Escursioni archeologiche sull’altipiano di Buddusò

Monumenti preistorici della Sardegna

di Giovanni Battista Demelas →

Ozieri, Tipografia Michele Camoglio, [1950]

Nuchis, foto di Oberto - Wikimapia

Fonte sacra su di una rocca nuragica

In una sinfonia di verde, dalle ombre cupe del cisto alle tonalità grigiastre degli elci e delle quercie sughero, a 892 metri sul livello del mare, si erge, con un affastellamento di massi granitici, da ogni parte cadenti a brusca scarpata, il monte Olólviga. Sorge solitario e triste sull’altipiano di Buddusò, a 9 km. dal paese e a 2 km. dal nuraghe Loelle, presso cui, due volte al giorno, mattina e sera, passa l’auto corriera Tempio-Bitti.

Nell’ultima forra, a dolce pendio, della tricuspide vetta, si abbarbicano tenacemente alcune ombrellifere, ricche di fogliame, proiettanti la loro ombra su pietre, massi, blocchi, che rimangono da secoli allo stato di romantica rovina. Sono i ruderi del nuraghe Olólviga in cui si notano avanzi disordinati, ruinosi e impraticabili, di un vero e proprio recinto fortificato intorno al quale un tempo, nell’epoca preistorica, si accentravano tutte le fasi e funzioni della vita sociale primitiva, dalla difesa comune, al tempio, alla tomba.

In mezzo a tanti dirupi, franamenti e avanzi, rimangono segni di costruzioni nuragiche, si scorgono recinti di grossi massi a struttura poliedrica, disposti con molta regolarità, si notano fondamenta di abituri a pianta circolare, argini e sbarramenti e sotto il potente strato di materiale di gettito con abbondante terriccio, stanno, sepolti nell’oblio, i sotterranei in parte mai esplorati, un tempo forse adibiti per camere di abitazione per il corpo di guardia, o per la servitù, oppure per sale di giustizia o di armi.

Ad Olólviga si conservano tracce non indifferenti della preistoria sarda, indizio di permanenza e di dominio a lungo di genti bellicose ed ardite.

Qui le ondate fenicie e di altri popoli invasori, s’infransero contro le innate virtù militari della salda stirpe sarda che segno, fin dai conati oltremarini di Shardana, segni indelebili di forza, di fede e di gloria.

In questa rocca inespugnabile resisteva lo eroico drappello dei “sardi pelliti e mastrucati” che furono fra gli ultimi a cedere alle armi romane invadenti dalle due basi di colonizzazione di Olbia e di Turres.

Qui in seguito a ripetuti avvenimenti bellici, dobbiamo supporre l’esistenza di qualche “Vicus” (quartiere) o “mansiones” (dimore) erette da comandi militari alle dipendenze dell’imperatore Augusto.

L’intervento diretto di Augusto nell’amministrazione della Sardegna consta da una pietra miliare rinvenuta tra Fordongianus e Busachi, in cui si accenna all’opera svolta dall’imperatore per la costruzione e il restauro di una strada romana (anno 766-67 di Roma) che si addentra lungo il fiume Tirso.

Nello stesso altipiano di Buddusò si notano tracce della via Olbia-Caput Tyrsi e di ciò abbiamo anche un vago indizio nel nome di Olólviga, corruzione lontana forse, del nome latino “Olbiæ via”.

Presso alla superficie dei cumuli dei detriti, nell’ultima escursione, rinvenni un ripostiglio di pietre rotonde e pesanti, d’un colore neromarrone di varie dimensioni e di ignota provenienza. Erano armi di difesa che servivano per essere lanciate a mano libera o con la fionda contro i nemici invasori.

Scavatori clandestini dell’età moderna, frugarono malamente buona parte dei ruderi e dispersero non poco materiale archeologico della massima importanza.

È a questa deplorevole ma irrefrenabile smania del tesoro infiammata da tutta una serie non interrotta di fiabe, di leggende e di menzogne che si deve la rovina di questi ruderi.

Accanto allo sfacelo di tante rovine infrante e pericolose, sparse alla rinfusa nella punta più alta dell’alpestre monte di Olólviga, sorge, avvolta nel mistero sacro e impenetrabile, una fonte sacra, coeva al nuraghe. È la “Fonte della Salute” da cui scrittori e geografi antichi e moderni, fanno, impropriamente, scaturire la sorgente del Tirso.

