ALÀ DEI SARDI
(Anticaglie Scoperte = Folklore e Storia)
Escursioni Turistiche in Sardegna
Sassari, Tip. Moderna, 1962
di Giovanni Battista De Melas →
Indice
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Singolare bellezze dei dintorni
L’incantevole foresta demaniale
Simbolo di una religione dimenticata
Alà dei Sardi.
Poco meno di mezz’ora d’auto corriera basta per arrivare da Buddusò al ridente paese di Alà dei Sardi, di oltre 2000 abitanti, che si eleva a 663 m. su di un piano granitico leggermente ondulato.
L’aspetto del paese è assai caratteristico, presentando in alcuni rioni le vecchie, rozze casette di montagna, dalle minuscole finestrelle dell’architettura rustica e dai tetti un tempo coperti di cortecce di sughero.
Alà finalmente si è liberata dall’intollerabile copertura a padiglione che ne deformava la sostanziale struttura; ed oggi, con il tetto compluviato, tutta l’abitazione ha ripreso la sua luce e la sua aria d’intimità e perduto quel gelido ed esotico carattere di oggetto da Museo custodito entro un’ingabbiatura metallica.
Ormai le case sono costruzioni ben capaci, arieggiate, pulite, e se non rappresentano l’ultimo funzionamento della vita rustica in montagna, molto vi si avvicinano.
In questi ultimi decenni il paese si è molto sviluppato. Le costruzioni più moderne sorgono lungo la via principale, alberata, ampia e civettina. Il progresso edilizio è sulla via di un continuo miglioramento.
Secondo lo Spano, il nome di Alà deriva da «ala» che significa: luogo posto in alto.
Alà è il comune della Venezia Tridentina ove il 29 ottobre 1918 si presentarono gli inviati del Comando Austriaco a chiedere l’armistizio.
Ala di Stura è il nome di un paese, nei dintorni di Torino, ameno posto di villeggiatura.
Ala si chiama un fiume della Dancalia nell’Africa Orientale.
Ala è pure chiamato, il migliore dei tredici nuraghi sparsi nel territorio di Pozzomaggiore.
Ala, in termine Militare, è l’estremità destra o sinistra di un corpo d’esercito disposto in ordine di battaglia. Potrebbe quindi anche darsi che ad Alà vi fossero in un primo tempo delle soldatesche distaccate per la guardia e difesa d’una piazza forte o d’un presidio. Di qui il nome primitivo di Ala al quale col succedersi degli anni si aggiunse solo un accento.
Gli abitanti dei paesi limitrofi danno ad Alà il nome di Elà e dagli abitanti quello di Elaesi. Elà richiama il nome di Elam, figlio di Sem padre degli Elamiti, soggiogati dagli Assiri nel VII secolo a.C. Ciò posto non sarebbe forse erroneo asserire che Elà sia stata fondata dai popoli della fede mosaica sparsi in tutto il mondo.
Del resto anche i nomi dei paesi di Giave, di Aggius, di Sinnai ecc. confermano la dimora e il passaggio di popoli Ebrei in Sardegna.
Quanto al nome di Alà, imposto al paese, ancora vive la leggenda popolare: “Ad un vecchio ramingo nella notte fonda, per la campagna tacita e tetra, si presentò d’improvviso, «su mascazzu» (fantasma) circonfuso da uno sprazzo di luce abbagliante e gli disse: “Vedi, lontano, la luce di quel fuoco che arde e risplende? Ebbene, all’«ala» destra di quella fiammata costruirai un paese che diverrà ricco e della massima importanza, e per la distesa dei campi pioveranno abbondantemente tre manne. Il fantasma scomparve”.
Le tre manne richiamano alla mente quella del Vecchio Testamento che Dio faceva piovere abbondantemente agli Ebrei nel deserto d’Arabia, durante il loro lungo viaggio di ritorno dall’Egitto.
Il paese sorse come per incanto, gli fu imposto il nome di Ala perché costruito all’ala destra del posto prescelto, poi, col tempo, lo stesso nome venne distinto col segno dell’accento.
Alà divenne ricca e molto importante. Sull’altipiano si raccolgono ancor oggi le testimonianze della splendida civiltà protosarda.
Su tutto il vasto territorio alaese continua anche oggi la benefica pioggia delle tre manne: ghianda, miele e sughero.
Nel vasto territorio di Alà dei Sardi, ricco di flora, le api producono una gran quantità di miele vergine, di spremitura e centrifugato, dolce o amaro. La rinomata specialità sarda del miele amaro, cereo o ambrato, a seconda del pascolo, era conosciuta anche dai Romani. Cicerone nutrì una grande antipatia per i Sardi, adoperando, quando parlava della Sardegna, parole di fuoco: «Omnia quae Sardinia fert, homines et res, mala sunt etiam mel, quod in ea insula abundat, amarum est» (Tutto ciò che la Sardegna produce, uomini e cose, è cattivo! Perfino il miele, che abbonda in quell’isola, è amaro).
Ma il celebre oratore, con tutta la sua intelligenza ignorava, forse, che il miele prodotto in Sardegna, formato dal nettare dei fiori di corbezzolo riportato dalle api nei bugni, pure nella sua amarezza racchiude in sé molte virtù: si usa come blando lassativo e in farmacia, nella confezione dei «melliti», pillole elettuari, ecc., e poi, dopo averlo mangiato, lascia nel palato un sapore dolce molto grato che si espande in tutto l’organismo, come il frutto della libertà faticosamente acquistata ed eroicamente conservata col sangue di generazioni.
Cicerone, pronto e tenace ai rancori, si scaglia contro le indomite tribù sarde perché, sempre fiere della propria libertà, mai e poi mai, si piegarono ai nemici della loro terra. Perfino le legioni romane, esperte nel combattere, ben agguerrite e temprate nella guerra, dovettero rabbiosamente mordere quelle terre bollate dai Romani con l’attributo di barbare, da cui il nome di Barbagia.
Dai monti della Barbagia scendevano nella pianura, i Barbaricini, a torme come branchi d’animali, a sciami come le api dagli alveari in primavera, piombando di sorpresa nelle guarnigioni romane, portandovi il terrore e la morte; equa ricompensa alle amarezze della vita febbrilmente vissuta.
Anche la ghianda, per il popolo alaese, è una manna. L’achenio semplice, secco, ovale, racchiuso alla base da una copuletta legnosa, contiene zucchero, amido, gomma, acido tannico. Torrefatta sviluppa un principio amaro e si usa come succedaneo nel caffè. È alimento gradito ai maiali e si usa anche in conceria.
La manna più redditizia piovuta dal cielo in territorio di Alà, è il sughero, che vi abbonda in gran copia ed è di ottima qualità. Si pone in commercio previa bollitura e si vende a caro prezzo.
È usato per turaccioli, rivestimenti, linoleum, come importante tessuto di difesa cicatrizzante, impermeabile ai liquidi e ai gas.
Per il popolo alaese, industrioso e parco, questi prodotti provvidenziali: miele, ghianda e sughero sono realmente manne piovute, con prodigalità dal cielo.
Alà dei Sardi è una cittadella di miraggi, in cui verità e leggenda si confondono. Essa si presenta in un quadro fondamentalmente unitario che si rivela frutto di un’esperienza umana millenaria di un passato le cui tracce concorrono a moltiplicare l’interesse e l’attrattiva del luogo.
Il sistema alberghiero è ancora sul nascere. I progetti sono tanti; ma per ora il movimento turistico trova alimento nell’ospitalità che è inveterato retaggio dei primi popoli della Sardegna.
Nell’abitato, lungo le vie e dentro qualche casa, esistono alcuni pozzi più o meno profondi, tra i quali, i più ben conservati, sono: quello di Mesu Idda (al centro del paese) e quello di S’Oltu Mannu (l’orto grande).
L’acqua sorgiva, limpida, trasparente, è fresca d’estate e tiepida d’inverno; disseta, però si beve con cautela.
Presso la via principale sorge la fonte pubblica per l’approvvigionamento idrico di tutta la popolazione. Le popolane sostano e attendono il loro turno, attorno ai chioccolanti getti d’acqua, intrecciando arguti dialoghi nella dolce favella pura come l’acqua cristallina.
Il sole, dal lucido dei loro tradizionali recipienti di ginepro, fatti a doghe e stretti da cerchietti di metallo, manda guizzi dorati.
Sfilano a breve distanza l’uno dall’altro, il caseggiato scolastico, la caserma dei carabinieri, l’ufficio postale, la farmacia, bar, caffè, rivendite e si raggiunge la piazza ove si svolge tutta la vita cittadina, tra il brusio gaio e vivace della gioventù, sotto il cielo vivido che ha un aspetto di sogno.
Di fronte a questa visione, suggestiva ed incantevole, si presenta piena di sole la nuova chiesa parrocchiale, vero gioiello di architettura.
Questa nuova chiesa è sorta sui ruderi della vecchia parrocchia che ebbe una storia tormentosa.
Da circa un secolo, il decrepito campanile, alto, isolato, leggero, e pericolante, sembrava che guardasse con occhio stanco e con accorata mestizia i miseri avanzi del sacro recinto, da 74 anni andato completamente in rovina, e attendesse, impietrito dal dolore, la pietosa e vivificatrice mano dell’artefice.
La fede del popolo e il coraggio delle autorità civili e religiose non riuscirono a ricostruirla. Progetti e controprogetti si seguirono per lunghi anni, rimanendo tutti sulla carta per mancanza di mezzi.
Dopo una stasi così prolungata, finalmente venne l’uomo della Provvidenza. A don Pigozzi balenò l’idea di ricostruire la chiesa. Spinto da un fervoroso spirito di fede, dall’amore che nutriva verso i suoi compaesani, chiamò a raccolta le persone più importanti del suo paese natio e costituì un comitato. Si raccolsero generose offerte, frutto di sacrifici e di rinunzie, e col ricavato si acquistarono ben 16 mila conci di pietra non scalpellata.
Dell’opera iniziata con lieti auspici, si occupò, con non meno appassionato fervore, l’attuale parroco Don Giuseppe Maria Addis, nativo di Buddusò. Più d’una volta anch’egli, come i suoi predecessori, si trovò di fronte a numerose difficoltà che a prima vista sembravano insormontabili. Prese il coraggio a due mani e, «in nomine Domini», continuò il lavoro con la speranza di raggiungere la meta. Non si perdette d’animo. Scrisse, tempestò, affrontò lunghi viaggi e memore, del detto del divino Maestro «cercate e vi sarà dato», bussò ripetutamente negli uffici di coloro che avevano voto in capitolo e finalmente tutte le difficoltà vennero appianate.
Il giovane Don Addis, attivo e dinamico, ebbe nel disegnatore e tecnico Don Filippo Camboni di Ozieri, l’interprete felice e sapiente del suo pensiero.
Dopo alcuni anni di lavori costosi e difficili, condotti dall’Ing. Fausto Cadoni, con quell’attenta cura che chiedeva l’opera, la chiesa, finalmente, apparve in una festa di luci, di colori, di linee, di decorazioni, armoniosa e bella. Il lieto avvenimento portò fino al delirio l’entusiasmo dei fedeli.
La facciata della chiesa, con le due nicchie contenenti le statue degli apostoli Pietro e Paolo, il rosone con chiusura di vetri, a triangolo acuto, tenuti dal telaio di ferro, il campanile con le campane e i relativi quadranti dell’orologio a squillo, appagano l’occhio e il gusto del visitatore.
L’interno ampio, arieggiato, ben illuminato e raccolto, appare meraviglioso nella sua magnifica struttura architettonica.
Ai due lati dell’ingresso stanno le due pile marmoree dell’acqua benedetta, le cui coppe, a forma di calice, poggiano su due alti piedistalli a sezioni coniche.
