IL MUTO DI GALLURA
di Enrico Costa
1. ed. Milano, Alfredo Brigola e C., 1885
2. ed. Tempio Pausania, Tipografia Editrice Giacomo Tortu, 1912
IL MUTO DI GALLURA
a cura di Guido Rombi
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• Il Muto di Gallura: un romanzo storico, non un racconto storico
• La seconda edizione della Editrice Tipografia Giacomo Tortu di Tempio Pausania. Arriva il successo
• Grazia Deledda e Il Muto di Gallura
Recensione di Domenico Vittorini
Mariangiola. Poema pastorale in tre atti, di Umberto Liberatore
Altre opere letterarie ispirate al Muto di Gallura
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resentazione di Guido Rombi
Il Muto di Gallura: un romanzo storico, non un racconto storico
Con questo libro, pubblicato nel 1885 dall’editore Brigola di Milano, che aveva in catalogo anche Salvatore Farina, forse lo scrittore sardo più famoso e letto prima dell’avvento di Grazia Deledda, il sassarese Enrico Costa (1841-1909), figura eclettica di studioso e intellettuale, fece il suo vero e fragoroso debutto nel genere del romanzo storico italiano. Il libro raccoglieva ben 51 pezzi pubblicati a puntate nel giornale «La Sardegna», Sassari, 24 aprile – 22 giugno 1884. (Una notizia di grande interesse questa, poco conosciuta e mai ripresa: cfr. Manlio Brigaglia – Simonetta Castia, Enrico Costa. Lo scrittore e la sua città, Mediando 2009).
Sebbene egli lo avesse licenziato alle stampe definendolo «racconto storico», come nel “cappello” apposto con evidenza in copertina, quasi ad avvertire fin dal suo primo impatto i lettori che non si trattava di un romanzo, e comunque a mettere l’accento che si trattava di una storia vera, occorre scrivere chiaro fin dall’inizio che il libro è un romanzo storico. Benché la storia (fatti e personaggi) sia vera, al netto di molte imprecisioni e/o distorsioni volute o figlie del tempo, due sono gli elementi salienti che però lo qualificano anche storicamente un romanzo: la figura del protagonista, il muto di Gallura, e la “location” in cui accaddero i fatti, Aggius e i suoi monti.
Sono questi i capisaldi del libro che, una volta giunti al termine, restano al lettore impressi alla mente, tanto più a distanza di tempo. Ma sono proprio quelli sui quali si è focalizzata l’abilità dell’autore per trasformare una storia vera in un romanzo storico.
Il Muto di Gallura nel libro. Il protagonista intorno al quale tutto ruota è il sordomuto Sebastiano Tansu, noto Bastiano: coinvolto nella faida familiare, diventa, soprattutto dopo l’uccisione dell’amato fratello Michele, bandito spietato dalla mira infallibile, terrore di tutti gli stazzi e cussorge del territorio (famigerato bandito … detto per antonomasia il terribile dirà singolarmente molti anni dopo un giudice) protagonista allo stesso tempo di un idillio amoroso con la pastorella Gavina, corrisposto da lei ma avversato e poi fatto naufragare dai genitori, un dispetto doloroso che il muto vendicherà uccidendo il padre.
Il Muto di Gallura nella storia. Nella realtà, invece, fra tutti i protagonisti della faida che contrappose le famiglie Vasa e Mamia, egli fu certamente uno dei comprimari. Gravato da un handicap come quello di cui soffriva dalla nascita, non poteva essere diversamente. Era sordo e muto, e sebbene ciò non significhi che non avesse intelligenza e sentimenti, si può ben presuporre che non fosse per lui facile essere messo al corrente dai familiari di sospetti e trame; insomma, non poteva certo essere un riferimento del suo clan parentale per le vendette da esplicare. Infatti un solo omicidio è certamente a lui imputabile fra i tanti commessi nella disputa sanguinaria. I fascicoli giudiziari che lo riguardano – dice Piero Suelzu appassionato cultore di Trinità d’Agultu, curatore di una recente ristampa critica (si veda QUI) – parlano di imputazioni per “omicidio mancato”, tranne un caso, ma quella volta la vittima fu colpita a bruciapelo. L’infallibilità del Muto cecchino provetto è una leggenda.
Possibile che uno storico come Enrico Costa, avezzo ad archivi e riscontri documentali (fu anche direttore dell’Archivio comunale di Sassari), a ragionare in termini critici, non si fosse fatto una simile e semplice riflessione e abbia inconsapevolmente consacrato un giovane sordo e muto a bandito più temuto della Gallura di quegli anni della faida Mamia-Vasa? No, non è assolutamente verosimile. L’abilità di Costa, storico e romanziere insieme, è stata proprio nell’aver fatto diventare personaggio centrale il più fragile, il più debole, e anche improbabile fra tutti, appunto il giovane sordomuto coinvolto suo malgrado nella faida, trasformandolo in un bandito terrore di tutta la Gallura ma anche affascinante proprio in ragione del suo handicap, quindi il più capace di incuriosire i lettori finanche portandoli a provare umana pietà se non simpatia per lui (quanti libri e quanti grandi film poggiano sull’artificio di suscitare attrazione e quasi empatia verso il “reietto” dal passato difficile?). Il successo del libro nel tempo poggia proprio sul Muto protagonista assoluto del libro.
Storico e archivista, pubblicista e finanche fondatore di giornali, Enrico Costa sapeva già quasi tutto della faida Mamia – Vasa. La notiza delle Paci stipulate a Tempio il 29 maggio 1856 fece il giro del mondo. Se ne occuparono giornali italiani, tedeschi, spagnoli e americani! Ed eco ebbe anche la notizia dell’arresto di Pietro Vasa, nel 1859. (Si veda Qui). Ad Aggius egli giunse nel 1883 non tanto per fare un’inchiesta ex novo, ma per raccogliere informazioni di contorno e di dettaglio al progetto di romanzo che aveva su quella faida. E’ probabilmente in questa occasione che qualcuno gli raccontò del coinvoglimento nelle vendette finanche di un giovane sordomuto, fornendogli l’idea chiave su cui fondare il libro un po’ romanzo e un po’ racconto storico.
Qualcuno dirà che però Costa riporta a conferma del ruolo e immagine del muto la testimonianza («scritta», dice) del giudice Celestino Concas, in servizio nel tribunale di Tempio per il distretto di Aggius nel 1856-57: «”Bastiano Tansu aveva una figura simpatica”. Ecco il giudizio pronunciato dal giudice di Aggius, quando fu inviato in missione per trattare le paci con Pietro Vasa. Egli mi scrive: «Il famigerato bandito sordo-muto Sebastiano Razzu Addis Tansu, detto per antonomasia il terribile, era un bell’uomo che a prima vista affascinava: i suoi occhi esprimevano un’eletta intelligenza, da non resistere a lungo se si fissava: ed io, che prima non lo conosceva, devo confessare che mi sentii attratto verso di lui da un irresistibile sentimento di simpatia, quantunque lo sapessi macchiato di sangue umano e non nego che mi spiacque la sua sordaggine e il suo mutismo, perché non mi permettevano di appiccar discorso con lui».
Singolare testimonianza: stride talmente con i veri fatti e col raziocinio che viene da pensarla con un po’ di malizia come una benevola concessione, un favore fatto dal giudice a Costa per confermare l’immagine e la trama che non è improbabile sapesse già iscritta nel romanzo. Le cronache del tempo dicono d’altronde che quella immagine apparteneva a Pietro Vasa (la sua cattura finì sui giornali): era lui il bandito «famigerato […] che per lungo tempo aveva seminato il terrore nei dintorni di Tempio»; il «terribile bandito» con «sessanta assassinii» sulle spalle. Si faccia attenzione: «famigerato» e «terribile» sono gli stessi aggettivi poi traslati dal giudice sul bel giovane sordomuto. Povero Bastiano Tansu: da allora molti lo hanno creduto davvero uno spietato pluriomicida, e forse a non pochi in loco può essere anche tornato comodo: un facile «capro espiatorio» cui addossare tutti i misfatti e annacquare i propri (un sospetto che si pose anche Franco Fresi, nel suo ritratto della figura del bandito in Banditi di Sardegna, Newton Compton, 1998). Invece, già ai tempi della stesura del romanzo (circa venticinque anni dopo) – scrive l’Autore – tanto Antonio Mamia quanto Pietro Vasa erano già ritenuti «due uomini rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi».
il paese di Aggius nel libro. Nel libro Aggius è il luogo centrale di ambientazione del romanzo storico. Inevitabile ricordare nel tempo solo Aggius, visto che dei paragrafi specifici sono dedicati specificamente al grazioso paese e ai suoi meravigliosi monti, e visto che qui si svolgono per davvero certi episodi cruciali a cui l’autore dedica più pagine che ad altri. Ad Aggius, prima solo per certi periodi e poi definitivamente, vive la famiglia Mamia: qui avviene la lite tra Pietro Vasa e Antonio Mamia che causa la rottura del fidanzamento del primo con Mariangela, figlia di Antonio; ad Aggius si svolge la tragica scena del pianto di morte di una madre per l’uccisione del giovane figlio (Michele Mamia, fratello di Mariangela), mentre il padre già pensa a chi dovrà pagare quel dolore; qui è rimasta a vivere Mariangela, ed è qui che l’autore Enrico Costa si reca per saperne di più di quella storia accaduta trent’anni prima (che qualcuno gli dovette aver narrato per sommi capi e che lui subito immaginò interessante per scriverci il suo primo libro un po’ romanzo e un po’ racconto storico).
Il paese di Aggius nella storia della faida. Eppure se si va a scandagliare la vicenda storica, i tanti omicidi, i personaggi coinvolti e i luoghi dove avvennero, si capirà che non è affatto Aggius il paese centrale dei fatti, bensì vari punti geografici di quel suo vasto territorio, con epicentro la frazione di Trinità d’Agultu, compreso tra Viddalba, Valledoria, Badesi, Costa Paradiso e Vignola, fatto di stazzi perlopiù arroccati su boscose colline. Oggi invece diremmo che la gran parte dei personaggi – su tutti il Muto – fossero di Trinità d’Agultu e non di Aggius: sebbene in base all’atto di battesimo Bastiano Tansu ad Aggius vi possa essere nato (molte partorienti si recavano dai lontani stazzi ad Aggius per partorire, ma fu battezzato a Tempio) è assodato che era nato e cresciuto e perlopiù viveva negli stazzi intorno a Trinità, non ad Aggius dove era praticamente sconosciuto (fonte: studi di Piero Suelzu). Aggius, ai tempi del Muto, era però il comune amministrativo di un vasto territorio, qui erano i libri di stato civile (nascita, matrimonio e morte), qui venivano prese le decisioni amministrative, e per semplicità tutti gli abitanti del suo vasto territorio comunale venivano chiamati “aggesi”. Ovviamente Enrico Costa ben sapeva, ma il romanzo storico aveva bisogno di una scenografia forte, che rimanesse facilmente impressa alla mente: e il paese di Aggius con quei fantastici monti era il tópos perfetto.
Così come non è Bortigiadas il paese di Francesca Pes (Gavina nel libro), la ragazza dell’inventato sogno d’amore del Muto: lo stazzo e il territorio dell’Avru dove si svolge la vicenda era sì, ai tempi, nel comune di Bortigiadas, ma è vicino a Viddalba.
Laddove poi nulla c’entri l’interscambio “ingannevole” storia – romanzo / romanzo – storia, ecco che a generare notizie false ci si è messa la vulgata letteraria e giornalistica contemporanea, amplificata dal copia e incolla acritico di questi anni dove quel che conta è sfornare notizie per avere visualizzazioni. Così, in decine e decine di articoli rimbalza la notizia che la faida di Aggius avrebbe fatto oltre 70 morti. E’ un grande equivoco nato da una non ponderata lettura critica della nota apposta da Costa nella parte seconda, paragrafo VIII, La posta del cinghiale: «Mi risulta da relazioni ufficiali, che gli omicidi commessi nelle inimicizie dei Vasa e dei Mamia ascesero alla rilevante cifra di 74, tra i consumati e i mancati. E si noti che i mancati furono pochissimi, poiché l’aggese (come suol dirsi) sa mettere la palla dove mette l’occhio». Si faccia attenzione! Costa scrive di omicidi «consumati» e omicidi «mancati», dove la parola omicidi sarebbe quindi meglio da intendersi come «attentati», e in termini giuridici «reati» o «delitti», perché si sa che la definizione “omicidio mancato” (seppure ancora oggi in uso) è un ossimoro, un non senso. Forse può aver traviato i primi lettori disattenti che misero in giro la notizia il successivo soggettivo e opinabile commento dell’Autore: «E si noti che i mancati furono pochissimi, poiché l’aggese (come suol dirsi) sa mettere la palla dove mette l’occhio». (Ma la cifra di settanta morti aveva vecchia radice: negli articoli sulle Paci – anche se frutto di un copia e incolla da una rivista all’altra – è quella più riportata; in qualche caso si dice però anche di sessanta: si veda il paragrafo “Le paci a Tempio nelle riviste italiane e straniere“).
Sta di fatto che da recenti ricerche dì archivio (di Piero Suelzu, di Trinità d’Agultu sopra cit.) è confermato che si tratti di una grande esagerazione: i morti furono infatti sicuramente meno della metà, e non tutti riconducibili alla faida.
Il libro, insomma, non è affatto un «racconto storico», tanto meno è storia! (Curiosamente oggi molto più di ieri, la contaminazione storia – arte letteraria ha determinato il propalarsi di una distorta percezione storica delle vicende narrate). Non sappiamo quanto l’autore Enrico Costa fosse consapevole delle imprecisioni e inesattezze che diffuse nel libro: la sua “inchiesta” fu condotta ad Aggius nel 1883, circa venticinque anni dopo la cessazione definitiva delle ostilità tra le famiglie, e a distanza di ben trentatré anni dall’inizio della faida (1850).
E troppa “timidezza” si coglie anche nelle prefazioni di due studiosi come Giuseppe Marci (ristampa Ilisso 1998) e Manlio Brigaglia (ristampa La Nuova Sardegna 2003) i quali – pur avvisando il lettore che la pretesa tutta storica quale nella dedica a Riccio vada in realtà smussata, essendo evidente anche la “vena narrativa soggettiva” dell’autore –, tutto sommato accreditano troppo lo scenario storico riportato da Costa. Soprattutto Marci lo fa. E io non posso fare a meno di confutare le sue osservazioni (le propongo in carattere rosso).
Infine, sul Muto si è cimentato anche Franco Fresi con una ricostruzione frutto anche di una ricerca sul campo per il suo Banditi di Sardegna cit. (poi confluita con piccolissime differenze anche in Lu contu di lu mutu di Gaddhura di Gianfranco Serra, Phileas 2004): una ricostruzione che a mio parere indulge anche essa troppo alla “pretesa” di ottenere una immagine storica di Bastiano fondandola su interviste e dichiarazioni di discendenti ormai troppo tardive e prive di riscontro storico.
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Il Muto di Gallura (1885) nella letteratura e cultura italiana e sarda di fine Ottocento e primo Novecento
E’ anche interessante riflettere sul fatto che alle “verità” di Costa nessuno in passato abbia mosso rilievi e obiezioni. Al momento non si è a conoscenza di un solo articolo, un solo breve commento storico (ma ora mi chiedo se sia mai stato fatto uno spoglio mirato dei “fogli” sardi per la prima edizione 1885, e almeno dell’«Unione Sarda» e «La Nuova Sardegna» per la seconda edizione della Tipografia Tortu del 1912).
Quel che però è certo è che il libro – pubblicato nel 1885 da Alfredo Brigola, un buon editore di Milano che aveva in catalogo anche Salvatore Farina –, ebbe pochissima notorietà e diffusione. Le poche copie vendute in Sardegna furono appannaggio solo di certe famiglie istruite e dei circoli culturali. Negli anni Ottanta dell’800 e nel primo ‘900 il livello di analfabetismo in Sardegna (ma non solo) era altissimo. (Sono felice di svelare – è un altro scoop entro questo Progetto speciale per Gallura Tour – la copertina e altre pagine essenziali della prima edizione!). L’editore negli apparati bibliografici lo inseriva alla voce «Romanzi e opere di letteratura amena». La ricerca nel web delle menzioni su libri e riviste lo indica presente solo in qualche nota di articoli sulle tradizioni popolari e nelle rubriche bibliografiche di tali riviste. Ma in questa manciata di citazioni ce ne sono due di grande rilievo: di Andrea Pirodda (per coincidenza uno dei primi e insuperati intellettuali di Aggius), nell’articolo Gli sponsali ad Aggius per la «Rivista delle tradizioni popolari» 1893-94, diretta da Angelo De Gubernatis («Chi vuole avera più vasta e circostanziata descrizione dell’antico abbraccio, legga le pagine 30-33 del Muto di Gallura di ENRICO COSTA, valente romanziere sardo sardo e e socio-consigliere della nostra Societa folk-loristica», articolo che poi Pirodda pubblicò nel libro Bozzetti e sfumature, si veda QUI sui Gallura Tour), e di Grazia Deledda in Leggende sarde su «Natura ed Arte», 15 aprile 1894 (considerando le date, viene da pensare che è di quegli anni il suo ormai “famoso” legame amoroso con Pirodda). Della grande scrittrice sarda diremo a parte sotto, perché fu l’unica eccezione e alla stesso tempo mirabile “testimonial” del Muto di Gallura. Tra gli autori di tradizioni popolari, spicca invece la mancanza di una qualsivoglia citazione da parte di Francesco De Rosa in Tradizioni popolari della Gallura, 1899 (eppure il maestro olbiese era uno dei collaboratori della sopraddetta famosa rivista che un po’ si fece sponsor del libro).
Successivamente dedicherà alla vicenda in sé una qualche attenzione Attilio Niceforo nel famoso La Delinquenza in Sardegna, 1897 dedicando un brano alla faida Vasa-Mamia e specificamente a Mariangela (pp. 13-14): «La forma tipica della delinquenza gallurese è l’omicidio per vendetta. Quei pastori hanno l’animo fiero come gli acuti picchi dei loro monti, la fibra tenace come il granito che a massi, a rocce, a montagne, popola il loro paese; il minimo insulto richiede, come espiazione, il colpo di fucile. Il Gallo di Gallura, menzionato da Dante, si muta in aquila rapace, pronta ad affondare l’artiglio nelle carni di chi l’ha offeso. Ad Agius, paesello annidato sul monte, c’è ancora una povera vecchia, superstite di una guerra mortale che due famiglie s’erano dichiarata e che rimane unica sopravvissuta ad attestare il sanguinoso epilogo della strage reciproca delle due famiglie. La vecchia è la fanciulla chiesta in isposa, e poi abbandonata, cinquant’anni fa; è la causa della guerra e dello spargimento del sangue. In tutta la Gallura si fa così: chi non mantiene la parola, è condannato a morte; e quando, anche in tempi in cui l’offesa può sembrare dimenticata, il disgraziato passa per un viottolo abbandonato tra i campi, l’infallibile tiro di fucile del pastore che non si è dimenticato di nulla, lo colpisce e lo getta a terra, ucciso». Il libro non è citato, e non lo è nemmeno dopo quando, a p. 100 cita “il muto di gallura (tutto in minuscolo e in corsivo) senza indicare che si trattava di un libro (forse dandolo per scontato?).
E risalto alla faida “aggese” dà lo studioso e medico tempiese Silla Lissia nel suo La Gallura. Studi storico-sociali, 1903. Nel paragrafo intitolato La delinquenza – forse la più bella e completa analisi sociologica e storica dei tanti reati e ancora troppi omicidi di quegli anni che sia stata scritta -, la faida “aggese” è usata come paradigma della mentalità gallurese ancora non del tutto scomparsa, e viene riportata (pp. 277-279, QUI su Gallura Tour) proprio traendo i fatti tutti dal libro di Costa, anche nominando Sebastiano Tansu definito (chiaro rimando al libro) «una belva in sembianze umane». Ma curiosamente, come Niceforo, anche Lissia non cita il libro.
Pagine queste di Silla Lissia che rimbalzano nel saggio Die sardische Volksdichtung del grande linguista tedesco Max Leopold Wagner (che quindi cita lo studioso tempiese e non lo scrittore sassarese e il suo libro: si tratta comunque di una “scoperta” interessante, sia per il Muto di Gallura e sia per lo stesso libro di Lissia fino ad oggi mai segnalata e sconosciuta anche al sottoscritto che nel 2003 favorì la ristampa de libro per le edizioni di Carlo Delfino.
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1912 – La seconda edizione della Editrice Tipografia Tortu di Tempio Pausania
Arriva il successo
La notorietà il libro la dovette alla riedizione voluta dalla Editrice Tipografia Giacomo Tortu di Tempio nel 1912, quindi a ventotto anni di distanza dalla prima, e a sessantadue dall’inizio della faida (1850). Lo attestano le diverse copertine e quindi le diverse ristampe effettuate dalla editrice tempiese da allora in poi, di cui – anche in questo caso per la prima volta! – ne riportiamo un discreto numero. (Sappiamo da quanto scrive Vittorini che nel 1938-39 si era alla terza edizione perché tutte esaurite, quindi una ogni otto anni, e molte altre della Tortu ne seguiranno). Nel 1939, stando a quanto scrive il figlio Guido Costa al professore Domenico Vittorini non vi era stazzo dove non si fosse una copia del libro (si veda sotto la recensione).
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Grazia Deledda e Il Muto di Gallura
Abbiamo accennato sopra a Grazia Deledda e Il Muto di Gallura, è il caso di tornarci ora in modo esteso, poiché – a fronte delle poche menzioni e recensioni ricevute –, il libro ebbe proprio in Grazia Deledda uno sponsor di eccezione, e fu l’unico.
La giovane scrittrice, che al momento dell’uscita del libro viveva ancora a Nuoro, fu fra quelle poche persone che ebbe in mano il libro (non sappiamo esattamente quando). E fu amore a prima vista. A Costa dedicò il suo racconto “Vendette d’amore”, del 1891. (Cfr. Yolanda Eleanor Di Silvestro, La vita e i romanzi di Grazia Deledda. A dissertation in Italian. University of Pennsylvania, Philadelphia, 1945, pp. 35-38).
Scrive Rocco Mario Morano, Grazia Deledda, il varco, i personaggi in fuga per il vasto mondo, il sogno e la commedia della vita, Rubbettino, 2024 (pp. 180-181): «Il finale di Sangue sardo presenta addirittura dei calchi dal Muto di Gallura (1885), un romanzo dello scrittore sardo Enrico Costa, sul quale, nella lettera del 14 ottobre 1893 indirizzata ad Angelo De Gubernatis, la Deledda scrive: “[…] Enrico Costa, di cui io sono una specie di discepola, ha scritto tanti, tanti romanzi sardi, caldi di amor patrio, pieni d’entusiasmo o di tristezza per le bellezze e per le miserie dell’isola. A misura che questi romanzi uscivano un fremito percorreva tutta la Sardegna. Le fanciulle piangevano su quelle pagine, i giovani rabbrividivano di terrore e di angoscia. Impossibile descrivere il fermento spirituale destato dal Muto di Gallura che è un romanzo storico svolgentesi in questo stesso secolo ad Aggius, il piccolo villaggio di Andrea Pirodda, e dalla Bella di Cabras, romanzo sociale. Ebbene, cosa hanno essi prodotto? Nulla, nulla, nulla. Cessata l’impressione, cessato l’incanto, e la memoria dei romanzi e dei sogni di Enrico Costa impallidisce giorno per giorno […]”». (Un passo, questo, anche opportunamente segnalato da Carlo Mulas nella sua introduzione alla ristampa del libro a sua cura, ed. Indibooks 2013).
Grazia Deledda usò infatti ampiamente il libro nel paragrafo tutto dedicato ad Aggius (pochissimo conosciuto e citato) Leggende di Aggius (la trama ne è quasi una reinvenzione), in Leggende sarde pubblicate su «Natura ed Arte», 15 aprile 1894 (e qui, considerando anche le date, viene da pensare che è di quegli anni il suo legame amoroso con l’aggese Pirodda), quindi gli dedicò una bella citazione nel libro Nel Deserto del 1911: «Nelle ore del meriggio Lia guardava la landa e il mare dalla finestruola della sua camera come dalla feritoia di un castello medioevale e spiava il passaggio di qualche veliero o di qualche paranza sulla linea scintillante dell’orizzonte, o la nuvola di polvere argentea che indicava giù nello stradale lungo la costa l’arrivo della diligenza: e nelle ore sonnolenti del pomeriggio leggeva il Muto di Gallura e altri romanzi sardi …».
Quindi ribadì pubblicamente il suo debito verso lo storico e scrittore sassarese in una intervista con Stanis Manca cit. da Stanis Ruinas, La Sardegna e i suoi scrittori, 1927, p. 54: «Fra i libri che maggiormente influirono sulla mia anima di bambina precoce vanno annoverati i romanzi dello scrittore e storico Enrico Costa e sopratutto Il muto di Gallura e La bella di Cabras».
Ma soprattutto Grazia Deledda dedicò le sue parole più belle al libro di Costa nell’articolo Sardegna mia, pubblicato in «L’Illustrazione del Medico, rassegna mensile di arte, lettere e medicina» (gennaio 1936): un prezioso articolo della grande scrittrice, pur esso ancora poco o nulla conosciuto, forse il suo ultimo prima della morte, in cui scrive che il Muto di Gallura fu uno dei libri che più influì sulla sua formazione letteraria. (Gallura Tour lo pubblica a parte, in bella veste digitale, ed è la prima volta assoluta, QUI).
Ed è a questo secondo articolo che si lega l’unica vera recensione de Il Muto di Gallura. Datata al dicembre 1939, fu scritta da Domenico Vittorini (docente presso diverse università americane, in particolare di quella della Pennsylvania), col titolo – però alquanto ingannevole – Grazia Deledda ed i suoi primi contatti letterari pubblicato sulla rivista «Italica» (Vol. 16, No. 4 – Dec., 1939, pp. 123-127). In questo articolo, probabilmente stimolato da Guido Costa (erano trascorsi ventisei anni dalla seconda edizione e cinquantatré dalla prima) e costruito sulla scorta della corrispondenza con lui, Vittorini svela anche particolari inediti e interessanti de Il Muto di Gallura, per esempio che non vi era stazzo dove non si trovasse una copia del libro. Un “quasi inedito” (ce n’è traccia nell web solo in alcune tesi di laurea consultabili) di straordinario interesse, che Gallura Tour pubblica di seguito per la prima volta, traendolo dal prezioso sito internet di cultura Jstor.
Sì, il Muto di Gallura di Enrico Costa ebbe uno sponsor di eccezione in Grazia Deledda, e fu l’unico. Ma un unicum che vale per mille.
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GRAZIA DELEDDA ED I SUOI PRIMI CONTATTI LETTERARI
[recensione di Il MUTO DI GALLURA]
di Domenico Vittorini
University of Pennsylvania, 1939
«Italica» (Vol. 16, No. 4 (Dec., 1939), pp. 123-127
Ho avuto la buona fortuna di corrispondere con Guido Costa, di Cagliari, intimo amico di Grazia Deledda e figliuolo di Enrico Costa, il romanziere sardo il cui influsso Deledda subì nella sua prima giovinezza. Il Professor Costa nelle sue lettere rivela per la scrittrice sarda quell’ammirazione ardente e fatta di intelligenza che i Sardi sentono per chi ha tanto onorato la loro isola. Scrive al proposito: «Grazia Deledda mi onorava della del suo affetto ed io rimasi profondamente addolorato per la sua scomparsa e per tutti i dolori che la sua squisita anima d’artista e di madre dovette soffrire.»
Le lettere del Professor Costa gettano sulla vita intima della scrittrice sarda una luce che illumina senza essere indiscreta perche accompagnata da un sincero e profondo affetto. Una di queste lettere, con data del 13 aprile 1938, rivelandoci le circostanze dolorose che rattristarono gli ultimi anni della Deledda, distrugge la freddezza e l’impersonalità con cui la notizia della morte di lei, avvenuta il 15 agosto del 1936, giunse a quanti ammiravano la sua arte. Scrive il Professor Costa: “La grande scrittrice sarda è morta di un cancro al seno, malattia ch’ella nascose a tutti, anche ai suoi figli.” Questo tragico fatto spiega il suo ultimo romanzo La chiesa della solitudine, dove la Deledda ci presenta il dramma di Maria Concezione, bella e solitaria creatura che rinunzia all’amore di Aroldo perche malata appunto di cancro al seno. Questa non e più arte; e vita dolorosamente e tragicamente vissuta.
Ma forse il dolore più acuto che tormentò il cuore di madre della Deledda fu la malattia del figliuolo Sardus. Citiamo della stessa lettera: “Il suo primogenito Sardus, il figlio ch’ella adorava, perché aveva ereditato da lei l’amore per le lettere, era da tempo condannato per una malattia che pur troppo non perdona: la tisi; ed il povero giovane, dopo un anno solo dalla morte della mamma, seguì l’adorata genitrice nella tomba. Quante speranze deluse!” Deledda ebbe due figli, Sardus e Franz. Franz e dottore in chimica. Egli ed il papà, Signor Madesani, che Deledda aveva sposato nel 1900, sono gli unici superstiti di quella che fu un giorno una famiglia felice e modello. Spigolando ancora nelle lettere del Professor Costa, apprendiamo la morte della sorella della Deledda, e che essa ha lasciato «tre figli, tra i quali la graziosa Mirella che era la preferita nipotina di Grazia, tanto che si poteva dire che la bambina facesse addirittura vita in casa della scrittrice». La presenza di questa gentile fanciulla nella casa della Deledda è un documento della squisitezza del sentire di questa creatrice di anime appassionate che ella segue con compassione e bontà nelle vicende della finzione.
Queste lettere gettano una viva luce sulla prima gioventù della Deledda e sui contatti letterari che determinarono in parte il carattere della sua arte. Così da una recente lettera, con data del 21 gennaio 1939, sappiamo che due vecchi amici del Professor Costa furono coloro che la incitarono a dedicarsi al romanzo: Antonio Scano e Luigi Falchi. Ecco ciò che dice il Professor Costa su di essi: Falchi e lo Scano sono due miei amici, entrambi intimi della Deledda.
Il primo ha la mia età (sulla sessantina), ma il secondo è un vecchio di quasi ottant’anni, che quando la Deledda era giovinetta e viveva a Cagliari, non mancò mai di incoraggiarla ed incitarla, e che perciò ha conservato per la scrittrice una grande ammirazione ed un grande affetto.” Questi ammiratori della Deledda hanno recentemente pubblicato ciascuno un libro su di lei. Il libro di Scano ha il titolo di Versi e prose giovanili (Fratelli Treves, Milano, 1938); quello di Falchi si intitola L’opera di Grazia Deledda (La Prora, Milano, 1937) con due appendici di lettere inedite.
Di maggior valore è ciò che il Professor Costa scrive sui contatti letterari fra la Deledda ed il suo papà, Enrico Costa. Questi scrisse un romanzo Il Muto di Gallura di cui Deledda esplicitamente riconosce il valore e l’effetto che ebbe su di lei nel periodo formativo della sua arte. Il Professor Costa gentilmente mi ha inviato una copia del libro, accompagnata da parole che rivelano il suo alto sentire, la sua gentilezza e la cara amicizia di cui mi onora.
Una sua lettera parla di questo romanzo, e noi non facciamo che ascoltare quello che il figliuolo dice del libro del suo papà:
«Esso fu pubblicato nel 1884, e ne fu fatta una seconda edizione nel 1912, tre anni dopo la morte di mio padre. L’edizione che Le mando si potrebbe chiamare la terza; essa fu fatta a mia insaputa, ma io non ci feci caso, tanto più che le edizioni precedenti erano tutte esaurite. Esso è tra i romanzi di mio padre quello che Grazia Deledda preferisce e senza dubbio insieme coi romanzi del Verga, che la scrittrice venne a conoscere più tardi, contribuì fortemente a dirigere la Deledda sulla via che l’ha resa celebre.»
Questo giudizio è corroborato dalla Deledda in un articolo scritto pochi mesi prima della sua morte, in cui dichiara quanto essa deve ad Enrico Costa. Quest’articolo è sfuggito all’attenzione degli ultimi suoi critici: Scano, Falchi, ed Eurialo de Michelis (Grazia Deledda e il Decadentismo, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1938), che non lo includono nella loro bibliografia. Apparve nel fascicolo di 1936, dell’Illustrazione del Medico, rivista in cui accanto ad articoli di scienza appaiono scritti di indole letteraria come questo della Deledda.
In quest’articolo essa nostalgicamente si ripiega sul passato e si indugia sui primi anni della sua vita quando ricevette le impressioni che dovevano plasmare in lei la futura scrittrice di temi sardi. Sembra quasi inutile ripetere qui che Grazia Deledda dedicò la sua lunga e nobile carriera alla rievocazione appassionata del paesaggio della sua amata isola e di personaggi sardi, persone spesso osservate nella vita attuale, nei campi e villaggi vicino a Nuoro, che poi la fantasia della scrittrice accarezzava e a cui il cuore di lei prestava tanta ricchezza di passioni e di sentimenti (D. Vittorini, The Modern Italian Novel, University of Pennsylvania Press, 1930, pp. 57-73).
Nell’articolo su menzionato Deledda confessa che la Sardegna era per lei «paese ancora di mito e di leggenda,» ed aggiunge: «In quel tempo erano molto in voga, in Sardegna, i romanzi di Enrico Costa». Ecco ciò che Deledda scrive su Enrico Costa e le di lui opere:
«Storico probo e colorito scrittore: oltre a una documentata e precisa Storia di Sassari, e altri lavori di studio, egli aveva pubblicato romanzi che erano vere storie romanzate, e fra gli altri quello su Rosa Gambella, una gentildonna sassarese dalla vita avventurosa, e un volume su Adelasia di Torres, la bella, sventurata principessa sarda, sposa di Enzo di Svevia e amica di Michele Zanche, romantica figura femminile che ancora illumina col suo ricordo le contrade intorno alle rovine del castello di Burgos, dove visse e mori prigioniera.
«Ma il romanzo di Enrico Costa che più impressionava le nostre giovani menti era Il Muto di Gallura, vicenda, idillio, tragedia, storia di due famiglie nemiche, portate dalle loro passioni allo sterminio di più generazioni.»
Enrico Costa rimase sempre fedele ai principi del verismo che a guisa di rampolli erano germogliati al piede del pittoresco albero del romanzo storico, quale lo avevano concepito ed attuato i suoi creatori: Grossi, d’Azeglio, Cantù, Guerrazzi. Dedicando Il Muto di Gallura al suo amico Medardo Riccio, Enrico Costa con appassionata serietà ci rivela il principio che egli ha scrupolosamente seguito nella composizione del suo romanzo: «Non ho scritto un romanzo. I fatti ch’io narro sono veri; veri nei particolari, nei nomi dei personaggi, nei luoghi dell’azione, nei tempi in cui accaddero, e fin nei dialoghi che riporto. I galluresi potrebbero farne fede.»
Grazia Deledda commenta così: «Commoveva e interessava anche perché era di una angosciosa attualità. A Orune, a Orgosolo, in altri centri della fiera Barbagia, queste inimicizie tra famiglia e famiglia, lampeggianti di odio, di amori, di vendette, di vicende pietose e crudeli, infierivano travolgendo popolazioni intere. S’interponevano, per spegnerle, magistrati e vescovi. Così ad Orune furono concluse, con solennità indimenticabile, le paci fra due fortissime famiglie nemiche: un poeta ne scrisse un poema biblico, che, coi romanzi di Enrico Costa, formò la delizia della mia prima alba letteraria».
Il “vero” era la fiamma che a quel tempo riscaldava l’anima dei novatori. Volevano che la nuova letteratura si avvicinasse alla vita attuale, che si nutrisse di realtà come la nuova Italia doveva entrare risolutamente nella vita moderna fatta di grandi masse umane, di lavoro e di lotta, lontana dagli idilli e dai sogni. Naturalmente quest’amore di Enrico Costa e dei suoi contemporanei per la verità geografica e storica va preso solo come un documento dei principi estetici che i giovani scrittori del tempo formulavano in opposizione a coloro che si tenevano tenacemente avvinti ai dettami della tradizione. Il vero, un vero, deve sempre riscaldare il cuore di ogni generazione, ed ogni generazione si crea un concetto di realtà che e fruttifero perche capace di accendere una fede in spiriti originali.
L’amore alla verità storica fatta di sentimento e di passione, ma anche di osservazione, riscaldò senza dubbio il nobile cuore di Enrico Costa, ma in verità egli diede al romanzo un carattere fantastico e personale come ogni scrittore e poeta. Le emozioni ed i sentimenti dei suoi personaggi sono senza dubbio rievocati intorno alla lotta che rattristò la cittadina di Aggius [NON ESATTAMENTE, ben poco Aggius] dal 1849 al 1856. Il nome del personaggio principale, il Muto di Gallura Bastiano Tanzu [sic.], è certo storico, come è storico il suo amore per la bella e giovane Gavina [NO, non è storico affatto!] e l’uccisione del di lei padre in seguito al rifiuto delle nozze.
Dovrò ora aggiungere che le vicende del romanzo, i movimenti di Bastiano, i suoi sentimenti, le varie situazioni in cui egli si trova sono della fantasia dell’autore e riflettono la sua sensibilità allo stesso modo che i personaggi di ogni opera portano con se il riflesso del temperamento e dell’esperienza del loro creatore?
Il giudizio di Grazia Deledda sul Muto di Gallura assegna un posto ben distinto ad Enrico Costa nella storia del romanzo italiano; posto a cui egli può ben giustamente aspirare come autore di ben costruiti romanzi, e perche egli è capace di infondere vita negli avvenimenti che racconta e di saper tener vivo l’interesse di chi legge.
Il romanzo che fece sì profonda impressione su Grazia Deledda è ancor letto in Sardegna e specialmente in Gallura dove, secondo il Professor Costa, «non vi è stazzo (aggregato di case coloniche) dove non si trovi una copia del libro».
Il desiderio di modellare i suoi personaggi su persone conosciute, osservate e studiate servi ad Enrico Costa di freno nel tradurre in atto la sua arte. Egli cercò sempre di rendere il paesaggio e la gente di Sardegna senza esagerazione, con quella probità che fu la guida in ogni atto della sua vita. Anche Deledda cerco di far aderire la sua arte all’attualità dell’uomo e della natura, temperando il lavoro della sua fantasia con l’esame della realtà attuale e vissuta, quale essa viveva più nel suo cuore che nella sua memoria.
I due artisti sono naturalmente differentissimi. Enrico Costa, che scrisse verso l’ottanta, aderisce più chiaramente al verismo provinciale del tempo e crea personaggi che sono storici almeno di nome nella vicenda centrale di cui sono gli attori. Deledda abbandona definitivamente la storicità per la realtà attuale. I suoi romanzi posseggono colori più ricchi ed i suoi personaggi sono più intimamente appassionati e tormentati del tormento che l’età moderna, coi suoi dubbi ed incertezze, con i suoi naufragi e demolizioni, ha prestato all’arte di oggi. L’arte di Grazia Deledda ha sentito il fischio e la violenza delle raffiche che si sono abbattute sull’anima moderna, raffiche che il sereno viso di Enrico Costa sembrava poter allontanare o almeno tenere sotto controllo. Malgrado queste naturali differenze, Enrico Costa può chiamarsi il primo maestro di Grazia Deledda in quanto le servì di ispirazione e di modello.
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Mariangiola. Poema pastorale in tre atti, di Umberto Liberatore – 1921
Ed ora pariiamo di un libro sostenzialmente sconosciuto, MAI – INCREDIBILMENTE – menzionato e citato in relazione a Il Muto di Gallura, eppure direttamento da esso ispirato, pubblicato nel 1921 a New York. Solo che al centro della scena questa volta non è Bastiano il muto, ma Mariangiola, la bella ragazza ripudiata, fatto che innescherà le passioni vendicative fondate sull’orgoglio di suo padre Antonio Mamia (che pur aveva fama di saggio e sedeva in consiglio comunale) e dei suoi famigliari: passioni di orgoglio e odio che costeranno la vita stessa del fratellino e del suo stesso padre.
Sull’autore UMBERTO LIBERATORE, algherese, alfiere della cultura italiana in America, riportiamo i seguenti due profili biobibliografici.
Da Italoamericana: The Literature of the Great Migration, 1880–1943, a cura di Francesco Durante e Robert Viscusi, 2021, riportiamo tradotto il seguente brano: Poeta fascista e celebratore del “genio italico”, Liberatore impregnò la sua poesia di una forma di misticismo patriottico, che applicò a esperienze contemporanee oggi dimenticate (tra le altre, facendo riferimento a Pietro G. Varvar, un altro italo-americano, che nel 1939 pubblicò Alma Mater, un poema dedicato alla Sicilia). La sua versificazione è in generale ampollosa e grandiloquente, anche quando si rivolge a temi più modesti e domestici. Tuttavia, merita riconoscimento per la sua abilità metrica, per la varietà lessicale e per un tono non comune tra gli altri autori italo-americani marginali: tutti segni di una consapevolezza letteraria più elevata, caratteristica dei testi di un Novecento che aveva già superato D’Annunzio.
MARIANGIOLA
POEMA PASTORALE IN TRE ATTI →
di Umberto Liberatore
New York, Bagnasco Press, 1921
PROTASI
Vidi, un giorno, dentro ad una invetriata di una via maestosa della più grande città del Nord America, un quadro. Era un dipinto che mi suggestionò, e che per questo fui preso da una storia forte attrattiva da dovermi per non poco tempo fare inchinare a guardarlo.
Esso non rappresentava altro che una spiazzata con un palco eretto accosto ad alcuni grossi alberi ombreggiati, un vecchio e canuto personaggio issato su che dava tutte le apprensioni di un perspicace predicatore ed un popolo attento e disposto che lo ascoltava con animo pio. Nel fondo, poi, sorgeva un paesetto con in vista sopratutto la cupola d’una piccola chiesa.
E questo era il tutto. Come dovevamo tanto poco svegliare la mia potenza visiva e stimolare il mio spirito, non lo so. Né voglio qui dire e fare alcuna monografia dove il sentimento e la lirica più do minarono in me, o fare esposizione minuta sulle considerazioni desunte in quel breve spazio di tempo. Il pennello dell’autore, indubbiamente, non era così arguto come quello di un Tiziano o di un Meissonnier poiché dava qualche qualità elusiva ed in punti ardui, nel contrasto delle ombre e della luce, sortiva sgorbiatura, ma impartiva un’atmosfera così realistica ed effettiva da trasportare agevolmente la memoria a qualche epico momento consimile, e, per lo più dove l’attimo della mia visione pareva riandare, nella storia della Gallura, quando nel 1856, poche intelligenze Sarde, stanche di cinque anni di lotte, di ansie e di lutto, dopo mille indulgenti tentativi, ricorrevano alle prospettive di un quadro medesimo.
Era tutto questo che m’impressionò. Esso consentaneo precisamente all’indole ed all’avvenimento storico d’un racconto Gallurese che avevo letto tempo prima, intuiva come naturale i fatti narrati splendidamente dal suo autore. Enrico Costa, nel suo “Muto di Gallura.”
Ne nacque in me il forte pensiero di porre mano alla presente opera.
Nel “Muto di Gallura” sperai studiare i contrasti più agevoli e mi trovai di fronte alle difficoltà di scostare dal racconto qualche linea diretta. Il Muto poteva agire e poteva anche parlare… ma Mariangiola per gli avvenimenti fattisi noti in quei tempi poteva e doveva essere la protagonista in vece sua.
Il Muto, di nome Bastiano Tansu, e, per antonomasia chiamato il “terribile”, fu certo il più temerario dei banditi per i tempi che vanno dal 1849 al 1860. Egli tiene, nel racconto, una parte molto importante, perché asseverato nei puntigli e nelle altercazioni di sangue è il tipo innato del Gallurese, ma Mariangiola, in fondo in fondo all’azione è il motivo vero dei fatti che occorsero nel dato ciclo.
Il fatto incomincia appunto con l’amore sventurato di Pietro Vasa, suo innamorato austero, il fidanzamento a questi, ossia l’abbraccio Gallurese, tradizionale e sacro, il disinnamoramento, la rilasciatezza, i puntigli da parte dell’uomo, la morte inaspettata di un fratellino di Mariangiola, il misterioso ferimento di lui, la morte di Michele Tansu, della madre di lui e del padre di lei.
La storia ci dice che nello spazio di soli cinque anni il numero delle vittime sapute cadute per odii e rancori profondi, per passioni violenti e terribili vendette oltrepassassero la settantina oltre una quarantina di vedove. Nacque dopo di questo il bisogno desiderato di un poco di quiete che, come si è visto, tutti i tentativi furono vani, e sarebbero stati ancora vani se non avessero ricorso a nuovi esperimenti. Il Gallurese è vendicativo, fermo nella sua parola, nelle sue promesse fino al grado della superstizione, ma è buono di cuore, non sa malignare e procaccia tutte le agevolezze per coloro che lo qualificano da pari.
Vi fu un’età quando la Gallura era così contratta di episodi tragici ed asseverata di superbia dominatrice che la gente si tramandava le rivendicazioni di generazione in generazione. Nessuno mai era riuscito a domare quegli spiriti irrequieti. Non di rado si vedevano le madri aizzare i proprii figli alla vendetta, talché la pestilenza dei dissensi sempre vivi non venivano mai ad una fine risoluta.
Ma il paese più caratteristico della Gallura è Aggius, tanto per la sua giacitura che per i suoi fieri abitanti. Basta dire che nel 1776, il vicerè Balio della Trinità, faceva conoscere con un pregone, che sua Maestà Carlo Emmanuele aveva in animo di distruggere il Villaggio e gli abitanti e che il Conte di Moriana, Governatore Di Sassari, nel 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice, di ridurre in cenere il Villaggio deportando gli abitanti in diverse regioni fuori della Gallura. Una lettera originale esistente negli Archivi dello Stato, dice appunto così: “Contro i perfidi pastori di Aggius perché si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti i mezzi rimane quello di ridurre in cenere il Villaggio dividendo gli abitanti in diverse popolazioni fuori della Gallura”. Era per questo che il paese d’Aggius veniva in un pregone viceregio denominato il più feroce dei Villaggi Sardi.
Solo nel 1856, dopo sei anni di esecrandi lotte, parve trovarsi il mezzo di porre fine a tutte le accentuazioni angosciose.
Gl’Intendenti d’Aggius d’intesa con i più saggi e volitivi del paese presero partito di concedere salvacondotti ai fuorusciti prestabilendo una grande convocazione. Quegli indomiti avevano alfine bisogno di cure e di tenerezze. Un missionario doveva portarsi presso loro ed in un luogo apposito indirizzarli a migliore atteggiamento di vita.
Ebbene, fu proprio questa l’alternativa che procurò e propiziò la trasfigurazione nei cuori induriti di quei malacarne. Con questa disposizione l’intento di sopire le cagioni di discorda e prendere in mano la somma delle cose fu raggiunto, nè, d’allora in poi, per la Gallura si sentirono più i soprusi e gli spargimneti di sangue di un tempo. Questo fenomeno di esaltazione ed impulsività spregiudicata era stato sopraffatto dalla dolcezza e dall’amore! La religione l’aveva oprato!…
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Echi del Muto di Gallura in due libri sconosciuti e mai tradotti della scrittrice svedese Margareta Sober
Ed ecco una nuova sorpresa, una scoperta di grande rilievo culturale. Le ricerche per fare il punto aggiornato e svelare quanto più si poteva su Il Muto di Gallura hanno portato a dissepellire ben due libri che riguardano la Sardegna di una famosa scrittrice svedese, del tutto ignorata ad oggi dalla cultura anche accademica sarda, a cui particolarmente mi è d’obbligo segnalarli (non potendo occuparsene in modo più approfondito il curatore di questo portale e di questa pagina: se ne auspica la traduzione).
Si sta dicendo di Siri Margareta Augusta Suber, nota come Margareta Suber, scrittice, giornalista e traduttrice svedese (Linköping 2 novembre 1892 – Solna 6 aprile 1984).
Dopo aver conseguito il diploma di maturità nel 1911, si iscrisse all’Università di Uppsala, dove ottenne la laurea in filosofia nel 1915. Dal 1916 al 1924 lavorò come giornalista per Stockholms Dagblad e Svenska Dagbladet, utilizzando spesso gli pseudonimi Barbara e M. T-s. Fu anche traduttrice, soprattutto dall’inglese, ma anche dall’italiano e dal danese. Dal 1931 si dedicò completamente alla scrittura come libera professionista. Nel 1918 sposò Göran Topelius, con il quale ebbe tre figli. Il matrimonio terminò nel 1931. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu un’attiva oppositrice del nazismo e dell’antisemitismo. Negli anni ’50 fu Vicepresidente della Sveriges Författarförening (Associazione degli Scrittori Svedesi). Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Solna, dove morì nel 1984.
Scrittrice versatile, pubblicò romanzi (molti a carattere psicologico), racconti, poesie, libri per ragazzi. Grande viaggiatrice, amò molto la Sardegna, dove venne diverse volte, e in cui ambientò due libri:
Himmelsö (1955) un romanzo ambientato in Sardegna e nella parte centrale ad Aggius, in cui rivive sotto altri registri narrativi il Muto di Gallura, e poi På liv och död (1984) un’avventura per ragazzi ambientata in Sardegna (l’ultima sua opera) in cui anche qui ritroviamo certi nomi non casuali, su tutti Pietro Vasa.
Una parte della storia è ambientata ad Aggius, dove Annesa, una giovane donna del paese, fugge e trova rifugio nella casa del prete.
La ragazza è inseguita e contesa da tre uomini:
Pietro Vasa, suo padre, uomo d’onore, severo, pronto a difendere la reputazione familiare;
Antonio Mania, il giovane contadino cui Vasa ha promesso Annesa in sposa;
Bastiano, pescatore di Cabras, che pure la desidera, forse innamorato.
Ognuno dei tre è pronto a uccidere qualcuno “per colpa di lei”, cioè per onore o gelosia.
Annesa, silenziosa, rappresenta il cuore della contesa maschile, ma non ha mai voce propria — come in molte società tradizionali, è il simbolo dell’onore e della colpa, non un soggetto.
