GALLURA

di

LUCA GOLDONI

DA

LA SARDEGNA CHE NON TI ASPETTI

Viaggio ironico-sentimentale nell’Isola che c’è

Sestu, Zonza editori, 2008

UN SENTITO GRAZIE AD ALESSANDRO GOLDONI (FIGLIO DI LUCA) PER AVER PERMESSO LA PUBBLICAZIONE DI QUESTO ESTRATTO

NOTA. I titoli dei paragrafetti sono stati a volte integrati e riformulati, altre volte ne sono stati inseriti di nuovi, lasciando intatta la disposizione del testo originale.

Introdursi… in Sardegna e in Gallura

«Non sono un separatista sardo», mi scrive un amico che vive a Calangianus. «Non scrivo sui muri con la bomboletta ‘Foras Italianos’. Penso anche che il turismo ci abbia dato una mano. Però sono deluso, conosco gente che viene qui da anni e non si è mai staccata dalla spiaggia, dal panfilo o dal gommone. Ohè gente, mi vien da dire, mai sentito parlare di un’isola che si chiama Sardegna?»

Ha ragione, gli italiani, individualmente, non vanno alla scoperta di nulla. Scoprono in massa ciò che è già stato scoperto e mitizzato: fatevi prestare per un mese i Bronzi di Riace e avrete pellegrinaggi anche voi di Calangianus.

Chi perlustra e scopre la Sardegna è (come sempre) targato D o GB o magari NL, oppure pedala: torme di spilungoni nordici arrancano in fila su velocipedi alti come cammelli, carichi di zaini, borracce, mappe topografiche. Se non hanno localizzato anche l’ultimo nuraghe non si reimbarcano.

Gli italiani invece si catapultano dal traghetto con l’auto sormontata dalla visiera regolamentare del windsurf, guidano come pazzi fin dove hanno prenotato, e chi li muove più. Concediamogli le attenuanti generiche, amico mio, la Sardegna ha un grave handicap: il suo mare. Ne sto facendo le spese anch’io, su questo lembo nord-occidentale – fra Santa Teresa di Gallura e Castelsardo – che chiamano Costa Paradiso e richiama invece un incantevole inferno: una immobile apocalisse di roccioni dai riflessi di fuoco, scogli rosa, duomi coi pinnacoli, castelli di Walt Disney, sculture del Guggenheim, piccoli canyon del Colorado.

Ma protagonista resta il mare. È dal mare che si esplora questo pezzo di luna piovuto in Sardegna, in questo mare io ci piglierei anche il caffelatte.

Ogni tanto incontro gente di Gallura, la faccio parlare; mi raccontano dei vecchi che fino a pochi anni fa camminavano tutto il giorno sullo stesso metro quadrato: impastavano l’argilla con i piedi, la pigiavano come se fosse uva per fare le teole (i coppi) che poi essiccavano al sole. E nessuno in questo paese vive in affitto, sarebbe un disonore, ognuno ha la sua casa e, se non ce l’ha, non si sposa, e fino a poco tempo fa, un cubo di mattoni, con sopra le teole, lo si tirava su in una domenica, con l’aiuto di parenti e amici e ci si sdebitava dandogli da mangiare e bere per tutta una notte. E mi dico che bisogna andare a vedere.

Programmo, mi riprometto, ma rinvio. Chi ha il coraggio di rubare un’ora a una breve vacanza in questa luce blu? E mi sorprendo a desiderare il mal tempo, per essere costretto a mettermi al volante e fare quello che fanno inglesi e tedeschi.

E per fortuna arriva il maestrale, e quando soffia il maestrale questi duomi e castelli di roccia grondano schiuma, e se sulla piazzetta spalanchi le braccia e ti lasci cadere in avanti, ti fermi a metà sorretto da 50 nodi di vento e se vedi un gabbiano che vira stretto sotto il frangente di un’immane ondata, ti chiedi perché lo fa, a rischio di venire sfracellato su uno scoglio. Forse si chiama Jonathan, e sta facendo allenamento.

Gavino, uomo di Gallura

E così, in un giorno cupo di maestrale, ho guidato per chilometri dentro la Gallura, e siccome né io né mio figlio siamo troppo ferrati in botanica, lui sosteneva che quelli erano lecci e io farneticavo di ulivi, finché incontrammo una casa con un uomo che trafficava sotto un trattore. Allora scesi e gli domandai che diavolo di piante erano. Lui si girò e mi disse che se entravo mi spiegava meglio. Gli tesi la mano, lui mi offrì il polso come fanno anche gli elettrauto bisunti di città e per la prima volta in vita mia mi trovai di fronte all’albero del sughero. Poco mancava credessi che i tappi spuntassero da terra (ma benedico le mie lacune, che noia sarebbe la vita se non ci fosse ogni tanto qualche stupore infantile).

