IL PESO DEL SUGHERO

Storia e memorie dell’industria sugheriera in Sardegna (1830-2000)

di SANDRO RUJU →

Sassari, Libreria Dessì Editrice, 2003

Per gentile concessione dell’Autore pubblichiamo il Capitolo I.

L’EPOCA DEI PIONIERI (1830 -1900)

Il peso del sughero, di Alessandro Ruju
Sandro Ruju, Il peso del sughero

 Presentazione di Guido Rombi

IL PESO DEL SUGHERO di Sandro Ruju è un libro di grandissima importanza per la storia della Gallura dell’Ottocento e Novecento, e in modo particolare del quadrilatero urbano Tempio, Calangianus, Luras, Aggius. Quella del sughero è stata infatti, senza dubbio, l’attività economica che ha sorretto l’economia della Gallura per oltre un secolo e mezzo e, seppure non nel modo diffuso e pervasivo di ieri, continua anche oggi (per esempio attraverso la grande fabbrica Molinas sulla strada tra Tempio e Calangianus) a tenere vivo il ricordo di un passato irripetibile. Un passato che non è solo economico: si può dire che proprio il sughero sia stato l’elemento di cesura tra la Gallura feudale e nobiliare del ‘600 – ‘700 e la Gallura borghese e operaia dell’800 e ‘900. Intorno all’estrazione prima e alla lavorazione dopo del sughero vennero a formarsi infatti nuove classi sociali e dirigenti, con l’innesto fra l’altro di nuove famiglie di origini francesi, liguri e piemontesi (principalmente a Tempio). E inevitabilmente ne fu segnata e influenzata anche la vita politica col sorgere, a fine Ottocento e primo Novecento – quindi praticamente di pari passo con lo sviluppo imprenditoriale dell’attività sugheriera – delle prime organizzazioni sindacali (le Associazioni di mutuo soccorso) e poi dei moderni partiti di massa.

Considerando che i sugheri sono il primo quadro ambientale-visivo fin da piccoli dei Galluresi, pensando poi a quante migliaia di uomini e donne fin da ragazzi lavorarono nel settore del sughero, quindi quante famiglie abbiano vissuto grazie a questa materia prima nelle varie fasi del suo ciclo economico, dalla scorzatura alla lavorazione, alla distribuzione e commercializzazione, questo è uno di quei libri che non dovrebbero mancare si può dire in ogni casa della Gallura e dei Galluresi.

E poi è un libro di storia di quelli con la S maiuscola, come si suol dire. Basti vedere il poderoso impianto documentale su cui si fonda e che Sandro Ruju ha saputo usare con la consueta bravura e capacità di scrittura. Il capitolo I che Gallura Tour è lieta di pubblicare, per gentile concessione dell’Autore, ne è la migliore dimostrazione, ed è solo un appetitoso antipasto, per leggere il seguito!

Avvertenza. Le note del capitolo non seguono la stessa numerazione del libro (da 1 a 191), ma ripartono da 1 per ogni paragrafo.

NOTA SU SANDRO RUJU. Si segnala il suo bello e curato sito https://www.sandroruju.it/ che raccoglie le sue tante pubblicazioni e varia preziosa documentazione; una risorsa veramente preziosa per la Storia della Sardegna, a livello generale e locale (le subregioni).

I primi mercanti francesi in Gallura (1830-1860)

Lo sfruttamento del sughero, di cui l’isola abbonda, comincia ad acquistare una certa importanza per la Sardegna, sicchè dovrebbe attirare l’attenzione del governo e dei privati (…) Lo sfruttamento regolare del sughero è cominciato da una diecina d’anni in Gallura, per iniziativa di speculatori francesi che sono venuti a stabilirvisi con questo scopo: da allora si va estendendo gradatamente in tutte le altre parti dell’isola; ma, lo ripeto, bisogna che il governo vigili sull’epoca della raccolta e che sia garantita la proprietà degli alberi»[1].

Così, sul finire degli anni Trenta dell’Ottocento, Alberto La Marmora accennava all’avvio di un’attività di valorizzazione della risorsa sughero, limitata allora quasi esclusivamente all’estrazione e all’esportazione della materia prima grezza. Lo stesso La Marmora segnalava peraltro la presenza di alcuni laboratori per la preparazione di tappi a Nuoro, Ozieri e Tempio, esprimendo una valutazione ottimistica sulle possibilità di sviluppo da parte di un’industria che gli sembrava «destinata a progredire»[2]. Il quadro delle esportazioni e delle importazioni in Sardegna ricavato dalle statistiche doganali aiuta a quantificare la fase di avvio di un flusso commerciale che avrebbe continuato ad espandersi nel corso di tutto l’Ottocento:

Tabella 1. Valore in lire delle importazioni e delle esportazioni di sughero in e dalla Sardegna.

Anno importazioni esportazioni
1827 26,00 185,85
1828 8,35 336,8
1829 8,36 5.260,56
1830 2,03 18.919,01
1831 42,48 22.739,64
1832 2,78 5.512,75
1833 97,47 20.416,80
1834 28,76 95.070,68
1835 2,86 75.727,65
1836 62,74 66.720,37

Analizzando queste tabelle un esperto del settore ha osservato che le cifre sulle importazioni fanno pensare, a partire dal 1831, all’acquisto di partite campionarie di vari tipi di quadretti da parte di qualche piccola impresa che proprio allora iniziava a lavorarli[3]. Anche l’indicazione del generale-geografo sugli «speculatori francesi» era abbastanza precisa: «Il La Marmora, che frugava ogni remoto angolo dell’isola fu a Tempio, vide, si rese conto e, sebbene non lo dica, non è escluso che egli abbia parlato con uno di loro. Inoltre la tradizione è così recente che i nostri nonni conobbero questi primi artefici dell’industria del sughero, il che collima perfettamente con quanto da lui scritto»[4].

Molti riscontri di questa presenza straniera si ricavano dagli atti notarili. Nel biennio 1829-30 risultano attivi in Gallura due imprenditori francesi, Michel Sartoux[5] e Ognissanti Arnaudon di Marsiglia[6], che nella città francese avevano costituito una società nominando come loro procuratore in Sardegna il tempiese Pietro Spano Giganti[7]; ma dimorarono per alcuni anni a Tempio anche Jean Pierre Roncher di Montpellier e i suoi figli[8], che operavano in Gallura come procuratori del negoziante Giovanni Battista Puesch, anche lui di Montpellier[9].

Nel capoluogo gallurese era domiciliato già da alcuni decenni un altro francese, Giuseppe Terrier, il quale faceva di professione il sarto e aveva scelto di risiedere in Gallura dopo essere sopravvissuto ad un brutto incidente di caccia che lo aveva spinto a fare testamento[10]. Anche lui cominciò ad occuparsi di sughero intorno al 1830: non a caso in quell’anno conferì una procura speciale al notaio locale Leonardo Mundula perché curasse i suoi interessi quando gli affari lo costringevano a star lontano dal capoluogo gallurese[11]. Nel 1832 divenne agente del Sartoux e dell’Arnaudon, quando costoro nel corso di quell’anno ritirarono l’incarico di procuratore a Pietro Spano Giganti[12]; in questa veste ristipulò, anche a nome della società Sartoux e Arnaudon, una serie di accordi che tre anni prima erano stati siglati in modo informale tramite scritture private[13].

Sia che venissero definiti in modo formale, sia che venissero sanciti sulla parola, questi atti, indicati indifferentemente come arrendamenti o locazioni, erano molto simili tra loro: nella sostanza prevedevano il pagamento di un affitto annuale anticipato da parte del locatario degli alberi da sughero presenti nei terreni del locatore per un periodo variabile dai 18 ai 30 anni, con il corollario di un insieme di regole che entrambe le parti si impegnavano a rispettare; da una parte il locatario doveva prelevare il sughero in un periodo compreso tra maggio e ottobre e garantire che la corteccia fosse tolta senza danneggiare il frutto ghiandifero e il fogliame degli alberi; dall’altra il proprietario, oltre a impegnarsi ovviamente a non tagliare alcuna pianta da sughero, doveva evitare il rischio di incendi e garantire che gli agenti del locatario potessero provvedere alla raccolta senza essere disturbati da alcuno. Il che non era affatto scontato, data la tensione esistente soprattutto in quegli anni nelle campagne sarde. L’arrendamento prevedeva nelle tanche affittate per la scorzatura la contemporanea presenza di contadini e/o pastori ai quali, per volontà dei proprietari dei fondi, doveva essere garantita la possibilità di tagliare i rami e le foglie della sommità di ciascun albero per la provvista di legna nonché l’uso delle ghiande per gli animali. In qualche caso si prevedeva anche l’utilizzazione in periodi alterni di strutture (ad esempio una tettoia) che potevano fungere sia da riparo per il sughero raccolto che, nel periodo invernale, da ricovero per il bestiame[14].

A differenza di Roncher, Sartoux e Arnaudon, i quali utilizzarono diffusamente il sistema degli arrendamenti che richiedeva consistenti anticipi di capitale, Terrier scelse talvolta di coinvolgere più direttamente nelle sue intraprese i proprietari locali. Questo dato scaturisce da alcuni strascichi giudiziari causati dalla sua morte improvvisa nel 1834: in quella circostanza il già citato notaio Mundula, che nel 1831 aveva formato insieme al Terrier e ad altri galluresi una società per esportare a Marsiglia ingenti quantitativi di sughero estratto in territorio di Monti e aveva anticipato 2.200 lire per favorire «tre distinti caricamenti a bordo di un bastimento ligure», dopo aver cercato inutilmente di ottenere un risarcimento dall’imprenditore marsigliese presso il quale il sughero era stato depositato[15], chiese ed ottenne un inventario giudiziario dei beni del commerciante francese[16]. Nell’inventario si inserì anche Michel Sartoux precisando di aver fatto avere pochi mesi prima a Terrier la somma di 4.000 franchi perché provvedesse al pagamento degli appalti delle foreste di sugheri[17].

Non sono del tutto chiari i complessi rapporti esistenti tra questi procacciatori e negozianti di sughero francesi, che operavano spesso su commessa di altri imprenditori maggiori o erano comunque disponibili a trasferire ad altri i loro contratti e gli affari che avevano in Sardegna: dagli atti notarili relativi a Tempio appare comunque chiaro che in quella prima fase furono sostanzialmente due le «cordate» che si contesero la pionieristica valorizzazione del sughero gallurese. La prima comprendeva commercianti provenienti dalla zona di Marsiglia o dal vicino distretto di Draguignan e utilizzò inizialmente per la sua espansione anche i legami con la realtà locale che Pietro Spano Giganti e Giuseppe Terrier potevano Frères: garantire, ma faceva capo a Sartoux e Arnaudon e alla società Henry Frères; la seconda, che raccoglieva imprenditori di Montpellier e aveva come agenti a Tempio Jean Pierre Roncher e suo figlio Felix, era guidata da Gian Battista Puesch.

Una terza importante cordata fece la sua comparsa nel gennaio del 1839 quando, con una scrittura di convenio siglata a Nizza, lo stesso Puesch cedeva i contratti acquisiti in Sardegna a Giuseppe Cipriano Baston, di Saint Tropez, agente a sua volta di un altro negoziante di sughero, Giovanni Ludovico Beringuer (che in altri atti compare citato come Berengier o Berenguier, ma anche Belinguer)[18]. Quasi contemporaneamente anche un altro operatore francese, Giacomo Mullan di Avignone, trasferiva al medesimo Beringuer i diritti acquisiti alcuni anni prima, anche in società con un piemontese che risiedeva a Tempio[19]. Quando al Beringuer padre succedettero i figli Leandro e Luigi, costoro costituirono una nuova società inserendo un altro commerciante di Fréjus, Desiderato Gismondi, e garantendo a Baston, cui restava l’incarico «di appaltare e arrendare tanche e salti, un quarto degli utili[20].

Agli inizi del 1845, però, Baston morì improvvisamente; a sostituirlo nel suo ruolo di agente e procuratore a Tempio dei Beringuer fu Cesar Amic, nato a Garde de La Frenait, nei pressi di Saint Tropez, di cui era diventato parente[21].

Da fonti orali trasmesse dalla tradizione familiare si sa che gli Amic si allontanarono dalla Francia dopo la rivoluzione orleanista del 1830, andando però inizialmente a risiedere a Terranova; disponevano di alcuni bastimenti di loro proprietà con i quali tennero in piedi per alcuni decenni un fiorente commercio tra la Gallura e la Francia, importando in prevalenza tegole marsigliesi ed esportando soprattutto sughero. Sarebbero stati proprio loro a far arrivare dalla Sicilia alcuni operai esperti nella decortica delle piante da sughero, in un’epoca nella quale in Sardegna non esistevano ancora abili scorzatori[22].

I rapporti tra questo ramo degli Amic, che verso la metà dell’Ottocento risultava proprietario a Tempio di alcune case con cortile nel rione San Francesco (in via Nino di Gallura, di fronte al palazzo del Municipio)[23], e i parenti restati in Francia si mantennero buoni[24]. È probabile, inoltre, che gli Amic passassero alcuni periodi Oltralpe: non si spiegherebbe, diversamente, la procura «generale e speciale» stipulata nel 1857 dai fratelli Ernesto e Camillo, figli di Cesare, a favore di un notaio al quale attribuivano «le più ampie facoltà di disporre, organizzare e amministrare tutti i loro beni», rinnovando o annullando gli affitti dei propri immobili, decidendo le clausole e le condizioni più conformi, effettuando le riparazioni e le ricostruzioni ritenute necessarie, ricevendo le pigioni ed i fitti, sollecitando le esazioni di tutti i crediti ecc[25].

Questa procura, comunque, restò operativa per poco tempo: non a caso già dall’anno successivo i due fratelli acquistavano direttamente alcuni terreni da privati e dallo stesso Demanio[26]; nel 1859 stipulavano, versando più di 3.000 lire, il prolungamento per altri 25 anni dell’appalto di un vasto sughereto vigente già da venti anni e sul quale si era aperta «una lunga e dispendiosa lite con i proprietari[27]. Questi atti dimostrano che gli interessi degli Amic nel commercio del sughero non furono limitati ad un breve periodo, anche se da altri documenti emerge una diversificazione nelle attività dei due imprenditori «di Francia» (cosi vengono a volte citati in questi atti): quasi negli stessi anni, ad esempio, «il negoziante» Camillo Amic aveva acquisito il «privativo diritto di godimento del palco del teatro di Tempio»[28] e disponeva di buona liquidità, tanto che nel 1860 poteva effettuare un prestito di 3.000 lire al reggente dell’ufficio di contabilità della locale Casa di pena[29].

Anche gli Amic, dunque, misero radici a Tempio, come già era avvenuto alcuni decenni prima ad un’altra famiglia francese, quella dei Bisson, proveniente dai dintorni di Marsiglia e trasferitasi in Gallura in conseguenza della grande Rivoluzione. Gli atti notarili segnalano un Efisio Bisson del fu Giuseppe, nato a Tempio, di professione notaio e marito di Giovanna Farina di Perfugas, che nel 1857 poteva lasciare alla figlia Marietta una dote di ben 5.000 lire nuove[30]. Suo figlio Giuseppe sarebbe diventato sindaco della città tra il 1869 e il 1871. I Bisson disponevano di un vastissimo sughereto che da Perfugas arrivava sino a Nulvi in Anglona, proprietà che forse era stata acquisita anche tramite i matrimoni e che fu successivamente ampliata grazie agli introiti provenienti dall’attività notarile e commerciale[31].

Un altro imprenditore che si insediò stabilmente in Gallura agli inizi degli anni Quaranta fu Giuseppe Anfossi, proveniente da Nizza Marittima[32]. Il suo nome non figura tra i proprietari di case nel sommarione catastale tempiese predisposto verso il 1850; nel 1864 acquistò un palazzo con cortile, pozzo, accessori e dipendenze, che apparteneva per metà al Municipio e per l’altra metà al Capitolo di Tempio ed era situato nel rione denominato il Carmine, nei pressi delle vecchie carceri[33]. Anche Anfossi non si dedicò alla lavorazione del sughero ma al suo commercio: nello stesso 1864 costituiva a tal fine una società con il cavalier Gerolamo Bartolomei (sindaco di Tempio e deputato della Gallura per alcune legislature) che prevedeva il conferimento dei sughereti che i due contraenti avevano in proprietà e in affitto e stabiliva che i due avrebbero provveduto a sfruttarli «di comune accordo e intelligenza, con la reciproca garanzia di privilegiare il socio nel caso di vendita della rispettiva proprietà[34]. Come gli Amic, anche il commerciante nizzardo (il quale, secondo la tradizione familiare, aveva cominciato la sua attività esportando radica per pipe) non limitò il commercio al sughero: non a caso nel 1858 vinse un appalto per la provvista di mobili per una casa di ricovero[35] e partecipò ad alcune importanti gare d’appalto[36].

I documenti consultati non offrono invece elementi sufficienti per capire quale fu il ruolo svolto in questa fase pionieristica dai proprietari e dagli imprenditori sardi nella valorizzazione di una risorsa come la scorza da sughero fino ad allora del tutto sottovalutata. Non si hanno, ad esempio, informazioni che possano far capire le ragioni che portarono alla chiusura da parte del marchese Boyl imprenditore attivo in vari campi, degli opifici per la lavorazione del sughero e dei turaccioli, da lui avviati nel corso degli anni Trenta prima a Putifigari (un paesino nel retroterra collinare di Alghero) e poi anche a Sassari[37]. Così come non si conoscono le dimensioni e la durata di queste iniziative, che alcuni indizi spingono a ritenere progettate e gestite con il supporto di imprenditori francesi, indispensabile soprattutto sul piano delle tecniche produttive. Alcuni atti notarili ci informano ad esempio che Boyl era stato socio in affari di sughero con il Puetsch[38]; ed è probabilmente da ricollegare a quest’impresa anche il temporaneo trasferimento a Sassari, nel corso degli anni Quaranta, di Ognissanti Arnaudon figlio[39].

