Berchiddeddu e la sua Necropoli

Escursioni Turistiche in Sardegna

Sassari, Tip. Moderna, 1955

di Giovanni Battista Demelas

Berchiddeddu.

«Ho letto quanto ha pubblicato sulla frazione di Padru. Perché non scrive qualche cosa a riguardo del nostro Berchiddeddu?» – mi disse un giorno un vecchio amico di famiglia.

Alla domanda di un certo sapore campanilistico, che sapeva anche di mal celata gelosia, aggiunse: «La nostra frazione è onusta di storia. Ha fra l’altro, come Padru, il suo vecchio castello e di più, visuali panoramiche splendide, interessanti ruderi di antiche costruzioni, e numerose caverne piene di ossa umane con stinchi di giganti, lunghi quasi un metro».

Non seppi domare la curiosità e accettai l’invito.

All’alba del 25 maggio 1953, ben equipaggiato, partii da Buddusò, e dopo un percorso di 82 chilometri, in auto, per via Olbia, giunsi a Berchiddeddu. Ero accompagnato da mio nipote, Demelas Giovanni, pratico del luogo e molto conosciuto.

Il piccolo centro abitato è situato su posizione dominante. Il piano regolatore non esiste. Le case che sembrano uscite da un magazzino della Rinascente, furono costruite sulla scolta delle esigenze di ciascuna famiglia, tenendo conto dei requisiti necessari sia all’economia civile, sia a quella rustica.

Fu curata la funzionalità delle nuove costruzioni, assicurando aria e luce abbondante ad ogni vano. Fu curata anche l’igiene che, generalmente, in quasi tutte le regioni di montagna, rappresenta un imperativo non molto sentito.

La piccola metropoli ha alle sue dipendenze otto minuscoli centri abitati: Sa Castanza, Su Carru, Su Trainu Mortu, Pedru Gajas, Sos Coddos, Battista Mamusi, e Sa Pinnetta Noa.

L’Opera Pontificia, or fa pochi anni, ha costruito due chiesette, umili ma accoglienti, una dedicata a San Giovanni Battista, in Sa Castanza, l’altra a San Francesco di Sales, in Su Trainu Mortu.

Gli abitanti di questi piccoli centri, uniti insieme, non raggiungono il migliaio.

Berchiddeddu dista Km. 18 da Olbia. Vi si accede da Loiri, frazione di Tempio, per una strada di nuova costruzione che costeggia una valle poco profonda. Non più alberi intorno: solo magri pascoli e rocce, con una serie di visioni che si seguono e s’incalzano.

Un’auto corriera, con due corse al giorno, facilita le comunicazioni. La chiesa parrocchiale, accogliente nella povertà, ha per patrona l’Immacolata.

Don Giovannico Ena-Angioi, nativo di Bono, appartenente alla nobile famiglia dell’«Alternos» (grande agitatore dei moti popolari della Sardegna dalla fine del secolo XVIII ai primordi del secolo XIX), sempre prodigo di cure e di provvidenze per i suoi fedeli, da oltre 30 anni regge la parrocchia con grande amore ed apostolico zelo. È l’anima di tutti. La sua ingegnosa attività si esplica, nel suo romitorio, in molteplici opere di apostolato. Il suo ideale finale è soltanto far breccia all’ingresso personale di Gesù, l’unico vero salvatore degli uomini perché affretti l’ora del trionfo suo a bene di tutti.

Berchiddeddu con le sue minuscole frazioni, squisitamente rurali, sono composte di brava gente che lavora in silenzio con tenacia e intelligenza, e continuerà la sua marcia ascensionale affermando il progresso tecnico nelle maggiori branche agrarie accrescendo il benessere degli abitanti.

L’industria alberghiera non ha fatto ancora alcun progresso: esistono case ospitali prive del «confort» necessario per dare impulso ad un movimento di turisti più considerevole. Auguriamoci che lo spirito di iniziativa, già progredito altrove, valga a mettere in miglior luce e in più felici condizioni per quanto riguarda il viaggio ed il soggiorno dei visitatori, quest’altra zona degna del massimo interesse.

In un non lontano domani, sorgeranno casette, sia pure rustiche, però colme di tutto quanto la necessità moderna è capace di offrire ai più o meno abbienti.

Oggi all’industria alberghiera supplisce l’antica ospitalità sarda, ancora incontaminata.

Appena arrivato a Berchiddeddu, amici e conoscenti, mi vennero incontro con molta cordialità.

Non si entra in una casa senza che la massaia non piazzi lesta i bicchieri sulla «suffatta» (vassoio), e il marito prende la bottiglia, conficca nel tappo il tirabussò, la stringe forte fra le ginocchia, da uno strappo e dopo il ploc del turacciolo, bicchieri pieni fino all’orlo. Le donne ridono apertamente, con franchezza, e il loro parlare è argentino, vivace, armonioso. Cordialissime e intelligenti, aspirano alla modernità e sanno anche ballare, a cielo scoperto, protette dalla folta chioma degli alberi ombriferi. Se si sposano diventano buone madri come le mamme e le nonne, e curano il bambino con delicata tenerezza. Interessanti usanze si seguono in occasione di nozze e funerali. Sono usanze vive tuttora anche in altri paesi ma è pur sempre notevole il fatto che anche qui resistono all’opera del tempo e della cosiddetta civiltà, perpetuando in pieno secolo XX certi riti che risalgono ai tempi di Roma. Per quanto riguarda i funerali vige il pianto ad alta voce dei congiunti (conclamatio), il piagnisteo, anche in versi, delle donne querule (praeficae) ed un po’ di banchetto (sacrificium) in onore del morto.

La chiesa di San Leonardo

La chiesa di S. Leonardo è costruita a conci rettangolari di lava basaltica nerastra, raccolta sul luogo e lavorata alla maltellina.

La presenza di questo materiale lavico, secondo il La Marmora «significa che l’emissione di questo materiale è dovuto avvenire quando le viscere del (non lontano) Montiferru, erano state già spostate e spezzate».

Tutto questo territorio e interessantissimo per il geologo, per le ricche formazioni vulcaniche. Presenta numerosi giacimenti basaltici, di cui alcuni filoni son lavorati per cave di pietre da macina.

L’antica chiesa che ha per patrono S. Leonardo, sembra una sentinella arcigna, forte, massiccia, rassegnata all’abbandono, ma dura a morire, e si conserva in discreto stato con le ordinarie strutture romaniche. È sempre stata meta di pellegrini e faro di religiosità e di purificazioni per secoli.

La facciata, a due porte, è divise da una lesena. che corrisponde alla disposizione interna. Entrambe le porte sono di sezione rettangolare, architravate. Non hanno strombature o sgancio, all’interno o all’esterno per dar maggior possibilità al passaggio di numerose genti. Di solito la strombatura era all’esterno perché generalmente l’affollamento si verificava all’uscita.

La lunetta sovrastante l’architrave della porta sinistra, ha un arco a tutto sesto poggiante su due piccola teste di animali che fanno da cariatidi. L’imbotte e il timpano della lunette non hanno dipinti né bassorilievi.

Di solito nel periodo romanico, sull’architrave, stavano iscrizioni ed ornamenti e sul piano indietreggiante si avevano talora statue e busti.

La facciata della chiesa ha archetti con corda obliqua alla gronda, mentre i muri perimetrali hanno gli archetti con corda parallela alla gronda.

Le pietre adoperate nelle listature delle parti ornamentali sono spugnose che permettono agli artisti di sfoggiare negli ornamenti.

La facciata e un tratto del fianco destro è opera del secolo XII, mentre la parte sinistra è della fine del secolo XIII.

La visione dell’interno, ad una navata, è unitaria, non frammentaria e ha un’area di m. 32 x 8,45.

Il pavimento e le pareti sono costruite con la solita pietra vulcanica, porosa e scura, che, nella penombra, invita alla preghiera e al raccoglimento e aumenta l’impressione di gravità che si trova fin dall’ingresso.

L’altare maggiore, visibile da tutti i punti, sorge nel centro del presbitero: è a forma basilicale, costituito dalla mensa formata da una spessa lastra di pietra sorretta da quattro piedritti squadrati con cura.

L’altare, come l’antica legge, era simbolo della presenza e della maestà di Dio, così, nella chie sa cristiana, è simbolo di Cristo: come risulta anche dalle parole che la liturgia fa dire al Vescovo nella Ordinazione dei suddiaconi: «Altare sanctae ecclesiae ipse est Christus».

I primi altari erano, di legno, ed ancora in Roma conservasi in S. Giovanni Laterano, la tavola sulla quale, dice la tradizione, soleva S. Pietro celebrare la Messa. L’uso dell’altare di legno durò assai.

