UN TEMPIO PROTOSARDO SCOPERTO IN SARDEGNA
di
Antonio Taramelli
in
LE VIE D’ITALIA
Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO
Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche
n. 11 – Novembre 1922
(pp. 1107 – 1112)
La Sardegna non è solamente ricca di fascino per gli aspetti delle sue coste e dei monti, per i costumi degli abitanti, per le mille promesse che la sua terra e le sue acque lentamente rivelano a quanti s’accostino ad essa con cuore amico ed occhio attento, ma è anche la patria di civiltà antichissime e misteriose, delle quali a noi pervennero testimonianze curiose in monumenti che formano l’ammirazione del visitatore e la passione dell’archeologo che deve ricostruire storia e significato della loro esistenza. Fra le ultime recentissime rivelazioni è notevole e interessante la scoperta dovuta all’instancabile attività dell’illustre archeologo ed amico nostro Antonio Taramelli che sull’altipiano di Serri mise in luce un tempio dedicato dai Sardi antichissimi al culto di una divinità celeste. Cortesemente il fortunato scopritore ha voluto accogliere l’invito nostro di descrivere quel monumento ai lettori della nostra Rivista, cogliendo l’occasione per introdurli nel mondo tanto interessante e così poco noto dell’antica civiltà sarda.
Una nota possente nel paesaggio della Sardegna è data dai nuraghi, che assai numerosi sono sparsi in quasi tutta la grande isola, attestando l’antica vigoria e la compatta struttura sociale delle generazioni che occuparono e mantennero quella terra, prima delle dominazioni fenicio-puniche e romane. Per quanto maltrattati dai secoli e dell’incessante vandalismo della gente moderna, quelle rozze moli, con la loro aria di mistero solenne, si incontrano ad ogni passo nella solinga campagna sarda, dalle prode marine, alle valli, agli altipiani, o presentandosi inaspettate allo sbocco di un vallone, o dominando da lungi dal ciglione di una lunga ed erta costiera di altipiano basaltico un ampio tratto di valle, quasi sentinelle lungiveggenti.
Il loro carattere di dimore e di vedette fortificate, indicato dalla loro postura accuratamente scelta in un sistema di difese che abbraccia l’isola intiera e le sue varie parti, è confermato dall’indagine accurata di un gran numero di essi e dagli scavi praticati in alcuni. Indagini e scavi parlano indubbiamente in favore della loro destinazione generale ad uso di dimora che servì per lunghe generazioni e che si andò facendo sempre più forte, più complessa di recinti e di cortine, quanto più cresceva la forza della tribù costruttrice e più ancora la minaccia aggressiva, sia delle tribù vicine che del nemico d’oltremare che tentava gli approdi e le rade e per le vie aperte delle valli mirava di addentrarsi entro l’isola ricca di armenti e di granaglie e doviziosa di arcani tesori delle miniere di rame, di piombo, d’argento. Ma oltre alle torri isolate o recinte di bastioni, ai fortilizi, ai campi trincerati formati da complessi sistemi di nuraghi circondanti più o meno estesi altipiani, le indagini e gli scavi di questi ultimi anni avevano permesso di distinguere, in mezzo alla grande congerie delle moli megalitiche, indicate con il nome generico di nuraghi, talune costruzioni speciali, sia per l’aspetto che per il carattere ed anche, assai spesso, per una più accurata esecuzione.
Sono questi gli edifici a camera interna con cupola, come i nuraghi, ma sotterranea anziché costrutta sopra suolo e diretta a tutelare e custodire una polla sorgiva o di raccolta d’acqua, talora purissima, talora invece termale o in altro modo medicamentosa.