Per tre ore restammo con Gavino Conconi, anni 43, che non ave va nulla da venderci e tutto da offrirci: notizie, pecorino, vino di damigiana, un souvenir di sughero pazientemente scortecciato a colpi di accetta, soltanto perché due sconosciuti gli avevano rivolto una domanda. Investito di un suo ruolo didattico, Gavino non avrebbe più smesso di spiegarci: gli alberi erano scorticati fino a metà (con quella pelle nuda sembravano in braghe corte), perché sennò morirebbero, mentre così in nove anni si riforma la scorza.

Ma il sughero rende poco, rendono di più i “porceddu”, però gliene hanno rubati dodici. Lui, dall’orma lasciata dal tipo di suola, è risalito al ladro, però non ha le prove, così si è limitato a lanciargli un’occhiata (di quelle che si danno in Sardegna) e almeno è sicuro che non ci riproverà.

Le vacche sarde, che erano minute come pecore, ora sono migliorate con gli incroci, danno buona carne e molto latte. Ogni tanto qualcuna scappa per chilometri e chilometri al solo ronzio di una micidiale mosca tutta pungiglione. E se vuoi distinguere una vacca svizzera da una isolana, fai ruotare una frusta nell’aria: quella svizzera non si scompone, quella sarda fugge atterrita. La frusta fa lo stesso rumore della mosca.

Di Gavino mi attrae anche la dizione perfetta. Mentre nel nord Italia la gente umile parla quel linguaggio bastardo che è il dialetto italianizzato, lui – come tutti i sardi – non può farlo per una ragione semplicissima: parla non un dialetto, ma una vera lingua, incomprensibile ai forestieri. Quindi per comunicare ha dovuto studiare l’italiano, con la grammatica e i congiuntivi.

Caro Gavino, credo che ruberò più ore al mare, per farmi raccontare storie di bosco, di pascolo e di gente dura e gentile come te, che ti sei sentito offeso quando ho tentato di allungarti qualcosa (come usa in continente) perché comprassi un regalo ai bambini.

Il mirto, il cisto, la ginestra, e poi rosmarino selvatico ed elicriso, lecci, ginepri e corbezzoli… e molto altro.

Un’isola aspra, ma dolce come il miele, ruvida e aristocratica. Unica al mondo: se volete scoprirla nel suo massimo splendore dovete visitarla a maggio quando è tutta un’esplosione, dall’albero allo stelo d’erba. E l’aria si riempie di profumi che stordiscono, e dopo una giornata all’aperto si arriva a sera ubriachi di essenze e di colori.

Sfrutto un amico botanico che mi ha dato un’infarinatura. Il mirto ha fiori candidi, i prati sono disseminati di margherite gialle o bianche e di papaveri, talmente rossi che virano al bordò. Le piantine grasse (borraccina) tappezzano le rocce e si ricoprono di miriadi di stelline azzurre. Il cisto – con le sue foglie collose e il suo elegante fiore bianco – a volte ti sorprende nella versione violacea.

Le spinose ginestre dai boschi scendono fin quasi dentro il mare. E le spiagge diventano rosa per le margherite delle piante grasse che le ricoprono. Qua e la spuntano i gigli di mare: hanno un profumo dolciastro, ricordano gli addobbi delle chiese.

E nelle zone più umide spuntano la malva, il rosmarino selvatico e l’elicriso dalle foglie lanceolate e i fiori color champagne (vi do gli elementi per far bella figura: deriva dal greco hélics, spirale e khrisòs, d’oro).

Nei boschi crescono anche le clematidi gialle, intrecciate ai caprifogli e ai convolvoli, mentre profumatissimi ciclamini decorano alla base lecci, ginepri e corbezzoli, mescolandosi con le bianche campanelle dell’aglio selvatico. E l’arancione delle calendule contrasta con l’azzurro dei cardi selvatici e il viola dei piselli rampicanti.

Ma anche sulle montagne, fra le rocce aspre e quasi prive di vegetazione, crescono variopinti fiori: sono le preziosissime orchidee nane (oltre 50 specie catalogate), splendidi bonsai creati dalla natura per resistere al vento. Sono bianche, gialle, nere, amaranto. Alcune ormai resistono in pochi esemplari e solo qui. Rare anche le aristocratiche peonie (il fiore simbolo della Sardegna) che tappezzano i declivi del Gennargentu e sono riconosciute come le più belle d’Europa. Sono in tutto simili a quelle, più titolate, del Giappone (alle quali non hanno niente da invidiare, se non la grandezza).

E proprio i giapponesi, che in fatto di giardini non sono certo sprovveduti, si sono innamorati di questi scenari naturali, di questi paesaggi dove le rocce si alternano ad esplosioni di colore, dove l”esperto giardiniere” è la natura che modella, riproduce, seleziona. E ora studiano per creare artificialmente a casa loro ciò che il padreterno ha dato gratis alla Sardegna.

Meglio il principe

La Sardegna è ricca di splendide parole: Arzachena, Gennargentu, Arborea, Logudoro, Villasimius, Cova Ruinas. Se ne sarebbe potuto trovare una per battezzare anche questa costa. Smeralda non mi piace: troppo sonante per la grazia misurata delle parole sarde. Ma mi convinco che tutte le celebri coste del mondo hanno nomi abbaglianti, un po’ mitizzanti: Azzurra, del Sole, dei Diamanti, d’Avorio. Non mi entusiasma neppure la fauna umana che la popola d’estate e che parla spesso (un’ottava sopra) di lunghezze di barca, di cavalli all’elica o di ville a Cortina. Ricchezze troppo recenti per essere riservate.