Alcuni storici attribuiscono a S. Silvestro il decreto che solo il marmo e la pietra, ne fossero le materie; certo è che nel secolo IV, S. Gregorio Nisseno consacrò un altare di pietra, come si rileva da una sua omelia: «Altare hoc sanctu cui adsistimus, lapis est natura communis».

Sulla parte superiore delle due pareti che fiancheggiano la navata si aprono due finestre, una per parte, entrambe a forma rettangolare, strette come feritoie, con strombatura interna allo scopo di lasciar passare molta luce. Sulle stesse pareti, in basso, si trovano due porte laterali, costruite appositamente per favorire lo sfollamento.

Il tetto è coperto a soffitto lacunare di legno con tegole a canale, ed è sorretto da 5 archi, dei quali 3 a sesto acuto e 2 a tutto sesto.

Sulla parete laterale sinistra sorge un abbastanza modesto altare, in muratura. Abbelliscono la nicchia alcune colonne in legno, modellate a spirale, con fregi ed ornamenti. La statua di S. Leonardo esposta alla venerazione dei fedeli è scolpita in legno ed è eseguita nel suo tradizionale atteggiamento iconografico.

La balaustra, pure in legno, che divide il corpo della chiesa dal presbitero, è lavorata a tornio.

La volta dell’abside a cupola rotonda, su piano quadrato, è sorretta da cordoni sporgenti da 5 a 6 centimetri. Sull’asse della chiesa, cioè al centro dell’abside, sta una finestra sormontata da semicerchio, alta circa m. 2, per mezzo della quale penetra la luce che illumina, abbastanza bene, l’interno.

Sulla base destra dell’arco trionfale del presbitero, a circa un metro d’altezza, trovasi incisa, su uno dei conci basaltici della muratura, una iscrizione in latino, in parte indecifrabile.

Sulla fiancata destra del muro perimetrale esterno della chiesa, stanno scolpite, ad alto rilievo, su due diversi conci di pietra di color cenerino, due croci a bracci uguali allargantesi: raffigura lo stemma dell’ordine gerosolimitano di Malta. A poca distanza da queste due insegne vi è disegnata ad incavo, una meridiana od orologio solare, con un gnomone o stilo di ferro per segnare l’ora della direzione dell’ombra proiettata.

In alto, all’estremità del medesimo muro della stessa fiancata, s’innalza un piccolo campanile bifronte, ridotto alla più semplice espressione. Si eleva per breve tratto al di sopra del muro e contiene due campane su cui sta scritto l’anno di fusione e il nome dell’oblatore che «Fecit fieri».

La storia incomincia a far menzione della chiesa di S. Leonardo, nel 1335, ove fu tenuto un sinodo indetto dal vescovo della diocesi di Bosa, di cui si fa il nome di Mons. Giovanni di Claravo, si dice che a tale sinodo parteciparono molti sacerdoti, regolari e secolari, per deliberare quelle cose che riguardano la cura pastorale. Le adunanze si tenevano nell’ambito della chiesetta di S. Leonardo che allora sorgeva, accanto al convento, come un vigile pastore in mezzo al suo gregge.

Nei documenti del periodo prearagonese si trovano frequenti accenni di sinodi. Di essi ne possediamo pochi e di molti si hanno solo brevissimi frammenti. Tutti offrono un contributo a conoscere il grado di civiltà che aveva raggiunto la Sardegna.

Come quasi tutti gli atti ecclesiastici del tempo, codesti sinodi hanno la maggior parte dei canoni redatti in volgare logudorese. La lingua materna suonava allora nella purezza dei suoi accenti.

Anche da lontani paesi, affrontando disaggi e pericoli, in questa chiesa vi affluivano abbati, monaci, sacerdoti e vescovi.

A questi pellegrinaggi erano legate memorie liete della patria e tradizioni inestinguibilmente vive. Alle turbe supplicanti, a volte, si univano anche i «maiorales» per studiare i bisogni più urgenti del popolo.

Ben presto nella chiesa di S. Leonardo avran luogo grandiosi lavori di restauro, a cura della Soprintendenza dei monumenti e belle arti della Sardegna. Si penserà così al ripristino del pietrame nel suo splendore originale. La tecnica dell’esportazione della patina, consistente nel lavaggio con acqua e brusca e susseguente spazzatura metallica toglierà ogni traccia residue di patina e così risplenderà come gemma iridata e rifulgirà sul candelabro: auspicio di una risurrezione che non può mancare.

Il Castello

A dieci minuti dal centro abitato di Berchiddeddu, rimane ancora, fermo, fiero e truce, a sfidare le iatture del tempo, il rudere di un castello.

All’epoca di Roma imperiale, il «castrum romanum» era una fortificazione di carattere permanente che sorgeva lungo le frontiere dell’impero, in prossimità di passi, di ponti, di gole, ecc. Aveva per lo più forma rettangolare ed era difeso verso l’esterno da fossati e da torri, verso l’interno da un robusto terrapieno addossato al recinto murato.

Il nuovo sistema strategico, recato nel medio evo in Sardegna, dai grandi feudatari genovesi e pisani, per affermare il proprio dominio, obbligò a costruire potenti castelli, con le forme dell’architettura militare italiana, nei punti prossimi alle spiagge e facili alla difesa, nelle cime dominanti le valli o ai confini dei giudicati.

Generalmente i castelli erano costruiti da una o più cinte murate, dal mastio e dal palazzo feudale. La difesa esterna era completata da un fossato che scorreva intorno al muro di cinta e per varcare il quale si doveva passare sui ponti levatoi. Nell’interno era l’abitazione del signore feudale che avevano dominio ed uso del territorio con piena giurisdizione anche sulle persone. La sala di giustizia e le camere di abitazione erano arredate con mobili rozzamente finiti, e adorne di trofei di guerra e di caccie. Altri locali erano adibiti per il corpo di guardia, per scuderie, cucine, servitù, e sotterranei con le prigioni ed i magazzini.

Nel secolo XIII, la Sardegna, era organizzata in una rete di castelli, ed ognuno aveva il proprio ufficiale, il castellano coi camerari per le attribuzioni finanziarie, coi «sergentes» per il compito della difesa.

Queste fortificazioni sorsero in tutti i paesi nei quali si diffuse e si radicò l’ordinamento feudale. Si può dire che non ci sia borgo o terra di qualche importanza storica che non abbia avuto il suo castello. Esso era come presidio contro le incursioni e per sedare la rivalità di feudatari piccoli e grandi e per rafforzare l’autorità regia.

In origine il feudo fu una concezione vitalizia, personale, inalterabile, non trasferibile in eredità.

Il castello di Berchiddeddu era costruito in cima ad un’alta rupe granitica, formata a cono, e circondata da folti macchioni di lentischio quasi impenetrabili, Domina il corso inferiore del fiume Padru Oggianu, la distesa del golfo di Olbia, l’isola di Tavolara, il semaforo di Punta Filasca, Monte Nieddu e lo specchio d’acqua del porto di Golfo Aranci. Lontano appaiono, visibili ad occhio nudo, anche i monti Cinto e Rotondo, nella Corsica, ove «le vendette di sangue» generarono spesso un «banditismo d’onore» che si è creato un’aureola leggendaria e ha dato materia ad una diffusa letteratura romanzesca.

Chi vede ed ammira, coi propri occhi, questo panorama, corre il rischio di rimanere indifferente alla storia, rifugiandosi di preferenza nella leggenda e nel mito che meglio si fondono alla vista e alla natura del paesaggio.

Il mastio di cui rimangono rilevanti ruderi nella vetta del promontorio roccioso, svolgeva una doppia funzione: quella di sorvegliare la cinta, il territorio esterno, il cortile interno, e quello anche di costituire il ridotto per l’estrema difesa; esso perciò occupava il punto dominante. Il castello, di accesso difficile, costituiva un massiccio così inespugnabile ch’era temerario osare assalire. Le rovine conservano ancora una grazia originale e pittoresca, il cui sapore medioevale s’accorda con certi motivi rudi e severi del quadro montano.

Come tutti i manieri medioevali dell’Europa, anche questo di Berchiddeddu è colmo di cupi ricordi: sembra vegliare, carico di tristezza e quasi non convinto del fluire del tempo.

Un lontano sentore di travagliate vicende e di mal sopportate incursioni aleggia ancora attorno alla rupe erta, fiera e truce e sulle rovine della rocca di cui non conosciamo in qual anno nè con certezza da chi sia stata costruita e da chi distrutta. Probabilmente preesisteva ai giudici prima che tra di loro si accendessero le competizioni, e forse fin dall’epoca romana difendeva il golfo di Olbia che aveva buon traffico, ed impediva eventuali sbarchi ed infiltrazioni nel retroterra.