Né ha trovato riscontro la tesi avanzata a suo tempo da Claudio Demartis, leader del socialismo riformista gallurese nei primi decenni del Novecento e appassionato studioso dell’industria sugheriera, secondo cui sarebbe stato un negoziante tempiese appartenente alla famiglia Spano ad avviare intorno al 1830 il commercio di sughero verso la Francia[40]. In effetti, oltre al Pietro Spano Giganti, che operava per conto del duo Sartoux-Arnaudon, compare più volte negli atti dei primi anni Trenta un Antonio Spano Giganti, che risulta però commesso di un altro negoziante locale, Giovanni Maria Verre[41]. Sono a nome di quest’ultimo diversi atti di arrendamento e locazione di terreni con piante di sughero stipulati a Tempio nel corso del 1831[42]. Quanto all’altro negoziante tempiese, Lorenzo Spano, egli risulta attivo solo a partire dagli anni Quaranta, quando acquisì le rendite per gli affitti di sugherete fissate anni prima in favore di alcuni proprietari locali dalla società Sartoux-Arnaudon[43]; anche un altro esponente della famiglia, Nicolò Spano Giganti, negoziava in sughero, come risulta dal contenzioso con un comandante di La Maddalena in seguito al naufragio di una bombarda avvenuto nell’ottobre del 1847 presso le coste della Provenza[44].

Va notato peraltro che i contratti di arrendamento richiedevano, per la stima del valore quantitativo e qualitativo degli alberi, la presenza di esperti e conoscitori delle piante e delle qualità del sughero che fossero anche capaci di mettere d’accordo le parti contraenti: così ebbero modo di emergere e specializzarsi alcuni tecnici locali, ai quali spesso veniva affidato anche l’incarico di sovrintendere alle operazioni di decortica.

Non sembra casuale, ad esempio, che tra i testi di alcuni atti di locazione stipulati da Giovanni Ludovico Beringuer e/o da Giuseppe Cipriano Baston si trovi quel Martino Tamponi, di Tempio, il quale sarebbe diventato negli anni successivi prima agente di una società torinese capitanata dal conte Pietro Beltrami[45] e poi agente della ditta Modigliani, o GioMaria Russino, capostipite di un’altra famiglia tempiese che legherà la sua vita al mondo del sughero[46]. In altri termini – per usare una terminologia attuale – sia le attività di intermediazione sia i compiti di consulenza e di sorveglianza connessi alle operazioni di selezione e raccolta del sughero grezzo consentirono in quel periodo l’accumularsi di competenze che, trasmesse da padre in figlio, avrebbero portato successivamente alla crescita di una radicata imprenditoria endogena.

Le fonti disponibili sembrano comunque confermare nel complesso, in questa fase, una netta preponderanza dell’imprenditoria francese, che aveva la possibilità di conoscere e sfruttare le potenzialità della Sardegna, non solo grazie ai rapporti con la Corsica, ma anche perché i flussi commerciali della parte settentrionale dell’isola erano diretti principalmente verso Marsiglia. Non a caso anche in un altro settore, quello conciario, furono industriali francesi a creare a Sassari e a Cagliari le prime manifatture capitalistiche, introducendo significative innovazioni in un comparto in cui pure esisteva una lunga tradizione artigianale[47].

In queste iniziative in Sardegna gli imprenditori francesi furono indubbia mente agevolati dalla disponibilità del governo sabaudo. A loro vantaggio c’era un divario di competenze tecniche acquisite in competizione con i produttori spagnoli, grazie anche a una politica di sostanziale protezione dell’industria nazionale[48]. Agli inizi degli anni Quaranta, dopo le proteste dell’ambasciatore francese perché alcuni mercanti transalpini erano stati ostacolati nella loro attività, il governo piemontese diede un definitivo via libera all’esportazione di sughero dalla Sardegna[49]; quasi contemporaneamente un imprenditore marsigliese chiese ed ottenne la concessione di una privativa per l’uso esclusivo nell’isola di una macchina di nuova invenzione per la confezione dei turaccioli»[50], anche se non si ha alcun riscontro di una sua effettiva realizzazione.

NOTE

[1] Alberto La Marmora, Voyage en Sardaigne, Torino, 1839, vol. I, pp. 332333. Una conferma del fatto che lo sfruttamento della risorsa sughero fosse allora appena agli inizi si ha dal testo di Valery (pseudonimo del francese Antoine Claude Pasquin) Voyage en Corse, en l’ile d’Elbe et en Sardaigne, Paris, 1837, nel quale lo scrittore francese, che aveva visitato la Sardegna alla fine degli anni Venti, osservava, riferendosi alla Gallura, che la conservazione delle foreste era molto trascurata, anzi pressoché nulla». La citazione è tratta dalla recente parziale riedizione italiana del volume, a cura di Maria Grazia Longhi, con il titolo Viaggio in Sardegna, Nuoro, 1996, p. 48.

[2] Ivi, p. 356. Dalla stessa fonte si ricava anche che nel decennio 182736 si erano avute esportazioni di sughero grezzo dalla Sardegna per un valore di più di 300.000 lire.

[3] Cfr. Antonio Sanna, La sughera in Sardegna dalla preistoria ai nostri giorni, Sassari, 1946, p. 74.

[4] Ivi, p. 72.

[5] Archivio di Stato di Sassari (d’ora in avanti AdSSS), Atti notarili, Tempio città, 1830, n. 71, Procura generale del signor Matteo Francesco Bonné Sartoux di San Felice in Spagna a favore del padre signor negoziante Michel Sartoux di Marsiglia.

[6] Sul ruolo svolto da Arnaudon, l’unico di questi mercanti francesi che scelse di risiedere per un lungo periodo a Tempio, si veda il paragrafo successivo.

[7] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1830, n. 46, Atto di arrendamento tra il dottor Stefano Lissia e Pietro Spano. L’atto cita il mandato stilato a Marsiglia il 5 gennaio dello stesso anno dal notaio Gabriele Rocco Bartolomei.

[8] Ivi, 1834, n. 86, Procura generale stipulata dal monsieur Giovanni Pietro Roncher di Montpellier a favore del di lui figlio Felice. Con questa procura, motivata dal fatto che il Roncher si trovava per affari di negozio» nella provincia di Sassari, il padre attribuiva al figlio maggiore la potestà di dare il proprio assenso «alla madamigella che giudichi più convenevole per moglie per l’altro figlio Eugenio».

[9] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1830, nn. 26 e 60, Procura e mandato generale rispettivamente ai figli Angerico e Felix, e 1834, n. 86, Procura speciale stipulata dal monsieur Giovanni Pietro Roncher di Montpellier a favore del di lui figlio Felice.

[10] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1834, n. 153. Inventario giudiziario dei beni del fu Giuseppe Terrier di Marsiglia domiciliato da venti anni e più a Tempio dove ha fatto acquisto di palazzi, vigne e d’altri immobili di non trascurabile valore. Dal lungo atto (in tutto una ventina di pagine) risulta tra l’altro che Terrier, il quale si era procurato involontariamente una ferita al braccio destro con il suo stesso schioppo, temendo di morire, indicò come curatore delle sue estreme volontà il negoziante Giovanni Battista Devoto.

[11] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1830, n. 173, Procura generale di Giuseppe Terrier di Marsiglia domiciliato in Tempio a favore del notaio Leonardo Massidda.

[12] Ivi, 1832, n. 128, Locazione tra la pastorissa vedova Vittoria Muntoni, di Aggius, e il negoziante Giuseppe Terrier della città di Marsiglia, residente a Tempio. Con questo atto, stipulato anche a nome della Società Sartoux e Arnaudon, si rinegoziava la scrittura privata siglata tre anni prima tra la Muntoni e Pietro Spano Giganti, che allora agiva a nome della Società suddetta.

[13] Ivi, 1833, nn. 3, 5, 6, 7, 55, 192, 103, 106.

[14] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio, 1839, n. 76, Ratifica di locazione di sugheri dal nobile Don Giuseppe Sardo Riccio di Tempio al signor Roncher.

[15] AdSSS, Atti notarili, Tempio, 1834, n. 130, Mandato speciale conferito dal notaio signor Leonardo Mundula di Tempio al signor Patron Nicolò Bontà della città di Rapallo nel Ducato di Genova.

[16] Ivi, n. 153, Inventario giudiziario del fu Giuseppe Terrier cit. In una parte di questo documento si fa riferimento, tra l’altro, ad un atto stilato dal notaio Demartis nel novembre del 1819, oltre che ad una società di sugheri formatasi nel maggio del 1831. Dal documento risulta che Terrier si era sposato o comunque conviveva con la tempiese Francesca Soggiu ma non aveva parenti diretti.

[17] Ivi. Sartoux chiamò a testimone un altro negoziante francese, Francois Verdura, domiciliato a Sassari, che aveva consegnate su suo incarico la somma al Terrier.

[18] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1839, n. 104, Procura generale conferita da Giovanni Ludovico Beringuer a Giuseppe Cipriano Baston, (perché possa attendere allo scorzamento di sugheri che il medesimo avrebbe in questo Regno di Sardegna affittato, acquistandone anche altri, convocare in giudizio, prospettare sequestri) e n. 75. Da quest’ultimo atto risulta tra l’altro che Giuseppe Cipriano Baston, di San Tropez, Départment du Var aveva fatto vari acquisti di tanche per la scorza di soveri dal signor Giovanni Battista Puesch di Marseilles, spesso a nome proprio anche se il suo principale era il signor Giovanni Ludovico Beringuers. I primi contratti di locazione stipulati formalmente dal Baston risalgono all’anno prima. Cfr. 1838, nn. 196, 209 e 216.

[19] AASSS, Atti notarili, Tempio città, 1839, n. 67, Vendita di frutto di sughero in franchi 1.200 fatta da Giacomo Mallan di Avignone a favore del signor Giovanni Ludovico Berengier. Per gli atti di arrendamento stipulati da Mallan insieme a Demetrio Cavalleri (un sottotenente torinese residente a Tempio) cfr. 1836, nn. 48, 49 e 54.

[20] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1845, n. 83. Inventario dei beni lasciati dal defunto negoziante Giuseppe Cipriano Baston di San Tropez di Francia, dimorante nella città di Tempio su istanza della figlia Elisabetta Stefania Baston. Nel predisporre l’atto, di complessive 8 pagine, il notaio si avvalse dell’ausilio di numerosi periti, tra cui un maestro falegname, un viandante e un argentiere. Per una più precisa analisi degli accordi stipulati tra Baston, i fratelli Berengier e un altro mercante francese, Desiderato Gismondi, cfr. l’atto notarile n. 82 del 1842.

[21] Dalla tomba di famiglia presente nel cimitero di Tempio risulta infatti che Cesar, nato nel 1792, avvocato, sposò Geltrude Berengier e morì nella città gallurese nel 1857. Potrebbe essere stata questa parentela a indurre gli Amic ad inserire il sughero nelle proprie attività commerciali.

[22] Colloquio con l’avvocato Gerolamo Amic. Tempio, aprile 1999.

[23] Cr. AdSSS, Sommarione. Tempio città, nn. 3.2893.303.

[24] Lo dimostra la procura sottoscritta da Cesare Mario Santo Ernesto Amic a favore dello zio Luigi Mario, medico, dimorante a Grimaud Apentel, con la quale conferiva al parente la facoltà di rappresentarlo nella successione del defunto avo materno Giovanni Clemente Giuliano Berengier, proprietario, dimorante al piano della Bone, nel distretto di Draguignan, Chi. ANS. Atti notarili, Tempio e ville, 185051, vol. 11. n. 19, 30 ottobre 1850, Procura sottoscritta dal signor Luigi Mario Amic in capo al signor Luigi Mario Amic di lui zio, figlio del vivente Cesar e della defunta Geltrude Berengier. Il mandato conferito nell’atto di procura era totale e contemplava la delega a «procedere alla divisione in natura o mediante vendita», la «licitazione dei beni mobili e immobili», «l’entrata in possesso di quote dell’eredità a lui spettanti».

[25] AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1858, vol. I, n. 93, Vendita di due porzioni di pasturizzato così detto in lire nuove 460, fatta dalla vedova Raimonda Aisoni ai signori Ernesto e Camillo fratelli Amic di Francia, e 1858, vol. III, n. 93, Atto di transazione tra il Demanio e i fratelli Ernesto e Camillo Amic.

[26] AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1859, vol. II. n. 330, Locazione fratelli Aisoni-Mureddu e fratelli Amic.

[27] AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1858, vol. 11, Vendita di Nicolò Spano Giganti a Camillo Amic. L’importo dell’acquisto venne fissato in lire 1.000.

[28] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1861, vol. 1, n. 38, Atto di malleveria con vincolamento di una cedola del debito pubblico redimibile passato dal signor Camillo Amic in favore del signor Marco Antonio Spano, nella qualità di reggente dell’ufficio di contabile del materiale nell’Amministrazione della Casa di pena.

[29] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1861, vol. 1, n. 38, Atto di malleveria con vincolamento di una cedola del debito pubblico redimibile passato dal signor Camillo Amic in favore del signor Marco Antonio Spano, nella qualità di reggente dell’ufficio di contabile del materiale nell’Amministrazione della Casa di pena.

[30] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1857, vol. 1, n. 211, ma anche 1859, vol. II, 213, e 1861, vol. III, n. 90. Con quest’ultimo la vedova Giovanna Bisson, nata a Perfugas, e suo figlio Giuseppe, domiciliato a Tempio, acquistavano un terreno per la somma di 1.300 lire.

[31] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1861, n. 90, Vendita di terra per il prezzo di live 1.300 dal molto reverendo Pietro Paolo Cubeddu a favore della signora vedova Giovanna Bisson nata Farina di Perfugas e del di Lei figlio Giuseppe Bisson domiciliato in Tempio. Una Elisabetta Bisson, figlia di Efisio e sposata con Matteo Macciocco di Tempio, era in condizioni, agli inizi degli anni Sessanta, di rilasciare quietanze per importi consistenti.

[32] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1842, n. 123, 10 luglio, Atto di obbligazione stipulato da GioMaria Fara di Tempio in favore del negoziante Giuseppe Anfossi ivi dimorante.

[33] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1864, vol. III, n. 460, Vendita del Municipio di Tempio a Giuseppe Anfossi e vol. IV, n. 838, Vendita di palazzo e annesso cortile dall’illustrissimo Capitolo di Tempio a favore del signor negoziante e proprietario Giuseppe Anfossi. Anfossi si impegnò a pagare a ciascuno dei proprietari la somma di 1.510 lire.

[34] Ivi, 1864, b. 17, vol. 1, n. 46, Costituzione di società tra il Cavalier colonnello Gerolamo Bartolomei e Giuseppe Anfossi di Nizza marittima, negoziante. Il Bartolomei disponeva di grandi proprietà anche nel territorio di Nulvi. Lo stesso Anfossi, insieme a Pancrazio Usai e Gavino Revel, anche loro negozianti, gli aveva conferito l’anno prima un «affittamento di alberi di sughero», in

[35] Ivi, 1858, vol. III, n. 167, Appalto tra Giuseppe Anfossi e la Provincia di Tempio per un importo di live 1.200 con cauzione del signor Antonio Musino.

[36] Ivi, 1864, n. 66, Appalto tra la Sottoprefettura di Tempio e il negoziante Giuseppe Anfossi. Gli appalti, promossi nel 1863 dalla sottoprefettura per le forniture al locale carcere mandamentale per il triennio 64-67, riguardavano le forniture di vino, olio, legna da ardere e carbone. I tre lotti vennero aggiudicati all’Anfossi per un importo complessivo di circa 10.000 live (rispettivamente per le somme di 3.306, 3.296 3.233 lire): per garantire maggiormente l’esatta osservanza del capitolato, l’Anfossi diede «per suo solidario» Bartolomei e «per approvatore» un alto proprietario di Tempio, Stefano Altea.

[37] «Verso il 1837 si introdusse a Sassari una fabbrica di turaccioli di sughero promossa o ispirata dall’industria del sughero introdotta a Putifigari dal Marchese Don Vittorio Boyl». Enrico Costa, Sassari vol. 5, (edizione del 1957), p. 311. La presenza nel mondo del sughero dell’«eccellentissimo signor Marchese Don Vittorio Boyl di Puifigari», in società con il negoziante GioBattista Puetsch, già da una decina di anni prima è confermata anche da alcuni documenti d’archivio. Fu lui che realizzò uno dei primi rimboschimenti nell’isola, facendo piantare 150.000 querce nel territorio di Putifigari. Cfr. Sergio Serra, La Reale società agraria ed economica, in La Camera di Commercio di Cagliari (1862-1997), Cagliari, 1997, vol. I, p. 201. Su Boyl, il quale, anni prima, in qualità di direttore dell’Azienda Ponti e Strade, aveva contribuito alla progettazione della «strada reale» che doveva attraversare verticalmente l’isola collegando Cagliari e Porto Torres e aveva svolto iniziative imprenditoriali in diversi settori, cfr. anche Antonello Mattone, Le origini della questione sarda, in Luigi Berlinguer e Antonello Mattone, Storia d’Italia dall’Unità ad oggi. La Sardegna, Torino, 1998, p. 56.

[38] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1839, n. 77 e n. 78, 17 aprile, Ratifica di locazione di sughero fatta dal signor Giuseppe Pes di Tempio a Giovanni Ludovico Beringuer.

[39] Ivi, 1849, n. 75, Vendita di una tanca posta in territorio di Aggius dai fratelli Carbini Brandinu a Tutti Santi Arnaudon residente in Sassari. Due anni dopo l’Arnaudon risultava invece dimorante a Tempio. Cfr. 1851, n. 133, Vendita di terreno aratorio con alberi di sovero fatta da Pietro Piga di Aggius a favore del signor negoziante Tuttisanti Arnaudon di Marsiglia e a Tempio dimorante.

[40] Cfr. Claudio Demartis, Note sulle origini dell’industria del sughero in Gallura, Tempio, 1931. Demartis presentò questa monografia, in forma dattiloscritta, al concorso indetto in quell’anno dal Consiglio per l’economia corporativa di Sassari, che aveva bandito una borsa di studio di 5.000 alla migliore ricerca sul tema del sughero e della sua industrializzazione. Cfr. Archivio della Camera di Commercio di Sassari (d’ora in avanti ACdCSS), cat. IX, classe 3, fasc. 3, Concorsi e tesi di laurea dal 1930 al 1936. I partecipanti al concorso, che prevedeva la stesura di una monografia sul sughero, la sua coltura, la sua industrializzazione con particolare riferimento alla Sardegna, furono cinque: Floriano Speranzini, di Firenze, Paolo Noli, di Pavia, Guido Gadoni, di Sassari, Angelina Russino e, appunto, Claudio Demartis, entrambi di Tempio. Conservato per anni nella biblioteca della Camera di Commercio, il dattiloscritto di Demartis, cui fanno implicito riferimento diversi studi successivi, risulta oggi introvabile.

