PER LA TUTELA DEGLI ALBERI E DELLE QUERCE DA SUGHERO IN SARDEGNA

INTERVENTI DI VITTORIO ANGIUS (1852), PASQUALE TOLA, FRANCESCO SULIS e GIORGIO ASPRONI (1856) AL PARLAMENTO DEL REGNO DI  SARDEGNA A TORINO

1852 – Interventi di Vittorio Angius →

1856 – Interpellanza di Pasquale Tola, e interventi di Francesco Sulis e Giorgio Asproni

Sugheri Gallura

1852 – Intervento di Vittorio Angius →

TORNATA DEL 15 GENNAIO 1852

Categoria 65, Prodotto vendita di piante in Sardegna, portata dal Governo e mantenuta dalla Commissione in lire 85,533 55

ANGIUS. Questa categoria dalla quale provengono allo Stato 85,533 lire e 55 centesimi, produrrà un vantaggio all’erario dopo la vendita, deliberata dal ministro, di 20 mila alberi di alto fasto che sarà effettuata nel prossimo mese di febbraio in Sassari, come sappiamo dall’avviso d’asta dato dall’intendente generale della divisione amministrativa di Sassari e riferito nella Gazzetta Ufficiale, numero 10.

Leggendo quell’invito, mi venne di fare alcune considerazioni le quali mi pare bene di manifestare al signor ministro. d’agricoltura e commercio.

Io credo che ella ordinando questa vendita abbia voluto fare il maggiore interesse dello Stato; ma dubito che abbia la convinzione che gioverà meglio allo Stato il concedere l’indicato taglio, che di mantenere a frutto quelle 20 mila piante. Che se il signor ministro dicesi persuaso del maggiore vantaggio dello Stato nel vendere che nel lasciare quegli alberi alla solita loro produzione, io dovrò rispondergli che forse risica d’ingannarsi. E ragionerò su questo brevemente.

Quanto ella spera dalla rendita di 20 mila alberi sparsi nelle foreste della provincia di Sassari, Ozieri e Nuoro? Si avrà più che si ebbe dal contratto Bianchi, che per 20 mila piante produsse all’erario 256 mila lire, in ragione di lire 12 (noti la Camera queste cifre e le altre che proporrò), in ragione di lire 12 ed un terzo, se non erro, per pianta? Si avrà più che si è già patteggiato col conte Beltrami il quale per 14 mila piante darà all’erario lire 256,000, in ragione di lire 18 3|14 per pianta?

E qui, quasi tra parentesi, noti la Camera in che modo nella Sardegna dai subalterni dell’amministrazione si facciano gli affari demaniali, se si vendettero i grandi vegetabili delle foreste in pieno sviluppo una volta a 1ª lire, un’altra volta a 18.

E per meglio giudicare di siffatti contratti, sappia che la nostra marina non ha mai potuto comprare a meno di lire 5 il piede cubico di legname, e che da un albero forestale già maturo si possono trarre più di 50 piedi cubici, e quindi tenga che da ciascun albero si può in media avere lire 250 in brutto o lire 160 in netto.

Chiudo la parentesi, e ritorno al signor ministro chiedendogli perdono dell’interruzione.

CAVOUR, ministro delle finanze, di marina, e d’agricoltura e commercio. – Faccia pure.

ANGIUS. Spera dunque ella di avere maggiori vantaggi dalla vendita che si farà nel mese entrante, che dai contratti che si sono fatti finora? Io non lo oso sperare. Potrei considerare il caso d’un concerto tra licitatori, per cui il prezzo dell’asta appena potesse salire al doppio; ma nol farò perchè di questo sospetto di mala fede, si potrebbero dolere quelli che si presenteranno. Considererò solamente la difficoltà del trasporto dei legnami agli imbarcatoi, e se la difficoltà di trasportare il legname dalle provincie di Ozieri e di Nuoro sia di gran lunga maggiore, che si sperimento nei tagli delle selve della Minerva e della selva di Santa Maria di Sancau, lo prevedo che molto minore sarà il prezzo che verrà offerto per le piante delle selve indicate nell’avviso d’asta. Ora vediamo il guadagno che potrebbe avere il Governo lasciando gli alberi a frutto. Gli alberi di cui si parla sono quercie sughero, le quali producono ogni anno un frutto che si vende, e producono periodicamente ogni sei anni nella restaurata corteccia il sughero del commercio, sì che si possa fare due appalti, uno per le ghiande, l’altro per la corteccia.

Dimenticava un altro vantaggio, cioè il prezzo del permesso dello sfrondamento, cioè del taglio delle fronde tenere nell’inverno quando manca ogni altro mezzo di vitto al bestiame.

Se il signor ministro calcoli la rendita annua di queste tre produzioni, e poi confronti in che ragione stia questa rendita coll’interesse che potrà dare il prezzo della vendita di queste 20,000 piante, io nen dubito che egli riconoscerà maggiore l’interesse dello Stato nel mantenere quelle piante a frutto, che nel venderle a taglio, se pure non si tratti di tali piante, le quali sieno oramai giunte a tale età in cui già volgono a deperimento. Ma siffatte non saranno certamente tutte le 20,000, e credo neppure la metà.

Per rendere meglio evidente il maggiore interesse in tenere quelle piante a frutto che venderle, io presenterò il risultamento di un mio calcolo. E secondo questo calcolo essendo il prodotto complessivo della produzione di ciascun albero di circa lire cinque, il prodotto approssimativo delle 20,000 piante potrebbe tenersi di lire 100,000. Ma se quelle tante piante si vendono, mello per 200,000 lire, allora lo Stato non avrà più che l’interesse di lire 10,000 e per conseguenza il vantaggio sulle piante mantenute a frutto sarà al vantaggio sulle vendute come 1 a 110.

Mi sovviene che in altra occasione notai al Governo che le foreste demaniali si andavano diradando per i continui guasti: ora vedo che cresce la devastazione per i tagli che esso concede, e devo dire che cresce smisuratamente. Crede il signor ministro che nei tagli già conceduti si sieno succise solamente quelle tante piante che furono pattuite? Crede che se effettuasi la nuova vendita non si succideranno più che 20,000 piante? A suo malgrado ne cadranno non so quante migliaia.

Egli mi dirà che ciò che è avvenuto non avverrà. E perché no?

Dovranno cadere solamente le piante che sono state martellate col suggello, ma possono anche abbattersi quelle che non sono notate così. Gli agenti forestali, dirà il ministro, impediranno che questo avvenga. Ma gli agenti forestali non stanno sempre lì, e se stieno, credo pure si saprà magnetizzarli.

Ma lasciate a parte le frodi, considererò il fatto. Ed il fatto è questo, che ogni anno si diminuisce il numero dei grandi vegetabili dell’isola, ogni annosi diradano le selve, le dirada adesso anche il Governo, e non si pensa a riempire i vacui che si fanno; lo che è una negligenza che fa torto ad una amministrazione previdente.

Io dunque non mi oppongo assolutamente ai tagli, ma vorrei che si concedessero consideratamente, e che si vedesse dove fosse più utile di mantenere le piante, dove più di tagliarle. E sebbene sieno veramente le selve dell’isola tanto de vastate in un modo deplorabile, tuttavolta rimane ancora tanto numero di alberi che si possa fare un annuo taglio di 10,000 ceppi. Ma si pensi all’avvenire, si provveda perché questa rendita, anzichè mancare, cresca; e se si vendono 10,000 grandi alberi, si pongano almeno 20,000 semi; la quale operazione potrà farsi col quarantesimo del guadagno di ciascuna vendita.

Dopo avere proposto queste considerazioni che sursero in me nella lettura dell’avviso d’asta, pubblicato dalla intendenza generale di Sassari, vorrei, mentre è presente il signor ministro dei lavori pubblici, mi fosse conceduto di fare alcune osservazioni sopra una circolare pubblicata dall’intendente generale della divisione amministrativa di Cagliari e riferita nella Gazzetta Ufficiale del giorno 5 del corrente.

CAVOUR, ministro delle finanze, di marina, e d’agricoltura e commercio. (Interrompendo) – E’ relativa al bilancio?

ANGIUS. Prego quindi la Camera che mi faccia grazia di pochi momenti per presentarle al signor ministro dei lavori pubblici.

PRESIDENTE. – Vuol parlare del bilancio attivo?

ANGIUS. Ciò che dirò si riferisce piuttosto al passivo.

PRESIDENTE. Dunque non è nella questione, non posso lasciarlo continuare.

CAVOUR, ministro delle finanze, di marina, e d’agricoltura e commercio. – Mi permetta che io gli risponda pei legnami, e poi potrà, se vuole, un altro giorno fare una interpellanza.

