IL VIAGGIO DEL DIRETTORE GENERALE DEL TOURING IN SARDEGNA

2700 chilometri in automobile

26 aprile – 6 maggio 1904

in

LE VIE D’ITALIA

Rivista mensile del TOURING CLUB ITALIANO ⇒

Organo Ufficiale dell’ente nazionale per le industrie turistiche

Giugno 1904

  (pp. 189 – 191)

Dal 26 aprile al 6 maggio il direttore generale del Touring, comm Federico Johnson, intraprese, con ottima riuscita, un viaggio automobilistico in Sardegna.

Era accompagnato dal signor Emilio Wülfing, signor Achille Negri, signor Vittorio Michela, capo-console di Sassari. Nel ritorno da Cagliari al Golfo al Golfo degli Aranci il posto del signor Michela fu preso dal direttore della Rivista.

Partito coll’automobile da Milano, il signor Johnson pernottò il 22 alla Spezia, il 23 a Cecina, il 24 a Civitavecchia, il 25 a bordo del Candia, il 26 a Tempio, il 27 (dopo la gita alla Maddalena ed a Caprera) ancora a Tempio, il 28 a Sassari, il 29 a Bosa, il 30 aprile e l’1, 2, 3 maggio a Cagliari, Iglesias, Pula, il 4 Sórgono, il 5 Nuoro, il 6 a Ozieri e a bordo del Candia.

Il meccanico, Vittorio Giovanzani, se non ha mai guidato l’automobile (perché il signor Johnson lo ha sempre guidato da sé), ha saputo pero mettere in evidenza le migliori qualità di intelligenza e pratica, mostrandosi sempre calmo, di poche parole, cortese.

Gli scopi del viaggio.

Gli scopi che il nostro Direttore generale si propose nel visitare la terra di Amsicora e di Josto, di Eleonora e dell’Angioy, erano tre: conoscere quest’isola così interessante sotto tanti aspetti; intervenire al secondo convegno turistico sardo a Cagliari; dimostrare, col fatto, la praticità dell’automobile (specialmente per il servizio postale) in un paese in cui le distanze da villaggio a villaggio sono assai grandi, mentre sono ottime le strade: tanto che non si saprebbe se l’automobile fu inventato per la Sardegna, o se la Sardegna fu inventata per l’automobile.

In molte parti dell’isola c’è un movimento (che va ogni giorno più intensificandosi) per istituire il servizio predetto; e poiché molti, forse senza aver mai visto un automobile, sostenevano che il nuovo e rapido mezzo di trasporto in Sardegna non sarebbe stato possibile, il modo migliore per rispondere ad essi era quello di correre coll’automobile tra verso tutta la Sardegna: così come il filosofo Zenone a chi negava il moto, rispose… col mettersi a camminare.

Maddalena e Caprera.

Sbarcato colla sua 16 HP Isotta e Fraschini (che fece ottima prova e della quale abbiamo già dato nella Rivista ampia relazione) al Golfo degli Aranci (e l’imbarco a Civitavecchia e lo sbarco al Golfo, come l’imbarco dal Palau per la Maddalena fu impresa non scevra da difficoltà), il direttore signor Johnson volle cominciare la sua gita con un omaggio alla tomba di Garibaldi; e poté salire sino alla modesta casetta immortale (che biancheggia fra le nere rocce), ove ebbe la più cordiale accoglienza da parte di Garibaldi Canzio (caporale d’artiglieria, che fa il suo servizio di volontario d’un anno comandando il picchetto di marinari che fa guardia d’onore alla tomba di Garibaldi) e del generale Stefano Canzio, che offrirono fiori, i quali formeranno per i gitanti un sacro ricordo.

Di ritorno da Caprera, il signor Johnson riceveva alla Maddalena la seguente graditissima lettera: «Lasciando il suolo sacro di Caprera, giunga gradito al valoroso campione del Touring Club Italiano il saluto, e vivo il ringraziamento della famiglia di Garibaldi».

