LA PESCA IN SARDEGNA
di
Marcello Vinelli
in
LE VIE D’ITALIA
Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO
Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche
n. 3 – Marzo 1933
(pp. 231 – 239)
La Sardegna ha mari discretamente pescosi; ha, inoltre, stagni che ospitano una abbondantissima, se non molto variata, quantità di pesci, la quale costituisce, per l’isola, una cospicua risorsa economica e alimenta una pur ragguardevole esportazione per il continente.
La pesca nei fiumi, invece, ha rilevanza trascurabile. Ciò è dovuto alla capricciosa idrografia isolana. È noto come la Sardegna non ha veri e propri fiumi; anche i principali corsi d’acqua sardi, se hanno un percorso abbastanza esteso — giungendo il Tirso a
Il mare che circonda la Sardegna, inoltre, a non grande distanza dall’isola, offre profondità considerevoli, che spesso raggiungono i
Ma se taluni campioni di questi strani pesci e crostacei sono raccolti talora dai pescatori di Sardegna, la pesca dei pesci comuni, dei pesci commestibili, si fa anzitutto ad assai minori profondità e ad assai minor distanza dalla costa, ed inoltre le preziose osservazioni del Giglioli valgono agli effetti della scienza, non a quelli dell’industria della pesca.
La pesca nel mare
La pesca si pratica coi mezzi comuni: con le reti a strascico o di posta, con la fiocina e la lenza e con le nasse.
Pur essendo i mari di Sardegna assai pescosi, lo sviluppo dell’industria della pesca con le reti è assai recente, nel senso di applicazione di mezzi meno primitivi e modesti, e quindi più redditizi.
D’altra parte è noto che il popolo sardo non ha né consuetudini né tradizioni marinaresche. L’isola, è vero, è ovunque ampiamente circondata dal mare; il largo alito salmastro vivificatore giunge, può dirsi, fino alle basi del Gennargentu e si propaga ovunque. Ma i Sardi, nella loro quasi totalità, come il personaggio del poeta latino, lo lodano il mare ma si tengono alla terra. Il mare non ha mai esercitato, in passato — né può dirsi la eserciti oggi — alcuna influenza sulla vita economica, sociale, politica ed intellettuale della popolazione della Sardegna. È stato solo un fattore di isolamento. La maggior parte dei marinai nativi dell’isola provengono da paesi di origine oltremarina: carolini, o di Carloforte, originarii di Liguria, maddalenini, di origine còrsa, algheresi, di origine spagnuola. È mancata, alla Sardegna, una marina propria e anche all’esercizio della pesca nelle acque sarde, pur nelle forme suddette praticate sino a pochi lustri addietro, parteciparono, numerosi, uomini di altre regioni, specialmente napoletani.
Erano piccoli battelli, bilancelle con una vela latina, con coperta totale o parziale, o senza coperta; microscopiche imbarcazioni a vela ed a remi, costrette, al primo imperversare del mare, a rifugiarsi nei porti o nelle cale. Sotto coperta, appena tanto spazio quanto basta per il riposo dell’equipaggio e per custodire i pochi viveri e i pochi attrezzi. Naturalmente, dovendo fare assegnamento soltanto sulla forza del vento e sullo stato del mare, nessuna regolarità di approdo nei luoghi ove collocare il prodotto della pesca: un’industria patriarcale e aleatoria nel senso più ampio della parola. Unica forma di pesca marittima esercitata in modo razionale e in grande stile, quella dei tonni.
Ma le cose, da una quindicina d’anni a questa parte, mutarono, quando si destinarono alla pesca battelli a vapore o a nafta: antichi rimorchiatori di discrete dimensioni o piccoli piroscafi da traffico ridotti alla nuova destinazione, o battelli appositamente costruiti. Ma, in genere, galleggianti dalle linee in eleganti, con la coperta ingombra; e alberi e alberelli cui sospendere le reti a pesca ultimata, e lungo i bordi ed a poppa carrucole e rulli per lo scorrimento dei cavi per il rimorchio delle lunghe e pesanti reti dalla colorazione ferrigna, che debbono rastrellare il fondo; e grue di metallo, a destra e a sinistra, per tener allargate le reti stesse. Le reti son munite, ai bordi, di grosse sfere, vuote, di vetro robusto, a breve distanza le une dalle altre, protette contro gli urti, e che funzionano come galleggianti.