L’acqua racchiusa in una breve conca scavata in località ristretta, su di un blocco granitico, è coronata da un gruppo di scogli trachitici e di dicchi di lava basaltica di un grigio pumbleo che fa pensare all’acciaio temprato. Sotto il bacino che strapiomba, senza spacco e fenditura, gocciola un cadenzato stillicidio che s’infrange sulla roccia sottostante e sembra scandire la fugacità del tempo.

La ubicazione elevata della fonte, la sorgente che per vie secrete, tra meandri sconosciuti, alimenta la vasca; la ritmica caduta dell’acqua a gocciole e i massi sovrapposti che si stringono con amplesso ampio e protettivo, attrassero i nuragici con tutta la loro compagine di una e più tribù affini, e di quelle manifestazioni, per loro divine e sopranaturali, ne fecero un centro religioso, un santuario comune.

Nella parte superiore del masso che protegge le acque dal vento e dai raggi del sole, vi è un incavo che lascia uno stretto orlo tutto in giro, appresso vi è aperta un’altra cavità tronco conica, circondata da un alto orlo, slabbrato da un lato. È l’ara per i sacrifici con i debiti bacili, evidentemente destinati per lo scolo delle libazioni e del sangue delle vittime sacrificate.

Qui i gruppi di popolazioni proto sarde, collegate da vincoli famigliari e religiosi, cementavano e rinnovavano le fraternità intime attraverso alle successive generazioni. Qui l’acqua sanatrice dei morbi, vivificatrice degli animi, fecondatrice dell’arido suolo, purificatrice di un fallo e di una colpa, diveniva lo strumento del dio liberatore; ed i sacerdoti e le sacerdotesse, a questa fonte, satura di misteri, ed emanante potenze occulte, avranno compiute anche le rituali cerimonie ordaliche.

I secoli si succedono e sfumano come per incanto…

Oggi dove passò tanta vita nuragica e imperiale, regna il silenzio: sembra che intorno tutto taccia per rispetto a quella grandiosa rovina e si prova come un senso di arcano sgomento. Solo rimangono alcune reminiscenze di cerimonie rituali.

Quando gli antichi pellirossa, selvaggi indiani, giungevano alle rive di uno dei laghi del Nord-America, facevano delle generose offerte alla divinità ignota che vi risiedeva.

Tenner racconta di aver visto un indiano gettar nelle acque prima la pipa, poi il tabacco, indi gli altri ornamenti del corpo, infine quanto aveva con sé.

Analoga inveterata consuetudine, è abbarbicata anche oggi negli abitanti dei paesi limitrofi a tutto il territorio dell’Altopiano di Buddusò.

I pellegrini che, anche ai nostri giorni, affluiscono alla “Fonte della Salute” son soliti depositare in quelle acque, giudicate il toccasana di tutte le malattie, anelli, bottoni, braccialetti, crocefissi, grani di rosario, fermagli, medaglie, monete, orecchini, palle e pallini da fucile, spilli e spilloni crinali, e, non possedendo altro, anche semplici trame di vestito e pezzi di legacci e di correggie. In uno con questi oggetti, tutti gli offerenti credono, con viva fede e dolce speranza, di depositare i loro acciacchi, le loro disgrazie, tutte le loro sofferenze morali e sventure di ogni specie.

Fatta l’offerta, più o meno generosa, ha luogo la partenza che s’inizia con un segno di croce tracciato sulla fronte col pollice della destra bagnata d’acqua attinta dalla fonte prodigiosa.

La via del ritorno, per consuetudine precettiva, dev’essere assolutamente diversa da quella meno faticosa della salita e ciò per evitare di incontrare e di riprendere per strada i mali già condannati a morir soffocati.

Tutti, non esclusi neppure i ladri di professione, avvinti da un timore riverenziale, rispettano le offerte, fermamente persuasi che solo per i sacrileghi ed i profanatori è riservato, inesorabilmente, il contagio dei mali annessi agli oggetti depositati nel bacino.