L’intervento del sacerdote
L’intera vicenda è narrata in prima persona da un sacerdote sardo — un prete di paese che vive “sul lato soleggiato dell’anfiteatro” (riferimento ad Aggius). È un uomo anziano, solitario e riflessivo, che trascorre i pomeriggi dormendo e le notti sveglio, immerso nei suoi pensieri e nei ricordi.
È lui a introdurre i fatti e a confessare al lettore la sua ambigua morale: come uomo di Dio dovrebbe dire solo la verità, ma tra i Sardi — osserva con un misto di realismo e ironia — “raddoppierebbero i delitti e i fuorilegge se si dicesse sempre la verità”.
Da qui la sua filosofia: meglio mentire per salvare vite che dire la verità e provocare sangue.
Questo preambolo introduce il suo ruolo di mediatore e manipolatore, una figura quasi da confessore-drammaturgo che “muove i pezzi” come in una scacchiera per cambiare il destino degli altri.
È un narratore che si muove tra cinismo e misericordia, tra pietà e astuzia
Il prete, preoccupato per il sangue che potrebbe scorrere, decide di orchestrare una soluzione diplomatica.
Convoca separatamente Pietro Vasa, Antonio Mania e Bastiano, uno per volta, nella sua casa dove Annesa è nascosta.
Con Pietro Vasa adotta una strategia di persuasione:
gli fa notare che se uccidesse qualcuno (per esempio il cabresaro) per difendere la promessa fatta a Mania, e poi Mania rinnegasse la ragazza a causa dell’infamia che ne seguirebbe, avrebbe distrutto la propria vita e quella della figlia.
Vasa, orgoglioso, risponde che “la polizia non cerca un uomo che abbia lavato il proprio onore col sangue” — cioè che vendetta e giustizia coincidono.
Ma il sacerdote replica con una bugia “salvifica”: dice a Pietro che la figlia Annesa “ha già appartenuto a un uomo”, insinuando un’idea di colpa sessuale che, in quella società, toglie ogni valore alla vendetta.
Questa menzogna — “Dio mi perdoni questa menzogna, che forse non era nemmeno una menzogna” — è un capolavoro di ironia tragica: è un falso detto in nome della pace, ma il narratore lascia intendere che forse è vero.
Così disarma Pietro Vasa, che resta sconvolto e tace.
Poi tocca ad Antonio Mania, il giovane promesso, “buono e pio ma anche ingenuo”.
Il sacerdote deve dissuadere anche lui dalla vendetta e dalla violenza.
Gli parla con tono affettuoso, quasi paterno, lodandolo come un bravo contadino che ha tutto ciò che gli serve: campi, vino, cavallo, casa. Ma gli dice che “vuole anche qualcosa che nessun altro nel villaggio ha”.
Mania risponde: “Sì, voglio Annesa”.
A questo punto il prete inventa una visione miracolosa (ancora una menzogna pia). Gli racconta che anni prima, dopo una sua confessione, aveva sognato San Giorgio — il santo patrono locale, piccolo, nero di fumo eppure potente — che gli mostrava un esempio miracoloso:
Un povero contadino, disperato perché un ricco voleva corrompere sua figlia, si era affidato a San Giorgio. Durante la notte il santo era sceso dal suo altare per suonare le campane e salvare la ragazza.
Ma poi, preso dalla gratitudine, il contadino aveva promesso un cuore d’argento al santo… e non avendo i soldi per mantener la promessa, finiva per rubare.
La parabola mostra come il desiderio e la riconoscenza possono portare di nuovo al peccato, come la natura umana è contraddittoria e fragile.
Con questa storia il sacerdote cerca di indurre Mania a rassegnarsi, a non pretendere Annesa come un “premio divino”. Gli insinua che anche l’amore può essere una tentazione, una prova di fede.
Suber riesce a riprodurre magistralmente la mentalità sarda tradizionale (quasi da novella etnografica o da “racconto di paese”), ma filtrata dalla voce di un narratore complesso e ironico.
L’intreccio ricorda certi racconti di Grazia Deledda: tensione morale, paesaggio chiuso, uomini dominati dall’onore e da Dio.
Tuttavia, Suber adotta uno sguardo nordico, esterno e lucido: il sacerdote è un osservatore che conosce l’animo umano più che la teologia.
In definitiva, questa storia racconta la vittoria della menzogna sulla morte.
Il sacerdote non è un santo ma un “artista della parola” che piega la verità alla pace.
Annesa, Pietro Vasa e Antonio Mania sono le pedine della sua partita morale — tre figure sospese tra peccato e salvezza.
Il messaggio di fondo è tragicamente umano:
“Meglio una menzogna che salva, che una verità che uccide.”
På liv och död è un’avventura per ragazzi ambientata in Sardegna, pubblicata nel 1984 (l’ultima opera dell’autrice svedese) in cui anche qui ritroviamo certi nomi non casuali, su tutti Pietro Vasa.
La storia ruota attorno a Andreas, un ragazzo che vive in Sardegna con il padre Carlo Diana, un uomo ricco e potente. Quando Carlo viene rapito da una banda di criminali, Andreas, insieme ai suoi amici Paolo e Pepicu, intraprende un’avventura per salvarlo. Il romanzo esplora temi come il coraggio, l’amicizia e le tradizioni sarde, con un particolare focus sulla regola non scritta che impone ai sardi di mantenere il silenzio riguardo agli affari familiari. Rakuten Kobo
På liv och död è scritto in uno stile avventuroso e coinvolgente, tipico dei romanzi per giovani lettori. L’autrice utilizza la Sardegna come sfondo ricco di cultura e tradizioni, offrendo ai lettori uno spunto per esplorare la storia e le usanze dell’isola.
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Altre Opere letterarie ispirate al Muto di Gallura
con la collaborazione di Piero Suelzu
Arturo Garzes (1856-1935), In Gallura. Scene sarde in tre atti, Milano, C. Barbini 1890.
Dramma teatrale in due atti pubblicato nel 1890; le vicende narrate, non riprendono quelle della faida, tuttavia gli ambienti, i personaggi, lo stesso luogo dove si svolge l’azione, L’Avru, sono ispirati al libro del Costa.
Paolo Dettori, Il Muto di Gallura, Sassari, Tipografia Mura, 1948. [Non presente nell’Opac Sbn – Catalogo Servizio Bibliotecario Nazionale].
Si tratta di 75 sestine, in dialetto aggese. L’autore, noto Perredda (1893-1969), era un contadino nativo dello stazzo di Limpas (Bortigiadas), poi trasferitosi a Santa Maria Coghinas, combattente decorato nella 1ª Guerra Mondiale. L’opera, segnalata da Franco Fresi, in Banditi di Sardegna cit., di supporto al ritratto di Bastiano Tansu (non del tutto storico).
Pietro Peru, Due donne ad Aggius, Napoli, 1982. [Non presente nell’Opac Sbn]
L’autore, basandosi su resoconti della tradizione orale, riporta, in maniera romanzata, ma con una certa pretesa di verità storica, la vicenda della faida vista dalla parte di due donne: Mariangela Mamia, fidanzata di Pietro Vasa e Francesca Pes, la donna della quale si era invaghito il Muto.
Il libro riporta numerose inesattezze riguardo ai fatti e ai luoghi reali della vicenda.
Gianfranco Serra, Lu contu di lu Mutu di Gaddhura, Phileas, 2004.
Opera in versi. Nel volume vi è anche un’ampia appendice storica di Franco Fresi per gran parte tratta dai precedenti suoi libri Antica terra di Gallura e Banditi di Sardegna, nella quale viene ricostruita la vicenda intersecando i fatti oggettivi con testimonianze locali di discendenti su cui è inevitabile avanzare riserve e dubbi sul piano storico.
Pietro Peru, Mariangela. Romanzo etnno-storico sardo, Aggius, Phileas, 2015.
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Una canzone
I Vasa e i Mamia – (Per una capra), 1967
(di Rossella Conz, Pino Massara e Franco Migliacci):
canzone presentata al concorso “Un disco per l’estate 1967”, eseguita dai Los Marcellos Ferial.
Da Flaminia Festuccia, Do re mi fa sol tabù: la censura nella musica italiana dal Dopoguerra a Morgan, Sovera 2010, pp. 27-28: «Il riferimento alla cronaca viene invece proibito ai Los Marcellos Ferial, noti peraltro per aver inciso canzoni di grande successo e di tutt’altro argomento (“Sei diventata nera” solo per citarne una). “I Vasa e i Mamia” viene presentata al concorso “Un disco per l’estate 1967”, dopo essere stata rifiutata alla selezione di Sanremo dello stesso anno. Racconta di una faida in Sardegna, due famiglie che si uccidono per colpa di una capra sorpresa a brucare nel campo sbagliato. E se a Sanremo viene rifiutata perché, data l’attualità del banditismo sardo, non si voleva presentare un testo che fosse ricollegabile a luoghi comuni e località della Sardegna, per il “Cantagiro”, invece, “I Vasa e i Mamia” va bene, ma a patto di mettere un titolo più generico (“Per una capra”) e di fare qualche modifica al testo, che così, però, perde buona parte della sua forza, diventando più una storia bucolica che il racconto di una faida sanguinosa».
TESTO DELLA CANZONE
30 di Ottobre San Saturnino.
In ogni contrada è la festa del vino!
Ma per le famiglie dei Vasa e Mamia non c’è allegria
Ai Vasa una capra qualcuno ammazzò quando l’erba del prato ai Mamia mangiò.
Ritornello – Per una capra i Vasa e i Mamia – i Vasa e i Mamia – sono cani arrabbiati
Per una capra i Vasa e i Mamia portano il lutto tre giorni su tre.
Da quella notte le donne dei Vasa
Come le donne di casa Mamia
Lavano il sangue sui panni di casa.
Gli uomini invece lavano le offese
Finché non si fa piazza pulita – così finirà.
Ritornello. Per una capra i Vasa e i Mamia – i Vasa e i Mamia – son cani arrabbiati
Per una capra i Vasa e i Mamia portano il lutto tre giorni su tre.
Ho visto morire l’ultimo Vasa
Tornò in paese nieddu Mamia.
Ma ad aspettarlo sull’uscio di casa
Un altro Vasa nieddu trovò, che per primo sparò
Ma era una donna, lui chiese perdono
Appena nato un amore morì.
Per una capra i Vasa e i Mamia – i Vasa e i Mamia – si son rovinati
Ed ogni notte nieddu Mamia piange un amore che nacque e morì
Piange un amore che nacque e morì.
Commento. Un testo accettabile, reso burlesco dalla melodia allegra della canzone. Sono anni in cui la piaga delle faide ancora dilaniava la Barbagia. Da un lato viene quasi immediato stigmatizzare di poca sensiblità il tono burlesco generale della canzone. Ma da un altro lato, quando le menti sono ottenebrate dall’orgoglio vendicativo, non è anche “terapeutica” una canzone che ironizza e un po’ si burla della stoltezza degli uomini?
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Il Film
My Movies – https://www.mymovies.it/film/2021/il-muto-di-gallura/
Non ha parole Bastiano Tansu ma tanto piombo per vendicare chi ama nella Gallura del 1849. La chiesa e la monarchia fanno quello che possono per governare l’ingovernabile, la faida infinita tra i Vasa e i Mamia. Il matrimonio mai celebrato tra Pietro Vasa e la figlia di Antonio Mamia è all’origine di quella guerra privata che abbatte senza scrupoli donne e bambini. Bastiano, cugino di Pietro, è il più feroce di tutti, soltanto Gavina, giovane figlia di un contadino locale, fa breccia nel suo cuore. Ma il destino è avverso e ha il colpo in canna.
Le possibilità di un’isola sono enormi, il mare che la circonda apre rotte in ogni direzione. Dalla Sardegna si può andare incontro alla Corsica, procedere verso la Spagna, scendere verso l’Africa e ancora. Qualunque sia la meta, un’isola consente di attraversare il mare e di esserne attraversata. Matteo Fresi sceglie invece di restare a terra.
Al suo debutto (nella fiction), Fresi scava in Gallura una storia lontana e resistente nell’immaginario collettivo. Un problema annoso per gli organismi statali che si avvicendavano sul territorio sardo, una spina nel fianco secolare per il Paese che sfociava inesorabilmente nel delitto di sangue.
Nella Sardegna del XIX secolo un’offesa, riconosciuta come casus belli, originava una sequenza di atti delittuosi che falciava famiglie e veniva regolata da una serie di norme integrate alla comunità ‘praticante’. Il muto di Gallura è una storia di morte e di vita, di vendetta e di oblio, di amici e di nemici. Il mondo in cui è ficcata come una pallottola nel cuore è violento e binario: se mi uccidi, ti uccido. Un mondo di forze sovrannaturali dove i corsi d’acqua marcano sovente il limite tra uomini e ombre, tra villaggi familiari e luoghi selvaggi, tra azione e allucinazione.
Fresi pesca l’universalità delle tensioni umane sul punto di deflagrare, articolando una singolare partitura di movimento e suono. Alle traiettorie dei suoi banditi nomadi fa da contrappunto una fibra acustica complessa: la limba sarda cuce una narrazione di efferate offese da lavare col sangue, confluendo in note elettroniche cariche di elementi ancestrali. La Sardegna si fa espediente di slanci immaginifici, terreno di archetipi e orizzonte di pulsioni dionisiache, dove terra e pietre, sangue e lacrime, sono materie eloquenti.
È un prisma attraverso cui esprimersi, grammatica prima ancora che racconto. I volti arcaici degli attori, tutti formidabili e in equilibrio permanente tra potenza e rabbia animale, imprimono ferocia alla mineralità dei luoghi o leggerezza poetica alla tragedia di vendetta (soprattutto le giovani ‘spose’ mancate di Syama Rayner e Noemi Medas).
Rai Play – https://www.raiplay.it/programmi/ilmutodigalluraTratto da una storia vera
Bastiano Tansu, sordo dalla nascita, subì maltrattamenti ed emarginazione finché la sua furia e la sua mira prodigiosa non divennero preziose nella faida che, a metà ‘800, causò 70 morti in Sardegna. Tratto da una storia vera.
Prime Video – https://www.primevideo.com/-/it/detail/Il-muto-di-Gallura/0PK61AD5E0QNJOGOX6PF2D5YFL
Bastiano Tansu è un personaggio realmente vissuto. Sordomuto dalla nascita, venne maltrattato ed emarginato finché la sua furia e la sua mira prodigiosa non divennero utili alla causa della faida che, a metà 800, causò la morte di 70 persone in Sardegna.
Torino Film Festival – https://www.torinofilmfest.org/it/39-torino-film-festival/film/il-muto-di-gallura/46428/
Gallura, metà XIX secolo. La faida tra le famiglie Vasa e Mamia – fatto storicamente documentato – insanguina la ragione. Sordomuto dalla nascita, Bastiano Tansu è uno dei suoi protagonisti. Maltrattato ed emarginato fin da bambino, dopo l’assassinio di suo fratello Michele si è unito a uno dei due capi fazione, Pietro Vasa, e ha messo al suo servizio la sua furia e la sua mira prodigiosa, diventando un temutissimo assassino. Lo Stato e la Chiesa cercano di arginare l’ondata di terrore e solo dopo più di 70 morti si arriva alla pace di Aggius. Bastiano trova inizialmente la pace nell’amore per la figlia di un pastore, ma in un mondo violento e superstizioso, che già da bambino lo additava come figlio del demonio, uno come lui non può essere assolto e sceglie così di andare incontro al proprio destino.
Istituto Italiano di Cultura di San Francisco – https://iicsanfrancisco.esteri.it/it/gli_eventi/calendario/film-il-muto-di-gallura/
Gallura, metà del 1800. La faida tra le famiglie Vasa e Mamia – storicamente documentata – sta insanguinando la regione. Bastiano Tansu, sordomuto dalla nascita, è uno dei suoi protagonisti. Maltrattato ed emarginato fin dall’infanzia, dopo l’assassinio del fratello Michele si allea con uno dei due capi delle fazioni, Pietro Vasa, e mette al suo servizio la sua furia e la sua mira infallibile, divenendo un temutissimo assassino. Lo Stato e la Chiesa cercano di arginare l’ondata di terrore e solo dopo più di 70 morti arriva la pace di Aggius. All’inizio Bastiano trova pace nell’amore per la figlia di un pastore, ma in un mondo violento e superstizioso che già da ragazzino lo etichettava come il figlio del diavolo, uno come lui non può essere ritenuto innocente. Quindi, sceglie di affrontare il proprio destino
Onda Cinema – recensione di Alessio Cossu – https://www.ondacinema.it/film/recensione/il-muto-di-gallura.html
Dopo una settimana di anteprima nelle sale della Sardegna, è approdato anche nel resto del territorio nazionale “Il muto di Gallura”, esordio registico di Matteo Fresi. Il film è l’esito dell’adattamento cinematografico, operato dal tandem di sceneggiatori costituito dallo stesso regista, di origini galluresi, e da Carlo Orlando, a partire dall’omonimo soggetto originario di Antonio Costa (1841-1909), scrittore di origine sassarese. Definito da Manlio Brigaglia “reportage in forma di novella lunga”, il testo di Costa, per la sua natura ibrida, ha posto gli sceneggiatori di fronte a una serie di scelte piuttosto impegnative per quanto riguarda genere, linguaggio e focalizzazione del film.
L’opera di Fresi può essere considerata un biopic in quanto tratta della biografia, seppur romanzata, del bandito Sebastiano Tansu, ma per l’intreccio presenta i tratti del dramma, con evidenti debiti nei confronti del western di Sergio Leone e qualche tinta decisamente gore. Il protagonista è personaggio storicamente esistito, ma anche deformato dalla leggenda popolare. Per la grammatica di regia è nella scelta della lingua che si evince la distanza maggiore rispetto al testo di Costa: la scelta dell’idioma sardo risponde all’esigenza di ottenere una maggiore aderenza all’ambiente sociale e culturale nel quale si svolge la vicenda
Fandango – https://www.fandango.it/il-muto-di-gallura-unico-film-italiano-in-concorso-al-tff39/
“Il muto di Gallura” è la prima prova da regista di Matteo Fresi, nato a Torino ma di origini Galluresi, e arriva al Torino Film Festival 2021 come unico titolo italiano in concorso.
Il film è ispirato alla storia vera del bandito Batiano Tansu, passato alla storia come “il muto”, che nella Gallura di metà 800 seminò il terrore prendendo parte alla sanguinosa feroce tra le famiglie Mamia, Pileri e Vasa.
Interpretato da Andrea Arcangeli, Bastiano Tansu è un personaggio realmente vissuto raccontato in un libro ottocentesco di Enrico Costa. Sordomuto dalla nascita, venne maltrattato ed emarginato finché la sua furia e la sua mira prodigiosa non divennero utili alla causa della faida. Il legame di sangue e l’assassinio di suo fratello Michele, lo legano indissolubilmente ad uno dei due capi fazione, Pietro Vasa, che lo trasforma nell’assassino più temuto. Lo stato e la chiesa procedono per tentativi, spesso maldestri, per arginare l’ondata di terrore mentre le due fazioni si consumano a vicenda.
“Una storia bella, forte e vera, legata a una terra che amo molto” ha dichiarato Domenico Procacci in conferenza stampa.
“Ho frequentato quelle zone fin da bambino e lì è una narrazione, un misto fra leggenda e storia vera molto conosciuta. Una storia che mi è rimasta appicciata addosso e rileggendo il romanzo mi sono reso conto come avesse un impianto narrativo molto contemporaneo. Rimaneggiando la struttura si poteva portare al cinema in maniera efficace”, Matteo Fresi, regista.
Coming Soon – https://www.comingsoon.it/film/il-muto-di-gallura/61818/scheda/
Il Muto di Gallura, film diretto da Matteo Fresi, è ambientato verso la metà dell’Ottocento a Gallura, la zona nord-orientale della Sardegna, e racconta una faida tra due famiglie del posto, i Vasa e i Mamia. Al centro della storia c’è Bastiano Tansu (Andrea Arcangeli), un uomo sordomuto sin dalla nascita e per questo motivo trattato male da tutti e isolato.
Nonostante non senta e non parli, Bastiano ha una grande dote: un’ottima mira. Grazie a essa, l’uomo si rivelerà molto utile alla propria famiglia e alla causa per cui lottano. Bastiano, infatti, è il cugino di Pietro Vasa, il patriarca della famiglia, che fa di lui un vero e proprio killer, portandolo a scatenare la furia per la morte di suo fratello Michele contro i Mamia. È così che Tansu diventa l’incubo degli avversari, uccidendo oltre 70 persone. Ma quando le paci di Aggius pongono finalmente fine alla faida delle due famiglie, il povero Bastiano, che pensa di aver raggiunto la pace grazie alla relazione con la figlia di un pastore, andrà incontro a un destino crudele.
LE COPERTINE DEL LIBRO
Sveliamo (ed è la prima volta che viene fatto) le copertine delle prime due edizioni: quella di Alfredo Brigola, Milano 1885, e più versioni delle ristampe della Editrice Tipografia Giacomo Tortu, Tempio 1912, alla luce delle varie ristampe da essa effettuate.
Si ringrazia sentitatamente la Biblioteca civica Luigi Baccolo di SAVIGLIANO (CN)
Nell’OPAC SBN – Catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale la prima edizione di Alfredo Brigola, figura solo nelle seguenti sei biblioteche:
Biblioteca comunale ‘Domenico Fava’ – San Salvatore Monferrato (AL)
Biblioteca comunale Generale e di Studi Sardi (CA)
Biblioteca civica Luigi Baccolo – Savigliano (CN)
Biblioteca Marucelliana – Firenze (FI)
Biblioteca comunale Imbriani-Poerio – Pomigliano d’Arco (NA)
Biblioteca Universitaria di Sassari – Sassari (SS)
Dobbiamo questa e le successive cinque copertine della seconda edizione con più ristampe della Tipografia Editrice Giacomo Tortu di Tempio Pausania alla cortesia del collezionista Emanuele Tecleme.
ALTRE EDIZIONI
Libreria Dessì, 1976
Edizioni della Torre, 1986
Ilisso, 1998 (a cura di Giuseppe Marci)
Edizioni del muto di Gallura, 2001
Taphros, 2002 – (trasposizione a fumetti di Simone Sanna)
La nuova Sardegna, c2003 (collana a cura di Manlio Brigaglia)
Davide Zedda, 2007
Actos edizioni multimediali, 2009
Tema, 2011
Indibooks 2013 (a cura di Carlo Mulas)
L’unione sarda, 2017
Il Maestrale, 2019 (prefazione di Franco Fresi)
Fandango, 2022
Maxottantotto, 2022
Ilisso e Unione italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti ONLUS-APS, 2022
Marcovalerio, 2025
Piero Suelzu, 2025
Pubblichiamo di seguito solo le copertine delle due edizioni della Libreria Dessì di Sassari e di Della Torre di Cagliari, perché non più in commercio e ormai non facili a trovarsi. Si noti che sono identiche.
I PERSONAGGI PRINCIPALI
con la collaborazione di Piero Suelzu, appassionato cultore di Trinità d’Agultu, curatore di una recente ristampa dopo tanti anni di indagini e consultazioni di documenti d’archivio, principalmente dell’Archivio di Stato di Sassari e della Diocesi di Tempio-Ampurias).
SEBASTIANO TANXU (BASTIANO TANSU nel libro): IL MUTO DI GALLURA (1827 – 1858)
Nacque – forse – ad Aggius il 29 ottobre 1827, sestogenito di otto figli di Andrea e di Agostina Bianco “Razzu”, fu battezzato a Tempio il 4 novembre successivo. E’ uno dei pochi elementi di possibile “aggesità” del Muto, che per il resto abitò e si fece grande nello stazzo di Li Colti, vicino a Trinità d’Agultu.
(Molte partorienti si recavano dai lontani stazzi ad Aggius per partorire, perché probilmente vi erano delle levatrici capaci; tuttavia è una probabilità non una certezza, perché «in genere il nome dello stazzo o della campagna non si registrava mai» (cfr. Fresi, Banditi di Sardegna, p. 46). Fa pendere la bilancia sulla possibilità che fosse nato ad Aggius il fatto che fu battezzato invece a Tempio, padrini due personaggi in vista di Tempio, il notaio Giovanni Maria Mundula e la moglie Maddalena Demartis. Un elemento questo interessante per analisi e considerazioni di carattere sociale dei rapporti “centro-periferia” nella Gallura del passato).
Archivio Storico-Digitale della Diocesi di Tempio – Ampurias
Registro Battesimi 1827 – 1830 della Cattedrale di San Pietro Apostolo in Tempio Pausania, pagina 4.
Furono assai poche le persone di Aggius che conobbero personalmente Bastiano Tansu, o che ebbero qualche rapporto con lui.
Restò orfano di padre e madre che era appena adolescente: il 4 gennaio 1841 morì il padre Andrea e, venti mesi dopo, il 2 ottobre 1842, la madre Agostina Bianco. Visse con i fratelli Maria Rosa e Michele Antonio. Dopo l’uccisione di Michele, l’unica persona che si prese cura di lui fu il cugino Pietro Vasa, che lo portò con sé, durante gli anni della latitanza, nelle campagne di San Giuseppe di Cugurenza e San Gavino di Petra Maina, infine a l’Avru, dove per qualche tempo – oramai Pietro Vasa agli arresti – mise dimora, dedicandosi ai semplici lavori dello stazzo che aveva sempre fatto in passato, come portare qualche fascio di legna, zappare l’orto.
Da allora quasi tutti gli omicidi perpetrati a danno dei Mamia furono attribuiti al Muto, facile bersaglio su cui scaricare le colpe altrui.
Del delitto forse più famoso, quello del “mancato suocero” Antonio Stefano Pes, avvenuto la sera del 5 luglio 1857, nei pressi del suo stazzo di l’Avru, in località La Schina di Giagazzu (Viddalba), sappiamo con certezza che non c’entrava niente.
(Per esso fu infatti arrestato il 1 settembre 1857 un pastore di Nigolaeddu, stazzo presso Li Colti, Francesco Maria Carbini noto Brandincu, accusato anche del tentato omicidio di un altro pastore suo confinante, Pietro Addis noto Monigu. Riconosciuto colpevole dalla Corte d’Assise di Sassari il 28 novembre 1861, fu condannato ai lavori forzati a vita. Con Regio Decreto di Grazia del 16 novembre 1873, la pena gli fu ridotta a trent’anni).
Il Muto ritornò a Li Colti nell’estate del 1857, in un terreno adiacente alla casa paterna dove si costruì un rozzo rifugio. Scomparve dopo qualche mese e nessuno seppe più nulla di lui. Fu ucciso alla fine di maggio del 1858, in località Santa Barbara, sempre presso Li Colti. Morì dove era nato e aveva prevalentemento vissuto.
Alla uccisione del Muto collaborò anche un pastore di Viddalba Agostino Peru Mazzittoni, detto “lu Gregu”.
Un mese dopo i parenti andarono dal parroco di Trinità d’Agultu, Giovanni Andrea Stangoni, per far celebrare una messa in suffragio dell’anima del Muto.
Il 28 giugno 1858 Stangoni così scrisse in una pagina del «Liber Mortuorum» della parrocchia di Aggius: “surdus atque mutus deficit ab ipsiusmet propinquis tamquam a vivis sublatus ad exequias celebrandas huic parochiae denunziatur. Celibis erat“.
MARIANGELA MAMIA (1833 – 1912)
Figlia secondogenita di Antonio Mamia e di Maddalena (Minnena) Pes Satta, era nata a Vignola nel 1833. Enrico Costa, che la conobbe ormai cinquantenne, ne esaltò la bellezza ancora giovanile. Da lei apprese molti particolari della tragica vicenda, avvenuta una ventina d’anni prima. Dal momento dello scoppio della faida visse come tutta la famiglia ad Aggius.
Mariangela Mamia, dopo le paci di Tempio che, suggellarono la fine della faida, l’11 settembre di quello stesso anno 1856, si sposò con Giovanni Battista Spezzigu Coxiganu di Li Reni (Viddalba) ma residente ad Aggius. Ebbe più figli: alcuni morirono piccoli; il terzo, sempre di nome Anton Pietro, nato nel 1866, divenne un protagonista della vita sociale e civica di Aggius, consigliere comunale dal 1897 e sindaco di Aggius dal 1899 al 1911.
Ed è a collegato a questo unico figlio che Mariangela, ormai anziana, ebbe l’ultimo tragico dispiacere della sua sofferta vita: Anton Pietro era ancora in carica come sindaco quando fu ucciso da un sicario il 9 luglio 1911 [la mattina del 10 luglio?] in località La Ciacca, a qualche chilometro da Aggius. Sulle sue cause furono fatte diverse ipotesi; qualcuno pensò ai vecchi rancori con i Vasa, mai pienamente assopiti; altri lo collegarono all’omicidio del professor Pier Felice Stangoni avvenuto presso Codaruina, il giorno di ferragosto del 1904. Si fece addirittura il nome di un famoso sicario di Rudalza (Olbia), tale Barore Nannia, che era stato visto in paese in quei giorni. Le indagini avviate dopo l’omicidio non giunsero ad alcuna conclusione; non si scoprì mai nè il mandante nè l’esecutore.
Mariangela Mamia – davvero una figura da tragedia greca la sua per le tante vicissitudini della sua vita – morì nella sua casa di Aggius, sedici mesi dopo la dipartita dell’unico figlio, il 18 novembre 1912, a settantanove anni.
ANTONIO MAMIA (ca. 1803 – 1853)
Antonio Addis Mamia nacque probabilmente nel 1803 in La Gjunchizza, nelle campagne di Vignola; figlio primogenito di Pietro Mamia e di Maria Maddalena Addis Santu.
Il padre Pietro Mamia era il celebre bandito ritratto da Vittorio Angius nella sua storia della Gallura [Si veda QUI]. Antonio Mamia non seguì le orme paterne; si racconta fosse un uomo saggio e tranquillo. Sposò una sua parente: Maddalena Pes Satta. Nel 1849, al momento dell’inizio della faida, avevano i seguenti figli: Giacomo (1831), che sin dai primi attriti con i Vasa si diede alla latitanza; Mariangela (1833), che dopo la rottura con Pietro Vasa sposò Giovanni Battista Spezzigu “Coxiganu”; Michele (22 ottobre 1836 – 18 agosto 1850), Anton Pietro (1838-1858 deceduto per cause naturali), Leonardo (1841), Giacomo (1842-1877), Pasqua (1848-1929). Aveva un fratello che fu famoso parroco di La Maddalena negli anni di Garibaldi.
Spesso convocato come “rasgiunanti” nelle controversie fra pastori, Antonio Mamia fu anche consigliere comunale ad Aggius, e per un breve lasso di tempo anche vicesindaco.
Oltre allo stazzo natio di La Giunchizza, che fu venduto subito dopo lo scoppio della faida, era proprietario di altri terreni confinanti: Li Pentimi, Pulchili e Larinzeddu; possedeva anche una casa in Aggius, avuta per eredità paterna, dove risiedeva per parte dell’anno, solitamente da ottobre alla primavera.
Quando fu ucciso il giovane Michele (1850), la moglie di Antonio Mamia, Maddalena Satta, era in attesa di un bambino, che nacque qualche mese dopo, alla fine del 1850, e gli fu imposto, come da consuetudine, il nome dell’appena defunto Michele. (L’omicidio di Michele fu vendicato dalla sua famiglia con quello di Caterina Bianco Razzu, madre di Pietro Vasa).
Antonio Mamia fu ucciso la mattina del 24 giugno 1853, festa di San Giovanni Battista. I sicari gli tesero un’imboscata in un viottolo adiacente lo stazzo di Nicola Spano, località Valdidonna, tra Aggius e Tempio. L’anziano capo clan si stava recando allo stazzo di tale Pietro Carlotto, un suo amico di Tempio. Per Mamia non c’è scampo. Anche in questa occasione la moglie, Maddalena Pes Satta, era incinta: due mesi dopo, il 27 agosto 1853, nacque un maschio che fu chiamato Antonio in memoria dell’ucciso.
Dopo l’uccisione del Mamia, la moglie Maddalena Satta, si risposò con un suo cugino, Bartolomeo Pes.
PIETRO VASA (1816 – 1859)
Era nato in Lu Naragheddu il 23 gennaio 1816, da Francesco Vasa e Caterina Bianco “Razzu”. Era alto un metro e sessantacinque, e non portava la barba (da descrizione documento processuale).
Dopo lo scampato pericolo di un attentato subito il 19 marzo, per la grazia ricevuta, elargì la somma di circa 48 scudi da destinare alla celebrazione annuale di una Messa di ringraziamento a San Giuseppe.
Incominciò a frequentare la casa dei Mamia intorno al 1846, tramite un suo amico, tale Martino Muzzigoni “Salitu”, di Badesi, che doveva acquistare un appezzamento di terreno di Antonio Mamia, nella zona di Li Colti. Si fidanzò con Mariangela Mamia, di cui era più grande di diciassette anni, da cui poi si separò per non aver voluto accondiscendere alla richiesta del futuro suocero Antonio Mamia di appacificarsi con i Pileri suoi parenti. Da quel ripudio, non c’è bisogno di dire di più, scaturì la faida familiare.
Pietro Vasa, dopo le paci di Tempio, che decretarono la fine delle ostilità fra le due famiglie, si sposò a Trinità d’Agultu il 26 aprile 1857, con Maria Pes, sua lontana parente, abitante nello stazzo di Li Cuzi (Viddalba). Dopo il matrimonio, i due novelli sposi vissero insieme per quasi due anni, alternando la residenza tra lo stazzo di Li Cuzi e quello in Lu Naragheddu.
Ormai in pace con i Mamia, era però sempre ricercato dai carabinieri per altre storie delittuose pendenti sul suo capo. La sua cattura fu ordita da Giovanni Antonio Spano Ciacciaredda con i Carabinieri (si veda QUI la notizia del suo arresto sui giornali): nel tentativo di scappare fu ferito e condotto alle carceri di Tempio, dove morì il 18 marzo 1859.
Dal suo matrimonio, il Vasa non lasciò discendenti: ebbe due figli che morirono entrambi molto piccoli (un maschio, Francesco, all’età di due anni, poi una femmina, nata dopo la sua morte, e alla quale era stato posto il nome di Pietrina, in memoria del padre).
La moglie Maria Pes, dopo qualche anno, nel 1865, si risposò con Pancrazio Lepori di Codarruina. Rimasta ancora vedova contrasse un altro matrimonio con Giuseppe Andrea Stangoni, di Badesi. Morì, nello stazzo di Gjuncana (Viddalba) presso alcuni parenti, nel mese di luglio 1891.
SALVATORE PILERI
Elemento centrale della storia perché a causa dei diverbi tra lui e Pietro Vasa scoppiò poi la lite tra quest’ultimo e il suo ormai prossimo suocero Antonio Mamia (parente del Pileri) per il rifiuto a riconciliarsi con lui.
Era nato intorno al 1825, nello stazzo di Lu Rotu, presso Trinità d’Agultu, da Giovanni Tommaso Pileri e Filippa Casu. Si sa che era di corporatura imponente e forte e che, giovanissimo, si sposò con tale Vittoria Stangoni di Badesi, che morì subito dopo, nel 1847, probabilmente durante un parto, lasciandolo vedovo e con una bambina piccolissima. Si risposò con Giovanna Angela Vasa, sorella di Pietro.
MICHELE TANXU / TANSU (1820 – 1850)
Di Andrea Tanxu (1776-1841) e di Agostina Bianco Razzu (1793-1842), pertanto cugino di Pietro Vasa da parte di madre. Fratello del Muto, era nato a Li Colti nel 1820.
La famiglia dei Tanxu era abbastanza agiata. Andrea Tanxu aveva infatti casa e vigna nel paese di Aggius. Secondo la tradizione tipica dei pastori, però vi dimorava raramente, ad eccezione del mese di settembre quando rientrava ad Aggius per la vendemmia e per la festa del Rosario.
Normalmente la famiglia risiedesse nel loro stazzo di Bainzeddu, nella regione di Li Colti, non lontano dalla chiesa campestre di Sant’Antonio.
Qualche tempo prima dell’inizio della faida, era successo che proprio Michele Tanxu, fratello del Muto, rimasto vedovo della prima moglie, si era risposato con una cugina di Pietro Vasa, trasferendo la sua residenza allo stazzo di Lu Naragheddu, vicino a Vasa, saldando ancora di più il loro vincolo di parentela. Questo fu probabilmente il motivo che lo spinse a prendere le difese del Vasa, quantunque fosse anche parente con i Mamia.
Uomo dal temperamento energico, Michele Tanxu, dopo la morte del padre Andrea, aveva preso in mano le redini della famiglia, curandone gli interessi economici e prendendosi cura del fratello minore sordomuto. In quegli anni viveva in Li Colti, nello stazzo di Lu Caldu ‘rreu, assieme alla prima moglie, Isabella Addis, dalla quale aveva avuto due figlie: Maria Rosa e Agostina.
Nel 1839, si presentò in Tribunale, a Tempio, per sollecitare la scarcerazione su cauzione del suocero Salvatore Antonio Addis Scriccia, arrestato con l’accusa di tentato omicidio, nei confronti dei fratelli Addis Melaju di Pitrischeddu (Aggius).
Nel 1847 morì la moglie, due anni dopo si risposò con Gavina Vasa, di Lu Naragheddu, di molti anni più giovane.
Morì ucciso mentre cercava di assassinare Antonio Mamia per vendicare il ferimento di Pietro Vasa.
Era il fratello prediletto del Muto, per il quale la sua uccisione fu destabilizzante.
FRANCESCA PES (1835 – 1903 )
Nacque il 20 settembre 1835, da Anton Francesco e Domenica Oggiano Multina. Nel romanzo del Costa è Gavina, la giovane pastorella di l’Avru, su cui Costa inventa la commovente storia d’amore. (A Costa forse fu detto di una simpatia/infatuazione del Muto per Francesca/Gavina?).
GIOVANNI ANTONIO SPANO (NEL LIBRO GIUSEPPE (ca. 1830 – )
Nel romanzo è Giuseppe, l’uomo che scrisse la parola fine a tutta la storia.
Soprannominato Ghjuann’Antoni Mannu, ma anche conosciuto come Ciacciaredda, era nato verso il 1830, da Luca Spano e da Vittoria Pes, quindi era nipote di Anton Stefano Pes. Di famiglia agiata Giovanni Antonio Spano, già all’età di vent’anni era una persona temuta e rispettata; qualche anno dopo, cancellati alcuni peccati di gioventù, divenne Commissario di Campagna.
Nel 1856 era stato oggetto di un tentato omicidio – autore Pedinchedda Lorenzo, noto “Tabacchera” soldato disertore di Tempio – nel quale morì invece un suo familiare (o padre o fratello) Giovanni Maria Spanu Ciacciaredda.
A L’Avru Ciacciaredda arrivò forse nei primi mesi del 1857, chiamato dalla zia acquisita, Domenica Oggiano, preoccupata dal pastore sordomuto Bastiano Tansu, cugino di Pietro Vasa, che si era infatuato della figlia Francesca (Gavina nel libro). In poco tempo e in gran segreto, il 28 giugno 1857 Giovanni Antonio sposa Francesca (Gavina) a Bortigiadas, officiante il sacerdote Giovanni Battista Peru di Aggius.
Dall’Archivio Parrochiale di Bortigiadas – Liber Matrimoniorum Vol. II (1842-1895), 28.06.1857, pag. 85 (Giuseppe e Gavina):
Anno Domini millesimo octigentesimo quinquagesimo septimo, die vigesima octava junii. Bortigiadas.
Praemissis denuntiationibus tribus et nullo impedimento comparso, infrascriptus parochus Antonius Oggiano, in matrimonio coniunxit Johannem Antonium Spano, filius q.dam Lucae, et Franciscam Pes filiam Antoni Stephani. Presentibus notis testibus Francisci Careddu et Michaelis, idem Careddu… Peru Rector.
ANTON STEFANO PES ( – 1857)
Sposato con Domenica Oggiano Multina, padre di Francesca (Gavina). Un suo fratello, Paolo, era suocero di Pietro Vasa. Circa un mese dopo il matrimonio di Francesca, Anton Stefano Pes fu ucciso. Si pensò al Muto, ma l’assassio nei documenti di archivio risulta essere Francesco Carbini.
Gli avvenimenti piu’ rilevanti in ordine cronologico
con la collaborazione di Piero Suelzu
Enrico Costa dice di oltre settanta omicidi, ma furono molti di meno, secondo quanto risulta dai dati d’archivio. Da essi risulta che dal 19 marzo 1850, quando fu ferito il Vasa, al 29 maggio 1856, data delle paci di Tempio, si registrano 27 omicidi, e non tutti ascrivibili a qualcuna delle due parti. Sommando anche alcuni uccisi non segnati negli archivi parrocchiali (per esempio Maria Maruddali, Pancrazio Oggiano, Pietro Spano, Paolo Addis Mattola, avvenuti nelle campagne tra Trinità d’Agultu e Bortigiadas, sicuramente attribuibili alla faida), la cifra totale si aggira intorno ai 35 morti assassinati.
Di seguito si riporta un elenco dei principali avvenimenti delittuosi; alcuni di essi non sono da attribuire alla faida. (Chi aveva un conto da regolare con qualcuno appartenente alle due fazioni in lotta, ne approfittò apertamente, in quanto il delitto sarebbe stato attribuito alla parte contraria).
L’ANTEFATTO. I CONTRASTi TRA PILERI E VASA
Intorno al 1848 le capre di Salvatore Pileri, soprannominato “Catteddhu”, «si erano introdotte in un podere di Pietro Vasa attraverso un varco nel muretto a secco che delimitava le proprietà dei due allevatori. Allontanato il bestiame, Vasa aveva subito ripristinato la chiudenda, ma il giorno dopo, l’episodio si era ripetuto con le stesse modalità. “Catteddhu” si era impegnato a custodire meglio le sue capre, ma non era riuscito ad evitare l’ennesimo sconfinamento. Ritenendosi offeso dal Pileri, Pietro Vasa aveva ucciso a fucilate le sue capre, utilizzando le loro carcasse per chiudere il varco del muretto.
«Salvatore Pileri aveva minacciato di denunciarlo e, per evitargli un processo, lo aveva costretto a risarcire un danno di gran lunga superiore a quello reale. Da quel momento divennero nemici giurati. Le cose non cambiarono nemmeno quando una sua sorella si fidanzò col Pileri. Anzi, peggiorarono, perché la sventurata, che non volle mai separarsi dall’uomo che amava, fu allontanata per sempre dalla famiglia». (Giovanni Ricci, Sardegna criminale, Roma, Newton Compton, 2007, p. 109 – citazione da altra fonte).
Proprio nel mese di maggio del 1849 in cui, secondo quanto riportato dal Costa, si svolse la cerimonia dell’abbrazzu, a poca distanza dallo stazzo abitato da Vasa erano accaduti due orribili fatti di sangue: il 25, presso Lu Muddetu, era stato assassinato Francesco Aunitu noto “Mussignori” di anni 40; il giorno successivo, 26 maggio, era stata la volta di Sebastiano Pileri “Aminosu” di anni 39, trucidato in località La Lamma, sotto gli occhi della figlia tredicenne. Di tale efferato delitto furono imputati i fratelli Michele e Antonio Pileri, abitanti nello stazzo di Lu Rotu, presso Trinità d’Agultu, e quindi dirimpettai dei Vasa. Fra i testimoni accusatori vi erano i fratelli Matteo e Antonio Vasa, zii paterni di Pietro, e la sorella di quest’ultimo, Giovanna Angela, nonché Michele Tanxu, fratello del Muto. (Fonte: Piero Suelzu cit.).
Si intuisce come non fosse semplice per Pietro Vasa assecondare la richiesta del potenziale suocero Mamia di far pace con i Pileri.
DOPO LA LITE FRA PIETRO VASA (FIDANZATO E PROMESSO SPOSO DI MARIANGELA MAMIA) E E ANTONIO MAMIA (PADRE DELLA RAGAZZA) PER IL RIFIUTO DEL PRIMO DI APPACIFICARSI CON MARTINO PILERI SUO CONFINANTE, SCOPPIA LA FAIDA:
19 MARZO 1850: FERIMENTO DI PIETRO VASA
Fu ferito in una imboscata mentre, dalla chiesetta campestre di San Giuseppe di Cugurenza, rientrava al suo stazzo di Lu Naragheddu. Il fatto avvenne nel sito chiamato La ‘ena di li Cabaddi, dove ancora oggi si trova una sorgente, e dove il Vasa si era attardato concedendosi una pausa. Soccorso dai suoi parenti del casato Oggiano Tuxoni che abitavano nel vicino stazzo di Petra Luzana, adagiato su una improvvisata barella di frascame, fu trasportato a casa sua. Il parroco della Trinità d’Agultu, il tempiese Pietro Garrucciu, recatosi dal Vasa per somministrargli i sacramenti, alla fine si rifiutò di dargli l’assoluzione perché, anziché perdonare i suoi feritori, incitava il cugino Michele Tanxu alla vendetta. Questo fatto fece nascere un piccolo battibecco tra il Vasa e il Garrucciu che, probabilmente per paura di qualche rappresaglia, il giorno stesso abbandonò la parrocchia e non vi fece più ritorno. Rientrò ad Aggius e da lì, dopo qualche tempo, se ne andò a Tempio.
Il ferimento di Pietro Vasa fu la scintilla che accese definitivamente le polveri. In principio furono accusati i Pileri che, approfittando della situazione di attrito di Vasa con il mancato suocero, potevano eliminarlo addossandone la colpa ai Mamia. I Pileri, confinanti con i Vasa, ma parenti dei Mamia, erano certamente gente di pochi scrupoli, malvisti anche dal loro parente Antonio Mamia.
Però lo stesso discorso si poteva fare per i Mamia che, volendo dare una lezione al Vasa, colpevole del mancato matrimonio con Mariangela, avrebbero approfittato della ormai vecchia inimicizia di costui con i Pileri per far ricadere la colpa su questi ultimi.
Il clan dei Vasa comunque diede la colpa al Mamia, quantomeno come mandante.
Nel frattempo, Pietro Vasa, da tutti dato per spacciato, riuscì a guarire dalla ferita riportata nell’attentato. Ripresa la vita normale, il suo unico scopo, da allora in poi, fu quello di vendicarsi; il suo odio, ovviamente, lo riversò principalmente nei confronti del mancato suocero, Antonio Mamia.
27 APRILE 1850: UCCISIONE DI MICHELE TANXU (TANSU nel libro).
Michele Tansu – si vedano sopra i cenni biografici – si incaricò personalmente di vendicare il ferimento del cugino Pietro Vasa. Tese un agguato al vecchio Michele Mamia che, in compagnia di Giovanni Maria Malu, stava dissodando un terreno di sua proprietà, in località Li Colti, ma ferì il figlio Pietro. Il Malu ed altri del clan Mamia risposero prontamente al fuoco e ferirono gravemente Tansu, quindi – ormai agonizzate – lo sgozzarono. Il suo cadavere fu poi sepolto nella località chiamata La Maccia di L’Acca, situata tra la Punta di Canneddi e Tinnari (Trinità d’Agultu e Vignola).
A QUESTO PUNTO NEL ROMANZO ASSURGE A VENDICATORE SANGUINARIO E QUASI UNICO RESPONSABILE DEI VARI DELITTI CHE SI SUCCEDETTERO IL FRATELLO MUTO BASTIANO TANSU.
31 maggio 1850: omicidio di Giovanni Addis Nieddu. Non meglio identificato; fu ucciso e il suo cadavere dato alle fiamme.
15 agosto 1850: UCCISIONE DI MICHELE MAMIA, FIGLIO DEL CAPO FAMIGLIA ANTONIO MAMIA, FRATELLO QUINDI DI MARIANGELA. Il Vasa ritenendo il Mamia mandante dei misfatti perpetrati nei mesi precedenti, nei suoi confronti, organizzò un agguato contro Antonio Mamia mentre rientrava dal campo del Coghinas col figlio Michele. Solo che Antonio, previdente, tagliò per una scorciatoia e per la strada maestra indirizzò il proprio figlio Michele, appena quindicenne, pensando che sarebbe stato risparmiato data l’età. Fu ucciso presso lo stazzo di Gambaidonna, lungo la strada che partendo da Viddalba, andava a congiungersi con quella che da Trinità d’Agultu porta ad Aggius. Il maggior indiziato dell’omicidio fu Battista Vasa, di Monticareddu, parente di Pietro Vasa.
21 AGOSTO 1850: UCCISIONE DI CATERINA BIANCO “RAZZU”, MADRE DI PIETRO VASA, in Lu Naragheddu, non lontana dalla sua abitazione, nei pressi di una sorgente naturale, dove si era recata per attingere l’acqua.
Assieme all’omicidio di Michele Mamia, fu il fatto che fece perdere ogni speranza di ricomporre amichevolmente le liti fra le due fazioni. Pietro Vasa, pazzo di rabbia, e con il cuore ancora più pieno di odio verso i Mamia, da quel momento imboccò decisamente la strada della guerra totale.
8 novembre 1850: uccisione di Nicola Cioncia, anni 25, sepolto a San Pietro di Rudas. Era imparentato con i Vasa per parte di padre.
3 febbraio 1851: tentato omicidio di Matteo Vasa presso Lu Nuragheddu da parte di Salvatore Pileri, che viene arrestato e condannato a venti anni di lavori forzati. La vicenda processuale collegata a questa vicenda è leggibile QUI.
3 giugno 1851: omicidio di Pietro Zancanu, anni 50, sepolto a San Pietro di Rudas. Ritenuto un sicario dei Vasa.
11 giugno 1851: omicidio di Comita Pirodda “Alcatu” (di Giovanni e di Antonia Tirotto), anni 27, presso La Paduledda e sepolto a Trinità d’Agultu.
In relazione parentale con i Mamia da parte di madre; il presunto omicida era Giovanni Antonio Oggiano “Tuxoni”, parente dei Vasa. Dal resoconto processuale a carico dell’omicida, si scopre che, anche se i due appartenevano alle due fazioni contrapposte, la faida c’entrava marginalmente. Qualche tempo prima il Comita Pirodda, assieme al fratello Pietro, avevano accorpato illegalmente, alla loro proprietà un appezzamento di terreno dell’Oggiano, il quale fece ricorso al pretore di Aggius; Pirodda allora, per ritorsione uccise un cavallo del Tuxoni, che si vendicò prontamente.
