Bernardino Dadea, Difesa del Casino di Tempio contro le accuse dei retrogradi, 1848
Bernardino Dadea, Difesa del Casino di Tempio contro le accuse dei retrogradi, 1848

[Il sigillo raffigura una croce sabauda sormontata da una corona, simbolo della Casa Reale dei Savoia]

PREFAZIONE

Tempio, 4 marzo 1848

di

Bernardino Dadea

Medico-chirurgo

E la luce riluce nelle tenebre
ele tenebre non l’hanno compresa.
Gio. 1. 5

I Retrogradi, che hanno potenza in Gallura, vanno anche oggi facendo i maggiori sforzi per rituffare nel pelago delle passate miserie questa bella provincia. Pervenuta in Tempio la consolante notizia della felicemente proclamata Costituzione, diedero essi in smanie, quasi svenivano del dolore. Fu peggio quando videro la Società del Casino esultare, far feste, leggere in una gran sala appositamente addobbata dei discorsi al fiore della gioventù Gallurese per informarla del magnifico dono sovrano. Allora, non potendo far altro, si gittarono con incredibile impudenza al tristo partito di calunniare il Casino, sfogando la interna rabbia con parole d’ira e di minaccia, particolarmente contra di alcuni socii amantissimi della Patria.

La sera di 27 febbraio furono letti quattro discorsi, e il Popolo affollato si partì contento di sè, e degli oratori, come la sera dei 24 dello stesso mese in cui si diede principio a tali letture.

Si mandò tosto al vescovo di Tempio, monsignore Don Diego Capece, una deputazione, onde pregarlo di permettere alla Società di poter dare un Triduo nella Chiesa dei R.R. PP. Scolopj per ringraziare a Dio dell’immenso benefizio ricevuto, e spiegare al Popolo nel dialetto Tempiese in che consisteva il benefizio, e che doveva egli adoperare, perchè fiorisse presto e fruttuasse alla Gallura.

Il buon Vescovo non negò apertamente, ma non permise ne pure che il Triduo si facesse. Disse che questi giorni di carnevale erano giorni d’allegrezza, e che nei tre ultimi, i quali precedevano la quaresima vi erano funzioni nella Chiesa Madre, che non dovevano essere sturbate da altre funzioni in chiese filiali. Fu inteso da tutti il vero senso della risposta del Vescovo, fino dai servi dei retrogradi, e la mattina del 28 le calunnie giunsero al loro colmo.

Perciò la sera del 1º marzo, radunatasi la Società e il buono e il meglio de’cittadini nella sala predetta, due dei nostri socii, cioè l’assessore Domenico Manchia, e il sacerdote Giambattista Bachiddu, ispirati dalla stessa idea senza che uno conoscesse l’assunto dell’altro, presero a difendere il rispettabile e civilissimo corpo, a cui si gloriano di appartenere, dalle false imputazioni dei deliranti retrogradi.

Poco prima era stata affissa alla porta del Casino un’iscrizione del canonico Don Antonio Scano la quale fulminava i calunniatori:

NON L’IRA NON L’ODIO

MA IL GIUSTO SDEGNO DEL POPOLO

L’ABBOMINIO UNIVERSALE

UN’ETERNA IGNOMINIA

PUNISCA I TRISTI SFORZI

DEGLI OSTIKATI EGOISTI

CHE TEMONO D’ESSER GITTAII NEL FANGO

DAL GENEBOSO ARDIMINTO

DEI REDENTI

E LIBERI PATRIOTI

Tanta è l’unanimità dei sentimenti degli amici del pubblico bene!

Dopo la lettura di quei discorsi la Società a una voce deliberò che si scrivesse a Monsignore per ottenere la desiderata licenza d’istruire in chiesa il Popolo della conseguita Costituzione; e così sollecitamente fu fatto. Si sperava che si piegherebbe alle rispettose instanze di tanti onorati cittadini; ma egli al contrario, fermo nel suo proposito, fece una curiosa risposta al Presidente del Casino. Veduta la quale, e rassicuratomi di non sognare, obbligai coll’autorità d’un’amicizia antica e cordiale il sacerdote Giambattista Bachiddu a cedermi la sua difesa così dimessa ed incolta quale egli la crede, essendo stata dettata in meno di due giorni, per stamparla subito con la lettera della Società e con la famosa risposta del Vescovo Tempiese.

Pregai parimenti il valoroso Manchia, che mi volesse dar copia del suo discorso per pubblicarlo; e mi avrebbe favorito di buon grado per amore a Tempio e alla Società del Casino tanto ingiustamente malmenata, se grandi e pressanti lavori del suo ufficio non l’avessero impedito di scriverla pulitamente per la stampa. Io per ora ne darò, come per me si potrà, un’ idea: e spero che l’ottimo cittadino porrà fra non molto in luce la sua robusta scrittura.

Veda intanto Sardegna come si contrasta dai retrogradi di Gallura alla volontà di CARLO ALBERTO I! come si astia il Casino di Tempio!

Come s’inganna il popolo!

Vedano i potenti ingegni dell’Isola l’audacia dei ministri delle tenebre, e la gastighino coll’infamia. Ormai siamo tutti fratelli, come si voleva il Cristo, e uno certamente non abbandonerà l’altro nelle mani dei suoi nemici.

Tempio, li 4 marzo 1848.

DADÈA Medico-chirurgo.

AI FRATELLI DEL CASINO

di Giambattista Bachiddu

Ma ora voi cercate d’uccider me,

uomo, che v’ho proposta la verità.

Gio. VII. 40.

Illustrissimi Socii, se io oggi oso parlarvi pubblicamente di cose, che riguardano la riputazione della nostra società, e proporvi quei rimedii che credo più efficaci, onde mostrare al Popolo che noi pensiamo seriamente e cristianamente al suo meglio, condonatelo, umanissimi, all’amore infinito, che ho sempre avuto al Casino, alla Patria e alla verità. E sarà utilissimo che mi ascolti questa nobile adunanza, a ciò i buoni, che sono i più, si persuadano maggiormente della rettitudine delle nostre intenzioni, e i pochi servi che s’introdussero in questo luogo per spiare i fatti noştri possano rapportar subito ai loro padroni quello che io penso intorno alla malvagità delle loro opere e delle loro parole; poichè mi giova moltissimo ch’essi lo sappiano.

Voi avrete più volte udito, amici, che il nostro Casino è turpemente calunniato, come causa di mille disordini; che molti socii sono additati al Popolo, come feccia di miscredenti, autori di libelli famosi e d’insolenze, e pazzi predicanti di anarchia. Ogni sciocchezza, ogni goffaggine che si commette in Tempio viene dagl’iniqui attribuita al Casino, e i semplici e gl’ insani credono tutto, e ci guardano di mal occhio, quali persone sventate e rotte a ogni malfare. Vi sembra, o signori, che dobbiamo portare in pace che la nostra Società sia così bistrattata dalla nequizia di pochi tristi? Oh! allora facilmente cadremmo in odio al maggior numero, a cui il silenzio ci proverebbe rei; e Dio sa dove andrebbe a riuscire il livore dei nostri nemici! Chi ci calunnia, perchè avemmo l’onesta baldanza di stracciar delle maschere, potrebbe tuttavia aizzarci contro la più vile plebaglia, e poi – cosa fatta capo ha – dicevano i Fiorentini.

Noi tentammo un’opera santa, cioè di far sentire alla gioventù Gallurese, che questo non era più tempo di vani trastulli; che era necessario darsi di buona voglia a utili studii, e acquistar l’uso del pensiero e della parola, per saper trattare, come si addice a popoli liberi, gl’interessi di casa nostra, vo’ dire dell’amata patria. Perciò fu deliberato a voti unanimi, che noi potessimo in certi giorni leggere davanti al fiore dei nostri giovani, non proibendo agli altri di ascoltare, discorsi di cose politiche; col fine ancora di accendere i loro animi a innamorarsi della libertà, sicchè nulla curassero la vita per conservarla, per difenderla dalla furente rabbia d’Austria pagana e rapace. E alcuni socii d’ingegno forte e di studii gravi, e anche il vostro amico, il quale quanto difetta di lumi, altrettanto abbonda di buon volere, cominciarono a ragionare in questa sala, frequente di coltissimi cittadini, del fatto più memorando dei nostri tempi, del benefizio maggiore, che poteano impartirne i Cieli e i potenti della terra, che ci governano, voglio dire della santa Costituzione.

E di loro, chi si sforzò d’amicare il sacerdozio alla libertà, ingegnandosi, come per incidenza, dimostrare ch’essa è da Dio. Chi vi persuase efficacemente l’amore fraterno, e l’oblio degli antichi rancori. Chi v’indusse a fremere e a piangere con la viva immagine dei tempi passati.

