FRANCESCO RAIMONDO FADDA
PRIMA MEDAGLIA D’ORO DEI SARDI NELLA GRANDE GUERRA
In memoria di un Eroe
L’Eroe prima solennemente commemorato dalla città di Cagliari in cui sempre visse, poi espunto dall’elenco dei suoi caduti e “ceduto” a Tempio dove solo nacque e poco è stato riconosciuto.
di Guido Rombi
Il seguente saggio è stato pubblicato il 25 marzo 2021 in versione ridotta per la prima volta su l’Unione Sarda nell’ambito del progetto Eroi e Caduti Sardi, un inserto settimanale del quotidiano andato in stampa dal 15 novembre 2020 all’aprile 2021, fondato sulla pubblicazione – da un mio Progetto e Lavoro (si veda QUI e QUI) – dei nominativi dei caduti sul quotidiano e, contestualmente, delle più complete schede biografiche nell‘apposito database Eroi e Caduti Sardi. E poi, in versione più estesa sull’Almanacco Gallurese 2021-2022. →
LA SEGUENTE E’ LA VERSIONE INTEGRALE, RICCA DI NUOVE INFORMAZIONI E DI TANTE IMMAGINI INEDITE.
Le origini, i natali, la formazione
Francesco Raimondo Fadda nacque a Tempio il 28 ottobre 1893.
Il padre, anche lui di nome Francesco, era di Busachi (come già il nonno Raimondo medico condotto del paese sposato con Mariannina Garzia, di una delle più note e facoltose famiglie cagliaritane), ed era giunto in Gallura, prima a Calangianus e poi a Tempio, nel penultimo decennio dell’800, in qualità di capostazione per la linea Monti-Tempio. La madre Violante Pedroni era invece tempiese di generazioni.
Non sappiamo nulla di Francesco Raimondo a Tempio: le tappe biografiche ricostruite sulla genealogia familiare (aveva due sorelle, la prima nata a Nuoro nel 1895, la seconda a Tempio nel 1899) e su poche e frammentarie notizie collegate, fanno pensare che poco o nulla ci visse, e che il rapporto col paese natio fosse circoscritto perlopiù a brevi periodi collegati alla frequentazione dei parenti materni.
Trascorse infatti l’infanzia e l’adolescenza e compì gli studi a Cagliari – dove nel frattempo la famiglia si era trasferita (il padre passò a lavorare alla Banca commerciale) – fino a conseguire la licenza in fisica e matematica nell’Istituto tecnico e nautico Pietro Martini, tra le scuole più importanti della città, in cui si diplomò nel 1914.
Sebbene residente a Cagliari, svolse le visite di leva a Tempio, essendo le stesse, come si sa, collegate al paese nativo. Dopo esser stato dichiarato rivedibile per due anni, il Consiglio di leva lo dichiarò abile di 1ª categoria il 18 dicembre 1914. Era alto 165.5 cm, capelli e occhi castani. Fu arruolato il 31 dicembre 1914 ed ammesso al corso per allievi ufficiali nell’84° reggimento fanteria, a Firenze, quindi promosso caporale il 28 febbraio 1915 e poi sergente il 30 aprile seguente.
Si era alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia (24 maggio), e l’11 luglio fu nominato sottotenente di complemento e consegnato al deposito del 46° reggimento fanteria della Brigata Reggio di stanza ad Ozieri (come la Brigata Sassari, anche la Reggio era costituita per la maggior parte di soldati sardi: il 45° aveva sede a Sassari, il 46° a Cagliari).
Poco tempo dopo, assegnato al II battaglione della 8ª compagnia, raggiunse il reggimento che già si trovava in zona di operazioni sulle Tofane, in Cadore, e subito partecipò ai combattimenti per la conquista di alcune guglie dominanti la Forcella di Fontana Negra e all’offensiva dell’ottobre 1915 per la conquista di Col di Lana, in cui “la Reggio” cooperò felicemente al difficile compito di impadronirsi della Conca di Valparola. Ad altitudini superiori ai 2000 metri, combattendo tra il gelo e la tormenta contro posizioni munitissime, il giovane ufficiale dette continue prove di ardimento.
(http://www.combattentiliberazione.it/movm-grande-guerra-1915-1918/fadda-francesco).
