INDICE

Settimo giorno 17 marzo – DA GENOVA A PORTO TORRES

Ottavo giorno 18 marzo – DA PORTO TORRES A SASSARI

Nono giorno 19 marzo – SASSARI. PASSEGGIATA PER OSILO

Decimo giorno 20 marzo – SASSARI

Undicesimo giorno 21 marzo – SASSARI

Dodicesimo giorno 22 marzo – DA SASSARI A SORSO E PORTO TORRES

Giorno tredici 23 marzo – DA PORTO TORRES A SASSARI

Quattordicesimo giorno 24 marzo – SASSARI

Quindicesimo giorno 25 marzo – DA SASSARI A TORRALBA

Sedicesimo giorno 26 marzo – DA TORRALBA A MACOMER

Diciassettesimo giorno 27 marzo – DA MACOMER A PAULO LATINO E ORISTANO

Diciottesimo giorno 28 marzo – ORISTANO

Diciannovesimo giorno 29 marzo – ORISTANO

Ventesimo giorno 30 marzo – DA ORISTANO A CABRAS

Ventunesimo giorno 31 marzo – DA ORISTANO A MILIS

Ventiduesimo giorno 1 aprile – DA ORISTANO A SANLURI

Ventitreesimo Giorno 2 Aprile – DA SANLURI A FURTEI E SEGARIU

Ventiquattresimo giorno 3 aprile – DA SANLURI A CAGLIARI

Venticinquesimo giorno 4 aprile – A CAGLIARI

Ventiseiesimo giorno 5 aprile – DA CAGLIARI ALLA MADDALENA

Ventisettesimo giorno 6 aprile – DA CAGLIARI A ORRI E RITORNO

Ventottesimo giorno 7 aprile – A CAGLIARI

Ventinovesimo giorno 8 aprile – ESCURSIONE A MONREALE

Trentesimo giorno 9 aprile – ESCURSIONE A MONREALE

Trentunesimo giorno 10 aprile – ESCURSIONE A CAPO SANT’ELIA

Trentaduesimo giorno 11 aprile – GARA A IGLESIAS

Trentatreesimo giorno 12 aprile – DA IGLESIAS A MONTEPONI E RITORNO

Trentaquattresimo giorno 13 aprile – DA IGLESIAS A CAGLIARI

Trentacinquesimo giorno 14 aprile – A CAGLIARI

Trentaseiesimo giorno 15 aprile – A CAGLIARI

Trentasettesimo giorno 16 aprile – ESCURSIONE ALLE SALINE

Trentottesimo giorno 17 aprile – VIAGGIO A GENOVA

Trentanovesimo giorno 18 aprile – SUL MARE

[Presentazione]

Nell’autunno del 1883 abbiamo avuto il privilegio di ricevere la visita di MM. Schweinfurth e Ascherson. Saputo che si parlava di flora sarda, si sono gentilmente offerti di trametterci il manoscritto del viaggio botanico che il signor Schweinfurth fece in Sardegna nel 1858.

Grazie alla gentile gentilezza del signor C. Barbey, riportiamo qui la traduzione. Questa semplice storia dà, infatti, un’idea vivida delle zone più accessibili dell’isola; con il suo ingenuo entusiasmo, questa narrazione ci ha ricordato alcune parti del Voyage au Levant di Tournefort. Lì incontriamo l’illustre studioso al quale dobbiamo tante straordinarie scoperte nel bacino del Nilo.

Lo ringraziamo sinceramente per aver dato al nostro modesto catalogo il beneficio di un’opera che sarebbe stato deplorevole lasciare sconosciuta al pubblico.

Settimo giorno 17 marzo – DA GENOVA A PORTO TORRES

La mattina dopo una barca dall’hotel mi portò attraverso il porto in piroscafo fino a Porto Torres. Il Saint-Georges era di dimensioni mediocri, ma abbastanza grande da accogliere adeguatamente venti persone. Lì feci buona conoscenza con un inglese di nome Lean, che aveva viaggiato per affari gran parte del mondo conosciuto e molto spesso l’Italia.

Volendo studiare il carattere e la filosofia di tutti i popoli della terra, si era prefisso di raccogliere proverbi da tutte le lingue e dialetti, per sottoporli a critica comparata. Questo signore, perfettamente conoscitore degli affari e della lingua italiana, mi fu di preziosissimo aiuto; trascorremmo quindici giorni insieme durante la nostra permanenza sull’isola. È impossibile desiderare una traversata più bella di quella che abbiamo fatto all’andata e al ritorno.

Il mare era come uno specchio limpido, mentre i dolci raggi del sole riscaldavano l’atmosfera. Niente di più bello, di più magico dell’orgogliosa città di Genova, vista dal mare; i miei occhi rimasero fissi su di essa, finché non scomparve tra le onde. Verso le sei di sera cominciarono ad apparire le montagne della Corsica, mentre gran parte della costa ligure, e soprattutto della Riviera di Levante e dei dintorni di Porto Venere, si mostrava ancora ai nostri occhi. Poi diverse isole sorsero all’orizzonte: Gorgona per prima, un piccolo masso roccioso affacciato da ogni lato sul mare. Seguì Capraja, più imponente con le sue montagne dalle forme più svariate.

Sullo sfondo l’Isola d’Elba addossata a Capraja, mentre Pianosa e Montecristo restavano ancora invisibili. La notte sopraggiunse quando raggiungemmo Capo Corsica (estremità nord della Corsica); il mare era calmo e l’aria mite, mentre navigavamo lungo la costa orientale della Corsica. Dopo le nove già si distingueva come un punto luminoso la città di Bastia, mentre altre luci, sparse sulla costa, brillavano qua e là. Scesi in cabina alle dieci, per dormire fino alle cinque. Tornando sul ponte, vidi che eravamo all’altezza delle Bocche di Bonifacio. Il faro dell’Isola della Maddalena da un lato, quello di Bonifacio dall’altro, segnavano chiaramente la distanza tra le due isole. Qui all’improvviso si alzò una brezza fresca e il mare divenne più agitato.

Nello stesso momento il sole, come un globo di fuoco, sorse dietro l’Isola della Maddalena, illuminando di splendore le pareti di roccia bianca della costa meridionale della Corsica. Potevamo vedere chiaramente le case bianche di Bonifacio. Poi apparve, a sinistra, Longo Sardo [Santa Teresa Gallura] e presto Castelsardo, fortezza costruita su una punta di roccia, un tempo la più forte della Sardegna. Innumerevoli vele, apparse all’orizzonte, ci attestavano l’importanza di questa rotta marittima, utilizzata dalla maggior parte delle navi che viaggiavano da Marsiglia verso il centro e il sud Italia. Come bianchi gabbiani, con le loro vele a forma di ala e il loro passo rapido, le barche costiere e da pesca solcavano in massa le onde. Alle dieci eravamo così vicini alla nostra meta che potevamo vedere il faro di Porto Torres, mentre sullo sfondo apparivano all’orizzonte i monti della Nurra, famosi per l’abbondanza di selvaggina, poi l’isola dell’Asinara. Alle undici, la Saint-Georges gettò l’ancora nel porto di Porto Torres, dopo una navigazione di ventisei ore, avvenuta nelle circostanze più favorevoli.

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Ottavo giorno 18 marzo – DA PORTO TORRES A SASSARI

L’arrivo del piroscafo aveva attirato sulla riva una fitta folla; la mia prima impressione, sfavorevole a questo popolino, venne successivamente confermata. Essendo il commercio marittimo molto mediocre in questo piccolo porto, queste persone avevano poche altre possibilità di profitto oltre all’arrivo del piroscafo ogni quindici giorni; quindi, si precipitavano verso i passeggeri e li sommergevano di richieste indiscrete. Gli imprenditori di terra, sotto questo aspetto, non stavano peggio di quelli marittimi. Già incalzati sul ponte dagli autisti e dai cocchieri degli omnibus, raggiungemmo la nostra imbarcazione, attraverso una vera e propria barricata di altri veicoli; sulla stretta riva, un’orda di facchini, con le mani tese verso di noi, ci lasciò appena mettere piede sulla riva.

Sapendo bene che in tali circostanze non bisogna né esitare né agitarsi, ma essere fermi e risoluti, scesi all’indietro dalla barca, pestando coraggiosamente i piedi dei presenti. La manovra riuscì molto bene e più volte ebbi modo in seguito di ripetere questa impresa.

Salendo sull’omnibus, fui rimproverato dal barcaiolo che mi aveva trasportato con i miei bagagli: questo individuo non era soddisfatto della moneta da un franco che gli avevo dato; rifiutò e se ne andò a mani vuote: se per ripicca, orgoglio o stupidità, non lo so.

Finalmente eccoci in viaggio verso Sassari, trascinati da due cavalli, su una buona strada. Tutto intorno a me superava le mie più rosee speranze; ero al culmine della gioia! Dall’inverno siamo stati improvvisamente trasportati all’estate. Anche a Genova, così felicemente situata ai piedi di un’alta catena montuosa, in riva al mare, riuscivamo a malapena a vedere qualche traccia di vegetazione emergente. Che differenza con la Sardegna! Avevamo appena lasciato le nude rocce, ed ecco che le rive sempre verdi dell’isola benedetta vennero a deliziare i nostri occhi! Poi, ai due lati della strada, che vegetazione esuberante!

Ciò che colpì il mio sguardo come una novità furono le siepi di gigantesca opunzia; fino ad allora avevo visto solo esemplari di questa pianta coltivata in serra, slanciati, quasi glabri. Sono rimasto stupito dalle masse di fiori di tutti i colori sparsi per la campagna. Tra questi ultimi notai grandi cespi di bellissimi Anemone hortensis, poi Bellis perennis in tale abbondanza che il paese sembrava, da lontano, coperto di neve.

Davanti a noi si stendeva una pianura parallela al mare e larga circa due miglia, delimitata da colline dolcemente inclinate e siepi di ulivi; qua e là, su questo sfondo verde, spiccavano le case bianche di un villaggio. Questa pianura, per così dire priva di coltivazioni, era ricoperta di piante caratteristiche della vegetazione dell’isola e quindi di grandissimo interesse. L’Asphodele ramosus, una delle piante più diffuse sull’isola, conferiva al paesaggio, pur appena fiorito, un carattere del tutto particolare. Il sentiero era fiancheggiato, in alcuni punti, da splendidi mandorli e fichi tutti in fiore; i primi si trovavano quindi nello stesso punto di quelli della Germania meridionale.

Dopo un’ora e mezza di percorso, la strada ci portava attraverso boschetti di ulivi, separati da muretti, su cui fioriva in masse rigogliose la Calendula arvensis. Qua e là, tra le verdi masse degli ulivi, si profilavano le case bianche, le cupole e i cancelli di Sassari. A sinistra vidi dei giardini di aranci, con rami ricoperti di frutti, poi, in un giardino, la prima palma che avessi mai visto all’aria aperta. La vista di questa fiera pianta, un tipo di vegetazione tropicale, mi fece battere il cuore in gioiosa attesa di ciò che avrei ancora scoperto su quest’isola.

Dopo due ore eravamo a Sassari, il cui aspetto tipico mi colpì da lontano. Qui sorgevano lunghe mura semidiroccate, sormontate da torri, che circondavano la città; ai loro piedi si stendevano campi e passeggiate. All’interno della città, innumerevoli chiese e conventi innalzavano le loro masse tormentate sopra le case, la maggior parte piuttosto diroccate. In molti luoghi grandi brecce indicavano incendi o crolli; anche qua e là si potevano vedere antiche vestigia di grandezza e agio; ma ora il tutto non formava altro che una massa di tristi rovine, da cui talvolta emergeva una casa ben tenuta.

Alloggiammo al Grand Hôtel du Progrès, considerato il primo della città; da noi difficilmente sarebbe passato per una locanda di terza categoria. Essendo la maggior parte delle stanze e la sistemazione generale appena ultimate, i progressi, nel vero senso della parola, lasciavano molto a desiderare.

Dopo una passeggiata per le viuzze della città, durante la quale furono molto notati l’abito di velluto blu e il cappello cilindrico di feltro nero del mio amico Lean, lasciammo le mura, dirigendoci, per una strada ombreggiata da bellissimi alberi, verso il chiostro di S. Francesco; questo luogo, ricoperto di venerabili pini e cipressi, e da cui si gode una pittoresca vista sulla città, è luogo di ritrovo preferito dai sassaresi. Ho fatto uno schizzo del chiostro, poi siamo tornati in paese per fare un buon pasto e degustare del vino rosso sardo. Un’ulteriore passeggiata per le vie della città ci portò in Piazza del Castello, dove il bel mondo sassarese passeggiava al suono della musica militare; l’attenzione che ricevemmo ci mostrò che, in questo luogo remoto, gli stranieri non erano comuni.

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Nono giorno 19 marzo – SASSARI. PASSEGGIATA PER OSILO

Il mattino dopo andammo presto all’università per visitare la biblioteca e per informarci su quali libri sull’isola si potessero trovare lì.

L’edificio universitario, progettato secondo un piano grandioso, era in rovina come tutto il resto. gli altri edifici: la metà di quello che resta è occupata da una manifattura di tabacchi. Arrivati ​​alla biblioteca, pensavamo di essere nella stamberga di un antiquario; enormi fogli, coperti di polvere, giacevano qua e là in disordine. Con nostro disappunto, il bibliotecario era assente; un amico lo sostituiva, ma non poté darci alcuna informazione sui tesori della biblioteca, essendo i cataloghi qualcosa di sconosciuto in questo paese. Tutto ciò che quest’uomo poteva dirci è che la grande opera di Marmora («Viaggio in Sardegna») che tratta di storia, etnografia, statistica, geologia e geografia fisica dell’isola non era in possesso dell’Università. Ma avendolo ricevuto lui stesso dall’autore, fu così gentile da darcelo per consultarlo per qualche giorno.

Tornando a sederci per un’ora al tavolo dell’osteria, trovammo lì degli ospiti che festeggiavano il compleanno di uno dei loro amici; un sonetto composto per l’occasione da un ufficiale passò di mano in mano per essere infine declamato dal suo autore; poi fu servita in giro la Malvasia di Sardegna, informandoci, con molta cortesia, di questa bella manna.

Dopo pranzo decidemmo di visitare il villaggio di OSILO, per vedere i costumi femminili, considerati i più belli dell’isola. Erano le tre e la corsa sarebbe dovuta durare due ore, per questo diversi ci sconsigliarono di partire, vista l’ora tarda. Ciononostante ci avviamo, seguendo prima la strada per Cagliari; giunti presso un mulino a vento dalla forma particolare (secondo Murray, l’unico esistente su tutta l’isola), svoltammo a sinistra, seguendo una stradina, delimitata da muri, il cui terreno era accidentato e scivoloso. Non è possibile effettuare questo tour di Osilo se non a piedi o a cavallo, poiché nessun veicolo può procedere su questi detriti rocciosi.

Una rigogliosa vegetazione ricopriva le pareti; c’erano masse di Rubus, Smilax ed edera, contro le quali spiccavano i bellissimi frutti di Clematis cirrhosa. Nei luoghi in ombra ho notato l’Anemone hortensis e diverse bellissime orchidee, tra cui l’Ophrys tenthredinifera; più raramente la magnifica Orchis longibracteata, il cui gradevole profumo e i superbi colori formavano un insieme suggestivo; diversi individui raggiungevano un’altezza di tre quarti di piede, uno solo di tre piedi. È forse l’unica orchidea in Europa che raggiunge queste dimensioni.

Una volta fuori dalla zona degli ulivi, dovevamo arrancare tra ghiaioni e fossati. Ben presto ci raggiunse un sacerdote montato su un bel cavallo e scortato da un sardo. Avviò una conversazione con il signor Lean: quest’ultimo gli spiegò lo scopo della nostra escursione, sia filologico che botanico; il prete, incuriosito dalla mia cartella, che portavo in una borsa e che prese per un grosso libro, cominciò a parlare di botanica, descrivendoci il pistillo della Scilla. Ci offrì, secondo l’amichevole usanza del paese, di cavalcare dietro di lui, ma il signor Lean rifiutò, così noi continuammo a camminare al suo fianco.

Osilo, cittadina di quattromila abitanti, costruita sul pendio di un isolato monte calcareo, produce un effetto piuttosto imponente.

L’ultima parte del percorso fu la più difficile; comportava l’arrampicata su pareti calcaree ripide; ma, tagliando a cavallo le curve della strada, giungemmo presto al villaggio. La vegetazione che ricopriva queste rocce era costituita da Reseda alba, Koniga maritima, Anthemis arvensis ed Euphorbia Characias; quest’ultima pianta, con cespugli che raggiungevano i quattro piedi di altezza, con grandi fiori gialli, aveva un aspetto del tutto originale.

L’abitato di Osilo forma un grande isolato di case uniformi, su cui spiccano alcune insignificanti chiesette e alcuni presbiteri. Ha, oltre la chiesa di Santa Vittoria, 4925 abitanti. Le strade si intersecano irregolarmente in tutte le direzioni e devono essere quasi impraticabili sotto la pioggia, essendo sterrate e molto fangose.

In cima alla collina, che sovrasta il paese, si ergono i ruderi di un antico castello che siamo andati a visitare. Un gruppo di ragazzi dall’aspetto intelligente, felicissimi di ricevere qualche moneta di rame, ci indicò la strada. Dell’antico castello rimanevano solo torri diroccate e pochi frammenti di mura. La vista da lassù era molto curiosa: ai nostri piedi si stendeva la monotona pianura che, a due miglia dalla costa, circonda tutta l’isola; sullo sfondo del paesaggio il mare liscio ricoperto di vele, poi le isole vicine.