Erano queste le fontane sacre, i luoghi del primitivo culto dei Sardi antichi, culto alle misteriose forze della natura, alle divinità sotterranee da cui scaturivano le sorgenti consolatrici e medicatrici, che ridonavano la salute e la forza. Oltre a questi grandi doni, nelle acque sorgenti dal seno della terra era riposta, secondo il pensiero dei Sardi, un’altra virtù, meravigliosa, quella di scoprire la verità nei più oscuri e dibattuti dissensi tra i mortali. L’ordalia, o giudizio di Dio, si manifestava e si affermava, terribile, inesorabile con le sue sanzioni per mezzo del responso delle acque, che toglievano la vista o altrimenti nuocevano a chi avesse commesso un delitto e lo avesse celato con un infame spergiuro. Di tali fonti sacre ne furono già segnalate parecchie nelle varie parti dell’isola, quasi tutte distinte oltre che dalla accurata costruzione in pietre squadrate e meglio commesse che nei soliti nuraghi, anche dalla presenza di statuette votive, in bronzo, che nella ingenuità della loro arte epicorica, indipendente affatto dalle influenze fenicie od elleniche, rappresentano o la divinità venerata, o i sacerdoti e le sacerdotesse, o semplicemente i devoti, guerrieri, per lo più, donne o pastori, offrenti un voto ed una preghiera, in atteggiamento ieratico, austero, e che nella loro rozza semplicità, non mancano però di energica espressione, di una caratteristica di sussiego e di penetrazione raccolta davvero sorprendente.
Se ne rinvennero nelle valli, come a Ballao, a Fontana Coperta, presso al Flumendosa, a Santu Millanu, presso Nuragus, a Bitti, a Buddusò, a S. Cristina di Paulilatino; a Teti, presso Abini, dove forse fu un grande santuario, nel punto più interno e più a lungo sfuggito alle invasioni romane, presso al Gennargentu. Se ne rinvenne sull’alto dei monti, come a Mazzanni, di Villacidro, o nel centro degli altipiani, dietro le difese dei campi trincerati, e le lunghe cortine nuragiche rinforzate da torri e da veri rivellini primitivi, come ci venne offerto dall’altipiano della Giara di Serri, che vicino alla grande Giara di Gesturi, formava una vera acropoli delle genti primitive.
Sull’altipiano di Serri, uno dei caratteristici tavolati a superficie basaltica e a brusche scarpate, presso la Chiesa di S. Maria della Vittoria, era stato rinvenuto qualche anno addietro un tempio a pozzo, di elegante lavorazione, dinnanzi al quale si trovava ancora l’altare per le offerte di libazioni ed i sedili per i devoti e per il deposito delle offerte. Ivi si ebbero anche una grossa testa taurina, in pietra calcare e numerosi voti, armi, ornamenti e statuette in bronzo, dai quali oggetti parve tralucere il carattere infernale della divinità ivi venerata, sotto aspetto o veste taurina. Tali ipotesi furono anche confortate da altri dati raccolti in un’altra fonte sacra, a S. Anastasia, in Sardara, poco lungi dalle fonti termali di S. Maria de is Acquas, anche oggi usate per cure.
Tutti questi luoghi di culto erano consacrati a divinità sotterranea: era quindi ragionevole supporre che quella non fosse l’unica divinità dei sardi antichissimi, ed era anche aspettata qualche altra scoperta che ci desse le prove di quanto era logico immaginare, che cioè anche i Sardi avessero un culto alla divinità celeste, suprema moderatrice del mondo, e la venerassero nelle sue manifestazioni di serenità, meravigliosa fonte di luce e di calore, di piogge feconde, ed anche di tempeste e di fulmini sterminatori.
Gli elementi o gli indizi di tale culto appaiono nei recenti scavi che ho avuto occasione di condurre ancora nella Giara di Serri, in prossimità del tempio a pozzo precedentemente messo in luce, proprio accanto alla modesta chiesetta montana di S. Maria della Vittoria (fig. 1).
Dietro alla cortina della cinta di torri nuragiche, munite di feritoie attestanti il carattere militare e difensivo di quelle costruzioni, rinvenni un edificio forse più antico della cinta stessa; è un modesto recinto rettangolare, orientato, aperto dal lato orientale (figura 2) e con una stretta porta nel lato di occidente, limitato da muri bassi, esternamente assai rozzi, a corsi disposti senza calce, nel lato interno invece più accurati, con materiale squadrato sia in basalto che in blocchi ben scelti di arenaria finissima proveniente dalla base dell’altipiano.