Dopo l’omicidio il Tuxoni si diede alla latitanza; fu arrestato quattro anni dopo, nelle campagne di Tisiennari (Bortigiadas). Le fasi della sua cattura furono abbastanza concitate, poichè l’Oggiano si difese strenuamente e riuscì anche a ferire l’appuntato dei carabinieri Cosimo Macis.
Il processo celebrato a Sassari nell’agosto 1856, si concluse con la condanna all’ergastolo dell’imputato. In questo processo, anche se poco attinente, risulta interessante la dichiarazione di Maria Leonarda Oggiano, teste citata dalla Difesa, la quale afferma che “nei giorni antecedenti la festa della Santissima Trinità d’Agultu, per correttezza e tradizione, in terra di Aggius non si ammazza mai nessuno”.
21 ottobre 1851: omicidio di Michele Addis “Scriccia”, anni 40.
Difficile stabilire i legami parentali, ma sicuramente appartenente alla fazione dei Vasa, per via delle sue relazioni con la famiglia Tanxu.
In questo periodo alcuni componenti dei due clan, cercarono di sfuggire alla faida cambiando luogo di residenza. Alcuni familiari del Vasa si rifugiarono dalle parti di Tergu, in Anglona, dove rimarranno fino alla cessazione delle ostilità. Altrettanto fecero alcuni membri della famiglia Pileri, rifugiandosi nella zona di San Pantaleo (Olbia) e Monti di Mola (Arzachena). I Pileri erano originari della zona di San Pantaleo all’epoca frazione di Nuchis.
19 febbraio 1852: omicidio di Luca Oggiano, presso lu Monti Spirratu; sepolto a Trinità d’Agultu. Probabilmente parente dei Vasa. Inoltre la sorella Maria Leonarda aveva sposato uno degli Oggiano Tuxoni, fedeli alleati di Pietro Vasa.
14 luglio 1852: omicidio di Antonio Pileri, anni 50, sepolto a Trinità d’Agultu. Appartenente alla fazione dei Mamia, per vincoli di parentela.
8 agosto 1852: omicidio di Agostino Pirodda “Boddu”, anni 35, sepolto a Trinità d’Agultu. Difficile attribuirlo ad una delle due parti.
28 maggio 1853: omicidio di Antonio Vasa, anni 58, in La Rena Lalga (Lu Muddetu), sepolto a Trinità d’Agultu.
Figlio di Pietro Vasa e di Martina Cioncia, pertanto zio paterno di Pietro Vasa, il fidanzato di Mariangela Mamia.
All’indomani di questo omicidio, in una tumultuosa seduta del consiglio comunale di Aggius, fu deliberato di richiedere l’intervento del Governo, al fine di calmare gli animi e di far cessare i delitti che stavano precipitando il territorio nel baratro. Alla seduta, fra i consiglieri comunali, erano però assenti sia il vecchio capo clan Antonio Mamia, sia Nicola Vasa, cugino di Pietro Vasa, quindi proprio le parti in causa.
24 giugno 1853: VIENE UCCISO IL CAPO FAMIGLIA ANTONIO MAMIA, in un viottolo adiacente lo stazzo di Nicola Spano, tra Aggius e Tempio. Sepolto ad Aggius. (Si vedano sopra cenni biografici)
Archivio Parrocchiale di Aggius – Liber Defunctorum, vol. IV 01.04.1848/29.10.1881, 24.06.1853 – pag. 42
Antonio Mamia
Anno Domini millesimo octingentesimo quinquagesimo tertio die vigesina quarta Junii /Agius
Antonius Mamia filius q.dam Petri et q.dam Magdalenae Addis aetatis fere annorum quinquaginta animam Deo reddidit absque Sacramentis quia interfectus fuit juxta ovili Nicolai Spano oppidi Tempio. Cuius cruce parochialis sociatum sepultum est in isto coemeterio
De quibus Petrus Paulus Spano Muzzetto.
La mattina seguente il consiglio comunale di Aggius invia una lettera al governo per denunciare la gravità della situazione:
«Il consiglio in data delli 18 del mese di dicembre 1851 fece conoscere al Governo le inimicizie del tempo, gli assassinii commessi in danno di persone innocenti, di ragazzi, di donne sessagenarie, il totale abbandono degli aratri sul campo, le greggie erranti e senza guida, scegliendo più presto una morte d’inedia che una morte violenta, più di duecento famiglie rinchiuse nelle proprie case, e chi ha emigrato per non morire […]. L’assassinio commesso il 27 dello spirante mese di maggio nella persona di un altro innocente, Antonio Vasa, padre d’una numerosa famiglia, è preludio di una generale distruzione; e se si contavano nella vertente inimicizia numero quindici assassinati individui e mandati al sepolcro, numero otto feriti e numero sei spari mancati, deve per l’avvenire continuare più esacerbata ed accanita in modo tale che non solo gli aventi grado di sangue in dette fazioni resteranno vittime innocenti o rei, ma anche gli amici dell’una e dell’altra parentela saranno sospetti e così costretti anche a marcio dispetto a pigliar parte in questo divorante incendio; di modo che rovinati nati negli interessi, assassinati nelle persone, abbandonati dal governo, non altro sarà questa popolazione che un deserto». (Ricci, op. cit., p. 111)
5 febbraio 1854: omicidio di Matteo Vasa, di Pietro e di Martina Cioncia, anni 58, in La Tarragghjola (Lu Muddetu), sepolto a Trinità d’Agultu. Zio paterno di Pietro Vasa.
3 [o 23] aprile 1854: omicidio di Agostino Peru Mamia noto “Cojareddu” (di Pietro e di Caterina Mamia), in Lu Capu di Maltuzzu-Li Colti, sepolto a Trinità d’Agultu.
Imputato Muzzigoni Tommaso.
12 aprile 1854: omicidio di Gavino “Colbu” avvenuto in località l’Alba di la Ruda, presso Li Colti (estraneo alla faida).
2 giugno 1854: con apposita delibera, il Consiglio comunale chiese che si “inviassero carabinieri a cavallo per lo sgombero dei sicari malviventi, poiché ora più che mai esacerbati gli animi delle complicate fazioni e i delitti di giorno in giorno progrediscono”.
10 giugno 1854: omicidio di Nicola Moro, anni 35, in Cugurenza, da parte dei carabinieri, ai quali si era ribellato.
13 luglio 1854: omicidio di Giovanni Antonio Pirodda, anni 55, presso La Paduledda, sepolto a Trinità d’Agultu.
30 luglio 1854: omicidio di Giuseppe Andrea Peru, anni 49, sindaco di Aggius, presso il Riu Sirena, sepolto ad Aggius (omonimo del noto omonimo del coro).
Furono imputati il notaio Francesco Muntoni, il figlio Giovanni Andrea, Giovanni Andrea Muretto, Giuseppe Malu Chilgoni e Francesco Addis Battino, per
soprannome Frau.
3 ottobre 1854: omicidio di Giovanni Battista Muretti Mamia, noto Bistenti, anni 40.
17 dicembre 1854: omicidio di Giovanni Maria Malu “Bagassu”, anni 50, pastore di Cascabraga, l’assassino di Michele Tanxu. Il suo cadavere fu rinvenuto, orrendamente mutilato, nel luogo detto Lu Caminu Mannu, nei pressi di l’Alburu di la Bandera in territorio di Bortigiadas, nel cui cimitero fu poi seppellito.
10 luglio 1855: omicidio di Salvatore Pileri di Michele, anni 70, sepolto ad Arzachena. Uno dei tanti che era emigrato all’inizio della faida, onde evitare guai peggiori. Era del clan dei Mamia.
22 luglio 1855: omicidio di Andrea Bianco “Rana” (di Pietro e di Gerolama Suelzu), sepolto ad Aggius.
8 novembre 1855: omicidio di Nicola Pirodda (di Antonio e di Maria Vittoria Pirodda), anni 28, in la Paduledda, sepolto a Trinità d’Agultu.
Imputati Carbini Brandino Francesco; Mureddu Melaju Giovanni.
14 novembre 1855: omicidio di Francesco Maria Carbini “Brandincu”, anni 41 (n. 30.01.1814), in Vaddi Muroni, sepolto a Trinità d’Agultu. Della parte dei Vasa.
29 MAGGIO 1856: LE PACI A TEMPIO
Con questo atto fu sancita ufficialmente la fine delle inimicizie fra i Vasa e i Mamia.
Tuttavia la catena di delitti, pur rallentando, non cessò: dal 26 maggio 1856 al 14 luglio 1860 furono commessi altri nove omicidi, tra cui alcuni fondamentali per la storia del Muto di Gallura:
13 dicembre 1856: omicidio di Pietro Pirodda (nato il 4.11.1835 – di Antonio e Maria Vittoria Pirodda), presso la Paduledda, sepolto a Trinità d’Agultu.
5 luglio 1857: VIENE UCCISO ANTON STEFANO PES. Non fu ucciso dal Muto diversamente da quanto fu riferito a Costa; l’assassino nei documenti di archivio risulta essere Francesco Carbini.
? ? 1858 – VIENE UCCISO IL MUTO, Bastiano Tansu (Sebastiano Tanxu) di Andrea e di Agostina “Razzu”. Sepolto in località ignota.
18 marzo 1859: MUORE PIETRO VASA, nel carcere di Tempio. Con la sua fine, cala finalmente il sipario sulla inimicizia fra i Vasa e i Mamia, in quanto sono scomparsi tutti i principali attori. Ma i fatti di sangue ad Aggius e a Trinità d’Agultu continueranno ancora per molti anni perché nel frattempo si creeranno nuove inimicizie. Fu pertanto necessario addivenire a nuove paci: quelle del
A questi nominativi si dovrebbero aggiungere anche quelli che, implicati nella faida e assicurati alla Giustizia, perirono nelle prigioni, dislocate anche fuori della Sardegna. (Cfr. P. Baltolu)
Si ricordano:
- Martino Tirotto, anni 37, deceduto a Sassari nel 1862;
- Francesco Carbini Brandincu, di Nigolaeddu;
- Leonardo Tirotto, anni 44, deceduto a Genova nel 1859;
- Mattea Muretti, anni 40, deceduta a Sassari nel 1862;
– Giovanni Antonio Vasa, noto Baddarocculu, anni 36, deceduto nel carcere di Tempio Pausania nel 1863;
– Michele Suelzu Buleddu, anni 50, deceduto nel carcere di Tempio Pausania nel 1865;
– Martino Peru, anni 50, deceduto nel carcere di Tempio Pausania nel 1874;
– Andrea Addis Ugnutu, anni 30, di Migalazzu, coniugato con una Domenica Mamia, deceduto nel carcere di Tempio Pausania nel 1876;
– Giovanni Tuxoni, anni 62, deceduto nel 1880 a Pozzuoli, dove era condannato ai lavori forzati.
La pace del 1856 nelle riviste italiane e straniere
[Nota: i Mamia nel testo originale sono scritti per errore Mamio: copiando la notizia uno dall’altro, l’errore diventa generalizzato].
VARIETÀ. COSTUMI DELL’ISOLA DI SARDEGNA, in «Vero Amico del Popolo», Roma 2 agosto 1856.
Nella provincia di Gallura (isola di Sardegna), del tutto sino ad oggi sprovvista di strade, si sono conservati, forse più che altrove, gli antichi rozzi costumi che la moderna civilizzazione è chiamata a modificare radicalmente. Gli odii ereditarii tra le famiglie, e lo spirito di partito hanno prodotto in quel paese, di razza forte ed audace, un sentimento così profondo che si credono obbligati sul loro onore a vendicare le ingiurie a cui hanno potuto esser fatti segno o i loro parenti o i loro amici.
Questa esaggerazione dello spirito di famiglia e di partito, è stata causa d’una sanguinosa mischia che da molti anni divideva in due campi gli abitanti del villaggio d’Agius nei contorni della Città di Tempio.
Un disguido che ha avuto origine in conseguenza dello scioglimento d’un matrimonio progettato tra certo Pietro Vasa ed una graziosa ragazza della famiglia Mamia, aveva preso tale un carattere di odio, che le due famiglie ed i loro numerosi aderenti erano come in un vero stato di guerra. Basti il dire che dopo qualche anno di ostilità 71 membri delle due famiglie erano caduti uccisi.
L’avvocato Orrù Intendente di Tempio, deplorando altamente questo stato di esse, pose in opera ogni mezzo autorevole in suo potere per mettervi un fine: infatti i consigli, le preghiere e le istanze furono coronate di felice successo, e poté ottenere dalle due parti nemiche l’acconsentimento d’una pace piena ed intera.
In seguito a questo risultato, il 19 maggio scorso ebbe luogo un ritrovo in pieno campo di tutti i membri delle due famiglie. In mezzo al luogo di riunione innalzavasi un Crocifisso, simbolo di quegli che discese dal cielo per arrecar pace agli uomini di buona volontà.
Stavano da un lato 324 individui della famiglia Mamia e suoi aderenti, dall’altro 273 della famiglia Vasa. Le due parti si stavano di faccia l’una all’altra, forse attonite di potersi guardare senz’odio.
Scorso qualche istante, il capo dei Vasa cadde in ginocchio ai piedi del Crocifisso, quindi alzandosi andò ad abbracciare il capo dei Mamia, e percorse tutta la fila che gli stava davanti, a tutti dimandando ed offrendo pace.
Ognuno alla sua volta seguì il nobile esempio, e tosto si vide scorrere dagli occhi di questa gente, maschia e severa, lagrime di commozione e pentimento. Un fervente discorso del padre Rettore delle Scuole, commosse vivamente gli spettatori, e fu come suggello della riconciliazione, a cui dal profondo del cuore una moltitudine di persone applaudiva.
COSTUMI SARDI. La riconciliazione tra i Vasa e i Mamia, 29 marzo 1856 , IN «Panorama Universale», 5 luglio 1856
È succeduto nelle vicinanze della città di Tempio in Sardegna un fatto, del quale si ebbero a rallegrare non salo i buoni cittadini, ma anche quei di tutta la provincia di Gallura.
In questa parte dell’isola di Sardegna, ancora tutta affatto priva di strade regolari, si sono più che altrove conservati antichi costumi, che l’incivilimento moderno deve profondamente modificare. Quindi si mantennero finora certi dissidi ed odii ereditari fra intiere famiglie e fazioni.
Né deve poi far gran meraviglia, se in un popolo di spiriti fieri ed animosi, che per varii secoli fu quasi privo di una regolare amministrazione di pubblica giustizia, sia quasi spontaneamente germogliato un sentimento molto profondo, per cui i congiunti si tengono istretti dall’onore di vendicare le ingiurie ricevute da’ loro più prossimi parenti ed amici.
A questa esagerazione dello spirito di famiglia e di consorteria vuolsi riferire un sanguinoso dissidio che da parecchi anni divideva, gli abitanti del villaggio d’Adgius, dissapore nato dalla rottura di nozze concertate tra Pietro Vasa, ed una bella ragazza della famiglia Mamia, d’onde era nato tal odio, che si quelle due famiglie che i numerosi aderenti delI’una e dell’altra erano in un vero stato di guerra civile. Basti dire che, nel decorso di alcuni erano stati uccisi settantun’nomini, oltre un ragazzo di 12 anni ed una vecchia donna. Ma ora quell’intendente avv. Orrù, deplorando altamente un tale stato di cose, s’impegnò a farlo cessare, potentemente aiutato dal signor Francesco Murino, persona molto accetta a quella popolazione. Tanto valsero i consigli, le preghiere e le istante di questi benemeriti che si ottenne dalle due parti, il consenso ad una pace plenaria ed assoluta
In conseguenza, nello scorso 29 maggio, ad ora convenuta, incontravansi in aperta campagna tutti gli nomini delle due fazioni. Sorgeva in mezze al campo un Crocifisso emblema di Colui che scese dal Cielo onde dar pace agli uomini di buona volontà. Da una parte vedevansi trecentoventiquattro uomini sia della famiglia Mamia che dei suoi aderenti, dall’altra duecentosessantatrè della fazione dei Vasa.
Schierate le due file dirimpetto l’una all’altra, sembravano stupite di potersi rimirare senz’ira e senz’odio. Quindi il primo dei Vasa inginocchiossi avanti il Crocifisso, e tosto rizzatosi andò ad abbracciare il primo dei Mamia, e percorse l’intera fila che stava innanzi a lui, chiedendo ed offrendo a ciascuno la pace. Tutti l’uno dopo l’altro seguirono il nobile esempio, e tosto da molti occhi maschi e severi, si videro spuntare lagrime, sia di sincera commozione, sia di pentimento. Una calda e ben sentita allocuzione del Padre rettore delle Scuole pie commosse pure vivamente gli astanti, e pose il suggello a quella riconciliazione.
Un immenso popolo era accorso a questo commovente spettacolo, a cui tutti dal fonde del cuore facevano plauso, mirando in questo fatto una felice iniziativa di maggiore prosperità per la provincia, la quale per molte ragioni non ha potuto sinora trarre dalle abbondanti sorgenti di ricchezza impartitele dalla natura, quel partito che coll’aiuto di una provvida amministrazione si può sperare di ottenere nel futuro.
GIORNALI TEDESCHI
«Regensburger Tagblatt: Kampf-Organ für nationale Freiheit und soziale», 2 luglio 1856
Da Italia e Popolo
Alcuni giorni or sono, nei pressi di Tempio, fu segnalato un fatto molto interessante.
In questa parte dell’isola di Sardegna si sono conservate ancora molte antiche usanze, e non è certo degno di lode che il vecchio spirito di vendetta si sia trasmesso quasi per eredità alle generazioni successive.
Nei dintorni di Agius vivevano due famiglie da lungo tempo in inimicizia a causa di un’antica faida: la famiglia Mamia e una certa famiglia Vasa; e tale ostilità perdurava da anni in forma aperta.
Parenti, affini e conoscenti partecipavano alla contesa, e così accadde che, negli ultimi anni, oltre sessanta persone — fra cui un fanciullo di dodici anni e una vecchia donna — caddero vittime di questa faida di sangue.
L’intendente di Tempio, Sig. Orrù, era profondamente preoccupato per questa deplorevole situazione, e si adoperò, insieme al Sig. Francesco Manca, con ogni possibile sforzo per porre fine a tali atrocità.
Questi due pacificatori si rivolsero allora alla parte più intelligente e moderata delle due famiglie nemiche, e grazie ai loro sforzi congiunti riuscirono finalmente a ottenere il tanto desiderato risultato.
Il 29 maggio si radunarono, accorsi in gran numero, i membri delle due famiglie in campo aperto.
Al centro era stata eretta una croce, attorno alla quale si disposero 324 membri della famiglia Mamia e 263 della famiglia Vasa.
Il più anziano della famiglia Vasa si inginocchiò per primo; dopo aver recitato una preghiera, si alzò, si avvicinò al capo della famiglia Mamia, lo abbracciò, e dopo di lui lo fecero tutti i suoi parenti e amici.
Gli altri seguirono l’esempio, e fra lacrime di pentimento e di gioia fu concluso il nuovo patto di amicizia.
Un Padre Rettore delle Scuole Pie pronunciò un discorso di circostanza che pose fine alla cerimonia di riconciliazione.
«Kurier für Niederbayern. Landshuter Tag- u. Anzeigeblatt : unabhängige Tageszeitung für Heimat und Volk», 2 luglio 1856
Dal confine italiano, 27 giugno. (Corrispondenza)
Qualche giorno fa (la lettera è datata Tempio, 10 del mese corrente) si è verificato un caso molto interessante nelle nostre vicinanze. In queste parti dell’isola di Sardegna si sono conservate molte antiche usanze, tra cui quella, non meno che lodevole, della vendetta ereditaria e dell’odio che si trasmette alle tarde generazioni.
Nel villaggio di Agius, due famiglie, a causa di un matrimonio progettato e poi interrotto tra un certo Pietro Vasa e una bella ragazza della famiglia Mamia, erano in aperta faida da tempo. Tutti i parenti e i conoscenti più stretti fecero propria la causa, e così accadde che in pochi anni oltre 60 persone, tra cui un ragazzo e un’anziana donna, caddero vittime di questa vendetta di sangue. L’Intendente di Tempio, Sig. Orrù, era completamente sconsolato per questa deplorevole situazione e, insieme a un certo Sig. Francesco Murino, si adoperò con ogni mezzo per porre fine a questo orrore.
Questi due pacificatori si rivolsero quindi alla parte più intelligente e moderata delle due fazioni nemiche e le loro sforzi congiunti riuscirono finalmente a ottenere il risultato tanto atteso.
Il 29 maggio si radunarono — con l’afflusso di una folla innumerevole — i membri e i sostenitori delle due famiglie in un campo aperto.
Al centro fu piantato un Crocifisso, attorno al quale si schierarono 324 sostenitori della famiglia Mamia e 263 della famiglia Vasa.
L’Anziano della famiglia Vasa si inginocchiò per primo. Dopo aver completato la preghiera, si alzò, si avvicinò al Capo della famiglia Mamia, lo abbracciò, e dopo di lui tutti i suoi parenti e amici.
Tutti gli altri seguirono il suo esempio, e tra lacrime di pentimento e gioia, fu sigillato il nuovo patto di amicizia.
«Didaskalia Blätter für Geist, Gemüth und Publizität», 3 luglio 1856
(Una magnifica cerimonia di riconciliazione.)
Da anni infuriava nel villaggio di Agius, sull’isola di Sardegna, patria della faida di sangue, una devastante disputa tra le due famiglie Mamia e Vasa, che aveva avuto origine dalla rottura di una promessa di matrimonio tra un Vasa e una bella ragazza della stirpe dei Mamia.
Erano già caduti 61 uomini, un ragazzo e un’anziana donna, vittime della sanguinosa vendetta. Infine, le due parti, grazie all’insistente esortazione di uomini rispettati, forse anche a causa delle dolorose perdite subite da ciascuna di esse, acconsentirono a una solenne riconciliazione.
Il 29 maggio, tutti gli uomini di entrambe le fazioni si riunirono in un campo aperto.
Al centro di questo era stata eretta un’alta croce; su un lato si schierarono i Mamia con i loro sostenitori, 324 persone in tutto, e sull’altro lato i Vasa, 263 di numero.
Dopo una breve pausa, il capo dei Vasa avanzò, si inginocchiò presso la croce, si alzò dopo una breve preghiera e si recò dal capo dei Mamia, offrendogli pace e amicizia.
Tutti i suoi seguaci imitarono il suo esempio, e così la riconciliazione fu suggellata da un abbraccio generale.
Questa riconciliazione è tenuta in altissima considerazione sull’isola, poiché si spera che la grandezza dell’esempio dato lasci un’impressione profonda e duratura sulla popolazione della regione.
«Bamberger Zeitung», 4 luglio 1856
In Gallura, provincia della Sardegna, una delle regioni meno raggiunte dalla civiltà, si trova, non lontano da Tempio, il villaggio di Aggius.
In seguito a un matrimonio concluso in modo infelice, le famiglie che vi abitavano, i Vasa e i Mamia, entrarono in discordia e poi in una faida di sangue.
In questa vendetta fu coinvolta a poco a poco quasi tutta la comunità, così che nel giro di pochi anni settantuno persone caddero vittime.
Il 29 maggio si riuscì finalmente a giungere a una riconciliazione.
Nel luogo dove le due stirpi – 324 appartenenti ai Mamia e 273 ai Vasa – si radunarono, fu eretta una croce.
La solenne abiura della faida e gli abbracci dei riconciliati ebbero luogo mentre il padre, rettore della scuola di Tempio, teneva un discorso durante il quale gli ascoltatori piansero.
«Neue Würzburger Zeitung», 4 luglio 1856
Nella provincia di Gallura, sull’isola di Sardegna, che è ancora tra le meno aperte alla civiltà, si trova il villaggio di Agius, non lontano da Tempio.
A seguito di un matrimonio non più celebrato, le famiglie Vasa e Mamia, residenti lì, vennero in conflitto e poi caddero nella faida di sangue.
In questa vendetta fu coinvolta a poco a poco quasi tutta la comunità, tanto che in pochi anni caddero vittime 71 persone.
Finalmente, il 29 maggio, si riuscì a ottenere una riconciliazione.
Nel luogo in cui si riunirono le due stirpi — 324 dei Mamia e 273 dei Vasa — era stato eretto un Crocifisso.
La solenne abiura della faida di sangue e gli abbracci dei riconciliati ebbero luogo, dopodiché il Padre, Rettore delle Scuole di Tempio, tenne un discorso, al quale gli ascoltatori tributarono applausi.
Nella provincia della Gallura, in Sardegna, che è ancora una delle regioni meno toccate dalla civiltà, si trova non lontano da Tempio il villaggio di Aggius.
In seguito a un matrimonio annullato, le famiglie Vasa e Mamia, residenti in quel luogo, erano cadute in discordia e poi in vendetta di sangue.
In questa vendetta fu coinvolta poco a poco quasi l’intera comunità, così che, in pochi anni, settantuno persone caddero vittime.
Il 29 maggio si riuscì finalmente a ottenere una riconciliazione.
Nel luogo in cui le due famiglie — 324 appartenenti ai Mamia e 273 ai Vasa — si riunirono, fu innalzato un crocifisso.
La solenne rinuncia alla vendetta di sangue e le abbracciate tra i riconciliati ebbero quindi luogo, dopodiché il padre, rettore della scuola di Tempio, tenne un discorso al quale gli astanti risposero con vivi applausi.
«Schwäbischer Merkur», 8 luglio 1856
Nella provincia della Gallura, in Sardegna — che è ancora tra le regioni meno toccate dalla civiltà — si trova, non lontano da Tempio, il villaggio di Aggius.
In seguito a un matrimonio annullato, le famiglie Vasa e Mamia, residenti in quel luogo, entrarono in discordia e quindi in una faida di sangue.
In questa vendetta rimase coinvolta a poco a poco quasi tutta la popolazione, così che, nel giro di pochi anni, settantuno persone caddero vittime.
Il 29 maggio si riuscì finalmente a giungere a una riconciliazione.
Nel luogo dove si radunarono le due famiglie — 324 membri dei Mamia e 273 dei Vasa — fu eretto un crocifisso.
Seguì la solenne rinuncia alla vendetta di sangue e le abbracciate dei riconciliati, dopo di che il padre, rettore della scuola di Tempio, tenne un discorso al quale gli ascoltatori risposero con vivi applausi.
«Dollar Monthly Magazine», (Boston), Maggio 1857 (GIORNALE USA)
Vendetta in Corsica.
I nostri lettori conoscono una sorta di piaga sociale che esiste da tempo immemorabile nelle isole di Corsica e Sardegna, sotto il nome di vendetta-.
Un caso notevole di questo genere è stato recentemente composto in modo amichevole ad Agius, vicino a Tempio (Sardegna), tra due potenti famiglie, i Mamia e i Vasa.
La causa originaria era stata la rottura di un matrimonio, e nel corso di pochi anni settantuno persone erano cadute vittime della vendetta privata da entrambe le parti.
L’attuale Intendente di Tempio, il signor Orrù, è finalmente riuscito a condurre le parti a un accordo, e il 29 maggio scorso, 324 uomini della famiglia Mamia e 573 [sic] della famiglia Vasa si sono riuniti in una pianura nei pressi di Tempio, rinunciando al loro odio reciproco davanti a un crocifisso.
Uno dei Vasa si è fatto avanti verso il capo dei Mamia e lo ha abbracciato, dopo di che ha avuto luogo un saluto generale fra lacrime di amicizia.
L’arresto di Pietro Vasa nei giornali italiani e stranieri
«Il Vero Amico del Popolo», 3 marzo 1859
Da una corrispondenza dalla Sardegna viene partecipato che alla partenza dell’ultimo corriere da Cagliari erasi in questa città ricevuto avviso per dispaccio talegrafico che i reali carabinieri della luogotenenza di Tempio avevano arrestato il famoso bandito capo-banda Vasa Pietro da Agius, imputato nientemeno che di 70 e più omicidii. Quest’uomo feroce era il terrore di tutta l’isola, per cui la notizia venne accolta con indicibile gioia da tutti gli abitanti, i quali uniti alle autorità, inviano da quasi tutti i paesi espressioni della più sentita riconoscenza.
Allgemeine Zeitung München, 7 marzo
Da Cagliari si riferisce che la gendarmeria è finalmente riuscita ad arrestare il famigerato Pietro Vasa di Agius, che per lungo tempo aveva seminato il terrore nei dintorni di Tempio. Egli si sarebbe reso colpevole di diversi omicidi e furti, e avrebbe più volte ingaggiato veri e propri scontri armati con la gendarmeria.
*** La stessa identica notizia la forniscono nei successivi giorni altre testate:
– Münchener Bote für Stadt und Land, 9 marzo
– Innsbrucker Tagblatt – 10 marzo
– Fremden-Blatt – 10 marzo
– Mercur. Pest Ofner Kundschafts und Auctionsblatt – 13 marzo
– Sonntags-Zeitung: illustriertes Volksblatt für Belehrung und … 20 marzo
IL RACCONTO DETTAGLIATO DELL’ARRESTO
«Gazzetta del Popolo», 5 dicembre 1859 [si noti la data: nove mesi dopo i fatti; però una cronaca dei fatti dettagliata e molto interessante]
Cagliari. Si legge nello Statuto:
Caduto il terribile bandito Pietro Vasa, d’Agius, non si erano ristati dal mal fare tutti i più fidi partigiani della fazione, che da quello prendeva nome, ché anzi continuando essi nell’infame carriera dal medesimo loro tracciata, seguitavano ad affliggere con ogni ribalderia la Gallura intera.
Fra questi, di cui, chi più chi meno, aveva avuto parte nei sessanta assassinii dal Vasa commessi, non ultime per astuzia, coraggio e prepotenza era annoverato il pastore Tirotto Martino dello stesso luogo.
Era egli solito, a frequentare lo stazzo d’un suo amico, posto nel luogo detto Badde-Longa, una delle più scabrose località del territorio della vastissima Gallura, custodito sempre da grossi mastini, cui ogni più lieve rumore è cagione di prolungate abbaiamento, segnale di precauzione per coloro che vi stanno.
A superare tali difficoltà otto carabinieri reali della stazione di Tempio, brigadiere Masala Gio., e carabinieri Diana Gio., Sechi Gio., Pes Antonio, Massidda Giuseppe, Addis Francesco, Putzu Francesco, Lopino Ambrogio, dal mattino del 18 novembre trovavansi in rigoroso agguato a qualche distanza dall’ovile e solo verso le undici pomeridiane del 20 poterono accertarsi esservi il bandito.
Deposero tutti il calzamento e così a piedi nudi poterono raggiungere non intesi lo stazzo, e circondarlo. Bussarono allora alla porta, ma nessuno avendo risposto, con forte urto spalancarla, penetrarvi dentro e piombare furiosamente sul Tirotto nel momento appunto che afferrava la sua pistola ed il corto suo fucile a doppia canna, fu una cosa sola. Egli di tal modo fu assicurato prima che avesse avuto tempo a resistere. E ciò fu una vera fortuna, poiché quel bandito, cui fu trovata una vistosa provvista di munizioni da guerra, se non fosse stato in tal modo sorpreso, avrebbe opposto accanita resistenza, e trovandosi nella sua abitazione avrebbe ucciso e ferito alcuni di quei militari, ai quali non sarebbe riuscito d’impossessarsi che del suo cadavere.
Sappiamo che il municipio di Tempio con apposito atto consolare ha reso onorevole testimonianza alla Luogotenenza dei reali Carabinieri degli ottimi servizi resi alla Gallura da quell’arma benemerita, e che lo ha rassegnato al ministro degli interni, richiamando ad un tempo l’attenzione dello stesso dicastero per l’aumento del personale della stessa arma, in vista della vasta estensione del territorio della provincia.
Immagini storiche del paese di Trinità d’Augultu e dei suoi abitanti, tratte da La Frisaia, rivista periofica della Parrocchia di Trinità d’Agultu, anni 1993, 1994-95.
INDICE DEL LIBRO
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[Dedica a Medardo Riccio]
PARTE PRIMA
PRELUDIO
I.
Nell’ombra
II.
Aggius
III.
Il Monte della Crocetta
IV.
L’infanzia del Muto
◊ ◊ ◊
PARTE SECONDA
I VASA E I MAMIA
I.
Mariangiola
II.
L’abbraccio
III.
Mestizia nella festa
IV.
Odio vince amore
V.
Il battesimo del muto
VI.
Una partita sleale
VII.
La rivincita
VIII.
La posta al cinghiale
IX.
Le paci d’Aggius
◊ ◊ ◊
PARTE TERZA
GLI AMORI DEL BANDITO
I.
Un raggio nelle tenebre
II.
Gli effetti d’una lusinga
III.
Le piccole attenzioni
IV.
All’ombra delle spine
V.
I regali del muto
VI.
Battaglie dello spirito
VII.
Il cugino Giuseppe
VIII.
La domanda di matrimonio
IX.
Tra madre e figlia
X.
Un giuramento
XI.
Cuor di madre
XII.
Si rompe ogni indugio
XIII.
Vendetta
◊ ◊ ◊
PARTE QUARTA
FINALE
I.
Sulla china del monte
II.
Il Gran Tamburo
III.
Pietro Vasa
IV.
Mistero
Edizione con commenti storico-critici e aggiunta di note storiche tratte dal libro di Piero Suelzu, di Trinità d’Agultu, appassionato cultore di storia locale, autore nel settembre 2024 di una ristampa da lui emendata sulla scorta di documenti dì archivio (fascicoli processuali dell’Archivio di Stato di Sassari) e dell’Archivio Storico Digitale della diocesi di Tempio-Ampurias per la consultazione dei Quinque libri relativi alle parrocchie di Aggius, Trinità e Bortigiadas, utili per genealogie e le parentele della persone coinvolte.
I commenti e le note storiche sono facilmente riconoscibili perché in carattere rosso.
A Medardo Riccio
Hai voluto gentilmente dedicarmi il tuo Testamento del Diavolo, e te ne ringrazio. Permetti dunque, che anche io ti dedichi il mio Muto di Gallura, in pegno di quella salda amicizia che da molti anni ci unisce.
Ed ora – prima di cominciare – lascia che io faccia una dichiarazione, che credo necessaria per coloro che avranno la pazienza, o la bontà di leggere le mie pagine.
Non ho scritto un romanzo. I fatti ch’io narro sono veri; veri nei particolari, nei nomi dei personaggi, nei luoghi dell’azione, nei tempi in cui accaddero, e fin nei dialoghi che riporto. I galluresi potrebbero farne fede.
Insomma in generale ho voluto narrare la storia delle inimicizie di Aggius nei sette anni che corsero dal 1849 al 1856; e in particolare quella di Bastiano il muto, uno dei personaggi che vi presero più larga parte. L’esigenza storica de’ fatti mi ha costretto a far menzione di scene di sangue, che ben volentieri avrei taciuto, se lo scopo della mia pubblicazione non fosse quello di far rilevare da quali cause leggere ebbero ben spesso origine le sanguinose vendette che afflissero in ogni tempo le generose e forti popolazioni della Gallura, e specialmente di Aggius, le quali trascesero negli odii, anche per colpa dei Governi che le trascurarono sempre.
La politica d’allora corrotta e corruttrice, non faceva che avvilire quegli uomini fieri, concedendo l’immunità ai più feroci banditi, a solo patto che catturassero o uccidessero a tradimento i loro compagni; onde accadde non di rado, che un assassino volgare riacquistasse facilmente la libertà, uccidendo colui, che solamente si era fatto omicida per vendicare l’onore della propria famiglia.
Vincolato da una promessa ai cari amici di Gallura, oggi l’ho sciolta come meglio ho potuto, suggellandola col tuo nome.
Se a te ed a loro il mio Muto di Gallura riuscirà a manifestare l’affetto che vi porto, avrò motivo di compiacermene. Potrò dirvi con orgoglio: Son riuscito a far parlare un muto!
Sassari, 15 luglio 1884
ENRICO COSTA
PARTE PRIMA
PRELUDIO
I.
Nell’ombra
[Anton Stefano Pes fu ucciso la sera tra il 5 e il 6 luglio 1857 nel sito la Schina di la Lizzazza, tra Gjagazzu e l’Avru. Per il Tribunale di Sassari non fu il Muto ad ucciderlo. Il 1 novembre successivo fu arrestato Francesco Carbini Brandincu, abitante nello stazzo di Nigolaeddu, condannato il 2 dicembre 1861 all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Sassari (che non escludeva però la presenza di altri individui nell’agguato mortale.]
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, alla ventura.
Di colle in colle, di balza in balza, egli si aggirava per quei dintorni, ma finiva sempre per ritornare al punto donde era partito: ad uno speco, chiuso fra tre blocchi di granito, intersecato da folte macchie di rovere e di lentischio.
La notte era buia, quantunque il cielo fosse stellato; ma quell’uomo era pratico dei sentieri e dei burroni che conosceva palmo a palmo.
Sotto il cappuccio tirato sul viso, i suoi occhi mandavano lampi; dalle falde del corto cappotto d’orbace usciva la tersa canna del suo fucile, compagno indivisibile nella sua solitudine: unico amico a lui rimasto fedele nei giorni della sventura.
Assorto in cupe meditazioni, egli teneva gli occhi fissi nel fioco lumicino, che appariva in una casetta posta sull’altura di San Gavino di pietra Màina [L’edificio in oggetto si trova ad una quota di m. 468 s.l.m. e dista circa 2,5 km dalla chiesa di San Gavino (m 770 s.l.m.)]
Quel punto luminoso era la mèta de’ suoi pensieri, la causa delle sue smanie.
Il cielo era stellato; ma che importava a lui del cielo? Nessun astro in quella notte scintillava come il lumicino che rompeva l’ombre addensatesi sulla terra.
Tratto tratto quell’uomo sussultava nascondendo il volto fra le mani; e poi rialzava la testa per fissare di nuovo la finestra lontana, con uno sguardo che tradiva l’interna battaglia di un’anima esacerbata. Nell’espressione del suo volto leggevasi il contrasto di opposti sentimenti: odio ed amore, vendetta e perdono.
Appariva smanioso, perplesso. La lunga notte non era bastata a dargli consiglio. Forse attraversava uno di quei punti fatali che dividono la generosità dal delitto: uno di quei momenti che possono fare dell’uomo un eroe od un assassino, decidendolo cioè a sacrificare se stesso per il bene altrui o gli altri per il proprio bene.
Il filo di luce era sparito dall’imposta socchiusa; e non pertanto quell’uomo continuava a guardare nell’ombra, come se vedesse ancora la pallida fiammella che gli bruciava l’anima e il sangue.
Stava alcuni istanti immobile, poi si alzava d’improvviso, gesticolava come un matto, riponeva sotto braccio il fucile, e ricominciava le sue escursioni, per ritornare al suo covo di belva. Sparviero irrequieto, parea volesse librare il volo intorno al gruppo di casette, per uccidere, o per essere ucciso. Quella notte gli sembrava eterna e stanco e intirizzito guardava le vette del monte Spina, invocando la luce del giorno.
Più volte, con moto febbrile, aveva strappato dal nudo petto una medaglia di bronzo, che andava coprendo di baci e di lacrime; ed ogni volta parea ne risentisse un refrigerio alle sue smanie. Quale arcana virtù si celava dunque in quel pegno, compagno fedele de’ suoi dolori? Era forse un sentimento religioso quello che si ridestava in lui? No: perocché a quell’uomo non avrebbero potuto insegnare una preghiera, né mai egli aveva pregato!
Quell’essere misterioso era Bastiano Tansu, un giovane bandito soprannominato il terribile; quel gruppo di case era l’Avru: uno dei cento stazzi seminati fra Bortigiadas ed Aggius; quel giorno era il sesto di luglio del 1857.
Il giovane bandito manifestava le sue smanie col movimento convulso delle braccia, col lampo delle nere pupille, e col grido inarticolato che gli usciva dalle labbra, come ruggito di fiera innamorata e gelosa. Né altrimenti avrebbe potuto manifestarle, perocché era sordo-muto fin dalla nascita.
La causa intima delle sue smanie era la bella figlia di Anton Stefano il pastore. Più volte quel giovane era stato accolto nello stazzo dell’Avru, dov’era stato presentato da un suo cugino, Pietro Vasa. Al bandito che erra per la campagna, inseguito dalla giustizia, non si nega un asilo; e l’ospitalità è sempre inviolabile su quei monti di granito; essa è un culto, una religione, un bisogno dell’anima.
In quella casetta Bastiano aveva conosciuto Gavina, e con Gavina un affetto fino allora ignorato. [Gavina in realtà si chiamava Francesca, figlia di Anton Stefano Pes e di Domenica Oggiano Multina. Era nata il 20 settembre 1835]
Né Gavina aveva raggiunto i diciott’anni, né Bastiano i trenta. Erano giovani entrambi.
Le smanie del bandito, in quella notte silenziosa, erano giustificate da una speranza che vedeva ad un tratto svanire. L’idea di un amore corrisposto lo aveva reso frenetico; delirante, pazzo. In mezzo ad una vita di martirio, vissuta nella miseria e nell’abbiettezza, egli per la prima volta aveva avuto orrore de’ suoi delitti. Da sette anni che batteva la campagna, era sempre stato il terrore dei dintorni. Quando si era vendicato del suo primo nemico, oltrepassava di poco i vent’anni, ma aveva molto vissuto, perché soffrire è vivere lungamente.
E il suo era stato un crudele disinganno! Da poco Bastiano si era ritirato dalla via del delitto, e già stava per rimettervi il piede. Da quattro giorni quell’infelice si aggirava intorno allo stazzo dell’Avru per consumarvi un delitto, e per quattro giorni aveva lottato incessantemente con una forza misteriosa che tratteneva il suo braccio.
Ma l’alba tremenda stava per spuntare, ed egli l’aspettava con ansia paurosa.
Fidente in un nuovo avvenire, immemore di un triste passato, aveva per un istante sorriso alla donna. L’amore gli aveva fatto balenare la speranza d’una riabilitazione; ma fu delirio di un’ora.
Ferito nel profondo del cuore aveva giurato di vendicarsi, e la sua parola era sacra! La vendetta gli aveva suggerito quattro vittime da colpire, ma a Bastiano bastava una sola. Quale? Ecco la sua tortura, il suo martirio! Fino a quella notte aveva esitato, lottando disperatamente con la propria coscienza ma la coscienza dell’uomo aveva sempre ceduto all’istinto della belva.
E la belva aveva designato la sua vittima.
Ma chi era costui, additato da tutti come il terrore della Gallura, come il feroce tra i feroci? Qual fu la sua vita? Qual forza di eventi lo trasse così giovane sulla via del delitto? Perché la maledizione degli uomini lo perseguitò nel suo cammino, con un odio che sopravvisse alla sua morte, ad una morte più misteriosa della sua vita?
I fili di quell’esistenza erano collegati ad uno di quegli odii di parte che in ogni tempo resero famosa la Gallura in generale, ed Aggius in particolare.
In attesa dell’alba tanto invocata dal giovane bandito, accenneremo ad una storia di sangue, che potrebbe definirsi il complesso di molte storie.
II.
Aggius
[Soprattutto con questo paragrafo Aggius diventa l’epicentro della vicenda. Da allora ognuno pensa Aggius come il paese del Muto, dei Vasa e Mamia e dei Tansu e dei Pileri. Invece solo Antonio Mamia ci viveva: per parte dell’anno inizialmente (dall’autunno alla primavera), poi vi si trasferì stabilmente poco dopo la rottura del fidanzamento della figlia Mariangiola con Pietro Vasa. Ad Aggius si pianse quindi l’uccisione di Michele, il giovane figlio tredicenne di Antonio, e nei pressi del paese fu infine ucciso lo stesso Antonio Mamia.]
Gli abitanti dell’estremo lembo della Sardegna settentrionale hanno un tipo speciale, caratteristico. La loro immaginazione è fervida, il loro carattere energico, la loro tempra d’acciaio. Hanno una naturale tendenza alla poesia e i loro canti sono inspirati o da sentimenti malinconici, o da un umorismo satirico. Tenaci nell’amore quanto nell’odio, una sola parola basta per intenerirli, una sola parola per eccitarli all’ira. Risentono molto del carattere dei côrsi, dei quali hanno lo slancio, la temerità, il coraggio.
E côrsi diconsi i primi abitatori della Gallura. È detto nella narrazione di Pausania, che essendosi accesa fra i côrsi una sedizione, la parte più debole dovette cedere e rifugiarsi nella vicina Sardegna. Sebbene il Fara voglia derivata questa popolazione dai Galli condottivi coloni e il Landino da certi pisani che avevano un gallo per insegna, e il Nurra dai Galluri, nome dato dai côrsi agli africani ed iberi disertati dalle insegne puniche dopo la conquista dell’isola, pure è certo che la versione di Pausania è sempre la più probabile, se non la più vera; perocché i galluresi hanno molta analogia cogli abitanti dell’antica Cirnus, coi quali hanno comune la fisonomia, la lingua ed il carattere.
Fin dai tempi remoti la Gallura fu teatro di odii atroci e di tremende vendette. Per cause talvolta assai frivole, gli abitanti si dividevano in distinte fazioni, per dilaniarsi a vicenda.
Di generazione in generazione veniva trasmessa la vendetta; né rare erano le madri che mostravano ai teneri figli la camicia insanguinata del padre per mantener vivo nei loro petti l’odio al nemico; perché potessero freddarlo, divenuti adulti. Ond’è che scene di sangue funestarono assai spesso quella terra poetica, dove i canti dell’amore venivano alternati, o confusi, coi canti dell’odio e della vendetta.
Nella Gallura, oltre la città di Tempio, sono cinque villaggi principali: Aggius, Bortigiadas, Luras, Calangianus, Santa Teresa. [Si riferisce alla Gallura montana centrale e a quella occidentale, anche se dimentica Nuchis, al tempo comune autonomo].
La maggior parte però della popolazione è sparsa per l’estesa campagna, in gruppi di due, tre, o quattro case cui si dà il nome di stazzo, specie di ovile isolato, dove vive un’intera famiglia di pastori. Gli stazzi sono aggruppati fra loro sotto il nome di cussorgie; le cussorgie sono in gran parte riunite in cappellanie, o parrocchie rurali ausiliarie, istituite dal Conte Bogino sotto il regno di Carlo Emanuele III, verso il 1759.
Secondo l’Angius, le cussorgie della Gallura sono 188; le quali comprendono 1568 stazzi, sotto sette parrocchie, cioè: San Teodoro, Santa Maria Maggiore [nella odierna Arzachena], San Pasquale, San Francesco d’Aglientu, la Trinità di Agultu, e Santa Maria [Santa Maria Coghinas] appartenente a Castelsardo.
Aggius è uno dei più caratteristici villaggi della Gallura, tanto per la sua curiosa giacitura, quanto per i suoi abitanti fieri, nervosi, e un dì implacabili nei loro odii secolari.
Questo villaggio era già uno dei componenti il feudo di Gallura, e apparteneva ad un barone spagnolo. Nell’ultimo censimento del 1881, contava 2420 abitanti; di cui, soli 500 in paese, e 1920 sparsi nei suoi 459 stazzi, non compresi i 95 oggi disabitati.
Aggius ha le abitazioni brune, come Tempio, come Bortigiadas, come Luras, e come Calangianus; perocché le sue case sono costrutte con blocchi squadrati di granito, ben di raro intonacate di calce. All’intorno ha una vegetazione piuttosto lussureggiante; ma la sua natura è triste e fredda, come le sue case di granito. I boschi d’elci, di quercie e di sugheri gli danno un aspetto singolare. Sorride, è vero, tra le terre sabbiose e i grigi macigni rigogliosa la vite, ma è un sorriso melanconico che risente del broncio delle vecchie quercie, cariche d’anni e di ghiande. Qua e là in mezzo a foreste vergini, o a vigne deliziose, tu scorgi qualche masso imponente lanciato sulla terra, non sai come, perché, né da chi; lo diresti caduto per atterrire i vecchi sughereti o i giovani pampini.
Nella Gallura tu vedi uomini alti, asciutti, nervosi, dal volto arsiccio e dall’occhio fiammeggiante; vedi dappertutto colossi di granito che sfavillano al sole, come fossero tempestati di diamanti; vedi giganti vegetali dalle chiome folte, che van mostrando i loro rami contorti e i loro tronchi anneriti dai secoli. La natura ha colà un’intonazione perfetta: i suoi tre regni sono l’espressione della forza. Quegli uomini robusti e pieni di vigore li diresti nati dalle nozze misteriose della quercia e del granito, sotto l’ira delle tempeste: essi risentono dell’una e dell’altro.
Però, se il loro dialetto è una musica, se dolce è la loro parola, ben amaro talvolta è il loro sorriso: amaro come il loro miele, curiosa specialità di quell’alpestre regione.
E queste tre forze della natura han pur esse le feconde carezze della grazia e della bellezza. Le fanciulle più seducenti, dalla carnagione bianchissima, dagli occhi espressivi e dalle forme gentili, sorridono innamorate a quegli uomini fieri e robusti; l’edera più tenera stringe nelle sue spire affettuose i tronchi delle quercie secolari; e la felce, piena di vita, si affaccia sorridente fra i neri graniti delle case, per adornarle co’ colori della speranza.
Il paese di Aggius è addossato ad una strana catena di montagne che sembrano create per difenderlo. Diresti che non siano gli uomini che abbiano fabbricato il villaggio a piedi di quella catena; ma piuttosto la natura che abbia costrutto quella barriera granitica alle spalle di Aggius.
Quei monti hanno forme bizzarre, e ti fanno pensare al famoso Resegone di Lecco, immortalato dal Manzoni. Essi ergono al cielo le creste nude, frastagliate, capricciose; e gli abitanti guardano con un certo orgoglio quelle punte, taglienti e aguzze come il loro ingegno, come la loro lingua, come il loro coltello.
Veduto da lontano, circondato da quella catena di monti, il paese d’Aggius sembra una vittima designata al martirio. Sono sette le punte principali che emergono dalla corona di spine, che l’avverso destino ha posto sulla fronte d’Aggius, quasi a presagio delle sventure che dovevano colpire il maledetto dagli uomini e da Dio; sette punte che potrebbero significare gli altrettanti dolori che tormentarono quella povera madre di figli sventurati, più che colpevoli.
Fra il monte Tumméu Sozza, il monte Tronu, il monte Fraìle, e il monte Pinna, s’erge maestoso, e più imponente di tutti, il monte della Crocetta, le cui creste sovrastano quasi il villaggio. Sulla punta più alta di granito, che minacciosa sembra guardare il paese, vedesi una croce di legno, la quale attira l’attenzione e la curiosità del viaggiatore. Quel simbolo ha dato il nome al monte; esso impressiona la vecchierella, la quale non può guardarlo senza farsi il segno della croce, e senza mormorare la preghiera dei morti.