Chi vi costrinse a gridare – Guerra, guerra! Fuori lo straniero, il fabbro infernale delle nostre dure catene; – e vi fe’ movere e agitare a seconda delle sue vibrate parole. E chi finalmente della civiltà fece mirabil pittura, mostrando altezza di sentimenti, intesi solo da pochi, ammirati da pochissimi.

Ma viva Dio! chi di costoro ebbe l’ardire sacrilego di scagliarsi contro la Religione e i suoi veri ministri? Chi anzi non l’addito come pietra angolare della moderna civiltà d’Europa, e soprattutto d’Italia? Chi non disse i suoi degni sacerdoti banditori e difensori caldissimi della medesima?

Chi con ossequio ragionevole non curvò la fronte davanti a questa divina?

Chi non confessò, che senza il linguaggio consolativo di questa madre benigna non sarebbero tollerabili tante umane sventure?

Chi non espresse il più vivo desiderio che fosse sempre insegnata al popolo purissima, dolcissima, quale la insegnò il Cristo e i suoi primi discepoli?

Chi non fece ogni sforzo per metterla in cuore alla gioventù Gallurese? Esistono ancora tutti quelli scritti, quali furono letti nelle adunanze, e noi tutti, che li legemmo, siamo disposti a far giudici Sardegna e Italia della nostra sincera professione di fede.

Non cerchiamo lode d’ingegno da questi sbozzi; ma l’utile della patria e la riputazione cristiana della, Società del Casino, a cui ci gloriamo di appartenere.

Ci avessero solamente chiamati ragazzi col santo fine di toglier credito alle nostre parole, e far ridere i loro servi e la plebe dei loro adoratori del fatto nostro; chè a noi non sarebbe doluto delle loro ire impotenti. Il publico illuminato avrebbe deciso, se noi parlavamo per la smania donnesca, direi meglio puerile di chiaccherare. Ma direi ad alta voce: Insegnatori d’irreligione, conculcatori dei suoi degni ministri, ah, questo non e sopportabile!

Forse meritavamo il nome d’irreligiosi, perchè siamo lungi dal credere, che un’immaginetta appesa al collo possa supplire al difetto delle virtù? Perchè predicammo tutti l’amore vicendevole, e la carità verso gl’infelici fratelli? Perchè consigliammo ai ricchi senza discendenza di lasciare eredi i loro parenti più poveri, o d’impiegare i loro beni a utile publico per uno spedale, per una scuola infantile, per l’educazione delle fanciulle, per gittar un ponte, per aprire una strada, meglio che eriggere un canonicato, o fondare una festa, un anniversario? Perchè femmo sentire al Popolo, ciò che dolorosamente sapeva, che non era più spiegato il Catechismo, e che i Cherici non aveano nelle scienze divine troppo intelligenti maestri? Forse, perchè raccomandammo lo studio dell’abbandonato Vangelo?

O avranno forse preso scandalo, perchè pervenutaci appena la dolce notizia delle Riforme concedute dal Principe ai nostri fratelli del Continente, fummo tenacissimi nel chiedere che si pregasse a Dio pubblicamente per la conservazione e la salute di CARLO ALBERTO 1º e di Pio IX; e si cantasse dal Vescovo col suo Capitolo l’inno ambrosiano in rendimento di grazie?

O perchè volevamo e ancor vogliamo far conoscere al Popolo quanto singolare benefizio sia quello della Costituzione, e la gratitudine che perciò è dovuta al gran Re liberale?

O finalmente, perchè, udito della cacciata dei reluttanti Gesuiti da Cagliari senza spargimento di sangue cittadino, ci affrettammo a far cantare una messa solenne e il Te Deum, e a prendere la benedizione del Cristo?

Per quale di questi cattolici detti o di queste cristianissime azioni ci chiamano essi miscredenti?

Si accertino una volta i nostri nemici, che agli uomini di qualche lettura non è sconosciuto, che gl’iniqui, i quali volevano sperdere per interesse, per odio, per invidia, o per qualsiasi altra passione un amico dell’umanità, un banditore del vero e del giusto usarono sempre da Socrate fino a Cristo la diabolica politica d’accusarlo seduttore del Popolo contro il governo e la religione.

Se hanno qualche giudizio si quietino pure, che queste loro arti malvagie non hanno più forza veruna. I Governi rappresentativi sono forti dell’amore della nazione, e non possono insospettirsi nè delle opinioni politiche, nè delle credenze religiose di pochi individui.

Vedano gli sciaurati, che, regnando la libertà, o sia la legge di Cristo, essi non hanno dominio su la coscienza dei fratelli, di cui solo giudice è Dio, al quale unicamente si appartiene il punire la sua creatura, se ha traviato in qualunque modo dalla Fede.

Ma questa forse è una falsa sentenza di politici, o di filosofi, che commentarono il Vangelo secondo le lor fantasie, e noi avremmo dovuto passarcene. E però io credo, che noi abbiamo il torto anche per un’altra ragione: chè la loro credenza è del principe delle tenebre, e la loro pietà è ſariseismo, e superstizione; e noi, amando come fratelli, Ebrei, Ścismatici, é Paterini, tutti figliuoli di Dio, gridammo con tutte le forze dell’anima contra queste furie d’abisso, che diedero la morte ai profeti, crocifissero il Cristo, desolarono le famiglie, lasciarono al lastrico tanti figlioli di Dio dopo averne rovinato la salute in caverne sotterranee; fecero gli uomini bugiardi collo strazio della tortura; allagarono di sangue il mondo con le guerre di Religione; e bruciarono vivi tante migliaia d’innocenti, d’uomini civilissimi, di cittadini illustri. E quando parlammo di Farisei, noi accennammo a ogni guisa di ribaldi, che intendono a esercitar la tirannide, e a fare le loro vendette in nome del Dio della pace.

Se il buon vignaiolo, che netta dal seccume gli alberi, vuole che questi inaridiscano, e cadano; se il pietoso medico, che ti dà una medicina per purgarti dai cattivi umori il corpo, desidera amazzarti; se chi studiasi di cavare l’ignoranza e l’errore dai cervelli umani, lo fa per accecare i loro intelletti; oh, allora i retrogradi possono a ragione lagnarsi di noi, chè cercammo di far loro un gran male! Allora possono contro di noi invocare la forza e l’autorità delle leggi!

Ma, oh Dio! che i nostri nemici, usi di star sopra a ogni legge, s’appigliarono volentieri alla calunnia, non potendo oppressarci con la violenza. Vedete con che lena essi corrono la impresa via?

[Sui Frati Osservanti di Tempio]

Hanno sparso fino la voce, che noi eravamo risoluti di cacciare a furia di sassate i Frati Osservanti da Tempio; e questi forse entrarono in qualche paura.

A nessuno di noi, per quanto io mi sappia, usci dalla bocca una si scellerata proposta; nè noi porgemmo occasione a tanto orribile calunnia con le nostre parole. Noi dicemmo, che li volevano migliorati, li pregammo a studiare, onde rendersi capaci di adoperare a pubblica utilità. Poichè il pane che si mangia dal Popolo si dee compensare con tutt’ altri servigii che colla recita in comune del coro, e con una messa conventuale cantata.

Manifestammo il desiderio di averne pochi; e questi savii, istruiti, zelanti, veri operai evangelici nella vigna del Signore; e, più chiaramente, che essi fossero degni parrochi in quella parte della città, dove hanno il loro convento; che non volessero da qui innanzi vendere a nessun prezzo quel cencio col nome d’abito di San Francesco, di cui solevano per cinque scudi vestire i morti, non so quali e quante indulgenze promettendo ai medesimi; in fine, che ponessero cura di accostumare i loro laici questuanti, acciò non spargessero più in avvenire menzogne e superstizioni nel minuto Popolo, e tra i pastori sarà questo un desiderio ingiusto, e il recarlo ad effetto farà forse la loro rovina?

Io credo che i buoni Frati Osservanti approveranno pienamente il nostro consiglio, persuasi di dover essere più contenti di se stessi, come valorosi cooperatori del bene pubblico e privato dei cittadini, e ministri venerandi di Religione e di civiltà nella loro patria. Si guadagneranno in breve tempo l’affetto e la confidenza del Popolo, e non vi sarà persona di qualche cultura, che non li abbia a stimare, che non voglia render loro dei buoni uffizii. Vivranno con più agiatezza, perché in paesi dove il Governo è libero, la virtù, è avuta in pregio dall’universale, e chi lavora è tenuto caro, è premiato dalla nazione. Sicchè il nostro avviso non dovrebbe cagionar malumore, che a quelli oziosi, ignorantissimi, parteggianti accaniti, e battaglieri, i quali non potranno essere più i primi, calpestando i prúdenti, gli studiosi fratelli, e godendo del ben di Dio, senza una fatica al mondo.

