L’ASINARA
di
Renato Albanese
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LE VIE D’ITALIA
Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO →
Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche
n. 2 – Febbraio 1957
Porto Torres, febbraio
Partii da Porto Torres per l’Asinara, a bordo dello “Zaffiro”, carico di sacchi di calce, legna, carbone, bauli e posta, una mattina della scorsa settimana. Poco prima di imbarcarmi m’ero presentato al capitano Mario Francesconi con il mio salvacondotto ministeriale alla mano (all’Asinara non si può accedere senza il regolare permesso del Ministero di Grazia e Giustizia); e lui, dopo avere attentamente esaminato il documento, mi aveva squadrato di sfuggita con i suoi piccoli occhietti, assicurandomi che per me tutto era in regola. Quella mattina avrei dovuto avere come compagni di viaggio alcuni detenuti, provenienti dalle carceri di Sassari ed avviati, sotto buona scorta, in colonia. Ma era sopraggiunto un improvviso contrordine: il trasferimento dei detenuti era stato rinviato per dar posto a un gruppo di guardie di custodia, appena uscite dalla scuola di addestramento di Cairo Montenotte (Savona), che andavano a prendere servizio all’Asinara. Erano tutti, forse una trentina, molto giovani; parlavano con accento in prevalenza meridionale. A bordo si trovava anche qualche civile, e fra questi Armando Pintus, universitario di Cagliari, maestro dei detenuti, reduce da una breve licenza, e una donna, rappresentante, mi dissero, di macchine da cucire.
Un graduato dell’Aeronautica, appartenente alla Stazione Meteorologica di Punta Scorno, estremo nord dell’Asinara, si prodigava nel rassicurare, con la competenza che gli veniva dalla lunga pratica del suo servizio, i viaggiatori, che il mare non avrebbe fatto dei brutti scherzi. La pressione barometrica era troppo alta! La stessa cosa sosteneva, e con l’autorità che gli derivava dal grado, il capitano Francesconi, che io ero andato a trovare nella saletta nautica, dove egli aveva alloggio e comando. Francesconi, vecchio lupo di mare di origine toscana, come la sua carretta costruita nei cantieri di Viareggio, dal
Il Golfo dell’Asinara è di sovente sconvolto da tempeste e cicloni, per il soffiare dei venti di levante, greco-levante e scirocco. Lo scirocco spinge dalla parte di Castelsardo, sulla costa settentrionale della Sardegna, mentre gli altri soffiano dalle procellose Bocche di Bonifacio. Talché in quei periodi, la navigazione nel Golfo dell’Asinara viene completamente paralizzata; e così l’Asinara rimane isolata sin quando non torna la calma. Attualmente il traghetto da e per l’Asinara è, in tempi normali, soltanto trisettimanale. Fa servizio lo “Zaffiro”, un battello a motore che non raggiunge le cento tonnellate. Piccolo ma resistente ai colpi del mare, la prua molto alta e slanciata, la poppa larga e capace, fu costruito per la pesca atlantica (il fratello gemello naviga nei mari del Venezuela). Adesso è stato adibito come idroambulanza della Stazione Sanitaria Internazionale, però fa servizio anche per la colonia penale, in attesa che rientri dai cantieri della Maddalena, dove si trova in riparazione, il battello “Redenzione”. Lo “Zaffiro”, se è un mezzo a cui si può dare affidamento, è però lento: non supera i sette nodi e il tragitto fra Porto Torres e Cala Reale, che è di
L’Asinara vista dal battello che fa servizio tra l’isola e Porto Torres. Sulla riva di Cala Reale si allineano i padiglioni della Stazione Sanitaria Marittima Internaz. per le quarantene, sorta nel 1884.
L’Asinara non manca di interesse turistico per le sue coste frastagliatissime, nelle quali le acque si addentrano profonde e trasparenti, tra scogliere che si prestano egregiamente alla pesca subacquea.
Sulla destra di prua già si notavano i lunghi caseggiati della Stazione Sanitaria Marittima Internazionale, dietro i quali si inseguivano in una monotona cavalcata le colline cespugliose dell’isola. Il primo volto dell’Asinara che si presentò a noi che guardavamo dal ponte dello “Zaffiro” fu quello dello squallore. Grandi nuvole bianche, navigando dal mare di un blu intenso verso quelle alture verde pallido, proiettavano le loro ombre sulla terra: sembrava che le uniche abitatrici di quei luoghi remoti e silenziosi fossero le ombre sempre mutevoli delle nuvole.