III.
Il Monte della Crocetta
[Una descrizione di Aggius e dei suoi abitanti debitrice degli scritti di La Marmora e soprattutto di Vittorio Angius]
Una tradizione popolare (che corre tuttora sulla bocca dei vecchi) narra, che il diavolo abitasse un tempo sulla vetta di questo monte. Egli, di tanto in tanto, si compiaceva d’affacciarsi ai massi di granito per guardare con occhio di fuoco il sottostante villaggio.
In quei giorni nefasti sentivasi soffiare un vento gagliardo, che, pur venendo da levante, recava dal Limbara ricoperto di neve il suo alito glaciale. E mentre gli abitanti d’Aggius si sentivano il corpo intirizzito, il diavolo alla sua volta soffiava sulle anime loro, suscitandovi pensieri d’odio, di vendetta, di sangue. Si diceva che gli aggesi fossero in origine d’indole serena e tranquilla e che lo spirito infernale, volendo dannare le loro anime, avesse preso stanza nella reggia di granito, ch’era in cima del monte; e si compiacesse, nelle notti insonni, di tribolare quei poveretti. Le vecchie tremavano di paura nel loro letto, e recitavano il rosario sotto le coltri, mentre il vento furioso urlava dalle fessure delle imposte. Il figlio dell’inferno, non potendo chiuder occhio, si divertiva a turbare il sonno dei figli della terra.
Ogni tanto il diavolo – a quanto asseriscono i vecchi – si affacciava alla rupe; e dopo aver annunziata la sua presenza con un rullo sordo e prolungato, gridava per tre volte rivolto al villaggio:
«Aggius meu, Aggius meu; e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu a pultà in buleu? ». Nota: «Aggius mio, e quando verrà il giorno che ti porterò via in un turbine?» (vedi note di Spano all’itinerario del Lamarmora).
La minaccia diabolica era il pronostico della distruzione del paese; e il rullo prolungato che la precedeva significava che un uomo era designato a morire di morte violenta. Così almeno diceva la tradizione.
Figuratevi lo sgomento della popolazione! Si ricorse al parroco; si chiamarono a consulto i ragionanti del paese; ma sempre invano. Il diavolo non se ne dava per inteso, e continuava a tormentarli.
Verso la metà del secolo XVIII, ad un zelante missionario capitato ad Aggius, venne l’ispirazione di piantare una croce di ferro sul monte, per far fuggire il demonio.
Narra la leggenda popolare, che in quella notte spirò un vento così gagliardo, che sradicò molte quercie secolari e fece precipitare dai monti più d’un masso di granito. Tutte le case tremarono dalle fondamenta, ma la croce stette salda sulla punta del monte.
Udendo quel baccano infernale i popolani corsero al Rettore; il quale li rimandò a casa tranquilli, dicendo loro:
– Non temete è il diavolo che prepara le valigie per tornarsene all’inferno. Non verrà più a tormentarci.
Pare però che il diavolo non volesse rinunziare alle duemila e più anime, di cui aveva giurata la perdizione. Aveva bensì abbandonato il monte della Crocetta, ma forse per ricoverarsi sul monte Fraìle, o sul monte Pinna, donde, come in passato, continuò a soffiare il suo livore sulle anime dei buoni aggesi; i quali, alla loro volta continuarono a dilaniarsi l’un l’altro, spargendo il terrore nella Gallura.
◊ ◊ ◊
Negli ultimi giorni di luglio dello scorso anno (1883) volli fare la salita del monte della Crocetta per esaminare i luoghi ch’io voleva descrivere. È impossibile immaginare i disagi ed i pericoli cui si va incontro, arrampicandosi lassù, per quei massi giganteschi che ad ogni istante minacciano precipitarvi addosso. È impresa veramente temeraria tentar l’ascensione del monte a parte di levante, com’io l’ho tentata per consiglio di una guida inesperta. Dovetti saltar di blocco in blocco, strisciar carponi come biscia, aggrapparmi colle unghie ai graniti, abbrancare arbusti e lentischi per poi lasciarmi cadere nel vuoto chiudendo gli occhi; insomma sforzi inauditi ed esercizi ginnastici che solo potrebbe tentare un disgraziato inseguito dall’umana giustizia. Ma vi ha di più: una volta incominciata la salita, bisogna continuarla perocché il tornare indietro è lo stesso che sfidare il pericolo di uno sfracellamento.
Era la prima volta che io visitava il monte della Crocetta, e posso assicurarvi che fu anche l’ultima. Arrivato lassù dopo due ore di stenti, respirai a pieni polmoni, ed esclamai dal profondo dell’anima:
– Sono veramente in casa del diavolo!
Su quel monte vidi tre cose; la croce del missionario, la Conca della Madonna, e il tamburo del demonio.
La croce del missionario è infissa sopra un masso gigantesco, quasi isolato, che misura da venti a trenta metri di altezza, e che forma il cucùzzolo del monte, bersagliato dai fulmini e dai venti. In origine quella croce era di ferro; e vi durò oltre mezzo secolo, finché un giorno, schiantata dalla folgore, fu sostituita con altra di legno, che viene rinnovata ogni due o tre anni.
La Conca della Madonna è una specie di nicchia naturale scavata nel granito. Dicesi che la Madonna vi abitasse qualche volta, per tener lontano lo spirito delle tenebre.
Il Gran tamburo (lu tamburu mannu) è una gran lastra di granito a base convessa, la quale posa sopra un blocco spianato. Basta salire sull’orlo, e far forza col corpo, perché la pietra oscilli, dondoli, e produca un rullìo cupo, sordo, continuo, come il mugolìo d’un tuono in lontananza. Il Gran tamburo d’Aggius ha molta analogia colla famosa Pietra ballerina di Nuoro: la differenza è una sola: quest’ultima, da parecchi anni non balla più, quello invece continua a suonare.
A memoria dei più vecchi, questo tamburo è sempre esistito, e gli si annettono non so quali malefici influssi. Dicono, per esempio, che allorquando si ode il suo rullo, è indizio certo che una persona è morta o deve morire di morte violenta.
Il parroco d’Aggius ebbe un bel mostrare la croce ai superstiziosi, per persuaderli che il diavolo se n’era andato! Essi continuarono ad affermare che il demonio passeggiava sempre sulle sette punte, che sovrastano il loro infelice paese.
E la loro credenza era purtroppo convalidata dai fatti; perocché la Gallura continuava ad essere funestata da moltissimi delitti, consumati sotto il patrocinio del diavolo. E ben poteva affermarlo l’estesa campagna che da Sedini si stende fino a Bortigiadas, da Bortigiadas alla Trinità di Austu, e dalla Trinità all’estremo litorale che corre tra Castelsardo e l’Isola Rossa.
Fu il diavolo, difatti, che sul monte Fraìle protesse i falsi monetari che vi ebbero la fucina nel 1639; fu il diavolo che inspirò il terribile bandito Giovanni il Gallurese, ucciso nel 1657, mentre usciva dalla casa della sua ganza d’Osilo; fu il diavolo che sul monte Cùcaro rese invulnerabile alle armi regie tutti i malandrini che vi si annidarono dal principio alla fine del secolo XVIII; fu lui che protesse il terribile Antonio Pompita; fu lui che nel 1800 gettò lo sgomento nelle terre d’Aggius, fomentando le fazioni del Mamia, degli Addis, dei Malu e dei Biancu; fu lui che nel 1808 eccitò gli aggesi a ribellarsi con mano armata contro la legge della coscrizione; fu lui che entrò nel corpo dei traditori Stefano Buchicara, Don Giacomo Alivesi, e Giovanni Mazzoneddu, quando il primo nel 1557, il secondo nel 1671, ed il terzo nel 1802, fingendosi amici, consegnarono al carnefice le teste di Lorenzo Judas, del Marchese di Cea, e di Francesco Cilocco!
Ma nessuno era riuscito a domare quegli spiriti turbati dal demonio. Lo stesso fra Gavino Achena d’Ozieri – il celebre missionario e poeta – non poté con la sua voce e i suoi stratagemmi comporre le inimicizie di Aggius. Ond’è che nell’agosto del 1766 il viceré Balio della Trinità faceva conoscere, con un pregone che S. M. Carlo Emanuele aveva in animo di schiantare il villaggio e gli abitanti di Aggius [*], ond’è che il Conte di Moriana, governatore di Sassari, nel luglio del 1802, proponeva a suo fratello Carlo Felice di ridurre in cenere il villaggio, dividendo gli abitanti fra diverse popolazioni fuori della Gallura[**], ond’è finalmente che, per i tanti delitti commessi, il paese d’Aggius (come nota lo Spano) veniva designato in un pregone viceregio quale il più feroce dei villaggi sardi! Finché non si metteranno croci su tutte le punte dei nostri monti, i figli d’Aggius saranno sempre tormentati dallo spirito infernale.
Così dicevano i vecchi del paese, sempre quando un nuovo fatto di sangue veniva a turbare quelle povere popolazioni.
[*Nota nel libro] Vedi Editti e Pregoni emanati per il Regno di Sardegna sotto la Real Casa di Savoia fino all’anno 1774, riuniti per comando di Vittorio Amedeo III (Cagliari 1776).
[** Nota nel libro] Lettera originale in data del 12 luglio, esistenti nei Regi Archivi di Stato e da me consultata. In essa leggesi: «Contro i perfidi pastori di Aggius perché si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti i mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio, dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della Gallura».
Il Conte di Moriana morì a Sassari, e fu seppellito nella Cattedrale, dove vedesi il suo monumento, fatto eseguire dal re Carlo Felice.
IV.
L’infanzia del Muto
[Il Muto non visse mai ad Aggius; abitava nello stazzo dei genitori in “Li Colti” vicino a Trinità d’Agultu: quest’area geografica fu il suo ambiente. Per il resto si veda la Presentazione.]
Bastiano Tansu era figlio di modesti pastori di Aggius.
Aveva parecchi fratelli, alcuni maggiori d’età, altri minori di lui.
La sua infanzia era stata tempestosa; perocché fin dai primi anni ebbe a soffrire molte umiliazioni per la sua imperfezione fisica. I suoi compagni lo maltrattavano, o lo deridevano; né tardò ad accorgersi ch’era un uomo incompleto.
Nei trastulli infantili era sempre scartato, nelle dispute sempre percosso.
Talvolta coi gesti e gli urli cercava persuadere i compagni della loro ingiustizia: ma chi comprendeva gli urli e le smorfie di quel disgraziato? Nessuno. Egli piangeva e si disperava, e quelli credevano che facesse uno scherzo; egli supplicava invocando un po’ di compassione, e quelli credevano insultasse. Infelice! Altro mezzo non gli era dato per manifestare i suoi pensieri, all’infuori di quegli urli e di quei guaìti, i quali non facevano che provocare l’ilarità, o la celia.
Bastiano si raccoglieva in se stesso. Tra lui e il mondo esteriore non c’era alcun rapporto. Egli non poteva manifestare agli altri i suoi pensieri, né gli altri a lui. Era dunque centro d’un mondo tutto suo, e discorreva soltanto con la propria coscienza.
Tuttavia, non poteva intieramente rinunziare a quei trastulli che formano il passatempo dell’età infantile. Era sempre co’ suoi compagni; e andava con essi a sorprendere il nido degli aquilotti sulle vette del monte Pinna o del monte Fraìle; oppure si dava a correre in mezzo ai cespugli per far raccolta di corbezzoli d’oro o di ginestre fiorite, che tanto abbondano in quei dintorni. La sua parte di divertimento era la più modesta, ma gli bastava. Ormai si era abituato agli altrui motteggi, o all’altrui indifferenza, e fingeva non badarvi.
Col crescere degli anni però, il suo carattere e le sue abitudini si erano modificati. Alle facili accondiscendenze era subentrato un orgoglio insolente. Bastiano entrava nel periodo della reazione. La sordità lo aveva reso diffidente, la mancanza di lingua lo aveva reso irascibile. Veduto che i suoi urli movevano al riso; veduto che la sua umiliazione gli provocava insulti; veduto che i suoi gesti non venivano compresi e che egli non riusciva a comprendere il gesto degli altri aveva adottato un mezzo che rispose all’intento prefisso. Non riuscendo a farsi amare, tentò di farsi temere; alla sua lingua, che non sapeva spiegarsi, oppose i suoi pugni d’acciaio che venivano compresi. Usando della forza e dell’audacia di cui madre natura lo aveva fornito, riuscì a farsi rispettare. Non ebbe mai altra coscienza che quella della propria forza; non sentì altra voce che quella dell’istinto.
I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa; e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto doveva finire nell’ergastolo o sul patibolo.
Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato: forse perché sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno d’affetto e di premure.
E il muto, dal suo canto, non amava che sua madre e i suoi fratelli; perocché essi solo al mondo comprendevano i suoi gesti e i suoi urli.
Nato senza lingua e senza udito, quell’infelice crebbe coll’odio nel cuore. Nutriva una profonda invidia per tutti gli uomini che potevano liberamente esprimere i loro sentimenti. Egli era un derelitto, un reietto, un miserabile. Quantunque fanciullo, pur comprendeva che la natura lo aveva gettato in mezzo ad una gente più sorda e più muta di lui. Mentre all’intorno ferveva la vita e il frastuono, nella sua anima era sempre un silenzio sepolcrale ed una squallida solitudine.
Non passava giorno senza che Bastiano percuotesse un suo compagno. Provava una ferocia indicibile a far del male ad altri. Non udendo i lamenti della vittima, gli era meno penoso l’ufficio di carnefice che si era assunto.
Divenuto grandicello, si era vendicato ad uno ad uno di tutti quei compagni che bambino lo avevano maltrattato, deridendo la sua infermità, ma accadeva ben spesso che il percosso era lui; perocché, accecato dall’ira, diventava temerario, e non misurava le proprie forze con quelle dell’avversario. Chiunque fosse che gli facesse uno sfregio, non transigeva, gli si avventava addosso come una tigre, senza preoccuparsi d’una sconfitta. Sugli altri aveva una superiorità: percosso a sangue non si lamentava mai; anche vinto aveva l’orgoglio dei vincitori. Gli sarebbe parsa vigliaccheria piangere o lamentarsi in faccia al nemico che egli aveva sfidato. Anzi, Bastiano non sfidava mai, assaliva all’improvviso, senza dar campo al nemico di riaversi dalla sorpresa. Ed era questa la sua forza, il segreto delle sue vittorie.
Il muto d’Aggius non conosceva paura. Più volte insieme coi compagni, era salito sul monte della Crocetta per dar la caccia al nido degli avvoltoi. Giunti lassù, i compagni si mettevano d’accordo, e lo piantavano solo sul monte misterioso. Il muto dava una scrollatina di spalle, sogghignava, e faceva ritorno al villaggio, col massimo sangue freddo. Eppure non vi era fanciullo in Aggius, capace di salir solo sulla roccia maledetta!
– Non v’ha dubbio! – dicevano in paese – il muto è figlio del diavolo, e il diavolo lo protegge.
L’imperfezione del muto, che negli uomini destava ilarità nelle donne destava anche avversione.
Quando Bastiano, più galante del solito, parlava a modo suo colle ragazze, cercando di mettere nei suoi movimenti tutta la grazia possibile, le ragazze ridevano a scrosci, per le smorfie ch’egli faceva con la bocca e per i suoni striduli che gli uscivano dalla strozza. E si allontanavano da lui mostrandogli la lingua, e facendogli le corna con le dita, per dirgli ch’era figlio del demonio.
E se i motteggi dei compagni inasprivano il muto, quelli delle fanciulle lo ferivano a sangue. Dagli uomini sapeva difendersi coi pugni d’acciaio; ma colle donne non poteva che contorcere le braccia, mandando un ruggito ch’era un’imprecazione. Il contegno delle donne gli diceva chiaramente che era una creatura deforme e imperfetta, messa al mondo per dar pasto agli scherni ed agli insulti de’ suoi… non simili! E difatti era la natura che rinnegava se stessa, facendo tacere nel cuore della donna il supremo degli istinti, l’amore.
Non potendo vendicarsi di quelle deboli quanto belle creature, il muto soffriva crudamente. Guai allora se gli capitava fra i piedi un compagno che gli desse la baia! Tutto il suo cruccio si riversava sul malcapitato, il quale doveva scontare a caro prezzo la sua imprudenza.
Se oggi voi domandate a tutta la Gallura [… a tutta la Gallura… in realtà, fuori dalla sua ristretta cerchia familiare, non lo conosceva nessuno], vi si risponderà che il muto era un tristo, una belva dagli istinti feroci; e che in lui già si presentiva l’implacabile bandito che doveva ricevere il battesimo di Terribile, e che dal 1850 al 1858 doveva gettare il terrore e la morte nelle campagne d’Aggius e di Bortigiadas.
Ma chi si arrogava il diritto di giudicarlo!
Dio aveva dato al muto un’anima espansiva; ma l’aveva rinchiusa in un corpo privo d’organi, perché non potesse manifestarsi. Dentro a quell’involucro di bronzo l’anima doveva corrodere il cervello ed il cuore. Il sordo-muto non poteva comunicare col mondo esteriore, nello stesso modo che gli uomini non potevano aver comunicazione con la sua coscienza. L’Orfeo della favola, che placava la tigre col suono della lira, non avrebbe potuto placare il muto di Aggius.
Dunque il muto era al disotto della belva.
E cogli istinti della belva, temuto da tutti per la sua forza e la sua temerità, Bastiano aveva raggiunto vent’anni.
Era legato a molti parenti, fra i quali alla famiglia Vasa, una delle più notevoli di Aggius.
Nel maggio 1849 Pietro Vasa aveva invitato tutti i parenti alla cerimonia dell’abbraccio che doveva aver luogo nel suo stazzo della Trinità di Agultu. Fra gli invitati erano pure i fratelli Tansu suoi cugini, e con loro il muto, per il quale aveva una speciale affezione. [I fratelli Tansu non erano cugini del Muto, ma cugini primi di Pietro Vasa poiché le madri erano sorelle. Inoltre la cerimonia dell’abbrazzu di regola si svolgeva a casa della sposa].
Il Vasa si faceva sposo ad una bella e ricca fanciulla di sedici anni, della quale era innamorato da oltre sei mesi. Come prescrive l’usanza di Gallura, lo sposo voleva che tutti i parenti assistessero alla cerimonia dell’abbraccio, la quale non è altro che una promessa formale, o meglio la convalidazione del contratto nuziale.
Essendo la storia del muto collegata alla storia di questo matrimonio, che fu causa di molte sventure, lasceremo per poco il nostro protagonista per occuparci dei fatti che hanno dato origine agli avvenimenti sanguinosi che funestarono il territorio d’Aggius, dal 1850 al 1856.
PARTE SECONDA
I VASA E I MAMIA
I.
Mariangiola
Fra le più notevoli persone d’Aggius, per censo, intelligenza ed onestà, primeggiava Antonio Mamia che, a buon diritto, godeva la stima generale. I consigli di quest’uomo probo erano ascoltati religiosamente e, difatti, era ritenuto come il più autorevole dei ragionanti e il più efficace dei pacieri. Perocché il giudizio del Mamia era inappellabile; ed anche il più caparbio dei litiganti avrebbe chinato con rassegnazione la fronte, ove il buon vecchio gli avesse detto: «hai torto». [Risulta che anche egli avesse gravi inimicizie, per esempio con i vicini vignolesi Luciano Addis Melaju o i fratelli Addis Pumpitta di Lu Nòdu].
Il Mamia, che non toccava la sessantina [aveva circa 46 anni], aveva due figli: Mariangiola e Michele, la prima sui diciassette, il secondo sui quattordici anni. [Nel 1849 di figli, oltre Mariangela, nata a Vignola il 28 settembre 1834 e Michele, 22 ottobre 1836, ne aveva almeno altri tre: si veda la scheda biografica apposita]. Egli era un benestante: possedeva casa in Aggius, e parecchi stazzi nella regione di Vignola, dove passava una buona parte dell’anno, com’è costume di quasi tutti gli abitanti della Gallura.
Pietro Vasa apparteneva anch’esso ad una famiglia di benestanti, e godeva in paese fama d’uomo di spirito e di energia. Piuttosto basso di statura, e col volto adorno di una barba ispida e incolta [era alto un metro e sessantacinque, non portava la barba], Pietro era tutt’altro che un bell’uomo; però sapeva cattivarsi la simpatia delle fanciulle, per la sua dolce parola, per la sua grazia, e per quella fierezza di carattere che piace tanto alle donne di quella regione, che, a buon diritto, potrebbe chiamarsi la Svizzera sarda.
Era per raggiungere, o di poco oltrepassava i trent’anni [era nato in Lu Naragheddu il 23 gennaio 1816] e nutriva una particolare affezione per la sua vecchia madre, che teneva sempre con sé. La sua indole irascibile e le sue maniere alquanto ruvide gli avevano creato qualche inimicizia; ma chi poteva vantarsi di non aver nemici in Gallura? Le contestazioni erano colà sempre vive, ed il Vasa non era andato immune dai rancori, che possono dirsi indispensabili su quei monti di granito, dove il vivere fra le lotte diventa quasi una necessità.
Fra le altre, il Vasa era da qualche tempo in contestazione d’interessi colla famiglia Pileri; né mai era riuscito a stabilire con essa un amichevole accordo. E la fierezza dei galluresi giunge a tanto, che, talvolta, essi rinunziano risolvere una questione, solo per non subire l’umiliazione d’essere i primi a proporre la soluzione.
Pietro Vasa si era invaghito di Mariangiola, la figlia di Antonio Mamia, una bella fanciulla, con la quale si era incontrato più volte in chiesa all’ora della messa, e al ballo che soleva farsi ogni domenica nella piazzetta del Rosario, o in quella poco distante dalla casa dello stesso Mamia. [Mah… Pietro Vasa abitava nello stazzo Lu Naragheddu e Mariangela in quegli anni la primavera-estate in quello vignolese di La Ghjunchizza, distanti alcune ore fra di loro ed altrettante da Aggius. Sicuramente però si conoscevano già da tempo. Il Mamia aveva possedimenti anche in Lu Muddetu non distante da Lu Naragheddu e oltretutto erano parenti].
La bella Mariangiola si era subito accorta delle occhiate languide e significanti colle quali andava perseguitandola Pietro; e, non solo se ne compiacque, ma non tardò a corrispondere alla corte di quel fiero ed energico innamorato.
Gli aggesi dell’uno e dell’altro sesso, che assistevano ai balli, in piedi, o seduti sulle soglie delle porte, seguivano attentamente la graziosa coppia che ballava la dansa con raccoglimento che tradiva le smanie amorose invano celate all’occhio dei circostanti.
Pietro e Mariangiola, con le strette di mano, e con le parole brevi e concitate, alimentavano quell’affetto, che ben presto divenne gigante.
E per vero, Mariangiola, formava l’ammirazione dei giovani e delle fanciulle d’Aggius; i primi invidiavano sospirando il conquistatore di una tanta bellezza, le seconde constatavano la superiorità della loro rivale, cosa non troppo comune, specialmente nelle fanciulle da marito.
Bisognava vederla la Mariangiola, tutta rossa in viso e cogli occhi dimessi, fare i passi cadenzati al fianco del suo Pietro! E come ci teneva a ballar con precisione e compostezza, tanto nel ballo tondo, quanto nella dansa e nel baddittu. Il suo rossore e il suo turbamento ben rivelavano agli astanti curiosi di qual natura fossero le parole che Pietro le andava sussurrando all’orecchio: parole che la turbavano ma di cui si compiaceva; quantunque di tanto in tanto le facessero perdere il tempo e le rigorose battute della dansa, nella quale i ballerini hanno le mani intrecciate in modo che le due destre si stringono sul petto dell’uomo e le due sinistre a tergo.
Mariangiola era di una rara bellezza e di una grazia affascinante [Nota. La Mariangiola era tanto bella, che gli studenti aggesi la chiamavano per antonomasia l’Elena sarda.] Il capriccioso costume d’Aggius si attagliava leggiadramente a quella figura gentile. Le sue guancie color di rosa, il labbro sottile e gli occhi celesti risaltavano dal fazzoletto a frangie, color vinaccia, che le aggesi sanno avvolgere intorno al viso con una grazia tutta speciale. Vestiva una gonnella nera col lembo orlato in rosso: aveva un busto di velluto granato che le serrava completamente il seno; un fazzolettino di seta al collo, ed un rosso corsetto a rivolte di broccato, con maniche aperte dalle quali uscivano gli sbuffi della camicia. Era questa la tenuta d’inverno. In estate le aggesi non portano il corsetto, ma lasciano vedere le ampie maniche della camicia strette ai polsi. Una particolarità delle donne aggesi, che impressiona molto il forestiero, è quella di chiudere il piedino nudo in eleganti scarpette. Non saprei dirvi la ragione per cui quelle care fanciulle sdegnano le calze; forse perché le sante non le usano.
Pietro era l’ombra di quella creatura svelta e gentile. La seguiva dappertutto, e specialmente nei giorni festivi.
Com’era lunga per lui la settimana! Egli aspettava con ansia la domenica, perché potesse inebbriarsi nella vista di Mariangiola.
La fanciulla usciva di casa con la mamma, ed entrava in chiesa, dove Pietro ascoltava la stessa messa. Alla sera poi, egli non mancava all’indispensabile ballo, che gli dava il diritto di avvicinarsi a lei, di stringerle la mano e di dirle tante belle cose. E Mariangiola aveva pochi passi da fare per recarsi in chiesa; poiché la parrocchia di Santa Vittoria è distante una trentina di metri dalla casa Mamia, dalla quale è separata dalla casetta del parroco, e dalla viottola che conduce alla piccola valle di Rischeddu.
La casa di Mamia è a un piano; vi si accede per una porta che ha due scalini verso la via, che trovasi fra due finestre basse. Nel piano superiore è un balcone con rozza ringhiera di legno, dalla quale partono quattro listoni che reggono una tettoia sporgente, le cui tegole si congiungono con quelle del tetto principale.
Quantunque l’uomo contasse quasi tredici anni più della donna [in realtà quasi diciannove], pure Pietro e Mariangiola erano una giusta coppia, come tutti dicevano; perocché nei villaggi è appunto questa l’età prescritta per il matrimonio, essendo ben rara la fanciulla che si sposi ad un giovine ventenne. Pietro e Mariangiola, essendo simpatici a tutti, erano guardati con compiacenza e senza alcuna invidia dagli uomini e dalle donne; e tutti desideravano ardentemente di vederli accoppiati.
I due cuori si erano rapidamente accesi di una stessa fiamma, ed ormai non mancava che convalidare l’amore con un formale matrimonio.
Il Vasa cercò indagare l’animo del padre di Mariangiola, e lo trovò ben disposto a suo favore. E difatti, Antonio Mamia non poteva affacciare alcuna difficoltà, inquantoché Pietro Vasa era un buon partito; e se tale non lo avesse reputato, non avrebbe certo permesso alla figliuola la troppa dimestichezza col giovane: dimestichezza ch’era venuta a conoscenza del vecchio, ma che il vecchio aveva finto ignorare, come costume dei padri e delle madri quando si avvedono che le loro creature sono innamorate di chi a lor piace e conviene.
Questi fatti erano avvenuti nei mesi di marzo e di aprile del 1849. La primavera, che destava l’amore nella natura, aveva pur parlato alle anime di Pietro e di Mariangiola col suo arcano linguaggio. Senza addarsene, i due giovani avevano presentito il mistero della creazione.
Le due famiglie Vasa e Mamia, presi i dovuti concerti, stabilirono di comune accordo di solennizzare la cosiddetta cerimonia dell’abbraccio in una bella giornata del prossimo mese di maggio.
II.
L’abbraccio
Dalla catena granitica dominata dalle punte dei monti Tummeu-soza, Crocetta e Fraìle, andando giù giù, fino alla spiaggia del mare, è un esteso territorio sparso di centinaia di stazzi, tutti appartenenti al paese di Aggius.
Gli stazzi di Mamia erano nella cussorgia di Santa Maria di Vignola, poco distante dalla spiaggia del mare. Quelli del Vasa erano invece nella cussorgia della Trinità d’Agultu, parrocchia figliale istituita da monsignor Stanislao Paradiso nel 1813, per riguardo ai molti pastori stanziati intorno ad essa, distante circa tre ore dal paese.
L’abbraccio ebbe luogo in Vignola, nello stazzo Giunchiccia del Mamia.
Lo stazzo Giunchiccia si componeva di più stanze. Oltre quella da letto, ben fornita di mobili, vi erano: la stanza del focolare (dove la famiglia soleva raccogliersi per le faccende domestiche) e la stanza che serviva di magazzino per la provvista dei frutti e del grano, il quale si conserva nella luscia, specie di stoja di canne, ridotta a forma cilindrica. Eravi poi l’indispensabile stanza della manipolazione dei formaggi, con la macina, gli utensili per la salamoia, i secchioni o mastelle, delle pinte, le pelli, la lana, e le forme fresche di caccio, deposte sul graticcio del focolare per essere condensate.
Gli stazzi più modesti non hanno che una sola stanza, dove sono raccolti tutti gli utensili qui sopra menzionati, nonché la macina per il grano. Venuta la sera, i membri della famiglia, compresi i servi, si sdraiano sopra stuoie, pelli, sugheretti o sacchi, e dormono avvolti nel loro gabbano, o altro panno, intorno al tronco di quercia che arde sul focolare, il quale è scavato in mezzo alla stanza, ed è di forma quadrata.
Era una bellissima giornata di maggio dell’anno 1849; e fin dall’alba si notava per il territorio d’Aggius un insolito movimento. Erano i parenti e gli amici degli sposi, che, a piedi o a cavallo, si disponevano a lasciare i loro stazzi per recarsi a quello di Giunchiccia per la cerimonia dell’abbraccio.
L’abbraccio è una specie di convalidazione del matrimonio, quasi un contratto nuziale, ed è messo in pratica anche oggidì nella maggior parte dei villaggi della Gallura.
Oltre sessanta persone, fra parenti ed amici, erano convenuti nello stazzo di Giunchiccia.
Dopo alcun tempo che questi erano raccolti nella casa del padre di Mariangiola, fu visto arrivare Pietro Vasa, attorniato e seguito da ugual numero di amici e parenti. Essi si fermarono fuori dello stazzo, e si diè principio alla cerimonia.
Un cugino dello sposo si avanzò fino all’ingresso dello stazzo, sulla cui soglia comparve un parente della fanciulla. Fra i rappresentanti delle due famiglie si scambiarono, presso a poco, le seguenti domande e risposte.
– Che vuoi tu, qui? – chiese il parente della donna al cugino dello sposo.
– Scusa, se io sono importuno. Da un mio amico venne oggi smarrita una bianca colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara. Il mio amico è inconsolabile; ed io vengo qui per cercare il tesoro che ha perduto.
– Mi duole della sventura toccata al tuo amico – ma devo dirti che qui non vi ha colomba.
– Fratello, non adontarti, se son costretto a non credere alla tua parola. Fu vista da taluni una colomba spiegare il volo verso questo stazzo. Essa dev’essere qui; ed io non mi allontano, se tu non me la rendi. Senza di lei il mio amico morrebbe di dolore.
– Aspetta alcuni istanti, finché io possa consultare il capo della famiglia; egli forse potrebbe essere meglio informato di me.
E, così dicendo, il parente della sposa rientrò nella stanza e si rivolse ad Antonio Mamia.
– Hai tu veduto una bianca colomba, smarrita su questi monti? Essa è bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, è pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.
– Sì, l’ho veduta, ma essa è mia né fu smarrita da alcuno.
– E non vorresti cederla?
– Sì: la cederei ad un uomo che sapesse renderla felice.
– Ebbene quest’uomo che tu cerchi è qui; ed io domando per lui la tua bianca colomba.
– E saprà rendermela felice?
– Ne impegna la sua fede.
– La fede di un uomo onesto è già per me un’arra sufficiente. Che l’ospite amico sia il benvenuto sotto il mio tetto. Digli che gli affido la mia colomba, bella come le nuvolette baciate dal sole nascente, pura come le nevi che depone l’inverno sulle creste del Limbara.
Il parente del Mamia riferì la risposta al cugino dello sposo; e allora Pietro entrò in casa seguito dai suoi congiunti ed amici, i quali presero posto tutt’intorno nella stanza.
Il vecchio rivolse la parola allo sposo.
– Sii il benvenuto! Ti affido volentieri la mia colomba: essa è tua. Amala sempre, come l’amò il padre suo; e veglia su lei, come suo padre ha sempre vegliato!
E la cerimonia continuò nel modo seguente.
I parenti, ad uno ad uno, si alzarono e avvicinandosi alla sposa la baciarono sulla fronte e le gettarono nel seno uno o due scudi di argento. Era una specie di dote che i congiunti e gli amici facevano alla fanciulla.
La sposa ricevette i baci tutta tremante, cogli occhi a terra e col volto cosparso di un pudico rossore.
Dispensati i doni e dato il saluto colle labbra, gli invitati tornarono al loro posto. E allora toccò alla sposa fare il giro della stanza per rendere ai parenti ed agli amici il bacio ricevuto, regalando a ciascuno un piccolo fazzoletto, quasi in ringraziamento della dote ricevuta.
D’ordinario, in queste cerimonie, il fazzoletto viene regalato dalla sposa a chi dà più d’uno scudo: e qui il lettore potrebbe osservare che l’usanza manca di delicatezza; essa, però, è convalidata da un’antichissima consuetudine, e nessuno ha quindi diritto di offendersene, né di mormorarne.
Spetta finalmente ai due sposi, che sono gli ultimi a chiuder la cerimonia dell’abbraccio. Pietro e Mariangiola si avvicinarono, alla loro volta, e si scoccarono sulle guance un sonorissimo bacio. E questo bacio fu il più sincero e il più caldo di tutti!
A questo punto vennero scambiati i doni fra i due sposi. Pietro regalò a Mariangiola un fazzoletto di seta e il solito manafidi, che è un anello d’argento, di poco valore, rappresentante un cuore: esso costituisce il sacro pegno della fede, ed è vincolo indissolubile fra due fidanzati.
Mariangiola, dopo averlo ringraziato con un ineffabile sorriso, presentò allo sposo un fazzoletto ed un piccolo coltello col manico d’osso: pegni anche questi di fedeltà e affetto. Qualunque sia la condizione degli sposi, sono questi i due pegni che si regalano nel giorno dell’abbraccio.
Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di fervida immaginazione.
Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di felicità per il loro avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno la minor parte della gioia, così si pensò – secondo la consuetudine – a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le rispettive famiglie.
Tutta la giornata passò in baldorie ed in allegria, ma i più contenti della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’abbraccio avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei loro ardenti desideri.
L’abbraccio è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che dalla sola fidanzata. Né sposo né genitori potrebbero violare, anche volendolo, quel rito solenne e tradizionale.
III.
Mestizia nella festa
La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.
Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore; e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli sposi volevan loro tacere.
Il chiaccherìo assordante dei parenti e degli amici non preoccupava i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine si sentivano soli, in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio che li circondava.
Il pranzo fu lauto e sontuoso, come suole essere in simili circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.
Gli scherzi, le risa, il chiaccherìo si protrassero per oltre cinque ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius, o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza, epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di Antonio Mamia, il padrone di casa.
E i brindisi, gli auguri e i complimenti continuarono ad alternarsi in mezzo a quella gioia schietta che facilmente si riscontra in tali cerimonie, fra gente povera di censo, ma ricca di cuore e di sentimento.
◊ ◊ ◊
In un angolo di quella stessa stanza, vicino alla finestra, v’era tuttavia un gruppo di persone che sembrava non prender parte alla gioia che sfavillava da tutti i volti. Quel gruppo era composto di un fanciullo, di un giovane e di una vecchia.
Il fanciullo era Michele Mamia, fratello di Mariangiola. Sdraiato sopra un basso sgabello, appoggiava la testa sul grembo della vecchia, la quale sedeva su d’un secolare cassone di abete.
A pochi passi da loro era il terzo personaggio. Bastiano il muto. Dando le spalle alla finestra, e colle braccia conserte al petto, egli fissava la vecchia ed il fanciullo che gli stavano dinanzi.
La vecchia settantenne [no: era nata il 16 dicembre 1793, pertanto aveva 55 anni] era la madre dello sposo, di Pietro Vasa. Il suo volto, sereno e venerabile, spiccava dal bruno fazzoletto, dal quale sfuggivano alcune ciocche di capelli con riflessi d’argento. Essa guardava con aria pietosa il biondo fanciullo che aveva fatto guanciale del suo grembo; e gli andava carezzando la capigliatura, quasi per fargli conciliare il sonno. Ben sapeva che Michelino aveva bisogno di riposo, dovendo egli alzarsi all’alba per recarsi al lavoro col babbo.
I tre volti avevano un’espressione melanconica che contrastava col frastuono e con la gioia che regnavano nello stazzo. Occupati unicamente dagli sposi, gli altri non badavano a loro; ed essi si compiacevano di quella noncuranza che favoriva il loro raccoglimento.
Il sole era calato dietro i monti lontani dell’Asinara, lasciando all’orizzonte lunghe striscie infuocate, le quali gettavano un’onda luminosa dentro la stanza, dov’erano raccolti i festeggianti.
Nei commensali già cominciava a notarsi quella stanchezza che si prova alla sera di un giorno di festa, dopo aver libato ad un pranzo più lauto e più abbondante del solito.
Il chiaccherìo continuava ancora, ma era un chiaccherìo stanco, compiacente, quasi convenzionale. I parenti e gli amici aspettavano che Pietro si alzasse, per accompagnarlo al suo stazzo della Trinità di Agultu; ma Pietro aveva poca voglia di lasciar la tavola, dove stava tanto bene vicino alla sua fidanzata. Egli non considerava che il tempo, il quale per lui fuggiva, scorreva assai lento per gli altri. Solito egoismo di chi è felice.
Il muto sempre immobile, non faceva che osservare la vecchia ed il fanciullo, che pareva riposasse.
Ma Michelino non dormiva. Quantunque sentisse le palpebre più pesanti del solito, pure lottava col sonno; e mentre con abbandono appoggiava la testa sul grembo della vecchia, teneva gli occhi sempre fissi sul volto della sorella la quale era seduta vicino a Pietro Vasa, dimenticando quanti li attorniavano.
Era pur strana la melanconia di quei tre personaggi in mezzo alla gioia comune! Si sarebbe detto che un pensiero triste, un penoso sconforto e un triste presagio dominasse quelle menti e che un misterioso vincolo unisse fra di loro quelle tre creature.
Eppure, essi non avrebbero dovuto rimanere indifferenti alla cerimonia che si compiva nello stazzo per convalidare il sacro patto che univa Mariangiola a Pietro! Quella vecchia era la madre dello sposo: la sposa era sorella di quel fanciullo. Pietro sulla terra, non aveva amato alcun essere più di sua madre; e Mariangiola nutriva una speciale tenerezza per il suo fratellino Michele, oggetto continuo d’ogni sua cura e d’ogni suo pensiero.
Pietro e Mariangiola erano però sposi e il loro amore doveva assorbire ogni altro amore.
Ed era questo il pensiero fisso che occupava la mente della vecchia e del fanciullo in quel giorno solenne: un pensiero geloso che, l’uno all’insaputa dell’altro, celavano nel profondo del cuore.
La madre di Pietro guardava con occhio diffidente la Mariangiola, destinata a toglierle l’affetto di suo figlio. Nel matrimonio la sposa vien sempre a togliere il posto alla madre; la quale tarda a persuadersi che il suo ufficio finisce là dove comincia quello della moglie. La gioia segreta di far ballare sui ginocchi i figli dei figli non basta a soffocare la crucciosa invidia che prova una madre nel veder sottentrare alle sue cure un’altra donna. E da ciò i dissapori e l’incompatibilità di carattere fra suocera e nuora.
Il fratello di Mariangiola, dal canto suo fissava con dispetto Pietro, che doveva portargli via la cara sorella. Il fanciullo non poteva comprendere come per uno straniero, per uno sconosciuto, Mariangiola potesse dimenticare chi l’aveva amata per tanti anni d’un profondo affetto. Nella sua piccola mente accusava quasi d’ingratitudine la sorella; ma non sapeva ancora che il potente affetto che provava per lui la fanciulla, non era altro che l’istinto della famiglia, che nella donna comincia a rivelarsi con la tenerezza per le bambole.
Tali erano i pensieri che attraversavano la mente di quella vecchia e di quel giovinetto nel giorno dell’abbraccio di Pietro e di Mariangiola.
E il muto?
Con le braccia serrate sul petto, Bastiano guardava la vecchia e il fanciullo, che gli stavano da presso. Egli ammirava quella testa bionda, vicino a quella testa bianca, il riposo della giovinezza in grembo alla vecchiaia, il tramonto che sorrideva all’alba, il debole che sorreggeva il forte.
Anche lui provava un sentimento d’invidia per tutti. Per lui non vi erano state mai feste, per lui non vi era stato mai amore.
Il muto era là per far numero. Dai sorrisi, dall’espressione dei volti, dai gesti delle persone, da tutto l’insieme delle cose che andava osservando, si accorgeva che in quella casa tutti erano felici. Avrebbe voluto esprimere anch’esso i suoi sentimenti, ma non poteva parlare. La natura maligna gli aveva inchiodato la lingua al palato; aveva posto una barriera di granito tra gli uomini e lui.
E assisteva alla festa col cruccio nel cuore, ripensando alla sua giovinezza e ai compagni che lo avevano deriso, percosso, ma egli era l’uomo di pietra; doveva assistere all’altrui gioia senza poter manifestare un suo pensiero, senza percepire il pensiero degli altri. Ecco perché il sordo-muto era triste come la vecchia e come il fanciullo!
La fatalità aveva riunito quei tre personaggi, che pur dovevano aver tanta parte negli odii destinati al dilaniare le due fazioni dei Vasa e Mamia. Fila misteriose vincolavano quei tre esseri innocenti. Il destino aveva loro tracciato la strada che dovevano percorrere. Due di essi erano designati come vittime, il terzo come carnefice!
◊ ◊ ◊
Arrivò finalmente l’ora del commiato e della partenza. Pietro Vasa si alzò; e dopo aver dato una stretta di mano ed un bacio alla sposa ed al futuro suocero, si accostò alla vecchia.
– Madre mia, andiamo. Vi ho fatto troppo aspettare, non è vero? Dovete perdonarmi, perché son cose che non capitano due volte nella vita!
La vecchia sorrise amaramente, e si accostò alla sposa che baciò sulla fronte.
Mariangiola le restituì il bacio con trasporto mentre due lacrime di gioia le irrigavano le guancie.
Entrambe piansero, senza darsene ragione. Erano vivamente commosse.
La sposa si accostò al fratello, e dopo averlo accarezzato gli disse:
– Sei stanco, povero Michele? Va dunque a letto, e riposa.
Il fanciullo rispose mestamente:
– Lo so, Mariangiola. D’ora innanzi non avrò più le tue carezze. Il babbo caccia di casa la nostra colomba per darla ad uno sconosciuto!
Al muto non si accostò alcuno. La comitiva cominciava già a sfilare, ed egli era sempre là, vicino alla finestra, cogli occhi a terra e colle braccia sul petto.
Il vecchio Mamia gli batté infine sulla spalla, per dirgli coi cenni che rimaneva solo.
Il muto lo ringraziò; e accennando col dito alle sue orecchie sorde, gli fece capire che non si era mosso perché non aveva sentito le pedate della gente. Mandò quindi un rantolo cupo per esprimere un ringraziamento ed un saluto; ed uscì dallo stazzo per accompagnare suo cugino Pietro Vasa.
I pastori degli stazzi di Vignola si presentavano alla soglia dei loro abituri per salutare lo sposo e il suo seguito che si dirigeva alla Trinità d’Agultu.
E così terminò la bella giornata di maggio, e la cerimonia dell’abbraccio che doveva lasciare un indelebile ricordo nell’animo dei Vasa e dei Mamia.
IV.
Odio vince amore
Tra la famiglia dei Vasa e quella dei Pileri – lo abbiamo detto – era un’antica ruggine che, invece di diminuire, andava sempre crescendo. Alcune questioni d’interessi tennero accese per lungo tempo le contestazioni, quantunque le due famiglie fossero imparentate, avendo un Pileri sposato la sorella di Pietro Vasa.
Nell’agosto del 1849 – due mesi dopo l’abbraccio – nacquero dei puntigli fra i membri delle diverse famiglie, e la cosa parve prendere serie proporzioni. L’origine del malumore risaliva ad alcune capre di Salvatore Pileri trovate uccise entro un chiuso ad orzo di Pietro Vasa. Il Pileri pretendeva che quest’ultimo si dichiarasse autore di un tal dispetto, ma il Vasa respinse sdegnosamente l’accusa, e rifiutò ogni dichiarazione.
I Pileri, per evitare un forte attrito, decisero di rivolgersi al Mamia, col quale erano legati con vincolo di più stretta parentela [ci sono molti dubbi che fosse stretta]. Essi dissero:
– Sappiamo che Pietro Vasa fra non molto farà parte della tua famiglia. A te spetta sistemare le nostre vertenze; ché altrimenti potrebbe venirne danno allo sposo ed alla tua figliuola. Bada dunque di risparmiar dispiaceri a te ed a noi!
Il vecchio Mamia, uomo saggio e prudente, s’incaricò di appianare le questioni; e si mise all’opera, fidando nella propria influenza ed autorità.
E difatti, due sere dopo, rientrando in casa trovò il Vasa, che era venuto a far visita alla fidanzata, e gli disse:
– Senti, Pietro, ti ho accordato con piacere la mano della mia figliuola, perché ti conosco per un uomo dabbene. Vorrei però che tu ti mettessi in pace co’ tuoi avversari. Capirai bene che io non vorrei disturbi in famiglia. Essendo stato per diciassett’anni latitante [nelle carte non risulta] per un delitto che mi si voleva apporre, ben so per prova quanto costi il prendere la campagna per mettersi al sicuro dai nemici.
Il Vasa che in quel momento parlava con Mariangiola, troncò a metà il discorso incominciato, si fece serio e volgendosi al vecchio gli rispose freddamente:
– Che importa a voi delle nostre questioni private? Coi Pileri ha solo da vedere il mio fucile; in esso sono due canne con tre palle per ciascuna: sarò abbastanza generoso dando loro la scelta. Altro non posso fare!
La risposta superba del giovane non andò troppo a sangue al Mamia, il quale pertanto volle contenersi.
– Pietro, tu sei un galantuomo; e sono persuaso che ti abboccherai coi Pileri per…
– Mi recherò da loro, sì; ma col berretto sotto l’ascella! – interruppe il Vasa con alterigia. [Nota. È questa un’espressione assai frequente in bocca dei galluresi, quando vogliono dire che non si recheranno dal loro nemico, se non per accompagnarne la salma al camposanto; e ciò alludendo all’usanza di tenere il berretto sotto l’ascella quando si fa parte di un corteo funebre, o religioso.]
– Bada, Pietro! – riprese il vecchio corrugando la fronte e cambiando tono – sii ragionevole. Se vuoi far parte della mia famiglia, è d’uopo che tu rinunzii ad ogni idea di vendetta. Sarei costretto a negarti Mariangiola, se tu persistessi nel tuo proposito!
– Ed io sarei costretto a rinunziare alla tua figliuola, se mi si chiedesse la conciliazione co’ miei nemici! – rispose fieramente il Vasa.
Mariangiola afferrò con affetto le mani di Pietro e divenne pallida. Ma Pietro non sentiva più le carezze né vedeva il pallore della fidanzata. Il vecchio Mamia continuò colla stessa flemma:
– Le parole che tu pronunci in questo momento non sono quelle di un uomo sano. Tu non ami Mariangiola!
– È grande l’amore che io porto alla tua figliuola – esclamò vivamente Pietro – ma è assai più grande l’odio ch’io nutro per i Pileri!
In quella camera si trovavano la vecchia madre del Vasa e il giovane fratello di Mariangiola.
Michele corse a carezzare la sorella che si era lasciata cadere sopra una sedia: e la vecchia afferrò Pietro per un braccio, cercando di frenar l’ira che trapelava dai lineamenti alterati del figliolo.
– Lasciatemi! non ascolto ragioni! – gridò Pietro fuori di sé; ed uscì dalla stanza seguito dalla madre, senza curarsi degli spasimi della fidanzata e dello sdegno del futuro suocero.
Il vecchio Mamia si accostò lentamente alla porta per seguire cogli occhi i due che si allontanavano; quindi tornò e si fermò dinanzi ai suoi due figli che si tenevano abbracciati. Michele diceva alla sorella:
– Via Mariangiola, lascialo andare quel cattivo! Ti farò io da sposo… Sei contenta?
– Finitela! – esclamò il vecchio rivolto all’uno e all’altra.
– Non fate ragazzate! Egli ritornerà; ritornerà, perché non si abbandona così una fanciulla quando si è abbracciata. L’abbraccio non può essere sciolto che dalla sola sposa: e tu non hai intenzione, non è vero, Mariangiola?
– Io no padre mio!
◊ ◊ ◊
Il Vasa però, non tornò in casa del Mamia; ed invano Mariangiola lo aspettò per due, quattro, e dieci giorni. Era evidente che si era piccato e voleva tenere il broncio.
Con tutto ciò, il vecchio non volle più oltre inasprire il fidanzato della sua figliuola; temendo di essersi lasciato trasportare da un eccesso di collera, aspettò pazientemente che il tempo avesse apportato un po’ di giudizio nel cervello di Pietro.
Passarono altri quindici giorni, ma Pietro non varcò la soglia della casa Mamia; forse nella speranza che il suocero finisse per smettere i suoi rigori.
Sugli ultimi di agosto accadde un fatto, che, per quanto in apparenza insignificante, bastò per complicare gli avvenimenti.
Alla terza domenica del mese, in cui ricorre la festa di Santa Maria di Vignola [Nota. Alla terza domenica … la festa di Santa Maria; attualmente si festeggia nell’ultimo fine settimana del mese di agosto], sogliono i devoti portare una bandiera alla rispettiva chiesuola per scioglier un voto o promessa. In tal circostanza fu domandato in prestito a Pietro Vasa un suo cavallo, il quale, per la bellezza delle forme e per la robustezza dei muscoli, formava l’ammirazione di quanti lo vedevano. Questo cavallo, già da qualche tempo, era tenuto nella scuderia di Antonio Mamia, né Pietro aveva pensato a ritirarlo, segno evidente che egli accarezzava la speranza di far ritorno alla casa della fidanzata.
