EMILIO SALGARI E ANTONIO CASULLI
IL GIORNALISTA SARDO DI TEMPIO PAUSANIA
AUTORE DELL’UNICA INTERVISTA AL CELEBRE SCRITTORE
POCO TEMPO PRIMA DEL SUO SUICIDIO
di Guido Rombi
INDICE
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ANTONIO CASULLI E LA SUA FAMIGLIA
ANTONIO CASULLI GIORNALISTA
L’INTERVISTA DI ANTONIO CASULLI A EMILIO SALGARI
IN CASA DI EMILIO SALGARI
VALOROSO UFFICIALE NELLA GRANDE GUERRA
AVVOCATO E GIURISTA
IL PODERE CASTORANI
ANTONIO CASULLI E LA SUA FAMIGLIA
ANTONIO Pietro Lorenzo Achille CASULLI, sempre conosciuto e citato solo come ANTONIO CASULLI, nacque a Tempio Pausania ii 21 maggio 1888, secondogenito dell’avvocato Pietro Cazulli (all’anagrafe Pier Alessandro), nato a Tempio il 5 maggio 1858, e di Maria Angela Pintus nota Marietta, classe 1862.
Aveva un fratello più grande, Battista – valoroso soldato della Grande guerra (decorato di medaglia d’argento e di bronzo), nato a Tempio il 29 luglio 1886 e morto a Roma il 24 dicembre 1929, all’età di 43 anni, dove ebbe solenni funerali e poi la salma tumulata a Tempio –, e due sorelle: Felicina Beatrice (nota Felicina), Beatrice Annina Stefania (nota Bice).
NOTA. LA STORIA DELLA FAMIGLIA CASULLI DI TEMPIO PAUSANIA
(ma di provenienza dal Piemonte: Giuseppe il capostipite del ramo tempiese era nato ad Alba nel 1804; il cognome è però molto diffuso anche in Puglia, particolarmente nella zona di Putignano, provincia di Bari)
SARÀ OGGETTO DI UN DETTAGLIATO SAGGIO DI PROSSIMA PUBBLICAZIONE.
Fra i Casulli, sebbene quasi tutti assursero a incarichi di rilievo lasciando un ottimo ricordo e mietendo buoni frutti, Antonio sarebbe diventato di gran lunga il più famoso.
NOTA. Cazuilli e/o Casulli? In origine il cognome era Cazulli, tuttavia già dall’Ottocento in diversi documenti i membri della famiglia sono attestati anche nella seconda accezione. Finché, esattamente il 20 novembre 1912, la famiglia Cazulli, su richiesta dell’avvocato Pietro, padre di Antonio, otterrà il consenso a cambiare («tanto nel proprio interesse che in quello dei figli Battista, Antonio, Felicina, Bice» il cognome in Casulli con la esse) [1]. A quella data i due figli maschi Battista e Antonio erano già all’Università di Napoli, facoltà di giurisprudenza, e già si firmavano come Casulli.
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[1] Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, Foglio delle inserzioni n. 9. – Sabato, 17 aprile 1915
«Il signor Cazulli Pietro fu Giuseppe, nato il 5 maggio 1858 in Tempio Pausania, ed ivi residente e domiciliato, tanto nel proprio interesse che in quello dei figli Battista, Antonio, Felicina, Bice, chiese al ministro guardasigilli di essere autorizzato a cambiare il cognome in Casulli.
Il Guardasigilli, con decreto in data 20 novembre 1912, lo autorizzava a eseguire le pubblicazioni di rito.
S’invitano pertanto tutti quelli che possono avervi interesse a fare opposizione nei termini di legge.
6919 – A pagamento.
ANTONIO CASULLI GIORNALISTA
«Casulli Antonio, giornalista e avvocato nato a Tempio (Sassari) nel 1888, stabilitosi a Roma. Fin dagli anni universitari, collaborò a giornali e riviste, come l’Avanti!, La Nazione, l’Eloquenza, Noi e il mondo, agitandovi e discutendo il problema sardo. Fu redattore della “Tribuna” dal 1910 al 1919, pubblicandovi numerosissimi articoli. Laureatosi, l’esercizio professionale lo distrasse dal giornalismo, cui però ripensa con invincibile nostalgia. Ha pubblicato: Giorgio Arcoleo, profilo; Stato e Lavoro (la funzione sociale dello stato moderno) con prefazione di A. Niceforo.».
Così si legge in Teodoro Rovito, Letterati e giornalisti italiani contemporanei: dizionario bio-bibliografico, Napoli, Tip. N. Jovene e C., 1922), una delle prime note biobiblioografiche su di lui, che dice anche dei suoi natali a Tempio Pausania.
Ebbe una carriera di tutto rispetto come avvocato, giurista e docente. Eppure il suo nome è oggi noto per un altro motivo: per una vicenda e un fatto che lo videro protagonista da giovane nel campo del giornalismo, che fu – come detto sopra – la sua prima passione e professione anche prima di essere laureato (e che continuò a esercitare anche negli anni successivi come redattore e caporedattore di riviste di diritto).
La vicenda e il fatto sono quelli d’essere stato nientedimeno che l’autore di quel che si potrebbe definire a tutti gli effetti uno scoop giornalistico e letterario mondiale: l’unica intervista a Emilio Salgari il 31 dicembre 1909, pubblicata sul «Don Marzio» di Napoli il 10-11 gennaio 1910.
Molti libri e articoli dicono che Casulli la firmò come inviato de «Il Mattino», in realtà non si sono trovate conferme di ciò, semmai che fosse corrispondente da Napoli per il giornale romano «La Tribuna», il che forse non gli impediva di avere anche rapporti professionali con altri giornali.
Salgari morì suicida il 25 aprile 1911, e quell’intervista – quell’incontro in generale – hanno assunto da allora un significato speciale per indagare l’ultimo tragico periodo della vita del grande scrittore di saghe di pirati e corsari nelle Indie (e non solo), di Sandokan e Il Corsaro Nero, per dire dei più celebri.
