Nozze paesane

di Francesco De Rosa

Philippine de La Marmora - Tempio, 1860

Prima di poter concludere un matrimonio in Gallura è necessario frequentarsi [«fare all’amore», sic.] per un tempo più o meno lungo, e non già come avviene in altre regioni dell’isola, dove non c’è bisogno di conoscersi neppure, e dove spesso la promessa di matrimonio avviene prima della nascita degli sposi.

Gli aspiranti alla mano d’una ragazza si recano ogni sera, specialmente dopo le ventiquattro, a casa di lei, ove s’intrattengono per alcune ore, parlando del più e del meno, o raccontando fiabe e novelle, recitando poesie, dicendo freddure e spesso danzando o gozzovigliando: il che usavano fare i Greci, poiché Omero ci fa sapere nell’Odissea, che i Proci non usassero altrimenti dei nostri ganimedi in casa della casta Penelope, se si vuole eccettuare che, mentre questi spendono del proprio, quelli facevano man bassa sulle sostanze del ramingo Ulisse.

Allorquando un giovane crede di essere corrisposto dall’amata fanciulla ne chiede la mano ai genitori, inviando allo scopo uno stretto parente o un fido amico: come fecero Abramo per chiedere Rebecca in sposa al figlio Isacco, Davide per domandare Abigail e Tobia il giovane, per ottenere in sposa la figlia di Raguele.

Il paraninfo (l’ambasciadóri, così detto a Tempio e su mandadalzu a Terranova), recatosi presso la famiglia della fanciulla, va a sedersi all’estremità del focolare, dalla parte dove i tizzi gemono e cigolano per vento che va via; la qual cosa è indizio del motivo per il quale si trovi lì.

Dopo essersi trattenuto in varie chiacchierate, fa abilmente cadere il discorso sulla giovane, di cui loda la bellezza, i modi gentili, la bontà, la saggezza, l’abilità e la laboriosità nelle faccende domestiche, dicendola degna d’uno sposo che sia capace di renderla felice. Parla dei parenti di lei, facendone la genealogia e vantandone la nobiltà attraverso fatti stimabili dei loro antenati, descritti con vivacità di colori e ricchezza di episodi. Soggiunge che da un giovane non dissimile a lei nell’estetica, nella bontà e nella saggezza, e di non meno ragguardevole famiglia, ha ricevuto incarico di chiederne la mano. E ne descrive il suo intenso amore, la brama ardente di farla sua, il vivo desiderio di renderla felice, nulla tralasciando di quanto gliene potrà facilitare il compito, chiedendo infine per lui la mano della fanciulla e supplicando che la risposta non sia tale da portar la morte all’anima del giovane che ansioso e trepidante l’aspetta.

Ognuno constaterà che questa maniera di ingraziarsi coloro a cui si chiede un favore o l’assenso a una data proposta, facendo la genealogia dei loro antenati e mettendo in rilievo le loro doti fisiche e morali, la loro potenza, le loro ricchezze, era pure in uso presso i Greci e gli Ebrei, come ce ne danno copiosi esempi le opere maggiori d’Omero e il libro dei libri, la Bibbia.

Quando il giovane non è gradito ai genitori della fanciulla, essi rispondono che non è ancora in età o non ha ancora intenzione di cercare marito e che farebbe meglio a rivolgere su altre i suoi amorosi sguardi; se invece è di loro gradimento, ma non possono dar lì per lì una risposta perché vogliono prima indagare il cuore della figlia e interrogarla in proposito (giacché ad essa e non ad altri appartiene la scelta del fedele compagno della vita; ma sperano che la risposta sarà più affermativa che negativa), dicono che gli faranno sapere non più tardi del tal giorno.

Molte volte è lo stesso giovane che fa la sua buona dichiarazione d’amore alla sua bella, la quale, in caso di rifiuto risponde come i genitori, e in caso d’assenso che lei non può disporre della sua mano senza previo consenso dei genitori, ai quali, se veramente desidera farla sua, deve rivolgere formale domanda. Il giovane allora si reca o direttamente lui, oppure, come avviene di solito, manda il paraninfo a domandarne la mano ai genitori o a chi ne fa le veci.