Noi pertanto li esortiamo di nuovo, a rendersi degni del santo ministerio, a cui furono chiamati, e della patria che sente il bisogno d’un’eletta di più e intrepidi sacerdoti, che annunziino con schiettezza il verbo di verità, che è verbo di vita, e consolino con carità evangelica chi ricorre a loro pei suoi mali spirituali, e per la pace delle famiglie. Essi lo possono agevolmente fare, chè la regola di San Francesco non è la Costituzione gesuitica di Lainez.

Tempo verrà che essi tutti benediranno al nostro coraggio civile; e i buoni fin d’ora ci sanno grado per aver fatto ai loro fratelli un pubblico invito d’abbracciare gli utili studii, la civiltà, la virtù e l’operosità.

[Sui Gesuiti]

Or sappiano i nostri calunniatori, che la Società del Casino non è una congrega di forsennati, o discoli; ma che al contrario aduna e comprende in sè il miglior senno dei Tempiesi; e dei forestieri Sardi e Italiani che dimorano in questa città. E vivano pur sicuri, che il trattamento fatto in Sassari alla setta, che frustò San Tommaso d’Acquino [sic] in immagine; che persegui il Calasanzio e il suo istituto umanitario per mezzo del Pietra Santa; che imprigionò nel nuovo mondo il Santo Vescovo di Parafox per le sue celesti dottrine, e virtù imminenti; che ucccise Enrico III ed Enrico IV, padri della Francia; che vituperò il Vangelo, svisando le bellezze della morale; che predicó la tirannide in nome del Salvator delle genti; che guasto nei costumi il collegio dei Cavalieri di Malta, ed affamò quell’isola; che sforzossi di mettere a soquadro l’Europa, e diede il veleno a Papa Clemente XIV; che obbligo Carlo X a essere spergiuro; che fè morire di crepacuore il nostro Dettori e cacciò in esilio il Gran Gioberti; che rese trista e squallida la Romagna e fece detestabili il Pontefice e il Sacerdozio; che aiutò a empire di valentuomini le prigioni di Stato; che fè morire di stenti, o di ferro tante care speranze della più magnifica tra le nazioni; che lanciò iniquamente la face della discordia nella tranquilla e libera Svizzera, cagionando il versamento di tanto sangue cittadino; che osò coprire d’obbrobrii dai pulpiti cristiani il venerabile Aporti, calunniando alle sue scuole infantili; che fece un tiranno di Ferdinando II di Napoli in questo secolo XIX; che teneva in schiavitù l’Italia, tradendola all’Austria nemica; che martorio con ogni genere di suplizi tanti giusti, sino alle ultime stragi degli apostoli delle due Sicilie; e finalmente che ardì gettare nei giorni scorsi acqua bollente e scagliar sassi contro il buon popolo Cagliaritano, che li voleva fuori di casa sua, senza pensiero di torcer loro un capello (1); oh! quel trattamento fatto meritamente ai superbi Gesuiti, credetelo pure a me, che i Tempiesi non lo faranno mai ai figli del mansueto e umile Francesco; i quali vogliono e possono divenir padri del Popolo, e gloria dell’Istituto. Stiano quindi tranquillissimi, e ridano di qualsivoglia grido ostile possa alzarsi vicino al loro convento.

(1) Questo quadro della setta Gesuitica non è qui posto a caso, ma pensatamente dall’Autore per meglio mascherare i nostri nemici, i quali credevano d’aver dato al Popolo la più gran prova della nostra irreligione con fargli osservare che noi festeggiammo la cacciata dei buoni P. Gesuiti da Cagliari. Nota dell’Editore.

Il Popolo dimentica il passato, purchè essi facciano conoscere una sincera emmenda per l’avvenire. E se taluno gridasse per spaventare chi si è già convertito, noi lo avremo per una spia, per un inviato del principe delle tenebre, per un nemico vilissimo della Società del Casino. E guai a lui, se verremo a conoscere (il che oggi non sarà molto difficile) chi egli sia; chè saremo affatto inesorabili nel chiedere ai Magistrati che venga punito con tutto il rigor delle leggi.

[Sugli Scolopi]

Si dice pure, benchè sotto voce, di qualche sospetto degli Scolopj: ma io nol credo, nol posso credere. Possibile, che questi Padri abbiano potuto mettere in dubbio la stima e la benevolenza del Casino verso di loro? Non hanno forse veduto qual conto ne abbiam fatto nelle nostre dimostrazioni e feste? Non hanno essi avvertito che furono cercati tra i primi, e che fummo noi i primi a gridare -Viva l’Istruzione pubblica!

Viva gli Scolopj! E (grazie a Dio!) sapemmo discernere il peccato dell’individuo dai meriti dell’intero corpo; e obbligammo a tacere chi argomentando con falsa logica della saviezza, dell’educazione e della civiltà d’una famiglia della poca coltura d’uno, o di pochi membri di lei, rideva e mormorava. Gli Scolopj saranno sempre cari a tutti gli stabilimenti civili, perchè, liberissimi dapertutto, sono sempre con chi vuole la luce. In Cagliari e in Sassari essi sono l’amore del Popolo e la gioventù li ha scelti a dirigere cogli uomini più savii e più popolari tutte le loro feste. Gioventù grata! memore del benifizio da essi ricevuto dell’Istruzione religiosa e civile, e dei semi di libertà sparsi a tempo nei loro teneri animi. E nói avremmo pensato di abbeverare di fiele gli educatori dei nostri figli dei nostri fratelli, dei nostri nipoti, e con essi gli antichi nostri educatori? D’invelenire contro di Tempio coloro, nella cui intelligenza, buon volere e cristianismo è riposta gran parte delle nostre speranze? Or che sono mutati felicemente i tempi, vedrete quali dottrine essi insegneranno e con quale eccellenza di metodi!

Finora gli Scolopj soffrirono, come ogni altra classe di cittadini, del pestilente influsso della setta Gesuitica; e gli sforzi dei loro uomini più ingegnosi, più teneri della Patria, non valsero a infrangere i ceppi, a levarsi di collo il giogo.

Che colpa dunque ai nostri buonissimi Padri, se ebbero più a dolersi, che a rallegrarsi del frutto di tante loro fatiche? E il Casino di Tempio si mostrerebbe a uomini si benemeriti di Sardegna e d’Italia in nessuna cosa contrario? Avrebbe a flagellarli, perchè soffrirono di essere martiri?

Oh! il Casino Tempiese li ama cordialmente, li riverisce; e non senza qualche intelletto scelse la loro chiesa per ringraziare a Dio della cacciata dei Gesuiti, senza spargimento di sangue fraterno, da

Cagliari. Era giusto, che si pregasse presso di essi e con essi; perchè dalla loro nascita fin qua furono sempre i più bersagliati dall’insolente Gesuitismo.

E dove meglio, e più convenevolmente si doveano celebrare i funerali dei ministri delle tenebre, che nella chiesa degl’Inviati della luce? O quanto scredito! Quanto gran male cercarono i retrogradi di apportare a Tempio e alla nostra Società, divulgando tante e sì nere calunnie! Ma Dio vorrà, che questi non vinceranno la prova.

[Contro i prepotenti, i tristi, i codardi padroni]

I nostri Padri Scolopj si rassicurino pure, che la guerra del Casino non è rotta a loro; bensì a tutti i prepotenti, i tristi, i codardi padroni che non sono disposti di lasciare l’antico vezzo e si ostinano nel loro peccato. I quali, perche noi li esortammo a entrare nella buona via, e, non essendo ascoltati, li rimproverammo con acerbe parole, vanno gridando a testa alta col piglio dell’ignoranza e dell’impudenza insieme, che noi incoraggiamo pure il Popolo all’anarchia collo stesso nostro esempio. Infame calunnia, che noi dobbiamo patire in silenzio! Ci dicano di grazia i nostri accusatori qual legge abbiamo noi violato? qual famiglia rapinata, qual eredità manomessa, usurpata? Qual ribalderia protetta, qual fama lacerata, quale innocenza perseguita, oppressa? Qual merito abbassato?

Quale ignoranza, adulazione, o malvagità esaltata? Qual vendetta barbamente presa? Qual disordine, o nelle famiglia, o nel popolo eccitato? (1 : La severa storia dirà se tante acerbe parole furono tutte dall’ amico mio gittate giù alla ventura per voglia di declamare. Nota dell’ Editore).

Avvenne mai il menomo disturbo, fu dispiacciuto nessuno, neppure la notte delle nostre prime dimostrazioni. Non erano forse i piú savii dei nostri, sparsi in mezzo alla folla per governare tutti i movimenti, per suggerire fino gli evviva?