La morte dell’Eroe e gli onori nella sua Cagliari
E giunse il maggio 1916. La Brigata Reggio si trovava in prima linea nel settore Col di Lana-Monte Sief già dal 4 maggio 1916 quando, dieci giorni dopo, il 14 maggio ricevette dal Comando del IX corpo d’armata l’ordine di conquistare la strategica altura Dente del monte Sief. Nei giorni seguenti iniziarono i primi assalti ma senza successi, nonostante lo slancio e l’ardimento delle truppe; fin quando, nella notte del 21 maggio, il secondo battaglione del 46°, sotto la guida del maggiore Tito Nardi, rinnovava con successo l’assalto e – rinforzato da reparti arditi del 45° – conquistava la posizione mantenendola contro i ritorni offensivi del nemico.
È nel corso di questa azione che Fadda morì all’alba. Aveva 22 anni.
Ne dettero notizia l’«Unione Sarda» il 28 maggio 1916, ma anche il «Corriere della Sera» il 29. Tra i due l’«Unione Sarda» ovviamente con più dovizia di particolari, nella rubrica Eroi di Sardegna, pubblicando «con un senso di legittimo orgoglio» la lettera del colonnello Giulio Corradi, comandante del 46° reggimento fanteria (dall’8 agosto 1915 al 5 settembre 1916), inoltrata al sindaco Bacaredda: «Addolorato, ma fiero comunico alla S.V. pregandola informare cautamente famiglia che sottotenente Fadda Francesco Raimondo cadeva da eroe colpito più volte dal nemico, che egli attaccò coraggiosamente alla testa dei bravi Sardi suoi soldati. Nella vittoria riportata in quella giornata gloriosa pel reggimento, il Fadda vi è come la più brillante figura. Onore a lui che Patria e colleghi non dimenticheranno e imiteranno. Meste ma luminose condoglianze alla famiglia».
«Che cosa possiamo aggiungere a queste parole»?, commentava commosso il cronista del quotidiano. Infine, pensando che il giovane non sarebbe più tornato fra i suoi come aveva fatto qualche tempo prima «per una breve licenza» (in cui «aveva riportata anziché scossa, più ardente, più viva la sua fiamma di amore per la Patria che si batte gloriosamente») così concludeva: «In questo pensiero il peana si muta in elegia e le lacrime velano la visione di gloria. Perché il simulacro di un grande dolore s’erge terribile e tragico: quello d’un babbo che riponeva nella salda giovinezza del suo figliuolo tutte le sue speranze, quello d’una madre che piange umanamente il suo pianto più amaro, quello delle sorelline che non rivedranno più il loro diletto fratello. Dinanzi a questo dolore noi ci inchiniamo commossi né osiamo tentare parole di conforto» («Unione Sarda», 28 maggio 1916).
Soprattutto il suo sacrificio si impose all’attenzione di re Vittorio Emanuele III che decise, motu proprio (di sua iniziativa), di conferirgli la medaglia d’oro al valore militare.
La notizia trapelò ed ebbe vasta eco nella stampa prima ancora che la medaglia fosse ufficialmente concessa con regio decreto 9 luglio 1916 (pubblicato nel «Bollettino Ufficiale del Ministero della guerra» del 22 luglio). Fu infatti pubblicata il 7 luglio sia dall’«Unione Sarda» (La medaglia d’oro al sottotenente Francesco Raimondo Fadda), sia dai principali giornali nazionali: Una medaglia d’oro. L’eroismo del tenente Fadda, titolò «La Stampa» con evidenza in prima pagina; La medaglia d’oro ad un eroico tenente, il «Corriere della Sera», in seconda e terza pagina nelle sue due edizioni quotidiane, riportando entrambi i giornali lo stesso testo:
«Roma, 6 luglio, notte. Il “Corriere d’Italia” ha da Udine: Sono in grado di segnalarvi una delle più belle motivazioni di ricompensa al valor militare. Ieri l’altro [quindi il 4 luglio] il Re concedeva di moto proprio la medaglia d’oro alla memoria del tenente di complemento Francesco Fadda di Tempio Pausania».