La sorgente di questa fonte non è perenne, ma dissecca per un periodo di tempo che va dagli ultimi di maggio fino alle prime acque di autunno.

Nei cumuli di rovine affiancate alle rocce protettrici del sacro speco, si notano delle pietre a forma di piramide con tracce di lavorazione di evidente carattere sacro: simbolo di fecondità e di scongiuro.

In tutta la Sardegna conosciamo vari santuari nuragici, alcuni dei quali in località elevata e dominante un vasto territorio, come quello di Mazzani nei monti di Villacidro a m. 700, quello di Santa Vittoria nella Giara di Serri a m. 600, quello di Santa Lulla di Orune a m. 500, tutti con sacre fonti.

Sono templi ipetrali richiamanti il culto ad una concezione divina di carattere celeste, signora del cielo e delle forze cosmiche del fulmine, della luce, del sole e delle tempeste.

Dall’alto del monte Olólviga si spalanca un panorama incantevole, imponente e suggestivo, donde lo sguardo può spingersi lontano e dominare un vasto orizzonte circoscritto dall’anfiteatro dei monti più alti della Sardegna.

La visuale panoramica offre all’ammirazione dei suoi visitatori, la sua imponente grandiosità.

Tra cresta e cresta si aprono lungamente protese, la vallate apriche, ricche di bei quadri scenografici: promontori, solenni nelle loro asprezze, che si snodano a raggiera, con numerosi tentacoli irti di vette mansuete ed arcigne, battute dal vento; sorgenti di acque cristalline fresche leggere e perenni; fiumi ricchi di anguille, di trote, di piante acquatiche belle interessanti ed utili; boschi scendenti con processioni di tronchi diritti, curvi, contorti e solenni; boscaglie di arbustacce ed arboree sempreverdi, nelle quali prevalgono l’elce e le querce sughero, fonte di inesauribili ricchezze; aridi e brulli massi granitici del color dell’ossame dissepolto, ove le volpi scelgono le loro tane; macchioni spinosi e fitti, asili sicuri di cinghiali; selve selvagge, aspre e forti, dimore preferite dei mufloni; intricati sentieri fiancheggiati da rovi e da vegetazioni silvestri; estese zone, a macchie basse, in cui le pernici fanno sentire il caratteristico loro canto come baci scoccanti.

Spingendo lo sguardo lontano sul mare di Olbia appare profilata sull’orizzonte, come galleggiante sull’acque, l’isola di Tavolara, più a sinistra sfumano sul cielo di cobalto le ultime creste dei monti della Corsica; poi armoniosamente circoscrivono tutto intorno la imponente grandiosità pittorica: il Limbara di Berchidda, monte Zintu di Alà dei Sardi, Lerno di Pattada, Su Sassu di Ozieri, Monte-Rasu di Bono, il Gennargentu, Monte Gonare, i monti di Dorgali, monte Albo di Lula, Sa Pedra Bianca di Berchideddu, monte Nieddu di Padru.

È un mirabile succedersi di quadri capaci di saziare il più romantico dei viaggiatori.

All’aspetto del bello e dell’orrido, presi dall’incanto della natura che intenerisce l’animo con le sue voci dolci come un canto idilliaco, si diventa poeti.

In comunione con la terra, con gli alberi, con le acque, coi giochi di luci e di ombre, col venticello blando che sfiora il viso come la carezza di una mano amica, si vive in serena letizia.

Centro nuragico e cittadella romana

L’esercizio di caccia stava per chiudersi; sull’altipiano di Buddusò, a 7 chilometri dal paese, vagavo come proscritto, in cerca di selvaggina. Avevo già tolto il guinzaglio dal collare dell’Annunziata che mi precedeva annasando il vento infido ed imbracciavo il fucile pronto all’assalto e predisposto alla mira. Molte pernici, numerosi spari, però pochi bersagli. Mi ricordai di essermi incontrato all’uscita del paese col becchino. Il nonno mi avrebbe detto: iettatura, figlio mio, iettatura!

Intanto l’atmosfera bigia e fredda, in una cortina di malinconia, incominciava a sciogliersi in piccole lacrime di pioggia leggera e silenziosa che, in ricami d’aghi di argento si rovesciavano sulla campagna immalinconita e spoglia, come pianto sull’anima.