L’onorevole preopinante si lagna della proposta del Ministero di vendere 20,000 piante in Sardegna. Egli osservava come pel passato si erano vendute delle piante ad un prezzo molto più elevato di quello portato nel capitolato, e lo citava esattamente, ma citava poi molto inesattamente il contratto Beltrami, indicando il prezzo in 18 lire. Nel contratto Beltrami il prezzo era stato primitivamente stabilito a 35 lire e poi venne ridotto a 26, perchè le finanze non poterono somministrare al signor Beltrami le piante che gli avevano promesso in quella foresta indicata nel contratto, ed essendo stato mestieri di dargli delle piante in una foresta molto più lontana dal mare, l’equità consiglio di accordargli una riduzione da lire 55 a 26.

Ma questa confessione che io faccio potrebbe rendere più forte l’argomento dell’onorevole preopinante il quale dice come mai potrete concedere ad un prezzo così vile delle piante, mentre avete ottenuto 13 per le prime e poscia lire 33? Ciò è per un motivo semplicissimo; e si è che le piante che vendiamo ora sono tutt’altre piante che quelle che abbiamo vendute al signor Beltrami: quelle erano piante di costruzione navale, questi sono sugheri i quali non sono atti alla costruzione navale; quindi non si può paragonare il prezzo che si ottenne dalle prime con quello che si potrebbe ottenere dalle altre.

Poiché l’onorevole preopinante ha citato il primo contratto ed ha creduto che le finanze avessero leso l’interesse dello Stato accontentandosi di 96 lire per pianta, e notando come per quelle piante si possono ottenere persino 80 piedi cubi di legname, mentre questi piedi cubi si vendevano a Genova 5 lire caduno, io gli dirò che l’anno scorso, facendo seguito ad un antico contratto che esisteva tra la marina e l’antico Ministero di Sardegna, il Governo mandò a tagliare mille piante appunto in quell’istessa foresta, in cui si era fatta la concessione al signor Beltrami, cioè la foresta più vicina al mare verso il porto di Besa. La marina pagò queste piante 20 lire colla privativa di farne la scelta prima del signor Beltrami, ed il prodotto medio di queste piante, se la memoria non m’inganna, fu da 21 a 25 piedi cubi per albero, che, tenuto conto delle spese di costo dell’albero, di quelle di taglio, di trasporto al mare, e del trasporto a Genova, vennero a costare appunto 8 lire cadun metro cubo a Genova.

Quindi egli vede che questo fatto basta a dimostrare che, anche pagando 20 o 25 lire l’albero in Sardegna, il piede cubo di quel dato legname trasportato a Genova torna ad un dipresso a 5 lire.

E ciò è tanto vero che, volendosi assicurare il servizio della marina, nel contratto Beltrami gli si è imposto l’obbligo di dovere fornire alla marina un certo numero di piedi cubi di una determinata qualità di legname.

Le si dovranno cioè fornire 2000 piedi cubi in tre anni, il cui prezzo, se non erro, è tra il 5 e il 5 e mezzo secondo la natura del legname che si deve somministrare. Si dibatte per un mese su tale punto, poichè il signor Beltrami non voleva fare il contratto, appunto perchè l’obbligavano a somministrare alla marina quel legname al prezzo di 5 lire il piede cubo, cioè di lire 174 o 175 il metro cubo. A questo modo vede l’onorevole preopinante che non si può dedurre il valore dell’albero in piedi dal valore del piede cubo in Genova.

Quanto poi alle piante che vengono ad esporsi all’asta sono di natura assolutamente diversa e non atte alla costruzione. navale. Queste piante sono talmente vecchie che, al dire degli impiegati stessi, non danno più frutto di sorta, e non solo deperiscono, ma impediscono che le piante giovani crescano ed aumentino di valore.

D’altronde prego la Camera ad avvertire il grave errore commesso dall’onorevole preopinante. Esso asseriva che le piante in Sardegna fruttano una rendita di 5 lire caduna; ma io faccio notare che se ciò fosse vero, esse renderebbero più che i gelsi nella provincia di Cuneo. Se tale cosa fosse, il Governo il quale possiede, se non erro più di 2 milioni di queste piante, potrebbe esonerare la Sardegna da tutti i tributi; e se l’onorevole preopinante volesse affittare queste piante non a cinque, non a tre, ma ad una sola lira, io aderirei immediatamente alla proposta fatta da vari deputati di togliere il balzello del sale alla Sardegna, e sono sicuro che la Camera molto di cuore approverebbe questo contratto; ma par troppo che la rendita di queste piante non giunge che a pochi soldi, e ci vorrà molto tempo prima che si possa ricavare un frutto di qualche rilievo.

D’altronde, come ho già detto, anche ammettendo per veri i calcoli dell’onorevole preopinante, ammettendo che queste piante potessero apportare una qualche rendita, quelle che si vogliono vendere sono appunto quelle che non danno più produzione di sorta, e che rimanendo in piedi verrebbero a marcire, e sarebbero assolutamente di nessun prodotto.

L’onorevole preopinante ha accennato a vari abusi che esistono nell’amministrazione dei boschi in Sardegna. Io non voglio negare che in tale amministrazione non esistessero degli abusi, abusi che in gran parte, a mio avviso, derivavano dacchè le finanze, proprietarie delle foreste, non avevano agenti che dipendessero direttamente da lei, per cui erano obbligati di valersi dell’amministrazione forestale che dipendeva da un altro dicastero; ora, ognuno sa che gl’impiegati per fare un buon servizio debbono dipendere dal dicastero che ha bisogno dell’opera loro. A questo però si è posto rimedio, ed io credo che questa nuova amministrazione nella dipendenza assoluta ed immediata delle finanze sarà più diligente di quello che fosse per lo passato.

ANGIUS. Il signor ministro ha voluto dimostrare che il taglio delle 20,000 piante di sovero, se parve non si potesse fare a condizioni migliori che si ebbero nei precedenti contratti, porterebbe tuttavolta allo Stato un vero profitto, perché le piante che si vogliono concedere, essendo molto vecchie, per poco che si indugi, imputridiranno senza alcun utile.

Se le piante da vendere sieno di tale condizione, io approverò; ma mi resta il timore che forse dovranno cadere con le vecchie anche le piante meno attempate.

Sopra questa specie di quercie io vorrei si andasse con molto riserbo, perché essa è la meno numerosa. In Sardegna predomina la quercia elee, è seconda in copia la quercia rovere, piuttosto scarsa la quercia sughero, e non si trova che con individui di sua specie in siti riparati. Per altro rispetto, la quercia sovero è delle quercie la più preziosa, la più fruttifera e proficua.

Il signor ministro non trova buono il mio calcolo, e crede che il frutto annuo che si può avere da una quercia sovero, sia a restringersi a mano del quinto.

Vo a provare le cinque lire che notai e la giustezza del calcolo; indicherò gli elementi del medesimo. La quantità delle ghiande d’un albero bene sviluppato può valutarsi a circa 3 lire, quindi la corteccia e lo sfrondamento bastano pel resto della somma, e sarà essa completa se aggiungasi il profitto dei rami che si possono polare per trarne l’alburno. Se non si ottiene tanto frutto, si è certamente perché l’amministrazione forestale della Sardegna va come può, e come andò finora. Ma spero che, mercè le cure del signor ministro, andrà molto meglio per l’avvenire.

PRESIDENTE. Pongo ai voti la categoria 65, secondo che venne proposta dal Governo e dalla Commissione.

(È approvata.)

Sugheri Gallura

INTERPELLANZA DEL DEPUTATO PASQUALE TOLA E INTERVENTI DI FRANCESCO SULIS E GIORGIO ASPRONI SUI CONTRATTI PER L’AFFITTAMENTO DEI SUGHERI DELLA SARDEGNA →

TORNATA DEL 30 MAGGIO 1856

CAVOUR, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MINISTRO DELLE FINANZE E DEGLI ESTERI. Io pregherei la Camera a voler occuparsi dell’interpellanza annunziata da alcuni deputati sardi, sul contratto dei sugheri, onde domani possiamo procedere più speditamente nella discussione del bilancio attivo. (Si! Si!) […]

PRESIDENTE. I deputati sardi sono pronti a quest’interpellanza? […]

PRESIDENTE. La Camera si occuperà adunque oggi di questa interpellanza. Do la parola al deputato Tola.

TOLA PASQUALE. Non era veramente mia intenzione di prendere la parola quest’oggi, ma i miei colleghi della Sardegna mi hanno pregato di dare seguito all’interpellanza già da me fatta nella tornata del 26 di questo mese. Aderendo a questo desiderio, dirò che la deputazione della Sardegna, appena fu deposto sul banco della Presidenza il contratto o, per dir meglio, i contratti d’affittamento dei sugheri a favore del signor Beltrami, si è fatta una premura di esaminarli.