Questo castello insieme agli altri tre di Civita, Padulacciu e Pedreso, formavano un massiccio quadrato ch’era difficile vincere combattendo.

Dai ruderi del castello, ancor oggi esistenti, non possiamo precisarne la struttura, certo però non sarà stata diversa da quelli delle altre città costiere dello stesso periodo.

Attorno alla rupe fortificata affiorano pure traccie dell’aggregato di case che costituivano il borgo attinente al feudo che forse avrà anche raggiunta l’autonomia comunale.

Gli abitanti del borgo erano soggetti ad un giure speciale nei riguardi del signore e si dicevano «gens in manso nata», da cui venne il nome di masnada o masnadiero.

L’acqua sorgiva della Funtana de su Zuighe (fonte del giudice), captata in una rustica nicchia che ha aspetto di ninfeo, era sufficiente per l’approvvigionamento idrico della popolazione.

Il feudo ebbe la sua pace, i suoi morti, i suoi combattimenti.

Quando si scatenò l’ira nemica, la più tremenda, la più inesorabile, il valore degli assediati non valse ad evitare la capitolazione, ed anche il castello che per secoli aveva sfidato il tempo e le intemperie, andò miseramente in rovina.

Le vicende di questo castello attraverso il medioevo fino ai tempi recenti sono tristi quant’altre mai, e di gran lunga peggiori di quelle subite da altri consimili edifici; ciò che la rabbia dei distruttori antichi e il secolare abbandono aveva ancora lasciato superstite fu metodicamente distrutto da coloro che più avrebbero dovuto religiosamente tutelarne ogni ricordo, ogni reliquia.

Buona parte del pietrame dell’edificio in rovina fu adibito dagli abitanti di Berchiddeddu, per materiale di costruzione; fabbricarono le loro casette e con muri a secco, senza malta di calcina, limitarono le piccole loro proprietà terriere.

Per la campagna deserta

Gli amici, dopo i soliti convenevoli, fatti con generosa accoglienza, mi offrirono un mezzo di trasporto: un cavallo sauro, di pura razza sarda, vispo e a volte anche permaloso, facile ad adombrarsi. Giorni prima aveva fatto sbalzare di sella uno dei padroncini, ventenne, che riportò la frattura di una gamba e gli frutto per oltre un mese la degenza all’ospedale di Tempio.

Durante il viaggio, sulla strada carreggiabile, ebbi occasione di ammirare visuali panoramiche veramente incantevoli.

Non è possibile rimanere indifferenti fra tanto alternarsi di bellezze. Tutti gli incanti della natura con le colline che degradano fino alla pianura, gioiose di vegetazione, le capre che brucano, saltellanti, le pecore che confondono i loro belati col tintinnio dei campani dondolanti al collo, fanno affiorare nella coscienza turistica il rimpianto e il rimorso di non trovare il mezzo e il tempo di potersi altra volta rifocillare spiritualmente in questa zona piena di incanto e di poesia.

Nella regione s’Intoppu e precisamente nel sito denominato «Su Zinzaru» posa, infisso sul terreno un grosso masso basaltico, non a lastra ma di forma pressoché cubica, alto m. 1,70. È una stele rude, senza alcuna traccia di lavorazione che s’innalzava come segnale funerario o un ex voto nei santuari. In Italia l’uso di questo monolito che va assottigliandosi verso l’alto, come un obelisco, era già conosciuto durante la civiltà enea e palafitticola.

La sua misteriosa presenza, nella solitudine della campagna, attira sempre la curiosità e l’avidità del pastore che la crede l’inizio sicura di un tesoro nascosto. Attorno aleggiano leggende di fate e di grandi ricchezze di denari.

La leggenda parla di una grossa chioccia con pulcini d’oro colato, nascosta in quei pressi tra le misteriose viscere della terra.

Nella regione «Sa contra Ruja», alle falde del monte «Istidoi», sorge al margine della strada, un piccolo cumulo di massi basaltici detto «Sa petra posa morti», in quel sito, in cui la quiete regna sovrana, gli uomini, stanchi e madidi di sudore, che si prestavano per il trasporto a spalle dei defunti, come i monatti del Manzoni nella peste di Milano, posavano la bara da inumarsi nel vecchio e lontano cimitero, oramai abbandonato e reso un mucchio di rovine.

Ancor oggi, seguendo una consuetudine inveterata, i passanti, in onore dei cari trapassati, coprono quel sito di fiori campestri e di fronde verdi.

Il culto dei morti rimane fermo, sacro e incrollabile nell’animo e nel cuore di quelle genti, umili e pietose.

Il passato suscita nel cuore umano un gran fascino; il fascino delle cose perdute, delle cose travolte inesorabilmente dal tempo, e che ora son lungi, per sempre, separate dalle tenebre imperscrutabili dell’ignoto verso cui protendiamo le braccia ad una invocazione.

La morte non restituisce ciò che essa rapisce, ma il pensiero vigila, il cuore non dimentica, l’anima invoca, salveti, o morti!

Un usignolo, posato sopra un ramoscello di corbezzolo, cantava; e, intorno a qual flebile e lamentoso canto, regnava già il silenzio della sera tranquilla.

Nel territorio «Sa Gesa Ezza» ho notato un tratto di strada romana che reputo parte di uno dei «cardines minores» dell’antica Via Olbia.

La scoperta ha rilevato un dettaglio, sia pure minimo, ma interessante, dell’antica arteria stradale, coi soliti poligoni, con orientazione da nord ovest a nord est. La sua larghezza era di m. 3,50, i suoi bordi abbastanza regolari terminavano con accenni a cunette di raccolta delle acque. La sua superficie sprovvista di solchi carrai dimostrerebbe che non appartenne, a mio avviso, a strada molto importante. Nessun avanzo di muro appare lungo i suoi margini laterali, quindi parte di un «decumanus minor».

Da Istidoi si domina un ampio panorama, un paesaggio variato: un selvaggio arco montuoso, che protegge la conca dai freddi venti settentrionali, catene di monti d’impari altezze dominate dall’ardita vetta del Limbara, dorsali di verde cupo ove si alternano alberi, coltivi, vigne, pascoli, praterie e pendici, dove biancheggiano, saettate dal sole, le minuscole frazioni di Sa Castanza, Su Carru, Sos Coddos, Pedru Gajas e Su Trainu Mortu: piccoli gruppi di umili casette, appollaiate sulle pendici della costiera, che si sgranano a ventaglio. Panorama insomma da presepe ove non manca la capanna, i pastori, il bue e l’asinello.

Qui sono rispecchiati altri motivi paesistici e tutto appare disposto e armonizzato con perfetto gusto.

La meta

Dopo circa due ore di strada, verso l’imbrunire, raggiunse il termine finale del viaggio: Santu Tomeu (San Tommaso). Scelsi per abitazione ai piedi del monte Salvannuri, un umile e solitaria capanna, nascosta tra la fitta capigliatura di alberi, di siepi e di frasche spinose.

Vi dimorai tre giorni e tre lunghe notti.

Il duro ed ondulato pavimento, in terra battuta, con poche foglie di asfodelo ancor verde, mi servi di giaciglio, la sella di cuscino e la grossa bisaccia a doppio sacco, da coperta.

Le stelle fra le fessure del tetto di tegoli, a un’acqua, mi spiavano dall’alto con occhiate più espressive che riverenti, lunghe scrutatrici e a volte quasi sdegnose; il gridio monotono e lugubre della civetta, nunzia di morte, mi richiamava alla mente il terrore del volgo superstizioso; nei suoni dei campani e dei campanacci delle capre che saltellavano di roccia in roccia, tra balze scoscese e dirupate, ritrovavo memorie d’altri tempi; fischi e zirli di uccelli notturni, l’ululo lungo e lamentevole di un cane pastore, aggiungeva alla scena, nella sconfinata solitudine, una nota cupa. Un gufo e una nottola cantavano con ritmo di campane, misticamente, come le ore degli orologi delle torri.

Il sibilo del vento accresceva la sensazione del vuoto attorno, mentre la luna forniva gratuita la illuminazione su tutto il creato preso dal sonno innocente.

Passai una notte come colui che tutta la notte si dimena per aver saltata la cena.

Un forte starnuto del mio compagno di ventura mi servi di sveglia. Stirandomi per lungo e per traverso, ancor tutto indolenzito, sbalzai dal duro giaciglio.

Era l’alba.

Il famoso almo sole di Orazio, che è il più puntuale ed economico elettricista, destava straordinaria meraviglia con le magie della natura selvaggia.