L’altare maggiore e la balaustrata, pure in marmo, sono imponenti per armonia e sobrietà.
Sul presbitero, «in cornu epistolae», si ammirano due sedili in legno, con, al centro della spalliera, un mascherone eseguito a scalpello, opera del 600, ed un nuovo seggiolone a braccioli, dello stesso stile, eseguito con grande maestria dal falegname Giov. Maria Solinas di Buddusò.
Sulla parete del coro, dietro l’altare maggiore, il grande ed artistico mosaico, raffigurante la Madonna del SS. Rosario col Bambino, ed ai lati, San Domenico e Santa Caterina. Il mosaico è stato eseguito, in smalto di vetro veneziano, dalla Ditta Giulio Antonio Costamane a spese della pia e munificentissima signorina Gerolama Corda, appartenente ad una delle più cospicue famiglie di Alà.
La distrutta chiesa aveva per patrona la Madonna del Rosario. La statua, scolpita in legno, rimase nella nicchia pericolante, fin dopo il crollo di una buona parte del tetto e la rovina di alcuni muri perimetrali.
Il popolo, devoto e fedele, nel 1886, volle rimuovere la statua dalla nicchia e portarla processionalmente nella vicina chiesetta di San Giovanni che fin da allora, in attesa di migliori eventi, fu eretta a Chiesa parrocchiale.
La statua non volle cedere al pio desiderio dei suoi devoti, rimase ferma come se fosse saldata e pesante come se fosse di bronzo massiccio.
Ogni tentativo fu inutile, ogni sforzo fu vano. Un vecchio venerando, certo Angelo Porcheddu, Priore della Confraternita del SS. Rosario, noto per la sua pietà e per la sua viva fede, vedendo vani tanti tentativi, si fece ala in mezzo alla folla, salì sull’altare, si prostrò sulla nuda mensa e a mani giunte, supplicò: «O buona Madre, vieni tra le mie braccia! Vieni, te ne prego, ti porto alla Chiesa di S. Giovanni, e tutti insieme processionalmente ti riporteremo qui appena ricostruita la Chiesa».
A tale promessa la statua divenne leggera e con giubilo, la folla plaudente l’accompagnò alla provvisoria dimora ove rimase dal 1886 agli inizi del 1961.
La statua venne trasportata alla Chiesa restaurata di fresco, in forma solenne, tra le salmodie dei sacerdoti e i canti della folla esultante.
I fedeli di oggi si prostrano riverenti davanti a quella statua della Madonna del Rosario, su cui, più di una volta, i loro antenati, avevano fissato lo sguardo supplichevole, implorando misericordia e perdono.
Oggi un grande occhio bianco, nell’alto della nuova torre campanaria, sembra seguire tutti, ovunque, e frugare implacabile da ogni lato, come un tre mendo giudice inquirente.
Mesti rintocchi scandiscono all’infinito la dura legge del tempo, tentando di far sapere in quell’armonia, il senso delle cose stesse.
Nell’Archivio Parrocchiale esistono manoscritti redatti dai sacerdoti dell’antica comunità religiosa.
Uno di questi, del 1723, legato in pergamena, si intitola: «Liber quartus describendi statum seu numerum animarum oppidi di Alà».
In questo registro, oltre allo stato e al numero degli abitanti, sono elencate le spese fatte e gli incassi percepiti a favore della parrocchia. Tra i Vescovi che nel corso degli anni hanno messo il visto sul registro figura il nome del piemontese Matteo Bartolini Vescovo di Alghero dal 1733 al 1741 e di Carlo Francesco Casanova, da Ventimiglia, pur esso Vescovo di Alghero dal 1741 al 1751.
Alle rispettive firme col rituale segno di croce, è aggiunto il titolo di «Obispo de Alguer», cioè Vescovo di Alghero perché Alghero era allora la diocesi alla quale apparteneva anche Alà dei Sardi.
Nell’alto medioevo Alà coi paesi di Bitti, di Balamine, Buddusò, Onani ed Osidda, apparteneva alla curatoria di Lerron, paese distrutto, situato alle falde del monte Lerno, in territorio di Pattada.
Le curatorie venivano assegnate dai giudici ai magistrati che formavano l’aristocrazia dello Stato, alle famiglie più cospicue e costituivano una prebenda.
Alà ospitò l’illustre piemontese, storico ed archeologo, illustratore della Sardegna, il Conte Alberto La Marmora, durante il periodo delle sue faticose peregrinazioni. Ancora esiste la casetta che ospitò il grande viaggiatore.
Riporto un episodio personale del La Marmora, tolto del suo «Viaggio in Sardegna»: «Nella primavera del 1823, io passavo ad Alà dei Sardi per chiedere dei cavalli di ricambio. A questo scopo andai dal sindaco, presentandogli l’ordine del Vice Re, di cui ero munito, ma che egli non voleva riconoscere. Tra di noi si accese una disputa che terminò con una singolare minaccia che da sola valeva una gita in quel paese. Il buon sindaco non volendo riconoscere l’autorità del Vice Re, a un certo punto esclamò: «Ebbene, Signore, io reclamerò a Madrid!». Egli credeva di essere ancora sotto il giogo degli spagnoli, ch’erano stati scacciati fin dal 1720, cioè 103 anni prima».
Non è da stupirsi della risposta del primo cittadino di Alà, perché fino a questo secolo, nell’interno della Sardegna, imperava, un direi quasi, totale isolamento per difetto di strade e di comunicazioni. Nel 1925, di ritorno dalla città di Nuoro, passò a Buddusò, in auto, Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele III.
L’autista fermò la macchina quasi di botto, accanto ad un signore forestiero che passeggiava solo soletto e meditabondo, sulla strada principale, all’estremità del paese, e facendo capolino dal primo sportello laterale destro, gli disse, a bruciapelo e con bel garbo:
Ad Alà conduce questa strada?
L’interrogato ravvisò in quella parola il grido di guerra dei Greci che prima D’Annunzio e poi i fascisti, vollero sostituire al nordico «Hurrah» e con un deciso scatto, levò in alto la mano tesa, in atto di salutare romanamente ed esclamò con aria di trionfo: «Alalà!». Detta parola suscitò una chiassosa ilarità tra i compagni di viaggio.
Ascoltatemi con attenzione riprese l’autista, io vi chiedo se questa strada conduce ad Alà dei Sardi.
Sì, abbasso! riprese il forestiero.
Tra i viaggiatori, questa parola, suscitò inquietudine e cruccio; si credette che si trattasse d’uno dei soliti rituali gridi di rivolta.
Però voleva indicare che la strada da seguire era quella che proseguiva in declivio.
Gli abitanti
Il popolo alaese, assuefatto al lavoro, ha sempre voluto restare sé stesso, tutt’intero con le proprie qualità e con i propri difetti; ed il suo fiero spirito d’indipendenza, il suo orrore dell’imposizione, il suo individualismo ereditario, temprato da un senso assai sveglio della realtà, lo rendono piacevole, simpatico e meritevole di rispetto.
Gli alaesi hanno un’indole veramente sarda, fiera e coraggiosa.
Nell’inverno del 1870, un’orda di rapinatori, piovuta dalle aspre montagne della Barbagia, si getto come un violento uragano sul pacifico paese di Alà per consumarvi una grassazione, a mano armata, a danno della facoltosa famiglia Corda. Il popolo sorse compatto e nella lotta sostenuta con intrepido coraggio riporto una strepitosa vittoria. I pochi ladri che sopravvissero si salvarono con la fuga.
Pinna Antonio, Pinna Domenico e Pinna Giommaria, per gli atti di valore, ardimento e coraggio, dimostrati durante l’accanita difesa, vennero decorati della medaglia d’argento al valore civile.
Quando gli armenti dei pastori, ricchi o poveri, vengono malauguratamente disturbati, o meglio, rubati, da ignoti ladri, che spesso scendono dalla montagna, una moltitudine di uomini, vecchi e giovani, al primo grido d’allarme, si radunano frettolosi, si armano di tutto punto e, risoluti ad ogni evenienza, partono sguinzagliati come un branco di segugi, seguendo le tracce del bestiame rubato. L’unione fa la forza e contro la forza il ladro ha la peggio: quasi sempre perde la preda e la libertà e qualche volta, ciò che è peggio perde anche la vita ignominiosamente.
La gioventù femminile è di statura ordinaria e di forme svelte ed eleganti: ha rosea la carnagione, lampeggianti gli occhi neri, spaziosa la fronte e abbondante la capigliatura; sembrano i modelli di quei tipi ideali che alcuni pittori del settecento immortalarono, nel dipingere i languidi minuetti dell’epoca.
Le mamme, pie e laboriose, sono veri modelli di educatrici, continuamente occupate del bene fisico e morale dei loro figli, di carattere generalmente mite e dotati di una buona volontà paziente e costante.
Un giorno ho visto, sulla piazza principale, alcuni di questi spensierati fanciulli che, lasciato per un momento libero il freno all’allegria, si rincorrevano celeri, strillavano forte, ridevano di cuore e la risata si prolungava giocosa finché le testine si piegavano sulle spalle.
Qualcuno ha detto che guardare nel sorriso dei fanciulli è guardare in qualcosa che riluce e non ha ombre, ma io aggiungo che guardare nel sorriso dei fanciulli è anche intravedere l’uomo che da essi sorgerà domani: l’uomo che saprà trionfare o si abbatterà per proseguire o incantarsi, prediligere il sole o smarrirsi nell’ombra.
Tra gli alaesi che si fecero onore nella vita religiosa e civile torna caro ricordare, tra gli altri, i nomi di Antonio Luigi Ledda e del fratello Francesco. Il primo per lunghi anni esercitò l’ufficio di vice curato nella Chiesa parrocchiale di Buddusò ove, a lungo, fu anche giudice conciliatore. Pio sacerdote dotato di vivo ingegno e di particolare grandezza d’animo. Fu arbitro intemerato in questioni di mercedi, di lavoro, di eredità, di contese e di controversie, e nelle famiglie in cui regnava l’odio e la discordia, fece regnare l’amore e la pace. Morì povero perché molto caritatevole.
Il fratello Francesco Ledda era consigliere della Corte d’Appello di Cagliari, ove è vissuto fino alla sua scomparsa, pensoso soltanto, nel suo costume bonario e schivo, nella sua semplicità di carattere, nel suo lavoro di studioso che non gli fu avaro di soddisfazioni.
Al suo paese natale, alla sua Alà, restò sempre affettuosamente fedele, tornando ogni anno a rivedere i congiunti e gli amici che contava assai numerosi.
Alà che dalla sua fama è stata onorata lo ricorda con rimpianto vivissimo.
Alcuni scrittori son d’avviso che Alà abbia dato i natali ad un Vescovo. Nel I volume della «Storia Ecclesiastica» di Pietro Martini, si legge che, nel 1182, Barisone, giudice di Arborea, incoronato re di Sardegna, favorì i monaci cassinesi col donar loro la Chiesa di S. Nicole de Gurge, ossia di Urgen, con tutte le sue ricche pertinenze.
Il Muratori (Antiq. ital. medioaevi diss 32) e Cattola (Accession. tomo I”) attestano che «all’atto della donazione furono testimoni Ugone, Vescovo di S. Giusta e Comita Pais di Alà».
Ad una terza donazione fatta dallo stesso Barisone, nel 1185, al Duomo di Pisa, consta dall’atto conservato nella biblioteca Baille che «assistettero come testi: Ugone, Vescovo di S. Giusta, Mariano Zorrachi di torralba e Comita Pais di Usellus». Questo documento rivela l’equivoco.