Talvolta son le antiche barche da pesca a vela, cui si applica un motorino sussidiario che consente ad esse una certa autonomia di movimento, specie nell’entrare ed uscire dai porti e dai golfi, quando il vento, non propizio alla manovra occorrente, le obbligherebbe a una pregiudizievole perdita di tempo.
Con l’impiego dei motorini, invece, il prodotto della pesca può esser portato, con una certa relativa puntualità, sul mercato, nell’ora propizia alla vendita, o alla stazione o al porto per l’invio nel continente. Nel passato, invece, non era infrequente il caso che un battello a vela, per mancanza di vento, dovesse sostare per lunghe ore, e talora giornate, al largo o in qualche cala deserta, o essere costretto dalla direzione avversa del vento a battere il mare con lunghe bordeggiate, con a bordo il prodotto della pesca inutilizzato e soggetto a deterioramento.
A questi motopescherecci di solito sono assegnati nomi di animali abitatori del mare: Nasello, Delfino, Squalo; o di Santi protettori: Sant’Efisio, il protettore della Sardegna, Sant’Antonio, San Giuseppe, ecc.
Nel porto di Cagliari, oggi, è una vera e propria flottiglia di questi motopescherecci, che occupa una parte dell’antica darsena e richiama subito l’attenzione per i pavesi di reti e i globi di vetro, da un albero all’altro; battelli appartenenti a privati sardi o continentali o a qualche Cooperativa di pescatori.
La vita degli addetti a questa pesca è sempre vita dura e pericolosa, per quanto meno travagliata e rischiosa di quella delle antiche e delle attuali barche a vela. È un lavoro di tutti i giorni, del giorno e della notte, con scarsi e brevi riposi, anche perché gli equipaggi sono cointeressati ai prodotti della pesca. Spesso, mentre nei porti e nei golfi il mare è in calma, avviene che, appena doppiato un Capo per uscire al largo, ci si trova di fronte a tempi infernali, che rendono la navigazione lenta e pericolosa. I marosi che passano da un bordo all’altro impediscono di iniziare le operazioni della pesca o le interrompono nel meglio. Talvolta lo schianto dell’inabissarsi della poppa della nave in mezzo ai marosi rompe di colpo i cavi delle reti, che hanno un valore ingente, e le porta via. L’equipaggio, nonché a cucinare qualche cosa per il pasto, non riesce neppure a trangugiare un boccone qualsiasi. Le piccole lance rischiano da un momento all’altro di essere strappate dal bordo.
Per un percorso di appena una decina di miglia talvolta non bastano due o tre ore, né sempre si ha, in prossimità, una cala ove cercare rifugio.
Oltre i tonni ed i pesci-spada, i pesci commestibili più abbondanti sono le triglie, i naselli, i pagelli, le ombrine, i muggini, i lupi, i dentici, le sogliole, le anguille, le murene, le orate, le palamìde, i ghiozzi, ecc.
La pesca delle sardine ha perduto molto dell’antica importanza. Essa si pratica ancora da maggio ad agosto. Ma il prodotto è decimato assai, per influenza di cause non troppo note. Si vorrebbe attribuire la diminuzione di questa specie alla pesca degli avannotti, conosciuti comunemente col nome di bianchetti.
Abbondano, sulle coste sarde, anche le aragoste, le quali, come si sa, vivono, di preferenza fra le scogliere e sono di diverse colorazioni, a seconda della diversa profondità in cui dimorano. Si pescano con reti a strascico, massime di fondo e con nasse. L’esca è formata di piccoli pesci infilzati in bastoncini. L’aragosta, entrata nella nassa, vi rimane prigioniera. Attorno alle coste della Sardegna vengono battelli con scompartimenti sott’acqua, per conservare vive le aragoste catturate e destinate all’esportazione. In attesa della venuta di queste navi-vivaio, le aragoste vengono conservate in grandi gabbioni tenuti sott’acqua, detti garuffi.
La pesca notturna con la fiocina viene fatta con barche che portano a prua una lampada ad acetilene per attirare il pesce e permettere al pescatore di scorgere la preda. Un tempo, in luogo delle lampade ad acetilene, si usavano fasci di fascine secche accese.
La pesca con le nasse, che non ha molta diffusione, si pratica nelle solite forme, come la pesca da fermo, con le sciabiche, tratte dal mare alla spiaggia.
Anche il sistema della sciabica è quello che si pratica dovunque dai pescatori.