Varie osservazioni sono state fatte dalla deputazione a questi contratti, i quali sono due, uno cioè, se non erro, del 16 maggio 1855, che riguarda le selve ed i terreni di 50 comunità esistenti nelle provincie di Cagliari, di Oristano, di Isili e d’Iglesias; il secondo, del 2 febbraio 1856, che riflette i terreni ed i boschi di 11 comunità esistenti nella provincia di Sassari, in tutto 11 comunità dell’isola.

Le osservazioni fatte dalla deputazione sono molte; ma, per essere breve e più chiaro, le ridurrò a due categorie: altre riguardano la forma, altre la sostanza dei contratti. Le osservazioni che riguardano la forma sono sull’essersi dato questo così detto appalto, o dirò più esattamente, l’essersi fatta questa vendita dei sugheri di 11 comunità, mediante partito privato e senza licitazione pubblica. Credeva la deputazione che, trattandosi di un affare così importante che comprende forse il terzo dei 400,000 ettari di terre demaniali che oggi lo Stato possiede in Sardegna, si dovesse procedere per via di pubblici incanti, anziché per partito privato.

Debbo bensì dire che nelle relazioni che gli agenti del demanio facevano, e che sono inserite negli stessi contratti, essi dicevano che sarebbe stato difficile di aver migliori partiti di quello che si offriva dal signor Beltrami, ancorchè si fosse proceduto ad una licitazione pubblica. Ed io non voglio contestare la verità dell’asserzione degli agenti demaniali; ma questa verità avrebbe avuto maggior consistenza, se almeno una volta si fosse fatto l’esperimento dell’asta pubblica, mancato il quale, avrebbero avuto ragione di dire: Vedete, l’asta pubblica non produsse giovamento al demanio, procediamo al partito privato. Ma il procedere alla vendita dei sugheri dei terreni; e dei boschi di 11 comunità dell’isola o, per meglio dire, di quasi il terzo od il quarto delle terre demaniali appartenenti nell’isola allo Stato, ed il farla per partito privato, senza prima tentare una volta almeno l’esperimento della licitazione pubblica, sembra certamente alquanto gravoso. Questa è l’osservazione che riguarda la forma.

BUFFA. Domando la parola.

TOLA P. Le altre osservazioni che riguardano la sostanza di detti contratti io non farò che accennarle; i miei onorevoli colleghi sapranno svolgerle meglio e più chiaramente. Le dette osservazioni riflettevano il prezzo dei sugheri. Per le undici comunità della provincia di Sassari, che, da quanto abbiamo potuto sapere, comprendono boschi e terreni per 50,000 ettari, si è pattuito dal signor Beltrami lo sborso di 1150 lire all’anno, pagabili a semestri maturati. Dividendo questa somma su 50,000 ettari corrisponde a due centesimi e mezzo per ettaro.

Vi è un altro calcolo a fare: supponendo anche che in questi 50,000 ettari, fatta una comune, vi fossero solamente quattro alberi da sugheri per ettaro, e che da ciascuno di questi alberi non si ottenessero fuorchè cinquanta centesimi di sugheri, avremmo due lire di rendita contro due centesimi e mezzo di fitto.

Vi sono, è vero, le spese di coltivazione; ma, per quanto esse si vogliano esagerare, non possono essere tali da non poter dire che il signor Beltrami sia stato un abile speculatore. Le stesse osservazioni si potrebbero press’a poco ripetere per le terre e pei boschi delle altre trenta comunità che sono nelle provincie di Cagliari, di Oristano, di Iglesias e d’Isili. La deputazione sarda consideró allora se, stando questi dati, non fosse il caso di lesione, e non solo enorme, ma enormissima, e tale di cui forse non si avrebbe esempio negli annali della giurisprudenza. Ma, ripeto, non potevamo pronunciare, nè io l’oso, perchè non ho dati sicuri. Quindi non so se il Governo possa trovare nelle leggi che reggono i contratti arma valida per scindere il contratto Beltrami per intero, anziché limitarsi alla clausola risolutoria in esso inserita pel caso di vendita o concessione. dei terreni e selve locate. Per conseguenza non faccio che accennarlo, essendo questa una cosa cui spetta al Governo di esaminare.

La Commissione poi ha veduto d’altra parte (questo lo dico per essere coerente alla interpellanza già da me fatta la prima volta, ed alla quale il Governo soddisfece), ha, dico, la Commissione veduto con piacere nel contratto Beltrami una clausola risolutoria a favore di qualunque speculatore il quale volesse comperare, e a favore dei comuni ai quali si potessero o si dovessero concedere in tutto o in parte i terreni e le selve locate.

Questa clausola è esplicita, ed in conseguenza i contratti passati fra il demanio e il signor Beltrami non potevano essere d’impedimento né alle concessioni da farsi ai comuni pei loro ademprivi, nè alle vendite che lo Stato dovesse farne a vantaggio delle finanze. Però, ritornando sul prezzo per cui si sono dati questi sugheri, se la deputazione sarda non ha avuto e non potrà avere al momento dei dati positivi per dire che questa lesione esiste, e che in conseguenza il contratto dovesse essere rescisso nella sua sostanza, dai dati però più generali e dalle notizie che aveva, ha potuto sospettare che elementi di rescissione vi possano essere. Quali sono questi dati generali? Ciascuno ha somministrato i suoi, e dirò schiettamente che dal mio canto bo somministrato i miei; ma non ho dissimulato nemmeno le risposte che mi si potevano fare per combatterli.

Io riteneva adunque che fin dal 1854, quando in Sardegna appena s’introduceva questa coltivazione dei sugheri, quando questi sugheri si consideravano come una merce affatto inutile, e si davano pressoché per nulla, o riteneva, dico, che certi fratelli Domenech, abilissimi speculatori, i quali avevano già scorsato moltissimi alberi nelle foreste di Catalogna, solevano offerire ai proprietari, feudatari in allora di quelle selve, per soli 5000 alberi che si scorzassero, la somma di tremila lire. Su queste considerazioni dissi: qui dunque vi debb’essere lesione: se fin dal 1834, anno in cui il sughero quasi non aveva presto nell’isola, si davano lire 3000 per ogni 5000 alberi, come va che nel 1855 e nel 1856, mentre questa industria dei sugheri è andata avanti, mentre oggi in Sardegna il sughero si vende sul luogo a 10 lire per quintale, come va che il signor Beltrami ha preso i sugheri di 41 comunità dell’isola per sole 1930 lire all’anno?

Questa fu l’osservazione che quasi mi faceva propendere a credere alla lesione. Però ho meglio riflettuto, e la riflessione mi ha fatto conoscere che non era forse l’osservazione così solida come a prima vista poteva sembrare.

Nel 1834 l’industria dei sugheri cominciò ad esercitarsi nel capo settentrionale; ma il capo meridionale non la conosceva niente affatto. I signori Domenech, che allora offrivano lire 5000 per la scorsa di soli 5000 sugheri, per quali boschi le offrivano? Le offrivano per selve e boschi che avevano già preparati dal quinquennio antecedente, vale a dire dove avevano già scorzato la prima volta gli alberi, e levatone il sughero maschio, così detto comunemente, sughero che non ha molto valore; e ciò per poter poi lasciar venire nel quinquennio il sughero buono, od allora, intelligenti com’erano, la loro buona operazione era già stabilita per mezzo dello scorzamento precedente; e quindi non deve recar sorpresa che offrissero una tale somma.

Mettendo pertanto questo fatto positivo a riscontro dell’altro delle selve del capo meridionale non ancora preparate allo scorsamento, quando furono locate al Beltrami, l’argomentazione che potrebbe servire pe’ boschi del capo settentrionale dell’isola già precedentemente coltivati, non la posso portare con molta fiducia e con sicurezza di fatto sui boschi del capo meridionale.

Tuttavolta l’osservazione non lascia di avere un qualche peso, e deve porvisi mente dal Governo. Il Governo ha tutti i mezzi di riconoscere quanta sia l’estensione dei boschi accordati mediante locazione di 14 anni si in un contratto che nell’altro al signor Beltrami onde utilizzarne il sughero e venderlo suo profitto; ha i mezzi di riconoscere se delli boschi siano ancora vergini, vale a dire, se non siavi stata eseguita ancora l’operazione dello scorzamento del sughero inutile, per quindi dedurne se il signor Beltrami prenda a dirittura il profitto di questi sugheri con poca spesa, oppure se debba prima farne una, e grande, per metterli in coltivazione, e quindi trarne guadagno. Il Governo può riconoscere questo fatto, di cui la deputazione sarda lo mette in avvertenza.

Sono queste, in genere, per quanto io posso ritenere nella memoria, le osservazioni che abbiamo fatte. Del resto ho detto che mi rimetto a quelle più dettagliate osservazioni che faranno i miei onorevoli colleghi.

