GIOIELLI E UTENSILI INTAGLIATI

Arte rustica sarda

di

Giulio Ulisse Arata

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in

DEDALO

Rassegna d’arte diretta da Ugo Ojetti

Milano – Roma, Casa editrice d’Arte Bestetti – Tuminelli

1921

vol. I – pp. 698 – 722

NOTA DEGLI EDITORI. Le illustrazioni unite a queste brevi note e le altre che accompagneranno gli articoli successivi fanno parte di un volume sull’arte rustica in Sardegna che G. U. Arata e Giuseppe Biasi stanno preparando per i tipi della nostra Casa.

NOTA di Gallura Tour. L’articolo è stato diversamente impaginato per dargli migliore organicità e struttura: per esempio, le immagini sono state disposte più collegate – per quanto possiile – al contenuto del testo, così come la Nota degli editori che nell’originale è alla fine dell’articolo è stata ora inserita all’inizio.

Molte delle immagini pubblicate in questo articolo verranno pubblicate anche nel libro ARTE SARDA pubblicato successivamente, nel 1935, da Treves e firmato dallo stesso Giulio Ulisse Arata con Giuseppe Biasi. (Abbiamo pertanto segnato al termine di ogni didascalia il numero romano della immagine come indicato nel suddetto libro per offrire la possibilità di un utile riscontro).

Gioielli e utensili intagliati - (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - [alcuni sono sparsi in XII e XVIII]

Fino a pochi anni fa, e non soltanto da noi sempre ultimi ad esaltare od a mettere in voga una data moda, l’arte rustica delle masse rurali era tenuta presso che in nessun conto, se pure non completamente ignorata o addirittura dispregiata: oggi invece ne stacchiamo gli esemplari dalle mura delle vecchie case e li accarezziamo con occhio curioso e benevolo, cercando di metterne in evidenza i più reconditi aspetti e di esaltarne le più impercettibili sfumature. Dimostrazione palese che viviamo in un periodo di tentativi e di ricerche ansiose. indizio sicuro che la nostra non è se non un’epoca di preparazione o di decadenza, per dirla con una parola chiara.

Tuttavia se questo nostro amore per le cose umili è opportuno come pensiamo noi e se lo studio di questi inimitabili modelli può fornire, qualche rara volta, spunti a fresche creazioni, non dobbiamo farci soverchie illusioni, né sperare che solo da questo nostro studio e da questa nostra ammirazione possa scaturire quell’arte robusta e vitale che tutti attendiamo.

Lo stile o, meglio, i caratteri peculiari di gran parte della produzione folkloristica sono troppo uguali tra di loro, troppo comuni alle diverse nazioni che la producono e troppo a portata di mano per trasformarsi od assurgere a bellezze nuove attraverso lo spirito dell’artista che la contempla; e, d’altra parte, i più bei motivi caratteristici, millenarii quasi, sono in se troppo completi e troppo circoscritti in formole già definite per poterli trasformare, con nuovi soffi vitali, e fare sì che i segni della loro derivazione scompariscano attraverso la fantasia di un ingegno sia pure personale.

Soltanto certi casolari rustici, considerati nella loro pratica immediatezza e nel loro continuo e multiforme sviluppo, potranno dare spunti a nuove strutture ed essere nello stesso tempo sorgenti di nuove masse architettoniche. Molte costruzioni rurali, per esempio, nella loro agreste bellezza, costruite senza sforzi ed accostate le une alle altre senza regole fisse e senza impacci di tradizioni, ma solo guidate dalle facoltà naturali dell’intuizione, e molte architetture casuali formulate con una valutazione esatta di tutti gli elementi statici, hanno linee così schiette, suggestive, semplici e logiche che, ambientate e messe in rapporto con i bisogni attuali, possono dare risultati ottimi di comodità e di benessere, pur mantenendo vitali quei caratteri etnografici che dell’architettura contraddistinguono l’origine.

Anche la produzione della Sardegna (come quasi tutta l’arte rustica indefinibile che nasce spontanea tra le mura di un paesello inospitale o tra le pareti domestiche di una dimora dove i rudimenti di una coltura ufficiale non sono mai giunti) ha qualcuna di quelle caratteristiche primordiali le quali l’accomunano sotto un dato aspetto, alla maggior parte della produzione folkloristica d’Europa e d’Africa.