Si sentì mai un grido incendiario, o almeno irriverente contro il Governo, o un Magistrato dell’Isola? Ma perchè ricordo io quelle manifestazioni fatali, quel delitto gravissimo, imperdonabile, creduto dai nuovi farisei uguale a quello del Cristo, allorchè alluminò i ciechi, rese l’udito ai sordi, la favella ai muti e tornò alla vita il buon Lazzaro quattriduano? Si è perciò, che i principi del Popolo coi nuovi dottori della legge vorrebbero dar subito di taglio al nostro Casino; come i dottori e i farisei antichi s’affrettarono di uccidire il Cristo, perchè non sturbasse la loro quiete e i loro sonni con la pazzia di quei miracoli. E vorrebbero un’altra volta cieco, sordo e muto il Popolo, come i giudei cercarono di ammazzare il Lazzaro mal risuscitato dal Cristo.

Nelle nostre parole poi, che trovarono essi di rivoltoso, d’immoderato? Forse perchè predicammo utili e necessarii veri, dolorosissimi al loro paterno cuore, fummo noi banditori d’anarchia, anzichè d’uguaglianza e di libertà? Noi ci provammo di dare un vero concetto di questa, chiamandola, ordine, armonia, esercizio, non impedito da esterni ostacoli, dei nostri diritti e dei nostri doveri; facoltà non impacciata da impedimenti esterni di attuare quei giusti e innocenti desiderii del nostro cuore, la cui satisfazione non reca verun danno ai nostri uguali, ai nostri fratelli.

È questa in sostanza l’anarchia, che la sentita parola di Scano, la robusta e vivace di Manchia e di San Felice, la pacata e prudente di Vegni, e la debolissima del vostro amico hanno pubblicato e raccomandato ai loro cortesi ascoltatori. E fecero male, me ne avvedo ora anche io; perchè in questa guisa tolsero, o scemarono (usando della mal proclamata Costituzione) ai nostri antichi padroni, e ai loro servi la giusta, la naturale, la cristiana libertà d’impedire ogni grido di pura gioia, ogni dimostrazione di gratitudine ai veri benefattori, ogni voce di dolore al debole, ogni lamento d’angoscia all’ oppresso, ogni espressione di verità ai patriotti; e di comandare la menzogna, l’adulazione, l’abbattimento con un voglio minaccioso, assolutissimo.

Oh, il Casino Tempiese è sempre peccatore; e Dio voglia, che non viva per lunghi anni impenitente! Amorosissimi nostri padroni antichi, pregate pure, pregate incessantemente per la nostra conversione al Dio delle tenebre; e noi allora vilissimi ed abbiettissimi schiavi senza intelletto sicut equus et mulus ci protesteremo innanzi alla vostra orrenda maestà; e voi sarete i nostri Iddii, e noi il vostro popolo. Ma vi è ancora tempo a congratularvi con Satana della vittoria! Il Cristo vive! e la sua luce vividissima, chiarissima splende in ogni cielo d’Italia, e illumina ivi ogni umana creatura. Egli è dunque necessario, che prima bruciate il Vangelo, diate morte eterna al suo immortale autore, e impetriate da Beelzebub un diluvio universale, il quale (salvando la vostra sagra e inviolabile persona, e i vostri, e le vostre bestie in un’arca di legno, alquanto più grande di quella di Noè) cancelli dalla faccia della terra ogni vestigio dell’immenso apostolato della Rivelazione e della Ragione.

Finalmente siamo accusati di libelli, d’iscrizioni e di motti, che svergognano e mettono in pensieri coloro, contro dei quali furono essi dettati.

Noi diciamo a viso aperto, che ogni buona scrittura, cioè conscienziosa, verace, opportuna, di buon senso l’accettiamo volentieri per nostra, sia o no della Società del Casino il suo autore. Ma al tempo stesso protestiamo che la nostra educazione, i nostri costumi, il nostro gusto non han potuto mai assaporare la calunnia, le sozzure e le gofſaggini di certi scritti; noi spesso non potremmo sopportarne per brev, ora neppur la lettura.

Chi si delizia in quella broda non è anima gentile, non è ispirața dalla luce, non è degna di libero stato, con appartiene per nessun verso al Casino. Faccia Iddio che quelli scrittori purghino di cotal sudicciume il loro ingegno, raddrizzino il loro giudizio non valevoli studii, scaldino l’anima al Vangelo, e allora ci vanteremo di averli per nostri. Il tempo e la libertà diranno quanto diversi d’ indole e di genio fossero gli autori di quelle sconcezze, da coloro a cui furono attribuite.

Intanto i figli della luce, fatta una potente lega marcino in stretta ordinanza a combattere le ultime reliquie della legione del male. E questa lega, avegnachè sia chiamata dagli amatori delle tenebre col nome misterioso e pauroso di club, non cada d’animo, non si sgomenti. Si avvanzi invece con maggior coraggio, assalga di fronte e ai fianchi il nemico, tagli a tempo la ritirata, ne impedisca la fuga, e salverà, come altrove è prosperamente avvenuto, il Cristianesimo e la libertà della Patria da colui, che fu dal principio omicida, vo’ dire del Principe del mondo.

Nudiamo senza riguardi le piaghe dei retrogradi, degli egoisti, mostriamone al Popolo la bruttura. Adoperi chi ha ingegno a tanto l’ arma efficace del ridicolo. Scriva nel dialetto Tempiese con stile facile e gaio, acciò anche le donne possano agevolmente capire, e ora ridere, ora sdegnarsi dei ministri d’abisso, una volta potenti contro i fratelli del Cristo.

Dichiariamo in tutti i modi le nostre sincere credenze; e, acquistata intera fede, spieghiamo, come oggi si può, in che consista la libertà ottenuta, come sia contraria a irreligione, e licenza, ad anarchia: come possa fiorire e fruttare tra noi, nella nostra Gallura.

La Società faccia ogni sforzo, perchè tutte queste cose possano esporsi in Chiesa al popolo nel dialetto natio da chi ha abilità di farlo; e così noi ci faremo centro della libertà e dell’utile pubblico, finchè non venga organizzato il Municipio, secondo la nuova legge di grazia e di giustizia.

La poesia Tempiese lasci ormai il lezzo e le sonore ciance, cessi di cantare uomini che forse non meritano neppur la infelice celebrità dell’infamia, e si rivolga ad argomenti di morale pratica, di sana politica e di libertà patria.

E ora con lo acuto strale di Licambe, or con l’ironia pariniana scrolli i retrogradi, sicchè cadano del tutto a terra dall’altissimo piedestallo; in grazia del quale certi omiciatti che furono posti in cima, perchè omiciatti, intriganti, banditori di schiavitù e di tenebre, adoratori della tirannide (1) e sostegno di lei ci apparivano stranamente grandi.

(1) Tirannide chiamò gli arbitrii dei Vicerè dell’Isola, e la gesuitica prepotenza. Nota dell’Autore.

E calati giù al suolo, anche il minuto popolo si farà beffe della lor presunzione in tanta lor piccolezza; e insieme si – vergognerà d’esser stato si lungamente soggetto a tal genia d’uomini. Aiutiamoci della stampa, facciamo sentire la nostra voce alla nazione, e i nostri fratelli di Cagliari e di Sassari, e delle altre città di provincia ci daranno di buon cuore la mano. A questo, secondo il mio parere, dobbiamo alacremente intendere uniti, e presto: perchè i nostri nemici non riescano, nè manco per brevissimo tempo, a ritardare, o menomare i beni, che Gallura dovrebbe raccogliere dalla ligure Costituzione.

Non mi piacerebbe finire questo qualunque discorso, senza porgere un utile avviso ai nostri nemici. Ripensino bene adunque i retrogradi, e vedano una volta, che divulgando essi a gran voce, che la libertà conceduta farà scorrere fiumi di sangue cittadino, col nobile intendimento di ritrarre da noi i fratelli deboli, danno carico, senza avvedersene, di ignoranza o di perfidia al più sapiente e umano dei Pontefici, che ne diede il primo l’esempio ai principi Italiani; agli uomini più istruiti e savii che la invocavano come unica divinità conquistatrice dell’ Indipendenza, autrice e conservatrice della salute patria; e soprattutto al generoso e adorato nostro Sovrano che lo donò volonterosamente e con paterno amore ai suoi popoli. – Si guardino per pietà di se stessi in seno, e badino a quel che fanno.

Sacerdote GIAMBATTISTA BACHIDDU

IDEA DEL DISCORSO

Letto nel Casino di Tempio la sera del 1º marzo 1848

dall’Assessore di questo R. Tribunale di Prefettura

Avvocato DOMENICO MANCHIA

O io m’inganno, o sono queste le prime fila del discorso, col quale l’assessore Manchia difendeva la Società del Casino di Tempio, contro le calunnie dei retrogradi.

