SARDEGNA MIA
di Grazia Deledda
L’Illustrazione del Medico.
Rassegna mensile di arte, lettere e medicina, n. 24, gennaio 1936, pp. 14-21
Milano, Laboratori Farmaceutici D. Maestretti
Si ringrazia la Biblioteca Manfrediana di Faenza
Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza; paese, almeno per me, ancora di mito e di leggenda. Una di queste leggende afferma che l’Isola è un residuo, scampato al cataclisma che in tempi remotissimi fece sommergere nell’oceano la grande Atlantide: continente già di avanzata civiltà e di costumi nobilissimi. E, certo, nei costumi e negli usi dei centri anche i più solitari della Sardegna, nelle loro feste, nei loro riti, sopravvivono tradizioni originali che risalgono ad epoche anteriori alla civiltà orientale e a quella portata nell’isola dalle prime dominazioni straniere. Nulla di preciso si sa ancora, per esempio, dei nuraghes, i misteriosi monumenti che solo in Sardegna sopravvivono intatti e potenti: ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso, di certi vecchi pastori e contadini sardi, nonostante la loro assoluta mancanza di cultura, fa credere ad una abitudine atavica di pensiero e di contemplazione superiore della vita e delle cose di là della vita.
Da alcuni di questi vecchi, conosciuti nella mia prima fanciullezza, ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti. Sono le grandi verità fondamentali che i primi abitatori della terra dovettero scavare da loro stessi, maestri e scolari ad un tempo, al cospetto dei grandiosi arcani della natura e del cuore umano.
In quel tempo erano molto in voga, in Sardegna, i romanzi di Enrico Costa. Storico, poeta, probo e colorito scrittore: oltre a una documentata e precisa Storia di Sassari, e altri lavori di studio, egli aveva pubblicato romanzi che erano vere storie romanzate, e fra gli altri quello su Rosa Gambella, una gentildonna sassarese dalla vita avventurosa, e un volume su Adelasia di Torres, la bella, sventurata principessa sarda, sposa di Enzo di Svevia e amica di Michele Zanche, romantica figura femminile che ancora illumina col suo ricordo le contrade intorno alle rovine del castello di Burgos, dove visse e morì prigioniera.
Ma il romanzo di Enrico Costa che più impressionava le nostre giovani menti era il Muto di Gallura, vicenda, idillio, tragedia, storia di due famiglie nemiche, portate dalle loro passioni allo sterminio di più generazioni. Commoveva e interessava anche perché era di una angosciosa attualità. A Orune, a Orgosolo, in altri centri della fiera Barbagia, queste inimicizie tra famiglia e famiglia, lampeggianti di odio, di amori, di vendette, di vicende pietose e crudeli, infierivano travolgendo popolazioni intere. S’interponevano, per spegnerle, magistrati e vescovi. Così ad Orune furono concluse, con solennità indimenticabile, le paci fra due fortissime famiglie nemiche: un poeta ne scrisse un poema biblico, che, coi romanzi di Enrico Costa, formò la delizia della mia prima alba letteraria. Ma l’inimicizia di Orune risorse dalle sue ceneri, come un fuoco mal coperto; più implacabile e quasi epica fu quella di Orgosolo: donne, vecchi, fanciulli vi furono mischiati come in una bufera veramente infernale: una torma di banditi invase allora i boschi e le terre bellissime del Nuorese, finché una banda di questi ribelli alle leggi, che, secondo loro, non regolavano la giustizia umana, non fu accerchiata in una macchia, alla quale si diede fuoco. Anche al fuoco essi resistettero, finché furono presi come cinghiali in una inesorabile battuta di caccia.
Ma la vita della regione, poché io parlo sempre della Sardegna dove vissi e che più conobbi, cioè del Nuorese, del Logudoro, della Barbagia, del Goceano e del Marghine, non si svolgeva tutta intorno a quei focolari di odio e di passioni malefiche: fioriva più alta intorno ad essi la gentilezza dei costumi, delle feste campestri, dei riti nuziali, delle tradizioni patriarcali; la religione dell’ospitalità, la disciplina delle antiche famiglie nobili, il matriarcato, la splendida intelligenza della classe studiosa.
