Canto

di Francesco De Rosa

    Il canto gallurese, come quello degli altri abitanti del Logudoro, corrisponde al canto dei popoli dell’Asia centrale e anteriore, considerando che i popoli della Persia, del Kurdistan, della Mesopotamia, dell’Arabia, dell’Armenia, della Siria, del Libano, della Palestina si conformano alla natura del primo canto, sia nei toni come nello spandere delle voci a distesa, senza gorgheggi, né trilli, né contrassalti, toccando all’opposto le note lunghe della scala degli accordi.

     Le quali note tengono le proporzioni degli ordini acuti o gravi, o semitoni, distinti a seconda degli spartiti con intelligenza in soprani, contralti, tenori e bassi; imitando nell’assieme un’armonia semplice, naturale, ed una voce in vari suoni, con elevazioni ed abbassamenti continuati e conclusi senza pausa e molte battute, come avviene per le canne dell’organo che si tiene aperto lo spiraglio ed il suono è perenne; spiccando più le voci di testa che di petto, risultando un po’ di nasale nella voce, espirando nell’insieme una certa grazia che appaga l’udito e l’accarezza dolcemente con tal non so che di soave mestizia, la quale viene creata da un certo tremolio che fanno tutte le voci.

    Il modo più consueto di cantare è la greca poliodia, o canto in quattro (a tàsgia), adattando spesso l’accento tonico ai movimenti dei danzanti, così come si cantavano gli antichi versi saturni. Dei quattro il primo canta in do, abbassando o innalzando il tono dopo uno o due versi, per tre, quattro o più volte ad arbitrio, al fine di evitare una sgradevole monotonia, e che si chiama bóci, perché è il primo a pronunciar la voce; il secondo canta in do d’ottava bassa, chiamato tenore o basciu; il terzo in sol, chiamato contra (contralto), con voce stranamente gutturale e caratteristica, e il quarto che canta sulla nota mi, vien detto falzittu (soprano).

    Talvolta se ne aggiunge un quinto, detto la quinta il quale canta in do d’ottava soprana. Essi cantano in genere aggruppandosi con le mani sul collo, o stringendosi in circolo, avvicinando la mano destra ad una parte della bocca per non disperder la voce, regolando con armonia le diverse voci a quelle del cantore.

    Quando la poliodia veniva cantata per accompagnare le danze, prevaleva in esse il suono lidio, consistente in certe note acute, rapide, risentite ed accese che penetrano nei petti e imprimono alle membra dei movimenti che forse un giorno avranno rappresentato qualche mistero religioso o qualche evento felice o doloroso. Quando invece la si cantava nelle palestre dei nostri rusticani poeti estemporanei in occasione di pubbliche o private allegrezze, di feste campestri o per divertire od onorare un ospite, o qualche illustre personaggio, veniva cantata sul suono dorio, quindi con cadenze gravi, parche, lente e riposate.

    Se poi la si cantava la notte per le piazze e nei crocicchi prendeva il suono ionico: esso risulta soave e ricco di così tanta grazia da addolcire e rasserenare i cuori.

    D’ordinario nella poliodia che accompagna il ballo il tenore emette in do la seguente voce:

    bo – – bo bo bo – – mbo, bo – – bo bo bo – – mbo…,

    il contralto in sol e – li – – lo ra la – la, e – li – – lo ra la – la…

    ed il soprano canta in mi e – – mi ri mi, e – – mi ri mi – mi…

    In quella usata nei canti estemporanei cantano nelle precitate note una delle esclamazioni ah, eh, ih, oh, uh, più o meno aperte, più o meno strette, alte, basse, acute, serrate, limpide o rauche, prolungandole fino a perdi fiato. In quella fatta all’aperto, a uso serenata, mentre nelle due varietà su espresse il tenore, il contralto e il soprano emettono i suoni, appena tace quello che canta, o incominciando dalle ultime sillabe dell’ultimo verso; in questa, lasciato che hanno cantar da solo il primo verso alla voce, ossia all’ottava bassa, lo seguono negli altri versi, sulla propria nota caratteristica prolungando indefinitamente l’ultima sillaba.

    Ugualmente in Gallura viene usata la greca monodia (cantà in ottava), che si canta pure in quattro coll’aiuto della cetra: questo canto è meno monotono del precedente, ed è perciò il trattenimento delle persone colte e gentili. Il cantore comincia cantando quattro versi, modulandoli col suono della cetra, principiando il primo verso in do, la, sol, re minore, ossia in re col diesis e terminando in do; gli altri escono a cantare al quarto verso, il tenore eseguendo in faufaut o fa, il contralto in fa per terminare in do e il soprano in la o in la-mi-re per finire in re, prolungando l’ultimo accento col concerto delle altre voci. La monodia spesso viene cantata dal solo cantore con l’accompagnamento della chitarra.

    In Gallura e nel Lugodoro gl’innamorati e i giovani, costumano far le serenate (faghes sa gjanna) alle loro belle ed alle fanciulle del paese, cantando alla porta o sotto la finestra della costoro casa, col sussidio della cetra o dell’armonica.