Quella che mi convince di più è proprio lei, la Costa. Lo scrivo a bassa voce perché le parole d’ordine degli ecologisti sono: aggressione ambientale, colonizzazione, degrado del territorio. Spesso l’ecologo ha una concezione tolemaica di se stesso: ama la Sardegna e vorrebbe che nel suo aspro, incontaminato paesaggio ci fosse una stanza sola: quella dove dorme lui. Un solo tavolo: quello dove si estasia al porceddu rosolato sulle braci sottoterra. Un telefono solo: quello da cui chiama casa per sapere se ci sono novità.

Ne conosco uno, implacabile contro le pianificazioni turistiche, inconsolabile nel rimpianto del paradiso perduto. Trent’anni fa era tutto suo: lo costeggiava con 26 metri di yacht, tre marinai, cameriere in giacca di rigatino, qualche ospite scelto.

Il problema nasce quando altri cento, mille o diecimila amano la Sardegna e pretendono una stanza anche loro, una tavola apparecchiata, un box della doccia. È l’arrivo degli “altri” che spesso scatena l’ideologia dell’ambiente da salvare. Per salvare le proprie emozioni solitarie.

Certo la Sardegna sarebbe rimasta più autentica se non ci avessero posato neppure un nuovo mattone. Anche Manhattan, se non l’avessero imbottita di grattacieli.

Ma considerato che su questo pianeta, oltre all’ambiente, esiste anche l’uomo, il problema (lapalissiano) è di come dargli un tetto e un condizionatore, trasformando l’ambiente senza saccheggiarlo.

La Costa Smeralda non mi sembra il peggiore esempio di come si possa raggiungere questo compromesso. Per convincersene basta girare l’Italia e fare raffronti. E le prime immagini che mi vengono alla mente sono quell’orrenda muraglia cinese di villette che nascondono il mare fra Palermo e Mondello; o quel vallo atlantico di seconde case (o secondi bunker) che presidiano la spiaggia sulla costa orientale della Calabria; o quegli abominevoli quartieri dormitorio che hanno devastato le pinete su gran parte del litorale romagnolo.

C’è un disegno meno barbaro negli architetti che hanno ambientato i loro metri cubi fra i lentischi e le rocce della Costa Smeralda.

Certo ci sono gli alberghi per miliardari texani, ma ci sono anche le spiagge libere, curate come giardini. A differenza di tante altre, affidate alla manutenzione pubblica.

Ricordo sulla sponda occidentale dell’isola una remota, bellissima insenatura: una mareggiata aveva eretto a semicerchio sul retro della spiaggia una trincea di plastica: sacchetti, piatti, bicchieri, contenitori. Dalla data di un’etichetta su una bottiglia scoprii che quell’anfiteatro di immondizia aveva almeno un anno di vita e migliaia di turisti vi si erano abbronzati serenamente. Era una spiaggia “libera”, libera anche dagli spazzini e pensai che soltanto un maremoto avrebbe potuto risucchiarsi via quell’orrenda architettura, a suo modo perfetta…

La verità è che in Italia, dove troppi assessori svendono i piani regolatori un tanto a timbro, è quasi intollerabile che la Costa Smeralda sia stata realizzata con maggiore decenza da un principe, e per di più straniero.

Fauna d’agosto, tra Mortorio, Porto Cervo, il Pevero

L’isola si chiama Mortorio perché le correnti vi sospingevano i relitti delle navi naufragate su questa costa di Sardegna irta di scogli. Oggi è famosa perché nella sua baietta si riuniscono verso mezzogiorno i notabili di Porto Cervo e Porto Rotondo. Segue l’allucinante spettacolo del bagno collettivo: non si nuota più in una splendida baia, ma si sguazza in una piscina di ferragosto. Così son fatti i Vip.

Per godersi un po’ di silenzio e solitudine basta andarci quando il sole è ancora basso. Cosa che faccio con due amici. All’improvviso ronfa un diesel: è un motoscafo che arriva, entra nella caletta con discrezione, c’è una giovane coppia. Lui si butta con maschera e pinne. Lei resta a bordo, accende la radio e si sdraia.

Fossero stati i Pink Floyd, quell’intromissione sarebbe stata sopportabile, ma il programma trasmette tecno-music, tipo discoteca da sballo. Mi faccio imbuto con le mani e grido alla donna se cortesemente può abbassare il volume e, quando mi guarda stupita, indico col braccio l’incantesimo del posto. Esegue, ringrazio.

Dopo cinque minuti risale a bordo lui, ascolta il resoconto della compagna, si fionda verso la radio mettendola a tutto volume. Applaudo mi preparo a dargli una lezione di buona creanza; ma gli amici mi trattengono: se ti insolentisce che fai, vai all’abbordaggio brandendo il mezzomarinaio?