Sotto un dato aspetto, diciamo: cioè nell’aspetto caratteristico di quelle facili composizioni rigidamente geometriche per cui un dato oggetto casalingo scolpito od un istrumento da lavoro intagliato, assume uno stile, diremmo quasi internazionale, che lo rende presso che simile a quelli di altri paesi e di altre razze. Ma questi elementi stilistici comuni a popoli geograficamente lontani gli uni dagli altri, e di sviluppo etnico assai diverso, riguardano solo una certa categoria di suppellettile domestica: poiché se noi seguiamo nelle loro limpide sfumature le innumerevoli composizioni sparse in migliaia di ricami dei quali la donna sarda ama adornare sé stessa e la propria dimora, ed osserviamo le vivacità coloristiche, l’attenta esecuzione e le qualità organiche di stile di quei tappeti collocati senza ostentazione sui caratteristici cassoni scolpiti, che sono poi l’unico arredamento della casa, vediamo che l’arte paesana di tutta quanta la Sardegna ha caratteri così spiccatamente regionali che fanno di questa terra uno dei paesi più interessanti d’Europa. E affermando ciò non crediamo di cadere nella comune e facile iperbole, giacché in poche regioni il paesaggio, il costume muliebre, gli usi, la vita vergine e la serenità patriarcale sono così stupendamente suggestivi e varii come in questa meravigliosa isola.

Intagli coll. Gavino Clemente, Sassari) - CXXII
Intagli coll. Gavino Clemente, Sassari) - CXXIII
Intagli utensili (coll. Gavino Clemente, Sassari) - CXXIII

I gioielli, diversi di forme e di stile, costituiscono uno dei principali elementi decorativi del costume sardo; e vengono applicati con tanta copiosità che l’uso diventa spesso un abuso. Non vi è donna dell’Iglesiente, dell’Ogliastra, della Barbagia o del Campidano che non ne indossi una quantità da stupire chiunque siasi trovato in un giorno di festa tra le vie caratteristiche di una piccola città montanara o di una grossa borgata campidanese.

È ancora vivo in noi il ricordo di un grande numero di gioielli visti e fotografati in una casa di un paese della provincia di Cagliari ove ci eravamo recati in cerca di oggetti da ritrarre. Chiesto ad una signora, dall’apparenza modestissima, se avesse gioielli di cui poter ammirare la bellezza (bisognava spiegarci chiaro per vincerne la diffidenza), essa, cortesemente, ci aprì sotto gli occhi un ampio cassetto nel quale l’oro e l’argento quest’ultimo in minor quantità era accatastato alla rinfusa ed in misura veramente sorprendente. Erano i gioielli che, da secoli, le spose della casa si tramandavano di generazione in generazione.

Tutto questo lusso lo si spiega se lo si mette in relazione con lo sfarzo del costume muliebre, così vario nei colori e così multiforme nella fattura: a simili foggie di vestire un uguale ornamentario prezioso.

Alcuni vezzi, e specialmente i bottoni con cui tanto le donne che gli uomini chiudono le aperture dei corsetti e delle maniche, sono comuni a quasi tutti i costumi dell’isola; ma generalmente i gioielli variano da provincia a provincia, da paese a paese. Tali varianti però si aggirano intorno ad arabeschi geometrici con svolazzi aggrovigliati, alcuni semplici, altri complicatissimi.

Qualche pendente di orecchini imita embrionalmente frutti presi a prestito dalla natura e stilizzati. Pochi invece sono gli elementi figurativi, tranne quelli di carattere religioso; i quali poi sono esclusivamente lavorati nell’argento.

Seguire questi piccoli oggetti nella loro evoluzione formale, classificarli nel loro stile e suddividerli in altrettante categorie quante sono le suddivisioni locali, ognuna delle quali porta un classico nome, non è cosa semplice né facile; poiché oggi non esiste in tutta la Sardegna (e ciò è grave), ad eccezione della piccola raccolta del Municipio di Sassari, uno solo di quei musei che altrove hanno raccolte, studiate e selezionate suppellettili di non maggiore importanza e di non maggior valore storico ed etnografico di quanto ne abbiano i gioielli sardi; i quali vanno anch’essi, sia pure lentamente, scomparendo. Non solo, ma essendo facile ai gioielli il cambiare di posto, passare di famiglia in famiglia o emigrare da borgata a borgata, tali frequenti trapassi rendono ancor più intricato il lavoro di selezione, e difficilissimo lo studio analitico delle loro derivazioni. Se poi a queste difficoltà aggiungiamo le numerose riproduzioni fatte su modelli antichi e le storpiature eseguite dai falsi orafi moderni, una particolareggiata ricerca stilistica diventa allora quasi impossibile.