[41] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, n. 119, Atto di locazione tra Gio. Agostino Panu e Giovanni Maria Verre.

[42] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1831, nn. 59, 129, 150 e 170. Il biennio successivo, invece, proprio com’era accaduto nel 182930, fu dominato dall’attivismo dei commercianti francesi.

[43] AdSSS, Atti notarili, Tempio città, 1843, n. 150, Vendita di sette pensioni annue di scudi sardi 350 dalli signori Gio Antonio Carcupino e Pietro Lissia in favore del signor negoziante Lorenzo Spano. Questo documento fa riferimento ad un atto rogato il 13 marzo 1830 dal notaio Antonio Pasquale Demartis.

[44] Ivi, 1848, n. 45, Procura del negoziante Nicolò Spano Giganti in capo al signor Giustiniano Solari di Capraia, e n. 116, Procura generale segnata dal signor Battista Polverini de La Maddalena in capo al monsier Julien Berardi.

[45] Ivi, 1858, Cessione da parte di Tamponi Martino fu Antonio a favore del signor Conte Beltrami Pietro e Compagnia di Torino. Con questo atto il Tamponi dichiarava di aver effettuato acquisti di terreni per complessivi 154 ettari nella qualità di «semplice raccomandatario» della ditta torinese.

[46] Ivi, 1839, n. 77 e n. 119.

[47] Cfr. Sandro Ruju, Via delle Conce. Storia e memorie dell’industria del cuoio a Sassari 1850-1970, Sassari, 1988.

[48] Cfr. Bertrand Gille, Le Conseil général des manufactures. Inventaire analytique des procès-verbaux (1810-1829), Torino, 1961, p. 14.

[49] «Un Rougon francese volle indarno il traffico esclusivo delle sanguisughe e delle cortecce di sughero. Richiamandosi l’ambasciatore di Francia contro le misure prese verso il negoziante corso Giulio Roccasana che faceva traffico delle cortecce suddette, il Supremo suggerì che si lasciasse libero lo asportare (pareri d’ottobre 1844 e giugno-luglio 1845)». Giovanni Siotto Pintor, Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848, Torino, 1877, p. 405.

[50] Ivi, pp. 404-405. Siotto Pintor riporta a questo proposito il nome di Pietro Moulard e segnala che negli stessi anni un altro marsigliese, Ippolito Raut, chiese ed ottenne una privativa per la fabbricazione di candele steariche e per l’estrazione dell’olio di oliva con macchine a vapore, ma non è in grado di chiarire se queste concessioni divennero operative o se invece successivamente si arenarono.

coll. Sandro Ruju

Ognissanti Arnaudon e la società franco-spagnola.

Le prime aziende di un certo rilievo specializzate nella lavorazione dei turaccioli erano sorte in Spagna alla fine del Settecento. Concentrate in prevalenza nelle province catalane riuscirono a formare ben presto «artigiani valentissimi, grandi conoscitori della materia, i quali, emigrando per esercitare il commercio, portarono l’industria non solo negli altri centri produttori, ma anche in qualche paese di consumo»[1]. Dalla Catalogna queste competenze, che erano insieme tecniche e commerciali, si trasferirono nelle zone della Francia meridionale più ricche di materia prima e solo più tardi, come si è accennato, in Sardegna.

Durante gli anni Sessanta una società franco-spagnola aprì a Tempio quella che fu forse la prima vera e propria impresa industriale italiana nel settore. Le fonti non consentono una datazione precisa dell’apertura di questa fabbrica: tuttavia mentre ancora alla metà del decennio precedente Giuseppe Torchiani inseriva gli opifici di turaccioli tra le «piccole opere» presenti nell’isola[2], una sintetica relazione predisposta nel 1862 dalla Camera di Commercio di Sassari segnalava, in un contesto industriale peraltro soltanto embrionale, alcune (purtroppo non meglio precisate) fabbriche di turaccioli tra «i principali stabilimenti» del Nord Sardegna[3].

«L’industria dei tappi di sughero – riferiva alcuni anni dopo il canonico Giovanni Spano nel suo aggiornamento dell’Itinerario del La Marmora – nel circondario di Tempio è molto sviluppata per cura di una Società Francese e Spagnola che hanno (sic) introdotto un metodo di coltivazione (sic) per avere tappi di prima qualità e se ne fa un grandissimo smercio in Marsiglia e in Spagna[4].

Rifacendosi a questa notizia dello Spano, Felice Cherchi Paba ha sostenuto, senza citare altre fonti, che fu questa industria a «far comprendere ai galluresi la preziosa utilità della quercia sugherifera» e a spingere alcuni ricchi produttori di sughero a dedicarsi alla sua industrializzazione producendo quadretti e tappi[5]. L’importanza di questa società straniera è confermata, sia pure indirettamente, da un’altra fonte, questa volta ufficiale, la Relazione predisposta dalla Camera  di Commercio di Sassari nel 1878:

«I sugheri che venivano distaccati dagli alberi davano luogo in passato non solo alla spedizione di quel prodotto greggio a Marsiglia e a Genova ma anche alla fabbricazione di turaccioli. Rilevantissima allora, ridotta a ben poca al presente. Gli operai addetti a questo lavoro erano Catalani e la loro giornata era pagata molto più cara dacché essi trovavansi troppo distanti dai loro paesi. La fabbricazione fu allora trasferita a Genova e a San Pier d’Arena anche con maggior vantaggio dei fabbricanti medesimi. Oggi la lavorazione si fa da operai del paese e per consumo della provincia: tuttavia non ha mai cessato la spedizione fuori dall’Isola e per l’Estero, sebbene sia ridotta a 30 quintali»[6].

Dall’analisi di questa relazione (utile e importante per orientarsi nella nebulosa che circonda le origini dell’industria sugheriera in Sardegna) si può desumere in modo sufficientemente fondato che fu la società franco-spagnola a far arrivare in Gallura le maestranze catalane e ad avviare un intenso flusso di esportazione di sughero lavorato, mentre successivamente, con il trasferimento dell’ azienda in Liguria, si riprese ad esportare dalla Sardegna in prevalenza la materia prima solo semilavorata.

Non disponiamo di altri elementi che consentano di conoscere le dimensioni e la durata dell’attività di questa azienda, anche se alcuni indizi fanno ritenere che essa abbia sospeso la sua attività in Sardegna prima del 1870[7]. La società nacque probabilmente a Marsiglia, visto che non si è trovata traccia negli archivi sardi dei suoi atti costitutivi e che nella stessa città francese era stata fondata alla fine agli anni Venti, come si è accennato, la società tra Arnaudon (padre) e Michel Sartoux, un cui figlio (Matteo Francesco) risiedeva a San Feliu, importante centro sugheriero della Catalogna[8]. Altri indizi rendono probabile l’ipotesi che a promuovere la società franco-spagnola per la lavorazione del sughero siano stati, magari anche con il concorso di altri azionisti stranieri, proprio i Sartoux (cui forse si deve l’arrivo a Tempio della prima manodopera catalana specializzata) e gli Arnaudon. Appare infatti molto difficile che quasi contemporaneamente possano essere sorte a Tempio due aziende manifatturiere per la lavo razione del sughero, entrambe guidate da francesi, una delle quali, tra l’altro, avrebbe dovuto operare senza la garanzia di poter disporre della materia prima.

Diverse fonti, poi, legano proprio alla figura di monsieur Arnaudon la crea zione del primo opificio per la lavorazione del sughero a Tempio, collocandone l’apertura agli inizi degli anni Sessanta[9]. Su Ognissanti Arnaudon (figlio) i documenti ci informano che, nato come il padre a Gap ma proveniente da Marsiglia, attuò una strategia tesa a passare dal temporaneo affitto delle sugherete al vero e proprio acquisto di terreni[10]. Si sa inoltre che, dopo aver risieduto sul finire degli anni Quaranta a Sassari, a partire dal 1851 si trasferì a Tempio dove acquistò una vasta casa con cortile nel rione di San Sebastiano[11]. Al piano terreno di questo edificio trovò spazio, molto probabilmente, la fabbrica. Ad offrire interessanti elementi sul ruolo di questa azienda come fucina di formazione della prima manodopera locale fu Antonio Sanna, indubbiamente uno dei più attivi imprenditori sugherieri sardi. Egli fece esplicitamente ricorso alla tradizione orale quando tra gli anni Trenta e Quaranta del Novecento compilò le sue interessanti note sulle origini dell’industria sugheriera: «Tutto ciò (che riguardava il periodo delle origini) – precisava infatti – oltre ad essere stato appreso dai nostri nonni e genitori, una parte delle persone, dei fatti e dei tempi sono stati conosciuti da noi e da non pochi vecchi industriali sardi dei quali qualcuno ancora vivente»[12].

Nella sue ricostruzioni, interessanti anche se inevitabilmente non del tutto puntuali sul piano cronologico, Sanna contestava sia le versioni di tipo campanilistico che tendevano a rivendicare a imprenditori tempiesi la primogenitura[13], sia l’epigrafe con cui l’industriale sugheriero lombardo, Leopoldo Marangoni, aveva dedicato la sua pubblicazione sul sughero alla memoria di Ergisto Bezzi, definendolo «fondatore dell’industria italiana del settore»[14]: una dedica in qualche modo strumentale (l’azienda milanese del Bezzi era stata rilevata agli inizi del Novecento proprio dalla famiglia Marangoni, restando per anni una delle maggiori imprese italiane del settore)[15].

Fu soprattutto sotto la guida di Arnaudon che si formò la prima manodopera gallurese: «Soltanto in seguito – notava ancora Sanna – alcuni operai che avevano appreso dei buoni elementi sulla preparazione del sughero e sulla fabbricazione dei quadretti si misero anch’essi ad imitare il loro maestro creando una specie di artigianato che man mano diveniva più importante[16]. Ma nello stesso tempo la società franco-spagnola funzionò da richiamo in Sardegna per tecnici e operai specializzati stranieri.

Lo stesso autore ci informa che un altro imprenditore francese, un certo «Monsieur Antoine», operò invece in prevalenza nel centrosud della Sardegna (tra Neoneli, Ortueri e Gonnosfanadiga) trasferendosi più tardi, «già vecchio e colmo di fortuna», a Oristano[17]; e segnala il trasferimento in Gallura di tecnici stranieri esperti nelle tecniche di lavorazione del sughero: «Fu verso il 1870 scrive ancora Sanna  che altri operai francesi e spagnoli, quali il Guaran, il Sansan, il Pascal e altri meno noti, si riversarono nella Gallura, attratti dalla fama della scoperta delle foreste, in cerca di fortuna. Il Guaran finì ad Ozieri, ove oltre il commercio del sughero esercitava l’arte medica, il Sansan si stabilì a Tempio, mentre il Pascal vagò come l’ebreo errante e rifece la via del ritorno dopo diversi anni di permanenza nell’isola»[18].

Di quest’ultimo, come dell’Antoine, non si è trovata alcuna traccia, mentre sul ruolo del francese Bernard Sansan ci si soffermerà più avanti. Quanto al Guaran si sa che, proveniente da Barcellona, si trasferì a Ozieri verso la fine degli anni Sessanta (una circostanza che potrebbe confermare una sua presenza all’interno della società franco-spagnola sorta in precedenza a Tempio)[19]. Nel centro del Logudoro, da dove poteva puntare a sfruttare i numerosi boschi di sughero delle montagne vicine ancora non adeguatamente valorizzati, aprì non solo un nuovo opificio per la lavorazione del sughero ma anche la prima farmacia. L’imprenditore catalano partecipò e fu premiato con la medaglia di bronzo alla II Esposizione industriale della Sardegna svoltasi a Sassari nel 1873, per aver introdotto «l’utile industria dei turaccioli nella città d’Ozieri»[20]; ma non si dedicò esclusivamente all’attività sugheriera finanziando anche altre imprese[21]. A testimoniare i contatti con il mercato continentale, il matrimonio di una sua figlia con Vittorio Bagagli, il quale divenne socio del suocero in Sardegna, ma aveva già aperto nel 1848 un piccolo opificio per la fabbricazione dei turaccioli al centro di Roma[22].

Solo dopo qualche decennio l’azienda di Guaran venne rilevata da Giovanni Falzoi, in società con la ditta del francese F. Carlin, con sede a Livorno[23]. Falzoi apparteneva ad una famiglia di origine valdostana già residente ad Ozieri da qualche generazione, e che, stando alla tradizione orale, si era trasferita da tempo in Sardegna per attività connesse al taglio dei boschi. Dai registri del Municipio di Ozieri si ricavano alcuni elementi utili a delineare i movimenti di questo che alcuni documenti segnalano come «lavoratore di sughero di questa città»: nato nel 1850, si era sposato giovanissimo, tanto che aveva avuto il primo figlio Francesco ad appena 19 anni, mentre il secondo, che venne chiamato Monserrato come il nonno paterno, nacque nel 1872. Alcuni anni dopo si trasferì però a Livorno, forse per svolgere le mansioni di capofabbrica presso la ditta Carlin, dato che il terzo figlio, Enrico, nacque nella città toscana nel 1877; solo nel decennio successivo fece ritorno in Sardegna, stabilendosi prima a Calangianus e poi a Tempio, dove impiantò un suo opificio, prima di far ritorno, nel 1893, ad Ozieri, dove operò in società con Paolo Forteleoni di Luras, rilevando appunto la ditta di Guaran[24].

Sulla base delle fonti consultate non è facile stabilire quali effetti produsse sul breve-medio periodo il trasferimento in Liguria della società franco-spagnola. Da un lato, infatti, l’aprirsi di uno spazio produttivo almeno potenziale favoriva oggettivamente il sorgere di piccole (e piccolissime) imprese autonome e dunque il delinearsi, almeno in via embrionale, di quel fenomeno di imprenditorialità dal basso che costituisce uno degli aspetti più interessanti di questa storia industriale (nella quale a più riprese avranno alternativamente un ruolo preponderante alcune aziende più grandi e le micro-imprese artigianali).

«Da quell’epoca in poi (18701875) le fabbrichette – scrive in proposito ancora Sanna – non si contano più. È una gara, facilitata dal crescente consumo, man mano l’artigianato dilaga, non v’è famiglia che non abbia uno dei suoi membri interessato comunque al sughero, mentre tant’altre, dal capo di famiglia al più piccolo valido, sono maestro, lavorante, apprendista nell’opificio. La Gallura divenne il massimo centro sugheriero, il massimo mercato d’Italia, la fucina delle maestranze italiane del sughero. Da Tempio e Calangianus partivano parecchie migliaia di quintali di materiale greggio e lavorato per diverse destinazioni estere del Mediterraneo, mentre nel settentrione d’Italia cominciavano ad affiorare le prime fabbriche di turaccioli e Genova diveniva la Borsa nazionale del sughero, dove avvenivano le maggiori contrattazioni per consegne immediate e a termine, dove ci si dava convegno tra continentali e sardi per intrecciare rapporti più stretti d’affari. Tempio cominciò a distinguersi tra tutti gli altri paesi per attività e mezzi. Vi fiorirono delle fabbriche d’importanza in relazione ai tempi e si può affermare che, in breve volgere di anni, i due terzi della produzione sarda erano controllati dall’industria tempiese»[25].

D’altro lato però aveva ragione Marangoni nell’osservare che, con il trasferimento della ditta franco-spagnola a San Pier d’Arena, il capoluogo gallurese perse di colpo il ruolo di punta che aveva svolto nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento[26]. Da quel momento infatti la manifattura del sughero in Sardegna trovò difficoltà ad espandersi ed i sugheri più pregiati ripresero a prendere le vie dell’estero o del Continente[27].

NOTE

[1] Leopoldo Marangoni, Il sughero e la sua economia, Milano, 1937, p. 12.

[2] Cfr. Giuseppe Torchiani, L’isola di Sardegna e le sue naturali produzioni, Sassari, 1856, p. 56.

[3] Cfr. Relazione della Camera di Commercio ed Arti di Sassari sulle condizioni commerciali ed industriali della Provincia, Sassari, 1862, p. 7. «L’industria manifatturiera della Provincia – si legge in questa Relazione – è tuttora un desiderio. Qualche conceria, vari lavatoi di sanse, tra i quali due a vapore nella città capoluogo, qualche fabbrica di sapone e di turaccioli di sughero, sono i principali stabilimenti industriali».

[4] Giovanni Spano, Emendamenti e aggiunte all’Itinerario dell’Isola di Sardegna del Conte Della Marmora, Cagliari, 1874, pp. 215-216.

[5] Cfr. Felice Cherchi Paba, Evoluzione storica dell’attività industriale, agricola, caccia e pasca in Sardegna, Cagliari, 1977, vol. IV, p. 328.

[6] Camera di Commercio ed Arti di Sassari, Relazione sovra la statistica e l’andamento del commercio e delle industrie della provincia di Sassari nell’anno 1876 approvata dalla Camera il 7 agosto 1878, p. XII.

[7] Nella Relazione che la Camera di Commercio inviò in quell’anno al Comitato per l’inchiesta industriale non figura infatti alcuna menzione di attività nel comparto del sughero. Cfr. Atti del Comitato per l’inchiesta industriale 1870-1874, vol. VIII, pp. 187-189.

[8] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio, 1830, n. 71 (Procura generale del signor Matteo Francesco Bonné Sartoux di San Feliu in Spagna a favore del padre signor negoziante Michele Sartoux) e 1832, n. 128 (da cui risulta che il negoziante Giuseppe Terrier, della città di Marsiglia, agiva a Tempio anche a nome della società Sartoux e Arnaudon della suddetta città).