Sicché è in relazione a Emilio Salgari che oggi il nome di Antonio Casulli continua a rimbalzare nei libri e negli articoli e nelle pagine dei siti internet.
Ma a questo riguardo è ora doveroso aprire una NOTA CRITICA.
In un copia e incolla viziato da qualche errore commesso non si sa quando e replicato fino ad oggi anche da studiosi e cultori di giornalismo e letteratura, Antonio Casulli, in relazione a Salgari, non è un giornalista sardo di Tempio Pausania, ma un «giornalista napoletano». Finanche Ernesto Ferrero, Premio Strega 2000 con N. e direttore del Salone del libro di Torino, autore di un famoso libro edito da Einaudi nel 2011 Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari, lo definisce «il giornalista napoletano» (SI VEDA QUI), ed è così che anche l’AI – l’intelligenza artificiale – oggi replica questo errore non da poco: errore grave, frutto di totale mancanza di ricerca e verifica delle fonti, in cui si incorre sempre più in questa era di Internet.
E quando si fa un passo avanti sul piano della corretta informazione non si va oltre che fosse di «origine sarda / origini sarde». Singolare e pigra semplificazione in questo caso – frutto anche in questo caso di poca e semplicistica ricerca e talvolta di troppa fretta e un po’ di distrazione – riguardo un giornalista e poi affermato giurista, morto a 89 anni, a cui si deve l’unica intervista (sembra incredibile eppure è così) a Emilio Salgari, un’intervista innumerevoli volte citata per la sua rilevanza.
(Nutro il sospetto che per molti “continentali” dire di “origine sarda” sia un elemento già ben caratterizzante, sufficiente e soddisfacente a identificarlo, meno bisognoso di altre indagini e curiosità rispetti ad altri di “origine lombarda, piemontese, ligure, veneta, toscana, laziale, emiliana” eccetera, quando invece non lo è assolutamente: un conto è dire di Cagliari e un altro di Sassari; un conto di Alghero e un altro di Carloforte, un conto di Nuoro e un altro di Tempio Pausania).
Speriamo che sia di aiuto la lettura e la diffusione di quanto scrive Felice Pozzo – riconosciuto come il maggiore studioso dello scrittore – che, nel suo ultimo libro La vera storia di Emilio Salgari, Odoya, 2022, non solo dedica un breve ma compiuto profilo biografico a Casulli, finalmente mettendo in evidenza il suo paese natio Tempio Pausania, ma anche fa una attenta analisi critica della intervista tributando ampie lodi al giovane giornalista, infine offrendo altre preziose informazioni sui suoi successivi rapporti con la famiglia Salgari.
ANTONIO CASULLI (1889-1977) – NATO A TEMPIO PAUSANIA (Sassari) il 25 maggio 1888, Antonio Casulli è morto a ottantanove anni il 19 agosto 1977 ad Alanno (Pescara). In quella località, dopo il primo conflitto mondiale, aveva acquistato la proprietà del Podere Castorani, un’azienda agricola, già splendida tenuta di caccia, sorta nel lontano 1793 e portata in dote dalla nobile Adelina Ruggeri De’ Capobianchi al marito Raffaele Castorani, celebre chirurgo.
Sotto la guida di Casulli l’azienda visse il suo periodo più fortunato, con un’espansione dei terreni coltivati sino a 200 ettari. La sua produzione vinicola fu tale da ottenere esportazioni in Europa, con rappresentanza in Portogallo.
Fu giornalista, scrittore e rappresentante italiano nella Società delle Nazioni, così da far parte, nel 1938, della delegazione d’amicizia presieduta dal marchese Giacomo Paulucci Di Calboli Barone (1887-1961) inviata in Giappone. Paulucci, uomo poco incline alle ideologie, era stato sin dal 1912 collaboratore del costituzio-nalista Giorgio Arcoleo, e nel 1927 aveva curato con Casulli l’edizione mondadoriana delle Opere di Arcoleo in tre volumi e del primo volume fu scelto come prefatore Giuseppe Antonio Borgese, benché inviso ai fascisti milanesi. Insieme firmarono anche Il pensiero di Giorgio Alcoleo (Alpes, 1928).
Dal canto suo, sin dal 1912, Casulli aveva pubblicato presso Voghera il libro Giorgio Arcoleo, ristampato l’anno successivo. Seguirà, nel 1928 L’evoluzione dello Stato (Ed. Ausonia).
Fu collaboratore de l’Avanti, La Nazione e altri periodici, in particolare de La Tribuna di Roma, diretta da Olindo Malagodi, e del suo supplemento mensile Noi e il mondo, fondato nel 1911 e cessato nel 1931.
Durante l’intervista, Casulli ebbe in dono da Salgari una copia autografata de I pescatori di trepang da poco ristampato dalla Casa Editrice italiana di Milano dei fratelli Quattrini.
Svilupperemo di seguito molti passaggi contenuti in questo sunto biografico. Inoltre alle pagine del libro di Felice Pozzo si attingerà in modo “robusto” per tutto ciò che riguarda Antonio Casulli ed Emilio Salgari al fine di favorire la corretta e meritata conoscenza del bravo giornalista tempiese, testimone e confidente della grave crisi psicologica che aveva avviluppato il grande scrittore e la moglie, e che avrebbe portato di lì a un anno al tragico epilogo del suicidio.
L’INTERVISTA DI ANTONIO CASULLI A EMILIO SALGARI
IN CASA DI EMILIO SALGARI
(al mondo piccino)
(corrispondenza particolare al “Don Marzio” →)
PREMESSA DI FELICE POZZO
«Il giornalista, che era studente all’Università di Napoli (facoltà di Giurisprudenza), si chiamava Antonio Casulli e si recò a Villa Ugo il 31 dicembre 1909 per un’intervista, da leggersi anche “tra le righe”, che sarebbe apparsa sul Don Marzio di Napoli, storica testata sorta nel 1891.
