ALFREDO GRAZIANI

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1. IL TENENTE «SCOPA» DELLA BRIGATA SASSARI

2. GLI ANNI DEL PRIMO DOPOGUERRA

3. FANTERIE SARDE ALL’OMBRA DEL TRICOLORE

4. L’AMICIZIA E I RAPPORTI SUCCESSIVI CON EMILIO LUSSU

 

di Guido Rombi

 

Nuova edizione

(1a edizione in «Almanacco gallurese» 2002-2003, pp. 229-239)

Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del tricolore, Gallizzi, 1934
Alfredo Graziani - Carta di Identità

ALFREDO GRAZIANI – IL TENENTE «SCOPA» DELLA BRIGATA SASSARI

La mostra itinerante Diavoli rossi. La Brigata Sassari nella grande guerra tenutasi a Tempio[1] dal 20 ottobre all’11 novembre 2001 è stata non solo un’importante occasione per ricordare le gesta dei sassarini, in grandissima maggioranza sardi, che immolarono la loro vita per la patria nel corso della prima guerra mondiale, ma è servita anche per ricordare ai tempiesi il concittadino Alfredo Graziani.

I più attenti visitatori avranno fatto caso, infatti, come nella vetrina che conservava i libri sulla Brigata Sassari uno di questi, Fanterie sarde all’ombra del Tricolore, recasse il suo nome, e come a lui si dovessero gran parte delle fotografie[2] scattate con la sua Kodac americana, modello Pocket automatic 1909-1910, esposte nella mostra (fotografie che occupano un posto saliente anche nel museo storico della Brigata a Sassari).

Non è esagerazione storica dire che Alfredo Graziani sia tra i personaggi più famosi nella storia dei sardi che combatterono la prima guerra mondiale e soprattutto nella storia della Brigata Sassari.

Il suo nome non è celebre solo per il libro e le fotografie che egli ci ha lasciato (anche se poi sono queste testimonianze che ne “immortalano” il nome e la memoria), ma anche perché di lui hanno scritto autori e figure di primo piano nella storia della Sardegna e della Brigata Sassari come Camillo Bellieni, Emilio Lussu, Cagliari 1924; Giuseppe Tommasi, Brigata Sassari. Note di guerra, Roma 1925; Leonardo Motzo, Gli intrepidi sardi della Brigata Sassari, Cagliari 1930; Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Parigi 1938 e Torino 1945).

Alfredo Graziani, dunque, nacque a Tempio il 2 gennaio 1892 da Carlo e Battistina Morla. La famiglia apparteneva all’alta borghesia cittadina: il nonno paterno Giovanni (nato a Cagliari il 9 febbraio 1812 e morto a Tempio il 26 febbraio 1882) era stato Consigliere di Corte d’Appello ed il nonno materno Francesco Morla (nato a Bortigali il 28 dicembre 1825 e morto a Tempio il 14 marzo 1890) Cancelliere di Pretura. Poiché avevano sposato due sorelle della nobile famiglia Sardo (il nonno Morla però, già padre di Battistina, in seconde nozze), lasciarono al nipote anche la parentela, attraverso i Sardo, con altre importanti famiglie[3] dell’aristocrazia tempiese come i Massidda, i Cao, i Pes, gli Altea, i Passino.

Alfredo Graziani trascorse l’infanzia e frequentò le prime scuole a Tempio; quindi frequentò il Liceo Ginnasio in parte a Tempio (fino alla seconda ginnasio) e in parte a Livorno dove per pochi anni si era trasferita la famiglia (una fotografia del 1908 lo ritrae nella scuola di Livorno).

Svolse il servizio di leva in cavalleria frequentando la scuola allievi-ufficiali di Pinerolo, da cui si congedò nel 1914; quindi il 30 ottobre si iscrisse in Giurisprudenza presso l’Università di Pisa.

La tranquilla frequenza universitaria4 era però destinata a durare poco. In quello stesso anno aveva avuto inizio la prima guerra mondiale, cui, dopo un anno di neutralità, nel 1915, partecipò anche l’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa (vale a dire Inghilterra, Francia, Russia) contro la Germania e l’impero austro-ungarico (di cui era stata alleata fino allo scoppio della guerra). Graziani venne quindi richiamato alle armi nel 18° reggimento di cavalleria «Piacenza», ufficiale d’ordinanza del generale comandante della Brigata[5].

Egli non era però uomo da retrovie, e infatti ottenne di far parte dei corpi combattenti sin dai primi giorni di guerra.

Come racconta Emilio Lussu nel suo celeberrimo Un anno sull’altipiano dove Graziani rivive nella figura del tenente Grisoni, accadde che, morto il generale, «in seguito ad una ferita di granata», egli era voluto rimanere nella brigata e prestava servizio nel suo battaglione. «Come ufficiale di cavalleria, non poteva essere assegnato ad un reparto di fanteria, ma il comandante generale della cavalleria gli aveva accordato un’autorizzazione speciale, con il diritto di conservare ordinanza e cavallo»[6]. Gli fu affidato il comando della 12ª compagnia[7] e divenne conosciuto in tutta la brigata8.

Subito dopo l’arrivo in trincea fu praticamente lui ad inaugurare, il 21 agosto 1915, la tradizione tipicamente «sassarina» delle «azioni ardite»9. La sua fu infatti — disse Lussu (che Motzo dichiara «l’amico più caro del cavalleggero, di Alfredo Graziani») — un’azione «di una audacia estrema»[10]: comandante di un plotone di volontari uscì dai reticolati tra Bosco Lancia e Bosco Triangolare con un reparto di 30 uomini[11], «attaccò con slancio singolare il nemico, continuò claudicante nell’azione che ebbe per risultato l’occupazione del trinceramento avversario («il dente del groviglio, solida trincea avanzata, difesa da un battaglione di ungheresi»[12]) e la cattura di 87 nemici, fra cui due ufficiali, e una mitragliatrice»[13]. L’azione gli valse la medaglia di bronzo al valore militare.

«Animo generoso e ardimentoso»[14] lo ricorda Giuseppe Tommasi, «spirito entusiasta e generosissimo che fece tutta la guerra fra i sardi e fu ferito varie volte»[15], «quadrato e massiccio uomo di azione e di cuore»[16], «un nobile esempio per i soldati, che lo seguivano ammirati ed entusiasti»[17], Leonardo Motzo. In un suo stato di servizio del 1915 Lussu dice che i «suoi uomini» addirittura lo idolatravano[18].

Era Graziani tanto ardimentoso e intrepido da distinguersi anche nel momento del dolore fisico provocatogli dallo scoppio di una bomba, il 27 settembre 1916: «E lui — annotò Tommasi — se ne è andato via in barella, ridendo e salutando tutti, come se niente fosse, caro il nostro cavalleggero di Piacenza![19]».

Tornò in trincea il 9 aprile 1917, «forzando i tempi di una guarigione che in realtà non sarà mai completa: una serie interminabile di operazioni chirurgiche, un vero e proprio calvario, dolori atroci sopiti a sua insaputa con dosi massicce di morfina lo segneranno profondamente»[20].