Alla Maddalena il nostro Direttore ebbe cortesissime accoglienze da parte del cons. Masciani e del cav. Gerra, che gli mise a disposizione un vaporetto per rimorchiare il barcone che trasportava l’automobile. Di lì tornato al Palau, per Tempio andò a Sassari, donde per Alghero (ove il signor Calvino offrì la colazione, e il sig. Sella la barca per la visita alle Grotte Verde e di Nettuno), e di lì ritornò al Golfo traverso la Sardegna orientale, dopo aver percorsi in Sardegna circa 2700 chm., senza il menomo inconveniente.

E durante la prima parte del suo viaggio poté persuadere della bontà e celerità del mezzo di trazione le autorità civili, militari, ed ecclesiastiche; ché infatti il prefetto di Cagliari, conte Piero Cioia, pur tanto forte cavalcatore, nel suo rapido giro fatto col signor Johnson nel vallone d’Iglesias, alle celebri miniere di Monteponi, e lungo i manti del Sulcis, e per Pula e la Plain, si convinse che si può girar bene anche in automobile; e il capitano d’artiglieria, conte Francesco Roberti, poté così percorrere in un’ora e mezzo quella strada dal Palau a Tempio per la quale, colla diligenza, è solito ad impiegarne sei, ed vescovo di Bosa, monsignor Cannu, trasportato dall’automobile, lasciò a mezza strada il suo segretario, che era partito in carrozza due ore prima di lui. La gente guardava attonita nel vedere il suo vescovo volare con tanta celerità, e, nel farsi il segno della croce, il gregge pensava forse che fosse venuto il diavolo a rapirgli il pastore!

La Maddalena
Federico Johnson a La Maddalena
Federico Johnson a La Maddalena
Federico Johnson a La Maddalena

A Sassari.

A Sassari ed a Cagliari (le belle capitali del capo di sopra e del capo di sotto) le accoglienze al nostro Direttore assunsero una vera importanza ufficiale, per i ricevimenti dati nei palazzi della Prefettura e del Comune, con intervento delle autorità provinciali comunali; ed ebbero una grande eco nella popolazione tutta, nelle società ginnastiche, nei sodalizi cittadini.

Di Cagliari abbiamo già parlato, nel riferire sul convegno turistico; e qui diremo che a Sassari il signor Johnson coi suoi compagni giunse verso le 18, incontrato fuori di città da un buonissimo numero di ciclisti, ed atteso in città da una immensa folla, salutante e plaudente, dalle balde società ginnastiche Josto e Torres colle bandiere, dalle fanfare sonore, da innumerevole quantità di signore che abbellivano tutti i balconi.

Due gentili signorine della Josto (Bastianina Martini e Annetta Delitala) gli presentarono due mazzi di fiori. Entrato nello splendido palazzo provinciale, il comm. Johnson fu ricevuto dal prefetto comm. Re, dall’ing. Murgia, dal cav. Martinez, dall’avvocato Zirulla, dal sindaco avv. Satta Branca, dall’onorevole Garavetti, dall’on. Pinna, dal provveditore agli studi cavaliere Quaranta, dal presidente delle Assise cav. Marcialis, dal presidente del Tribunale cav. Bertea, da consiglieri provinciali e comunali, e da altri illustri cittadini.

Al sontuoso rinfresco offerto in uno dei saloni del palazzo della provincia, parlarono l’ing. Murgia, il cav. Martinez vice presidente del Consiglio provinciale, il signor Johnson, tutti bene augurando del servizio postale automobilistico che si vuole istituire in Sardegna, e specialmente sul tratto da Sassari al Porto di Palau.

Si visita quindi il palazzo della provincia, uno dei più sontuosi palazzi provinciali d’Italia disegno dell’ing. Sironi di Como, con bellissimi affreschi dello Sciuti), si fa una visita al Municipio, che ha sede nel vecchio palazzo del duca di Vallombrosa, e che è una vera e ricca pinacoteca; e si finisce la giornata col banchetto sociale, e coi brindisi dell’ex capo console per Sassari signor Michela (che in questi giorni abbandonò la Sardegna per ritornare alla sua Torino), del sindaco avvocato Satta-Branca, dell’avvocato Zirolia, e del signor Johnson.

Federico Johnson a Sassari
Il prefetto di cagliari conte Cioia e Johnson
Johnson a Porto Conte, foto Erminio Sella
Federico Johnson con Emilio Wulfing

Traverso la Sardegna orientale.

