e
IL CICLO PRODUTTIVO TRADIZIONALE →
NEL TERRITORIO DI TEMPIO PAUSANIA
di GIOVANNI BATTISTA CUCOVICH →
NOTA. Il triestino Giovanni Battista Cucovich (1860 – 1932) fu nell’ultimo decennio dell’Ottocento Aiuto Direttore del Prof. Sante Cettolini (Conegliano Veneto, provincia di Treviso, 7 aprile 1855 – Cagliari, 17 settembre 1933) alla R. Scuola di Viticoltura in Cagliari. Poi, dal 1899 alla messa a riposo – nel 1925 è segnalato ancora in servizio – fu Direttore dell’Istituto Agrario provinciale di Parenzo (in Istria, oggi Croazia).
L’INDUSTRIA DEL SUGHERO NEL TERRITORIO DI TEMPIO PAUSANIA →
«L’Italia agricola – Giornali di Agricoltura», volume 30, 1893
TEMPIO.
Tempio è cittadina nella provincia di Sassari di circa 10000 abitanti, sita a N-E della Sardegna: è capitale della regione chiamata Gallura. Questa regione, che comprende la parte montuosa, fra settentrione e levante dell’isola, è vastissima per territorio. Confina collo stretto di Bonifacio e guarda il Tirreno. Ad ovest e sud-ovest ha per baluardo la catena di montagne detta del Limbara, che dopo il Gennargentu è il gruppo montuoso più elevato dell’Isola, arrivando, nei picchi più alti, a 1300 metri.
Tempio giace a 600 metri sul livello del mare ed è congiunta con una ferrovia a scartamento ridotto, lunga 40 chilometri, colla rete principale delle ferrovie sarde, facendo capo a Monti, donde si è messi in comunicazione con Cagliari, Sassari e Golfo Aranci. Questo
ultimo è il punto di approdo dei piroscafi, che giornalmente mettono in comunicazione la Sardegna col continente italiano, appoggiando a Civitavecchia. L’agro tempiese misura ben 903 chilometri quadrati di superficie. Esso è un piano ondulato di colli e di poggi, formati di roccia granitica, quasi sempre adflorata in blocchi e massi talvolta enormi, giacenti accavallati alla rinfusa e che danno al paesaggio un aspetto quanto mai severo e pittoresco. La roccia granitica è, per lo più, di varietá a grana grossa, ricchissima di feldispato e di orneblenda, e che si sgretola con somma facilità dando un terreno feracissimo e talvolta profondo vari metri.
La flora arborea è costituita principalmente da boschi di quercia del sughero (Quercus suber), ma non mancano l’elce (Quercus ilex), il rovere (Quercus robur), il castagno, il noce e l’avellano (nocciuolo).
La zona di terreno nelle vicinanze della città è coltivata principalmente a viti, ad alberi fruttiferi ed ortaggi. Dalla vigna si ottengono annualmente circa diecimila ettolitri di vino che raramente viene esportato dall’isola, quantunque peccato che sia male confezionato e mal conservato! presenti dei caratteri che lo rendono pregevole. Il rosso si avvicina al Chianti, ed il moscato bianco non sarebbe secondo ad altri di regioni settentrionali e di fama conosciuta. Disgraziatamente, la fillossera, da un quinquennio, ha fatto comparsa nel territorio e, qua e là, si osservano già i gravi danni che essa va arrecando.
IL SUGHERO.
Il principale prodotto della regione è però il sughero, vale a dire la scorza che viene levata periodicamente dalla quercia del sughero.
É ovvio ricordare che la sostanza sugherosa è una parte costituente di quasi tutte le scorze degli alberi e che, nella quercia del sughero, essa si sviluppa in copia enorme. Tale sostanza, come si sa, viene impiegata principalmente per la fabbricazione dei turaccioli.
Quando la pianta ha raggiunto 20 a 25 anni di età, si pratica il dimaschiamento, operazione che consiste nel togliere all’albero la corteccia naturale, che non è atta ad altro che al foraggio, perchè è poco compatta, screpolata ed a grana terrosa.