Uno degli amici ha già azionato il salpa-ancora, l’altro ha acceso il motore, vogliono cercarsi una baia senza cretini. Mentre sfioriamo l’altra barca, lei mi guarda con aria di sfida, è stata vendicata dal suo eroe e noi, che siamo in tre, ce la filiamo con l’elica fra le gambe. (Un interrogativo mi affligge: qual è la differenza fra la saggezza e la resa?).

Oltre a Mortorio non c’è che da scegliere: piccole baie celesti come collirio, spiagge di lino chiaro, anfratti fra rocce color fuoco. Ogni mattina ci si inventa un giorno diverso scegliendo come al self service. L’ombrellone stona, meglio l’ombra di un ginepro. A volte si è in tanti, ma basta un libro per isolarsi. Il mini paradiso accessibile.

Eppure per qualcuno è solo un miraggio: parlo di lei, reclusa di lusso. Per tutta la vacanza dondola: sei o sette ore al giorno di moto ondulatorio, su venti tonnellate di yacht.

Si parte tutte le mattine alle undici, il capolinea è a quattro cinque chilometri, si butta l’ancora davanti a una spiaggia d’alto lignaggio. A bordo ci sono sempre ospiti nuovi, il grande fornitore, il grande cliente, l’onorevole con signora. E per gli ospiti una giornata all’ancora, fra stuzzichini e spaghettate, può essere anche eccitante.

Ma lei, che deve fare gli onori di barca, dopo due settimane a dondolo, brama solo una spiaggia: anche affollata ma immobile. E si domanda perché i cantieri non studiano un tipo specifico di panfilo per queste uscite: invece di ancorarsi allunga quattro zampe telescopiche, come le piattaforme del mare del Nord e non ti fa venire la labirintite.

Si riconoscono subito anche a terra queste condannate agli arresti domiciliari in barca: la sera entrano nei ristoranti sbandate di tre gradi a dritta come i marinai di Conrad. In mare si tradiscono invece per le occhiate di invidia che lanciano alle femmine di gommone che saettano nei paraggi. Sbatacchiano per mezz’ora, ma poi approdano da qualche parte.

Una sera al Pevero, da Bice – il ristorante esaurito con prenotazioni telefoniche dalle undici del mattino – si sente un frastuono di reattore provenire dal mare d’inchiostro: dalla terrazza a picco sulle rocce, si vede sbucare un grosso motoscafo rosso da corsa. Ma che fanno? Si avvicinano alla riva rocciosa, si sente un rovinoso raschiare di carena sul fondo, anche le eliche sbatacchiano sinistre sugli scogli. Dallo scafo scendono agili due ragazzi e due ragazze, salgono i gradini del ristorante, aitanti e stupidi come levrieri, Sotto le casacche s’intravede roba firmata da Valentino o Versace, Ma anche se spira uno scirocchetto caldo e appiccicoso, i quattro restano infagottati nei mitici giubbotti da motonauta per tutta la serata. Cosìpossono far sapere come sono venuti anche a chi non ha assistito all’approdo con demolizione.

Credi che certe faune umane si evolvano ma spesso siamo fermi ai film su Capri anni Cinquanta, con Sordi, Caprioli e la Valeri. Per esempio si perpetua il vecchio trucco di collocarsi a 10 metri di distanza per trasformare una conversazione in una comunicazione urbi et orbi: «Invece noi abbiamo comprato in Sudafrica, vicino a Johannesburg.»

Tutto già visto e già udito. Non c’è memoria storica: per uno che impara a vivere ce ne sono cento pronti a disputarsi il suo posto.

La sera sulle banchine di Porto Cervo c’è il passeggio dei visitatori, gente da gommone che si aggira per i moli come per il salone nautico di Genova. Le poppe sono illuminate con faretti, arredate con vimini e canapa, i proprietari sono in esposizione anche loro: verrebbe naturale entrare come in uno stand e chiedere alla signora gli adesivi e i dépliants.

Molti non lasciano mai la banchina e mi chiedo perché i cantieri non lanciano sul mercato soltanto delle poppe, il resto non si vede e non serve, si risparmierebbe fino al cinquanta per cento.

Sullo yacht più grosso di tutti a poppa c’è sistemato anche un elicottero. Ma a osservare bene non c’è piazzola d’atterraggio. Il velivolo, incastrato fra due scialuppe, è solo in bella vista. Forse l’armato re, quando va al ristorante, posa sul tavolo con naturalezza una pala dell’elica. Il vero signore possiede venti metri di scafo, senza veranda, pochi oblò, posto di pilotaggio scoperto, cruscotto spaziale con spie rosse per il rientro in atmosfera, pochissimi sedili per pochissimi invitati. L’ideale sarebbe la Queen Elizabeth, spider, monoposto.

San Pantaleo capitale

Il giro del mondo in 180 minuti, a passo di danza, ovvero il primo festival internazionale del balletto: è lo spettacolo con ambizioni da mini-Spoleto, che andato in scena nella piazzetta di San Pantaleo, paesino sardo di origine controllata, sigillato fra le sue rocce e i suoi ginepri nonostante i pochi chilometri dalla sgargiante estate della costa.

