Sarrabus

Castiadas, aprile

Le montagne dei Sette Fratelli le incontrate percorrendo la Orientale Sarda che da Cagliari sale a Campu Omu (m 600) e poi scende verso Muravera. Sono chiamate dei Sette Fratelli appunto perché costituite da sette vette, presso a poco della medesima altezza e del medesimo colore vagamente rossigno. Movimentatissime, si presentano con arditi salti di rocce e certe pareti a picco che fanno pensare a giganteschi torrioni. Nell’insieme ricordano quei paesaggi del Colorado e dell’Arizona che noi, sovente, ammiriamo nei film avventurosi del West americano. Danno all’osservatore, così come i paesaggi dilatati dal cinemascope, lo stesso senso di solenne squallore. Sembra che da quelle cime tormentate, da quei roccioni che spuntano improvvisi a ogni svolta della strada che le costeggia, da quegli strapiombi che si precipitano nel sottostante torrente Picocca, qualcuno vi osservi, segua e spii i vostri passi. Fra queste pittoresche montagne — così mi riferiscono e non so quanto la notizia sia vera — furono girati gli episodi di un western a fumetti che una casa editrice di Milano pubblicò poi su un settimanale di avventure per ragazzi.

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L’azienda Camisa

Al ponte sul Picocca la natura cambia aspetto: l’Orientale Sarda esce dalla gola montana e parte diritta come una freccia su una piana vastissima, la vallata di San Priamo, dominata nel mezzo da un grande nuraghe, e si dirige nel cuore del Sarrabus, la regione più favolosa della Sardegna; favolosa per davvero, perché qui, in comune di San Vito, verso la fine dell’altro secolo, fu scoperta una miniera d’argento e molta gente vi accorse, attratta dal miraggio della ricchezza. In realtà la miniera rimase attiva per un certo tempo e occupò circa duemila minatori, che rimasero nel Sarrabus con le loro famiglie anche quando il filone argentifero si esaurì e la miniera si chiuse.

Nel Sarrabus, oggi, con la trasformazione dei terreni incolti che sta conducendo l’E.T.F.A.S. (Ente Trasformazione Fondiaria Agraria Sardegna), si respira nuovamente una cert’aria di pionierismo: si sente parlare di “terre conquistate”, talune strade poderali hanno ancora il fresco andamento delle piste, nei campi si vedono cumuli di pietrame, qua e là appaiono file di casette non finite, e ci si chiede perché quelle allegre costruzioni, che rompono la solitudine del paesaggio, siano rimaste a metà.

Nelle zone dove non sono state a tutt’oggi costruite case d’abitazione, o si trovano in via di costruzione, sorgono i cantieri di lavoro del Centro di Colonizzazione, che per ora ha la sua sede direzionale e amministrativa all’azienda Camisa, in attesa di trasferirsi a Castiadas.

Ogni cantiere è costituito da gruppi di baracche, capannoni in lamiera molto simili ad hangar e tendoni. Attorno si vedono trattori e altre macchine agricole, arnesi da lavoro, grossi bidoni di benzina. L’ingresso è segnato da un pilastrino in calcestruzzo su cui figura l’immagine della Madonna.

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Vita dura

Gli assegnatari, per ogni cantiere una trentina, dormono in tenda, quando l’urgenza dei lavori in campagna vieta di raggiungere in bicicletta, la sera, le lontane abitazioni. L’agricoltore, nell’attesa che l’ETFAS gli consegni la casetta, fa la vita dura del soldato al campo; risponde, per così dire, disciplinatamente, a un capocantiere e partecipa a tutti i servizi della piccola comunità: sia quelli di cucina, sia quelli logistici d’altro carattere, come quelli tecnici.

