LA GALLURA

di Paolo Mantegazza

IN

Profili e paesaggi della Sardegna

di Paolo Mantegazza

Milano, G. Brigola, 1869 ⇒

[Paolo Mantegazza nel 1869 visitò la Sardegna, come componente della Commissione parlamentare d’inchiesta Depretis]

[p. 55] Gli stazzi della Gallura son le case dei pastori che si raggruppano tra loro con forma di federazione naturale che chiamano cussorgie. Più d’una volta trovate nello stazzo mobilia pulita e qualche agio della vita, qualche crepuscolo d’arte; trovate sempre splendida ospitalità.

[pp. 65-66] La Gallura è la Svizzera della Sardegna, e i graniti son così dislocati in cento modi, e giù per quella china di monti si son fermati mille e mille ciottoloni arrotondati in tante guise che tu crederesti vedere il campo abbandonato dai Giganti che vollero scalare il ciclo. La natura coi graniti della Gallura ha saputo fare uno dei quadri più fantastici e bizzarri, dove il tragico e il grottesco si accordano stupendamente, e le forme pigmee e gigantesche dell’estetica minerale si trovan vicine e coi loro contrasti ci danno sensazioni nuove e non aspettate. Duolmi che le nevi e l’insolita inclemenza della primavera di quest’anno mi abbiano impedito di visitare il Gennargentu, il gigante dei monti sardi e che deve muovere colle sue foreste e i suoi macigni fortunata guerra alle bellezze per me carissime della Gallura.

[p. 86] La Gallura è paese corso e certe valli intorno a Tempio hanno tipi così latini che sembrano medaglie antiche. Gli ultimi figli dei Romani etnograficamente son forse a cercarsi in Sardegna.

[p. 96] Ad Aggius avete ancora al di d’oggi tre o quattro banditi: in tutta la Gallura gli odii di famiglia e le vendette corse durano ancora, benché gran passo si sia fatto verso una vita più civile e più mite. Non son però rari gli incendi di foreste di sugheri fatti per vendetta (Tempio).

[p.100] In una chiesa solitaria della Gallura sopra i monti entrava un giorno un giovane cacciatore, per riposarsi dalla lunga corsa e respirarvi un’aria fresca. Un lamento quasi soffocato ma straziante sembra uscire dall’altare; un altro lamento più crudele gli tien dietro; e la chiesa è solitaria e deserta. Il cacciatore rimane stupito, ricorda i pregiudizi dell’infanzia; è sgomento; ma la voce della compassione grida in lui più forte di tutto e per la cappella segue le grida del lamento e trova una giovane donna che partorisce sul nudo marmo, senza una mano che la soccorra. Il cacciatore divien levatrice, salva a quell’infelice, e colpevole madre la vita, il bambino, l’onore; con nuovo e paziente eroismo nasconde il frutto d’un amore tradito, nasconde la traccia insanguinata del sacrilegio; diventa prima il medico, poi amico, amante, marito di quella donna. Due anni dopo nella sua capanna si udivano nuovi lamenti; era un figliuolo del cacciatore che stava per nascere; ma il parto era più doloroso che mai e la donna gridava in modo da straziare le orecchie degli astanti. Il cacciatore era in quel giorno poco cortese e dinanzi a molti esclamò: Tu non gridavi tanto or son due anni, in quella chiesa, quando partorivi il figlio di un altr’uomo. Quella povera donna guarda il marito con uno sguardo senza nome, gli dirige una mano supplichevole e rimane morta di dolore.

[p. 131] Sardu villanu, è proverbio della Gallura, di Sassari e di altri paesi settentrionali delr isola; e lo Spano ne cava un segno che queste son colonie sopraggiunte nell’isola.

BORTIGIADAS [pp. 157-159].