L’operazione del dimaschiamento viene fatta in maggio quando la pianta è ricca di linfa ascendente e perciò la scorza viene staccata con facilità senza ledere i tessuti sottostanti. Se, per la stagione troppo secca, in tal tempo, il dimaschiamento non è consigliabile, si fa in settembre alla ripresa della vegetazione. Il tessuto sottostante resta prima gialliccio, poi si tinge in bruno scuro. Compiuto il dimaschiamento, la corteccia, di cui l’albero si riveste di bel nuovo, non cresce rozza e screpolata come prima, ma diventa più gentile, più morbida, sviluppa di preferenza lo strato sugheroso e riceve il nome di prima femmina. A tale scopo la pianta dimaschiata viene lasciata tranquilla per un periodo di 8, 9 o 10 anni, in capo ai quali, la corteccia, prima femmina, è matura e pronta per essere tolta alla sua volta. Sulla bontà della corteccia influiscono l’età della pianta, la varietà e la qualità del terreno e del clima, nonché la delicatezza con cui lo scortecciamento viene eseguito. Il periodo di scortecciamento delle successive femmine si ripete ogni 8, 9 0 10 anni e continua fino a che la pianta raggiunga i 150 a 180 anni di età. La corteccia migliore è data dalla seconda femmina, cioè quando l’albero ha 36 a 40 anni di età.
LA LEVATA DELLE TAVOLE SUGHEROSE.
La levata delle tavole sugherose viene eseguita in luglio ed agosto e, se la stagione corre secca, si prolunga fino alla meta di settembre. Si fa, dunque, nell’epoca in cui la pianta è poverissima di linfa, poichè in Sardegna, da maggio in su non piove mai. Nei mesi estivi perció lo strato sugheroso si allontana da sé dai sottostanti e facilita così il distacco. L’operazione dello scortecciamento viene eseguita da operai abili e pratici, coll’avvertenza di non ledere l’alburno. A tal uopo, con un’accetta ben affilata, si praticano, attorno al fusto ed ai rami principali, delle incisioni anulari distanti fra loro presso a poco un metro e quindi, con uno o più tagli longitudinali, secondo la grossezza del tronco, si formano dei rettangoli che vengono staccati dal legno aiutandosi colle mani e facendo leva coll’accetta. I rettangoli, appena staccati, s’accartocciano da sè a mezzi cilindri. Le corteccie così ottenute si ripongono in cataste e si lasciano asciugare.
Finita l’operazione della raccolta e dell’asciugamento, le scorze vengono portate sotto tettoia o entro magazzini, dove devono esser sottoposte ad altre operazioni prima di esser commerciabili.
LA LAVORAZIONE RURALE DEL PRODOTTO.
Prima di tutto le scorze devono subire la così detta planciatura o spianatura, vale a dire riduzione dei mezzi cilindri in tavolette piane, rettangolari e pulite, chiamate plancie dal francese planches). Per far ció, le scorze rozze vengono messe, stratificate, in una gabbia di legno o di corda, che a mezzo di una carrucola fissa viene alzata e introdotta in una caldaia rettangolare in muratura granitica, rivestita internamente di lamiera di rame. Nella caldaia viene introdotta dell’acqua che si porta prima all’ebollizione. Per impedire che la gabbia colle scorze galleggi, viene tenuta ferma ed immersa con una sbarra trasversale di legno, che da una parte è conficcata nel muro e dall’altra è tenuta ferma con una corda, legata ad un anello od uncino posto in terra.
La bollitura del sughero dura da 15 a 30 minuti. La scorza cosi si gonfia e diventa morbida ed elastica, cede all’acqua delle sostanze albuminoidi e tanniche, e la parte sugherosa acquista un colore carnicino.
Dopo ciò la gabbia, colle scorze, viene levata dalla caldaia mediante la carrucola ed è lasciata sgocciolare. Le scorze si dispongono quindi in terra, a mucchi rettangolari di un metro d’altezza, su cui si collocano delle traverse in legno caricate di pietre, allo scopo di far prendere alle scorze stesse la forma piana. Quando il sughero è raffreddato, ma ancora umido, si procede alla raschiatura.