La pesca del tonno
Della pesca del tonno troppo si è scritto perché non si abbia timore di dir cose troppo note, nella descrizione di questo genere di pesca, che si pratica sulle coste occidentali dell’isola, dall’isolotto dell’Asinara in giù e specialmente attorno all’isola di San Pietro o Carloforte, pesca esercitata anche nelle remote antichità e vanto di Bisanzio e dei popoli iberici.
Il sistema di pesca praticato anche attualmente in Sardegna vi sarebbe stato introdotto, verso la fine del secolo XVI, da un cagliaritano, Pietro Porta, al quale, per tale benemerenza, il Governo spagnuolo, che aveva il monopolio della pesca, concesse l’investitura del feudo di Teulada. Più tardi vennero impiantate delle tonnare anche da privati, ai quali, man mano, vennero cedute le tonnare governative.
Il maggior incremento delle tonnare di Sardegna si ebbe nella seconda metà del sec. XVII, quando, dopo il famoso terremoto di Lisbona, i tonni abbandonarono le coste della Spagna e del Portogallo. Prima del Porta, la pesca si faceva con ami, con ramponi e con reti piccole.
Da allora in poi le cose sono radicalmente cambiate e la pesca si compie a mezzo di reti gigantesche, fissate, in quanto occorre, al fondo, mediante ancore e galleggianti, in modo da formare delle pareti verticali che scendono fino a 30 metri di profondità. Le pareti hanno circa 50 metri di altezza, sicché emergono, per una parte, dall’acqua; una parte di tali reti è distesa sul fondo. Con queste pareti si costituiscono tante camere comunicanti, entro le quali i tonni, per una stravagante incapacità della loro natura, si fermano senza essere in grado di uscirne più, mentre il pesce spada vi entra e n’esce quante volte vuole. La camera della morte è quella nella quale dovranno essere chiusi i tonni per la mattanza, con una porta sollevabile dalle maestranze. Però le reti di questa camera sono di robusta canapa, a fondo pur esso sollevabile per poter, al momento opportuno, esser tirate su dai tonnarotti, disposti su appositi barconi formanti un quadrato.
Quando il rais, o capo, che ha, per l’occasione, ampi poteri ed è responsabile dell’andamento della pesca, in mezzo al quadrato, da una barchetta con una finestrella nel fondo, munita di cristallo, che gli permette di vedere ciò che avviene sott’acqua e di vigilare i movimenti degli ospiti sottostanti, giudica sufficiente il numero degli animali entrati nella tonnara, dà l’ordine di abbassare la porta della camera della morte, e in questa, che fino allora era vuota, entrano lentamente i pesci, rendendosi prigionieri. Dopo che è entrato il numero di tonni conveniente per la mattanza, la porta si solleva nuovamente e vien legata saldamente. Quelli che son fuori serviranno per una mattanza successiva, giacché entreranno di nuovo, vittime predestinate, nella camera della morte, non appena la porta di essa sarà nuovamente aperta: e ciò sino all’esaurimento dell’enorme gregge sottomarino.
Sono noti i particolari caratteristici di questa pesca, o meglio, della scena conclusiva.
Le maestranze, ad un ordine del rais, con movimento lento e cadenzato tirano le reti sino a che la massa dei tonni, agitantisi in modo da dar luogo a un vivo ribollimento delle acque, son vicini alla superficie, mostrano i dorsi lucenti e le code che battono ora l’aria e ora l’acqua. Al comando «Ammazza!», i tonnarotti, con i loro ramponi, uncìnano i grossi animali e li traggono sui propri battelli, nelle capaci stive. Spettacolo emozionante e, ad un tempo, ripugnante per chi abbia l’animo tenero e lo stomaco delicato, per il sangue che si sparge nelle acque e sulla coperta delle imbarcazioni, per il tanfo di frescume che sale dalle acque agitate e talvolta per il fatto che qualche pescatore, nel calore della mischia, va a finire nell’acqua, fra i tonni dibattentisi, ed è tratto in salvo dai raffi dei suoi compagni di lavoro. Quando, a mattanza finita, si forma il corteo dei battelli trascinati da un rimorchiatore, durante il tragitto i tonni vengono sventrati e poi, nello stabilimento, dopo reciso il capo, sottoposti alle diverse operazioni di lavaggio, cottura, estrazione dell’olio e confezione in barili e in barattoli.