[9] È questa la datazione che si ricava dalla nota di Antonio Sanna, Origine e sviluppo dell’industria del sughero in Sardegna, raccolta nel volume curato dal Consiglio provinciale dell’Economia corporativa di Sassari, Atti del Convegno nazionale del sughero tenuto a Sassari il 79 maggio 1934, Sassari, 1934, p. 419, e dal testo, già citato, elaborato successivamente dallo stesso autore: «Non sono passati 25-30 anni  scriveva Sanna nel 1946 dalla morte di uno degli operai bollitori di Tempio, al servizio di Mons. Arnaudon negli ultimi anni della sua attività». A. Sanna, La sughera in Sardegna dalla preistoria ai nostri giorni cit., p. 73. Ma si veda anche L’industria dei sugheri in Gallura ed in Ozieri, in “L’Isola”, 2021 luglio 1894. L’autore di questa sintetica ricostruzione (che si firmava con lo pseudonimo di “Falchetto”) riferiva che il primo ad impiantare una fabbrica di sugheri a Tempio, oltre un trentennio prima, era stato l’Arnaudon. Non è chiaro in base a quale fonte Marilena Bruschi, autrice di un’interessante monografia su Tempio nella seconda metà dell’Ottocento, abbia ritenuto di poter datare al 1879 la nascita di quella che la stessa autrice definisce «la prima fabbrica di sughero a Tempio». Marilena Bruschi. Tempio nella seconda metà dell’Ottocento. Note di storia municipale, Sassari, 1982, p. 102.

[10] Intorno agli anni Cinquanta l’Arnaudon figlio rinegoziava alcune locazioni stipulate dal padre vent’anni prima, ma risultava anche molto attivo nell’acquisto di sughereti soprattutto in territorio di Aggius, comune dove possedeva anche alcune case. Cfr. per le case Sommarione di Aggius e, per i terreni, AdSSS, Atti notarili, Tempio, 1849, n. 75 (Locazione tra la vedova Lorenza Maciocco e il negoziante Tutti Santi Arnaudon) e n. 95 (Vendita di Michele, Giobattista e più fratelli Carbini Brandinu a Tutti Santi Arnaudon): da quest’ultimo atto, relativo all’acquisto della grande tanca boscosa di Abbavritta per il consistente importo di 7.400 lire, si ricava che Arnaudon risiedeva temporaneamente a Sassari e che il suo agente in Gallura era allora il negoziante Luca Giua. Cfr. anche Tempio e ville, 1850-51, vol. I, n. 163 (Acquisto di aratorio con alberi di sughero da Pietro Piga), e 1851-52, vol. II, n. 184, (Acquisto da Salvatore Doro): nei due atti si indica Arnaudon come originario rispettivamente di Marsiglia (città con la quale evidentemente commerciava) e di Gap (centro dove molto probabilmente era nato).

[11] Cfr. AdSSS, Sommarione, Tempio città, nn. 3.220 e 3.221.

[12] A. Sanna, La sughera in Sardegna cit., p. 75.

[13] Sanna si riferiva in particolare alle già citata tesi di Claudio Demartis, circa la quale tendeva a precisare che gli Spano svolsero un ruolo autonomo nel commercio di sughero «solo molto più tardi».

[14] Nato nel 1835 a Cusano, Bezzi era stato garibaldino prima di avviare a Milano la sua azienda cui, negli anni Settanta, si associarono anche Righini e Lattuada. Un’altra azienda milanese, operante dalla fine degli anni Settanta nella zona di Porta Ticinese, era la Prinetti, Stucchi e C. (che oltre a lavorare il sughero produceva anche macchine da cucine). Cfr. Franco della Peruta, Lavoro e fabbrica 1815-1914, Milano, 1987, pp. 64-65.

[15] «Ricordo qui Ergisto Bezzi, l’eroico Ferruccio trentino dei Mille, che creò in Italia l’industria del sughero, lavoratore e Maestro venerato. E ricordo mio padre, Cesare Marangoni, che rinnovando per oltre quarant’anni la fatica del Maestro, ha organizzato la maggiore lavorazione italiana del sughero». Con questa dedica Leopoldo Marangoni apriva la sua pubblicazione Il sughero e la sua economia, Milano, 1937, un testo che, stampato con una prefazione di Arturo Marescalchi, riprendeva e sviluppava la sua tesi di laurea.

[16] A. Sanna, Origine e sviluppo dell’industria del sughero in Sardegna in Atti del Convegno nazionale del sughero cit., p. 419.

[17] Cfr. A. Sanna, La sughera in Sardegna cit., p. 75. Nell’archivio storico del comune di Neoneli non ho però trovato documentazione sul ruolo svolto da quest’imprenditore francese.

[18] A. Sanna, Origine e sviluppo dell’industria del sughero in Sardegna cit., p. 420.

[19] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Ozieri e ville, 1875, vol. 1, n. 192. «Il ben cognito signor Francesco Guaran del fu Raimondo, nativo di Barcellona scriveva il notaio Francesco Cocco Salis è domiciliato e residente in questa città». Da un altro atto notarile (1873, vol. IV, n.979, Quietanza di lire 300 fatta da Ignazio Soro Manca al signor Francesco Guaran) si ricava che Guaran risiedeva a Ozieri almeno già dal 1868.

[20] Cfr. Atti del Comitato della Seconda Esposizione industriale della Sardegna, Sassari, 1874, p. 82. In quell’Esposizione oltre al Guaran, che inviò «turaccioli di sughero di varie qualità», presentò qualche lavoro in sughero solo un artigiano di Codrongianos, Francesco Budroni. Ivi, p. 42. Nessun fabbricante di sughero partecipò invece alla prima Esposizione industriale sarda, che si era svolta a Cagliari tre anni prima.

[21] Nel 1875, ad esempio, versò una fideiussione in favore del Demanio come garanzia per l’esplorazione mineraria che un certo Erasmo Gavini doveva condurre nella zona del Limbara posta in territorio di Berchidda. Cfr. AdSSS, Arti notarili, Ozieri e ville, 1875, vol. I, n. 192.

[22] Cfr. A. Sanna. La sughera in Sardegna cit. p. 75.

[23] Ivi, p. 75.

[24] Archivio del Comune di Ozieri, Registro degli atti di nascita. Devo la maggior parte dei dati appena riportati alla cortese disponibilità del signor Francesco Falzoi, addetto all’ufficio anagrafe del Comune di Ozieri. Per la notizia relativa al rientro del Falzoi al suo paese di origine (che coincise quasi sicuramente con la decisione di rilevare l’azienda di Guaran) cfr. L’industria dei sugheri in Gallura e a Ozieri, in “L’Isola”, 2021 luglio 1894.

[25] A. Sanna, Origine e sviluppo dell’industria del sughero in Sardegna cit., p. 420.

[26] Quando le prime fabbrichette cominciavano a formarsi sul Continente scriveva infatti Marangoni nel 1937, riprendendo quasi alla lettera le note illustrate dallo stesso Sanna qualche anno prima, Tempio era già un centro sugheriero, il massimo mercato italiano, e Genova sede di contrattazione tra industriali e commercianti, tra commercianti e produttori, per lo scambio e lo smistamento delle materie primes. L. Marangoni, Il sughero e la sua economia cit., p. 95.

[27] Ibidem.

coll. Sandro Ruju

La questione dei boschi e la valorizzazione del sughero

Agli inizi dell’Ottocento la Sardegna era ricoperta di alberi per un sesto della sua superficie[1] e il suo patrimonio verde rappresentava, secondo altre stime un po’ troppo ottimistiche, un settimo dell’intera superficie boschiva dell’Italia. Ma nella seconda metà del secolo l’isola subì una vera e propria «devastazione forestale», a causa della quale l’estensione dei boschi si ridusse drasticamente anche per effetto della politica irresponsabile del governo piemontese. Indicativo, a questo proposito, è l’atto di cessione con cui il negoziante tempiese Martino Tamponi conferiva formalmente al conte Pietro Beltrami «e compagnia», di Torino, una serie di terreni boscati che aveva comprato in territorio di Terranova, tramite «speciale mandato», per conto di quella ditta[2].

Ma già in precedenza lo stesso Beltrami aveva avuto l’opportunità di tagliare in Gallura «centinaia di migliaia di piante per il prezzo di 3 lire per i sugheri e di 5 per i roveri»[3].

Altri dati, sia pure frammentari, confermano questa situazione penalizzante. La Camera di Commercio di Sassari riferiva, nel 1862, che dalla Gallura partivano per l’estero «grandissime quantità di sughero e di carbone, preparato quasi nella totalità da alcuni industriali toscani». Questa attività era esercitata senza le dovute precauzioni, col conseguente «sregolato martellamento» degli alberi d’alto fusto e la distruzione di magnifiche foreste[4]. Nel 1865 dalla provincia di Cagliari venne esportato sughero grezzo per un valore di 74.000 lire[5]. Nello stesso decennio si esportava dalla Sardegna una media di 28.000 tonnellate di carbone da legna; ma anche negli anni successivi il valore delle esportazioni di questo prodotto superò sempre il milione di lire, arrivando ad una punta massima di quasi 3 milioni nel 1884[6]. In una prima fase l’interesse della speculazione si rivolse al tannino per la concia, alla potassa per i saponi, al carbone vegetale e all’alburno[7]. Successivamente furono lo sviluppo dell’industria estrattiva e la costruzione della rete ferroviaria a determinare una crescita vertiginosa del taglio dei legnami da fuoco e da costruzione[8].

«La distruzione dei boschi sardi – scriveva Carlo Corbetta – la si deve in massima parte agli speculatori e trafficanti di scorza, che col loro coltello scorticatore ne denudano i tronchi e la spediscono in continente ad estrarne tannino per la conceria delle pelli e per le tinture. Così scorticati gli alberi muoiono l’anno appresso e rimangono quali fantasmi biancastri agitanti le braccia per la deserta campagna…»[9]. Lo stesso autore rimarcava che il sughero sardo superava in qualità quello della Corsica e dell’Elba e poteva gareggiare con quello migliore della Spagna.

«Lo si raccoglie ogni cinque o sei anni precisava, distaccando diligentemente dai tronchi e dai rami i più grossi dell’albero la parte superficiale e spugnosa della corteccia, lasciandovi la sottoposta che serve alla circolazione degli umori dell’albero stesso. Subendo così questa operazione, la vegetazione della pianta va più lenta ma non si arresta; soffre bensì qualche cosa dovendo rivestirsi di un nuovo indumento, ma non molto, e in modo che dopo cinque o sei anni offre ancora un involucro di suvero di bastevole spessore da poter esser tolto[10].

La legge forestale approvata nel 1877 si poneva l’obbiettivo di porre riparo a queste devastazioni: in base ad essa tutte le foreste e i terreni disboscati sulle cime e sulle falde delle montagne fino al limite superiore delle zone con castagni e tutte le zone che potevano dar luogo a frane o produrre alterazioni gravi al territorio all’assetto geologico del territorio venivano sottoposti a regime speciale con un rigido controllo da parte di un Comitato forestale formato da tecnici e esponenti delle prefetture. In quella fase, secondo stime del Ministero dell’Agricoltura, circa 1/4 del territorio della Sardegna era coperto da boschi (l’isola era ancora, insieme alla Liguria, la regione più verde d’Italia)[11].

Le superfici boscose vincolate, al di sotto della zona del castagno, superavano in Sardegna i 230.000 ettari: nel quinquennio 1879-1883 esse garantirono una produzione di più di 13.000 quintali annui di legname per un valore complessivo di oltre un milione di lire, una cifra quattro volte superiore a quella ricavata dai boschi della Sicilia[12]. In alcuni sughereti ben curati della provincia di Sassari si arrivava a produrre una media annuale di circa 150-200 kg di sughero ad ettaro (sugli standard, dunque, delle migliori zone della Spagna e del Portogallo) mentre nel resto della Sardegna e della Sicilia la produzione annua era vicina ai 50 kg.

Di fatto, però, l’attuazione della legge favorì colpevolmente la distruzione di nuove grandi estensioni di bosco: gli svincoli consentiti dalla legge facilitarono secondo alcuni esperti la «rovina delle foreste sarde», anche in quei terreni di tipo granitico in cui era possibile raccogliere le qualità più pregiate di sughero[13]. Ciò avvenne sebbene tra i prodotti forestali il sughero fosse indubbiamente quello che poteva garantire, se ben sfruttato, un reddito maggiore. Secondo calcoli di uno studioso francese, mentre al principio del secolo XIX il sughero valeva appena una decina di franchi al quintale, già verso il 1830 si vendeva a 25 franchi, e successivamente i prezzi salirono ancora sino ad una media di 50 franchi, con picchi di 80 per le qualità migliori: quotazioni che rimasero invariate anche dopo l’ingresso nel mercato dei sugheri algerini[14].

Già un tecnico tedesco aveva accennato alle preoccupazioni di commercianti ed artigiani sardi del sughero che, vedendo diminuire drasticamente l’estensione delle superfici boscate, manifestavano il timore di non poter disporre in futuro di una quantità sufficiente di materia prima per le lavorazioni, ma, per rimarcare come in Sardegna questa ricchezza fosse sottovalutata, aveva citato il caso di un vasto sughereto, da cui si sarebbe potuto ricavare un reddito di più di 500 mila franchi, che prima era stato utilizzato per averne corteccia da concia e poi era stato distrutto per estrarne della cenere in potassa[15].

Un altro esperto della questione sugherifera ricostruiva, alla fine dell’Ottocento, le cause principali di questo disboscamento selvaggio, spiegando come le foreste sarde, «non protette da un codice severamente applicato», fossero diventate «per la facilità con la quale si potevano acquistarle ed atterrarle, la preda di un nuovo genere di speculazione e siccome si ottenevano ad un prezzo di mercato derisorio, caddero rapidamente sotto l’accetta degli impresari, per essere convertite in scorza da concia, in cenere e in carbone»[16].

Altra causa di distruzione dei boschi erano gli incendi, causati dalle usanze tradizionali del mondo agricolo e pastorale, che rendevano difficile se non impossibile fare opera di prevenzione: per «nutrire» i terreni da pascolo i pastori erano abituati a dar fuoco ai cespugli senza poi curarsi di spegnerlo ed anzi spesso erano sospettati di averlo volutamente lasciato propagare per poter pascolare il gregge nei terreni una volta boschivi; ma anche i contadini avevano «il malvezzo di dar fuoco alle stoppie ed alle erbe seccate sui campi allo scopo di distruggere le sementi cattive e di concimare (!) il terreno»[17].

Una terza causa era legata al fatto che molte foreste in Sardegna erano di proprietà dei comuni, i cui abitanti, secondo antiche usanze comunitarie, potevano utilizzarle per far legna a fini domestici, senza che le amministrazioni civiche esercitassero i necessari controlli.

Verso la fine degli anni Ottanta il sughero rappresentava, con un valore di circa due milioni di lire, una risorsa di un certo rilievo nel panorama dell’agricoltura sarda, sia pure a grande distanza da altre produzioni e dalle risorse dell’allevamento[18]. La sua valorizzazione avvenne però con sensibile ritardo anche in zone della provincia di Sassari contigue alla Gallura[19].

 Tabella 2. Valore della produzione dei principali prodotti agricoli sardi nel 1888.

Grano 12.512.000

Orzo 2.882.160

Vino 9.214.800

Olio 3.516.000

Cavalli 4.860.000

Buoi 13.971.900

Ovini 3.318.146

Sughero 2.000.000

Fonte: Relazione della commissione al Comitato permanente per gli interessi agricoli ed economici della Sardegna, p. 6. Sassari, 1888.

Nel circondario di Tempio i sughereti puri si estendevano per circa 1.800 ettari, di cui la metà situati nel territorio del capoluogo. Il prodotto costituiva i 5/12 dell’intera produzione sughericola della provincia di Sassari e, in particolare dopo la distruzione delle vigne per l’invasione della fillossera, manifestatasi nel corso degli anni Ottanta, era diventato la principale risorsa della zona. Il valore di un ettaro coltivato a sughero variava a seconda delle piante che vi erano contenute, del loro sviluppo e della qualità della materia prima: verso la fine dell’Ottocento si attribuiva un valore medio a pianta di 67 lire, per cui un ettaro di sughereta poteva valere circa 5.000 lire[20].

Questo circondario era (ed è tutt’oggi) la zona della Sardegna con la materia prima più abbondante e di qualità migliore: «La produzione del sughero – scriveva lo studioso Domenico Lovisato nel 1884 – va sempre più aumentando specialmente nel Tempiese e per amore del vero dobbiamo dire che la qualità è così buona da gareggiare con quella di Spagna[21]. Non a caso nel Concorso agrario regionale svoltosi qualche anno prima erano stati premiati solo produttori galluresi[22]. All’Esposizione nazionale di Torino del 1884 presentarono «bellissimi pezzi di sughero» Antonio Maria Marras di Perfugas, la ditta Azzena-Oggiano di Tempio e il Comizio agrario del capoluogo gallurese[23].

I grandi e piccoli interessi che ruotavano intorno al taglio e all’uso dei boschi causarono spesso forti contrasti che a volte sfociarono in drammatici fatti di sangue. Nel maggio del 1884, ad esempio, venne ucciso Giuseppe Tamponi, che era agente in Gallura per la ditta livornese Modigliani, la quale anni prima aveva dovuto presentare una relazione alla Commissione Depretis per difendersi dall’accusa di sfruttare in modo indiscriminato i boschi sardi[24], ma che, come risulta da numerosi atti notarili, aveva continuato a fare incetta di legname[25]. Per quell’incarico il Tamponi riceveva un compenso di 2.500 lire annue e del suo omicidio furono accusati i fratelli Giacomo, Pintatu e Bachisio Tamponi di Calangianus, cui «la voce pubblica» attribuiva l’ambizione di voler prendere il suo posto»[26].

Le cronache diedero risalto anche all’omicidio di cui restò vittima Giovanni Maria Tamponi, un proprietario di sugherete residente a Tempio, che si trovava in un terreno sito nella zona di Su Sassu dove con i suoi lavoranti stava per procedere alla scorzatura del sughero, quando alcuni pastori («che per solito vogliono ogni utile per loro», commentava il cronista) lo uccisero, scaricandogli addosso alcuni pallettoni[27]. Nell’insieme questi ed altri episodi meno gravi, che si verificarono in una fase in cui la Gallura non era ancora un territorio pacificato e dimostrano come intorno ai boschi si scontravano mille interessi.