Per questa operazione l’operaio si munisce d’un coltello a taglio leggermente convesso, provvisto di due manici piantati perpendicolarmente al piano della lama, e simile a quello che adoprano i bottai per far gli orlı alle botti. L’operaio si siede a cavalcioni di un basso cavalletto in legno, foggiato a schiena d’asino; su di esso adagia la scorza sugherosa e procede alla raschiatura del dorso della medesima fino a togliere tutte le asperità. Le tavole o plancie di sughero, cosi raschiate e preparate, vengono ritagliate a squadra rettangolare con lame apposite ben taglienti. Indi si pratica la cernita delle qualità.
La qualità si giudica dalla compattezza ed elasticità della sostanza sugherosa, dalla assenza o presenza della materia terrosa inframezzata e dalla grossezza dello strato sugheroso. La grossezza è giudicata dal diametro del turacciolo che la plancia può dare. Le plancie che danno turaccioli da 12 a 15 mm. diconsi da macchina; quelle che danno tappi da 10 a 12 mm. di diametro chiamansi da messa macchina.
I turaccioli ottenuti dalle prime servono per bottiglie da litro e più, quelli ottenuti dalle seconde, per bottiglie da litro in giú. Le plancie che danno tappi di diametro maggiore ai 15 mm. appartengono alle qualità grosse; ma colla maggior grossezza diminuisce per solito la finezza della sostanza sugherosa.
Delle tavole sugherose si fanno le seguenti classi:
Le tavole di 1 qualità si vendono a L. 100-120 al Qle
Le tavole di 2 qualità si vendono a L. 65-70 al Qle
Le tavole di 3 qualità si vendono a L. 60 al Qle
Le tavole di 4 qualità si vendono a L. 40-50 al Qle
Le qualità grosse si dividono in due classi:
La prima classe grossa si vende a 60 lire al quintale e si spedisce per solito a Reims; la seconda classe grossa si vende a 40 lire al quintale e serve per tappi da bottiglioni e da botti. Lo scarto, i ritagli ed i maschi si usano per combustibile nel fornello della caldaia.
Da un quintale di plancia si ricavano da 10 a 12 mila tappi da bottiglia. Il sughero migliore è dato dalle plancie più sottili.
IL COMMERCIO.
Il territorio di Tempio produce annualmente circa mezzo milione di chilogrammi di plancie. Il sughero del Tempiese gode fama europea e se ne fanno spedizioni in Spagna, in Francia ed a Genova. Anche altre regioni della Sardegna producono sughero, ma nessuna da un prodotto cosi apprezzato come il Tempiese. Tanto è vero che, per farsi strada, molto sughero delle altre regioni viene portato a Tempio o è incettato da negozianti tempiesi, per poi essere portato fuori, come genuino. La spedizione si fa in balle da quintale.
L’industria però non si limita sempre alla confezione delle plancie, ma va oltre ancora. Molti degli incettatori o produttori di sughero, dopo eseguita la planciatura, tagliano le plancie in liste nel senso della larghezza e larghe quanto deve essere il diametro del tappo che ne dovrà uscire; poi ogni singola lista viene tagliata in tanti quadrelli, o dadi, pronti per esser arrotondati a mano od a macchina e trasformati in turaccioli. Alcuni si arrestano nella preparazione dei detti quadrelli, che poi imballano in sacchi di tela capaci di 10.000 quadrelli, e spediscono; altri preparono anche i tappi, lavorando a mano ovvero con macchine speciali, molto semplici, e che danno i tappi di forma cilindrica, ovvero di forma conica. Il lavoro riesce più accurato a mano, ma esige della pratica e dell’abilità.
Dalla stessa plancia si possono ottenere tappi di diversa finezza, secondo le magagne che la plancia può presen tare o la presenza, al taglio, della materia midollosa; perció durante la lavorazione dei tappi, lo stesso operaio che li prepara, ha a disposizione, per solito, tre cassette nelle quali, con grande avvedutezza, getta i tappi a seconda della qualità. Il tappo vien tagliato fuori dal quadrello sempre in modo che la lunghezza del tappo stesso corri sponda alla direzione in cui la corteccia cresceva sull’albero. In tale maniera il tappo chiude ermeticamente la bottiglia, perchè le porosità guardano il vetro del collo.