Le poche raccolte private che esistono, se possono essere di una certa utilità pratica e offrire un discreto materiale di studio, sono anch’esse troppo incomplete; ed i gioielli vi sono conservati senza ordine e senza che l’occhio paziente ed esperto dell’amatore appassionato ne abbia catalogate le diverse epoche, studiate le molteplici forme e suddivisi i varii stili. Perciò il rintracciare le sorgenti di ogni singolo elemento di cui sono composti i complicati gioielli di una data località, e seguirli nella loro evoluzione stilistica, non è cosa che si possa fare, almeno per ora, tanto più che anche l’ornamentazione muliebre ha evidenti punti di contatto con tutta l’oreficeria esotica: così che a noi capitava spesso anche in raccolte private di una certa importanza – come in quella Sanjust-Amat di Cagliari – di imbatterci, mentre esaminavamo le diverse collezioni, in gioielli balcanici od africani mescolati con quelli di indubbio carattere locale.

Pendenti in oro - Campidano di Cagliari (coll. Lovisato, Cagliari) - XXII
Diadema e collana in oro (coll. comune di Sassari) - XXIII
Collana in Argento - Nuoro -XXV
Pendente di Rosario (coll. Gavino Clemente di Sassari) - XXVIII
Pendente di Rosario - Crocifisso e collana in argento (collezione Ing. Dionigi Scano) - VIII
Pendente di Rosario - Aritzo (Barbagia) - XXVI
Crocifisso in argento (coll. Lovisato, Cagliari)
Catene di argento della Barbagia - collezione Sanjust-Amat, Cagliari - XIII
Gioielli diversi - Sulcis e Golfo di Orosei (Nota: alcuni sparsi in tav. XXII altri mancanti nella ed. 1935)

L’oreficeria in Sardegna – intendiamo dire l’oreficeria nel senso generico della parola, cioè tutta quanta la produzione antica e moderna, civile e religiosa – ha tradizioni antiche. Anzi si può dire che abbia continuato a mantenersi vitale anche quando le arti maggiori si assopirono col decadere della sovranità intellettuale che la penisola, e specialmente la Toscana, hanno continuamente esercitato sulla vicinissima isola. Ma una tradizione riguarda solo una data oreficeria: quella usata nelle funzioni del culto e che va collegata in parte con le tradizioni italiane ed in parte con i formalismi aragonesi importati durante la lunga dominazione spagnuola.

L’ornamento muliebre propriamente detto ha tradizioni ancora più remote; poiché se alcuni feticci usati contro il malocchio o quei piccoli porta profumi che sono anch’essi dei talismani: se, insomma, tutti quegli oggetti caratteristici che costituiscono l’oreficeria sarda, hanno acquistato un’impronta od uno stile regionale attraverso le loro trasformazioni secolari, tuttavia la loro origine deve certamente essere millenaria. Come certi costumi femminili a linee decorative semplici, ricordano lontanamente alcune fogge del vestire egiziano, così una parte dell’oreficeria dovette ispirarsi a forme puniche di cui le necropoli di Tharros e Sulcis ci hanno tramandato alcuni esemplari interessantissimi.

Altri oggetti decorativi la cui derivazione è anch’essa di data lontanissima, sono quegli stampi adoperati ancora oggi per contrassegnare il pane e le focacce; con questa variante pero: che gli esemplari antichi come si vede in alcuni campioni conservati al Museo di Cagliari hanno un carattere stilistico e grecizzante o di sapore egiziano, mentre quelli moderni hanno forme assai più rozze e più incerte ed hanno anche le scalfitture meno chiaramente incise; ma in complesso sono più varii ed assomigliano nella loro fattura a quegli intagli barbarici, anteriori al mille, che si incontrano in molte parti d’Europa.