Pochi paesi, Santa Vittoria, il più importante, animavano la scena, stagliandosi nella vasta brughiera monotona. Ritornando al villaggio ci fermammo più volte per ammirare i costumi femminili e la loro incomparabile bellezza.

La maggior parte delle donne indossava corpetti e sottogonne rosso scuro; un drappeggio, gettato all’indietro sopra la testa, ricade dalle spalle fino alle ginocchia. In questo modo le donne sarde sono ben protette dal calore del sole e mantengono senza difficoltà la loro pelle bianca e fine. Un pezzo di stoffa rossa, rifinito con ricami e bottoni, e fortemente dentellato attorno al collo, copre la parte centrale del petto, ricoperto di lino bianco. Le maniche, tagliate secondo la moda del Medioevo, rivelavano la camicia bianca, guarnita com’era, sul risvolto e sulle maniche, con nastri di vario colore e bottoni.

Ogni villaggio ha un costume speciale per uomini e donne, tuttavia lo stesso tipo si trova ovunque. Le vesti marrone scuro e rosso sono realizzate con un tessuto di lana; lo si piega in pieghe strette che si pressa, bagna, si piega di nuovo, poi lo si copre con assi cariche di pietre. Si ottengono così pieghe molto ricche, senza dubbio una delle condizioni della bellezza del costume.

Ciò che funge da soprabito per le donne è sostituito, per gli uomini, da un soprabito di stoffa marrone scuro o nera, munito di cappuccio che ricade sulle spalle e foderato di rosso. I polsini delle maniche e del colletto sono solitamente di colore diverso, il più delle volte blu, e sul gomito portano, come le donne, un nastro colorato o un pezzo di stoffa di vari colori.

Sotto questo soprabito il sardo indossa una maglia di colore scuro, aperta sul collo e fissata alla camicia con una spilla. Le maniche sono molto corte e lasciano uscire le maniche larghe della camicia. Una cintura chiude la giacca corta nella quale sono infilati un grosso coltello monolama e spesso delle pistole. I pantaloni, di lana bianca, con numerose pieghe, inseriscono ghette di panno nero, guarnite da una fila di bottoni che scendono sopra le scarpe fino al tallone.

A Sassari l’acconciatura consiste in un lungo berretto a forma di sacca, dello stesso tessuto della giacca e del soprabito; in altre località si indossano berretti rossi di varia foggia. Questa è la tipologia comune per i costumi maschili sardi, ma è soggetta a numerose modifiche. L’impressione generale prodotta da questo costume nazionale affascina in larga misura lo straniero. In ogni caso il costume nazionale sardo occupa un posto importante tra quelli europei, tanto per la sua ricchezza e gusto quanto per la sua semplicità e nobiltà.

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Decimo giorno 20 marzo – SASSARI

Ciò che più incuriosisce di Sassari sono, oltre agli innumerevoli chiostri e chiese, l’antico castello e l’università, l’incredibile massa di monaci e preti che passeggiano per le strade o cercano di ammazzare il tempo nei caffè.

Una strada lunga e abbastanza stretta attraversa il paese da est a ovest; il selciato è brutto e sconnesso; un piccolo marciapiede pedonale sta nel mezzo. Il piano terra delle case, su ciascun lato, è fiancheggiato da negozi che vendono cibo, tessuti e utensili domestici; lì si trovano tutti i prodotti del paese, come le arance, le verdure, il pane, il burro, un piatto molto buono preparato con il latte, chiamato ricotta, poi spezie, mandorle, ecc. C’è anche un mercato sulla piazza del castello, dove i locali portano i loro prodotti; vi ho visto delle verdure notevoli per la loro qualità; Sono rimasto sorpreso nel vedere i cavolfiori che, nonostante si sia all’inizio della stagione, misuravano mezzo metro di diametro.

I caffè abbondano in città e i sassaresi li tengono in grande considerazione, perché molti di essi sono decorati con dorature e specchi. I caffè Mortara e Lega Italiana sono i più affermati; sporcizia e disordine caratterizzano la variegata società che li frequenta. I giardini pubblici sono pochi; tuttavia, a est della città, vi è una passeggiata adornata con vialetti e arbusti raggruppati in mucchi.

Gli innumerevoli chiostri e chiese non si distinguono né per le proporzioni né per la bellezza della loro architettura, essendo costruiti in modo irregolare e mal mantenuti. Il vecchio castello, relegato ad ovest dell’abitato, è un vasto edificio, in parte abitato, in parte diroccato; conserva vestigia dello stile moresco e risale a questo periodo. Alti bastioni, colossali torri quadrate, alti portici, finestre di varie dimensioni, poste a diverse altezze, tutte queste cose contribuiscono a dare un aspetto strano a questo edificio.

Questo è stato uno studio interessante, che ho disegnato con cura nel mio album di viaggio. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il signor Lean ed io abbiamo fatto una bella passeggiata nella zona sud della città; attraversando campi e uliveti, ci siamo ricongiunti alla strada che da Alghero porta a Sassari, e siamo ritornati per la stessa strada. Il nostro cammino ci ha portato attraverso un boschetto ombroso, rallegrato dai fiori di Anagyris foetida, Prunus spinosa e Rhamnus Alaternus. Nelle fitte siepi crescevano rigogliose la Smilax, la Rubia peregrina var. angustifolia ed il Galium saccharatum, tutte cariche di frutti.

Gli uliveti erano pieni di gente, la maggior parte erano domestiche intente a raccogliere i frutti. Questa è una delle principali fonti di reddito del paese, di gran lunga superiore al grano e al vino. Le olive vengono preparate per la tavola, come da noi; vengono servite anche come antipasto durante i pasti. Non sono mai riuscito a trovarvi un gusto particolare; vengono consumate solo completamente mature, il che le dà molto sapore amaro, ma anche con molto olio. Ovunque, in questi boschetti di ulivi e aranci, il terreno era ricoperto di erba folta e molto alta.

I contadini tagliano quest’erba, la legano in covoni e la vendono in paese ai numerosi proprietari di cavalli e asini, ricavandone un certo guadagno. Il fieno è un articolo sconosciuto in quest’isola benedetta, perché l’erba verde può essere tagliata tutto l’anno. I bambini piccoli attraversano la città con grandi carichi di erba che pendono da destra e da sinistra; annunciano le loro mercanzie con una cantilena melodiosa e triste, che è impressa nella mia memoria.

I lati della strada che portava ad Alghero erano fiancheggiati di grossi cespi di Euphorbia Characias, Pistacia Lentiscus e Scirpus australis, tutti cresciuti su terreni sassosi e asciutti.

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Undicesimo giorno 21 marzo – SASSARI

La mattina dopo, una domenica, presi congedo dal mio amico inglese che partiva per Cagliari, per prendere il prossimo battello per Tunisi. Approfittò della diligenza che collega Cagliari e Sassari, partendo da questa località alle dieci del mattino, e giungendo il giorno dopo alle sei della sera a Cagliari. Trovavo difficile separarmi da questo fedele compagno, restare solo in un paese straniero e in circostanze per me del tutto nuove. Ho passato la mattinata a disegnare l’università e a scrivere alcune lettere. Nel pomeriggio ho fatto una passeggiata nella zona sud-ovest della città, dove ho ritrovato gli stessi aspetti del giorno prima.

I muri degli uliveti erano ricoperti di Ophrys aranifera, tenthredinifera e fusca e Narcissus Tazetta, che riempivano l’aria del loro profumo. Presto raggiunsi la strada per Cagliari e la presi per tornare. Sui muretti a lato del sentiero ho notato per la prima volta il Chrysanthemum coronarium, una pianta molto diffusa in Sardegna. Nell’erba alta, sotto un uliveto, ho scoperto schiere di Cerinthe aspera, di proporzioni enormi; è anche una pianta molto diffusa in Sardegna, e che prende il nome di tittiaca, che significa mammella di mucca.

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Dodicesimo giorno 22 marzo – DA SASSARI A SORSO E PORTO TORRES

Avevo molto desiderio di conoscere più da vicino il litorale, perché mi aspettavo di trovare lì una vegetazione completamente diversa da quella dell’interno del paese. Perciò la mattina dopo partii per Sorso, per poi proseguire lungo il mare fino a Porto Torres.

Questa escursione mi fece vedere tante cose nuove e mi fornì così tante piante ancora sconosciute che mi pento di non averla potuta ripetere.

Partendo da Sassari alle otto del mattino, arrivai in una zona desolata, dove vidi crescere solo la Passerina hirsuta, i cui cespugli coprivano il terreno arido. Poi sono passato lungo incantevoli giardini di aranci; i loro frutti dorati mi attiravano moltissimo, avvilito com’ero dal caldo soffocante. Poco oltre ho trovato le bellissime Linaria triphylla Mill, Echium calycinum Viv., Muscari racemosum L. e Lonicera implexa. Si trova in abbondanza nelle siepi.

Poi raggiunsi luoghi sabbiosi dove erano ampiamente distribuiti Lotus creticus, Hippocrepis ciliata W. e Convolvulus althæoides. Ho scelto anche una forma interessante di Scabiosa maritima var. prolifererà, in fiori e frutti; ho trovato Hypecorum grandiflorum, una nuova scoperta per la flora dell’isola, perché Moris non ne parla nella sua opera. Da lontano si vedeva chiaramente il mare, ma di Porto Torres nessuna traccia.

Dovetti quindi dirigermi verso la costa, per poi seguirla camminando verso ovest fino a raggiungere Porto Torres. Non trovando il sentiero, attraversai per parecchie ore un fitto boschetto di palme Chamarops e di asfodeli, nel quale affondavo fino ai fianchi; infine, giunto in prossimità del mare, mi ritrovai in vasti campi sabbiosi sui quali cresceva una vegetazione varia e piena di mio interesse. Lì raccolsi la graziosa Paronychia argentea, Ætheorrhiza bulbosa Cass. con radice dotata di filamenti e bulbi, Anacyclus clavatus, Chrysanthemum segetum, Thrincia tuberosa, Trifolium subterraneum, T. repens, Spergula arvensis.

Più avanti dovetti arrampicarmi su cumuli di sabbia, nei quali sprofondavo fino alla caviglia; poi, aggirare un pendio paludoso, pieno di canne impenetrabili. Sulle collinette c’era una vegetazione rada ma autoctona. Qui ho fatto una scoperta interessante dal punto di vista della geografia botanica; c’erano alcuni cespugli di Astragalus tragacantha in fiore; si tratta di una pianta della flora italiana che si trova raramente al sud, ma mai finora in Sardegna; Moris non lo ha indicato nella sua flora. Spero di ritrovare il posto alla mia prossima visita sull’isola.

Le carte della Sardegna si contraddicono in modo sorprendente riguardo a questa località; ad esempio, indicano tra Sorso e Porto Torres un’espansione marittima in forma di palude con contorni variabili. Da lontano riuscii a convincermi che si trattasse di uno stagno, senza bordi ben definiti, che più avanti diventa un boschetto impenetrabile. Questo bacino sfocia in mare attraverso un fossato irregolare; ciò dimostra o che questo bacino è alimentato da acqua proveniente dal mare, oppure da acqua proveniente dalla terra, come indicato sulle carte, oppure da entrambe contemporaneamente.

Presto raggiungo una vecchia torre, come ce ne sono molte sulla costa, la maggior parte in rovina. Durante il periodo dei Mori e del dominio di Genova e della Spagna, quando il mare era invaso da pirati ed equipaggi nemici, queste torri potevano servire come fari, posti di osservazione e difese.

Nella mappa del Maggi del 1855 questa torre è chiamata Torre d’Acqua corrente, in quella di Marmora Torre d’Abba corrente. È costruita su un promontorio roccioso da trenta a quaranta piedi sopra il livello del mare. I cespugli di astragalo raggiungevano lì tre o quattro piedi di altezza, alcuni glabri, altri provvisti di piccole foglie setose appena sviluppate; ovunque emergevano spine lunghe diversi pollici, le cui ascelle producevano foglie e fiori.

I tumuli erano ricoperti di piantine dalle foglie emergenti, che il loro stato poco avanzato mi impediva di discernere; tuttavia riconobbi Mesembryanthemum e Chenopodaea; ho trovato l’Inula Crithmoides, quattro esemplari con frutti. La Silene sericea appariva qua e là nella sabbia.

La roccia su cui sorge la torre dell’Abba corrente era ricoperta da un tappeto erboso di Cynodon dactylon, oltre che di Atriplex portulacoides, tra cui apparivano i bellissimi fiori rosa di Mathiola tricuspidata DC. Scesi al mare per raccogliere tante cose nuove per me. Alghe, fanerogame marine, Posidonia, Cymodocea, conchiglie, ossi di seppia di tutte le dimensioni, detriti di pesci, granchi, frutti, piante, legno.

Tra le alghe spesso si notano grossi ammassi di Caulerpa prolifera depositati sulla spiaggia. Nonostante tutte queste scoperte, il percorso mi è sembrato molto lungo; ad ogni svolta mi sembrava di vedere apparire la torre di Porto Torres, e invece no, la costa continuava all’infinito. Poi vidi rocce, con basi scavate, che si innalzavano ripide fino al bordo del mare, fino a un’altezza di cinquanta piedi; erano colorate di rosso, in alcuni punti, da cespi di Mathiola sinuata DC.

Lì ho dovuto abbandonare la costa e scalare la scogliera; campi abbastanza estesi coprivano la vetta; ho trovato il Prasium majus in fiore tra i cespugli.

Finalmente vidi da lontano il faro e la grande torre moresca della città. Era già buio quando mi apparve distinta la sagoma di Porto Torres, e quando arrivai era così buio che cercai invano l’insegna di un’osteria.

Alla fine mi fu mostrato l’Hotel du Progrès, che mi avevano detto fosse una filiale dell’hotel Sassari. Vi trovai la più cordiale accoglienza del padrone di casa e di sua moglie, francesi, che si affrettarono a servirmi una buona cena. Esausto, assetato, affamato com’ero, ho benedetto questo compiacimento; non è comune in questo Paese, dove tutti ti guardano con diffidenza, spesso con disprezzo e sempre con indifferenza.

Mi furono serviti vari prodotti marittimi, pesci bolliti, patelle, tutto per me nuovo; bevvi del buon vino del Campidano, e presto fui ampiamente ripagato della fatica della giornata. Il letto (non dimentichiamo che siamo in Sardegna) non era male, perché potevo scegliere tra più stanze. Il giorno successivo mi fu presentato un conto molto contenuto.

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Tredicesimo giorno 23 marzo – DA PORTO TORRES A SASSARI

La mia prima commissione, la mattina presto, fu al porto, dove mi occupai, per diverse ore, della pesca delle alghe. Feci un raccolto abbastanza abbondante, e ottenni buoni campioni di queste delicate piante, facendole nuotare sott’acqua su pezzi di robusta carta bianca, sulle quali si attaccavano. Poi tirandole fuori dall’acqua le ho asciugate al sole. La loro viscosità le faceva aderire alla carta, in modo tale che sembravano accuratamente incollate. Le Fucaceae, Corallina officinalis e Padina Pavonia Luv erano ampiamente rappresentate; nelle Ulvaceae apparivano in abbondanza Ulva latissima e Caulerpa prolifera, in tutte le sfumature del giallo. Atriplex portulacoides ricopriva in lontananza le rive del porto; le patelle erano molto abbondanti, venivano catturate in massa per mangiare; lì ho trovato una piccola stella marina vivente e alcuni granchi.

Dopo aver disegnato il porto, andai a vedere le rovine di un antico castello, risalente alla dominazione genovese, e che potrebbe essere servito anche come cittadella per i romani. Porto Torres è l’antica Turris, e i Sardi la chiamano Torre in breve. Di questo castello restano solo pochi magri detriti, ammucchiati disordinatamente; ma i cactus che crescevano rigogliosi tra le pietre davano all’insieme un’aria così pittoresca che ne ho fatto uno schizzo per il mio album. Essendo questo rudere, il porto dove erano parcheggiati un piroscafo e due golette francesi, e la grande torre, le uniche curiosità di Porto Torres, ritornai a piedi, dopo una permanenza di dodici ore, sulla strada per Sassari.

La distanza per Sassari è di quattro ore, ma, senza fermarmi da nessuna parte lungo il percorso, la percorsi in tre ore e mezza. Faceva già molto caldo e su quel sentiero senza alberi il sole si faceva sentire in modo quasi intollerabile.

Questa strada era poco frequentata, i Sardi non la percorrevano quasi mai a piedi; alcuni cavalieri viaggiavano con me, ma senza avanzare molto più velocemente. Vedevo spesso famiglie sullo stesso cavallo, una moda tutta sarda. La donna siede dietro il marito sul lato sinistro del cavallo e cinge l’uomo con il braccio destro. Due uomini spesso cavalcano insieme, il che dimostra la forza del cavallo.

Arrivato a Sassari, ho dovuto, prima di concedermi un riposo, pensare a mettere su carta asciutta le ricchezze botaniche di questi ultimi due giorni, altrimenti le avrei viste marcire nel mio angusto torchio. Stimo che siano sessanta o settanta il numero di specie, in numerosi campioni, che ho raccolto in questa escursione.

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Quattordicesimo giorno 24 marzo – SASSARI

Il giorno successivo lo dedicammo a imballare piante e scrivere lettere. Dovevo mandare parecchie lettere a Riga e ad Heidelberg, e raccogliere in un unico grande pacco tutte le piante finora raccolte in Sardegna, per spedirle con diligenza ad Oristano, dove pensavo di recarmi tra breve.

Quindicesimo giorno 25 marzo – DA SASSARI A TORRALBA

Il pomeriggio di quel giorno presi la diligenza per coprire la distanza di quattro miglia che mi separavano da Torralba. La compagnia di due studenti venuti da Genova con l’ultimo piroscafo e che non conoscevano il francese non era piacevole. Il paesaggio offriva poco interesse, ad eccezione della valle che percorremmo uscendo da Sassari, la cui vegetazione mi sembrò così ricca e lussureggiante, che ancora oggi mi pento di non averla esplorata da vicino.