Invece, nel momento di attraccare al moletto di Cala Reale, notammo dell’animazione: un autocarro ci attendeva con alcune persone attorno. Non sfuggì ai nostri occhi una scritta in grande sul fronte di uno dei caseggiati. Si lesse chiaramente sull’intonaco rosa sgretolato: Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica, e, sotto, Stazione Sanitaria Marittima Internazionale. Proprio in direzione del molo, quasi a sbarrargli la corsa al vertice, sopra un piedistallo prativo, retto da un’ampia scalea, sorgeva una villa rettangolare di stile architettonico vagamente settecentesco, dominata da un grande orologio. Era il padiglione centrale, adibito ai passeggeri di prima classe.
La Stazione per le quarantene fu istituita nel 1884, allorché lo Stato, per questo scopo e per istituirvi, nel 1896, la Colonia Penale Agricola, espropriò l’isola ai Duchi dell’Asinara che l’avevano ottenuta in feudo nel 1775 da Casa Savoia. Fu allora che gli allogeni, pastori e pescatori, fuggirono e andarono a fondare Stintino, paesotto sulle coste sarde nei pressi di Porto Torres. La Stazione Sanitaria, articolata in vari padiglioni, è stata in questi ultimi tempi notevolmente potenziata, con impianti di docce e altri servizi. Due anni addietro era giunta la notizia che sarebbero arrivati all’Asinara quarantamila ebrei, in diversi turni, per trascorrervi il periodo di quarantena prima di raggiungere Israele. Ma fino ad oggi non si è visto nessuno e la stazione è vuota, in attesa di “clienti”.
Misurando col metro mediterraneo, l’Asinara non è una piccola isola, con i suoi 17 e rotti chilometri di lunghezza, i
L’isola ha coste frastagliatissime, sinuose come fiordi, in cui le acque si addentrano con una profondità trasparente. Le alture che si affacciano sulla costa occidentale, verso il mare aperto, sono scoscese, là si gettano a picco sulle scogliere, qua assumono l’aspetto di orridi selvaggi. Dalla parte del golfo, invece, le coste digradano in pendii meno ripidi e in certi punti si concludono in brevi tratti pianeggianti. L’altopiano culmina a nord e si chiama Punta della Scomunica (m 408). Di lassù, si scoprono le vette bianche della Corsica.
È un’isola granitica, senz’alberi, coperta solo di enormi cespugli e di fichi d’India. Io vidi una piccola pineta in località Orto di Maria Rosaria e uno scosceso bosco di lecci verso Elighe Mannu. La vegetazione spontanea è composta in gran parte di lentisco, euforbie, ginestroni. L’euforbia viene usata dai pescatori per avvelenare il pesce negli stagni e catturarlo così in gran quantità. Questa pianta emette un lattice mortifero. Altre piante da cespuglio sono la rosella e la ferula. L’isola è ricca di selvaggina, in special modo pernici. Tanto è vero che ogni anno, all’apertura della stagione venatoria, il Ministero di Grazia e Giustizia rilascia parecchi permessi e l’Asinara si popola di cacciatori provenienti dal continente.
Una carrozzabile lunga
Dal 1896 l’Asinara ospita una Colonia Penale Agricola, oggi “Casa di lavoro all’aperto”, che ha attualmente in forza circa settecento detenuti distribuiti in varie «derivazioni». Ecco gli edifici di recente costruzione, dello stabilimento di Fornelli.
L’autocarro, dopo una corsa di otto chilometri, girando alle spalle dell’isola, ci portò a Cala d’Oliva.
Cala d’Oliva è, per così dire, la capitale dell’Asinara: la chiamano la “centrale”, perché ivi risiede il cervello della colonia penale. Nelle basse casette, tutte a un piano, di un colore rosa sbiadito, trovano posto gli uffici della direzione, l’alloggio del direttore, la casa del cappellano don Fensi, la dispensa dei viveri, l’ufficio postale, il circolo delle guardie di custodia, la foresteria, la scuola, l’infermeria, la bottega del parrucchiere, le officine, la falegnameria; e più in alto, sul crinale di una collinetta irta di agavi e di fichi d’India, i dormitori di una parte dei detenuti, le scuderie, la centrale elettrica, il caseificio e altri impianti.