A Tempio si presentò dinanzi alla Commissione d’inchiesta la Giunta municipale d’uno dei villaggi più oscuri e più dirupati della Gallura. Erano tre montanari dai volti abbronziti, con capelli e barba vergini come le loro foreste, col volto scarno, solcato come i graniti delle loro montagne, coll’occhio acuto come le loro aquile; gente fiera e semplice, calma e forte. Uno di essi prese la parola e con un linguaggio di biblica bellezza lamentò la miseria del suo villaggio, implorò il soccorso del Parlamento; dipinse con lirico ardimento l’abisso che separava la loro povertà dalla nostra potenza. Così potessi io aver stenografato quel suo discorso poetico, eloquente, tenerissimo.

Eccovene in ogni modo la pallida ombra: «Giunse sulle cime dei nostri monti la lieta notizia che uomini mandati dal Re e dal Parlamento, erano venuti fin qui a riconoscere i bisogni delle popolazioni; e noi siamo venuti da Bortigiadas per stringervi la mano e ringraziarvi a nome dell’ultimo, del più povero dei villaggi della Sardegna, per i patimenti che avete sofferto nel vostro viaggio, per tutto ciò che farete per noi. Bortigiadas è il più infelice paese del mondo; non ha strade, non ha scuole; è isolato dal consorzio degli uomini; la neve nell’inverno ci fa prigionieri; nell’estate i torrenti ed il sole ci rubano spesso le poche spighe che abbiamo seminato. Infelice chi nasce in Bortigiadas! Malo Spirito Santo vi ha illuminati e voi siete venuti qui a vederci, e a riparare ai nostri mali. Accettate questo scritto in cui vi parliamo dei nostri bisogni; studiateli, e vi assicuro che noi insegneremo alle donne di Bortigiadas i vostri nomi, e le madri insegneranno ai loro figliuoli a benedirli. Non vi preghiamo per noi: siamo già vecchi, abbiamo già sofferto e vissuto abbastanza; noi presto riposeremo nella pace del nostro piccolo cimitero; noi vi preghiamo, noi vi scongiuriamo pei nostri figliuoli che hanno ancora dinanzi un lungo avvenire. Che se voi non ascoltaste le nostre preghiere, oh infelici tre volte quelli che nasceranno in Bortigiadas!».

E quando quel buon vecchio, che era commosso fino alle lagrime, si accomiatò da noi e coi suoi compagni ci ebbe baciate le mani, noi lo accompagnammo fino alla porta; ed egli, alzando il braccio con veneranda e olimpica maestà, ci disse: «Che Dio vi benedica, che lo Spirito Santo vi illumini! Anche io era commosso e pensavo alla ricca vena di poesia che è nascosta nel popolo sardo.

CALANGIANUS [pp. 107-108]

[…] La donna però in Sardegna, che va scoprendosi la faccia, man mano la civiltà toglie a lei un’ipocrisia e al marito una tirannide, rimane però ancora troppo segregata dal suo compagno. A Calangianus, dopo aver attraversato bellissimi boschi di sugheri e di lecci, le nostre carrozze furono circondate da cento cavalieri armati che ci venivano incontro. Entrati con essi nel villaggio, la guardia nazionale era sotto le armi, sventolavano per ogni parte bandiere tricolori, suonava il tamburo: e l’aria era rotta da proterve e capricciose fucilate. La festa era dedicata specialmente al Deputato Ferracciù, nato in quel paese. Un prete, maestro di scuola, con vero furore di entusiasmo, faceva sfilare a passo di carica innanzi e indietro di noi i suoi scolari, che al suono d’un tamburo tempestoso seguivano una bandiera tricolore che era presa anch’essa da tumultuoso entusiasmo: e quei ragazzi ad un cenno del prete gridavano a squarciagola. Evviva la Commissione, evviva Ferracciù, evviva l’Istruzione! E noi si prendeva caffè, vini, chicche; tutto ciò che quella buona gente ci aveva apprestato, e anche noi si gridava in coro, perché l’atmosfera dell’entusiasmo ci avvolgeva tutti quanti.