Ancora alla fine dell’Ottocento il fenomeno dei furti di sughero si era sviluppato anche in ambito urbano, tanto che il sindaco di Tempio fu costretto, al fine di arginarlo, ad emettere un’ordinanza che imponeva a tutti coloro che acquistavano sugheri fuori o dentro la cinta daziaria di tenere un registro nel quale indicare con esattezza la qualità e la quantità, nonché la provenienza e il nome di ciascun venditore; questo registro doveva essere compilato giornalmente, fatto vidimare dal Sindaco stesso e messo a disposizione a richiesta degli agenti di polizia giudiziaria e della forestale. L’ordinanza prevedeva inoltre che nessuno poteva introdurre nel centro abitato del sughero senza essere munito di un certificato rilasciato dall’Amministrazione comunale»[28]. Qualche mese dopo venne però scoperta una vera e propria banda specializzata nel sottrarre sughero dai cortili e dai magazzini di negozianti e proprietari 10%[29].

Con i suoi quasi 15.000 abitanti, Tempio era allora l’ottava città della Sardegna[30]. Negli ultimi due decenni del secolo la popolazione aumentò in modo sensibile, con un tasso di incremento solo di poco inferiore a quella fatto registrare dall’ancora piccolo comune di Terranova[31].

Tabella 3. Crescita della popolazione nei principali centri della Gallura dal 1881 al 1901.

  1881 1901 Crescita in percentuale
       
Tempio 11.297 14.573 29,0%
       
Aggius 2.420 3.133 29,4%
       
Calangianus 2.796 3.315 18,6%
       
Luras 2.250 2.509 11,5
       
Sassari 3.268 4.348 33,0%

Nella composizione sociale del capoluogo gallurese mantenevano un ruolo rilevante i piccoli proprietari terrieri: come aveva rilevato l’Angius a metà dell’Ottocento «la massima parte delle famiglie di Tempio erano a vario titolo possidenti di terreni, selve o armenti». Una coltura particolarmente sviluppata era il vigneto: un elenco predisposto nel 1877 censiva nel territorio comunale 413 proprietari di vigna che vendevano vino proprio[32]. Il ceto mercantile era in crescita: a fianco ad alcuni grossisti che gestivano i loro affari «nelle piazze del Continente» aumentò sensibilmente il numero dei proprietari di mercerie (da 45 nel 1878 il loro numerò salì a 183 quindici anni dopo)[33]. Nel corso degli anni Ottanta venne aperto il primo mulino a vapore, mentre nell’importante settore dell’edilizia spiccava soltanto l’impresa di Giovanni Bosazza[34] e gli unici professionisti registrati in Municipio agli inizi degli anni Novanta erano l’architetto Francesco Cabella e l’ingegner Luigi Mogno[35]; questi ultimi, favoriti anche dalla proprietà di sughereti, crearono in tempi diversi due aziende per la lavorazione del sughero che non ebbero peraltro lunga durata[36]. In questa attività manifatturiera, allora in forte espansione, si cimentarono in Gallura in quegli anni, sia pure con esiti diversi, numerosi imprenditori, proprietari e artigiani.

NOTE

[1] Cfr. A. Della Marmora, Voyage en Sardaigne cit., p. 333.

[2] AdSSS, Atti notarili, Tempio città e ville, 1858, vol. I, n. 148, Cessione di Tamponi Martino fu Antonio a favore del signor Conte Beltrami Pietro e compagnia di Torino.

[3] M. Bruschi, Tempio nella seconda metà dell’Ottocento cit., pp. 100-101.

[4] Cfr. Relazione della Camera di Commercio di Sassari sulle condizioni commerciali e industriali della Provincia cit., p. 9.

[5] Cfr. Paolo Amat, Annuario statistico e calendario generale dell’isola di Sardegna per l’anno 1867, Cagliari, 1867, p. 121.

[6] Cfr. Giovanni Maria LeiSpano, La questione sarda, Torino 1922, p. 236.

[7] Cfr. Giovanni Battista Tuveri, I boschi, in “Corriere di Sardegna”, a. X, n. 63, 1873. L’intervento di Tuveri, che citava in proposito La Marmora, è riportato nel volume I problemi della Sardegna da Cavour a Depretis (1849-1876), a cura di Lorenzo Del Piano, Cagliari, 1977, pp. 239-244. Ancora nel 1886 alcune circolari del Comitato forestale della provincia di Cagliari dava indicazioni sulle modalità di realizzazione delle aie per preparare carbone e potassa. Cfr. Archivio storico del Comune di Neoneli, serie 3, foreste, Regolamento di massima del Comitato forestale della provincia di Cagliari, Cagliari, 1886, p. 11.

[8] Cfr. Gian Giacomo Ortu, Tra Piemonte e Italia. La Sardegna in età liberale, in Storia d’Italia dall’Unità ad oggi. La Sardegna cit., p. 246.

[9] Carlo Corbetta, Sardegna e Corsica, Milano, 1877, pp. 44-45.

[10] Ivi, p. 48.

[11] Cfr. Ministero d’Agricoltura, Relazione per l’Esposizione internazionale di Parigi, in L’Esposizione di Parigi del 1878 illustrata, Milano, 1878, p. 506. Il rapporto della superficie boscosa con l’estensione territoriale era pari al 24,7% per la Liguria ed al 24, 6% per la Sardegna. Lo stesso Ministero, riferendosi in modo specifico alle sugherete, osservava che generalmente «nessuna cura» era dedicata alla salvaguardia di queste piante che invece, con la loro scorza, avrebbero potuto offrire un importante ramo di commercio». Ivi, p. 514.

[12] Cfr. Italo Giglioli, Lo Stato italiano e la cultura del sughero specialmente nella Sardegna. Notizie comparative sulla cultura e sull’industria del sughero in Italia e all’estero, Portici, 1902, p. 24.

[13] Ivi, p. 19

[14] Cfr. A. Lamey, Le cheneliège: sa culture et son exploitation, Paris, 1893, p. 229.

[15] Cfr. Heinrich Semler, Die Tropische Agrikultur, Wismar, 1887, II. p. 219. Secondo lo stesso autore la vegetazione della Sardegna si vide spogliata in pochi anni di circa 200.000 ettari boscati.

[16] Giovanni Battista Cucovich, Sulla coltivazione ed utilizzazione del sughero, Cagliari, 1894, p. 16.

[17] Ivi, p. 17.

[18] Cfr. Relazione della Commissione del Comitato permanente per gli interessi agricoli ed economici della Sardegna, Sassari, 1888, p. 6.

[19] «È bene provvedere all’affitto delle piante da sughero che finora hanno figurato come un capitale inutile», ammoniva infatti, ancora a metà degli anni Novanta, il cronista di un comune ricco di boschi come Pattada. Cfr. “L’Isola”, 7-8 giugno 1894.

[20] Tuttavia alcuni esperti notavano che alcuni sughereti erano troppo fitti, dal momento che talvolta si raggiungevano anche le 700 piante per ettaro.

[21] Domenico Lovisato, Nota sopra le piccole industrie della Sardegna, Torino 1884, p. 9. Gli altri circondari specializzati in questa coltivazione erano nell’ordine quelli di Ozieri, Nuoro e Lanusei. «Il miglior sughero del mondo ha affermato Salvatore Russino, un imprenditore tempiese scomparso quando aveva più di 90 anni si trova in Sardegna. Nell’ordine come qualità c’è al primo posto la provincia di Sassari, al secondo la provincia di Nuoro e al terzo quella di Cagliari. Tra la produzione dell’Iglesiente, ad esempio, e quella del Nord dell’Isola c’è un abisso ed io ho constatato, sulla base della mia esperienza, che il terreno minerario non può dare un sughero buono o, meglio, non può gareggiare con il sughero prodotto in Gallura o in altri comuni della nostra zona: il comune di Buddusò, per esempio. I terreni minerari cambiano le caratteristiche e la qualità delle piante. Ma anche la Corsica, che pure è vicina, non ha un sughero paragonabile al nostro». Intervista a Salvatore Russino, nato a Nule nel 1902. Tempio, ottobre 1988.

[22] Cfr. Catalogo ufficiale del Concorso agrario provinciale per le province di Sassari e Cagliari, Anno 1881, Sassari 1881, p. 42. Nella categoria prodotti forestali e sugheri furono premiati Azzena Giovanni e Oggiano, Francesco Maria Cabella, Agostino Dalmasso, tutti di Tempio.

[23] Cfr. La Sardegna all’Esposizione di Torino, in “La Sardegna”, 2 giugno 1884.

[24] Cfr. G. G. Ortu, Tra Piemonte e Italia. La Sardegna in età liberale (1848-1896), in Storia d’Italia dall’unità ad oggi. La Sardegna cit., p. 246.

[25] Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio, 1873, vol. II, n. 591, Vendita di legno per lire 1.500 dal pastore Pietro Maiorca di Tempio e 1874, vol. II, n. 1 e n. 14.

[26] Un’ampia cronaca di quel processo, nel quale testimoniò anche il figlio dell’assassinato, è riportata sul quotidiano “La Sardegna”, del 6,7, 15, 16,17, 21 maggio 1884.

[27] Cfr. “La Sardegna”, 7 giugno 1884.

[28] Cfr. Archivio Comunale di Tempio, Manifesto del sindaco di Tempio, 5 giugno 1898. Il testo di questo interessante documento è stato riprodotto integralmente nel già citato volume di Marilena Bruschi.

[29] Cfr. Un’associazione di ladri di sughero, in “La Nuova Sardegna”, 11 ottobre 1898.

[30] Tomaso Panu (a cura di), Cronache tempiesi, Sassari, 1988, p. 15.

[31] Per un’analisi dello sviluppo del centro costiero gallurese cfr. Da Olbia a Olbia, 2500 anni di storia di una città mediterranea, a cura di Eugenia Tognotti, Sassari, 1996, (e in particolare il terzo volume, dedicato al Novecento).

[32] Cfr. M. Bruschi, Tempio nella seconda metà dell’Ottocento cit., p. 47. Trent’anni prima l’Angius aveva segnalato come il vigneto di Tempio fosse diviso in «500 frazioni di aree disuguali, la più piccola delle quali non avrà meno di 10.000 ceppi».

[33] Ivi, pp. 47-49.

[34] Nativo di Campiglia (un paese del Biellese) Giovanni Bosazza (del fu Battista) si trasferì a Tempio presumibilmente intorno al 1860. Un atto notarile del 1862, infatti, ci informa che acquistò, per 850 lire, una casa d’abitazione dal negoziante Giovanni Defilippi, anch’egli di origine piemontese, ma da tempo residente nel capoluogo gallurese. Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1861, p. 171. Tra i due imprenditori si stabilì un legame di solidarietà e d’affari: qualche tempo dopo fu lo stesso Defilippi a firmare una cauzione di ben 21.000 lire come garanzia di un appalto acquisito da Bosazza per la costruzione del nuovo tetto del carcere centrale di Tempio. Ivi, pp. 301-308.

[35] Ivi.

[36] Il nome di Francesco Maria Cabella (il quale fu anche sindaco di Tempio) compare come unico produttore di turaccioli di sughero nel Catalogo ufficiale del Concorso agrario provinciale per le province di Sassari e Cagliari, Sassari, 1881, p. 42.

coll. Sandro Ruju
coll. Sandro Ruju

Dal commercio alla lavorazione: il ruolo di Bernard Sansan, Marco Corda e Antonio Forteleoni.

In occasione dell’Esposizione nazionale svoltasi a Milano nel 1881 il “Gazzettino sardo” pubblicò un lungo reportage sul sughero, non firmato e probabilmente scritto per il giornale da qualche esperto «continentale».

«L’industria della lavorazione del sughero – vi si diceva tra l’altro – nella quale non molti anni orsono eravamo produttori così meschini da poter quasi dire che non c’era turacciolo che non provenisse dalla Spagna e dippoi dalla Francia, si è sviluppata con inopinata rapidità… La raccolta più bella, la più utilizzabile è certamente quella che offre la nostra Sardegna dove il sughero è elastico, bianco, e non tanto spinoso come quello nella maggior parte delle altre regioni, motivo per cui e Francia e Spagna contendono accanitamente all’Italia quest’annua raccolta»[1].

Dopo aver accennato ai processi di meccanizzazione in atto a livello internazionale (grazie ai quali un’azienda svedese poteva produrre 20 milioni di turaccioli all’anno con 25 dipendenti invece dei 150 necessari con la lavorazione manuale), l’articolo spiegava che in Italia le uniche vere fabbriche nel settore operavano a Milano e a Genova[2], mentre in regioni come la Sicilia si era andata sviluppando un’articolata rete di piccolissime aziende artigianali: dei quasi 700 «fabbricanti di turaccioli» registrati nel censimento di quell’anno ben 141 appartenevano proprio a quest’isola[3].

A quell’Esposizione la Sardegna presentò solo «saggi di sughero grezzo[4], ma la circostanza venne presentata come un dato scontato e inevitabile. Le osservazioni finali, nelle quali si auspicava che i produttori di sughero, «massime della Sardegna», dessero la preferenza nella vendita della materia greggia ai loro connazionali, confermano l’impressione che l’autore dell’articolo non fosse sardo: «Così – concludeva l’anonimo pubblicista – non avremo da lamentare quelle interruzioni durante l’annata nei lavori di turaccioli di prima qualità, che talvolta ora si verificano, e le altre nazioni potranno trovare in Italia un ampio mercato per le loro provviste»[5].

I dati statistici della Camera di Commercio di Sassari relativi al periodo 1876-78 (che segnalano per quel triennio una media di estrazione, nella sola provincia, di circa 15.000 quintali di sughero, di cui però soltanto una quota molto ristretta veniva lavorata sino ad arrivare al prodotto finale) sembrano mostrare che, forse soltanto in quel ristretto arco temporale, il principale centro di lavorazione dei turaccioli fosse Sassari, città dove d’altra parte già sul finire degli anni Trenta era stata aperta la fabbrica del Boyl e dove, almeno per qualche tempo, aveva risieduto Arnaudon[6].

Tabella 4. Valore del sughero lavorato in turaccioli nei comuni della provincia di Sassari (in lire).

1876 1877 1878
Tempio 5.000 5.000
Terranova 5.000 3.000 3.500
Calangianus 2.500
Ozieri 1.000 2.500 2.750
Sassari 12.000 8.000 9.000

Fonte: Camera di Commercio ed Arti di Sassari, Statistica dei diversi prodotti agricoli e industriali nei comuni della provincia,

in ACDCSS, cat. 17, VII, 2/1.

Un’altra fonte che sembrerebbe confermare questo temporaneo e marginale ruolo di Sassari nella storia di un’industria così tipicamente gallurese sono alcuni dati relativi ai flussi commerciali dalla Sardegna gestiti dalla società di navigazione Rubattino[7]. Ma si tratta, come nel caso della tabella 4, di cifre e valori molto ridotti.

Nel censimento del 1881 i fabbricanti di turaccioli operanti in Sardegna erano risultati soltanto 13, con appena 20 dipendenti: si trattava dunque solo di aziende artigianali, dedite prevalentemente alla sola bollitura del sughero in plance. Nello stesso arco di tempo in tutta Italia il numero delle aziende e soprattutto gli occupati era invece sensibilmente cresciuto: le 107 ditte in attività davano lavoro in tutto a 695 dipendenti, tra cui 258 femmine e 29 bambine[8]. L’anno successivo, fornendo un’interessante panoramica delle attività economiche della provincia di Sassari, il prefetto auspicava la nascita di «un grande stabilimento per la manifattura del sughero», una materia prima che, pur costituendo «una specialità di questo territorio»[9], veniva trasformata in loco in quantità limitatissime.

Quando, a metà del decennio, la Camera di Commercio predispose, per conto del Ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio, l’indagine sulla situazione industriale nella provincia il comparto sugheriero non venne esaminato e neppure citato[10]: quest’assenza testimoniava comunque lo scarso rilievo economico che aveva allora l’attività di trasformazione del sughero. In una guida commerciale stampata nel 1889, veniva indicato come fabbricante di turaccioli il solo Antonio Forteleoni di Luras (prospetto 1); ma questa fonte non sembra del tutto attendibile perché cataloga come negozianti di sughero alcuni imprenditori che certamente erano da tempo inseriti nel ramo manifatturiero anche se, probabilmente, affiancavano questa attività con quella, spesso più semplice e redditizia, del commercio.

Prospetto 1. Negozianti di sughero nella provincia di Sassari nel 1889.

Alà dei Sardi – Gerolamo Corda; 

Berchidda – Giovanni Gaias, Giuseppe Picchedda;

Calangianus – Giovanni Agostino Corda, Marco Corda, Giovanni Andrea Pasella;

Luras – Pietro Pasella, Giovanni Diego Pischedda, Michele Bellu, Pintato Bellu, Pietro Cabras, Pintato Cabras Sini, Antonio Forteleoni.

Oschiri – Salvatore Diana, Giuseppe Sechi Bua.

Ozieri – Francesco Guaran

Tempio – Salvatore Alias, Salvatore Azzena e Oggiano, Domenico Cossu, Gio Maria Spano.

Fonte: Annuario d’Italia 1889, vol. II, pp. 2691-2695.

È il caso, non soltanto, di Francesco Guaran[11], ma, ad esempio, degli imprenditori di Calangianus, dove oltre al cavalier Marco Corda si erano dedicati all’industria del sughero i fratelli Pasella e Gian Diego Pischedda. Di quest’ultimo, che era tra i più anziani tra gli imprenditori dell’epoca essendo nato nel 1820, si racconta che fosse solito recarsi a visitare Garibaldi a Caprera per farsi consigliare sullo stato del mare, prima di decidere di far trasportare le partite di sughero destinate a Marsiglia su qualche veliero dove lui stesso si imbarcava[12].