A Tempio sono produttori di sughero i signori: Atzena Giovanni e Corda Marco, Spano Antonio Giuseppe Gian Carredda, Cossu Damiamo, Cabella Anton-Giuseppe, Salvatore Allias, Macciocco Giovanni Maria, Fratelli Arru, Mogno ing. Luigi. Questi si limitano a ridurre il loro sughero in plancie e poi venderlo.
I seguenti invece comprano le plancie e le riducono anche in quadrelli che spediscono, ovvero li trasformano in tappi: Gina Matteo, Sansan B., Piras Pietro, Defilippi Domenico, Pala Francesco, Falzoi Giovanni.
IL CICLO PRODUTTIVO TRADIZIONALE
(Pagine tratte dal saggio Sulla coltivazione ed utilizzazione del sughero, Cagliari, 1894, e già pubblicate come inserto da Sandro Ruju, Il Peso del sughero. Storia e memorie dell’industria sugheriera in Sardegna, 1830-2000, dopo la pag. 65)
Cucovich ringraziava gli ingegneri Luigi Mogno e Giovanni Maria Macciocco, entrambi di Tempio, che gli avevano fornito informazioni utili per la sua ricerca.
Scortecciamento.
Il prodotto principale della quercia-sughero, per il quale soltanto essa dovrebbe essere allevata, è la scorza sugherosa. Questa scorza comincia a svilupparsi ai 5 anni di età, ma l’albero giunge al periodo opportuno per essere per la prima volta scortecciato, quando ha raggiunto all’altezza d’uomo una circonferenza di 2025 centimetri. In Sardegna dicono che la grossezza dell’albero deve essere quella della coscia dell’uomo, il che su per giù mi sembra lo stesso. Tale grossezza l’albero la raggiunge intorno ai 20 anni di vita. Questa prima corteccia è molto screpolata, fragile e spugnosa ed è detta sughero vergine o maschio, bornizzo dagli spagnoli, canon dai francesi (perché s’arrotola a cartoccio, se staccata). Essa non serve a nulla che per fuoco o tutt’al più, se è discreta, per fare dei galleggianti per le reti da pesca.
Per l’operazione di scortecciamento si adopera l’accetta (fig. 1). Le spese di scortecciamento si calcolano dalle 17 alle 20 lire per ettaro. Le cortecce o plance staccate si accatastano provvisoriamente nel bosco e poi si trasportano in cortili o sotto tettoie, in attesa della bollitura. L’operazione dell’allontanamento di questa prima scorza si chiama demaschiamento (démasclage). La prima femmina, che si leva perciò verso i 30 anni di età della pianta, è poco buona. L’albero entra in piena produzione di sughero mercantile appena verso i 35 anni e continua sin verso i 60: il sughero prodotto in questo periodo di tempo è il migliore. Una pianta di sughero, se tenuta in buone condizioni, continua a dare corteccia sugherosa fino ai 150 e 180 anni di età; dopo quell’epoca essa diventa decrepita e va abbattuta.
Bollitura delle scorze.
La corteccia sugherosa non è adatta, come sta, alla fabbricazione dei tappi, ma è necessario che venga sottoposta all’azione dell’acqua bollente perché ne sortano parte del tannino e di altre sostanze solubili e per aumentare l’elasticità del sughero stesso. La perdita in peso che il sughero soffre, colla cottura, può arrivare al 40%.
La caldaia usata a Tempio per la bollitura è di rame, delle dimensioni 1,50 x 1,70 x 1,10 metri e quindi di forma parallelepipeda (fig. 2). Essa è collocata entro una camicia rettangolare in muratura dello spessore di 0,40 metri. Contro la camicia stanno appoggiati 7 pilastri di 0,25 x 0,25 pure in muratura, sui quali adagia il fondo della caldaia; un ottavo pilastro sta al centro del focolare. Sugli 8 pilastri stanno collocate delle spranghe di ferro (m n, o p, qr – fig. 2) che collegano i pilastri stessi e servono di base migliore al fondo della caldaia in parola. Essa non è aderente con le sue pareti laterali a quelle del muro che la circonda, ma tra queste e quelle corre uno spazio che è in comunicazione col focolare e che permette al calore di riscaldare pure le pareti laterali.