Ebbene fra tante grida, in tanta febbre di feste, le donne del paese stavano a parte tutte sopra un promontorio, e là col capo coperto e facendo della pezzuola che le copriva una visiera al volto non ci mandavan che i baleni dei loro occhi; e là dove i nostri si fermavano più a lungo, chiedendo una risposta, quelle pudiche pezzuole ci rispondevano, aprendosi rapidamente, quasi a mostrarci che alla bellezza degli occhi il resto rispondeva. Quel gruppo di donne su quella rupe di Calangianus, di quelle donne mute e isolate in mezzo alla festa mi pareva un quadro vivente della donna europea, fatto senza studio d’artista, e senz’arte di filosofo moralista; ma che nel suo silenzio era pur eloquente!

Quante bellezze non ha isterilito la moda francese, obbligando le donne d’ogni nazione.

LUOGOSANTO [pp. 203-204]

Nelle montagne della Gallura vi sono alcuni parroci più poveri dei loro contadini, più santi dei santi; ed io vorrei esser papa un giorno solo della mia vita per poterli beatificare. I curati di San Pasquale, San Francesco e Luogo Santo fanno scuola dalla mattina alla sera e la fanno gratuitamente. I loro discepoli arrivano da immense distanze e a cavallo; e più d’una volta un contadinello sulla strada raccoglie in groppa due o tre compagni; e questi gruppi infantili e pittoreschi giungono a tutte le ore del giorno alla scuola del parroco, rinnovandogli la fatica e la noia. Eppure sopra 125 abitanti raccolti a Luogo Santo fra quei monti deserti trovate 17 scolari. Eppure quei poveri parroci comperano coi loro quattrini carta, penne, inchiostro; tutti gli istrumenti primi della civiltà.

TEMPIO [pp. 38-40]

Le città minori della Sardegna hanno tutte una fisonomia propria, e il lungo isolamento l’ha resa più saliente e durevole.

Quando voi avete attraversato a cavallo i monti e i boschi pittoreschi che separano Perfugas da Tempio, voi vi trovate dinanzi uno dei più bei panorama della Sardegna e dall’altipiano ricco di vigne e di seminati, in cui si adagia quella montana città, voi vi vedete dinanzi lo splendido monte di Limbara, uno dei più maestosi colossi di granito che abbia il nostro paese. Dopo aver passate lunghe ore a cavallo in mezzo a boschi deserti, a valli deserte, per burroni deserti, voi salutate i primi frutteti di Tempio con vera gioia, e affrettate il passo per salutare la città, di cui sentite già vicino il tiepido fiato. L’uomo non ama la solitudine che per vendetta o per malattia, non ama i deserti che per un ora, o quando il deserto è per lui un quadro agli occhi e non una casa o un soggiorno.

La città di Tempio colle sue case di pietre granitiche grigie senza intonaco bianco, e unite da argilla bigia; colle sue vie magnificamente lastricate di granito, ha un aspetto severo e malinconico e sopratutto un colore montano. Non vi vedete intorno che colori oscuri: case grigie, pavimenti grigi, chiese grigie; uomini dal cappuccio e dai calzoni neri; ma su quella città ride un cielo eternamente limpido e azzurro e per le vie e alle finestre vedete volti intelligenti, uomini gagliardi e donne dagli occhi neri e ardenti.

Da Tempio, salto con voi ad Alghero, perché, non scrivendo io una guida, né un itinerario, seguo il filo conduttore della statistica e rendo omaggio anch’io alla legge, che misura la potenza degli Stati, la felicità dei popoli, il prosperare delle città dal numero dei loro abitanti. Se Tempio coi suoi 10,447 abitanti sta dopo Sassari, Alghero vien subito dopo Tempio, perché ne conta 8,573…

 

[Letteratura in Gallura]

[pp. 114-115]. Talvolta il pranzo sardo è tutto una poesia; dacchè, per esempio, in una delle più alte città montanare, a Tempio, un paese alpino fra i graniti della Gallura, senza sospettare che mare esista in quei paesi, voi vedete imbandire alla mensa accanto al lepre e alle beccaccie, triglie di scoglio, grosse come il pugno e che pur poche ore prima guizzavano nel mare; e ostriche di Terranova così grosse che voi potete fare succulenta colazione con due di esse. [….]