La pesca dei tonni si fa nei mesi di maggio e giugno perché appunto in questi mesi si compie il passaggio di grandi masse di tali pesci lungo le coste della Spagna, della Sardegna, della Sicilia e della Tunisia.
Non è escluso che i tonni si possano pescare anche in altre epoche dell’anno, ma si tratta di individui isolati. Sulla provenienza e sul modo di vivere di questi pesci le opinioni non sono concordi. Si credeva, un tempo, che i tonni provenissero dall’Oceano Atlantico per lo stretto di Gibilterra, o cacciati dai loro nemici, i pesci-spada, contro i quali, inermi come sono, nulla possono fare, o attratti dai frutti, simili a ghiande, di una pianta marina che prospera sulle coste del Mediterraneo. Ma oggi ci si avvicina alle idee degli antichi che ritenevano i tonni indigeni del Mediterraneo. Essi, in primavera, risalirebbero dalle profondità del mare ove risiederebbero per una parte dell’anno, in attesa di una stagione più mite. Secondo Aristotele e Plinio, sarebbero originari di una palude del Mar d’Azoff donde, pel Bosforo, entrerebbero nel Mar Nero e si diffonderebbero nel Mediterraneo. La loro marcia è assai veloce. Qualcuno ha attribuito a questi pesci, nel loro avanzare in massa, un ordine e una disciplina ammirevoli. Formerebbero una massa cubica, per cui, contato il numero dei tonni di una fila laterale e della fila frontale, si troverebbe, con una semplice moltiplicazione, il numero totale dei componenti la frotta. Ma il Cetti, che si occupò con particolar cura di questo argomento, nega tale formazione militare. Certo, che si tratti di masse enormi si desume dai risultanti spettacolosi di certe pesche. In un trentennio alcune tonnare di Sardegna ebbero una media annua di oltre 4800 tonni. Un tonno può pesare da 40 a 120 kg; eccezionalmente arrivare a 400 kg. I tonni di Sardegna son più grossi e grassi di quelli che si pescano nelle tonnare del Golfo del Leone.
Per Carloforte, la ridente cittadina di origine ligure, in prossimità della quale sono le più grosse tonnare, il giorno della mattanza è un giorno di giubilo. Dallo stabilimento si fanno, a mezzo di bandiere, le segnalazioni relative alla mattanza, al paese, per far sapere agli abitanti di esso che nella camera della morte vi è tal numero di pesci da valer la pena di tirar le reti. La ciurma occupata in una mattanza va da 70 a 100 uomini e ha diritto, oltre alla paga fissa, a un compenso proporzionale alla pesca fatta, nonché a tutte le interiora, comprese le ovaie, che danno le uova di tonno o bottarghe, apprezzatissime, nonché le ghiandule maschili, o lattumini. Siccome la maggior parte dei tonni è destinata ad essere venduta confezionata, il tonno fresco sui mercati locali si trova solo in quantità limitata e nel periodo relativo della mattanza. Si calcola che nell’impresa della mattanza sia impegnato un capitale di oltre due milioni di lire, al valore attuale della moneta.
Alcune operazioni della pesca si compiono con la solennità di un rito. Ad esempio, quando il rais giudica sufficiente il numero dei tonni per iniziare la pesca, egli, nella sua barchetta, accompagnato da uno o due vicerais, in mezzo alla camera della morte, intona a capo scoperto la preghiera propiziatoria che consiste in quattro Pater Noster, uno a San Pietro, uno a San Giorgio, uno a Sant’Antonio e uno a San Gaetano, e poi: «In nome di Dio, molla».
La pesca nei fiumi.
La fauna fluviale non è affatto variata. Oltre l’anguilla, che risale dal mare e dagli stagni, si riduce alla sola trota e alla tinca, pesce di recente introduzione, ma scarsamente pregiato. Fra le più note, le trote del Gologone, fra Oliena e Dorgali, quelle del Rio di Oschiri, quelle dell’ Iglesiente e del Flumendosa, nell’Ogliastra e in Barbagia. La Scuola Agraria di Sassari, da diverse decine di anni, provvede al materiale per il ripopolamento dei rii di Sardegna, con un incubatorio di uova di trota, capace di una larga produzione, nonché alla propagazione delle anguille nei torrenti più prossimi alla città.
Nei torrenti non manca di essere esercitata la pesca coi mezzi vietati dalla legge, ad esempio tramortendo il pesce con l’euforbia (lua), onde la denominazione d’alluan del pesce così pescato.