Questa la motivazione:
Al segnale d’attacco, slanciandosi risolutamente avanti, alla testa dei suoi giungeva primo sulla posizione nemica, che riusciva ad occupare dopo cruenta e vivissima lotta. Colpito da una bomba che gli asportava metà di una mano con tre dita e poi una granata che gli troncava ambedue le gambe, con mirabile senso del proprio dovere, conscio della suprema necessità di non interrompere ed infiacchire, in quei supremi momenti, la violenza dell’assalto, rifiutava di farsi trasportare, continuando a spronare i suoi, ed additando la cima agognata. Dopo che con l’ultimo sforzo la vide raggiunta, sereno per l’opera compiuta, in piena coscienza, moriva sul posto, mantenendo sino all’ultimo, contegno forte ed eroico. Dente del Sief, 21 maggio 1916».
NOTA. Nello stesso fatto di guerra del 21 maggio morirono trentatré giovani sardi, di cui ventuno del 46°, nove del 45°, uno del 59°, uno dei bersaglieri, uno di reggimento da accertare. Ed è rilevante ricordare che anche il sottotenente Ignazio Salaris di Bortigali, che era al comando di uno dei reparti scelti di arditi del 45° reggimento sopra menzionati, fu insignito di medaglia d’oro al valore militare, ma con decreto luogotenenziale 31 dicembre 1916 (ne aveva già guadagnato una d’argento). Furono conferite anche 2 medaglie d’argento (Italo Porru di Cagliari e Giuseppe Pinchiore di Illorai), 1 di bronzo (Luigi Spiga di Barumini).
I familiari dedicarono al prode congiunto, qualche mese dopo, un bel cartoncino commemorativo in bianco e nero, di 14 x 9 centimetri su quattro fogli, stampato dalla tipografia Danesi di Roma: nel fronte il suo ritratto di profilo a mezzo busto col necrologio e l’annuncio della messa di suffragio nella chiesa del Santo Sepolcro di Cagliari; in un secondo foglio una illustrazione (la firma dell’autore non è stata al momento riconosciuta) di gusto tardo simbolista molto comune all’epoca, palesemente evocativa del tragico fatto di guerra (l’eroe viene raffigurato a terra morente, con in mano la spada, seminudo – chiaro riferimento alla completa spoliazione di sé per la Patria –, mentre sullo sfondo gli altri commilitoni seguitano a combattere innalzando la bandiera in uno scenario montuoso e notturno come quello in cui davvero cadde, ma insieme stellato e fra le stelle una che splende molto più grande e luminosa – altro particolare simbolico-allegorico); e in un terzo una citazione patriottica di Carducci seguita da una religiosa del vangelo di Luca.
La messa di suffragio si svolse il 18 luglio. Fu «un solenne servizio funebre»: «Su un ricco tumulo, circondato di numerosissimi ceri, posavano il berretto e la sciabola d’ufficiale dell’eroe giovinetto. Assisteva, profondamente commossa, numerosa folla. La messa fu celebrata dal Molto Reverendo dottor Giuseppe Lay Pedroni [sarebbe diventato uno dei sacerdoti più in vista del clero diocesano e regionale, n.a], zio del prode ufficiale, che all’assoluzione al tumulo, dopo la messa, vinto dalla grande commozione, mal riusciva a pronunziare le parole rituali. Fu eseguita da scelti cantanti una severa messa liturgica, con accompagnamento d’organo». («Unione Sarda», 20 luglio 1916).
La medaglia – insieme ad altre decorazioni – fu consegnata ai familiari di Fadda il 1 ottobre a Cagliari dal tenente generale Pietro Marini, cagliaritano, comandante il Corpo d’Armata di Roma (ma comandante nelle fasi iniziali di guerra del IX corpo d’armata connesso alla 4a armata, alle cui dipendenze operava la “Reggio”, esonerato da Cadorna a fine giugno 1915 a causa delle insoddisfacenti iniziali azioni belliche), nel corso di una solenne cerimonia presso la caserma Carlo Alberto.
L’«Unione Sarda» dedicò all’evento grandissimo risalto.
Il giorno della «festa di gloria», pubblicando sotto il titolo In memoria dei nostri Eroi tutti i nomi dei caduti decorati e relativa motivazione, e omaggiando «l’unico decorato con la medaglia d’oro», di un grande ritratto.