Nel 1182 il seggio Vescovile di Usellus era già stabilito ad Ales, quindi il titolo di Vescovo di Alà che assunse Comita Pais, nel primo atto di donazione, non può alludere ad altro fuorché alla diocesi di Ales. Comita Pais, il terzo della cronologia dei Vescovi, durò in carica fino alla morte del giudice Barisone che avvenne nel 1186. Inoltre dal secolo XII i Vescovi si appellavano promiscuamente di Usellus o di Alà o di Ales il che lascia supporre che la sede Vescovile di quel tempo sia stata trasferita da Usellus ad Ales.
In tutto il paese di Alà non si trova una famiglia che abbia il cognome di Pais e tanto meno il nome di Comita.
Il Sac. Abele Scanu, fu per molti anni parroco della Chiesa parrocchiale di Alà, suo paese natale. Morì in età avanzata. Fu una di quelle vite nascoste ma ardenti di amor di Dio e del prossimo, tutta tesa verso l’eternità.
Nella sua persuasiva predicazione pastorale era solito usare delle similitudini tolte dalle scene quotidiane della vita agreste.
Durante tutto il tempo che ha prestato servizio nella parrocchia fu pubblico ufficiale autorizzato a stendere atti, scritture, strumenti e autenticarli.
Nel 1855 il testamento di Antonio Cocco Pinna che lascia il patrimonio al figlio Gerolamo termina in questo modo:
«Attesto io infrascritto vice parroco come in villaggio, non solo nella presente epoca del colera morbo, ma anche prima non esistevano né esistono notai pubblici ed altra persona abile a stipulare testamenti ond’è che è stato richiesto il sottoscritto nella qualità di vice parroco essendo impedito l’accesso a persone abili stante il cordone sanitario eziandio dei paesi vicini».
In fede ecc.
Sacerdote Abele Scanu, vice parroco
Gavino Ledda colonnello di fanteria, intrepido e valoroso ufficiale. Durante un accanito, combattimento, nella guerra mondiale, riportò, nel fronte, una grave ferita sulla fronte.
Fu Capo di Stato Maggiore nel 13° Corpo d’Armata. Merito due medaglie d’argento al valore militare nella guerra 15-18 e venne anche decorato della croce di guerra tedesca.
Rimane ancora nella memoria dei suoi affezionati commilitoni, amici e compaesani e di quanti l’hanno avvicinato anche per poco.
Corda Dott. Francesco, pubblico notaio.
Dott. Antonio Luigi Ledda, pretore a Sorgono.
Dott. Corda Giovanni Maria, medico chirurgo.
Ed altri che eternarono il loro nome con buone opere.
Un’apparizione
Oltre ad alcune chiesette erette per interessamento dell’Opera Pontificia nei piccoli «stazzi», appartengono alla parrocchia altre tre Chiese: una, quella dedicata all’Apostolo S. Giovanni, angusta e abbastanza bassa che sembra togliere il respiro. Questo sacro recinto diede ospitalità a S. Agostino, patrono e titolare del comune, per tutto il tempo che la Chiesa parrocchiale rimase un cumulo di macerie. Le altre due, belle nella loro veste modesta, sono le Chiesette di S. Antonio di Padova e quella di S. Francesco d’Assisi, sita nella regione Norile, in aperta campagna, a qualche chilometro dal paese. Quest’ultima Chiesetta ha la sua storia.
Giovanni Piscera, modesto e pio contadino, or fa una cinquantina d’anni, stanco dai faticosi lavori di un’intera giornata, s’era quel giorno coricato presto. D’improvviso un bagliore di luce lo investe; si scuote, scruta e vede circonfuso da una luce viva la figura ieratica di un umile frate che indossava il saio francescano.
Una voce tenera e melliflua aleggiò soave nel silenzio della notte fonda: «Giovanni, seguimi». E Giovanni lo seguì.
Camminavano entrambi in silenzio per l’aperta campagna lungo i sentieri serpeggianti come rigagnoli.
Appena scavalcato un muro a secco che recingeva una proprietà, per espresso desiderio del frate si dissetarono e poi si lavarono le mani e il viso nella fonte vicina. Fu forse una cerimonia rituale di purificazione. Proseguirono per un breve tratto il viaggio e poi si fermarono su di un prato lussureggiante di verdura, trapuntato di fiori variopinti. Qui l’umile fraticello raccolse delle pietre e mano mano che le raccoglieva le metteva a breve distanza l’una dall’altra, circoscrivendo un’area rettangolare. Appena tratteggiato il disegno arguì: «Io sono Francesco d’Assisi. Qui, secondo il tracciato, erigerai una Chiesa in mio onore».
Ma io son povero, non posso e non ho mezzi, rispose Giovanni. Prega, divulga il fatto, chiedi ed otterrai soggiunse il Santo, e così dicendo scomparve.
In un primo tempo apparvero dei dubbi, delle perplessità, accompagnate da diffidenza e mancanza di persuasione, ma poi, ricchi e poveri, con generose oblazioni e con la prestazione della mano d’opera gratuitamente prestata, videro felicemente realizzato il loro sogno ch’era l’espressa volontà di San Francesco d’Assisi.
La Chiesetta tutta pervasa di un senso pio e spirituale, invita alla preghiera.
Tutti gli anni vi si celebra la festa popolare con grande solennità religiosa e civile.
All’annuale ricorrenza della festa, zio Giovanni Piscera, che ha raggiunto i cento anni di età, sfila per primo nella processione, con la bandiera in mano. E ne va orgoglioso. Il vecchio conserva ancora, benché centenario, una lucidità di mente che sorprende ed incanta. È l’unico fra gli abitanti di Alà che indossa l’antico costume sardo! Ad Alà tutte le feste popolari, oltre le solennità religiose, si solennizzano con balli, canti, gare poetiche e di canto, giostre e, una volta, anche con fuochi pirotecnici.
Un tempo, quando la strada provinciale che traversa il paese non era ancora asfaltata, avevano luogo le caratteristiche corse dei cavalli barberi.
Questi cavalli di viva intelligenza, di fino odorato e udito, non erano fantastici né traditori, Servivano solo da cavalcatura, e da tutti erano tenuti in pregio.
Il Vico nella «Storia Generale del Regno di Sardegna», dice che Giovanni d’Austria non trovò in Andalusia altro soggetto uguale al suo cavallo sardo maculato.
È noto che Carlo Emanuele, re di Sardegna, e Giuseppe I, re di Portogallo, in segno della più profonda amicizia, fra gli scambievoli doni, si trovarono compresi dieci cavalli sardi.
In occasione delle feste popolari, molti sono i forestieri che vi affluiscono da paesi vicini e lontani.
I caduti in guerra
Il popolo di Alà dei Sardi ha voluto eternare sul marmo i nomi dei suoi figli, prodi e martiri, che, nel fiore degli anni, hanno generosamente immolata la vita sul campo della gloria.
Addis Luigi fu Giovanni
Addis Pietro fu Giovanni
Bazzu Giovanni fu Luigi
Bua Giovanni fu Tomaso
Bua Giov. Antonio di Salvatore
Isoni Michele fu Antonio
Ledda Antonio fu Giov. Maria
Ledda Stanislao fu Antonio
Ledda Aurelio fu Giov. Luigi
Ledda Francesco fu Pietro
Ledda Salvatore fu Bachisio
Lunetta Antonio di Francesco
Manca Antonio di Giovanni
Manca Antonio fu Giovanni
Meloni Giuseppe fu Salvatore
Mette Antonio fu Francesco
Mette Giov. Antonio fu Giov. Antonio
Mette Giovanni di Salvatore
Mette Costantino di Salvatore
Mette Salvatore di Salvatore
Mutzu Francesco di Francesco
Mureddu Celestino di Giovanni
Murrai Bachisio di Giovanni
Murrai Pietro fu Michele
Murrai Ant. Maria fu Giovanni
Nieddu Giovanni di Ant. Sebastiano
Nieddu Salvatore di Luigi
Pigozzi Aurelio di Stefano
Pinna Ant. Martino fu Giovanni
Pinna Salvatore di Giov. Maria
Pitta Ant. Luigi fu Pietro
Porcheddu Salvatore fu Angelo
Satta Gavino fu Francesco
Scanu Pietro di Gavino.
Senes Giov, Battista fu Pietro Paolo
Sotgiu Antonio di Gavino
Sotgiu Salvatore di Salvatore
Zedditta Giov. Antonio di Angelo
Il mutilato Ledda Pietro, di fu Giuseppe, nella Guerra 15-18, è stato decorato d’una medaglia d’argento al valore militare. Sono stati insigniti della stessa decorazione i militari Mulas Salvatore fu Bachisio e Scanu Abele di fu Antonio Maria. Nella guerra di Spagna, il militare Scanu Antonio, di fu Giuseppe, si è meritata una medaglia d’argento ed una di bronzo. Nell’associazione combattenti sono inscritti un centinaio ed i mutilati di guerra sono 18.
Singolare bellezza dei dintorni
Il paese offre al turista qualche alberghetto e, per chi si contenta, un confortevole soggiorno.
Grazie alla sua ubicazione costituisce però un opportuno punto di partenza per le numerose escursioni che si consigliano nel territorio.
A circa 300 m. dall’estremità del paese, verso oriente, su di un piccolo promontorio, coronato di rocce d’impari altezze, spicca isolato e netto, un masso di granito che, visto da lontano, rappresenta la testa e il petto, senza le braccia, di un uomo aitante e robusto. Il mezzobusto sembra scolpito da mano inesperta; ma la mano dell’uomo è stata del tutto estranea all’esecuzione del lavoro.
Ne fu artefice l’erosione, cioè un complesso di fenomeni dovuti a diversi forze geologiche, che agiscono nella roccia con lavoro lento e continuo e tendono ad attenuarla e smussarla per creare nuovi aspetti e sembianze bizzarre, mostruose o spettrali.
D’antica data, quest’opera erosiva è stata battezzata dagli alaesi col nome: «Sa conca e su padre» (la testa del frate), e sopra vi hanno tessuto una leggenda: Parlano di un anacoreta cristiano dedito alla preghiera e alla penitenza.
Di questi scherzi della natura, or leggiadri e a volte mostruosi, se ne ammirano anche in diverse altre località montuose dello stesso territorio.
Quasi di rimpetto alla piccola frazione di «Pres’in s’ainu» (legato all’asino), sulla strada Alà-Monti, sorge una montagnola sulla cui vetta fa buona comparsa un grosso blocco di granito che apparentemente ha la figura spiccata di un grosso dromedario: uno di quegli animali che gli Arabi chiamato «la nave del deserto» perché con due o tre quintali sul dorso percorrono fino a 60 Km. al giorno, resistendo alla sete fino ad otto giorni.
Nell’azzurro del cielo è delineata in contorno la figura del pachiderma col corpo tozzo, la gobba grossa, il collo arcuato ed alta la testa, con a fianco il cammelliere.
La fantasia popolare vede in questa figura un carovaniere, tanto ardito quanto sfortunato, che, col suo dromedario, teneva dietro, fra dirupi ed anfratti, alla carovana che accompagnava San Paolo, primo eremita, dalla Tebaide, ove ebbe i natali, all’eremo di Monti ove in suo onore esiste un santuario.
Ognuno, a suo modo, fiorisce la storia del viaggio. Pochi ingenui prestano ancora fede alla leggenda.
Gli alaesi, dediti ai lavori campestri, traggono i mezzi di vita anche dall’industria del carbone e dai folti ed intricati ginepreti di «Fundone» e «Sa Punta e Palmas», lambite dal rio «Saragone».
Da queste ultime piante si ricavano i pali per sostegno delle viti, che vengono smerciati con forti guadagni in tutta la provincia.
Il territorio di Alà è vastissimo: ha una estensione complessiva di ettari 18.600, di cui 9.400 appartenenti al comune e 9.200 di proprietà privata.