Tra i cibi nazionali ricordo il mediolatu, che è latte coagulato e principal cibo dei pastori della Gallura…

[pp. 182-83]. L’abate Gavino Pes, che è giudicato da molti il più celebre poeta che abbia fiorito nella Gallura nel secolo XVIII, e che si meritò il nome di Metastasio Sardo ha scritto cose tristissime, rimpiangendo nella fredda età delle rughe le amorose follie della sua calda giovinezza. Eccovi alcune strofe del Lu Pentimentu colla bella traduzione in versi del Pischedda.

La vicchiaia è vinuta
Candu mi figurava più piccinnu:
Drummitu era, e mi sciuta,
Gridendi: già se’vecchiu, e senza sinnu,
Mallugratu haï l’anni
In middi pregiudizi, in midd’inganni
Simile a l’umbra vana
Sparisi amori, e briu, cant’aia:
L’alligria mundana.
Fuggi la me’canuta cumpagnia:
E l’amori mi scaccia,
Palch’anda nudu, e timi la mè jaccia.

Vecchiezza è giunta e mi ha sorpreso questa
Quando più giovin mi saria creduto,
Io dormiva, e dal sonno ella mi desta
Gridando: ah! vecchio, ‘l senno hai tu perduto,
Che di tua vita hai mal lograti gli anni
In mille pregiudizi, in mille inganni.
Spari, come sparisce un’ombra vana,
Tutto quel foco, e spirto, e vigoria;
Da me fuggendo ogni allegria mondana
Schiva la mia canuta compagnia,
Ed amor che va nudo ei pur mi scaccia
Temendo il freddo gel delle mie braccia.

Vedete, quanta vera poesia vi sia in questi altri suoi versi “Lu Tempu”:
Palchi no torri, di, tempu passatu?
Palchi no torri, di, tempu paldutu?
Torra alta volta, torra a fatti meu;
Tempu impultantu, tempu prizïosu,
Tempu chi vali tantu quant’è Deu
Par un cor ben fattu e viltuösu.
Troppo a distempu, o tempu caru, arreu
A cunniscitti (oh pesu agunïosu!)
Quantu utilosu mi saresti statu,
Tempu, aënditi a tempu cunnisciutu!
Palchi no torri, di, tempu passatu?
Palchi no torri, di, tempu paldutu?
L’alburi tristu senza fiori e frondi,
Vinutu maggiu, acquista frondi e fiori;
A campu siccu tandu currispondi
Un beddu traciu d’allegri culori.
Supelbu salta d’inverru li spondi
Riu d’istiu poäru d’umori;
E l’anticu vigore rinuatu
Non sarà maï in un omu canutu ?

Perchè non torni, di’, tempo passato?
Perchè non torni, di’, tempo perduto?
Deh ritorna, ritorna a farti mio
Tempo perduto, tempo prezioso
Tempo che vali tanto quanto Dio
Per un core ben fatto e virtuoso!
Deh ritorna a far pago il mio desio!
Ed oh! quanto mi è grave e doloroso.
Il non averti più! Quanto giovato
M’avria l’averti in tempo conosciuto.
Perchè, non torni, di’, tempo passato!
Perchè non torni, di’, tempo perduto!
L’arbor ch’è tristo senza fiori e fronde
Giunto maggio, riacquista e fronde e fiori;
Al biondo prato allora corrisponde
Un bel prospetto d’allegri colori
Nell’inverna stagion varca le sponde
Superbo un fiumicel d’estivi umori,
E l’antico vigore rinnovato
Non vedrassi in un uom veglio canuto.

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