Prefazione

di Francesco Corona

Una delle più nobili, poetiche e interessanti regioni della Sardegna è per certo la Gallura.

Alberto della Marmora, l’Amico dei Sardi, il più onesto e saggio descrittore di questa isola, così scrive nella sua aurea e monumentale opera:

«Les habitants de cette province passent pour les plus intelligents parmi les Sardes; ils ont plus de facilité pour certaines études, pour la poésie et pour les chanson improvisées; on cite un Pes parmi leurs poëtes les plus fameux. Leur langage se rapproche plus de l’Italien, que du Sard, c’est -à- dire il tient du dialecte Corse, ce qui d’ailleurs est tout naturel, car jusqu’à ce jour, la Gallura, privée de ponts et de routes, communiquait plus difficilement avec les autres provinces de l’île qu’avec la Corse, qui n’en est separée que pour un fort petit détroit».

Noi stessi scrivemmo: (2) «Gli abitanti della Gallura vantano un’origine diversa da quella degli altri Sardi e se ne tengono.

La diversità del tipo infatti e dei tratti fisionomici si ravvisa a prima vista, come si sente la varietà del dialetto e della pronuncia.

Statura alta – così rara in Sardegna – carnagione chiara, capelli spesso biondi e tal fiata occhi azzurri. Nulla di arabo, di saraceno, come nel mezzodì dell’isola, nella Barbagia e nel Campidano. Delle vendette atroci e degli odii ereditari di famiglia non vi ha più che il ricordo; gli ultimi tizzi del gran fuoco, che ardeva in quei cuori di montanari, si spensero con le ultime paci celebrate quasi in forma ufficiale».

Ed in altro libro: (3) «La Gallura fu rinomata per le vendette, importate dalla Corsica, da cui traggono origine molte famiglie e il dialetto che vi si parla. Gli usi e costumi quivi mantenuti da secoli quasi inalterati, offrono gran messe ai folkloristi.

Dell’ingegno svegliato dei Galluresi ne è prova il gran numero dei poeti, ch’essi hanno dato e degli improvvisatori, che escono ancora dalle più umili classi di quel popolo». E più recentemente di questo popolo forte ed onesto così scrisse il Niceforo: (4) «In tutta la Gallura non si commettono grassazioni… Anche per i furti essa occupa nella scala della criminalità sarda il gradino più basso… La forma tipica della delinquenza gallurese è l’omicidio per vendetta… Quei pastori hanno l’animo fiero come gli acuti picchi dei loro monti, la fibbra tenace come il granito che a massi, a rocce, a montagne popola il loro paese…

Il Gallo di Gallura, menzionato da Dante, si muta in aquila rapace, pronta ad affondare l’artiglio nelle carni di chi l’ha offesa».

La denominazione Gallura non esiste presso Tolomeo ed Antonino, autori dei loro celebri itinerari. Solo Dante ne parla, forse per il primo, nel canto VIII del Purgatorio, laddove scrive:

Non le farà sì bella sepoltura

La vipera che i Melanesi accampa

Come avrà fatto il Gallo di Gallura

Essa deriva dal Gallo che i Giudici o Regoli di quella regione portavano dipinto nel loro stemma.

Fra questi giudici giova ricordare una delle più simpatiche figure del medio evo, che Dante volle collocare nella valle fiorita del Purgatorio, ove lo ritrova con gioia, che gli prorompe coi versi:

Giudice Nin gentil quanto mi piacque

Quando ti vidi non esser fra i rei

«I fatti che si riferiscono al Giudice Nino – scrive il Vivanet – costituiscono uno dei punti più conosciuti delle storie italiane del medio evo».

Della Gallura si occuparono favorevolmente tutti i principali scrittori sardi o che trattarono della storia e geografia sarda; ma niuno finora si era dedicato a studiarla da tutti i molteplici lati, scrivendone di proposito, prestandosi essa moltissimo a fare una storia a sé, e storia vasta e interessante, come anche ad una monografia, che presenti quanto essa, che, come scrive il Cugia, «è la parte della Sardegna dove maggiormente siansi sentiti gli effetti delle aspre guerre e delle tante sciagure, che afflissero e tutt’ora affligono l’isola» (6) ha di importante e di caratteristico. (7)

L’immane lavoro lusingò l’amor proprio di scrittore di Francesco De-Rosa, uno studioso di cose patrie, non nuovo all’arringo letterario, ove diede buona prova del suo valore con diversi scritti folklorici pubblicati nella or cessata Rivista di Tradizioni Popolari Italiane del De-Gubernatis. Ed egli vi si accinse con animo deliberato, pieno di ardore e di slancio, e, senza punto lasciarsi scoraggiare dalle immense difficoltà, ch’era certo d’incontrare, raddoppiate dalla sua lontananza da un maggiore centro, alle cui biblioteche pubbliche e private poter ricorrere nei casi d’incertezza o di dubbio su date od avvenimenti – e di questi dubbi, chi per poco ha trattato di cose storiche sarde, sa come e quanti se ne presentino ad ogni passo – né smarrirsi nel ginepraio delle contradizioni, che inceppano la verità storica sarda, riuscì, dopo non pochi anni di lavoro indefesso – tre credo – a scrivere un libro, la cui importanza a nessuno può sfuggire e al quale è riservato certo un meritato successo.

Noi, che per gentilezza del suo autore potemmo leggere, forse fra i primi, il ponderoso e splendido lavoro, restammo colpiti dall’operosità e cura ch’egli ha dovuto spendervi attorno nel condurlo a termine, come anche dalla pazienza assidua e costante nel raccogliere, ordinare ed annotare tutti gli usi e costumi, innumerevoli in questa regione; per lo più attinti alla vera fonte e copiati dalla viva voce del popolo.

Per cui egli in questo lavoro non solo si palesa storico imparziale e geografo accurato, ma anche novelliere arguto e festoso, e folklorista inappuntabile.

Siamo perciò lieti in oggi non solamente di vedere uscire alla luce tale libro, come ci affrettammo a consigliarlo e ad incoraggiarlo, ma ben anco di ripetere al suo autore pubblicamente quelli elogi, che già in privato gli porgemmo nel restituirgli il manoscritto dopo fattane attenta lettura, e prima ancora che egli – con gentile e delicato pensiero, di cui gli serberemo sempre profonda riconoscenza – volesse onorare il nostro povero nome, fregiandone il primo volume di quest’opera, che, onorando l’autore, onora pure il paese che lo vide nascere.

Cagliari, 3 luglio 1898

Francesco Corona

[Nota: il libro è a lui dedicato da De Rosa]

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