A Torralba, in una locanda piuttosto mediocre, trovai cibo e bevande in abbondanza. L’unica grande stanza offerta ai viaggiatori fungeva da sala da pranzo, dormitorio, toilette, ecc. C’erano due letti, ma essendo destinati al padrone di casa e a sua moglie, non venivano offerti ai viaggiatori; tuttavia, ne ottenni uno. La suddetta stanza fungeva anche da ufficio per l’oste, che era anche direttore delle poste, e aveva una stalla ben attrezzata. Vicino al mio letto c’era un tavolo carico di carte e libri contabili, tutti relativi ai suoi doveri.

Prima che facesse buio feci una passeggiata a ovest della città che mi sembrava piuttosto desolata, con rocce di granito che si innalzavano su tutti i lati; tuttavia l’aria era profumata di miriadi di Tazette in fiore, il cui aspetto era di incomparabile bellezza.

Sulle rocce trovai solo Draba verna e Veronica Buxbaumii, poi foglie di Lupinus Termis Forsk e qualche Ophrys. Per quanto riguarda i muschi abbondavano Barbula fallax Hedw ed Eucalypta vulgaris Hedw, nonché Funaria Mühlenbergii Schwäger.

Tornato in albergo, trovai due signori, il più vecchio dei quali mi parve fosse un francese, viaggiatore di commercio; viaggiava con la sua carrozza, e mi offrì un passaggio fino a Macomer, ma io rifiutai per principio. Ci fu servita una cena piuttosto buona ed abbondante, annaffiata da un buon vino rosso.

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Sedicesimo giorno 26 marzo – DA TORRALBA A MACOMER

TORRALBA è un paese triste, senza un edificio che interrompa la monotonia delle sue misere capanne. La mattina dopo partii presto per andare a MACOMER. Il paesaggio, senza alcuna fisionomia meridionale, era per me privo di interesse.

Durante tutto il percorso da Torralba a Oristano non vedemmo altro che una landa infinita, sulla quale la vegetazione cominciava appena ad apparire. È un vasto altopiano desolato, ricoperto da un sottile strato di humus e in alcuni punti paludoso. L’aria, agitata dal vento, mi sembrava piuttosto fredda. Fui sorpreso di vedere, in un fosso asciutto vicino alla strada, la Romulea bulbocodium, ricoperta di bellissimi fiori viola scuro, somiglianti al croco, e appartenenti alla varietà Bertoloni concolor.

Sulla strada vedevo spesso il piccolo Trifolium subterraneum i cui fiori bianchi e nani si innalzavano a pochi centimetri dal suolo. Ben presto il sentiero mi condusse al fondo di una valle, dove scorreva un ruscello: i bordi erano circondati da rocce dalla forma strana, scavate da grotte e perforate da una moltitudine di buchi.

Queste grotte, di diverse dimensioni e apparentemente comunicanti tra loro, avrebbero potuto fungere da abitazioni. Ho incontrato diversi uomini che si informavano sulla distanza che li separava da Torralba; non erano certo sardi che non andavano mai a piedi, ma probabilmente lavoratori provenienti dall’Italia.

Prima di Bonorva ho conosciuto un uomo dall’aspetto colto, che è rimasto molto sorpreso nel vedermi viaggiare da solo e a piedi. Ho trovato lì, sotto un cespuglio, l’Ornithogalum umbellatum. BONORVA, che ho lasciato alla mia sinistra, senza entrarvi, mi è sembrato un villaggio abbastanza grande. Poi il sentiero, dopo una curva, saliva su un’altura, tra rocce granitiche, per scendere su una vasta pianura incolta, che si estende fino a Macomer e più avanti ad est e ad ovest.

Arrivato in quota, mi sono fermato ad ammirare l’incantevole paesaggio che si estendeva davanti a me. Passo qui in silenzio la pianura desolata che dovetti attraversare per parecchie ore, ma parlo dei prati rigogliosi, di cui era ricoperto il pendio delle valli. La vista, molto estesa, mostrava valli, colline e montagne in lontananza. Poi bisognava scendere nella pianura, chiamata “Campo Giavesu” nella mappa Maggi, ma “Campeda di Macomer” nella mappa La Marmora. Qui il mio occhio non riusciva a cogliere né albero né cespuglio né arbusti.

La strada, tagliata in linea retta, attraversa una pianura ricoperta di sassi e pozze su un terreno argilloso. Anche se la vegetazione in queste zone mi prometteva poche sorprese, sono stato comunque abbastanza felice di mettere le mani su una pianta che, data la sua rarità, è molto interessante. Voglio parlare della Morisia Hypogea Gay, una piccola pianta crocifera gialla, che si trova solo in Sardegna, Corsica e nel resto d’Italia. Questo genere è dedicato a Moris che, attraverso la sua pubblicazione sulla flora sarda, rese grandi servigi.

Questa località sarebbe l’unica, in Sardegna, dove crescerebbe questa pianta, tuttavia mi sembra di ricordare di averla vista, in fiore, tra Sassari e Torralba; Non ho osservato la varietà caulescens Mor. Vicino alla Morisia, che cresceva in robusti cespi sul terreno umido e argilloso, c’era la Bellis annua, in piccoli fiori, qui alta appena un pollice, mentre altrove l’avevo vista alta un piede. Lì era impegnato un geometra, con l’aiuto di un sardo che teneva un palo come metro, misurando la strada. Allora dovetti camminare in linea retta, senza vedere, per ore, una casa o una svolta. Finalmente raggiunsi il bivio di BOSA e pensai di aver presto raggiunto la meta.

A destra del sentiero, su un’altura pietrosa, vidi il primo Nuraghe della Sardegna: un’antica costruzione a forma di cono, alta circa quaranta piedi. Ben presto scorsi i tetti del borgo di Macomer e la «Tanca» (questo il nome della residenza del proprietario) di un nobile sardo; lì, sotto alcuni cespugli, ho visto la Viola odorata. Solo dopo molte ricerche ho potuto scoprire la locanda, perché qui non è abitudine dei locandieri ricevere le pratiche sulla porta; dobbiamo anzi ritenerci molto fortunati ad essere ricevuti da loro senza maleducazione. In termini di comodità questa locanda poteva andare a braccetto con quella di TORRALBA, ma quest’ultima era superiore in termini di ristorazione.

Nella stanza destinata agli ospiti c’erano diversi letti; Sull’isola siamo spesso costretti a dormire con sconosciuti.

Subito dopo il mio arrivo, sono andato a dare un’occhiata al villaggio di MACOMER, che conta duemila abitanti; è piuttosto considerevole e costruito su un’altura che cade ripida, sul lato orientale, sulla pianura ben coltivata. Le chiese e gli altri edifici non sono importanti; Tuttavia, ho visto una casa piuttosto carina in costruzione.

Scesi nella pianura dal lato orientale per un sentiero sassoso delimitato da siepi di opunzia e boschetti di alloro. Fu qui che vidi apparire questa pianta per la prima volta, sia come arbusto che come albero alto da 20 a 30 piedi.

La notte successiva mi costrinse ad affrettare uno schizzo che avevo intrapreso. Qui il clima sembrava molto più rigido che al mare, la vegetazione era così ritardata che ho avuto difficoltà a trovare una pianta in fiore. Sui grandi blocchi di granito accatastati uno sull’altro c’erano il Polystichum piliferum Schreb e la Parmelia centrifuga Sch. Le foglie di Lupinus Termis erano l’unica pianta interessante che la vegetazione delle fanerogame mi offriva.

Quando tornai alla locanda, ordinai la cena e preparai del tè. Un francese venuto lì per vigilare su alcuni edifici mi ha dato preziose informazioni su questa località molto primitiva. Quando andai a letto rimasi sorpreso nel vedere il mio compagno di stanza mettere due pistole sotto il cuscino, con la frase che in questo paese bisogna essere pronti a qualsiasi evento. Devo essermi ritenuto molto grato alla sua lungimiranza, non avendo nemmeno un bastone per difendermi.

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Diciassettesimo giorno 27 marzo – DA MACOMER A PAULO LATINO E ORISTANO

Il giorno seguente mi sono alzato presto per continuare la mia escursione a Paulo Latino. In breve raggiungo Borore, che lascio sulla sinistra. Lì, tra le siepi di cactus, vidi per la prima volta la superba Vinca major, che qui, in Germania o in Belgio, non fiorisce mai fino alla fine di aprile o maggio. Abbondante il Raphanus raphanistrum, dai fiori gialli. A destra, a una certa distanza dal sentiero, ho visto un nuraghe, uno dei più grandi e meglio conservati dell’isola. Sono andato a esaminare questa memoria dei tempi passati; secoli si erano susseguiti senza scuotere queste masse di granito.

La regione che stavo attraversando era una delle più ricche di monumenti di questo genere, se ne contano fino a 300. Questi nuraghi erano usati come sepolture o come fortezze? Questo è qualcosa che non possiamo dire con certezza.

La grande opera del Marmora in Sardegna, dove vediamo riprodotti i nuraghi con le loro piante e sezioni, fornisce i documenti più certi su questo argomento. Anche Petit-Radd, nella sua Nota sui nuraghi, li descrive con accuratezza.

Il monumento è generalmente costituito da due parti, una, inferiore, più ampia, l’altra, superiore, a forma di cono; il tutto è circondato da un muro o da una carreggiata in terra battuta. Essendo le mura ciclopiche, si può prevedere la grande antichità dell’edificio. I cubetti di granito, disposti a strati orizzontali, vengono assemblati senza alcuna malta; le pareti laterali, toccandosi in alto, si sostengono a vicenda, senza che sia necessaria la realizzazione di una volta. Le aperture che conducono all’interno sono appena più grandi del foro che si produrrebbe se uno dei blocchi di pietra cadesse.

Una volta dentro si arriva in un corridoio; da lì, una stretta scala, costruita con le stesse pietre che costituiscono i muri laterali, conduce alla sommità del nuraghe. Un altro passaggio conduce alla camera sepolcrale, completamente priva di luce, che si trova al centro dell’edificio; tutt’intorno si aprono nicchie, forse destinate ad urne contenenti le ceneri. Il grande nuraghe, che ho visitato, era crollato da un lato; dall’altro, le sue mura, alte 50 piedi, avevano resistito alle tempeste per molti secoli.

Questo nuraghe, circondato da campi di grano, vedeva fiorire ai suoi piedi una rigogliosa colonia di Ferula nodiflora, le cui piante, appena fiorite, raggiungevano un’altezza di otto piedi. Sulla sommità del nuraghe ho trovato alcune piante della quasi sbiadita Romulea Columnae S. M., del Myosotis versicolor ed un’altra che, date le lunghe foglie inferiori picciolate, non è classificabile né nel versicolor né nell‘arvensis. Il panorama che scoprii dalla sommità del nuraghe era molto bello, i campi di grano, i prati, i boschetti, formavano il contrasto più felice con la pianura desolata che avevo attraversato il giorno prima.

Dopo aver disegnato il nuraghe da due lati diversi, ho continuato il mio viaggio e sono arrivato alla stazione di posta di Abbasanta, diretta dal mio amico del giorno prima; Lì vicino scorreva un ruscello ricoperto di Ranunculus aquatilis ed eterophylla Bert per confluire nel Tirso, il fiume principale dell’isola. Poi ho attraversato un bosco di querce da sughero, con tronchi molto distanziati; l’erba verde sembrava servire da pascolo per il bestiame.

Prima di raggiungere Paulilatino, incontrai una folla di carri trainati da buoi. Le ruote non erano costituite da raggi, ma erano costituite da un pezzo di legno arrotondato non circondato da ferro. Il mozzo molto irregolare produsse una scossa simile a quella di un mulino. I carrettieri che trasportavano le loro merci in questo modo primitivo dormivano profondamente per abbreviare un viaggio che forse sarebbe durato molti giorni.

Invano, giunto al villaggio, piuttosto grande e abitato da diverse migliaia di anime, mi informai di qualche locanda; la gente non capiva o non voleva capire le mie domande; curiosi, sospettosi, si rivolgevano a me a turno: chi ero? cosa avevo da vendere? eccetera. Alla fine mi fu mostrata la casa che serviva da stazione per la diligenza. Entrando lì, vidi una grande stanza occupata da donne e dai loro filatoi, ma nessuna di loro poteva dirmi una parola; anche polli e maiali visitavano questa stanza, costruita rozzamente con tronchi d’albero, attraverso i quali si poteva vedere il cielo.

C’era, da un lato della casa, una stanza destinata agli ospiti, ma così sporca, così scarsamente arredata, che era altrettanto bello dormire all’aria aperta. Poiché non era tardi, andai a visitare il villaggio e i suoi dintorni. Dopo aver camminato per diverse strade, arrivai nella campagna, che mi sembrò poco interessante quanto gli uomini. Per quanto riguarda le piante, ho visto per strada Cotyledon umbilicus e Urtica pilulifera.

Vidi diverse chiese, senza alcuna architettura, ma piacevolmente collocate tra bellissimi alberi; alcune case, con le finestre munite di belle inferriate, mi sembravano abitate da preti. Passai vicino ad una scuola ben arredata, dove c’erano parecchie ragazze.

Dopo aver abbozzato il villaggio sul lato sud, tornai al mio alloggio, aspettandomi di trovare pane, burro, formaggio e latte per la cena. Ma ho potuto procurarmi solo un pezzo di pane e una bottiglia di vino. Essendo questo molto acido, lo restituii a un vecchio, probabilmente l’oste; vide in questo atto un segno di diffidenza, di paura di bere una bevanda avvelenata, e per dimostrarmi l’ingiustizia dei miei sospetti si versò un bicchiere che bevve davanti a me. Ciò dimostra due cose: che in questo paese l’avvelenamento non è una cosa insolita, e che il temperamento selvaggio dei sardi è tenuto a freno solo dalla legge e dal timore della punizione.

Durante tutto il mio soggiorno non ho mai sentito parlare di rapine o attacchi sulle strade; Questi fatti, mi dicono, sono estremamente rari poiché abbiamo posto, in ogni località, un’autorità militare che fa rispettare la legge e quasi sempre punisce i colpevoli. Lo stato di insicurezza in montagna è causato solo dalla presenza di alcuni vagabondi sfuggiti alla polizia e che si nascondono dagli umani; Conducono una vita miserabile e attaccano solo i gendarmi mandati a inseguirli.

Questo stato di cose sembra essere improvvisamente cambiato nella primavera del 1859; la maggior parte delle truppe regolari che occupavano l’isola furono imbarcate per Genova, per combattere gli austriaci; contavano circa 3.300 uomini. Subito dopo la loro partenza i giornali locali annunciarono gli attentati, il saccheggio dell’erario di Sassari, la diligenza, l’assassinio in pieno giorno a Cagliari e altri fatti simili. Per quanto mi riguarda, in tutto il corso dei miei viaggi in Sardegna, non ho mai avuto motivo di preoccuparmi.

Ma torniamo a Paulilatino e allo stato deplorevole in cui mi trovavo lì. Avendo mangiato poco per due giorni, e il secondo giorno addirittura per niente, sentivo venir meno le mie forze; ma volendo prendere la diligenza per Oristano la notte seguente, cercai di resistere per le poche ore che mi restavano in città. Volevo comprare della cioccolata, ma era così abominevole che mi diede il mal di stomaco; comprai anche una candela, per poter utilizzare il tempo che restava fino all’arrivo della diligenza per scrivere, alla sua luce, il mio diario di viaggio; fu allora che notai l’influenza dello stato fisico sul morale; mi resi conto dello sforzo prodigioso necessario per scrivere le proprie osservazioni ed esperienze quando si è sopraffatti da intoppi e difficoltà di ogni tipo. È questo tipo di eroismo che praticava il famoso viaggiatore Barth, con tanta energia e perseveranza. Mentre ero seduto su una panchina, immerso in una profonda apatia, ed esitavo ancora a iniziare a scrivere, improvvisamente crollai privo di sensi.

Quando rinvenni, mi ritrovai tra le braccia di due sardi barbuti, seduti attorno a un braciere, mentre altri uomini, non per natura compassionevoli, ridevano del mio aspetto pietoso. Ingoiai due uova crude e mi massaggiai la nuca, le tempie e la bocca dello stomaco con alcool canforato, che mi restituì un po’ di forza. Disteso su un miserabile pagliericcio, aspettai con impazienza l’arrivo della diligenza, temendo l’insorgere di malattie.

La pessima reputazione del clima dell’isola, che durante la stagione malsana uccide molti stranieri, evocava nella mia immaginazione immagini spaventose. Credendomi già vittima della febbre, mi vidi morire tristemente lontano dai miei genitori e dai miei amici. Mi avevano parlato spesso del cimitero di Oristano, nel quale erano stati deposti numerosi stranieri, provenienti dai paesi più diversi. Fui strappato da queste oscure fantasticherie da un suono che mi sembrò delizioso; era il suono delle campanelle delle diligenze. Fu con difficoltà che, immerso nell’oscurità, inciampando sui corpi di numerosi dormienti stesi a terra, riuscii a raggiungere la porta.

Una volta montato in carrozza, mi considerai molto felice di lasciare questa località. Vestito con un abito estivo, non possedendo indumenti più caldi, tremavo nella fredda atmosfera notturna e temevo un aumento del malessere; ma la mia apprensione fu vana, perché il giorno dopo mi ero ripreso. Finalmente la diligenza raggiunse le prime case di Oristano; ritirati i bagagli allo sportello, mi recai alla vicina locanda, detta “Piemontese”. Rispetto a quella del giorno prima, lì trovai tutto quello che potevo desiderare.