La pesca negli stagni.
Come abbiamo detto, la pesca negli stagni è quella che ha la maggior importanza e fornisce la materia per la ragguardevole esportazione in continente.
I maggiori stagni sardi sono ricchi di pesce di diverse qualità, che viene dal mare. Essi possono considerarsi come estuari, che ricevono acqua dolce da qualche torrente, mentre sono in comunicazione, con uno o più sbocchi, col mare. Tra il mare e gli stagni sono formate delle peschiere, che consistono in pareti verticali di canne, parapetti immersi lunghi da 50 a 100 metri, disposte ad angolo acuto verso il mare, con una stretta apertura. In quegli ampi bacini di acqua calda e tranquilla, una volta entrati, i pesci sono fatti prigionieri. Questi entrano dal mare nello stagno mediante un canale che forma la bocca della peschiera, dal febbraio fino a giugno. Ai primi di giugno avviene la chiusura del canale.
La profondità delle peschiere è di pochi metri. Il pesce si prende talora a mano, nell’angolo della chiusa, con piccole reti o meglio con una sola, una specie di grande cucchiaio di rete. Quando il pesce si addensa in grandi masse conviene adottare questo sistema. Il pescatore allora entra nell’acqua e con questo cucchiaione vi si affonda in mezzo al branco, raccoglie e getta sulla sponda una massa guizzante di grossi pesci.
Paolo Mantegazza, nei suoi coloriti Profili e paesaggi di Sardegna, ci ha descritto una pesca cui assistette, nello stagno di Cabras.
Egli era sopra un piccolo argine che separava una peschiera dall’altra e guardava sotto di sé l’acqua torbida, che appena gli lasciava vedere un profondo e oscuro brulichìo come di cosa viva che si muovesse. Tre uomini giovani, belli e robusti, in costume adamítico, si legarono intorno al corpo una lunga cordicella e, tra essa e la pelle, piantarono una spada di legno che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d’Arlecchino. Gettatisi a capofitto nello stagno, con quel legno e quel filo, si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno di essi si tuffava e dopo pochi secondi ricompariva con un grosso muggine fra le mani, che apriva convulsivamente le branchie, Tentando di sfuggire alla robusta presa; ma in quell’istante la spada d’Arlecchino dava due o tre colpi sul suo capo e il pesce era infilato nella cordicella. Un nuovo tuffo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa. Dopo pochi minuti uscirono dall’acqua gettando ai piedi degli ospiti più di 50 kg di muggini.
Stagni pescherecci ne esistono un po’ ovunque sulle coste della Sardegna, di proprietà privata o di proprietà demaniale; quelli di proprietà governativa sono appaltati. Danno un prodotto abbondantissimo e sono, per i proprietari o per i concessionari, come ricche miniere a getto continuo. Sono gli stagni di Sardegna che in gran parte alimentano il consumo pantagruelico di Napoli e di Roma, in certe ricorrenze. Il trasporto si effettua con le linee marittime e ferroviarie postali o su piroscafi noleggiati all’uopo.
Il prodotto.
Basta, a dare un’idea dell’importanza di questa industria, il dire che nel solo mercato di Cagliari entrano, in media, giornalmente 4000 kg di pesce e 1700 di frutti di mare; al termine dell’anno il valore di questo apporto sale a decine di milioni di lire.
Il mercato di Cagliari è il più ricco. Nel monumentale edificio ceste di pesci, di molluschi, di crostacei, di frutti di mare di ogni specie, occupano in certi giorni anche i reparti non destinati alla loro vendita, i porticati, le corsie, i marciapiedi esterni. È uno spettacolo impressionante per l’abbondanza e la varietà. La fauna marina è una delle risorse più vantaggiose dell’alimentazione della popolazione operaia. Le celle frigorifere accolgono quella parte del prodotto che non è stato venduto sul mercato o nei paesi vicini. Nei periodi di grande abbondanza, i pescatori, con le loro ceste sul capo, scalzi, si avviano ai paesi del contado, percorrendo decine e decine di chilometri, con il caratteristico passo svelto, uguale passo detto portanteddu, dal passo abituale del cavallo sardo, che prende il nome di portanti.
I gusti dei consumatori di Sardegna sono assai diversi da quelli dei consumatori continentali. I muggini, per esempio, non sono considerati fra i pesci più pregiati. Altrettanto avviene per i merluzzi, che non rispondono al gusto dei consumatori.
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