– Fatto un significante evviva all’istruzione e diffusione dei lumi, e rivolte alcune parole di sincera lode al degnissimo ed amatissimo Presidente della Società, comandante don Giacomo Ara, il quale ha sempre protetto e careggiato questo stabilimento civile quasi con paterno affetto, accenna le due principali accuse, che sono: Miscredenza e Anarchia fatte al Casino dagli egoisti e dai retrogradi.

E quindi stabilisce la proposizione, che la nostra Camera di lettura non è un club, come essi tremando e minacciando la chiamano.

La Camera sopraddetta è composta de’ più fini e colti cittadini, magistrati, sacerdoti, nobili, militari e della più civile borghesia di Tempio.

– Dunque (argomenta a proposito il Manchia), abbracciando il Casino il senno dei Tempiesi e dei forestieri Sardi e Italiani, che hanno stanza in questo paese, non può essere che nel bello del secolo XIX nudrisca l’ignobile pensiero di schiantare la religione di Cristo dal seno della Gallura: poichè dee saper molto bene, che senza la religione dominante in Italia, non può essere civiltà in nessuna parte di lei; e che senza civiltà, o non si acquista o non si riesce a conservare la vera libertà una volta acquistata. Sarebbe poi ancor più difficile, che persone di molta saviezza e amanti di libero stato avversassero la religione di Cristo, dopochè Pio IX, delizia d’ Italia e maraviglia del mondo, ha richiamato in nome del Vangelo la libertà nella patria comune, conculcata da molti secoli dal barbaro straniero.

Altronde tutti hanno veduto che la Società del Casino ha voluto santificare le sue dimostrazioni e le sue feste sì per le Riforme, come per l’ottenuta libertà con atti esterni di religione. Dunque non è essa un club contra le credenze del popolo Gallurese.

– Si è di più osservato che le famiglie e la stessa servitù dei socii del Casino sono religiose con schiettezza, senza pregiudizii e senz’ ombra d’ affettazione. Dimostrano costumi più puri e carità più ardente e disinteressata verso i fratelli; e Cristo c’insegna che nella carità si adempie la legge. Fino i pastori (e non sono pochi), che hanno per padroni socii della Camera di lettura, sono notabilmente in così breve tempo migliorati in fatto d’operosità, fugatrice di vizi, e di morale pratica, fonte perenne di cristiane virtù. Tant’è vero che raramente interviene che sia imputato un delitto ai pastori suddetti. I parrochi campestri sono più contenti di loro, che degli altri della stessa contrada; e scontentissimi i vagabondi, i questuanti oziosi, perchè non li trovano così credenzoni e stoltamente prodighi, come prima. Ora se tali sono i servi anche lontani, si potrà dire senza impudenza che i loro padroni socii del Casino facciano parte d’un club micidiale contra la religione di Cristo?

– A me pare che la conclusione del signor Manchia sia legittima e naturale.

– Ora si fa egli a provare che la Società del Casino non è un club contra il Governo.

– Se la Camera di lettura aduna in sè i cittadini meglio pensanti, non può fomentare desiderii smodati di libertà e aspirare aun governo che non si accordi colla civiltà presente della Sardegna e con le opinioni più universali d’Italia.

Se una provincia, qual è oggi Gallura, mostrasse di aspirare a libertà a cui non pensa Sardegna, nè ambisce Italia, i promotori di tali idee esorbitanti sarebbero piuttosto una congregazione di pazzi che un’adunanza di cittadini di buon giudizio. E chi non si contentasse in Sardegna e in Italia d’una ben organata Costituzione, non conoscerebbe nè l’indole degli Italiani, nè i suoi tempi. Ora tali stranezze non possono aver luogo nei cervelli sani dei membri della Società del Casino : dunque questa non è un club che dia missionarii al regno della licenza.

– Essa festeggiò le Riforme e lo Statuto fondamentale con tale una moderazionė, da farsi ammirare da cittadini di nazioni grandemente civili.

Essa ne spiegò il benefizio alla gioventù Gallurese nelle sale del Casino, lodando a cielo la generosità del Re Padre, che l’avea di sua spontanea volontà proclamato.

Essa s’ ingegnò di accendere tutti i cuori ad amare Carlo Alberto come un salvatore.

Essa va mettendo in opera ogni buon argomento per indurre i più gagliardi a disporsi di combattere il nemico dell’adorato Sovrano e della santa libertà d’Italia.

E questa Società è un club contro il Governo?

Tutte le cose fa il Casino in aperto, quando meglio splende la luce del sole, esso non conosce misteri. Ogni suo pensiero, ogni parola, ogni deliberazione della Società può essere palese a tutti gli abitanti di Tempio in meno di un’ora.

Il Casino promosse le idee d’una libertà moderata, come si avvicinava la maturità dei tempi, come era voluto dallo stesso Re liberale. Erano dei nostri coloro, che scrissero le suppliche in nome del Municipio Tempiese per impetrare le Riforme; e si mostrarono così prudenti, così assennati nell’umiliare a S. M. i bisogni e i desiderii della Capitale di questa Gallura, che ne ebbero lode da’ buoni Italiani. E come non si vergognano i nostri nemici di chiamare col nome di club una Società, che contiene uomini di tanta reputazione, di tanta stima?

E qui ritorcendo le armi della logica contro dei nostri calunniatori, fa vedere chiarissimamente che il nome di club si conviene molto bene alla loro unione.

Questa piccola mano di prepotenti (dice egli) tenta ogni via di persuadere ai deboli che la libertà della stampa è un laccio teso dal Principe alle teste calde, ai liberali, onde scoprirne meglio i sentimenti e disfarsi a tempo di questa razza d’inquieti, di perturbatori dell’antico ordine di cose.

Orrenda bestemmia contra il più religioso ed umano dei principi italiani!

Ma subito dopo aggiugne, che queste arti non sono da essi usate con intendimento di screditare il nostro amato Sovrano, bensì per distogliere i semplici dall’usare la parola libera, di cui temono a ragione, come d’un nemico mortale.

E soprattutto è una volpina malizia per toglier credito al Casino, per allontanarne tutti quei prudenti, che temono tuttavia d’ogni venterello, d’ogni mover di fronda.

Così sperano di levarci la cara gioventù di Gallura, mentre noi usiamo, parlando e scrivendo, della ridonataci libertà, per svelare le loro magagne, e per dire: -Questi non vogliono mutar vezzo. -In somma volendo esși battere i poveri cristiani come un tempo, fanno il loro potere per rovinare il Casino. Torna loro gran conto, non essendo mai stati uomini, imporci silenzio, perchè dimentichiamo un’altra volta d’esser loro uguali, e serviamo, e soffriamo gli abusi della loro potenza, senza pure mandare un solo grido.

È perciò, che a somiglianza dell’orefice Demetrio, allorchè predicava San Paolo in Efeso il Vangelio di Cristo, tentano di rivoltarci contro la marmaglia dei loro servi e la feccia della plebe,

gridando: – La gran Diana d’Efeso! la gran Diana d’Efeso! Ma la gran Diana d’ Efeso, cioè la loro prepotenza, fu scrollata dalla Costituzione, e cadrà del tutto in breve per non mai più,risorgere alla voce evangelica della Società del Casino.

Pertanto conforta tutti i buoni a non lasciarsi illudere dalla furberia di questi tristi, a non sgomentarsi delle loro vane minacce; poichè essi cercano la continuazione della loro vita politica nella cecità del Popolo e nella morte del Casino; afferma esser dovere d’ogni onesto cittadino impedire con tutte le forze che il Casino venga distrutto dai nemici della civiltà; poichè sarebbe irreparabile danno per la Gallura, che questo non fosse più.

Da esso s’irraggia intorno la luce dei buoni studii, si additano le opportune colture, saranno promosse le industrie. Dalla vita e floridezza di questo dipende il maggior bene, che può trarre questa provincia dalla sarda Costituzione. Gioverà moltissimo per far conoscere al Popolo quali uomini debba scegliere per rappresentarlo degnamente e utilmente nella futura Camera dei Deputati. Gli egoisti, gli amatori del dispotismo, gl’inabili a trattare i negozii della patria, qualunque titolo essi abbiano, qualsivoglia ricchezza posseggano, saranno fulminati dalla Società del Casino, se vorranno brigare per salir su, quando devono stare in fondo.

Se dunque è di tanta importanza la esistenza del Casino, chi non s’affaticherà di sostenerlo?

Finalmente termina il suo discorso coll’esortare caldamente la gioventù ad aver piena fede nella Società del Casino, a venir sempre ad ascoltare; ragionamenti letti dai Socii, per imparare ogni dì più i doveri di cittadino; e col far coraggio agli stessi Socii, di sostenere intrepidi e senza turbarsi gli scontri dei retrogradi, i quali van facendo le ultime prove di loro forza, e fra poco cadranno rifiniti, sicchè sarà un vituperio il fatto loro.