Le stanze dei due viaggiatori erano infatti già occupate da diversi ospiti; ma, trovato un letto vuoto (erano allora le cinque del mattino), mi coricai per riposarmi dal mio recente disagio.

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Diciottesimo giorno 28 marzo – ORISTANO

Dopo qualche ora di sonno, che mi rimise in piedi, uscii alla scoperta della città. Oristano, la terza città più grande dell’isola, mi colpì prima per il carattere meridionale dei suoi dintorni, ricchi di cactus e palme, poi per i suoi edifici dal carattere orientale. Arrivai di domenica; la gente comune, vestita con i suoi abiti festivi, formava per le strade gruppi pittoreschi, le cui tipologie differivano notevolmente da quelle del nord; la maggior parte di queste persone indossavano fronde di palma intrecciate che avevano ricevuto in chiesa. Mi sentivo come se fossi stato trasportato a Gerusalemme, mentre mi tornavano alla mente i ricordi dell’Oriente.

La mia locanda non era in città, ma fuori delle mura, in un sobborgo; una strada ampia e ben tenuta conduceva alla porta principale della città, attraversando un’ampia piazza. In fondo c’era un bar molto ben arredato.

La piazza era ricoperta di bancarelle di fruttivendoli; lì si teneva anche il mercato. A sinistra si innalza il chiostro di San Sebastiano; davanti a noi la cinta muraria, alta e uniforme, fiancheggiata qua e là da torri, la più grande delle quali, che ricorda nell’architettura quella del castello di Sassari, sormonta la Porta Grande.

La città stessa, invece di espandersi ampiamente come Sassari, è fortemente confinata entro le sue mura. Diverse grandi chiese, con le loro cupole e torri come minareti, si stagliano sulla massa irregolare delle case bianche, mentre le palme, raggruppate qua e là, aggiungono un carattere orientale al quadro. Ritornai nella mia osteria piemontese che mi aveva dato buona impressione.

Non c’era, a dire il vero, nessuna stanza dove potessero alloggiare i viaggiatori, a parte le due camere da letto di cui ho parlato; il cortile della locanda, con un tavolo al centro, dove sedeva costantemente il padrone di casa, un uomo amabile e coraggioso, che parlava un po’ di francese, difficilmente avrebbe potuto servire a questo scopo.

Sullo sfondo c’era la cucina, dalla quale si comunicava, mediante una stretta scala, con i dormitori. Verso l’una siamo andati alla tavola dell’osteria, una delle più originali che si possano immaginare. Per non parlare dei locali, dove brulicavano bovini e cani, la compagnia, composta da elementi colorati come i vari costumi che indossavano, formava un insieme notevole. Voglio citare qui alcuni personaggi che sono rimasti impressi nella mia memoria.

Un gigantesco sardo, in costume nazionale, con indosso un lungo berretto rosso, serviva le pietanze in giro, condendole, pare, con parole molto spiritose. Tutta la compagnia teneva in testa cappelli e berretti, secondo l’uso del paese, dove ci si scopre solo per salutare. Il padrone di casa aveva il suo posto al centro della tavola.

All’estremità superiore sedeva un conte romano in esilio, poi seguivano tre ufficiali, due dei quali avevano combattuto insieme nella guerra di Crimea, poi avvocati, agronomi locali, un venditore ambulante; A fondo tavola, vestiti con costumi pittoreschi, sedevano marinai carlofortini, contadini, soldati ed altri. In questa società non esistevano differenze sociali, perché molto spesso il capo e il fondo del tavolo iniziavano insieme una conversazione molto vivace. Diventammo presto ottimi amici, gli avvocati, gli ufficiali ed io, perché parlavano francese. Tutti, inoltre, sono rimasti molto sorpresi nel vedere un giovane studente, tedesco e anche russo, in viaggio nel loro Paese.

La cucina mi soddisfece pienamente, come del resto fu anche per il signor Lean, che ho conosciuto pochi giorni dopo a Cagliari. Ci furono serviti pesci di mare essiccati, conchiglie (Venus decussata) che raggiungono le dimensioni delle cozze del nord, ma hanno un sapore molto più fine, poi granchi e crostacei giganteschi che in questi mari sono rappresentati da diverse specie. Dopo il pasto due avvocati mi invitarono a fare una passeggiata con loro. Ci dirigemmo in direzione Sassari e in tre quarti d’ora arrivammo ​​al ponte che attraversa il Tirso; questo fiume, il più grande dell’isola, era già in questo punto molto largo e grosso. Là, sulle sue rive verdi, ho trovato diverse piante a me sconosciute.

Purtroppo non ho avuto il tempo di continuare la ricerca che, non ho dubbi, sarebbe stata molto interessante. Salvia multifida e Vicia bithynica erano molto abbondanti. Il ponte, sostenuto da tre arcate massicce, era stato costruito, nel penultimo secolo, da un re sardo; tale era il contenuto di un’iscrizione incisa su una lapide marmorea posta sulla parete laterale dell’arco centrale.

Passando vicino a fichi d’india dai frutti maturi, i miei compagni di viaggio me ne offrirono un assaggio. Commisi l’imprudenza di cogliere un frutto senza precauzione; subito il palmo della mia mano fu crivellato da un mucchio di piccoli aghi, impossibili da estirpare, data la loro finezza; anche questa sensazione dolorosa mi durò per due giorni.

Oristano, con le sue cupole e le sue torri che svettano tra gruppi di alberi e boschetti, offre un panorama sorprendente, dal fascino del tutto particolare, di cui non ci si sazia mai, e che ci fa desiderare sempre qualcosa di nuovo. La sera di quel giorno la passammo al bar, leggendo i giornali e bevendo vino moscato.

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Diciannovesimo giorno 29 marzo – ORISTANO

Il giorno dopo passai la mattinata ad essiccare le piante e a disegnare, facendo uno schizzo del paese visto dalla piazza; A tavola ritrovai gli ufficiali piemontesi e parlammo della Guerra di Crimea. Poi abbiamo girovagato per le strade, questi signori mi spiegavano lungo la strada cosa poteva interessarmi. All’interno della città sorge un grande chiostro, ombreggiato da pini, cipressi e altri alberi, che contiene anche l’ordine dei fratelli di Esculapio.

Quest’ordine indossa un costume che ho visto qui per la prima volta. Si compone di un grande cappello nero e anche di un lungo vestito nero. Presso un farmacista, che vendeva della buona Malvasia, vi erano gioiose riunioni di amici; lui stesso, grande cacciatore, fece decorare la sua stanza con pelli di animali, teschi e resti di ogni genere. Ho visto diversi campioni di Pediceps Turritus Leth a casa sua; li scambiò, e li vendette a buon prezzo a Cagliari; questo piumaggio è molto ricercato per realizzare manicotti e palatini da donna. Desiderando possedere un uccello intero, mi accordai col farmacista che me ne mandasse uno a Cagliari, ma, a parte le zampe, che mi diede ad Oristano, non ricevetti altro.

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Ventesimo giorno 30 marzo – DA ORISTANO A CABRAS

Il giorno seguente, prima di mezzogiorno, il signor Cambiazo, uno degli ufficiali che avevo conosciuto, mi condusse dal proprietario di una ricca collezione di antichità. Questo signore, di nome Raimondo Spano, uno dei signori più ricchi dell’isola, viveva ad Oristano. Durante gli scavi nelle vicine rovine dell’antica Tharros, aveva raccolto una vasta collezione di ornamenti greci e romani, pezzi di mosaico, statuette di divinità, utensili in terracotta e bronzo. Il signor Raimondo e suo padre mi hanno accolto nel modo più cordiale e mi hanno mostrato con entusiasmo la loro collezione.

Ho visto nella loro casa, per la prima e ultima volta, un interno con un certo comfort europeo e persino un elegante pianoforte. Sebbene questi due signori sembrassero aver ricevuto un’accurata educazione, nondimeno tenevano il cappello in testa, secondo l’uso del paese. Non appena li ebbi salutati, mi invitarono a coprirmi, cosa che feci solo con rammarico.

Quest’usanza non risulta essere praticata nell’isola dalla società “elegante”, perché il mio amico piemontese, che ebbi modo di conoscere a Cagliari, manifestò nei suoi confronti la più viva ripugnanza. Mi sono accorto anche dopo, negli alberghi di Genova, che questa mancanza di formalità non era tollerata.

La nostra conversazione si concentrò sulle mie ricerche scientifiche che interessavano molto i miei ospiti. Appresi che avevano importanti miniere nell’isola, soprattutto nel FLUMINI major, valle situata tra Oristano e Iglesias; mi mostrarono campioni di ottone, di Flusspar, cristalli, di Kalkspar, di zolfo e piombo. Bisogna trovarvi anche il solfato di piombo in bellissimi cristalli, che hanno dato grande fama a Monteponi.

Chiedendo informazioni sulla selvaggina che si poteva trovare nella regione, ho espresso il desiderio di procurarmi il teschio di una delle pecore selvatiche (Ovis minax) così comuni nella regione. Allora il signor Spano mi promise di scrivermi per farne mandare uno a Cagliari. Ma non essendo stato esaudito il mio desiderio, supponevo che non ci fosse stato il tempo di uccidere uno di questi interessanti animali. Congedatosi da questi signori, ritornai all’albergo, dove mi occupai ad essiccare le piante finché il campanello non mi chiamò per la cena.

Dopo cena andai a fare una passeggiata a Cabras, un posto che il signor Lean mi aveva descritto come quello dove avremmo visto le donne più belle dell’isola. Seguii la strada fino al grande ponte sul Tirso. Sulla sponda più vicina serpeggiava un sentiero che, girando presto a sinistra, mi condusse tra enormi siepi di opunzia a un ruscello che ebbi difficoltà ad attraversare. Il fruscio continuo che sentivo tra queste siepi attirò la mia attenzione sui serpenti, che in quel luogo erano molto numerosi. Molti di essi raggiungevano i due pollici [cinque centimetri] di diametro e una lunghezza straordinaria, e mi rammaricai di non essere riuscito a catturarne nessuno. Diverse piante da fiore che ho visto nelle siepi di cactus sono venute ad arricchire la mia collezione; prima ho trovato l’Urospermum Dalechampsi, poi il Medicago litoralis Rohde, il Rumex bucephalophorus, la Vicia sativa, e vicino ad un villaggio che deve essere Solanas, ho trovato Prasium majus nelle siepi.

Ben presto raggiunsi CABRAS, che mi sembrò poco vivace, perché incontrai solo pochi bambini e uomini. Il paese si estende in lontananza con strade larghe dove è difficile trovare ombra; le palme da dattero sono sparse all’interno dei cortili.

Il borgo è dotato di due chiese e di un grande edificio simile ad un chiostro. Le case, piccole in apparenza come quelle degli altri villaggi, erano sostenute, sulla strada, da muri di mattoni, tutti ricoperti dalla bella erba dal riflesso dorato, Cynosurus aureus; non ho perso l’occasione di raccogliere un buon raccolto. Uscii dal villaggio dirigendomi verso la costa e, arrivato a una certa distanza, ne ho fatto uno schizzo.

Le numerose palme, le piccole case basse e le cupole delle chiese donavano alla località un carattere eminentemente orientale. Arrivando sulla riva, vidi i pescatori che avevano appena tirato fuori dall’acqua un certo numero di pesci. Diverse barche ne erano piene e gli uomini e le donne erano molto occupati a rimettere in ordine le reti.

Da lontano vidi il porto di Torre Grande con alcune barche all’ancora. Una pianura monotona mi separava dal luogo, ma decisi tuttavia di attraversarla per raggiungere la mia meta; progetto presuntuoso! Ignoravo l’esistenza dei canali del Tirso, i quali, dirigendosi verso il mare, avevano trasformato il territorio, per chilometri attorno, in una vera e propria palude.

A poca distanza da Cabras, la costa era ricoperta di pura sabbia che formava dune, dove cresceva una vegetazione scarsa ma interessante: Spergula arvensis L., Plantago lagopus en masse, Lotus ornithopodoides L., Rumex spinosus (Emex Moris), Silene sericea Spr. erano piuttosto diffusi.

Lasciata la costa, mi incamminai dritto verso Torre Grande, una gigantesca torre rotonda di origine moresca; ma presto il terreno divenne paludoso, e la strada così indistinta che fu necessario attraversare i campi. Attraversai diversi fossati, un po’ su assi, un po’ su sassi lanciati qua e là, ma all’improvviso scivolai e affondai una gamba nel fango.

Alla fine, a causa di un susseguirsi di fossati di ogni dimensione che ostacolavano il mio cammino, fui costretto a svoltare a destra, dirigendomi verso una casa bianca da dove speravo di raggiungere Torre Grande. Sulle pendici paludose dei fossi trovai in gran numero Melilotus indica e messanensis, ma ora mi pento di non averne catturati altri. Dopo aver attraversato un grande braccio di fiume su un traballante ponte di legno, mi ritrovai davanti all’edificio che funge da quartier generale per i numerosi cacciatori del paese.

Mentre cercavo una creatura umana, mi sentii chiamare. Era un signore che, avendo subito scoperto che ero straniero, mi parlò in francese; su mia richiesta mi fece accompagnare da un sardo, per mettermi sulla strada di Torre Grande. Questa guida mi condusse in barca attraverso un ampio canale, poi, attraversando una brughiera, mi condusse in linea retta fino alla torre.

Vi crescevano in abbondanza cespugli spinosi di Calicotome villosa, senza foglie e senza fiori. Oltre al Geranium rotundifolium e ad una varietà nana di Anthoxanthum odoratum, alta da uno a due pollici, non c’erano piante da fiore. Domandai ai marinai incontrati a quale nazione appartenessero le cinque barche ancorate nel porto. Erano due francesi, un toscano, un napoletano, ecc.; altre piccole imbarcazioni, brigantini e golette; si tenevano a rispettosa distanza dalla costa, perché qui non esiste un porto vero e proprio.

Attorno alla grande torre si innalzano costruzioni in legno, prive di aspetto esteriore, probabilmente destinate allo stoccaggio dei depositi di polvere.

Dopo aver fatto uno schizzo della torre e dei suoi dintorni, andai alla spiaggia, dove ho trovato tante conchiglie curiose, tonalità seppia, ma nessuna alga. Stava arrivando la notte, dovevo tornare indietro. Non vi era un solo uomo sulla lunga strada rialzata, di recente costruzione, che attraversa la grande pianura. Dopo una lunga camminata nell’oscurità mi ritrovai nel punto in cui il sentiero si biforcava. Presto vidi due cavalieri; i loro lunghi vestiti neri, i loro cappucci, le armi appese alle spalle avrebbero spaventato una persona timida.

Per quanto mi riguarda, sono stato molto felice di ritrovare degli esseri umani e di poter chiedere loro indicazioni. Seguendo silenziosamente i cavalieri, speravo di giungere presto ad Oristano; così fu: i miei cavalieri, abbandonata la strada principale, attraversarono campi e prati fino al ponte del Tirso, evitando così una lunga deviazione. Sebbene dovessi attraversare cespugli e pietre per seguire questi uomini, fui comunque molto felice di arrivare al ponte, quindi ad Oristano, in tempo per partecipare alla cena.

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Ventunesimo giorno 31 marzo – DA ORISTANO A MILIS

Al mattino presto, il factotum dell’albergo mi procurò un buon cavallo da sella, che doveva trasportarmi a MILIS; questa località, famosa per i suoi incomparabili boschetti di aranci, esercitava su di me una grande attrazione. Nonostante alcuni inconvenienti, ovvero l’umore inospitale degli abitanti e la difficoltà di cavalcare un cavallo vizioso, ho conservato di questa escursione un ricordo così piacevole che non lo dimenticherò mai.

Il tempo era splendido e lasciai la città sotto i migliori auspici. Il mio destriero, però, mi faceva pena, la sua debolezza quasi gli impediva di trottare; ma era necessario andare avanti a tutti i costi, essendo Milis a quasi tre miglia tedesche da Oristano, e il mio ritorno doveva avvenire il giorno stesso, perché avevo deciso di partire l’indomani alle tre con la diligenza. Per quasi tutto il tempo dovetti seguire la grande strada rialzata non ombreggiata che porta a Sassari e lì il sole si sentiva chiaramente.

Dopo aver attraversato il ponte del Tirso passai attraverso gli uliveti di NURAXINIEDDU, i cui muri erano ricoperti di Hordeum murinum e Anacyclus clavatus.

Poco distante, sulla destra, vidi il paese di MASSAMA. Qui la strada attraversa in linea retta fino a Traminca sic.], una di quelle brughiere così diffuse in Sardegna, dove cespugli di ginestre, asfodeli e pistacchi si estendono a perdita d’occhio, senza un solo albero o capanna a rompere la monotonia del paesaggio.

Sulla strada, alcuni cavalieri e carretti pesantemente attrezzati, che trasportavano frutta da Milis a Oristano, animavano il paesaggio. Attratto da un tappeto di fiori blu, scesi da cavallo, lo legai a un palo del telegrafo e, ruzzolando giù dalla cima della carreggiata, cominciai a raccogliere bellissimi esemplari fioriti di Lavandula Stochas e Asphodelus ramosus. La Passerina hirsuta, qui molto diffusa, formava cespugli alti da due a tre piedi.

Molto vicino a TRAMATZA, sul lato della strada, sorgeva un edificio isolato, sulla cui porta era scritto “Tanca de Boyl”. Tanca significa fattoria, Boyl è uno dei primi proprietari dell’isola, e già governatore generale. Possiede una bella villa e aranceti a Milis; si dice che siano 20.000.