Graziani «era una figura caratteristica nella Brigata col suo bavero verde di cavalleggero»[21], ricorda Motzo. Caratteristica non solo per l’audacia guerriera ma anche per un certo star fuori dalle rigide regole della disciplina militare. Oltre che per le imprese militari egli infatti divenne celebre per altre gesta che di militare non avevano proprio nulla. Racconta Lussu: «Una sera, mentre stavamo a riposo, dopo aver bevuto e frammischiato, senza eccessiva misura, alcuni vini di Piemonte, a cavallo, era penetrato, ugualmente di sorpresa, nella sala di mensa, in cui pranzava il colonnello con gli ufficiali del comando del reggimento. Egli non aveva pronunciato una sola parola, ma il cavallo, che sembrava conoscere perfettamente le gerarchie militari, aveva lungamente caracollato e nitrito attorno al colonnello. Per questo fatto diversamente apprezzato, poco era mancato che non fosse rimandato alla sua Arma»[22].

Sempre lui, Graziani, fu poi a capo della fanfara fatta dal 1° plotone del battaglione con improvvisati strumenti (al posto della tromba una grande caffettiera di latta, per clarini e flauti pugni chiusi da cui levando ora un dito ora l’altro fuoriuscivano soffi d’aria e quindi suoni variamente modulati, e poi coperchi di gavetta, vecchi recipienti di cuoio o di tela) nella piazza del municipio dinanzi al comandante della brigata, il comandante del reggimento e le autorità civili della città. È sempre Lussu che racconta: «La compagnia di testa, per quattro, marciava, marziale. I soldati erano infangati, ma quella tenuta da trincea rendeva più solenne la parata. Arrivato all’altezza delle autorità, il tenente Grisoni (cioè Graziani) si drizzò sulle staffe e, rivolto alla compagnia, comandò: – Attenti a sinistra! Era il saluto al comandante di brigata. Ma era anche il segnale convenuto perché il 1° plotone entrasse in azione. Immediatamente, si svelò tutta una fanfara accuratamente organizzata. […] . Ne risultava un insieme mirabile di musicata allegria di guerra. Il comandante di brigata s’accigliò, ma infine sorrise»[23].

E ancora anticonformista e “di fegato” Graziani fu in occasione di una festa d’accoglienza al reggimento organizzata dal sindaco del paese di Aiello, dove i soldati si erano acquartierati: accadde che il discorso del sindaco, non propriamente felice e augurale alle orecchie dei soldati, fu da lui stigmatizzato con ironia in alcuni dei passaggi più infelici. Racconta infatti Lussu che mentre il sindaco indugiava sulle «belle attrattive» della guerra, «il tenente di cavalleria salutò, facendo tintinnare gli speroni, come se il complimento fosse rivolto particolarmente a lui»[24]. E quando il sindaco inneggiò «Viva il nostro glorioso re di stirpe guerriera!», Graziani, che era «il più vicino ad una grande tavola coperta di coppe di spumante», rapidamente «ne afferrò una ancora piena, la levò in alto e gridò: Viva il re di coppe!». Nella tradizione popolare il re di coppe è ritenuto quello che vale meno, e per il colonnello «fu un colpo in pieno petto. Guardò il tenente stupito, come se non credesse ai suoi occhi e alle sue orecchie. Guardò gli ufficiali, per fare appello alla loro testimonianza, e disse, più desolato che severo: Tenente Grisoni, anche oggi lei ha bevuto troppo. Favorisca abbandonare la sala e attendere i miei ordini. Il tenente batté gli speroni, s’irrigidì sull’attenti, fece un passo indietro e salutò: Signor sí! E uscì, con il frustino sotto il braccio, visibilmente soddisfatto»[25].

Dismessi i panni del soldato intemerato e un pò sfrontato, Graziani era un giovane distinto e soprattutto un dongiovanni, se è vero che Camillo Bellieni, uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione, anche lui nella Brigata, ricordando come Lussu fosse stato «uno degli ufficiali più eleganti e fortunati» in fatto di donne, precisò che poteva «ricever dei punti solo da Alfredo Graziani, che nella sua qualità di cavalleggero e d’ordinanza del Generale godeva fama di rubacuori irresistibile»26. Come nello stile del tempo, portava folti baffi, che le annotazioni riportate in una sua tessera militare di riconoscimento del luglio 1917 indicavano di colore castano così come i capelli e gli occhi. Inoltre era bruno di carnagione e abbastanza alto per l’altezza media dei sardi del tempo, 1.73 [27].

Nelle fotografie allegate a questo scritto come in quelle esposte nel museo della Brigata Sassari compare spesso con la sigaretta in bocca. Era, e sarebbe rimasto, infatti, un accanito fumatore: diceva di fumare «”una sola sigaretta al giorno”», ma questo perché con la cicca ancora accesa ne accendeva subito un’altra, ha detto il figlio Francesco.

Graziani lasciò il fronte nel marzo 1918 con una licenza per convalescenza di 45 giorni impostagli dai medici, e tornò a Tempio. Trascorse i mesi che mancavano alla fine della guerra (novembre 1918) addestrando le reclute sui campi della Gallura, ma sempre col rimpianto e il senso di colpa per essere lontano dal fronte[28], impossibilitato a partecipare alle drammatiche ma esaltanti giornate del Piave e «all’ultimo balzo verso Vittorio Veneto»[29], a non poter riscattare i tanti morti, tra cui suo fratello Francesco morto in prigionia per malattia il 4 marzo 1918, e a lui molto affezionato[30].

1 A Tempio si costituì, presso l’edificio che poi ospitò la caserma Fadda, il 152° reggimento della Brigata Sassari.

2 La didascalia incisa sulla macchina fotografica recita esattamente: «Made By Eastmau Kodak Co Rochester Ny Usa pat april 21 1908 – aug 1909. Pocket automatic».

3 Il legame con i Massidda derivava dal fatto che una Graziani, sorella del nonno Giovanni, aveva sposato Salvatore Massidda. Il legame con la famiglia Sardo era addirittura doppio: infatti, sia Giovanni Graziani, sia Francesco Morla, nonni di Alfredo, avevano sposato due delle sette sorelle Sardo (il nonno Morla però, già padre di Battistina, in seconde nozze). Carlo, padre di Alfredo, sposando Battistina Morla Sardo, si era quindi congiunto con una sua cugina, ma non consanguinea.

4 A Pisa risultano timbrate le annualità 1914-1915 e 1915-1916; c’è poi un’autorizzazione del Comando del Presidio militare di Tempio del 6 giugno 1917 a recarsi a Milano per ragioni di studio: cambiò Università?).

5 Queste informazioni sono tratte dalla Prefazione di Giuseppina Fois al libro di Alfredo Graziani, Fanterie sarde all’ombra del tricolore, Sassari, Gallizzi, 1987, pp. 7-14.

6 Emilio Lussu, Un anno sull’Altipiano, Torino, Einaudi, p. 10-11. Non c’è dubbio che il tenente Grisoni del libro di Lussu sia Graziani: tutto corrisponde in modo inequivocabile. I due, inoltre, erano stati davvero molto amici come annota Motzo (Gli intrepidi sardi della Brigata Sassari, Cagliari, Della Torre, 1980, a p. 223), definendo Lussu «l’amico più caro del cavalleggero, di Alfredo Graziani».