Terminata la funzione, fu ricondotto il cavallo allo stazzo del Mamia; ma quel giorno il vecchio, o perché fosse più di cattivo umore del solito, o perché inasprito da recenti dicerie, rimandò indietro il giovine che portava il cavallo dicendogli che la sua scuderia non serviva per le bestie altrui.
Quest’azione ferì a sangue Pietro; e dice la cronaca, che l’innocente cavallo fu la prima e vera causa delle inimicizie che si accesero più tardi fra le fazioni dei Mamia e dei Vasa; nel modo stesso che alcune capre dei Pileri, entrate a pascolare nei terreni del Vasa, avevano gettate le prime basi di un altro odio implacabile.
Si cominciò a comprendere da entrambe le parti che le cose prendevano una cattiva piega; e un altro mese trascorse fra puntigli, messaggi, dicerie. I buoni amici cercarono di conciliare gli animi, in considerazione dell’amore dei due fidanzati e dei riguardi che meritava il vecchio Mamia; né mancarono allo stesso tempo i cattivi amici, i quali fomentavano gli odii dei dissidenti col riferire, inventare, od esagerare le parole e i discorsi che venivano proferiti dalle due famiglie.
I due nemici però furono inconciliabili; poiché se il Vasa stava sul tirato, il Mamia non era tal uomo da cedere facilmente agli altrui capricci.
– Io sono il più vecchio – egli diceva – Spetta dunque a Pietro sottomettersi.
Non è a dire quanto ne piangesse e ne soffrisse Mariangiola, e quali scene accadessero ogni giorno in casa. Il vecchio si sentiva intenerirsi alla presenza della sua creatura; ma per quanto l’amasse, avrebbe meglio desiderato vederla morta, anziché umiliarsi al superbo che lo aveva offeso.
Molti ragionanti e alcuni sacerdoti si presentarono al Mamia per fargli presente il dolore della Mariangiola, la quale doveva rinunziare ad un uomo che amava, e che le aveva giurato eterna fede. E a tanto giunsero le preghiere e le esortazioni del Rettore e dei probi uomini di Aggius, che il vecchio padre propose di far accompagnare la sua figliuola allo stazzo della Trinità da due stretti parenti, i quali l’avrebbero consegnata allo sposo. Egli però – lo dichiarava – non si sarebbe mai indotto ad accompagnare sua figlia, né a metter piede in casa del superbo genero. [Nota. Si assicura, che difatti il Mamia avesse affidata la sua figliuola a vari suoi congiunti, i quali, insieme ad alcuni parenti del Vasa, si portarono una mattina alla chiesa rurale di San Pietro di Ruda (luogo prestabilito) dove sarebbesi pur trovato Pietro Vasa e donde si sarebbero tutti recati alla Trinità di Agultu per la celebrazione del matrimonio. Senonché, arrivata sul posto la comitiva, invano attese per più ore l’arrivo di Pietro. E stavasi già in pensiero, quando arrivò colà Michele Tansu per avvertire quelle rispettabili persone che Pietro Vasa si era assentato dal proprio stazzo fin dal giorno precedente, e che era inutile aspettarlo. Si può immaginare il furore di Mamia quando dai congiunti gli fu restituita la figliuola.]
Non rimaneva dunque più altro, che far la restituzione dei doni; ma anche questa pratica, in apparenza così semplice, provocò molte contestazioni. Noti il lettore la fierezza dei galluresi, la loro tenacità negli odii, e la scrupolosa raffinatezza della loro suscettibilità.
Affacciata agli amici del Vasa e del Mamia la convenienza della reciproca restituzione dei doni, scambiati fra gli sposi nella cerimonia dell’abbraccio, nessuno dei due volle esser il primo a metterla in pratica.
– Io non voglio chiedere i doni alla sposa – diceva il Vasa – perché sarebbe un confessare che il torto è dalla mia parte. Tale umiliazione non voglio subirla!
– Io non devo restituire i doni allo sposo – diceva il Mamia – questo atto potrebbe significare che riconosco il mio torto. Non intendo intaccare la mia dignità per nessuna cosa al mondo!
E per due mesi l’uno e l’altro furono irremovibili in questa decisione: tanto che si dovette ricorrere ad un consiglio di arbitri, o di ragionanti, ciò che nell’espressione gallurese suol dirsi sottomettersi alla ragione.
Dopo lunga e seria discussione, i cinque arbitri, scelti di comune accordo dalle due parti, pronunciarono il loro giudizio, dando unanimemente il torto a Pietro Vasa ed assolvendo il Mamia.
Il Vasa, rassegnato, piegò la fronte all’inappellabile verdetto, e inviò un suo incaricato in casa di Antonio Mamia per riprendere i doni fatti a Mariangiola, e per restituire quelli che aveva ricevuto da lei.
Tralascio di descrivere il dolore e la disperazione della povera fanciulla, quando dovette togliersi dal dito l’anello d’argento per consegnarlo al messo spedito dal suo Pietro. In un attimo ella vide svanire tutte le speranze d’amore; coll’anima straziata ella diede un ultimo sguardo al manafidi, a quel pegno bugiardo a cui aveva confidato i più bei sogni della vita, a quel talismano che le aveva parlato d’una casa, d’uno sposo e d’una famiglia, a quel dono infine, che per l’ultima volta ella bagnava di lacrime e di baci.
Pietro non pianse, né si commosse. Egli lo aveva ben detto: in lui l’odio era più forte dell’amore!
Indignato oltremodo, e volendo esprimere la sua noncuranza e il suo disprezzo per la fanciulla, si recò alla parrocchia d’Aggius, e si fece rilasciare dal Rettore la dichiarazione di stato libero, per la quale sborsò tre lire sarde. [Nota. Dicesi, che ottenuto il certificato di stato libero, il Vasa volendo maggiormente indispettire il Mamia, si affrettò a riconciliarsi coi Pileri indennizzando questi dei pretesi danni. Tanto nel suo cuore era penetrato il puntiglio!].
Fu l’ultimo colpo che annunziava la rottura d’ogni promessa. Il vecchio fremette, Mariangiola non sapeva che piangere: e pianse.
Antonio Mamia, rientrando in casa, trovò la figliuola che si struggeva in lacrime. La rampognò severamente, e le disse:
– Mariangiola, gli uomini come Pietro non si piangono mai. Quando commettono azioni simili, essi sono indegni di far parte di un’onesta famiglia. Il giorno in cui vedrò una lacrima nei tuoi occhi, ricordalo bene! quel giorno cesserai d’essere mia figlia; sarà indizio che non senti l’onta gettata da quell’infame sulla mia casa.
Così dicendo, il vecchio uscì. Michele si accostò alla sorella e la baciò sulla guancia.
– Sorridi, via, al tuo fratellino! – le disse –. Ora posso dirtelo: odiavo quell’uomo che voleva toglierti alla nostra casa. Egli non poteva che apportarci sventura!
Mariangiola esclamò sommessamente:
– E chi ti dice che non l’apporti?!
V.
Il battesimo del Muto
Quattro mesi erano trascorsi dagli avvenimenti da noi narrati. Tra le fazioni dei Vasa e dei Mamia regnava quella calma glaciale che d’ordinario è foriera di tempesta. La folgore era per iscoppiare; pareva che gli animi esacerbati aspettassero il più lieve appiglio per provocarla. Perché quella sosta? Era facile immaginarlo: perché ogni fazione voleva un valido pretesto per dar sfogo all’ira, e per avere il diritto d’inferocire sull’avversario. Soliti riguardi di scrupolosa cavalleria!
Quattro mesi, però parvero troppo lunghi; e fu deciso di finirla. D’altra parte non poteva nascere alcun dubbio: vi era un oltraggio da vendicare, dunque il primo pensiero doveva rivolgersi all’oltraggiatore!
Era il 19 marzo 1850.
Pietro Vasa, fin dalla mattina, si era recato alla chiesuola di San Giuseppe di Cucurenza per assistere alla messa. Era un giorno di festa per i galluresi, e Pietro aveva voluto santificarlo.
Terminata la funzione religiosa, verso mezzogiorno, Pietro si era messo in cammino per far ritorno allo stazzo, dove l’aspettava la vecchia madre.
Giunto a metà strada, in un punto ingombro di macchie di lentischio, sostò alquanto per accendere la sua pipa. [Il sito dove fu ferito, la Vena di li Cabaddi, caratterizzato dalla presenza di un corso d’acqua stagionale, si trova a circa metà percorso della mulattiera che dalla strada principale (oggi SP 74 Aggius-Trinità) conduceva alla chiesa di San Giuseppe.]
In quel momento si udirono due spari di fucile. E Pietro cadde a terra gravemente ferito da tre palle.
Alcuni pastori, che per fortuna passavano colà accorsero a lui, gli fasciarono le ferite e lo trasportarono al suo stazzo, dove ricevette le prime cure. [I pastori erano del casato Oggiano Tusgioni (poi diventati Tirotto) che abitavano nei vicini stazzi Petra Luzana e Vaddigghji. Fedeli alleati di Pietro Vasa, ebbero poi un ruolo molto importante nella faida].
Sapendolo in pericolo di morte, il parroco della Trinità di Agultu si recò subito da lui per confessarlo e lo esortò a perdonare ai suoi nemici.
– Sì…! – rispose il Vasa con voce spenta – che tanti angeli li accompagnino in vita e in morte!
Ma mentre il prete si avvicinava alla porta per andarsene il Vasa si rivolse a un suo parente che gli stava al capezzale, e gli disse solennemente e con significato:
– Ricordati che mi hanno ucciso!!!
Il prete tornò indietro indignato:
– Pietro!… che vai dicendo? Io non posso più ascoltarti; cerca un altro confessore! [Nota. Questo fatto mi venne riferito dallo stesso prete, allora rettore della Trinità di Agultu.]
Si aspettava che da un giorno all’altro Pietro Vasa spirasse; eppure – vero miracolo – egli migliorò, e dopo una settimana era fuori di pericolo. Fu trasportato dallo stazzo ad Aggius, e più tardi da Aggius a Tempio per sottoporlo a più rigorosa cura, e dopo un mese poté ripigliare le sue forze e le sue faccende.
Chi era stato l’autore di quell’agguato? Due versioni corsero in proposito: gli uni ne accusarono Mamia per l’oltraggio fatto alla figliuola, gli altri i Pileri, per gli antichi dissensi e per i continui dispetti che ricevevano dal Vasa.
Ad ogni modo il tiro veniva dai Mamia imparentati coi Pileri. Il dado era gettato, e cominciò da quel giorno la strage sanguinosa che doveva durare per sei anni.
Ferito il Vasa, i suoi parenti pensarono di farne le vendette e fu Michele Tansu che si incaricò del colpo.
Poche settimane dopo il ferimento di Pietro Vasa, trovandosi il Tansu in compagnia di un suo cugino [la voce popolare infatti parlava di Nicola Vasa, fratello di Pietro] s’imbatterono in due parenti del Mamia, e scaricarono su di essi i loro fucili. Uno di loro cadde ferito.
Ma i parenti del Vasa non menarono vanto di questa vendetta per lungo tempo.
Verso gli ultimi di aprile, il vecchio padre del ferito vendicò suo figlio uccidendo Michele Tansu, e nascondendone il cadavere nella campagna di Aggius. [Nota. Fu detto che il Tansu, in compagnia d’un altro, avessero tentato di sorprendere il vecchio, che stava seduto in un suo orticello, coltivato a fave. Andata a vuoto la scarica da loro fatta, il vecchio puntò il suo fucile verso i fuggenti, e uccise il Tansu. Onde più d’uno disse, che il Tansu si avesse procurata la morte da se stesso. Non ci furono due agguati di Michele Tansu, ma solo uno, il secondo narrato, la mattina del 27 aprile 1850, ai danni di Pietro Mamia (cugino di Antonio) che, con altri, coltivava l’orto. La fucilata di Michele Tansu lo colpì di striscio; gli altri lavoranti risposero al fuoco e ferirono gravemente Michele Tansu che rimase sul posto, mentre l’altro complice riuscì a dileguarsi. Minnìu Malu Bagassu trovò il Tansu agonizzante e lo finì, per poi nasconderne il cadavere nella cussorgia di Cascabraga.]
Gli stessi nemici fecero correre in paese la voce della vendetta fatta, e si può immaginare quale impressione produsse negli aggesi la notizia ferale. Quella morte misteriosa e la sparizione del cadavere rendevano più luttuoso l’avvenimento. Le ire, le bestemmie i giuramenti di vendetta correvano di bocca in bocca. Gli uomini imprecavano i vivi, impugnando i loro fucili; le donne piangevano i loro morti, mandando al cielo grida strazianti.
Michele Tansu era fratello di Bastiano, il sordo-muto. Quando a costui fu comunicata la disgrazia che lo aveva colpito, poco mancò non diventasse pazzo. Colle narici dilatate, cogli occhi fuori dell’orbita fissò istupidito l’incauto messaggero, quasi credendo scherzo la ferale notizia. Abituato ad esser deriso, tardò a prestar fede all’asserzione. Quando però un secondo, un terzo, tutti gli confermarono l’assassinio, mandò un cupo ruggito e prese la campagna.
Pareva un forsennato, quantunque tutti conoscessero Bastiano per un giovine di spiriti bollenti e facile all’ira, pure si era ben lontani dall’immaginazione che la morte del fratello potesse produrre in lui una così terribile impressione.
Tutta quella sera e il giorno seguente il muto corse la campagna. Andò di stazzo in stazzo, si spinse fino alla spiaggia, e visitò le cussorgie della Trinità e di Vignola, chiedendo sempre di Michele. Dopo aver cercato il suo fratello vivo, quell’infelice cominciò la ricerca del fratello morto: visitò tutti gli antri e le gole; osservò attentamente ogni crepaccio di granito ed ogni macchia di lentischio, e si diede persino a graffiare colle unghie la terra, quando gli pareva che fosse smossa di recente.
Le sue indagini furono vane.
Spossato, stanco, fuori di senno, sedette su un’altura, e si diede a contemplare tutta la grande distesa della campagna sottostante. Volgeva intorno le pupille stralunate, chiedendo agli uomini il suo Michele, dilatava le nari, quasi volesse fiutare il sangue dell’assassinato; stringeva i pugni e li mostrava al cielo, quasi imprecando ad esso perché gli negava il conforto di abbracciare un cadavere.
Il sole era sceso dietro ai monti dell’Asinara, le tenebre erano calate sulla natura; ma il muto non volle abbandonare il suo posto.
L’assassinio del fratello aveva destato nell’animo del muto tutti i peggiori istinti e insieme con essi un prepotente bisogno di sfogare il cruccio che covava nel cuore. La sua strada era stata tracciata dal destino, né titubò un istante ad ubbidire alla voce insistente e misteriosa che dal fondo della sua coscienza lo eccitava al delitto.
Tornò a casa preoccupato, pensoso, ma calmo in apparenza. Non confortò i più stretti parenti che si disperavano, non badò agli amici che lo compiangevano, o fingevano compiangerlo per maggiormente irritarlo.
Pietro Vasa, sopra tutti prese a consolarlo in un modo singolare: più che condoglianze per la sciagura accaduta, pareva desiderio di fomentare l’odio in quell’uomo, facile ad accendersi.
Quel giorno il muto afferrò per la prima volta un fucile, e giurò di mai più riporre il piede nel suo paese [non ci viveva]. Gli uomini non l’avevano compreso, ed egli studiò il modo di farsi comprendere; la natura gli aveva chiuso la bocca, ed egli pensò di far parlare la bocca del suo fucile. Le sue smanie, le sue preghiere la sua disperazione non potevano ridonare la vita al suo Michele; ma che perciò? Se non era in suo potere dar la vita ai morti, ben sapeva che avrebbe potuto dar la morte ai vivi.
Il giovane sordo-muto, fin’allora trastullo dei suoi compagni, si innalzava terribile sopra gli uomini. Il sangue di suo fratello gli gridava vendetta; ma egli giurò di spargerne tanto, fino a placare l’ombra dell’istinto. [Riesce difficile immaginare un individuo sordomuto, che fino all’età di 23 anni non aveva mai imbracciato un fucile, divenire in poco tempo diventa un sicario infallibile.]
VI.
Una partita sleale
Era una splendida mattina, la mattina del 15 agosto 1850, giorno sacro dell’Assunzione, una delle feste più solenni della cristianità.
I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si errava qua e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della Vergine Assunta e del Rosario. [Non è semplice stabilire l’inventario che non dovrebbe discostarsi molto però dal seguente: San Pietro di Ruda, San Lussorio di Pala di Monti, San Michele Arcangelo di Tarrapadedda; San Giuseppe di Cugurenza, Sant’Antonio di Li Colti, San Leonardo di Viddalba, Santissima Trinità d’Agultu, Santa Maria di Vignola, San Pietro martire, San Giovanni Battista di Viddalba, Sant’Orsola, San Giacomo di Pitrischeddu, San Pancrazio di Monti ‘Agliu; le ultime due pur essendo in territorio comunale di Tempio erano officiate da aggesi. Altre chiese medievali (Santa Anatolia, Santa Barbara, San Benedetto, Santa Maria Maddalena, San Michele Arcangelo) erano ormai scomparse o diroccate.]
Dal campo di Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo, guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era Michele, il figlio di Antonio Mamia, il fratello di Mariangiola.
Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.
Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e di canti.
Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla poesia nel cuore e sulle labbra.
Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.
La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi; e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.
Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della Gallura, il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.
Lu campu no si ’esti
Di gala più, né d’allegri culori:
In abiti funesti
Mi si mustra la rosa e l’alti fiori;
L’albureddi frunduti
Tutti pal me di luttu so’ vistuti.
Il paziente cavallo, colla testa bassa e con passo stanco seguiva lentamente il giovine conduttore, il quale interrompeva tratto tratto la sua canzone per sollecitarlo a camminare.
Il fanciullo era già arrivato a mezza strada, e misurava coll’occhio la distanza che lo divideva dal suo paese.
Giunto ad una svolta, e mentre cantava i due versi:
E di la primaera
È vinuta pal me l’ultima sera
si udì uno sparo di fucile.
La canzone spirò sulle labbra di Michele, il quale si fece pallido. Non ebbe neppure il tempo di guardare donde venisse il colpo: cadde prima sulle ginocchia, poi stramazzò supino, e chiuse gli occhi per sempre.
Il cavallo, con la testa bassa, continuò la sua strada inciampando ad ogni passo nella lunga corda che si tirava dietro.
◊ ◊ ◊
Verso le due dopo mezzogiorno, la moglie e la figlia di Mamia erano sedute al telaio, nella loro casetta d’Aggius. [Dopo l’inizio delle ostilità con Vasa, Antonio Mamia soggiornava sempre più spesso ad Aggius, poiché in paese si sentiva più al sicuro dagli agguati del nemico. Era stato il timore di agguati a fargli prendere una scorciatoia, rientrando da Coghinas, mentre il figlio Michele proseguiva sulla via principale]. La vecchia consolava la Mariangiola che non poteva darsi pace dell’abbandono di Pietro.
Ad un tratto s’intese come un mormorìo confuso che man mano andava crescendo; come il tumulto di una folla che irrompesse nelle vie del paese.
Madre e figlia si fecero paurosamente alla porta; e un orribile spettacolo si offerse ai loro occhi.
Una folla piangente attorniava e seguiva due pastori, i quali portavano una specie di barella improvvisata con frasche d’elci e di lentischi. Su quella barella avevano adagiato il cadavere di Michele.
Furono grida, spasimi, lamenti che straziavano l’anima, e che la penna rifiuta di descrivere. I parenti, gli amici, le comari, le donne del vicinato, tutti aggiungevano i loro pianti al pianto d’una madre e d’una sorella che si strappavano i capelli, pazze dal dolore.
Fu subito chiamato Antonio Mamia, che trovavasi in campagna … [Antonio Mamia, per rientrare ad Aggius, aveva preso la vecchia carrareccia che da La Tozza portava a San Giuseppe, per poi dirigersi verso Badas dove abitava la sorella Pasqua, sposata con Giorgio Mureddu]. Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero, quello della vendetta.
Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo figliuolo, che parea dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.
A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni, con un linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (attìtitu) che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della famiglia. [Nota. La prefica improvvisatrice soleva essere d’ordinario la più giovane; essa tesseva le lodi dell’estinto, e talvolta eccitava i parenti alla vendetta. Quest’usanza, molto in voga nella prima metà del secolo, andò man mano decadendo, ed oggi è quasi cessata. Ben è vero però, che anche oggidì le madri, le sorelle, e i parenti che assistono ai funerali, prorompono in nenie, rammentando le doti dell’estinto.]
«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di gelsomino; e pertanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura! I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!
«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso, carezzato dai venti, ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu vigliaccheria!
«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si nascondevano dietro alle siepi per vederti passare, e si mormoravano all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; né più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!
Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e scintillavano come il granito delle nostre montagne; avevi i capelli biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas e le guance rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di Calangianus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello, ed è perciò che gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!
«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino! [Nota. La fontana dell’ampolla è sul Limbara; così chiamata perché dicesi che immergendovi una bottiglia, questa si rompe sotto l’azione del gelo.]
«Tu dormi, ma il tuo sonno è di morte. Né raggio di sole, né profumo d’aprile, né bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.
«A te dunque la tomba, o Michele; a tua madre le smanie delle disperazioni; ed ai parenti il grido della vendetta. A noi soltanto, sconsolate figlie della Gallura, le tristi note del dolore!
«Piangi anche tu Mariangiola! Piangi con noi, o giovinetta tradita ai piedi dell’ara! Strappa dalla pura fronte la corona di sposa, e spargine i fiori sull’altare insanguinato, dove t’hanno ucciso il fratello! Va, ti rinserra nella stanza nuziale, non consacrata dal bacio d’amore; cingi la fronte con un serto di spine, e impreca ai Vasa ch’han deluso i tuoi voti!
«Oggi è un giorno di lutto. Venite, venite, o vergini della campagna, ad intonar meco la canzone del pianto! Non vedete voi che il vento della sera reca in giro i pètali del fiore! Piangete dunque, o vergini sconsolate, poiché quest’anno i nostri mandorli non porteranno frutti!
«O fiorita ginestra dei campi d’Aggius, noi ti mandiamo l’ultimo saluto, giacché forza umana non potrà ravvivare il tuo stelo reciso. Chi non darebbe la metà del suo sangue per rivederti in mezzo a noi? Nessuna vergine di Vignola negherebbe di posare le sue labbra ardenti sulla tua bocca di gelo, se un bacio d’amore potesse ridonarti alla vita! Ma il bacio di fanciulla innamorata non può destare alcun fremito vitale sulle membra irrigidite dalla morte!
«Piangiamo insieme, vergini di Gallura: il nostro fiore è caduto!».
Antonio Mamia sempre cupo e meditabondo, senza preoccuparsi delle nenie della fanciulla, si era piantato dinanzi al tavolo funebre, dove era disteso il cadavere, coi piedi rivolti alla porta d’uscita. [Nota. Anche l’uso di mettere i morti coi piedi alla porta riscontrasi nei popoli orientali, come le nenie. Leggesi nell’Iliade d’Omero: D’acuto acciar trafitto egli mi giace / Nella tenda co’ piè volti all’uscita, / E gli fan cerchio i suoi compagni in pianto.]
Stette alcuni minuti con gli occhi fissi sul figlio; poi con voce calma, ma improntata di amaro sarcasmo, pronunciò lentamente le seguenti parole:
– Povero fanciullo! Han fatto una bella prova, togliendoti dal mondo! Per fermo al tuo assassino sarà tremata la mano nel prenderti di mira! Guai se non ti avesse colpito, mio povero figliuolo! Può andar superbo il mio nemico del colpo fatto; e avrà ragione di vantarsene coi valorosi campioni della famiglia Vasa.
La madre dell’ucciso, intontita dal dolore, era sorda ad ogni parola di conforto [La madre dell’ucciso era in avanzato stato di gravidanza: il successivo 21 ottobre 1850 diede alla luce un figlio maschio al quale fu dato il nome di Michele, lo stesso di quello appena deceduto]. Accoccolata in un angolo della stanza, non pronunciava che queste parole:
– Lu mè córi. [Nota. Lu mè còri (cor mio). Espressione molto abituale in Gallura].
La morte di Michele aveva commosso e indignato tutta la Gallura. Era un fatto nuovo a memoria d’uomo; perocché nelle secolari inimicizie si erano sempre riguardati come sacri i fanciulli e le donne; anzi il macchiarsi del loro sangue costituiva nelle vecchie tradizioni tal viltà, che non veniva mai perdonata.
Non solo si erano fin’allora rispettate le deboli creature, ma in ogni tempo era stata scrupolosa consuetudine differire la vendetta, sempre quando un nemico avesse incontrato l’avversario (a piedi o a cavallo) in compagnia di una donna o di un fanciullo. A questo proposito mi piace far menzione di un’inimicizia sorta appunto in Gallura, per essersi violata la generosa consuetudine. Nel 1775, non solo non si rispettò il nemico che trovavasi in compagnia di una donna, ma insieme a lui si uccise la nuora incinta (la pastorella Teodora) che sedeva in groppa dello stesso cavallo. E bastò questa viltà perché fra due fazioni si accendesse una guerra sanguinosa.
La sera del 16 agosto la salma di Michele fu portata a seppellire nel piccolo cimitero di Aggius. Una folla di congiunti e di amici andò dietro al feretro facendo gran piagnisteo, come vuole l’usanza di quasi tutti i paesi della Gallura.
Il vecchio Mamia seguì cogli occhi il funebre corteo; soffrì torture atroci, ma ebbe la forza d’animo di non mandare un lamento, né di versare una lagrima.
Mi si disse in Aggius, che due giorni dopo la morte del fanciullo, fu veduto il Mamia seduto sulla soglia della propria casa, fumare la sua pipa tranquillo in viso. Quella calma fece paura a molti! Era indizio certo, che quel vecchio meditava un sinistro pensiero!
◊ ◊ ◊
Dall’altura del monte della Crocetta un uomo incappucciato guardava il corteo funebre che s’incamminava al cimitero.
Quell’uomo era Bastiano Tansu, il sordo-muto. Era mestissimo, e commosso; poiché mentre reggeva con una mano la testa, coll’altra tergeva le lacrime che scorrevano abbondanti sulle sue guance.
Era pietà vera? era rimorso? Non so dirlo.
La voce pubblica aveva accusato Pietro Vasa come autore della morte di Michele; ma chi poteva asserirlo? Il vero feritore s’ignora quasi sempre in queste guerre fratricide; tutti i membri di una famiglia sono solidali nell’esecuzione della vendetta; poco conta conoscere la mano che ferisce; si sa che la mente è una sola, e basta! La morte di un nemico è sempre ascritta ad una fazione, non mai ad un individuo!
Il muto scese dal monte della Crocetta quando le ombre scesero sopra il villaggio. Egli s’internò nella campagna, poiché si era volontariamente proscritto dal paese natio, per sfuggire alla giustizia degli uomini. [Si ribadisce che Aggius era solo il comune amministrativo di nascita e di residenza del muto, il quale non abitava ad Aggius e abitualmente non lo frequentava].
Quella di Dio non la temeva.
VII.
La rivincita
Non eran trascorsi che cinque giorni dalla morte del povero Michele.
Nel cuore della notte quattro individui appartenenti alla fazione del Mamia erano raccolti in uno stazzo escogitando una pronta ed adeguata vendetta. Anche nel consumare un delitto si suol mettere lo scrupolo e la delicatezza! [La riunione si svolse nello stazzo dei Mamia in Li Colti. Le località di Li Colti e Cascabraga erano i luoghi dove vivevano i cugini e gli zii paterni di Antonio Mamia. Loro vicini di casa erano i Tansu del Muto.]
Si sceglieva la vittima sulla quale doveva pesare il loro cieco furore; e la questione era un po’ complicata, trattandosi d’un fatto singolare.
Per una legge barbara, convalidata in Gallura da un’antica consuetudine, alla morte violenta d’un fanciullo non potevasi opporre che la morte d’altro fanciullo, o di una donna. In altro modo non si potevano equilibrare le partite. Dente per dente, infamia per infamia, vigliaccheria per vigliaccheria: così era scritto nel codice gallurese, sanzionato da un odio implacabile.
Uno degli astanti pronunciò un nome, e tutti applaudirono alla felice idea, lodando chi l’aveva manifestata. I Vasa avevano ferito il Mamia nel più santo de’ suoi affetti, nell’amor di padre; orbene, i Mamia dovevano ferire il Vasa nel suo affetto più santo, nell’amore di figlio. Fra i due capi fazione doveva essere uguale lo strazio dell’anima: Antonio Mamia si era strappata la barba dinanzi al cadavere del suo giovane figlio, e Pietro Vasa doveva trascinarsi cieco d’ira dinanzi al cadavere della vecchia madre. Un rimorso doveva rodergli il cuore, quello di aver dato la morte a colei cui doveva la vita!
Il giorno dopo, verso sera, con passo tardo e vacillante, la madre di Vasa usciva al solito dal suo stazzo della Trinità per recarsi alla vicina fonte, portava sulla testa il tinello con l’uppu [Nota. Recipiente di sughero con lungo manico di legno, usato in molte regioni della Sardegna per attingere l’acqua dal tinello.], e nella mano destra il rosario. La vecchierella pregava; pregava sempre per il suo figliuolo, esposto agli agguati del nemico, pregava per i suoi parenti e per i tanti padri di famiglia che minacciavano divorarsi l’un l’altro.
A mezza strada una palla di piombo la colpì nel petto, e cadde.
Fu trovata colà, agonizzante, con una mano sul cuore, e col rosario nell’altra. Pareva sorridesse alla morte.
Come tigre ferita Pietro Vasa accorse all’annunzio ferale; si chinò disperato sul corpo della madre; la scosse, la strinse al petto, la chiamò, la baciò, ma inutilmente. La vecchia aveva gli occhi socchiusi e le mani irrigidite dalla morte; respirava ancora, ma non riconobbe suo figlio.
L’amore che portava Pietro alla vecchia madre era un culto, una religione, un delirio. Anche oggidì si parla in Gallura della singolare impressione che ricevette il Vasa quando apprese l’orribile notizia. Non seppe mai darsene pace; e, finché visse, bastò il semplice ricordo di quella barbara fine per renderlo crudele ed inumano con chicchessia.
– Vigliaccherie! – gridò il Vasa –. Uccidere una donna, una vecchia cadente! A che dunque è ridotta la nostra Gallura? Miserabile razza dei Mamia! Il tuo valore non consiste che in simili imprese; ma ben altro è il nostro! Voi non siete buoni che a far posare canocchie, noi però faremo posar fucili. [Nota. Arrumbà rocchi, oppure fusili, significa appoggiare al muro, in un angolo della stanza, la canocchia od il fucile; e siccome gli uomini galluresi non lasciano mai lo schioppo, e le loro donne stanno sempre in casa a filare, Pietro alludeva alla morte degli uni e delle altre, a seconda l’oggetto che loro appartiene.] Vigliacchi, vigliacchi, vigliacchi!
Così esclamava Pietro, accecato dal furore: e gli facevano coro i componenti la sua fazione; ma tutti dimenticavano che la prima vigliaccheria l’avevano commessa i loro, assassinando un povero fanciullo quattordicenne. L’uomo però non è che un egoista e nel misurare l’oltraggio ricevuto, dimentica facilmente quello che egli ha recato ad altri.
Inginocchiato vicino al cadavere della madre di Vasa, e assorto in profondi pensieri, stava Bastiano il muto. Egli ripensava fremendo alla cerimonia dell’abbraccio, compiutasi un anno prima nello stazzo di Giunchiccia. Colà egli aveva veduto il giovine Michele posar la testa sulle ginocchia di quella vecchia. L’uno e l’altro erano scesi nella tomba, vittime innocenti di un odio infernale. Il muto si asciugò una lagrima, e fu la seconda che gli sgorgò dagli occhi dinanzi ad un cadavere!
Il giorno seguente la salma della madre di Pietro fu portata nel piccolo camposanto della Trinità di Agultu. Tutti gli amici e i parenti alzavano al cielo i loro lamenti, né mancarono le comari che improvvisarono le solite nenie, dove si encomiavano le rare doti dell’estinta, deplorando il tristo avvenimento.
L’assassinio della vecchia fu imputato dalla voce pubblica ad uno dei Pileri che aveva in moglie la sorella di Pietro Vasa [Salvatore Pileri (1815-1885) marito di Giovanna Angela Vasa]. Il supposto feritore fu arrestato e la sorella di Pietro proclamò l’innocenza di suo marito, giurando a tutti che in quel giorno egli trovavasi presso di lei. I fratelli le tennero il broncio e non le parlarono più [però dopo le paci del 1856 ritornarono in buone relazioni]; ma la povera donna sfidò l’odio ingiusto del Vasa, e protestò sempre energicamente contro l’arresto del suo innocente marito.
VIII.
La posta al cinghiale
L’autore racconta di una carneficina spaventosa, che in realtà non ci fu. Sulla settantina di morti e sul Muto infallibile cecchino si veda quanto detto nella Presentazione).
Dal giorno dell’assassinio della madre di Pietro Vasa, non vi fu più tregua. Era un continuo succedersi di combattimenti sanguinosi e di uccisioni: una caccia di fiere che si davano uomini contro uomini.
Era un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade. Sul far del giorno, prima di recarsi in campagna, i figli abbracciavano i padri, le sorelle abbracciavano i fratelli, come se mai più si dovessero rivedere. Non erano sicuri di ritornare la sera in seno alla famiglia. E lungo la giornata erano ansie, spasimi trepidazioni; preghiere a Dio ed ai santi. Un ritardo li spaventava; una fucilata li faceva trasalire.
Né avevano torto di temere a tal segno. Si correva rischio di esser uccisi in campagna, in paese, e persino sulla soglia della propria casa. Zii, nipoti, cugini, congiunti di terzo e quarto grado, tutti cadevano da una parte e dall’altra, senza tregua.
Potrei ma non voglio più oltre far nomi; la penna si rifiuta ad enunciare il numero delle vittime cadute in quell’eccidio. Perché il lettore possa farsi un’idea delle stragi che funestarono la campagna d’Aggius dal 1850 al 1856, mi basterà accennare, che il numero dei morti fra le due fazioni superò la cifra di settanta, e che nella statistica dei cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove. [Nota. Mi risulta da relazioni ufficiali, che gli omicidi commessi nelle inimicizie dei Vasa e dei Mamia ascesero alla rilevante cifra di 74, tra i consumati e i mancati. E si noti che i mancati furono pochissimi, poiché l’aggese (come suol dirsi) sa mettere la palla dove mette l’occhio.]
I due capi fazione, senza mai stancarsi, continuarono ad eccitare i congiunti e gli amici alla vendetta e alla strage. Ed erano ben singolari quei capi! L’uno vecchio, freddo stratego, che dirigeva l’esercito dalla sua tenda; l’altro giovane ardente, che era generale e soldato ad un tempo. [“uno vecchio…l’altro giovane”: la differenza d’età tra i due non era così grande, circa 13 anni, inferiore a quella tra Pietro e Mariangela. Antonio Mamia era consigliere comunale ad Aggius e aveva anche svolto per qualche tempo l’incarico di vicesindaco.]
Pietro Vasa, fin dal primo attacco, aveva preso la campagna per sfuggire alle insidie dei nemici e dei carabinieri. Egli contava sopra un braccio forte, sul braccio di suo cugino Bastiano, il muto. [Il braccio forte non era certo quello di Bastiano; i tiratori preferiti da Pietro Vasa erano i fratelli Marco Antonio e Giovanni Antonio Galbatu, Bacciccia Casu, Antonio Tusgioni e Agostino Mazzittoni detto lu Gregu.]
Costui, non solo aspettava che Pietro gli designasse la vittima da colpire ma non risparmiava il nemico se gli capitava fra i piedi. Il suo occhio come il suo fucile non fallivano mai! Quando stabiliva di disfarsi di qualcuno, i suoi occhi mandavano lampi, i suoi muscoli si contraevano e persino la sua lingua paralizzata sapeva trovare una parola: lu tumbu! Parola che nel suo linguaggio di fiera significava: lo uccido!
Il muto era strumento del Vasa, e questi sapeva valersene perché possedeva il segreto d’insinuarsi nell’animo di quel disgraziato che somigliava più ad una belva che ad un uomo.
Eppure, strano invero! mentre tutta la Gallura designava il muto come il più inesorabile dei sicari, nessuno avrebbe saputo nominare le vittime da lui immolate: vi è chi afferma, che Bastiano non odiasse e non perseguitasse che i soli uccisori del fratello. Quanti omicidi imputati ai Vasa, ai Pileri e ai Mamia furono invece commessi dal muto! [ribadiamo: comodo addebitarli al Muto, facile capro espiatorio; il bandito veramente temuto e responsabile, come anche nelle poche cronache di quei tempi era Pietro Vasa] E quanti delitti, al muto imputati, furono forse consumati da assassini che seppero nascondersi nell’ombra e nel silenzio!
◊ ◊ ◊
Il vecchio Mamia era rimasto fin’allora incolume. Esperto generale, aveva saputo deludere gli agguati del nemico, e si guardava bene dall’esporre la sua vita. Dalla sua casetta d’Aggius, o dai suoi stazzi, sapeva dirigere i feroci scontri; ai quali dava il nome di giusta vendetta. Nessuno sapeva come e quando il Mamia uscisse di casa per visitare le sue campagne e i suoi stazzi; né quando e come rientrasse nel suo covo.
Nel giorno di San Giovanni il vecchio voleva recarsi alla campagna di Pietro Carlotto, situata a poca distanza da Tempio. Diversi amici lo avevano più volte avvertito di non fidarsi, perché gli avversari potevano preparargli un brutto tiro. Il Mamia disprezzò i saggi consigli; continuò a fidare nella sua sagacia, e rispose agli amici ch’era troppo sicuro di sé.
La mattina del 24 giugno 1855 – giorno di San Giovanni – Antonio Mamia non mancò di recarsi alla solita campagna. Invano i suoi amici tentarono di dissuaderlo; egli fu irremovibile, e vi andò. Pareva che il destino lo trascinasse per i capelli sul luogo del supplizio.
Mentre in compagnia di un amico guadava il rio Valdidonna, si udì una scarica di fucili, e Antonio Mamia cadde colpito a morte da una palla. Venti e più uomini fin dal mattino si erano appiattati dietro ai graniti ed ai lentischi, aspettando al varco il formidabile nemico, come si aspetta un cinghiale. La sua morte era inevitabile; perocché tutti in quel giorno, erano decisi di fargli fuoco addosso, fino a freddarlo. Il compagno del Mamia prese la fuga; e gli fu sparato contro, più per fargli paura che per intenzione di ferirlo.
Il vecchio capo della fazione Mamia era caduto; né è a dirsi quanto ne gioissero in quel giorno Pietro Vasa ed i suoi. La morte del vecchio non salvava Pietro dall’ira degli avversari; ma che perciò? Antonio Mamia era stato ucciso per il primo, e ciò costituiva una soddisfazione ed una vittoria per il partito avverso. [Antonio Mamia fu ucciso il 24 giugno 1853]
IX.
Le paci d’Aggius
Nei tre o quattro mesi che precedettero l’agguato da noi descritto, si era verificata una certa tregua nelle uccisioni; appena però fu ucciso il vecchio Mamia, i suoi parenti si destarono più inferociti che mai, e ricominciarono gli assalti ed i delitti.
La popolazione della Gallura era ormai stanca di cinque anni di lotte, di ansie e di paure; si aveva bisogno di un po’ di quiete, e tutti la desideravano ardentemente.
Il Governo vedendo infruttuosi i tentativi fatti per mezzo della forza, aveva pensato di tentare le paci fra i due partiti; così almeno, se non era riuscito ad impadronirsi dei colpevoli, avrebbe impedito nuove uccisioni e nuove stragi in Gallura.
L’Intendente di Tempio – allora Angelo Conte – cominciò ad accordare salvacondotti ai fuorusciti; e primo fra tutti chiamò presso di sé Pietro Vasa per persuaderlo alla conciliazione coi suoi nemici.
Il Vasa aveva ascoltato le parole dell’Intendente colle braccia sul petto e col capo chino, in atteggiamento d’uomo che rifletta alla risoluzione che deve prendere.
Appena ebbe udito la proposta, levò con alterigia la fronte corrugata, e rispose risoluto:
– Sta bene: vi darò la risposta –. E fece per andarsene.
– Hai forse bisogno di consultare qualcuno?
– Sì… consulterò mia madre. Se essa mi dirà di sì, acconsentirò volentieri a far pace coi Mamia.
– Che vuoi tu dire?
– Voglio dire, che io perdonerò ai miei nemici, sol quando mia madre, ch’essi hanno ucciso, tornerà dall’altro mondo per darmene il permesso.
– Pietro! – gli disse l’Intendente con piglio severo – Anche al vecchio Mamia hanno ucciso un figlio, e se non erro, fu ucciso prima di tua madre!
Pietro non rispose.
– Sei molto più superbo di loro, o Pietro! Parmi che i Mamia, nell’accettare la conciliazione, siano più generosi di voi. Ad essi fu ucciso il capo, tu invece sei vivo!
Pietro continuò a tacere; l’ostinato silenzio in cui egli si chiuse, ben fece capire all’Intendente che ogni ulteriore esortazione sarebbe riuscita vana.
Il Vasa tornò alla campagna, e per altri otto mesi non se ne fece niente. Gli odii e le uccisioni ripresero il loro corso.
Ma ciò che non poté il Governo, lo poté infine la religione. Il Rettore d’Aggius, Leonardo Sechi – oggi vicario di Tempio – si prese l’incarico di ridurre alla ragione quelle belve. Egli era molto amato in paese, e godeva a buon diritto la fiducia generale; era stato lui che aveva favorito la cerimonia dell’abbraccio; lui ch’era stato fra gli arbitri nelle diverse questioni sorte fra i Vasa e i Mamia; lui infine, a cui i due partiti avevano fatto le più segrete confidenze. Di comune accordo colle persone più saggie ed influenti del paese, e col concorso di Raimondo Orrù (Intendente di Tempio, succeduto al Conte) il Rettore riuscì a persuadere le due fazioni dei Vasa e dei Mamia a riconciliarsi. I principali capi delle due famiglie nemiche si recarono a Tempio muniti di salvacondotto, e furono presi i necessari accordi per la cerimonia delle paci. E ciò avvalora le parole rivolte dal Re Carlo Alberto al Padre Bresciani: valere, cioè in Sardegna, più una dozzina di buoni missionari, che dieci reggimenti di soldati.
Eppure, poco mancò che le paci non andassero a monte per la seconda volta. Altre contestazioni, all’ultim’ora, sorsero fra le due famiglie avversarie. Michele Pileri [all’anagrafe Giovanni Michele Pileri (1796-1871) di Domenico e Pasqua Vasa] (che capitanava la fazione Mamia dopo la morte del capo) non voleva che sulla spianata di San Sebastiano, insieme agli altri, si schierassero due parenti di Pietro Vasa, non compromessi con la giustizia a causa della fazione, bensì come sicarî, avendo essi assassinato un uomo mediante compenso. Il Vasa, dal suo canto, rifiutava recisamente di accettare le paci, se non intervenivano alla cerimonia i due coniugi che si volevano scartare. Così almeno fu trattato, e questo prova l’onestà e la fierezza di quei galluresi: i quali, pur accecati da un odio implacabile, sdegnavano di aver a fianco chi si era macchiato di sangue umano per ingordigia di danaro, non per scopo di vendetta.
Il momento era decisivo: trattavasi di oltre cinquecento persone compromesse, già radunate in un luogo stabilito per intendersi sulle paci; trattavasi, che ciascuna delle due fazioni teneva pronti, in piede di battaglia, quattordici uomini scelti, che all’occasione potevano fare una strage; trattavasi, infine, del pericolo di rendere inutili le pratiche fatte per indurre gli avversari ad un accordo che doveva apportare la pace e la tranquillità nella Gallura.
E la buona riuscita di questa conciliazione si deve in gran parte al giudice d’Aggius Celestino Concas, che incaricato dall’Intendente Orrù, e venuto a colloquio co’ nemici, fece sì che Pietro Vasa rinunziasse alla presenza dei suoi due parenti sul campo di San Sebastiano, col patto però, che le paci con essi si sarebbero stabilite più tardi, nella chiesa di San Francesco.
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Il 26 maggio 1856 fu un giorno memorabile per la Gallura. [Le paci si svolsero il 29 maggio].
Nel famoso campo di San Sebastiano – quasi alle porte della città di Tempio – fin dall’alba accorrevano a frotte uomini e donne dai vicini villaggi e dalla campagna. Erano famiglie intiere dell’una e dell’altra fazione, che convenivano là per la sospirata pace. Gli avversari volevano darsi il bacio del perdono alla presenza di un ministro che avrebbe loro parlato la parola di Cristo.
Era il mese di maggio. Sette anni precisi dal giorno dell’abbraccio, che aveva avuto luogo nello stazzo di Giunchiccia nel 1849.
Oltre seimila persone [una esagerazione] erano in quel campo, fra attori e spettatori, offesi e difensori, testimoni e curiosi. Non mancava alcuno, neppure un fanciullo; perocché la mancanza di esso sarebbe bastato per far rompere le paci. Si sarebbe potuto dire, che il fanciullo assente, non legato a giuramento, pensasse a far le vendette diventando adulto. Vi assistevano anche molte signore; tant’è vero, che il Vasa ebbe a dire ad un suo vicino essere venute a curiosare e a far sfoggio di ricche vesti.
Sopra un palco costrutto per la circostanza, sormontato da un gran crocifisso, era il ministro della chiesa, il Padre Carboni, frate scolopino, venuto appositamente da Sassari. Da una parte e dall’altra, divise in due schiere, a dieci passi di distanza, erano due lunghe file di avversari: a destra del frate i coniugi del Vasa, con a capo Pietro, a sinistra quelli del Mamia, guidati da Michele Pileri.
Il frate cominciò a voce alta la sua predica, esortando quei feroci alla pace ed al perdono, in nome di Cristo. Terminato il sermone, le due schiere si slanciarono l’una verso l’altra, ed offesi ed offensori si baciarono sulla guancia.
Narra la cronaca, che fra le schiere ci fosse un fanciullo ostinato, che non voleva baciare sul viso alcuno degli avversari, e non fu che dopo mille preghiere ed esortazioni che si decise ad accostare la bocca alle guancie del nemico di suo padre. Quest’incidente turbò alquanto la cerimonia, ma fu cosa di un momento.
Era uno spettacolo commovente. Quasi tutta la Gallura assisteva a quel solenne perdono; e molte donne, e vecchi, e fanciulli scoppiarono in pianto, forse ripensando ai tanti morti che giacevano sotto terra, colpiti dall’odio e dalla ferocia. Oltre la metà dei componenti le due fazioni vestivano ancora il lutto!
E doveva essere uno spettacolo imponente, vedere quella moltitudine composta d’uomini e donne, di vecchi e di giovani, di fanciulli e di bambine, tutti là, intorno a quella chiesa in rovina e col tetto a metà smantellato, posta nel centro di un campo estesissimo, dal quale si domina uno stupendo orizzonte! A tramontana la punta della Balestra, le montagne di Padule, e più in là il monte Crosta della Corsica; a mezzogiorno la città di Tempio, da cui spunta il campanile della cattedrale col suo gallo irrequieto; a levante la catena dei monti di Limbara; a ponente, infine, le frastagliate punte dei monti d’Aggius col sottostante paese, centro delle tremende inimicizie che lo avevano decimato. I tre villaggi di Nuchis, Luras, e Calangianus erano là sotto, quasi a testimoni di quel solenne giuramento.
Verso sera, il campo era sgombro, i curiosi spettatori erano rientrati nelle loro case, e le turbe venute per le paci avevano fatto ritorno ai proprî paesi od alla campagna. Per la prima volta, sui loro volti si leggeva la serenità e la fiducia poiché finalmente potevano camminar sicuri, senza tema d’esser colti all’impensata dai nemici.
E ho detto senza tema, perché la parola del gallurese è sacra; e dopo aver concesso il bacio del perdono, è ben difficile trovar chi manchi alla promessa ed al giuramento. In mezzo agli odii di parte che li rendono quasi crudeli, torna ad onore dei figli della Gallura questo sentimento di dignità, di cui si mostrano tanto gelosi. [Negli anni successivi ci furono anche alcuni matrimoni tra Vasa e Mamia.]
Fra i mille individui che formavano le schiere degli avversarî convocati per le paci, due sopra tutti avevano attirato la curiosità degli astanti: Pietro Vasa, l’antico fidanzato di Mariangiola, e causa prima delle inimicizie; e Bastiano il muto, in fama del più sanguinario dei fuorusciti, e l’unico che avesse opposto resistenza, quando fu pregato d’intervenire alle paci.
Ad ogni modo, il 26 maggio del 1856 fu per Aggius una giornata memoranda. Nel paese si fecero feste; e gli abitanti, tutti commossi, si abbracciarono l’un l’altro, come se si fossero riveduti, dopo sette anni di separazione.
Paci ad Aggius, senza data, in Gianfranco Serra, Lu contu di lu mutu di Gaddhura, op. cit.
Proponiamo, simbolicamente, questa bella foto delle paci di Trinità d’Agultu del 1912.
PARTE TERZA
GLI AMORI DEL BANDITO
I.
Un raggio nelle tenebre
[Una storia d’amore molto improbabile. A quei tempi nessun genitore avrebbe affidato in sposa la propria figlia ad una persona menomata fisicamente. Quella del Muto, se ci fu, era solo un’infatuazione unilaterale.]
Fatte le paci, il muto riprese il fucile, che durante la cerimonia aveva deposto nella casa di un suo amico di Tempio, lasciò il campo di San Sebastiano, e si diresse ad Aggius per la viottola tortuosa che allora vi conduceva.
Che importava a lui delle paci concluse fra le due fazioni? Egli continuava ad essere il perseguitato dall’umana giustizia, e la sua condizione non era mutata. Tutti i suoi conterranei erano ritornati alle proprie case per godere in seno alla famiglia un po’ di quiete e di pace, egli però non poteva ciò fare, poiché non aveva casa né famiglia. Il suo covo erano i crepacci di granito e le spelonche dei monti d’Aggius e di Bortigiadas. Quale il suo vantaggio? Invece di due, doveva guardarsi da un sol nemico, dal carabiniere!
