ARTE SARDA POPOLARE
di
Amerigo Imeroni
titolo originale
PICCOLE INDUSTRIE SARDE
Milano-Roma, Bestetti e Tumminelli, 1928
INDICE
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• Nota biografica su Amerigo Imeroni
• Presentazione di Guido Rombi a questa nuova edizione
Sistema di produzione
LAVORI CARATTERISTICI DI PICCOLA INDUSTRIA SARDA E PRINCIPALI LUOGHI DI PRODUZIONE
• L’ARTE RUSTICA SARDA. L’AMBIENTE
Il tappeto sardo
Il ricamo a granelli (pibioni)
Altri ricami
Cestini – Tralicci – Stuoie
La madia e la cassa
Mobili in stile rustico
• INDUSTRIA DEL CUOIO DECORATO
Ferro
Rame
• MANIFESTAZIONI DELL’ATTIVITÀ DELLE PICCOLE INDUSTRIE IN SARDEGNA
Nota. L’INDICE è stato reso molto più dettagliato appositamente per rendere la consultazione delle pagini più fruibili.
Le immagini sono state disposte molto diversamente rispetto all’originale, cercando di accorparle il più possibile in base al contenuto del testo. Difficile il posizionamento dell’ultimo blocco di fotografie: la scelta fatta ci sembra comunque efficace.
NOTA BIOGRAFICA SU AMERIGO IMERONI
tratta da La Grande Enciclopedia della Sardegna, a cura di Francesco Floris [e Manlio Brigaglia – Salvatore Tola), La Nuova Sardegna, 2006 – volume 5 Grondona – Melas
IMERONI AMERIGO. Funzionario, studioso di economia (Cagliari 1873-ivi 1948). Laureatosi in Legge nel 1898, si specializzò nella Scuola Superiore di Commercio a Venezia ed entrò nella carriera amministrativa presso il Ministero dell’Interno, raggiungendo il grado di ispettore delle dogane. Negli stessi anni consegui la libera docenza in Economia politica e insegnò presso l’Università di Cagliari.
Il suo nome è legato a una raccolta di oggetti d’artigianato e d’arte sarda che andò formando nel corso degli anni: divenne così uno dei maggiori conoscitori del settore, per cui nel 1938 fu anche nominato ispettore d’arte per Cagliari.
Scrisse numerosi articoli sul patrimonio artistico della Sardegna e sulle sue tradizioni popolari. Tra i suoi scritti: Santa Barbara, “L’Unione sarda”, 1913; Villa d’Orri, “L’Unione sarda”, 1913; Forma Karalis, “Il Corriere di Sardegna”, 1921; Domenico Lovisato. La vita e le opere, “Mediterranea”, I, 11-12, 1927; Bottega d’arte ceramica, “Mediterranea”, II, 2, 1928; La spedizione francese a La Maddalena in una relazione inedita di don Vittorio Porcile, “Mediterranea”, II, 4, 1928; Piccole industrie sarde, 1928; S. Leonardo di Siete Fuentes, “L’Unione sarda”, 1928; Un codice aragonese per la città di Cagliari, “Mediterranea”. III. 1. 1929; I re di Sardegna per il riscatto degli schiavi dai barbareschi, “Rassegna storica del Risorgimento”, XXII, 1935, Originalità dell’arte popolare tessile in Sardegna, in Atti del IV Congresso nazionale di Arte e Tradizioni popolari, 1940, voll. 2, 1942-43.
Presentazione (esterna al libro) di Guido Rombi
Non avrei mai immaginato fino a pochissimo tempo fa di farmi un po’ storico di “arte popolare sarda”. Dopo aver lavorato per Gallura Tour a) il libro Arte sarda di Giulio Ulisse Arata e Giuseppe Biasi; b) pubblicato i preziosi articoli dello stesso Arata sotto il titolo di insieme Arte rustica sarda; c) pubblicato immagini ed estratti di critici d’arte sulla Sezione Sarda allestita alla Prima mostra internazionale delle arti decorative a Monza nel 1923; d) lavorato e pubblicato le pagine sulla Sardegna contenute nel libro di Paolo Toschi Arte popolare italiana, eccomi a dare nuova veste e soprattutto voce ad un libro che voce non ne ha praticamente avuta.
Se c’è un caso in cui la definizione “colpito da damnatio memorie” si attaglia perfettamente, ecco è il caso di questo libro. Non ci sono dei motivi chiari o noti per spiegare l’ingrata sorte del libro (e anche del suo autore), il silenzio e quasi “ripudio” infertogli dall’intellighentia e dalla cultura sarda (spesso, dietro un “destino” avverso c’è tutto un insieme di piccoli incastri). Eppure lo studio del “caso” col metodo storico-critico tipico degli studi permette alcune osservazioni che credo di un certo interesse culturale. Per esempio che la storia e la sorte di questo libro è collegata alla lunga storia editoriale che ebbe il libro Arte Sarda di Arata-Biasi, e forse apre qualche scenario inedito (ma la speranza è che un domani “vengano fuori” dei documenti in proposito) sul lungo ritardo della pubblicazione di quest’ultimo, forse non solo riconducibile ai mutati assetti societari dell’editrice tra gli anni Venti e gli anni Trenta.
Andiamo per gradi e cerchiamo di spiegare. Il libro del prof. Imeroni viene pubblicato nel 1928 (attenzione alla data), sotto i migliori auspici: è infatti un libro patrocinato dallo Stato (che in quel tempo voleva dire col placet del regime fascista), esattamente dall’Ente nazionale per le piccole industrie. Verga la presentazione il presidente ingegnere Ravà, dice che è il primo di una serie, lo pubblica la famosa casa editrice d’arte Bestetti e Tumminelli. A questo punto non ci si può non chiedere come mai questo incarico a Imeroni e non al più famoso Giulio Ulisse Arata che insieme con Biasi aveva un vecchio accordo con gli stessi editori per la pubblicazione di un libro sullo stesso tema, di cui aveva pubblicato, nel 1921 – ad anticiparne l’uscita – per la rivista «Dedalo», editata sempre da Bestetti-Tumminelli, tre lunghi articoli ricchi di immagini dal titolo Arte rustica sarda, quindi diretto l’allestimento della Sezione sarda per la Prima mostra internazionale delle arti decorative di Monza del 1923? Senza nulla togliere a Imeroni, Giulio Ulisse Arata ci aveva già molto lavorato ed era nome assai più conosciuto.
Non solo. Nel libro di Imeroni non una sola volta vengono citati Arata e Biasi. Invece vengono nominati e si dà onore a diversi artisti e artigiani e collezionisti sardi (tra gli artisti Filippo Figari, Stanis Dessy, Eugenio Tavolara, Felice Melis Marini, Federico Melis, Francesco Ciusa, per non dire di Edina Altara presente nel testo con una sua composizione d’arte e Tarquinio Sini autore dell’immagine di copertina; tra i collezionisti la famosa ditta dei fratelli Clemente di Sassari), molti dei quali artisti e collezionisti erano da diversi anni già in rapporti con Arata e Biasi. È insomma un’assenza eclatante, che stride, quella dei due. Perché, cosa può essere successo? È normale, direi ovvio, porsi questa domanda.
(Fu fatta la proposta ad Arata e Biasi? Se sì, ci furono dei problemi – per esempio un disaccordo sul compenso – con gli editori Bestetti e Tumminelli o con l’Ente finanziatore? Oppure questioni di carattere culturale-ideologico sul taglio da dare al libro?, per dirne alcune. Biasi era rientrato dall’Africa nel 1927, e comunque fra lui e Arata era il secondo che teneva in mano le redini del libro. Quesiti, perplessità che meritano indagini e risposta, sperando che ci siano documenti che lo permettano).
Sta di fatto che il libro proposto da Amerigo Imeroni o a lui commissionato – libro che aveva tutti i requisiti per avere grande risalto sulla stampa, essendo un libro dello Stato-Regime fascista –, una volta pubblicato non ebbe alcun risalto. Non si ha al momento notizia di significative recensioni su giornali e riviste, ma solo di poche e semplici citazioni bibliografiche sparse. E non è che diversa attenzione gli sia stata dedicata in seguito, per dire col premio e il riconoscimento di una ristampa! Allo stato delle mie ricerche (e chiedo venia se dovessi errare, lieto di essere anzi smentito) sufficiente attenzione gli ha dedicato solo l’antropologo Mario Atzori, nel suo Tradizioni popolari della Sardegna. Identità e beni culturali, Edes, 1997 (pp. 291-293), rimarcando certi brani del libro, e Antonella Camarda nella sua bella tesi di dottorato Plasmare un’isola.Ceramica in Sardegna dal Novecento ad oggi, Università di Sassari, 2008-2009, pp. 56-58, 104.
Ben altra sorte, pubblicità e destino, invece quello – comunque certamente di superiore fattura – di Arata e Biasi, anno 1935, che ebbe subito recensioni di Ojetti e altri, portato alla più ampia diffusione pubblica con la ristampa nel 1982 di Carlo Delfino di Sassari. Senza dubbio meritata la fama di Arte Sarda (non a caso scelto da Gallura Tour come focus della propria sezione sull’arte sarda stimolando diverse integrazioni e approfondimenti), ma assolutamente incomprensibile il silenzio, anzi l’oblio, di Piccole industrie sarde che, a quasi cento anni dalla pubblicazione, continua a figurare solo come un titolo fra i tanti nelle bibliografie anche dei più importanti libri editati sull’arte e l’artigianato sardo dagli anni Ottanta ad oggi: senza un cenno, una nota a rimarcare almeno la particolarità d’essere questo il primo vero libro pubblicato sull’arte popolare sarda (fra l’altro da un editore di fama nazionale).
NOTA: sebbene Camarda, sopra cit., abbia riconosciuto dei meriti al libro, poi però scrivendo di Arte Sarda di Arata e Biasi dice che «per ricchezza di documentazione fotografica e di contenuti può essere considerata la prima monografia significativa sull’artigianato sardo»: condivido che si tratti della più significativa monografia, ma forse – dopo aver studiato il “caso” – eviterei di dire che sia «la prima significativa», che può portare a seguitare ancora nell’equivoco di attribuire il titolo di “primus” assoluto ad Arata-Biasi (io stesso, neofita dell’argomento, prima che mi imbattessi fortunosamente nel libro di Imeroni e lo analizzassi, ero convinto di questo). Infatti, pur nella generale non omegeneità e carenza di contenuti e immagini – un po’ lacunosa è l’articolazione di capitoli e paragrafi: alcuni si riducono a poche righe e in certi casi non portano nemmeno immagini a corredo (come ora con questa pagina di Gallura Tour è facile verificare), immagini disposte in fondo al libro in un unico blocco e senza un chiaro ordine –, tuttavia, nonostante queste lacune e carenze (forse ci fu qualche fretta di licenziarlo alle stampe), anche Piccole Industrie Sarde (163 p. di cui 92 di tavole con 102 immagini – 25 cm di altezza) è una monografia nell’insieme interessante e utile, per giunta pubblicata da una delle più importanti case editrici d’arte di quegli anni; perciò senza dubbio la “palma” di primo libro sull’arte popolare sarda spetta ad esso.
E così, con questa riproposta e questa nuova impaginazione, Gallura Tour, intende colmare una svista e lacuna collettiva, e rendere finalmente il meritato omaggio al primo libro sull’arte popolare sarda Piccole Industrie Sarde, autore Amerigo Imeroni.
PRESENTAZIONE
L’Ente Nazionale per le Piccole Industrie inizia la pubblicazione di una serie di monografie tendenti a far conoscere le più importanti manifestazioni piccolo industriali e artigianali del nostro Paese.
La monografia del Prof. Imeroni è una completa e geniale illustrazione dell’arte paesana sarda, di cui l’autore, con parola colorita, appassionata e tecnicamente esatta ha messo in evidenza le più belle caratteristiche.
L’Ente Nazionale è pertanto lieto di presentare ai lettori il pregevole studio, nella certezza che esso troverà largo favore ed unanimità di consensi.
Il presidente ing. Beppe Ravà.
Roma, 1928 Anno VI.
PICCOLE INDUSTRIE SARDE. SISTEMA DI PRODUZIONE
La piccola industria in Sardegna è semplicemente individuale, casalinga, spesso nomade, ed esprime fino ad un certo punto, almeno nell’interno e nella zona alta, la resistenza degli antichi usi e costumi, la profonda espressione della insularità in tanti aspetti della psicologia sarda malgrado le rinnovate moderne correnti della emigrazione-immigrazione e sopratutto del lungo soggiorno dei combattenti sardi al fronte.
Anche la tendenza a dimorare in una zona interna montagnosa concorre a spiegare la persistenza di tante particolarità di razza e di costumi.
Malgrado l’impianto idroelettrico del Tirso pressoché nulla permane la derivazione di forza motrice per la piccola industria individuale o aggregato famigliare, manuale, primitiva negli attrezzi-strumenti, nel sistema produttivo: un coltello, una sgorbia, un tornio, un telaio, un forno.
Non sussiste un qualsiasi censimento delle piccole industrie rustiche sarde spesso sperdute negli alpestri villaggi, nelle isolate capanne da pastori; onde conviene concludere che ben ardua ne torni l’identificazione.
Tuttavia consideriamo come un dovere l’arrischiare una statistica induttiva con cifre approssimative dedotte dalla reale conoscenza dei principali luoghi produttivi.