Un’incredibile piazzetta casualmente concepita come un teatro: la vasta platea chiusa da antiche facciate di pietra, una lunga casetta come fondale (e bisogna ripetersi che è vera, che quell’intonaco, quelle finestrelle, quei piccoli portali non sono dipinti sulla cartapesta).

Sono arrivati da tutt’Europa, dall’America e dall’India. Per tre giorni fra prove e spettacoli hanno sconquassato il piccolo paese (un problemino fra gli altri: i celebri artisti bussavano alle porte delle case per far pipì). Hanno mandato in estasi una marea di italiani e stranieri giunti anche dal continente.

Le coreografie non costituivano soltanto un giro del mondo, ma anche del tempo, ispirandosi al classico e al postmoderno. Da Mozart a Prokofiev, da Čajkovskij a Boccherini (rivisitato dallo straordinario danzatore romeno Gheorghe lancu), da Strauss all”Internazionale”. Si, proprio l’inno dei lavoratori, che Carla Fracci ha interpretato, sciarpa scarlatta su candidi veli, ricordando la grande Isadora Duncan, quando improvvisò passi di danza al cospetto di Lenin. A Parigi questo exploit fu fischiato, a San Pantaleo applaudito. Perché le ideologie cadono, ma la Storia resta. Pantaleo applaudito.

Parigi è una piccola provincia e San Pantaleo una capitale.

Renato e l’alberghino con animali

Si fa presto a diventare “amici degli animali”. Ma quanti sono coloro che da quest’amicizia non traggono un tornaconto (la conduzione di un programma tv, o la semplice intervista che regala simpatia e popolarità)? Renato no: non solo non ci guadagna, ma ci rimette. Renato fa l’albergatore sulla strada per Porto Cervo e ha avuto l’idea di un delizioso alberghino, su misura dei turisti che se ne fregano del Billionaire, che sono attratti da questa costa e non da questo palcoscenico, che rifiutano di immolare uno stipendio per una notte d’albergo.

Idea giusta e di successo. Senonché Renato ha lasciato alla moglie la gestione dei clienti per dedicarsi ad altri ospiti non paganti: una ventina di gatti selvatici e malandati, tre bastardini vecchiotti, sei asinelli da presepio, quattro grossi somari, otto cavalli selvaggi e un numero di cinghiali non quantificabile perché figliano in continuazione.

Questa comunità convive sull’aspra collina acquistata dal nostro quando costruì le diciotto camere vista bosco, ma fra rocce, cisto e olivastri c’è poco da mangiare. Ragion per cui ogni mattina Renato va a far spesa col furgone e torna carico di avena, fieno, ghiande e croccantini. I gatti corsari si presentano puntuali, dividendosi disciplinati le varie ciotole. I cavalli cominciano a nitrire e gli asini a ragliare, quando lo avvistano da lontano. I cinghiali danno affettuose sgrugnate all’unico umano che non gli spara e da cui si lasciano avvicinare.

Tanti amici dicono a Renato di proporre sul dèpliant l’attrattiva di un foto-safari, ma lui risponde che quelle bestie sono una predilezione e non un business. La mite consorte scuote la testa e controlla al computer quanta parte del reddito se ne va in quello zoo fatto in casa e rigorosamente no-profit.

Caprera = Cajenna

Per anni mi sono tenuto qualche scampolo di ferie da attaccare alle feste di novembre e ho passato una settimana a Caprera, isola di pietre e di sole dove riposa Garibaldi e dove si insegna ad andare a vela: ogni anno si impara qualcosa; a tracciare una rotta, a leggere le carte nautiche, a ribaltare con il sestante una stella dal cielo sulla linea del mare, a capire il linguaggio dei fari, un lampo un eclisse due lampi no, quello non è un faro, è il fanale di una barca lontana che ogni tanto scompare nell’avvallamento di un’onda.

A Caprera ritrovo i soliti compagni, siamo amici anche se ci vediamo una volta l’anno. Il mare d’inverno crea affinità. Non c’è niente e nessuno, diventare amici è quasi obbligatorio. Si alloggia nelle vecchie casermette della Marina, ogni giorno la ‘comandata’ fa da mangiare, apparecchia, serve in tavola, scopa le camerate, pulisce i gabinetti. Sveglia all’alba e silenzio alle 21,30. Qualcuno dice questa Caprera è la Cajenna.

Scelgo dunque ogni anno una settimana in barca fra Corsica e Sardegna e la prima constatazione, un po’ ovvia ma inevitabile, è che il mare d’inverno non è più collettivo, diventa privato, non c’è più da contendere la baia alle flotte dei cruiser e gommoni. Si entra nei porti che non sono più tutti uguali, straripanti di barche, bionde e aperitivi, ma hanno riacquistato la loro fisionomia. Il palcoscenico della forsennata estate si è vuotato, si può guardare fra le quinte, negozietti, casupole, dialetti, un balconcino ricamato come un disegno di Steinberg.