Nel territorio pascolano 2.262 bovini, 75 cavalli, 6.536 ovini, 2.806 caprini e 674 suini,
La coltura predominante è quella del grano che dà buoni prodotti specie nelle fertili zone di «Binza Maltu» (vigna di marzo) «Sos Paris» (le pianure) de Santu Franziscu» e «Sa tanca noa».
Diffusa in parte è anche la vite, però il vino è insufficiente al consumo locale. Le zone vicine al paese verdeggiano di pampini, e di alberi da frutta.
Il cardine dell’economia rurale di tutto il territorio è giustamente fondato sul bestiame da latte che utilizza nel modo migliore la produzione foraggera propria del paese.
La taciturnità solenne, quasi claustrale, delle vallate ristrette che presentano i più svariati aspetti, è interrotta appena dal frullo delle pernici in volo, dallo zaffolar dei merli, spesso anche dalla nenia d’un pastore che canta. I corbezzoli fiammeggiano sul verde delle loro macchie dalle foglie sempreverdi e lanciolate.
Attorno nelle montuosità più accentuate, dai pascoli magri, saltellanti di balza in balza, brucano a branchi le capre dalle corna compresse, falciformi, ricurve all’indietro.
Ninfodoro attesta che: «la capra domestica sarda è una delle maggiori meraviglie non dell’isola solo ma della specie».
Questi agili e snelli ruminanti di specie selvatica, si allevano più per la pelle e per il latte che per la carne. La popolazione caprina arreca una nota allegra alla campagna e culla il silenzio col monotono tintinnio dei campani.
Tra i due paesi di Alà e di Monti, la campagna, occupata dalla massa granitica, accidentata e sconvolta, è ricca di precipizi scabrosi, di tane, di buche, di cavità e di fosse, asili sicuri, di selvaggina nobile e la località adagiata su prati che odorano di muschio è spezzettata da piccole proprietà chiuse a muri barbari e sembrano create da un inesperto trastullo infantile.
Si narra che nell’inverno del 1850, il parroco di Alà, venne, da alcuni amici, invitato ad assistere ad una partita di caccia alla volpe. Strada facendo il capocaccia gli andava suggerendo gli ultimi ammonimenti «mi raccomando Babbai, osservi tutto, ma, per carità, stia in silenzio».
Caso strano, il parroco vide, tra l’ammasso caotico di rocce frammentarie, una volpe dal pelo argentato. Ebbe un senso di grande meraviglia, rimase trasecolato di stupore e poi col braccio teso e con l’indice puntato verso la preda, gridò con quanto ne aveva in canna: «Ecce vulpis!» (ecco la volpe).
La volpe messa sull’avviso spiccò un salto e scomparve in un batter d’occhio.
All’ira furente dei cacciatori che avevano veduto scomparire l’agognata preda, il parroco umiliato e confuso esclamò: «Corpo di Bacco!… credevo che la volpe non capisse il latino».
È questione di campanilismo: gli abitanti delle grosse borgate, con umorismo arguto e sarcastico, danno insistente noia agli abitanti dei piccoli centri, deridendo, anche con poca riverenza, i reverendi.
Tra Monte Olia e Badde Suelzu, fino a Sas Trozzas abbondano i mufloni ed i cinghiali.
Tutto intorno si notano vette, valli, valichi, punti di vista, luoghi noti o ignoti che costituiscono seducenti richiami.
La natura è solenne ed austera. Il silenzio, qui, non sgomenta. I rami fronzuti degli alberi secolari sembrano protendersi in un gesto di saluto, sembrano dire: la nostra ombra è pace.
Nel territorio di Alà, sparsi a qualche distanza l’uno dall’altro, si trovano i piccoli «stazzi» (frazioni) di Bolostris, Carruzzu, Badde ‘e Suelzu, Boldia, Battau, Codina, Filu e Lépere, Sos Sonorcos, Giuanne Ispina, Margaridas, Iscala Pedrosa, S’Arroccu, S’Aldu Pinzone, ecc.
Sono distretti, raggruppamenti di piccole casette a pian terreno, abitate da pastori e da contadini, semplici ed ospitali, che menano una vita patriarcale, lontani dai rumori del mondo. Essi hanno il gusto intimo della solitudine, la sorridente malinconia, e l’indifferenza per tante cose che fanno impazzire gli altri uomini: denaro, potere, onori, e l’amore disinteressato e rigoroso, e non mai ostentato, per un valore estraneo e superiore alla realtà pratica.
Alle falde dei monti Senalonga (m. 1076), Giammaria Cocco (m. 1.035) e Alzarò (m.1.001), che appaiono in tutta la loro massiccia ricchezza di rilievi serpentinosi, in parte spogli e ferrigni, affiorano ruderi di capanne, per chi, come sperduto viveva in esse di prodotti naturali del suolo.
Attorno saltellano di balza in balza, numerose capre, dalle corna a falce, ricurve in dietro, pelo lungo e liscio e barba al mento. Si dice che la capra sia simbolo di stolidità.
Quantunque stolida in certi riguardi, questo animale è anche avveduto, perché sui pascoli sa provvedere alla propria sicurezza se lo sorprende il temporale, rifugiandosi a tempo nelle caverne montane; come pure dimostra intelligenza nel saper raggiungere con balzi ben misurati le balze più difficili delle rupi, profilandosi poi nell’azzurro, snella e vivace, con le zampe anteriori ben sicure, come fa il capriolo inseguito dai cacciatori.
Questo quadro richiama alla memoria l’Istria che ha per stemma una capra in cima ad una rupe scoscesa.
La capra fu tenuta in considerazione fin dai più antichi tempi. Secondo il mito idolatra una capra, detta Amaltea, allattò Giove.
I Lacedemoni sacrificavano la capra a Giunone; i Greci a Bacco, perché ritenuta nociva alle vigne; gli Israeliti avevano il capro espiatorio. In espiazione delle loro colpe gli Israeliti, secondo il rito prescritto nel Levitico (Capo XVI) sceglievano due capri; uno veniva offerto al Signore, l’altro veniva mandato nel deserto, perché portasse via e sopra di sé i peccati del popolo e servisse di espiazione. Nella mitologia, la capra, era sacra anche ad Esculapio.
Nel medio evo si credette che il diavolo comparisse in forma di caprone (becco o irco) nei convegni delle streghe.
Il capraro guida il suo gregge, ad Alà ed in tutta la Sardegna, col fischio, spingendo il fiato tra le labbra appuntate come un foro con l’aiuto delle dita: oppure chiama il branco all’ubbdienza col lancio dei sassi, e ciottoli tondeggianti, per mezzo della fionda fatta di corda.
Ancora è viva in me l’impressione della prima gita fatta a questo territorio che sa di alpestre.
Era un bel mattino sereno. Le ultime perline della rugiada scintillavano ancora fino a quando il bacio del sole non le asciugasse sulle foglie. giunsi sulla vetta del monte, stanco e molle di sudore.
Salita dura, scoscesa, con la quale la montagna vuol far meritare l’incanto indimenticabile ed inatteso. Ebbi un sospiro di sollievo.
La vastità del panorama con le bellezze geologiche, le ricchezze forestali e botaniche, fu tale da far dimenticare ogni stanchezza: tutta una gamma di attrattive per il curioso, per il dotto, per l’appassionato, per il pittore, per il poeta, per i solitari che non vogliono turbati i loro sogni. Salvo qualche piccola zona della sommità, estremamente brulla, tutto il resto è ricoperto in prevalenza da un buon alto fusto di sugheri e roveri, in ottime condizioni vegetative.
I sentieri appena accennati dalle piste di uomini e di animali, serpeggiano fra il basso bosco di quercioli che interferisce con la ginestra, arbusto, talora anche piccolo albero, con la chioma senza foglie, verdeggiante di rami sottili, cosparsa sul finire della primavera di fiori gialli,
Le capre per le selve e per le vette a pascer vanno (Virgilio Georgiche L. III) strappando a piccoli, morsi, foglie e fronde, dagli arbusti più teneri e fanno sentire il festoso tintinnio dei campanacci di bronzo, penzolanti dal collo. Intanto il capraro, sentinella vigile, a disparte, sta fermo a guardare, appoggiato ad un lungo e nodoso bastone.
Qui mi vengono alla memoria i versi del Canto XXVII del Purgatorio dell’Alighieri:
«Tacite all’ombra, mentre che il sol ferve,
Guardate dal pastor, che in su la verga
Poggiato s’è, e lor poggiato serve».
Il sole che tramonta, visto da queste macerie, ha l’aria di un impiegato che rientra in casa dopo la sua giornata lavorativa.
La gran palla d’oro, nello sfondo aereo, spazzato dal vento, si corica lentamente sul cielo che si fa giallo…
Quando la sfera occhieggia a metà sull’orizzonte, vi è un attimo di sospensione in tutto il creato. Tacciono d’improvviso gli uccelli, il vento cessa e le erbe si fanno immobili. Un silenzio immenso riempie la paura.
Tra quelle cose morte, si erge come un monumento la figura spiccata di un toro che con la sua mole incanta chi passa; potrebbe lanciare il suo guardiano in aria come una freccia, con l’arce delle lunate corna.
Il paesaggio ha conservato la sua grazia; ma nel suo sorriso trema un rimpianto: e il suo silenzio sembra raccoglimento per afferrare ancora l’ultima eco di un muggito di vacca che cerca il suo vitellino.
L’incantevole foresta demaniale
A 7 km., nella strada nazionale che da Alà dei Sardi conduce ad Olbia, nella regione «S’Intoppu» (incrocio), appartenente al territorio comunale, si apre una strada di penetrazione agraria che prosegue a volte e a gironi, per altri 10 km. fino alla foresta demaniale detta «Littos’e sas tumbas» che ha una estensione di 1800 ettari.
A poca distanza dal bivio sorge la piccola frazione «Iscala Pedrosa» (passo pietroso) con alcune casette semicircolari e pochi «cubenes», a cono, coperti di frascame che richiamano alla mente i tucul abissini.
Pochi pastori vi menano una vita patriarcale.
Attorno pascolano, in stato brado, le caratteristiche vacche, di razza nana e di vario mantello, che fraternizzano con le capre e con gli asini.
Le vacche producono malgrado la loro piccola malgrado taglia, abbondante latte, dal quale oltre il formaggio, «su brotzu» (ricotta), «latte ischidu» (jugurtu), si confeziona in modo primitivo il burro, e forniscono carne tenera e saporita.
La capra è alta, in media da 60-80 centimetri, è del peso di 20 o 30 kg. È di colore per lo più bianco o pezzato in nero, con corna lunghe incurvate in dietro; è assai prolifica ed il latte è privo del caratteristico odore ircinico.
Ad ognuna penzola dal collo il campanaccio i cui suoni, flebili e discordi, rompono la monotonia della zona, silenziosa e deserta.
Gli asini costituiscono una vera e propria razza, sono alti in media un metro, hanno la testa pesante con fronte convessa e orecchie lunghe. L’asino sardo è un magnifico animale da soma, sobrio al massimo grado. Non si adopera al lavoro disciplinato, ma lo si lascia invece marciare col suo carico, in piena libertà, di solito anche senza cavezza. Spesso s’incontrano someggianti le più svariate mercanzie sotto alle quali, a volte, la loro piccola mole sparisce.
Un tempo dal bivio partiva una specie di mulattiera che correva traverso il massiccio dei monti, sorpassando, mediante diversi valichi, tutte le catene traversali che si staccano dai contrafforti dei monti che limitano l’orizzonte.
Oggi la strada notevolmente migliorata ha carattere turistico e resa atta ai traffici automobilisti, completandola mediante raccordi, allargamento delle curve, soppressioni di anse di eccessivo sviluppo.
Alla passerella più volte sradicata dall’impeto delle acque del fiume in piena, è stato sostituito un ponte a due luci, basante su solide fondamenta e resistente a qualunque sforzo o urto suscitato da piene o straripamenti.