LAVORI CARATTERISTICI DI PICCOLA INDUSTRIA SARDA
PRINCIPALI LUOGHI DI PRODUZIONE
TESSUTI ED AFFINI:
PANNI DI LANA (orbace): Desulo – Osilo – Tonara – Gadoni- Fonni – Seui.
TAPPETI, BISACCE DI LANA: Isili – Morgongiori – Macomer – Gadoni – Tonara – Nurri – Laconi – Serri – Ploaghe – Nule – Sarule – Sadali – S. Sperate.
TELE GREGGIE DI LINO: Samugheo – Villacidro – Teulada – Fonni – Martis –Desulo – Osilo.
TOVAGLIATI RICAMATI: Settimo – Sinnai – S. Giusta – Atzara – Cabras.
COPERTE DI COTONE a nodini (pibioni): S. Antioco – Atzara – Sinnai.
COPERTE DI COTONE felpate (fanuga): Meana – Guspini – Settimo.
FILET di LINO O DI CANAPA: Bosa – Oristano – S. Lussurgiu – Cagliari.
BURATTI di LINO e SFILATI di LINO – S. Vito di Muravera.
RICAMI vari su LINO: Selargius – Gesturi – Atzara – Meana.
RICAMI su LINO a PUNTO RICCIO: Teulada.
PANIERI – CESTINI – CRIVELLI – STUOIE – GRATICCI – CORDE VEGETALI – SCOPE:
di PALMA: Castelsardo – Sennori – Alghero – Sorso (corde).
di ASFODELO – Flussio – Olzai – Montresta – Pozzomaggiore
di GIUNCO: Sinnai – Settimo – Elmas – Teulada – S. Vero Milis (crivelli).
di GIUNCO e panno scarlatto o azzurro: Sinnai.
di CANNA: Milis – Terralba – Oristano – Teulada – Ottana.
di FIENO: Settimo – S. Gavino – Siliqua.
di LENTISCO: Dolianova – Quartu.
di MIRTO: Donori – Teulada.
di CIPERO: Muravera – Siniscola – Siurgus (corde).
di BIODO (stuoie): Assemini – Milis – Zeddiani – Galtellì.
di RAFFIA: Flussio – Montresta – Cagliari.
di PALMA (scope): S. Antioco – Alghero.
LEGNO – SUGHERO – CORNO decorato, intagliato, scolpito, inciso
MADIE, CASSE, CASSEPANCHE, CASSONCINI: Aritzo – Desulo – Orani.
SEDIE RUSTICHE: Assemini – Decimo – Milis.
TAGLIERI, MESTOLE, CUCCHIAI, ecc.: Desulo – Fonni – Gonnosfanadiga – Burcei – Sinnai.
CORNI, ZUCCHE, CONOCCHIE: Arbus – Sinnai – Muravera – Teulada – Fonni.
RECIPIENTI INTAGLI SCULTURE in SUGHERO – tutta la Gallura.
MOBILI stile rustico: Cagliari Desulo – Sassari – Orani.
GIOCATTOLI SARDI brevettati A.T.T.E.: Sassari.
CARICATURE REGIONALI: Cagliari.
ABOZZI per pipe: Monti – Desulo – Teulada.
SGABELLI di FERULA: Teulada.
FERRO battuto e decorato in balconi, morsi, speroni, staffe, lampade: Gavoi – Fonni – Tonara – Seui – Cagliari
ACCIAIO bulinato, inciso, ageminato in coltelli, spiedi, alari: Guspini – Arbus – Pattada – S. Lussurgiu – Gavoi – Fonni – Gonnos.
RAME lavorato a sbalzo – paiuoli, caldaie, campani per armenti: Isili – Tonara.
ORO e ARGENTO in oreficerie locali, regionali bottoni – fermagli spilli catenelle cinture orecchini, ecc.: Cagliari – Iglesias – Fonni – Gavoi – Nuoro – Dorgali – Ittiri – Tempio – Sassari.
TERRAGLIE COMUNI: Oristano – Pabillonis – Asseminidecimo -Teulada.
TERRECOTTE artistiche: Dorgali – Oristano
MAIOLICHE decorate policrome: Assemini – Cagliari
CUOI impressi e PELLI decorate: Dorgali – Bitti – Tonara – Desulo -Teulada.
L’ARTE RUSTICA SARDA. L’AMBIENTE
Piccolo mondo sperduto simile a nave ancorata in mezzo al Mediterraneo la Sardegna deve al silenzioso distacco dai continenti la particolare fisonomia, una caratteristica propria, regionale, locale, inconfondibile con le altre contrade del mezzogiorno d’Italia quali Sicilia, Calabria, Abruzzo.
Tutto dal mare al cielo, dai vasti piani ai monti ferrigni – dal preistorico nuraghe alle torri pisane è melanconica sconfinata solitudine che concorre a mantenere immutato il volto primitivo.
Quando si consideri che l’isola è passata attraverso undici dominazioni (Fenici, Romani, Vandali, Bisantini, Goti, Pisani, Genovesi, Aragona, Spagna, Austria, Piemonte) torna agevole dedurre come di tante genti abbia assimilato più o meno istinti, sentimenti, tradizioni, usanze che affiorano nelle attuali manifestazioni.
Tutte le arti minori ebbero nel passato una importanza superiore alla pittura e scultura affermazioni raffinate che richiedono l’ambiente vasto della città e facilità di movimento e scambio mentre le industrie rustiche sarde, diretta emanazione della primitiva psicologia del nomade pastore e della semplice contadina, scaturirono dall’ambiente arcaico, ove natura, silenzio e solitudine ne ispirarono l’istintivo senso artistico.
In tutti i saggi qualunque sia la materia decorata ai primi motivi di stile insulare si sovrappongono tracce bizantine o influssi toscani e riflessi aragonesi. Notevole l’assenza assoluta di elementi mitici leggendari, eroici, nel quadro della rustica industria artistica, che, eminentemente pastorale, si può definire virgiliana, in quanto si riferisce alla natura patriarcale e riproduce esclusivamente paesaggio, flora e fauna, e con quelli innalza voti ed espressioni di fede, amore e nostalgia.
Da tali fonti insieme intrecciate e confuse gli artieri solitari, ispirandosi alle infinite quanto varie impressioni della natura, guidati dall’istintivo senso del bello, seppero trarre una propria impronta artistica locale forte ed originale, vivace e festosa, nobile quanto spontanea ed espressiva, mirabilmente traducendola nelle più svariate applicazioni d’arte decorativa, talmente caratteristiche, da indurre i forestieri a definire la Sardegna: la più singolare regione.
INDUSTRIE TESSILI ED AFFINI
L’isola non offre che la piccola produzione casalinga esercitata specie d’inverno dalle donne per la fabbricazione dei filati e tessuti grossolani resistenti, d’uso locale di lana o di lino e dei loro derivati. Lane pecorine e caprine lavate e cardate primitivamente si filano con la rocca o col fuso, quindi greggie o tinte si passano al telaio.
Mentre notevole è la produzione delle lane che si esportano, limitata è quella del lino, perché si va restringendo l’uso delle tele casalinghe, di scarsa apparenza, ma di grande durata.
Le lane vengono tinte con procedimenti personali di cui si serba la tradizione e talvolta il segreto, ricorrendo a tutta una serie di infusi di radici, fusti o foglie di vegetali, o di terre ed ocre coloranti, o del ferro vecchio.
Così il nero si ottiene dal truiscu o trobiscu (Daphne Gnidium L.); il rosso dalle radici di orixedda o ciorixedda (Robbia tintoria); il ruggine con infuso di ferro vecchio e foglie di frassino ollastu e’ arriu (Fraxinus Ornus L.); il giallo con le foglie di ontano-alinu (Alnus glutinosa Gaert) e le mezze tinte con le foglie di moddizzi o chessa (Pistacia Lentiscus L.) o con ocre rosse, violacce, miste e campeggio o zafferano.
Il telaio conservato negli ambienti rustici serba tuttavia la forma arcaica della tradizione omerica di Penelope, semplice e stretto se destinato alla tessitura dell’orbace, mentre si allarga fino a due metri per i grandi tappeti e coperte in telo unico (burrascillonis – mantas di Gadoni, Tonara, Nule, ecc.).
Produzione prevalente è quella dell’orbace o furesi, panno ruvido nero usato pel costume sardo maschile. In Barbagia e nel Nuorese si usa pel costume femminile l’orbace tinto di rosso granato o rosso scuro. Rinomati sono i prodotti di Desulo, Osilo, Baunei, Bono, Bitti, Fonni e Gavoi,
Caratteristica dell’orbace è l’impermeabilità all’acqua ed al freddo tanto che i pastori usano il lungo cappotto col cappuccio, oppure si avvolgono in un gran telo d’orbace (saccu e’ coberri, mantu) per ripararsi dalle piogge e dal vento invernale. Anche i naviganti ricorrono al pastrano d’orbace, una volta usato dagli ufficiali della R. Marina e fornito dall’Unione Militare.
IL TAPPETO SARDO
Festoso, gaio, giocondo in luminosi cromatismi saggiamente armonizzati, oppure melanconico, triste in severe tonalità o infine pallido e tenue come sfiorita immagine, il tappeto sardo ha una sua fisonomia caratteristica locale che un occhio esperto può individuare fra cento di altre contrade.
Non solo, ma la particolare tecnica, foggia, struttura, tessuto, disegno, motivi e colori per cui si differenzia notevolmente da regione a regione e spesso da paese a paese ne rende agevole a chi per assidua esperienza li abbia familiari, la identificazione dell’origine, anche se tratto dalle più remote alpestri solitudini.
In più che duemila tappeti antichi e moderni abbiamo potuto rilevare anzitutto l’impronta personale libera dell’artefice, che si differenzia dagli altri, spesso tessuti nello stesso telaio, da congiunti, per una sia pur lieve particolarità nel disegno o nel colore un’aggiunta o un diversivo, la alterna o differente linea e disposizione di un motivo, di una tinta, perfino un difetto o un errore che si trasforma per le immutabili leggi della natura e dell’estetica in un pregio – tutto concorre a rendere tipico e unico il tappeto sardo, quando, precisiamo, sia veramente prodotto individuale e non già riproduzione a serie come ora si comincia a fabbricare per la detestabile penetrazione commerciale moderna.
Taluni esemplari rivelano una maestria architettonica veramente ammirevole poiché riesce a fondere in un tappeto venticinque motivi decorativi diversi, resi più vivi dalla esperta distribuzione delle tinte e dei toni con armonia sempre sicura.
Il tappeto è la voce dell’ambiente. Le regioni montuose ed aspre del Nuorese, Marghine, Barbagia e Ogliastra mantengono una tipica tinta severa, scura, che si scioglie in un festoso canto quando si scende, attraverso la ferace Marmilla, ai piani Campidani di Oristano e di Cagliari ove S. Sperate ha la palma della più sgargiante policromia.
Fonti del disegno decorativo i motivi di antichi broccati e damaschi, arazzi e merletti vari, di sacri arredi intrecciati, confusi, alternati a impressioni tratte dalla reale visione della natura.
La tecnica architettonica del disegno persegue e svolge un motivo centrale dominante il trionfo o sa mostra vasi di palmizi, melograni, garofani o corni d’abbondanza, tralci di vite, specchietti, fiori, rose stilizzate specie la rosa detta a speroni sola o intrecciata, su cui si diparte e sviluppa tutta una coreografica esposizione di animali, figure, come angeli, uomini e donne che danzano il classico ballo sardo re e regine ed una leggendaria Lucrezia (Romana?!) o Cristina (di Svezia o di Savoia?!) ed a profusione cavalli alla fonte, o caracollanti col fiero cavaliere asinelli – cani cervi oche colombe pavoni e pavonesse uccelli soli o incatenati – in fila indiana o di fronte qualche volta la caccia spesso la coppia nuziale a cavallo. Ma sopratutto una fantastica inesauribile creazione di geometriche stelle da caleidoscopio, d’ogni forma, grandezza e colore, desunte dal regno vegetale o anche da quello dei sogni.
Sicuri, eloquenti, l’influsso, la derivazione di elementi decorativi vari dissimili remoti confusi e sovrapposti.
La tecnica della tessitura differisce secondo le contrade, epperò intera-oltre al più comune tappeto a superficie uniformemente tessuto e disegnato ad un tempo è diffuso quello con fondo a rete di lino tessuta contemporaneamente al disegno in altorilievo – a granelli (pibioni) di lana a più colori – e un altro tipo simile, detto a fioccu, con variopinti fiocchetti o ciuffi di color vario che sottolineano il disegno principale svolto sulla rete di lino. Questi sistemi si estendono alle bisacce ed ai copri madia o cassapanca (coberibancu).
Taluni paesi hanno un tappeto di carattere orientale senza i motivi sardi, così Nule segue un contrasto di marezzature a zig-zag, a larghe striscie, vivacissime, insolite nell’isola, con verdi smeraldo, giallo croco, rossi vivi, azzurri chiari, su fondo arancione; Morgongiori ha per motivo dominante l’aquila coi cervi e talune reminiscenze di castelli, torri e chiese confuse, con belle armonie di colori; Mogoro espone serie di cavalli quasi quadrati neri o rossi; Isili uccelli stilizzati, la cavalcata degli sposi, il ballo sardo ed un curioso guerriero che combatte coi cervi; Santa Giusta graziose teorie di angeli che altri paesi trasformano in diavoli coronati.