7 Ivi, p. 11.

8 Ivi, p.12. Graziani ricorda l’azione nel suo libro nelle pp. 67-84.

9 Cfr. Giuseppina Fois, Storia della Brigata Sassari, Sassari, 1981, 9-10.

10 Lussu, op. cit., p. 11.

11 30 uomini per la Fois (Prefazione in A. Graziani, Fanterie sarde cit., p.10), 40 per Lussu, op. cit., p. 11 p. 10 e Fois, op. cit, p. 86-87.

12 Lussu, op. cit, p. 11.

13 Recita così la motivazione della medaglia al valore assegnatagli, Fois, Prefazione cit., p. 10. Questa azione è raccontata sia da Tommasi (Brigata Sassari. Note di Guerra, Roma, Tipografia Sociale, 1925) sia da Lussu, sia da Motzo. Cfr. soprattutto Fois, op. cit, pp. 86-87.

Così G. Tommasi, op. cit., p. 38. «L’azione — scrive — allo scopo di conseguire ugualmente il successo con il minore numero di perdite, poiché le schiere erano di già molto assottigliate, cercò di sfruttare il difficilissimo elemento della sorpresa. Pochi uomini, risoluti e svelti, perciò: due plotoni, uno di ciascun reggimento, che volontariamente si offrirono di guidare il tenente Taras, del 152° e il sottotenente Alfredo Graziani da Tempio Pausania, cavalleggero questi del 18° Piacenza, ufficiale d’ordinanza del comandante della Brigata, animo generoso e ardimentoso che continuò poi la campagna come fante pur di combattere, pur di rimanere alla Sassari».

Così Lussu, op. cit., p. 11: «Il 21 agosto del ’15, con quaranta volontari, aveva attaccato di sorpresa e conquistato “il dente del groviglio”, solida trincea avanzata, difesa da un battaglione di ungheresi. L’azione era stata di una audacia estrema». Si veda infine L. Motzo, op. cit., pp. 33-35.

14 Tommasi, op. cit., p. 38

15 Motzo, op. cit., p. 34.

16 Ivi, p. 130: Motzo riporta un’altra impresa di Graziani: quella in cui, al comando dei «miseri resti» del I e del II battaglione del 151, si avventò sulle trincee nemiche e riuscì ad occuparle.

17 Ivi, p. 34.

18 Cfr. M. Brigaglia, L’eroe dannunziano in trincea con la Brigata Sassari, «L’Unione Sarda», 30 settembre 1988.

19 Tommasi, op. cit. Si riporta per intero il passo concernente Graziani, a p. 169: «I comandi hanno rimarcato che la Sassari fa un consumo enorme di munizioni, sproporzionato al consumo di altri reparti. È vero. C’è al mio reggimento il terzo battaglione che usa di rispondere ai colpi nemici con un numero doppio, e per lo più adopera le Benaglia, le bombe da fucile. Graziani, ad esempio, il cavalleggero che comandava la 12a, si divertiva a fare il fuoco a comando, a salve di squadra, di plotone, e persino della compagnia intera. Un’ira di fuoco, e i soldati ci si spassavano. Oggi però a Graziani gli è scoppiata una bomba, austriaca s’intende, fra le gambe ed è rimasto ferito: non si sa quante piccole schegge gli siano penetrate nelle carni. E lui…».

20 Fois, Prefazione cit., p. 10.

21 Motzo, op. cit, p. 34.

22 Lussu, op. cit., p. 11.

23 Ivi, pp. 11-12.

24 Ivi, p. 13.

25 Ivi, p. 14.

26 C. Bellieni, Emilio Lussu, Il Nuraghe, Cagliari, 1924, p. 22. Di Graziani Bellieni accenna anche a p. 35 laddove ricorda come gli ufficiali isolani guidati «dall’affettuoso intuito di Emilio Lussu, del Tommasi, del Graziani, di alcuni altri», si relazionarono con sensibilità e intelligenza ai problemi e ai bisogni dei semplici fanti, soprattutto di quelli di estrazione contadina e pastorale.

27 Cfr. la tessera di riconoscimento militare e una fotografia di Graziani in alta uniforme di ufficiale raccolte nel suo libro.

28 Graziani, op. cit., pp. 347-354.

29 Fois, Prefazione cit., p. 10.

30 La data e la causa di morte di Francesco Graziani, appartenente al 3° reggimento genio, è tratta dal libro Ministero dalla Guerra, Militari caduti nella guerra nazionale 1915-1918. Albo d’oro, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1938, p. 169.

Quanto penosi fossero stati quei mesi in famiglia per la mancanza di notizie del fratello, col triste presagio di morte che incombeva, è detto nelle pp. 349-351 di Fanterie sarde cit.: Si riporta per intero l’intenso e commovente pezzo.

« … A Milano la Madrina del «Battaglionissimo» mi esorta a tornare in Sardegna. Non posso non convenire che ella abbia ragione.
Ho laggiù il babbo e la mamma; li penso nella solitudine della vecchia, vasta casa, davanti al focolare deserto; li immagino vicini l’uno all’altra, preoccupati soltanto dei due figli, di uno dei quali non hanno piú notizie, perché Francesco deve essersi trovato nel turbine di Caporetto, dove non si può escludere che non sia stato sommerso nel gorgo tragico.
Seguo il consiglio della Madrina. Decido di partire, di andare a «fendere il seno a Teti», purché l’amabile Dea non ci mandi un siluro che venga a fendere qualcosa d’altro a noi.
«Fra due giorni sarò al di là del Tirreno e riabbraccerò i miei vecchi; fra un mese sarò di ritorno fra i grigio-verdi, con l’Italia dalla quale non posso distaccarmi, con questa mia Italia che soffre e combatte e spera e vuole, vuole vincere ad ogni costo, disperatamente.
Non avendo trovato nel nostro cammino né siluri né sottomarini né scherzetti ameni di nessun genere, abbiamo posato il piede, illesi, sulle scogliere di Sardegna.
Siamo stati tutti, borghesi e militari, colpiti da una scena orripilante.
Al passeggero che dallo scalo di Golfo Aranci si reca pedestremente, per la breve salita, alla stazione ferroviaria, si presenta all’improvviso un rozzo e grosso macigno, che intende, poverino, nelle sue buone intenzioni, di ricordare ai posteri i caduti e le glorie della «Sassari».
Ho pensato al masso scolpito dai miei fanti nel campo di Azzida davanti all’altipiano conquistato. Esso, al confronto, è un capolavoro. Ma chi è lo scellerato ideatore di quel delitto? È una cosa talmente mostruosa da non concepirsi. Fa venir voglia di rendersi disertori e salvare la pellaccia solo per non entrare nel dominio mnemonico di quel masso.