Presso lo stazzo o borgatella passa una nuova strada, che attualmente trovasi in uno stato avanzato di costruzione, collega Olbia ad Alà. I collegamenti, i rapporti turistici, commerciali, tra i vari paesi cercano nuove vie, espressione del desiderio dei popoli di una sempre più stretta ed intima convivenza.
I ricoveri degli animali non sono che semplici recinti costituiti da siepi, formati da rami di piante spinose disposte in modo che la chioma fronzuta e aculeata sia all’esterno. Essi impediscono che l’animale si allontani e nel contempo costituiscono una barriera di difesa contro i ladri.
La nuova strada che ha sostituito la vecchia mulattiera ha dato la facilità di giungere in automobile al centro del parco, sia d’estate che d’inverno, e costituisce un ottimo incentivo per richiamare da ogni paese frotte di appassionati della montagna.
Il percorso offre una gamma di panorami meravigliosi che si dispiegano con continuità varia e prodigiosa sotto lo sguardo del visitatore. Non manca qualche squarcio di selvaggia bolgia dantesca che completa la magnificenza di una regione che risente della immediata vicinanza del mare e della pingue pianura.
Ai fianchi della strada si notano alberi coniferi e ombrelliferi, ad alto fusto, con sottobosco formato di intricati e spesso spinosi arbusti.
La foresta è solcata dal Rio di Posada che trae le sue origini dal monte Sa Pianedda, sull’altipiano di Buddusò, e riceve lungo il corso gli affluenti di Ulchi, Sa Pérrima, Sa Cadrea, Sas Labias, ecc.
Le acque si espandono tra groppe arrotondate e conoidi, tra scarpate terrazzate, descrivendo meandri dovuti al logorio delle onde.
Il fiume è ricco di trote, con squame piccolo circolare, di colore variabile e pinne pettorali corte, larghe e rotonde. Se ne pescano lunghe e grosse del peso anche di oltre un chilo. Sono molto pregiate e squisitissime.
Man mano che la strada guadagna l’altopiano, anche l’occhio guadagna un paesaggio quasi mitico, del tipo classico che fu in auge nei secoli andati, di una evidenza magica e insieme come raffiorante da una lontana memoria.
La caserma è situata quasi al centro del parco. Il sito non poteva essere migliore. L’edificio è accogliente. La cucina, le camere da letto, i servizi igienici, hanno l’acqua corrente. Il gettito, data la forte pressione, conserva per qualche minuto il colore bianco come latte di calce.
Un’altra casetta serve di abitazione al custode.
L’acqua per l’approvvigionamento idrico è stata captata con una tubatura di 900 metri dal monte Pramma, alto m. 644.
Sul centro della piazzetta, abbellita da fiori variopinti; garofani, gerani gladioli, erbe aromatiche, ecc. sorge una vasca circolare con zampillo alto circa 6 m. che dà una nota caratteristica a tutto l’insieme.
Il posto è meraviglioso per le bellezze della natura che si volgono attorno a chi guarda. I solitari e i poeti che non vogliono turbati i loro sogni e le loro meditazioni dal romboante ritmo del moderno traffico vi trovano una dimora ideale, riposante e salutare.
In mezzo al frastaglio di variamente accidentate vette, fra la cupa ondulazione di minori monti che degradano, vegetano rigogliosi e alla rinfusa, alberi di pini, di quercia rovere, di sughero, di elci, di ginepri, di olivastri, di olivi e di folti arbusti di ginestra, di erica, di scopa, ecc. Non manca il fichereto e i fichi d’India.
In mezzo alla deliziosa poesia del parco che si alimenta di solitudine, vive indisturbata la selvaggina. Il gatto selvatico, robusto, grigio brunastro, con striscia dorsale e macchiettatura traversa e coda lunga. La faina più piccola del primo con larga macchia bianca sotto il collo e nel petto. La donnola dal tronco allungato, robusto, bruno rossicio sul dorso, bianco sul ventre e coda breve. La martora la cui pelliccia fitta, lucente e morbida è ricercata specialmente nelle regioni settentrionali. È abilissima saltatrice, arrampicatrice e nuotatrice. L’aquila rapace dal volo potente, di color bruno nero, con testa e collo color bruno ruggine e rivestita di piume acuminate. L’ultima che è stata uccisa alcuni anni fa, aveva un’apertura d’ali di due metri. Negli alti dirupi abita il muflone, specie di pecora selvatica, di color fulvo di sopra, bianco di sotto. Il maschio ha corna grosse e robuste, curve prima all’indietro, poi in avanti. Il cinghiale, o porco selvatico, con lunghe setole che formano sulla nuca e sul dorso una sorta di criniera, con denti canini triangolari che sporgono dalla bocca e s’incurvano in alto.
Sulla vetta di un alto monte che verso nord chiude l’orizzonte, ride, come fragola a maggio, il piccolo centro abitato Sa Pedra Bianca, frazione di Buddusò. A destra, dal fondo valle s’innalza il tipico monte Tepilore, di un profilo così fermo, contro il chiaro del cielo, che quasi assume un significato araldico. In questo monte, il celebre poeta dialettale Padre Luca Cubeddu, delle scuole pie, nativo di Pattada, durante le sue lunghe peregrinazioni, vide su di un nodo di roccia, tra il cisto verde e l’odorata ginestra, una graziosissima giovinetta dall’apparente età di 18 anni.
Era gracile, ritta nella persona lanciata, con una foresta folta e scompigliata di cappelli neri come ala di corvo.
Custodiva, immobile come una statua, un branco di capre e di caprette che, saltellando di balza in balza, tratto tratto, facevano sentire i loro belati tra il festoso suono dei campanacci che penzolavano legati al collo. Era sola soletta, ma era accompagnata dallo sguardo vigile della famiglia che abitava vicino, a Sant’Elia, piccola frazione situata ai piedi dell’erta montana. Padre Luca, dopo di aver contemplata, con attenzioni di artista, quella graziosa scena, a soggetto pastorale, improvvisò:
Alda, pro more Deu chi non bessas,
Pizzinna de su monte Tepilore,
Alda pro more Deu, si non m’aessas,
Senza ti ponner velu o muccadore.
Consigliava la fanciulla di mettersi in capo il velo o il fazzoletto, forse per ripararsi dai raggi cocenti del sole che le potevano causar del male, o per non abbrunarle la carnagione
Cha li peldet su sole sa bellesa.
oppure per ragione di decoro perché allora era uno scandalo uscir fuori di casa a capo scoperto.
Il medico Giovanni Maria Pilo, nella stessa regione di Tepilore, sul versante del territorio appartenente al comune di Bitti, rinvenne, nel 1871, una iscrizione di epoca romana:
Onore e gloria
Maria Pisana
MCCCVI.
La scoperta affiorò da un vasto complesso di ruderi, e si crede che appartenesse a qualche chiesa distrutta, della quale l’iscrizione ricorda la fondatrice.
Prima di chiudere, sento vivissimo il dovere di ringraziare sentitamente il Brigadiere delle Guardie Forestali Sig. Ardito Ottorino che durante tutta la gita mi è stato di guida.
Se oggi, il parco, è stato rispettato dalla mano vandalica dell’uomo, difeso dalla piaga dell’incendio, protetto dalla avidità insaziabile dei bracconieri, reso maggiormente accogliente ed incantevole, lo si deve al bravo sotto Ufficiale e alla guardia scelta Gussetti Giovanni che esplicano la loro mansione con zelo ed in modo encomiabile.
Vestigia di un mondo antico
Che Alà avesse un’importante civiltà fino dai tempi più remoti, lo prova anche una statuetta di rame, trovata nel territorio, col costume quasi analogo a quello tuttora in uso: gonnella pieghettata e pezzuola in capo.
In tutta la zona rivestita da un’interrotta coltre di fitta vegetazione di numerose specie arboree cespugliose, riceve un accentuato ravvivamento dai nuraghi circondati da una scacchiera di coltivi.
Questi caratteristi monumenti preistorici costituiti generalmente da torri tronco-coniche, formati di massi rocciosi, costituiti di grandi pietre incastrate a contrasto, tenute insieme non da calce ma dal peso stesso dei blocchi, benché smantellati o distrutti, danno un aspetto caratteristico a tutto il territorio.
Resistono ancora al dente edace del tempo: il nuraghe Alteri, Binioni, Boddo, Columbos, Marcheddine. Nuraghes, Sos Muros, S’Originale, Intro e Serra.
Giovanni, Spano, parlando delle scoperte archeologiche fatte nel 1867, informa che in un sito denominato Lathari, che dà il nome anche al nuraghe, si son trovate giare, altri vasi minori, tazze, stoviglie, un anello d’oro che aveva il ritratto di un imperatore ed altri oggetti di bronzo, tra i quali un idoletto vestito da guerriero che forse raffigurava Marte. Si crede che ivi fosse una stazione romana situata nella via che da Caput Thjrsi conduceva ad Olbia e a Gemellas.
Alcuni resti di tombe di giganti si trovano nelle località di Sas Tumbas, di Malagarruca, di Alteri e di Dolifichina. Questi monumenti sepolcrali, dell’età della pietra, erano formati da lastre granitiche accatastate come una cripta o cassetta bassa.
Nella regione Padentes trovasi un’altra tomba dolmetica, già frugata e senza lastroni di copertura. Il dolmen ha una lunghezza di circa 10 m., vi si nota il solito emiciclo con l’ingresso di m. I X 0,90.
Tutte le tombe avevano la pianta ad un dipresso rettangolare, più stretta nel fondo che verso la porta, con le pareti formate da grandi lastroni. Un piccolo portello doveva servire al simbolico passaggio dello spirito del defunto ed ai rapporti col mondo dei viventi. I lastroni della copertura e gli elementi del tumulo che doveva sotterrare tutta la costruzione andaron sconvolti, così anche la suppellettile fu purtroppo completamente dispersa: nessuna traccia di armi, di utensili, né di ceramica. Il saccheggio non poteva essere più completo; come al solito le dimensioni vistose delle tombe e del materiale attrassero i consueti ricercatori di tesori che esportarono e dispersero, da tempo, ogni cosa, sicché non rimangono che gli elementi architettonici delle sepolture e anche questi incompleti.
Nella parte orientale del monte Senalonga, esiste un pozzo sacro con lo sportello per attingere l’acqua, la celletta coperta, la scala per scendere, in periodo di magra fino al fondo e la solita sala circolare.
Il vento insinuandosi festoso fra le chiome degli alberi che mandano suoni musicali ne stacca una pioggia di sottile pulviscolo (il polline) che vola lontano. Sono i messaggi nuziali che la natura lancia tutt’intorno.
A qualche chilometro da Alà dei Sardi, verso sud-est del paese, esiste una località della massima importanza archeologica, chiamata «Su Pedrighinosu», in parte appartenente alla famiglia Bua-Ledda.
Il nome «Pedrighinosu, in sardo indica: terreno abbondantemente cosparso di pietrame.
Su tutta la zona, tra numerosi cumuli di massi granitici, si notano, appena accennati da qualche lembo di costruzione affiorante, tracce di edifici costruiti a pianta circolare, senza malta di calce.
I lavori dell’aratro hanno molto sconvolto la superficie, però si può accertare l’esistenza di un centro abitato.
Alcune delle piccole capanne che hanno a un dipresso il diametro di m. 6, sono costruite con blocchetti grezzi di granito, altre invece conservano tracce di lavorazione alla maltellina, e richiamano le abitazioni del borgo di Serrucci, presso Gonnesa e di Santa Vittoria di Serri.