Negli stazzi era una festa continua; i giovani e i vecchi, donne e fanciulli si erano riuniti insieme, tranquilli finalmente. Erano cessate le loro ambasce, i loro timori, le loro trepidazioni.
Per il muto niente di nuovo; per lui le paci erano state una pantomima ridicola; aveva veduto un mondo di gente sul campo di San Sebastiano; aveva veduto i due avversari schierati l’uno in faccia all’altro, facendo gesti strani; aveva veduto un sacerdote colle braccia levate al cielo e con le labbra contratte, ma non aveva udito né le preghiere del ministro di Dio, né la parola de’ suoi nemici. Per lui quella cerimonia era stata una formalità a cui si era piegato senza coscienza. Che sapeva egli di accordi? Sapeva solo che i parenti lo avevano circondato, trascinato a Tempio con un salvacondotto, e costretto a prestare un giuramento.
Il muto si era accompagnato col Vasa, suo cugino, ancor esso bandito, e venuto alle paci con un salvacondotto; ma era ben diversa la loro condizione! Il Vasa da qualche anno aveva tolto moglie, era padre e ben sovente penetrava inosservato nello stazzo della Trinità, per rivedere i suoi cari e per sedersi al desco, in mezzo alla famiglia.
Bastiano era solo; compagno e confidente del cugino, egli non aveva servito che come cieco strumento di vendetta. In fondo al cuore non nutriva odio di parte, odiava solo chi gli aveva ucciso il fratello; gli altri delitti li commetteva per cieca ferocia, per brutale istinto in lui nato per la fatalità degli eventi. Egli si batteva con coraggio; né vi era alcuno che lo vincesse in temerità. Disprezzava la vita perché abituato al silenzio, e perché muto com’esso.
Errava dall’una all’altra cussorgia, stanco, annoiato della vita; girava intorno i suoi grandi occhi neri, quasi volesse avvertire con essi le pedate dei carabinieri; la sua sordità doveva renderlo più circospetto. Aveva visitato tutte le montagne, dal monte Pulchiana a monte Spina, dal monte Ruiu al monte Cucurenza; aveva guadato tutti i fiumi, dal rio Sirena a Conca di Chiara, da Turrali a Fiuminaltu; qualche volta si spingeva fino al litorale, tal altra faceva notte sul monte Cùcaro, antico protettore dei banditi d’ogni specie. [Costa cita luoghi ben poco familiari al Muto. Le sue escursioni si limitavano a Cugurenza, Agultu, Li Colti, Cascabraga, Buniccu, La Paduledda, dove era sicuro di trovare ospitalità e protezione.]
Il monte Cùcaro ha una storia; esso è sinistramente celebre, essendo stato nel secolo scorso il quartiere generale dei fuorusciti perseguitati dalle armi regie. Vi si raccolsero persino trecento banditi, sotto diversi capi squadriglia, fra i quali, Don Gavino Delitala, i fratelli Pintus di Nulvi, i Cubeddu di Pozzomaggiore, e i Fois di Chiaramonti. Su questo monte i banditi ebbero molti scontri coi soldati, riuscendo or vincitori, or vinti. Vincitori, come nel 1745, in cui misero in fuga le compagnie svizzere capitanate dal colonnello Sumaker, dopo aver ucciso 75 soldati; e nel 1746, in cui, dopo aver fugato i dragoni comandati dal conte Craveri e dal baronetto Busquetti, si vestirono con le cappe rosse dei soldati morti, per il capriccio di fare una burla alle loro donne e a’ loro compagni. Vinti, come nel 1734 che furono presi o fugati dal Viceré marchese di Rivarolo, e nel 1748 che vennero messi in fuga dal Valentino di Tempio e dal Dettori di Pattada ai quali il Viceré Valguarnera aveva affidato l’impresa del monte Cùcaro. E taccio dei fasti del celebre contrabbandiere e bandito Pietro Mamia, che prima protesse e poi abbandonò il Sanna ed il Cilocco, venuti dalla Corsica per ritentare la guerra angioina.
Lo abbiamo detto; Bastiano errava di stazzo in stazzo, smarrito, sconfortato, col tedio nell’anima, col cruccio nel cuore. La solitudine gli riusciva sempre più pesante. Quel giuramento pronunciato sul campo di San Sebastiano lo aveva indisposto; non potendo più dar la caccia ai nemici si sentiva come disoccupato; quell’ozio onesto lo tediava. Abituato alla pugna e a preparare insidie, le giornate gli sembravano interminabili. Non aveva che una sola preoccupazione: guardarsi dal carabiniere; quella divisa lo irritava; quegli esseri creati per dargli la caccia lo rendevano feroce. Il muto cinghiale odiava quei cani, causa unica delle sue notti insonni, delle sue veglie tormentose.
E Bastiano tentava distrarsi recandosi da un punto all’altro della Gallura, ora cacciandosi nei crepacci del monte della Crocetta o del Fraìle, ed ora scorrendo le vallate della Sirena, di Chiligheddu o della Fumosa.
Fra gli altri il muto frequentava lo stazzo dell’Avru, nei dintorni di Bortigiadas, appartenente al pastore Anton Stefano. Colà lo aveva presentato la prima volta suo cugino Pietro Vasa, il quale soleva andarvi assai spesso.
Da principio Bastiano si era recato con indifferenza a quello stazzo solitario, dove passava un po’ di tempo assistendo alla preparazione dei formaggi o ad altre domestiche faccende; più tardi, però, il muto aveva reso più frequenti le visite alla casetta del pastore; e dalla sua fisonomia era sparita quella tinta fosca che rivelava una natura irrequieta, ringhiosa e annoiata.
Qual’era la causa di quell’improvviso cambiamento?
La causa c’era, ed era una bella causa di sedici anni! Anton Stefano aveva tre figlie; giovani graziose, avvenenti, ma fra tutte primeggiava per bellezza di forme e gentilezza di modi la Gavina, una snella fanciulla dai quindici ai sedici anni, dai capelli nerissimi, dalla taglia svelta ed elegante, e dalle braccia paffutelle, che indossava il pittoresco costume di Bortigiadas, quasi uguale a quello di Aggius.
La famiglia d’Anton Stefano faceva buon viso al muto, per due ragioni; la prima, perché era stato presentato da Pietro Vasa, loro amico; la seconda, perché il muto aveva una rara abilità, tutta naturale, nell’arte del disegno. Egli si era reso celebre in Gallura per le incisioni che sapeva fare sulle zucche da vino, sulle ventriere, o sui calci dei fucili; di più lavorava da sarto, da calzolaio, da falegname, e in tutto riusciva assai bene. La natura non è mai intieramente partigiana colle sue creature; essa equilibra le facoltà fisiche e morali, toglie un senso per perfezionare un altro. Bastiano era un’artista! Questo lampo d’arte fra le tenebre della sua intelligenza lo rendeva ben accetto e simpatico a tutti, e in modo speciale alla famiglia di Anton Stefano, il pastore di Bortigiadas.
Sovra tutti però, gli si mostrava tenera la Gavina, la minore delle tre fanciulle dell’Avru; ma non erano le zucche rabescate, né le cinture a fantastici ricami che rendevano quella fanciulla premurosa e cortese con lui: Gavina aveva una particolare affezione per il muto, perché sapeva che era un infelice proscritto; sapeva che la natura gli era stata avversa negandogli la parola e l’udito, e che gli uomini lo avevano maltrattato, perseguitandolo di balza in balza come un cinghiale. La donna ha assai spesso di queste bizzarre predilezioni. Ben sovente essa si affeziona a colui che sa abbandonato, o deriso dagli uomini; sapendosi onnipossente nella sua fragilità, ama intraprendere un’opera di redenzione; conscia del fascino che esercita il suo sesso, non ignora che la sua debolezza può abbattere una forza, ed è allora che essa impegna col leone una lotta, dalla quale sa di uscire vincitrice: la lotta dell’amore!
Bastiano aveva veduto altra volta la bella figlia di Anton Stefano: l’aveva conosciuta, bambina di dieci anni, nello stazzo di Giunchiccia, quando era andato colà per assistere all’abbraccio di Pietro Vasa con Mariangiola Mamia . L’aveva riveduta co’ suoi genitori nel settembre dell’anno seguente, il giorno della festa del Rosario; e ricordava di aversela seduta sulle ginocchia, di averle accarezzato i capelli, e di aver deposto più d’un bacio sulle sue guancie. Allora però era proscritto; le sue mani erano lorde di sangue umano, e non pensava ad altro che a guardarsi dai continui agguati che gli tendevano nemici e carabinieri. Egli ricordava l’affettuosa bambina, ma la bambina non si ricordava più di lui.
Gentile ed affettuosa per indole, compassionevole per natura, Gavina usava molte attenzioni a Bastiano. Quando entrava nello stazzo lo invitava a sedere; gli mostrava il cucito che aveva fra le mani, e si faceva disegnare qualche fiorellino ch’ella tentava ricoprire coll’ago, alla meglio, sulla mussola.
Per il muto, abituato sempre ai maltrattamenti e ad esser posto in un canto come cencio inutile, quelle attenzioni non potevano passare inosservate. E difatti serbò in cuore una riconoscenza profonda per colei che gliele usava.
Bastiano si sentiva contento; nell’Avru era considerato come un’amico; lo si invitava qualche volta a desinare in famiglia, e ben sovente Gavina gli metteva a parte qualche pietanza squisita, che gli offriva appena lo vedeva entrare .
Il muto sentì una gioia segreta nel cuore; per la prima volta si vedeva considerato come un uomo, e ne provava soddisfazione. Assalito da una vaga inquietudine, egli si aggirava tutta la mattina per i dintorni, aspettando ansiosamente la sera per sedersi vicino alla Gavina che lavorava di cucito, o prestava mano alla preparazione dei formaggi.
Richiesto dalla famiglia dove avesse passato il giorno, Bastiano faceva capire ch’era stato negli stazzi della Trinità di Agultu, oppure che aveva gironzolato verso la spiaggia dello Stagnareddu, l’Agliola di vento, o sulla strada di lu Strittoni. Era costretto a mentire, perché non voleva confessare a nessun costo ch’era sempre rimasto nei dintorni dell’Avru, o errante, cioè nelle valli di li Trai, di San Gavino o di Gambaiddoni; oppure sulle alture del Castel Doria e di Cucurenza, dove era rimasto lunghe ore immobile, con gli occhi fissi sullo stazzo che racchiudeva il suo tesoro, la sua felicità.
Un notevole cambiamento si era per certo operato nell’esistenza di quell’infelice. Egli confrontava il presente col passato, e si sentiva un altr’uomo. Pareva che intorno a lui si fosse fatta la luce. Egli che mai aveva avuto una casa, né una famiglia; che era stato maltrattato nell’infanzia e amareggiato nella giovinezza; che da sette anni non aveva sognato che sangue e vendetta, egli sentiva nel cuore un nuovo sentimento tutto soave, inesplicabile. In quella fanciulla amava una sorella, una madre, la madre che da pochi anni aveva perduto [Agostina Razzu madre di Bastiano Tansu era deceduta il 2 ottobre 1842.]
Ed egli, col capo chino, a lenti passi, errava per la campagna. Dal suo cuore eran spariti l’odio e lo sconforto, ma per sottentrarvi una calma melanconica che dolcemente lo torturava. Era un’inquietezza che lo assaliva senza saper come, una smania di correre senza saper dove, un desiderio di piangere senza saper perché!
Era persino diventato meno circospetto; fidente in Gavina dimenticava ch’era inseguito.
La Gavina, buona creatura, si era accorta di questa strana sicurezza, e col segreto istinto della donna, che pare tutto ignori e tutto invece intuisce, vegliava occultamente per lui. Ella infatti ben spesso usciva fuori dello stazzo come per passeggiare; ma in fondo non faceva che rivolgere gli occhi all’intorno, per esplorare se qualche tristo insidiasse la vita o la libertà del suo protetto. E il muto, dimentico dei pericoli che gli sovrastavano, continuava a disegnare i fiorellini sulla mussola, che Gavina gli aveva affidato.
La fanciulla appariva al muto sempre più bella, più affettuosa, più affascinante; ella, con una compiacenza tutta infantile, lo invitava a parlare… e lo comprendeva, lo comprendeva ad un semplice cenno del capo, al minimo movimento delle labbra. Ed anche a lui era ben noto il linguaggio di Gavina. Per la prima volta i suoi pensieri venivano compresi, per la prima volta egli comprendeva i pensieri degli altri. Vi erano momenti in cui a Bastiano pareva di aver riacquistato l’udito e la parola!
II.
Gli effetti d’una lusinga
Era diventato il fido seguace di quel corpicino delicato.
Dovunque Gavina rivolgesse il passo, era sicura di vedere a poca distanza il muto.
Anche la fanciulla sentiva a volte come un ardente bisogno di star sola, come un fastidio della presenza e delle chiacchiere delle sorelle. E si aggirava qua e là col pretesto di portar delle legna secche, di sorvegliare le mandrie che pascolavano intorno allo stazzo, o di dare un’occhiata alla biancheria che la mamma aveva esposta al sole distesa sulle corde del cortile, o sui massi di granito che circondavano l’Avru. Non aveva che a volgere gli occhi in giro per essere certa di vedere in qualche punto il muto, o errante sul monte, o sdraiato sotto un elce od un macigno. Facendo le viste di essersi trovato là per caso, egli non perdeva mai d’occhio la sua protettrice. Era la vigile sentinella di quella graziosa creatura, la quale si compiaceva della solitudine e del silenzio dell’estesa campagna, fatta sensibile al soffio benefico della primavera che le riscaldava il sangue ed accelerava i battiti del suo polso.
Un giorno, mentre Gavina era seduta sotto il grosso mandorlo del cortiletto, vide Bastiano sull’opposta altura. Era sdraiato sul musco di un granito, col gomito destro a terra e colla guancia appoggiata alla palma della mano. Il sole cadente, i cui raggi gli battevano sul viso poneva in risalto quella maschia fisonomia, la bionda barba che gli ornava il mento e i lunghi capelli ricci che gli cadevano sulle spalle. Il muto pareva tutto assorto in un oggetto che teneva colla mano sinistra, e che Gavina, per la distanza non poteva discernere.
Il volto di Bastiano, illuminato dal sole, in quel momento era bello, sovranamente bello; e la fanciulla notava quella bellezza con una segreta compiacenza, che non si curò di nascondere perché si sapeva sola e inosservata. Ella lo fissava con tenerezza pietosa, mentre una moltitudine di pensieri le attraversavano la mente… [Nota. Bastiano Tansu aveva una figura simpatica. Ecco il giudizio pronunciato dal giudice di Aggius, quando fu inviato in missione per trattare le paci con Pietro Vasa. Egli mi scrive: «Il famigerato bandito sordo-muto Sebastiano Razzu Addis Tansu, detto per antonomasia il terribile, era un bell’uomo che a prima vista affascinava: i suoi occhi esprimevano un’eletta intelligenza, da non resistere a lungo se si fissava: ed io, che prima non lo conosceva, devo confessare che mi sentii attratto verso di lui da un irresistibile sentimento di simpatia, quantunque lo sapessi macchiato di sangue umano e non nego che mi spiacque la sua sordaggine e il suo mutismo, perché non mi permettevano di appiccar discorso con lui».]
Già le cicale avevano cessato i loro canti di saluto al sole, e dal seno di Gavina uscì un sospiro lungo, profondo. Se in quel momento qualche indiscreto si fosse accostato a lei, avrebbe sentito pronunciare, con un’espressione di rammarico, queste parole:
– Che peccato, ch’egli sia sordo-muto!
E Bastiano – che non aveva veduto la fanciulla – continuava a tener gli occhi fissi sull’oggetto misterioso: il quale non era che un piccolo specchio rotondo con astuccio di metallo, recente acquisto fatto a Tempio.
Bisogna dirlo, da qualche tempo il muto faceva un po’ di toeletta; si pettinava con cura i capelli, si lavava assai spesso al fiume, e cambiava la camicia due volte la settimana. Aveva bisogno di farsi bello, più bello che gli fosse stato possibile. Curiosa invero l’insolita toeletta d’un povero infelice, tiranneggiato dagli uomini e dalla natura, nel deserto d’una campagna silenziosa! Il sordo-muto sognava giorni lieti e sereni; riandava al suo triste passato per contrapporgli il sogno d’un avvenire di rose; richiamava alla mente il giorno memorando in cui aveva assistito all’abbraccio di suo cugino Vasa con la figlia di Antonio Mamia; e guardandosi allo specchio augurava per sé quella bella giornata, persuadendosi che non era brutto, e che non era follia aspirare alla mano della figlia di Anton Stefano il pastore.
Che più? Il fiero bandito era diventato anche galante. Quando si recava allo stazzo di Anton Stefano, non mancava mai di portare alla Gavina il mazzolino di violette, colte nei sughereti o ai piedi degli elci, nella selva dell’Inferno, poco distante dall’Avru. Onde le donne solevano dire per scherzo:
– Vengono dall’Inferno, dunque sono i fiori del diavolo! [Nota. L’Inferno è una boscaglia ricca di quercie, elce, corbezzolo, scopa e diverse specie di legno ceduo; talmente fitta, da rendere quasi impossibile l’uscita a chi non ne conosce i laberinti. Fu il ricovero di molti banditi, e da ciò il nome datole d’inferno (l’Infarru). È distante una mezz’ora dall’Avru.]
La madre e le sorelle di Gavina lusingavano sempre il muto con le belle maniere e coi benevoli sorrisi, facendogli quasi sperare che lo avrebbero ben volentieri accettato in seno alla loro famiglia. Le loro premure, però, avevano ben altra mira. Non era il desiderio d’imparentarsi con lui, né la possibilità di concedergli in isposa Gavina, che rendeva gentili ed affabili le tre donne; esse volevano trar partito dall’abilità del muto che, con la lesina, coll’ago o col temperino sapeva cucire scarpe e ventriere, trapuntare i cappotti d’orbace, e incidere le zucchette da vino e il corno dei cervi. Esse volevano fruire dell’ingegno del muto in quel luogo disabitato, ben sicure che il muto avrebbe finito per persuadersi che le sue speranze non erano che deliri, e che le lusinghe della famiglia non potevano essere che uno scherzo innocente. Le imperfezioni fisiche del povero disgraziato sarebbero bastate per farlo ricredere delle sue follie, nel caso che esso le avesse manifestate audacemente, ciò che non credevano. E come mai poteva un deforme, un bandito, uno sciagurato aspirare alla mano d’una fanciulla sedicenne, che oltre all’avvenenza vantava una discreta dote in terre e in armenti? Era mai presumibile che il muto avesse pensato alla possibilità delle nozze? Dove avrebbe potuto celebrarle? Dove avrebbe fabbricato il suo nido d’amore, sicuro di non venir disturbato? Dove mai si sarebbero potuti cacciare i due colombi innamorati per scongiurare le ricerche e gli assalti degli avvoltoi, celati sotto la divisa del carabiniere? E se Dio avesse loro concesso dei figli, dove li avrebbero nascosti per difenderli? Era loro possibile trasportare di roccia in roccia i teneri nati, per non far cadere su di essi l’odio che il padre s’era tirato addosso con le sue colpe?
A tutto ciò pensavano la madre e le sorelle maggiori della Gavina, mentre continuavano la loro opera di lusinghe con lo scopo di far lavorare il muto e di burlarlo a suo tempo.
Ma il muto non era uomo da scoraggiarsi, né da torturarsi con simili ragionamenti. Egli si credeva amato; si credeva in pieno diritto di pretendere l’affetto della Gavina, da lui guadagnato coll’amore, colle premure, e colle prove del suo lavoro e della sua abilità, a cui teneva, e che in lui compensavano la mancanza della lingua e dell’udito.
Quantunque per natura diffidente, pure Bastiano non dubitò un solo istante d’essere deriso o burlato. Col muto nessuno poteva scherzare, ed egli ben lo sapeva!
Se la madre e le sorelle della Gavina prendevano a gabbo il muto, il vecchio Anton Stefano lo tollerava, anzi gli voleva bene. In quanto alla simpatia di Bastiano per la sua figliuola, di cui più volte ebbe a sentir parlare, l’avea sempre ritenuta uno scherzo innocente, e non se n’era preoccupato. Intento com’era alle faccende domestiche, od alla preparazione dei formaggi, da cui sperava un buon lucro. Anton Stefano lasciava che a tavola si chiaccherasse, e talvolta non ascoltava neppure. Terminato il pranzo e le chiacchiere, si rimetteva al lavoro, o fumava la sua pipa sul limitare della porta, non pensando né punto né poco al muto ed alle sue aspirazioni amorose.
Un diverso sentimento guidava invece Gavina. Essa capiva bensì lo scherzo della madre e delle sorelle, e qualche volta lo secondava per contentarle; pure quello scherzo le faceva male, perocché non le dispiacevano le gentilezze di Bastiano, e le pareva perfidia e crudeltà ridere delle smanie di quel disgraziato. Dirò di più; la Gavina si compiaceva in segreto delle premure del muto. Una donna che sa d’essere amata, ben raramente ride delle smanie d’un amante. Nell’amore è sempre un’intima soddisfazione; l’essere fatta oggetto di cure speciali è sempre una lusinga che non dispiace ad una donna, anche quando non si sente inclinata a corrispondere con pari amore.
A sedici anni, sola in quello stazzo silenzioso, vivente in aperta campagna dove son rare le visite, posta a contatto con un uomo che la colmava di gentilezze e di attenzioni, Gavina doveva finire per lasciarsi trascinare ad un sentimento di gratitudine, che, ingrandito più tardi dalla pietà e dalla compassione, doveva per fermo trasformarsi in amore. A sedici anni si sente l’assoluto bisogno di un amante purchessia. Ma come si spiega la scelta di un sordo-muto? Non ce n’erano altri! Ecco la vera ragione. Se invece del muto si fosse presentato a Gavina un uomo con la parola, forse lo avrebbe preferito. D’altra parte quella fanciulla ragionava a suo modo: Bastiano era muto: ebbene? Ella lo comprendeva. Era sordo; ebbene? Ella si faceva intendere da lui.
– Buon Dio – pensava nel segreto del cuore – per fare il marito c’è proprio bisogno di aver la lingua che parli e le orecchie che ascoltino? Credo di no! Ad ogni modo non ho detto di sposarlo, né lui me ne ha parlato; e se ciò accadesse, farei in modo di parlare e di ascoltare per due!
III.
Le piccole attenzioni
Bisognava vedere con quale affetto e con quanta premura il muto offriva i suoi servigi alla Gavina, per sbrigare le faccende domestiche! Egli l’aiutava spesso a fare il bucato; a trasportar l’acqua dalla fontana dei Frassiggioli [Nota. È la fontana da cui attingono l’acqua quelli dell’Avru, a mezzo tiro di fucile dallo stazzo. È chiamata li frassiggioli (piccoli frassini) forse perché un tempo era circondata da tali piante. Intorno all’Avru sono molte sorgenti, le quali si riuniscono nel canali mannu, fiume che scorre nella valle, dov’è la strada che conduce a San Giovanni di Coghinas.]; a sciorinar la biancheria, e a raccogliere le patate o i fagioli dal piccolo orticello ch’era stato posto sotto la sua diretta sorveglianza.
Talvolta il muto, quando da lontano vedeva la bella fanciulla venir giù dalla collina col fascetto della legna, le andava incontro premurosamente, le toglieva dal capo quell’impiccio, e se lo caricava sulle spalle, facendo intendere a lei che quei rami secchi le scomponevano i capelli sulla fronte. La Gavina batteva le mani con vezzo infantile, e rideva come matta nel guardare quel fiero bandito, terrore della Gallura, venir giù tutto umile, portando la legna sulle spalle e il fucile sotto il braccio; e, mentre rideva, gettava uno sguardo alla campagna circostante, per vedere se l’arma benemerita non tendesse un’insidia al suo fedelissimo servitore, il quale aveva le mani occupate.
Certe sere se ne andavano tutti e due nelle vicine siepi per cogliere qua e là il frutto del mirto, i corbezzoli, o le belle more selvatiche. Il muto si cacciava nel fitto dei cespugli sfidando le spine: la Gavina se ne stava tranquillamente in basso col mento all’aria e col grembiale teso, ricevendo le more che il muto le gettava, e ridendo a scroscio quando il suo compagno si pungeva le dita coi lunghi rami spinosi. In fondo al cuore, però sentiva un’affettuosa riconoscenza per quell’infelice che le risparmiava tante fatiche, e che molte volte le dava a tenere il fucile, quasi volesse dirle che poneva nelle sue mani la propria libertà, la propria vita!
Colte le more tornavano allo stazzo. Gavina andava innanzi canterellando come una capinera, e lui le teneva dietro con gli occhi a terra mesto meditabondo: fiero leone del deserto, seguiva tutto docile la sua snella cerviotta della collina.
La mamma e le sorelle, che lavoravano all’uscio di casa, ridevano a crepapelle vedendo comparire quei due matti; e mentre la Gavina correva dall’una all’altra tirando i due lembi del grembiale, per mostrare loro l’abbondante raccolto, tutti le davan la baia:
– Te, la fortunata ch’hai trovato il tuo cane!
– Non ti lascia proprio far nulla! A noi non tocca altrettanto!
– Quel scimunito ti sta abituando a far la signorina!
La Gavina sorrideva con un certo orgoglio, e si compiaceva dei motteggi cui era fatta segno dalle sorelle. Il muto però non udiva, né immaginava il senso irrisorio dei discorsi; perocché le furbe donnette avevano l’avvertenza di parlare col capo chino, senza gesti e tutte serie, per non lasciargli indovinare la loro opinione a suo riguardo.
Arrivato allo stazzo, Bastiano si rimetteva al lavoro; ora faceva il falegname, il sarto, il calzolaio, ed ora l’incisore: molto spesso si cacciava nell’orticello, sua cura prediletta, e zappava di buona voglia, sicuro di guadagnarsi sempre più le simpatie e la benevolenza della famiglia.
Anton Stefano soleva dire:
– Povero diavolo! dopo aver ucciso tanti uomini, Bastiano sente il bisogno di uccidere il tempo. È proprio un’abitudine.
– Ma con diverso risultato – aggiungeva sollecita la Gavina, che voleva sempre difenderlo – prima faceva del male, adesso invece fa del bene.
– A te solamente! – Conchiudeva la sorella maggiore, con un tono in cui si celava un leggero dispetto.
Una sera, attraversando la stanza di Gavina per recarsi al cortile, Bastiano si era fermato dinanzi al lettino della fanciulla, e vi era rimasto alcuni minuti fissando a lungo il ramoscello d’olivo e la palma benedetta che adornavano il capezzale.
La vecchia scherzando, fece intendere al muto:
– E che? vorresti forse la luna? [Nota. In Gallura si dà il nome di lune alle palme benedette infisse ad un ramoscello d’ulivo, o di altra pianta; e ciò in grazia della forma di stella che esse hanno. Veramente la somiglianza non calza troppo, ma è accettata per buona dall’antichissimo vocabolario della consuetudine.]
Il muto diede in uno scroscio di riso; e dondolando la testa rispose co’ segni:
– Non saprei davvero dove appenderla. Non ho avuto mai letto, io!
Quando Gavina – dopo molti anni – raccontava alle amiche gli avvenimenti dell’Avru, soleva dir sempre:
– Fra i miei ricordi, questo della luna mi riuscì sempre penoso. Fu l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!
E diceva il vero; poiché dal giorno in cui seppe che al capezzale di Bastiano non vi era alcun ramo benedetto Gavina si mostrò molto più inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli, mille disgrazie. Dacché aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso, incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un agguato.
Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo, salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole; ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar dal letto le sorelle.
Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto!
Egli era completamente trasformato.
Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.
Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno, ma non l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava, trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazareno.
La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perché lo avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.
Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perché sentiva che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi, lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice protetto.
Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto, e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli, ed aveva la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile, e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.
Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius. A quella vista – narra il testimonio oculare – il muto si trasfigurò; si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri, pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sé il berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come un limite; quasi volesse dire: se avete coraggio oltrepassate quel segno! La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva centuplicato l’istinto della conservazione, il bisogno della vita che aveva consacrata alla sua cara fanciulla.
Quando Bastiano ricevette dalle mani di Gavina la medaglia di rame, rispose con un gemito nel quale aveva trasfuso tutta l’anima. Era il suo modo di ringraziare. Per mezzo dei segni egli aveva detto a Gavina:
– Quando sarò stanco della vita, mi strapperò dal petto la tua medaglia, e sarò sicuro di morire!
La pietosa fanciulla si era però ben guardata di dire al muto che quella medaglia l’aveva sempre portata addosso fin da bambina, e che se n’era separata per donarla a lui. Guai se il muto avesse potuto immaginare che quel talismano era stato tanti anni sul vergine seno di Gavina, testimonio occulto dei palpiti di quel cuore generoso!
La vigile madre si era un giorno accorta che dal seno della figliuola mancava la medaglia della Madonna; e gliene domandò il perché. Gavina rispose arrossendo, che l’aveva smarrita.
La fanciulla però era ben lieta che il talismano fosse passato sul petto di Bastiano. Egli ne aveva bisogno, perché tutti l’odiavano: essa poteva farne senza, forse perché sapeva di essere molto amata!
IV.
All’ombra delle spine
Era la seconda metà di giugno, e il sole co’ suoi raggi ardenti sferzava inesorabilmente uomini e cose. Di poco era oltrepassato il meriggio, e in quella giornata si era sofferto un caldo eccessivo, eccezionale. I graniti infuocati rimandavano un calore insopportabile, e le cicale, col canto importuno, parevano lamentarsi dei soverchi rigori del sole.
La famiglia del pastore era tutta raccolta fuori della porta a fare la siesta, in cerca dell’arietta che veniva dal mare. Anton Stefano aveva fatto capezzale del suo cappotto ripiegato, e appoggiata la nuca sulla palma delle due mani; dopo aver finito la sua fumatina faceva l’indispensabile sonnetto, prima di rimettersi al lavoro. Le donne, sul piazzale dello stazzo, filavano, e chiacchieravano.
La campagna, sotto ai raggi ardentissimi, era calma e silenziosa, il cielo, di un limpido azzurro carico, moriva lontano lontano nella linea purissima del mare, che andava lambendo la costa settentrionale dell’isola, la quale somigliava ad un lunghissimo nastro bianco, frastagliato.
La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.
La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche, raccolte all’alba nell’orticello, fave già quasi appassite dentro ai baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.
Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto disegnava macchinalmente, senza proprio sapere quel che si facesse. E infatti, bastava guardarlo per persuadersene: gli tremavano le mani, e grosse gocce di sudore gli imperlavano la fronte.
E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave. E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli neri, segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana dall’innocente legume che doveva servire per la cena!
Il caldo era soffocante; la terra infuocata mandava vampe sui volti di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono, incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava all’intorno.
La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione, finché la sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello, senza aprirlo.
E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il coltellino col quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo né simetria.
La zucchetta color d’oro, quasi sapendo di essere importuna o indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di andarla a raccogliere.
Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante. Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che andava morendo in una febbriciattola dei sensi.
Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel languore, quella sonnolenza, quella febbre.
Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che l’uno non si curasse dell’altra, mentre invece si vedevano entrambi senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava avviticchiarsi alla robusta quercia.
Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli di Gavina si riabbassarono subito, quelli del muto si fissarono audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito: parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compreso sotto il vermiglio corsetto, gli dava la vertigine: era un’insidia pudica, un pudore insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni. La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.
Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito, a cui rispose Gavina con un lungo sospiro.
Strano caso! La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.
Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rilevarsi senza bisogno degli organi della parola e dell’udito.
La natura ha una voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola, dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per l’orecchio!
Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi. La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza opporre resistenza, credeva sognare. Senza sapere che si facesse, ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani della fanciulla, e mandò un gemito lungo…
Il caldo era soffocante, la stanchezza diventava più penosa. Il muto afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una stretta che sapeva troppo d’umano.
Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la siepe spinosa.
Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, i suoi lineamenti stravolti. Sentiva un tremito per tutta la persona, e come una strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni inarticolati, quasi guaìti di fiera.
Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.
Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza. Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura all’avambraccio.
Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva ferita al braccio.
Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e vi passò più volte la mano con un’espressione di dolore.
Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica, ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.
Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante. Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi trattato.
Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo quella ferita con una voracità spaventosa.
Il rimedio era peggiore del male.
– Basta, basta! – gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.
Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la stilla di sangue, e col sangue un lento veleno che gli struggeva l’anima.
– Basta, Bastiano! mi fai male! – continuò a gridare Gavina, la quale si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!
Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare all’opera.
Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco. Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne, fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due volte, con un’avidità e con tal impeto che spaventarono Gavina, la quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il muto non la seguiva più.
Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette sulla sponda del suo lettino. E dopo aver dato uno sguardo all’intorno, per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della camicia e guardò la ferita.
Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo; e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi diventò rossa rossa, e si mise a piangere, indignata contro se stessa per aver permesso una simile audacia.
Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!
L’ombra del biancospino l’aveva tradita!
Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il ramo di biancospino, seguendo con gli occhi la ragazza finché la vide sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo; giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la sua opera, e la ruppe coi piedi.
◊ ◊ ◊
La più giovane delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e che la sentiva voltarsi, le disse:
– Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?
– Ho… che non mi sento bene.
– È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi, finirai per amarlo davvero!
– E se ciò fosse, che ve ne importa – rispose Gavina un po’ piccata per la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro per le prime avevano lusingato.
– Confessa almeno che gli vuoi bene!
– Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perché gli altri l’odiano. Quel disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi, e allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!
Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:
– Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!
La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse sull’avambraccio, dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!
Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte Gavina gettò un’occhiata al suo braccio.
La ferita non c’era più ma non poteva rallegrarsene; era passata nel suo cuore!
V.
I regali del muto
Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.
Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto finché si era trovato alle falde del monte della Crocetta proprio sul far dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si trascinò a fatica fin sotto alla Conca della Madonna, e sedette spossato sul Gran tamburo.
Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.
Pensava sempre al braccio di Gavina, e gli pareva di sentir sempre il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al cervello per inebriarlo.
Si volle illudere, e lasciò libero freno alla fantasia, che lo trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina, ebbra d’amore, seduta al suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane gioie del suo primo giorno di nozze.
Aveva la febbre.
Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella felicità alla quale non aveva mai aspirato.
Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti gli atti di Gavina, il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo tremito, e persino la sua collera, e in tutto gli parve scorgere i segni manifesti di un amore nascente.
Quel giorno non fece che correre da un punto all’altro; fermo non poteva stare, perché glielo impedivano i pensieri che a frotte attraversavano il suo cervello. Prese la via degli stazzi di Giunchiccia e della Trinità, e si recò a visitare i parenti che da qualche mese non aveva riveduti. Volle lasciar passare alquanti giorni, prima di riprendere le visite allo stazzo dell’Avru; perocché comprendeva che non era prudente recarsi subito, dopo l’accaduto. Voleva farsi desiderare; ed impose a se stesso il sacrificio della privazione.
Dopo quattro giorni d’assenza, Bastiano presentavasi d’improvviso sul piazzale dello stazzo di Anton Stefano. Le donne, che lavoravano fuori dell’uscio, lo salutarono e gli fecero feste, chiedendogli conto della sua lunga assenza.
La Gavina, che stava in piedi sciorinando i panni sopra una corda tesa fra il muro della casa ed un mandorlo, si fece tutta rossa nel vederlo, ma continuò il suo lavoro dopo aver salutato il nuovo venuto con un cenno del capo. Ella volle fare la risentita; ben sapeva che non era conveniente mostrar buon viso a Bastiano, dopo il bacio temerario che aveva ricevuto sul braccio.
Il muto si mostrava impacciato; non aveva la solita disinvoltura, né il solito buonumore, e la ragione si può comprendere.
La vecchia madre e le due figlie maggiori fecero a Bastiano un’accoglienza più cordiale e più espansiva del solito, mostrandosi dispiacenti di non averlo veduto per quattro giorni. Il muto, però, sembrava sulle spine; per certo era venuto allo stazzo con un disegno prestabilito, che non aveva coraggio di tradurre in atto. Aveva una mano in tasca, come se celasse un oggetto che voleva, ma non osava mostrare.
Finalmente ruppe ogni indugio, e mostrò alle donne due piccoli orecchini di corallo montati in oro.
– Oh belli! – esclamarono in coro le tre donne; e i loro occhi scintillarono per compiacenza.
Gli orecchini passarono dall’una all’altra mano, e vennero rivoltati, pesati, ed esaminati attentamente. Nessuna delle donne però chiese a chi fossero destinati, forse perché lo avevano indovinato.
La sola Gavina aveva continuato a stendere i panni di bucato sulla corda tesa, ma senza levar gli occhi e senza voltarsi. Le sue orecchie però erano più tese della corda, e non perdevano una sillaba di quanto si diceva.
– Guarda! guarda, Gavina! che graziosi orecchini – esclamò la vecchia, rivolgendosi alla figliuola che faceva la distratta e l’indifferente.
A quella chiamata Gavina volse la testa verso le sorelle; ma poi continuò l’opera sua, dicendo con freddezza e senza alcuna curiosità:
– Molto belli!
– E… di chi sono? – aveva osato chiedere la vecchia al muto, per non mostrarsi troppo sfacciata confessando che sapeva a chi erano destinati.
– Sono i miei – fece il muto, puntandosi sul petto l’indice della mano destra.
– Vuoi forse metterli tu?
– No: voglio regalarli – fece intendere il muto coi gesti.
– Regalarli e a chi?
Il muto arrossì un pochino, e accennò, cogli occhi la Gavina, che in quel momento gli dava le spalle affaccendata più che mai nella biancheria, per la quale in quella sera mostrava un’insolita cura.
– Non senti Gavina? Il muto dice che gli orecchini sono per te. È un regalo che egli vuol farti!
Le due sorelle maggiori si fecero un po’ serie, punte forse dall’invidia per il bel regalo toccato alla Gavina; e cercarono sfogare l’interno cruccio con un po’ di sarcasmo e di burletta.
– Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! – disse l’una.
– Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! – esclamava l’altra.
– Fa già dei regali, l’amico!
– E non sarà certo l’ultimo!
– Tacete, maldicenti! – aveva esclamato la madre –. Bisogna sempre accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si accorga delle vostre celie!
– Se è sordo più del granito!
– La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo-muto. Dev’essere una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e non ode!
Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le lodi del dono e del donatore.
Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.
La fanciulla – già indispettita e addolorata per gli sconvenienti discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle – dimenticò il suo risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi. L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle, e non aveva mentito!
Con una grazia tutta infantile, quasi per compensare il muto delle maligne parole scambiate fra le sorelle, la Gavina prese gli orecchini dalle mani di Bastiano; e se li appese alle orecchie.
Gli scherzi, e le celie e le mormorazioni che seguirono a questa scena, si possono ben immaginare; ogni donna disse la sua e non si cessava mai dal ringraziare il donatore della prova di gentilezza data in quella sera.
Quando sul tardi Anton Stefano rientrò nello stazzo gli fecero il racconto dell’accaduto, e si cominciò da capo con le matte risa. Il vecchio pastore non rispose, e sedette a cena molto serio. Egli si lasciò scappare:
– Temo che le cose siano troppo spinte. Dio voglia che non abbiamo a pentircene!
– Uh! che scrupoli – esclamò la moglie.
– Ti par possibile, concedere nostra figlia ad un sordomuto, ad un bandito?
– Per l’appunto; e neppur lui lo crederà.
– E se lo credesse sul serio?
– Allora la colpa sarà sua.
– No: sarà la nostra; anzi la tua… tutta tua!
– Ti pare?
– Proprio così… E a te, Gavina, che pare?
La Gavina, all’interrogazione del padre, abbassò gli occhi e la faccia sul petto; arrossì, ma non rispose.
Il vecchio la guardò un istante; scambiò un’occhiata con la moglie, e si accinse a mangiare la zuppa, dando una scrollatina di spalle.
– Temo molto che…
E inghiottì in una volta il cucchiaio di zuppa, e la metà della frase!
VI.
Battaglia dello spirito
Non erano ancora trascorsi due mesi dagli avvenimenti da noi narrati.
Una gran parte del genere umano pretende conoscere la sera dalle promesse del mattino, ed è pretensione fallace!
Il giorno che nasce non dà l’immagine del giorno che muore; perocché un’alba serena e limpida non garantisce la limpidezza e la serenità d’un tramonto.
Il tempo passa, e l’uomo invecchia. Chi non sa che l’esperienza può dare un nuovo impulso alle nostre idee, ai nostri desiderî, ai nostri propositi? Le passioni turbano sempre il mare della vita, così quando si destano, come quando si assopiscono.
Insensato chi si crede padrone del domani. L’uomo non falla quando manca alle promesse, falla quando promette. Più a lungo accarezziamo una speranza, e più saremo sicuri del tedio quando l’avremo realizzata. Chi giura, dichiara già di mancare al proprio giuramento. Giurare non è indizio di fermezza di carattere, né di onestà d’intenzione; è un confessare la debolezza del nostro carattere e l’instabilità dei nostri propositi. L’animo forte ed energico non ha bisogno di vincolare la sua volontà col giuramento.
Il tempo passa. Coi giorni che corrono l’uomo diventa vecchio, e la fanciulla può diventar donna. Si sa che il tempo può fortificare, o infiacchire una fibra. Col tempo l’uomo ha diritto di cambiar le proprie opinioni, e la donna di cambiar le mode, il primo può diventar deputato e ministro, e la seconda potrebbe diventar fidanzata e madre.
Come possiamo noi contar sul domani, quando non ci è dato strappare il velo che circonda l’ignoto? Perché tacciare d’incostante e di volubile la natura umana se essa non è responsabile del vento che spirerà il domani? Il vento increspa la superficie del mare, come il tempo increspa la superficie dell’uomo… che non è sempre la pelle!
◊ ◊ ◊
Se, dopo due mesi dagli avvenimenti da noi narrati, il lettore avesse fatto una visita alla famiglia di Anton Stefano il pastore, si sarebbe subito accorto che un mutamento era venuto nello stazzo dell’Avru. Era un mutamento sensibile, ma che ancora non si era manifestato palesemente. Gli animi tutti erano preoccupati, ma si aveva paura di una confessione reciproca. Ciascuno teneva chiuso in cuore il proprio pensiero, e aspettava rassegnato il responso degli eventi.
Come la sarebbe finita? Era questa la domanda che ciascuno si faceva nel segreto della propria coscienza; ma la risposta era nella mente di Dio, e si aspettava la soluzione degli avvenimenti con impaziente trepidanza.
Che cosa dunque era avvenuto nello stazzo di Anton Stefano? Passiamo in rassegna ed esaminiamo i diversi personaggi del nostro racconto, giacché fra gli uffici del romanziere è pur quello di giudice istruttore!
La Gavina era smaniosa, irrequieta. Mostravasi stanca, svogliata, e soffriva di frequenti distrazioni. Sentimenti diversi si alternavano nel suo cuore. Quella strana alternativa di contrarî sentimenti non era frutto dell’assidua e occulta cura che da tempo la travagliava; qualche cosa di nuovo era penetrato nella sua anima. Due opposti sentimenti si combattevano in lei: era una lotta disperata, accanita, tra due forze uguali; un desiderio indefinito di una felicità insperata, contro il rimorso di una colpa che sapeva di non aver commesso.
Si sentiva perplessa, incerta dinanzi ad un sogno che la lusingava, e ad un ricordo che l’accusava di ingratitudine.
Erano torture inesprimibili e inesplicabili!
Ella diventava sempre più pallida, più sofferente; soffriva di capogiro, mangiava poco, e poco dormiva. Provava un senso di peso alle palpebre e una stanchezza insolita nelle membra. Erano strani per lei quei patimenti angosciosi, ma più strano l’accorgersi che nessuno de’ suoi cari le chiedeva ragione del suo malessere. Perché ciò? Era forse perché coll’astuzia sapeva celare il suo malore, deludendo la vigilanza materna? O forse tutti la lasciavano in pace per non tormentarla maggiormente?
Per certo ella si avvedeva che qualche cosa di nuovo accadeva nello stazzo; perocché più volte aveva sorpreso in segreto colloquio le sorelle e la madre; e si era ben accorta che al suo appressarsi i discorsi venivano interrotti, o cambiati all’improvviso. Il cuore le diceva che si tramava qualche cosa per il muto.
Anton Stefano era diventato serio e meditabondo; pareva che fosse imbronciato con tutti, specialmente con la moglie. Spesso cenava senza dire una sola parola; o si allontanava bruscamente, senza che la moglie gli chiedesse ragione del suo broncio: segno evidente che quei malumori erano frutto di precedenti diverbi fra marito e moglie. Talvolta Anton Stefano rispondeva di mala grazia a chi gli moveva qualche domanda; e si adirava senza motivo, cercando futili pretesti per dare in escandescenze. E questa sua condotta tanto più faceva meraviglia, inquantoché il pastore era piuttosto di carattere dolce e di una pazienza ammirabile.
Bastiano, dal suo canto, era diventato ringhioso come un cinghiale. Girava intorno i suoi grandi occhi spalancati, quasi con essi volesse udire; e li piantava in faccia a tutti con una diffidenza, che da qualche mese non gli era più abituale. Giammai, come in quel tempo, gli era sembrata tanto penosa la mancanza dell’udito e della parola. Diventato sospettoso all’eccesso, era capace di sedersi in un canto del piazzale, e di rimanere colà due ore di seguito coi gomiti sulle ginocchia e col capo fra le mani.
Un nuovo personaggio era venuto nello stazzo dell’Avru: Giuseppe [Giuseppe; all’anagrafe Giovanni Antonio Spano Ciacciaredda, di Luca e Maria Vittoria Pes (sorella di Anton Stefano), nato dalle parti di Bortigiadas nel 1833], uno dei nipoti di Anton Stefano. Costui parlava assai spesso colla Gavina; ma la Gavina si tratteneva con lui con una certa titubanza, massime quando il muto era presente. E tanto il muto, quanto la fanciulla, si erano accorti di una singolare dimestichezza fra Giuseppe e i due vecchi di casa. Anzi si era notato che parlavano sempre insieme, a bassa voce, in modo che gli altri della famiglia non udissero i loro discorsi.
Tutti dunque, nell’Avru, parevano sotto il peso d’una cura segreta che li tormentava. Le diverse cure parevano divise in tre distinti gruppi. L’uno si componeva dei due vecchi e del nuovo venuto; il secondo delle due sorelle di Gavina; e il terzo, finalmente, di Gavina e di Bastiano il muto, i quali però non facevano causa comune, ma meditavano ciascuno per proprio conto, celandosi a vicenda i sospetti e l’inquietudine da cui parevano turbati.
E perché il lettore conosca le cause intime del turbamento che regnava nella famiglia di Anton Stefano, racconteremo i nuovi fatti avvenuti nello stazzo dell’Avru nel breve giro di due mesi.
VII.
Il cugino Giuseppe
Giuseppe [nella realtà Giovanni Antonio], parente di Anton Stefano, possidente di terre e di bestiami, da qualche tempo visitava con frequenza lo stazzo dell’Avru; e più volte s’era trovato col muto, ch’egli già conosceva per la trista fama che aveva acquistato nelle inimicizie dei Vasa coi Mamia.
Le visite di Giuseppe, prima rarissime, e ormai troppo frequenti, dovevano per certo avere una causa, e la causa c’era; e si può di leggeri indovinare, quando si consideri che Giuseppe era un bel giovine di vent’otto anni, e che nell’Avru abitava una bella cugina di sedici.
Una sera, Giuseppe, mentre trovavasi nello stazzo dello zio, si era messo a meditare sui propri casi, e si era persuaso ch’era ormai tempo di metter su testa e casa; che la vita di scapolo a lungo andare viene a noia; e che era cosa saggia formare una famiglia per dividere coi proprî figli quel po’ di fortuna che il buon Dio gli aveva concesso. Pensò che ancora era giovine; che con gli anni le forze mancano, e che è una grave sventura non aver molte braccia per lavorare le proprie terre.
E così ragionando, volse lo sguardo in giro, e i suoi occhi si fermarono per caso sulla cuginetta che faceva la calza sul limitare dell’uscio.
Guardate combinazione! per la prima volta soltanto si accorgeva, che la cuginetta, che per tanti anni egli aveva considerata come una bambina, si era fatta grande, belloccia, e buona padrona di casa.
Da quel giorno Giuseppe frequentò con più assiduità lo stazzo dello zio, e trascurò alquanto le sue faccende. Seduto in mezzo alla famiglia di Anton Stefano, egli raccontava qualche storiella, inventava burlette, e cercava tutti i modi possibili per entrare poco per volta nelle grazie della Gavina; la quale lo ascoltava con piacere, e faceva le grasse risate ai motti di spirito del galante cugino.
Dico entrare nelle grazie, poiché nei matrimoni sardi il volere dei genitori è sacro, e la volontà della donna è quasi sempre sottomessa all’autorità paterna. L’ottenere però le grazie di una fanciulla è già la metà dell’opera, e Giuseppe queste cose le sapeva.
La Gavina, in su le prime, prese gli scherzi di Giuseppe come si prendono i complimenti dei congiunti: con un po’ di riso, un po’ di celia, e molta compiacenza. I cugini innamorati hanno però un sopravvento sopra gli altri mortali: avendo vissuto insieme alle cugine, ne conoscono meglio i capricci e le debolezze, i pregi e i difetti; quindi, volendo spiegarsi vanno per la via più breve, e arrivano più presto all’intento. Aggiungete a questo la maggior fiducia e libertà che loro si concede dai parenti, e vi convincerete che ho tutte le ragioni del mondo per farmi forte di questa asserzione.
Quando però la Gavina si avvide che il cugino andava troppo oltre nelle celie, e che le sue occhiate erano troppo significanti, pensò bene di ritirarsi un po’ indietro e di opporre un po’ di ritegno alle scappatelle dell’innamorato. Il cugino che diventa amante, cessa per diritto d’essere parente; e non è più ammesso nei segreti di gabinetto, finché il prete non gli conceda la benedizione nuziale.
Il primo pensiero di Gavina, non appena si accorse delle intenzioni del cugino, fu il muto; il suo primo sentimento fu una ripulsa netta, decisa, inesorabile. Che avrebbe pensato Bastiano della sua perfidia? Come avrebbe potuto vivere senza di lei? Chi si sarebbe più curato di quel reietto dagli uomini e da Dio, di quell’infelice deriso dalla natura e bersagliato dalla umana giustizia?