È probabile, peraltro, che agli inizi degli anni Novanta, dopo Tempio, fosse Luras ad avere un ruolo di primo piano nell’industria sugheriera locale[13]. Le caratteristiche di queste realtà produttive sono illustrate da uno studio pubblicato nel 1894 dal professor Giovanni Battista Cucovich, secondo il quale in Sardegna c’erano «un po’ dappertutto fabbricanti di quadretti e di tappi», anche se la lavorazione non aveva raggiunto i livelli di sviluppo possibili perché nessuna impresa era dotata ancora di meccanismi perfezionati e la maggioranza dei quadretti e dei turaccioli era confezionata a mano, a differenza di quanto avveniva in Spagna e in Algeria. Proprio nella colonia francese era largamente usata la macchina Tousseau, con la quale un abile operaio era in condizione di preparare una quantità di tappi superiore di 5 volte a quella ottenibile con la lavorazione a mano (circa 5.000 tappi al giorno rispetto ad una media standard inferiore ai 1.000 pezzi)[14]. Non si trattava, comunque, del sistema di produzione più innovativo dato che in Francia era stata da poco inventata una nuova e più funzionale macchina, chiamata Demuth dal nome del suo inventore, che permetteva ad un’operaia di produrre fino ad 8.000 tappi al giorno, «sans peine ni fatigue»[15].

Riferendosi in particolare alla realtà gallurese Cucovich indicava come «principali produttori e negozianti» le ditte Bartolomeo Sanguinetti e figli, Azzena e Oggiano, Antonio Giuseppe Spano Bollaro, Sebastiano Pisano, Francesco Pisano, Marco Corda, Giovanni Maria Macciocco e l’ingegner Luigi Mogno. Tra i principali fabbricanti di quadretti o di quadretti e tappi segnalava ancora lo stesso Marco Corda e con lui Francesco Pala, Pietro Pasella, Diego Pischedda e «altri pochi»[16].

Se confrontiamo questi nominativi con quelli che lo stesso studioso aveva elencato in un ampio articolo pubblicato nel maggio dell’anno prima sul quotidiano “La Sardegna”, nel quale aveva anticipato i risultati della sua ricerca, possiamo notare, al di là di alcune significative conferme, come nel giro di un solo anno si fossero verificati notevoli mutamenti, che sembrerebbero testimoniare l’esistenza già da allora di un forte ricambio tra le imprese ed anche repentini spostamenti dall’attività di trasformazione a quella dell’intermediazione commerciale[17]. C’è poi un particolare che dimostra come questo secondo elenco fosse stato predisposto qualche mese prima che l’articolo venisse pubblicato: comprende infatti anche l’industriale francese Bernard Sansan, uno dei pionieri di questa industria in Gallura[18]. Ma Sansan era morto poco tempo prima, in circostanze drammatiche.

Erano le 5 di pomeriggio del 14 febbraio 1893: a Tempio impazzava il carnevale, quando Sansan, il quale si era fermato con alcuni amici in piazza Gallura ad ammirare le maschere a cavallo che, «a guisa di torneo medioevale», davano un aspetto «ludico e brioso» alla città, veniva pugnalato all’addome da Mauro Veronesi, un muratore di Voghera da tempo domiciliato a Tempio, mischiatosi alla folla. Nonostante le immediate cure prestategli da alcuni medici l’industriale decedeva dopo appena mezz’ora per la gravità della ferita. Secondo le cronache l’assassino aveva colpito Sansan di sorpresa e poi, nascosto il coltello, sarebbe rimasto ad una certa distanza dalla sua vittima ad osservare la scena, scappando solo quando l’architetto Cabella aveva gridato indicandolo come il responsabile del delitto[19].

Il movente fu indicato nel feroce astio che da qualche tempo il Veronesi covava contro l’industriale francese. Un astio causato da un conflitto apparentemente futile: la volontà manifestata da Sansan di sfrattare il muratore lombardo dalla casa che gli aveva affittato perché uno dei suoi figli, di appena nove anni, che era sordomuto, era solito entrare nel grande cortile dove l’industriale conservava il sughero causando qualche danno. A nulla erano valse le rimostranze di Sansan con i genitori del piccolo: da questo diverbio si era arrivati allo sfratto e al rifiuto del Veronesi di lasciare l’abitazione, sebbene gli venisse promessa anche una buonuscita.

Tra i numerosi testimoni chiamati dall’accusa solo alcuni facevano parte del mondo del sughero: il turacciolaio Leonardo Valentino, i quadrettai Salvatore Spano e Giacomo Loriga, di appena 16 e 19 anni, tutti tempiesi; un altro quadrettaio, Giuseppe Romana, nativo di Novi Ligure (un particolare che segnala la presenza in Gallura, alla fine dell’Ottocento, di manodopera specializzata proveniente dalla Liguria, mentre nel corso della prima metà del Novecento si verificherà un flusso migratorio in direzione opposta) e, infine, Giacomo Balata, anche lui tempiese. Dagli atti processuali risulta che quest’ultimo (che i giornali indicano come «uno dei più intelligenti operai amato da Sansan come un figlio» e che significativamente fu chiamato in occasione dei funerali a parlare a nome delle maestranze dopo l’orazione funebre pronunciata dal sindaco) svolgeva le mansioni di capofabbrica nell’azienda di Sansan, sebbene avesse solo 26 anni[20]. Le cronache di questa vicenda concordano nell’attribuire all’imprenditore francese una funzione importante e innovativa nello sviluppo dell’industria sugheriera gallurese, confermata anche da una canzone tramandata dalla tradizione[21].

«Uomo probo e laborioso – scriveva il cronista del quotidiano “La Sardegna” – stimato da tutti, aveva qui importato una nuova industria: la lavorazione dei tappi da sughero. Dalla sua fabbrica, ormai in continuo progresso, traevano i mezzi di sussistenza numerose famiglie. Se la mano feroce dell’assassino non avesse così troncato la vita del poveretto, la nostra città tra non molto avrebbe contato il primo stabilimento industriale che, in cotal genere, sarebbe esistito in Sardegna»[22].

Anche “La Nuova Sardegna” sottolineava che «sebbene straniero, il Sansan, vero tipo di gentiluomo, era amato e stimato come un filantropo poiché poteva dirsi l’iniziatore dell’industria da cui traggono l’esistenza parecchie famiglie e dal cui sviluppo la nostra città potrebbe ricavare grandi vantaggi»[23].

Le stesse fonti sembrano dimostrare come, a distanza di appena trent’anni dall’insediamento della società franco-spagnola, quell’esperienza fosse ormai dimenticata e segnalano una condizione di sostanziale arretratezza dell’industria locale[24]. Un aspetto, quest’ultimo, largamente confermato dal già citato studio di Cucovich che, frutto di una ricerca svolta sul campo e corredato da un’interessante documentazione grafica (riprodotta nell’inserto alle pagine seguenti), offre una dettagliata descrizione dei sistemi produttivi sui quali si basavano allora le aziende galluresi e stime sul giro d’affari connesso al sughero.

Dal solo circondario di Tempio si esportavano annualmente circa 89 mila quintali di scorza trasformata in plance, il cui valore era stimato in circa mezzo milione di franchi. Le principali destinazioni erano i porti di Genova e di Marsiglia. Proprio perché il sughero gallurese era molto rinomato per le sue qualità, numerosi commercianti della zona incettavano il sughero meno pregiato di altre zone della Sardegna per poi esportarlo talvolta come genuino, dopo averlo fatto bollire e preparare insieme al loro. Il taglio delle liste o strisce nelle aziende galluresi veniva allora effettuato generalmente a mano, utilizzando un coltello a filo concavo ben tagliente[25]. Non sempre però i fabbricanti locali si limitavano alla confezione delle plance. Nei comuni di Tempio, Luras e Calangianus si lavoravano infatti circa 1.500 quintali (vale a dire appena un sesto del quantitativo che veniva esportato in plance dopo la bollitura), da cui si ottenevano soprattutto quadretti e in misura minore tappi finiti, cilindrici e conici, grossi e piccoli[26].

«Molti incettatori e produttori di sughero – spiegava Cucovich –, dopo eseguita la planciatura tagliano le plance in liste nel senso della larghezza e larghe quanto deve essere il diametro del tappo che ne deve uscire; poi ogni singola lista viene tagliata in tanti quadrelli o dadi, pronti per essere arrotondati a mano o a macchina e trasformati in turaccioli. Alcuni si arrestano nella preparazione di detti quadrelli, che poi imballano in sacchi di tela capaci di contenerne 10.000, e li spediscono; altri preparano anche i tappi, lavorando a mano ovvero con macchine speciali, molto semplici, e che danno i tappi di forma cilindrica o di forma conica. Il lavoro riesce più accurato a mano ma esige pratica e abilità»[27].

Anche se è possibile che Bernard Sansan (il quale, secondo la ricostruzione di Claudio Demartis, si era stabilito a Tempio nel 1885)[28] avesse intenzione di introdurre nel suo stabilimento nuovi sistemi di lavorazione, dalle ricerche emerge che in quella fase gli opifici galluresi erano ancora legati alla tradizionale lavorazione a mano. Da questa impostazione lavorativa non si differenziavano dunque neppure quelli che furono i due imprenditori locali di maggior spicco nell’industria sugheriera sarda della seconda metà dell’Ottocento: Marco Corda di Calangianus e Antonio Forteleoni di Luras.

Nato a Calangianus nel 1833, Marco Corda fondò all’età di soli 18 anni una ditta di esportazione di pellami e di sughero in società con il tempiese Giovanni Azzena[29]. Questi aveva costituito nel 1856 una società con il padre Salvatore, un ricco commerciante, con lo scopo di «esercire il commercio di manifatture e d’altro». La società, nella quale il padre conferiva 15.000 lire e il figlio 3.000, e che stabiliva che i profitti e le perdite sarebbero andati per 3/4 al padre[30], venne sciolta però dopo qualche tempo con un atto stipulato «con la congiunta volontà dei due soci»[31]. Molto attivo anche nel commercio del sughero, Azzena stabilì alleanze con altri imprenditori tra cui, appunto, Corda[32].

Come si legge in una monografia a lui dedicata, quest’ultimo «si preparò all’industria e al commercio con studi speciali ed esordì con il commercio delle pelli, continuando con quello dei sugheri, nella quale industria introdusse la coltivazione razionale dei sughereti. La solida e potente ditta Azzena e Oggiano di Tempio fece di tutto per incorporarsi il prezioso alleato, ed egli vi entrò senz’altro contratto che la mutua buona fede ed onestà[33]. Corda affiancò la sua attività di commerciante a quella di amministratore pubblico, tanto che fu eletto per ben sei volte alla carica di sindaco, e fu anche viceconsole e presidente della Commissione delle imposte del Circondario[34].

La sua fabbrica sul finire degli anni Ottanta produceva turaccioli «di qualità fina, sopraffina e superiore», mentre nel decennio successivo, come risulta da un interessante registro aziendale, si limitò a lavorare ed esportare soltanto quadretti[35]. L’azienda aveva rapporti commerciali privilegiati con Domenique Fouque di Marsiglia e con la ditta Brignardello e Origone di Genova, che svolgeva una funzione di intermediazione commerciale, ma inviava anche direttamente i suoi prodotti ad un ampio ventaglio di imprese continentali del settore.

Prospetto 2. Imprese continentali con cui la ditta Corda era in rapporti commerciali nell’ultimo decennio dell’Ottocento.

Arcelli e Fartori – Milano

Berzi, Righini e Lattuada – Milano

Bagagli Vittorio – Roma

Balderiotti Pietro – Livorno

Cibin Silvio – Schio

Ciglia Fratelli – Pescara

De Palma Vito – Bari

Di Cristofalo Giuseppe – Palermo

Girard Carlo – Milano

Girardi Alessandro – Venezia

Grassas Michelina – Alessandria

Magrini Salvatore – Corneto Tarquinia

Origlia L. – Torino

Sora Ignazio – Bergamo

Zorzi Angelo – Venezia

Fonte Registro Marco Corda, in Archivio ditta Tamponi.

Pietro Zannoni, autore di un’ampia storia di Calangianus, riferisce che quando Corda decise di operare autonomamente da Azzena, aveva chiamato sulle prime ad aiutarlo alcuni francesi esperti conoscitori della lavorazione del sughero, ma avendone appreso i segreti più tardi li aveva licenziati, confermando peraltro come capofabbrica lo spagnolo Domenico Felipe Assandro[36], Questo elemento contribuisce a rafforzare l’idea che in quella fase le competenze tecniche anche dei più vivaci imprenditori locali non fossero ancora comparabili con quelle dei tecnici stranieri. Non a caso la stessa tradizione orale calangianese, raccolta negli anni passati da Ermanno Giua, attribuisce proprio allo stesso Assandro il merito di aver insegnato il mestiere a pochissimi privilegiati: Antonio e Peppino Rossi, Salvatore Deidda Farracciu, Domenico Molinas «Priganu. Tomaso Todesco «Mezzulitru», Salvatore Cossu e Pietro Tranu[37].

È inoltre probabile che questo tecnico catalano sia stato conteso dagli imprenditori locali: le cronache ci informano che per alcuni anni risiedette ad Abbasanta (dove aveva sposato la figlia di un proprietario terriero)[38]; questo suo temporaneo trasferimento è da collegarsi probabilmente al fatto che nel centro dell’Oristanese (destinato a diventare, grazie ai ricchissimi boschi della zona, uno dei pochi poli produttivi sardi non galluresi) aveva da poco creato una sua base operativa il lurese Antonio Forteleoni, che acquisì il controllo del vasto comunale di Neoneli da poco liquidato dagli Antoine[39]. Ma è certo che Alessandro mantenne stretti rapporti con la Gallura, tanto che fu opera sua la targa in sughero, «riccamente intarsiata» con immagini raffiguranti i diversi arnesi di lavoro dei sugherai, commissionata al momento della sua costituzione, nel 1895, dalla società di mutuo soccorso tra i lavoratori tempiesi del comparto[40] e che nel 1900, allorché partecipò all’Esposizione di Parigi, risultava residente a Luras, dove probabilmente continuò ad operare come tecnico nella fabbrica di Antonio Forteleoni, allora in espansione[41].

Quest’ultimo era di una generazione più giovane di Corda: nato nel 1847 a Luras da una famiglia non ricca, cominciò ad operare nel commercio del sughero dall’età di 16 anni, ma solo nel 1880 aprì quello che per diversi anni fu uno dei maggiori opifici della zona, ben conservato ancora oggi almeno nelle strutture essenziali»[42]. La sua ditta fu una delle prime a specializzarsi non solo nella preparazione dei quadretti[43], ma anche nella lavorazione dei turaccioli grazie probabilmente anche alle competenze di un operaio ligure, esperto nel mestiere di tirabanda[44]: questo apporto esterno, già rilevato anche tra le maestranze di Sansan, conferma la mobilità che caratterizzava in quegli anni la forza-lavoro e in particolare gli stretti legami esistenti, anche a livello di manodopera specializzata, tra la realtà gallurese e la Liguria dove l’industria di trasformazione era ormai maggiormente sviluppata[45].

«Mio nonno – è l’anziano nipote, Tonino Forteleoni, a ricordare – era probabilmente discendente di tre fratelli (che erano arrivati un tempo dalla Spagna e di cui si dice fossero anarchici) i quali andavano a cercare i boschi migliori, li compravano, poi li disboscavano e incenerivano le piante per ottenere le ceneri per lavare i panni (la chischinedda). Lui ha iniziato la sua attività come commerciante, partendo quasi dal niente. Era un autodidatta; non penso che avesse nemmeno la licenza elementare. Piazzava il sughero a Genova, appoggiandosi ad alcuni intermediari, gli spedizionieri fratelli Mossa. Faceva affari anche con Marco Corda, spesso compravano il sughero insieme. Poi avviò la lavorazione del sughero dopo aver costruito un suo opificio che ancora oggi si può vedere. Faceva anche turaccioli e lastre di sughero, ma soprattutto quadretti. A quel tempo gli altri imprenditori sardi del settore si dedicavano invece prevalentemente al solo commercio: il sughero veniva acquistato dai proprietari e poi, con delle presse a mano, si facevano dei colli che venivano legati con le corde (le pramminas). Per avviare la fabbrica chiamò sicuramente anche operai francesi e spagnoli, ma poi vi lavorarono anche altri operai non sardi, qualcuno del Continente, e qualcuno da altri paesi della Sardegna, da Ozieri per esempio. Sotto la sua direzione la fabbrica arrivò ad avere anche una sessantina di dipendenti»[46].

Di orientamento progressista, fu consigliere comunale nel corso degli anni Novanta[47]. Presumibilmente su sollecitazione del padre il figlio Giovanni si iscrisse alla società «Mutua assistenza tra i lavoratori del sughero», costituitasi a Tempio, con l’esplicito scopo di persuadere gli operai della ditta a fare altrettanto[48]. La pratica mutualistica si radicò così nell’azienda lurese[49]. Dopo che per quasi vent’anni aveva scelto di abitare, come tanti imprenditori dell’epoca, in una casa costruita nei pressi della fabbrica, nel 1905 ristrutturò un palazzetto a più piani, situato nel centro del paese, a poca distanza dalla piazza del municipio, facendovi realizzare un grande affresco che raffigurava lo stemma di famiglia.

A Luras si tramandano diversi racconti sulle ricchezze accumulate da questo imprenditore, di cui si sa peraltro che investi una parte rilevante dei profitti nelle attività agricole, impegnandosi in particolare nel rilancio della viticoltura della zona, praticamente distrutta dalla fillossera[50]. L’opificio da lui creato nella parte alta del paese è ancora ben conservato: questa struttura, così come i resti del piccolo cortile a Calangianus dove operava Marco Corda, sono un’emblematica testimonianza delle dimensioni ridotte di queste prime manifatture sarde.

NOTE

[1] Esposizione nazionale del 1881. Il sughero, in “Il Gazzettino sardo”, a. 1. n. 69, 23 giugno 1881.

[2] Il cronista rilevava peraltro l’assenza all’Esposizione della ditta genovese Costa, cui apparteneva «lo stabilimento più importante tra quelli allora esistenti in Italia e, a proposito delle innovazioni, segnalava che nella sola Inghilterra negli ultimi anni erano state brevettate più di una ventina di invenzioni nei macchinari per la lavorazione del sughero.

[3] Maic, Censimento della popolazione 1881, vol. II, Roma, 1883, pp. 668-669. Sebbene l’industria sugheriera non si sia poi molto sviluppata in questa regione, questo dato spiega perché tanti imprenditori del settore operanti in altre zone del Paese siano di origine siciliana.