Per chiudere superiormente tale spazio, il margine superiore della caldaia è ripiegato a labbro (fig. 2) e s’addentra nella muratura della camicia. I quattro bordi superiori del muro si alzano oltre il limite della caldaia per altri 10 centimetri e sono muniti di una cornice dello stesso spessore, ma fatta di 4 prismi triangolari di granito, i quali sono collocati in modo che la superficie superiore del detto muro sia inclinata da tutti i quattro lati verso l’interno della caldaia. Al fornello non manca il necessario fumaiolo.
Nella caldaia si mette la quantità d’acqua occorrente per tenere sommerse tutte le scorze che si introdurranno. Le quali, o vengono rinchiuse prima in una specie di gabbia fatta di legno, grande poco meno della caldaia, ovvero si stratificano legandola con corde. Per immetterle nella caldaia si alzano con una piccola gru o carrucola pendente sopra la caldaia stessa e, una volta introdotte, viene loro sovrapposto un forte telaio di legno, attraverso il quale si applica una sbarra mobile, anch’essa di legno, che con un’estremità è conficcata nel muro e all’altra è tenuta ferma da una catena od una corda legata coll’altro capo ad un anello o uncino, che giace per terra davanti al fornello. In questa guisa le scorze vengono obbligate a stare sott’acqua.
La cottura delle plance dura dai 15 ai 30 minuti, a seconda della qualità e dello spessore del sughero. Trascorso il tempo ritenuto sufficiente per la bollitura, le scorze si estraggono dalla caldaia, vengono stratificate in terra e vien loro sovrapposto un robusto telaio in legno carico di pietre, perché sgocciolino bene e si appiattiscano perfettamente. Le plance raffreddate, ma ancora umide, vengono quindi passate agli operai raschiatori.
Raschiatura.
L’operazione consiste nel togliere alle tavole sugherose la parte rugosa della superficie esterna. Gli operai adibiti a questo lavoro si muniscono di un coltello, detto raschietta (fig. 3) a taglio leggermente convesso e provvisto di due manici piantati perpendicolarmente al piano della lama e poi piegati in modo da correre quasi paralleli alla lama stessa. Detto coltello assomiglia a quello che adoperano i bottai per far l’orlo alle botti. L’operaio si siede a cavalcioni d’un cavalletto basso e foggiato a schiena d’asino, sul quale adagia la plancia sugherosa e procede alla raschiatura fino a togliere tutte le asperità.
Ritagliatura.
Le plance pulite sul dorso passano all’operaio tagliatore, il quale deve far loro il contorno regolare, in modo che esse acquistino la forma rettangolare. A questo scopo l’operaio si siede su una sedia speciale (fig. 4) contro l’asta della quale appoggia la plancia e col coltello speciale ben affilato (fig. 5) ritaglia i contorni, di guisa che riescano in squadra e nella sezione presentino una superficie ben liscia perché alla cernita delle qualità si possa meglio giudicare.
Cernita delle qualità.
La qualità del sughero si giudica dalla compattezza e dall’elasticità della sostanza sugherosa, dalla maggior assenza o presenza della materia midollare o terrosa inframezzata e dalla grossezza della plancia. Le tavole che alla buona qualità del sughero uniscono lo spessore di 1215 linee (3033 millimetri) costituiscono la prima qualità e sono dette plance da macchina; quelle dallo spessore di 1012 linee sono dette da senza macchina. Si ha quindi una terza e una quarta qualità, le quali comprendono il sughero troppo fino o troppo grosso e diconsi qualità di scarto. Le plance di prima qualità si vendono a 100120 lire al quintale, quelle di seconda a 4050 lire. Lo scarto ha prezzo inferiore ed oscillante secondo la bontà. Nel Tempiese vige l’uso di vendere le plance di prima e seconda qualità unite e vengono pagate 6570 lire al quintale. Il sugherone o sughero maschio viene poco ricercato e per solito si adopera per combustibile nel fornello della caldaia: si dà a 22,50 lire al quintale.