Arrivai ai piedi del monte Salvannuri con una discreta dose di scetticismo. Per quanto concerne la configurazione e la natura geologica di questa montagna, valgano le seguenti note. Il monte sorge a levante da tre piccoli gruppi di casette che formano le frazioni di Battista, Mamusi e Su Trainu Moltu. Si eleva a m. 600 sul livello del mare e a circa 200 sul piano della valle.

Questo monte termina alla sua sommità con una spianata convessa, non molto inclinata che si estende nella direzione dal nord al sud ed è limitata all’ingiro da una balza a scarpa quasi continua.

Dalla sua sommità si gode una vasta e incantevole visuale panoramica. Il costone su cui è situata la zona archeologica, sconsolata nell’aridità completa, m’incuteva, direi, quasi un profondo senso di sgomento.

La petraia grigia, che faceva pensare ad un rovinio di massi del tempo della creazione, ammantava ogni luogo ove può posare lo sguardo. La terra offriva ben poco nella sua desolata povertà, mentre solo il cobalto che sovrastava dava il senso dell’infinita profondità spaziale e della magnificenza e potenza del Creatore, giacché, come in ogni luogo, ove l’uomo si trovi dinanzi alla natura severa, il pensiero sale ancor più spontaneamente a Dio.

La buona dose di scetticismo intimo che mi opprimeva con insistenza, si dissipò come una folata di nebbia molesta, per dar luogo, all’entusiasmo più schietto.

Tutte le ore erano per me nuove meraviglie che venivano ad allietarmi inaspettatamente, a riempire di svaghi molteplici le ore di quella vita di avventure e di fruttuose fatiche.

Vagavo tra i dirupi come un appassionato cacciatore agognante la preda che si alza al volo o fugge tra le siepi, erravo come un proscritto tra i massi granitici sovrapposti e sconvolti; più di una volta rimasi impigliato fra gli sterpi intrecciati di ceppaie secche, di bronconi e di pruni. Vi lasciai anche brandelli di abito e gocce di sangue provenienti da lievi scalfitture.

Camminavo in mezzo a tante cose affascinanti che dispiegavano al mio sguardo un senso di vecchio e di decrepito, di stanco e di inerte, che ispira nell’animo un sentimento di fede e di forza.

Passavo così da un incantesimo all’altro, tra la magnificenza strana di questa forra interessante e cupa per la scabrosità delle sue forme, e per il colore grigio della roccia, rotto dal bagliore bizzarro delle infinite frastagliature patinate e lucenti al sole, gettanti ombre a forti contrasti.

Ad ogni tratto incontravo mirabili quadri di natura e curiosità preistoriche etnografiche atte a soddisfare tanto il turista avido di godimenti estetici, quanto l’artista innamorato del paesaggio, tanto lo studioso che rivive col pensiero nei tempi passati, quanto il poeta che s’ispira alle meraviglie e vaga nel mondo dei sogni.

La provvidenziale escursione, ha valso a far acquistare al patrimonio scientifico della Sardegna una testimonianza preziosa.

La fatica ardua e scabrosa fu coronata da insperato successo: scoprì una vasta necropoli, e numerose vestigie dell’antica umanità sarda.

Ecco una meta classica; chi desidera visitarla cambi le scarpe cittadine con quelle ferrate, e inizi l’escursione.

Ricordi dell’antica umanità sarda

Alle falde del monte Salvannuri, in quel punto ove la pendice scende non molto rapidamente, calando con una costiera dolce rivestita di folte siepi di lentischio, macchioni di rovi e di cistio, affiorano opere, ruderi e frammenti di un’arte rudimentale le cui origini si perdono nel mistero.

Ancora ai piedi vi sono due pietre betiliche, a tronco di cono, alte circa un metro, a poca distanza l’una dall’altra.

Il betilo, voce di etimologia semitica che vorrebbe dire «dimora di dio», è una pietra sacra che si supponeva animata di vita divina, e considerata come simbolo della divinità, sulla quale si versava olio e si spruzzava il sangue degli animali offerti in sacrificio.

Il culto della pietra è universale e lo si trova o in atto o allo stato di sopravvivenza sotto ogni latitudine.

Il betilo per i primitivi assumeva un valore mistico: era ritenuto come incorporazione di spiriti possenti, capaci di produrre, se abilmente provocati, gli effetti più mirabili.

In nessuna di queste due pietre si hanno segni di mammelle nè sporgenti nè incavate. La materia, le proporzioni e il tipo è simile ad un di presso alle pietre betiliche trovate a Tamuli presso Bonorva, a Pedru Pes presso Paulilatino, al nuraghe Giove presso Bonorva e alla tomba di gigante di Pedru Cossu, a Norbello, presso Abbasanta.

Queste pietre hanno riscontro in numerosi monumenti dell’età dolmetica. Si tratta di sopravvivenza di un culto potratosi nell’isola anche in età molto più tarda.

Qua e là affiorano, sul terreno piccoli tratti di fondamenta di luoghi di abitazione.

La stazione preistorica sorge in un piano non perfettamente orizzontale, ma alquanto inclinato. La campagna, a declivio per ampio tratto, è in parte formata da depositi alluvionali argillo-sabbiosi, dovuti all’erosione. Questo strato che posa sul terreno vergine è seminato di tracce di abitazione a perimetro irregolarmente circolare, con un focolare nel mezzo. Qualche residuo di focolare generalmente rotondo, formato da un piano battuto di ceneri, carboni e terra arrossata dal fuoco.

Sul territorio affiora anche qualche fucina destinata alla fusione e alla lavorazione del bronzo. Essa è caratterizzata, oltre che dalle minori dimensioni, anche dalla presenza di cenere di natura speciale di color rossastro e gialliccio, contenenti scorie di bronzo.

Nel campo di rovine, i cumuli del materiale celano le vie e la struttura delle costruzioni. Quasi sempre tra l’ammasso delle pietre si insinua e si attorce una fitta vegetazioni di arbusti.

Caddero i vetusti monumenti e l’uomo, dalla regione fattasi sempre più squallida e deserta, portò altrove quel materiale per farne altro uso, e le pietre rimosse per far posto all’aratro, sicchè quanto feconda di mirabili risultati potrebbero essere gli scavi.

Non è facile fare delle supposizioni intorno all’aspetto primitivo del paese, perchè gli avanzi che si vedono non possono essere sufficienti a farci indovinare la sua ubicazione e la sua complessa distribuzione. Riguardo alle case non si hanno elementi sufficienti non solo per determinarne l’età, ma nemmeno per integrarne la struttura.

L’uso delle pietre, come materiale da costruzione, risale ai più remoti periodi della preistoria, il nome infatti di civiltà megalitica, con le quali si designano le prime apparizioni dell’attività edificatoria dell’uomo, deriva appunto dagli avanzi di costruzioni fatte di massi naturali.

Nei tempi preistorici, sepolti nell’oblio e favolosi, l’uomo primitivo, forte, e se si vuole, rozzo e selvatico, viveva come un bruto, ignaro dell’uso del fuoco e del ferro.

In un primo tempo, per ripararsi dalla pioggia, dal freddo, dai fulmini, dalle raffiche del vento e dalle tempeste, cercò asilo negli interstizi dei massi di roccie sovrapposte, nel tenebrio delle anguste grotte e delle ampie caverne. Poi ideò la costruzione di rozze capanne formate con pali a piuoli conficcati nel suolo ed inclinati l’un verso l’altro, a forma di cono, di piramide, di calotta sferica. A questo struttura primitiva seguì la capanna cilindrica, costruita con muro a secco, per un’altezza media di qualche metro, sormontato da pertiche e pali, ricollegati da filagne e da intrecci disposti orizzontalmente, coperti di frasche e paglia cementate con fango. I rami riuniti in alto a fascio determinavano la copertura.

Festo, Ovidio, Plutarco, Dionigi di Alicarnasso ci hanno tramandato notizie dell’antico tempio di Vesta, a struttura cilindrica, col tetto conico, la cui ossatura era rivestita di vimini e strame. Vitruvio e Livio parlano delle capanne rotonde abitate da Romolo conservate per venerazione e ricordo nel Palatino e nel Campidoglio.

Dagli interstizi tra blocchi e blocchi di masse compatte, dalle caverne, dalle grotte, dalle capanne primitive si passò lentamente alle case. L’umanità crebbe, si divise in gruppi di popoli diversi più o meno progrediti, costruirono le loro umili abitazioni e cosi, mano mano sorsero piccole borgate, ville e cittadelle, i cui cittadini avevano la propria lingua, i propri usi e costumi.