BUFFA. Domando la parola per un fatto personale.

Ho udito l’onorevole Tola parlare a nome dell’intera deputazione sarda. lo non so se i deputati sardi presenti in Torino siano stati tutti convocati per esaminare questi contratti, e dopo l’esame decidere quello che dovesse essere esposto alla Camera; certo è che io non fui chiamato. Quindi io debbo essere tenuto estraneo alle cose che egli ha detto. Non già che io le contesti in alcun modo o le approvi, riservandomi quanto a ciò piena libertà di giudizio; ma mi pare che non si possa affermare che si parla in nome della deputazione sarda, quando non tutti i deputati della Sardegna sono stati convocati.

SANTA CROCE. Io mi unisco a quanto ha detto l’onorevole deputato Buffa, perchè neanche io ho preso parte all’esame di questi contratti.

TOLA. Credo mio dovere di fare una risposta agli onorevoli deputati Buffa e Santa Croce.

Le loro osservazioni partono da un errore di fatto: essi parlano di una riunione della deputazione sarda, nella quale si siano esaminati i contratti Beltrami, e si sia presa una risoluzione. Non so se la prima volta che si è riunita la deputazione sarda vi assistesse l’onorevole Santa Croce, ma vi era presente l’onorevole Buffa. Si riunì per deliberare, come deliberò, di chiedere al ministro che fossero deposti sul banco della Presidenza i detti contratti; e quando i medesimi furono deposti, ciascun deputato in particolare ha potuto esaminarli.

Quando quest’oggi ho preso la parola, non ho detto (forse l’onorevole deputato Buffa non ha ben udito) che la prendeva in seguito a riunione e risoluzione della deputazione sarda, ma unicamente per aderire al desiderio manifestatomi da molti miei onorevoli colleghi che sono qui presenti.

Quindi l’osservazione dell’onorevole Buffa, e l’adesione fattavi dall’onorevole Santa Croce basano assolutamente sul vuoto. Avrebbero essi avuto ben ragione di dolersi, laddove io sul particolare di questi contratti, pe’ quali non fuvvi riunione della deputazione sarda per esaminarli, avessi detto che lo prendeva la parola a nome di tutti. Ma io era ben lungi dall’assumermi questo incarico senza verun mandato o qualunque altro.

BUFFA. Domando la parola per difendermi dall’imputazione dell’onorevole Tola.

PRESIDENTE. La parola spetta ora al deputato Costa.

CORTA A. Le ultime parole pronunciate dall’onorevole deputato Tola mi levano la parola da me chiesta; perocchè la dichiarazione da lui fatta, che tra i deputati della Sardegna non fu presa alcuna risoluzione su queste interpellanze, é nel senso della verità, e mi dispensa dal concorrere nella osservazione del deputato Buffa.

BUFFA. Ciò che ho notato dianzi, mi permetta l’onorevole Tola di dirlo, non basa sul vuoto, come egli ha affermato. La Camera intiera può fare testimonianza che, parlando dei contratti dei sugheri in Sardegna, disse che la deputazione sarda aveva fatto sopra questi contratti alcuni appunti, e che egli in nome di essa gli esponeva. Parlò sempre in nome della deputazione sarda, non mai in nome proprio.

Questo mi poneva nella necessità di avvertire la Camera che io non aveva preso alcuna parte a quelle deliberazioni, e che anzi non ne era stato nemmeno avvertito.

SULIS. Dall’esame che io feci dei due contratti del 16 maggio 1855 e 2 febbraio 1856, mi apparve evidente che nei due contratti siavi ed il vizio intrinseco ed il vizio estrinseco, cioè d’irregolarità e quindi d’illegalità di forma, di cui ha parlato l’onorevole Tola. Il vizio intrinseco dei due contratti Beltrami fu già posto in piena luce. Gioverà nonostante avvertire che il commercio dei sugheri in Sardegna è così bene avviato, che nel prospetto commerciale dell’isola 1853 e 1854 questo articolo dei sugheri ottenne già una grandissima importanza. Fra altri argomenti ne porrò innanzi un solo, che credo bastevole a sincerare la cosa.

Nel primitivo contratto del 16 maggio 1855, per effetto del quale le finanze davano al signor Beltrami į sugheri esistenti nei trenta comuni delle provincie di Oristano, Cagliari, Isili ed Iglesias, non vi precedette alcun avviso dell’autorità forestale dell’isola; questo affitto, duraturo per 14 anni, si dava al Beltrami pel correspettivo annuo di lire 1800; eravi espresso nel contratto un articolo, l’articolo 14, se non erro, nel quale era detto che ogni territorio di ogni comune computavasi nel detto affitto per 60 lire: e tanto è vero questo che, dividendosi la somma di lire 1800 pei 50 comuni, lo stesso quoziente indica che l’annuo valore di questi sugheri veniva valutato nella tenuissima somma di lire 60 per ciascuno di quel 30 comuni, cioè per ciascuno dei rispettivi loro territori.

Quando nell’anno seguente s’addivenne alla stipulazione dell’altro contratto 2 febbraio 1856 erano 11 le comunità della divisione di Sassari; per 10 di esse si tenne lo stesso sistema delle 60 lire per comune; ma caso volle che un certo Cavallini avesse già fatto antecedentemente domanda dei sugheri esistenti nel territorio di uno dei villaggi, Monti denominato, nella quale si offeriva per questi sugheri di questo unico territorio, di questo unico villaggio, 500 lire annue, chiedendo solo che il suo contratto durasse per lo spazio di anni trenta, e che in caso le finanze venissero a cedere od altrimenti abbandonare il dominio di questo territorio, fosse egli indennizzato.

Allora il signor Beltrami non si stette più alle sue 60 lire, volle fare un aumento all’offerta Cavallini e portò la sua sino a 550 lire: tant’è (or giova avvertire) che, se mai non fosse sorto il Cavallini, anche i territori di Monti il signor Beltrami li avrebbe avuti per 60 lire, come ebbe tutti gli altri territori dei quaranta comuni delle provincie di Cagliari, Oristano, Isili, Iglesias e Sassari.

Qui mi occorre notare una circostanza che io credo assai importante, e che fu taciuta dall’onorevole Tola.

In questo secondo contratto del febbraio 1856 leggesi una nota dell’ispettore forestale della provincia, certo Messea, in data 5 dicembre 1885, nella quale egli dichiarava che fosse da preferirsi il progetto Beltrami a quello Cavallini (parliamo sempre del territorio di Monti), non solo perchè eravi l’aumento di 50 lire, ma ancora perchè il Beltrami rinunziava all’indennità che voleva il Cavallini nel caso di alienazione per parte delle finanze. Però, aggiungeva, se mai volesse l’azienda esperimentare, per questi boschi di Monti, gl’incanti pubblici, otterrebbe sempre migliori partiti, giacchè questi boschi, allegava egli, sono i più belli e vigorosi della provincia. (Sensazione)

Quest’avvertenza dell’ufficiale forestale cadde nel vuoto; i1 contratto si stipulò! Ed eccomi giunto alla dimostrazione, che mi proponeva di fare, dell’irregolarità d’ambidue questi contratti.

L’articolo 432 del Codice civile stabilisce che i beni demaniali e la loro amministrazione sono regolati da leggi e norme speciali. Queste norme speciali sono indicate nella giurisprudenza amministrativa del nostro paese; ed ecco qual è il precetto amministrativo che qui vige:

Gli affittamenti dei beni ed effetti demaniali si fanno col mezzo di offerta privata o di pubblici incanti. Si adopera il primo mezzo per quei beni od effetti, il cui valore non eccede il reddito presuntivo di lire 300 all’anno; per quelli che eccedono un tal reddito si affittano col mezzo degl’incanti (1). Questo precetto di diritto amministrativo ha sua origine nella nostra giurisdizione amministrativa, la quale è scritta nell’articolo 297 dell’istruzione demaniale in data 50 settembre 1858. Ecco l’articolo: «I beni rustici, porti, ponti ed altri effetti demaniali, il di cui annuo reddito presuntivo eccede le lire 500, sono affittati col messo di pubblici incanti».