I telai della Marmilla riproducono il ballo sardo e quelli della Barbagia perseguono motivi decorativi geometrici mentre nel Nuorese a questi si alternano gli uccelli. Gavoi, Bolotana, Oliena riproducono un tradizionale tapinu de mortu, in pelo di capra, una coltre funebre sulla quale deponevasi il defunto per la nenia.
Originali sono i tappeti di Ruinas con asinelli in serie, e quelli di Ilbono con trionfi di garofani sanguigni. Narri alterna le palme agli uccelli e cagnolini.
Un paesello presso Laconi, Senis, crea un vago tappeto a fondo ruggine rallegrato da rombi gialli, azzurri, rossi e incorniciato da serie di cervi neri di linea quasi greca. Terralba stempera rose d’ogni colore in armonie di antico arazzo. Sarule conserva tutta una siepe di doppi triangoli acuti uniti ai vertici, a mo’ di clessidra, dai toni vivaci di rosso mattone, azzurro e nero su fondo giallo. Questi motivi decorativi sono chiamati sos calighes ossia i calici, mentre sas craes, ossia le chiavi, si appellano i disegni che chiudono le bordure del tappeto.
Ploaghe serba la tradizione di un nobile tappeto di evidenti influssi arabi pei vari motivi geometrici svolti attorno al motivo centrale, sa mostra, del leone e del tralcio di vite, con accesi colori su fondo bianco sporco. La tecnica della tessitura a granelli è definita: s’alte de chentu fustjos, l’arte cioè delle cento stecche adoperate per tessere e disegnare in risalto annodando su le verghe.
Orani vanta un raro cimelio: tappeto di m. 3 per 2 dalle tenui tinte con rose geometriche di sapore orientale, definito sa burra de Santu Jorghi perché riservato alla tradizionale sagra di S. Giorgio di cui andò distrutta la chiesa. Appartiene al Dott. Marchioni.
Questa esemplificazione potrebbe agevolmente estendersi a tutti i paesi dell’isola.
Il tappeto antico si distingue dal moderno per l’assenza assoluta dei colori viola verde e rosa, creazione dei colori all’anilina, propri delle attuali lane meccaniche. Non è però raro il caso che su di un antico tappeto si effettuino malamente dei restauri o ripassi con lane moderne e con palese contrasto. Il colore dominante negli antichi è il rosso bruno, ruggine, e poi nero, indaco, bianco, giallo e talune pallide tinte di sorprendente effetto e durata. Perché la caratteristica delle lane casalinghe oltre la ruvidezza al tatto, è la resistenza. Si può impunemente esporre un tappeto tessuto con lane rustiche dai colori più vivaci, al sole di tutto agosto, ed il colore permane immutato, laddove le lane industriali scolorano anche senza sole.
Sui tappeti antichi e più spesso sui copri madie e sulle bisacce si rinviene talvolta il nome dell’artefice e la data, o il paese.
LINO
La grande industria tessile moderna ha ucciso la piccola industria rustica delle tele casalinghe grossolane, meno fini ed appariscenti, ma di maggior durata e in conseguenza si va restringendo la coltivazione del lino la cui fibra ha raggiunto prezzi altissimi mentre pel passato ogni famiglia rustica tesseva le sue tele ordinarie e fini.
La coltura del lino potrebbe alimentare l’industria dell’estrazione dell’olio coi relativi panelli di avanzi per il bestiame, agevolando la fabbricazione del linoleum coi cascami del sughero tanto abbondante in Gallura.
I primi saggi di tele di lino operate, sfilate, ricamate a mano debbono risalire alle introduzioni di suppellettili e arredi sacri degli ordini monastici venuti dalla Toscana e dall’Umbria. Per citare i più remoti, i Benedettini Camaldolesi che presso Ploaghe fondarono il monastero di Saccargia, uno dei più celebri dell’Ordine. In un’antica cronaca del paese intitolata «Condaghe de s’Abbadia de sa S.S. Trinidade de Saccargia», del XII Secolo, si leggono molti dettagli su questo convento che rimonta al 1112. Esso fu costruito per un voto di Costantino di Torres e della moglie Marcusa, e la chiesa consacrata nel 1116 con gran pompa e l’intervento di tre arcivescovi dell’isola, otto vescovi, molti canonici, priori, abati e altri dignitari, e furono colmati di doni da Costantino e Marcusa. I Camaldolesi possedevano nell’Isola grandi ricchezze; i loro abati e priori avevano diritto di precedenza su tutti gli altri. La conquista Aragonese (1323) fu loro funesta e al principio del Secolo XV furono cacciati dall’isola ed i loro beni divisi e in parte assegnati al clero secolare.
Poco lungi vi è la chiesa di S. Michele di Salvenero, dei Benedettini di Vallombrosa il cui monastero fu creato con bolla di Innocenzo II, del 1139. Degna di menzione è la chiesa di S. Maria del Regno in Ardara, del Secolo XI. I Giudici del Logudoro vi prestavano giuramento alla presenza dell’Episcopato e della Signoria, e vi si celebravano i riti ufficiali del regno e pubblicavano i documenti regali, donde il titolo di S. Maria del Regno. Nel 1130 vi si tenne un Concilio nazionale presieduto da Alberto Vescovo di Pisa quale de legato Pontificio.
[1] Sulla facciata dell’antica chiesa di S. Pietro di Zuri eretta nel 1291 era murata una lapide che rammentava essere stata in quell’anno Abbadessa di un vicino Convento, Donna SARDIGNA de LACON appartenente ad una famiglia, principesca dell’isola, (Carlo Aru S. PIETRO DI ZURI pag, 20 e 51).
[2] Nel 1477 il Re Don Giovanni d’Aragona dichiarava in Barcellona fellone il Mar-chese d’Oristano, Don Leonardo Alagon coi figli, protetti ed aderenti condannandoli alla pena capitale e ordinando la confisca dei loro beni.
Tale sentenza venne più tardi revocata (1518) mentre D, Leonardo moriva confinato nel castello di Xativa nel 1490.
E’ naturale che le donne di Sardegna prendessero a riprodurre i buratti, sfilati, modani, ricami, trine, merletti che adornavano i sacri lini portati d’oltre mare, donde una primitiva, timida, ingenua, gara che presto si diffuse e di cui restano esemplari, con varianti locali, ormai rari, e tradizioni col passaggio dalla destinazione ecclesiastica all’uso comune.
Di tanti copiosi frutti di nobilissima arte muliebre, alla Sardegna non è rimasto che il tipico filet di Bosa, il punto riccio di Teulada, ed il tessuto a granelli (pibioni) quasi scomparsi essendo i candidi lini e le tenui trine evocanti assidue veglie di fede, d’amore e di dolore: «Plus forti e s’amori – plus trista e sa vidal».
Diffusi erano taluni ricami nei colori ruggine, azzurro, giallo, rosa, a punto spiga e a punto croce, su finissime tele greggie di lino, che creavano Tonara, Atzara, Santa Giusta e mirabili sfilati di Gesturi, Ghilarza, Meanasardo, nonché insuperati modani a maglia quadra con punto a rammendo che indubbiamente debbono essere creazione di sarde mani votate alla clausura nelle case del Signore[1]. Tali appaiono anche le tovaglie d’altare conteste di colori tenui e di fili d’oro e d’argento, con teste d’angeli e la sacra sigla crociata I. H. S.
Tutto l’Oristanese ma in ispecie Santa Giusta, Usellus, Ales sede vescovile, fornivano tovagliati di un senso artistico straordinario quando si consideri ch’era opera di umili rustiche mani. I disegni di un azzurro pallido, giallo smorto, verde chiaro con colombe, greche, fontane, fiori, frutta, cervi e cavalli, madonne, angeli, re Magi, riflettono un’arcaica poesia di ambiente classico desunta forse da remoti elementi decorativi. Le collezioni già Pischedda ora del Museo di Cagliari, Dallay, Manconi-Passino, Dionigi Scano, De Magistris di Castella, Prunas-Lovisato, Dallolio, Sanjust, Daneu, per citare le più ricche, contengono vere rarità della specie. Magnifici taluni paramenti sacri dello Arcivescovo di Cagliari e della chiesa di Ulassai; superbo uno sfilato per la settimana santa, proprietà Deriu di Ghilarza.
Superstite fra tante trine è rimasto il Filet di Bosa – veramente caratteristico sardo –diverso da quello Siciliano, in quanto il filo di questo non è annodato negli angoli ma solo accavallato.
Il Filet è uno dei lavori più antichi e ben difficile torna stabilirne il paese d’origine poiché si rinviene presso tutti i popoli primitivi, derivato dalle arcaiche reti da pesca e da caccia, sulle quali si susseguono tuttora trasformazioni e varianti, e applicazioni infinite, raggiungendosi vere opere d’arte.
Antichi esemplari di filets di seta, ricamati a fili d’oro e d’argento, provengono dalla Persia e dall’Egitto. La Francia ha creato il filet Richelieu a grandi disegni floreali mentre resta italiano il filet ricamato.
Alla domanda perché il filet sia rimasto ambientato nella graziosa cittadina di Bosa che molle si adagia presso al mare, nel fascino dell’amenissima conca verde, tra il fremito delle acque correnti, ricinta di una severa cornice di monti crediamo di poter supporre che questa tipica trina derivazione di modelli Saraceni debba essere scaturita dalla Corte dei Malaspina che nel 1122 fondarono la nuova Bosa, e serbata come una tradizione. Nel Museo di Palermo Antonio Salinas contrappose ai lavori siciliani quelli affini antichi e pregevoli di Sardegna. Fra gli arredi confiscati intorno al quattrocento a Manfredi d’Alagon (famiglia feudale che subì la stessa sorte in Sardegna, capo il Marchese di Oristano)[2] e dati in consegna al Camerario regionale di Palermo, il nome di reticella compare fra gli ornamenti delle biancherie.
Anche in Sardegna cronologicamente dal ricamo a colori si passò a quello in bianco, in fili contati, fili tirati, per giungere alle vere trine ossia dalla rete da pesca al buratto, sfilato, filet.
Il clero, le corti, i mercanti ed i pellegrini furono gli introduttori nell’isola delle delicate creazioni dal ricamo, ai merletti, tessuti operati ecc.
Certa appare nella decorazione del filet l’origine orientale per chiari influssi Bisantini arabi, caratteristica fra l’altro la disposizione degli animali l’uno di fronte all’altro specie uccelli, pavoni, cavalli, leoni, cervi separati da una sorta di palma, albero sacro della Persia, detto Hom, che la religione di Zoroastro simboleggiò in albero della vita motivo che nella ingenua fantasia degli artisti bisantini corrispondeva alla croce cristiana detta nella sacra liturgia: albero di vita e di salute».
Attualmente quasi tutta la popolazione femminile del Bosano è impiegata per lo meno saltuariamente nella lavorazione del filet, e il forestiero può sorprendere la quotidiana mobilitazione dei telai portatili lungo le sponde del Temo, per le vie, i vicoli e le piazze, sui balconi e in tutto l’abitato, spettacolo che rievoca quello analogo di Burano, Torcello, Pellestrina per le trine veneziane.
Per scarsa produzione locale la Sardegna ricorre ora ai filati di canapa e di lino della Lombardia, Emilia, Veneto, ma il prodotto più fine è il filo di Scozia della Harbour di Londra. Notevoli forniture effettua la Ditta Tedeschi di Sald.
Il filet doveva in origine chiamarsi reticello e crearsi solo con filo di lino e poi di canapa, che non si produce nell’isola – ed ora anche in seta e lana bianca o colorata.
Il costo del filet è commisurato alla qualità del filo, precisione del lavoro, nobiltà del disegno, e dimensioni – base il centimetro quadrato.
Malgrado le effimere volubili preferenze della moda il filet rimane e rimarrà a dispetto di tutte le crisi la trina più diffusa del mondo, mai decaduta, per la invincibile legge economica del minor costo, per il suo tenue prezzo in quanto utilizza lo scadente materiale, filato di lino o di canapa, e di fatto ha superato la concorrenza dei pizzi a macchina.
Trina sarda e per ciò italianissima, popolare e nobile ad un tempo, si produce ovunque, a Roma, Firenze, Palermo, Cento, ecc. Notevole il numero dei telai a Cantù ed a Catena presso Firenze. E’ preferito dall’America del Nord e grandi case ne curano l’esportazione, come l’s Artistic Linen Embroidery C. di New York, ed oggi si è addirittura trapiantata la produzione in America, in Cina, ove la mano d’opera consente ulteriori limitazioni di costo produttivo e più sicuri guadagni.
L’organizzazione speculativa di accaparratori, intermediari, grossisti, la assenza di forze cooperative, la pressione fiscale, l’eccessivo costo dei trasporti, la riproduzione ordinaria e scadente, l’ignoranza infine di una educazione industriale di umili operaie non ha comunque fiaccato questa caratteristica piccola industria sarda che pertanto riesce ad esportare annualmente per un milione di lire (cambio a parte) di prodotto, per Francia, Belgio, Inghilterra e America.
Bosa occupa 1500 operaie, di cui mille con produzione individuale per conto proprio, e le restanti pei laboratori di Olimpia Peralta Melis e Diodata Delitala che produce filets colorati in lino, lana e seta.
Oristano occupa 500 operaie in massima parte pei laboratori di D. Cicita Delitala Passino e D. Maria Manconi Passino.
La produzione più comune è quella per conto proprio ma è diffuso il sistema della fornitura del filo da parte di grossisti e rivenditori che compensano la mano d’opera.
Si può dire che quasi tutte le donne dei paesi lavorino il filet quando siano libere dalle prestazioni pei lavori agricoli, segnatamente pel raccolto delle ulive che prosperano nel Bosano.