L’articolo, intitolato In casa di Emilio Salgari (al mondo piccino), fu pubblicato su quelle fitte pagine napoletane in data 10-11 gennaio 1910, con la dicitura «corrispondenza particolare al Don Marzio e con l’ingannatrice data «Torino, 9 gennaio» a inizio articolo, così da indurre qualcuno a collocare l’intervista, appunto, nel 1910 (però sarebbe bastato leggere l’articolo).
È stata ripubblicata sul già citato Documenti e testimonianze (1939) e poi da chi scrive, copiando dall’originale, sull’Almanacco Piemontese 1993, edito da Viglongo nel dicembre 1992: ed è da queste ultime pagine che sto per citare, modificando “lanez” con “Yanez” e “Fatima” con “Fathima”. (Pozzo cit., p. 352),
Torino, 9 gennaio 1910
Chi è il Salgari? Qualche lettore lo ignora? Ebbene, io lo mando in Francia, in Spagna, in Germania, in Boemia, dove i romanzi di Emilio Salgari, tradotti e stampati con una eleganza rara e con profusione di leggiadre vignette, fanno un giro entusiastico nelle famiglie. In Italia? Ma tutti lo conosciamo di nome, tutti ricordiamo quella meravigliosa trama di avventure che il fecondo scrittore veronese ha fissato in più che cento lavori.
Dai dieci ai quindici anni, talvolta sino ai venti, e non troppo di rado anche più in là, il Salgari è una istituzione. Le famiglie, spinte da riflessioni economiche si disperano; ma i bambini e i giovanotti si infiammano ed esaltano il loro romanziere. M’infiammavo io pure, ricordo, nei bei dì che rimpiango; e guardavo ad Emilio Salgari come ad una constellazione, come a un dio. Così ho provato un acuto desiderio di vederlo, di parlargli, ora che la vita e il “codice” hanno spento la fantasia dell’avventura; e sono andato a trovarlo in via del Pilone, in faccia ai verdi colli di Superga, a fianco di Torino regale.
Ho chiesto ad un bravo piemontese, lungo la strada:
– Dov’è villa Levi?
– Un pochino più giù. Ma se lei cerca del capitano Salgari, non lo trova. Ha cambiato casa. Adesso, vede, abita là.
E m’indicava una casetta modesta, im mezzo alla fresca campagna del Pilone.
Un piccolo cancello di ferro è il portone della villa. La villa è una costruzione semplice ed umile, fra un vigneto ed un orto. L’aria invernale del Piemonte rinfrescava gli effluvi incantevoli di Superga ed un vocio allegro di bambini che si rincorrevano nel giardino.
I bambini erano i figli dello scrittore. Tre diavoletti pieni d’intelligenza e di muscoli, cresciuti al sole ed alla rigida brina: Romero, Omar e Nadir, il più grandicello, che ha quattordici anni e fà il suo bravo corso tecnico ed ama le carabine e le pistole come l’omonimo eroe del «Re della Montagna».
– Vede? Sempre così. E’ una disperazione.
E la signora Salgari, rivolgendo ai suoi cari birboncelli uno sguardo di affetto, m’introdusse nel salotto. Un salotto che è anche una camera da pranzo e camera da studio. Provai una strana impressione.
La semplicità della casa e la schietta cortesia degli abitatori si accordano e si completano. Nemmeno l’ombra del lusso. In quella famiglia tutto è semplicità, intelligenza ed energia. La signora di Emilio Salgari è una di quelle creature nate, come il sole, per riscaldare ed illuminare la santità della vita famigliare. Al di là del marito e dei figliuoli non vuol guardare: sì che dalla sua parola, dai suoi occhi, dalla sua persona emana un antico fascino di bontà, di sincerità, di cortesia, di affetto.
– Ecco il tavolo di mio marito! Ed ecco la sua libreria!…
Mi accennava, sorridendo di un sorriso franco e vivace, un tavolinetto ed un armadio: sul tavolinetto il calamaio ed alcune cartelle; sull’armadio una baraonda di volumi, di fascicoli, di riviste, di giornali.
– Oh! Mio marito è un disordinatore. Una volta mi provai a mettere un po’ d’ordine. Ma inutilmente. Siamo da capo.
Entrò Romero, un caro bambino che ha uno sguardo svelto e nero: – Papà viene subito. È in giardino…
Ed Emilio Salgari, il grande scrittore dei fanciulli, l’idolo dell’infanzia, la tortura delle mamme economiche, il celebratore del mare, venne in salotto. Stringendo la sua mano, io ritornavo fanciullo. Santa cosa essere fanciulli! Dinanzi a quell’uomo sentivo di rivivere un lembo di vita trascorsa: la bella vita che si compiace delle avventure, dei viaggi, delle fantastiche lotte di uomini e di elementi in terre lontane o diverse. E i nomi dimenticati degli eroi mi tornarono lucidamente alla memoria: Sandokan, lanez, Nadir, il Corsaro Nero, Kamamuri… Vecchi amici che ritrovavo e salutavo con piacere.
– Anch’io, cavalier Salgari, seguivo con animo trepidante le vicende dei suoi personaggi. E quante ore felici trascorrevo con i suoi romanzi…
– Ma sa – rispose lo scrittore – che ogni giorno ricevo lettere insolenti dalle madri italiane?