Or dunque abbiamo nella nostra giurisprudenza il precetto amministrativo, che ogniqualvolta abbiansi ad affittare beni od effetti demaniali, se mai il reddito presuntivo di essi eccede lire 500, debbasi assolutamente venire ad incanti pubblici; che se il reddito presuntivo di essi è al disotto di lire 500, allora si faccia pure per via di partiti privati. Ma il contratto riguardante i trenta comuni di Cagliari, Oristano, Isili ed Iglesias, dando 1800 lire all’anno, supera le lire 500 di detto presuntivo; ma il secondo contratto del febbraio 1856 essendo stipulato per il prezzo di 1150 lire all’anno, supera anche esso le lire 300; dunque è evidente l’irregolarità, l’illegalità di questi contratti. (Movimenti) E tanto è vero, che questo è precetto che domina la nostra giurisprudenza amministrativa, che il Governo, anche quando volesse stabilire le norme necessarie per l’eseguimento della legge del 27 novembre 1859, per la quale si davano (dalla legge stessa era ciò espresso), si davano in vendita a trattative private dei beni demaniali in Sardegna, con una sua circolare in data 1 settembre 1855 dall’azienda generale di finanza, divisione 2ª, 6680, sottoscritta Prato, stabiliva quanto è notato nell’articolo 1. Leggesi ivi che le offerte presentate in aumento non debbonsi accettare salvo nei casi dalla circolare accennati, quando cioè presentino un aumento vantaggioso per le finanze dello Stato: ed in allora essere indubitato che quella offerta che si crede di ammettere venga pubblicata, protraendosi la definitiva sua accettazione per tutto il tempo dalla legge 27 novembre 1859, articolo 6 prescritto, cioè per giorni quindici. Or dunque egli è tanto vero che l’anzidetto precetto nostro amministrativo delle licitazioni è si tenace nella tradizione e costumanza legale dello Stato, è così immedesimato nelle abitudini burocratiche del paese, che perfino quando si diedero istruzioni per l’esecuzione della legge del 17 novembre 1852, la quale pur promulgava l’assoluto precetto delle trattative private, nondimeno il contrario abituale precetto degli incanti anche ivi penetrava, e di forza s’infiltrava, giacché si voleva che una qualche apparenza almeno di incanti pubblici si facesse.

Dette brevemente queste cose, io credo che nell’interesse. dello Stato bisogna cercar modo di rescindere questi contratti, quindi muovo due domande al signor ministro: primo, se intenda di accettare quanto io venni riferendo dei testi delle leggi e dei regolamenti che stabiliscono le norme nelle cose amministrative dello Stato; secondo, se per effetto di queste medesime leggi ed ordinamenti, intenda di rescindere questi contratti, usando all’uopo i mezzi giudiziari.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

L’onorevole deputato Tola ebbe a farvi conoscere il giudizio da lui portato sopra i due contratti fatti dall’amministrazione delle finanze col signor Beltrami per l’affittamento dei sugheri, e volle dimostrarvi che questi contratti contenevano una lesione enorme, anzi enormissima.

Siccome questi contratti non furono da me approvati se non dopo maturo esame, se ciò fosse vero converrebbe dire che io sono stato di un’incapacità enorme, anzi enormissima. (Si ride)

L’onorevole deputato Sulis poi vi ha dimostrato che questi contratti erano contrari a tutte le leggi; quindi io ho da giustificarmi ad un tempo da una taccia di eccessiva incapacità e da quella di abuso di potere.

Io spero che, ove la Camera voglia tener dietro alle spiegazioni che sono per dare, se non si convincerà che io sia giunto a purgarmi affatto, almeno sarà tagliato il capo ai superlativi i quali accompagnano le accuse che mi sono state fatte da due oratori dei due lati della Camera. (Risa)

Le foreste di cui si tratta sono venute in mano del demanio da moltissimi anni, cioè dal tempo del riscatto dei feudi. Queste foreste possedevano sugheri quando il demanio le ha acquistate, di cui per moltissimi anni non si trasse alcun partito. Da ciò conseguivano due gravissimi inconvenienti: il primo è che non si ricavava alcun reddito, ed il secondo (e questa è una circostanza particolare che io prego la Camera di notare) si è che quei sugheri non potevano acquistare il loro naturale valore, il quale non si può ottenere da tali piante se non dopo averle coltivate per qualche tempo.

L’onorevole deputato Tola che, quantunque si sia dichiarato ignaro di quest’articolo, mi pare ne sappia molto più di me, vi ha detto che il sughero non coltivato ha una corteccia chiamata maschio, la quale non è atta ad essere lavorata; che bisogna quindi togliere quella corteccia, ed aspettare per la prima volta sei anni, a detta dell’onorevole deputato Tola, e da quanto dicono gl’ispettori demaniali, sette anni, finchè si sia formata una seconda corteccia, la quale allora acquista valore.

Perciò, l’affitto dei sugheri aveva due vantaggi: il primo di far entrare qualche cosa nelle casse delle finanze, ed il secondo, di aumentare di molto il valore di questi sugheri. Quindi, io dico, se sono stato così riprovevole per avere, nel 1854, dato in affitto queste foreste, ed averne ricavato sì poco frutto, i miei predecessori, che non fecero nulla, che non ricavarono nemmeno un centesimo da questi sugheri, e lasciarono svolgersi questa corteccia maschia, come gli onorevoli deputati Tola e Sulis li qualificheranno?

Com’è che i deputati della Sardegna, che sono tanto teneri del loro paese, che hanno tanto a cuore lo svolgimento delle sue risorse, non hanno mai parlato di questo nel Parlamento? Perchè mai non hanno detto ai ministri: badate che voi avete dei sugheri che hanno una corteccia maschia di dieci anni, e non vi date briga di trarne partito, io allora dirò che i deputati sardi, che in fatto di sugheri dovevano saperne più di me, sono almeno complici di questo errore mio e de’ miei predecessori. Dunque, da dodici o quindici anni, il demanio non traeva alcun profitto da questa sua proprietà.

Ma credete voi che ciò dipendesse da incapacità degli amministratori? Non già; io ho qui una relazione dell’ispettore forestale del distretto di Cagliari, impiegato molto distinto, il quale, riferendo sul contratto, scrive in questi termini:

«Per massima, chi scrive non può a meno di ravvisare esso progetto convenientissimo (anche qui vi è il superlativo; pare che in Sardegna se ne faccia molto uso) (Si ride) nell’interesse delle finanze, dell’economia forestale, della popolazione, dell’isola e dell’industria. Nell’interesse delle finanze, perché queste avranno dai sugheri un utile che finora hanno perduto, malgrado gli sforzi dell’amministrazione cessata, la quale per reiterale volte ne ha frustrancamente tentato l’affittamento».

Dunque vede la Camera che i miei predecessori avevano tentato l’affittamento di questi sugheri, e non vi erano riusciti. Mi si dirà che questa industria allora era nuova, almeno nel capo meridionale dell’isola, non essere quindi a stupire che negli anni anteriori non si trovasse per nessun prezzo ad affittare; ma ora che questa industria ha fatto progressi, ora che si sono stabilite fabbriche in Tempio, e credo anche in Alghero, ora che questo prodotto si esporta e in turaccioli e in tavole, se ne trae miglior partito.

Ed io ne convengo: l’industria dei sugheri essendo su mentata, se il demanio avesse potuto fare un affitto per molti anni e in modo assoluto, io credo che se ne sarebbe tratto un molto maggior partito: ma voi conoscete in qual condizione si trovi il demanio rispetto alla maggior parte dei beni che possiede in Sardegna.

In primo luogo, egli deve, nell’interesse fiscale, economico e politico, cercare ogni modo per venderli, giacchè (e qui invoco la massima dell’onorevole Michelini) il Governo è il più cattivo degli agricoltori, e se sarebbe anche tale quando avesse pochi beni da amministrare, lascio considerare che deplorabile coltivatore egli sia avendo 400,000 ettari solto la sua gestione.

Or dunque, l’interesse del demanio si è di vendere questi beni e di venderli il più presto possibile. Ma c’è ancora un’altra considerazione.

La maggior parte di questi beni è gravata di servitù a favore degli abitanti dei comuni i quali esercitano su questi beni i così detti diritti di ademprivio. Da tre anni il Ministero cerca il mezzo di liberare i beni demaniali da questi pesi, assegnando in proprietà una certa quantità di tali beni ai comuni. Or sono due anni, il Governo aveva fatto un primo tentativo per venire ad un accordo amichevole coi comuni, e questo accordo consisteva nel dare una parte aliquota dei fondi in piena proprietà ai comunisti, onde la parte rimanente fosse di piena proprietà del Governo; quindi si può dire che da tre anni il Governo sta trattando l’alienazione di una parte notevole, della metà forse dei beni demaniali.

Ora il Governo si trovava in questa condizione rispetto al contratto dei sugheri: evidentemente, se faceva un contratto che non potesse essere rescisso, rendeva quasi impossibile l’alienazione dei beni demaniali, quasi impossibile il riscatto dei diritti d’ademprivio, od almeno quelle operazioni da farsi coi comuni nel cedere loro una parte dei beni in piena proprietà. Laonde, o signori, egli è evidente che, qualunque somma annua avesse potuto ricavare da questi sugheri, non avrebbe certamente compensato gl’inconvenienti di siffatti vincoli imposti alla proprietà, di siffatti impedimenti posti alla vendita dei beni demaniali, non che al riscatto dei diritti di ademprivio. Imperocchè, o signori, se un affittamento rescindibile e sempre difficile a farsi, se nessuno vi si accosta quando non vi sono condizioni larghissime, anche quando si tratta di raccolti annui, quanto non crescono le difficoltà allorché non solo si tratta d’un raccolto settennale, ma di un raccolto che è la prima volta che si fa, quando è noto che nel primo settennio non può dare che un tenuissimo prodotto il quale non basta a coprire le spese!

