Baunei, ridente e pulita, segna una tappa nel lungo cammino, che riprende sempre più ricco d’incanti nella strada solinga. Poi, sempre tra monti e forre, si raggiunge l’altezza di 1010 m. sul mare, alla linea di demarcazione e di spartiacque tra la conca di Tortolì e gli affluenti del Cedrino.
La vallata deserta è tra le più belle e selvagge della Sardegna: solo dopo il colle di S. Elena si affacciano di nuovo i coltivi, ed appare Dorgali, il simpatico borgo che la tradizione vuole di origine araba.
Volgiamo di nuovo, verso il cuore dell’isola, verso Nuoro, che ci attende, alta fra i suoi graniti, a capo della vallata immensa, Nuoro geniale e gentile, madre di fini ingegni e di dolcissime donne, Nuoro, che l’arte incomparabile di Grazia Deledda ha popolato di fantasmi noti nel mondo.
19 aprile. Giornata questa tutta paesana e tutta sarda.
Appena lasciato Nuoro, la grande austera visione di un panorama alpestre ci afferra: una corsa per la valle di Prato, poi su per il dorso del vasto altipiano, in cui i pascoli e le macchie fitte di lecci e di sugheri, intramezzati alle scogliere granitiche, creano all’ingiro come grandi quadri di solitudine. Scogliere corrose di granito, alberi contorti mostrano la violenza dei venti che flagellano l’altipiano. Ecco laggiù, a destra, Orune, paese di pastori e di pugnaci campagnoli, ed eccoci ora alle grosse terre di Bitti, centro agricolo e pastorale di grande interesse. Tutto attorno il vasto altipiano, per lo più a pascoli, dove crescono rigogliose le mandre di bovini e gli armenti, superbe dovizie di questa gente fiera, che nella caccia grossa sui monti mantiene vivo ed alacre il proprio spirito naturalmente guerriero.
Prettamente sardo il prossimo villaggio di Buddusò, dove ci avviciniamo alla catena di monti che chiude la Gallura meridionale. Noi volgiamo verso occidente, raggiungendo, dopo una traversata nel silente altipiano, ai piedi dei grandi monti costeggianti la vallata del Coghinas, la conca verdeggiante dove giace Ozieri, la fiera e ricca terra del Logudoro. Le case della cittadina sono disposte a gradinate, come un grande teatro che ha per coro la piazzetta Cantareddu, il centro commerciale e finanziario di Ozieri.
Ozieri, con la sua sede episcopale, coi suoi uffici statali, è città nuova e che tende a rinnovarsi continuamente, sorretta da una potenza economica che ha le basi salde nella agricoltura e nella pastorizia, curata con una vera passione. Alle gare annuali per la miglioria delle razze bovine ed equine e dei prodotti agrari, Ozieri ha sempre un posto d’onore e se ne vanta degnamente.
Ma il vasto altipiano del Logudoro è ancora lungo da attraversare. Via dunque, giù dalla rapida china, volando attraverso il vasto pianoro di Chilivani, a raggiungere Codrongianus per compiere una passeggiata a piedi alla Trinità di Saccargia, dove le bellezze d’arte e di paesaggio si fondono in un mirabile insieme di pace suggestiva.
La chiesa dell’XI secolo e il monastero, rovinato, non han più monaci e non han più fedeli, se non nella festa annuale in cui le memorie dell’antico splendore e dei lontani benefici di questo centro di civiltà medioevale attraggono qui da tutto il Logudoro, da tutta la regione Sassarese, un largo concorso di pellegrini festanti; ed è festa di colori e d’arte popolare, per le gare poetiche che la rendono vaga, come avviene in tutte le feste sacre del Capo di Sopra.
Dopo queste oasi di serenità religiosa e pastorale, con un’ultima corsa nella valle del Rio Manno, ci attende la brusca scalata dell’altipiano dove posa Sassari, la Scala di Giocca, la pittoresca costiera di calcari fossiliferi ci porta all’alto pianoro, dove una florida coltre di uliveti, accuratamente tenuti, avvolge di un manto regale la regina del Capo di Sopra Sassari, centro di vita agricola, è la figliazione medioevale di terraferma della portuense città di Torres. La storia anche qui fa capolino dovunque, ma è storia dei nuovi tempi. Fontana Rosello, la caratteristica fonte di acqua purissima, che gli asinelli portano in giro per tutta la città, per quanto provvista di acquedotto moderno, è invece il centro ideale della Sassari antica, con le sue vie strette tra alti palazzi dall’impronta seicentesca e spagnuola.
Sassari è città a sé, filologicamente parlando: il dialetto suo è diverso affatto da quello dei prossimi villaggi, pure essendo dialetto sardo, ma lingua e tipo e schiatta assolutamente straniera alla patria presenta la cittadella a cui si dirige la nostra corsa del 20 aprile. La comitiva celebrerà la festa di Pasqua ad Alghero Catalana.
La strada che vi mena da Sassari è tra le più pittoresche: passa tra le gole dei colli calcarei da prima, poi fra le trachiti ed i basalti, e raggiunge la piana vastissima della Nurra, deserta di abitatori, ma ricca di grani, in fondo alla quale sbocca, da una cerchia di giardini e di oliveti, la bella città catalana, Alghero.