Chi scrive ebbe il piacere di accompagnare il signor Johnson nel viaggio del ritorno, traverso la parte più alta e più bella della Sardegna, la regione orientale in questi mesi tutta verde e ridente, nella Trexenta, Sarcidano, Barbagia e Logudoro, per città, borgate, paeselli dai nomi strani, curiosi, antichi, che nelle loro radici ci conservano la memoria dei popoli più svariati che sono venuti ad abitare quest’isola misteriosa: Monastir, Senorbì, Mandas, Isili, Nurallao, Laconi, Meana, Atzara, Sorgono, Tiana, Ovodda, Gavoi, Sarule, Orani, Oniferi, Nuoro, Mamoiada, Fonni, Illorai, Bottida, Bono, Bultei, Pattada. Ozieri, Oschiri; e vuole qui riassumere, come meglio gli sarà possibile, le impressioni provate da quei buoni isolani nel veder passare per le loro strade il primo automobile, e da lui nel traversare con una indimenticabile volata di tre giorni, l’isola bella ed ospitale.

vescovo di Bosa mons. Eugenio Cano e Johnson
Contadini sull'automobile

Mesti lamenti

Alle accoglienze, supremamente cortesi, che il Direttore generale del Touring ebbe in Sardegna, contribuirono in curiosità per il bello e orribile mostro, la simpatia per quel possente organismo affratellatore che è il Touring, la cordialità ed ospitalità tradizionale dei sardi tutti, e quella specie di mesta gioia che essi sentono quando si vedono visitati ed amati dai continentali, dai quali si dicono e si credono dimenticati.

È questo un argomento, sul quale ci sarebbe molto da dire, per cercar di spiegare quel lamento di mali, ai quali si accenna vagamente e quasi misteriosamente, di abbandoni che non possiamo apprezzare; ma quando si pensa che quest’isola (che in tutti i discorsi dei sindaci sentimmo chiamare povera, abbandonata, dimenticata, derelitta), fu sfruttata da tutti i dominatori, dai Romani agli Spagnuoli, che l’hanno sempre considerata come una giovenca selvaggia da mungere. fu devastata da tutti i barbari che poterono approdarvi, ed ancora oggi paga le imposte per vigneti da un quarto di secolo distrutti dalla fillossera e per oliveti disfatti dalla mosca olearia, e quando si pensa che l’isola aspetta ancora… la relazione dell’on. Depretis, non si può non ammettere che in tutti quei lamenti ci sia un fondo di ragione.

Ricevimenti ed interviste

Originali, curiose, indimenticabili furono quelle accoglienze nelle borgate e nei piccoli paeselli della montagna, ove fu, com’è naturale, assai profonda l’impressione fatta su quelle menti dall’automobile, che sentimmo chiamare coi nomi più strani e colle perifrasi più appropriate: ottomobile, sottomobile, dottormobile, gattomobile, sa carrozza senza quaddu (la carrozza senza cavallo), sa carrozza de fogu (la carrozza di fuoco).

Quando si arrivava in un paesello, tutta la popolazione era lungo le vie: Il sindaco aveva concesso vacanza agli scolaretti, che erano allineati davanti alla scuola, e che avrebbero poi dovuto pagare quella vacanza collo svolgi mento del seguente tema: descrivete l’automobile gli uomini correvano dai campi, le donne lasciavano in abbandono i telai, e, coi bimbi in braccio, coi vivaci costumi, colla testa coperta o dal fazzoletto giallo, o dalla bianca pezzuola, si disponevano in lunghe file, non stancandosi per l’attesa; le guardie municipali o campestri presentavano le armi, dopo averle scaricate in aria in segno di festa; e, in mezzo alla via, il sindaco, cogli altri magnati, accennava colla mano che si doveva fermarsi.

Si fermava; si scendeva: si doveva andare al municipio, al circolo, alla scuola, in qualche casa privata; ed ecco che accorrevano le donne (che sfoggiavano per l’occasione il loro più bel costume serico, dorato e ricamato) offrendo vernaccia, altri vini, dolci: ed ecco che il sindaco o chi per esso, cavava di tasca il suo discorsetto, che era un saluto, un augurio, un mesto lamento, un plauso al nuovo mezzo di comunicazione, un desiderio.