A casa ho abbracciato mia madre come si abbracciano tutte le madri quando si vogliono bene e quando le si vede dopo una lunga assenza e dopo tanti pericoli; col desiderio intimo e formidabile che quell’abbraccio non debba aver mai fine. Questo è stato l’abbraccio con mamma, lungo e commovente; un’ondata di effetto, irresistibile, mi ha sommerso l’anima e mi ha fatto perdutamente poggiare la testa, come un fanciullo, sul grembo materno.
Mentre mia madre ha pianto, mio padre, non meno affettuoso ma in apparenza piú rigido, piú vigile su se stesso, piú uomo, mi ha accolto sul vasto petto e mi ha manifestato tutta l’immensità del suo amore con una sola parola e con un solo gesto: «Bravo», ed il verbo era accompagnato da una carezza sulla fronte e sui capelli.
Passato il primo momento di slancio affettuoso ed irrefrenabile, di commozione intensa, ci siamo guardati reciprocamente, in silenzio.
Qualcuno mancava a quella gioia! Lo stesso pensiero dominava sui nostri cervelli; l’identico dubbio teneva in sospeso le nostre anime; la domanda angosciosa che tormentava il nostro spirito ci saliva alle labbra senza che alcuno avesse il coraggio di pronunziarla: «Francesco?… Che cosa ne sarà del nostro Francesco?».
La parola non è stata pronunziata dalle sue labbra tremule e riluttanti per il timore di una minaccia che si vorrebbe allontanare e di un pericolo vago che si teme imminente. «Francesco?». La parola è stata pronunziata dai suoi occhi, velati di pianto; due lacrime silenziose, lentissime! Le lacrime di una madre che ha il gelo nel cuore ma che tuttavia spera ancora, si abbranca ancora, disperatamente, ad un filo di speranza.
Ho dovuto chinare la testa; ho dovuto rispondere, quasi sillabando: «Dall’ultima volta, è stato negli ultimi di ottobre, non l’ho piú visto; non ne ho piú saputo nulla!».
Di suo era arrivata una cartolina in franchigia, senza data, senza timbro di partenza, con questa breve dicitura: «Sto bene, si marcia avanti» e la laconicità della frase, oltre al senso oscuro delle parole, lasciava perplessi.
Ma la prima notizia allarmante non aveva tardato molto ad arrivare. Veniva dal comando di reggimento ed era stata comunicata per tramite del Sindaco; dava Francesco come «disperso». Non potevo dire, io che sapevo, qual era generalmente il significato di quella tremenda parola. «Disperso», presso di noi, voleva dire quasi sempre «divorato da un proiettile di artiglieria»; in quel caso, date le circostanze, poteva significare una cosa peggiore: «prigioniero!».
Non potevo dire ai miei genitori quel che pensavo sulla sorte di mio fratello, per quanto in seguito mi rivolgessero domande esplicite e precise. Il dubbio tormentoso offuscava il raggio di sole che la mia presenza aveva portato nella vecchia casa e che, in un primo momento, era riuscito a riscaldare tutti i cuori.
Ma quel posto vuoto nella nostra tavola! Ma quel letto immacolato e sempre intatto accanto al mio, nella camera distinta per noi! Né c’era verso di fare intendere a mia madre che il suo operato aveva del puerile: ella pretendeva che a tavola ci fosse sempre il coperto per l’altro figliuolo, ed ogni mattina, nel portarmi il caffè-latte (mansione riservata esclusivamente a lei), sul vassoio che poggiava sul comodino doveva mettere, immancabilmente, due chicchere: una per me, l’altra per l’assente. Era il rinnovarsi quotidiano di una pena infinita! Il veloce approssimarsi del termine della mia licenza approfondiva maggiormente nelle loro anime il solco del dubbio angoscioso e l’ansia ed il terrore della mia partenza imminente.
Lo spettro di questa nera solitudine, di questo vasto silenzio, rotto soltanto dal rumore delle scarpe ferrate di qualche vecchio uomo di campagna, doveva impressionarli, peggio ancora doveva turbarli e spaventarli.
Io non avevo mai pensato e mai capito né quella situazione, né quello stato d’animo; ora non soltanto lo capivo ma l’intendevo anche, pienamente. Ora soltanto comprendevo perché il babbo a volte fosse taciturno, a volte rumoroso, ostentamente rumoroso, ora anche sapevo darmi del perché le mani di mia madre diventassero sempre piú tremule, man mano che si avvicinava l’ora della mia partenza; e perché il suo sguardo diventasse piú fisso ed i suoi occhi piú lucidi, nel guardarmi, da sola, la mattina, alla consueta ora del caffè-latte.
Avevo l’impressione che ella volesse circondarmi e ricoprirmi di tutto il suo desiderio di protezione. Ella mi ha fatto capire cosa fosse essere padre senza esserlo, e la mia decisa volontà di ritornare fra i miei grigio-verdi per la prima volta ha vacillato. E per la prima volta mi sono chiesto: «Commetto una colpa, restando, o ne commetto forse una maggiore, partendo?».
Si è verificato nel mio spirito questo terribile cozzo di idee, questo urto tremendo ed improvviso fra due formidabili forze che avevano la mia coscienza per campo di battaglia: l’idealità di una grande Patria, acquistata attraverso gli anni e gli studi e le tendenze, di fronte all’affetto, intimamente sentito, congenito, per babbo e mamma, e che mai avrei supposto che potesse insorgere così violento e cosi prepotente da farmi vacillare dinanzi ad un dovere di soldato.
Mi raffiguravo spesso la mia Bandiera, fra le vampate e gli ardori della mischia; ripensavo spesso i volti serenamente fieri e gli sguardi di tutti i miei soldati quando, nelle ore del supremo pericolo, si rivolgevano a me, come per dirmi: «Siamo tutti con te perché sappiamo che tu sei con noi»; mi sentivo spesso riscaldato ancora dal calore di quell’affetto ed illuminato dalla luce di quegli sguardi, ma per quanto cercassi di ribellarmi mi sentivo irresistibilmente soggiogare dal silenzio di quella donna, dalla mestizia del suo volto, dal suo lungo indugiare nella carezza… e si trattava di una donna venerata perché si trattava di mia madre!
Così, combattuto, in alterna vicenda, fra una forza che mi attirava lontano, irresistibilmente, e l’ancora dell’amor filiale che mi inchiodava nella vecchia casa, al fianco di mia madre, sono arrivato alla fine della mia convalescenza e mi sono presentato al tribunale sanitario.
Dichiarato inabile per sei mesi ed aggregato ad un battaglione di marcia, mi son dedicato, con tutta l’anima, alla preparazione, soprattutto morale, dei partenti al fronte.
Chi sa? Frattanto sarebbero potute arrivare notizie del «disperso». Chi sa?…
La notizia è arrivata come un fulmine, perché tutte le brutte notizie arrivano come folgori. Ma non era inattesa e, tanto meno, impreveduta. Tuttavia si è abbattutta sulla nostra casa, proprio come una folgore: schiantando le anime.
Chi trasmetteva la triste notizia era il «Pfaffer der Kirsche» di Braunau-am-Inn, nell’Ober-Oesterreich, il parroco della Chiesa di Braunau sull’Inn, nell’Austria superiore. Questo «Pfaffer» scriveva in latino, un latino correttissimo; ma scritto con una grafia strana che non avevo mai visto e che mi riusciva del tutto ignota malgrado i tanti anni di studi classici. Il buon «Pfaffer» si limitava a comunicare la morte del soldato, senza preoccuparsi di fornire particolari di nessun genere, né siamo riusciti a sapere come sia morto il povero fratello.
Mia madre (oh, amore e patriottismo di mamma!) ha incorniciato, con crespo nero ed una strisciolina tricolore, una fotografia del mio povero fratello ed io mi sono messo a forgiare, come meglio potevo, l’anima dei nostri soldati!…

Lo stretto rapporto tra i due fratelli si deduce poi da una cartolina scritta da Francesco ad Alfredo dal fronte di guerra il 18 dicembre 1915: «Scrivimi, e scrivimi spesso, che io attendo sempre tue lettere», e «Augurandoti di passare un Buon Natale, ti saluto e ti bacio e sono sempre il tuo affezionatissimo Ciccino».