Spesso avviene che i due giovani si amino reciprocamente, ma che i parenti non vogliano saperne di unirli in matrimonio, frapponendo anzi ostacoli perché non si compia il voto più ardente dei loro cuori. In quest’ultimo caso, o la fanciulla cede agli amorosi desideri dell’amante, o si lascia rapire da lui.

In tutti e due le circostanze è raro che egli si decida ad abbandonarla e, qualora lo facesse, tutti generalmente lo ritengono già ammogliato e non vi sarà altra fanciulla, per quanto abbietta, che vorrà prenderlo per marito: cosicché egli, che si vede di frequente rimbrottato e disprezzato da tutti, è costretto a riaccostarsi alla tradita e sposarla.

Nel secondo caso, agli amanti viene non solo facilitata la fuga da chiunque gliene sia richiesto, ma anche concesso l’alloggio e spesso anche il vitto gratuitamente, finché i genitori si siano riappacificati con loro, o ridotti all’impotenza di poter reagire e valersi della legge. Tali rapimenti sono frequenti a Terranova, e l’aiuto agli amanti è così efficace che né i parenti né la giustizia hanno potuto mai scoprire il luogo del loro rifugio.

Stabilite le condizioni matrimoniali, si fissa un giorno per gli sponsali (l’abbraccju), nel quale il giovane si reca alla casa della sua promessa, in compagnia del padre, degli zii, del paraninfo e d’alcuni notabili del paese. Dopo essere entrati, il paraninfo fa conoscere la causa della visita, e allora la fanciulla viene presentata all’amante che le pone nel dito la militaria (aneddu di l’affidu), anello d’oro portante, al posto del cammeo, con incise le iniziali del futuro sposo – e poi l’abbraccia e bacia ripetutamente.

La ragazza viene pure abbracciata dai parenti stretti dello sposo e complimentata dagli altri intervenuti, che fanno anche i loro complimenti al fidanzato, al padre di lui e ai genitori della fanciulla. Quindi tutti siedono per prendere parte a un piccolo ricevimento di caffè, dolci e liquori.

Il fidanzamento era già considerato un contratto indissolubile: compiuto questo, un matrimonio non poteva mandarsi a monte, senza dar origine a sanguinose rappresaglie e a inimicizie secolari. Dopo gli sponsali, il fidanzato ha libero ingresso lungo il giorno in casa della sua promessa, che si siede accanto o sulle cosce, ed egli se la stringe al petto, la bacia e può prendersi confidenze alla luce del sole, e ciò perché il nodo, che ormai li lega, è ritenuto così inseparabile che a nessuno passa in mente la possibilità di poterlo sciogliere. Nonostante la libertà accordata al fidanzato raramente avviene, soprattutto nelle famiglie rispettabili, che egli provi a rompere prima del tempo… le uova nel paniere [congiungersi carnalmente?].

Otto giorni dopo gli sponsali, a Tempio fanno la pubblicizzazione del matrimonio (palisà lu matrimoniu), dandone notizia ai parenti e agli amici che s’intendono in tal modo invitati a intervenire alla celebrazione delle nozze; a Terranova la madre del fidanzato si reca a far visita alla futura nuora, a cui fa dono di uno o più anelli, d’indumenti e di biancheria, in proporzione alle sue possibilità e, prima o dopo, vanno a farle visita le parenti più strette del fidanzato, donandole qualche oggetto prezioso.

I genitori della promessa sposa pensano a preparare, se non lo fu già – poiché le fanciulle povere se lo preparano da sé dai risparmi frutto del loro lavoro quotidiano – il corredo, a preparare le fedi di nascita, di libero stato, ecc. necessari alla contrattazione del matrimonio e, in tre distinti giorni festivi il sacerdote, dal presbitero o dall’altare, ne dà l’annunzio al pubblico, con queste parole: «Tale di tali e la tal dei tali intendono contrar matrimonio. Se qualcuno sapesse che vi fosse qualche impedimento, che si opponga alla legittima contrattazione del matrimonio, è obbligato di rivelarlo a noi (ai preti) sotto pena di peccato mortale».