E intanto, in istrada tutto il paese si addensava intorno all’automobile; e tutti guardavano, ed esclamavano e gridavano, e ridevano e commentavano e qualche contadino, in perfetto italiano, faceva cento domande (chi siete? donde venite? come avete passato il mare? che carrozza é questa? Come si muove, che cosa bolle qui dentro? quanto costa la carrozza? perché ha le ruote di gomma? perché avete la maschera?) e poi si volgeva a tradurre in sardo le risposte al pubblico, dal quale uscivano altre domande e qualcuno chiedeva ed otteneva di montare sulla macchina infernale.

Si rimontava, e via; via fra gli applausi, fra spari, fra i suoni di qualche fanfara, fra i saluti e le grida di buon viaggio, arrivederci, bonas dias tutti correvano dalla parte del paese da cui noi eravamo usciti; e per lungo tempo vedevamo, su sui colli rocciosi, su sulle verdi pendici (anche quando non potevamo più sentire le grida) mille mani che salutavano, e sventolavano fazzoletti e banderuole.

E via, via, per le chine verdeggianti di grano, per i pascoli sterminati, via, fuggendo dalle noie della civiltà, e volando verso il verde, verso la speranza, verso l’ignoto; via per le lande deserte, sino a che i campi di fave colle siepi di cacti, ed i campanili messi a custodia delle basse casucce, ci preannunziavano un nuovo paesello, un nuovo sindaco, un nuovo discorso, una nuova vernaccia.

Uomini ed animali.

E vin ancora! Qualche pastore addormentato in un fossa alza spaventato la testa, come se in sogno vedesse passare il demonio; i rari contadini che stanno zappando nei campi, tengono sospesa in aria la marra come impietriti dalla meraviglia; il bifolco che dal suo carro guida, colle redini, i buoi legati per le orecchie, si affretta a spingere nel fosso carro e buoi, per evitare uno scontro; i frequenti cavalieri, con gagliarde spronate, fanno arrampicare il cavallo per la china a lo spingono nei campi, ove il generoso animale fa quattro allegre piroette, in dimostrazione del suo spavento e della valentia del suo padrone.

I cavalli, animali sensibili, s’impaurivano e saltavano; ma i buoi non si degnavano neppure d’alzare lo sguardo. Gran fortuna a questo mondo l’essere insensibili!

Ma se i buoi non si muovevano, i tori tenevano altro contegno. Ricordiamo un branco di tori che si posero dapprima nel mezzo della strada, come per contrastare la via, e che poi, quando fummo vicini, si diedero a fuga precipitosa, facendo uno splendido salto delle siepi, quale non si può vedere in alcun campo di corse; e ci par di rivedere, nello sterminato campo d’Ozieri, un branco di cavalli e puledri che ci galoppano davanti per più di un chilometro, e poi si disperdono nitrendo fra i cespugli del pascolo; e le migliaia di pecore che, addossandosi come fanno i deboli nei momenti di pericolo, commentando il verso di Dante «e quel che una fa e le altre fanno», ora restando ferme ed immobili come un mucchio di sassi, ora come una valanga precipitando giù per la china, per risalire velocemente di là dalla valle.

E i cani? Essi facevano il loro mestiere: abbaiavano. Alcuni, avvicinandosi di soverchio alla carrozza, si persuadevano presto che è impossibile fermare il carro del progresso; ed uno di essi (che mi ricordò la purce anarchica dell’amico Trilussa) pagò colla… coda la sua temerità e fu questa coda l’unica vittima del lungo viaggio.

E su verso Mamoiada, sulla strada per Fonni (il teatro dell’ultimo romanzo di Grazia Deledda, Cenere), mentre qualcuno di noi pensava alla povera Olì ed all’odioso ed antipatico Anania, un bianco cagnolino, senza fiatare, senza protestare, si mise a correre, sempre in mezzo alla strada, per oltre due chilometri, davanti all’ automobile, finché cadde sfinito fra i sassi, vinto, ma non domo, come i tradizionali banditi del Nuorese, e lanciandoci dietro un’ultima occhiata di sfida. E quel cagnolino che correva davanti al Nuraghe della colpa ed alla cantoniera del castigo, noi raccomandiamo a Grazia Deledda (di cui abbiamo, con grato rispetto, visitata a Nuoro la rosea casetta), perché lo ricordi in qualcuno di quei suoi romanzi nelle cui pagine freme con tanta possanza l’anima sarda, le cui pagine riflettono con tanta verità il sardo paesaggio.