Questi pochi cenni mi è piaciuto di fare sul discorso del patriota Manchia, perchè i nostri cortesi lettori vedano quanti ostacoli abbiamo a superare in Gallura, onde essere veramente liberi; e con quanto zelo si travagli un Assessore di questo Regio Tribunale di Prefettura, per aiutarci a sconfiggere i ministri delle tenebre. Se egli pubblicherà la sua ‘calda difesa, noi per il fuoco delle sue parole ci aspettiamo più pronti e più risoluti i forti di Sardegna nel darci generosi la mano. DADEA, Medico-Chirurgo.

LETTERA DELLA SOCIETÀ DEL CASINO

AL VESCOVO DI TEMPIO

Tempio, 2 marzo 1848

Ill.mo, Rev.mo Monsignor Vescovo.

Nell’ampiezza della sua gratitudine verso l’immortale CARLO ALBERTO, nostro adorato Monarca, siccome ogni atto di buon cristiano deve aver principio dal Cielo, e da esso emanare i benefici influssi che ponno condurre all’ adempimento di opere perfette, ha questa Società della Camera di lettura e ricreazione stabilito di mostrare la sua riconoscenza, rivolgendo all’ Eterno Autore di ogni bene i caldi voti del suo cuore per la felicità della Sacra Persona del generoso Sovrano e dell’Augusta Reale Famiglia.

Essa ha destinato che le sue preghiere s’innalzino al Cielo con un Triduo nella chiesa di questi RR. PP. Scolopj, ed a compiere quest’atto di religione e riconoscenza ha scelto le giornate nove, dieci ed undici, presente mese, in cui fresca essendo la memoria del nostro nulla, simboleggiato dalle ceneri della Chiesa possa ciascuno con vera umiltà prostrarsi ai piedi di quel vero Dio che governa i destini del grande e del misero, del potente e del debole; che di un umile Prete ha creato l’Eroe del secolo decimonono, che ha svolto nelle anime sensibili dei Principi Italiani quei germi di bontà, che dal loro nascere vi aveva col divino soffio instillato.

E perchè a questo solenne rendimento di grazie non assista passiva la moltitudine, che non capisce tuttora la grandezza del dono che nella Costituzione ha ricevuto, non è illuminata sulle altre benevoli Riforme dal virtuoso e pio Monarca concessele, non sa quali beni sia da queste chiamata a godere, fu suo divisamento di aflidarne l’onorevole incarico ad oratori di capacità e probită *riconosciuta, e che sapranno nel predicare lodi al Re benefattore, far conoscere al Popolo, pendente questo Triduo, l’intera importanza del beneficio. E questi oratori ha scelto nelle persone dei rispettabili sacerdoti, canonico Don Antonio Scano, canonico Lorenzo Casabianca, Raimondo Demura [sic] e G. B. Bachiddu, ove alcuno di quelli per impreviste circostanze non potesse adempirvi.

A compimento però di questi giusti desiderii è necessario il concorso di quell’ottimo Pastore che a prove indelebili ha sempre dimostrato quanto possa nel suo nobile cuore l’amore per il pubblico bene, l’incremento delle sorti che mirano alla salute eterna e ferrena delle pecorelle, che da Dio gli vennero affidate.

E per ottenere questo concorso, come suo Presidente, venni in generale seduta di ieri dalla anzidetta Società deputato, non già perchè abbia essa un istante solo dubitato della amorevolezza e condiscendenza di chi coll’ esempio e colle opere fu sempre il primo nella via delle azioni virtuose, ma per compiere il santo dovere che dettano il rispetto e l’onore che le son dovuti.

Io quindi, a nome dell’ intera Società, supplico la S. V. Ill.ma, Rev.ma, di accordare che si eseguiscano i desiderii concepiti e votati; che voglia colle sue preci coadiuvare l’accettazione di quelle che verranno innalzate; e che si degni impartire alla Società, ed a me in particolare, la sua santa benedizione.

Di V. S. Hl.ma, Rev.ma

Umil.mo, Dev.mo ed Obb.mo Servitore

Firmato al registro della Società:

GIACOMO ARA, Presidente.

VEGNI, Segretario.

RISPOSTA DEL VESCOVO DI TEMPIO

AL PRESIDENTE DEL CASINO

Tempio, 2 marzo 1848

Ill.mo Sig. P.rone Col.mo.:

Contestando al veneratissimo foglio di V. S. Ill.ma in qualità di Presidente della Società del Casino, ho l’onore di assicurarle, che godo sommamente che si facciano le quarantore nella Chiesa dei RR. PP. delle Scuole Pie, pregando l’Altissimo per la prospera salute e conservazione dei preziosi giorni di S. S. R. M., nostro amato Monarca e Padre benefico, come anche di tutta la Reale Famiglia;

sebbene non credo conveniente di principiarsi nei 9, 10, e 11 andante mese, dovendosi nel giorno 10 fare il discorso quaresimale in questa Cattedrale, ed altre funzioni, e quindi non vi sarebbe lo intervento del popolo, e perciò sarebbe più opportuno di principiarsi nel 13 di questo stesso mese, e farsi l’inserro nella sera del 15, ed in tal modo non sarebbe diviso il popolo, nè turbate le funzioni della Cattedrale, che ha sempre il diritto alla preferenza.

Riguardo poi ai tre discorsi che vorrebbero recitarsi in quel Triduo non lo credo necessario, essendo già stato il popolo prevenuto delle grazie sovrane col suono solenne delle campane della Cattedrale, e tutte le altre chiese figliali e religiose di questa città, fattane la pubblicazione dalle Autorità legittime a seconda degli ordini vice-regi, ed affissione delle due carte reali nei luoghi soliti.

In ordine poi ai soggetti propostimi, il Molto Rev.do sig. canonico Don Antonio Scano, i Rev.di sacerdoti Bachiddu e Demura per l’oggetto accennatomi di predicare in quel triduo, non posso in modo alcuno lasciare il mio gradimento per cause a me ben viste, riservandomi in caso di disubbidienza d’infligger loro quelle pene, che crederò convenienti in forza dell’Autorità che mi compete.

Ed è quanto mi reco a premura di parteciparle all’atto, che col più distinto riverente ossequio e divozione ho l’alto onore di raffermarmi

Di y. S. III.ma

Umil:mo, Dev.mo, Obb.mo Servitore

Firmato all’originale : † DIEGO, Vescovo.

Il Casino di Lettura

di Vittorio Angius – a cura di Guido Rombi

Aprì nel 1846, dopo molte opposizioni, nella casa Misorro (Don Gavino), con una biblioteca formata dai libri donati dal conte San Felice ed altri mandati dal cavaliere Don Salvatore Villamarina, che fu eletto a presidente perpetuo. Vi erano anche molti giornali italiani e alcuni francesi. Vi si riunirono presto le persone letterate per leggere e conferire.

Sebbene un po’ più discreta l’opposizione però continuava, poi ‒ essendosi fatte nello stato le riforme politiche, ed avendo i soci cominciato a discutere delle riforme che si sarebbero dovute fare nel paese, ed a segnalare e condannare gli abusi che vi dominavano ‒ si fece più forte il malumore delle autorità civili, ed anche di quella ecclesiastica. Ed era naturale che si sdegnassero contro il coraggio dei signori del casino, che non intendevano riverire la loro autorità, né si mostravano molto persuasi delle loro virtù.

Avendo compreso che ‒ se il casino fosse rimasto aperto ‒ avrebbe diffuso quelle idee, si congiurò per annientarlo e si mandarono alla scoperta alcuni caporioni, un Murino e un Luca Giua, attinenti del canonico penitenziere Muzzetto (creatura di monsignor Capece), con tale dottor Altea. [Nel tempo Tommaso Muzzetto si sarebbe invece distinto come un sacerdote liberale: divenuto vicario capitolare fu autore nel 1862 di una famosa supplica a Pio IX per la rinuncia addirittura del potere temporale].

Quei tre avendo raccolti gli uomini della loro parentela uscirono in pubblico armati di pistole e di coltelli e fecero una protesta pubblica contro alcuni dei membri più influenti del casino e peggio visti dal vescovo, dal prefetto Ena e dall’intendente Pinna-Delitala.

A seguito di queste minacce furono obbligati a fuggire il canonico Antonio Scano, l’assessore Manchia, il segretario della curia Vegni ed il sacerdote Gio. Battista Bacchiddu.

Una volta raggiunto questo primo obiettivo vollero tentarne un secondo contro altri venti, anche loro quasi tutti membri del casino; e lo avrebbero eseguito se le principali famiglie, a difesa dei propri parenti, non avessero minacciato vendetta contro i principali organizzatori.