Risi. Egli no. Già, nelle creature dei suoi libri v’è un po’ della fibra di quest’uomo. Gli occhi spirano bontà che è diffusa nella famiglia; ma sono anche seri, di una serietà concentrata, quasi severa. La sua parola è forte, lenta; talvolta, rapida, come impulsiva. Vi è, in lui, il marinaio, l’antico capitano di velieri, uso a giocare con le tempeste e coi selvaggi ed a cacciare gli squali; e v’è lo scrittore, l’uomo di pensiero, che deve disciplinare sul ristretto ambito delle cartelle la colossale vita delle onde, degli abissi e delle foreste. Una specie di contrasto psichico che determina un simpatico accordo di due nature opposte; una specie di dissidio intimo da cui scaturisce una figura temprata di pensiero e d’azione. Insisto su questo. Forse, una tale fusione di energie differenti è il segreto del fascino onde il Salgari afferra ed attira l’irrequieto mondo dei fanciulli. Attorno a lui, che introduceva in Italia il genere letterario dei Cooper e dei Verne, è sorta, imitando o rubando, tutta una scuola di giovani romanzieri. Ma i fanciulli non ne vogliono sapere: vogliono lui, il papà, il gran maestro delle fantasie. Perchè? Perchè nei giovani v’è, quando vi è, soltanto un po’ di fosforescenza di stile; mentre in lui, in Emilio Salgari, v’è la fosforescenza del mare, perchè l’ha vista negli oceani, perchè l’ha appresa dal libro grandioso della natura.
– Mi dica, cavaliere, della sua carriera, della sua vita, dei suoi viaggi.
– Posso dirle in poche parole la mia vita. Ho studiato poco ed ho viaggiato molto, arrivando sino allo stretto di Bering. A Verona, dove son nato, ho fatto le scuole tecniche. Poi, siccome mio padre aveva altre idee, scagliai il calamaio sulla cattedra e andai a Venezia, per studi nautici, e fui dopo tre anni capitano di lungo corso. Avevo una ventina d’anni; era l’82 o l’83. E viaggiai, viaggiai… Ho visto il mondo. Sempre in velieri, osservando e fumando montagne di tabacco. In un viaggio stetti sei mesi in navigazione con una sola breve fermata a Ceylon, perchè crivellato dai rosicanti. Il mio primo romanzo, il «Re della Montagna», risale all’81 o all’85. Ho scritto tanto che non rammento più nemmeno i titoli…
– Prima però ha fatto il giornalista e il novelliere?
– Sì. Ho fatto il giornalista a Verona, giovanotto. Ebbi un duello, spaccai la testa all’avversario e piantai il giornalismo. Anche il novelliere, ma nei primi anni della giovinezza.
Emilio Salgari parla accentuando le parole con la forza del vecchio lupo del mare. Non troppo alto, e piuttosto robusto, l’aspetto è simpatico, risoluto, aperto; gli occhi brillanti e decisi; fieri ma buoni. Veste severamente di nero, con l’immancabile marsina dei vecchi capitani di mare. In bocca l’eterna sigaretta.
– Fumatore arrabbiato, non è vero, signora? – Fuma sempre, sempre – rispose la dolcissima dama veneta – come Ianez!
Ianez: l’amico di tutti i fanciulli d’Europa. Una celebrità nel mondo dei bambini. Emilio Salgari non è uno psicologo, non potrebbe esserlo, perchè deve scrivere tre libri ogni anno, perchè deve campar la vita col lavoro quotidiano, questo scrittore vertiginoso che ha arricchito editori ed è rimasto povero. Ma lanez è una figura rivelata e scolpita con arte magistrale, è uno studio riuscito di anima: forte, generoso, flemmatico, padrone delle tempeste e delle battaglie, astuto e buono questo figlio della fantasiosa mente dello scrittore veronese è l’idolo di quel popolo immenso e caro che sono i fanciulli. La gentile signora Salgari lo citava e ricordava come una persona di famiglia.
– Ricorda lanez? Ebbene, eccolo lì: è mio marito!
Lo scrittore sorrise. Era un sorriso dolce. I suoi occhi, in quell’istante, si perdettero in una visione di avventure. Vedeva il suo personaggio, il suo lanez, il suo eroe, ancora una volta combattere e trionfare nel vago mondo delle concezioni! Strana, simpaticamente strana la vita di questo singolare romanziere.
– Veda, i medici mi hanno consigliato il riposo. Soffro di nevrastenia acuta. Ma non saprei vivere lontano dai miei personaggi. Staccarmi dalle mie fantasie vorrebbe dire togliermi la ragione logica dell’esistenza. È inutile! Soffro lo «spleen» degli inglesi e sento il bisogno per non morire di noia, di seguire le mie chimere nel mondo dei personaggi e di rivivere nella creazione le avventure che ho vissuto in India o sulle coste della Groenlandia.
– E lavora molto?
Rispose la signora, diventata a un tratto seria, preoccupata, quasi piangente. Adora il marito, non per orgoglio, ma per impulso di cuore, del suo gran cuore veneto di moglie e di madre.
– Troppo, lavora troppo. Cinque ore al giorno. E la mente è affaticata. Non si direbbe, a vederlo, che soffra. Eppure soffre molto. Ha il sistema nervoso irritabilissimo…
– Ma che? – rispose il vecchio lupo di mare. – È la solita malattia degli scrittori. La nevrastenia. Non bisogna pensarci.
– Ma si riposi per un paio d’anni, cavaliere. Si rimetta bene. Faccia uno strappo alle sue abitudini. Imponga il riposo al suo cervello. Poi ritornerà al lavoro con maggior lena…
– Non mi sarebbe possibile. Anzi tutto, ho un contratto col Bemporad. Devo lavorare perchè devo pensare alla famiglia, devo vivere…
Confesso che mi aspettavo un altro Salgari. Un uomo che ha scritto cento romanzi dovrebbe essere agiato: ricco, quando questi cento romanzi sono i più diffusi nel mondo. Oh gli editori!