Nel «Pedrighinosu», centro di vita sociale, esisteva un luogo di culto, forse una fonte o un pozzo sacro, un tempio ipetrale, un altare consacrato ad una divinità sconosciuta. La località formava il centro di un santuario, scelto da una tribù o da una schiatta per celebrare in comune le feste, per prender parte alle cerimonie rituali e all’offerta dei sacrifici.
Ad accertare il carattere religioso di questa località, che ebbe forse come centro un sacrato, stanno alcuni segni infallibili, tra i quali non pochi frammenti di blocchi in cisto cloritico verde, che non è del luogo, accuratamente squadrati in tutte le facce.
Questi blocchetti, di diverse dimensioni e forme, nella parte superiore, levigata col lisciatoio di pietra lavica, si riscontrano due o più incavi, nettamente eseguiti a pareti squadrate. Alcuni di questi incavi portano i resti di piombatura.
Sono queste le pietre o tavole di offerta dei doni votivi.
Sulle piccole fossette incavate su questa specie di pietra sacra, venivano collocate le statuette in bronzo d’arte protosarda, che con identità di stile presentano la stessa rigidità ieratica, lo stesso sussiego, la stessa energia che spira anche nella sobrietà austera delle forme. La scelta della pietra verde, color della speranza, è prova della devozione dell’offerente.
Nel preparare piccoli lembi di seminato in mezzo alle rupi del «Su Pedrighinosu», vennero alla luce alcuni bronzetti votivi dell’età nuragica, che trovano analogia, direi meglio, identità del tipo e dei particolari, con quelli trovati nel centro e nel sud dell’isola.
Tra i bronzetti trovati nel territorio di Alà dei Sardi, figurano:
1) Una statuetta d’arciere o tiratore d’arco, alta cm. 15. La figura esile ed asciutta è rappresentata eretta. Ha l’arce appoggiato sulla spalla sinistra, e la bandoliera sul petto a cui è appesa la faretra e l’astuccio per le punte delle frecce.
Mancano le due corna dell’elmetto, metà dell’arco ed è mutilo del piede destro.
2) Una statuetta femminile, forse di sacerdotessa, alta cm. 14. Ha la testa relativamente grossa; veste una tunica attillata che le scende fino alla caviglia; l’orlo della sottoveste le scende ai piedi ignudi avvolti nella massa della piombatura, che la tiene fissa alla base di offerta. Dal capo, coperto da una calotta, scendono i capelli scompartiti, l’accenno del seno è in lieve risalto.
Le braccia protese in alto sono entrambe mutile di mani.
L’atteggiamento raccolto, rispettoso e riverente fa pensare alla casta privilegiata di quelle sacerdotesse. rispettate dal popolo che fungevano di intermediarie tra la divinità e gli uomini.
3) Testa di una statuetta di guerriero, alta cm. 6. Questo frammento benché meno fino ed accurato, ha una certa rassomiglianza con il bronzetto di Balaiana di Gallura e con quello trovato ad Uta. Ha gli occhi a globo, il naso lungo e saliente, le labbra grosse e sporgenti, le sopracciglia abbastanza folte. Per copricapo tiene il tipico elmetto crestato e due cornetti protesi in avanti.
Presumibilmente l’altezza della statuetta era di 22 cm. Pure a «Su Pedrighinosu» sono stati rinvenuti molti pugnaletti in bronzo, di lunghezze varie e di diversi modelli; alcuni a lama triangolare, altri a taglienti diritti e a lama acuminata. Certi hanno il codolo forato per essere innestati al manico.
Tutti questi pugnali votivi appartengono alle forme tipiche delle armi di bronzo, protosarde.
Centinaia di esemplari sono stati scoperti nei ripostigli di Abini, presso Teti, e nel santuario di Santa Vittoria in Serri.
I bronzetti possono servire di modello per studiare gli abiti dei Sardi antichi. La questione dei costumi è stata molto agitata dagli scrittori forestieri e nazionali. Ne parlarono Madao, Mameli, Gemelli, Ceti, Munter, Bresciani, Della Marmora e per incidenza Cicerone quando metteva in ridicolo i «mastrucati latrunculi Sardi».
La mastruca, di cui hanno parlato i classici antichi, constava di due o tre pelli. unite insieme, senza maniche, arrivavano fino alle ginocchie: era l’abito più adatto per difendersi, in ogni tempo, dalle intemperie; era abito di fatica e di casa. Lo indossavano i mastrucati e pelliti vinti da Manlio e lo indossano, ancor oggi, gli abitanti del Sulcis e del campidano di Oristano.
Di questi bronzetti figurati di civiltà paleosarda se ne trovano circa quattrocento conservati, nei musei e nelle collezioni pubbliche e private isolane e fuori della Sardegna. Nelle raccolte del continente se ne trovano a Catania, a Roma e a Torino, all’estero ve ne sono a Londra, a Parigi e a Copenaghen. Solo nel Museo Nazionale di Cagliari se ne possono contare oltre trecento.
Della maggior parte delle figurine si conosce la località di provenienza. Certe sono venute alla luce in seguito a scavi fortunati, clandestini o classici.
Le statuette rispecchiano essenzialmente classi professioni, mestieri ecc. Sono figure di uomini e donne, in prevalenza guerrieri, con armi, scudo ed elmetto.
Da Nuoro proviene il popolano che col battito delle mani segna il tempo del ballo; da Genoni il trombettiere che dà fiato alla tromba; da Olbia una casalinga con la brocca sul capo; da Villasor una erbivendola che lancia il grido di smercio della verdura raccolta nel canestro; da Serri una pia donna in atteggiamento di preghiera; da Urzulei l’infelice madre dell’ucciso; da Abini il portatore di scudo e le sacerdotali figure di donne ammantate e velate, nonché il guerriero che innalza nel gesto del saluto, con la mano destra, anche la sinistra.
Tra i prodotti plastici della Sardegna è il primo esempio di statuetta a forma mostruosa rinvenuta fortuitamente in località Santu Lesci, presso Nule. Il bronzo, eseguito in grossa lamina, rappresenta un mostro a corpo animale e testa umana. Ha quattro zampe corte a taglio dritto e la coda suina arrotolata su sé stessa. Dalle spalle spuntano due corte ed informi braccia, a fusti cilindrici, terminanti con le mani a pugno chiuso. Il corpo è coperto da una gualdrappa decorata e a frange, e sulla testa tiene uno strano copricapo terminante con una specie di pennacchio a larga foglia.
Tutti questi antichi bronzetti paleosardi rivelano le personalità creatrici del gusto plastico dei diversi artisti.
In «Su Pedrighinosu» si riscontrarono avanzi di mattoni che mostravano di aver subito fortemente l’azione del fuoco; alcuni di questi presentano la superficie incrostata di scorie e vetrificata. Erano questi i ruderi di una officina fusoria nel cui fondo, nell’interno di un circolo di muratura, rimanevano nello strato indurito di cenere completamente consunta, le tracce delle scorie del metallo liquefatto. A mezzo della fornace si provvedeva alla riduzione del materiale cuprico allo stato di rame, di stagno, di zinco e formarne poi il bronzo.
Si ebbe anche un rozzo vaso, una specie di truogolo in pietra trachitica, con orlo in giro e con cavità non molto profonda, tutto screpolato e consumato alla superficie dall’intensa azione del fuoco. Era probabilmente il crogiolo per contenere il rame fuso, mescolato allo stagno, da versare nelle forme di steatite e di cloroscito già preparate.
In questi piccoli resti di fornacelle avvenivano le fusioni del metallo in piccole dosi, per fabbricare armi, utensili e oggetti di ornamento in bronzo.
Nello stesso sito venne alla luce anche un pannello di rame, perfettamente lenticolare, con bordi spezzettati e spianati. Siamo quindi di fronte alla fonderia e al ripostiglio di un fonditore che si preparava a rifondere e a ridonare novelle forme.
Il museo di Cagliari contiene moltissimi di questi pannelli schiacciati, con forme ed orli diversi.
I pugnaletti trovati in «Su Pedrighinosu» appartengono alle forme tipiche delle armi in bronzo protosarde e ne abbiamo centinaie di esemplari nei ripostigli di Guttidai di Abini, di Serri e di altri consimili ripostigli. Erano armi che generalmente si offrivano alla divinità da parte del defunto guerriero che implorava un successo o rendeva grazia per il beneficio ricevuto. Di questi pugnali, di lunghezza varia, dagli 8 ai 14 cm. se ne scoprirono circa 25. Alcuni sono ricavati dal tronco della spada, col grosso costolone mediano, altri invece sono tratti dalle punte più o meno appiattite. Alcuni sono forati alla base per essere facilmente fissati all’impugnatura.
In mezzo a tanto materiale archeologico vennero alla luce: alcuni aghi crinali, lunghi da 10 a 13 cm. privi di capocchia; erano piuttosto armi che ornamenti muliebri; due scalpelli robusti a sezione rettangolare, col taglio rettilineo, lungo cm. 22, ed un altro più piccolo ch’era forse arnese appartenente ad un bulinatore o cesellatore che si usava nei lavori di incisione.
L’insieme del materiale, aggiunge il Taramelli, attesta, senza dubbio, un luogo di culto forse una di quelle fontane sacre che formavano il centro di un santuario di una gente o di una tribù ch’erano circondate quasi sempre da costruzioni per ricevere dei sacerdoti o dei devoti che accorrevano alle feste e ai sacrifici.
Sempre, secondo il Taramelli, la tribù guerriera che abitava l’altopiano di Alà e che apparteneva alla schiatta dei Balares aveva qui un suo luogo di culto, centro anche di vita sociale che fu spento forse all’invasione romana.
La località cela importanti scoperte. Il punto preciso dove si trovava il tempio ed il deposito votivo potrà essere solo rintracciato con sistematiche ricerche.
Un velario greve copre oggi tutta la misteriosa zona che nasconde indisturbata, preziosi ed ingenti tesori archeologici: veri fari di viva luce rischiaranti le tenebre del passato.
A pagina 445 del libro di Corbetta, dal titolo: «Sardegna e Corsica», si legge testualmente «Merita ricordo una gran pietra di foggia parallelepipeda assai allungata ritta in piedi, e rozzamente scolpita, detta dagli alaesi Pedra de Lughia Rajosa, secondo un’antica leggenda che ne attribuisce la fattura ad una fata di questo nome. Essa, anziché un monumento sepolcrale sembra rammemori qualche avvenimento, non avendo alcuna rassomiglianza colle tombe dette dei giganti».
La Guida d’Italia del Touring Club Italiano, nel volume «Sardegna» distribuito ai soci del 1917-18, scrive: Notevole, nelle vicinanze di Alà, una pietra sporgente dal suolo, detta Perda de Lucia Rajosa».
Simbolo di una religione dimenticata
Nel territorio del paese di Alà dei Sardi, esistono vestigia di una civiltà antichissima che parlano all’archeologo, con eloquente linguaggio, di un culto religioso che fiori nel tempo dei tempi, in tutta la Sardegna.
Su amena posizione, in aperta campagna, ad oltre 400 m. dalla chiesetta semirurale di S. Antonio, e precisamente nella località detta Oriscudu, sorge, sfidando il tempo da millenni, un grosso masso basaltico alto m. 2,70.
A prima vista pare derivato da un fenomeno di decomposizione della roccia, però, esaminato con la cura necessaria, appare in parte foggiato dalla mano dell’uomo, sia pure in modo grossolano.
Osservandolo di fronte vi si notano due protuberanze oblunghe a guisa di mammelle e altre bugne distribuite a coppie, incorniciate da scanalatura in croce a fondo piano. Alla sinistra nella parte superiore risalta spiccatamente da tutta la massa una sporgenza, rozza e informe.
La singolarità del masso granitico, osservato con gli occhi della fantasia da un popolo superstizioso avrà rievocato alla loro mente l’abbozzo di un’opera di scultura rappresentante la figura di una donna che tiene in braccio il suo piccino, accoccolato dentro la protuberanza che sporge alla sinistra.