Nel giorno fissato per il matrimonio, lo sposo, coi suoi parenti e i suoi amici invitati, si reca a prendere la sposa per condurla nella propria casa, lei accompagnata dai parenti e dalle amiche, non però dalla madre, che vi si deve recare l’indomani.

Madre e figlia, prima di separarsi, si abbracciano piangendo: ché a questa si stringe il cuore nell’abbandonare il luogo che salutò col primo vagito […][1].

A sua volta, al pari della figlia, la madre si sente “morire”[2]: e nonostante lo sposo richiami l’amata fanciulla, la mamma la stringe ancora al seno, la bacia e le dà saggi consigli, perché sia affezionata al marito, governi con sollecitudine la casa, abbia cura della famiglia, rispetti il suocero e la suocera e soprattutto sia d’irreprensibile condotta.

Pare proprio di assistere allora alla commovente scena in cui a Rages la bella Sara si accomiata dai genitori, i quali, fra gli amplessi e i baci, l’empiono la mente d’amorosi consigli.

Separatasi alla fine dalle braccia della madre, la sposa con le parenti e le amiche che l’accompagnano segue lo sposo che con gli altri uomini la precede di alcuni passi, tutti diretti alla chiesa dove dev’essere celebrato il rito nuziale. Dalla chiesa, con lo stesso ordine, vanno poi al municipio, dove contraggono il matrimonio civile e infine a casa dello sposo in cui, giunti i parenti, si abbracciano gli sposi che vengono complimentati dicendogli: – A molti anni; Dio vi dia pace e buona fortuna.

– Dio vi conceda quel che desiderate – rispondono costoro.

Questi siedono tenendo alla destra la sposa: il giovane che la abbraccia, facendo corona al collo, e poi gli altri in ragione di grado parentale, di distinzione personale o d’amichevoli rapporti. A tutti vengono serviti il caffè, i dolciumi, noci e mandorle, vino e liquori. Lo sposo intanto, stimolato dai parenti e dagli amici, dà frequenti baci alla sposa.

Ad Aggius e a Bortigiadas le cose all’atto del matrimonio avvengono diversamente. Alla vigilia di questo si fa il fidanzamento in casa della sposa, dove è stata preparata un’abbondante maccheronata per i parenti di costei, invitati per tale occasione una quindicina di giorni prima. Qui si usa spesso la così detta pricunta, come presso i pastori e della quale ci occuperemo nell’articolo seguente.

Il giorno seguente, quello delle nozze, in casa dello sposo è un continuo affaccendarsi per preparare il pranzo. Mentre i fidanzati si abbigliano – la sposa indossa lo scialle regalatole dal fidanzato –, gli uomini, che devono far parte del corteo, fanno intanto colazione stando per lo più in piedi, mangiando i visceri delle bestie uccise, la cui carne doveva essere ammannita per il pranzo.

Verso le otto e mezzo i fidanzati si muovono per recarsi alla chiesa, accompagnati il giovane da un zio della ragazza, e questa da una zia di lui, i quali fanno da testimoni. La fidanzata, oltre all’indossare l’abito tradizionale, porta alle orecchie, sul petto e alle dita gli ori regalatile dallo sposo, proprio come si soleva usare presso i Romani, per quanto si rileva dalle nozze di Agrippina.

Nel far ritorno dalla chiesa – che al matrimonio civile in Aggius e Bortigiadas vi si penserà poi – per recarsi in casa dello sposo la sposa viene accompagnata dalla testimone («pronuba»)[3], detta portatrice, che le sta di lato al fianco sinistro, e da uno stuolo di donne, per lo più ragazze. Entrata nella nuova casa, la sposa si accomoda per farsi possibilmente più bella, poi esce fuori della soglia e si pianta poco fuori nella strada, con a fianco sempre la pronuba, che reca fra le mani, avvolto in un fazzoletto di seta, il vassoio, su cui devono essere deposti i doni degl’invitati. Talvolta dal lato opposto si mette anche un’altra giovane, parente della sposa.