Man mano che ci avviciniamo a Tramatza i raccolti aumentano. Campi di colza in fiore segnano il paesaggio con larghe strisce gialle, il verde tenue dei prati vicini forma un felice contrasto: qui ho visto, per la prima volta sull’isola, un cartello stradale; un’iscrizione, incisa nella pietra, precisava che per raggiungere la villa di Boyl bisognava svoltare di lì, inoltre non si faceva menzione di Milis. Poi ho dovuto attraversare, per un’altra ora, una pianura sconfinata, delimitata sullo sfondo dalle pendici del Monte Ferra, ai piedi del quale è costruita Milis.

La vista sulle montagne è deliziosa. Il villaggio con le sue case basse, sepolte sotto cespugli di aranci, era quasi invisibile, ma il colore verde scuro di questi alberi risaltava molto piacevolmente sul verde tenero delle colline. Stanco di cavalcare, smontai, trascinandomi dietro la bestia per le briglie; questa camminata durò mezz’ora, ma vidi che il mio cavallo non riusciva a tenere il mio passo; fu quindi necessario risalire in groppa e andare avanti con difficoltà.

Poco prima di Milis, a sinistra del sentiero, c’era un magazzino di mattoni crudi, completamente deserto. Presto raggiunsi il villaggio, seguendo una strada fiancheggiata da allori e aranci. I bellissimi aranci infuocati risaltavano sul fogliame scuro mentre gli allori, ricoperti da cima a fondo da una massa di fiori bianchi e profumati, si chinavano sulla mia testa. Questo aspetto ideale mi ripagò ampiamente di tutte le fatiche del cammino, e resterà sempre impresso nella mia mente.

Tutti coloro che visitano questa lontana isola dovrebbero scegliere questo paradiso terrestre come meta principale della propria escursione; non credo che esista in Italia un panorama più incantevole di questo.

Dove possiamo trovare le espressioni per rappresentare il fascino di questa natura? Come descrivere te, deliziosa Milis, così comodamente adagiata sotto il tuo tetto di allori e aranci, con le tue casette abitate da una popolazione pacifica? Appari nella mia memoria come una di quelle immagini rosate che la fantasia a volte evoca davanti ai nostri occhi. Anche adesso, in mezzo al tumulto di una grande città, al fremito di migliaia di esseri umani, allo spettacolo della virtù in lotta con il vizio, al trionfo dell’industria sulle forze della natura, il ricordo di questa bella Arcadia appare in tutta il suo fascino da sogno.

Tuttavia, l’accoglienza inospitale che ricevetti in questi luoghi avrebbe potuto smorzare il mio entusiasmo se fosse stato meno forte. Lì non c’era alcuna locanda, nessuno mi dava da mangiare né da bere; impossibile farmi capire, ottenere una risposta; insomma, in una natura meno ideale, sarei rimasto molto deluso, ma qui, circondato com’ero dalle scene più incantevoli, ho presto dimenticato le preoccupazioni materiali.

Sono però convinto che la mancanza di entusiasmo degli abitanti sia da attribuire alla loro povertà, piuttosto che alla loro cattiva volontà. Se, chiedendo pane, latte, formaggio o vino, non ne ricevevo, era semplicemente perché queste brave persone non ne avevano, o almeno non potevano darmi la loro parte. Un droghiere mi offrì dei liquori, che io rifiutai. Il mio scarno vocabolario italiano mi è valso, da parte di quest’uomo e dei suoi amici, il soprannome di “toscano” che pronunciavano con un certo disprezzo.

Era giunto il momento di dare un’occhiata più da vicino agli aranci. Passando sotto un grande portico in pietra, vidi il guardiano della piantagione, intento a preparare il pasto davanti alla sua capanna. Mi concesse volentieri il permesso di visitare il giardino e di mangiare frutta a volontà; Gli dimostrai la mia gratitudine donandogli due soldi. Con cuore gioioso, avanzavo all’ombra di alberi giganteschi, calpestando un tappeto di erba soffice, cosparso di arance dall’aspetto attraente. Il raccolto superava le forze del proprietario, tanti frutti trascurati marcivano a terra. Come un sibarita, ho scelto i frutti più grandi e scuri e ho succhiato il succo scartando la polpa. Credo di aver inghiottito quaranta arance così senza provare il minimo fastidio.

I limoni non erano molto abbondanti; i loro frutti maturi contenevano poco più acido dello zucchero. La maggior parte degli alberi doveva avere dai trenta ai cinquanta anni, e qualcuno di più, perché i loro tronchi avevano spesso un diametro di trentacinque centimetri o più. I mandorli e i susini mostravano qua e là la loro superba esposizione di fiori, le cui masse bianche risaltavano sul fogliame scuro e sugli allori in fiore.

Mentre ritornavo al villaggio per chiedere informazioni sul mio cavallo, suscitai l’interesse di un onesto vecchio, coltivatore di una grande piantagione, che mi chiese di venire a visitarlo. Nonostante potessi rivolgergli solo semplici domande, egli non si lasciò sorprendere dalle difficoltà del dialogo, ma mi spiegò a lungo la coltivazione, l’età, la resa degli aranci: capii poco, ma annuì con compiacenza, completando i suoi discorsi con un miscuglio di latino, italiano e francese.

Il buon uomo mi mostrò poi con orgoglio la sua casa (senza offrirmi nulla da mangiare) e poi mi introdusse nell’abitazione di una giovane coppia, per darmi un’alta idea del benessere e della civiltà dei suoi cittadini. Aveva scelto bene il suo esempio; la mia impressione fu così favorevole che mi rammarico che si sia ripetuta così raramente sull’isola.

La casa era stata recentemente restaurata e riemersa. Nella grande stanza ammirai il gran numero di setacci per farina grandi e piccoli appesi al soffitto. A sinistra e a destra si aprivano le camere, dotate delle comodità che invano si cercano nelle case rustiche della Sardegna, e cioè un pavimento lavato con cura, tavoli, sedie, armadi di legno bianco e, segno innegabile di civiltà, porte a vetri di adeguate dimensioni.

Avendo saputo che la mia povera cavalla non era ancora stata abbeverata, e che nessuno sembrava disposto a compiere questo compito, dovetti condurre io stesso l’animale all’abbeveratoio, guidato dall’affascinante figlia della vecchia domestica che lo aveva accolto.

Non dimenticherò mai questo viaggio. La giovane sarda, snella e leggiadra, con la sua brocca dalla forma antica posata sul capo, all’ombra dei bellissimi alberi dai rami carichi di fiori, tutto questo resterà impresso nella mia memoria. Presso la fontana dove molte donne erano intente a lavarsi, lo spettacolo era idilliaco. Intorno all’ampia conca formata dal ruscello, venerabili pini e ulivi diffondevano una deliziosa ombra sull’erba fresca. Questo luogo, dedicato alle ninfe dei boschi e della sorgente, risveglia nell’animo del viaggiatore un soffio di poesia.

La villa di Boyl è un grande edificio ad un solo piano, davanti al quale si estende un giardino molto trascurato. È separata dalla strada da una siepe di Medicago arborea, i cui fiori giallo-arancio ne ricoprivano i rami.

Dopo aver fatto scorta di arance, nelle tasche e in un fazzoletto che legavo alla sella del mio cavallo, ripresi la strada del ritorno.

In termini di risorse botaniche, Milis sembrava piuttosto povera. La pianta più interessante era l‘Euphorbia peploides Gouan che cresceva nei sentieri e nei fossati del villaggio, così come il Chelidonium majus.

Sulla via del ritorno ho cercato di passare il tempo mangiando la frutta che avevo portato. Temendo che l’assorbimento di una così grande quantità di succhi acidi mi facesse male, azzannai una grossa spiga di grano, che mi aveva regalato il mio amico di Milis, ma trovai i semi molto duri.

Il mio destriero, animato di un nuovo zelo per il ritorno, mi riportò indietro più velocemente di quanto mi aspettassi. Alle dieci ero a Oristano. Fino a tarda notte mi occupai di imballare le piante fino allora raccolte in un unico pacco e di spedirle a Cagliari, cosa che mi avrebbe alleggerito di parte del mio bagaglio. Avevo tutti i motivi per ritenermi soddisfatto del mio soggiorno ad Oristano; la gentile accoglienza ricevuta, le nuove conoscenze che acquisite, i piaceri della natura, tutto questo mi appariva come un punto luminoso nel mio viaggio.

Arricchii il mio album con schizzi della città, ripresi dalla piazza del mercato, vicino alla Porta principale, poi da quelli del convento di San Sebastiano, Cabras e Torre Grande.

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Ventiduesimo giorno 1 aprile – DA ORISTANO A SANLURI

Il giorno dopo dovevo alzarmi alle due, la diligenza partiva alle due e mezza. Il tempo era cambiato, una fitta nebbia, che non prometteva nulla di buono per la giornata, riempiva l’atmosfera. La diligenza arrivò puntuale e presto partimmo. Mi ero registrato fino a Sardara, dove mi aveva invitato l’avvocato Antioco Cuveri, ma dovetti abbandonare questo progetto, il tempo era brutto ed il luogo poco favorevole alle escursioni botaniche.

Fino a Uras, la prima stazione, la strada segue un lungo rettilineo, attraverso una di quelle pianure disabitate che così spesso si incontrano in questo paese. Il paesaggio, privo di ogni interesse, tranne che sullo sfondo, dove si erge il Monte Arci, era completamente immerso nella nebbia. A destra si distendevano le acque stagnanti di due stagni, il S. GIUSTA e il Sassu, il sentiero passava molto vicino al primo.

Alcuni cavalieri si aggiravano sulla riva; erano contadini, cacciatori, pastori, che con i cappucci calati sulla fronte, le armi in spalla, mi ricordavano la mia guida, durante l’escursione a Cabras.

Sosta di un quarto d’ora a Cabras, per il cambio dei cavalli; dovemmo passare quel tempo sulla strada principale, perché lì, come nella maggior parte dei villaggi, non c’era alcuna locanda adiacente alla stazione di staffetta.

URAS, grosso paese di millecinquecento abitanti, non offre il minimo argomento di interesse agli stranieri; piccole capanne di mattoni e muri in rovina fiancheggiano la sua ampia strada, triste e disabitata.

Dopo Uras il paesaggio si fa più interessante; superato un forte torrente, il Rio di Uras, si apriva davanti a noi una bella e pittoresca valle in direzione nord; lì c’è Ales, un paese che un avvocato di Oristano mi ha detto essere interessante da visitare. I monti, indicati nelle mappe del paese come Monte Arci, sono formati da catene parallele alte dai mille ai millecinquecento metri di altezza, con valli profondamente intagliate.

Mezz’ora prima di arrivare a Sardara ci apparve una vetta isolata: è sul suo fianco settentrionale, su pareti rocciose verticali, che sorgono i ruderi dell’antico castello di Monreale. La vista da questo castello deve essere bella, perché domina, a nord-ovest, un vasto paese montuoso e selvaggio. Deve esistere lì, ai piedi di questa montagna, un’abbondante fonte di acqua minerale, che del resto non è stata ancora utilizzata per la cura delle malattie.

Quando siamo entrati a SARDARA cadeva una pioggia così forte che decisi di non restare lì, il che mi avrebbe fatto perdere invano un’intera giornata in questo orribile buco senza locanda. L’ambiente mi tentava, è vero, ma il tempo a mia disposizione era limitato, quindi dovevo risparmiarlo saggiamente. La mia prima meta restava sempre Cagliari, oggi si trattava di andare più lontano possibile a causa del maltempo. Nessuno mi obbligava a scendere, ho continuato il mio viaggio fino a Sanluri, senza che l’autista mi chiedesse un soldo per le ulteriori due ore di viaggio.

A SANLURI, nuova staffetta, durante la quale i viaggiatori consumarono il pasto. Sanluri, un grande villaggio, ha edifici piuttosto grandi, tra cui un vasto castello in rovina e una chiesa piuttosto grandiosa, per non parlare di una serie di altri edifici e cappelle.

Qui trovai una locanda molto passabile, che mi permise di restare nel luogo; la stanza era piccola, e serviva da merceria e vendita di commestibili; il vino era buono. La mia prima richiesta riguardava la camera da letto; per fortuna ce n’era una, ma di che tipo! Immaginate una sorta di colombaia, sorretta da quattro pilastri; vi si accede tramite una scalinata in pietra; c’è un letto, un tavolo di marmo e alcune sedie di paglia impilate una sull’altra; naturalmente questa stanza non aveva finestre e il letto era appena lungo quanto bastava per sdraiarsi.

Tornato nella sala comune, presi conversazione con i due viaggiatori che mi avevano accompagnato fino a quel momento. Erano due agronomi di Sorso vicino a Sassari che sembravano essere molto interessati a me, anche se la conversazione, in italiano, era molto faticosa.

L’autista, che inizialmente mi disprezzava non poco, viste le mie ripetute soste nei diversi paesini che attraversavamo, grazie a questi signori di dispose un po’ meglio, e riuscì a capire lo scopo del mio viaggio, ma la mia padrona di casa rimase invece piuttosto maldisposta nei miei confronti.

Dopo la partenza della diligenza mi sono ritrovato solo con il brutto tempo, che dava ancora fastidio. Trovai però nella stanza un impiegato, un rifugiato austriaco di Milano, che parlava un po’ di tedesco e fu molto gentile con me. Avendomi invitato ad andarlo a trovare, mi recai due giorni dopo al vecchio castello dove abitava; mi fu detto che era uscito.

Impossibile, con questa pioggia violenta, restare nella mia colombaia; bisognava tenere la porta aperta per vedere bene, e seduto lì vicino, al tavolo, mi avrebbe inzuppato fino alle ossa.

Per provvedere alle due necessità assolute, luce e asciutto, fissai la mia coperta contro l’apertura inferiore della porta e una sciarpa trasparente contro la parte superiore. In questo modo ho potuto scrivere, disegnare e mettere in ordine i miei fogli.

Giunta la sera, mi ritirai nella stanza, ma non per molto; la padrona di casa ogni tanto usciva dal suo negozio per farmi compagnia, poi tornava al cabaret per soddisfare le richieste dei suoi clienti. Dovevo andarci anch’io e sedermi tra la gente comune, il cui appetito omerico non stuzzicava molto il mio, mentre mi lanciavano sguardi feroci con i loro occhi luminosi.

Seduto davanti ad una bottiglia di buon vino rosso locale e pesce arrosto, ho potuto paragonare la mia installazione con quella di Porto-latino, e ciò fu a tutto vantaggio di Sanluri. Finito il pasto, volevo ritornare nella mia colombaia, ma la padrona di casa mi ha fece una serie di domande, prima dovetti accontentarla.

Dopo alcune ore trascorse a scrivere, nel mio arioso ritiro, ho sentito qualcuno salire le mie scale traballanti. Un giovane aprì la porta e mi disse in francese: “Signore, lei è francese, lo sono anch’io. Sono venuto per avvertirla di stare in guardia. La padrona di casa, irritata che non le abbiate voluto dirle il vostro nome (chiarendo così il mistero delle domande), si è rivolta alla gendarmeria; quindi aspettatevi quindi la sua visita.

Ringraziando questo signore per la sua gentilezza, ho aspettato con una certa emozione e curiosità l’arrivo dei gendarmi. Ma non essendosi avverata la profezia del francese, andai a letto dopo un’ora di vana attesa. I miei rapporti con un ufficiale, che avevo conosciuto durante la giornata, probabilmente soddisfacevano la curiosità degli agenti di pubblica sicurezza. Nonostante il freddo e l’aria umida che mi penetravano, trascorsi tuttavia una notte abbastanza passabile tra le mie lenzuola ruvide.

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Ventitreesimo Giorno 2 Aprile – DA SANLURI A FURTEI E SEGARIU

Quella mattina aprii con ansia la porta per esaminare il tempo; non prometteva nulla di buono, il cielo era coperto, l’aria piena di nebbia. Ma oggi ero determinato a vedere qualcosa di diverso del mio stanzino e della triste sala da bere, e mi preparai a trarre il meglio da una brutta situazione. Irritato dall’ambiente cupo, dalla diffidenza suscitata dalle mie più piccole azioni, progettai, per calmarmi, una passeggiata nel vento e nella pioggia.

Il mio scopo era esplorare la zona montuosa che, secondo la mia mappa, si estende a nord del villaggio sotto il nome di Monte Crona. Mi attraevano anche le miniere di rame indicate in questa località; ma questo mio progetto non si realizzò. Anche se il tempo lasciava molto a desiderare, e rischiavo di perdermi da un momento all’altro, devo ammettere che questa escursione è stata una delle più interessanti che ho fatto in Sardegna. Solo quelli che ho fatto a Orri e a Cagliari reggono il confronto.

In quest’ultima escursione ho fatto un ricco raccolto di piante rare che ha superato le mie aspettative tanto da farmi desiderare di fare ricerche più approfondite in seguito.

Lasciai il paesino [Sanluri] vicino al vecchio castello. Il mio cammino mi portava verso dune sabbiose dove crescevano in massa lo Scandix australis e, più lontano, il Pecten Veneris.

Ben presto mi ritrovai su uno stretto sentiero che, passando per i campi appena arati, sembrava dirigersi verso le montagne. Avvicinandomi a certi prati mi aspettavo di fare scoperte interessanti. Hippocrepis ciliata W., Trigonella prostrata DC., una forma strana, che attribuisco a Sonchus oleraceus, Ranunculus muricatus, Ranunculus palustris L. R. Velutinus Tenore, Scirpus australis e nei fossi Scirpus palustris erano molto abbondanti. Nei campi circostanti, che l’ultima pioggia aveva fecondato, vidi tra le piante di grano Silene furcata e S. nutans L., Muscari comosum, Adonis æstivalis; poi Ranunculus arvensis, Daucus Carota, muricatus, Lamium amplexiaule, Hedypnois cretica? e Rhagadiolus stellatus S., tutti molto abbondanti.