Donath di Genova, un povero diavolo di tedesco venuto in Italia a tentar la fortuna, è un signore, un editore ricchissimo grazie ad Emilio Salgari. Ed Emilio Salgari vive alla giornata, lottando con la nevrastenia e con le esigenze della vita. E vero che Donath è commerciante…
– Ho un contratto con Bemporad, piuttosto lungo. Risolverlo significherebbe pagare una forte somma. L’ho pagata al Donath, col quale ho rotto violentemente i rapporti…
Emilio Salgari ha avuto molti editori: dal Guigoni ai Treves, dal Voghera allo Speirani, dal Paravia al Cogliati al Donath, al Bemporad. Il Donath che ha stampato i libri più belli nel più fortunato periodo, non rammenta più, forse, il nome del suo romanziere. Memoria di commercianti.
– Ma festeggiamo l’ultimo giorno dell’anno. Lasciamo le malinconie – disse lo scrittore – Romero, chiama Fatima.
Venne Fatima, la leggiadra signorina, la nota soave della famiglia Salgari. È una fanciulla bella, forte, vigorosa dagli occhi neri e dolci. Il suo nome è un delicato nome arabo, preso, come i nomi dei tre fratellini da uno dei tanti graziosi romanzi. Studia canto, da una insigne maestra di Torino, la Landi.
– Cantaci qualche cosa, Fatima…, – disse suo padre.
E la bella signorina cantò senza preamboli, schietta, disinvolta una romanza napoletana, alcune belle romanze francesi ed un po’ del «Trovatore» e dell’«Aida». Ha belle note di contralto e molto sentimento, fra non molto, una nostra artista valorosa. Nonostante i suoi quindici anni, ha cantato al «Circolo dei meridionali ed ha ottenuto un trionfo.
– E beviamo, alla marinara…
Lo scrittore era diventato allegro. E la sua allegria si espandeva nella stanza risonante della limpida voce della giovinetta.
Bevemmo un vino stupendo dei colli di Superga, sincero come la cortesia e l’affetto di quella fiorente famiglia.
– Oggi, riposo. Ho lavorato tre ore stamane, è basta. Del resto, la coscienza è tranquilla: è l’ultimo giorno dell’anno.
Mi sentivo intimo, come di famiglia, in quella casa affettuosa: e trascorrevo ore felici. È una piccola festa. Lontano dalla famiglia, io, qua in Torino non avrei potuto chiudere questo anno in modo più franco e più sereno.
La fama, questo bacillo che troppe volte deturpa o infetta, non ha sconvolto Emilio Salgari. È sempre il vecchio marinaio, il marinaio della prima giovinezza questo simpatico scrittore che oggi si avvicina alla cinquantina ed avvince con la sua semplicità di vita, di modi, di parola.
– Viviamo in campagna, fuori mano – dice la signora – per respirare l’aria pura di Superga. Mio marito ama la campagna: ed ogni tanto va fuori e si riposa e si ritempra passeggiando nel giardino. Siamo lontani dai teatri, dalle feste, dai ritrovi. I bimbi sono in collegio, Fatima va tre volte la settimana a Torino per le sue lezioni di canto, ed io son qua, sempre qua. Ci sacrifichiamo per lui.
E sorrideva, rivolgendo allo scrittore, immerso nella nebbia delle sigarette, un broncio di affetto infinito.
– Nadir – disse il Salgari – prendi la vecchia carabina… Vede! Con questa carabina inglese io davo la caccia agli squali. Acciaio di rasoio! Robusta, impareggiabile.
Era un vecchio fucile ad una canna, di un forte spessore. – Quanti fanciulli desidererebbero vederlo, cavaliere, e veder Lei.
Ma stiamo in campagna per questo. A Torino, anni fa, tutti i santi giorni ricevevo gli omaggi dei miei piccoli lettori. Se dovessi rispondere a tutti quelli che mi scrivono, a tutti quelli che mi mandano le fotografie, dovrei pensare solo alla posta… Devo lavorare; non ho tempo da perdere.
Poi:
– E Omar? Ecco il nostro indiano! Vede che profilo indiano? E Romero? Tutti pieni di pugnaletti e di pistole.
– Una disperazione – disse la signora.
– Dove andrai Nadir, quando sarai grande?
– Nella Pampa, – rispose il giovinetto.
Ridemmo. L’intendimento di tutti i lettori del Salgari: all’avventura!…
Salutai la famiglia ospitale con auguri che mi venivano dal cuore. Vollero tutti accompagnarmi sino al giardino. Nadir venne al cancello.
Il cav. Salgari mi guardava affettuosamente, dalla piazzetta della palazzina. Sullo sfondo della campagna verde, quel brav’uomo, che mi aveva deliziato nell’infanzia, mi intenerì l’anima profondamente.
Fin dal primo contatto il giovane giornalista tempiese colpì in positivo Salgari. Lo raccontò il figlio Romero: lo scrittore quando arrivò era «serio, un po’ cupo», ma come entrò in salotto «il suo viso s’illuminò di gioia e direi, di gratitudine […]. Subito notai che il visitatore riusciva gradito a mio padre. Perché non tutti gli ammiratori che lo visitavano gli riuscivano graditi».
Scrive Pozzo (p. 358): «Casulli riuscirà, nonostante tutto, a modificare le ombre di grave turbamento che aleggiavano in quella casa, a ottenere man mano confidenze sincere e lacrime, per poi instaurare un clima di serenità. La visita si protrasse per ore e il giovane Casulli, che aveva ventun anni, ebbe modo di assimilare e comprendere molto bene la situazione, al di là di ciò che gli fu possibile scrivere e al di là delle innocue bugie dello scrittore sui suoi viaggi intorno al mondo. Si guadagnò anche simpatia e fiducia, così che i contatti con i Salgari sarebbero proseguiti per qualche tempo da lontano». (Pozzo, op. cit., p. 358)
«Casulli portava via con sé un romanzo di Salgari con dedica autografa. Giovanotto sensibile e intelligente, aveva saputo mettere a nudo gli intervistati, che peraltro non attendevano che di sfogarsi con qualcuno, e aveva ottenuto più di quanto si aspettasse e molto più di quanto si sentisse autorizzato a scrivere». (Pozzo cit., p. 358).