Era quindi un recinto, destinato assai probabilmente a rimanere allo scoperto, un recinto dove liberamente entrava la luce del sole, manifestazione del Dio, donde lo sguardo spaziava su tutte le regioni del cielo. All’interno, lungo la parete, erano ancora in posto i banconi in muratura sui quali erano fissati i blocchi con i fori per l’infissione e la piombatura dei doni votivi, in tal modo sottratti al furto e alla profanazione (fig. 3).
I doni erano costituiti da monili, ornamenti, armi e soprattutto statuette del caratteristico stile sardo, guerrieri, devoti, sacerdotesse con lungo manto, pastori offrenti le pelli delle pecore, le focacce; i vasi da bere, colombelle votive, simbolo del cielo, in grande copia. Fra le statuette, caratteristiche quelle del guerriero con casco adorno di corna ricurve (fig. 6), ed un mutilato del piede, che presenta alla divinità la propria gruccia, a ricordo forse della guarigione ottenuta. I doni raccolti sono numerosi, ma essi furono tutti strappati dalle tavole d’offerta e gettati alla rinfusa nel pavimento, in mezzo al rogo di legna accumulata forse dal vincitore e profanatore del tempio, a scopo di far tacere per sempre la preghiera ed il culto in quel luogo che se era centro di fede, era anche un focolare ardentissimo di amore di patria e d’odio contro lo straniero invasore.
Grande dovette essere nel corso dei tempi la frequenza di questo santuario, e numerosi voti e sacrifici dovettero essere fatti ai suoi altari, che in origine furono forse tre, o per lo meno due e costituiscono elementi interessanti del nuovo tempio. Sono dessi formati in modo uniforme da una grande pietra a sezione circolare, con orlo sporgente che vediamo nella nostra fotografia (fig. 4), sopra la quale posa la vera pietra dell’altare, con un foro triangolare per la raccolta ed il passaggio del sangue delle vittime.
Tutto attorno agli altari si ebbero, oltre ai vasi di tipo e di fattura rituale e già noti da altri templi sardi, gli avanzi dei sacrifici, carboni ed ossa di bove, di pecora e di porco. Sono queste le vittime dei sacrifici solenni, anche presso il rito dei sacrifici romani, ma tutto il materiale di quello strato richiamò tempi assai più antichi di Roma. Le affinità anzi di taluni oggetti d’ornamento, di certe forme di vasi, di ornati in avorio, in ambra, con quelle rivelate dalla civiltà micenea, ci conducono, se non a quell’età così remota, pur sempre a periodo in cui ancora si tramandavano, per quanto modificate ed allentate, le ultime influenze di quella misteriosa cultura preellenica, giunta a queste remote contrade della Sardegna, e qui rimasta a lungo negli elementi isolani, tenacemente conservatori. Da scarsa nostra conoscenza dell’antica religione, come di tutto lo spirito della civiltà protosarda non ci permette di troppo vedere e comprendere in tutti i suoi particolari ed in tutto il suo significato quel complesso di elementi architettonici e formali dato dal tempio.
Certo è notevole vedere che accanto all’altare sorgeva il betilo, o pietra conica, incavata internamente, immagine amorfa della divinità e sua manifestazione anche nei culti micenei ed orientali, e ritornata poi anche nella Sardegna per le influenze dei culti fenici e punici, che così la effigiarono nelle stele sepolcrali delle necropoli costiere. Ma nulla o assai poco di fenicio e di punico ci dette lo strato di rovine che copriva il tempio, sicché questo ed i suoi arredi, e voti debbono attribuirsi allo spirito, alle tradizioni della fede avita dei Sardi.
Sono forse tradizioni permeate nell’isola dai più lontani contatti con l’oriente, forse anche fanno parte di quel retaggio di elementi religiosi e culturali che la razza sarda portò seco dalla sua prima comparsa nell’isola, molti millennii innanzi all’èra nostra, quando si staccò dalle altre famiglie mediterranee dalle quali venne lentamente distanziandosi, pure serbando in talune affinità culturali profonde il ricordo di una comune origine o almeno di una larga permanenza comune sotto gli influssi delle medesime correnti animatrici di civiltà. Ecco perché noi abbiamo in questo primitivo sacrario protosardo elementi comuni con quelli dell’Oriente cananeo, della Grecia primitiva, delle prische genti italiche, forse per derivazione da un’unica fonte animatrice della speculazione religiosa delle varie famiglie mediterranee.