La produzione si estende al Nuorese, in provincia di Sassari e in quella di Cagliari, in aggregati familiari.
I filets di Bosa conseguirono superbi allori in tutte le Mostre nazionali ed estere, basti citare grande croce e medaglia d’oro alla Internazionale di Bruxelles 1924, e gran prix, medaglia d’oro e coppa d’onore a Parigi nel 1924.
IL PUNTO RICCIO DI TEULADA
Il costume maschile dei Teuladini richiama quello della vecchia Catalogna per il grande sombrero grigio a larghe tese, un succinto corpetto, larghe brache e uose di nero orbace, ed un collettone aperto a grandi risvolti, in tela di lino greggia ricamata a punto riccio. Accessorio indispensabile è la pipa locale di terra rossa rivestita di decorazioni in ottone o rame (sa pipa alluttonada).
Le antiche camicie, foggiate a Teulada recavano i ricami anche sul petto e sui polsi con bottoniere di filigrana d’argento, caratteristiche.
Il punto riccio consegue effetti decorativi straordinari per le penombre create dall’alto rilievo di un disegno a greche.
Torna a merito della Signora Gina Galassi Paluzzi Dallolio l’aver esteso a creazioni di moderna biancheria in tovagliati da tè, il quasi obliato punto riccio, ottenendo unanime successo e commissioni di gran lunga superiori alla potenzialità produttrice di un primo nucleo di venti operaie.
Questo punto è suscettibile di infinite applicazioni e acquista maggior rilievo su tele di lino colorate in giallo o in indaco, riuscendo nobile e severo ad un tempo, per gli effetti simpatici d’ombra e luce che conferiscono al lavoro eleganza e leggiadria non comuni.
IL RICAMO A GRANELLI (PIBIONI)
Il telaio rustico tesse e allo stesso tempo ricama con nodini o granelli in alto rilievo il filato di lino, lana, cotone, bianchi ovvero a fondo bianco e granelli colorati. Questo sistema è chiamato a pibioni, ossia acino d’uva. È diffuso in molte contrade specie per coperte da letto, copri madia, tovagliati, giraletto, ecc. Taluni paesi si distinguono per le tinte dei granelli e così Atzara e Meana li hanno color ruggine e indaco, i Campidani di Cagliari e Oristano azzurri e rossi, Santa Giusta, Sardara, Gesturi rosa pallido o gialli, il Nuorese neri. Dal contrasto di colori sorge un armonico altorilievo che persegue i più vari motivi decorativi, specie tralci d’uva, cornucopie, vasi di fiori, palme stilizzate, e talvolta castelli, torri merlate o stemmi con aquile o coi quattro mori bendati della bandiera sarda, e la consueta teoria di cavalli e cavalieri, cervi, pavoni, cani, ecc.
Bianche si fanno queste coperte a S. Antioco, Sinnai, Settimo e richiedono gran luce per poterne apprezzare il disegno rilevato su fondo troppo uniforme e freddo quale il lino o cotone.
ALTRI RICAMI
Gesturi e Selargius conservano un fine ricamo in punto ad ago detto a specchietti (a sprighittus). Nei paesi di Atzara, Meana, Sorgono si ricamano con gli antichi punti quadro, croce e spiga, in seta o lino ruggine, indaco, giallo, i tovagliati decorandoli coi consueti motivi. Caratteristiche talune striscie dette conch’ e lettu – testata per letto – diffuse però con altri colori nel Campidano di Cagliari, a Sinnai, Settimo, e S. Sperate.
Desulo per contro ha il monopolio oltre che del costume quasi Montenegrino, della graziosa sua cuffietta, mirabile espressione armonica di audaci colori, panno scarlatto al fondo, seta azzurra alla cornice, giallo oro nelle finissime trapunture a festoni, a galloni ricamate a mano copricapo veramente eccezionale pel costume sardo – che incontra un crescente favore prima pei bimbi ed ora per le signorine e signore, per sortita da teatro e per sport.
Il costume desulese è sceso dal nido alpestre e si è modernizzato fino a costituire un elegante festoso modello cittadino di giacca o golf in panno, lana, seta, costume completo per bimbi, e, passato il mare, si diffonde come gli sportivi golfs di derivazione magiara a geometriche e vivaci policromie conferendo grazia e originalità alle figure che lo sanno portare.
Osservazione curiosa è la precedenza delle Desulesi nella gonna à entrave, stretta fino al giusto passo, sull’analoga moda di Parigi.
La cuffietta desulese è scesa dalla testa alle mani, dando luogo ad una originale trasformazione da copricapo in borse grandi e piccole, portafogli, portabiglietti, borsellini, in panno scarlatto ricamato in seta, altrettanto pratici che decorativi.
Anche Atzara confeziona caratteristiche cuffie e borse intonate al costume locale, con azzurri, rossi e verdi, di curioso effetto.
LAVORI DA PANIERAI
CESTINI – TRALICCI – STUOIE
L’abbondanza di erbe palustri d’ogni sorta, ciperi, scirpi, carici, giunchi, canne di arbusti molli e flessibili, e della palma selvatica, diffusi in Sardegna lungo dune marittime, terreni acquitrinosi, sponde di fiumi e ruscelli, offre facile materia prima per la piccola industria rustica dei panierai.
Soltanto i nastri fibrosi di rafia (Sagus raphia), prodotti nel Madagascar, s’importano dalla Francia.
In quasi tutti i paesi dell’Isola prospera la grossolana lavorazione dei panieri e cestini di stecche, arbusti, giunchi, canne, mentre in talune contrade si è specializzata la produzione dei lavori fini con steli, foglie di palma o di asfodelo, giunchi sottili e pieghevoli talvolta intrecciati a striscie di materia tessile, nastri, galloni, ritagli di cotonine, lane, lanette, panno rosso scarlatto o azzurro, sete e broccati, festosi per sgargianti colori.
Anche in questo ramo la piccola industria rustica sarda continua la differenziazione da contrada a contrada delle foggie, tipi, tecnica, materiale e colori. Il Museo di Cagliari possiede una graziosa collezione di cento pezzi vari, dal più comune al più ricco e complicato.
Cosi al nord dell’isola è ristretta la produzione caratteristica dei cestini di palma (Chamaerops humilis) e Castelsardo raggiunge la perizia dei capolavori nei saggi più minuti, cuciti a mano, in bomboniere, portasigarette, scatoline, piattelli, coi disegni di fiori, uccelli, greche, riportati in nero sul fondo pallido d’avorio, e riproduce la struttura del tradizionale bottone sardo d’argento, e tutta una serie copiosa e varia di cestelli, panieri d’ogni forma e dimensione, fino ai porta carte, colossali ceste per biancheria, tavolini da the, ecc.
Sennori e Alghero forniscono grossolane corbe, canestroni, panieri di palma grandi e piccoli, altrettanto robusti che pratici, per riporre granaglie, legumi, olive, frutta, ortaglie. Locali sono certe grandi corbe a foggia di anfora senza collo.
Gli steli di asfodelo (Asphodelus ramosus L.) in sardo: cadilloni, scaria, seraria, iscraria, vengono utilizzati specialmente a Flussio, Olzai, Pozzomaggiore per la fabbricazione di corbe, corbelli, ceste d’ogni misura, fino ad una vaga creazione di tipi multicolori, che riportano disegnati a tinte varie, fiori, animali, figure, uccelli, con grande effetto decorativo.
Il giunco (juncus acutus e juncus maritimus) è comunemente impiegato per i cestini d’uso familiare e diffusa in tutta l’isola ne è la produzione, notevole a Elmas, Sinnai, S. Vero Milis, Teulada, ecc.
Sinnai ha lo speciale intreccio di striscioline di panno scarlatto o azzurro, oppure di filato di lana, al giunco, conseguendo risultati decorativi graziosi e vivaci nella figurazione quasi geometrica di uccelli, fiori, figure.
L’umile canna (Arundo, Donaxsi Phragmites communis) è trasformata nei più popolari panieri e cestini, o graticci, dando luogo ad una attiva industria diffusa particolarmente nell’Oristanese, a Milis, Tramatza, Teulada, Sestu, Ottana. Caratteristico il doppio cestone pel trasporto a dorso di cavallo o asino di frutta, erbaggi, pesce, olive, ecc. Soffas
I paesi alpestri lavorano il lentischio (Pistacia lentiscus L.) moddizzi, chessa, in solidi e durevoli cesti.
Il classico mirto (Mjrtus comunis), murta ucci o murta drucci, serve mirabilmente per la robustezza delle rame, a intrecciare cestini che si portano a braccio od in testa, con largo impiego agricolo pastorale anche da donne e fanciulli.
Anche il cipero (Cjperus longus), sessini, e lo scirpo (Scirpus holoschoenus) non solo vengono usati per fabbricare cestini ma anche corde vegetali a Siurgus, Muravera, Terralba, mentre Sorso ha una caratteristica forte produzione di corde di palma, funicella grossolana molto usata per legare formaggi da appendere (provoloni di Sorrento, ecc.) o sughero in tavole.
La pastorizia ricorre, per formare la ricotta, a cestelli leggieri di fieno secco, o di mirto. Le stuoie di biodolo (Butomus umbellatus) costituiscono il giaciglio dei nomadi contadini e pastori, l’accessorio indispensabile di ogni viaggio su carro, e quasi l’unico conforto nelle capanne dei pescatori.
Tutti quanti gli arbusti sottili e pieghevoli, mondati dei rami e ramicelli senza spaccatura né trafilatura vengono impiegati naturalmente, previo taglio a misura. Taluni steli vengono tinti per conseguire effetti decorativi.
La lavorazione in massima viene effettuata da donne e ragazzi. S. Antioco gode il primato della fabbricazione delle scope di palma nana selvatica, di cui abbonda il litorale. Sono le donne dedite a tale lavorazione, mentre gli uomini forniscono il bastone di oleandro (Nerium oleander) pel manico della scopa.
Anche Alghero ne produce e si può dire che queste due località riforniscano l’intera isola di scope comuni.
LAVORI IN LEGNO
L’industre talento istintivo della rustica gente sarda si rivela sopratutto nei rozzi intagli, incisioni, sculture su legno ottenuti con semplicità di mezzi primordiale: un ferro acuminato e tagliente, una sgorbia, talvolta un semplice coltello.
Come sacra tradizione si perseguono spontaneamente e individualmente motivi decorativi ingenui, arcaici, tratti dalla flora e dalla fauna, più sovente stelle, sole, luna, ripetendo sul legno, ma più virilmente e sommariamente, i disegni in uso nei tappeti.
Il pastore sardo è autodidatta, libero e indipendente, creatore personalissimo, nemico di scuole e di maestri d’arte, attingendo direttamente l’ispirazione al gran libro della natura e della realtà delle cose, ma arricchendola di fantastiche sue creazioni. Una cerbiatta in fuga, gli amori di due tortore, il superbo volo d’un aquila, la caccia al cinghiale, l’idillico ambiente dell’ovile tutto è buon soggetto di osservazione e traduzione non già immediata ma come riserva di più tarda elaborazione attraverso modifiche, aggiunte, intrecci e invenzioni che rendono il saggio individuale vario e differente come la infantile interpretazione di un tema di disegno.
Comunque e sempre inalterata, scevra di virtuosismi come di plagio permane l’espressione ingenua, primitiva della decorazione che si impernia e diparte da un motivo dominante centrale e si estende svolgendo in armonie perfette, sorprendenti per naturalezza, i motivi accessori.
LA MADIA E LA CASSA
Se nell’ambiente esterno – di vasta solitudine – domina il volto gigante del più volte millenario Nuraghe, nel più ristretto ambito della rustica dimora, sovrana e spesso sola, appare la madia, l’arca, la grande cassa in legno di castagno, intagliata, incisa, graffita, scolpita che si tramanda per generazioni e rimane muto testimone delle umane vicende di un popolo, di un villaggio, di una famiglia.
Per quanto umile possa essere l’abituro di un pastore, contadino, e disadorno l’interno, sempre vi rimangono vigili il focolare e la rustica cassa, le cui funzioni sono spesso complesse.
Vi è la madia, il cassone, la gran cassa imponente e severa come un massiccio mobile del cinquecento che costituisce ad un tempo la guardaroba e la credenza, il forziere e la dispensa della famiglia.
In origine presso gli abbienti si aveva tutta una serie di casse varie con distinte destinazioni. Così la più grande era riservata a provviste di derrate, la media per gli abiti, coperte, biancheria; una terza più piccola oblunga per le robe dell’uomo, ed infine, un cassoncino per le cose preziose, gioie, denari.
Il classico corteo nuziale recava sempre sui carri festonati e infiorati le casse della sposa che andava a domiciliarsi nel novello nido, mentre l’uomo più svelto recava spesso sul cavallo, nella bisaccia, il cassoncino o la piccola cassa delle sue vesti.
La cassa sarda è tipica ben differente dalle abruzzesi, siciliane, genovesi, toscane e venete sia per mole e struttura quasi sempre alta rettangolare quasi quadrata, con aspetto di mobile, mentre quelle altre sono in massima lunghe e basse, cassepanche atte a sedere.
Caratteristica della madia sarda è l’intaglio a scavo, a bassorilievo più o meno profondo, inciso o graffito con infinita disposizione di tagli affatto arbitrari, fantastici, ma sempre armonici ed individuali, mentre nelle cassepanche continentali si ha dovizia di altorilievi, sculture vere e proprie, con intere figure, cariatidi, mascheroni, guerrieri, donne, sirene, sfingi, angeli, che mancano in quelle sarde.