Alfredo Graziani al Liceo di Livorno
Alfredo Graziani, Imbarco a Porto Torres
Alfredo Graziani con altri allievi ufficiali - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani a San Vito 1915 - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani, suo ritratto con lettera alla mamma dal fronte
Francesco Graziani
Alfredo Graziani, Lettera del fratello Francesco Graziani -Sardi Guerra 1915-18
Alfredo Graziani e delle amiche - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani al fronte - Un momento di riposo - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani al fronte - Un momento di riposo - Sardi Grande guerra 1915-18
 Alfredo Graziani e il cucito - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani e altri Ufficiali - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani accosciato- Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani in ospedale - Sardi grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani - convalescenza - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani convalescente con infermiere - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani, cartolina della mamma Battistina Morla al suo ospedale
Alfredo Graziani, cartolina della mamma Battistina Morla al suo ospedale
Ospedale dove era ricoverato Alfredo Graziani, oggi clinica Mangiagalli.
Alfredo Graziani - convalescenza - Sardi Grande guerra 1915-18

GLI ANNI DEL PRIMO DOPOGUERRA

Nel dopoguerra, nel 1919, accanto a Diego Pinna e Gavino Gabriel fu uno dei capi della sezione tempiese dell’Associazione nazionale combattenti31 che fornì i quadri sia alla locale sezione del Partito sardo d’azione (la prima in Sardegna), sia a quella del Fascio dei combattenti (anche questo il primo in Sardegna). Sembrava destinato a svolgere un ruolo importante nelle vicende politiche della Sardegna di quegli anni: infatti, in seguito al I° congresso regionale di Oristano del 16-17 aprile 1921 venne eletto nella direzione provinciale di Sassari[32] insieme con personaggi del calibro di Luigi Battista Puggioni e Luigi Oggiano (anche se, a dire il vero, la sua nomina sembra quasi una cooptazione a spese di Diego Pinna che fu fin dal principio il vero leader del partito a Tempio e in Gallura: influì sicuramente in tale elezione la notorietà ottenuta sul fronte, anche se non è da escludere qualche indicazione agli elettori in suo favore da parte di Lussu e Camillo Bellini, il teorico del sardismo, suoi amici).

Poi, invece, il suo nome si eclissa e non lo troviamo più né come uno dei capi del Psd’Az (già dall’anno successivo, il 1922, non fa più parte del direttorio) né del Partito fascista, restando così al di fuori delle roventi vicende del cosiddetto sardo-fascismo, il movimento politico che vide cioè gran parte dei dirigenti e dei quadri del Psd’Az confluire nel partito fascista e assumervi un importante ruolo di guida (in cui si affermerà in modo definitivo invece Diego Pinna).

È possibile che in questo suo abbandono della scena politica avessero influito sia la sua poca propensione al “mestiere”, sia motivazioni più contingenti come quella di portare a termine gli studi universitari, interrotti a causa della guerra, per conseguire la laurea in Giurisprudenza a Sassari, il 12.5.1922 (si veda QUI). Nel settembre di quello stesso anno si iscrisse all’albo dei procuratori legali, intraprendendo così la carriera forense.

Nel 1923 sposò Maria Corda, figlia di Pietro Corda e Caterina Azzena, contraendo così parentela con due famiglie[33] che avrebbero avuto grande peso nella gestione politica e amministrativa della città e del territorio durante il fascismo. Dall’unione ebbe due figli, Carlo, nel 1925, e Francesco nel 1928.

Nel 1926 fu tra i candidati del listone fascista per le elezioni comunali. L’adesione al fascismo, però, dovette maturare un po’ tardivamente, tra il 1924 e il 1926 (nel frattempo, infatti, si era concretizzato il passaggio di gran parte dei capi e dirigenti del Psd’Az al partito fascista): difficile credere, diversamente, che un uomo severo e intransigente come Camillo Bellieni l’avrebbe citato — come si è riportato sopra — nel suo libro su Emilio Lussu del 1924, scritto in un momento in cui occorreva tenere alta e popolare fra le masse l’immagine del parlamentare sardista (immagine un po’ compromessa dopo le sue trattative col prefetto Asclepia Gandolfo riguardanti la confluenza al regime del Psd’Az).

È assai probabile che Graziani, come accadde alla maggioranza degli ex combattenti, sia stato a lungo indeciso da quale parte schierarsi; e che poi aderì al regime una volta constatato come anche la gran parte dei dirigenti e quadri del Psd’Az aveva compiuto la medesima scelta.

La sua presenza nella lista fascista per le elezioni comunali del 1926 non significò però l’ambizione di voler svolgere davvero un qualche ruolo politico di rilievo (e d’altronde gli mancavano alcune caratteristiche del “perfetto fascista”: parate, cerimonie e tutto il contorno della retorica fascista non si addicevano al suo carattere anticonformista e “sopra le righe”).

Negli anni del consolidamento del regime e del consenso (tra il 1926 e il 1938) egli non ebbe infatti incarichi politici. Non ne ebbe nemmeno dopo aver pubblicato nel 1934 Fanterie sarde all’ombra del Tricolore, in cui egli “gioca” sulla — come direbbero i bibliotecari — “paternità intellettuale” dell’opera, facendo seguire al titolo la seguente dizione: «del Tenente Scopa, a cura dell’avv. Alfredo Graziani, con prefazione di S. E. Cesare Maria De Vecchi conte di Val Cismon» (che fu, con Mussolini e De Bono, uno dei quadrumviri della marcia su Roma del 1922).

32 Gli altri membri del direttorio per la provincia di Sassari erano Mario Eustachi, Ignazio Cossu, Luigi Oggiano, Vincenzo Mesina;

33 Una delle figure più influenti del fascismo tempiese fu Attila Corda, figlio di Tito, cugino della moglie di Alfredo Graziani.

Tito infatti era fratello di Cesare e Italia (nati dal secondo matrimonio del padre Marco), e di Pietro e Gavino (nati dal primo matrimonio del padre).

Alfredo Graziani con la moglie Maria Corda
Alfredo Graziani con la moglie Maria Corda
Alfredo Graziani col figlio Francesci

FANTERIE SARDE ALL’OMBRA DEL TRICOLORE

Fanterie sarde all’ombra del Tricolore è un’opera preziosa per capire cosa significò quella terribile guerra e con quale spirito eroico e di sacrificio e quale amor di patria i sardi la combatterono (ma vi è evidenziata anche l’impreparazione degli alti comandi, spesso lontani dal comprendere le esigenze della truppa), oltre ad essere di piacevole lettura sotto il profilo squisitamente letterario: «Questo libro è ben scritto — scrisse per primo giustamente De Vecchi concludendo la sua prefazione, in cui alterna opportune e condivisibili osservazioni a qualche sprazzo di retorica fascista — e si fa leggere più facilmente di un romanzo. […]. Leggetelo, e vi piacerà».