L’indomani 2 ottobre, dedicando ben due pagine al resoconto della manifestazione (Giornata di gloria e di sacra ricordanza), svoltasi alla presenza di un folto stuolo di autorità e di un «pubblico enorme» sparso «nei viali del Buoncammino», particolarmente presso la Caserma Carlo Alberto dinanzi alla quale «si sarebbe fatta la distribuzione delle medaglie». Ed è nella seconda pagina che è narrato il momento dell’assegnazione della medaglia d’oro:
«In ultimo fu consegnata la medaglia d’oro decretata alla memoria dell’eroico sottotenente Francesco Raimondo Fadda. Il babbo dell’eroe, Sig. Francesco Fadda, è chiamato dinanzi al Generale Marini. Scoppiano applausi e la banda, non appena è fatto il nome del giovinetto sacrato alla gloria, intona la marcia reale. Il Generale Marini pronunzia le fulgide parole della motivazione e consegnando la medaglia al Fadda gli si congratula per la gloria del figlio caduto.
«Il Fadda nel prendere la medaglia con voce ferma pronunzia le seguenti nobilissime parole: “Ringrazio S.M. il Re per l’alta onorificenza che ha voluto concedere alla memoria del mio unico e adorato figlio che non ha fatto che il suo dovere di cittadino italiano, e se l’Italia avesse bisogno del mio braccio e della mia persona sono pronto al sacrifizio, seguendo l’esempio di mio figlio al quale insegnai sempre, sin dall’infanzia, di ben amare la patria”.
«Scoppiano applausi e si gettano fiori. Il Generale Marini presenta il sig. Fadda alle autorità che lo circondano raccomandando al sindaco di far sì che, a guerra finita, le ceneri del glorioso giovinetto siano trasportate a Cagliari; e perché del valore degli eroici sardi giungano gli echi dovunque, la preghiera a S.E. l’Arcivescovo di raccomandare ai parroci della diocesi l’illustrazione ai popoli affidati alle loro cure della cerimonia odierna, al che con patriottico slancio assentisce subito l’Arcivescovo. La cerimonia si chiuse con lo sfilamento delle truppe».
La commemorazione ebbe eco anche sulla stampa nazionale (Consegne di medaglie al valore, «Corriere della Sera», 2 ottobre 1916).
Francesco Raimondo Fadda fu il primo Eroe tra i caduti sardi decorato con la medaglia d’oro, e l’unico per moto proprio del Re, ma anche il solo del 46° reggimento.
Le sue spoglie sono custodite nella tomba n. 201 del Sacrario militare di Pian di Salesei nel comune di Livinallongo, presso il Col di Lana, provincia di Belluno. (La vecchia raccomandazione del generale Marini che la salma – a guerra terminata – tornasse in città non si è realizzata).
L’Istituto tecnico Martini che lo ebbe alunno gli dedicò nei primissimi anni Venti una lapide di elevata fattura artistica a firma di Andrea Valli, famoso scultore carrarese molto attivo in città nei primi due decenni del Novecento. (La lapide si trova nell’atrio della scuola accanto ad un’altra, della casa d’arte Benvenuto Cellini di Mario Nelli, dedicata a tutti i suoi trentasette ex alunni che non tornarono più a casa, tra cui altre due medaglie d’oro: Bruno Danero e Eligio Porcu. (Non senza interesse è che in questa il Nostro figura iscritto Raimondo mentre Francesco segue abbreviato: forse familiarmente era conosciuto col secondo nome come spesso accade).
La parte superiore è caratterizzata da un bassorilievo raffigurante il soldato in fin di vita che con la mano destra regge la spada (come nel cartoncino commemorativo), alle cui spalle, a fargli contorno e dargli conforto, è una figura femminile alle sue spalle (allegoria della Vittoria). In alto, la scritta «Dulce et decorum est pro patria mori».
La parte inferiore invece riporta: «A Francesco Raimondo Fadda decorato con medaglia d’oro la giunta di vigilanza, il corpo insegnante, gli studenti memori dell’antico alunno dedicano», quindi segue la motivazione della medaglia.
Tra la parte superiore con il bassorilievo e la parte inferiore con l’iscrizione e la dedica sono presenti due stemmi incisi sulla pietra: a destra un giglio e a sinistra uno stemma con aquila. (Rita Salis, Il ricordo degli studenti sardi. Il caso delle lapidi dell’Istituto tecnico Martini, Mibact, 2016).
L’incerta memoria dell’Eroe nel dopoguerra: tra Cagliari e Tempio
Ed è a questo punto, che nella vicenda storica della commemorazione del giovane Eroe, accade qualcosa di insolito, anzi di strano che tenteremo al termine di questo saggio a spiegare.