I ruderi delle antiche casette seminate nella zona archeologica di Berchiddeddu posano sul terreno vergine. Le capanne, a perimetro irregolarmente circolare non sono sotterranee o semisotterranee, ma sono abitazioni costruite a livelli diversi sotto lo strato archeologico coperto da una massa di sottil terra di filtrazione. I ruderi che ancora rimangono dimostrano che quella regione, a incominciar dai tempi antichi, fu sempre abitata.

Esiste ivi una viva sorgente con un corso d’acqua perenne. È noto l’uso dei popoli primitivi di porre le proprie dimore vicino alle sorgenti ed ai corsi d’acqua perchè loro non venisse a mancare l’approvvigionamento idrico.

Nel terreno compreso fra le pendici del monte, si rinvenne metà di una piastra ellittica in lava con sfaccettamento delle due opposte faccie per lunga confricazione ad uso di macinello manuale: un frammento di frantoio di macina dell’età preistorica, in pietra trachitica, con la caratteristica presa rilevata nel mezzo: oggetti certo non portati colà in epoca recente, ma portati alla luce dopo la distruzione del paese, per la zappatura e aratura del terreno.

In mezzo alle pietre seminate sul terreno si vedono ancora stoviglie e vasetti fittili ridotti in frantumi, cocci che non presentano tracce di decorazione, nè a stecco, nè a stampo. L’impasto ne è vario, più o meno fino nei vasi di più piccole dimensioni, grossolani in altri mezzani o grandi con aggiunta di abbondanti tritumi calcarei. I frammenti che appartengono a grandi ziri e che non si prestano alla ricomposizione, sono di argilla molto impura, fatti a mano, imperfettamente cotti e completamente lisci. Delle anse altre sono a mazzuolo, altre lunate.

Fra i fittili alcuni sono di rozza e grossolana manipolazione; per rendere più efficace e compatta la consistenza mescolavano la terra naturale non depurata con granuli di tufo arenario o con sabbione alluvionale. L’impasto dimostra tuttavia grande conoscenza e abilità nel figulinaio.

È stato recuperato un fondo di giarra in tufo. Poco si può dire a riguardo della sua forma, dato lo stato di frantumazione raccolto. Un frammento marginale accenna alla forma della bocca largamente aperta, senza collo, col margine tondeggiante.

Un altro frammento di vaso è senza manichi, non ha caratteri di praticità per la vita quotidiana e si può ritenere più direttamente attinente all’uso funebre,

In un cumulo di macerie, ammantate da un groviglio di spine e sconvolto dalla rovina prodotta dal tempo, si rinvenne una grossa mazza di roccia vulcanica, feldispatica, liscia alla punta per l’uso, che serviva per modellare le giarre di pietre cavernose e scabre che si risolvono facilmente in arena. Di questa materia si trovò un frammento levigato del collo di un ziro che accenna a forma della bocca largamente aperta.

In un blocco di roccia granitica isolato si ha una cavità cupelliforme, regolare, di diametro decrescente dai 15 ai 6 centimetri e profonda cm. 5. Sono evidentemente fossette per libazioni ed offerte in cerimonie funebri e si accosta alle tazze circolari scavate nel masso sul centro delle anticelle delle tombe ipogeiche di Sant’Andrea Piu presso Bonorva, di Ludurru e Checche presso Buddusò, ecc.

Tra le pietre sparse su di un tratto di terreno a dolce declivio, dissodato dall’aratro, trovai alcune pietre pesanti di aspetto metallico, che subito per la materia spugnosa capii essere scorie di forno fusorio. La superficie è a bitorzoli e porosa e di color ferrigno, picchiettato con punti neri. Ridotto in polvere un pezzo, facendovi passar dentro una calamita, riconobbi trattarsi di materia metallica fusa, perchè le branche della calamita si ricoprivano di polvere nerastra. Trovai anche un dischetto di terracotta, senza buco nel centro, nero per la forte azione del fuoco, e con scheggiatura nel bordo. Non dissimili a questo, della stessa forma e grandezza, se ne trovarono durante gli scavi della stazione preistorica di Coppa Nevigata, presso Manfredonia. Il professor Schiapparelli crede che servissero come giuochi e fossero pezzi di ceramica per contare.

Se prestiamo fede alle testimonianze orali dei pastori, furono trovate delle fusaiole, delle pentole per cuocere vivande, olle ventricose con anse per l’acqua, vasi ed anfore di diverse dimensioni, lampade a forma triangolare, piatta, col beccuccio per il lucignolo. Tutto fu ridotto in frantumi, perchè ritenuti di poco conto e inservibili agli usi domestici attuali.

Sotto un gran masso, pure di granito, sollevato appena da un lato dal piano di campagna, appaiono, buttati alla rinfusa, numerose ossa umane.

In questo ossario si conservano ancora, ben conservati, elementi della regione toracica, omeri, ulne, femori, tibie, costole, e frammenti di ossa frontali, parietali e temporali.

Uno scheletro presenta la frattura di un femore, risaldato poi per sovrapposizione.

I crani hanno una forma aggraziata, alcuni sono eleganti per la squisitezza delle curve; il poco prognatismo che hanno non disturba la bellezza della forma.

Nell’atteggiamento di un teschio, dalle orbite vuote, fisse nello spazio, mi pare di vedere la naturale, insopprimibile tendenza dello spirito umano, quando superando il peso della materia aspira al luogo della sua origine. Pare che attenda di essere liberato da quel carcere per salire in alto e stabilirvi l’eterna dimora.

Davanti a quelle ossa l’uomo medita e freme.

Nell’avvicendarsi delle lotte, nell’accendersi e nel succedersi, con instancabile multiformità, delle passioni e delle cose, un sentimento unico, un culto solo e sacro è rimasto fermo e incrollabile: la religione dei defunti.

Dalle cose travolte inesorabilmente dal tempo, viene spontaneo il gran fascino del passato.

Ossa di ignoti

La Sardegna, fin dai tempi più remoti, presa di mira dai popoli invasori, ebbe a sopportare lotte, miserie, rovine e stragi. Le aride ossa dei morti accatastate, sepolte o seminate sulle terre brulle e deserte indicano ancor oggi i teatri funesti ove si svolsero furenti le tragiche scene delle crudeli operazioni belliche.

I Fenici che godevano una civiltà avanzata, dediti com’erano alla navigazione, al commercio e all’industria, spinsero la loro flotta in Sardegna, ove sulle zolle irrorate di sangue fondarono città essenzialmente marittime. Qua stabilirono i loro approdi, le loro fattorie commerciali e poi le loro colonie. Dai punti avanzati della costa dirigevano i passi nell’interno dell’isola, ove gli indigeni immolavano la vita per difendere la patria in pericolo.

La lotta durò per molti anni.

Le carovane commerciali degli invasori depredavano le ricchezze del sottosuolo, sfruttavano la fertilità dei campi, s’impadronivano degli armenti e le spedizioni armate, ovunque, seminavano la morte, abbandonando i cadaveri a pasto degli uccelli rapaci e delle bestie fameliche.

Sui relitti umani del vasto cimitero le nubi piovevano le loro acque che erano lacrime di suffragio.

Venne l’ora di Cartagine.

I Cartaginesi nel 262 a. C. spinsero le loro flotte in Sardegna col miraggio di valersi della posizione geografica. I porti di Cagliari e di Olbia erano favorevoli ad attacchi anche contro la stessa Roma. La guerra infuriava tremenda; le vittime si facevano più numerose; le ricchezze sparivano e la popolazione indigena depauperata ed oppressa, languiva nella miseria.

I fatti vennero man mano complicandosi col succedersi delle lotte.

Tra le soldatesche mercenarie che custodivano la Sardegna a nome di Cartagine, improvvisa scoppiò la rivolta. I Cartaginesi spedirono un esercito ben agguerrito sotto il comando di Annone, ma questi si unì ai ribelli, uccise i connazionali che si trovavano nell’isola e crocifisse il loro duce. Queste milizie occuparono gran parte di territorio di Sardegna.

Alle coste dell’isola dovette pur Roma rivolgere il pensiero quando si iniziò la prima guerra punica.

Fin al 235 i Romani cominciarono le lotte contro i Sardi ai quali si unirono le città marittime, dove da secoli predominava l’elemento punico. Varie furono le escursioni. Celebre la spedizione del console Lucio Cornelio che nel 259 si impadronì di Olbia. Notevole fu pure l’operazione del console C. Sulpicio che nel 258, come attesta Polibio (1. 24) rinchiuse nel porto di Sulci il duce cartaginese Annibale.

Nel 236 il console T. Manlio sconfisse i Sardi ed il console Pomponio, nel 234 li costrinse a ritirarsi con le loro greggie nelle ampie caverne da cui poi venivano scovati e messi in fuga per mezzo dei cani.