Questa era la difficoltà massima che presentava un tale contratto, la necessità cioè di rendere rescindibile questo contratto alla volontà del proprietario nel caso di vendita, o di cessione di beni. Voi comprenderete facilmente che uno speculatore straniero, che un gran capitalista non andava a portare colà i suoi capitali, a fare anticipazione di fondi nelle foreste demaniali della Sardegna, la massima parte delle quali si trovano in contrade ove non esistono ancora mezzi di comunicazione, colla certezza che una parte di queste foreste sarebbero state alienate prima che fosse finito i contratto, e un’altra parte sarebbe stata ceduta ai comuni, correndo il rischio di fare delle anticipazioni e poi di vedere rescisso il contratto senza ricavare un soldo dal capitale anticipato. Una sola persona poteva far questo, ed era l’individuo che aveva già cantieri ed altre imprese nei boschi della Sardegna, ed aveva riunito gli opportuni mezzi di coltivazione per queste foreste. Se si pon mente alla clausola risolutoria che ho già accennata, è facile lo scorgere che nessun altro speculatore si sarebbe accostato a questo contratto.

Diffatti, o signori, tenete dietro a questo semplice ragionamento. L’onorevole Tola vi ha parlato del prezzo dei sugheri, ma non vi ha detto che per prepararli è d’uopo procedere ad una prima operazione, cioè togliere la scorza, detta maschio, che ha poco o nessun valore, ed aspettare quindi sette anni, acciò un’altra scorza, che si chiama femmina, siasi formata.

Ora, chi fa tal contratto con una clausola risolutoria, senza avere stabilita nessuna indennità in caso di risoluzione, si espone a che la spesa da lui fatta nel primo anno, e gl’interessi della medesima siano intieramente perduti: è un’alea gravissima, la quale non potrà essere accettata se non se da colui che, avendo già cantieri ed altri stabilimenti in queste foreste, può arrischiare certe somme, senza essere obbligato a stabilirvi un’amministrazione apposita, e fare gravissima anticipazioni.

E diffatti, quest’opinione era divisa dall’amministrazione forestale. Voi avete udito, o signori, come l’ispettore forestale di Cagliari dichiarò che l’amministrazione passata aveva tentato di trar partito da questi sugheri.

Vi sarà, egli dice, l’interesse dell’economia forestale, perchè mettendosi in coltivazione le numerose piante che vi esistono, si aumenta il reddito, e con esso il valore del fondo, senza punto pregiudicare l’organismo vegetale della pianta, e diminuire il frutto della ghianda, unico provento che in oggi si ricava dalla medesima: vi sarà pure il vantaggio della popolazione, perchè stabilendo un’industria che non esisteva, si darà lavoro alla popolazione medesima.

Ma l’onorevole deputato Tola ha indicato come base di confronto il prodotto della selva di Putifigari nella provincia di Alghero, la qual selva da molto tempo è coltivata. Ora, dalla stessa relazione dell’ispettore forestale scorgo che egli cita l’esempio della provincia di Alghero, dove dice essere la selva di Putifigari stata concessa or sono otto anni, e così molto prima che io fossi ministro delle Finanze, per lire seicento all’anno.

Ciò essendo, ben si vede che non si tratterebbe di sette od otto mila lire, come accennava l’onorevole deputato Tola, ma solo di lire 600 giusta un contratto avvenuto otto anni prima del 1858, cioè nel 1846.

Ora noti la Camera che la selva di Putifigari era coltivata da molto tempo, e che la scorza maschia era scomparsa da varie rotazioni, cosìcché questi sugheri potevano già dare maggiori profitti. Si noti poi che rispetto ai sugheri della parte meridionale, l’ispettore così si esprime:

Egli è vero però che i sugheri di questa parte meridionale dell’isola non sono in oggi della qualità di quelli che trovansi nella provincia di Tempio in particolare, ed in generale in tutto il capo nord della Sardegna; è pure un fatto che, per mettere le piante in grado di produrre un buon sughero, fa d’uopo di anticipare vistose somme per mettere le medesime in istato di coltivazione; ma il sottoscritto erede che di mano in mano che le piante dei sugheri saranno coltivate, la qualità del sughero migliorerà.

Se quindi non v’è dubbio che solo fra sette anni si otterrà tale miglioramento, che cosa è il contratto Beltrami? È, come ho detto, un contratto d’alea.

Se il Governo vende la maggior parte delle selve demaniali, il signor Beltrami sopporterà una gravissima spesa, senza ottenere alcun benefizio; ove non si faccia tal vendita, egli avrà un lucro anche largo: però io credo che le probabilità di perdita superino di gran lunga quelle di guadagno.

Se il contratto relativo alla colonizzazione della Sardegna avesse avuto effetto, il signor Beltrami avrebbe veduto scomparire ad un tratto le migliori selve comprese nella convenzione; giacché voi sapete che la compagnia avendo la scelta dei beni demaniali, puossi ritenere che non avrebbe scelto i peggiori, ed è pur verosimile che, se questo primo contratto avesse avuto buon esito, se ne sarebbero fatti altri. Del rimanente poi, siccome io spero che l’anno venturo si verrà ad una soluzione della questione degli ademprivi, dando in piena proprietà ai comunisti della Sardegna una parte notevolissima delle terre demaniali, ne viene che si toglierà al signor Beltrami la metà delle sue selve, ed egli dovrà così perdere su questa parte tutte le anticipazioni che avrà fatte.

Nè vale il dire che il signor Beltrami potrà combinare la sua coltivazione in modo da non coltivare che la parte che rimarrà al demanio, imperocchè é probabile che, quando si verrà a stabilire il modo di compenso, si deciderà che la parte da darsi ai comuni verrà stabilita di comune accordo, per mezzo di periti.

Per tal guisa il signor Beltrami non può sapere anticipatamente quale parte rimarrà al demanio e quale ai comuni; mentre fin d’ora egli sa che la metà delle spese che ha anticipate saranno per lui assolutamente perdute, e che di questa anticipazione profitteranno i comuni dell’isola, che avranno selve nelle quali sarà cominciata la coltivazione dei sugheri.

Del resto, per ciò che concerne l’altra metà, il signor Beltrami sa essere intenzione del Governo di venderla il più presto possibile, e sa che, se il signor Bonnard veniva 24 ore dopo a Torino, forse sarebbe stato compiuto un altro contratto che gli portava via 60,000 ettari delle foreste da lui affittate, le quali si possono annoverare tra le migliori dell’isola.

Per tutti questi motivi, malgrado ciò che fu esposto dagli onorevoli preopinanti, ho l’intima convinzione (e questo proverà forse la mia cecità), che il contratto da me stipulato è altamente utile allo Stato, in guisa che, lungi dal tentare di rescinderlo, se non fosse conchiuso, non esiterei a farlo.

Giova ritenere, o signori, che nel 1855 nessuno credeva che in un’epoca vicina si potesse realizzare la colonizzazione, cosìcchè lo speculatore che si accostava ad un contratto di sugheri, poteva pensare che la vendita di questi beni demaniali poteva richiedere 10, 12, 15 anni, e che così avrebbe avuto il tempo necessario per fare un raccolto o due di sugheri nelle foreste demaniali.

Ma al presente l’intenzione di vendere questi beni e di rilasciarli a buone condizioni, ove si presentino compagnie disposte a colonizzare, è un fatto talmente noto, che nessun individuo che non abbia già qualche altra impresa nella Sardegna, non accetterebbe la convenzione di cui si tratta.

Ma si è detto che questo contratto aveva violate le regole dell’amministrazione. Se si trattasse di un vero affittamento di stabili, sicuramente vi sarebbe molto da criticare in questa operazione; ma qui notate, o signori, che non vi è una vendita di stabili, ma bensì di frutti, la quale, come ho già detto, è rescindibile da un momento all’altro; imperocchè, sebbene il contratto sia per 14 anni, nulladimeno già si presume dalle parti che per una metà, la quale verisimilmente si darà ai comuni per la risoluzione degli ademprivi, sarà scisso molto prima, e che riguardo all’altra metà che rimarrà al demanio, forse la metà della metà od i 215 saranno anche alienati. Questo è assolutamente un contratto sul generis, e sarebbe impossibile il citarne un altro fatto in identiche circostanze.