Indubbiamente in taluni esemplari più antichi e nobili di casse sarde per esempio in quelle di Santa Giusta, Santulussurgiu, Bosa, Bisarcio, Ottana, Orotelli, Benetutti, ecc. torna agevole rilevare una particolare deviazione dal tipo rustico locale per chiare influenze e imitazioni di stile toscano, genovese, veneto, da imputarsi al fatto che gli ordini monastici trasferendosi nell’isola portarono numerose cassepanche ove erano riposte le suppellettili della chiesa, e gli arredi del culto, damaschi, broccati, arazzi, tovaglie d’altare, terni, piviali, ecc.[1]
Si distinguono per le sculture a teste d’angelo e spesso conservano tracce di doratura e colori che mancano nelle casse sarde tinte in rosso bruno con sangue di capra che il tempo trasforma in nero opaco, e più raramente in giallo, con ocre o zafferano. Sono costruite in legno di castagno e qualche volta di noce.
Anche in Sardegna si diffuse dai Conventi l’uso delle cassepanche che si imitarono nella struttura lunga e bassa, limitando le decorazioni alla cornice a rosoni e greche – lasciando però liscio il pannello centrale – che invece nelle rustiche casse è la parte più decorata, sa mostra, a vasi di fiori, palme, rose, ramoscelli di olivo, tralci di vite-fiancheggianti gli uccelli rampanti.
Talune casse hanno il frontone tutto di un pezzo, mentre spesso specie per le più grandi, si sovrappongono diverse tavole attorno alla centrale che rimane come incorniciata con vari motivi decorativi per lo più geometrici, a greca, a rose, a stelle, lungo le quali si avvicendano alternandosi serpi, canne d’India, cordoni, catene, ecc. Caratteristico nelle cassepanche è lo zoccolo terminale quasi sempre a volute barocche, sporgente ad arco in confronto della facciata che è sempre uniforme e piana nelle casse rustiche.
Più cavi risultano i solchi e più antica è la cassa, mentre vi è pure un sistema d’intaglio quasi punteggiato, più superficiale, in quelle recenti.
In qualche esemplare antico della vecchia Barbagia si riscontrano imagini del Volto Santo, una chiesa, un turrito castello, una madonna, ecc.
Il tipo più comune anche nei cassoncini è quello col rosone o quadrato che separa gli uccelli svolazzanti. La denominazione in sardo è secondo la grandezza: cascia, cascitta, cascioneddu mentre le cassepanche vengono chiamate cascia a bancu o cascia longa.
In talune casse nel centro del frontone avvi un foro con una coccarda o fiocco in seta o lana multicolore: è un amuleto contro il fascino, scaccia iettatura.
Veramente primitivi sono gli accessori che si riducono a lunghi chiodi fucinati a mano, bipartiti, che sostengono senza, uso di colla tutte le parti della cassa colla ribaditura a coda di rondine. Con due chiodi incatenati si foggiano le cerniere. Le serrature e gli occhielli per le chiavi sono trattate sul ferro a ritagli e incisioni che recano la forma di un cuore, di un uccello, di una rosa, stilizzati.
La madia o cassa poggia su di un cavalletto alto da terra venti centimetri che termina con due zoccoli frontali robusti e massicci, rozzamente scolpiti con la figura di una tartaruga e gli unghioni di leone – composizione tradizionale di evidente origine orientale.
La costruzione delle casse sarde era specialità della Barbagia, Nuorese, Ogliastra, specie di Aritzo, donde la più comune denominazione di Casse d’Aritzo, ma tutti i paesi alpestri dell’isola ove prospera il castagno le producono.
Vero artista istintivo è Paolo Cosseddu Bacoli di Orani che sa creare una madia con disinvoltura stupefacente.
Oltre alla cassa era diffusa la costruzione di alcuni mobili intagliati specie dei grandi seggioloni a braccioli, detti del paraninfo perché riservati al più anziano, il patriarca della famiglia che solenne e grave vi attendeva l’aspirante alla mano della giovinetta per la tradizionale domanda che in taluni paesi veniva recata da appositi ambasciatori e accolta da tutta la famiglia che faceva corona al capo, e giudicata dall’intero parentado.
Specialmente a Dorgali, Nuoro, Santulussurgiu si intagliano e traforano mirabilmente queste cattedre pro nuptias diffuse però in tutta l’isola come gli scanni, rustiche sedie tutte intagliate con di segni primitivi.
Assemini e Decimo per contro fabbricano sedie rustiche in legno bianco dipinte a mano con fiorami a vivaci colori, gaie e festose, d’ogni grandezza.
Comincia a sparire preda dei collezionisti il lungo tavolo a tiretti in legno di castagno intagliato come le madie, con le maniglie in ferro battuto snodate, a foggia d’ancora, dall’aspetto cinquecentesco.
Comune era anche la costruzione di banchi rustici per sedervi quattro o cinque persone, indubbiamente imitati da quelli tipici delle chiese. Magnifico per austerità, nobiltà un esemplare posseduto dal Don Pietro Paolo Siotto di Orani.
L’isolamento e i lunghi riposi a guardia delle greggi dei nomadi pastori danno luogo ad una fertile produzione di tanti accessori della casa intagliati, incisi e scolpiti o decorati a vivaci colori su legno di noce, nocciuolo, ciliegio, ginepro, ferula o sughero.
Negli ovili è una feconda gara di emulazione per foggiare rustici capolavori del genere, da offrire all’amata, alle sorelle, alla madre, quali piattaie (stanti), scolapiatti, arcolai, fusi ma sopratutto conocchie che riflettono le lunghe solitarie ansie del pastore innamorato avviato a svernare nei piani e soleggiati campidani, e diventano sotto l’abile incisione di un affilato coltello graziosi e delicati saggi di scultura, a trafori, gallerie, torri, mirabile espressione di sentimento appassionato e d’arte istintiva insieme accese e fuse fino a conseguire un effetto decorativo originale e forte, congiunto alla leggera grazia della femminilità cui è destinato, tanto che taluni perfetti esemplari appaiono come scettri di squisita fattura.
Vi è poi la minutaglia dei cucchiai e forchette in fioriti intagli sul ginepro e tutto un arsenale di bicchieri e coppe e fiasche di corno (corrus pintaus) graffiti, incisi, arabescati a punta di coltello e poi ripassati col sangue d’agnello, riproducenti scene pastorali o anche bibliche e leggendarie caccie, fiori, santoni, madonne, re Magi e intere cavalcate spesso di disegno arcaico bizantineggiante (fiasche per polvere da caccia, corni per sale, tabacco, bicchieri per latte, acqua, vino) e infine tutta una varia produzione di zucchette dalle più fantastiche decorazioni, chiamate barrillotas, come in Ispagna.
Un altro ramo d’industria molto diffusa comprende tutte le specie di recipienti per acqua, vino, olio che vanno dai bariletti ovali di castagno o rovere cerchiati in ferro di certa importazione toscana dei segantini specialità di Tonara (cubeddas) a quelli più capaci pel trasporto a cavallo dell’olio, in uso nel Bosano (mesinas-mezzanas forse perché pari a mezzo ettolitro). La Gallura usa i recipienti in sughero e la casalinga cagnina per riserva d’acqua, in legno cerchiato in ferro a foggia di mezza palla.
Le donne ed i ragazzi trasportano i recipienti con l’acqua di fonte con sorprendente abilità, reggendoli colmi sul capo ed evitando le dispersioni col farvi galleggiare un bicchiere di sughero con un manico d’arbusto (s’uppu).
La maestria dei pastori galluresi nell’utilizzare il sughero non ha confini, e citeremo solo certi caratelli che serbano fresca l’acqua anche nel torrido agosto e i recipienti per difendere dall’umidità il sale.
Teulada sfrutta ingegnosamente i grossi e leggerissimi tronchi di ferula e ne foggia sgabelli, piattaie, formaggiaie e tutti i rustici accessori delle mobili capanne.
I ceppi dell’erica arborea vengono infine largamente tagliati per abbozzi da pipe con esportazione notevole per la Francia, specie da Teulada, Monti e Desulo.
[1] Nell’inventario dei beni sequestrati il 25 settembre 1478 al Marchese di Oristano D. Leonardo Alagon figurano: una caza pisanesca vexa (vecchia) ed una casa Sardesca. (Tola, Codex Diplomat. Vol. II, pagg. 125-128).
MOBILI IN STILE RUSTICO
Era naturale che l’occhio osservatore degli artisti mirasse a riprodurre i motivi decorativi dei rustici intagli delle casse e madie sarde su mobili moderni, donde una gara feconda nel diffondere l’amore per queste creazioni. I primi saggi con camere complete li esibi all’Esposizione di Torino del 1908 il Cav. Gavino Clemente di Sassari, seguito dallo Sturlese di Cagliari che su disegni del pittore Felice Melis Marini, alla Mostra di Roma del 1911 arredò le sale sarde. Filippo Figari completò armonicamente nel 1914 la sala dei matrimoni nel palazzo comunale di Cagliari, da lui vigorosamente affrescata con le scene nuziali paesane, con le porte ed i mobili intagliati in istile rustico dal bravo ebanista Gaetano Ciuffo.
Da allora una veramente scelta ed abile schiera di intagliatori si dedicò a questo ramo che incontra l’appassionato favore dei forestieri, avidi di poter recare oltre mare un arredamento di fattura originale, caratteristica, di aspetto severo e nobile.
A Cagliari, Oristano, Sassari, Aritzo, Tonara, Desulo, Dorgali, Nuoro, e ovunque, si moltiplicano i pazienti artefici di tante riproduzioni di mobili alla maniera sardesca, specie sala da pranzo e studio, sostenuti e coadiuvati da artisti che ricercano le armonie dei motivi rari tratti dalle antiche cassepanche, madie, cassoncini, tavoli e banconi o armadi da sacrestie, di sperduti eremi alpestri tagliati fuori dal mondo moderno.
Tuttavia conviene moderare questa tendenza nel senso di contenerla nei limiti della giusta misura, poiché non si deve perseguire il miraggio di eccessivi saggi di abilità tutta tecnica nella perfezione ed esuberanza delle decorazioni, ma attenersi il meglio possibile alle ingenue, sobrie, rozze e primitive manifestazioni artistiche dei nomadi pastori.
II virtuosismo e la perfezione non debbono soffocare l’originale derivazione dai modesti saggi dei rustici intagliatori dai motivi, disegni, tecnica essenzialmente spontanea e primitiva. Bando pertanto alle esagerazioni, allo strafare, contraffacendo, deviando, allontanandoci dalla austera semplicità istintiva dei primi modelli.
Sotto questo punto di vista a noi piace la fornitura di cinquanta panche sedili che decorano le 18 stazioni della nuova Ferrovia del Sulcis (Ferrovie Meridionali Sarde) su disegni del pittore Stanis Dessy.
Questo ramo affatto recente di piccola industria merita di essere meglio conosciuto, apprezzato, diffuso, protetto, compensando meglio il merito pari alla modestia di tanti bravi artigiani. Di Cagliari ci piace citare all’ordine del giorno i più conosciuti: Babini Oreste, Ciuffo Gaetano, Ennas Giuseppe, Loi Antonio, Massidda Luigi, Orrù Antonio, Salis Lazzaro, Sciolla Anselmo, Tocco e Murru e lo stabilimento del Cav. Guglielmo Cau. Recentemente il bravo artista Nazareno Barbarossa ha conseguito un notevole successo con i mobili stile sardo per una camera da pranzo, a pannelli decorativi in colori di Gaetano Ciuffo, e accessori in ferro battuto, un insieme nobile, fedele espressione del carattere, che primeggiò alla Fiera di Milano. Originali altre simili creazioni di Antonio Mura di Aritzo.
GIOCATTOLI ARTISTICI SARDI
(Α.Τ.Τ.Ε.)
La geniale iniziativa di due giovani di Sassari, Tonino Anfossi ed Eugenio Tavolara che, giova notarlo, non sono artisti se non nel temperamento, ha creato una graziosa quanto originale industre produzione di figurine mobili snodate che traducono fedelmente i vari policromi e vivaci costumi sardi di tutte le contrade con indovinato senso caricaturale per cui tutti i pupazzi tagliati a piani squadrati sul legno, rivestiti di panni ed accessori, dipinti a mano con espressioni tipiche veramente eloquenti, umoristiche e serie ad un tempo, con mirabile naturalezza d’ambiente, ricordano, danno vita, movimento e colore alle umili e pur fiere creature paesane sarde, artificialmente rinnovando per la gioia degli occhi e del cuore quell’insuperabile ed inesauribile giardino di fioritura tropicale che costituisce il tesoro artistico regionale forse più ignorato: il costume sardo.
Accanto alle umane figure rustiche, inseparabili i devoti compagni del piano e del monte – dal cane mastino buffo quanto abile e feroce, al cavallino tutto energia e costanza, al classico sornione asinello, alle svelte capre, alle gravi pecore e ai pacifici maiali, fino al giogo dei mansueti bovi lenti e misurati nel trarre l’antico carro patriarcale.