Al fianco poi della cella rettangolare, presso l’altare fu segnato un più ristretto locale, pure rettangolare (fig. 4), forse un magazzino del tempio. Curioso fu di notare, accanto al tempio rettangolare i resti di un edificio circolare, di rude costruzione all’esterno, mentre all’interno dava un muro più bene eseguito, e tutto all’ingiro della parete un sedile sistemato per modo che una discreta accolta di persone vi potesse riposare, lasciando libero lo spazio circolare interno. Era forse il recinto dove attendevano il loro turno quelli che erano venuti al Santuario per compiere
il sacrificio o sciogliere un voto, forse era il luogo in cui dovevano essere giudicati ed esaminati coloro che intendevano presentarsi al giudizio ordalico, o aspettavano il responso del Dio, per mezzo del sacerdote. All’abitazione di questo era forse adibita una capanna rotonda che venne esplorata presso al tempio.
Anch’essa rotonda, a spesso muro grossolano nell’interno, ma esternamente avvolta da un muro eseguito assai bene con pietre squadrate con cura, forse a dimostrare il carattere religioso della costruzione, preceduta innanzi alla porta da un piccolo atrio (fig. 5). Qui amo pensare risiedesse il sacerdote, un vecchio venerando che attendeva i devoti accorrenti per consiglio e per conforto. Poiché nella scarsezza di notizie da noi possedute sull’antico popolo sardo preromano, questo solo ci è dato di scorgere dai vaghi indizii delle fonti storiche e dai più positivi ed espressivi dati degli scavi ed è la grande efficacia del vincolo e del fatto reale religioso’ nelle famiglie e nelle tribù degli antichissimi abitatori dell’isola. Il nome stesso del nume, quale troviamo ricordato dai Romani, nuovi padroni della Sardegna, Sardus pater, ci dice la sua dominazione sovrana e paterna nella mente dei Sardi tutti, che si considerano suoi figli, che lo invocano come il loro presidio, la loro tutela, la loro più valida difesa. Nella lotta incessante e secolare contro i Punici dapprima, poi contro Roma, lo invocarono quale duce ed attorno ai templi di lui si strinsero saldamente nelle ore tragiche delle estreme difese della loro minacciata indipendenza.
Appunto per questo motivo noi vediamo le tracce di una spietata rovina nei templi del nume sardo; Roma abbatte, distrugge il santuario donde sfavilla la fiamma animatrice del valore dei Sardi, sulle rovine pianta i proprii segni e le are dei proprii Dei. Ma il vecchio nume si impone, domina sempre i cuori dei superstiti e dei loro discendenti: Roma, dominatrice imperiosa, ma saggia, comprende che non era prudente politica distruggere ogni antica fede ed essa stessa non solo lasciò riedificare il Sardopatris fanum, cioè, il tempio di Sardopadre, in almeno una località dell’isola, al Capo Frasca, ma sulle monete coniate dai propri magistrati, come del pretore Azio Balbo, incise il nome e l’effigie del Dio eponimo e tutelare dell’isola, dell’indigete che placa, come dice il Poeta, il vincitore al vinto e forma uno degli anelli, anzi il più valido, a stringere i Sardi a Roma, a far sì che l’antica gente, prima in nessun luogo amica, diventasse a poco a poco romana essa stessa, assumendo i costumi, gli istituti, la lingua di Roma e mantenendo per sempre questa veste, con impavida saldezza, anche attraverso ai più tragici eventi, alle più fiere procelle che accompagnarono la rovina dell’impero romano.
Tutti questi elementi, tutte queste voci di guerra, di fede, di pace, scaturiscono dalle modeste rovine del tempio preistorico presso S. Maria di Serri; di là, da quell’alta acropoli naturale, lo sguardo spazia incantato sul piano e sulle valli circostanti e dai monti di Barbagia si stende per tanto vasto tratto del paese sardo sino alla marina cagliaritana, luccicante lontano, e la mente nostra sogna e spera, dopo tanta tristezza di tempi, dopo tanti sacrifici di fede, di sangue, di amore, un più degno, un più lieto avvenire alla buona terra, alla buona sua gente, dotata di così salde e tenaci virtù.
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