Queste considerazioni bastarono per farla star in guardia contro gli assalti del cugino, consigliandola a ridere con più schiettezza alle celie, ed alle dichiarazioni del nuovo innamorato, come se li considerasse un semplice scherzo permesso dalla stretta parentela.
Il riso è per le donne un’arma potente per tener a bada un uomo, senza esporsi al pericolo delle rampogne o di uno spiacevole sgarbo. Una donna che facilmente ride ad ogni complimento, si capisce assai poco; ma se Giuseppe capiva pochissimo la Gavina, capiva abbastanza per persuadersi che non gli era antipatico: ciò che bastava per non scoraggiarlo. Il resto sarebbe venuto in seguito. Pel momento gli era sufficiente quell’affezione, la quale, unita alla autorità paterna, poteva procurargli la moglie ch’egli aveva sognata, e in seguito le braccia necessarie alla coltivazione delle sue terre.
Giuseppe, intanto, si diede a valersi di tutto il suo ascendente sopra i vecchi genitori di Gavina, per strappar loro un consenso, che non poteva mancargli.
E da quindici giorni aveva incominciata la sua opera, con una pazienza e con una tenacità che provavano il suo amore per la giovinetta e il suo fermo proposito di piantar su casa, ed una famigliuola ammodo.
La Gavina, che vedeva inutili tutte le sue astuzie per scongiurare gli assalti del cugino, credette premunirsi contro le insidie pensando con più intensità al muto; e sperava di trovar motivo ad un rifiuto, vincolando la sua coscienza ad una promessa di fedeltà, che, in fondo in fondo, non aveva mai fatta. L’ingenua fanciulla aveva dimenticato che Bastiano era sordo e muto, vale a dire, che non avea potuto svelare a lei il suo amore, e che da lei non aveva potuto udire una sola parola che lo autorizzasse a rimproverarle la mancata fede.
Giuseppe non aveva per anco esternato allo zio ed alla zia le sue intenzioni riguardo alla loro figliuola; egli rimandava di giorno in giorno la sua domanda di matrimonio; ma intanto, in quei giorni, avea finito per innamorarsi pazzamente della cugina, tanto da diventare frenetico. Il lungo aspettare è per l’amante sempre fastidioso, e non fa che accrescere il desiderio del possesso. Si era così verificato, che la Gavina, col suo ritegno, non avea fatto che pregiudicare i propri disegni.
Se però Anton Stefano non immaginava le ragioni delle frequenti visite del nipote ben lo avevano immaginato la madre e le sorelle di Gavina: quella con una certa soddisfazione per il partito vantaggioso che si presentava alla figlia, e queste con una certa invidia dispettosa, per la fortuna che toccava sempre alla sorella minore.
Giuseppe aveva sul muto molti vantaggi; e fra gli altri ne aveva due che a una donna non potevano tornare discari: la leggiadria delle forme e il fascino della parola. Questi due vantaggi non potevano sfuggire alla graziosa figlia di Anton Stefano. Essa non poteva necessariamente stabilire confronti tra la figura simpatica ed aperta di Giuseppe, ed il volto accigliato e chiuso di Bastiano. Doveva senza pur volerlo, paragonare l’eterno silenzio che regnava intorno al muto, con la voce argentina e insinuante del cugino. Per quanto dagli occhi e dai lineamenti di Bastiano sfavillassero i pensieri che turbavano quell’anima irrequieta e misteriosa, pure tutto ciò era al disotto del fascino che esercitava la parola di Giuseppe, sempre ardente, armoniosa, irresistibile. Il cugino manifestava con poche parole, ciò che il muto non riusciva ad esprimere con un mondo di gesti e di suoni indistinti. D’altra parte, il linguaggio di Bastiano era limitato: pochi segni e pochi rantoli che rivelavano le sue sensazioni, più che i suoi sentimenti. Quelle labbra, quasi condannate all’immobilità, non avevano ricchezza di suoni, il vocabolario del muto era povero, circoscritto, ristretto ai più urgenti bisogni della vita; e per quanto Gavina fosse addentro nei misteri di quell’anima tribolata, tuttavia non poteva percepire tutti i pensieri del muto; non poteva, dirò così, afferrare tutte le sfumature del sentimento che traboccava da quel cuore. Molte cose la fanciulla non capiva, e se fingeva capirle, ciò faceva per non affliggere il muto, il quale diventava furioso quando si accorgeva che mal si spiegava, o che non veniva compreso.
Vi era di più: il muto, nell’impeto della passione, era orribile a vedersi, e destava quasi ribrezzo. La sua fisonomia si trasfigurava, le sue nari si dilatavano, le sue labbra si contraevano mandando suoni stridoli, e gutturali, che non sapevano d’umano. Come le belve non aveva che suoni inarticolati.
Il muto era una creatura imperfetta, e Gavina lo sapeva. Essa era legata a lui da una profonda pietà, dal melanconico affetto che sentono le anime gentili per gli sventurati. Lo amava per le sue imperfezioni fisiche, per la sciagura da cui era stato colpito, per la sua vita errante e tribolata, per la convinzione che, senza di lei, tutti lo avrebbero odiato. Gavina voleva compiere la sua opera di redenzione; si era quasi votata a quella santa missione; si era prefissa un’opera di misericordia; si era imposta un sacrificio che voleva compiere ad ogni costo, anche a prezzo della propria felicità. Non era essa padrona del suo cuore e delle sue azioni? Chi poteva proibirle di amare e di proteggere uno sventurato?
Le sorelle maggiori e la madre erano ben lontane dall’immaginare quanto Gavina volesse bene a quell’infelice. Se lo avessero immaginato, forse non avrebbero incoraggiato nel muto la speranza d’esser corrisposto, non avrebbero concessa tanta libertà alla giovinetta, con la convinzione che la bruttezza del muto e le sue imperfezioni fisiche, fossero una garanzia sufficiente per allontanare l’amore. Dinanzi a quel deforme, una fanciulla non poteva temer pericoli, il cuore non poteva aver palpiti, la carne non poteva aver desideri!
Dunque la madre credeva in buona fede di non mancare al suo dovere, permettendo alla figlia i lunghi colloquî da solo a sola col muto. Bastiano non era un uomo, non era una tentazione, non era un pericolo: era un aborto della natura. Bisognava solo guardarsene come un cane ringhioso che all’occasione poteva mordere, e null’altro. Tutta la prudenza non consisteva che nell’accarezzarlo, ecco tutto!
Abbiamo detto che Gavina si era imposta il sacrificio di amare e proteggere il muto; ma bisogna aggiungere, che, quando ciò prefiggeva, ella non aveva ancora veduto il cugino; o, meglio, non aveva da vicino apprezzato le belle doti di quell’uomo che le aveva parlato di amore con una parola calda, melodiosa, affascinante. Giurò a se stessa, in buona fede, ma fu imprudenza, perché non considerò che il domani è nelle mani di Dio, e che è pericoloso per una fanciulla di sedici anni star vicino ad un uomo di trenta, anche quando è sordo e muto!
Fatto sta che, agitata da due opposti sentimenti, e spaventata dalla lotta che s’impegnava nella sua anima, Gavina da un mese viveva una vita d’inferno. Le sue veglie erano piene di angoscie e di paure, i suoi sonni turbati da cento fantasmi.
In mezzo alle lotte disperate, quella debole creatura trovò le forze di prendere una ferma risoluzione: fuggire Giuseppe. Gavina voleva essere come Bastiano, sorda ad ogni parola, muta ad ogni preghiera.
Basta ch’ella vedesse il cugino, perché si desse alla fuga; bastava udisse la voce di Giuseppe perché impallidisse, si turbasse, e sospendesse ogni faccenda domestica.
Ogni parola la faceva trasalire, ogni suono la faceva fremere. Tendeva paurosamente l’orecchio ad ogni rumore, e bastava il gemito del vento perché il suo cuore accelerasse i palpiti. Era capace di piantare bruscamente la comitiva con un futile pretesto, se sentiva le pedate, o la voce di Giuseppe che arrivava allo stazzo. Che più? Si era persino ridotta a fargli degli sgarbi.
Il contegno della Gavina non tardò a impressionare seriamente la famiglia. I suoi modi poco urbani non facevano che compromettere la pace domestica, minacciando anche di provocare spiacevoli conseguenze, tenuto conto del carattere irritabile dei galluresi.
La vecchia colse più volte occasione per rimproverare la figlia; e giunse persino a minacciarla. Il padre la sgridò severamente, e le sorelle non facevano che maltrattarla dal mattino alla sera.
– Perché simili smorfie? – le dicevano –. Che ti ha fatto Giuseppe? La più bella e la più ricca fanciulla di Gallura si chiamerebbe ben fortunata delle gentilezze di tuo cugino: e tu lo tratti in tal modo? A lui sempre il broncio e al muto tutte le attenzioni: Giuseppe sempre disprezzato, e quel sordone, quel bandito, quel mostro, sempre oggetto delle tue carezze. Va! Sei pure la sciocca e la gran capricciosa! Ma già! Dio dà sempre il pane a chi non ha denti!
E la Gavina, muta ai rimproveri delle sorelle, non faceva che sospirare e piangere.
– Zoticona – le diceva il babbo – chi ti ha insegnato simili villanate in casa mia? Non si può, dunque più scherzare? Guai a te se non cambi maniera con Giuseppe!
E Gavina piangeva come una bambina, e non sapeva rispondere. Si ritirava nella stanza da letto, e là dava sfogo alle sue lagrime.
Un giorno si trovava sola nell’orticello, intenta a cogliere i fagiolini. Udì uno stroppiccio di passi, e vide a sé dinanzi Giuseppe. Gavina tremava come foglia, e si fé bianca come un pannolino di bucato.
– E perché tanta paura quando io ti parlo? Che mai ti ho fatto, o Gavina, perché tu mi tratti in tal guisa? Ti sei forse offesa perché ti ho detto di volerti bene? Le mie intenzioni sono oneste, ed è mio divisamento di chiederti in moglie al babbo. Ti dispiacerebbe dunque ch’io ti conducessi meco, per formare una famiglia? Ebbene, dimmi francamente che ti sono antipatico, ed io partirò subito, giurandoti di mai più rivederti!
Vi era tanto affetto e tanto dolore nell’accento di Giuseppe che Gavina ne fu vivamente commossa.
– Giuseppe – gli rispose – no; non mi sei antipatico; non mi sono offesa delle tue dichiarazioni, né avrò mai a male le parole di colui, col quale ho passato la parte più bella della mia fanciullezza. Ma…
– Ma?…
– Ma, per ora lasciami in pace, non interrogarmi… Più tardi, forse, ti dirò tutto…
– Dimmi almeno che…
Un grido della fanciulla, interruppe la frase del giovine il quale vide la cugina arrossire fin nel bianco degli occhi, e prendere la corsa verso lo stazzo.
Meravigliato di un tal contegno, Giuseppe seguì con gli occhi la cugina che si allontanava; e nel voltarsi notò il muto dietro l’opposto muro di cinta.
Giuseppe andò incontro a Bastiano con un cordiale sorriso; e nella presenza dell’importuno credette aver trovata la causa, della scomparsa di Gavina. Fin’allora egli aveva ignorato le intenzioni del muto, perché le donne si erano ben guardate di palesare a Giuseppe lo scherzo innocente fatto a quel disgraziato.
Giuseppe salutò col capo Bastiano; ma, distratto com’era non si avvide del feroce sorriso che errava sulle labbra della belva gelosa; la quale da qualche tempo si era accorta del sentimento che nutriva il suo rivale per la figlia di Anton Stefano.
Quella sera Giuseppe aveva preso la risoluzione di tradurre in atto il suo progetto. Si era proposto di prender moglie, né voleva più oltre indugiare nel far la domanda ai genitori della cugina.
VIII.
La domanda di matrimonio
Anton Stefano aveva terminato il suo pranzo frugale; e se ne stava, al solito, sdraiato sotto un elce che trovavasi sotto il riparo di un macigno, a breve distanza dallo stazzo.
Giuseppe, arrivato nel momento all’Avru, senza neppur salutare le donne, si era incamminato verso il pastore, e gli sedette al fianco. Dopo avergli dato il buon giorno, prese addirittura a entrare nell’argomento.
– Anton Stefano, voi avete notato da qualche tempo la frequenza delle mie visite al vostro stazzo; e son persuaso che avrete chiesto a voi stesso la ragione della mia premura insolita nel salutare la vostra famiglia.
– Difatti – non lo nego – le tue visite frequenti mi hanno stupito alquanto. Giuseppe, ho detto fra me stesso, lascia le sue terre troppo in abbandono, e trascura i suoi interessi!
– Che cosa avete pensato di me?
– Che volevate darvi alla vita dello scioperato.
– E vi siete ingannato! Io invece, qui venendo, non ebbi in animo che di metter testa, e di cominciare una vita più seria e più attiva!
– E come questo!
– Ve lo spiego in due parole, e senza preamboli. Voglio prender moglie!
– E venite a me per chiedere un consiglio?
– Oibò! Vengo a voi per chiedere la moglie.
– A me?
– Sicuro. Perché voi solo potete darmela: voglio la Gavina!
Anton Stefano, che era sdraiato, si alzò di colpo e si mise a ridere.
– Mia figlia…?
– Sì, vostra figlia! Non fatemi osservazioni di sorta, perché ci ho pensato a lungo. La mia età, la mia condizione, la mia moralità, il mio patrimonio, son tutte cose a voi note, né avete bisogno di attingere informazioni al mio riguardo. Rispondete dunque netto e senza complimenti: me la date, sì o no?
Anton Stefano riaccese lentamente la pipa che si era spenta, si aggiustò il berretto, prendendo tempo per rispondere. La risposta alla domanda di Giuseppe fatta così a bruciapelo, non era così facile a darsi, come il suo parente credeva.
Si avvide subito Giuseppe dell’impressione prodotta nel vecchio, dalla sua domanda, e se ne sgomentò. Che cosa poteva impedirgli di dare una risposta affermativa, spontanea? Perché quella nebbia e quell’improvviso cambiamento nel volto del vecchio? Con gli occhi fissi in quelli dello zio, egli aspettò trepidante una risposta, che tardava troppo ad uscirgli dalla bocca.
Dopo aver carezzato a più riprese la sua barba grigia, Anton Stefano, rivolto al giovine gli disse con tono grave e solenne.
– Capirai, Giuseppe, ch’io ti conosco, e che il riceverti come figlio nella mia famiglia sarebbe un onore, di cui andrei orgoglioso. Miglior partito per la mia figliuola non potrei pretendere, né essa troverebbe. Vi è però un ostacolo grave che si oppone al tuo e al mio desiderio, trattasi di delicatezza, di prudenza, di cuore, e…
– Ostacolo grave?… di delicatezza?… Non capisco!
– Ho motivo di credere che Gavina non sia affatto libera di cuore…
Un sudore freddo bagnava la fronte di Giuseppe. A questa rivelazione sentì una mano comprimergli il cuore. Senza volerlo, ripensò allora al contegno strano di Gavina, alla sua perplessità, ai modi singolari, che fin allora egli aveva creduto frutto di timidezza e d’ingenuità.
– Avete motivo a credere che Gavina non sia libera? – ripeté, dubitando di aver male inteso.
– Sì. Vi è forse un altro pretendente, che potrebbe creare qualche disturbo a me… ed a voi!
– Un altro pretendente…?
E Giuseppe cercava col pensiero chi poteva essere quest’uomo a lui sconosciuto. Da due mesi circa che egli frequentava lo stazzo, non aveva mai veduto alcuno che potesse inspirargli timore. Per quanto si torturasse la mente, non poté rintracciare il suo misterioso rivale.
– E quest’uomo frequenta il vostro stazzo?
– Sì.
– Ed io lo conosco?
– Sì.
– Ditemi il suo nome.
– Bastiano.
Giuseppe si rizzò in piedi come spinto da una molla, e facendosi presso al vecchio, ripeté:
– Bastiano Tansu?
– Egli stesso.
– Il sordo-muto?!…
– Il sordo-muto!
La calma tornò di nuovo nel cuore di Giuseppe; e componendo il labbro ad un amaro sorriso, esclamò, quasi offeso:
– Anton Stefano, voi scherzate e volete farvi giuoco di me. Ciò non sta bene, quando si tratta di cose serie!
Il vecchio soggiunse con pari serietà:
– Io non uso scherzare, quando trattasi dell’avvenire di mia figlia, e della lealtà del giovane onesto che me la chiede. Ho detto il vero!
Giuseppe si passò una mano sulla fronte, credendo sempre di sognare.
– Ma… – soggiunse dopo una breve pausa – Gavina si contenta?
– Non lo so. Potrebbe anche contentarsi!
– Potrebbe? Siete dunque voi che volete questo matrimonio?
– Né io né mia moglie possiamo volere per genero un sordo-muto.
– Né un volgare assassino…
– Giuseppe…!
– Sì un assassino; sarei anche capace di dirglielo in faccia! – gridò indignato il giovine, non credendo ancora a quanto il vecchio andava narrandogli –. Spiegatemi almeno come stanno le cose.
– Ma… non saprei forse spiegarle. Il muto da qualche tempo frequenta il mio stazzo… ci aiuta, fa qualche lavoro, ed ha un carattere dolcissimo. Si mise però in testa che la Gavina potesse far per lui; si lusingò… non so di che; prese sul serio certi scherzi delle donne… e pare che nutra delle serie speranze.
– Ed è tutto questo?
– Sì.
– E vi fece intendere la sua intenzione…?
– Oh, mai!… ha fatto, così qualche regaluccio…
– E allora…?
– Voi conoscete il muto… sapete quanto è feroce quando si mette in testa una cosa…
– Ma vi è mezzo di fargliela togliere – esclamò vivamente Giuseppe, con gli occhi che mandavano lampi –. Gli si dice con le buone… e se con le buone non intende, si ricorre alle cattive… e si mette addirittura alla porta. Insomma, io vi domando la mano di vostra figlia Gavina – esclamò risolutamente il giovine –. Me la date sì o no?
– Per parte mia ve la concedo, e con piacere; però pretendo seriamente che il muto non sia molestato e che io non abbia a soffrire alcun disturbo, o dispiacere: egli è parente dei Vasa, e ben so quanto bisogna andar cauti in fatto di inimicizie. Tutte le grandi cose, in Gallura, furono sempre partorite dalle cose piccole, e so quel che mi dico. Abbiate dunque pazienza, o Giuseppe, se è vero che amate la mia figliuola; e se vi riuscirete con la prudenza e con l’astuzia a far ricredere il muto delle sue stolte pretenzioni, il contratto è bell’e stabilito, né se ne parli più.
Stasera ne terrò parola a mia moglie, e vedremo il partito da prendere. Vi prevengo però: desidero, anzi voglio, che si prendano tutte le cautele; senza ricorrere cioè a mezzi violenti e a scene spiacevoli; amo la tranquillità della mia casa e della mia famiglia, né voglio immischiarmi in contestazioni, che ho saputo evitare per ben cinquant’anni. Non vorrei aver disturbi nella vecchiaia. Non vi dico altro!
– E sta bene. Io penserò a soddisfarvi.
E così dicendo Giuseppe si era allontanato dal vecchio, il quale, per tutta quella sera, non fece che ripensare alla domanda del nipote, studiando tutti i mezzi per togliersi d’impaccio nell’intricata situazione. E aggiungete che Anton Stefano, che era una buona pasta d’uomo, aveva taciuto a Giuseppe, ciò che sempre aveva taciuto in famiglia. In fondo in fondo il muto non gli dispiaceva, né aveva mai creduto un peccato mortale concedergli la figliuola. Bastiano non poteva dirsi brutto; era un instancabile lavoratore, aveva dell’abilità, e non mancava di cuore.
– Gran che l’esser sordo-muto! – diceva nell’intimo della sua coscienza –. Conosco tanti giovanotti che parlano e che ascoltano, eppure son più muti e più sordi di Bastiano! Ma andate a dire queste cose alle mogli e alle figlie! Vi mangiano vivi.
◊ ◊ ◊
Giuseppe meditò a lungo sul dialogo avuto col pastore, né arrivava a persuadersi dell’accaduto. Alla sua mente ritornavano certe circostanze non prima avvertite, e fra tutte la improvvisa comparsa del muto nell’orticello, e il grido e la fuga della fanciulla.
Quel grido era amore, od era paura?
Ecco quanto voleva sapere Giuseppe. Qual sentimento aveva turbato la cugina? Poteva essa nutrire una passione per quello storpio? Ciò non era probabile, la mente di Giuseppe rifuggiva da simili ipotesi. Come mai Gavina poteva lasciarsi allucinare da un essere di quella fatta?
Dunque?… Bisognava cercare il segreto di quell’intrigo. Che cosa accadeva nello stazzo?
Un pensiero balenò alla mente del giovane: il muto si era imposto col terrore, con quel terrore che lo aveva reso celebre nella sanguinosa lotta che s’era impegnata fra le fazioni dei Vasa e dei Mamia. Col terrore voleva imporsi al cuore della timida fanciulla, col terrore, voleva carpire il consenso dei genitori, col terrore, infine, sapeva allontanare da Gavina tutti quelli che gli davano ombra.
E ciò Giuseppe non poteva tollerare, né come amante, né come amico, né come parente della famiglia di Anton Stefano. E che? Non vi sarebbe dunque stato un uomo in Gallura, capace di far stare a dovere il muto? Era poi tanto potente e terribile costui? Non era egli un uomo di carne ed ossa come gli altri?
– Dicono che sia figlio del diavolo – concludeva Giuseppe. –. Ebbene, anche per il diavolo quando ogni mezzo mancasse, c’è l’acqua santa!
Giuseppe, nel segreto del cuore, passava in esame tutti i mezzi validi per far ricredere quel forsennato; ne trovava molti, ma c’era un guaio; bisognava far le cose in modo da non dispiacere al futuro suocero, che rifuggiva dai forti attriti, e da non spaventare la cugina, che egli già amava alla follìa. Il pensiero che un altro aspirasse a quella graziosa creatura, lo inquietava molto; e allo stesso tempo non faceva che accrescere la sua passione. Provava come un dispetto geloso, si sentiva umiliato d’essere costretto a lottare con un essere che egli credeva molto inferiore a lui, sotto tutti i rapporti.
Anton Stefano – la stessa sera – tenne parola alla moglie della domanda formale di Giuseppe, e dei timori che gli incuteva il muto. Non si può immaginare la gioia con la quale la vecchia accolse la fausta nuova, che d’altronde era per lei assai vecchia; perocché la madre di Gavina aveva avuto più volte occasione di esplorare le intenzioni di Giuseppe per la sua figliuola.
Da quel momento la vecchia prese impegno di guidare lei stessa le cose.
– Lasciami fare – aveva detto al marito – se vorrai secondarmi prendendo consiglio da me, condurrò le cose in modo, che rimarrete tutti contenti.
– Temo però che noi le abbiamo troppo imbrogliate! Aveva esclamato il vecchio, non sapendo vincere un presentimento che da lungo tempo lo tormentava.
– Fida in me!
– Che Dio e San Gavino di Petra Màina ci aiutino!
– E così sia!
IX.
Tra madre e figlia
Una sera, mentre le due figlie maggiori e le serve erano tutte riunite nell’orticello, occupate nella raccolta dei legumi, la vecchia madre prese di fronte Gavina, la quale era rimasta sola nello stazzo, e le disse:
– Il tuo contegno misterioso ha già di troppo tenuto in pensiero la famiglia. È tempo ormai di togliere di mezzo qualunque equivoco. Rispondimi subito e senza reticenze! Dammi ragione della strana condotta che tieni con tuo cugino.
La fanciulla, colta alla sprovvista, arrossì, abbassò gli occhi e tacque.
– Rispondi: nutri dunque dell’odio per Giuseppe? Perché lo fuggi?
Gavina, tremante come foglia, celò il volto nella palma della mano.
La vecchia, allora, le afferrò con violenza il braccio, le alzò con forza la testa, e costrinse la fanciulla a guardarla in viso.
– Lascia le moine ridicole, e rispondimi: perché fuggi Giuseppe?
Dominata dal rigore materno, e in un accesso di passione, Gavina ruppe in singhiozzi; ed esclamò vivamente con accento concitato:
– Ma non vi siete dunque accorte che io fuggo Giuseppe perché l’amo troppo, perché la sua voce mi fa troppo male, perché i suoi occhi mi bruciano il corpo e l’anima!?
E la fanciulla, vergognosa, nascose il volto nel seno della madre, e arrossì fin nel bianco degli occhi. La fisonomia della vecchia si rischiarò d’una gioia improvvisa; ella sorrise a se stessa; e chinandosi all’orecchio della figliuola, mormorò con voce dolce e affettuosa.
– E… se Giuseppe ti avesse chiesta in isposa?…
– Lo rifiuterei con tutte le mie forze!! – esclamò risoluta la fanciulla, levando la faccia.
– E se noi si volesse che tu lo sposassi?
– Mi lascerei percuotere, uccidere da voi, ma non diverrei mai la sposa di Giuseppe, finché…
E la fanciulla esitava.
– Finché…?
– Finché il muto mi vorrà bene!
– Sei matta!?
– Non capite che giammai darò a Bastiano il dolore di un mio rifiuto, dopo che egli ha tanto bisogno del mio affetto, dopo che voi… sì, voi!… gli avete fatto credere d’essere riamato? Sarò infelice, soffrirò per tutta la vita, ma non mi torturate più oltre. Finché il muto vivrà nella speranza del mio amore, io sarò irremovibile nel mio proposito. Non sposerò né l’uno né l’altro, ecco il sacrifizio che posso fare; ma non domandate altro da me!
La madre credeva di sognare: e stava già per rispondere alla figlia, quando d’improvviso questa si tolse alla sua presenza, e sparì nell’altra camera.
La vecchia volse uno sguardo alla porta, e vide il muto che si avvicinava allo stazzo, col fucile in ispalla e con gli occhi a terra. Non aveva veduto Gavina.
Fu allora che la vecchia prese un’istantanea decisione. Andò incontro al muto, gli fece capire che la seguisse perché aveva comunicazioni da fargli, e lo condusse nel vicino chiuso, dove si trovava Anton Stefano, seduto sotto un elce.
Dopo averlo invitato a sedere, la vecchia cominciò a fargli capire co’ segni: che gli avevano sempre voluto bene, e che sempre lo avevano accolto nello stazzo come un onesto e carissimo amico.
Il muto fissò alquanto la vecchia, senza capire; ma in seguito i suoi occhi sfavillarono di contentezza, volendo dare un significato troppo benevolo a quella prima dichiarazione.
La vecchia, sempre coi gesti continuò a fargli capire, che fin’allora avevano con lui scherzato a proposito della figliuola, autorizzati a far ciò dalla piena confidenza che accorda l’amicizia; ma che era tempo ormai di regolarsi perché si trattava di cosa seria. Essi – i genitori – non potevano più oltre tollerare un’intimità che, sotto molti rapporti, poteva pregiudicare la loro figliuola.
Quantunque la madre s’ingegnasse di far capire al muto simile proponimento con gesti abbastanza espliciti, perché abituata da qualche tempo a conversar con lui; e quantunque il muto fosse abituato a comprendere i gesti della famiglia di Anton Stefano, pure quella sera pareva nulla comprendere: forse perché troppo lontano dalla crudele disillusione che gli si preparava. Egli stava con la bocca e gli occhi spalancati, cercando quasi di raccogliere tutti i pensieri che per mezzo dei segni gli manifestava la vecchia. Capiva solo che qualche sciagura gli sovrastava, poiché la fisonomia di quella donna era chiusa, e Anton Stefano non osava neppure levar gli occhi sopra di lui, lasciando tutta la responsabilità del messaggio alla moglie.
La vecchia, però, aveva pensato a tutto; e vedendo che co’ segni non raggiungeva lo scopo, tolse lentamente di tasca una scatolina di cartone, e la consegnò al muto.
Quegli l’aprì; vide i suoi orecchini, impallidì e mandò un urlo.
Aveva tutto compreso. Ritto in piedi, chiedeva spiegazioni, con gli occhi, con la bocca, con tutta la persona!
La vecchia gli fe’ intendere che Gavina non poteva più ritenere presso di sé quegli oggetti.
– Per qual motivo?
– Perché la comprometterebbero.
– Ma perché allora accettarli? – fe’ intendere il muto.
– Per sola amicizia, per non offenderti.
– E perché non può tenerli come dono di amicizia?
– Perché un sol uomo può regalare simili oggetti; un promesso, e tu non fosti mai tale.
– Non gli si disse, che, se lavorava nello stazzo per conto loro, gli avrebbero concesso la fanciulla?
– Fu uno scherzo!
– Non gli si disse che Gavina gli avrebbe voluto bene?
– Fu uno scherzo!
– Perché lusingarlo, accettandolo nello stazzo?
– Scherzo!
– E che male potrebbe venire a Gavina, se ritenesse, come una memoria, i suoi orecchini?
X.
Un giuramento
Il muto era fuor di senno; e Anton Stefano ben sapeva di quanto sarebbe stato capace quel mostro per mettere in opera la sua minaccia.
Non frappose tempo in mezzo. Anton Stefano, all’indomani, si recò negli stazzi della Trinità per conferire coi Vasa e con gli altri parenti di Bastiano. Espose lo stato delle cose: le minaccie e le pretensioni del muto, i timori e le inquietudini della famiglia.
I parenti, essi stessi, riconobbero le sciocche pretese del muto, e promisero d’intromettersi nella questione per scongiurare qualunque imprudenza. Essi assicurarono Anton Stefano, che avrebbero calmato Bastiano, strappandogli il giuramento che non avrebbe recato danno ai parenti della Gavina.
E se riuscivano ad ottenere la promessa, si poteva star tranquilli, poiché Bastiano era scrupoloso nel mantenere un giuramento: avrebbe cento volte perduto la vita, anziché mancare alla sua parola. In mezzo ai suoi vizi, il muto possedeva la virtù di qualunque sacrifizio. Strano miscuglio di fierezza, di generosità e di ferocia!
Il muto – sollecitamente consultato – fu irremovibile nel suo proposito, e rispose ai parenti che l’insulto ricevuto era stato sanguinoso, e che il rinunziare alla vendetta era tal vigliaccheria che non entrava nel suo carattere e nelle sue abitudini.
◊ ◊ ◊
Passarono alquanti giorni. L’ira del muto si era a poco a poco calmata, per dar luogo a riflessioni più ragionevoli.
Nelle sue lunghe solitudini, errante per la campagna, egli ripensò ai suoi casi: al suo primo incontro con Gavina, alle gentilezze della famiglia di Anton Stefano che lo aveva accolto nel suo seno come un figlio, senza badare ch’era un fuggiasco, un perseguitato, un assassino; pensò che nell’Avru aveva trovato asilo, pane, compassione; pensò alla bella fanciulla tanto cortese con lui, rifletté con mente serena all’accaduto, e si persuase che non era giusto pretendere da quella famiglia il sacrifizio di Gavina; non trovava giusto che quella ingenua e cara figliuola si vincolasse ad una creatura imperfetta, ad un sordo-muto condannato ad una vita errante, ad un colpevole inseguito dalla giustizia. Finì per persuadersi che non era stato un galantuomo; che doveva riconoscenza a Gavina, alla sola fanciulla che dopo sua madre, lo aveva amato; si persuase che non doveva rispondere con ingratitudine ai benefici ricevuti, recando la guerra dov’egli aveva trovato la pace, recando la sventura dove aveva trovato il conforto.
Stanco di aver camminato tutta la giornata in preda a tante emozioni, Bastiano sedette, chiuse la testa fra le due mani, e si diede a piangere forte a singhiozzi, come un bambino.
Si sentiva troppo solo, troppo abbandonato, non aveva più casa dove recarsi per riposare, per ricevere una parola di conforto. Cacciato dallo stazzo di Anton Stefano, non gli restava da invocare che la morte. Da un anno era stato un onest’uomo, ed ora era sul punto di ridiventare un assassino.
E fu appunto in uno di questi momenti di ambascia e di conforto, in cui la creatura umana sentesi capace di slanci generosi, che il Vasa ed i parenti trovarono il muto, e lo esortarono alla pace, alla clemenza, ed all’oblìo; fu in un di quei momenti che lo colsero e gli strapparono il giuramento di non mai recare offesa alla famiglia di Anton Stefano.
Bastiano giurò solennemente: ma non fu per riguardo a Giuseppe, suo rivale, né in grazia di Anton Stefano e della moglie, i quali lo avevano troppo offeso e quasi scacciato! Egli giurò per il solo affetto di Gavina che amava tanto, e che avrebbe per sempre perduta, abbandonando lo stazzo.
E quando Bastiano Tansu giurava, sapeva mantenere con la vita il giuramento; e i parenti lo sapevano, e lo sapeva tutta la Gallura!
XI.
Cuor di madre
Quando la famiglia di Anton Stefano seppe dai Vasa del giuramento strappato al muto visse più tranquilla.
La madre di Gavina cominciò a vedere il frutto de’ suoi raggiri, ma non era ancora soddisfatta. Il muto aveva tutto obliato, o almeno aveva finto di obliare; ma egli non aveva sospese le visite all’Avru, dove si presentava per passarvi al sicuro qualche notte, per chiedervi un tozzo di pane, o per lavorare volenteroso.
La presenza del muto nell’Avru non tornava gradita ad alcuno, poiché poneva inciampo alle intenzioni di Giuseppe, teneva in continua agitazione i due vecchi, e impediva alla Gavina di mostrarsi benevola col cugino. Essa lo aveva ben detto alla madre: «finché il muto mi vorrà bene, io non sarò mai d’altri, poiché non voglio che soffra!».
E per vero era incomprensibile il sentimento che avvicinava Gavina a Bastiano! Era pietà, riconoscenza, rimorso, o paura? Forse un po’ di tutto. Da qualche tempo l’improvvisa comparsa del muto faceva in lei uno strano effetto. Dinanzi a lui rimaneva come paralizzata, subendo il fascino di quelle nere pupille che la fissavano, come la vipera fissa l’uccelletto per ammaliarlo. Ma perché, poi? L’ignorava! Sapeva solo d’essere schiava di quell’uomo, e gli ubbidiva ciecamente come se lo riconoscesse per suo signore. Non aveva paura, ma gli voleva bene, la sdegnava la sua presenza, ma si sentiva inquieta quando lo sapeva lontano.
Gavina, ormai, non comprendeva se stessa. Giunse persino a credersi dominata dallo spirito infernale, e invocò il perdono di Dio, nel dubbio ch’ella fosse dannata. Pregò, stancò il Cielo, ma nessun santo le tolse dal cuore il misterioso sentimento che la turbava.
A Giuseppe avevano taciuto le minaccie di Bastiano e gli accordi presi co’ parenti. Né Anton Stefano, né sua moglie, avevano creduto conveniente informarlo dell’accaduto. Le circostanze erano gravi: il vecchio non era troppo alieno dall’accordare al muto la mano della sua figlia: la madre però, donna prudente, si era incaricata dell’assestamento delle cose e pensava a trar profitto della situazione.
Il muto, dal suo canto, non supponeva le cose inoltrate come lo erano; credeva anzi che Giuseppe ignorasse sempre le sue intenzioni a riguardo di Gavina.
◊ ◊ ◊
Dal giorno che la vecchia gli aveva restituito i doni, il muto non si era mai trovato da solo a sola con la fanciulla; poiché la fanciulla aveva saputo trovar modo di sfuggirlo, come sfuggiva Giuseppe, di cui era seriamente innamorata.
Dacché Bastiano aveva fatto ritorno all’Avru, si era notato un cambiamento nelle sue abitudini. Non scherzava più, né rideva come prima; sedeva in un canto del piazzale, e lavorava tranquillamente non preoccupandosi di nulla, neppure delle insidie che potevano venirgli tese come bandito. Ma da questo lato aveva sempre una misteriosa sorvegliante: Gavina, la quale, quantunque in apparenza distratta, non dimenticava mai di volgere uno sguardo all’ingiro, per far la guardia al suo protetto.
Una sera, mentre le donne erano raccolte nello stazzo, la moglie di Anton Stefano aveva trovato modo di appicar discorso con Giuseppe, e lo aveva tratto seco, per la piccola viottola che conduceva all’ovile, poco distante.
Giuseppe quella sera era molto preoccupato; e la futura suocera ben sapeva il motivo della sua inquietudine.
– Cos’hai, Giuseppe? – le disse, fingendo un’aria distratta.
– Sono annoiato.
– Un po’ di pazienza, figliuolo mio! Le cose si appianeranno.
– Temo che la Gavina non mi voglia bene!
– Timori sciocchi! La Gavina non pensa che a te, e te ne darei le prove più convincenti, se delicatezza di madre non mi consigliasse di tacere.
– Quel muto che non vuol abbandonare lo stazzo m’indispone… m’irrita!
– Che vuoi? È un povero bandito che tutti siamo in dovere di proteggere.
– Mancano forse altri stazzi in Gallura? Perché lo abbiamo sempre fra i piedi?
– Pazienza, figliuolo! Bastiano finirà per andarsene.
– Pare però che ne dimostri poca voglia.
– Si stancherà di venirvi.
– E… se non si stancasse?
– Allora si troverà il modo di farlo stancare.
La suocera pronunciò queste parole con un tono così secco, che Giuseppe si fermò di botto, e la fissò in volto.
– E qual modo?
La suocera lanciò un’occhiata al nipote, e si strinse nelle spalle.
Giuseppe capì, o credette capire. Capiva che non bisognava render la suocera responsabile di certi avvenimenti.
Camminarono insieme per un buon tratto di strada ma senza discorrere. Quel silenzio non faceva che far maturare nel cervello di Giuseppe l’idea che vi era stata gettata, come a caso, dalla futura suocera. L’eco delle ultime parole della vecchia non si era perduto nello spazio: si ripercuoteva ancora nelle orecchie dell’amante.
Giuseppe era sopra pensiero. Grosse goccie di sudore grondavano dalla sua fronte: ed egli le asciugava col fazzoletto. La vecchia finse di far cadere ad arte il discorso sopra ad altri argomenti, ma Giuseppe non sentiva; esso andava ruminando quella idea, quasi rivoltandola da tutte le parti, come per trovarvi il lato più comodo per realizzarla.
Dopo un lungo silenzio, la vecchia domandò a Giuseppe se nelle sue terre di Bortigiadas aveva seminato molto grano, e Giuseppe, che non sentiva nulla, gli rispose cupo, con altra domanda.
– Ditemi… il muto ha proprio giurato di non offendere la vostra famiglia?
Sì – rispose la vecchia; e siccome capì che il pensiero di Giuseppe non era uno scrupolo di coscienza, riprese – però, i parenti del muto non richiesero da noi un ugual giuramento.
– E come mai hanno potuto omettere una formalità così importante?
– Ma!… chi lo sa?!
Continuarono a passeggiare, fecero ritorno a casa ma non pronunciarono nessun’altra parola sul muto.
Avevano detto abbastanza, e forse Giuseppe credette capire più di quanto la vecchia aveva voluto dirgli. Il geloso cugino pensava per proprio conto, ma voleva creare un pretesto per mettere in pace gli scrupoli della coscienza.
XII.
Si rompe ogni indugio
Era l’ora di stanchezza e di melanconia, in cui si ristà dal lavoro; quell’ora che non è giorno, né notte troppo tardi per lavorare, troppo presto per andare a letto; l’ora in cui i grilli cantano con più sentimento e in cui le civette e i gufi della Gallura cominciano la monotona serenata degli sbuffi e dei fischi cadenzati; l’ora che invita le madri a preparar la cena, e le figlie a ricambiare una stretta di mano con l’innamorato.
Una quiete serena regnava per le campagne nell’Avru.
Anton Stefano e Giuseppe si erano allontanati per visitare alcuni terreni, verso l’Adu di Sarzughe. La mamma, con le serve, era in cucina, intenta a impastar la farina; le due figlie maggiori si pettinavano sul limitare dell’uscio e Gavina si era recata nel cortiletto, per spiccare dalle corde i pannillini che il sole con tutto comodo aveva rasciugato nelle sue dodici ore di viaggio.
Bastiano, seduto all’estremità del piazzale, era quasi solo. Col fucile fra le ginocchia e col volto fra le mani, pareva riflessivo, annoiato. La vecchia per un po’ di tempo lo aveva tenuto a bada; poi lo aveva piantato lì senza tanti riguardi, per accudire alle faccende domestiche. Voleva fargli capire che la sua presenza cominciava ad essere incresciosa, e che se veniva tollerato, lo era solo per cristiana misericordia.
Il muto non era così gonzo da non avvedersi della diversità di trattamento che riceveva in quella casa. Capiva benissimo che nello stazzo era di troppo, ma si era rassegnato a subire qualunque umiliazione, pur di non rinunziare alla vista di Gavina. Giacché ogni altro conforto gli era niegato.
La fanciulla dal suo canto, non faceva che contraccambiargli il saluto, senza trattenersi con lui, come per lo passato. Ella aveva disposto le cose in modo, che non le rimanesse un minuto di libertà. Era sempre affaccendata in occupazioni, create lì per lì per darle il pretesto di star lontana dal muto.
Bastiano fingeva non accorgersi di nulla; sorrideva mestamente al sorriso di Gavina, ma provava una stretta al cuore.
Stanco finalmente di rimaner solo nel piazzale, egli si alzò lentamente si accostò all’uscio dello stazzo vi cacciò dentro la testa, e mandò dalla gola un urlo. Quell’urlo era la buona sera ch’ei soleva dare alla famiglia, quando lasciava lo stazzo.
La vecchia con le maniche della camicia rimboccate era venuta in sulla soglia per restituire il saluto a Bastiano; ma era subito rientrata in casa, perché vi si faceva il pane, e non poteva abbandonare la pasta.
Il bandito prese a destra, verso Aggius; fece il giro dello stazzo, e passò dinanzi al cortiletto, dove Gavina ritirava i panni dalle corde.
La vide, e si fermò a contemplarla.
Gavina non aveva sentito le pedate del muto né poteva immaginare che in quella sera l’ospite lasciasse lo stazzo prima dell’ora.
Dopo aver alquanto riflettuto, Bastiano si diresse pian piano verso di lei, e le si fermò dinanzi.
L’inaspettata apparizione fece trasalire Gavina; ma non ebbe il tempo né credette conveniente allontanarsi da lui. Chinò gli occhi a terra, si lasciò cadere le braccia lungo il corpo, e stette immobile, come se aspettasse una condanna dall’uomo ch’ella aveva involontariamente lusingato co’ sorrisi e le attenzioni.
Gavina teneva sempre la testa bassa; non guardava il muto, ma sentiva il fascino di quegli occhi lampeggianti che le metteva un brivido in tutta la persona. Il bandito non fece altro che allungare la mano verso di lei, e col pollice e l’indice le pizzicò dolcemente il lobo dell’orecchio, come per chiederle conto degli orecchini che vi mancavano.
La fanciulla comprese quanto il muto voleva dirle, levò gli occhi su lui, quasi per implorare pietà; e con le mani giunte, fissando il muto con uno di quegli sguardi che di consueto lo disarmavano, gli fece intendere che la perdonasse; che lei non ci aveva colpa che lo avrebbe amato sempre… ma come un fratello.
Ma Bastiano non faceva che guardarla negli occhi, dimenticando le promesse fatte e gli avvertimenti di Anton Stefano e della moglie.
La belva era domata. Bastiano si avvide bentosto che aveva bisogno di allontanarsi da quella donna per gustare tutte le voluttà dell’odio. Dinanzi a lei non provava che amore, soltanto amore.
Fra le stranezze del suo sentimento, ve n’era una che non sapeva spiegare: egli non aveva mai nutrito odio né rancore per Gavina, cercava sempre in altri le cause della sua infelicità, non mai nella figlia di Anton Stefano.
Finalmente, temendo di venir sorpreso da qualcuno, o di commettere qualche imprudenza, il muto stese la mano a Gavina, come per darle e ricevere un saluto, un addio. La fanciulla, dopo aver esitato, si decise a mettere la sua bianca manina in quella ruvida di Bastiano, e allo stesso tempo portò il grembiale agli occhi, per asciugarsi le lacrime che cadevano copiose.
Allora il muto, con dolce violenza si recò alle labbra quella mano prigioniera, e v’impresse un bacio infuocato.
Ad un tratto però, Gavina levò la testa. La sua fisonomia si era d’improvviso trasfigurata: i suoi occhi scintillavano di gioia: le sue labbra tremanti si erano composte ad un ineffabile sorriso, mentre le sue orecchie tese parevano carezzate da una musica celeste.
Che cosa era avvenuto?
Bastiano ebbe un lampo di speranza!
Ma l’infelice si era ingannato! L’emozione di Gavina, che lo rendeva pazzo di gioia, avrebbe dovuto invece gettarlo nella disperazione.
La timida fanciulla aveva udito la voce di Giuseppe, il quale tornava dall’Adu di Sarzughe in compagnia del padre, e quella voce aveva la virtù di accenderle il sangue. Il suo Giuseppe canterellava una strofetta che suonava per lei rimprovero.
Bedda, palchì tanti peni
Senza mutiu mi dai?
Sarà forsi palchì m’hai
Siguru in li tò cateni?
Pallida, spaventata misurando la gravità della sua imprudenza, Gavina tentò svincolare la sua mano dalla mano del muto; ma il muto non volle lasciare la fanciulla senza dirle coi segni:
– Non devi amar nessuno! perché sarei capace di uccidere l’uomo che ti facesse sua!
Gavina mandò un grido d’orrore, si svincolò da quella mano d’acciaio, e fuggì verso lo stazzo.
Bastiano era sordo, né aveva udito la canzone di Giuseppe. Accecato dalla passione, si era lusingato del turbamento di Gavina; credeva l’insensato, che l’amore si destasse nel cuore della fanciulla, mentre invece esso andava spegnendosi.
Col cuore pieno di speranze, riprese la viottola tortuosa che conduceva alla valle di San Gavino…
Il canto di Giuseppe si era bruscamente interrotto.
Tanto Anton Stefano, quanto il suo futuro genero, avevano veduto nella penombra la Gavina correre spaventata verso lo stazzo; e poco dopo il muto che se ne allontanava frettoloso, prendendo la viottola dell’orticello. Entrambi immaginarono la ragione di quella fuga, e ne provarono dispetto e gelosia. L’uno però non comunicò all’altro l’impressione ricevuta. Giuseppe, calmo in apparenza, disse al vecchio che era suo desiderio rientrare nell’Avru dalla parte del piazzale, non volendo incontrarsi col muto, e difatti prese la scorciatoia. Anton Stefano tirò dritto per la sua strada, volendo invece andare incontro al muto.
Gli tagliò infatti la strada, e gli si piantò dinanzi. Bastiano fu costretto a fermarsi.
– Donde vieni? – gli disse con un gesto e con piglio burbero Anton Stefano.
Il muto allungò la mano, e gli indicò lo stazzo.
– Non vuoi dunque capire che le tue visite sono importune?
Il muto allungò il collo e aprì la palma delle mani per domandargliene la ragione.
– Perché mia figlia è fidanzata con Giuseppe, ed è tempo che tu smetta le molte corbellerie che hai per la testa!
– E che faccio a tua figlia? – continuò Bastiano sempre co’ suoi gesti abituali.
– Fai, che m’indisponi il fidanzato, mi spaventi la figliuola, e mi turbi la casa, dove non siamo più padroni di vivere come ci pare e piace!
– E così… non devo più venire nello stazzo?
– No – fece Anton Stefano, dondolando l’indice della mano destra.
– E se io venissi?
Anton Stefano, infastidito, fece col piede il gesto di dargli un calcio.
– Hai capito, finalmente? Non ti voglio più trovare nello stazzo. È la seconda volta che ti ho avvertito; alla terza saprò come regolarmi!
– Mi ucciderete forse?!
– In casa mia non ti voglio né morto né vivo! Intendi?!
E senz’altro dire, né aspettare risposta, Anton Stefano piantò il muto in mezzo alla viottola e s’incamminò verso lo stazzo.
Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava; indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.
L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio, gli avevano fatto salire il sangue al cervello.
Continuò la strada con la testa china, camminando a sbalzi, con un tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel cuore.
Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come aveva detto al suocero. Aveva fatto un lunghissimo giro, coll’intento di tagliar la strada al muto, verso la vallata.
Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per amor della cugina i capricci del sordomuto; e sebbene fosse sicuro dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.
Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire una frase molto significante; se il muto non si stancherà di frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.
La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.
Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in tempo…
Dieci minuti dopo si udì una detonazione.
Bastiano Tansu – che aveva oltrepassata di cinquanta passi la metà – sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece due salti avanti e si voltò. Si udì un altro sparo, e una seconda palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.
Questa volta, però, Bastiano credette ravvisare il suo nemico che saltava una siepe, e gli mandò dietro una palla, che non lo colse.
L’ira che acciecava i due rivali, e l’ora tarda, avevano mandato a vuoto i loro colpi.
Bastiano seguì con gli occhi l’uomo che si allontanava, guardò il calcio rotto del suo fucile e compose le labbra ad un riso infernale.
– Non ti ringrazio di avermi salvata la vita – pensò con rabbia – perché della vita son stanco. Ti ringrazio, perché poni in pace la mia coscienza. Miserabili! – aggiunse, minacciando con la mano l’Avru – voi mi avete sciolto dal più insensato de’ giuramenti!
E continuò la strada incamminandosi verso gli stazzi della Trinità d’Agultu.
XIII.
Vendetta
I capitoli seguenti, che parlano della fine della “storia d’amore” fra Bastiano e Gavina sono completamente romanzati
Era la notte del 5 al 6 luglio del 1857.
A passi lenti, chiuso ne’ suoi pensieri, camminava per ore ed ore, senza sapere ove andasse.
Si aggirava inquieto intorno allo stazzo dell’Avru; ma finiva per ritornare ad uno speco, chiuso fra tre massi di granito, per poter fissare il pallido lume che vedeva sfavillare laggiù, in mezzo alle tenebre: stella funesta che annunziava una vendetta, punto luminoso che pareva additasse una vittima da colpire.
Dal giorno che Anton Stefano lo aveva coperto d’insulti; dal giorno che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo: né in quello dell’Avru, né in altri.
– Ormai son solo! – ei pensava –. Non ho più sposa non ho più amici, non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi. Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!