A Bonifacio, i cupi soldati della Legione straniera vengono a parlare sul molo, non siamo turisti, siamo viandanti che cercano riparo per la notte. Bisogna proprio approdare a questi luoghi d’inverno, così come bisogna conoscere Venezia in novembre e girare per le vie di Milano a mezz’agosto.

La notte a Caprera in questa stagione scende presto, i moli sono bui, non ci sono i ristorantini con le candele, non ci sono night, non ci sono amici che ti invitano a bordo. Si mette sul fornello la pentola a pressione, si imparano a proprie spese nuove unità di misura, un pugno di riso, una noce di burro, una manciata di parmigiano e l’enigmatico “sale quanto basta”. Il manuale d’uso della pentola è più complesso di quello del motore ausiliario: a quattro minuti dal fischio scoperchiare. Questo è fischio o semplice sbuffo?

Alle nove e mezzo ci si infila nei sacchi a pelo e lo sfrigolio delle cerniere è la nota del silenzio. Si dorme senza pastiglia, ci si sveglia all’alba, e dal primo vento che ti asciuga la faccia rasata all’aperto capisci se dovrai issare il fiocco o la tormentina.

Le giornate a vela scivolano lente, è come entrare nell’incantesimo della quarta dimensione. Si incrocia qualche rara imbarcazione: o è un motoscafo di contrabbandieri, o una goletta con i soliti inglesi che ci vivono tutto l’anno, salutano senza scomporsi, il bucato sventola a poppa.

È solo navigando a vela che si conosce quello che il mare è sempre stato: rischio e avventura. E siccome l’uomo è fatto così – vuole misurarsi sempre con qualcuno o qualcosa, una donna, una curva, un lavoro impossibile – scopre il mare quando impara a misurarsi con lui. Certo il mare attorno a Caprera non è l’Atlantico, ma quando il vento rinforza e il cielo si abbuia come allo scatto di un interruttore, il mondo si restringe di colpo, diventa un capo da doppiare, e per raggiungerlo ci vogliono ore di bordi. Il tempo che il Boeing ci mette per volare a Londra lasciando sul cielo la sua riga di gesso.

E allora ti accorgi che nel mondo puoi soltanto esistere, ma per vivere ci vuole il microcosmo, ci vogliono profili di costa familiari come volti cari, ci vuole una barca che sembra giungere nelle tue mani da lontananze remote, misteriose. Perché se anche gli scafi e le rande sono stati perfezionati, le leggi i problemi i momenti di felicità sono rimasti gli stessi. Si stringe e si allarga al vento come i fenici, i vichinghi e i romani.

Il cielo, senza la caligine estiva, pulito, come lavato a secchiate, schiude orizzonti profondi, il mare è viola. Nell’aria luminosa esplodono i palloni degli spinnaker, il nostro è quasi sexy, sembra disegnato da Ken Scott. Riprovo la curiosa sensazione di quando ero bambino; i pescatori, forti, ruvidi, che rammendavano le reti con gesti aggraziati, quasi femminei. La marineria è un fatto di virilità con inaspettate intromissioni di garbo, anche questo spinnaker va piegato e riposto con abile tocco di massaia.

Fra i compagni di vela abbondano gli ingegneri, capiscono tutto prima, soprattutto le operazioni di carteggio, e tentano pazientemente di volgarizzare a chi viene dagli studi classici, con il solito assunto scoraggiante: prendiamo una retta e chiamiamola “a”.

Finisce che gli allievi di Caprera se lo comprano un dieci o dodici metri a vela. Così ho fatto io e circumnavigo l’isola.

Alla “Cajenna”, dài e dài, oltre alle manovre, ho imparato come si vive in barca. Una barca, per funzionare, dev’essere trasformata in una specie di razionalissimo archivio in cui rintracciare a colpo sicuro tutto ciò che serve. Mi sorprendo a sistemare in pochi centimetri di spazio la mia roba con una logica e un ordine che a casa mi sono estranei. Le scotte nel gavone a prua. La scatola di piselli precotti nel terzo sportello sotto il divano di sinistra. Le fette biscottate nella scansia sotto il fornello in fondo e in basso accanto agli spaghetti. I moschettoni nello stipetto sopra il vano motore.

Quando torno dal breve limbo della vela, mi propongo sempre di trasferire in casa questo stato di grazia che consente di organizzare e facilitare la giornata. Niente da fare: una casa è troppo grande, ha troppe camere, troppi cassetti. E poi una casa non si capovolge, non va sugli scogli, non cola a picco.

È difficile far capire a una moglie questa elementare differenza.

Ricordo di un grande marinaio

A mezzo agosto ho navigato su una delle più belle barche del Mediterraneo: Il Moro di Venezia. Raul Gardini, lo conoscevo da vent’anni. Da quando andavo a Ravenna per qualche servizio giornalistico. Anche Piovene scrisse di questa città, pigra e remota, famosa per gli scherzi micidiali con cui i giovani reagivano alla noia della provincia. Per esempio recapitare a un amico con polmonite due stecche di ghiaccio con due righe d’accompagnamento: “Per conservare la salma, nel caso tu non arrivassi a domattina”.