Accade che il suo nome “sparisce” dai caduti di Cagliari. Fadda non appare infatti nella compilazione del novembre 1925 dei caduti di Cagliari voluta dal comune, commissario prefettizio Vittorio Tredici, nella quale proprio in apertura sono invece con grande evidenza le altre due medaglie d’oro Alberto Riva Villasanta e Attilio Mereu.
Nel frattempo il suo nome figura invece a Tempio nelle targhe affisse ai giovani lecci dell’appena sorto Parco delle rimembranze (giugno 1923), ma come uno fra i tanti e senza nemmeno l’indicazione della medaglia d’oro, e poi – nell’ottobre 1928 – in un viale dedicatogli nel bosco del Littorio (oggi bosco San Lorenzo).
A rievocarne con forza la memoria dopo anni sarà lo stesso generale Marini protagonista della solenne consegna della medaglia d’oro sopra narrata. Lo fa in un bell’articolo a tre colonne sull’«Unione Sarda» comparso il 2 febbraio 1929 dall’emblematico titolo Per un degno ricordo ai Caduti del Col di Lana, rievocando il suo ritorno, nell’estate 1928, nei luoghi che videro combattere il IX corpo d’armata.
Da un lato dicendo addirittura della sua sepoltura nel cimitero di Digonera in Val Cordevole: «Confusa fra le altre trovasi quella del tenente Francesco Raimondo Fadda da Tempio decorato di medaglia d’oro “motu proprio” del Re. La tomba si distingue solo per una lastra sulla quale è riportata la bella motivazione dell’onorificenza meritata».
Dall’altro lanciando una stoccata polemica: «Figlio della diletta Sardegna ed oriundo di Tempio, mi sono domandato cosa hanno fatto […] i congiunti, il municipio ed i combattenti di Tempio [corsivo mio], il 46° reggimento per onorare degnamente la terra che copre la salma del valoroso Fadda?». (Si noti il cambio di indirizzo del generale: se a ridosso della morte, nel 1916, aveva auspicato il ritorno della salma dell’Eroe nella sua Cagliari, ora invece egli si rivolge ai tempiesi, segno che oramai il “passaggio di consegne” nelle onoranze era noto a tutti e definitivo).
L’articolo colpì nel segno. Gli rispose, il 17 marzo, sempre sull’«Unione Sarda» il capitano Tironi per conto del 45° e 46° reggimento fanteria: La medaglia d’Oro Francesco Raimondo Fadda. I caduti del Col di Lana. Un pezzo utile per ricostruire le vicende della “Reggio” in quella primavera di sangue e l’attacco del 21 maggio al Dente del Sief, ma soprattutto per apprendere altre notizie sconosciute e rilevanti sull’Eroe.
Per esempio informava – ed era anche la risposta al generale Marini – della presenza di «una lapide murata (purtroppo oggi non più in loco) nell’atrio della caserma Carlo Alberto», sede del 46°, perché «il sublime olocausto del Sottotenente Fadda» fosse «tenuto costantemente presente nel ricordo dei nostri bravi fanti», e perché «nel diuturno succedersi delle feconde opere di pace il gesto magnifico dell’Eroe suoni incitamento a sempre meglio sperare per essere degni di Coloro che precedendoli nelle stesse file seppero cingere, con l’alloro, la corona dei più duri sacrifici».
E poi addirittura diceva del Cimitero militare di Pian di Salesei intitolato al nostro Eroe.
Non è improbabile che i due articoli siano serviti anche a dare una smossa a Cagliari di una più adeguata commemorazione dei caduti.
È un caso che proprio nel 1930 furono finalmente erette le lapidi ai caduti nella Basilica di Bonaria? Ovviamente anche in queste lapidi non figura il nome della nostra medaglia d’oro, la cui “espulsione” dai cittadini di Cagliari era ormai un fatto assodato. Solo che a rendere il fatto singolare se non inspiegabile, vi è che, per contrasto e anche per paradosso, nello stesso anno e nella stessa Cagliari, l’Eroe veniva invece commemorato con grandi onori nella sua scuola. Così infatti si legge ancora nell’«Unione Sarda»: «Al comando dei rispettivi insegnanti e dei professori di Educazione Fisica, le scolaresche incolonnate sfilarono nel cortile dell’istituto, innanzi alla lapide che ricorda l’antico studente Medaglia d’Oro Raimondo Fadda, innanzi alla quale era schierato il plotone della Milizia, ed a fianco erano la bandiera dell’istituto e le bandiere di altre scuole Medie locali, con rappresentanze di alunni» (L’inaugurazione dell’anno scolastico nell’Istituto tecnico Martini, 24 ottobre 1930).