Ma per dimostrare che non vi è questo immenso vantaggio pel signor Beltrami, e che questo contratto non è stato riputato tanto a lui proficuo nella stessa Sardegna, io debbo assicurare la Camera che, dopo essersi stipulato il primo contratto nel maggio del 1854, benchè naturalmente non si facciano somiglianti convenzioni col demanio senza che ciò si sappia subito nell’isola, il Governo non ha avuta nessun’altra offerta per i sugheri del capo settentrionale, tranne quella accennata dall’onorevole deputato Sulis, il quale, ciò affermando, ha con molta buona fede tosto soggiunto che l’offerente non ammetteva la clausola risolutoria. Ora, a tale proposito io stesso son lontano dal contendere che, se si volessero dare questi sugheri senza clausola risolutoria per 30, per 40 anni, nono 5 mila lire, signori, ma 50, 40 mila il Governo ne potrebbe ritrarre.

Ma allora sarebbe inceppata l’amministrazione, e converrebbe rinunciare al riscatto degli ademprivi, non pensar più alle alienazioni delle selve demaniali ed alle altre operazioni che ho sopra accennate, le quali sono di una ben maggiore importanza per le finanze, e specialmente per la stessa Sardegna, che non possono esserlo alcune migliaia di lire di più da ricavarsi da questo contratto.

Ciò posto, quando la Camera consideri che per molti anni non si è ritratto alcun utile dalle foreste di sugheri appartenenti al demanio; quando pensi alla condizione speciale di questo contratto, alla certezza del conduttore di vederlo scisso per la massima parte, prima della fine; quando da ultimo ponga mente alla natura al tutto speciale della coltivazione dei sugheri, e conseguentemente della convenzione che si è fatta, darà un bill d’indennità al Ministero, od almeno non confermerà la sentenza che egli reputa un po’ troppo severa, stata contro di lui pronunciata da due onorevoli deputati della Sardegna.

PRESIDENTE. Il deputato ASPRONI ha facoltà di parlare.

ASPRONI. L’onorevole presidente del Consiglio, da abile oratore parlamentare qual è, ha deviata la questione dal suo terreno, e ci ha messi avanti tutti i vantaggi che potevano derivare da questo contratto, facendoci comparire il signor Beltrami come uno che si fosse quasi sacrificato. Egli ha detto ancora che si era utilizzata una merce che finora era stata improduttiva, e che per ciò meritava più lode che biasimo.

Ma tutto questo non distrugge le difficoltà; tutt’al piú prova che gli agenti del demanio, gli ufficiali che debbono informare il Governo, o non hanno riferito a tempo e debitamente la verità, o non hanno saputo amministrare, od hanno amministrato male.

Per fermarmi ad un sol punto, richiamerò alla memoria quanto diceva l’onorevole Tola relativamente alle foreste di Putifigari.

Quando esse erano in potere del feudatario nel primo anno; quando non si era ancora fatta alcuna scorzatura di sugheri, il primo prezzo di queste foreste vergini è stato di 3000 lire; quando poi fu fatta la prima operazione, e che dovevano dare il secondo raccolto, si offrivano, come asserì francamente l’onorevole Tola, dalle 5 alle 10 mila lire, se non erro, ma 5000 certamente.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

 Questo fatto non lo so.

ASPRONI. Ma egli è certo.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

 Ne dubito assai.

ASPRONI. Interpelli l’onorevole Tola, il quale sorvegliava i beni del feudatario suo parente, e vedrà se quest’offerta è o no reale.

Passata al demanio questa foresta, rimase infruttifera, rimase nella condizione delle foreste del capo meridionale dell’isola. Vuol dire questo che gli amministratori del demanio non hanno fatto il loro dovere, o non hanno saputo trar profitto di un utile che avevano tra le mani. Noi siamo alla parte settentrionale, e vorrei che il signor ministro, per convincersi meglio di questo, che chiamerò con franco nome, enormità, consultasse a quali prezzi i proprietari particolari negli stessi territori hanno affittato o venduto questi alberi non mai coltivati agli speculatori di sughero, e sia pure al Beltrami, sia ad altri particolari, si convincerebbe come si è corso alla posta, e come il Ministero è stato sorpreso in questa facenda.

Si sa in tutto il capo settentrionale dell’isola, dirò anche nel Campidano e nella parte meridionale, dove quest’industria non è ancora estesa, che questa coltivazione non è più cosa vergine, come si vuol supporre, in modo che il signor Beltrami debba fare così gravi sacrifici per mettere gli alberi dei sugheri in istato di fruttare.

Le popolazioni tutte solevano scorticare gli alberi, perché del sughero ne facevano molto uso domestico; del sughero maschio, che si chiama gherdone, se ne servivano propriamente per combustibile; perchè esso è la materia con cui facilitano l’accensione della legna: cosìcchè era materia usitatissima di cui ciaschedun particolare si faceva provvista: di maniera tale, che di questo sughero maschio servendosi essi e per combustibile, e per coprire le capanne delle campagne, raro, dico io, è l’albero che non sia stato scorticato. E scorzare il gherdone, è coltivare il sughero.

Dunque tutte queste spese di preparazione, delle quali si vuole sopraccaricare il signor Beltrami, io non le posso ammettere. E si persuada il signor ministro, che nessuno che conosca is quale stato sieno le foreste della Sardegna, e gli articoli di questo contratto, potrà scusare l’amministrazione, o riconoscere compatibili i pretesti a sostegno del signor Beltrami.

Se il signor ministro, che ha percorsa l’Europa, avesse fatto un piccolo giro in Sardegna, sarebbe rimasto abbastanza istrutto sulla condizione di quel paese, per non allegare queste ragioni. Ma vi ha di più: vi ha una considerazione tanto sulla forma, quanto ancora sugli articoli che si includono nel contratto. Sulla forma ho osservato che questo contratto non ha avuto il parere del Consiglio di Stato; quello della divisione di Cagliari non ha neppure il parere dell’agente forestale.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

Si l’ho letto: l’ho qui.

ASPRONI. Non è inserito nel contratto.

Altronde avvi un’altra considerazione. Risulta dai contratti che vi fu l’offerta Cavallini, ma non consta che siasi aperto alcun pubblico incanto per la concorrenza, prima di deferire alla domanda Beltrami. Non ne fu stampato, non afisso nei soliti luoghi, neppure un cenno nelle gazzette uffiziali e non uffiziali. E noi tutti che siamo della Sardegna e che crediamo di conoscere le cose del nostro paese, ignoravamo affatto persino l’esistenza di questo contratto, che si può dire che, per noi, è stato celebrato nel mistero.

Oltre di questo avvi un articolo molto serio al quale deve dare attenzione grande il signor ministro, anche nel caso prevalesse l’opinione di sostenere questo malaugurato contratto. Tra le proibizioni che si sono fatte al signor Beltrami, vi è quella che non possa nè recidere nè guastare alcuna pianta di sughero; che se mai ne recidesse o guastasse alcuna in modo che ne fosse intaccato l’albero, l’unica multa che gli si pone è di 14 lire per pianta.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri. Ed è poco!

ASPRONI. Il signor ministro crede che è molto ma io gli farò vedere come il signor Beltrami abbia tutto da guadagnare coll’atterramento delle piante pagando la multa.

Vi sono piante di sugheri che sono così colossali, che forse quattro uomini non ne possono abbracciare il ceppo; una sola quercia di sughero che atterri, di solo alburno, sul luogo, senza esportazione, gli darà 80 lire di prodotto.

Ora io dico, pagando la multa, vi ha o no il suo guadagno il signor Beltrami? Finalmente se egli atterra una pianta e cade nella contravvenzione, seppure l’agente forestale sarà così implacabile, egli intanto s’intese a 65 lire di benefizio netto. Ed a petto di tanta enormità, dico io, è esso sostenibile questo contratto io ne faccio appello al buon senso della Camera.

Il signor ministro si persuada, che qui non è spirito di opposizione, nè molto meno di avversione al signor Beltrami, che desideriamo faccia bene le sue cose, purchè non offenda quelle degli altri; ma è il fatto stesso che troverà un’eco nell’opinione pubblica, ed egli stesso se ne risentirà, dopo che questo mistero sarà rivelato.

Per me credo che, se il signor ministro vorrà esaminare attentamente le cose, ben lungi dall’opporsi all’istanza che noi facciamo, sarà egli stesso il più fervido promotore della risoluzione di questi contratti.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

Se vi fosse enormità, non sarebbe in quel che ho fatto, ma bensì in quello che ha detto poc’anzi l’onorevole Asproni. Egli ha voluto dimostrare che le piante di sughero valgono 80 lire.