Le armi sembravano acquietarsi fra il 230 ed il 226, però nel 225 il console C. Attilio Regolo, discendente dal celebre ma sfortunato eroe morto prigioniero in Africa, penetrava in Sardegna per domarla con duri sacrifici.

Ai legionari romani, i Sardi, indomiti, sebbene oppressi, opposero resistenza per circa 11 lunghi secoli dallo scoppio della seconda guerra punica. Le popolazioni indigene chiamate Ioalee dai Greci e Ilenses dai Cartaginesi, per secoli ebbero a lottare contro gli invasori e seppero tener fronte alle milizie romane, trincerandosi sui monti resi inespugnabili dal loro ardimento.

Sorsero nuove guerre fomentate dai Cartaginesi che nelle città marittime avevano lasciato affetti ed interessi. La flotta cartaginese giunse di nuovo in Sardegna ma C. Servilio Gemino la respinse, ne rafforzo le coste e ne trasse prigionieri. La sconfitta indusse i cartaginesi a riannodare i secolari legami con la popolazione indigena.

Capi della cospirazione furono tra i Puni Annone, fra i Sardi Amsicora. Le forze armate erano sotto il comando di Asdrubale detto il Calvo e di Magone.

I Romani affidarono le sorti della guerra a T. Manlio che 20 anni prima, essendo console, aveva ottenuto nel 235, durevole trionfo sui Sardi.

Da grande condottiero, potè allestire un esercito di 22600 fati e 1200 cavalieri e marciò verso il centro della Sardegna, ove Amsicora aveva fissato lo accampamento, che momentaneamente aveva abbandonato per chiedere nuovi rinforzi, dai suoi connazionali.

I due eserciti s’incontrarono, le lotte furono terribili, le sorti furono alterne. Sul terreno devastato dalla guerra, accesa e furibonda, i contendenti cadevano numerosi da ambo le parti. Finalmente la vittoria arrise ai Romani.

Asdrubale capo dell’impresa, Annone autore della rivolta, Magone, parente di Annibale caddero insieme a 12000 dei loro soldati. Amsicora, alla notizia della morte del figlio in combattimento si pianto il pugnale nel petto. Il resto dell’esercito si riparò a Cornus ma fu di nuovo vinto dopo pochi giorni, con nuove stragi.

La vittoria romana non riuscì a placare l’isola, nè pose fine alle lotte che si prolungarono vivaci.

Nel correre dei secoli, nuovi nemici scatenarono nuove guerre sul territorio di Sardegna.

Anche nel medio evo, quando l’isola era spezzettata dai giudicati di Torres, di Arborea, di Cagliari e di Gallura, i regoli fomentavano inimicizie ed odii che scoppiavano nella guerra fratricida.

La regione sarda se si perquote risponde col suono del disinganno, se si scava dà alla luce scheletri umani, se si percorre si calpestano ossa infrante, se si esplorano le gole dei monti, le caverne, le posizioni strategiche, tutte rigurgitano di ossame.

Ora si domanda: di chi potrebbero essere le ossa inumate, tumulate o ammunticchiate sul territorio di Santu Tomeu, presso Berchiddeddu?

Mistero!

Forse i materiali potrebbero essere di per sè stessi sufficienti per ricostruire la successione cronologica delle umazioni.

I popoli antichi talvolta rimuovevano il cadavere di un individuo per dar luogo nella stessa tomba a quello di un altro che con esso ebbe vincoli di affetto, di amicizia o di parentela, e che morì molto tempo dopo, Qualche volta deponevano in una stessa tomba quegli amici e congiunti che la morte aveva colpito a breve intervallo di tempo.

Nelle tombe della necropoli di Berchiddeddu, gli scheletri sono stati nell’antichità stessa, in parte o in tutto, guastati o rimossi per far posto a nuovi cadaveri da seppellire. In qualche camera mortuaria, parzialmente ancora ben conservata, si notano diverse stratificazioni di sepolture, ma assai irregolari, perchè mentre negli strati inferiori gli scheletri intieri si alternano con altri spostati e mutilati. Dell’uso di rimuovere antichi cadaveri per dar posto a nuovi seppellimenti hanno già offerto numerosi esempi anche le tombe del periodo miceneo scoperte in diverse necropoli.

Il cumulo delle ossa che si conservano tra i nodi di roccie granitiche si spiega con la erezione della chiesa di S. Tommaso. Durante la costruzione di essa, dove già si estendeva la necropoli, dalle tombe rimesse in luce furono tolti gli scheletri per esser poi depositati, accumulati alla rinfusa, in altro luogo. Il trasloco delle ossa può essere anche opera degli scavatori clandestini.

La struttura delle tombe mostra diversità di tipi. È difficile stabilire quale fosse la parte più antica della necropoli. Forse alcuni gruppi di sepolture si vennero formando qua e là contemporaneamente.

La forma più semplice e l’impiego di pietrame o di muratura, e perciò un maggior lavoro, si può argomentare che alle differenti forme corrispondano distinti periodi di tempo. L’epoca a cui appartennero queste ossa non si può per il momento precisare. Oggi delle tombe non rimangono che gli elementi architettonici ed anche questi incompleti.

Agli scavi fatti da persone incompetenti che miravano soprattutto a raccogliere, vendere e disperdere gli oggetti, devono necessariamente seguire nuovi saggi di scavo, sotto diligente e sagace sorveglianza. Con la scoperta degli oggetti funebri, ancora nascosti nel terricio delle tombe, molto si potrà stabilire con criteri archeologici.

Quasi sempre, fin dai tempi più remoti, i defunti venivano seppelliti col corredo funebre.

Insieme allo scheletro del guerriero si trovarono armi di pietre, di bronzo, di ferro. Alla variabile quantità e ricchezza dei pugnali, delle spade, ecc. si aggiungeva l’importanza e il valore degli ornamenti, i quali pur mantenendo la stessa forma approssimativa, erano, secondo i tempi di diversi metalli.

Nelle tombe in cui venivano tumulate le donne si rinvennero ornamenti personali, recipienti di terra appartenenti al corredo della mensa, e strumenti di lavoro rappresentati da qualche fuseruola, punteruoli, aghi ecc. Da tutte le tombe, in genere, vengono alla luce manufatti fittili. Gli oggetti del corredo funebre si trovano sempre distribuiti intorno al cadavere e più specialmente in prossimità della testa e dei piedi, però senza alcuna forma rituale fissa.

Gli scavi ed in particolare i ritrovamenti riusciranno facilmente a svelare il mistero.

Quanti tesori archeologici racchiusi sotto la terra trascinata a poco a poco, dopo la deposizione dei cadaveri, per opera delle acque piovane infiltratesi!

Si parla di scoperte fortuite di oggetti di antichità trovati nella necropoli, dei quali disgraziatamente si deve lamentare la totale dispersione, per il noto vandalismo dei nostri villici. Si dice che anche l’aratro portò a fior di terra vari arnesi che stando alla descrizione dei contadini, sembravano appartenere a qualche mestiere.

L’invocata opera del piccone dirà l’ultima parola.

Piccola Chiesa romita

In mezzo alla necropoli anche la vita religiosa vi è ben rappresentata. Sopra una piattaforma alquanto elevata, alla quale si accede per mezzo di una comoda rampa di gradini, sorge un’umile chiesetta, dedicata all’apostolo San Tommaso. Essa si impone come il destino della fede religiosa che simboleggia.

La facciata ha la porta rettangolare, architravata, senza iscrizione ed ornamenti. La fronte sovrastante l’architrave, ha un rosone, detto di Santa Caterina, del diametro di m. 0,80. Il motivo ornamentale architettonico è formato dalla disposizione simmetrica di volute, attorno alle braccia d’una croce greca con quattro lati uguali. Questa artistica finestra a tutto centro, con piccola strombatura, è accuratamente lavorata sul tufo.

Le finestre rotonde con semplici cornici, in pietra o laterizio, apparvero già nelle antiche chiese cristiane: ma l’uso del rosone si sviluppò con l’architettura romanica e si affermò in pieno con la gotica. Nell’architettura romanica il rosone è l’ele mento caratteristico della facciata.

La porta laterale, piccola, a sezione rettangolare serviva per lo sfollamento.

L’interno della chiesa misura m. 13,75 × 10,08, ha tre navate, separate da archi a tutto sesto, con tetto a due acque sorretto da travi di ginepro, e tre altari eseguiti in muratura su cui sono esposti alla venerazione dei fedeli, oltre il patrono anche San Narciso e l’Angelo Custode.