Dall’altra parte dell’isola, a Tempio, gli fu invece intitolata la caserma in cui dall’11 settembre 1933 al 10 novembre 1943 ebbe stanza il 59° reggimento fanteria “Calabria”.
La strana “sorte” di Francesco Raimondo Fadda: quasi un apolide
Ripercorsa la vicenda umana e la storia della commemorazione dell’Eroe, non ci si può non interrogare sugli effetti pratici delle commemorazioni a lui dedicate come succedutesi nel tempo, tra Cagliari e Tempio, fino ad analizzarne gli effetti pratici conseguenti. Detto in altro modo: quale la memoria dell’Eroe di lì appresso ad oggi.
Il lettore attento non può non aver notato infatti una sorta di schizofrenia commemorativa soprattutto a Cagliari.
A fronte di quanto ora ricostruito della sua biografia, tutta indiscutibilmente e fortemente caratterizzata dalla cagliaritanità del giovane e di larga parte della famiglia (si noti che «L’Unione Sarda» nell’articolo del 7 luglio sopra citato aveva definito finanche il padre «cagliaritano»), ben visibile anche nelle commemorazioni narrate, come mai il suo nome poi scompare nella compilazione del 1925 dei caduti di Cagliari fatta dal comune, così come nelle lapidi di Bonaria e del Monumento ai caduti?
Sembrerebbe che, ad un certo punto, si sia imposta una sorta di bizzarra rigorosa applicazione su scala locale dei principi dello “jus sanguinis” (la madre tempiese) e dello “jus soli” (la nascita a Tempio), rispetto al criterio della reale residenza e quindi della cittadinanza acquisita. Un criterio peraltro “discriminatorio” poiché nell’elenco e nelle lapidi di Cagliari figurano altri soldati non nativi ma residenti. Cagliari insomma cedette a Tempio per l’Eroe l’esclusivo diritto-dovere di gloriarsene in forza, sic e simpliciter, dei suoi natali tempiesi.
A questo punto non restano che delle ipotesi su questo insolito “trasferimento” del “culto/memoria” dell’Eroe.
Una prima è che potrebbe aver influito una sorta di accondiscendenza alla “credenza”, probabilmente diffusasi nella vulgata popolare fin dai primi anni successivi alla morte, d’essere Fadda tempiese, complice la ricorrente attestazione nei giornali e altre stampe del luogo natio «di Tempio», fino alla costruzione d’un ritratto di “tempiesità” – quello di Grazietta Licheri nel libro Eroi Sardi (1919), – assolutamente inventato: «Nella granitica casa della città di Tempio, dove Francesco Fadda trascorse la sua fervida adolescenza e la prima giovinezza pensosa, la madre mesta s’aggira di continuo per cercarlo, per chiamarlo ancora».
Una seconda è se ebbe un qualche ruolo il fatto che Cagliari avesse dopo Fadda collezionato altre due medaglie d’oro tra i suoi figli di padre e madre cagliaritani (Alberto Riva Villasanta e Attilio Mereu) e quindi “la cessione” potesse essere assecondata corrispondendo anzi anche ad una sorta di compensazione e presunta migliore distribuzione e rappresentazione regionale del valore dei sardi.
Sta di fatto che il “passaggio” ha piuttosto nociuto alla Sua memoria, pregiudicandone il degno ricordo nel tempo.
Francesco Raimondo Fadda a Tempio era infatti poco o nulla conosciuto, e l’impressione è che i tempiesi abbiano subìto questo arrivo e quindi non lo abbiano mai accolto appieno. Nessuna eco vi fu infatti della sua morte e della medaglia ricevuta dalla cittadina gallurese, non solo sul quotidiano cagliaritano ma nemmeno su «La Nuova Sardegna», e così sarebbe stato dopo negli anni del fascismo.