[4] «Saggi di sughero greggio li abbiamo in quelli di Rizza, Evangelista di Vittoria (Siracusa), in quelli di proprietà Azzena e Oggiano di Tempio e della Giunta provinciale di Cagliari, vicino alla quale troviamo pure un castello formato con turaccioli di Giovanni Marina». Esposizione nazionale del 1881. Il sughero, in “Il Gazzettino sardo” cit.

[5] Ivi.

[6] Ma anche in questo caso non è stato possibile rintracciare nei diversi archivi consultati alcuna documentazione utile in proposito.

[7] Nel 1878, ad esempio, gli unici quantitativi di sughero lavorato spediti da quella che era allora la più importante compagnia di navigazione italiana partirono da Porto Torres, mentre a Terranova furono imbarcati esclusivamente sugheri grezzi. Cfr. Società Rubattino e C., Resoconto statistico del movimento merci e passeggeri nel 1878, Genova, 1879, p. 38 e p. 121.

[8] Cfr. Maic, Censimento della popolazione 1881, vol. III, p. 287 e p. 504.

[9] Lucio Fiorentini, Discorso per l’apertura della sessione ordinaria del Consiglio provinciale di Sassari, Sassari, 1882, p. 12. Il prefetto riferiva che il valore delle esportazioni di sughero che nel 1871 era stato di 52.205 lire era risultato dieci anni pari a 290.624 lire. Negli stessi anni il valore delle esportazioni di carbone vegetale era stato rispettivamente di 750.368 e di 930.870 lire. Ivi, p. 10.

[10] Cfr. Maic, Statistica industriale. Notizie sulle condizioni industriali dell’Isola di Sardegna, Roma, 1887.

[11] Il nome di Guaran non compare nelle dettagliate informazioni contenute nella Guida dell’isola di Sardegna, Bergamo, 1896, curata da Francesco Corona. Corona segnala Marco Corda come negoziante di sughero ed indica invece come fabbricanti Antonio e Giovanni Forteleoni di Luras e come industriali la ditta G. Azzena e Oggiano e Tomaso Ganau di Tempio.

[12] Cfr. Pietro Zannoni, Calangianus paese di Gallura, Calangianus, 1992, p. 25. Zannoni riporta quanto gli è stato riferito da Ghiteria Pischedda, nipote dell’imprenditore. Questi, che mori all’età di quasi 90 anni, aveva da tempo affiancato i suoi due figli, Giovanni e Giuseppe, nella gestione della fabbrica. Secondo Ermanno Giua, Giuseppe fu l’inventore di un «nuovo sistema di bollitura del sughero. Quanto ai fratelli Pasella la loro proprietà fu devastata, nel 1896, da un terribile incendio che inceneri oltre 10.000 piante di sughero. Cfr. E. Giua, La caldana cit., pp. 51-52.

[13] Non sembra casuale che nelle sue brevi note sui centri galluresi minori, Pasquale Cugia segnali la presenza a Luras di «molta industria», mentre non accenni nulla in proposito riferendosi a Calangianus. Quanto a Tempio lo stesso autore osservava che i suoi abitanti si applicavano ormai con gran successo da una quarantina d’anni nella coltivazione del sughero, giudicata, «oltremodo rimunerativa»; e precisava che se ne faceva «larga esportazione dopo averlo preparato in apposite tavole», che venivano imbarcate a Terranova. Poco più avanti aggiungeva però che a Tempio si fabbricavano anche «una gran quantità di turaccioli» esportati in prevalenza a Marsiglia e in Spagna. Cfr. Pasquale Cugia, Nuovo itinerario dell’isola di Sardegna, Ravenna, 1892, vol. II, pp. 154-157.

[14] G.B. Cucovich, Sulla coltivazione ed utilizzazione del sughero cit, pp. 28-29.

[15] Henry De Graffigny, Le liège et ses applications, Paris, 1887, p. 87. Lo stesso autore spiega che la macchina inventata più di trent’anni prima da Moreau era ormai superata dopo che Demuth aveva avuto «l’idea forte» di imitare meccanicamente i movimenti eseguiti dal turacciolaio durante il suo lavoro manuale.

[16] G.B. Cucovich, Sulla coltivazione ed utilizzazione del sughero cit, pp. 28-29.

[17] Cfr. Giovanni Battista Cucovich, Industrie sarde: il sughero, in “La Sardegna”, 4 maggio 1893. Secondo Cucovich si limitavano a ridurre il sughero in plance e poi a rivenderlo Giovanni Azzena e Marco Corda, Antonio Spano, Giuseppe Giua Careddu, Damiano Cossu, Antonio Giuseppe Cabella, Salvatore Alias, Giovanni Maria Maciocco, e, infine, l’ingegnere Luigi Mogno. Mentre lavoravano quadretti e tappi Domenico Defilippi, Matteo Giua, Francesco Pala, Pietro Piras, Bernard Sansan e Giovanni Falzoi. Anche un’altra fonte, peraltro non del tutto attendibile sugli aspetti produttivi, (Francesco Corona, Guida della Sardegna, Bergamo, 1896) sembra confermare questa tendenza al ricambio. La guida segnalava come industriali solo la ditta Azzena e Oggiano e Tomaso Ganau, a Tempio, come negoziante di sugheri Marco Corda Corda, a Calangianus, e come fabbricanti in sughero Antonio Forteleoni, Giovanni Forteleoni, Antonio Mossa e Sebastiano Selis, a Luras. Ivi, pp. 342-343.

[18] «Sansan, che era un grande esperto del settore – ha ricordato l’industriale tempiese Salvatore Russino – dalla zona del Var si era trasferito in Corsica, ma poi, quando ha scoperto che il nostro sughero era migliore, è venuto qui a Tempio. Questi primi imprenditori non è che si dedicassero al lavoro vero e proprio dell’industria del sughero perché macchine non ne avevano, non ne adoperavano. A quei tempi era sviluppata solo una lavorazione, e cioè la bollitura del sughero: il sughero dalla pianta, o meglio la corteccia allo stato grezzo manca di elasticità, mentre dopo la bollitura acquista la sua qualità originale che dà proprio la pianta». Intervista a Salvatore Russino, cit.

[19] Per la cronaca del drammatico episodio cfr. Un industriale ucciso a pugnalate nella pubblica piazza e L’assassinio dell’industriale Sansan, in “La Nuova Sardegna” del 16 e del 17 febbraio 1893 e Orribile assassinio, in “La Sardegna”, 17 febbraio 1893. A catturare l’omicida avevano provveduto dopo un lungo inseguimento i vigili urbani coadiuvati da alcune guardie forestali: solo l’intervento dei carabinieri era riuscito ad evitare il linciaggio del Veronesi.

[20] Cfr. AdSSS, Tribunale penale di Sassari, Corte d’Assise: sentenze, 1893, n. 26, processo contro Antonio Mauro Veronesi Fusa, per omicidio premeditato.

[21] Francesco Maria Mariotti fu autore di una canzone in dialetto gallurese Per la sventurata morte di Bernard Sansan, tramandata anche oralmente. Il testo è stato inserito da Salvatore Tola nella raccolta Cantones de sambene (da lui curata), Cagliari, 1999, pp. 106112. L’inizio della sesta ottava «A momenti spaglia lu su fruttu / di li progressi chi chisthu era fendi» sembra alludere al fatto che Sansan, quando venne ucciso, stava per aprire la sua nuova fabbrica.

[22] Orribile assassinio a Tempio, in “La Sardegna”, 17 febbraio 1893.

[23] L’assassinio del negoziante Sansan, in “La Nuova Sardegna”, 17 febbraio 1893. In una breve nota apparsa il giorno prima lo stesso quotidiano riferiva che il Sansan, «noto industriale», era domiciliato «da alcuni anni a Tempio, dove «era stimatissimo per la gentilezza dei modi e perché dava lavoro a parecchi operai nell’industria del sughero da lui esercitata». Un industriale ucciso a pugnalate in pubblica piazza, in “La Nuova Sardegna”, 16 febbraio 1893. Il più giovane dei figli dell’imprenditore francese, che venne chiamato Bernard come il padre, essendo nato qualche mese dopo la sua morte, divenne preside del Liceo classico di Tempio. Cfr. Giulio Cossu, Il mio Liceo, in “Almanacco gallurese” 2000-2001”, p. 169.

[24] L’assenza di macchinari negli opifici galluresi è confermata da una lunga inchiesta apparsa qualche anno dopo sullo stesso quotidiano. Cfr. Le industrie in Sardegna. Storia di un turacciolo, in “La Nuova Sardegna”, 21 ottobre 1895.

[25] «Il coltello sulla guancia destra della lama e ad un terzo circa del manico porta infissa ad questo lavoro stagionale era ancora costretto a dormire spesso nei boschi, al riparo di capanne improvvisate; in molti casi anche gli stessi industriali o grossisti sceglievano questa soluzione per seguire di persona l’estrazione della materia prima. A fianco ai veri e propri scorzatori (operai ad alta specializzazione, dalla cui capacità dipendeva anche la salute e la resa futura delle piante) venivano reclutati gruppi di portatori che dovevano trasportare a spalla il sughero, spesso in zone impervie, sino ai punti di raccolta. Da lì il sughero veniva trasferito, con lenti e stracolmi carri a buoi, a Tempio o a Calangianus, per essere lavorato.

[26] Ivi, p. 23.

[27] G.B. Cucovich, Industrie sarde: il sughero cit.

[28] Cfr. Luisa Coda, La Sardegna nella crisi di fine secolo. Aspetti dell’economia e della società sarda nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, Sassari, 1980, p. 218. La Coda si basa in questo caso sul già citato studio di Demartis, oggi, come si è detto, introvabile.

[29] Cfr. P. Zannoni, Calangianus, paese di Gallura cit. Zannoni riporta il testo di una carta da visita del 1900 con la seguente intestazione: «Ancienne maison d’esportation fondée en 1851 M. Corda e G. Azzena, proprietaires et negociantes en lièges et carres avec dépots en toutes qualitès à Calangianus, Tempio et Terranova».

[30] AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1856, vol. I, n. 166, Società contratta tra i signori negozianti Salvatore Azzena e il di lui figlio Giovanni Antonio, nati e dimoranti a Tempio.

[31] Ivi, 1858, vol. III, n. 69, Risoluzione di società tra Azzena Salvatore e Azzena Giovanni Antonio. Per il testamento di Salvatore Azzena in favore del figlio Giovanni cfr. l’atto notarile del 1870, vol. III, n. 72.

[32] Corda appare appaiato proprio a Giovanni Azzena (ma anche a Pietro Pasella) in numerosi atti notarili a metà degli anni Settanta. E invece datato 1871 l’atto di divisione con i fratelli Giovanni Agostino, Antonio e Paola, che assegnava a Marco Corda «la metà del cortile posto all’estremità del popolato luogo detto Santu Nicola». Cfr. AdSSS, Atti notarili, Tempio e ville, 1871, 132 vol. IV, n. 132.

[33] Cfr. Album d’onore delle illustri famiglie italiane. Monografia della famiglia Corda di Calangianus, Roma 1901, pp. 2021. Nel 1885 gli fu conferita la croce di cavaliere della Corona d’Italia.

[34] Cfr. E. Giua, La caldana cit., p. 51.

[35] Cfr. Archivio ditta Tamponi, Registro di Marco Corda (1889-1898). Il registro, che non riporta alcuna intestazione, ha termine nel 1898, sebbene rimangano numerose pagine bianche. Piero Zannoni ha dato notizia di un successivo libro mastro della ditta Corda, relativo agli anni 1904-1936, conservato a Calangianus da don Giuseppe Inzaina.

[36] Pietro Zannoni, Storia di un paese di Gallura, Calangianus, 1992, vol. II, p. 546. La presenza di operai di mestiere stranieri, indispensabili per migliorare le tecniche produttive, era un dato ricorrente anche in altri settori, in quella fase dello sviluppo industriale italiano. Cfr. Duccio Bigazzi, Modelli e pratiche organizzative nell’industrializzazione italiana, in Franco Amatori, Duccio Bigazzi, Renato Giannetti, Luciano Segreto (a cura di), Storia d’Italia. Annali 15. L’industria, Torino, 1999, pp. 906-907.

[37] E. Giua, La caldana cit., p. 51.

[38] Un bravo incisore di sughero, in “La Nuova Sardegna”, 29 settembre 1895. L’articolo, riferendo che Assandro risiedeva in quella località da 4 anni, lo descrive come un operaio particolarmente esperto in lavori artistici come portaritratti «riccamente incisi e lavorati a bulino» e biglietti da visita «sottilmente tagliati e levigati».

[39] Cfr. A. Sanna, La sughera in Sardegna cit., p. 75. Sanna racconta che fu la figlia del commerciante francese a liquidare negli anni Novanta quella grande locazione e precisa che Forteleoni la rilevò in società con il tempiese Salvatore Murinu.

[40] Cfr. Corriere di Tempio, in “La Nuova Sardegna”, 19 ottobre 1895. «Io sapevo – osservava il cronista – che il sughero si prestava a delle pregevolissime opere d’arte, ma non avevo mai visto lavori così finemente eseguiti… un disco di sughero finissimo, che rappresenta il campo dello stemma è circondato da un festone a sfondo nero. Un altro festone di stelle circonda un rilievo campeggiante nel mezzo, dove si vedono il metro, il decimetro e i ferri del mestiere artisticamente intrecciati. Il tutto è sormontato dallo stemma di Tempio benissimo riprodotto su due rami di alloro e di quercia».

[41] Cfr. Elenco degli espositori della provincia di Sassari all’Esposizione universale di Parigi del 1900, in “La Nuova Sardegna”, 24 agosto 1899. Nell’archivio comunale di Luras non ho trovato però traccia della sua presenza. Lo stesso Assandro aveva partecipato due anni prima all’Esposizione nazionale di Torino. Cfr. Esposizione nazionale di Torino. Principali prodotti dell’isola di Sardegna, Torino, 1898, p. 30.

[42] Questa data risulta dalla carta intestata della ditta, che riporta anche la dizione «fabbrica di quadretti e di turaccioli». Altre fonti indicano nel 1883 la data di avvio dell’attività produttiva. Sullo stipite dell’opificio, costruito in granito nella parte alta del paese (e tuttora ottimamente conservato anche grazie all’attenta cura del pronipote Silverio Forteleoni), è invece incisa la data del 1887: il che fa pensare che la prima fabbrica fosse sistemata in uno stabile diverso. Le altre informazioni si ricavano dall’articolo della “Nuova Sardegna”. Forteleoni si sposò all’età di 28 anni con la compaesana Maria Careddu. Nell’atto di matrimonio, datato 23 dicembre 1875 e conservato dall’Ufficio anagrafe di Luras, Forteleoni, figlio del fu Lorenzo», viene indicato come «proprietario».

[43] Secondo la testimonianza di Manlio Bellu, i quadrettai che lavoravano per la ditta Forteleoni erano una quarantina. Intervista a Manlio Bellu, nato a Sorgono nel 1915, Sorgono, dicembre 2000.

[44] Nella sua testimonianza Paolo Forteleoni ha sottolineato gli stretti rapporti commerciali che i Forteleoni intrattennero con la ditta Becutti di Genova. Intervista a Paolo Forteleoni, Luras, aprile 1999.

[45] Non solo, infatti, come si ricorderà, proveniva dalla Liguria uno dei quadrettai della fabbrica di Sansan, ma lo stesso Assandro, nella già citata corrispondenza da Abbasanta, viene indicato erroneamente come «piemontese»: un indizio che sembra dimostrare che il tecnico spagnolo lavorò anche in Piemonte prima di trasferirsi in Sardegna.

[46] Intervista a Tonino Forteleoni, nato a Luras nel 1915, Luras, settembre 1988. Riprendendo la tradizione avviata da Assandro, Tonino Forteleoni ha dedicato la sua vita alla lavorazione artistica del sughero.

[47] Sull’atteggiamento di disponibilità di Forteleoni nei confronti del mondo operaio cfr. anche il paragrafo dedicato al sorgere delle prime leghe tra i quadrettai.

[48] Cfr. Giovanni Forteleoni, Per la Società di mutuo soccorso tra i lavoratori del sughero, in “La Nuova Sardegna”, 25 ottobre 1895.

[49] Ancora nel 1907 i dipendenti della fabbrica di Antonio Forteleoni si quotavano settimanalmente per tenere funzionante un fondo di reciproca assistenza in caso di malattia. Cfr. “La Nuova Sardegna, 26 marzo 1907.

[50] Intervista a Paolo Forteleoni cit.

coll. Sandro Ruju
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La concorrenza continentale ed estera

Dalle Statistiche industriali provinciali fatte predisporre dal ministero dell’Agricoltura, Industria e Commercio una fonte interessante per tentare un approccio comparativo con la restante industria sugheriera alla fine dell’Ottocento si ricava, d’altra parte, che «la fabbricazione in grande, con carattere industriale, dei turaccioli», del tutto assente nell’Italia centromeridionale (nel Grossetano, nel Lazio e in Sicilia esistevano esclusivamente aziende artigianali)[1], esisteva in Italia soltanto nelle province di Genova e Milano, ciascuna delle quali contava «tre importanti opifici per la lavorazione meccanica del sughero»[2].

Negli anni Novanta le maggiori imprese milanesi (che producevano turaccioli (a mano, a smeriglio e a macchina o torniti) erano le ditte I. Lemoigne e C., Prinetti Stucchi e C., Bezzi Righini e Lattuada che avevano in tutto 270 operai[3]. Le principali imprese liguri (il cui mercato non era tanto quello italiano quanto l’America del Sud)[4] erano quelle di Benedetto Costa e C., a Cornigliano, Enrico Berlingeri, a Genova, e Emanuele Ondano, a Sanpierdarena: queste aziende, pur occupando molti meno addetti rispetto alle imprese milanesi, avevano il vantaggio di utilizzare un sia pur limitato quantitativo di forza motrice a vapore[5].