Gli invitati, che stanno schierati davanti alla sposa, si portano ad uno ad uno da lei: gettata nel vassoio una moneta non inferiore a cinque lire, le cingono il collo col braccio sinistro, mentre la mano destra le prende o regge la testa e le scoccano nelle guance, colorite di pudico rossore, due sonori baci.

Dopo i doni e i baci degli uomini, viene il turno delle donne, le quali, abbracciata e baciata la sposa, le pongono ciascuna un fazzoletto di seta in testa, la quale, poverina! quando è d’estate, a sostenere il peso di tanta roba ansima di sudore. Gl’invitati, man mano che donano e baciano, entrano in casa, dove è stato preparato il banchetto.

Infine lo sposo abbraccia e bacia in bocca la sua dolce metà, che prende per mano e porta dentro, ponendosi a sedere in mezzo ai testimoni in capo alla tavola, mentre gli altri siedono a piacimento o nel posto che gli è stato riservato.

In passato, tra gli uomini invitati c’era qualcuno che invece delle guance preferiva baciare la sposa in bocca: ma, essendo questa cosa riservata al marito, ciò era considerato un atto di disprezzo e poteva dare origine a serie conseguenze.

Se la casa dello sposo fosse così piccola da non accogliervi tutti gl’invitati, s’imbandiscono in quelle dei vicini delle tavole aggiuntive, che vengono servite come e nello stesso ordine della tavola principale. Prima viene servita la zuppa tradizionale, dopo il lesso e l’arrosto e quelle altre pietanze che l’agiatezza dello sposo possa fornire.

Finito il pranzo s’improvvisano dei brindisi o delle poesie con cui si mettono in rilievo le qualità morali e personali degli sposi e si fa un caldo augurio per la loro felicità e in modo speciale perché la loro vita venga allietata da una bella, sana e onorata prole: quindi la sposa restituisce a quanti le fecero il dono, il bacio avuto, regalando a ciascuno un fazzoletto, che varia in valore a seconda dell’entità del dono ricevuto. A sera vengono invitati solamente per la cena i parenti più stretti e gli amici più intimi.

Tutto il giorno delle nozze in Gallura si passa in continue baldorie: si mangia e si beve più dell’ordinario, si suona, si canta, si balla, si tira al bersaglio e si dicono battute piacevoli e pungenti.

In molti luoghi della Gallura, al ritorno degli sposi dalla chiesa o dal municipio, mentre entrano nella casa o salgono le scale, si getta su di loro, e soprattutto sulla sposa, del grano, come usavano gli antichi popoli del Lazio, in segno di buona ventura, e rompendo poi il piatto, che conteneva il grano, o un bicchiere in fine del pranzo.

Il corredo nuziale viene in Gallura somministrato dalla famiglia della sposa.

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[1] Seguono righe troppo ricche di afflato lirico e per molti aspetti anche ridondanti: «[…] dove ricevette tante carezze e le vennero prodigate tante cure dagli affettuosi genitori; dove attese con trasporto ai suoi giochi infantili, con le sorelline e le compagne, cantando e cullando la bambola (“puppattola”), la quale, ritta sul tavolino o sul cassettone, la guarda mestamente, quasi voglia rimproverarle l’inaspettato abbandono – quella puppattola, curando la quale, imparò, incosciente, i più sacri doveri di madre; dove fu iniziata ai lavori femminili e ricevette tanti esempi di laboriosità e di economia domestica, tanti consigli di bontà e di saggezza; dove sentì il primo sentimento amoroso e aspettava con ansia il rumore d’un passo conosciuto; dove ascoltava, beandosi negli occhi di lui, le dolci paroline che le scendevano nel cuore; dove, serenamente assopita nel suo letto, faceva i più bei sogni della vita, in cui gli pareva essere moglie adorata e madre felice di cari angioletti».

[2] Segue così: «[…] la madre, che la portò nel grembo, che l’allattò nel suo seno, che ne resse i primi passi e le insegnò a balbettare le prime parole; che vegliava ansiosa e trepidante in culla quando era colta da qualche malore; che chiamava coi più dolci nomi; che sognò sposa diletta e felice ma che ora vorrebbe invece ancora con sé».

[3]Pronuba: nell’antica Roma, la matrona che assisteva la sposa nella cerimonia nuziale.

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