Questa chiesa godeva il diritto d’asilo, il privilegio cioè di conferire immunità ai ricercati dalla giustizia che si fossero rifugiati entro le mura. Il diritto d’asilo era in uso presso gli Ebrei, Greci e Romani, e durò per tutto il medioevo, resistendo ai tentativi dei poteri civili per impedire i gravi abusi. Vigeva ancora nel seicento negli stati della Corona di Spagna, e ne è cenno nei «Promessi Sposi» dove è detto che Lodovico (poi fra Cristoforo) dopo l’involontario omicidio fu accolto quasi svenuto nella chiesa dei cappuccini, «asilo come ognun sa, impenetrabile ai birri e a tutto quel complesso di cose e di persone che si chiama giustizia».

Detto privilegio durò fino al 1870 nello Stato Pontificio.

Sulla piazza della chiesa si erge maestoso un elce secolare, ramoso, fronzuto, chiomato di verde.

La circonferenza del tronco è di m. 3,10 e la ruota ombrellifera ha il raggio di m. 16.

La voce dei rami mossi dal vento e canori d’uccelli si perpetua nella divina arte della musica.

Il giorno della festa popolare che si solennizza ogni anno nel bel mese di maggio, al rezzo refrigerante di questa ultrasecolare pianta, si beve, si balla, si suona e si canta.

Al sacro rito che si svolge al riflesso di tremoli luci, partecipano tutti i frazionisti con fede veramente sentita.

Il caratteristico pranzo sociale, cui indistintamente partecipano uomini e donne, giovani e adulti, viene consumato in lieta armonia e con invidiabile appetito.

Verso il piano, a qualche centinaio di metri dalla chiesetta, sorge un cumulo di pietre, fra una capigliatura di spineti dalle chiome contorte e convulse dalla furia del vento. La tradizione orale vede in quel cumulo di macerie, i ruderi della distrutta chiesa eretta in onore di Santa Giusta, vergine e martire di Sardegna.

In tutta la zona corrono due elementi distinti che pur si fondono e si compenetrano in una meravigliosa armonia: il languore della natura e l’imponenza delle rovine.

Per la conformazione topografica e per la solitudine, il sito si presta alla raccolta vita monastica.

Un fiumicello, allegro e frettoloso, ha le sue acque cristalline e pure, ma si stanca presto. Serpeggia mormorando la sua eterna canzone tra gli aspri dirupi di rozze pietre coperte di musco, sempre verde, che stilla perline e biancheggia di schiume che paiono trine e ricami.

Uno sparviero planava a mezz’aria. Sembrava appeso al cielo con un filo. Bruscamente il filo si spezzo: lo sparviero cadde e scelse la sua vittima.

Un collo di uccello drizzavasi all’ombra di una quercia, era una pernice che col consueto segnale chiamò i suoi pulcini i quali davano segni di inquietudine e si nascondevano tra i cespugli.

La pernice si abbassò, soltanto il suo collo rimase dritto, ma la sentinella vigile finì miseramente tra gli artigli del carnivoro nemico.

La Necropoli

Per tutta la Sardegna si trovano numerose tombe preistoriche per lo più dell’età del bronzo e della prima età del ferro.

Senza lo studio e l’esplorazione di questi sepolcri di stirpi antiche, l’archeologia sarebbe molto lontana, come scienza delle antiche civiltà, da quella ricchezza e sicurezza di risultati che sono, da tempo, divenuti il suo vanto e la sua gloria.

L’importante necropoli di Berchiddeddu, visibile e visitabile, col suo regolare sviluppo, si estende alle faldi pietrose del monte Salvannuri, cosparso di magra vegetazione, di sterpi, di spine e di sassi.

Tutto il monte guardato dal fondo valle, pare un cumulo di detriti, pare che esso si sia sfasciato di un tratto per l’improvviso crollo dell’armatura che lo sorreggeva, pare che la potenza fisica e chimica delle radici e la forza di gravità che fa cadere i blocchi, e l’acqua piovana che dilava il pendio, contribuiscano anch’esse all’opera di distruzione.

Il monte è così bello al tramonto, quando i pingui armenti delle nuvole, immobilmente oziando per il cielo, sembrano affrescare di smisurate allegorie la gran cupola turchina.

Anche lo sfasciume roccioso superficiale sembra quasi invitare, lusinghiero e promettente, i suoi ammiratori alla conquista delle recondite ricchezze archeologiche.

Berchiddeddu, frazione semplice e senza pretese, non si è mai sognata di diventare un centro turistico. Però la zona, benedetta e veneranda, ancor oggi, cela, nel suo seno recondito, ricchezze. per il turista che si diletta dei bruschi contrasti di scenario, o per il poeta che adora la malinconia del paesaggio, offre un’attrattiva davvero suggestiva.

Chi conosce la solennità dei silenzi antichi, sa di esseri e di cose che si spostano da un punto all’altro, senza produrre rumore, come ondeggiando in uno spazio stupito.

Nella profonda quiete di tutta la zona, taciturna e solitaria, imbigiata dal tempo, si raccolgono e trasmigrano, ombre di guerrieri sepelliti, bianchi di polvere e madidi di sudore, contese e risse sanguinose, e donne e bambini rapiti nello strascico vermiglio del ponente.

Bellezza silenziosa e riposata, sentimento rievocativo, dolente e sacro che ci richiama all’ammonimento di Ranier Maria Rilke: «La solitudine è una: per la sua essenza essa è grande e grave il suo peso. Nella solitudine sono albe nuove, nella quale l’ignoto ci visita, l’anima spaurita e pavida tace: tutto si allontana, si fa una gran calma e l’inconoscibile si erge silenzioso».

Questa zona non figura per nulla nella letteratura archeologica, e il gruppo di rovine, perchè fino ad oggi sconosciuto, non ha mai potuto attirare l’attenzione dei dotti. Per molto tempo le loro rovine sono rimaste nel loro silenzioso isolamento senza alcuna sollecitudine neppure da parte dei più accaniti ricercatori di scoperte.

Non solo l’aggruppamento e la varietà dei tipi di queste tombe, ma persino l’esistenza è sfuggita ai benemeriti studiosi.

Oggi questi importanti e provvidenziali resti archeologici, sono tali da meritare quei lavori che sono necessari alla loro conservazione e restaurazione.

La zona sostituisce una di quelle località notevoli come quelle che in ogni tempo furono di preferenza scelte dall’uomo per stabilirvi, quando altre condizioni lo permettevano, o la propria dimora o la necropoli. Sull’aspra, scoscesa e selvaggia pendice, in disordine e a distanza varie esistono recinti più o meno ampi, di pietre con piedritti, muri e lastre di copertura per inumazioni a camere.

Le tombe sono tutte apparentemente disposte col loro asse principale, ossia con la loro maggiore dimensione, da est ad ovest.

Sembra che la posizione del sole declinante servisse di guida all’orientamento di esse. Alla regola generale si riscontrano alcune eccezioni. Le tombe rappresentano la forma di un rettangolo, o di un trapezio isoscele molto allungato. La estremità più stretta della camera mortuaria corrisponde ai piedi del morto.

In gran parte il territorio è sconvolto da pietre di ogni dimensione dovute allo scorrere delle masse superiori sugli strati argillosi rammolliti per l’infiltrazione delle acque pluviali.

Tra i detriti schistosi provenienti dalle frane, appaiono le tombe che non sono disposte nè in linea, nè in gruppi regolari. La loro posizione pare accidentale, salvo l’osservanza dell’orientamento di rito.

Il cumulo formato con la terra eccedente, dopo compiuta la tumulazione spariva in breve per le corrosioni prodotte dalle acque piovane creavano scoscendimenti e nuovi assestamenti di terreno smuovendo e travolgendo le tombe.

In alcuni spazi anche notevoli non esistono segni di costruzioni. È difficile stabilire quale sia la parte più antica della necropoli. Alcuni gruppi di tombe si vennero formando qua e là contemporaneamente con forme semplici, mentre altre vennero costruite con l’impiego di pietrame disposto con maggior lavoro ed accuratamente. Certo che alle differenti forme dovrebbero corrispondere distinti periodi di tempo. Le tombe meno antiche sono quelle in cui si verifica una graduale trasformazione della struttura.

Per ricostruire la successione cronologica delle umazioni potrebbero essere sufficienti i materiali che verrebbero alla luce con scavi estesi e sistematici.

Gli oggetti raccolti alla superficie non ci permettono di precisarne l’epoca cui rimontano e tanto meno precisarne i caratteri.

I cocci di terra cotta rappresentata nella necropoli si può dividere in due classi, l’una di fabbrica locale, l’altra d’importazione.