Nuoro, Pattada. Ozieri.

Cordialissime furono le accoglienze nella bella Nuoro dove le autorità, i consoli, i soci offrirono agli ospiti un banchetto, e li condussero a visitare la città e ad ammirare i paesaggi che da essa si dominano; a Pattada (grossa forte borgata che mostra dall’alto i suoi campanilucci rotondi), ove autorità, società operaia, scuole, popolazione, tutti, prodigarono cortesie che mai potranno essere dimenticate; e infine ad Ozieri (ove ufficialmente si chiuse la gita), ove, al banchetto offerto ai gitanti, fra un brindisi del signor Johnson al capoconsole per Sassari signor Vittorio Michela, fra i fiori, dei quali le signore coprivano l’automobile, fra i suoni e gli applausi, spuntarono due belle idee: quella della costituzione in Ozieri d’una società per stabilire colà un servizio automobilistico cooperativo, e quella di raccogliere qualche centinaio di sardi, per fare, nei loro caratteristici costumi, una visita a Milano all’epoca dell’esposizione.

contadini di Fonni

Ricordi grati e confusi.

Stiamo scrivendo al Golfo degli Aranci, mentre il sole, baciando dei suoi ultimi raggi le nude pareti a picco dell’isola di Tavolara (su per la quale brucano le capre dai denti d’oro) va tramontando dietro l’ardita cresta dentata del Limbara; e rivediamo, come in un rapido cinematografo, quanto vedemmo in questi giorni: il lungo dossone nevoso del Gennargentu; la statua del Salvatore sulla vetta dell’Ortobene; le basse casette fabbricate di fango giù nei Campidani, e quelle tutte di granito, come piccole fortezze, su fra i monti, e i nuraghes ingialliti e cadenti in vetta ai dossi; e le rovine di castelli, simili a nidi deserti d’aquila, sugli alti cocuzzoli conici e rocciosi; e le lunghe file di contadini, coi loro pittoreschi costumi, nei quali predominano il nero, il bianco, il rosso; e le schiere di ragazze sorridenti ed occhieggianti fra le triplici pieghe delle mantelline; e la teste imbalsamate di cignali adornanti i lotti; ed i piccoli mufloni saltellanti nei cortili.

E poiché nella rapidità delle impressioni, non restò tempo di fissarle nella mente ed archiviarle al loro posto, così tutte quelle imagini si sovrappongono e si confondono, tanto che il cervello presta ad una chiesa il campanile d’un’altra, ad un comune il sindaco d’un comune vicino, ad un paesello i costumi d’un altro paesello e rivedendo certi paesaggi verdi, alberati, ridenti, quasi quasi dubitiamo se li abbiamo visti in Sardegna, o nella Brianza, a nel Trentino, nella Toscana; e riassumendo in una sintesi quanto non possiamo analizzare, pensiamo che, sia perché questa è la stagione più propizia per visitare l’isola, sia per lo splendore delle giornate, sia per la bontà della compagnia, sia, per la comodità del viaggio, sia per la cortesia degli abitanti sia per tutte queste cause unite, certo si è che trovammo questa antica Icnusa assai superiore alla nostra aspettativa, ed assai migliore di quella che ci avevano descritta coloro che forse non la videro mai, o solo attraversarono in ferrovia nei bassi e monotoni Campidani; e dalla Sardegna partiamo con un vivo desiderio quello di ritornarvi, e di condurvi e farvi venire schiere di continentali, a vedere ed ammirare quanto c’è ancora di bello ed originale in quest’isola che par così lontana.

Nuchis
Sorgono
Gavoi
Fonni
Ponte di Decimomannu

Il ritorno del comm. Johnson.

Sbarcato il maggio a Civitavecchia, il signor Johnson continuò, in automobile, il suo viaggio per Roma, donde, per Assisi, Perugia, Firenze e Bologna ritorno a Milano, incontrato, oltre Melegnano, dalla sua gentile signora e dalla figlia, da vari membri del Consiglio del Touring, e da amici e pubblicisti.

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