A lungo la medaglia d’oro Francesco Raimondo Fadda è stato a Tempio solo un nome, quasi estraneo e vissuto con distacco: dapprima di una semplice targa affissa ad un leccio del Parco delle rimembranze (inaugurato nel 1923), successivamente di una via (prima nel bosco del Littorio, poi nel centro storico).
Non gli ebbe infatti miglior fortuna l’intitolazione della caserma in cui dall’11 settembre 1933 al 10 novembre 1943 ebbe stanza il 59° reggimento fanteria, perché è il nome del reggimento che si è imposto alla memoria locale: “Lu Cincantanoi” e non la “Caserma Fadda” sarebbe stata infatti battezzata dagli abitanti di Tempio la piazzaforte militare, e così ancora oggi la gran parte, e specialmente le non più giovani generazioni, seguitano a chiamarla.
D’altronde, come in quello precedente, anche nel decennio del “consenso”, nelle cronache patriottiche-militari da Tempio non si fa mai il nome dell’Eroe, mentre citazioni ne colleziona spesso il reggimento. Non solo, mai Alfredo Graziani lo nomina nel suo Fanterie Sarde all’ombra del tricolore, 1934, diversamente da altri concittadini.
E ancora: come mai si eresse una bella stele al 59° reggimento, e invece non si pensò di dedicare nello stesso vasto cortile interno nemmeno una lapide in onore di Fadda?
La strana “sorte” di Francesco Raimondo Fadda: quasi un apolide
Ed è a questo punto, che si aprono tutta una serie di interrogativi sulla memoria dell’Eroe come è andata sedimentandosi di lì appresso ad oggi.
Come mai questa lapide è stata tanto a lungo dimenticata, da essere pressoché sconosciuta? Non solo: come mai, a fronte di quanto ora ricostruito della sua biografia, tutta indiscutibilmente e fortemente caratterizzata dalla cagliaritanità del giovane da sempre (a parte il diverso luogo di nascita), e di larga parte della famiglia, poi il suo nome non compare né nelle lapidi di Bonaria né nel Sacrario ai caduti, e nemmeno in una compilazione del 1925 dei caduti di Cagliari voluta dal comune, nella quale proprio in apertura invece compaiono con grande evidenza altre due medaglie d’oro di cagliaritani? Eppure nelle lapidi e nell’elenco figurano altri soldati non nativi di Cagliari ma qui residenti!
Perché Fadda no? Leggendo le cronache dell’«Unione Sarda» successive alla sua morte (riepilogando: la notizia del colonnello Corradi al Sindaco Bacaredda, la messa della famiglia in suffragio nella chiesa del Santo Sepolcro, la grandiosa cerimonia di consegna della medaglia d’oro in cui il generale di corpo d’armata Marini – volto al sindaco e a un parterre d’eccezione – auspica il ritorno in città della salma dell’eroe appena finita la guerra), e aggiungendo la bella lapide donatagli dalla sua scuola, come non porsi questa domanda? Perché questo così insigne figlio di Cagliari è stato poi presto espunto dal Pantheon dei suoi Eroi di guerra, e lasciato tutto a Tempio Pausania, dove solo nacque ed era pressoché sconosciuto?
Da Tempio infatti nessuna eco vi fu della sua morte e della medaglia non solo sul quotidiano cagliaritano ma nemmeno su «La Nuova Sardegna», e così sarebbe stato dopo negli anni del fascismo.
A lungo il nome della medaglia d’oro Francesco Raimondo Fadda fu a Tempio una semplice targa affissa ad un leccio del Parco delle rimembranze (inaugurato nel 1923), una fra le altre, quindi recepito nell’elenco comunale dei propri caduti, un nome solo reso famoso dalla medaglia d’oro ma sostanzialmente vissuto con distacco.
Né miglior fortuna gli ebbe l’intitolazione della caserma in cui dall’11 settembre 1933 al 10 novembre 1943 ebbe stanza il 59° reggimento fanteria (nel 1941 – come si evince da una cartolina – non esisteva l’attuale portale d’ingresso con l’iscrizione “Caserma F. Fadda”), perché è il nome del reggimento che si è imposto alla memoria locale: “Lu Cincantanoi”, e non la “Caserma Fadda” sarebbe stata battezzata dagli abitanti di Tempio la piazzaforte militare, e così ancora oggi la gran parte, e specialmente le non più giovani generazioni, seguitano a chiamarla.