E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici, e più di tutti ai parenti; ai parenti che gli avevano strappato il giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale. Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano essi cercato il mezzo più facile di disfarsi di lui, perché stanchi di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia, per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli davano.
Rabbia, dispetto, vendetta: erano questi i sentimenti che si combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del 6 luglio!
Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e sua moglie! – così ragionava Bastiano –. Essi soli avevano congiurato la sua morte. Mancava loro un braccio punitore, e lo avevano trovato in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un assassinio. «E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto, come uno strumento inservibile. E mi sta bene!».
E Gavina?
Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso; e al ricordo di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente, sentiva il sangue affluirgli al cuore.
Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato, volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.
– Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che si lasciò dominare dalla moglie: da colei che mi ha preso a gabbo: che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’abbraccio non dev’essere per alcuno un giorno di gioia, dev’essere per tutti un giorno di lutto!
E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocché in mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che quel lume lontano che altri forse avrebbescambiato con gli astri del firmamento, non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo dai fuochi della terra!
Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli si presentava sotto un diverso aspetto; la terra aveva per lui nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella foresta dell’Inferno, e forse l’inferno aveva soffiato nella sua anima.
Tutto gli parlava di morte.
Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri fantasmi.
Tutto, a lui d’intorno, aveva vita, tutto aveva una parola.
Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli addosso, quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli pareva di calpestare sangue aggrumato ; quando s’internava nelle foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe, oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano assassinate.
E pensava raccapricciando:
– Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, anche sui graniti e sulle piante!
◊ ◊ ◊
Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava, ma il muto vegliava per loro.
Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano passò la notte a guardare le stelle, finché le vide sparire ad una ad una.
I primi bagliori del giorno nascente cominciarono a tingere le creste dei monti d’un color scialbo.
Bastiano era stanco, pallido, intirizzito, ma non staccava gli occhi dalle casette dell’Avru, che cominciavano a rischiararsi a poco a poco.
A un tratto la porta dello stazzo si chiuse, e un uomo comparve sulla soglia.
Era il pastore Anton Stefano che aveva lasciato le coltri per esplorare il tempo. Era l’ora in cui le sue cure lo chiamavano alla campagna e il muto lo sapeva, perché pratico delle abitudini di quella famiglia.
Al disotto dello speco che serviva di vedetta a Bastiano era un sentiero che conduceva ad un chiuso. Per di là doveva passare il povero vecchio.
Un’ora dopo il sole gettava i suoi sprazzi luminosi sulla campagna, che pareva destarsi alla vita.
Anton Stefano accese la pipa, montò sulla sua cavalla, s’incamminò, passo passo, per la viottola che rasentava la collina.
Il muto fremette. La vista di quell’uomo produsse in lui un effetto singolare. Mentre da un canto sentì riaccendersi nell’anima l’ira e la vendetta, dall’altra gli tornarono in mente l’affetto e la generosità di quel vecchio pastore, che un dì lo aveva raccolto, protetto, alimentato…
Un velo di sangue offuscò la sua ragione, e sentì mancarsi. Aveva un tremito alle mani, ed un cupo ronzio alle orecchie.
Aveva sempre colpito le sue vittime con freddo coraggio… e questa volta si sentiva pusillanime.
Chiuse gli occhi spaventato di se stesso, sperando quasi che ilpastore potesse salvarsi oltrepassando la mèta. Li riaprì lentamente dopo alcuni minuti… e guardò.
Anton Stefano trovavasi sotto di lui, a tiro del suo fucile.
Bastiano era pallido, tremante.
Gli parve che uno spirito infernale fosse entrato nel suo corpo, e che operasse nel suo spirito indipendentemente dalla volontà.
Egli guardava a sé dinanzi, come inebetito, non opponendo alcuna resistenza alla forza misteriosa che ridestava i suoi istinti di belva.
Il fucile passò dalle sue ginocchia alle sue mani; ne montò il grilletto, lo spianò, puntò… e chiuse nuovamente gli occhi, quasi sperando che il colpo andasse a vuoto.
Si udì una detonazione.
Anton Stefano ebbe appena il tempo di girare la testa per sapere dond’era partito il colpo. Vide il suo feritore lassù, in piedi fra due cespugli, con gli occhi e la bocca spalancati.
Mandò un grido acuto, portando la mano destra al petto… Barcollò, si contorse, tentò afferrarsi alla criniera della cavalla, ma cadde a terra gridando aiuto per due volte.
Il muto, svelto come un capriolo, era sparito fra i macigni ed i lentischi.
◊ ◊ ◊
Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia la disgrazia toccata al suo padrone.
In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva, tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.
Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.
Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera, l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi, stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.
– Chi ti ha colpito? Parla! parla! – gli chiedevano con ansiosa premura i servi.
– Il muto, non è vero? – esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo respiro il nome dell’uccisore.
Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:
– Date uno scudo a San Gavino… Mi ha ucciso il muto… Dovevamo prevederlo!
Non disse altro.
La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia straziante che durò due ore.
Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto, esclamò con risentimento:
– Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione di diciotto uomini!
PARTE QUARTA
FINALE
I.
Sulla china del monte
Erano trascorsi dieci mesi.
La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.
Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura, stanca, parea cercasse il riposo.
I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano, sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide l’Isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva in rosso tutte le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.
La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poiché nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche, recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte; i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte, da rosse si erano fatte violacee, da violacee turchine. E la natura diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.
Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme, perdendosi in isfumature leggere, o cariche.
La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnio monotono delle campanelle.
Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.
Camminava lento lento, con passo incerto, col passo stanco del proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e senza tema d’insidie.
La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre, col proposito di fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno poteva aspettarlo.
La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’Ave Maria, e quei rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si perdevano in un fievole lamento.
Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’Ave Maria, ma egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.
Bastiano – poiché era lui – levava di tanto in tanto gli occhi, quasi misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui pareva diretto.
Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.
Tratto tratto, il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le punte di tramontana.
Una forza misteriosa pareva spingerlo verso la vetta del monte, sul quale saliva; ma un pio desiderio, un ricordo lontano, un sentimento doloroso gli faceva volgere la testa per salutare quelle due montagne da cui si allontanava: la Crocetta e Pietra Màina. Tutta la sua vita si era svolta là, fra quelle due punte che gli parlavano d’Aggius e dell’Avru, della patria e dell’amore, della madre e dell’amante, le sole donne che lo avevano amato sulla terra.
Bastiano pareva chiedere ai monti d’Aggius la benedizione di sua madre, e ai monti dell’Avru il perdono della sua Gavina.
Sogni! sogni! La madre in quell’ora riposava nel silenzio del sepolcro, e la Gavina forse posava il capo sul petto del suo Giuseppe!
Ormai lo sapeva: Gavina non poteva esser più sua. Egli stesso aveva spezzato l’ultimo filo di speranza. Fra lui e la cara fanciulla sorgeva minacciosa l’ombra d’un vecchio canuto che gli rinfacciava l’ospitalità tradita. E Gavina non poteva più stendere la mano ad un assassino, a colui che le aveva ucciso il padre!
Bastiano era già arrivato alla metà del monte. Saliva lentamente, svogliato, senza fretta, come se poco gli premesse arrivarci presto o tardi. Poteva andare incontro a un agguato, o poteva anche sfuggirlo: poco gli premeva. Non aveva premura, tutto il tempo era suo, e nessuno poteva chiedergliene conto.
Quell’essere umano come un punto nero, si era confuso nelle ombre vaporose del monte.
Saliva, saliva sempre, volgendosi ad ogni istante per salutare le punte di Petra Màina, che spiccavano ancora in tinte rosee su un cielo nero. Quelle di Aggius non le vedeva più perché si erano nascoste dietro il Monte Spina. Prima dell’amore, era sparita dai suoi occhi la patria!
Strano contrasto! A ponente un cielo limpido, sereno; a levante le nuvole si addensavano minacciando un uragano.
Il muto giunse finalmente al culmine di Cucurenza. Uscito appena dal seno tenebroso del monte, il suo cappuccio accuminato si disegnò sul fondo rosso del cielo. Dalle falde del cappotto usciva la canna del suo fucile, ch’egli portava sotto il braccio. Veduta da lontano, quella figura pareva il mezzo busto di un nero cappuccino, disegnato nel fondo trasparente di un cielo luminoso.
Quando raggiunse il culmine, stette alcuni minuti immobile, colla testa rivolta verso le punte d’Aggius e dell’Avru, ch’egli salutava per l’ultima volta; poi parve sprofondarsi a poco a poco, finché non si vide che il solo cappuccio accuminato. Poco dopo anch’esso si abbassò… e scomparve.
La bruna vetta del monte tornò a distinguersi nettamente sul limpido sfondo del cielo.
Dov’era andato Bastiano? Era forse disceso nell’altro versante del monte, oppure si era fermato sulla spianata dove sorge la chiesetta di San Giuseppe? Era forse un’ambascia senza nome che lo spingeva lassù, a chiedere il perdono dei suoi peccati? Oppure aveva proseguito il suo cammino fino a Paduledda, o a quella Cala Falsa, dove nel 1671 furono tratti in inganno il marchese di Cea e i suoi compagni, dal traditore Don Giacomo Alivesi?
Le nuvole salivano sempre, e l’azzurro del cielo spariva a grado a grado sotto le loro spire.
La notte aveva tutto cancellato, tutto avvolto nelle sue ombre: l’uomo ed il monte!
Il Terribile, il feroce bandito che dovunque aveva seminato lo scompiglio e il terrore era finalmente scomparso al di là di Cucurenza.
Gli abitanti tutti della Gallura, con grido unanime, avevan sempre imprecato al mostro, al dannato, al maledetto.
Ma chi mai era penetrato nel buio sepolcrale di quella coscienza che non s’era rivelata che a Dio? Chi mai aveva saputo leggere in quell’anima tribolata, per incidere una condanna infamante sul libro della storia? Gli uomini non certo. Il loro Codice, forse? No: il muto era fuori dalla legge, com’era fuori dal mondo; perché le leggi sono fatte per gli uomini, e Bastiano non era un uomo!
Colui che giudica questi disgraziati alla stregua della propria educazione, forte dei sani principî appresi dall’esempio della famiglia e dell’insegnamento della scuola, non può farsi un giusto concetto del loro valore, e ben di rado sa trovar una parola di compatimento pietoso, in favore di una creatura che, per avversità di fortuna o di destino, ha sempre vissuto nelle tenebre di una feroce ignoranza.
La società ha creato il maestro ed il giudice; il primo perché insegni le buone regole del vivere civile, il secondo perché applichi gli articoli del codice ai trasgressori delle leggi sociali. Ma il muto, a cui il giudice applicava le pene, aveva egli fruito, o poteva fruire degli insegnamenti del maestro? A qual coscienza doveva attingere Bastiano i sentimenti nobili, egli nato sordo e muto, cresciuto nella miseria e nell’ozio, gettato in mezzo ai boschi, e condannato a vivere ramingo con l’odio nel cuore e l’urlo della fiera sulle labbra? Qual concetto poteva egli formarsi dei diritti e dei doveri sociali?
I diritti ed i doveri li aveva ben esercitati con lui la giustizia umana, quando per punirlo lo aveva perseguitato di balza in balza, di monte in monte. Ma, non so se il miglior vanto della legge consista proprio, come si crede, nella superba scritta incisa sopra il banco dei giudici! Se è vero che la legge è uguale per tutti, è vero altresì che non tutti sono uguali davanti alla legge; e la ragione potrebbe esser questa; che il Codice è uno e gli uomini sono molti!
D’altra parte bisogna pur convenire, che il Codice penale è clemente coi sordo-muti, e infatti coll’art. 92 li assimila ai giovani maggiori di 14 e minori di 18 anni, e commuta generalmente la pena di morte in quella della reclusione per anni quindici! E vi ha di più: risparmia loro la proibizione dell’uso della parola, che forma il principale supplizio dei reclusi!
Bastiano era come il granito dei suoi monti. Al silenzio che lo circondava non aveva risposto che col silenzio. Nessuno più lo comprendeva, ed egli non se ne dolse. Dopoché si era dileguata la speranza dell’amore, non sentì più il bisogno d’essere compreso.
Nel suo cuore senza speranze, come quella notte senza stelle, era sceso un silenzio sepolcrale.
Bastiano ubbidiva ciecamente al destino.
Ed era scomparso nell’ombra al di là del monte nero.
◊ ◊ ◊
Appena scomparso il muto tre uomini uscirono da uno dei crepacci di granito che sono alle falde di Cucurenza. Erano tutti armati di fucile, e col cappuccio tirato sugli occhi.
Ciascuno di essi, il giorno prima, era partito da un punto diverso: da Bortigiadas, da Aggius e dalla Trinità di Agultu. Si erano trovati insieme la mattina seguente: verso sera avevano attraversato le vallate di Conchedda e di Chiligheddu, tra Montiju di li Culzi, e il rio Pirastro, e la vista di Bastiano li aveva colpiti in un modo singolare, tanto che, istintivamente sentirono il bisogno di celarsi, per non essere veduti. Si sarebbe detto che l’improvvisa comparsa del muto, rispondesse a completare un piano da lungo tempo meditato.
Fra quei tre uomini furono scambiate a voce bassa le seguenti parole, che io riporto fedelmente, lasciando al lettore la cura di decifrarne il misterioso significato, a me ignoto:
– Pare proprio il destino – disse l’uno.
– Oppure il diavolo – soggiunse l’altro.
– Dunque?… esclamò il terzo con l’impazienza di chi vuol troncare ogni chiacchiera per venire ad una conclusione.
– Dunque è intesa.
– A quando?
– A domani, se non avrò intoppi.
– Dove?
– Non lo so. Forse alla Trinità, forse allo Stagnone, forse a Littu di Zòccaru!
– Come?
– Ciò mi riguarda.
– È giusto. Dove hai attinto le informazioni necessarie?
– A Tempio.
– Perché non ad Aggius?
– Perché in Aggius le nevi si sciolgono molto prima che a Tempio.
– E vuol dire?…
– Che ad Aggius fa più caldo di Tempio.
– Ho capito. Io pertanto ritornerò in paese.
– Ad Aggius?
– Sì. Ditemi però: nel caso… chi di voi mi avviserà?
– Io no, perché sono incaricato di recarmi sotto Castel Doria per riferire sul mio operato.
– Allora sarò io – disse il secondo. – Domani dovrò trovarmi sul monte della Crocetta, dove ho un appuntamento con un aggese.
– Ti aspetterò in paese.
– Dimenticate ch’io sono un fuoruscito?
– Come farai dunque?
– Aggius è alle falde della Crocetta.
– Ebbene?
Quest’uomo allora abbassando la voce, come se temesse che i graniti di Cucurenza gli facessero la spia, spiegò il suo disegno.
– Ben trovata!
– Siamo dunque d’accordo.
– Una pietra nel pozzo.
E i tre uomini si separarono. Due di essi fecero il giro del monte da parti opposte; il terzo tornò indietro, e a passi frettolosi prese la direzione d’Aggius.
II.
Il Gran Tamburo
All’indomani l’alba fu più tarda ad affacciarsi ai colli di Calangianus. Neri nuvoloni correvano il cielo, sospinti da un vento furioso di tramontana.
Era uno degli ultimi giorni di marzo. Le punte del Giugantino, ricoperte di neve, spiccavano nettamente nel cielo nerissimo, il quale somigliava ad un manto funereo steso sulla Gallura.
Lontan lontano udivasi un urlo cupo, prolungato, lamentoso. Pareva l’urlo d’una lupa che chiamasse al covo i lupicini, per metterli al sicuro dalla tempesta imminente, annunziata da un improvviso acquazzone.
Le aguzze creste dei monti d’Aggius, che prima parevano sfidare l’ira degli elementi, erano ad un tratto scomparse sotto una nuvola nera. Avresti detto che sulle punte maledette si covasse un delitto che si voleva nascondere all’occhio degli uomini. Il diavolo si compiace di lavorare nel mistero degli uragani.
Il sole, durante la giornata, non era riuscito a fare uno strappo al denso velo che ricopriva la volta celeste, ma l’orizzonte, a ponente, era solcato da spessissimi lampi. Gli uomini della campagna assicuravano che la sera sarebbe stata uguale al mattino, e la notte assai più tempestosa della sera. Ond’è che ognuno avea curato di mettere in salvo i propri armenti, ritirandoli negli ovili.
Gli aggesi erano rientrati nelle loro case, e si erano rinchiusi per mettersi al sicuro dalla collera di Dio, e da quella degli uomini, più temibile ancora. I bambini si erano rintanati in fondo alle stanze; le vecchie mormoravano una preghiera per gli assenti, invocando tutti i santi del paradiso ad ogni lampo che faceva capolino dalle fessure delle porte e delle finestre.
◊ ◊ ◊
Attorno a pochi tizzi che fumavano crepitanti sul focolare d’una casetta, posta all’estremità superiore del villaggio, stavano raccolte parecchie persone, componenti una famiglia.
La padrona di casa, piuttosto giovine e alquanto malaticcia, era già a letto, insieme coi suoi due bambini; la vecchia nonna, settantenne, si riscaldava dinanzi al fuoco; ed il capo della famiglia, un uomo sui trent’anni, dalla barba nera e dai capelli lunghi, era in piedi vicino a un cassettone antico, intento a ripulire le canne del suo fucile; perché la ruggine non le danneggiasse. I buoni aggesi non potevano dimenticare il loro fucile: era l’arma favorita, e sapevano che bisognava accarezzarla ogni tanto, per rendersela amica. Erano tali gli odii d’allora, che quasi si diffidava del proprio fucile!
Il tuono brontolava lontano; e la vecchia, ch’era seduta in un canto, co’ piedi sopra le cenere e col corpo chino sulla brace, non faceva che recar la scarna mano alla fronte, per farvi replicatamente il segno della croce, invocando ad ogni istante santa Barbara. [Chiaro collegamento con i natali a Trinità d’Agultu, dove la santa è venerata. Non solo vi è nella chiesa della SS. Trinità una sua statua devozionale, ma anche il monte/alta collina che sovrasta il paese è a lei dedicato].
In quella famiglia notavasi come un’inquietezza paurosa. Non si osava parlare per timore di provocare il temporale.
Il capo della famiglia cercava infondere coraggio agli altri; egli si provava a sgridare le donne ed i bambini: ma in fondo era più impressionato di tutti. I suoi movimenti nervosi tradivano l’interna inquietudine, da cui pareva dominato.
I tuoni si facevano sempre più forti, e brontolavano sempre, come impazienti, ringhiosi. Il temporale si avvicinava. I lampi fendevano di tanto in tanto le nubi che si addensavano sul villaggio, e mettevano in mostra le punte aguzze della Crocetta, del Fraìle e di Tummèu-soza, le quali apparivano improvvisamente sul nero fondo del cielo, tinti del colore del sangue.
E la vecchia fremeva, rosariando, accoccolata sulla cenere. Si faceva piccina piccina, quasi sperando di sottrarsi all’ira celeste, col raggomitolarsi.
L’uomo dalla barba nera e dai capelli lunghi continuava a sfregare le canne del suo fucile con uno straccio intinto d’olio, e chiudeva gli occhi quando i lampi listavano di fuoco le fessure della porta e delle due finestre. La moglie con voce tremante rassicurava i bambini, i quali avevano cacciato la testa sotto alle coltri ed ai guanciali.
Il vento che ululava al di fuori pareva il gemito di un sofferente che chiedesse ospitalità per la notte. La fiammella della lucerna ad olio serpeggiava, mossa dall’aria che penetrava dalle fessure delle imposte; e tutti la fissavano, temendo che si spegnesse.
All’urlo del vento si frammischiava quello del tuono, che muggiva con maggior insistenza.
– Santa Barbara! – ripeteva la vecchia, scuotendo le pallottoline del suo rosario.
– Volete finirla, nonna? – aveva esclamato l’uomo dalla barba nera, impazientito –. I vostri guaìti non fanno che maggiormente spaventare mia moglie e i bambini. Lasciate che gli elementi urlino. Avete forse paura del tuono?
– Del tuono? – ripeté la vecchia; e lasciò uscire dalle labbra un gemito lungo. Voleva ancora parlare, ma le tremavano le mascelle come a persona colta dai brividi della terzana. Ella piantò i suoi occhi negli occhi dell’uomo barbuto, continuò a fissarlo senza aprir bocca.
– Ebbene?… e che volete dirmi, adesso? Avete forse sonno.
La vecchia, senza rispondere alla domanda del genero, mormorò tutta tremante con un filo di voce:
– Non è il tuono!
– Sarà il vento.
– Non è il vento!
– Allora sarà il cane che ulula.
– Non è il cane, non è il vento, non è il tuono!
Alla strana esclamazione la moglie ed il marito fissarono la vecchia con curiosa sorpresa; e quest’ultimo, ristando dal lavoro, esclamò impazientito.
– E che cosa è adunque?
– Tendete l’orecchio e ascoltate – ripeté la vecchia raggomitolandosi, e tirandosi i due lembi della gonnella sul petto, come per nascondervisi.
Tutti tesero l’orecchio, e stettero attenti.
L’urlo prolungato, lamentoso, si fece udire più distinto.
– È il vento che soffia fra le punte di Tummèu-soza e del Fraìle – disse l’uomo alzando le spalle e rimettendosi al lavoro.
– V’ingannate tutti! – esclamò allora la vecchia, con forza e a bassa voce – è il Gran tamburo!!
– Il Gran tamburo?! – ripeté l’uomo vivamente, non potendo celare un movimento di soddisfazione –. Ne siete proprio sicura?
– Sì: è l’avviso misterioso che parte dai graniti maledetti. Non è il vento che fischia sul monte Crocetta, è lo spirito delle tenebre che vorrebbe abbattere lassù la croce di ferro!
Tutti tacquero. Benché sapessero che la vecchia era molto superstiziosa, pure le sue parole, in quell’ora, con quella tempesta, produssero su loro uno strano effetto.
– Pregate – proseguì la vecchia – pregate, perché l’ira celeste pesa sul nostro villaggio; pregate per l’anima di un disgraziato colpito da morte violenta. Noi siamo piccoli, ma la misericordia di Dio è grande; i giusti sono pochi, ma i nostri peccati sono molti!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, ma sentivasi in preda ad un’inquietudine che non riusciva a dominare. Camminava da un capo all’altro della stanza, e gettava frequenti occhiate alla porta come se aspettasse o temesse qualcuno.
I tuoni si facevano sempre più spessi, la vecchia pregava a voce alta.
– Pare che il temporale stia per iscoppiare.
La vecchia prese la parola, interrompendo un’Ave Maria:
– Il temporale è scoppiato. Non sentite le misteriose parole che volano per l’aria? Ascoltate o peccatori.
Si fece nuovamente silenzio.
Non si udiva nulla, al difuori di quel brontolìo cupo lontano, continuato.
– Ebbene? È il tuono! – disse la donna ch’era a letto.
– Non è tuono – continuò solennemente la vecchia –. Sono le parole del diavolo: «Aggius meu, Aggius meu, e candu sarà la dì chi ti zz’aggiu a pultà in buleu? ».
Nessuno rispose alla vecchia, la quale riprese la recita dell’Ave Maria, dal punto ove l’aveva interrotta.
Dopo un breve silenzio, la moglie dell’uomo barbuto esclamò, quasi parlando a se stessa:
– Dove sarà Francesco? Voglia Iddio che il temporale non l’abbia colto in cammino!
– Via le paure! – rispose l’uomo dalla barba nera – Francesco non è più un bambino; egli si sarà fermato allo stazzo. A tredici anni si ha abbastanza giudizio per non mettersi in viaggio con simile tempo!
Mezz’ora dopo, il temporale irrompeva. L’acqua cadeva a scrosci sul tetto della casa; e il forte scoppio d’un tuono atterrì le due donne e i bambini i quali mandarono acute grida.
Allo stesso tempo fu picchiato replicatamente alla porta.
L’uomo dalla barba nera, impallidì.
– Non aprire, non aprire! – gridò la moglie spaventata, ponendosi a sedere sul letto, e stendendo le braccia verso il marito.
– Misericordia di noi! – urlò la vecchia.
Si tornò a picchiare con più forza e con più insistenza.
– Aprite! aprite! – gridò una voce al di fuori.
– È Francesco! – esclamarono tutti in coro; e l’uomo andò a togliere la spranga, dall’uscio, e fece entrare Francesco, e rinchiuse prestamente la porta.
Un giovinetto sui tredici anni entrò nella stanza tutto smarrito, bagnato dalla pioggia e dal sudore. Egli ansava, poiché era venuto di corsa.
– Perché metterti in viaggio con questo tempo?
Il fanciullo aveva il respiro affannoso, e non poté subito rispondere al fratello maggiore.
– Ebbene?
– Il temporale mi colse in cammino, a un’ora e mezza da Aggius – rispose Francesco dopo alcuni minuti.
– E perché non affrettare il passo per rifugiarti nello stazzo?
Il fanciullo non rispondeva.
– Tu mi sembri agitato. Che hai?
– Ho veduto… il diavolo!
– Il diavolo!? – esclamarono in coro le donne e l’uomo dalla barba nera; e la vecchia cacciò un urlo, celando la faccia tra le mani.
– Chi ti ha messo in testa simili corbellerie? – gli domandò il fratello.
– No, vi dico – era proprio lui – il diavolo in carne ed ossa!
– Raccontaci un po’…
– Taci, taci! – gridò la vecchia.
– Finitela, nonna! pare che questa sia la notte del diavolo!
E il fanciullo, tutto tremante, raccontò l’accaduto nel modo seguente:
«Io m’incamminavo verso lo stazzo di Bonaìta quando, oltrepassato appena il rio Turrali, sentii delle pedate dietro di me; mi volsi, e vidi un uomo lungo lungo, col cappuccio sul viso e col fucile sotto il braccio. Mi parve che egli venisse dalle falde del monte della Crocetta. Allora affrettai il passo per isfuggirlo, ma egli raddoppiò il suo, come se volesse raggiungermi. Spaventato della solitudine in cui mi trovavo, mi diedi a correre; ma quell’uomo mi gridò per due volte:
– Fermati!
Mi sentii tremare le ginocchia; la paura mi aveva inchiodato lì, né potei muovermi. L’uomo non tardò a raggiungermi.
Io abbassai gli occhi, né osai guardarlo in faccia.
– Dove vai? – mi domandò.
– Vado allo stazzo – risposi.
– Sei aggese?
– Sì.
– Ebbene; torna in Aggius. Dirai al paese che il diavolo ha portato via il corpo e l’anima di uno scellerato.
Ciò detto quell’uomo scomparve».
– Non l’hai tu ravvisato? – domandò l’uomo dalla barba nera al fanciullo.
– Era chiuso nel suo cappotto; ma mentre parlava, un lampo rischiarò quel volto; e mi parve vedere sotto al cappuccio due occhi accesi, e due corna nere, piccole, lucenti.
L’uomo dalla barba nera rifletté alquanto; poi disse al fanciullo, pacatamente.
Sei tutto bagnato; spogliati subito, va a letto, e dormi. E bada di non raccontare ad alcuno simili fole! Potresti tirarti addosso il ridicolo.
La vecchia tremava anch’essa come una foglia e non cessava mai dal mormorare.
– Il Gran tamburo ha parlato! Pregate o peccatori, perché l’ira celeste pesa sul nostro villaggio. Noi siamo piccoli, la misericordia di Dio è grande!
L’uomo dalla barba nera si strinse nelle spalle, e andò a posare in un angolo della stanza il fucile ch’egli aveva pulito.
Due ore dopo in quella casa regnava un silenzio profondo. La famiglia era a letto, e riposava tranquillamente.
Gli elementi si erano finalmente placati, forse perché giustizia era fatta!
III.
Pietro Vasa
Fin dalle prime ore del mattino del 19 febbraio 1859 si notava un insolito movimento nella città di Tempio. [Pietro Vasa fu catturato la mattina del 19 febbraio e fu portato a Tempio il giorno dopo, in quanto ad Aggius non poteva essere curato per la ferita riportata. Si veda QUI la cronaca sui giornali del suo arresto]. Era un farsi alla soglia delle porte, un affacciarsi alle finestre, un formar capannelli per le vie, un interrogarsi a vicenda, e domandar particolari.
Una notizia, con la rapidità del lampo, si era sparsa da un capo all’altro della città: e tutta la popolazione, impressionata e curiosa, si era riversata, per la via Runzattu, verso la strada che da Tempio conduce ad Aggius.
– Hanno ferito ed arrestato Pietro Vasa – si ripeteva da tutti con accento che rivelava ad un tempo compassione, dispiacere, e curiosità.
– E sarà poi vero?
– Alcuni aggesi, venuti stamane a spron battuto, ne hanno sparsa la notizia.
– E dove fu preso?
– In Nuragheddu, verso il mare.
– E non fece resistenza?
– Dicesi sia stato sorpreso nel suo stazzo, in mezzo ai figli ed alla moglie.
– Ciò si capisce. Gli aquilotti si colgono più facilmente nei loro nidi! Fu arrestato colà?
No. Il Vasa era riuscito a fuggire dallo stazzo, ch’era circondato dai carabinieri; ma, rifugiatosi in un chiuso, verso Nuragheddu, ivi – dicesi – fosse appiattato colui che l’ha colpito.
– Pietro Vasa lasciarsi cogliere così? È impossibile! Sotto c’è del torbido.
– Qualcuno, certo, avrà guidato i carabinieri.
Questione di vendetta.
– E i carabinieri, al solito si saranno vantati del bel colpo!…
– Il qual colpo – si capisce – non verrà loro contrastato dal vero feritore…
– Cosa vecchia!
Questi apprezzamenti si pronunciavano qua e là nei crocchi che si erano formati per le vie. Da tutti, però, non si udiva mormorare che una sola parola:
– Lu colciu! [Nota. Lu colciu. Espressione comunissima in dialetto tempiese, e significa: lo sventurato, il poveretto.]
E, per vero, l’arresto di Pietro Vasa aveva prodotto una dolorosa impressione nell’animo dei tempiesi: Egli non era ritenuto come un assassino volgare, ma bensì come un traviato dalla fatalità degli eventi. Tanto l’Antonio Mamia quanto il Pietro Vasa, erano due uomini rispettabili, d’ingegno non comune, di sentimenti generosi, e di un criterio ammirabile; essi però si erano lasciati trascinare da un eccesso di malintesa suscettibilità, alla quale non vollero, o non seppero opporre resistenza. I loro errori, più che a individuale debolezza, debbonsi ascrivere alla natura di quell’alpestre regione; dove il sole scalda, più che altrove, il sangue gagliardo che scorre nelle vene dei galluresi.
– Eccolo, eccolo! – fu gridato da tutti; e la folla compatta irruppe come un’onda scrosciante intorno al gruppo di armati che circondava l’arrestato.
In mezzo ai sei carabinieri veniva condotto il bandito. Era stato trascinato, a piedi, da Nuragheddu ad Aggius, e da Aggius a Tempio. Lo seguiva una folla chiassosa, irrequieta, pazza.
Era proprio lui, Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto: l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda, suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!
Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e infangato, ben rivelava la disperata resistenza ch’egli aveva opposto, quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.
Qua e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato, che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.
Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.
Tutte le finestre e le porte della via Runzattu erano gremite di teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere quell’uomo, non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che aveva immolato più di settanta vittime.
Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione in quella memoranda giornata! Senonché Pietro Vasa non aveva l’aria accasciata di chi sente paura perché vede appressarsi il momento dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.
Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:
– Tremila contro uno? Vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!
Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche, peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di sprezzo di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno mai», e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue umiliazioni. Anziché vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla folla, che non era caduto per la bravura dell’arma reale ma bensì per il tradimento d’un nemico.
La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza però intaccargli la trachea, caso unico, più che raro. E fu constatato che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere. [in effetti fu constatato che si trattava di una ferita causata da pallottola di piccolo calibro, al contrario di quelle utilizzate dai moschetti dei carabinieri. Ma la ferita non era “gravissima”. Il medico che visitò Pietro Vasa, accertò che la ferita sarebbe guarita perfettamente in meno di trenta giorni].
Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzattu, per quella via che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno affacciato alla mente del celebre bandito.
Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso. [Nota. Queste carceri vecchie furono demolite nel dicembre del 1883 per edificarvi il nuovo mercato. Sui neri graniti di quel lugubre edifizio era una lastra su cui leggevasi: Condë D’Altamira 1693, forse perché riedificate o restaurate sotto quel Viceré, durante il viaggio ch’egli fece in quell’anno nell’Isola.]
Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti, volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione… ma non ci vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro di lui.
Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio. In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della Gallura.
Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte, egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzattu seguito dal carnefice, e quella che nessuno lo avrebbe veduto penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale. [Nota. I condannati a morte venivano in Tempio giustiziati sulla piccola spianata che trovasi all’uscita della via Runzattu; e il patibolo si erigeva in modo, che il condannato dava le spalle alla città di Tempio e la faccia al paese d’Aggius. È rimasta la maledizione popolare “Ti pònghini a occi a Agghju”].
Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo [sei anni dopo] il suo avversario Antonio Mamia. I due capi – il giovane ed il vecchio, il padre e il fidanzato – si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.
Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.
Mariangiola – la innocente e prima causa degli odii dei Vasa e Mamia – sopravvisse alla catastrofe, e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella adora, e dal quale è adorata.
◊ ◊ ◊
La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia stese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava con fervore. Di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta la persona si notavano ancora le vestigia d’una bellezza non del tutto distrutta dal tempo.
La fisonomia e l’atteggiamento di quella donna mi colpirono talmente, ch’io chiesi di lei; e allora mi venne narrata la storia che ho presentato ai lettori in questo libro.
La vecchia fissava con occhio spento l’altare maggiore, e recitava il rosario. [Sapeva benissimo chi era, ma inventò l’incontro in chiesa per esigenze letterarie. Costa arrivò ad Aggius perché invitato dall’avvocato Michele Pisano, che era molto amico di Anton Pietro Spezzigu, figlio di Mariangela Mamia, entrambi membri del Circolo letterario Coghinas.]
Povera Mariangiola! Quanti pensieri dolorosi dovevano affollarsi nella sua mente! Forse sulle spire d’incenso che uscivano dal turibolo per salire al Cielo, ella vedeva ad una ad una sfilare le ombre dei settanta morti che avevano attinto gli odii feroci ad un suo sorriso! E l’ultima vittima trascinata nel vortice della vendetta era stato lui… Pietro, l’uomo che aveva mancato alla promessa d’amore, e che aveva tradito l’abbraccio. E lo vedeva sempre là, con la gola squarciata, tutto pallido e insanguinato! E forse per lui solo erano le preghiere ch’ella mandava all’Eterno, perocché la donna non niega mai il suo perdono all’uomo che ha amato, anche quando ella sa che ha ricambiato il suo amore con perfidia ed ingratitudine!
Ed anche la Gavina – la figliuola di Anton Stefano – sopravvisse agli odii delle due fazioni e vive tuttora a Bortigiadas, felice accanto al suo adorato Giuseppe e ai cari figli. Ma, in seno alla sua felicità, avrà ella dimenticato il muto, il maledetto degli uomini, colui che come un feroce fantasma si era rizzato minaccioso in mezzo alle fazioni, strumento degli uomini e del destino?
Potenza della bellezza e dell’amare, supremi cardini della creazione! La natura si è rivelata in tutta la sua vigorìa nella campagna gallurese; ha estrinsecato la sua forza nei massi incrollabili di granito, nelle quercie secolari e nella robustezza degli uomini. Ha voluto però dare alle donne un’avvenenza, una grazia e un fascino tali da poter col lampo ardente delle pupille, fulminare i più forti figli della Gallura! E furono appunto due deboli e belle creature quelle che suscitarono l’acerba guerra che per sette anni sparse il terrore ed il lutto di quelle pittoresche regioni che sono la parte più eletta dell’isola nostra.
Ma l’ira che tutto distrusse e seminò la morte, rispettò la bellezza; quella bellezza che fu creata per apportare la vita.
Mariangiola e Gavina sopravvissero all’eccidio che fulminò la Gallura ed entrambe andarono spose ad un uomo che non era il primo amato. Pietro pagò il fio delle sue colpe terminando i suoi giorni nell’orrore di un carcere. Bastiano invece…
Che ne fu del povero muto?
IV.
Mistero
[L’autore dimostra la sua abilità di romanziere. Partendo da alcuni fatti di cronaca, riesce a costruire una bella storia fantastica che stravolge, sia nei tempi che nei luoghi, tutti gli avvenimenti realmente accaduti.]
Il muto era scomparso nell’ombra, al di là del monte nero.
Nessuno di lui seppe più nulla; né vi ha alcuno in Gallura che sappia darsi ragguagli sulla fine di quel disgraziato. Eppure il suo nome si ripete sempre con orrore, come quello di un vampiro assetato di sangue umano. I maggiori delitti a lui si ascrivono, ma nessuno saprebbe dirvi a punto fisso il nome delle vittime da lui colpite.
Bastiano Tansu veniva chiamato il Terribile, ed era sordomuto.
Sordo, non doveva udire la calunnia, muto, non poteva rispondere alle accuse, terribile, non lasciava alcun dubbio sulla sua efferatezza!
Chi aveva colpito il muto? Dove, quando, come, perché lo si era fatto sparire? Mistero.
Quando la notizia della sua sparizione cominciò a circolare per gli stazzi, non vi fu alcuno che si prendesse la briga d’indagare la verità dell’asserto: non un parente che sorgesse a vendicarlo; non un amico che corresse a domandarne il cadavere alle foreste di Cucurenza od alle spelonche di Petra Màina!
E chi doveva occuparsi di lui? Sua madre era morta, Gavina si era con altri fidanzata, gli amici lo avevano abbandonato, e i congiunti ringraziavano il cielo per la sua sparizione.
Era stato forse tradito, venduto, assassinato?
Fin dal giorno ch’egli si annunziò al mondo col primo vagito, gli venne negata la voce. Gli avvelenarono l’anima col fargli provare tutte le torture dell’inferno, gli avvilirono il corpo negandogli la sepoltura ed una croce, gli straziarono persino il nome, recandolo di bocca in bocca, come quello d’un condannato all’infamia.
Sparì, né di lui rimane più traccia.
Alla quarta pagina del registro dei Nati del 1827, esistente negli archivi della parrocchia di Tempio, è scritto che: «il 29 del mese di ottobre dell’anno suddetto, fu battezzato in quella chiesa Sebastiano Addis Tansu, figlio legittimo e naturale di Andrea e di Agostina Razzu, pastori d’Aggius». [Si tratta del Liber Baptizatorum, vol. XXVII 1827-1830. Alla data 4 novembre 1827 si riporta che in quel giorno fu battezzato un “infantem” nato il 29 ottobre dai coniugi Andrea Addis Tanxu e Agostina Razzu, al quale fu imposto il nome Sebastiano.]
Ma non vi ha libro in Gallura in cui sia registrata la sua morte! Solamente alla pagina 76 del volume III del libro dei morti d’Aggius [Liber Defunctorum, vol. IV, 1848/1881, pag. 76] leggesi una memoria, dalla quale risulta: che nel giorno 28 di giugno del 1858, i parenti di Bastiano il muto hanno fatto celebrare le sue esequie, pregando pace all’anima sua. E null’altro.
Cinque o sei mesi dopo la sparizione, si rinvenne vicino al rigagnolo che solca il Campu di lu tricu, una fiaschetta di polvere legata ad una catenella, che fu riconosciuta appartenere a Bastiano Tansu. È l’unico oggetto che si ha di lui. Si fecero minute ricerche per rinvenire il fucile, ma inutilmente. Esso forse – come il più fedele degli amici – era sceso con lui nel sepolcro.
Molte e curiose versioni corrono sulla bocca dei galluresi a proposito della sparizione di Bastiano il muto.
Vi ha chi crede che gli stessi parenti, d’accordo coi nemici, abbiano voluto disfarsi di lui per mettere tregua ai continui dissensi che egli suscitava e di cui erano stanchi. Altri asseriscono che la morte di Bastiano ha troppo stretti rapporti col terribile dramma svoltosi sulle alture di Petra Màina. Vi ha chi dice che Bastiano era figlio del diavolo, e che il diavolo se l’abbia portato vivo all’inferno. Altri invece vorrebbe che Bastiano non sia morto, ma che siasi rifugiato in qualche segreta spelonca della Gallura o della Corsica, dove vive misteriosamente, facendo penitenza dei suo’ peccati. Qualcuno, infine, è di parere che Bastiano non sia caduto vittima dell’odio altrui ma che, stanco della vita, abbia cercato la morte in qualche inaccessibile scogliera del litorale, o sul monte della Crocetta. Calatosi in uno dei profondi crepaci che circondano il Gran tamburo, e inconsolabile perché nessuna donna lo aveva baciato, forse Bastiano chiese l’ultimo bacio d’amore alla bocca infuocata del suo fucile.
Ad ogni modo – o assassinato, o suicida – non è improbabile che il muto abbia cercato la morte perché stanco della vita.
Chi lo sa? Quest’ultima versione – che in generale è la meno accettata – potrebbe avere ancor essa un fondo storico. Certo è che ad una sola donna in Gallura non è forse ignoto il giorno della sparizione del muto, e questa donna è Gavina. E perché il lettore porti il suo giudizio sul curioso fatto riepilogherò brevemente l’accaduto nello stazzo dell’Avru, dopo la morte di Anton Stefano.
◊ ◊ ◊
Fin dal giorno in cui Anton Stefano cadeva vittima della ferocia del muto, il buon umore e la tranquillità erano spariti dallo stazzo dell’Avru. La morte del buon vecchio doveva per fermo apportare un notevole cambiamento negli affari e nelle abitudini della famigliuola. Dalla mattina alla sera le cose presero un diverso indirizzo. Alla gioia ed al cicaleccio espansivo che regnavano nello stazzo, erano sottentrati il dolore ed il silenzio, al riso schietto ed agli scherzi innocenti erano succeduti i pianti e la malinconia.
Morto Anton Stefano, la vedova capì subito che doveva far calcolo sull’attività e sull’affetto di Giuseppe destinato a far parte della famiglia; ed in questa lusinga raddoppiò di cure e di attenzioni verso il volonteroso giovane, il quale si addossò l’incarico di sistemare gli interessi della piccola azienda, cui le donne, per la recente sciagura, non erano in grado di pensare.
Non è a dire quale impressione avesse prodotto in Gavina la morte del padre. Oltre il dolore per la perdita dell’autore de’ suoi giorni, ella provava una viva inquietudine, ritenendo se stessa come unica causa della catastrofe avvenuta nell’Avru. Non poteva soffocare la voce misteriosa che l’accusava quasi di parricidio. Chi mai le avrebbe detto che l’affetto nutrito per il muto doveva costarle la morte del genitore?
Seduta sul limitare della porta, col capo chino, lavorando in silenzio, Gavina bagnava di lagrime la stoffa che trapuntava. Ed era tanto bella nel suo dolore! Le lunghe veglie ed il continuo pianto avevano resa la sua carnagione più bianca e più trasparente; ma quel volto pallido appariva assai più bello e gentile sotto il nero fazzoletto a frangie che lo contornava. Con gli occhi bassi, e con le nerissime ciglia che spiccavano sulle guance color cera, Gavina pareva la madonnina dipinta nella chiesetta di Petra Màina.
Giuseppe l’andava sempre divorando con gli occhi ed affrettava col desiderio il giorno in cui doveva torla in moglie per condursela a Bortigiadas dov’erano tutti i beni e i suoi parenti. Più volte egli aveva esternato il desiderio di celebrar le nozze dopo i sei mesi; ma Gavina lo pregò di desistere da quell’idea, poiché le sarebbe sembrato insultare la memoria del padre deponendo le vesti di lutto prima del tempo stabilito dalla consuetudine. La vedova di Anton Stefano unì le sue alle preghiere della figlia. Ella voleva ritardare il matrimonio per due ragioni: la prima, perché separarsi così presto dalla figliuola le avrebbe fatto troppa impressione; la seconda, perché Giuseppe, dovendo stabilirsi con la sposa a Bortigiadas, non avrebbe potuto aiutarla a sistemare gli affari dell’Avru.
Insistendo però Giuseppe nel suo proposito, si venne ad un accordo; e le nozze furono stabilite per i primi di maggio, dopo dieci mesi di lutto, con la condizione ben inteso, che gli sponsali, da celebrarsi a Bortigiadas, si sarebbero fatti senza alcuna pompa.
Vi sono nella vita umana sentimenti che non si spiegano; essi hanno misteriosi rapporti con cause intime, sulle quali ogni indagine torna vana. Gavina si torturava l’anima per un fatto che trovava inesplicabile. Ella sentiva che non provava per l’assassino di suo padre tutto quell’odio, tutta quell’avversione che avrebbe ardentemente desiderato, e se ne doleva come di un fatto dipendente dal suo volore. Giunse a tanto la sua fissazione, che ella stabilì di rivolgersi a Dio, perché le destasse nel cuore il sentimento d’un odio implacabile per l’assassino di suo padre. Ma Dio non esaudì la sua preghiera; o, per meglio dire, Gavina non ebbe mai il coraggio di unire quella grazia alle altre che domandava a Dio nelle preghiere della sera!
◊ ◊ ◊
Spuntò finalmente il giorno desiderato, il giorno in cui Giuseppe doveva togliere Gavina dallo stazzo per condurla al nido di Bortigiadas, dove avrebbero formato una famiglia.
Da due settimane Gavina aveva deposto il lutto; e la notizia dell’imminente matrimonio si era sparsa per tutti gli stazzi circonvicini.
Fin dalla vigilia del fausto giorno, una profonda mestizia si era impossessata di Gavina. La cara fanciulla era inquieta, preoccupata. Per quanto grande fosse in lei la gioia di unirsi al suo caro Giuseppe, non poteva uguagliare il dolore che provava nel lasciare la casa paterna.
Era quella l’ultima notte che passava nella sua stanzetta di fanciulla, piena di care memorie. All’indomani ella doveva distaccarsi dalla madre, dalle sorelle, dai vecchi servi di casa; doveva lasciar l’Avru, quello stazzo dov’era nata, dove bambina l’avevano accarezzata, dov’era trascorsa la parte migliore della sua giovinezza.
Gavina non aveva potuto dormire, aveva bagnato di lagrime il guanciale, e volgeva lo sguardo all’intorno, come per dare un ultimo addio a quel nido verginale dove avea tanto sognato.
L’alba, col suo fioco raggio, venne a battere allo spiraglio della bassa finestra che dava sul cortiletto. Gavina sentiva i passeri che cinguettavano sul tetto, e le pecorelle che belavano nell’ovile.
La punse il desiderio di balzare dal letto prima dell’ora, perché voleva sorridere al giorno, voleva affacciarsi alla finestra per salutare la campagna, lo stazzo, i cari monti, il mare lontano; voleva bevere l’aria profumata di quei luoghi ch’erano stati la sua culla, il suo mondo, il suo paradiso.
Balzò dal letto, si vestì in fretta, e quasi discinta corse alla finestra.
Coll’animo trepidante e col cuore che parea volesse balzarle dal seno spinse al di fuori i due battenti per lasciare passare un buffo d’aria fresca ed un raggio di sole…
Ad un tratto impallidì fece un passo indietro, e mandò un grido.
Stette alcuni minuti immobile, con gli occhi fissi col seno ansante, senza poter articolar sillaba.
Sul davanzale della finestra, che sporgeva al di fuori, c’era una piccola medaglia di rame attaccata ad un cordoncino di seta nera.
– Bastiano è morto!! – esclamò Gavina raccapricciando; e afferrò con mano convulsa quella medaglia, che era bagnata di rugiada.
La fanciulla stette alquanto pensosa, e quasi istintivamente, la recò alle labbra, mormorando:
– La mia medaglia! Non poteva qui metterla che lui solo!
E la fanciulla tese con una mano le lagrime, che scorrendo per le guancie le cadevano sul seno.
– Povero Bastiano! – ella mormorò scuotendo melanconicamente la testa –. Ha trovato modo di farmi sapere che non ha più bisogno di vivere! Un giorno me l’ha pur detto: «quando sarò stanco della vita mi strapperò la tua medaglia dal petto, e sarò sicuro di morire!».
Ad un tratto Gavina si scosse atterrita; e, quasi avesse commesso un delitto, corse al suo lettino, s’inginocchiò dinanzi all’ulivo benedetto e levando gli occhi al cielo esclamò:
– Perdonami, o padre mio, se in questo momento io prego per l’infelice che ti ha colpito! Dio ce l’ha pur detto di perdonare i nostri nemici!
◊ ◊ ◊
La sera di quello stesso giorno Gavina abbandonava il nido verginale dell’Avru per seguire lo sposo a Bortigiadas, e forse entrava nella stanza nuziale nell’ora stessa che il sordomuto scompariva al di là di Cucurenza! [Francesca (Gavina) Pes e Giovanni Antonio Spano Ciacciaredda (Giuseppe) si sposarono a Bortigiadas il 28 giugno 1857, quasi un anno prima della morte del Muto, ed una settimana prima dell’omicidio del padre di lei.]
Resta solo a sapersi, se l’avviso del Gran tamburo lo abbia dato il diavolo, o uno dei tre misteriosi incogniti che abbiamo veduto alle falde del monte nero; oppure se Bastiano si sia tolto la vita precipitandosi nei crepacci del monte Crocetta, o nelle scogliere dell’Isola Rossa.
Chi lo sa? Mistero.
Il vecchio Rettore d’Aggius, che assistette allo svolgimento dei drammi d’Aggius e di Bortigiadas, e dal quale ho attinto molti particolari della mia storia, chiuse l’orecchio ad ogni mia domanda quando gli chiesi la fine del muto.
Il buon vecchio chinò sul petto la rugosa fronte, e mi disse solennemente:
– La morte del muto sarà per tutti un mistero! Trattasi di un segreto conosciuto da Dio in cielo, e da me in terra. Ma Dio non lo svelerà agli uomini, perché non fida nella loro giustizia: ed io lo porterò nella tomba, perché tale è il mio dovere!
Non disse altro.
E giacché il segreto della confessione è inviolabile, domandate del muto ai rulli misteriosi del Gran tamburo, quando sui graniti maledetti piomba l’ira delle tempeste!
[Bastiano Tansu fu ucciso il 29 maggio 1858, nel colle di Santa Barbara, presso Trinità d’Agultu, non lontano dal luogo dove visse la maggior parte del suo tempo.]





