Più avanti passai vicino ad altri campi che, appena arati, non presentavano traccia di vegetazione. Avendo lasciato in paese alcuni attrezzi per l’essiccazione, dovetti prendermi cura delle piante che avevo raccolto in un fazzoletto, che stavano diventando ingombranti. Allora lo nascosi tra i cespugli, dove avrei potuto trovarlo facilmente, e continuai per la mia strada.

Ben presto giunsi al punto dove iniziava la futura strada che collegava Mara e Arborea a Sanluri; gli operai stavano togliendo terra da una collina che la strada doveva aggirare.

A destra, in una valle delimitata da montagne di una certa altezza, sorgeva un villaggio che mi fu indicato col nome di Furtei. Qui, in un terreno sabbioso, ho trovato Helianthemum salicifolium. Poi in una siepe vidi una bella Lonicera in fiore, che mi sembrò diversa dall’Ait implexa.

Là trovai anche una forma di Pistacia lentiscus a foglie larghe, e nelle siepi il Prasium majus. Giunto al villaggio che non mi offriva nulla di interessante, ripartii il più velocemente possibile, per raggiungere la vetta calcarea situata su questo lato della valle.

Queste montagne, prive di alberi e perfino di arbusti, raggiungono un’altezza di millecinquecento piedi, sormontate da questa vetta priva di ogni vegetazione. Arrivato ai piedi della montagna, ho attraversato campi, poi prati in pendio, ma dove non crescevano piante da fiore. Arrivato ad una certa quota, ho seguito il corso di un piccolo ruscello, dove sono rimasto sorpreso dalla vista di una distesa di Hedysarum capitatum Duf in fiore, perché si tratta di una pianta originaria del Nord Africa; tra questi brillavano i bellissimi fiori rossi del Tetragonolobus purpureus.

Cynoglossum pictum Ait., era comune, ma con pochi esemplari fioriti; Cynara cardunculus L. era abbastanza comune. Sollevandomi a fatica sui blocchi di calcare, ammucchiati alla rinfusa sul pendio, sono riuscito a salire su una delle cime frastagliate della catena. Lassù, a parte qualche pianta sgradita, non ho trovato quasi nessuna vegetazione. Echium calycinum, Parietaria officinalis L., e le foglie di una malva, Lavatera Olbia L., furono tutto ciò che trovai negli anfratti della roccia battuta dalla tempesta.

Dopo aver contemplato per un momento l’ampio panorama che si offriva ai miei occhi, ho lasciato questa cima scoscesa per seguire la cresta della montagna sul lato nord, essendo mio desiderio andare alla ricerca delle miniere di rame che dovevano esserci. Dimenticavo che in queste valli e montagne di formazione uniforme, dove i paesi sembrano tutti uguali, è urgente avanzare con cautela, se non si vuole rischiare di perdersi e perdere così molto tempo.

Dopo due ore o più di viaggio su uno dei pendii della montagna, letteralmente cosparso di blocchi di calcare, mi sono reso conto di aver perso completamente la direzione. Una ricca scoperta di piante interessanti mi ha in qualche modo compensato dell’incertezza in cui mi trovavo.

In più di un luogo i cespugli di Euphorbia dendroides salivano fino a tre piedi di altezza. Tra i piccoli ghiaioni calcarei, nelle fessure e negli anfratti, cresceva il Ciclamino repandum Sibth. e Sm. con graziosi fiori e foglie. Ma era quasi impossibile estrarre i bulbi, incastonati profondamente nelle fessure della roccia. In parecchi punti notai un Ampelodesmos i cui cespi si elevavano fino a quattro o cinque piedi. Anagyris foetida L., Avena fatua, Poa bulbosa vivipara, Anemone hortensis L., Rubia peregrina L. var. angustifolia, Sonchus tenerrimus, Thrincia tuberosa DC. erano le piante più importanti che ho trovato su questo passo.

Ben presto, vedendo ai miei piedi un villaggio che, per la forma della sua chiesetta, delle sue case, nonché per le sue dimensioni, mi sembrava somigliasse esattamente a quello di Furtei, lo diedi per sicuro.

Anche se non riuscivo, dall’ago della mia bussola che portavo sempre con me in una custodia cinese, a farmi un’idea precisa della direzione, decisi di scendere. Arrivato a metà strada raggiunsi dei bellissimi prati che coprivano questo lato della montagna, ma dove trovai solo poche piante. Credo che in una stagione più favorevole questi stessi prati sarebbero ricchi di reperti botanici; lì ho trovato tre copie di Orchis variegata Willd. var. lactea Poir.

Pisum elatius M. B. cresceva frequentemente attorno ai blocchi sparsi. In una piccola cavità buia e umida, formata da un blocco sovrastante, trovai numerosi esemplari fioriti di Arum arisarum L. i cui fiori erano di dimensioni molto diverse.

Avvicinandomi qualche centinaio di passi al villaggio, incontrai una donna alla quale chiesi se quello fosse veramente Furtei; gioii, credendo che così mi avvicinavo a Sanluri. Non sospettando di essere sceso dalla montagna in direzione completamente opposta, non vidi nulla, né nella valle né nel villaggio, che potesse convincermi del mio errore.

Sul muro di mattoni di un cortile cresceva un mucchio di Bromus rubens L., e per le strade del paese Euphorbia peplus L. Forse la pianta più interessante che vidi durante la mia escursione fu la grande Scrophularia trifoliata L. fiori gialli, con fiori pelosi foglie, che crescevano nei luoghi umidi appena fuori dal paese.

Volendo ritornare nel luogo dove si stava costruendo la nuova strada, mi diressi verso il pendio vicino e attraversai alcuni tratti erbosi. Lì ho trovato Trigonella prostrata DC. e Asparagus albus.

Dopo aver attraversato un ruscello, saltando da una pietra all’altra, camminai per un’altra mezz’ora, finché l’aspetto selvaggio del luogo in cui mi trovavo mi riempì di una vaga apprensione. Ma dove trovare, in questa solitudine, un solo uomo che potesse capirmi e indicarmi la strada da seguire?

Alla fine, vedendo dei contadini affaccendati nei loro campi, mi incamminai faticosamente da loro, sprofondando nella terra appena arata. Queste persone erano educate e comprensibili.

Da loro appresi, con mia grande sorpresa, che il villaggio in questione non era Furtei ma SEGARIU, distante un’ora e mezza dal primo.

Dovetti tornare indietro fino in prossimità del villaggio. Là, tra le siepi e i cespugli, trovai la Pistacia in fiore e il Lycium europæum in alti cespugli.

Chiesi ad un gruppo di contadini intenti a mangiare all’ombra, sul ciglio della strada, la direzione da prendere per Furtei; nonostante ciò continuavo a sbagliarmi e sono dovuto tornare a chiedere informazioni a loro.

Finalmente, dopo aver vagato invano per diverse ore, presi infine la strada giusta e raggiunsi Furtei in un’ora e mezza. Prima di arrivarvi passai presso certi pendii spogli, sui quali trovai una forma nana di Plantago lagopus.

Ben presto giunsi alla nuova strada, e decisi, per prudenza, di seguirla fino a Sanluri. Ritrovai le mie piante, nascoste nel cespuglio.

Sperando di raggiungere in pochi istanti il ​​bivio di Sanluri, camminai coraggiosamente sulla strada pietrosa. Lungo il percorso ho raccolto campioni ricchi di foglie di Adonis australis, nonché del raro Glaucium corniculatum Curt. e Anacyclus clavatus L.

Giunsi finalmente sulla grande strada principale da Sanluri a Cagliari, deluso nella mia speranza di raggiungere direttamente la prima di queste località; tre quarti d’ora di cammino mi separavano ancora da Sanluri. Intanto vidi un sardo, intento a dissotterrare il grano verde in un campo superbo, per darlo al suo cavallo; il grano è poco apprezzato nell’isola, perché spesso viene dato come foraggio agli animali.

Arrivato a SANLURI, passai tutta la sera a curare le mie piante. Mi portarono una cena a base di pesce e carne fredda; essendo il primo pasto della giornata, il mio appetito non lasciava nulla a desiderare.

In serata visitai la chiesa principale e alcune piccole cappelle. Era il Venerdì Santo, un giorno festivo importante, come in tutti i paesi cattolici. Restai colpito dal gran numero di comunicandi che venivano vestiti con paramenti bianchi e cappucci, nelle cappelle laterali, prima di essere condotti all’altare.

Soddisfatto degli avvenimenti della mia giornata, andai a dormire, desideroso di alzarmi abbastanza presto il giorno dopo per visitare i dintorni del paese prima dell’arrivo della diligenza di Sassari.

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Ventiquattresimo giorno 3 aprile – DA SANLURI A CAGLIARI

Una stradina stretta e tortuosa, tra siepi di cactus, mi condusse in campagna. Conobbi alcune ragazzine che, prendendosi gioco delle mie ricerche botaniche, mi offrirono alcune erbacce che avevano appena strappato; invano cercai di dimostrare loro che stavo cercando solo le piante rare, quelle che fiorivano.

In una siepe vidi i fiori superbi della Medicago arborea. In una zona erbosa raccolsi Aristolochia rotunda, Borago officinalis e Cerinthe aspera. Ai margini di un campo trovai Muscari comosum, Veronica arvensis L., V. Buxbaumii L., V. Cymbalaria L. Tornando alla locanda vidi su un muro, a lato della strada, esemplari giganteschi di Sempervivum arboreum.

A mezzogiorno arrivò la diligenza e un’ora dopo partii con essa. Lungo la strada incontrai un uomo di MONASTIR, che parlava un po’ di francese e mi incoraggiò a fargli visita nel suo villaggio, un paese di circa duemila abitanti. Declinai la sua offerta, non volendo, senza conoscere i fatti, perdere un giorno di viaggio.

I paesi di NURAMINIS e SERRENTI che attraversammo non offrono nulla di notevole; il paese, al contrario, con le sue montagne dalla forma strana, è piuttosto pittoresco.

Cambiammo i cavalli a Monastir, e alle sette di sera eravamo a CAGLIARI. Le lunghe file di case lungo la strada reale per quasi tre ore fanno una piacevole impressione sul viaggiatore. Spesso la porta d’ingresso, unica apertura per l’aria e la luce, era aperta e rivelava appartamenti disposti con grande gusto.

Presi possesso, all’ufficio diligenze, dei bagagli che avevo spedito direttamente da Oristano, e li feci spedire all’Hôtel du Progrès, dove avevo deciso di alloggiare. La padrona di casa era la sorella del titolare dell’omonimo albergo di Sassari. Il detto albergo era meno bello, meno comodo di quello del Concorde, indicato come il primo di Cagliari, ma era migliore, in tutto, di quello di Sassari e di tutti gli altri della Sardegna. Mi fu assegnata una grande camera da letto, al primo piano, con uscita sul cortile.

Dopo un buon pasto e una visita alla famosa Piazza Stampace, andai a letto alle dieci. Il mio sonno fu disturbato più di una volta da un rumore proveniente dalle stanze vicine. Sembrava che qualcuno girasse la chiave nella serratura, ma non riuscisse ad aprirla. Dopo che il rumore durò due ore, cominciai a fischiare per porre fine all’intruso; ma un vicino mi inviò lamentele impazienti.

Alla fine, visto che il rumore cresceva, persi la pazienza, uscii nel cortile e chiamai il sommelier per far cessare il rumore. Nello stesso momento il mio vicino, aprendo la porta, mi chiese il motivo della mia agitazione. Cercò di rassicurarmi, dicendomi che non avevo nulla da temere, essendo tra brava gente. Alla fine, arrivai a pensare che l’autore del reato fosse solo un topo, nascosto sotto le assi del pavimento vicino al mio letto. I suoi continui mordicchi mi hanno tenuto sveglio per un po’, ma alla fine mi sono calmato.

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Venticinquesimo giorno 4 aprile – A CAGLIARI

Essendo questo 4 aprile la domenica di Pasqua, approfittai di questa buona occasione per vedere gli abitanti in costumi festivi. Visitato diverse chiese dove venivano celebrate messe, ma né la loro architettura né la loro disposizione interna mi sembrarono notevoli. La più bella mi  parve la chiesa di Sant’Anna, nel quartiere di Stampace; è situata su un’altura, si sale tramite una serie di gradini.

Per le strade numerose processioni, con poca pompa e poca partecipazione popolare, si aggiravano per le strade. Qua e là sfilavano orribili statue di legno o di cera, addobbate di ornamenti, rappresentanti Cristo.

La bella piazza di Stampace, luogo di ritrovo abituale di passeggiatori e camminatori, era quel giorno piena di contadini e pescatori, vestiti con i loro più bei costumi nazionali. Somigliano a quelli del nord, ma i colori sono più tenui, più armoniosi, e mettono in risalto le belle proporzioni di chi li indossa.

Il lungo berretto settentrionale era scomparso e al suo posto si vedevano acconciature rosse di diverse forme, soprattutto molto fez, spesso anche circondato da un fazzoletto bianco o variegato che assomigliava a un turbante. Le giacche erano per lo più scarlatte, le sottogonne blu scuro, con fodere e rivestimenti rossi. I più notevoli erano i pescatori, con le loro giacche blu scuro e altre rosse, i loro berretti, i loro pantaloni larghi dello stesso colore.

Il costume femminile era così vario che mi fu impossibile imprimere nella memoria i diversi tipi.

Seguii la lunga e accidentata via del centro storico (la Marina) fino alla Porta del Castello. Là, a metà del pendio del castello (acropoli), reso ancora più ripido da alte mura, si svolgevano suggestive passeggiate tra i bastioni. Bellissimi pini, ulivi, Schinus Molle, l’albero Rumex Lunaria L. dell’Africa, i cespugli fioriti della Justicia (probabilmente J. Adhatoda L.) formavano una piacevole miscela.

All’ombra degli arbusti cresceva una grandissima varietà di Plantago lagopus; Oxalis cernua Thunb., pianta originaria del Giappone e diffusa in abbondanza nel sud della Sardegna, qui ricopriva il ciglio della strada con i suoi fiori gialli e profumati. Chrysanthemum coronarium L. e un Senecio ornavano le pareti. Più lontano, un gruppo di gigantesche Agavi, portando alte le loro ombrelle di fiori secchi, dominava fiero il precipizio.

Qui ho conosciuto due dame della nobiltà; malgrado il caldo di quel giorno, portavano pellicce e manicotti di pelliccia; schiave della moda che annovera ancora aprile tra i mesi invernali, queste signore dovettero obbligarsi a indossare il costume parigino per il mese di marzo.

Tornato in albergo, mi sedetti al tavolo nella sala da pranzo per un’ora. C’era una compagnia esclusivamente maschile che ovviamente non viveva nell’hotel. Eccitai la loro curiosità; dai loro commenti appresi che ridendo mi chiamavano muto perché, contrariamente al costume degli italiani e dei francesi loquaci, non avevo voluto partecipare alla conversazione. Alla fine scambiai qualche parola con il mio vicino di stanza, capitano di una nave genovese, che mi chiese in italiano il mio luogo di origine.

Poi chiacchierai con qualche altro vicino di camera, tra i quali riconobbi il mio interlocutore della notte precedente. Questo italiano, cresciuto in Francia, mi prese per un francese e io glielo lasciai credere. Ma il più loquace dell’intera tavolata fu il capitano genovese che sarebbe salpato l’indomani e che descrisse appassionatamente alla compagnia i pericoli della circumnavigazione del Capo di Buona Speranza. Alla conversazione prese parte attiva anche un signore, spesso definito insegnante.

Essendo la tavola calda, con mia grande soddisfazione, terminata, intrapresi un’escursione.

Il mio obiettivo era di visitare il vicino paese di PIRRI, luogo di ritrovo preferito dai cagliaritani: lì le persone si divertono ballando e suonando il “Ballo tondo”. Il mio coinquilino mi accompagnò fuori città e mentre camminavo mi raccontò i suoi timori per l’insicurezza delle periferie, esortandomi con la massima serietà di ritornare prima del calare della notte. La sua diffidenza era esagerata, ma spiegava le sue parole rassicuranti della notte precedente; aveva scambiato la mia agitazione per paura.

Superate le ultime case del paese, mi trovai su una strada fiancheggiata da siepi di opunzia; la vista della città, che si innalzava come un anfiteatro verso l’acropoli, era splendida da contemplare da qui. Nei fossi, ai due lati della strada, e sotto i cactus raccolsi delle belle piante, come Ononis biflora Desf., Brassica Eruca L., Carrichtera Vella L., Asparagus acutifolius che fruttificavano tra le Opuntia, Avena fatua e Bromus rubens L. Giunto presso vasti prati dove cresceva un mucchio di piante fiorite, deviai completamente dal mio obiettivo, Pirri, e cominciai a vagare per ore in queste campagne.

Ampiamente rappresentata la famiglia delle Papilio-naceae: Astragalus hamosus L., Lathyrus ochrus DC., Lotus ornithopodioides L., Trifolium stellatum L., Vicia leucantha, V. macrocarpa, V. narbonensis L. e V. sativa L.- Linaria reflexa Il desf., come in tutti i prati del sud della Sardegna, qui è stato molto abbondante. Papaver hybridum L. e P. Rhæas L., Adonis æstivalis L., Celsia cretica L., Verbascum virgatum With., Plantago arenaria WK., specie di grandi dimensioni, P. Psyllium L., Allium subhirsutum L. abbondavano lì, la maggior parte con i loro foglie non perfettamente sviluppate.

A maggio, questi innumerevoli fiori, con la ricchezza delle loro sfumature, devono offrire uno spettacolo incomparabile. La stessa sorprendente varietà di specie si riscontrava nei prati circostanti le saline di Cagliari, nei luoghi erbosi vicini alla costa, insomma in tante località dal terreno fertile. Purtroppo non mi è stato possibile vedere la vegetazione allo zenit; stava camminando lì a passi da gigante quando ho dovuto lasciare l’Eldorado di questo botanico.

