ARZACHENA

di Mary Davey

Icnusa, ovvero piacevoli ricordi di una residenza di due anni nell’isola di Sardegna

Londra 1860

traduzione di Gallura Tour

LA FESTA DI SANTA MARIA DI ARZACHENA

Giovanni Marghinotti, festa campestre in Sardegna, 1861

Tempio, pur essendo abbastanza interessante, non offre divertimenti a chi voglia soggiornarvi a lungo; perciò si decide di andare, con la scorta militare, alla celebre festa di Arzachena: è una sorta di festa religiosa che si svolge ogni anno in questa regione di banditi. In varie parti dell’isola ce ne sono molte di queste feste annuali che variano solo in alcuni particolari, ma quella di Arzachena, essendo molto conosciuta, può servire come esempio per tutte.

I sentieri di montagna sono tutti animati di pellegrini, perché tali sono, sebbene vestiti – in modo molto gioioso – in ogni varietà di costume; intere famiglie si raggruppano tutte in completo abito di gala, a cavallo, su carri trainati da buoi, a piedi; ma di questi ultimi ce ne sono pochissimi perché ai Sardi non piace camminare.

Coll. Gian Franco Serafino (Tempio)
Famiglia gallurese
Giuseppe Biasi, Cavalcata, ca 1930-1942

Chi può descrivere la scena della festa? Su una bella collina, parzialmente ricoperta da begli alberi e arbusti, è arroccata la piccola cappella dedicata alla Vergine Maria di Arzachena.
Sotto di essa si estende una pianura boscosa che brulica di vita, in un fermento di attività. Qua e là, in lontananza, si scorgono estemporanei mattatoi, dove sono in corso i processi di scuiamento e macellazione; poi fuochi di carbone, nei forni più strani fatti nel terreno per bollire, e friggere, e stufare, all’aperto; un accampamento di zingari in grande. […]

vista di Arzachena dalla strada Tempio-Arzachena
chiesa Santa Maria della Neve, coll. Francesco Cossu
Giuseppe Biasi, Festa campestre, San Cosimo, 1935
Antonio Ballero, festa campestre - fine XIX sec
Giuseppe Biasi, Grande festa campestre 1910-11

oUn lungo tratto di terreno era coperto di giunchi, mirto e rami di lentisco, o la scilla marittima, fino all’altezza di cinque o sei pollici. Questo doveva servire da tavola per le tantissime persone.

I direttori di questa festa campestre sono chiamati, all’epoca, “soprastanti”: sono in numero di quaranta e sono i capi pastori della contrada; ognuno di loro ha contribuito con una pecora o una capra, dodici libbre di formaggio, trenta libbre di pane e, collettivamente, non saprei dire quante centinaia di litri di vino; diverse botti di olio, enormi quantità di maccheroni, frutta, verdura, coriandoli, combustibile e utensili da cucina. Queste persone importanti sono coloro che contano in quella comunità: dirigono, organizzano, discutono.

Solo la parte superiore di questa eccezionale tavolata è ricoperta di candidi tovaglioli, ed è riservata come posto d’onore per gli ospiti di rilievo.

Il nostro gruppo inglese fu accolto con festoso entusiasmo e invitato a sedere sotto un baldacchino di “cabanneddus” (grandi cappotti), stesi da un ramo all’altro, e lasciati a godersi la novità della scena a loro agio, fino a quando sarà servito il banchetto.
Edward, naturalmente, è un importante assistente e viene continuamente consultato! “Ai milordi piace questo? Preferiscono questo?”. Anche Bertoldo è sui trampoli; è all’apice dell’importanza e della popolarità.

Il grande piatto, per eccellenza, viene ora collocato con tutta l’eleganza e la cerimonia in cima alla mostruosa tavola. Consiste in un enorme cinghiale selvatico all’interno della cui carcassa è stato posto un capretto, all’interno del capretto un maialino da latte, all’interno del maialino da latte una o due quaglie; l’intera massa viene arrostita in una buca nel terreno, ben foderata con rami di mirto e ricoperta sopra e sotto da braci di carbone.

Oltre a questo grande piatto nazionale, in diverse parti della tavola si trovano pecore, cervi, capre, maiali da latte, maiali selvatici, ecc. arrostiti interi allo stesso modo; vaschette di maccaroni cotti con formaggio, e montagne in miniatura di cocomeri, fichi e uva: i rami di mirto servono per piatti e stoviglie, i pugnali per i coltelli, i rametti di mirto sono tagliati in modo da diventare forchette. Il banchetto inizia ora sul serio.

I sardi sono discreti buongustai. L’allegria è senza freni: il baccano è generale.

Gli ospiti inglesi e il loro giovane amico piemontese sono trattati con i bocconi più prelibati e serviti con la più cortese ospitalità. I soprastanti insistono per avere l’onore di servirli di persona e gareggiano tra loro nelle loro attenzioni.

Marghinotti, festa campestre in Sardegna, 1861

Terminato il pranzo [corregge festa], iniziano i divertimenti; il ballo tondo, ovviamente, ha iniziato il suo sinuoso labirinto, poi seguono altri balli nazionali e oltre ad essi anche il salto sardo e la pelicordina.