«Casulli, in seguito, avrebbe spedito da Napoli a Fathima degli spartiti musicali di canzoni napoletane, ottenendo lettere di ringraziamento, andate perdute, e una fotografia autografata di Emilio con data 18 luglio 1910. Aveva descritto Fathima «forte e vigorosa», ma era una bugia. Nell’epistolario con Turcato, nel ricordare che «studiava il piano con grande passione», la definì «poco più che una bambina molto delicata». (Pozzo cit., p. 358).
«Casulli avrebbe anche occupato i pensieri di Ida, che per un momento vide in lui la possibile soluzione ai problemi di famiglia. E così la «dolcissima dama veneta gli scrisse una lettera indimenticabile sotto molti punti di vista. Va subito detto che quella lettera non fu mai ricevuta da Casulli perché non fu mai spedita. Ida provava gli stessi sentimenti di dignità già sperimentati da Emilio in una circostanza analoga» (Pozzo cit., p. 358).
Non so il perché, ma Lei a prima vista – soffra che usi una di Lei frase – mi è parso un intimo nella mia famiglia. Ed è perciò che la confidenza, ispiratami dai suoi modi cortesi verso i miei cari, ha fatto si che la consideri come un figlio maggiore in grado di dare alla madre una soddisfazione da tanto tempo sognata.
Ecco, di che cosa si tratterebbe? Nella massima segretezza: far riposare Salgari, perché ad onta del buon umore che in quel giorno ha dimostrato, creda signor Casulli, i giorni tristi e le notti angosciose spaventose che passo, Lei non può e non potrà mai immaginarle.
Parla sempre di morire, mi dice di farlo morire, perché è stanco, molto stanco. Si sveglia di soprassalto, mormora frasi incomprensibili, e poi forte esclama: «Ho paura… ho paura…» «Ma di’, che cosa ti fa paura?!» «Oh, che oppressione! Tutto… tutto mi fa paura», risponde. «Ma dimmi, spiegati una buona volta, che cos’è che ti spaventa, che cos’è che ti opprime?» «Ma… non so nemmeno io spiegarti. Meglio morire, meglio morire…» E si abbandona inerte come se le forze gli venissero meno.
Ecco che tutta la triste scena che fugacemente le ho accennato, mi si affaccia e vorrei descrivergliela se non fossi indiscreta nell’abusare della di Lei bontà, ma non mancherà occasione qualora Lei mi incoraggi con qualche parola.
Ed ora veniamo al movente o meglio ancora alla conclusione dell’idea che mi tortura il cervello, perché spero che Lei vorrà venirmi in aiuto. Si tratterebbe di aprire una sottoscrizione fra gli ammiratori del Salgari e far credere che fosse un regalo che concordi tutti i giovanetti italiani volessero fare al loro scrittore…» (Pozzo cit., p. 359).
«Dopo il suicidio di Salgari – prosegue Pozzo – Casulli si sentì in dovere di intervenire pubblicamente, trascurando le reticenze usate sul «Don Marzio».
Ha scritto Giuseppe Turcato (1991): <<D’impulso scrisse un articolo [per La Tribuna], “un’implacabile requisitoria”, secondo le sue stesse parole, contro gli editori di Salgari. Non glielo pubblicarono. Era troppo forte. Sulle colonne di quel quotidiano certi nomi non potevano essere evidenziati. L’articolo verrà rimaneggiato ed attutito da un collega, Fausto Maria Martini>>. (Pozzo cit., p. 360).
Di nuovo Felice Pozzo: «Abbiamo da molto tempo recuperato quell’articolo, apparso anonimo il 28 aprile 1911. S’intitola I ragazzi d’Italia per Emilio Salgari, perché il testo censurato fu sostituito con tre commosse lettere di ragazzini che allegarono un’offerta per gli orfani Salgari. Ma qualcosa è rimasto.
Casulli scrisse che aveva osservato le stanze in cui vivevano i Salgari «con paura e con dolore»:
«La stanzetta, affumicata da un tizzone che bruciava in un caminetto gonfio di cenere, era, a un tempo, salotto, studiolo e camera da pranzo. In fondo, un pianoforte, per Fathima; dinanzi, un tavolinetto squinternato, in cui si distinguevano, in mezzo a un mucchio di volumi, alcune bianche cartelle che attendevano l’opera del fantasioso scrittore.
«Emilio Salgari mi sedeva vicino in uno scolorito e vecchio divano; e fumava, fumava, con rabbia, con ansia, con un occulto spasimo, senza intervalli, dieci, venti, trenta sigarette.
– È una rovina, mi diceva, con gli occhi in pianto, la signora. Fuma troppo; le sigarette lo uccideranno. Io ho paura, ho paura…
– Ma no, sono sciocchezze, diceva Emilio Salgari, col suo sorriso stanco.
– La nevrastenia è un malanno degli scrittori. Siamo tutti nevrastenici, noi altri. Ed è naturale. Viviamo una vita speciale. Io, ad esempio, non potrei staccarmi dalle mie fantasie: sono il mio mondo, la mia dolcissima preoccupazione, l’unica ragione della mia vita.
– Dovresti lavorare meno», interruppe singhiozzando la povera signora. Tanto il compenso che ne hai è così meschino.
Un lampo strano, a quelle parole, guizzò nei piccoli occhi celesti [sic] dello scrittore.