Non posso dire che il mio primo incontro con Cala d’Oliva fu sgradevole, oserei aggiungere che il cuore non subì quella stretta che invece provò alla vista dei padiglioni quarantenali di Cala Reale. L’autocarro che mi portava assieme al maestro dei detenuti e alla rappresentante di macchine da cucire, incontrò sulla strada, serpeggiante lungo la costa, una torre seicentesca, ricordo di quando i barbareschi spadroneggiavano nel Mediterraneo. Il villaggio, con le sue minuscole casette, a specchio del mare, arrampicate fra le spatole dei fichi d’India, presentava un aspetto esotico, ravvivato dal clima di una primavera precoce e dal sole limpido.
Fui ricevuto dal dott. Angelo Margarita, il tecnico agricolo della colonia, uomo magrissimo, abbronzato, dall’accento romanesco che per tutto il periodo della mia permanenza all’isola vidi vestito sempre alla stessa maniera, in tuta blu con sotto un maglione dello stesso colore. Egli mi presentò al direttore, dott. Antonio Lobrano, funzionario molto ligio ai regolamenti, non un “duro” però, come ebbi a sapere più tardi. Lobrano mi sembrò un sostenitore della “pena umanizzata”. Si trovava da poco all’Asinara, provenendo dalla direzione del penitenziario di Genova. Il periodo del segretariato l’aveva vissuto all’Ospedale Psichiatrico Criminale di Aversa, quando vi si trovava ancora la Bellentani.
Margarita mi fece poi assegnare una camera alla foresteria, e si preoccupò che io mangiassi qualcosa. Quando entrammo nella sala da pranzo, la tavola era già apparecchiata. Un detenuto, bruno e mingherlino, educato e premuroso, serviva in tavola con il fare lesto e preciso di un cameriere consumato. Per l’occasione aveva infilato una bella camicia di bucato, color celestino, con le punte del colletto lunghe e il collo sbottonato. Di carcerario aveva addosso soltanto i pantaloni con i classici rigoni. Notai, il giorno dopo, che trovandosi a tavola ospiti più importanti di me (un magistrato e funzionari della giustizia venuti all’Asinara per il loro ufficio) egli mise la giubba bianca.
Durante quella colazione, annaffiata da un vino pastoso e leggero, produzione locale, il dott. Margarita mi parlò della colonia, dei detenuti con i quali, per motivi di lavoro, stava a contatto quotidianamente. I detenuti attualmente sono 700, ma per le esigenze dei lavori agricoli la forza presente dovrebbe essere notevolmente aumentata. Purtroppo, aggiunse Margarita, mancavano le possibilità per alloggiarli. In colonia tutti lavorano e chi non ha voglia di lavorare viene rimandato al carcere chiuso, perdendo così la facoltà di starsene all’aria aperta. Ciascuno ha le proprie mansioni: ci sono i falegnami, i sarti, i calzolai, che lavorano anche per i civili dell’isola, ci sono i meccanici e i trattoristi, gli artigiani e i pastori, i braccianti agricoli. Le mercedi giornaliere vanno da un minimo di 200 lire a un massimo di 400 lire. Ad esempio, il cameriere che mi serviva a tavola e mi rifaceva il letto in foresteria, prendeva 300 lire al giorno. Come vitto, oltre che la “razione ministeriale”, che è quella fornita dall’amministrazione del penitenziario, hanno facoltà di acquistare alla dispensa molti generi, tutti quelli che produce la colonia: latte, ricotta, formaggio, burro, carne. Il tutto a prezzi modesti, del mercato interno. Per la pasta extra mi capitò, invece, di sentire lamentarsi qualcuno. Diceva di doverla pagare al prezzo del mercato esterno. Inoltre, ogni tanto, l’amministrazione passa qualche chilo di carne, quando ad esempio si macellano i maiali. Il vino: mezzo litro pro capite al giorno; il pane,
L’acqua all’Asinara è scarsa: questa notizia mi fu confermata dal sanitario, dott. Vindice Salvetti, di Sassari, da quattro anni in servizio alla colonia. L’acqua viene fornita agli abitanti dell’isola in ragione di un secchio da dieci litri a testa, al giorno. Proviene da magre sorgenti locali e, per la maggior parte, dalle navi cisterne della Marina che la trasportano dalla Spezia o dalla Maddalena. Salvetti lamentò la disagiata situazione dei servizi sanitari: esisteva soltanto una infermeria su un territorio estensivo da controllare, con distaccamenti che si trovavano a parecchi chilometri da Cala d’Oliva. Per quanto ai dormitori, la maggior parte dei quali ricavati in basse e buie costruzioni, già esistenti prima che fosse fondata la colonia, dovevano considerarsi igienicamente impossibili. Unico a fare eccezione era lo stabilimento di Fornelli, ricostruito sull’ex sanatorio giudiziario con criteri più moderni. Fortuna, il dott. Salvetti concluse, che i detenuti, vivendo all’aria aperta, godono di ottima salute.