Nelle idee simboliche degli abitanti antichi della Sardegna, questo elemento caratteristico del corpo femminile, aveva una parte importante. L’aspetto causale della roccia, con poche modificazioni di rilievo, ha permesso al primitivo artefice di trovare il modello architettonico di un’opera da eseguire.
Questa importante reliquia rimasta nella regione, è conosciuto sotto la specie delle costruzioni megalitiche: da megas (grande) e litos (pietra). Il popolo favoleggia di esse e da loro nomi caratteristici, ma la scienza archeologica moderna li chiama betili, ossia pietra rozza e appena sbozzata, fitta nel suolo a guisa di obelisco, e menhir dal nome bretone men (pietra) e hir (lunga). L’ufficio è misterioso: furono dei feticci? Cioè furono oggetti di culto dei selvaggi o divinità rappresentate in rozze figure di pietra o idolo di ente adorato come divino?
Può essere perché nell’età minoica a Creta si è riconosciuto un culto del pilastro e perché alcune di queste pietre hanno accenni a figure umane.
Si potrebbe ancora chiedere: questa enigmatica figura litica, è simbolo religioso? Quale divinità era venerata in questo cospicuo segno? Qual dio primordiale, o di quale natura e di qual nome si nasconde dietro questo essere divino? Il monumento ancora parla nella semplicità delle sue linee un linguaggio arcano e misterioso.
Furono invece monumenti commemorativi?
Il pensiero corre all’Antico Testamento che ricorda il Bethel eretto da Giacobbe dopo il sogno, e alla pietra che Samuele eresse nei pressi di Sen dopo la vittoria sui Filistei. O questo rozzo parto di una arte primitiva ha un significato funebre?
Dall’insieme appare chiaramente una rappresentazione dell’entità madre espressa con un’interpretazione mista che congiunge al carattere dell’organo producente il latte per l’allevamento della prole, il fondamentale principio della fecondità e la continuazione della vita.
Questa figura rappresentativa poteva dunque simboleggiare forse nel vetusto e austero culto sardo degli antenati la progenitrice.
In questo pilastro lapideo che designa uno stadio iniziale di una coscienza artistica, si può vedere anche la dea Iside.
Iside o semplicemente Isi, sposa e sorella di Osiride, era conosciuta come la dea della fecondità e dell’amore. Il suo culto, passando dall’Egitto in altri paesi, assunse molti attributi di deità straniere e quindi venne rappresentata qual Diana d’Efeso, cioè qual madre universale con una infinità di mammelle. I riti isiaci penetrarono in Roma al tempo di Silla e di qui si diffuse in tutto l’Impero Romano, Giovenale parla delle sue sacerdotesse chiamandole «Isiacae penae».
Attributi particolari alla deità egizia e consonanza di simboli, si scorgono anche in molti monumenti consimili della Sardegna.
Presso Macomer, nella regione Tamuli si trovano resti di due monumenti, uno dei quali è soprattutto notevole per una fila di sei pietre coniche, tre delle quali distinte da due mammelle perfettamente riconoscibili, a due terzi della loro altezza, che è di circa un metro. Le pietre indicano sei divinità, di cui tre di sesso femminile.
Alà dei sardi, per l’esplorazione della Sardegna antichissima, poco nota sotto il rapporto della paletnologia, offre un mirabile campo. A pochi metri dal sopra descritto pilastro lapideo, si notano tre pietre quasi della stessa misura e proporzione, poggianti verticalmente sul terreno, disposte a triangolo e a distanza simmetrica; su di esse poggia pesantemente un grosso nodo di roccia basaltica, tozzo, rozzo, tale come lo ha fatto la natura.
Osservandolo da una certa distanza, ha l’aspetto di un grosso paiuolo poggiante su un solido e robusto treppiede. Nella superficie a piano inclinato della parte superiore del masso si notano quattro incavi o vaschette di forma pressoché circolare e di varie dimensioni. Tre sono intercomunicanti, la quarta è isolata. La prima vaschetta delle tre intercomunicanti misura cm. 35×34 con una profondità di cm. 15: la seconda ha l’area di cm. 50×40 e la profondità di cm. 16; la terza è più piccola, di cm. 25×30 con cavità prolungata e scoperta per facilitarne a terra il deflusso del sangue delle vittime. La quarta è isolata, profonda cm. 16 e misura cm. 38×27.
L’erosione credo che abbia nulla da fare sul lavoro sì bene eseguito.
Qui non si tratta di una tomba di gigante, perché della tomba non ha alcuna caratteristica. Non è strettamente collegata coi nuraghi, non ha circoli di pietre, non ha forma rettangolare, né copertura formata da lastra di granito, non ha emiciclo, non ha stele sepolcrali, né camera mortuaria e neppure apertura comunicante con l’interno. Qui forse ci troviamo di fronte ad un altare eretto dall’uomo preistorico per offrire sacrifici. La parola altare deriva dalla composizione di due vocaboli: alta-ara o da alta-res (cosa alta), oppure dal latino alere (nutrire).
Qui si crede che si offrissero alle divinità oggetti sensibili, dotati di vita, animali del gregge, per mezzo dei quali s’intendeva influire sulle forze supreme per propiziarle se credute avverse, nocive o pericolose, o stimolare ad un’azione benefica verso gli offerenti o comunque entrare con esse in comunicazione.
L’altare nella più remota antichità, veniva eretto anche con pietre, purché esse non fossero tagliate né contaminate col ferro; dovevano essere pietre rozze e senza gradini (Esodo, XX,25, 26).
Su questo nostro monumento, con diversi riti e varie cerimonie, secondo le circostanze ed i sentimenti che animavano gli antichi, aveva luogo il sacrificio, cioè la manifestazione più sensibile del culto con cerimonie particolari.
Vestigia di un popolo guerriero
A pochi chilometri dalla chiesa parrocchiale di Alà dei Sardi, esisteva un importante centro abitato, attualmente completamente distrutto. In antico la zona importantissima dal lato archeologico, si chiamava Balare poi fu battezzata col nome di Su Pedrighinosu (zona pietrosa o pietraia) a causa dei ruderi e dei detriti ivi sparsi o accumulati.
Il nome Balare chiama alla memoria i «celeberrimi Balares» di Plinio: gli stessi che Pausania giudicava «mercenari», provenienti dalla Libia o dalla Spagna ed invasero prima la Corsica poi penetrarono in Sardegna.
Questo popolo, degno di menzione, imponente per densità e per potenza costituiva un nucleo abbastanza forte, rinomato anche in epoca romana.
Non si sa con precisione quali fossero le loro sedi. La Marmora li colloca sul monte Limbara la cui punta sa Berrita, è alta m. 1362.
Tutto il massiccio montano è uno scenario imponente di guglie, di scogli bizzarri, di torrioni nudi, lividi, rossastri, scolpiti dagli artigli del vento, scrostati dai geli, dilavati dalle pioggie furibonde.
Lo storico e geografo greco Strabone, nella sua geografia, colloca i Balari tra i quattro popoli dei monti della Sardegna insieme ai Parati, ai Sassoniti ed agli Aconiti. Essi ebbero una possibile dimora nella parte orientale dell’attuale Gallura, ma il grosso della tribù occupava il monte Acuto e gli altopiani di Alà dei Sardi, di Buddusò e di Bitti.
I Corsi li chiamavano Balari che nella loro lingua significa: fuggiaschi, o meglio masnade di avventurieri.
Pausania ci dice che i Balari ebbero origine da alcuni soldati degli eserciti ausiliari dei Cartaginesi che, ribellatisi, si rifugiarono sui monti della Sardegna.
Sulle montagne avevano scelto i loro asili, nascosti nelle grotte scavate sull’orlo di precipizi e nelle rupi meno accessibili. Di là sfidavano gli assalti degli aggressori e scendevano nelle ubertose pianure a depredare, sgominare, saccheggiare i campi, a rubare armenti e rapinare il prodotto del bestiame, appartenente ai nomadi pastori, amanti del quieto vivere.
I disagi della vita e gli istinti della difesa dovettero rendere questi indomabili montanari, sempre inquieti e feroci.
Strabone dice che i Balares, nelle loro scorrerie, navigando, saccheggiarono perfino il litorale di Pisa. Ciò dimostra che questo popolo, oltreché essere montanaro, era anche marinaio.
Diodoro Siculo è d’avviso che il nome di Balares fosse stato loro dato per la nomea acquistatasi nel lanciare bàllein: parola greca che significa fionda. Erano cioè esperti a valenti frombolieri. Che questo popolo sia vissuto in Sardegna è un fatto certo. Una prova chiara la danno anche i nomi di certe località di antica data; giunti fino a noi.
Alcuni antichi scrittori son d’avviso che il monte Balaiana che si eleva a m. 234 sul livello del mare, presso Luogosanto, fosse, fin dai tempi remoti, la sede principale dei Balares. Sul monte esistono i miseri avanzi dell’omonimo castello, di villaggi scomparsi e di nuraghi smantellati.
Altri credono, che il primo approdo dei Balari in Sardegna, fosse a Balai nei pressi di Portotorres ove subirono il martirio i Santi Turritani Gavino, Proto e Gianuario.
La Marmora nel suo Viaggio in Sardegna, scrive che nel 178 a. C., sotto il pretore Ebuzio, i Balari e gli Iliesi, fattisi sempre più audaci, per l’impunità delle loro scorrerie, trassero alla loro causa una grande parte della popolazione dell’isola e misero a sacco le terre di quelli che non si erano dichiarati in loro favore; furono infine battuti pienamente dal console Tiberio Sempronio Gracco, alla testa di un’armata di 12 mila fanti, di mille cavalli, uccise 15 mila uomini e li costrinsero non solo a pagare un tributo doppio, ma ancora a consegnare 230 ostaggi, che tosto inviò al Senato.
Che i Balari durante le loro scorrerie, siano arrivati sull’altopiano di Alà dei Sardi, lo prova il nome di Balare, dato, come si è visto, a su Pedrighinosu.
I ruderi ivi esistenti di numerosi monumenti preistorici e romani, gli interessanti reperti che sono venuti alla luce e dispersi, affermano chiaramente l’esistenza di una popolazione numerosa e ricca, quindi bersaglio da prendere di mira, per assalire, pirateggiare ed occupare.
Oggi tutto il territorio di Balare è pieno di severa bellezza, inconscio del suo passato e incurante dell’avvenire. Il sito si vede pezzato di scure macchie di alberi e di arbusti, assorto in una luce fissa che ne sottolinea il suo carattere solitario e appartato, tra i muretti di pietre raccolte a dividere i pascoli ove brucano, a piccoli morsi, le pecore che spandono i suoni dei loro campanacci, intorno ad un cucuzzolo ornato di querceti.
I misteriosi monumenti, i ruderi smantellati e distrutti appartenenti ad una popolazione che sparì nelle tenebre del passato, ci parlano nel loro muto linguaggio, della fugacità del tempo e delle lotte fratricide di cui disgraziatamente non abbiamo ancora perduto il retaggio.
Per una certa affinità di nomi possiamo anche affermare che i Balari abbiano soggiornato anche sull’altopiano di Buddusò. Sul territorio comunale di Buddusò, alle falde della catena del monte Lerno, alto m. 1094, esistono due diversi promontori, vicini fra di loro, chiamati ad antiquo coi rispettivi nomi Su Balastreri (il balestriere) e sos Balastreris (i balestrieri).
La balestra era uno strumento antico che si usava per mandar lontano, con veemenza, le pietre, per colpire e trafiggere.