Uno degli oggetti più comuni che le donne, nei giorni di gala, appendono alla catena che cinge il busto, sono certi piccoli necessaires, quasi sempre di metallo bianco chiamati, in alcune parti della Sardegna, spuligadentes. Ve ne sono di quelli complicatissimi. Quasi tutti però sono decorati con piccoli trafori baroccheggianti i cui svolazzi sono tormentati da piccoli graffii e da incisioni dal tocco incerto. Può darsi siano di origine antica; ma, con tutta probabilità, quelli che vediamo attualmente devono essere di importazione spagnuola.

Di solito l’ornamento muliebre, che vi è dato di incontrare oggi, non è mai di fattura molta antica. Man mano che il costume è andato rimodernandosi e semplificandosi, anche i gioielli hanno subito eguale sorte: dimodoché pochi sono gli esemplari di vecchia data. Ne esiste qualcuno conservato nella collezione del Municipio di Sassari; altri ancora sono gelosamente custoditi dalle vecchie famiglie patrizie; ma tali collezioni, in complesso, raccolgono ben poca cosa rispetto al quantitativo dell’oreficeria comune sparso nell’isola.

Gli antichi gioielli si distinguono sopratutto dalla sobrietà di linee, sempre composte in una forma geometrica, e dalla bellezza degli smalti incastonati nell’oro, bassissimo di tono.

Se la tradizione del culto sepolcrale fenicio e punico si fosse conservata nello spirito della gente sarda via via che i secoli si susseguivano, e se le tombe medioevali avessero dato, come le antiche, quell’ampia messe di gioielli e di amuleti che oggi sono conservati nei musei, potremmo seguire lo sviluppo stilistico di così preziosa suppellettile e rintracciarne con sicurezza di analisi l’origine e le derivazioni. Ma l’isola, vissuta povera attraverso continue difficoltà derivate dalle lotte intestine e da quelle di conquista, non pensava certamente a seppellire oggetti di valore nelle tombe, accanto ai propri defunti. D’altra parte coll’avvento del cristianesimo anche l’oreficeria, come tutta l’arte, simbolica e non simbolica. doveva subire trasformazioni radicali.

Gli idoli pagani cedettero a poco a poco il posto ai santi della religione cristiana, ed i rosarii sardi, così caratteristici ed unici, dove la filigrana d’argento si contorce tracciando interminabili spirali, di sapore medioevale e barbarico, presero più tardi, attraverso la nuova fede, enorme sviluppo, pur svolgendo le loro forme su di un costante ritmo. I crocifissi, accompagnati da altri emblemi chiuderanno la teoria dei paternostri, bandendo per sempre le divinità astruse della vecchia mitologia.

Il Sardus Pater così vivo nell’immaginazione degli antichi e fieri isolani, fu a poco a poco sostituito con la croce; e gli angioli ed i santi presero il posto di quelle figurazioni contorte e grottesche del vecchio Dio oramai tramontato.

Spuligadentes barbaricini e orecchini campidanesi - (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - (solo la striscia in basso in XV)
Spuligadentes e piccole medaglie (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - (diversamente composte in XVII)
Portaprofumi e amuleti della Barbagia (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - XXXIII
Amuleti e bottoni della Barbagia (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - XVI e XXXIII
Gioielli e utensili intagliati - (collezione Sanjust-Amat, Cagliari) - [alcuni sono sparsi in XII e XVIII]

Le piccole scolture, i bassorilievi ed i tenui intagli[1] che decorano migliaia di utensili da caccia e da lavoro, rappresentano un’altro dei caratteri folkloristici di questo popolo contemplativo e vigile; e l’enorme quantitativo, oltre che attirare l’attenzione, fornisce ampio materiale di studio.

Qui non riscontriamo più quel carattere internazionale delle facili decorazioni geometriche di cui è ricca la suppellettile rurale che vediamo in Ungheria come nell’Abruzzo, in Sicilia come in Serbia, in Calabria e nella stessa Sardegna; ma specifiche differenze di stile distinguono la produzione isolana da tutta l’altra. Alcuni oggetti sardi anzi, ove i motivi architettonici si accoppiano ad arabeschi intrecciati con animali, arrivano persino ad assumere il valore di vere opere d’arte.