Ed ecco la festosa teoria dei costumi sciogliersi in una ghirlanda di colori dai più vivaci rosso scarlatto, azzurro, giallo, verde alle severe note del nero, alla molle grazia del candido lino. I personaggi tipici di tutti i paesi uomini, donne, ragazzi vengono proiettati in una graziosa e cromatica mobilitazione del costume e sfilano, imponenti, come il pastore dall’incesso regale che impugna come una lancia omerica il tradizionale bacolo d’olivastro ecco il Teuladino dalle inverosimili brache di negro orbace che sbuca dal collettone catalano soffiando le antiche bucine, is launeddas – mentre un grottesco barbaricino vi offre il carico cospicuo delle onuste bisaccie, tutte le batterie per cucina in polito legno di castagno – e simili a goffi lapponi i mastrucati sulcitani – e gli allegri e non mai astemi cantori campidanesi svelti e irrequieti – e le inverosimili gigantesche, almeno dalla cintola in giù, per le undici sottane, donne di Sorso e Sennori e le sottili elleniche figurine fiammeggianti di Desulo e quelle ieratiche nobilissime, crocesegnate, di Ploaghe.
Imponente e doviziosa incede l’opulenta comare di Quartu e infine sorridenti, birichine dalla groppa del cavallo che le accoppia al compagno, ecco tutte le belle figliuole del Capo di sopra, con le sovrane vesti di Osilo, Florinas, Bono, che gettano fiori e fiori contengono e giammai stancano come la purissima acqua di fonte alpestre più la bevi e più t’invita.
Nell’importante rivista francese «Le Correspondant» (N. 1511 del 1925) Marc Hélis, squisito scrittore che conosce e ama l’Italia, così si esprime: «Su ciascuna di queste figure possiamo mettere un nome per poco che si conosca la Sardegna attraverso i romanzi di Grazia Deledda. Ricchi contadini e mendicanti cantastorie, e belle fanciulle, son tutti là, nei loro atteggiamenti consueti, coi loro animali domestici, sì, ma anche fantastici, quali quel popolo li vede nelle paurose ore della notte, popolata di fantasmi».
Questa caratteristica produzione sarda corre ormai pel mondo, valica monti e traghetta oceani e diventa inseparabile ricordo dell’isola solitaria pei forestieri che ebbero campo di apprezzarla alla Mostra Internazionale di Parigi 1925, ove i pupi di Anfossi e Tavolara, brevettati A.T.T.E., furono premiati con medaglia d’oro.
Ma i due artisti non riposano sugli allori e fertili di trovate esumano ora il Seicento Sardo-Aragonese e riproducono con garbo festoso la Corporazione, il Gremio degli artigiani sassaresi – i paras – nei caratteristici antichi costumi con a capo lo stendardo ed il tamburino – solenni e grandiosi nella deliziosa caricatura. Così grandiosi che potrebbero apparire all’ignaro forestiero quali tragici cospiratori tipo Ugonotti, mentre in realtà ancora oggi sfilano nelle solenni processioni e cerimonie religiose e non sono che dei pacifici e laboriosi artigiani, ben fieri peraltro della tradizione che ricorda la libertà tanto nobilmente e fieramente difesa in ogni tempo dalla forte Sassari.
Legittimo e meritato risulta pertanto il giudizio di uno dei più noti e misurati critici parigini, Francis De Miomandre che nella Europe Nouvelle ebbe a scrivere: lo non credo di aver veduto altra volta, pupazzi più interessanti di questi, intagliati in legno, splendidamente modellati nel costume sardo così caratteristico. Tutti i tipi possibili ed immaginabili di pastori, di contadini, di giovani e vecchie donne; greggi di pecore, mandrie e pollame, tutti gli ani mali che popolano i campi stanno sotto i nostri occhi.
È un mondo minuziosamente osservato e felicemente riprodotto con singolare forza di evocazione».
CARICATURE ARTISTICHE SARDE
Originale abile pittore decoratore Tarquinio Sini di Cagliari esprime con la inesauribile velocità d’un ruscello e spirito caustico faceto e indiavolato le mobili varie creature dell’ambiente rustico sardo conferendo loro l’eloquenza rappresentativa della più curiosa e viva realtà.
Se i pupazzi di Anfossi e Tavolara parlano, le esilaranti e talvolta melanconiche cento caricature paesane del Sini cantano, saltano, ballano ebbre e giulive o anche sospirano e piangono il muto dolore attraverso le allegre note di mille umorismi cromatici, di inattese trovate decorative, concentrate, riassunte, in portentose macchiette grottesche. Veggasi la copertina!
Sicuro spavaldo disegnatore, signore e padrone di una sensibilità coloristica incantevole, profonde aria fine e spiritosa nelle gustose sue creature paesane dando vita e movimento espressivo a un incredibile mondo di rustici personaggi.
Già rinomato geniale creatore di cartelli réclame si afferma ora con sana vigoria nell’originale campo della caricatura regionale e attrae e seduce col fascino immediato delle biricchine sue impressioni nelle quali ripone un lirico soffio di malizia, un accento di paesana raffinatissima allegria sempre agile e multiforme.
Ma è sopratutto fedele interprete sentimentale dell’ambiente e con nobile arte accompagna i canti della triste e pure fidente anima sarda.
Riuscite cornici intagliate alla maniera delle rustiche casse-madie completano le briose macchiette del costume isolano.
Versatile e fecondo il Sini affronta con bravura il nuovo tentativo della plastica e debutta con un saggio in maiolica policroma a gran fuoco scintillante come smalto di Limoges, prima prova testé uscita dalla Manifattura di Albissola.
Ha così trasportato sulla maiolica la caricatura di un paesano venditore girovago quasi sepolto dal greve pondo delle inverosimili bisaccie che contengono… due calamai. Macchietta regionale decorativa e pratica di sicura affermazione poiché rievoca con personalissima tecnica gli antichi nani di Sassonia, le caricature di Norimberga, i grotteschi di Vienna – animati però dalla calda risata italiana e dal monello spirito cagliaritano.
Ecco un nuovo filone per la piccola industria sarda ed una veramente singolare manifestazione artistica.
INDUSTRIA DEL CUOIO DECORATO
Dorgali, Tonara, Aritzo, Oliena, Bitti, Teulada, a tacere di altri paesi, si sono specializzati in tradizionali lavori di cuoio impresso, decorato, dipinto, ricamato, e lavori diversi in pelle sul tipo arabo, ma con motivi sardi.
Le selle ed accessori per cavalcare, le cinture per uomo, le cartucciere, borse d’ogni specie, diventano capolavori del genere grazie alla maestria di impressioni, intagli e riporti in sete variopinte di calde coloriture, con arabeschi, fioriture, greche, sempre varie e armoniche.
A Dorgali due artisti istintivi Ciriaco Piras e Francesco Cucca creano tutta una serie di graziosi cuoi impressi naturali o dipinti e ricamati, dal minuscolo borsellino al cuscino orientale che è squisitamente sardo conseguendo risultati che gareggiano coi noti saggi arabi, fiorentini e veneziani.
Se i Sardi adottassero questa graziosa produzione nostrana l’industria avrebbe vinto una decisiva battaglia.
INDUSTRIA DEI METALLI
FERRO
Tradizionale è l’abilità dei rustici ferrai di Gavoi, Fonni, Aritzo, Dorgali, Santulussurgiu rinomati per gli archibugi, daghe, morsi, speroni, staffe, lampade, campani per armenti, balconi, spiedi, utensili vari e perfino balconi moreschi in ferro battuto, in acciaio decorato inciso, bulinato, e anche sbalzato o ageminato d’argento, rame, ottone.
Tutti gli accessori dei mobili rustici, aratri, cerniere, serrature, cardini, maniglie, battenti ed i casalinghi oggetti vengono tratti a gran fuoco dalla forgia e coperti di merletti primitivi, di fantastiche decorazioni, disegni originali, vari, personali, inediti e monotipi. Si direbbe che il canto dell’artefice sia emigrato nella dura materia e ivi eternato con la forza e la grazia della virilità e del sentimento appassionato. I morsi di Gavoi superano per nobiltà e finezza quelli arabi.
Fino a quando le cianfrusaglie da bazar non invasero l’isola, questa non adoperava che coltellerie locali, rustiche ma solide e sicure, dando luogo a insuperabile abilità nel foggiare i caratteristici coltellacci a spatola col manico di corno, ciliegio, ginepro ed i riporti in ottone o rame decorato e festonato, lama sottile e temprata a foglia larga, la classica leppa, leppuzzu, leppeddu, piatta, pieghevole, tascabile, comoda e pratica ma sopratutto fedele inseparabile compagna del pastore contadino, buona per tutti gli usi dal primo gesto del taglio ad arco sul pane quotidiano, al cruento sacrificio dell’agnello o del porchetto.
Taluni villaggi avevano tanta rinomanza da apparire in tutte le fiere e sagre campestri con le mostre dei nomadi mercanti, e così Guspini creò la guspinesa e Pattada la pattadina. Su di un antico esemplare decorato troviamo inciso: «chi va piano va sano». Anche Arbus, Gonnosfanadiga, Santulussurgiu fabbricavano pregiati coltelli.
Saggi pregevoli di ferro battuto rinveniamo in balconi rustici di fattura ispano-moresca, cancelletti, torciere, lampade votive, alari, picchiotti, battenti, in molti paesi della Barbagia e del Nuorese, a Sarule, Seui, Ulassai, Ollolai, Gavoi, Ovodda, Lula, ecc.
Taluni alari richiamano medioevali esemplari pisani – certe inferriate sembrano aragonesi – mentre i torcieri per la settimana santa rivelano chiari influssi toscani ma il tutto sempre segnato di una profonda orma di sardità, marchio indelebile degli inconsci artisti rustici nostrani.
Per nostra fortuna anche in questo campo si nota un ritorno all’antico, determinato forse dalla moderna voga del mobile rustico che reclama l’armonia degli accessori.
fra tanti, Antonio Loddo Così a Cagliari un esperto artefice ha creato una serie di lampadari, fanali in ferro battuto, in rustico primitivo stile sardo ispirandosi ai motivi decorativi delle madie di Aritzo e dei tappeti di Isili, con sobrie lince e fedele rispetto ai modelli. Ha un avviato laboratorio con trenta operai.
RAME.
Il rame rosso e festoso di cui è dovizia nell’isola mantiene viva l’industre produzione di abili artigiani ad Isili, Tonara, Macomer, che forniscono pregiati caldai, paioli, secchi, bracieri, decorati a sbalzo, martellati, incisi e guarniti di ottone e acciaio, con motivi tratti anch’essi dalla flora e fauna regionale, dall’estro individuale dei ramai.
Chiari e puliti questi rami illuminano gli ambienti di una luce arcadica, semplice e raccolta, che invita alla patriarcale quiete familiare.
Ad Isili circa 70 ramai cantano l’operosa strofe dei fiammanti paioli. Sono divisi in tredici aziende familiari che pei nomi ricordano le antiche corporazioni: Mura, Atzori, Zedda, Orgiu, Vacca ecc. ecc.
OREFICERIA SARDA
Fra le arti minori nel passato in Sardegna, l’isola dell’argento, tenne un primo posto l’oreficeria. All’epoca Aragonese gli argentari occupavano entro il munito Castello di Cagliari il Carrer De Los Plateros e più tardi la loro Corporazione possedeva una cappella nel Duomo e godeva il privilegio di prender posto sull’altare maggiore per i Vespri, vigilia della festa del loro patrono S. Eligio. Essi lasciarono fama di abilità riconosciuta oltre mare, mantenendo rispetto alle tradizioni artistiche ispirate a sovrapposti influssi di oreficerie Puniche-Romane-Bizantine-Toscane e infine aragonesi.
Particolarmente gli ornamenti femminili e quelli di carattere religioso seguirono a lungo immutata una singolare caratteristica regionale distinta per complessi aspetti dalle similari del mezzogiorno d’Italia.
Col suo isolamento la Sardegna custodi tenacemente i più antichi modelli ma acuì la ricerca di amatori e incettatori ed un superbo inimitabile patrimonio artistico regionale subì il costante assorbimento da parte di collezionisti ed antiquari, quando la crisi economica soverchiava l’amore al patrio costume, alla tradizione familiare, alle avite memorie.
La nefasta penetrazione di speculatori che barattano l’oro placcato con le originali oreficerie sarde, mistificando la primitiva semplicità delle rustiche genti dell’interno fece presto sparire quanto era scampato alla ignorante fondita dei preziosi oggetti d’arte locale.
Alta lode merita pertanto la geniale iniziativa dell’illustre Prof. Taramelli per la creazione di un Museo etnografico che ha salvato una bella, varia, completa collezione di oreficerie isolane pregevoli anche come riflesso e documentazione di ingenue costumanze, radicati pregiudizi, antiche leggende, raccolta che rimane forse sola reale testimonianza di una fiorente arte che attinse il molle fascino della grazia toscana.
In oro sonvi rappresentate tutte le gioiellerie ornamentali femminili, varie da contrada a contrada, e sovrani appaiono gli orecchini detti Muras deliziose ghiande in filigrana d’oro cosparse di perle orientali, così chiamate pel frutto del gelso cui somigliano – e curiosi pendenti a galletti di evidente derivazione punica, a palmette, a rose, a stelle, a mobili campanule, a foglie e fiori fastosi e delicati, semplici o complicati. Ciondoli e pendagli e lacci nuziali, spille per acconciatura, e tutta una serie di originali rosari d’ogni tipo e forma da quelli grevi di granati, coralli, agate, ai fini, leggeri di lapislazzuli, ametiste, topazi.