Il libro ottenne il plauso del mondo culturale sardo e nazionale. Per questa nuova edizione mi onoro di presentare al riguardo nuove importanti notizie: per esempio che il libro vinse con decisione unanime, affermandosi su cinquantadue concorrenti, il prestigioso premio Savoia-Brabante nella sezione delle opere storico-politiche, «per il suo duplice carattere letterario e storico»[34]. Ne dettero notizia – riportando lo stesso dispaccio d’Agenzia –  il 1 febbraio 1935 «La Stampa» e il «Corriere della Sera»  che dedicò poi al libro alcuni giorni dopo, il 25 febbraio, finanche una recensione nella “mitica” pagina 3 (la pagina Cultura) del «Corriere», a firma A.V. :

«L’avvocato Alfredo Graziani pubblica presso l’editore Gallizzi, di Sassari, un grosso volume (Fanterie sarde all’ombra del tricolore, 1934-XII – con prefazione di S. E. C. De Vecchi di Val Cismon, L. 25) che mentre rientra nel novero dei ricordi autobiografici della guerra si distingue dagli altri per la minuziosa abbondanza dei particolari e perché presenta veramente quel carattere speciale di «cameratismo regionale», per così dire, proprio di certe brigate, e spiccatissimo nella Sassari, con la quale l’autore, benché ufficiale di cavalleria, chiese ed ottenne di fare tutta la campagna. Non è il caso neppure di tentare un riassunto: il libro è tutto episodico: scritto con schiettezza, semplicità, forza non comune, ci fa assistere alla vita di guerra di una delle più prodi e certo della più famosa tra le nostre Brigate di fanteria. Talune pagine, come quelle che narrano la cattura della mitragliatrice nella trincea a zeta, il tentativo di ammutinamento del 17 gennaio 1917, la vana ricerca del cadavere di Filippo Corridoni, la difesa di monte Fior, il massacro del giugno 1917 sul monte Zebio, sono tali da lasciare profonda impressione nel lettore e sono anche frammenti di storia sempre esaltante, anche se non priva di impressioni amare, che devono essere segnalati: essi forniranno un contributo notevole agli storici futuri che non vogliano accontentarsi delle fonti ufficiali sempre incomplete e incolori anche se obbiettive e fedeli. Il grosso volume del Graziani onora l’autore, la Brigata Sassari e in genere la fanteria italiana».

Nell’archivio di famiglia sono inoltre conservate due lettere di Remo Branca, in cui il famoso scrittore e artista (xilografo) — una delle figure più rappresentative della cultura sarda del Novecento —, gli esprime, appena letto il libro, i suoi complimenti e la sua emozione.

Iglesias, gennaio XIII
Caro Graziani
Ho finito ieri notte, con l’anima piena di guizzi, col cuore gonfio, di leggere il suo volume. Con un senso di dolore, di rabbia e di invidia perché anch’io oggi non posso vantare il battesimo della guerra. La Provvidenza a me ha riservato un altro destino. Ma che cosa non è nato dal profondo del mio animo che non fosse sogno d’eroismo, bisogno di sacrificio?
Non è un libro, questo è un testamento spirituale, è una battaglia vinta per la Sardegna, alla quale come al Ten. Scopa, un maresciallo ha gettato in faccia il bronzino di qualche onorevole riconoscimento. È la nostra sorte?
Il suo libro è intrepido. Mi vergognerei di dirle bravo! Ammirerei di farle un elogio, accetti la mia riconoscenza perché le mie piccole opere di pace e d’arte si alimentano del rinnovato orgoglio, della ineffabile gioia d’essere e di voler sempre essere un sardo.
Ho fatto già la recensione per il Bollettino e se il tempo (sono oppresso dal lavoro) me lo permetterà
ne farò altre per i giornali.
Che onore per me avere il suo libro con la firma del tenente Scopa!
Accetti un abbraccio devoto.

Iglesias, 20 gennaio XIII
Caro Avvocato Graziani
Ieri sera sono stato con S. Fontana: non s’è fatto che parlar di lei e del suo libro.
Stamane ho scritto una seconda recensione, e l’ho spedita al popolo di Roma.
Ho inoltre fatto acquistare il volume per la nostra biblioteca.
Ma non finirà qui la mia propaganda a questo volume che sarà opera santa per la Sardegna.
Bisogna che la Sardegna abbia in pace quel che ha meritato in guerra.
Dopo vent’anni non è un lamento questo, ma un atto di più alta giustizia sociale, come ha promesso Mussolini.
Bisogna che Mussolini legga il suo libro!
Lo dovranno leggere tutti i sardi.
Farò in questo numero del Bollettino molta pubblicità: occorre una fotografia di …Graziani oppure del ten. Scopa.
Ha fatto benissimo a fingere questa distinzione, che trae in inganno i meno intelligenti.
Attendo la fotografia. Ma attendo anche lei ad Iglesias. Sarà un onore averla con noi. Potrà parlare ai miei alunni. Se a me non può far avere il volume in omaggio me lo mandi in assegno. Ma lo voglio con la sua firma.
Voglia gradire il mio più cordiale saluto.

A conferma dell’importanza, l’opera è stata ripubblicata una prima volta nel 1987 dalla stessa casa editrice Gallizzi, con un’introduzione di Giuseppina Fois (autrice anche di Storia della Brigata Sassari, Gallizzi 1981), ma senza più la prefazione di De Vecchi (ed è stata, a mio parere, una incomprensibile omissione), ed ebbe note positive anche da parte di Manlio Brigaglia in un articolo scritto sull’«Unione Sarda» il 30 settembre 1988.

Nei loro scritti i due storici hanno giustamente sottolineato le affinità tra questo libro e quello assai più famoso di Lussu (Un anno sull’altipiano). Scrive la Fois: «Sarà comunque Graziani, il fascista Graziani, l’unico tra tutti i memorialisti a descrivere per esteso e senza censure di sorta gli episodi più drammatici e “scandalosi” raccontati anche da Lussu. Non si può certo trovare in Graziani l’impostazione lucidamente antimilitaristica […] di Un anno sull’Altipiano, eppure l’analogia tra i due libri, nella successione degli episodi e persino in una certa vena amaramente ironica che li attraversa entrambi, è a tratti impressionante». Questa osservazione della Fois aiuta in qualche modo anche a capire il forte legame che univa sul fronte Graziani e Lussu: come quell’amicizia fosse cementata da una sostanziale affinità e condivisione di valori.

Il libro in anni recenti, sulla scia del Centenario, ha avuto altre ristampe, in particolare segnaliamo quella de «La Nuova Sardegna», nel 2014 in due tomi (con ripristino della prefazione, e di MaxOttantotto, 2022.

A parere di chi scrive una attenta analisi di Fanterie Sarde all’ombra del Tricolore è utile anche per trarre alcune indicazioni (se non altro per formulare probabili ipotesi) sul suo autore. Intendo dire che il forte, continuo e personale coinvolgimento di Graziani nelle vicende da lui descritte fa sospettare (alla luce delle nuove “avventure” militari da lui intraprese dopo la pubblicazione del libro) che gli anni della grande guerra avessero lasciato nel suo animo un solco, e forse un vuoto profondo e lacerante. Infatti, sembra che egli, mentre scrive, riviva (letteralmente, senza metafore) quella “sua” guerra, condivisa con i sassarini sia nelle trincee, invischiati nella infernale roulette quotidiana della morte — dove ogni attimo, ogni secondo vissuto, poteva essere anche l’ultimo —, sia nelle poche giornate di licenza in cui si tornava a godere e assaporare la vita (ma con lo stesso sentimento con cui si stava al fronte, con la consapevolezza cioè che poteva essere anche l’ultima volta): ore di libertà vissute intensamente, fino al midollo, durante le quali egli si dedicava con lo stesso ardore messo in battaglia, e con maggior successo — come si è detto sopra —, a conquistare altre trincee, i cuori femminili, cui poi doveva il soprannome che lo rese celebre sul fronte: «Scopa».