Tra coloro che contribuirono allo sviluppo dell’industria sugheriera in Piemonte, ancora agli albori (se si eccettua la concentrazione produttiva di Spinetta-Marengo) benché le industrie vinicole italiane più avanzate fossero concentrate proprio in questa regione, vi furono anche due giovani imprenditori sardi, il calangianese Salvatore Deidda[6] e il tempiese Matteo Cossu[7]. Costoro, forti evidentemente delle loro competenze, partirono insieme, poco più che ventenni, per Canelli dove avviarono una propria azienda (Cossu decise poi di trasferirsi ad Asti, aprendo lì un opificio).

Più ancora che con le maggiori ditte continentali (anch’esse in evoluzione), le fragili e embrionali strutture produttive operanti in Sardegna dovevano fare i conti, però, con la fortissima concorrenza estera: negli ultimi anni dell’Ottocento le esportazioni di sughero lavorato dall’Italia diminuirono del 20% mentre crebbero del 50% le importazioni, il cui valore superava il milione di lire[8]. Negli stessi anni diminuirono anche le esportazioni di sughero grezzo, che costava circa 50 lire al quintale, contro una media di 280 lire al quintale del sughero lavorato. Nel complesso l’industria italiana era molto debole sia nelle fabbricazioni che, utilizzando i cascami, producevano nuovi materiali (come il linoleum e le speciali mattonelle per costruzioni leggere)[9], sia nella lavorazione dei tappi. In quest’ultimo ramo operavano solo una ventina di vere e proprie fabbriche, più o meno quante ne contava la Svezia, pur così distante dalle zone di produzione della materia prima[10].

La nazione che si andava specializzando nelle lavorazioni più innovative era la Germania, la cui industria sugheriera era caratterizzata da una progressiva concentrazione: tra il 1882 e il 1895 i lavoratori tedeschi delle ditte più piccole erano quasi dimezzati, mentre erano quintuplicati gli addetti alle aziende medio-grandi[11]. L’industria francese (concentrata, oltre che nella già citata zona del Var, nei dipartimenti della Garonna, dei Pirenei orientali e delle Lande) era invece specializzata nella fabbricazione dei turaccioli. Alle spalle aveva un mercato interno vastissimo (circa 400.000 rivenditori di vino e 150.000 drogherie), con un giro d’affari annuo vicino ai 30 milioni di franchi[12], che solo in parte veniva coperto dalla produzione nazionale.

Nel caso francese a vaste zone dove dominava la lavorazione artigiana si affiancavano aree caratterizzate dalla presenza di fabbriche tecnologicamente avanzate, tra cui spiccava quella che un imprenditore spagnolo, Martin Cama, aveva realizzato a Reims[13]. Non a caso Primitivo Artigas, inserì nel suo manuale diverse foto di questo innovativo stabilimento, che disponeva di un motore a vapore della potenza di 50 cavalli e nel quale ogni operazione si faceva utilizzando i macchinari più moderni[14]: gli addetti, in prevalenza donne, non superavano il centinaio di unità[15]. Dove invece la preparazione dei tappi avveniva quasi esclusivamente secondo il tradizionale sistema manuale era in Algeria, colonia ricca di immense foreste che da qualche tempo cominciava ad esportare, oltre alla materia prima, anche una rilevante quantità di turaccioli «tagliati a mano dagli operai indigeni»[16].

A differenza del Portogallo, di gran lunga la nazione con la maggiore produzione di sughero (che però veniva in gran parte spedito grezzo nei paesi anglosassoni)[17], la Spagna esportava quasi ovunque i suoi prodotti finiti, detenendo in particolare il monopolio nella fabbricazione dei tappi da champagne, che richiedono qualità particolari di spessore e di finezza[18]. I 140 centri interessati all’attività di trasformazione del sughero davano lavoro a circa 20.000 operai di ambo i sessi. La zona con la maggior concentrazione di aziende sugheriere era la fascia costiera della provincia catalana di Gerona nella quale erano attive più di 700 imprese distribuite in 26 paesi, per un totale di più di 10.000 dipendenti[19]. La stragrande maggioranza di queste aziende era di piccole dimensioni, e non tutte disponevano di macchinari»[20]. Facevano però eccezione alcuni stabilimenti ubicati a San Feliu de Guixol, Palafrugell, Palamòs[21] e Cadaquès[22].

Fu a San Feliu che nel 1870 venne introdotta la prima macchina per la fabbricazione dei turaccioli: inventata da uno spagnolo, anche se poi rapidamente riprodotta da alcune aziende di Marsiglia, diede luogo al primo sciopero di protesta dei locali taponeros (operai dei turaccioli)[23]. Sul finire dell’Ottocento proprio due aziende di San Feliu erano tra le poche ditte che in Catalogna occupavano più di 500 operai: la prima, di proprietà di Josè Batet, disponeva di una trentina di macchine per fabbricare turaccioli[24]; la seconda, la grande ditta tedesca Bender, era stata fondata nel 1850 ed aveva anche una sede operativa a Palafrugell[25], La fabbrica spagnola del sughero con più dipendenti (circa 2.000) operava tuttavia in provincia di Cadice[26].

Oltre a queste aziende maggiori il sistema spagnolo era largamente basato anche sul lavoro a domicilio e domestico (un aspetto interessante che si riprodurrà, sia pure con modalità diverse, nella realtà gallurese): tutta la famiglia e spesso anche i bambini, a partire da otto o nove anni, erano occupati nella lavorazione, in special modo nella preparazione dei quadretti, che venivano poi venduti alle aziende maggiori. Così, nelle famiglie operaie, quando c’era una necessità, si era soliti fare del lavoro straordinario sino a raggiungere la somma desiderata. Questi piccoli laboratori artigianali erano generalmente situati all’interno delle abitazioni, dove lavorava l’intera famiglia e, solo se necessario, alcuni operai estranei ad essa; all’esterno, nel cortile, era collocata la caldaia per bollire il sughero, mentre una stanza era utilizzata come deposito per i tappi. Insomma, in questi piccoli opifici i padroni erano allo stesso tempo anche operai: si spiegava così perché tra i taponeros non avesse attecchito l’ideologia anarchica[27].

Altro elemento rilevante per le sue implicazioni sociali era il fatto che bastava un capitale ridotto per dotarsi dei semplici macchinari necessari a diventare fabbricante: ciò favoriva una forte mobilità e rendeva molto frequente il passaggio dalla condizione di lavoratore salariato a quella di piccolo artigiano[28].

NOTE

[1] Nel Lazio, oltre alla ditta Bagagli (la struttura del cui piccolo opificio con cortile annesso, situata nel centro di Roma, nei pressi di Montecitorio, è ancora oggi perfettamente conservata anche se ormai adibita a negozio), esisteva a Corneto Tarquinia una piccola azienda dell’artigiano Salvatore Magrini, che occupava 7 lavoranti adulti (3 maschi e 4 femmine) per circa 250 giorni all’anno. Un’altra piccola fabbrica di turaccioli era segnalata a Castelvetrano, in provincia di Trapani. Ne era proprietario Giuseppe Maria Cusumano che aveva alle sue dipendenze 12 operai, impiegati per circa 9 mesi all’anno». Cfr. Maic, Statistica industriale, Fasc. LXV, Roma, 1903, p. 258, e Fasc. LXI, Trapani, 1896, p. 63.

[2] Maic, Statistica industriale, Fasc. XLIV, Milano, 1893, p. 355.

[3] Ibidem. Gli opifici che lavoravano il sughero nel comune di Milano agli inizi degli anni Novanta erano nel complesso dieci, per un totale di 300 dipendenti e di 90 macchine per la lavorazione a mano.

[4] Cfr. Maic, Statistica industriale, Fasc. XL, Genova, 1892, p. 173.

[5] Ibidem. Con 60 dipendenti tutti adulti (di cui 50 femmine) la ditta Costa, che disponeva di un motore a vapore di 10 cavalli vapore, era la maggiore. Le altre due imprese avevano rispettivamente 22 e 15 operai ed una forza motrice di 3 e 2 cavalli vapore. Esclusivamente a mano era invece la lavorazione dei turaccioli di 3 piccole fabbriche di turaccioli segnalate a Venezia, che occupavano in tutto solo 9 operai. Cfr. Maic, Statistica industriale, Fasc. II, A, Venezia, 1900, p. 74.

[6] La famiglia avrebbe voluto che Salvatore studiasse «per diventare insegnante», ma il giovane non si sentiva portato per gli studi e perciò scelse di entrare a lavorare nel mondo sugheriero, imparando il mestiere nel laboratorio dei Pischedda. Affermatosi come imprenditore in Piemonte, mantenne stretti legami con la Sardegna: sposò infatti una calangianese e fece frequentare le scuole elementari nel paese d’origine alle sue tre figlie (che poi però continuarono gli studi in Continente). Dopo aver consolidato la sua azienda piemontese decise di rafforzarla aprendo una fabbrica anche a Calangianus, dove, con la direzione di un capooperaio di fiducia, Antonio Mossa, faceva preparare i preparare i qua i quadretti che poi venivano spediti a Canelli per arrivare al prodotto finito. Intervista a Giovannina Deidda, nata a Canelli nel 1914. Calangianus, luglio 2000.

[7] Sui rapporti tra Matteo Cossu, che divenne poi fornitore della Martini, ed i cugini Giovanni Andrea e Antonio, titolari dell’omonima ditta tempiese specializzata nel commercio di sughero grezzo e lavorato, cfr. l’intervista al professor Giulio Cossu, nato a Tempio nel 1920. Tempio, maggio 1999.

[8] Italo Giglioli, Lo Stato italiano e la cultura del sughero specialmente nella Sardegna. Notizie comparative sulla cultura e sull’industria del sughero in Italia e all’estero, Portici, 1902, pp. 38-39.

[9] Nel 1898 esisteva in Italia una sola fabbrica di linoleum, impiantata a Narni da una società lombarda. Ivi, p. 44.

[10] Giglioli notava come la Svezia, con una ventina di aziende per complessivi 408 operai, uguagliasse in questo comparto l’Italia. Ivi, p. 42. Lamey stimava in circa 14.000 quintali per un valore di 910.000 franchi la produzione italiana di sughero che trovava allora sbocco, principalmente in forma di plance, in Germania, Francia e nella stessa Spagna. Cfr. A. Lamey, Le chene-liège cit., p. 233.

[11] Cfr. Hugo Stossel, Die Korkproduction, Berlin, 1922, p. 64. Questo processo di concentrazione andò avanti negli anni successivi tanto che nel 1907 la percentuale degli occupati nelle aziende minori si ridusse al 12% (nel 1882 era pari al 52%).

[12] Cfr. Henry de Graffigny, Le liège et ses applications, Paris, 1888, p. 93. Per rapportare questa cifra alle lire italiane si pensi che, agli inizi degli anni Novanta, si calcolava che nella sola Parigi si vendessero annualmente una quantità di tappi per un valore di circa 800.000 lire italiane dell’epoca. Cfr. G.B. Cucovich, Sulla coltivazione ed utilizzazione del sughero cit, p. 29.

[13] Primitivo Artigas, Alcornocales è industria corchera, Madrid, 1895, p. 236.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 238.

[16] Entrando nel palazzo algerino del Trocadero, nell’angolo destro, c’è un operaio algerino che lavora sotto gli occhi del pubblico. E un indigeno della provincia di Costantina, dove si trovano le più vaste e più belle foreste di sugheri. Seduto sopra uno sgabello basso, incomincia con il tagliare i pezzi di sughero a bacchette rettangolari e a tal uopo non si serve che di una lama d’acciaio ben affilata…». Algerino che fabbrica i tappi, in L’Esposizione di Parigi del 1878 illustrata cit., p. 212.

[17] Quasi tutto il sughero portoghese di buona qualità veniva allora esportato grezzo. Gli operai portoghesi del settore erano, nel 1892, poco più di 4.500, di cui circa 2.500 obreros preparadores (impegnati nei lavori di selezione, preparazione e classificazione della materia prima) e i rimanenti 2.000 obreros artistas o taponeros. Cfr. P. Artigas, Alcornocales è industria corchera cit., p. 267.

[18] Nel complesso il valore dei tappi esportati dalla Spagna, nell’ultimo decennio del secolo XIX, era di circa 35 milioni di pesetas, un dato che collocava quest’industria al terzo posto assoluto nella graduatoria dei diversi rami merceologici di esportazione del paese iberico.

[19] Cfr. Josè Gich y Fontanet, Manuel Fernando Gil, La industria corchotaponera, Gerona, 1885.

[20] Un’inchiesta svolta nel 1892 aveva censito nella stessa provincia 696 macchine per la lavorazione del sughero, di cui 560 per fabbricare tappi.

[21] Per alcune interessanti notazioni sulle origini dell’industria del sughero in questo centro marittimo cfr. il paragrafo Palamòs, villa corchera, nel volume Palamòs, un privilegio, a cura di Gerard Prohias i Fornòs, Girona, 1999, pp. 81-83.

[22] «L’Italia esporta in Spagna dall’Italia circa 200.000 lire di sughero in plance per la fabbricazione dei turaccioli, i quali vengono in gran parte lavorati nel come di Cadaquès». Un’ordinanza del governo spagnolo aveva consentito questo flusso di importazioni per favorire l’industria di trasformazione nazionale. Maic, “Bollettino di notizie commerciali”, n. 15, 1 agosto 1883, p. 288.

[23] Cfr. Alejandro Bulart y Riart, Las modernas industrias del corcho en Espana, Barcelona, 1929, p. 15. Inventata da Francisco Vidal, la macchina si chiamava ribot per la somiglianza ad una pialla, denominata cepillo, che si usa in carpenteria.

[24] Cfr. P. Artigas, Alcornocales è industria corhcera cit., p. 235.

[25] Cfr. Annuario. Guia general de Cataluna, Barcelona, 1899, p. 29. Nell’Esposizione internazionale di Barcellona del 1888 fu la ditta Batet a conquistare la medaglia d’oro nella specifica sezione della lavorazione dei tappi. La medaglia d’argento andò alla ditta Bousquet di Parigi, mentre la ditta Bender ottenne la medaglia di bronzo. Cfr. Esposición Universal de Barcelona, Catalogo general oficial, Barcelona, 1888. Palafrugell è oggi sede di un Museo del suro (termine che in catalano vuol dire sughero).

[26] Questo grande stabilimento, appartenente alla famiglia Larios, aveva sede a La Linea.

[27] Cfr. P. Artigas, Alcornocales è industria corchera cit., p. 312.

[28] Ivi, p. 311.

coll. Sandro Ruju
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IMMAGINI PUBBLICITARIE NON NEL LIBRO

Dall’Annuario Generale della Sardegna

1925

coll. Sandro Ruju
Annuario generale della Sardegna - 1925
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Annuario generale della Sardegna - 1925
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Ditta Forteleoni - Luras
Ditte Sughero Luras - 1925

Dall’Annuario Generale della Sardegna

1926

Maciocco Salvatore - 1926
Annuario generale della Sardegna - 1925
Ditta P. Sanna - 1926
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Annuario generale della Sardegna - 1925
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Ditta Forteleoni - Luras
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925
Ditte Sughero Luras - 1925

SELEZIONE DI VIDEO SUL SUGHERO E LA SUA LAVORAZIONE

Archivio Luce Cinecittà – 16/09/1936 – La produzione di sughero nella regione della Gallura in Sardegna

Descrizione sequenze: veduta di un paese della Gallura; veduta di un sughereto; bovini al pascolo in un sughereto; numerosi contadini lavorano intorno ai tronchi dei sugheri; la corteccia dei tronchi di sughero viene staccata dai contadini; fasi della scorzatura degli alberi di sughero; le scorze di sughero ammassate in terra; carovana di carri di scorze di sughero trainati da buoi; una montagna di scorze di sughero; un uomo con la pipa in bocca controlla una scorza; degli uomini tagliano le scorze di sughero in strisce; in un laboratorio degli uomini lavorano attorno ad un tavolo basso, tagliando in piccolo blocchi il sughero; interno di un laboratorio con numerose donne al lavoro in piedi attorno a dei tavoli dove tagliano in cubetti il sughero; un macchinario in funzione; una donna mentre lavora al macchinario che taglia in cubetti il sughero; delle donne sedute attorno a delle botti vuote preparano i tappi di sughero; esterno con delle donne che arrivano trasportando su una tavola i tappi di sugheri davanti a mucchi di scorze; una donna alza con le mani gli scarti della lavorazione del sughero.

Archivio Luce Cinecittà – La settimana Incom del 23/09/1955
Descrizione sequenze: un uomo e un bambino staccano la corteccia del sughero, la accatastano da una parte ai margini del bosco; mucchi di cortecce di sughero; un tecnico in un laboratorio; un libro aperto, una bilancia; taglialegna ritagliano cortecce; la corteccia passa attraverso una sega circolare; il materiale in blocchi; la corteccia viene bollita ; la corteccia accartocciata su se stessa; la corteccia gettata nella macchina granulatrice, nella macinatrice; lunghi cilindri di sughero tagliati, dalla macchina escono le guarnizioni; i tappi prodotti da una macchina; una bottiglia viene stappata, lo spumante versato nei bicchieri.

Archivio Luce Cinecittà – 6/12/1962
IL BOSCO DEI TURACCIOLI. L’industria sarda del sughero nella Gallura e nord Sardegna.

PM Rec Sardinia – 1963: La lavorazione del sughero a Tempio Pausania e Calangianus.

Gian Carlo Deligios – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 8 lug 2012
“Quando stappi una bottiglia di vino ti sei mai chiesto se quel tappo ha una storia da raccontare?”

Mureddu Sugheri – 16 giu 2013

WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 8 set 2016
Primo di quattro filmati sulla nascita del tappo di sughero. In questo vedremo quando e come si toglie il sughero dalla quercia (decortica) e come si raccoglie il sughero.

WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 18 set 2016
In questa terza tappa vedremo cosa succede al sughero una volta arrivato in azienda. Come viene stoccato e soprattutto come viene lavorato, cioè bollito, selezionato, tagliato etc. prima di divenire…

WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 27 set 2016
In questa ultima puntata vedrete nascere dal sughero grezzo il tappo monopezzo, il signor tappo. Poi parleremo della fine che fa “quello che avanza”, dei metodi di imballo, etc

Molinas Group –

La produzione dei tappi di sughero
17 set 2017 | Canale 5

Puntata di Melaverde del 17.09.2017. Guarda la puntata completa su: http://www.video.mediaset.it/video/me..

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