Il nucleo maggiore è però rappresentato dagli innumeri bottoni intagliati, incisi, bulinati o sbalzati a foggia di fiori e frutta, talora fantastici, tal’altra naturali, semplici, di solo oro o contesti di pietre colorate, rubini, turchesi, vetri veneziani, grandi come noci pel Campidano o minuscoli come bacche di ginepro pei paesi alpestri. Gli anelli rivelano origini le più disparate, dai sigilli egittizzanti della necropoli di Tharros, alle romane corniole incise, alle saracene varietà di pietre colorate, ai fastosi ricami ispano-moreschi, alle graziose rifiniture toscane – tutto è mirabile espressione di squisita fattura.
Più modeste, primitive, arcaiche figurano le infinite creazioni in argento, larga e libera palestra per la vittoria del buon gusto e perizia degli artefici.
Anche il più raffinato esteta rimane avvinto dalle inesauribili risorse degli orafi prima toscani e poi sardi mirabilmente profuse in mille oggetti con sicura misurata abilità in cui genio e prodigiosa fertilità di motivi decorativi toccano sovente la perfezione del capolavoro anche nelle più modeste destinazioni, come uno spillo, un bottone, un amuleto.
Larga applicazione dell’arte nobilissima degli orafi al primo e con più elevato sentimento delle sarde genti – la fede religiosa – fermano i rosari lunghi, massicci, con una grande stella terminale a quattro punte, lavorata a squame, che sostiene due laterali medaglie traforate, e la croce spesso greca o bizantina o di impareggiabile fattura toscana, importata forse dai primi orafi pisani esemplari ormai rari che serbano nelle consunte lince l’ardore costante della preghiera e la muta carezza di gentili mani.
Le croci segnano da sole una feconda gara emulatrice di consapevoli abilità, e sfilano semplici o doviziose per incisioni e trafori, ornati policromi di gemme vere o false. Curiosa e ingenua affermazione di religioso trasporto appare la innumere teoria di reliquari d’ogni foggia e stile, a tamburo, a cassoncino, a cuore, a rosa, a stella – minuscoli o esagerati – contesti di vetri, serici broccati, di coralli, turchesi, granati e topazi.
Il rosario rappresenta un’arte regionale improntata al costume del quale fa parte inseparabile, sottolineandone la grazia decorativa.
Le più ingenue veramente infantili superstizioni e pregiudizi dell’ambiente almeno per leggenda e fama ormai superate risultano documentate da una ben varia collezione di amuleti contro il fascino, malocchio, magia, spiriti nefasti, maligne fatture, diabolici filtri e incantesimi – che danno luogo ad una copiosa quanto varia creazione di scongiuri da quelli per l’infanzia, conchiglie vulvari rilegate a campanelli, a palle e palline d’ebano, corallo, agata, diaspro, porcellana, vetro – ai più originali esorcismi formati con frammenti di oggetti casalinghi, manici, anse di boccette rotte, specie a tappi di vinagriere, ampolline d’olio artisticamente rilegate con cordoni, ghiere, festoni, supporti e sostegni in argento filogranato, inciso decorato a catenelle e anelli da appendere alla cintola, alle sottovesti, sul letto o sul limitare della dimora, ovunque, bene in vista od occultati secondo la natura della malefica potenza – testimonianza espressiva della ignara primitiva anima sarda dominata e travolta da reminiscenze di paganesimo e insieme da fervori di cristiana fede.
Comuni ad altre regioni gli amuleti con spoglie di animali: zanne di cinghiale, denti di pescecane, cornetti di aragoste, occhi di pesci, calcoli di animali vari, rami di corallo, ecc.
Gli accessori per il costume femminile danno adito a infinite ispirazioni che riflettono la bravura dei cesellatori nelle ricche cinture d’argento anodate che variano da contrada a contrada con derivazioni moresche, arabe, e influssi toscani o aragonesi quali le aquile, draghi, cavalli, uccelli, cani, che ne formano gli elementi decorativi principali intrecciati a palme, foglie e fiori stilizzati e fusi con motivi geometrici di origine orientale.
Di solo argento o cosparse di pietre e vetri colorati raggiungono sempre una nobile espressione decorativa che si perfeziona nelle terminali fibbie e ganci, spesso arricchite da un ciondolo pendaglio che è un vero gioiello.
Anche i lacci per mantello, i fermagli e chiudende per soggolo, le catenelle specie quelle dette gianchigli rivelano sempre una delicata arte di esperti argentari.
Ma tipici e veramente locali risultano gli armamentari per toeletta personale, curiosi ciondoli assurti a tema di graziosa minuta oreficeria con figurine, aquile, leoni, cavallini, santi, specie S. Giorgio, che sovrastano trattenendole come compassi diverse lamette e pungiglioni per nettare rispettivamente denti, orecchie, unghie (spuliga dentis, origas, ungas) e che a guisa di pendaglio si portano alla cintola dalle belle di Sardegna.
Sovrano campione della oreficeria isolana resta tuttavia il tradizionale bottone da camicia, o da corpetto, e da costume, che ancora si riproduce in cento diversi esemplari, varia voce espressiva del differente costume di ogni contrada, da quelli severi semplicemente intagliati a traforo del Nuorese, alle sbalzate ghiande di Fonni, alle ricche anzi fastose complicazioni pel Campidano, ai graziosi acini moreschi del Sulcis.
Poche e frammentarie notizie possiamo offrire sull’abilità dei primi orafi i cui lavori pregevoli vennero ovunque diffusi, specie in Sicilia, spesso senza altra firma se non il contrassegno, marchio a serpentina, impresso dal Maggiorale o capo della Corporazione. Ma tutte le argenterie delle mense vescovili, chiese e conventi possedevano ricchi esemplari, e restano tuttavia talune superbe croci parrocchiali, ostensori, calici, teche, turiboli e insegne di congregazioni (faritas).
Ricordiamo degli antichi argentari:
nel 1300 Giovanni Cioni
1302 Puccio aurifex civis pisanus et nunc abitator Castelli Castri
1356 Abramo Majmo ebreo argentario
1456 Guglielmo Camar (riportati da Censi del Duomo di Cagliari).
1500 Giovanni di Sardegna
1602 Giovanni Mameli autore della grande lampada ottagona dono al Duomo di Cagliari dell’Arcivescovo spagnolo Alfonso Lasso Sedeno che nel 1605 venne trasferito a Majorca (Joannes Mameli argenti faber costruxit anno 1602, è inciso nella lampada)
1610 ossia otto anni appresso veniva offerto dal Comune al Duomo il tabernacolo, senza firma, probabile opera dello stesso Mameli.
Sulle orme tradizionali dei primi orafi sardi, mirabili continuatori della grazia toscana, seguirono intere famiglie di allievi come i Cixi, Renoldi, Staico, Marini, Montaldo, Soccomannu, Manunza, Porcu, Usai e altri; tutta una valente schiera di industriosi abili artefici che ha germogliato per vari rami le generazioni degli attuali argentari, pazienti rinnovatori di un patrimonio quasi perduto per la totale emigrazione, costanti razzie e vandaliche fusioni.
Le oreficerie regionali sempre seducenti pei forestieri, formano oggetto di assidua domanda di gran lunga superiore alla produzione dei laboratori di filigrane in Cagliari, Iglesias, Isili, Fonni, Gavoi, Ittiri, Nuoro, Tempio, Sassari.
Anche questa nobilissima piccola industria artistica locale merita di essere più vigorosamente assecondata e diffusa, superando per meriti intrinseci e tradizionali le moderne creazioni d’oltre mare.
INDUSTRIA CERAMICA
Tradizioni remote vanta la ceramica in Sardegna e tutta una pregevole raccolta di arte locale arricchisce i Musei di Cagliari e di Sassari. Non lungi da Mores presso la via romana che conduceva a Turris là dov’era la stazione di Hafa, si rinvennero numerose ceramiche e tegole col bollo: ACTES AUG. (ustae) L. (liberta) riferibili ad Acte liberta e amica di Nerone, che compare in altre regioni dell’isola, ad Olbia (Terranova Pausania) ove Acte possedeva latifondi (Taramelli – Notizie di scavi 1904, pag. 291, e Pais – Storia romana della Sardegna e Corsica 1923, pag. 339). Presso Ploaghe il villaggio di Florinas, corruzione di Figulina, ricorda coi numerosi resti di ceramiche che vi esistevano fabbriche di terrecotte.
Oristano vantava privilegi di uno statuto della Corporazione degli stovigliai, detti in dialetto congiolargius, di epoca aragonese. Essi ai tempi del Lamarmora occupavano un quartiere speciale del sobborgo e lavoravano all’aria aperta, sotto una semplice tettoia per ripararsi dalla pioggia e dal sole.
Avevano obbligo di rispettare le antiche forme delle brocche, pentole, mastelli. Un solo individuo fruiva del privilegio di poter fare mattonelle e tubi in terracotta. Al divieto delle innovazioni si deve certamente la conservazione delle belle forme greche e romane delle brocche che ancora oggi escono da tali fabbriche.
Si ricordano antiche terraglie fabbricate a Sanluri, Suni, e Pau presso Ales, di cui il canonico Spano, nella Nota a pag. 266, della prima traduzione dell’Itinerario del La Marmora (Cagliari 1868) cita la rinomanza di un tal maestro Efisio Vargiu.
Il gesuita Padre Francesco Gemelli (in Rifiorimento della Sardegna, Torino 1775) ricordava che presso Alghero si era impiantata una fabbrica di maioliche da sudditi francesi; ma in un anno vi perirono tutti di malaria.
Nel 1831 il Municipio di Sassari inviava a mezzo del conte Boyl una supplica a Re Carlo Alberto per lo stabilimento di una fabbrica di terraglia fina e di cristalli poiché Giacinto Ferro esperto maiolicaro di Savona aveva trovato presso le strade di Scala di Giocca e d’Osilo terre argillose e calcaree per mattoni e tegole, migliori di quelle di Marsiglia; presso l’Argentiera e Alghero terre alluminose: in Martis la silice, presso le Saline il quarzo, e presso Osilo il quarzo cristallizzato, per stoviglie di prima qualità, terra detta da pipe. Pretendeva il ferro che simile manifattura sarebbe stata ottima fra quante erano nei regi stati. (Sassari di Enrico Costa, pag. 469). Più tardi, nella seduta del Consiglio Comunale del 22 Dicembre 1852 si deliberarono incoraggiamenti ed elogi ai fratelli Delongiave che avevano offerto al Comune come saggio alcune stoviglie, tubi e pianelle, provenienti da una fabbrica impiantata nel loro stabilimento verso Porto Torres (opera citata, pag. 625).
L’isola tutta offre eccellente materiale per industrie ceramiche, diffuse essendo le argille plastiche e refrattarie di ottime qualità, tanto che durante la guerra il Comitato tecnico per la siderurgia dichiarò superiori alle altre, le 37 varietà d’argilla sarda, d’ogni tipo e colore.
Assemini ed Oristano danno argille rosso brune, Pabillonis rosso vivo, Tortoli e Nurallao bianche e Dorgali varie, assortite. Questa citazione è ben lungi dall’essere completa.
Teulada è rinomata per le sue pipe, che gli intenditori proclamano superiori a quelle di Chemnitz.
Tutte le terraglie e stoviglie comuni vengono largamente prodotte ad Oristano, Pabillonis, Decimo, Assemini, Tortoli, Nurallao, Dorgali e S. Sperate, in forni preadamitici, a legna, consistenti in una Camera a mattoni crudi, impasto di fango e paglia (ladiri), a forma cilindrica, con volta forata a un terzo dell’altezza e scoperti, salvo a ricoprirli di rottami. La parte inferiore costituisce il focolare alimentato con frasche di cisto, lentischio e mirto, le cui fiamme attraverso i fori opportunamente distribuiti nella volta, lambiscono gli oggetti di argilla cruda collocati nella parte superiore, fino a cuocerli. Assemini usa una cottura unica con gli oggetti verniciati a crudo; invece Oristano e Pabillonis, data la diversa qualità di argilla, prima cuociono (biscottano) e poi verniciano e ricuociono. In media la cottura a fiamma libera dura circa 6 ore per forno, che è di metri cubi 2 a Pabillonis, 4 ad Assemini e 7 od 8 ad Oristano.
La lavorazione è limitata agli otto mesi caldi (Marzo-Ottobre) perché le argille prima di essere verniciate e infornate, vanno scaldate al sole.
La produzione è a sistema familiare e nei giorni di cottura s’impiega il doppio del personale consueto.
Si fabbricano in media 900.000 pezzi all’anno, per un valore di due milioni di lire. La mano d’opera costa circa un milione.
Le vernici vengono composte con galena, minio, silice, e dànno talvolta riflessi metallici brillanti.
Date le regioni vulcaniche con trachite che per un processo di alterazione si è trasformata in vera e propria caolinite, ricche e numerose sono anche le cave di caolino.
Si trovano a Serrenti, Furtei, Segariu ed a Laconi, Isili, Nurallao, Dorgali e Florinas, almeno le più note e sfruttate.
La Società Ceramica Industriale di Cagliari ha creato un potente moderno stabilimento per la fabbricazione dei materiali refrattari, e grés, ottenendo buoni prodotti, esportandone in Tunisia e rifornendone Napoli e Palermo.
Le terrecotte furono trattate dapprima con grande successo artistico dall’illustre scultore Francesco Ciusa ora passato alla direzione della Scuola d’Arte Applicata di Oristano.
Suo seguace fu un bravo quanto modesto artista istintivo Ciriaco Piras di Dorgali che da solo e con scarsi mezzi cred caratteristiche terrecotte di grazioso gusto paesano, trattando con vigoria la figura in gruppi come «Il bacio Desulese», «Il pastore e il cane», anfore e coppe decorative.