Mentre terminavo il mio raccolto in questi vasti prati, che si estendono fino a Quartu, ero circondato da un gruppo di ragazzini; all’inizio sembravano interessati alle mie ricerche, mi chiesero i nomi di diverse piante, poi, quando fui di nuovo sulla strada principale, mi domandarono qualche moneta; poiché sembravano insoddisfatti, tirai fuori la borsa per fargli un altro regalo, quando il più grande del gruppo, avrebbe potuto avere tredici anni, si gettò su di essa, me la strappò di mano e fuggì.

Avendo tutti i soldi per il viaggio nella mia borsa, all’inizio rimasi senza parole per lo stupore. Per fortuna il furfante non si era accorto dell’importanza del suo furto, perché altrimenti non avrei mai più rivisto il mio gruzzolo. Minacciai e inseguii invano il colpevole; poi, sguainando il coltello, lo agitai in aria, ma anche costui, estraendo a sua volta una sciabola di dimensioni molto rispettabili, mi minacciò.

Alla fine le mie gentili ammonizioni e soprattutto le gravi lamentele dei suoi compagni lo indussero a restituirmi la borsa e così uscii da una brutta situazione. Buona regola da seguire: non lasciarti mai avvicinare da persone audaci che ti mancano di rispetto e se ne gloriano.

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Ventiseiesimo giorno 5 aprile – DA CAGLIARI ALLA MADDALENA

Dopo aver curato le mie piante, durante la mattinata, ho diretto i miei passi verso la costa. Attraversando il vasto mercato che separa i due quartieri di Stampace e della Marina, proseguimento di piazza Stampace, sono arrivato al mare.

Una strada in parte asfaltata, in parte tracciata sulla sabbia da innumerevoli solchi, conduce a Orri e Pola, nel sud dell’isola. A destra si estende il vasto stagno di Cagliari, da dove l’acqua sfocia nel mare attraverso canali che si attraversano su numerosi ponti.

Nei pressi della città, il litorale sabbioso era ricoperto da cespugli di Solanum sodomæum L.; questa pianta, spogliata delle foglie, portava una quantità di frutti maturi, tutti simili a mele candite, di colore giallo-arancio). Trovavo spesso, sotto i cespugli di Pistacia, l’Allium roseum a fiori grandi. In breve raggiunsi la Scaffa di Cagliari, la foce dello sbocco principale dello stagno. C’è un’antica torre, dove viene riscosso il pedaggio del ponte; questo si getta nel detto canale, largo, ma non navigabile.

Al di là, la strada si perde in un dedalo di solchi, su una vasta pianura, dove crescono pochi magri cespugli. In alcuni luoghi ho trovato Pistacia, Cistus salviæfolius, Solanum sodomum e Tamarix gallica, quest’ultima ricoperta di fiori. I cespugli di cisto erano tutti fioriti, il Calycotome villosa, ancora senza foglie, ma ricoperto di fiori. Questo arbusto forma una rete di rami spinosi così strettamente intrecciati che con difficoltà riuscii a reciderne un ramo fiorito. Il litorale era piuttosto ricco di conchiglie e di altri animali marini portati a riva: il Cynomorium coccineum, l’unica Balanophorea europea, cresceva in massa sulla riva, probabilmente vegetando su Tamarix gallica. Sebbene la sabbia in cui cresce questa pianta sia secca e pura, non sono riuscito a sradicare le radici parassite di questa singolare specie, questa dotata di un rizoma carnoso e friabile che affonda profondamente nel terreno.

L’unica abitazione su questa costa è un edificio isolato, denominato Maddalena, dal nome dell’omonimo paese situato più all’interno, tra le montagne e lo stagno. Prima di giungere a questa casa dovetti compiere un noioso tragitto sulla linea retta già menzionata, ma fui compensato dalla rigogliosa vegetazione che circondava la Maddalena. Le montagne, più vicine tra loro, facevano da incantevole sfondo a questo paesaggio. Qui termina la brughiera tra il mare e lo stagno, quest’ultimo che si dirige perpendicolarmente verso l’interno. Il terreno, da sabbioso com’era, si trasforma in prati bassi e verdi, alternati a campi.

Prima di lasciare la sabbia ho potuto raccogliere qualche altra bella pianta. Molto diffuse sulla carreggiata erano Plantago lagopus e maritima L., soprattutto la seconda. Più avanti ho trovato Sagina maritima Jus., Allium roseum L., Carex arenaria L., C. divisa Huds., Scirpus Savii Seb. in campioni alti un pollice, qua e là nei cespugli di Pistacia; per quanto riguarda la Linaria pelisseriana Mill era molto rara.

Dopo aver attraversato un ponte, mi sono trovato davanti alla casa: una macchia d’erba su cui Iris scorpioides, Sisyrinchium L., formava il primo piano. Nel cortile vidi con sorpresa le superbe infiorescenze di una specie di Gladiolo che crescevano in un angolo insieme ad altre piante comuni.

Vicino alla costa, dietro la casa, c’erano alcuni campi ricoperti da una ricca vegetazione. Vi trovai una grande varietà di Evax pygmæa, poi Anacyclus clavatus Ten., Hypecoum procumbens e molte altre specie.

In direzione di Pula si estende una vasta landa ricoperta di Pistacia e Lavandula Stochas che diffondono un profumo balsamico.

Verso terra i prati, alternati ai campi, erano ricoperti di piante. Ho trovato due esemplari quasi isolati di Orobanche ramosa dai fiori blu, ma non sono riuscito a scoprire su quale pianta crescessero. Molto diffusi erano Lathyrus ochrus DC., Pisum elatius MB., e il grazioso Trifolium tomentosum, così come Rumex bucephalophorus L., Muscari comosum, Poa bulbosa var. vivipara, Arenaria rubra L. ẞ marina Sm., Dianthus velutinus Guss., piccoli esemplari di Ophrys tenthrediniphera Willd e Agrostemma cælirosa, di cui purtroppo ho potuto trovare solo due piccoli esemplari.

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Ventisettesimo giorno 6 aprile – DA CAGLIARI A ORRI E RITORNO

Il giorno successivo ho ripetuto l’escursione a cavallo del giorno precedente. Subito dopo Maddalena mi raggiunsero due cavalieri, padrone e servo; parlai in francese con il primo. Rimase molto sorpreso che venissi da così lontano, la spesa per un viaggio così lungo gli sembrava esorbitante: prova della povertà che regna in questo paese.

Ben presto vedemmo i ruderi della Torre della Legge, una di quelle vedette dei tempi delle incursioni barbaresche, sparse a breve distanza sulla costa. Arrivato ad Orri, consegnai il mio cavallo alla gente della locanda che mi mostrò un ampio spazio, con un gran numero di stalle per i cavalli. Seguendo un superbo viale di cipressi, Ruscus e Rumex lunaria arriviamo alla bellissima villa di un magnate sardo, circondata da grandiosi giardini. Nel parco sono presenti diversi alberi esotici, tra cui mi colpirono alcune palme, dal portamento insolito.

Dopo una breve sosta ripresi la mia corsa verso le montagne vicine. Su uno dei loro contrafforti si estendeva una landa ricoperta di cespugli di lavandula e cisto (monspeliensis e salviafolius). Più avanti, in terreno fertile, notai Arabis verna D.C. e Centhranthus Calcitrapa Duf. Attraversando fitti cespugli di Erica arborea, Phillyrea angustifolia L. P., latifolia L., P. media L., Olea europœa L., Arbutus unedo L., ecc., mi arrampicai per uno stretto sentiero di caccia. Il granito che costituisce questa catena, propaggine del Monte Severa, sporgeva a tratti dal terreno. Una lunga e faticosa salita mi portò infine alla vetta, ricoperta di Juniperus Oxycedrus; la Saxifraga granulata vi cresceva in abbondanza.

La vista da lassù era la più bella tra quelle che ho ammirato in Sardegna. Il mare azzurro e infinito, le montagne superbe che circondano il golfo di Cagliari, ai miei piedi i prati sorridenti di Pula e San Pietro, punteggiati di graziose case e cappelle, dietro l’orgogliosa cittadella di Cagliari, tutto questo formava un dipinto di sorprendente bellezza. Dopo aver lasciato riposare a lungo lo sguardo su questo bellissimo paesaggio, ho avuto la gioia di ritrovare senza troppe difficoltà, tra i cespugli di Erica, il sentiero che avevo intrapreso durante la salita. Stava scendendo la notte quando arrivai alla locanda. Quando il mio cavallo fu sellato e ebbi mangiato qualcosa da mangiare, era completamente buio, ed era nell’oscurità che dovevo andare in città a cavallo.

Avevo già oltrepassato la Maddalena e raggiunto l’alta strada rialzata che separa lo stagno di Cagliari dal mare, e spronavo il mio cavallo ad affrettare il passo, quando all’improvviso si fermò come pietrificato, rifiutandosi di avanzare di un passo. La notte era così buia che potevo distinguere solo le orecchie della bestia che agitava spaventata, il che mi fece supporre che avesse paura di qualche essere vivente.

Incapace di convincerlo a fare un passo, saltai giù; con indicibile spavento, mi resi conto che il ponte, che doveva attraversare le acque dello stagno in questo luogo, era stato distrutto e che era stato grazie all’odore del mio cavallo, per la bontà di Dio, che una caduta di quaranta piedi d’altezza mi era stata risparmiata. Con difficoltà riuscii a far scendere il cavallo dalla strada rialzata sulla riva, evitando così lo straripamento dello stagno. Ma essendo il sentiero lungo l’argine, che avevo seguito durante il giorno, nascosto da fitti cespugli, fui costretto a risalire sulla carreggiata e a cavalcare con cautela. Più avanzavamo, più distinte si facevano le luci della città e più provavo quel sentimento di soddisfazione che prova il viaggiatore solitario di notte quando si avvicina alle abitazioni.

Finalmente mi apparve davanti agli occhi l’acropoli della vecchia Calaris, con le sue migliaia di finestre illuminate; poi il paese, con i suoi numerosi bracieri accesi davanti a ogni porta, e infine attraversai il ponte “alla Scaffa” che attraversa il canale principale dello stagno. Tutto sembrava immerso nel sonno più profondo, invano gridavo, facevo un rumore terribile, esaurendo il mio vocabolario italiano; infine smontato da cavallo, afferrai una trave e colpii ripetutamente il cancello che bloccava il ponte. Poi feci lo stesso contro la porta del corpo di guardia; nello stesso momento apparve la guardia, che stropicciandosi gli occhi e senza dire una parola mi aprì il cancello e il ponte levatoio. Evidentemente la mia azione energica lo aveva impressionato, perché non mi chiese nemmeno il prezzo del pedaggio. Tornato in albergo, dopo una buona cena, trascorsi il resto della serata chiacchierando con delle brave persone.

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Ventottesimo giorno 7 aprile – A CAGLIARI

Al mattino feci visita al signor Allis. Avevo fatto la sua conoscenza il giorno prima durante la mia escursione ad Orri; lo trovai, presso Scaffa, intento, con mio grande stupore, ad estrarre dalla sabbia il Cynomorium coccineum. Ben presto si presentò come un collega di scienze di Torino, che le ricchezze botaniche dell’isola avevano indotto a venire a trascorrere qualche settimana a Cagliari. Tramite questo signore, la cui completa conoscenza della flora italiana e l’alto livello di cultura generale mi furono molto utili, fui messo in contatto con Gennari, allora impiegato come professore di storia naturale all’Università di Cagliari. Dopo averla visitata, ci fornì moltissime informazioni sulla flora della Sardegna. Gennari, da poco stabilitosi nel paese, essendo botanico, faceva spesso delle escursioni e ci invitò ad accompagnarlo il giorno dopo.

Tornando in albergo incontrai il signor Lean al quale chiesi di informarmi del suo operato dopo la nostra separazione a Sassari. Anche lui, come me, era rimasto molto soddisfatto del soggiorno all’hotel Oristano, dove trascorse una settimana. Nella sala ristorante conobbi due uomini molto cordiali, entrambi professori universitari; uno filologo ed esperto di storia antica, l’altro matematico ed ecclesiastico per giunta. Questi signori sembravano molto interessati al mio lavoro, parlavano con entusiasmo dell’istruzione superiore che si riceve nelle scuole tedesche e si informavano sul ciclo di studi che si fa al ginnasio.

Un signor Tunesi, commerciante di Cagliari, mi dimostrò una gentilezza estrema, piena di considerazione e gentilezza nei miei confronti, per tutta la durata della mia permanenza a Cagliari. Dopo cena questi signori mi chiesero di accompagnarli in una passeggiata che avrebbero fatto per visitare le antichità più notevoli della città. Ci recammo prima al casino, un bell’edificio con stanze ben arredate e una spaziosa sala da ballo. Conobbi lì un marchese de Boyl, fratello dell’ex governatore generale, allora medico militare che aveva fatto la campagna di Crimea. Entrambi furono invitati il ​​giorno successivo dal Sig. Tunesi a pranzo in albergo.

Poi camminammo per le strade collinari, scarsamente asfaltate, delimitate dalle mura nere del castello dell’acropoli, e arrivammo ​​all’anfiteatro. L’anfiteatro, molto ben conservato, ha la particolarità che i sedili e il padiglione sono scolpiti nella pietra viva. La Celsia cretica è molto abbondante sui cumuli di detriti calcarei. La mia dotta guida mi mostrò in latino e francese, come meglio poté, le parti meglio conservate di questo interessante edificio. Si vedevano chiaramente le tane dei leoni con le loro inferriate, le celle degli sfortunati schiavi e dei gladiatori, i sedili degli ufficiali, ecc.

L’anfiteatro di Cagliari, di secondo ordine per dimensioni, mi sembra delle stesse dimensioni di quello di Trieste. Da lì andammo alla grande grotta. Questa, scavata in una roccia calcarea, forma una volta colossale, che si estende in direzione dello strato roccioso. Estremamente ampia e alta all’ingresso, la grotta diminuisce in profondità. Possiamo farci un’idea della sua imponenza immaginando che centinaia di cavalli ed equipaggi vi troverebbero facilmente rifugio per la notte. Grotte simili, probabilmente scavi prodotti dal mare, sono diffuse in tutta l’isola. A volte si trovano gallerie simili a quelle delle cittadelle, a più piani, che sembrano scavate dalle mani degli uomini.

A nord della città, queste grotte sono abitate dai poveri che chiudono le uscite con delle assi, per proteggersi dalle intemperie. Costituite da rocce dove non filtra alcun rivolo d’acqua, queste grotte devono offrire un riparo fresco e gradevole in un clima così caldo. Si presume che gli antenati dei Sardi vivessero in tali grotte, mentre i nuraghi servivano solo come roccaforti o luoghi di sepoltura dei re. Trovai un punto di ristoro nella grotta grande di Cagliari, dove mi fu servito dell’ottimo vino.

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Ventinovesimo giorno 8 aprile – ESCURSIONE A MONREALE

Ho passato la mattinata ad asciugare la carta vegetale sul tetto del mio albergo. Per arrivarci dovetti attraversare diverse soffitte dove si divertiva la più allegra compagnia di comici che si possa immaginare.

Nel pomeriggio, accompagnati da Allis e Gennari, intraprendemmo l’escursione prevista. Si unirono a noi alcuni studenti universitari, ma vidi chiaramente, come spesso accade in Germania, che non avevano molto entusiasmo per la scienza. Ho dimenticato di menzionare la visita che abbiamo fatto alla biblioteca del museo; come quello della città, è installato in una nuova sede, arredata con grande gusto. Ci fui portato dal mio amico Lean che si fece regalare il grande atlante della Sardegna di Della Marmora. Le vetrine contenevano una serie di volumi nuovi e riccamente rilegati.

Il professor Gennari portò Lean e Allis nel gabinetto di storia naturale. Lì abbiamo trovato collezioni abbastanza complete di animali della regione mediterranea; le conchiglie, i pesci e gli uccelli suscitavano particolare interesse. Abbiamo ammirato gli scheletri di pesce sapientemente preparati dal signor Cara, curatore e custode del museo.

La raccolta degli embrioni ci è sembrata molto curiosa; lì vedemmo un gran numero di vitelli, pecore, maiali che si erano sviluppati fusi insieme e impagliati in modo molto abile; si dice che tali anomalie non siano rare sull’isola.

Durante il mio soggiorno a Cagliari mi sono state presentate teste di pecore cresciute insieme dalla prima vertebra del collo, ciascuna testa con il proprio atlante ed epistrofea. Tra gli uccelli ho notato tanti fenicotteri, stupendi, molto vari per colori e dimensioni. Devo menzionare qui un errore piacevole.

Diversi giovani che stavano visitando il museo contemporaneamente a noi hanno chiesto al signor Lean se fossi il principe indiano venuto sull’isola per una battuta di caccia. Volevano parlare di Dhulep-Sing, figlio dell’ex re di Lahore, che, arrivando dall’Inghilterra, venne a cacciare le pernici dell’isola (Perdrix petrosa) alla maniera indù. Tutto quello che ho potuto sapere di quest’uomo è che si mostrava sporco e avaro ovunque, mentre la ricchezza della sua famiglia aveva acquisito una reputazione proverbiale.

Siamo stati a MONREALE questo pomeriggio; questa è una di quelle innumerevoli colline calcaree che delimitano ad ovest la città; a parte qualche siepe di opunzia e qualche palma sparsa nei giardini, non si vedono né alberi né arbusti. Piccoli cespugli striscianti, invece, formano in alcuni punti dei veri e propri cuscini. Queste colline calcaree appartengono alla formazione più recente dei calcari subappenninici. In alcuni punti il ​​piede calpesta veri e propri detriti di conchiglie, tra le quali sono poche le specie che non si trovano nei mari vicini.