La sorgente vera di molti degli elementi decorativi modellati o scolpiti nell’avorio o incisi nella dura scorza del corno bovino, è indubbiamente il medioevo: un medioevo sereno e d’immaginazione viva, metà pagano e metà cristiano, con quel tanto di ingenuo naturalismo indispensabile ad armonizzare o ad alternare i vari motivi suggeriti dall’istinto. Uccelli, mostri alati, cavalli, fiori, serpenti, daini, prelati mitrati. figure ieratiche di santi: qualunque elemento è utile al sardo per dar sfogo alla propria inventiva. E quando l’artefice stacca lo sguardo dalle cose naturali che gli stanno d’intorno e pensa alla casa, allora entra in scena l’ambiente domestico. I mostri e gli animali cedono il posto ad una specie di pater-familias in atto di proteggere la donna ed il focolare.

Molto spesso però le composizioni derivano da elementi decorativi presi da istrumenti che l’isolano ama tenere in casa come trofei: il fucile ed altre armi da fuoco. Ed in Sardegna armi moresche, importate durante le diverse dominazioni, se ne incontrano in non piccola quantità: alcune delle quali sono dei veri capolavori di cesellatura eseguiti e sbalzati con raffinato gusto d’arte. Certi corni di bue, per esempio, mozzati nelle loro estremità e ridotti a recipienti per polvere da caccia, imitano precisamente la decorazione del calcio di quegli antichi fucili di cui parliamo e che in Sardegna sono così comuni. Altri invece sono lavori ove non è in moto che la pura fantasia personale dell’artigiano e dove l’abilità tecnica, la sapiente modellatura e la accurata maestria nell’intrecciare i meandri decorativi, assumono l’aspetto di cose geniali ed originalissime. Il bicchiere di osso che qui riproduciamo è un esemplare non comune di vera sapienza e di squisito gusto decorativo.

Ma ciò che dà lo spunto a molte di queste rozze composizioni, fonte inesauribile di motivi ai quali l’artefice rivolge spesso l’attenzione, sono le figure riassuntive dei bassorilievi medioevali sparsi nei monumenti dell’isola. La fiaschetta porta-polvere decorata con diverse figurazioni dal tocco incerto, e la tabacchiera in avorio recante la firma dell’autore riprodotte entrambe ad illustrazione di questi brevi appunti sono esemplari i quali anche se non rispecchiano una grande maestria di tecnica e di disegno pure denotano, nel loro ideatore, uno spirito d’osservazione di primissimo ordine. Insomma: alcune sono creazioni individuali di mentalità rozze ma profondamente intuitive: altre sono l’espressione di un paziente lavoro che ha saputo dar vita ai più umili arnesi; in molti è l’ingegno che, nell’ambito di un brevissimo spazio, ha sa puto trovare spunti decorativi di autentica genialità.

Arte nel senso comune o moderno della parola? Forse no. Sforzi di cervelli disorientati? Nemmeno; poiché nel loro complesso, tutti questi umili oggetti apparentemente inutili, rappresentano troppe cose ed il loro significato etnico e storico va più in là dell’affrettata valutazione. Qui lo sforzo è pari al formalismo ascetico di cui sono pieni, qui la fede vi è concretata con piccole immagini significative, qui il benessere e la tranquillità domestica vi sono illustrati con tenui figurazioni di un rilievo quasi smunto come smunto è lo svolgersi della vita isolana. Ne coltura, né letteratura, né falsi indirizzi stilistici e nemmeno temi filosofici incomprensibili od impenetrabili: ma un linguaggio semplice ed espressivo, ma un compendio della vita serena ed austera, ma un modo elevato di educare il proprio spirito.

[1] Una delle più interessanti raccolte di utensili in tagliati e di stampi per contrassegnare il pane, è quella messa insieme da uno dei più appassionati cultori dell’arte rustica locale: il cav, Gavino Clemente di Sassari.

Corno porta-polvere da caccia - Golfo di Orosei (coll. Lovisato, Cagliari) - CXII
Tabacchiera in avorio con raffigurazione di santo - (proprietà Manna, Nuoro) - CXX
Fiaschette porta-polvere (coll. Gavino Clemente, Sassari) - (nel libro senza tav. ma nella pag. titolo Capitolo quinto)
Saliera intagliata - Barbagia - CXXXVIII ma senza indicazione del luogo
Stampi per pane (coll. Gavino Clemente, Sassari) - diversamente assemblati in CXXVI, CXXVII, CXXVIII, CXXIX (2)
Stampi per pane (coll. Gavino Clemente, Sassari) - diversamente assemblati in CXXVI, CXXVII, CXXVIII, CXXIX

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