La prima e la seconda qualità di tavole sugherose sono destinate alla confezione dei tappi fini da bottiglia. Lo scarto serve per bottiglie di acque gazzose, bottiglioni e botti, per l’imbottitura delle navi tra la corazza e lo scafo di legno; il sugherone per fuoco e pesca. Le plance, dopo essere state ritagliate e nettate, si accatastano nei magazzini o sotto tettoie e, per spedirle, si fanno in balle da quintale. Le spese che s’incontrano per il trasporto, bollitura, raschiatura, scelta ed imballo vanno dalle 3 alle 5 lire al quintale.
Quantunque la maggior parte del sughero sardo venga esportato in forma di plance, pure una quantità non indifferente viene lavorata ulteriormente e cioè tagliata in liste, poi in quadretti, i quali vengono imballati in tela di sacco (in numero di 10.000) e spediti; ovvero vengono definitivamente trasformati in tappi. La quantità di sughero che si trasforma completamente confezionando turaccioli è però la minima.
Di fabbricanti di quadrelli e di tappi ce n’è dappertutto un po’, in Sardegna; ma questa lavorazione non ha ancora raggiunto lo sviluppo che dovrebbe avere. La causa di ciò sta nel fatto che non vi ha nessuno il quale abbia impiantato tale industria servendosi di macchinari perfezionati e la massima parte dei quadretti e dei turaccioli si confeziona a mano, il che rende il prodotto più costoso che se fosse lavorato a macchina. In Algeria e in Spagna, invece, vi sono macchine perfezionate tanto per la raschiatura, quanto per la ritagliatura, il taglio in liste, in quadretti e per la confezione dei tappi. Per quest’ultima operazione è preferita, in Algeria, la macchina Tousseau la quale dà prodotti molti migliori d’altre macchine. Un abile operaio può preparare in media, con la detta macchina, 5.000 tappi al giorno, mentre a mano stentatamente si arriverebbe a 1.000. Inoltre gli spagnoli ed i francesi tengono la supremazia e la fama del commercio dei turaccioli e ci vuole marca francese o spagnola per essere sicuri che i tappi sono fini!
Preparazione delle liste.
Per tagliare le liste o strisce, a Tempio si procede a mano. Il coltello che si adopera è a filo concavo, ben tagliante (fig. 5). Sulla guancia destra della lama e ad un terzo circa dal manico porta infissa ad angolo retto un’asticciola di ferro graduata; sulla stessa asticciola e a lei perpendicolare scorre un’altra asticciola metallica che può essere fissata in un punto qualunque mediante vite (fig. 6).
L’operaio allontana dalla lama del coltello l’asticciola verticale, facendola scorrere sulla orizzontale quel tanto che dovrà essere larga la lista di sughero (che deve corrispondere alla lunghezza del tappo); prende poi una plancia e l’appoggia contro lo spigolo d’un tavolino zoppo che ha cioè due gambe più lunghe e due più corte (fig. 7) facendola sporgere alquanto in fuori. Indi arma la destra con il coltello cosi preparato e, applicando allo spigolo della plancia l’asticina verticale dello stesso, tira a sé, tagliando una lista uniformemente larga. L’operazione si ripete con destrezza finché tutta la plancia riesce affettata in strisce di egual lunghezza.
Preparazione dei quadretti.
Le strisce devono essere tagliate ora per traverso, in modo da essere trasformate in dadi o quadretti, la cui larghezza sia eguale al diametro dei tappi in cui si devono ridurre. Anche questo lavoro a Tempio si compie a mano. Gli operai destinati a questo lavoro sono detti quadrettai.