Io gli farò osservare che le foreste demaniali non sono stimate più di 250 lire l’ettaro al maximum, e che in un ettaro vi devono essere almeno 50 o 40 piante di sughero. Ora, se esse avessero il valore accennato dal deputato Asproni, qual prezzo avrebbe il terreno in Sardegna? Mi si permetta di dirlo: se i sugheri dovessero calcolarsi al prezzo di 80 lire, la Sardegna varrebbe molti milioni di più di quel che vale.

D’altronde la clausola indicata dal deputato Asproni non dà al signor Beltrami la facoltà di atterrare le piante di sughero, mediante il pagamento di 14 lire, anzi il demanio sarebbe sempre in diritto di farsi restituire la pianta. (Segni di denegazione)

Oh! Sì. Egli è evidente che, avendo stabilito che se il concessionario taglia una pianta o ne intacca l’alburno, egli dovrà pagare una multa di 14 lire, ciò non vuol dire che egli abbia il diritto di prendersi la pianta. La somma di lire 14 non è che una multa, la quale io credo già bastantemente forte, perchè, lo ripeto, non so se in tutta la Sardegna vi siano dieci alberi che valgano ottanta lire ciascuno, e ho l’intima convinzione che il prezzo medio dei sugheri è immensamente minore.

Veniamo ora al caso pratico. Supponga anche l’onorevole Asproni che io sia stato così scemo in questo contratto da lasciarmi indurre in errore dagli agenti del Governo; io però mi permetto di fargli avvertire che il contratto è stato stipulato dietro un lungo parere del signor Penco ispettore del circondario di Cagliari, e del direttore del demanio della stessa città, che pure non è un continentale, ma un sardo, che, per così dire, non si è mai mosso dall’isola; egli stesso ha scritto al Ministero, il quale insisteva per avere la sua opinione, in questi termini:

«Ciò malgrado, questa direzione non ha mancato di dare ufficiale comunicazione al medesimo del contenuto dal ministeriale dispaccio al margine calendato, in riscontro al quale il prelodato conte colla qui unita nota, non fa, svolgendone i motivi, che confermare il suo rifiuto di sottostare all’esperimento dell’asta proposta, annuendo soltanto ad aumentare la sua offerta sino a lire 1800, somma stabilita da questo signor ispettore forestale nel suo parere 10 scorso dicembre.

Stante il di lui formale rifiuto, chi scrive, inerendo alle ricevute istruzioni, si è fatto un pensiero di riconoscere se ciò malgrado possa essere il caso di tentarsi l’asta colla speranza di ottenerne un risultato; ma si è dovuto persuadere che allo stato attuale delle cose, non vi sarebbe probabilità alcuna di esito felice, essendo ben difficile che altri specula tori possano attendervi.

Da un calcolo fattosi da questo ispettore forestale, ben pratico di questo genere di speculazione, risulta che per mettere in coltivazione i sugheri che ne sono suscettibili, esistenti in una fra le comunità indicate nel suo parere sopra citato (non delle più imboschite, e nemmeno fra le più spopolate di piante della fattispecie) farà d’uopo che il coltivatore sborsi per lo meno lire 1000 e che perció, a termini dell’articolo & delle proposte condizioni, debba, nei primi tre anni di locazione, anticipare lire 60,000 circa, dalle quali non potrà ricavare utile di sorta che dopo il settimo anno.

Quindi bisogna anticipare 60,000 lire che non fruttano che dopo il settimo anno, ed in questo spazio di tempo il signor Beltrami è certo che la metà del prodotto sarà data ai comuni, cosìcché perderà intieramente le sue anticipazioni, e l’altra metà sarà in gran parte venduta; ciò essendo, in verità non posso scorgere che vi sia un così gran vantaggio per lui.

In un contratto d’alea bisogna certamente che le condizioni sieno alquanto più larghe che nelle altre convenzioni; non si può vendere una cosa al suo prezzo venale quando il venditore. può, a suo piacimento, far cessare gli effetti del contratto; quindi davvero non capisco come i deputati sardi trovino tal cosa così enorme.

Pertanto, torno a dirlo, credo di aver fatto un eccellente contratto, e se non l’avessi ancor stipulato, non esiterei a farlo. Certamente mi dorrebbe moltissimo se ciò mi valesse in Sardegna la patente di pessimo amministratore, a cui dovrei sottostare se i sardi concorressero nel parere esternato dall’onorevole deputato Asproni; ma io debbo dichiarare che non posso, senza tradire la mia coscienza, far a meno di persistere nell’opinione che ho francamente esposto alla Camera,

la quale spero si sarà convinta delle ragioni che ho addotto.

PRESIDENTE. Il deputato Asproni ha la parola per un fatto personale.

ASPRONI. Mi limiterò adunque al fatto personale, a rettificare cioè il fatto degli alberi di sughero.

PRESIDENTE. Scusi; questo non è un fatto personale.

ASPRONI. É personalissimo. (Si ride) Non entrerò nel merito della cosa e darò spiegazione d’un fatto isolato da me addotto, di quello degli alberi, che cagionò tanta maraviglia al signor ministro.

Parve una cosa sorprendente al signor ministro che un albero di sughero possa contenere per 80 lire d’alburno.

Nel fatto di cui gli parlo posso far testimonianza sulla confessione degli stessi speculatori, che scorzarono gli alberi di sughero nei dintorni di Alà, dove si stabilì puranco una fabbrica di soda.

Il sughero è un legno eccellentissimo, dal quale si trae carbone assai pregiato a Genova ed in Toscana.

Ma se è così, dice il signor ministro, questi alberi avrebbero un valore immenso. Sì, hanno un valore grande; ma se per tal lucro si volesse atterrarli, di rari che sono in Sardegna diverrebbero rarissimi e ne rimarrebbe isterilito il terreno, che ora è feracissimo, perchè le pioggie, già scarse, sarebbero più rare nell’isola. Sarebbe imitare il selvaggio, che, per raccorre il frutto, abbatte l’albero che lo produce. Ed è perciò che nell’atterramento delle piante gli stessi abitanti vanno gelosissimi, e quando vedono questa devastazione delle foreste, ne gemono tutti e ne fremono talvolta. Oltre di questo nell’albero di sughero non c’è la sola scorza che dà frutto, ma vi sono anche le ghiande.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

Le ghiande non sono affittate al signor Beltrami.

ASPRONI. Nel contratto non si parla di questo; si dice che per ogni pianta, che atterrerà, pagherà là lire, nel che egli può senza dubbio avere l’utile suo. Del resto, si persuada il signor ministro che nessuno in Sardegna gli darà patente d’imbecillità, perchè tutti conoscono il suo ingegno, ma nessuno gli dirà mai che abbia fatto una buona operazione. Diranno tutti che la sua volontà potrà essere stata buona, ma che sarà stato, come lo è, ingannato dai suoi agenti. Egli che lo può e lo deve, ripari l’errore, e vada più cauto in avvenire nell’accogliere domande che fanno corso segreto e senza pubblicità.

CAVOUR, presidente del Consiglio, ministro delle finanze e degli esteri.

Aggiungerò alcune parole per provare alla Camera la verità di quello che ho esposto.

Mi è stato comunicato uno dei documenti che erano stati dal Ministero trasmessi alla Commissione che ha esaminato il progetto di colonizzazione in Sardegna; è l’estimo dei terreni demaniali di San Leonardo in cui vi sono aratorii e foreste. Io scorgo che nel salto di Sant’Antonio vi sono ghiandiferi

con sugheri. Ebbene il reddito netto è calcolato, per la prima classe, a 7 lire e 50 centesimi l’ettaro, per la seconda classe a 6 lire, per la terza a 5 lire.

Ora, tutti sanno che nelle foreste della Sardegna il demanio affitta appunto le ghiande, lo che costituisce il principale suo reddito. Quindi voi vedete che nell’estimo del reddito delle foreste ghiandifere a sughero, l’ettaro è calcolato a 7 lire per la prima qualità, e a 3 lire per l’ultima. Se queste foreste avessero il prezzo che loro attribuisce l’onorevole Asproni, bisognerebbe dire che i geometri del catasto avessero stimato ad un prezzo molto basso i redditi dell’isola: eppure il deputato Asproni non si è mai lagnato perchè non siasi stimato bastantemente il reddito netto dei terreni della Sardegna.

Voci. A domani! a domani!

La seduta è levata alle ore 5 e 15.

Condividi Articolo su:
error: IL CONTENUTO DI QUESTO SITO È PROTETTO!
Panoramica

Questo sito web utilizza i cookies per consentirci di offrire la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookies sono memorizzate nel tuo browser ed hanno la funzione di riconoscerti quando ritorni sul nostro sito web, aiutandoci a capire quali sezioni del sito web trovi più utili e interessanti.

L'utente può abilitare o disabilitare i cookies modificando le impostazioni presenti in questo modulo.