Quando morì il suocero Serafino Ferruzzi, monarca mondiale dei cereali e dello zucchero, chiesi a Raul come faceva a non stramazzare sotto il peso di quel mammuth dorato finito sulle sue spalle. «Facendo regate, mi rispose, impari a soffrire giorni e notti con qualsiasi mare. Poi impari a decidere e poi a valutare gli uomini e poi a sentirti unico responsabile della pelle di tutti. È una scuola che ti aiuta a misurarti anche con gli affari».

Navighiamo nelle Bocche di Bonifacio: nulla di epico, una crociera tranquilla se non fosse per questi ventidue metri di barca che, con vento appena fresco, si corica su un fianco e fila a 12 nodi e, con vento teso, diventa un bisonte.

A ogni virata il Moro si trasforma in un fulmineo cantiere. Da anni sono avvezzo a queste manovre ma quassù esito intimidito dalle dimensioni della barca, un lavoro duro da portuali, uno sforzo di pochi secondi che però lascia senza fiato. L’impatto del vento su questi ettari di vele è brutale, l’occhio non ancora familiarizzato studia come non restare scorticati dalla staffilata di una scotta d’acciaio, tramortiti da una sartia volante o decapitati da una mazzata del boma. Ci vorrebbe appunto il cartello dei cantieri: vietato l’ingresso ai non addetti.

A Porto Rotondo sono salite alcune signore attirate da questa barca tutto ponte, da questa candida portaerei a vela che sembra un solarium ideale. Ma le signore “salgono” sul Moro solo una prima volta: il solarium, in navigazione, si inclina a quaranta gradi in un turbine di spuma, non è confortevole abbronzarsi avvinghiati a una bitta. (Ho messo “salgono” fra virgolette perché in realtà si sale su un cabinato con plancia e super plancia: su una barca a vela si scende, perché è più bassa del suolo, e se si vuole andare al chiuso si scende ulteriormente: le scalette di una barca a vela sono tutte all’ingiù).

A bordo, oltre allo skipper, tre sono i marinai di mestiere e cinque gli ospiti, solo volenterosi. Angelo – il fedele nostromo che alterna racconti di mari forza 9 a spiegazioni di sughi per i maccheroni – mi dà qualche suggerimento nelle manovre. A bassa voce, per non farmi sfigurare col padrone.

I marinari di una barca a vela, di giorno in banchina, non li distingui dagli altri marinai degli yacht con veranda e gladioli: tutti innaffiano con la canna, strofinano, stendono bucatini sulle battagliole, caricano cassette di frutta. Li riconosci la sera al ristorante: i marinai delle barche a vela sono allo stesso tavolo dello skipper.

Al ristorante riconosci pure il gentiluomo che va per mare da chi fa crociere restando all’ormeggio: questi ultimi sono tirati a lucido. Il primo ha camicie fresche di bucato ma spiegazzate: a bordo di una barca a vela c’è posto per un secchio con candeggiante, ma non per una stireria.

Stasera ceniamo a bordo. L’uomo che fa girare migliaia di miliardi ha detto ad Angelo di preparare, dopo il solito sugo omerico, una zuppiera di tonno e cipolle.

La ferita

Il cielo è rosso ma non per uno di quegli strepitosi tramonti che divampano in Sardegna. È sceso il buio, il bagliore viene da un incendio che sta divorando i querceti oltre Tempio Pausania. Di solito nella notte il maestrale si placa, ma stavolta insiste con raffiche furibonde. Con un gruppo di amici cerchiamo di raggiungere il fronte delle fiamme, spinti dallo slancio ingenuo di renderci utili. Una pattuglia di carabinieri giustamente ci blocca.

Ed è in quell’occasione che mi emoziona un episodio minimo. Una quercia ancora lontana dal fuoco è attaccata da un tizzone portato dal vento. Nel tronco si allarga una piaga vermiglia, quasi una ferita a carne viva: la brace penetra lentamente nel corpo della pianta, è il principio dell’agonia.

Degli alberi spesso non ci si accorge quando sono sani. Elementi del paesaggio, grandi oggetti d’arredamento, cose. Si scopre che sono creature vive quando stanno morendo. Che brivido di angoscia quel cancro incandescente che s’insinuava inesorabile sotto la scorza della grande quercia.

APPENDICE

Stavo viaggiando rilassato sulla provinciale di Nuoro quando in un campo all’ombra di alcuni olivastri vidi una lunghissima tavolata, saranno stati duecento e più commensali. Mi arrestai incuriosito e chiesi a due uomini che trasportavano un paiolo reggimentale se si trattava di un matrimonio. «Nessuno si sposa», disse uno dei due, «festa campestre è. Invitato siete.» Dissi che non conoscevo nessuno: «Invitato è chi passa», risposero. Fu così che andai a sedermi e feci una fondamentale scoperta gastronomica.