Presso il borgo agricolo di San Priamo si stacca dalla Statale la strada per Castiadas che attraversa il Sarrabus meridionale.
Prima di raggiungere Castiadas sostai brevemente al cantiere Tuerra e parlai con un certo Francesco Loddo, assegnatario oriundo della vicina Muravera. Quella mattina, in cantiere, c’era soltanto lui: i suoi compagni si trovavano fuori per servizio con il capocantiere Secchi. Mi disse che era stato operaio dell’ERLAAS (Ente Regionale Lotta Antimalarica Sardegna) al tempo della campagna antimalarica: ora aveva ricevuto dallo ETFAS la sua quota di terra ed era in attesa della nuova abitazione per trasferirvi la famiglia.

Con Loddo visitai l’interno di un attendamento, dove trovavano posto trentun brande, disposte in varie file, sovrapposte: l’ambiente si presentava con un aspetto del tutto militaresco. Si notavano gammellini, gavette, coperte affardellate.

Quando più tardi, in compagnia del capocentro Martino Bianco, un sassarese di nemmeno trent’anni, mi recai all’azienda Sabadi, già appartenente alla colonia penale di Castiadas e di recente passata all’ETFAS, seppi che gli assegnatari erano stati provvisoriamente alloggiati nelle casematte, occupate un tempo dai galeotti; e anche in quei paraggi vidi delle abitazioni non finite.

Lo spirito di adattamento non è forse la prima virtù che si richiede a un pioniere? Ebbene, i neo-proprietari di queste terre redente devono darne prova, devono metterlo in pratica. E lo fanno volentieri perché sanno che ogni loro sacrificio sarà pienamente ricompensato: del resto, nella stessa azienda Sabadi si sono insediate già 35 famiglie.

Ne visitai una al podere 46, quella dell’assegnatario Aurelio Zucca, oriundo di Villaputzu. Ero accompagnato dal capocentro Bianco, da un funzionario dell’ETFAS, il prof. Arturo Frediani, e dal cappellano del Centro di Colonizzazione di Castiadas, don Nazzareno Mocellin. La casa era ancora fresca di calce. Entrammo in cucina, un ambiente abbastanza vasto a pianterreno.

Cinque bimbi, bruni di carnagione, dagli occhi nerissimi, i capelli arruffati, ruzzavano attorno a un grosso braciere, posto nel centro della cucina. Il babbo si trovava fuori di casa per lavoro, la mamma, Elvira Boi, era in letto nella camera al piano superiore: da pochi giorni aveva dato alla luce il suo sesto figlio. Salimmo per salutarla. Elvira Boi, una donna minuta, dal volto tipicamente isolano, sorridente, teneva fra le braccia il piccolo, completamente avvolto in scialli di lana. Era seduta in letto e un largo fazzoletto le ricopriva il capo. Accanto a lei stava una donna anziana, forse sua madre. Salutò i visitatori inaspettati e disse che al bimbo il padre avrebbe imposto il nome di Martino, lo stesso nome del capocentro. Era quello un modo di ricambiare le cortesie e l’interessamento che il signor Bianco aveva sempre rivolto verso la sua famiglia.

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La colonia penale di Castiadas

A Castiadas mi fu concesso di varcare i massicci cancelli della colonia penale che qui ha sede. Dirò che Castiadas esiste in quanto è sempre esistita questa “Casa di lavoro all’aperto”. Le poche abitazioni civili sono dominate dalle quadrate mura del penitenziario. La popolazione è in gran parte costituita dalle famiglie dei dirigenti, dei funzionari dell’amministrazione carceraria e delle guardie di sorveglianza della colonia.

Fino ad oggi Castiadas è stato un luogo di espiazione, ma da oggi Castiadas non lo sarà più, perché le terre, i fabbricati della colonia stanno per passare, e in parte ciò è avvenuto, all’amministrazione dell’ETFAS. Castiadas si appresta a diventare un sereno e allegro centro rurale. Il signor Bianco vi ha già fissato la propria residenza con la sua giovane sposa Vitalia Fara di Oristano.

Fui ricevuto dal direttore Francesco Pezzuoli e dal maresciallo comandante delle guardie Paolo Zintu. Il dottor Pezzuoli, che si trova a dirigere questa colonia penale da ben 18 anni, cioè dal ’38, mi avvertì subito, e a malincuore, che avrei potuto vedere ben poco perché la colonia, come io già ben sapevo, era in via di smobilitazione.

Dei reclusi, che fino a poco tempo prima raggiungevano il numero di circa mille e cinquecento, ne rimanevano una sessantina: gli “sconsegnati”. Parola nuova per me. E chi erano questi sconsegnati? Il dott. Pezzuoli mi spiegò: in gergo carcerario lo “sconsegnato” è quel detenuto che per la buona condotta osservata durante il più o meno lungo periodo di reclusione può circolare, naturalmente nelle ore di lavoro e di servizio, senza bisogno di essere scortato dalla regolamentare guardia armata.

Ora, di quei sessanta pacifici sconsegnati, cui non era mai saltato in testa di tentare un’evasione, parecchi stavano per essere trasferiti all’Asinara, altra importante colonia penale della Sardegna, e alcuni, i più vecchi, attendevano di essere dimessi, avendo già scontato la condanna.

In questa colonia agricola tutti lavoravano; e questo era un grande sollievo per coloro che dovevano scontare lunghe pene. Ciascuno aveva le proprie mansioni: c’erano i pastori che seguivano il bestiame al pascolo, c’erano l’ortolano, il contadino che zappava la terra e potava le piante, il meccanico che conduceva il trattore, l’artigiano che forgiava gli attrezzi. E chi lavorava riscuoteva una mercede.

Seppi dal dottor Pezzuoli che le tariffe per i reclusi andavano da un minimo di 150 lire a un massimo di 400 lire al giorno (per gli addetti ai lavori pesanti), sulle quali lo Stato tratteneva due o tre decimi, a seconda della classifica del detenuto riguardo alla condotta. E non si poteva dire che la mercede fosse poca se si considera che nel Sarrabus i salariati agricoli percepivano non più di 350 lire al giorno. Vi erano dei reclusi che mandavano quattrini a casa. Negli ultimi tempi, alcuni detenuti dimessi dal penitenziario erano stati assunti dall’ETFAS con incarichi vari e avevano dato prova di buona volontà ed esemplare condotta.

La colonia penale di Castiadas è stata fino ad oggi una delle più cospicue per ciò che riguardava la produzione agricola. In un primo tempo i terreni ad essa pertinenti superavano i 6000 ettari, poi con i successivi espropri, la proprietà fu ridotta a 4000 ettari. Vi erano praticate tutte le colture: da quelle cerealicole alle leguminose, dal vigneto all’oliveto, all’agrumeto.

Scopo della colonia penale era quello di rieducare i reclusi al lavoro, prima che costoro rientrassero nella società; e di bastare a se stessa. Così soltanto le eccedenze venivano vendute e, naturalmente, a prezzi non di mercato, prezzi che farebbero strabiliare qualsiasi nostra massaia. Ecco i costi di alcune derrate, praticati nel passato sulla piazza di Castiadas: carne 250 lire al kg, verdura 9 lire al kg, burro 400 lire al kg, riso 140 lire al kg. Ma adesso, naturalmente, i prezzi hanno ripreso il loro normale andamento, ed era logico che questo avvenisse.

Il patrimonio zootecnico della colonia era costituito da: 400 capi bovini, 7000 fra ovini e caprini, 120 cavalli, 400 maiali, oltre alle migliaia di animali da cortile.

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Per i nuovi poderi

Ora questo cospicuo patrimonio è passato, come si è detto, all’ETFAS, che ne farà l’uso voluto dalla legge di riforma agraria. In tal modo il Centro di Colonizzazione di Castiadas, con le nuove terre incamerate, presenta un più vasto quadro. Confina a sud con il mare ed è circondato a nord dalla carena del monte Porceddus, a ovest dalle montagne dei Sette Fratelli, a est dalla regione Malloccu. I territori si trovano nei comuni di San Vito, Muravera, Burcei, Sinnai, Villaputzu e Villasimius.

Esistono aziende finite, e quindi già in funzione, aziende di prossima apertura e due aziende in gestazione: Brecca e Burcei. Le aziende finite sono: la Tuerra, di oltre 232 ettari, la Capoferrato, di oltre 599 ettari, l’Annunziata, di 1239 ettari e la Sabadi di ettari 1308. Le aziende di prossima apertura sono la Ortesudu (già appartenente, come la Sabadi, alla colonia penale) di oltre 1708 ettari, la Castiadas, di oltre 1756 ettari e la San Pietro di 1796 ettari.

Il tutto, comprese le aliquote in aree e in centiare che amplificano l’ettaraggio di ogni azienda, raggiunge una superficie di oltre diecimila ettari.

Ogni azienda sarà poi integrata da una parte montana a indirizzo agro-silvo-pastorale. Tenendo conto che nell’assegnazione delle terre si tiene calcolo della presenza dell’acqua, e così dove l’acqua è più abbondante la lottizzazione è più ristretta, i poderi risultano costituiti da sei ettari di seminativo e da due ettari da coltivarsi a vigneto e a frutteto.

Quindi sono già stati piantati nella zona vigneti per la produzione di vini tipici sardi da dessert, come il Cannonau e il Monica, per i quali il Sarrabus risulta essere ambiente ideale. Le colture, essendo le aziende a indirizzo prevalentemente zootecnico, varieranno fra l’erba medica e le fave, le bietole e le leguminose. Si tenterà anche la coltura del tabacco.

Ad assegnazione ultimata si calcola che gli assegnatari dovranno raggiungere la cifra di 520-530.
Si fa presente negli ambienti dell’ETFAS che, in linea di massima, bisognerà garantire ad ogni assegnatario un reddito netto annuo di sette-ottocento mila lire. La massima produzione lorda vendibile si dovrà aggirare sui 700 milioni. Gli assegnatari provengono dai comuni del Sarrabus che sono poveri e senza risorse.

Si avrà così — mi ha riferito il sig. Bianco — un centro rurale in località Piscina Mendula che farà comune a sé e ad esso faranno capo tutti gli abitanti della zona. Il centro rurale di Piscina Mendula disporrà di una scuola professionale di agricoltura che per ora funziona a Muravera. Sorgeranno inoltre cinque borgate di servizio. A Olia Speciosa saranno impiantati l’enopolio, l’oleificio, il caseificio, le officine meccaniche e tutte quelle opere necessarie per la trasformazione dei prodotti.

Per ora tali attrezzature, in misura ridotta ma sempre efficienti, sono installate nei locali del Centro di Colonizzazione, che come si è detto, ha la sua temporanea sede, in attesa di essere definitivamente trasferito a Castiadas, all’azienda Camisa.

Qui, sino dal 1954, funziona un pollaio razionale con oltre un migliaio di esemplari da riproduzione, incrociati fra la razza livornese italiana e livornese americana. Questo centro avicolo ha il compito di fornire pollame non soltanto ai proprietari del Sarrabus ma anche a quelli degli altri comprensori di riforma della Sardegna. Sono già pronte le arche mobili, specie di pollai trasportabili, che verranno distribuite a mano a mano che le aziende si consolideranno e inizieranno la vita autonoma.

Come si vede, nel quadro generale della valorizzazione dei terreni incolti e della loro assegnazione alle famiglie coloniche, si tengono presenti anche quelle iniziative apparentemente di poca importanza, ma che possono invece validamente contribuire sul piano psicologico e pratico ad assicurare l’avvenire dei nuovi poderi.

Così, anche in questa che fino a ieri era zona morta, tagliata fuori anche dalle più esili correnti di traffico e di vita della Sardegna, si va annunciando l’alba di giorni migliori.

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