Diodoro Siculo, come abbiamo già visto, afferma che i Balari erano espertissimi nel lanciare «ballein» e perciò furono chiamati Balari. Il nome primitivo, in questa contrada, col tempo fu sostituito, dal nome balestrieri e ciò perché era a tutti noto che, il lancio della pietra sul nemico veniva fatto con la fionda o con la balestra. Che siano stati anche sul Limbara consta anche da una delle sue vette chiamata Punta Balestrieri, alta m. 1359.
In queste due zone montane, la poesia della perfetta solitudine potrà godersi quando tutto tace e la luna veleggia, e quando l’alba tinge, con rosee dita, i diademi delle montagne.
Quando nel bruno firmamento appaiono le stelle, è bello spingere lo sguardo sul tenebrio, denso e misterioso del passato, alla ricerca d’uno sprazzo di luce.
Ha una certa affinità onomastica anche il nome di Balatinoi, località della costa meridionale della Corsica, ricordata da Tolomeo. (III, 2, 6).
Una certa analogia vi è anche nel nome delle isole Baleari ove approdarono i Fenici e i Greci, quindi i Cartaginesi e più tardi conquistate dai Romani (console Marcello) che le denominarono Baleares o Balares.
Una località del territorio di Sassari è chiamata Ballari (o balari). Due atti di compra e vendita, elencati al N° 117 e 249, del Condaghe di San Pietro di Silki, parlando di «Cosantine Regitanu» e di «Jorgia Murtina» che in detto sito aquistarono una «binea e pumu» per un «cavallu domatu attrasatu» e un’altra vigna per «Il sollos; I de pannu et adretu de lauore».
Tomba di gigante
A cinque minuti dal centro abitato di Ala dei Sardi, verso nord, in regione Lòddoro, si erge a forma di piramide, una caratteristica montagnola della massima importanza archeologica.
La struttura e la configurazione di questo sistema collinare è costituito da solidi massi granitici e dure rocce basaltiche, sovrapposte alla rinfusa.
L’insieme di tutta la massa nasconde nel suo seno, interstizi, anfrattuosità sinuose, meandri tortuosi, spazi più o meno grandi, pieni di oscurità profonde, velate di mistero. Il sito, di proprietà di Manca Salvatore di fu Francesco è ameno, vi si gode uno splendido paesaggio. È un posto tranquillo, adatto a goder la pace e la solitudine, agli idilliaci d’animo ottocentesco.
Il visitatore vi si affaccia come da un pulpito e al suo sguardo si offre il più vasto orizzonte.
Attorno le pacifiche e ondulate distese di pascoli odorosi da cui emergono grossi massi erratici.
Più in là, la parte inferiore è coperta di estrosi coltivi con piccole valli, dapprima larghe e sfogate in seguito, con sponde ravvicinate.
Lontano, sull’altipiano di Buddusò si scorge il monte Sa Pianedda, di m. 985, la cui attrattiva si accresce per la ricchezza della flora e degli alti silenzi; il monte Ololviga, alto m, 892, con scoscesi fianchi esposti al sole, nella cui sommità ogni vegetazione cessa, i pascoli cedono alle nude petraie, alle ultime rocce.
Verso occidente si aprono davanti agli occhi: monte Lerno di Pattada, con m. 1094 d’altimetria, che culmina con un prestigioso complesso di cime; il monte Cucumiau (m. 829) di Buddusò, con le sue propaggini decorate di vigneti. Seguono poi a ventaglio i monti Sos Balastreris (m. 856), monte Alvu (m. 825), Nodu ‘e Su Corvu (m. 860), Punta Aramamò (m. 825) ed altri monti con le cui propaggini arginano in tutta la loro lunghezza vaste pianure.
Ai piedi della sopra detta montagnola petrosa che si erge sul territorio di Loddoro, esiste una tomba di straordinarie proporzioni, di tipo dolmetico fra le più colossali e le meglio conservate della Sardegna, per quanto frugata dai soliti cercatori di tesori.
La tomba, detta di gigante per la sua mole, e costituita da una fossa ovale di m. 15.20 x 5,15 chiusa tutto all’ingiro da blocchi, legati fra di loro, con muretto a secco di scheggiami ami di granito.
Questo recinto conserva ancora, per quanto in parte interrotto, i ruderi degli antichi muri che erano costituiti da una doppia fascia di blocchi, sia verso l’interno che verso l’esterno, con un riempimento di sassi e di pietre di piccole dimensioni.
La tecnica di lavoro, per quanto conforme alla tradizione megalitica, appare però più affrettata, fatta allo scopo di ottenere, con maggior rapidità, un recinto chiuso ed abbastanza robusto.
Sui blocchi massicci che fanno da piedritti e sui muri, s’imposta il colossale masso che forma la copertura, che è lungo m. 16,50 x 5-75, con uno spessore di oltre 2 m. e divarica fuori del limite della cella funeraria.
Sul masso, dalla parte che volge all’oriente, sono state eseguite alcune incavature sovrapposte, larghe, consumate e distinte, che servivano di gradini per salire sul lastrone di copertura. Sullo stesso piano, quasi all’estremità della parete opposta, si notano 4 fossette, messe a riscontro, due intercomunicanti, con canale di scolo, e le altre isolate, a breve distanza e meno profonde.
Qui secondo il rituale, tenacemente persistente dell’antichissimo culto, forse s’immolavano le vittime destinate, al sacrificio per suffragare i morti, verso i quali si aveva la massima venerazione.
Data la vastità del recinto sotterraneo, dobbiamo ritenere che in questa tomba si tumulassero più cadaveri. Nella volta del gran masso granitico sono scavati alcuni loculi, dei quali uno misura m. 1,18 x 0,41, l’altro m. 1,86 x 0,31 entrambi profondi m. 0,70.
Tra le cerchia dei massi che formano la dirupata e scoscesa rocca, esistono altri piccoli meandri, in genere, credo si tratti di modeste deposizioni di individui e di famiglie appartenenti alle classi meno ricche del sobborgo ivi allora esistente, ma non è possibile farsi un’idea della professione e delle condizioni dei singoli defunti perché i ritrovati che potevano far luce al riguardo sono stati dispersi.
Il vuoto fatto a caverna che si apre tra i massi che formano la cima più alta del cucuzzolo sarà stato preferito tra i più per depositarvi le mortali spoglie del capo tribù.
La scelta per la tumulazione non poteva essere migliore. La vetta era posto di onore e di dominio, visibile a tutti anche da lontano. I sudditi ad ogni eventualità, caso per caso, potevano facilmente comunicare, a loro modo, col duce ivi defunto, sempre pronto, qual vigile sentinella, a difendere e proteggere i suoi gregari.
Pietre betiliche
Alla parte diametralmente opposta alla ciclopica tomba di gigante, ai piedi dell’alto dirupo,
verso sud, colpisce lo sguardo un blocco di granito eretto verticalmente sul terreno come rozzo obelisco.
Si tratta di un monumento preistorico chiamato in lingua bretone «menir» da «men» (pietra) e da «hir» (lunga).
Queste pietre, attraverso i secoli, furono oggetto di credenze superstiziose e su esse le leggende popolari ricamarono l’origine o la proprietà ad esseri soprannaturali.
Il monumento consta di due parti sovrapposte: una fa da base e misura m. 2, l’altra terminante a cono è alta m. 4.50.
Questo considerevole masso di granito, detto anche betilo era, presso gli antichi Greci, una pietra sacra a cui si annetteva potenza divina.
Il culto dei betili era particolarmente diffuso nell’Asia Minore e nella Siria. Si ritiene generalmente che la voce «betilo sia di etimologia semitica: «beth-el» che vorrebbe dire: dimora del Dio e da tal significato la pietra, reputata sacra, passò talora a significare il Dio stesso.
Queste pietre rozze, lunghe ed isolate erano monumenti di adorazione ed il loro culto durò fino al tempo del cristianesimo. San Gregorio Magno, scrivendo ad Ospitone, duce dei Barbaricini fa rimprovero e questi montanari che tuttora «adorabant lapides», cioè adoravano le pietre.
Non pochi studiosi pensano che queste pietre fossero erette ad additare da lungi dei monumenti funerari come le stele dei sepolcri etruschi e dell’età micenea e classica; altri invece opinano che questi menhir servissero di segnale a ricordo di un fatto di grande importanza. A questo scopo i primitivi usavano piantare alberi, erigere tumuli di sassi, e semplicemente rizzare delle pietre sul suolo, perché, con la loro posizione anormale attirassero lo sguardo e per associazione di idee, ricordassero il celebre avvenimento.
Erodoto (II, 106) attesta l’esistenza di tali costumi presso gli antichi Egiziani ed il Vecchio Testamento (Genesi XXVIII 31 35) è ricco di fatti che vi si riferiscono. Isaia (IV-9) fa cenno del monumento eretto in ricordo del passaggio del Giordano e Samuele (17, 12) in memoria della sconfitta dei Filistei.
Si può dare che a simili abitudini si debbano almeno alcune delle pietre betiliche chi si trovano in Sardegna, ma questa di Alà dei Sardi la reputo sacra perché vi si trovano tracce evidenti del culto reso dai primitivi al cono, come simbolo della generazione e della fecondità e perché gli antichi la supponevano animata di vita divina.
Sulla parete del gran sasso che forma la parte superiore del betilo, si apre un foro, o piccolo sportello, che penetra in cavità.
Questo particolare architettonico potrebbe darsi che servisse alla mitica divinità ivi nascosta per poter facilmente comunicare col mondo dei viventi.
Non possiamo indagare quale fosse il carattere della maestà sovrumana adombrata sul granito e tanto meno del culto ad essa prestato.
Di questi monumenti, in tutta la Sardegna, se ne trovano anche di piccole dimensioni o isolati, allineati oppure raggruppati.
Febo aveva dato a Eleno una pietra che rendeva oracoli dopo che la si era lavata, parata e inoltre cullata come un bambino.
Tutti questi monumenti megaliti grandi, medi o minuscoli siano stati eretti per scopo commemorativo, funerario o religioso, appartengono all’età della pietra finale o del bronzo.
Il culto della pietra sia aniconica (a forma di cilindro o di cono squadrata) sia rozzamente scolpita, si trova diffuso in tutto l’oriente semitico, anche in epoca storica. Gli Arabi antichi avevano come luogo essenziale di culto, un recinto, in mezzo al quale si ergeva una pietra che veniva unta d’olio e su cui si versava il sangue della vittima sacrificata. Presso i Cananei era diffuso il culto dei luoghi alti», su cui si ergevano pietre sacre, dette Massebah, alle quali si diresse, nonostante la protesta dei profeti, il culto dei figli d’Israele. Il simulacro di Afrodite (divinità greca) era una pietra conica e tale era anche la pietra nera di Emesa (città della Siria). Una pietra era il simulacro di Cibele (divinità d’origine Frigia), ed una pietra era adorata dagli Arabi pagani nella Meca il cui culto si è perpetuato nell’islamismo. Per tacere di tanti altri esempi ricordo la pietra sacra conica a punta ovoidale venerata a Delfi.
A fianco della sopra detta montagnola si erge, quasi a piombo poco discosta dai nodi di roccia sovrapposti, un lastrone di granito, a superficie liscia e a forma di cono obliquo. Sul vertice di questo masso granitoide. a punta tronca e non accessibile, giace in posizione orizzontale una piramide quadrangolare a facce triangolari, alta oltre un metro e il perimetro del poligono misura approssimativamente, m. 0,80 x 0.80. Questo monumento, lavorato alla martellina, fa forse parte dei soliti betili conici che in tutta la Sardegna si trovano isolati e spesso associati a monumenti sepolcrali.
Questa piramide è stata eretta in posto elevato e visibile a tutti per additare da lunghi l’esistenza sul posto di un monumento di notevole importanza.
Per essere più preciso, avverto che intorno a questa piramide si possono fare solo ipotesi.