Quanta sovrana bellezza di natura! Il magico golfo dai profondi toni di cobalto oltre mare, chiuso a nord dalla parete meravigliosamente frastagliata e fulva di Caро Сасcia, ci incatena agli spalti murati della vecchia città marinara, bella di mura e di torri, superba delle sue porte di terra e di mare, fuori dalle quali, dal dedalo di strette viuzze, sboccano i viali, i giardini, le ville della città nuova. Tutto qui ci ricorda la Catalogna: la parlata che suona armoniosa nella bocca della gente, i costumi dei campagnoli e i vivaci colori delle vesti femminili, e anche e soprattutto le linee artistiche della sua cattedrale.
La Grotta di Nettuno alla quale si va attraversando la bella rada di Alghero, e sorpassando la bocca della magnifica cala o golfo di Porto Conte con il suo accesso dal mare, con il suo lago interno, con le sue meravigliose muraglie e stalattiti, con le sue tenebrose profondità, produce, per la suggestione dell’ambiente marinaro e solitario, una incancellabile impressione. La via di ritorno dalla città catalana, il litorale di Torre Poglina, ci condurrà per una delle più incantevoli strade del Mediterraneo: la salita detta di Scala Piccada, che sormonta con numerosi giri e rigiri l’ardua costiera dell’altipiano, offrendo una visione amplissima. pittoresca di tutto il litorale marino da Capo Marrargiu a Capo Caccia; in fondo, il mare immenso, senza confini, il Mediterraneo nel suo più vasto bacino occidentale.
Raggiunto l’altipiano, per valli e pianure siamo nuovamente a Sassari.
L’ultima giornata di Sardegna si allieta di dolci immagini.
Un poco di campagna a pascoli, poi una vera oasi di frutteti, di vigne e d’aranceti, in mezzo alla quale sta Sennori, il borgo dai ricchi e vistosi costumi femminili una amplissima veduta sul litorale, sulla piana della Nurra; di fronte, il magnifico golfo dell’Asinara, chiuso nel fondo dalla linea falcata della scogliosa isola dell’Asinara; nello sfondo, lontano, evanescente come una nube azzurra, l’isola sorella, la Corsica, che ci fa un cenno d’invito.
Scendendo per la bella valle che si chiama Romangia, eccoci nell’agro della romana Turres e nel bellissimo, vivace borgo che sta in mezzo a quest’oasi, Sorso, il paese dai buoni vini e dai ricchi costumi femminili. Attraverso la valletta di Rio Silis, superiamo la fascia di dune costeggiante il mare.
Alla foce del fiume Frigiano, ci si offre, ad un tratto, un quadretto idillico: la rupe scoscesa di Castel Sardo, dove conviene ristare un momento, per ammirare questa fortezza, vera sentinella della Patria, seguire le sue viuzze strette, chiuse tra case severe, salire, scendere nel dedalo erto delle rampe e scalinate e lasciarsi conquidere dalla meravigliosa bellezza della marina che ci contempla dalla sua terrazza, a picco di m. 114 sul mare.
Giù dalla rupe entriamo ancora una volta nel cuore di Sardegna, nella montuosa Gallura. La valle si svolge varia di pascoli e di coltivi a grano; poi una stretta improvvisa, e la montagna si stringe in una gola di rupi bianche, capricciosamente contorte e corrose: la gola Sedini. Fuori d’essa, Bulzi, nel regno del grano; poi il Coghinas, col suo corso tumultuoso dalle acque fangose. Appena varcato il fiume, e lasciata Perfugas, l’aria si impregna dei balsami del Limbara granitico, dai mille scogli arditi. È la Gallura forte e gentile, ed è il dominio del granito. E così è Tempio; strade e case, torri, duomo, tutto è granito, cavato dal suolo stesso, ritagliato, murato, alto, severo nelle costruzioni erette come torri sulle anguste vie.
Fervida gente, operosa, industre, cortese avremo d’attorno nella breve sosta. Qui l’industria del sughero, si sostiene coraggiosamente; Tempio, e la Gallura in genere, sono le grandi fornitrici di questa scorza che l’industria italiana moderna dei conglomerati e dei «linoleum» utilizza sino alle ultime briciole; qui attorno sono le alte foreste delle querce da sughero sui fianchi ferrigni delle montagne.
L’ultima tappa nell’isola è fra i grandi silenzii di questa regione Gallurese: da Tempio al Palau, lungo la via che corre tra selve, non si incontrano che le rade cantoniere e pochi stazzi di pastori. Al Palau avremo in fine raggiunta l’ultima mèta nostra sulla terra di Ichnusa.
Ma rimane alla comitiva un grande compito l’omaggio alla tomba di Garibaldi.
Caprera, granitica, rosseggiante di geranii e bruna di pini frementi tra le rapi, parla in ogni sua parte del Grande che vi elesse la sua dimora e il suo sepolcro. Lasciamo che spirino nell’animo le sensazioni profonde e solenni che questo sacro lembo della terra italiana imprime agli spiriti non volgari. A questa tomba granitica, racchiudente l’alta spoglia del Grande, la meditazione e il silenzio si adattano meglio di qualunque più alata parola.
Dopo il doveroso tributo, il nostro viaggio riprende. La Corsica, l’isola di Napoleone, ci richiama con la sua aspra bellezza. Andiamo!
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