Insomma, è azzardato dire che Graziani finì per restare profondamente condizionato dalle esperienze vissute nella prima guerra mondiale (la vita in trincea come nelle ore di licenza), e che con le memorie di guerra, oltre che illustrare il contributo dei sardi della Brigata Sassari, egli intendesse anche soddisfare una propria e intima esigenza dello spirito, forse colmare un personale e intimo vuoto?[35]

Se questa è però un’ipotesi, certo è che la guerra dichiarata dall’Italia nell’ottobre 1935 contro l’Etiopia ridestò i suoi sentimenti patriottici ed egli subito partì volontario: come poteva un “cantore” dell’ardimento dei sardi in guerra e dell’amor patrio esimersi da dare il buon esempio e non essere laddove la patria chiamava? (È poi da escludersi che il libro pubblicato, invece di esorcizzare il passato, avesse rinnovato in lui, insieme con un ritorno di celebrità, il desiderio di tornare ad essere protagonista?).

Certo è che egli non si recò volontario in Etiopia con lo spirito con cui vi andarono diversi ministri e gerarchi e politici di regime: per acquistarsi facilmente, magari stando nelle retrovie, benemerenze presso il Duce e nuove mostrine di Stato da esibire per ottenere nuovi posti di potere. L’onorificenza ottenuta nell’ottobre 1935 a Cavaliere della Corona d’Italia dietro proposta dell’Associazione Nazionale Combattenti36 (forse influì anche la pubblicazione del libro), contò per lui come un riconoscimento e basta. Pagò anche nella Campagna d’Africa, infatti, il dazio di essere un combattente e non uno in cerca di stellette: andò sul fronte nei pressi di Damas in Eritrea, col grado di 1° capitano nel 23° gruppo Camelli, combatté davvero, e fu ferito alla testa.

Finita la guerra d’Etiopia con la proclamazione dell’Impero (maggio 1936), Alfredo Graziani ebbe appena il tempo di riambientarsi alla tranquilla (per lui probabilmente troppo) vita di paese che un nuovo evento militare lo precipitò lontano da casa.

Nel 1937, infatti, partì volontario per la Campagna di Spagna in cui l’Italia si trovò impegnata a sostenere con la Germania di Hitler le armate del generale Francisco Franco contro quelle dei repubblicani, appoggiate dalla Russia e dai volontari comunisti, anarchici e d’orientamento social-liberale di tutta Europa. Per questo suo impegno poté fregiarsi, a partire dal 19 dicembre 1937, del titolo di 1° centurione del Corpo Volontari[37], ma anche in questa occasione egli pagò il suo prezzo: fu ferito al ginocchio al quale fu impiantato un bel pezzo di filo di ferro.

Inutile dire che venga spontaneo chiedersi il perché di questa partecipazione volontaria ad un’impresa militare così marcatamente di carattere politico, dove non erano in gioco direttamente gli interessi della Patria, quando poteva tranquillamente astenersene, visto che era — per età — libero da obblighi di leva, aveva già combattuto due guerre nelle quali era stato gravemente ferito, che non era più giovane, e aveva moglie e due figli piccoli. La considerazione che egli, pur non essendo un fervente fascista fosse un fiero e acceso anticomunista, non sembra sufficiente e del tutto convincente.

Proprio alla luce della Campagna di Spagna viene da pensare invece che Alfredo Graziani, nelle due guerre combattute negli anni Trenta, avesse colto anche l’occasione per “liberare” il suo temperamento intrepido (la guerra vissuta come il luogo dove, nello sprezzo della morte, si rinnova ardente l’amore per la vita) e, in qualche modo, ritrovare se stesso: forse il vecchio tenente «Scopa» idolatrato dai suoi uomini; non è poi improbabile che in quelle guerre egli vedesse quasi il mezzo per evadere dall’ambiente paesano in cui viveva e in cui si sentiva come “ingabbiato”.

Smessi definitivamente i panni del soldato con la breve partecipazione alla Campagna di Grecia nella seconda guerra mondiale (questa volta come richiamato), negli ultimi dieci anni di vita riprese ad esercitare la sua professione “borghese” di avvocato a Tempio e ad Iglesias.

Morì a Tempio l’8 agosto 1950 a 58 anni[38]. La notizia della morte, insieme con un breve ricordo della sua persona, pubblicata tre giorni dopo, l’11 agosto, da «La Nuova Sardegna», a firma di Eugenio Chirico, fu un giusto tributo alla sua figura di sassarino e di scrittore, ad uno dei tempiesi più famosi nella storia sarda del ’900.

34 Cfr. I vincitori dei Premi Savoia-Brabante, «Corriere della Sera», 1 febbraio 1935, p. 6. Roma, 31 gennaio, notte.

Si è riunita, sotto la presidenza dell’on. Delcroix, la Commissione giudicatrice del concorso per i premi Savoia-Brabante, composta del gen. Maurizio Gonzaga per gli atti di valore, on. Bolzon per le opere, Antonio Baldini per le lettere, on. Efisio Oppo per la pittura e A. G. Santagata per la scultura; segretario l’on. Baccarini […]

Dopo ampio esame delle opere di storia, di politica, di letteratura, di pittura e di scultura, alle quali avevano partecipato 52 concorrenti, la Commissione, su proposta dei relatori delle materie, ha deliberato unanimemente di assegnare il premio per le Opere storico-politiche al libro Fanterie sarde all’ombra del tricolore, dell’avv. Alfredo Graziani, di Tempio Pausania, per il suo duplice carattere letterario e storico […].

Non è improbabile che lo spoglio sistematico dei principali giornali sardi e italiani sveli nuove recensioni e citazioni del libro.

35 Riporto come emblematico dei ricordi di guerra di Graziani suggellati nelle sue memorie il seguente passo già utilizzato da Cadeddu in riferimento ai drammatici fatti del 10 giugno 1917 sul monte Zebio: «[…] se chiudo gli occhi mi si presenta una bolgia infernale, sento frastuoni e boati di cataclismi apocalittici, mi pare che mi penetrino nuovamente nelle budella sbuffi di aria calda e fischi di aria gelida, in mezzo a ventate roventi, a schianti laceranti, a fragori di rovina, a ruinare di alberi e di massi, a tremori di terra e ululati di caverne stipati di gente viva; se chiudo gli occhi rivedo il caos; rivivo nell’incubo spaventoso, mi colpiscono ancora le orecchie urla funeste e sghignazzate tragiche».

E concordo col commento che di questo passo ne fa Cadeddu: «Non può sfuggire ad alcuno come l’autore riviva nel ricordo quella giornata come un incubo spaventoso […]. Noti il lettore l’angoscia che l’autore prova nel rivivere quei momenti […]».