Nuoro era chiamata l’Atene della Sardegna; vi erano pittori, come il fantasioso e acceso Antonio Ballero, scrittore anche e giornalista; vi era, ancora fanciullo, ma già pensoso e osservatore, lo scultore Ciusa, e scienziati, magistrati, giuristi di grido. Viva ancora la bellissima figura di Giorgio Asproni: e la passione politica infiammava gli spiriti più probi ed eletti.
Sopra tutti gl’intellettuali non solo di Nuoro, ma di tutta la Sardegna, giganteggiava il poeta Sebastiano Satta: bello, forte, anche nella persona, potente nella parola, egli era come il simbolo vivente della razza più pura dell’Isola. Ricordo sempre il primo incontro con lui, sul Monte Orthobene sopra Nuoro, davanti alla chiesetta che sorge fra i boschi di lecci e i macigni di granito, fantastici come monumenti megalitici, sullo sfondo di orizzonti di perla. Sedeva, il poeta, giovane ma di saggezza antica, sotto una quercia millenaria, e una piccola folla di villeggianti, di bambini, di gente del popolo, aspettava che parlasse. Egli parlava con tutti; la sua voce era armoniosa; le cose che egli diceva argute e colorite: non una che non avesse un senso intimo, un significato di alta poesia e di umanità. Mi parve uno di quei valorosi Giudici sardi, che, seduti all’ombra di una quercia davanti alla loro Reggia, davano udienza ai loro sudditi. E tutto intorno era poesia, fra quelle rocce popolate di leggende, nascondigli di coppie in idillio, vigilate dalla grande statua di un benevolo Redentore che non si decide a spiccare il volo da questo luogo di bellezza e di amore. Una delle feste più grandiose e pittoresche della regione è quella che si svolgeva, e ancora si svolge, ai piedi del ciclopico altare del Redentore, nel fulgido agosto del Monte Orthobene. Messe celebrate all’aperto, sulla viva roccia che ricorda le are bibliche, raccoglievano intorno, sui tappeti di capelvenere, tra le felci, i verbaschi aromatici, sotto la dolce ombra degli elci, una folla di pellegrini, venuti anche da paesi lontani, coi costumi fiammanti e il cuore anch’esso acceso di fede e di passione.
Il popolo sardo ama queste feste, il cui rito religioso non impedisce la gioia di vivere, l’istinto di amore, il contatto socievole, l’incontro fra amici, i banchetti e le sbornie. Le donne silenziose, chiuse tutto l’anno nelle case povere, sognano queste feste semplici e primitive, come nelle grandi città le donne di classe umile si esaltano al pensiero delle grandezze aristocratiche. Nelle canzoni popolari l’amante promette alla sua diletta di condurla alla festa «tottu a cavaddos de solu» cioè, non in groppa al cavallo di lui, come di solito si usa, ma su un cavallo sellato e bardato per lei sola, in modo ch’ella cavalchi regalmente, regina d’amore, come Isotta la bionda col suo cavaliere.
A me piacevano soprattutto le feste pastorali e rurali, senza folla, ricche di significati romantici ma anche pratici. Ecco, un bel mattino di primavera si va nel podere a piantare una vigna, a innestare gli olivi; a maggio inoltrato si va alla tosatura del gregge, o a marcare i vitelli e le giovenche dell’ultimo anno. La cerimonia non era così semplice come potrebbe apparire: quella della piantagione della vigna nuova, per esempio, era quasi simbolica, poiché a mettere nei solchi le marze venivano invitati i migliori amici di famiglia; animata dal calore della loro provata fedeltà doveva la radice della vite affondarsi nella terra, germogliare, dar frutto: come le prove di una vera amicizia, un giorno il vino conforterà anche nelle sue disavventure il padrone della vigna, e rallegrerà le sue feste di famiglia: anche ai morti ne verrà fatta parte, poiché il sacerdote lo berrà nelle messe in loro suffragio, e, in molte case, la notte del due novembre verrà lasciata la mensa apparecchiata per quelli che ritornano dal mondo di là a visitare la loro dimora dove vissero la dolce vita mortale.