La prima è d’impasto artificiale molto rozzo, di color bruno, grigio o rossastro, lavorato a mano e malcotto; la seconda presenta una forma, un impasto ed una cottura migliore.

Tutte le tombe senza alcuna eccezione sono di inumati, scavate nel terreno. La loro profondità varia tra m. 0,70 e 0,80 dal piano della campagna attuale.

Le tombe si possono riferire ai seguenti tipi principali:

Fosse di pianta rettangolare o trapezia, rivestite di pietre grezze collocate all’intorno, a secco, con lastrone di copertura, e si riportano al rito più semplice delle inumazioni.

Fosse a camera pure rettangolare, più o meno ampie, recinte con piedritti e muri con i due lati brevi formati ciascuno da lastroni.

Fosse «a cassa da morto» con coperchio ed i quattro lati di lastroni di vario spessore.

Pietre, ciottoli, lastre e scaglie di varia grossezza, opera della naturale sfaldatura della roccia stratificate, sono state raccolte sul posto.

Mi limito a descrivere la struttura di alcune tombe che reputo, in mezzo a tante, le più importanti.

Una tomba situata sul piano inferiore del monte Salvannuri, ove il terreno è meno accidentato, ha pianta rettangolare ma non regolare. La lastra di copertura dello spessore di cm. 25, misura m. 1,70 per 1,25. La cella è alta cm. 65 e l’area è di metri 0,75 X 0,55. Questa tomba si riferisce ad uno schema tipologico, analogo a quelle scoperte nella necropoli romana di Barumini, presso le faldi orientali della Giara di Gesturi.

Anche un’altra tomba, non priva di valore, ha forma di una cassa a pianta rettangolare e sui blocchi dei piedritti s’imposta la lastra di copertura a sessione trapezoidale, essendo le pareti sui lati lunghi, oblique e cioè così disposte da presentare in basso una maggior divaricazione che in alto. La simmetrica inclinazione delle pareti mostrano un notevole progresso in confronto alla tecnica megalitica nuragica delle tombe protosarde

Il terreno della cella, come al solito, ha i segni di rimaneggiamento. Presso la tomba sorge una lastra oblunga di pietra, alta m. 1,05, piantata ritta nella terra. È una stele funeraria. Il costume di questo cippo tombale alta, verticale, incomincia ad apparire in Italia forse durante la civiltà enea e palafitticola. Certamente il costume è già accreditato nella fase di civiltà detta villanoviana, quando sul terreno la rozza stele di pietra arenaria, ancora allo stato naturale, senza alcuna visibile traccia di disgrossamento, facilmente sfugge all’attenzione.

Altra tomba orientata nel terreno a poco più di cm. 20 sotto il piano attuale di campagna, é costituita da una doppia fascia di massi accostati e legati fra di loro. I grossi elementi della fascia esterna sono a struttura poliedromegalitica: più piccoli sono i massi della fasciatura interna, i vuoti fra le due fascie sono riempiti di brecciame, sempre a secco e senza malta. Il lastrone superiore misura m. 2 x 1,12. A m. 5 di distanza giace, adagiata sul terreno, un’altra stele squadrata, rettangolare di m. 1,82 di lunghezza, compresa la base. Le facce, discretamente lavorate, hanno la larghezza di m. 0,46 e 0,30.

Anche questa pietra oblunga, vale come indizio o segnale di qualche cosa: per lo più di un seppellimento singolo o plurimo, non già come ex voto presso i santuari (stele votive).

Del materiale archeologico ci possiamo servirà per trarne tutte le possibili deduzioni e contribuire così alla reintegrazione del passato.

Altra tomba costruita pure col sistema dolmetico, consta di blocchi ritti nella terra, collocati a debita distanza e con gli interstizi riempiti di pietre di piccole dimensioni, Appare qui una tecnica di lavoro per quanto conforme alla tradizione megalitica, però più affrettata, fatta allo scopo di ottenere con maggior rapidità un recinto chiuso e abbastanza robusto. Anche entro questa cella oltre a delle ossa affiorano frammenti di ceramica che non si prestano alla ricomposizione. La lastra di copertura è di m. 2,55 × 1,25.

Una tomba composta di grandi massi rudi infissi dritti nel suolo che reggono una grande lastra monumentale. Le pietre sono rudi nel lato esterno e liscie nella faccia interna della piccola celletta da esse formata. Ha la pianta ad un dipresso rettangolare, più stretta nel fondo che verso la parte anteriore. La cella è lunga m. 1,50, larga m. 0,75 e alta m. 0,50. La lastra di copertura di m. 1,23 per 1,95 ha lo spessore di cm. 0,19.

In mezzo alla terra non ancora smossa dagli scavatori clandestini si rinvennero frammenti di vasi di argilla molto impura ed imperfettamente cotta che va dal tono bigio al rossiccio e al bruno d’ardesia.

Un altro tipo di tomba assai evoluto e notevole per le analoghe disposizioni architettoniche, con le pareti formate da grandi lastre squadrate su cui posa un grande lastrone di oltre m. 2 di fronte. Tutto l’insieme dà la prova dell’abilità tecniche dei costruttori e li fa accostare a coloro che seppero erigere i nuraghi.

Nella cella si notano avanzi di ossa e una specie di polvere color tabacco, per aver assorbito grande quantità di materiale organico.

La struttura non le dimensioni di queste tombe sono in parte simili a quelle grandi tombe di giganti che ospitavano le mortali spoglie degli abitanti delle modeste capanne seminate attorno ai nuraghi ch’erano come il castello del borgo.

Di questi monumenti a struttura dolmetica, di forme semplici, se ne trovano nella penisola Iberica, nella Francia, in Corsica, nell’Islanda, in Inghilterra, nella Germania del nord, in Bulgaria, in Grecia, nel Caucaso, in India. Simili alle tombe di Berchiddeddu, di piccole dimensioni, si trovano esempi anche nell’Africa settentrionale, nel Marocco, nell’alto Egitto, nella Siria e in Palestina.

Come al solito le dimensioni vistose delle tombe attrassero i consueti ricercatori di tesori che asportarono e dispersero ogni cosa, sicchè non rimane che gli elementi architettonici ed anche questi incompleti.

Non mancano indizi di altre tombe coperte dal crollo dei massi di copertura o dall’azione della vegetazione che formò con le radici un impasto di terra e di avanzi di tutti i depositi di riporto.

La necropoli attende una mano pietosa che possa eseguire nuovi saggi di scavo, sotto diligente e sagace sorveglianza.

Oggi tutto quello che doveva costituire, in origine, la parte più cospicua ed appariscente della suppellettile, non rimane testimonianza che in pochi rottami di vasi in terracotta, ridotti in più parti. Da questi pochi cocci, abbandonati dai depredatori, si potrà giudicare tuttavia, dopo di aver dato uno sguardo agli ambienti che li conteneva, tutta la portata della sacrilega devastazione.

Al presente viene intuita l’importanza storica, topografica e archeologica di questa vasta e singolare necropoli.

Per esplorarla, parecchie circostanze rendono quanto mai difficile gli scavi metodici che presentano a prima vista ostacoli enormi anche dal punto di vista stratigrafo. Però agli scavi fatti da persone incompetenti che miravano soprattutto a raccogliere, vendere e disperdere il materiale archeologico, devono necessariamente seguire nuove ricerche.

La necropoli di Berchiddeddu allargherà certamente il campo delle nostre conoscenze sull’età antica. I tesori archeologici che verranno alla luce scopriranno lacune singolari.

Oggi la scienza delle antichità non è più in formazione, ma ha raggiunto il suo progresso, e le campagne di scavo, condotte con metodi non affatto estranei ad un controllo scientifico, daranno risultati ancor più soddisfacenti.

Per molti, anche ai nostri tempi, l’archeologia non è altro, essenzialmente, che una forma di caccia al tesoro. Molti, chi più chi meno, hanno dato mano in passato allo sfruttamento di questa miniera «sui generis», contro alle disposizioni di legge che in ogni paese fanno dello Stato il legittimo proprietario dei tesori archeologici.

Tutti i frazionisti e i pastori del contado, ignoravano fino ad oggi, che alle falde del monte Salvannuri dove le greggi pascolano, allietando la zona con trilli e belati, esisteva un centro abitato.

Oggi essi sanno che questa zona è divenuta interessante, e verso di essa hanno ora una maggiore venerazione perchè qui, certamente, vissero la vita e dormirono il sonno dei morti i loro antenati.

Anche il visitatore guarda con tenerezza il vasto cimitero, pregando in silenzio quei morti sepolti in questa landa deserta che la pietà, la riconoscenza e l’arte ornarono per essi, tramandandone il culto alle generazioni future.

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