La luce elettrica, pure, non è sufficiente alle necessità della colonia. Esiste una centrale con due gruppi elettrogeni che però ha una potenzialità limitata. Vi sono dei distaccamenti che vanno avanti con i lumi a petrolio.
Cala d’Oliva, ove si trovano gli uffici e gli impianti centrali della Case di Lavoro, in primo piano, un’antica torre costiera di allarme e difesa contro i barbareschi.
La colonia agricola penale dell’Asinara, oggi “Casa di lavoro all’aperto”, fu istituita nel 1896, ed abbraccia un territorio di 5000 ettari: però soltanto trecento ettari, i terreni in pianura, sono coltivati. Duemila ettari vengono lasciati a pascolo e il resto è cespuglioso. La colonia è suddivisa in otto distaccamenti che prendono il nome di “diramazioni” e si snodano sull’unica strada di
Io ebbi modo di visitare le principali “diramazioni”, grazie ad una “campagnola” che mi fu messa a disposizione dalla direzione. Mi accompagnava il dottor Margarita.
Raggiungemmo Trabucato, la zona dei vigneti e degli impianti vinicoli con le grandi vasche per la raccolta di mille e duecento ettolitri di vino; poi Campo Faro e Campo Perdu. A Campo Perdu, su di una breve altura, sorge un Ossario che raccoglie i resti di migliaia di prigionieri austro-ungarici che qui stazionarono tra dicembre e luglio 1916 e vi morirono di colera. Adesso, nel luogo, cosparso di avanzi di case diroccate e di monumentini a ricordo di tanto dolore, pascolano le greggi guidate dai pastori detenuti e certi asinelli bianchi, di un bianco lattiginoso, ultimi esemplari di una razza isolana ormai quasi estinta.
Durante questa corsa, che si concluse a Santa Maria di Fornelli, estrema punta meridionale dell’Asinara, feci qualche sosta e parlai con dei veri detenuti. In genere non si lamentavano del trattamento loro riservato in colonia; la loro angoscia li portava al giorno in cui sarebbero tornati a casa. Che lavoro avrebbero fatto, nella riacquistata libertà, se tutti, praticamente, volgevano loro le spalle? In Italia manca una vera e propria organizzazione post-carceraria che si preoccupi di sistemare i liberati dal carcere.
Una sera, prima di partire, mi capitò di intrattenermi con gli scrivani, che rappresentano, per così dire, l’intellighenzia della colonia. Essi mi parlarono di cose allegre, trascurando ogni argomento che avesse attinenza con la galera. Mi illustrarono le loro partite di calcio contro le squadre avversarie delle diverse “diramazioni”, mi parlarono della radio, della televisione che presto sarebbe arrivata all’Asinara per il personale civile, degli spettacoli cinematografici cui assistevano ogni quindici giorni. Certo, si trattava di film a passo ridotto, castigatissimi, ma in galera ci si poteva accontentare. Mi parlarono infine, e non senza una palese fierezza, della loro compagnia filodrammatica, dei lavori teatrali che essi avevano rappresentato con grande successo alla presenza del direttore e dei civili: Guerra di spie, di Deboss, Egoismi, La gloriosa canaglia, di Repossi, Non sorgerà più il sole. Adesso si stava provando Papà eccellenza, che sarebbe andato in scena per Pasqua.
in colonia tutti lavorano, ciascuno ha le proprie mansioni: braccianti agricoli, pastori, meccanici, trattoristi ecc., vivendo per la maggior parte del tempo all’aria aperta. Ogni «diramazione» é autonoma e funziona come una vera e propria fattoria.
Alcuni esemplari albini di una razza di aninelli di piccola statura, particolare dell’isola. Qui sopra l’angolo di un dormitorio dello Stabilimento di Fornelli, decorato alle pareti con lavori dei detenuti. Gli altri dormitori della Colonia lasciano molto a desiderare fatto di igiene.
Qui sopra l’angolo di un dormitorio dello Stabilimento di Fornelli, decorato alle pareti con lavori dei detenuti. Gli altri dormitori della Colonia lasciano molto a desiderare fatto di igiene.
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