Quelli stettero allora in attesa di un’occasione propizia per sorprendere alcuni del casino e i loro aderenti. L’opportunità si presentò nell’ultimo giorno del 1848, quando Martino Tamponi con Girolamo della stessa famiglia e il conte di San Felice, contro i quali erano maggiormente accesi gli odii, mentre passavano alle 10 e 3/4 di mattina nella piazza della cattedrale per andare all’ufficio fiscale a sporgere denuncia contro le minacce di morte subite poco prima a voce, furono assaliti da alcuni lì appostati.

Il conte di San Felice fu sottratto alla morte da due amici, Girolamo riuscì a scappare, Martino rimase solo a sostenere con un coraggio inaudito il furore degli aggressori, simili a cani rabbiosi, con una sola pistola. Accortosi infine che avrebbe avuto la peggio, fuggì nella chiesa inseguito dai sicari, e tutto grondante di sangue per le cinque ferite subite andò a rifugiarsi presso l’altare maggiore nell’ora della messa solenne.

Tamponi, mal guarito da quelle ferite, abbandonata clandestinamente la città, andò a Torino per chiedere giustizia, e la domandò con una petizione alla Camera, con la quale accusava del disordine e turbamento pubblico tutte le autorità, l’ecclesiastica, la militare, l’amministrativa e giuridica del paese, fatta eccezione il solo avvocato fiscale, venuto da poco a Tempio.

Come prova accennava che i cavalleggeri già da alcuni giorni erano a conoscenza di quello che doveva accadere, ma che fino a 20 minuti dopo il tragico agguato erano rimasti consegnati in caserma, e che le autorità non avevano preso alcuna misura per arrestare i responsabili e ristabilire l’ordine pubblico.

I gravi avvenimenti politici nazionali [la prima guerra di indipendenza] impedirono al governo di far luce su questo fatto e di risalire ai veri artefici di questi disordini che disturbarono la tranquillità di Tempio, addolorandola con alcune uccisioni; e pertanto siccome non risultano accertati i mandanti ufficiali, noi non diciamo altro che possa ledere il loro onore, soprattutto di colui che siede nella chiesa gallurese padre e pastore del popolo, e che deve supporsi mite, mansueto e caritatevole, come dovrebbe essere un vescovo.

Dopo questi avvenimenti il casino restò deserto, e fu chiuso; cosicché i suoi avversari, se intendevano con la violenza raggiungere questo fine, poterono dirsi felici di aver avuto successo in questo modo. Così accade dove il governo è mal servito dai suoi funzionari.

Emigrati da Tempio o decisi a non farne più parte quelli che erano stati malvisti, il casino di Tempio fu riaperto con una presidenza e direzione di carattere diverso della prima, come si può vedere nel calendario generale.

La protesta di due sardi contro il ministro Pinelli

 «Gazzetta del Popolo», 5 giugno 1849

Ci venne trasmessa una copia stampata di una protesta di due sardi contro il ministro Pinelli. Essa ci fece rabbrividire, e noi ne riproduciamo alcuni brani, compiangendo gli abitanti di Tempio, a custodire i quali fu nominato da Pinelli un sindaco del quale diconsi le cose seguenti: riproduciamo la protesta stampata.

«Tra le nomine, parte commendabili e parte riprovevoli, dei sindaci per varii comuni dell’isola di Sardegna annunciate nel foglio ufficiale dei 23 del volgente maggio, vedemmo con orrore quella del notaio Francesco Murinu per la città di Tempio.

L’uomo, che da tutto un popolo è creduto autore principale della morte dell’egregio comandante Siette e l’instancabile attizzatore nelle più feroci inimicizie della provincia di Gallura; colui, che tanto contribuì alla cacciata di quattro benemeriti socii del Casino di Tempio; tra i quali erano due impiegati regii; l’uomo che, fingendo congiure contro la sua persona, fatti venire a Tempio Corsi e Pastori, suoi congiunti, l’ultimo giorno del passato anno li avventò pubblicamente contro stimati cittadini, il negoziante Martino Tamponi e il conte di S. Felice, e a tradimento distese d’una fucilata Giacomo Dadèa; l’uomo che trasse alla morte un cognato ed un nipote, se meritan fede la testimonianza d’una sua cugina, e le ultime parole del moribondo nipote Jacopo Giagheddu; l’uomo, per la cui prepotenza hanno dovuto abbandonare la patria terra i due fratelli Tamponi, il conte di S. Felice, Bernardino Dadéa, e il sacerdote Bacchiddu; che si spassa a tenere come in istato d’assedio i loro più cari parenti e amici e a minacciar loro ad ogni tanto la vita, non potendo avere questi nelle mani: l’uomo che, ancora giovinetto condusse fuori del paese un amico, sotto colore di una passeggiata, e lo massacrò come fece Caino di Abele, insomma, il sicario più favorito dello czar di Gallura monsignor don Diego Capece, e il tristo che si vergognarono di nominare tutti coloro che scrissero dei moti di Tempio del 22 marzo, e dei pubblici assassinamenti commessi in quella città l’ultimo giorno dell’anno 1848, un tale uomo è destinato da S.E. il ministro Pinelli a governar Tempio in qualità di Sindaco».

Avete capito? Ora sentite ancora ciò che rispose ad un sacerdote sardo il quale lo pregava voler opprimere la comune di Tempio con un sindaco di quella fatta.

Il sacerdote Giambattista Bachiddu, si presentò la sera del 28 al cavaliere ministro con una petizione segnata da lui e dal suo amico e compagno di sventura Bernardino Dadèa; dove, riferiti pochi tratti del Murinu, supplicava a S. E. di non trasmettere le patenti di nominato sindaco di Tempio le Patenti, finchè il governo non avesse della condotta morale di quello informazioni, o dal regio commissario Alberto La Marmora, o meglio, dall’avvocato fiscale generale dell’isola. E intanto gli contò a voce gli ultimi fatti operati dal Murinu nella sua patria. E il ministro, sempre inteso a prevenire i disordini e i delitti per tenerezza dell’umanità, confessò di aver udito di quei fatti, e non volle negarlo. Pure il tanto celebrato dissimulatore e simulatore ministro ebbe ad agitarsi visibilmente a quel tacito rimprovero del sacerdote Bachiddu, e disse con un po’ di stizza, che il governo non rivocava la nomina; che se il Murinu era quel delitti, si dessero le querele ai tribunali ordinari e dopo la sentenza sarebbe stato dimesso!”

Seguitano quindi una filza di terribili complimenti tutti dedicati al signor Pinelli, e finisce per conchiudere a questo modo:

«Ebbene: poichè il cavaliere ministro non ascolta la preghiera degli oppressi, e li suol congedare con quel sorriso che esilara il cuore del padre Radetzky, e avvelena quante anime sono italiane, noi gli vogliamo fare qualche opportuno ricordo. Tenga a mente il nostro Pinelli che la Provvidenza, la quale ha maggior potere di lui, governa anche oggi il mondo; e che perciò le lagrime e il sangue che saranno versati in Gallura per il sindaco Francesco Murinu possono ricadere come stille di olio bollente sul cuore di lui, penetrare le sue ossa, e consumare le sue viscere.

Qualora poi sia risoluto di durarla nel suo proposito, noi, per l’amore infinito che abbiamo alla patria comune, e a tutti quei fratelli che vivono tribolati al par di noi, cercando invano umanità e giustizia nelle sale del ministero Pinelli, gli auguriamo quella mercede e quel fine che gli va pregando da lungo tempo la Lombardia, il Piemonte, Sardegna e Italia tutta, e quella tristissima immortalità, a cui forse intende, disperato di trovar la gloria invidiabile, che si guadagnarono quei generosi Italiani, che valorosamente combatterono la legione del male, e i principi delle tenebre.»

Torino, maggio il 30 1849.

BERNARDO DADÉA

GIAMBATTISTA BACHIDDU

Noi preghiamo il ministro degli interni a rispondere due parole in proposito o a noi o nella Gazzetta Piemontese, perchè sebbene noi siamo suoi acerbissimi nemici, tuttavia non possiamo approvare che un ministro rimanga sotto il peso di così tremende accuse. Forse ci fu sbaglio.

«Gazzetta del Popolo», 8 giugno 1849

Ecco la risposta che l’altro giorno abbiamo invocata dal ministero a proposito del sindaco di Tempio.

Rispondeva su «La Gazzetta del Popolo» alla lettera di Sacco nero nel numero del 8 giugno 1849.

Torino, addì 6 giugno 1849.

Chiarissimo Signore,

Il notaio Francesco Murino fu per maggiorità di voti proposto dal ministro Sineo in udienza del 13 febbraio ultimo passato a maggiore della guardia nazionale di Tempio, e n’ebbe effettivamente la nomina; nella relazione quel ministro usava queste precise parole: “Dalle informazioni avute sarebbe comprovato essere il proposto un onesto cittadino, zelante del pubblico bene, meritevole dell’ufficio”.