     Le serenate, credo siano state importate nell’isola da Enzo re di Sardegna, il quale ne apprese l’uso alla corte del padre di Federico II, che, beffandosi delle scomuniche di papa Gregorio IX, si divertiva a ballare voluttuosamente, con le sue belle moresche, e a cantare, a suon di mesta cetra, le sue canzoni d’amore sotto il balcone delle gentili palermitane. L’origine delle serenate si deve però attribuire agli Arabi, i quali amanti d’avventure, non potendo avere diretta corrispondenza con le donne, per il divieto delle leggi musulmane, ricorrevano al canto per esternare i loro sentimenti alle giovani amate, che forzatamente erano tolte ai loro amorosi sguardi. Per altro anche i Greci antichi usavano cantare davanti alle abitazioni delle loro amanti delle canzoni, da loro appellate Para-Klausiteron.

     In tali serenate due sono i canti che si usano in Gallura: il canto tempiese e il terranovese o logudorese per meglio dire. Il primo viene tutto cantato sulla nota re.

    Il canto terranovese si esegue in otto modi diversi. Mettiamo che i versi da cantare siano i seguenti:

    In obligol, biancu nie,

    M’has pòstu, serenu mare

    I Modo – Si canta il primo verso In obligol, biancu nie in re, il secondo in M’has pòstu in do, serenu mare in re.

    II Modo – Il primo verso si canta in do si ripete in fa e il secondo verso in do, re, come sopra.

    III Modo – Si canta il primo verso in sol, il secondo in do, e si ripete M’has pòstu serenu in mi e mare in re.

    IV Modo – Si canta il primo verso in fa e il secondo in do, la, re, cioè M’has pòstu in do, serenu in la, mare in re.

    V Modo – Si canta il primo verso in re, si ripete in fa ed il secondo verso si canta come si è detto sopra in do, la, re.

    VI Modo – Si canta il primo verso in sol, do, cioè In obligol in sol e biancu nie in do; il secondo verso si canta in sol di settima o sol diesis e in do: cioè in sol di settima M’has pòstu serenu e in do mare, quindi si ripete questo verso in do, la, re, come s’è detto sopra.

    VII Modo – Si canta il primo verso in sol, do, cioè in sol In obligol e in do biancu nie; poi si ripete tutto in fa e il secondo verso si canta in do, la, re, come nei modi precedenti.

    VIII Modo – Si canta il primo verso in sol, si ripete in fa e il secondo verso in do, la, re, come si è detto prima.

    Adattando questi diversi modi a calcolo matematico diremo:

    I Modo – Si cantano 8|8 del I verso in re, 3|8 del II in do, 5|8 in re.

    II Modo – Si cantano 8|8 del I verso in do, si ripetono in fa; del secondo verso 3|8 in do, 5|8 in re.

    III Modo – Si cantano 8|8 del I verso in sol e 8|8 del II in do, del quale si ripetono 6|8 in mi e 2|8 in re.

    IV Modo – Si cantano 8|8 del I verso in fa, 3|8 del II in do, 3|8 in la e 2|8 in re.

    V Modo – 8|8 del I verso si cantano in re, si ripetano in fa e 3|8 del II verso si cantano in do, 3|8 in la e 2|8 in re.

    VI Modo – Si cantano 4|8 del I verso in sol, 4|8 in do, 6|8 del II verso in sol di settima, e 2|8 in do: si ripete quindi questo verso per 3|8 in do, 3|8 in la, e 2|8 in re.

    VII Modo – 4|8 del I verso si cantano in sol, 4|8 in do, si ripete per intero (8|8) in fa e del secondo verso 3|8 si cantano in do, 3|8 in la, e 2|8 in re.

    VIII Modo – Si cantano 8|8 del I verso in sol, si ripete per intero (8|8) in fa e del secondo verso 3|8 si cantano in do, 3|8 in la e 2|8 in re. Spesso invece di due si cantano tre versi per volta: in tal caso non avviene ripetizione di alcun verso. Nelle chiese in occasione di feste si cantano le laudi (gosi) dedicate al santo che vi si venera. I carrolanti usano un’altra specie di canto monotono, cadenzato e lento come il passo pesante dei buoi, cromatico nel primo intervallo e nella penultima sillaba, mentre nell’ultima prolungano indefinitamente la voce: la quale va a perdersi nei panorami incantevoli degli orizzonti, delle valli, dei burroni, dei fiumi e dei mari, che rendono bella, perennemente verde e incantevole la nostra Gallura.

    Lamentevole e straziante era il canto delle prefiche che scendeva nel cuore come una lama affilata, nei cui intervalli cromatici veniva prolungata la voce in una nenia lamentevole, alla quale rispondevano lugubramente le grida dei doloranti e le percosse al petto e alle cosce, date con quella forza che un dolore intenso e la disperazione può imprimere alle membra. Flebile e carezzevole a un tempo riesce il canto con cui la mamma o la balia cercano di addormentare in grembo o nella zana [cesta di forma leggermente ovale, fatta di sottili stecche] l’amato pargoletto. Rapito da quel canto pieno d’amore e di dolcezza, egli dopo pochi istanti si sopisce.

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