– Non parliamo di cose tristi, egli soggiunse. Che vuole? Gli editori sono degli industriali: ho arricchito molta gente e sono rimasto miserabile. La vita ha degli aspetti sinistri. Andiamo innanzi, qui, senza brutte figure, per un miracolo di parsimonia e di economia. Omar e Nadir andranno fra poco in collegio; Fathima studia canto. Le opere non sono troppe, ma sono necessarie. Io lavoro, lavoro. Ma lavoro per gli editori, non per me. (Pozzo, p. 352)
A questo punto ci viene in aiuto ad arricchire questo reportage su Antonio Casulli, una preziosa pagina del bel sito internet Delitto e Paura: trae anche essa le informazioni su Casulli dal libro in questione di Felice Pozzo (pur ignorando distrattamente l’esatto luogo di nascita, anche qui solo dicendo «di origine sarda»); la pagina in questione riporta infatti le immagini sia della dedica del libro regalato da Emilio Salgari ad Antonio Casulli il giorno dell’intervista 31 dicembre 1909, sia la dedica del libro scritto dal figlio Omar Mio padre Emilio Salgari nel 1942 ad Antonio Casulli, emblematico sigillo della «peculiare empatia che si sviluppò tra i Salgari e il giovane intervistatore».
Per finire, a quell’incontro e a quel momento Antonio Casulli dovette tornare più volte, finanche ormai anziano, come testimonia la corrispondenza epistolare nel 1966 con Giuseppe Turcato, lettera manoscritta, Roma, 21 ottobre 1966, Turcato, BiCiVR, cartella Casulli, Antonio, cit. da Claudio Gallo, Giuseppe Bonomi, Emilio Salgari, La macchina dei sogni, Bur Rizzoli, 2012.
ALTRE NOTE BIOGRAFICHE DI ANTONIO CASULLI
VALOROSO UFFICIALE NELLA GRANDE GUERRA
Come il fratello maggiore studiò all’Università di Napoli dove si laureò il 7 novembre 1911. Anche Antonio, già noto giornalista, prese parte come ufficiale al terribile conflitto mondiale, e diede buona prova di sé tanto da essere ritratto da Alfredo Graziani nel suo Fanterie sarde all’ombra del tricolore, Gallizzi 1934. che così lo ricorda (a p. 71 nella ristampa sempre della Gallizzi del 1987), pur confondendo il suo nome con quello del fratello:
«22 agosto. L’operazione, più che audace, era temeraria, per non dire pazzesca! Bene! “Alea jacta est”. Fra i volontari era un caro amico di Tempio, vecchio compagno di scuola, l’avvocato Battista [Antonio] Casulli, che da tanti giorni non vedevo». (Graziani cita Antonio come avvocato facendo però riferimento al suo titolo profesionale al momento in cui scrive il libro. Battista Casulli non diventò invece avvocato).
Che si tratti di Antonio e non di Battista Casulli lo chiarisce poi il passaggio successivo, pp, 71-72, dove entra in scena il famoso giornalista Olindo Malagodi: «Abbiamo deciso di fare testamento: un breve, brevissimo testamento, come si conviene a dei bravi fanti che non hanno altro patrimonio da lasciare oltre il proprio coraggio e la ferma fede nella vittoria […]
L’amico Battista [invece Antonio] ha seguito il mio esempio: ha nominato suo esecutore testamentario il signor Olindo Malagodi della “Tribuna” [ne era il direttore], raccomandando che si trasmettesse ad un amico di famiglia la notizia dell’eventuale sua fine perché ne avvertisse con circospezione i genitori». («La Tribuna» era il giornale dove scriveva Antonio; in seguito Malagodi divenne senatore giolittiano; dopo l’avvento al potere di Mussolini si ritirò a vita privata, morì nel 1934).
Antonio Casulli negli anni della guerra in abiti borghesi
AVVOCATO E GIURISTA
Gli anni Trenta e Quaranta furono quelli in cui ebbe fama nazionale come avvocato e professore universitario – libero docente di diritto costituzionale all’Università di Napoli e poi incaricato all’Università di Roma (1935-36; 1936-67; 1942-43; 1944-45; 1948-49; 1955-56; 1956-57; 1964-65; 1970-71), oltre che esperto di diritto internazionale, e per questo impegnato anche in missioni internazionali, specialmente in Giappone.
Fu autore di numerose pubblicazioni scientifiche, tra cui spiccano – entrambe pubblicate nel 1914 – per i tipi di E. Voghera di Roma, Giorgio Arcoleo, con ritratto e bibliografia, e Stato e lavoro, la funzione sociale dello Stato moderno (con prefazione di Alfredo Niceforo): due opere che avrebbero avuto nel tempo alcune riedizioni e rifacimenti con titoli leggermente modificati; La teoria dei poteri e l’evoluzione dello Stato, Roma, Ausonia, 1928; La funzione istituzionale della Corte dei Conti e la riforma del controllo in Italia, Roma, Ausonia, 1929; La sovranità degli Stati e la società delle nazioni, Roma-Velletri, Ausonia, 1933; Teoria dello “Stato a partito unico”: premesse, Roma, Stab. Tip. Assistenziario Chillemi, 1938; Il diritto di sciopero: concetto e limiti, Chieti, Biblioteca provinciale ‘A. C. De Meis’, [1950]; Equivoci della democrazia, Pescara, Ed. Aternine, stampa 1956).
Anche lui, come lo zio Giovanni, partecipò da protagonista al primo Congresso sardo … assumendo l’incarico di presidente del sottocomitato per la stampa.
Nel 1920 fu insignito dal Re d’Italia dell’onorificenza di cavaliere.
Negli anni in cui fu professore universitario, l’azienda agricola visse il suo periodo d’oro, sia perché ci fu un’espansione fino a 200 ettari di terreno coltivato e sia perché nell’antica dimora che dominava la collina furono ospiti illustri personaggi dell’epoca.