Sono un ostinato cultore della cucina povera, mi piacciono i suoi sapori elementari, li preferisco a quelli dei piatti idioti pubblicizzati dai cuochi a cinque stelle delle tv. In Sardegna ho scoperto un capolavoro di zuppa: pane raffermo (cioè rimanenze) immerso in un brodo denso, con pomodoro e formaggio fuso. E soprattutto la carne bollita.

Gustando quell’impeccabile lesso che si scioglieva in bocca chiesi dove lo trovavano un vitello così tenero e così carico di sapore. Si guardarono ridendo e mi spiegarono che era pecora, pecora vecchia, frollata quanto bastava.

Giuro di non avere mai mangiato manzo o maiale o cinghiale o lepre che reggessero il confronto con quella carne plebea, lessata assieme alle patate. E non ho potuto non ripensare alla diseducazione alimentare che fa degli italiani i peggiori consumatori d’Europa. Ormai leggendaria è la letteratura di macelleria: «Mi raccomando senza un filo di grasso, se no i bambini non me la mangiano.» E via con la carne più “nobile”, e cioè fettina, lombatina, fiorentina, filetto. Certe zone d’Italia – mi dico – sono un mare di pecore: se si scoprisse il gusto della pecora cucinata come so io, non ci sarebbe bisogno di dilapidare miliardi per importare vitelli dall’Est o dall’Ovest.

Certo il più grosso handicap della pecora è quello del suo nome miserabile: ve l’immaginate le signore, in macelleria, dire forte «Mi dia quattro etti di pecora»? Forse, bisognerebbe lanciare la pecora alla Stroganoff o le scaloppe di pecora al Madera. Oppure (come hanno fatto per lo struzzo) dire che brucia i grassi e il colesterolo.

Per quanto mi riguarda ho iniziato una campagna promozionale provocatoria: quando sono in un ristorante di qualche pretesa, al cameriere che mi elenca raffinatissime specialità chiedo ad alta voce: mi porti della pecora in umido. Lui balbetta che non ce l’ha. Allora, dico, mi porti due uova al tegame.

CHIESE E FESTE CAMPESTRI IN SARDEGNA

Sparse in tutta la Sardegna ci sono 230 chiese campestri. La maggiore concentrazione in Gallura (86).

Riporto l’elenco delle sagre dove il turista è invitato a pranzo. Per ulteriori informazioni sulle date (che variano secondo il calendario) consiglio di telefonare alle amministrazioni comunali o alle stazioni dei carabinieri.

GENNAIO

Aglientu (San Paolo)

Alghero (Sant’Antonio Abate)

Benetutti (Sant’Antonio Abate)

Florinas (Sant’Antonio Abate)

Illorai (Sant’Antonio Abate)

Monteleone Rocca Doria (Sant’Antonio Abate)

Nule (San’Antonio Abate)

Torralba (Sant’Antonio Abate)

MARZO

Siligo (Sant’Elia e Enoch) Trinità d’Agultu (San Giuseppe)

APRILE

Berchidda (San Marco)

Calangianus (Madonna delle Grazie)

Monti (San Michele)

Oschiri (Nostra Signora di Castro)

Palau (San Giorgio)

Perfugas (Santa Vittoria)

Perfugas (San Giorgio)

Ploaghe (Lazzari)

MAGGIO

Chiaramonti (Santa Giusta)

Golfo Aranci (Nostra Signora del Monte)

Illorai (Madonna della Neve)

Luogosanto (Santa Reparata)

Luras (San Michele)

Monti (San Michele)

Oschiri (Madonna di Othi)

Palau (San Giorgio)

Santa Teresa di Gallura (San Giuseppe)

Telti (San Bachisio)

Tempio Pausania (San Bachisio)

Torralba (Spirito Santo)

Uri (Nostra Signora di Paullis)

GIUGNO

Aglientu (San Giovanni)

Arzachena (San Giuseppe)

Arzachena (San Giovanni)

Arzachena (San Leonardo)

Berchidda (Santa Caterina d’Alessandria)

Calangianus (San Giovanni)

Laerru (San Giovanni)

Luogosanto (San Trano)

Nule (Santu Antoni de su Casu Furriadu)

Palau (Sant’Antonio da Padova)

Santa Teresa di Gallura (Sant’Antonio)

Trinità d’Agultu (Sant’Antonio)

LUGLIO

Tula (Madonna del Monte)

AGOSTO

Aglientu (San Pancrazio)

Cossoine (Santa Maria Iscalas)

Luogosanto (San Quirico)

Monti (San Paolo Eremita)

Telti (Santa Rosa)

Telti (Gesù Crocifisso)

SETTEMBRE

Bessude (Madonna de Runaghes)

Buddusò (Santa Reparata)

Ittiri (San Maurizio)

Mara (Nostra Signora di Bonuighinu)

Telti (San Bachisio)

Tula (Nostra Signora di Coros)

OTTOBRE

Aggius (Madonna del Rosario)

Arzachena (Santa Teresina)

Arzachena (San Francesco)

Bonorva (Santa Barbara)

NOVEMBRE

Luogosanto (Sant’Andrea)

© Tutti i diritti riservati

Condividi Articolo su: