TEMPIO

di William Henry Smyth

Relazione sull’isola di Sardegna⇒

Londra 1828

A cura di Manlio Brigaglia, traduzione di Tiziana Cardone
Nuoro, Ilisso, 1998 (Bibliotheca Sarda, 33)

in inglese: 

ca 1829 - William Light, Tempio
La capitale della Gallura, Tempio, ha all’incirca 6000 abitanti, tra cui vi sono alcune delle più antiche famiglie nobili dell’isola.

Paragonata alle altre città della Sardegna, Tempio appare molto imponente, perché vi sono parecchie grandi case a tre piani. L’aspetto generale però è cupo, a causa del granito usato per gli edifici e dei pesanti balconi di legno.

Questo aspetto triste è accresciuto dai vestiti neri, dai folti capelli neri e dalle barbe degli uomini e dal costume moresco delle donne, le quali, sebbene generalmente prestanti, camminano impettite, con una gonna di lana grezza ripiegata sopra la testa, che nasconde la loro faccia.
Luciano Baldassarre - Costume di Tempio, 1841
Cominotti-Gonin-Lallemand - Tempio, 1826-1839
Il fatto che sei mesi all’anno vi risieda il vescovo fa diventare cattedrale la chiesa collegiata, un grande ma pesante edificio ancora non terminato.

La sua decorazione è di così cattivo gusto e così poveramente eseguita, da essere oggetto di critiche persino da parte degli stessi abitanti della città. Uno di loro mi chiese se il viso, empiamente dipinto come il ritratto dell’Onnipotente, non rassomigliasse piuttosto a quello di un gufo.

Un campanile, dipinto di recente ad affresco con tutti i colori dell’iride, completa l’edificio.

Vicino al centro della città vi è un grande convento di monache, uno dei più begli edifici di Tempio, abitato ora dalle uniche due monache superstiti, entrambe molto anziane: si pensa che quando moriranno il convento verrà destinato ad altri fini.

Qui non ci sono libri, ad eccezione dei pochi volumi di polemica religiosa appartenenti al collegio delle Scuole Pie.

L’unico dipinto d’un qualche pregio è una Maddalena nella chiesa del convento che, per la verità, ha un aspetto celestiale.

Archivio storico comune Tempio, cartina piazza delle monache, 1863
Archivio di stato di Cagliari - chiesa e convento delle monache, 1821
Qui si vanta la fabbricazione di magnifiche armi da fuoco e di un bellissimo lino; vi è un notevole commercio di frutta, formaggi, prosciutti, pancetta e altri tipi di carne salata.

Producono del vino, ma pensano che l’uva sia così poco matura a causa del freddo del clima che, per assicurare una buona conservazione, aggiungono una certa quantità di feccia bollita, chiamata saba.

Fui piuttosto sorpreso di trovare in questo posto una “locanda” accettabile e notai la strana usanza di due ragazze, che servivano a tavola portando in equilibrio sulla testa una candela così che, mentre giravano per la casa, avevano entrambe le mani libere per il lavoro.

Pittaluga-Levilly - venditrice di sapone di Tempio, 1826
In questa locanda incontrai un ufficiale in pensione, appartenente alle nostre Guardie Corse, che per 700 dollari spagnoli aveva acquistato una proprietà di circa settanta acri, con campi di grano, un ottimo vigneto ed un bosco. Mi disse che in quel paese un po’ di contanti poteva fare miracoli.
by Salvatore Pirisinu
by Aurelio Candido
La campagna tra la sua proprietà e la collina su cui sorge Tempio è coltivata eccellentemente ed alcuni terreni ad orto, vicino alla città, potrebbero, per il modo in cui sono curati, gareggiare con quelli di Sassari.

Oltre alle sorgenti di Pàstini e di Custaglia, ve n’è, sul declivio del Limbara, una eccellente, chiamata Fontana Franzoni; si dice che in certe stagioni la sua acqua sia così fredda che quando viene versata all’improvviso rompe i recipienti di vetro e che, se vi si immerge per pochi minuti del vino, questo perde il colore ed il gusto, ma non la sua forza.

by Vittorio Ruggero
Antonio Concas - Torrente e cascata del Limbara
In generale gli abitanti di Tempio e della Gallura sono divisi in tre classi sociali distinte, delle quali la prima è naturalmente quella dei nobili, i quali sono chiamati con i loro rispettivi titoli; la seconda comprende avvocati, notai, medici e tutti quelli che vestono alla moda forestiera e possono permettersi di mandare a scuola i propri figli: ci si rivolge loro col vostè, che corrisponde all’italiano “lei”; la terza classe e, la più numerosa, è quella dei plebei, che si distinguono per i loro vestiti di fattura domestica e ai quali si dà, a seconda dell’età e del grado di familiarità, del tu o del voi.
Jean Baptiste Barla - Principale tempiese, 1841
Jean Baptiste Barla - Viandante tempiese, 1841
Pittaluga-Levilly - Coltivatore tempiese, 1826

Hanno una curiosa usanza chiamata graminatogghju, che sarebbe la cardatura della lana.

Dopo aver tosato la pecora, la moglie del fattore invita tutte le ragazze che conosce ad aiutarla a preparare la lana per la filatura e per tesserla poi in foresi ed orbacci. A loro volta le ragazze informano i propri corteggiatori ed il giorno fissato la casa diventa il luogo di un appuntamento generale, cui si recano in “gran tenuta”.

Dopo aver steso la lana sul pavimento della casa, le giovani, ognuna delle quali ha un mazzo di fiori ricevuto dalla padrona di casa, siedono per terra intorno alla lana e cominciano il lavoro di cardatura e di raccolta, mentre i giovani prendono posto sulle sedie e le panche tutte intorno.

Le fanciulle incominciano a cantare delle canzoni improvvisate sul momento, accompagnate dalla chitarra o cètara, finché tutte non hanno cantato, una dopo l’altra. Quindi una delle ragazze si toglie dal petto il mazzetto di fiori e con particolare grazia lo porge al suo innamorato, accompagnando il gesto con la metà di una strofa che il giovane è obbligato a completare con una risposta appropriata.

Questo esempio è seguito dal resto della compagnia. Se vi dovesse arrivare un forestiero, attirato dalla musica, è sicuro che sarà benvenuto; se non dovesse conoscere il dialetto, la sua parte di strofa sarà cantata da uno degli astanti.

Dopo questa cerimonia, esse ricominciano a cantare e continuano con grande vivacità, fino a quando la lana non finisce ed è depositata nel tavlaroi, cioè nel cesto. Quindi ha luogo un banchetto, e tutto termina con danze e scherzi campagnoli.

Cominotti-Gonin-Lallemand - Graminatoggiu, 1826-1839
John William Cook - Graminatorgiu a Tempio, 1849
Si ringrazia la casa editrice Ilisso per la concessione dell’utilizzo della traduzione

FONTI DELLE ILLUSTRAZIONI

Disegni, dipinti e litografie dell’800

Luciano Baldassarre, Costume di Tempio, ca 1841, IN Luciano Baldassarre, Cenni sulla Sardegna, illustrati da 60 litografie in colore, Torino, Botta, 1841; Torino, Schiepatti, 1843 (rist. Archivio fotografico sardo, 1986, 2003).

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Vestimenti sardi in serie – Tempio, ca 1826-1839, IN Alberto de La Marmora, Voyage en Sardaigne, ou Description statistique, phisique… Atlas de la première partie. 1. ed. Paris, Delaforest 1826; 2. ed. Paris, Bertrand – Turin, Bocca,1839.

Archivio storico comune di Tempio, Cartina della piazza delle monache, 1863.

Archivio di stato di Cagliari, Chiesa e convento delle monache, 1821.

Alessio Pittaluga, Venditrice di sapone di Tempio, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes par A. Pittaluga [litografia incisa da Philead Salvator Levilly], Paris – P. Marino, Firenze – Antonio Campani, 1826, rist. Carlo Delfino 2012.

Jean Baptiste Barla, Principale tempiese, ca 1841 (coll. Angelino Mereu: https://amerblog.wordpress.com).

Jean Baptiste Barla, Viandante tempiese, ca 1841 (coll. Angelino Mereu: https://amerblog.wordpress.com).

Alessio Pittaluga, Coltivatore tempiese, ca 1826, IN Royaume de Sardaigne dessiné sur les lieux. Costumes op. cit.

Giuseppe Cominotti e Enrico Gonin [disegno], A.J. Lallemand [incisione], Graminatorgiu, ca 1826-1839, op. cit.

John William Cook, Graminatorgiu a Tempio, ca 1849, immagine IN John Warre Tyndale, The Island of Sardinia, London 1849, ed. italiana L’isola di Sardegna, Nuoro, Ilisso, 2002.

Cartoline e foto dell’800 e primi ’900

collezione Erennio Pedroni, Gianfranco Serafino, Vittorio Ruggero.

Foto contemporanee

di Salvatore Pirisinu, IN Giovanni Gelsomino, La diga del Liscia, 2006.

di Aurelio Candido – Flickr; di Vittorio Ruggero – Flickr; di Antonio Concas – Flickr.

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