I poeti recitano poesie improvvisate; poi oratori che arringano; cantastorie che declamano; menestrelli che cantano.

Cominotti-Gonin-Lallemand - ballo sardo (o ballo tondo), capo di Sassari, ed. 1826, 1839
Luciano Baldassarre - ballo tondo, 1841
Manca di Mores - il ballo sardo nel piazzale della chiesa, 1861-1876
Giuseppe Biasi, ballo tondo, 1934-35
Manca di Mores - Lascia tranquilla mia sorella
Manca di Mores - Dance to the sound of the launeddas / danza al suono delle launeddas, 1861-1876

È il tramonto: suona l'”Ave Maria”; ogni testa è piegata, ogni labbro si muove alla preghiera.

Scende la notte – le stelle brillanti fanno capolino dal cielo viola – così chiaro, così luminoso, l’unica tettoia per i numerosissimi convenuti. Gruppi qui, gruppi là – anzi, intere famiglie, con i loro piccoli, sono rannicchiate sotto gli alberi e dormono profondamente. Alcuni spiriti vivaci sono inesauribili: e così il canto e la danza non sono del tutto tranquilli durante la notte.

È mattina, il sole è molto luminoso e molto caldo, e la grande folla riunita nella valle di Arzachena è di nuovo in allerta. La campana della cappella suona delicatamente e melodiosamente, ma non come le campane della vecchia Inghilterra.
E ora appare il grande corteo che porta la sacra bandiera di Tempio, sormontata da una croce. Viene prima piantata nello spiazzo ai piedi della collina della cappella. Le sue pieghe riccamente ricamate ondeggiano pesantemente nella dolce brezza mattutina.

Guardate la povera gente che si prostra, lo afferra e lo bacia devotamente nel suo cammino. La loro è una fede selvaggia – una devozione cieca, ma molto lontana dall’idolatria – ma è pur sempre fede; e la fede è bella.

La processione, con tutti i suoi accompagnamenti di gemiti, prostrazioni, sospiri e baci, passa tre volte intorno alla cappella, in direzione del sole.

Giuseppe Biasi, Obriere, 1930-1936
Giuseppe Biasi, cavalieri al santuario, 1940-45
Giuseppe Biasi, cavalieri con bandiere, 1940-45
Giuseppe Biasi, Processione del Corpus Domini in Barbagia, 1940-45
Giuseppe Biasi. La guardia al Santissimo, fine anni 30 - primi anni '40
Giuseppe Biasi, processione, ca 1935-39
Giuseppe Biasi, In chiesa - La preghiera, ca 1936-1940
Giuseppe Biasi, La preghiera, 1912

Segue una corsa di cavalli, secondo la selvaggia moda primitiva del paese. Le figure seminude si adagiano con noncuranza sul dorso senza sella di cavalli non meno selvaggi di loro, i lunghi riccioli da elfo che pendono sui fianchi sudati. Eccoli lì, a passo di carica, tra ruscelli, cespugli e pietre. Che curiosa differenza con il fantino di una corsa inglese! [Nota: questo paragrafetto è stato spostato dalla posizione originale perché evidentemente fuori contesto temporale].

Costantino-Spada, Cavalcata, 1965 (museo Man-Nuoro)
Pietro Antonio Manca, Cavalieri, 1930

Nel frattempo, la tavola è di nuovo imbandita per il pranzo di mezzogiorno (non si tiene conto della colazione: bastano un grappolo d’uva o qualche fico), e di nuovo è tutto un tripudio di allegria e banchetti.
È uno spettacolo più bello che mai, per i gruppi di bambini con gli occhi lucidi che sono stati a nanna la sera e attendono pazientemente gli avanzi.
Il portabandiera – che è una persona di alto censo, un giovane nobile di Tempio – fraternizza con il campione Charley, e si sforzano reciprocamente di rendersi comprensibili. […]

Al pranzo segue, ovviamente, la siesta. E così ricominciano i bal­li, le canzoni, i versi e le declamazioni, interrotti solo dalla cena so­stanziosa, come il giorno precedente. […]

Marghinotti, festa campestre in Sardegna, 1861
Stanis Dessy, festa rustica, 1930
Giuseppe Biasi, suonatore di fisarmonica, Tempio 1932
Giuseppe Biasi, coro a tre voci in cantina. interno di cantina con figure - 1935
Mario Delitala, Singing and Dancing in bomborombò, 1939
Giuseppe Biasi - festa

La mattina del terzo giorno la folla si disperde, c’è chi si reca in un’altra cappella poco distante, dedicata a S. Pietro di Baldovino, dove continuano le cerimonie e i banchetti della giornata, altri tornano alle loro case.
C’è molto rammarico per la separazione, il giovane piemontese è particolarmente dispiaciuto di separarsi da Charley ed Edward; infine, dopo uno scambio di portasigari e di auguri, ognuno prende la propria strada.

Giuseppe Biasi, ca 1918-1919

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