Fece parte della missione del partito fascista in Giappone nel 1938, come informano due foto ritrovate su internet (la prima anche reperibile presso l’Archivio centrale dello Stato): si tratta degli scatti che lo ritraggono in uniforme fascista all’udienza con Mussolini insieme agli altri partecipanti alla missione. Le foto recano alcune sue brevi note e la sua firma (la foto prima della partenza è del 15 febbraio 1938; quella al ritorno è del 23 giugno 1938). Infatti, con altri illustri studiosi collaborò al libro Giappone, volume dedicato all’amicizia italo-giapponese (Margotti, 1942). Suo il saggio La funzione storica del Giappone in Cina (pag. 39).
IL PODERE CASTORANI
Antonio Casulli diventò anche il proprietario della famosa tenuta vinicola, “Podere Castorani” ad Alanno, piccolo paese di poche migliaia di abitanti (oggi 3.262 dice Wikipedia), in provincia di Pescara, che produceva una ottima qualità di Montepulciano d’Abruzzo.
Suo zio paterno Giovanni Cazulli (Sassari, 4 febbraio 1852), intraprese infatti nei primi anni Ottanta del XIX secolo una feconda carriera come docente e direttore di Scuole agrarie in diverse regioni tando da meritargli le onoreficienze di cavaliere e di ufficiale.
Nel 1883 sposò la nobile Giuseppina Ruggieri De’ Capobianchi, figlia di Enrico Ruggieri, annoverato tra i più insigni abruzzesi dell’Ottocento, sorella di Adelina sposa a sua volta di Raffaele Castorani, uno dei più celebri medici chirurghi dell’Ottocento e docente alla Sorbona, portandogli in dote la vasta e bella tenuta agraria poi conosciuta come “Podere Castorani” comprensiva di una bella villa settecentesca. Il quale Podere”, dopo una querelle giudiziaria tra i parenti Ruggieri-Castorani, passò ai Casulli, cioè a Felicina figlia di Giovanni (che da illustre agronomo qual era molto aveva fa contribuito alla sua crescita e affermazione come azienda agraria e vinicola), e attraverso lei appunto anche al cugino avvocato Antonio che sposò nel 1912. Le quali nozze tra Antonio, ormai noto giornalista, celebrate a Roma il 21 novembre 1912, divennero anche un fatto mondano, con tanto di cronaca giornalistica.
Suo testimone di nozze il noto criminologo e antropologo italiano di scuola lombrosiana Alfredo Niceforo, autore del famoso e molto discusso libro La delinquenza in Sardegna[1]. Dal matrimonio nacquero due figlie, Adele e Amina (così si può dedurre dal documento sotto allegato in immagine concernente un contributo ottenuto molto probabilmente per il Podere Castorani).
Dopo la scomparsa del professore, nel 1977, la proprietà fu divisa ed iniziò il declino. Venti anni dopo ricomincia la rinascita con l’acquisizione da parte dell’ex campione di formula uno Jarno Trulli, che porta il “Podere Castorani” a far parlare di sé grazie ai suoi vini. Nella pagina di “storia” del Podere Castorani si dice anche di Antonio Casulli e si riporta anche una sua fotografia (forse l’unica nel web, ma non facilmente individualbile).[2]. Così è scritto: «Successivamente, la proprietà del Podere passò ad un altro illustre cattedratico, Antonio Casulli. Di origine sarda, il Casulli fu docente di Diritto Internazionale all’ Università di Napoli ed in seguito presso quella di Tokio, dove conquistò la personale stima dell’ Imperatore Hiroito. Fu questo il periodo più fortunato per l’azienda agricola nata intorno alla villa, con un’ espansione di oltre duecento ettari del terreno coltivato.Dopo la scomparsa di Casulli, alla fine degli anni ’70, la proprietà venne divisa e per oltre un ventennio la tenuta ha vissuto una fase di inesorabile declino: la villa finì in abbandono e la conduzione dei vigneti è stata convertita alle grandi quantità».
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[1] «Scintilla giudiziaria, settimanale, illustrata», 28 novembre 1912, p. 10.
Le buone nozze.
«Il nostro valoroso collega Antonio Casulli, della “Tribuna” di Roma, si è fatto sposo di una sua gentile e virtuosa cugina, la signorina Felicina Casulli. Le nozze si sono celebrate a Roma giovedì scorso.
Testimoni della sposa furono il deputato dottor D. Tinazzi e l’avvocato Vincenzo Cerulli-Trelli, dello sposo il professore Alfredo Niceforo e Roberto Marvasi.
Durante un lunch, che seguì alle nozze, furono pronunziati brindisi augurali dal collega in giornalismo De Gingisberti, che espresse, con affetto ed eleganza, il pensiero solidale dei suoi colleghi della «Tribuna», dal prof. Stratico, dal prof. Senise, dal deputato Tinorri e dal Marvasi che volle ricordare come il Casulli, assertore di una diversa fede, si sia saputo sottrarre – allorchè fu in Napoli – a malefiche influenze che altri sono lieti di subire, in disdoro del giornalismo.
Era venuto apposta, per la lieta circostanza, da Tempio Pausania, il chiaro avvocato Pietro Casulli, degno genitore dell’amico nostro: e con lui faceano gli onori di casa raggianti di felicità il professor Giovanni Casulli e la sua degna consorte, genitori della sposa, e l’egregio avvocato Antonio Cerulli con la sua signora, la gentile sorella della sposa.
Indugiamo nel ricordo di questa cerimonia – che accettammo di presenziare, recandoci apposta a Roma per significare la nostra affettuosa ammirazione per la giovinezza operosa e degna di Antonio Casulli che l’amicizia sente con nobile disinteresse e ignora le insidie e gli inganni onde la vita è purtroppo cosi prodiga.
A lui e alla suа sposa vadano i nostri saluti memori e giunga il nostro augurio di gioia e di serenità, forte come la loro Sardegna e tenero come Napoli nostra».
[2]. Simili contenuti e anche l’immagine sono nel seguente sito che pubblicizza il Podere Castorani: DOMVINI.
