36 La nomina gli fu comunicata dal presidente del Direttorio Nazionale dell’Associazione nazionale Combattenti il 31 ottobre 1935.

37 La nomina gli fu comunicata dal comandante del «Corpo Truppe Volontarie» il comandante Giovanni Zanella.

38 Per queste informazioni biografiche cfr. Fois, Prefazione cit.

Alfredo Graziani, Fanterie sarde all'ombra del tricolore, Gallizzi, 1934
Alfredo Graziani, Fanterie Sarde all'ombra del Tricolore - Corriere della Sera, 1 febbraio 1935, p. 6
Alfredo Graziani, Fanterie Sarde all'ombra del Tricolore - Corriere della Sera, 1 febbraio 1935, p. 6
Alfredo Graziani, Fanterie Sarde all'ombra del tricolore Premio Savoia, La Stampa 1 febbraio 1935
ALfredo Graziani, Fanterie Sarde all'ombra del Tricolore - La Stampa 18 luglio 1936 p. 2
Alfredo Graziani, Tesserino Associazione Nazionale Combattenti
Alfredo Graziani, Tesserino Associazione Nazionale Combattenti

L’AMICIZIA E I RAPPORTI SUCCESSIVI CON EMILIO LUSSU

E infine, come in un allegato di appendice, “due righe” su una domanda che alcuni appassionati di storia della Brigata Sassari si saranno posti e che altri, in seguito, potrebbero farsi. Che ne fu dell’amicizia fraterna tra Alfredo Graziani ed Emilio Lussu, immortalata dalle tante fotografie che li ritraggono insieme sul fronte ancor prima che dalle pagine dei vari libri di memorie?

Le strade si rivelarono diverse, e diversi anche i temperamenti e le ambizioni dei due. Lussu si ritrovò la stoffa del leader politico, fondò il Psd’Az e divenne subito deputato, Graziani invece non si trovò quelle doti.

Per qualche tempo i due continuarono certamente ad intrattenere rapporti: abbiamo visto, fra l’altro, che Graziani fece parte del I° direttorio regionale del Psd’Az nel 1921; poi invece la mancanza di contatti costanti e ravvicinati e le convulse vicende politiche di quegli anni che videro il Psd’Az lacerato dalla questione se fondersi o meno nel Partito fascista (e che certo non agevolarono in Graziani la comprensione di quale fosse la linea politica del suo amico Lussu: si passò anzi, in breve tempo, da una situazione che dava per possibile la sua confluenza nel fascismo ad una in cui se ne dichiarò oppositore irriducibile), fece sì che le loro strade politiche si separassero.

Non sappiamo se Lussu, esule dal 1929 (dopo la fuga da Lipari) fino alla caduta del fascismo, fosse in qualche modo venuto a conoscenza della collocazione nel regime del vecchio compagno d’armi. Personalmente non credo: in Un anno sull’Altipiano (scritto fra il 1936 e il 1937, pubblicato in Francia nel 1938) Lussu raffigura più volte Alfredo Graziani nel tenente di cavalleria Grisoni, attribuendogli un ruolo di “eroe” positivo quasi a ricordo e omaggio dell’antica simpatia e amicizia per lui. E quanto ho scritto sopra riguardo a Bellieni vale anche per Lussu: non credo — per come i biografi ne hanno descritto il temperamento — che egli avrebbe ricordato il vecchio amico se fosse stato a conoscenza delle sue scelte “politiche”. Allo stesso modo si può supporre che Lussu non fosse a conoscenza del libro di Graziani, che recava addirittura la prefazione di De Vecchi.

Dopo queste ipotesi (credo abbastanza “forti” nella logica dei fatti), ora una certezza: appena Lussu fece rientro in Sardegna (il 30 giugno 1944, e vi rimase per due settimane tenendo comizi a Cagliari, Sassari, Nuoro, Oristano, Iglesias), Alfredo Graziani — come riferisce il figlio Carlo — si recò a trovarlo, forse a Iglesias o a Cagliari. Non c’è dubbio che sentì impetuoso il desiderio di rivedere dopo circa vent’anni il suo vecchio amico, già famoso nel primo dopoguerra, ma ora, dopo la Liberazione, quasi assurto alle dimensioni di un “eroe” e di una leggenda.

L’incontro però fu anche l’ultimo. Dopo un primo caloroso abbraccio, Lussu, una volta che la conversazione si spostò sul piano politico, rimproverò severamente a Graziani la sua adesione al fascismo (addirittura in Spagna avevano rischiato di trovarsi a “sparare” contro, nel senso che Lussu, pur non prendendo personalmente parte allo scontro armato, fu tra i fondatori della Brigata Garibaldi che partecipò alla guerra civile combattendo tra i repubblicani): ci fu quindi una violenta lite e fu posta una pietra sopra la vecchia amicizia.

In quel momento era difficile se non impossibile che i due, con esperienze così opposte alle spalle, potessero capirsi: soprattutto, che un uomo “sanguigno” come Lussu — che doveva sentire come rovente il peso dei tanti anni di vita da esule e di combattente contro il fascismo, per ultima la recente guerra di Liberazione contro il nazi-fascismo — potesse accettare la scelta di Graziani di aver aderito al regime (la diversità di orientamento politico maturato nei due spicca anche quando si consideri che Graziani nel referendum del 2 giugno 1946 votò per la monarchia di cui era un fervente sostenitore). Figurarsi poi se Lussu poteva cogliere nelle guerre da volontario dell’ex tenente «Scopa» eventuali altre ragioni.

Forse in seguito qualche margine di comprensione in tal senso ci sarebbe potuto anche essere, non in quel frangente. Tanti anni dopo, infatti, nel 1971, Carlo Graziani (il figlio maggiore di Alfredo), avvocato a Roma, mentre passeggiava in una delle vie della capitale, riconobbe fermo davanti alla vetrina di una libreria Emilio Lussu. Vinta l’emozione gli si presentò e gli svelò la sua identità. Dopo un attimo di sbigottimento, il vecchio politico lo prese sotto braccio e passeggiando cominciò a discorrere con lui: diventarono amici. Spesso Carlo Graziani con la moglie e i figli si recava a trovare a casa sua Emilio Lussu. Il quale, in questa amicizia, ricompose in qualche modo la frattura dei rapporti intervenuta col padre. A Carlo, in ricordo del padre: così recita, infatti, la dedica che Lussu appose alla copia di Un anno sull’Altipiano che Carlo gli mostrò e che era appartenuta al genitore (si trattava della prima edizione Einaudi pubblicata nel 1945, subito dopo la Liberazione).

Non solo. Quando Francesco Graziani, il secondo figlio di Alfredo, donò alla Brigata Sassari gran parte dei ricordi della prima guerra mondiale appartenuti al padre, Lussu, venutone a conoscenza da un maggiore della Brigata Sassari, chiamò Carlo per chiedergli se la cosa fosse vera, e ricevuta affermativa la risposta, gli dichiarò: «Allora anche io farò lo stesso». E così, nei cimeli conservati presso il museo della Brigata Sassari, continua oggi a vivere l’amicizia tra il tenente Scopa e il capitano Lussu.

Alfredo Graziani e Emilio Lussu - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani e Emilio Lussu - Sardi Grande guerra 1915-18
Alfredo Graziani e Emilio Lussu - Sardi Grande guerra 1915-18
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