L’estate era la nostra stagione più felice. Alcune giornate erano certamente caldissime, di un caldo però fermo, quasi lucido: l’azzurro del cielo un po’ basso ricordava quello dei quadri di Zuloaga. Qualche giovane servo dalla tornava mietitura abbrustolito come da un incendio, e si buttava, febbricitante di malaria, su una stuoia di giunco: in cambio le donne che, sotto la tettoia del cortile, spezzavano mucchi di mandorle che un incettatore veniva tutti gli anni a comprare già bell’e sgusciate, ridevano e cantavano stornelli paesani, i celebri mutos spesso composti dalle stesse donne, sintetici e appassionatissimi nella loro brevità, composti di soli sei versi che però si possono ripetere e allungare come un coro interminabile.
E mentre una di esse si lamentava di vivere «in mezzo a tante spine, per un solo innamorato», l’altra rinfacciava all’amante di essere «bello di viso, ma traditore come Giuda». E non mancavano gli stornelli satirici, ed anche quelli osceni: ma la voce di una delle donne si alzava melanconica e col ritmo monodico di una preghiera ricordava alle spregiudicate compagne che il nostro corpo ritorna, «pustis chi est sepultadu, – a sette unzas de terra». (Dopo che è seppellito, – a sette oncie di terra).
Verso sera anche il servo malarico si riaveva: guardava le stelle per conoscere l’ora, e non si sbagliava di un minuto; prima di ripartire, dopo essersi rifornito di pastiglie di chinino e di pane d’orzo, prendeva parte alla conversazione di noi ragazze, riunite a prendere il fresco nel cortile, e, confondendo i suoi ricordi con le sue superstizioni e forse anche coi sogni febbrili, raccontava storie di giganti incontrati nelle solitudini dove lavorava, di piccole fate, le janas che secondo lui vivevano ancora in certe rocce scavate in tempi remoti dalla mano dell’uomo e chiamate appunto domos de janas; di cacciatori che nelle loro avventurose imprese incontravano torme di misteriosi cinghiali neri, anime condannate all’inferno, guidate da un pastore bellissimo ma con le corna, che era Lucifero in persona. E parlava di certi scongiuri, vere opere di magia, di parole (verbos) conosciute solo da specialisti del genere, con le quali si esorcizza la stessa tentazione, si salvano i campi dalle locuste, le vigne dalle volpi, gli agnelli dalle aquile, gli orti dai bruchi. Credenze di spiriti semplici, che hanno fiducia nelle forze occulte della volontà dell’uomo, o piuttosto nella bontà dell’aiuto di una forza superiore che presto o tardi non manca di premiare l’uomo giusto.
Questa era la Sardegna omerica degli anni in cui vissi a Nuoro: e da Nuoro di tanto in tanto partivo con cari compagni di viaggio percorrendo la luminosa raggiera delle strade che su e giù vanno per valli pianure e montagne ai fieri villaggi alpestri, alle conche fertili già anche allora intensamente coltivate (ad Oliena fu ritrovata la statuetta di Aristeo, il mitico agricoltore), fino alle contrade ove sorgeva il tempio di Sardus pater, il primo colonizzatore della Sardegna, fino alle basiliche pisane che raccolgono intorno alla loro grandiosità solitaria le genti in festa, fino al mare che batteva alle coste dell’isola per scuoterla dal suo antico sopore come il giovane che fa tardi a svegliarsi al mattino. Adesso la Sardegna si è ben destata: come un solo guerriero è balzata agile, prode e vittoriosa nella grande battaglia mondiale; nei tempi di pace vigila e lavora i campi ritornati fecondi come quando l’isola veniva chiamata «il granaio dell’Impero Romano»; pesca nella ricchezza del suo mare tesori vivi e veri; costruisce, col magico potere del Regime di Mussolini, bacini che sono fra i più grandi del mondo, e costruisce città che saranno più durature di quelle fondate dai Fenici, dai Romani e dagli stessi ciclopi dell’Atlantide.
Foto Fernando Pasta (Milano)

