Veniva poi eletto consigliere comunale fra i quattro primi con 64 voti, e fu proposto per sindaco per solo effetto d’informazioni conformi a quelle avute dal precedente ministero.

Il 28 aprile ebbe la sua nomina; il sacerdote Bacheddu presentò il suo memoriale il 28 maggio; il 29 fu spedito in Sardegna per informazioni. I sindaci nominati non si revocano che per colpe accertate.

V,S. sarà compiacente d’inserire questa risposta al libello del sacerdote Bacchiddu e del Bernardo Dadea, cui Ella diede accoglienza nel suo giornale. Ho l’onore di profferirmi coi sentimenti della più distinta considerazione.

Di V. S. Ill.ma

Devot.mo Obb.mo Serv.re

Pel ministro

Il primo ufficiale DI SAN MARINO

Risulta dalla medesima che il ministero attende informazioni in proposito dalla Sardegna. Non si confuta però l’accusa data dal sacerdote Bacchiddu al ministro di aver lasciato a sindaco il Murino essendo già edotto sul suo conto.

PETIZIONE DI MARTINO TAMPONI AL PARLAMENTO

Relatore Rocca

ATTI PARLAMENTARI – Camera dei Deputati, prima sessione del 1849 – Tornata del 17 marzo.

Il negoziante Martino Tamponi, di Tempio, espone che il giorno 31 dicembre 1848 [si corregge 1847] venne aggredito alle ore 10 e 3 quarti di mattina, sul piazzale del duomo di quella città, da cinque individui armati di coltelli e di pistole, quali gli cagionavano cinque distinte ferite, quattro di pugnale ed una di palla, con grave pericolo della vita. Ed un tale pericolo correva pure poco dopo il suo amico Pietro Cabras di S. Felice, il quale sarebbe immancabilmente perito, se non fosse stato soccorso a tempo da due suoi concittadini, i quali, accorsi per difendere altri loro congiunti che credettero pure assaliti da quegli scherani, perdevano nella lotta miseramente la vita.

La causa di tanto male e di cosiffatti disordini crede il Tamponi essere il vescovo di Tempio, e con lui tutte le autorità civili, militari ed amministrative del paese, dalle quali non solo non s’impedì un tale misfatto, ma venne forse artatamente occcasionato, se si eccettui il solo avvocato fiscale, unico buono in tanta copia di pessimi.

II Tamponi poi erede dover dedurre le cause d’una cosi indegna condotto dall’odio che il vescovo di Tempio e le autorità ivi residenti dimostrarono mai sempre contro i principii di libertà, proclamati e difesi da lui e da’ suoi amici, per cui essi furono fatti continuo segno alle calunnie ed alle persecu- zioni dei retrogradi e dei tristi.

La vostra Commissione, riconoscendo giustissimi i reclami del Tamponi, vi propone l’invio della petizione ai signori ministri dell’interno e di grazia e giustizia onde provvedere. all’uopo con tutta energia.

SIOTTO-PINTOR.

Trovo giusto l’invio della petizione del signor Tamponi al ministro di grazia e giustizia, ma stimo di prevenirlo che, ove nel trasmetterla alle autorità giudiziarie della Sardegna perché procedano colla massima sollecitudine non gli piaccia di avvalorarla con caldissima nota ministeriale, sarà tempo e fatica perduta. Imperocchè nella nostra isola immiserita e consunta siamo cosi lontani dall’avere giustizin, che può dirsi ormai perduto anche il sentimento di essa. La giustizia, se merita questo nome quella che si fa troppo tardi, non percuote che i miserabili dimenticati per molti anni in carceri orrende, e soventi a meditare non le colpe ma le sven- ture. Pe’ grandi però o per qualunque titolo possenti tutto si passa impunito. Ne sono irrefragabile prova gli scandalosi fatti di Bosa, che furono d’incitamento agli altri più gravi di S. Lussurgiu, de’ quali nulla credo siasi giuridicamente fatto, o tutto si risolverà in nulla, perché i protettori de’ colpevoli intrigano e l’oro corrompe. Nondimeno la Sardegna è amante della giustizia, e senta tema si può affermare che niuna provincia è si facile ad essere governata sol che si abbiano buoni governanti. È questa una verità conosciuta non solamente dai Sardi, ma anche dai viaggiatori, e lo stesso cavaliere Alberto Della Marmora, che piacque al Ministero di nominare a commissario regio dell’isola, scrisse che pronta e imparziale amministrazione della giustizia, e sicurezza di persone e di cose era il tutto che i Sardi dimandavano al loro Governo. Ma si giuste dimande restarono sempre inesaudite, lo sono ancora, e oggi peggio che mai si dorme sonno profondo sulle sciagure di quella povera terra, che io dirò la terra de’ dolori, dell’abbandono e del disprezzo. Signori ministri, che tanto meritate della nazione, perché volete che la storia vi accusi di aver dimenticato quell’isola sempre fedele e sempre mal compensata. Oh! se sapeste i suoi sentimenti, voi la riputereste degna di migliori destini. Persuadetevi che giammai fu come adesso dolente della sua povertà, sol perchè, desiderando di versare milioni nel grembo della madre comune, si trova senza sua colpa ridotta a cotale miseria che non le permette. di sopperire anch’essa a’ bisogni straordinari della nazione. Noi non vogliamo separazioni che, biasimevoli in ogni tempo, lo sarebbero maggiormente in questi, ne’ quali tornerà vana la speranza della vittoria ove non sia unione e fratellanza; noi non chiediamo vistosi sagrifici pecuniari, perché, quantunque possano considerarsi come dovuto compenso delle passate estorsioni, siamo troppo prudenti per non farci carico delle attuali strettezze comuni; noi infine non dimandiamo nè esenzioni che non sieno necessarie, nè privilegi de’ quali ci torna odioso anche il nome. Ma sicurezza, o signori, sicurezza e giustizia, ecco il tutto che vi domandiamo, e che voi vi ostinate a negarci. Ora, tornando più da presso alla petizione del Tamponi, io non prendo sopra di me la risponsabilità di affermare che il vescovo di Tempio sia motore o complice dei disordini esposti.

Inorridisco alla sola imagine di un ministro di pace che tra fratelli accenda guerra si vile, e rifuggo dalla idea di un pastore che percuota il suo gregge a modo di disperderlo. Ma se parmi assai difficile, non lo reputo impossibile, e per il caso che sia vero, pensi il ministro quali e quanti sforzi si faranno perché la verità non trionfi. Ne sarà ultimo questo d’intimorire l’istruttore del processo, e anche giudici che non sonosi ancora riavuti dallo spavento de’ tempi non ha molto trascorsi, ne’ quali atto qualunque di giustizia contro un possente era pegno crudele e sicuro di destituzione, di povertà e d’infamia. Voglia dunque il ministro avvalorare con sua particolare raccomandazione la nota di cui parlo, e consideri che non si tratta di salvare una sola persona, ma l’intiera ed unica città di provincia bellicosa e piena quanto altra mal di spiriti ardentissimi. (Applausi)

Martino Tamponi denuncia il vescovo Diego Capece per avere rimproverato il figlio Antonio, 1853

Gazzetta del popolo, 19 luglio 1853

«TEMPIO. Leggesi nella Gazzetta Popolare di Sardegna:

Passando ieri (29 p.p.) il vescovo nella contrada di S. Croce mentre restituivasi dal Pontificale, volle avere il gusto di far parlare di sè alla popolazione, e vi riuscì forse più di quello che s’era immaginato.
Aggrottate le ciglia secondo il suo solito, si volse a rimproverare un giovine studente dell’età di anni sedici, perchè il medesimo nel salutarlo non aveva abbassato il cappello fino ai ginocchi.
Rimase il giovane indifferente ai rimproveri, e copertosi Il capo col suo cappello che ancora tenea fra le mani, rispose con garbo a tutte le interrogazioni monsignorili, conchiudendo che non si credeva obbligato a rendergli saluto nessuno.
La qual cosa non andò a verso di Monsignore, lo indispettì per modo che, uscito dai gangheri e rotto il consueto sussiego, si richiamava di testimoni e minacciava acremente il giovine rubello.
Fu una scena ben curiosa pei circostanti accorsi al tefferuglio, il padre però del giovane, che è il negoziante Martino Tamponi prese la cosa in un diverso aspetto, ed un quarto d’ora dopo fu veduto salire le scale dell’ufficio del Pubblico Ministero per incriminare monsignor Capece dell’insulto recatogli nella persona del figlio.
È da notare la persistenza di aperta inimicizia tra il vescovo Capece e il negoziante Tamponi e quest’ultimo pare abbia preso l’insulto come una nuova provocazione.»

PROSEGUE QUI.

LA FAMIGLIA TAMPONI

DA TEMPIO PAUSANIA AD OLBIA

IL RISORGIMENTO IN GALLURA

a cura di Guido Rombi

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