MAIOLICHE
Un geniale artista pittore e scultore, Federico MELIS di Bosa da non confondere col fratello pittore Melchiorre, dopo un lungo penoso tirocinio che molto lo onora, è riuscito a conseguire successi notevoli nella maiolica cotta a gran fuoco, creando anzitutto la materia prima con argille plastiche e caolini finissimi, portandole a sapienti cotture in fornaci da lui ideate e costruite. Pel primo in Sardegna con mirabile costanza da certosino ha raggiunto saggi di maioliche con vernici brillanti come smalti e felici cromatismi.
La sensibilità artistica irrequieta e mai paga gli permette una bella varietà di creazioni, attinte al tradizionale ambiente regionale.
Dalla sua fornace in Assemini, presso Cagliari, escono indovinati saggi di piccola scultura che riproducono, animandoli col movimento e colore, le tipiche macchiette folkloristiche le figure dei romanzi di Grazia Deledda personaggi potenti, umili creature, vecchi e giovani, fino ai bimbi del contado grotteschi talvolta ma naturali ed espressivi, sinceri, con sobrietà di plastica, misura di colore, rappresentativi come le figurine di Val Gardena.
Federico Melis conquista e seduce per la semplicità delle sue creature di una sardità assoluta, inconfondibile.
Un critico commentatore delle Mostre regionali di Monza ebbe a dire che la produzione rustica di tutte le regioni facilmente si confonde per troppe analogie. Ma noi osserviamo che, appunto perché non si tratta di arte rustica, bensì di arte raffinata, una creazione di Federico Melis parla, anzi grida sardo a distanza. Qui pertanto la confusione delle lingue non è possibile, e la «Priorisse», Balloeddu, Kaika, la Desulesina, la Rosariante» – per citare solo alcuni tipi – anche trasportati in Giappone, restano sarda gente.
Ardite creazioni di grande scultura applicata alla maiolica apparvero i saggi esposti alla Mostra di Milano: Fanciulla di Desulo – Donna di Barbagia – Anfora Sardesca.
Piatti e mattonelle festose di colori sembrano finestre rustiche da cui sporga una testa di pastore o di montanara piene di vivacità o di melanconia, loquaci o silenziose, mute o canterine, comunque sempre vive quanto regionali.
Questo originale tentativo di portare una vigorosa nota di colore regionale nelle sculture raggiunge fedeltà espressiva encomiabile, con semplicità sicura quanto esperta senza virtuosismi eccessivi, banditi i lenocini di tecnica – la moderna esagerazione.
I contrasti di colore vengono superati con sicuro intuito: si direbbe che il gran fuoco fonde le armonie dei più violenti colori.
Ma sopratutto è sempre resa naturalmente l’anima sarda, quella caratteristica locale che forse fu foggiata all’ombra dei nuraghi dal grande silenzio e dalla infinita solitudine.
MANIFESTAZIONI DELL’ATTIVITÀ DELLE PICCOLE INDUSTRIE IN SARDEGNA
Le piccole industrie rustiche in Sardegna ebbero sempre amorevole protezione da parte dei Consigli provinciali dell’Economia di Cagliari e di Sassari e dall’Associazione per gl’interessi del Mezzogiorno.
Ma conviene citare all’albo d’onore l’Ente Nazionale delle Piccole Industrie che ha saputo introdurre nell’isola un movimento unificatore e protettore delle sparse e trascurate attività locali e individuali, irradiando dal centro un indirizzo ed una disciplina tecnico-mercantile, prima ignorate.
Sotto l’abile e vigorosa guida di un condottiero, il Presidente Gr. Uff. Ing. Beppe Ravà la cui mirabile passione e la rara perizia confermano quella geniale veneta attività che tanto cari ci rende i nomi del conte Volpi e di Piero Foscari – anche in Sardegna giunse finalmente una materna voce per le ignorate piccole industrie rustiche, sorrette dai Comitati dell’Ente Nazionale. La pubblicazione di questo studio ne è riprova eloquente.
L’attuale governo, assecondato dalle forze vive dell’Ente di Cultura e di Educazione della Sardegna, presieduto dall’Avv. Antonio Putzolu, Direttore di Mediterranea geniale Rivista mensile di cultura e di problemi isolani, favorì inoltre la migliore organizzazione delle scuole industriali artistiche professionali: ad Oristano diretta dall’illustre scultore Francesco Ciusa, coadiuvato dal pittore Carmelo Floris e dall’ebanista Gaetano Ciuffo: a Sassari l’Istituto Artistico Industriale diretto dall’Ing. Oggiano; a Iglesias, la Scuola Artistica Industriale annessa a quel Liceo Scientifico, e diretta dal Prof. Remo Branca; a Cagliari, la Scuola-Bottega dell’Arte Ceramica diretta dal Pittore scultore Federico Melis, e quella: «SARDINIAE ARS», dell’antico ricamo sardo, iniziativa e direzione tecnica di Donna Vittorina Imeroni Porcile, sotto la presidenza della Contessa Maria Sanjust Amat, ed infine, ad Aggius, la scuola del tappeto sardo diretta dall’architetto Gio. Andrea Cannas, mentre prospera ad Isili l’analoga scuola privata del benemerito Cav. Giuseppe Piras Mocci.
Non mancò la Sardegna di raccogliere allori nella mostra navigante sulla nave Italia per la Crociera nell’America Latina nel 1924, in una prima Mostra regionale d’arte rustica, al Municipio di Cagliari nel 1925 e nelle Fiere ed Esposizioni di Milano, Monza, Padova, Trieste, Fiume ecc. Citiamo le benemerenze del Cav. Uff. Sabatino Signoriello, generoso e attivo delegato delle Piccole Industrie della Sardegna, del Podestà di Cagliari Cav. Uff. Vittorio Tredici, e del Cav. Guglielmo Cau, da quasi cinquant’anni pratico propagatore delle rustiche industrie sarde. Ma la prima vigorosa affermazione artistico regionale si ebbe col Padiglione Sardo nella Fiera di Milano 1927, opera di architettura che genialmente riassume la competenza dell’Ing. Dionigi Scano, acuto indagatore della Storia dell’arte in Sardegna.
Da molto tempo si è pensato quasi esclusivamente a proteggere la grande industria, mentre il lavoro artigiano ha tradizioni essenzialmente latine, fedele imagine della stirpe italica, diffusa nel mondo attraverso la penetrazione toscano-lombarda, dalle Fiere di Champagne a tutti i mercati del Medioevo.
La piccola industria, specialmente in Sardegna, deve completare l’agricoltura e la pastorizia nel senso di rendere produttivo anche il periodo di forzato riposo imposto dall’inclemenza delle stagioni estreme, siccità estiva, piogge invernali, dalla assenza di rotazione nelle colture, riparando almeno in parte al danno dell’isolamento e della insufficiente organizzazione produttiva specie nelle classi tipicamente individuali, nomadi, o al più familiari.
Coll’incremento della piccola industria tuteliamo l’integrità dell’istituto familiare, difesa della moralità, garanzia di risparmio, frugalità e rispetto al costume, oltre che resistenza all’urbanesimo ed all’emigrazione.
Artigianato, piccola industria, grande industria e commercio debbono essere considerati siccome anelli d’una catena che rappresenta la prosperità della nazione.
La Sardegna non si è allontanata dalla tradizione perché, eccettuate le miniere, ignora tuttavia le grandi industrie, gli agglomerati operai.
Da quanto abbiamo esposto risulta una ricca disponibilità di energie isolate, sperdute, ignorate, che urge organizzare e disciplinare.
I caratteristici prodotti regionali potranno raggiungere una vigorosa affermazione, mobilitando le capacità locali, latenti ed obliate, sorreggendole col consiglio, l’ordine, l’indirizzo tecnico e produttivo, mitigandone l’eccessivo isolamento, difendendo e premiando la probità delle riproduzioni all’infuori delle facilonerie bottegaie, esiliando inesorabilmente le tendenze commerciali alle contraffazioni ed arbitrari confusionismi di stile e di esecuzione.
L’arte rustica è arte senza autore, orgoglio di popolo, patrimonio universale.
Difendiamo la piccola industria rustica, fiore di Sardegna, gloria d’Italia!
NOTA. L’autore non ha ritenuto poter sostituire il termine «modano» al termine «filets», non riconoscendo identità di significato nei detti due termini.
INDICE DELLE TAVOLE
Chiesa di Saccargia
Grotta di Domusnovas
Nuraghe S. Barbara (Macomer).
Basilica di S. Gavino (sec. XII) – Porto Torres
La Principessa Giovanna di Savoia in costume di Quartu S. Elena (Maggio 1926)
Campidanesi alla Sagra di S. Efisio (Cagliari)
Costumi di Teulada
Costumi sardi
Costumi sardi
Costumi sardi
Costumi sardi
Belvì – Domenica
Fonni – Processione dei martiri
Fonni – Una via
Desulo – Ricamatrici
Desulo – Nozze.
Desulo – Madre
Desulo – Fanciulla
Desulo – Portatrici d’acqua
Desulo – Ricamatrici di cuffie
Desulo – Piccole filatrici
Desulo – Giro tondo
Desulo – Un ferraio
Desulo – Il pane
Desulo – Case
Porto Botte, S. Antioco – Caricatrici di carbone
Castelsardo – Cestini di Palma
Fabbrica di cestini – S. Vero Milis
Corte di Sennasi [Sennori?]
Fabbrica di canestri – Olzai
Canestri – Olzai
Fabbricante di brocche – Assemini
Brocche sarde (coll. sorelle Cugusi)
Il Nido – Composizione di Edina Altara
La macina – Dolianova
Telaio di Aritzo
Telaio di Isili (coll. Prunas Lovisato)
Telaio forestiero di Desulo
Telaio d’orbace di Olzai
Telaio per tappeti
Telaio per tele di lino
Maciullatrice di lino – Teulada
Giocattoli sardi A. T. T. E. Donne di Osilo, Pastore di Fonni
Giocattoli sardi A.T.T.E. – Costumi sardi.
Giocattoli sardi A.T.T.E. – Pastore di Fonni
Giocattoli sardi A.T.T.E. – Cavalcata
Giocattoli A.T.T.E. – Pastori di Fonni
Giocattoli A.T.T.E. – Donna di Sennori Teuladino
Giocattoli A.T.T.E. – Carro di Milis
Giocattoli A.T.T.E. – Campidanesi Fonnese Sulcitani
Giocattoli sardi A.T.T.E. – Sassari – Il premio degli Artigiani
Giocattoli sardi A.T.T.E. – Costumi del Capo di Sopra
Costumi sardi – Fantocci di Tonia Scano
Cagliari (1925) – Prima mostra regionale: collezioni Ponti, Sanjust, Larco
Cagliari (1925) – Prima mostra d’arte regionale – collezione Manconi Passino
Cagliari – Antisala dell’Ing. D. Scano
Cagliari – Sala sarda Ditta Cav. Guglielmo Cau
Cagliari – Sala sarda Ditta Cav. Guglielmo Cau
Tappeti sardi – collezione Donna Luisa Manconi Passino
Tappeti sardi – collezione Donna Luisa Manconi Passino
Tappeti Sardi (coll. Manconi Passino)
Tappeto di Sarule
Tappeto sardo di Marrubiu
Tappeto di Bolotona (collezione Daneu – Palermo)
Tappeto di Orgosolo (collezione Daneu – Palermo)
Tappeto di Morgongiori (collezione Manconi Passino)
Tappeto di Sardara
Tappeto di Nule
Tappeto di Ploaghe (tessitura a granelli)
Tovaglia e tovaglioli – Cagliari, Sardiniae Ars
Tovaglietta punti spiga e croce – Cagliari, Lavoro di Sardiniae Ars
Striscia, punti spiga, croce – Cagliari, Lavoro di Sardiniae Ars
Cuscino punto piatto seta e argento – Cagliari, Lavoro di Sardiniae Ars
Punti spiga, quadro, croce – Cagliari, Riproduzioni di Sardiniae Ars
Tenda, motivi di tovaglia d’altare – Cagliari, Sardiniae Ars
Lavori a punti spiga, croce, piatto – Cagliari, Sardiniae Ars
Piccolo arazzo, una cartella; punti croce piatto, seta e oro – Cagliari, Lavori di Sardiniae Ars
Cuscino, punto spiga, croce – Cagliari, Lavoro di Sardiniae Ars
Cuscino – Cagliari, Sardiniae Ars,
Cuscini – Cagliari, Sardiniae Ars,
Ricami, buratti e sfilati sardi – collezione Manconi Passino
Ricami buratti e sfilati sardi – collezione Manconi Passino
Ricamo in punto riccio di Teulada (coll. Dallolio)
Ricamo in punto riccio di Teulada (coll. Dallolio)
Filet e tappeto sardo.
Filet sardo
Filet sardo
Filet sardo
Filet sardo
Filet di Bosa
Filet sardo
Filet sardo di Erminia Ferri – Cagliari
Filet sardo
Mobili sardi di Gaetano Ciuffo
Madie – Casse rustiche sarde
Cofano stile sardo – Cagliari
Oreficeria sarda
Oreficerie sarde
Anfora Sardesca (maiolica di F. Melis).
Pastorissa di Oliena (maiolica di F. Melis)
Donna di Barbagia (maiolica di F. Melis)
Fanciulla di Desulo (maiolica di F. Melis)
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