L’operaio-quadrettaio dispone di un tavolo cassone inclinato e formato da quattro facce verticali piene (fig. 9), in guisa da formare una cassa trapezoidale. Nel mezzo dello spigolo più stretto, che è quello davanti, trovasi infissa un’asta verticale di legno o metallica. La striscia di sughero, collocata sul tavolo, si appoggia contro la detta asta e si spinge verso destra, di tanto quanto deve essere il diametro del futuro tappo. Il coltello con cui si opera il taglio è uguale a quello della figura 9. I quadretti vengono poi regolarizzati e scelti dallo stesso quadrettaio e collocati a seconda delle qualità in appositi cestini, mentre le ritagliature passano nell’interno del tavolocassone. La spesa che s’incontra per trasformare in quadretti un quintale di plance è calcolata, in media, sulle 10 lire.
Confezione dei tappi. Una parte dei quadretti viene poi trasformata in tappi, sia a Tempio, sia in altri paesi della Sardegna come a Cagliari e a Sassari. Il lavoro viene eseguito a mano ed a macchina. A mano si usa il coltello della figura 8.
A tale scopo l’operaio si serve del bancocassone, tenendo con la sinistra il quadretto e con la destra il coltello: il quadretto viene fatto ruotare su sé stesso aderente alla lama, affilata a perfezione. Da una stessa plancia si possono ottenere tappi di diversa finezza ed anche grossezza a seconda delle magagne che il sughero può presentare al taglio; perciò lo stesso operaio che tagliò i tappi ha dinanzi a sé, per solito, tre cassette nelle quali, con grande avvedutezza, getta i tappi stessi a seconda della qualità. Per fare i tappi conici si inclina di più il quadretto verso la lama, con una delle estremità.
Non essendo poi il sughero uniforme nella sua costituzione, ma ora presentandosi più duro ed ora più tenero, l’operaio si regola nel taglio del turacciolo, secondo la resistenza che incontra: rallenta cioè il movimento se la resistenza è grande e gira invece il quadretto più velocemente, ma con minor pressione, contro la lama, quando la parte sugherosa offre minore resistenza e più uniformità. In tale guisa il turacciolo riesce a superficie uniforme e liscia. Da un quintale di plance in quadretti si ottengono 10.000 tappi del valore di 225 lire. La spesa che s’incontra per tale lavorazione è in media di lire 1012 per ogni 10.000 quadretti. I ritagli possono raggiungere il 50%: ciò dipende dalla bontà della scorza sugherosa e dall’abilità dell’operaio.
Diversi sono i sistemi di macchine con le quali si possono fabbricare turaccioli, sostituendo così la mano dell’uomo e con esecuzione più accelerata; ma non tutte danno un lavoro perfetto. Le macchine suddette si dividono in due categorie: quelle a scalpello fisso (che sono le meno perfette) e quelle a lama mobile. La più perfezionata tra queste ultime è la macchina Tousseau. A Tempio si adopera la macchina a lama fissa (fig. 10).
In questa il quadretto viene tenuto fermo da un perno orizzontale che corre parallelo alla direzione della lama fissa. L’asse che porta il quadretto è fatto ad elica. come alcuni trapani; tale asse viene fatto ruotare per 360 gradi, mediante un meccanismo di va e vieni, e il quadretto risulta così arrotondato. Se il tappo deve essere conico, l’asse elicoidale è avvicinato allo scalpello più da una parte che dall’altra.
Il lavoro di questa macchina e di altre consimili, però, non è così perfetto come a mano, perché il movimento è rigido e, qualunque sia la qualità del sughero, il lavoro procede sempre nello stesso modo e con la medesima pressione, mentre, come si è detto, l’operaio ha l’avvertenza di andare più adagio, incontrando del sughero difficile e resistente, e viceversa più lesto e con minor pressione, con il sughero fino. Questo inconveniente, a prima vista leggero, è invece grave ed è causa che molto sughero lavorato a macchina così si guasti o per lo meno dia tappi con superficie non uniforme e liscia.
Commercio del sughero.
Tempio e Aggius spediscono buona parte del loro sughero a Genova e a Milano di cui: a) plance: quintali 4.000 per 200.000 lire; b) quadretti: quintali 1.700 per 125.000 lire; c) tappi finiti: poca quantità. Gli altri comuni del Tempiese producono plance e quadretti in altrettanta quantità e spediscono negli stessi siti.