Nei pressi della Porta del Gesù, attraverso una strada polverosa, fiancheggiata da Opuntie e Urtica pilulifera L., arrivammo ​​al chiostro di Bonaria.

Lungo il bordo del sentiero cresceva frequentemente una pianta appartenente ad una zona più meridionale del Mediterraneo, Asphodelus fistulosus, poi Mathiola sinuata DC. Vasti campi di zucca e terre desolate lungo la costa erano ricoperti di Mesembryanthemum crystallinum. Uno dei ritrovamenti più curiosi durante questa escursione è stato: Arenaria procumbens Vill., una bella pianta che dimostra ancora una volta al botanico che la flora della Sardegna è più strettamente imparentata con quella della vicina costa africana che con la Sicilia o con quella meridionale punta d’Italia.

Sul calcare ho trovato soprattutto: Medicago tribuloides, Papaver hybridum e P. Rhæas, Euphorbia exigua, Juncus pygmæus, Papaver glaucum, Lygeum spartum en masse, una delle graminacee ornamentali più belle che si possano vedere, Galactites tomentosus, Dianthus velutinus , Vaillantia muralis, Nigella damascena, Teucrium Marum e T. Polium, Anropogon pubescens, Juniperus phænicea, Sanguisorba spinosa, Helianthemum glutinosum, H. salicifolium, Ononis ramosissima, Phagnalon saxatile, Salicornia macrostachya, Frankenia pulverulenta e F. intermedia, Astragalus hamosus, Scabiosa maritima Goldfussia Mülleri, Melilotus messanensis, Silene gallica, S. nocturna, Lagurus ovatus, Ophrys lutea, O. bombyliflora, Cynara horrida, ecc.

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Trentesimo giorno 9 aprile – ESCURSIONE A MONREALE

L’essiccazione dei tesori botanici raccolti il ​​giorno prima occupò l’intera mattinata del 9 aprile. Nel pomeriggio mi recai a Monreale con il signor Lean. Subito dopo il chiostro di Bonaria e in prossimità della strada che porta a Sant’Elia si trova la breccia ossea resa classica dalle descrizioni galeniche di La Marmora, dove si notano principalmente le ossa di un piccolo roditore, un lagomys. Trovammo questa breccia semicrollata e avemmo grandi difficoltà a scoprire lì alcuni rari resti di mammiferi. Ho arricchito la mia collezione botanica, durante questa escursione, con diverse nuove specie.

Trentunesimo giorno 10 aprile – ESCURSIONE A CAPO SANT’ELIA

Ho trascorso la mattinata disegnando i costumi nazionali sardi e completando i miei bozzetti, poi, accompagnato da Gennari e Allis, partii per Capo Sant’Elia che delimita a ovest l’attuale porto di Cagliari. Qui le colline raggiungono un’altezza maggiore che nelle zone circostanti la città. I loro pendii sono ricoperti da un fitto bosco ceduo. Ho notato alla loro ombra numerosi esemplari di Artemisia arborea e Orchis longibracteata Biv., già in fruttificazione.

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Trentaduesimo giorno 11 aprile – GARA A IGLESIAS

Partii presto, montato su un buon cavallo, che mi era stato affittato per 2 franchi al giorno da un sommelier dell’hotel. Era una bestia di dimensioni colossali che colpì con stupore tutti i passanti. Potevano essere le sette e mezza quando lasciai la città. Avevo appena superato l’ultima casa del sobborgo che il mio cavallo si impennò alla vista di uno dei pali del telegrafo, ma si calmò quasi subito; questo comportamento continuava a incuriosirmi un po’. Trottando con entusiasmo sulla strada che porta a Sassari, ero seguito da un sardo, montato su un grazioso cavallo; essendomi sfuggita un’esclamazione lusinghiera, il mio uomo, compiaciuto per l’onore, incitò la sua bestia ad accelerare il passo, il che indusse la mia a fare altrettanto.

In breve raggiungemmo il grande villaggio DECIMOMANNU (decimo ab urbe lapide). Avevo camminato soltanto da un quarto d’ora sulla strada per Iglesias quando all’orizzonte si alzarono masse di nubi scure, che presagivano un temporale. L’aria, da calda, si trasformò improvvisamente in una corrente gelida, preannunciatrice del temporale.

Avevo appena fatto in tempo ad avvolgermi nella coperta che pioggia, vento e grandine si scatenarono sopra di me, accompagnati da scoppi di tuoni così violenti che sembrava che intere foreste stessero andando in frantumi. D’istinto il mio cavallo prese una direzione obliqua verso il temporale e rimase immobile finché la pioggia non si fu calmata. Il mio cappello, portato via dal vento, mi fu gentilmente riportato da un pastore. Dopo venti minuti l’uragano si era calmato, il sole illuminava di nuovo la campagna e i miei vestiti inzuppati si stavano pian piano asciugando.

Seguendo un sentiero dove crescevano numerose Genista corsica e Morisiana, nonché Asphodelus ramosus, arrivai al villaggio di SILIQUA, situato a metà distanza dalla meta, circa cinque leghe, per un totale di otto leghe e mezzo.

La locanda era passabile, ma dovevo aiutare me stesso e il mio cavallo; per pochi centesimi comprai fagioli e paglia, e poi lo portai a bere alla sorgente.

Nei prati, in riva all’acqua, trovai dei bellissimi ranuncoli in fiore; nelle fessure del granito, lì vicino, crescevano a frotte l’incantevole Sedum cæruleum e il S. dasyphyllum. Dopo una sosta di un’ora e mezza ripresi il viaggio attraverso la brughiera; in un certo luogo, ai miei piedi si stendevano veri e propri tappeti di Hedysarum capitatum.

Stava scendendo la notte quando arrivai al villaggio di DOMUSNOVAS, deliziosamente incorniciato dai suoi aranci. Pedalando di notte sulla strada dissestata, cercavo invano di discernere le tante luci della città, infine incontrando un pastore solitario alla testa del suo gregge, gli chiesi quanto tempo ci voleva ad arrivare. “Due ore”, fu la sua risposta, ed era mezzanotte quando arrivai a Iglesias.

In quelle strade accidentate e mal pavimentate, dove un passo falso mi avrebbe gettato a capofitto nel fosso, era necessario andare con cautela; dopo aver vagato per diverse strade buie, mi fermai davanti ad una casa dalla quale vidi uscire alcuni uomini, il che mi fece supporre che si trattasse di una locanda. Non solo lo era, ma anche la migliore del posto; lì trovai una bella stanza, una buona cena, del buon vino. Me ne andai presto, dopo aver ricevuto da diverse persone presenti la seguente informazione, e cioè che il signor Keller, originariamente direttore delle miniere di MONTEPONI, era ormai solo proprietario di una compagnia mineraria e viveva in città.

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Trentatreesimo giorno 12 aprile – DA IGLESIAS A MONTEPONI E RITORNO

Lasciai presto la locanda per salire sul castello, un vecchio rudere che sorgeva a breve distanza. Dominando la città per circa cento metri, offre una vista incantevole del paesaggio circostante, nonché del labirinto di strade della città vecchia. Immediatamente ho provato a fare uno schizzo. Davanti a me, strette insieme come in un nido, le case semidiroccate, circondate da bastioni ornati di torri che si estendevano fino alle colline vicine. Montagne ricoperte di erba e vegetazione fresca incorniciavano questo sito nel modo più aggraziato. Sullo sfondo si stagliavano gli edifici dell’azienda MONTEPONI.

Nel cortile del vecchio castello vidi la vegetazione erbacea più rigogliosa che avessi mai visto. C’erano campioni di Euphorbia helioscopia L. di dimensioni così grandi che si sarebbe potuto facilmente credere che si trattasse di una nuova specie, poiché questa pianta era molto diversa da quella che vediamo abitualmente. Una piccola Phelipaa, imparentata con P. ramosa e che doveva essere P. simplex GG. copriva il prato di un tappeto azzurro. Un’anziana signora che conobbi in queste zone mi aiutò, in cambio di qualche soldo di rame, a raccogliere queste interessanti piante. Trovai un mucchio di Bulimus truncatus.

Ritornato in albergo e dopo aver consumato un ottimo pranzo, salii sul mio corriere e partii per Monteponi, dove c’è una buona strada. Poco prima di arrivare ai lavori, la strada curva attorno ad un ripido pendio, ricoperto da una fitta vegetazione, all’ombra della quale cresce l’Orchis papilionacea i cui fiori viola deliziavano i miei occhi. Il bosco ceduo era costituito principalmente da Phillyrea angustifolia, Arbutus Unedo e Laurus in fiore che, su queste montagne, raggiunge le dimensioni di un albero.

Fui condotto a casa del direttore, che trovai intento a pagare i suoi innumerevoli operai. Questa operazione, la più grande dell’isola, è gestita da una società di Marsiglia. I minatori sono quasi tutti piemontesi, essendo gli indigeni troppo indolenti per esercitare questa difficile vocazione. Il marchese de Jessé Charleval, come veniva chiamato il direttore, mi ricevette con grande cortesia e mi consegnò a uno dei suoi agenti; quest’ultimo, dopo avermi chiesto di Mittermaier che aveva conosciuto durante i suoi studi di giurisprudenza, mi condusse all’interno della miniera.

Tornando, sono entrato nella sala del direttore dove ho trovato esposta una ricca collezione di rari cristalli di vetriolo di piombo. Ho ricevuto diversi di questi cristalli, i più belli che si possano trovare sulla terra. Il minerale qui estratto contiene l’80% di piombo puro e sembra essere della migliore qualità che si trova nella valle mineraria di piombo in Carinzia. Qui mancano totalmente le forze naturali, intendo acqua, vento e fuoco, per macinare e sciogliere il minerale bisogna trasportarlo a Cagliari o a PORTOSCUSO da dove viene spedito a Marsiglia per essere lì lavorato.

I carri utilizzati per questo trasporto sono della stessa costruzione primitiva di quelli che ho incontrato, carichi di arance, per le strade di Oristano. Le ruote, ricavate da un unico blocco grezzo, sono tutte storte per l’uso. I buoi trascinano questi equipaggi e non aiutano a migliorare la strada già molto accidentata; lo scricchiolio di questi carri resterà sempre impresso nella mia memoria.

Carico di tesori avvolti nella mia coperta, sono tornato a Iglesias dove li ho messi in una cesta per consegnarli alla diligenza che fa servizio tra Iglesias e Cagliari. La sera ho incontrato il signor Keller che gentilmente mi invitò a prendere un tè.

Trovai a casa sua la moglie, milanese di nascita, che non parlava una parola di tedesco, e diversi signori dell’industria mineraria; tra loro c’era un francese, che aveva vissuto in Messico; paragonò questo paese alla Sardegna e scoprì che erano molto simili per l’abbondanza di cactus e per l’indolenza degli abitanti. Un giovane servitore indigeno ci servì il tè; non ho mai visto niente di più bello, di più attraente, né prima né dopo, del viso di questa giovane ragazza. Il signor Keller mi regalò diversi minerali preziosi, raccolti da lui stesso, ad esempio una spatola di calcite dalla forma di un romboide perfetto e di circa otto centimetri di diametro, di un bianco immacolato. L’ho depositata insieme a dei solfati di piombo nel gabinetto mineralogico dell’Università di Heidelberg.

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Trentaquatresimo giorno 13 aprile – Da Iglesias a Cagliari

Dopo aver pagato il conto dell’ostello, che era piuttosto alto, ma proporzionato alle attente cure ricevute, bisognava ripartire. Non era facile, visto il labirinto di vicoli, il mucchio di spazzatura e i muri del giardino che mi circondavano. Seguivo ciecamente la strada che mi sembrava andare verso est; ma fu un errore, perché avevo appena superato le ultime case che il sentiero cominciò a salire.

Vidi allora arrivare un pastore seguito dal suo gregge, che il mio cavallo mise in fuga. Il pastore, seccato, mi chiese con tono scontroso dove andassi; alla mia risposta si mise a ridere e mi disse che per andare a Cagliari dovevo passare per il castello; poi, rivolgendosi ad alcuni passanti, espresse il suo stupore nel vedermi viaggiare così solo. Dopo avergli dimostrato che fino ad allora non mi ero comportato così male, ritornai in albergo per prendere una giovane guida che finalmente mi mise sulla strada principale. Tutte le siepi di Opuntia, dietro la città, erano ricoperte di Vicia lutea in fiore.

Sceso da cavallo, raccolsi dal prato molte belle piante. In una sosta tra Siliqua e Iglesias, Myosotis versicolor sotto i cespugli di Pistacia lentiscus, e nelle vicinanze Pyrethrum Myconis dai fiori bianchi stellati. Presi splendidi campioni di Lupinus hirsutus, Orchis papilionacea, Ophrys speculum, Anagallis phœnicea e Anemone hortensis dall’erba.

Due contadini, intenti ad arare un campo lontano, accorsero per osservare da vicino la mia strana persona e la mia non meno straordinaria occupazione. Stupefatti, mi guardarono mettere le piante nella carta e mi chiesero se era per la farmacia, cosa che confermai con un cenno. I modi cavallereschi, il cordiale addio di queste persone coraggiose, vestite in camicia e pantaloni, mi sorpresero.

A Siliqua io e il mio cavallo consumammo il nostro pasto; la locanda è solo una casa di contadini, ma lì si trova cibo, pane, formaggio, salsiccia e, come ovunque, vino di ottima qualità. Portai via da Siliqua Trifolium resupinatum L. e Allium nigrum.

Passato Decimomannu, il mio cavallo, che già mostrava un po’ di stanchezza, inciampò pesantemente due o tre volte, poi improvvisamente cadde a terra; se non si fosse alzato subito, sarei passato sopra la sella. Avendo espresso i miei timori ai carrettieri che tornavano dopo aver guidato un convoglio di piombo a Cagliari, mi rassicurarono con questo assioma “che un cavallo così, grande come un diavolo, non deve stancarsi”. Infatti la mia bestia poi superò facilmente l’ultima tappa e accelerò il passo man mano che ci avvicinavamo a Cagliari dove arrivammo ​​alle nove.

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Trentacinquesimo giorno 14 aprile – A CAGLIARI

Trascorrevamo l’intera giornata ad essiccare piante e a scrivere lettere.

Trentaseiesimo giorno 15 aprile – A CAGLIARI

Ero ancora occupato ad essiccare le piante. Nel pomeriggio sono andato a fare una passeggiata con MM. Tunai e Léonard Naudin, commesso viaggiatore proveniente da Parma, per conto di una casa di Vienna.

Abbiamo visitato il teatro estivo dove si esibivano parte della compagnia di attori che alloggiava nel mio albergo. Il teatro estivo ha tutta l’aria di uno di quei circhi che riempiono le nostre piccole città durante le fiere. I sedili sono realizzati in assi nude e solo i palchi laterali hanno il tetto. L’orchestra, una banda del reggimento, era piena di grancasse e tamburi; una vera banda di giannizzeri, sei suonatori di corno che commettevano i più gravi errori contro le regole dell’armonia.

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Trentasettesimo giorno 16 aprile – ESCURSIONE ALLE SALINE

Nel pomeriggio di quel giorno partii con il signor Allis per una gita alle saline. La maggior parte della nostra caccia alle erbe si svolse in un prato vicino alle saline, coperto da un ricco tappeto di fiori. In un luogo brullo trovammo prevalentemente Biphora testiculata e B. sylvestris in un luogo sterile. Poi Sideritis romanus, Althea hirsuta, Bartsia trixago, B. apulum e B. latifolia, Nigella damascena, Ononis reticulata, Anthyllis tetraphylla. Inoltre, abbiamo spesso trovato in spazi molto limitati in questo prato una Phelipoa ramosa, con fiori blu: gli steli, che raggiungevano da quattro a cinque pollici di lunghezza, erano ricoperti di fiori fitti.

Trentottesimo giorno 17 aprile – VIAGGIO A GENOVA

Era arrivato l’ultimo giorno del mio soggiorno; dovevo lasciare questa bellissima isola nel momento in cui la sua flora stava raggiungendo il suo apice. Con il cuore triste mi diressi verso Monreale dove c’è una splendida vista sulla città e sul golfo. Sullo sfondo si ergono i monti che delimitano a ovest gli stagni cagliaritani. A sinistra il promontorio della Scaffa, il mare e le colline lungo la costa, immersi nelle tonalità più sublimi. Ho cercato, attraverso uno schizzo, di conservare un ricordo fedele di questo panorama.

Alle sei di sera, dopo aver congedato i miei nuovi amici, mi imbarcai. Il signor Allis mi accompagnò al piroscafo, dove trovai insediata un’intera compagnia di Tunisi: due mercanti con le loro famiglie, tra cui il signor Andrea Magliano e la signora Marie Tangris e sua figlia Fanny, signore tedesche stabilite a Trieste. La ragazza, ingaggiata dall’Opera di Milano, aveva dato con successo importanti rappresentazioni a Tunisi. Lì ebbe il piacere di conquistare il segretario del console inglese. Ebbi molto piacere parlare con queste gentili signore. Le notizie da Tunisi mi interessarono moltissimo, tanto che rimpiansi profondamente di non aver mosso i miei passi in quella direzione.

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Trentanovesimo giorno 18 aprile – SUL MARE

Favoriti da un tempo splendido, navigammo su un mare il cui azzurro rivaleggiava con quello del cielo. Non potevo appagare i miei occhi con lo spettacolo delle increspature vellutate che la nostra nave tracciava nelle limpide onde. La costa della Sardegna, che sfioravamo, ci si presentava con la sua costa ripida e rocciosa, tagliata da baie con montagne verdi che si stagliavano in lontananza. Qualche chiazza di neve si vedeva in lontananza, sulle pendici del Gennargentu, la vetta più alta dell’isola.

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