D’altronde, come in quello precedente, anche nel decennio del “consenso”, nelle cronache patriottiche-militari da Tempio non si fa mai il nome dell’Eroe, mentre citazioni ne colleziona spesso il reggimento (in passaggi come «il corteo si è diretto alla caserma del 59°» e «sono state deposte corone al parco delle Rimembranze, alla stele del 59°, che ricorda i suoi valorosi caduti» (Il Giornale d’Italia, 1 giugno).
Non solo, MAI Alfredo Graziani lo nomina nel suo Fanterie Sarde all’ombra del tricolore, 1934, diversamente da altri concittadini.
Come spiegare a questo punto la “scomparsa” dell’Eroe da Cagliari e il problematico riconoscimento da parte di Tempio? Non ci sono prove documentali al momento, si possono solo fare delle ipotesi, tutte collegate però ad una sorta di accordo tra i due municipi nei primi anni del fascismo sullo “fruttamento della memoria” dell’Eroe da un lato, e alle intricate vicende politiche tempiesi del dopoguerra, in cui le dinamiche ex combattenti-sardismo-fascismo furono forse più forti e polemiche che altrove, dall’altro. Per dirne alcune: ebbe un qualche ruolo nel “trasferimento” il fatto che Cagliari avesse dopo Fadda collezionato altre due medaglie d’oro tra i suoi figli di padre e madre cagliaritani (Alberto Riva Villasanta e Attilio Mereu) e quindi “la cessione” – offerta o chiesta è da capire – della medaglia d’oro a Tempio corrispondesse ad una sorta di compensazione e presunta migliore distribuzione e rappresentazione regionale del valore dei sardi? Ha poi un qualche significato che il Parco delle rimembranze sia stato inaugurato il 24 giugno 1923 dal sindaco avv. Diego Pinna, decorato di medaglia d’argento, a capo di una coalizione filosardista che ebbe perciò nei fascisti locali i più fieri avversari fino a riuscire a far commissariare l’amministrazione dalla prefettura nel novembre successivo, e che la caserma sia stata intitolata a Fadda giusto con Diego Pinna risorto podestà nel novembre del 1932 dopo dieci anni di silenzio? (ed è però da accertare la data precisa di tale intestazione: la prima fonte che riporta il nome Caserma Fadda è del 1941).
Infine, nemmeno adeguato riconoscimento il nostro Eroe ha avuto a Tempio in anni recenti. Dimostrazione ne è la rivalutazione come luogo della memoria del Parco delle Rimembranze avvenuta in questo primo decennio del secolo con l’installazione di diversi pannelli celebrativi della Grande guerra in onore dei caduti locali e della Brigata Sassari, poi di due busti in onore di Alfredo Graziani e Antonio Giagheddu, illustri decorati del 152° reggimento fanteria, e ancora un monumento alla brigata Sassari. Bene, da tutto ciò Francesco Raimondo Fadda è stato completamente (ma direi quasi inconsciamente) tagliato fuori. La caserma a lui intitolata e il recente pannello commemorativo appena varcato il portale d’ingresso, non valgono certo la centralità cerimoniale e partecipativa del Parco delle Rimembranze per secolare tradizione storica (a parte la perifericità della prima rispetto alla piena centralità urbanistica del secondo).
QUESTA BIOGRAFIA, anche la prima commemorazione riparativa a Francesco Raimondo Fadda del beffardo destino riservatogli da Cagliari e Tempio Pausania.
La rimozione della memoria di Francesco Raimondo Fadda dalla sua vera città di vita – cioè Cagliari – che sola gli aveva reso grandi onori appena morto, e la consegna/affido della stessa a Tempio Pausania, dove – sebbene qui nato – era in tutti i sensi uno sconosciuto e che faticò a sentirlo caro come un vero concittadino, ha alla fine indiscutibilmente nociuto fortemente alla stessa memoria dell’Eroe, rendendo la prima medaglia d’oro della Sardegna, la sola per moto proprio del Re, una sorta di apolide dimenticato.
Questa biografia in onore dell’Eroe Francesco Raimondo Fadda, nato a Tempio Pausania da madre tempiese, ma cittadino di Cagliari, vada dunque a riparare la dimenticanza degli uomini e il beffardo destino inferto alla prima medaglia d’oro.