Un’altra parte del sughero tempiese va a Marsiglia, dove sono specialmente richieste le qualità migliori, tanto in plance che in quadretti, e dove sono anche meglio pagati. Da Genova e Milano vengono le maggiori richieste anche per le qualità secondarie, le quali usansi specialmente per la confezione dei tappi per bottiglie da acqua gazzosa. In generale i produttori di sughero tempiesi sono anche negozianti di plance, perche del le vendite a grosse partite non se ne fanno. E si incettano e vendono poi anche buona parte del sughero del resto della Sardegna.
SELEZIONE DI VIDEO SUL SUGHERO E LA SUA LAVORAZIONE
Archivio Luce Cinecittà – 16/09/1936 – La produzione di sughero nella regione della Gallura in Sardegna
Descrizione sequenze: veduta di un paese della Gallura; veduta di un sughereto; bovini al pascolo in un sughereto; numerosi contadini lavorano intorno ai tronchi dei sugheri; la corteccia dei tronchi di sughero viene staccata dai contadini; fasi della scorzatura degli alberi di sughero; le scorze di sughero ammassate in terra; carovana di carri di scorze di sughero trainati da buoi; una montagna di scorze di sughero; un uomo con la pipa in bocca controlla una scorza; degli uomini tagliano le scorze di sughero in strisce; in un laboratorio degli uomini lavorano attorno ad un tavolo basso, tagliando in piccolo blocchi il sughero; interno di un laboratorio con numerose donne al lavoro in piedi attorno a dei tavoli dove tagliano in cubetti il sughero; un macchinario in funzione; una donna mentre lavora al macchinario che taglia in cubetti il sughero; delle donne sedute attorno a delle botti vuote preparano i tappi di sughero; esterno con delle donne che arrivano trasportando su una tavola i tappi di sugheri davanti a mucchi di scorze; una donna alza con le mani gli scarti della lavorazione del sughero.
Archivio Luce Cinecittà – La settimana Incom del 23/09/1955
Descrizione sequenze: un uomo e un bambino staccano la corteccia del sughero, la accatastano da una parte ai margini del bosco; mucchi di cortecce di sughero; un tecnico in un laboratorio; un libro aperto, una bilancia; taglialegna ritagliano cortecce; la corteccia passa attraverso una sega circolare; il materiale in blocchi; la corteccia viene bollita ; la corteccia accartocciata su se stessa; la corteccia gettata nella macchina granulatrice, nella macinatrice; lunghi cilindri di sughero tagliati, dalla macchina escono le guarnizioni; i tappi prodotti da una macchina; una bottiglia viene stappata, lo spumante versato nei bicchieri.
Archivio Luce Cinecittà – 6/12/1962
IL BOSCO DEI TURACCIOLI. L’industria sarda del sughero nella Gallura e nord Sardegna
1963
Gian Carlo Deligios – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 8 lug 2012
“Quando stappi una bottiglia di vino ti sei mai chiesto se quel tappo ha una storia da raccontare?”
WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 8 set 2016
Primo di quattro filmati sulla nascita del tappo di sughero. In questo vedremo quando e come si toglie il sughero dalla quercia (decortica) e come si raccoglie il sughero.
WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 18 set 2016
In questa terza tappa vedremo cosa succede al sughero una volta arrivato in azienda. Come viene stoccato e soprattutto come viene lavorato, cioè bollito, selezionato, tagliato etc. prima di divenire…
WineSurfTube – L’arte della lavorazione del sughero in Sardegna – 27 set 2016
In questa ultima puntata vedrete nascere dal sughero grezzo il tappo monopezzo, il signor tappo. Poi parleremo della fine che fa “quello che avanza”, dei metodi di imballo, etc
Molinas Group –
La produzione dei tappi di sughero
17 set 2017 | Canale 5
Puntata di Melaverde del 17.09.2017. Guarda la puntata completa su: http://www.video.mediaset.it/video/me..