Mentre i sensi si chiudevano e stille di raccoglimento gocciavano sul suo cuore, il sole apparve sull’orizzonte, l’acqua cessò come per incanto e gli uccelli cinguettavano allegramente con melodie patetiche e soavi.

Giunsi vicino al fiume Tirso, nella bassa pianura del territorio comunale “Su Campu” e propriamente nella località detta “Sos Muros” così chiamata, da tempi a noi molto lontani, per i numerosi avanzi di muri di antichissime abitazioni già distrutte dalla mano dell’uomo e dal tempo.

Su quei detriti mi soffermai ritto come una statua, e soggiogato da una strana solitudine, mi sentii spinto a meditare senza volerlo, anzi senza neppure accorgermene.

Qui esisteva una importante stazione di età romana, erede di un centro preistorico, degno, come gli altri centri isolani, di metodica esplorazione.

I ruderi nuragici, non mai esplorati scientificamente, né mai menzionati in pubblicazioni paletnologiche, fanno rivivere ore di lotta, di ansie e di terrore.

In questo ambiente pittoresco e misto di ameno e di selvaggio, ove, anche i romani avevano fatto poi uno dei loro centri principali, rivivono le varie scene gloriose, meste e tragiche del tempo.

Della cittadella, tutta nascosta nella vegetazione, esistono cumuli di rovine, evidentemente di piccole costruzioni, capannette o recinti di scarso diametro che dovevano costituire un agglomeramento di abitazioni di cui ora non è facile, senza ingenti lavori di sgombero, distinguere né il numero né i limiti.

Nell’esaminare questi cumuli di pietre si può distinguere nettamente la base di costruzioni di pianta circolare, composta di grossi elementi murati senza malta, con la tecnica nuragica, a corsi abbastanza regolari e con lieve aggetto, non destinati a sostenere una cupola ma una copertura lignea, i cui modelli sono imitati ancora attualmente dalle capanne a pianta circolare dei pastori delle nostre campagne.

Evidentemente l’ossatura era costituita da pali piantati in giro alla periferia e riuniti in alto a fascio, ricollegati da filagne o da intrecci disposti orizzontalmente. L’incurvatura determinava la forma delle pareti ed insieme ne costituiva anche la copertura. La tradizione confermata da. Vitruvio, Làvio e da Jordanella “Topographie der Stady Rom”, attestano che le case abitate da Romolo erano rotonde, con ossatura di pertiche e pali, ricoperti di strame.

Tra le macerie affiora anche un tratto di muro abbastanza lungo da cui se ne diparte un altro obliquamente separando due vani di forme irregolari: resta anche un breve tratto della parete al punto di attacco del muro principale. Era forse una specie di tettoia.

Il bestiame sembra fosse originariamente la principale ricchezza degli abitatori della Sardegna: poiché il bestiame non poteva rinchiudersi nelle piccole case di abitazione, sufficienti appena a fornir ricovero ad una famiglia: intorno al tugurio dobbiamo quindi supporre almeno un recinto, in cui durante la notte, si potessero porre gli armenti al riparo dalle volpi, dai ladri e dalle intemperie. Ad ogni modo sulla natura di questi recinti siamo completamente al buio, cosicché dobbiamo a loro riguardo attendere luce da scavi accurati prima di avanzare inutili ipotesi.

Un grandioso cumulo di pietre sconvolte lascia scorgere una piccola parte di una torre nuragica, costruita con grossi blocchi a corsi regolari e con lieve aggetto.

Quando è stato edificato era forse il momento in cui gli sforzi di penetrazione degl’invasori nemici divennero minacciosi, ed era più che necessaria una rapida fortificazione per difendere il borgo da una coesione militare superiore alle loro forze. Il maniero serviva di posto di guardia e di vedetta donde si poteva sorvegliare la cittadella, la valle, i colli, il corso del Tirso e la via saliente de “Sa Piga” sul cui vertice spicca la tomba di gigante che domina la grandiosità solenne del panorama.

Si osservano ancora avanzi incerti di muri che in qualche parte presentano uno straordinario aspetto di robustezza, altri circolari od ovali accostati gli uni agli altri, disposti a file orizzontali eseguiti con pietre anche di piccole dimensioni.

Vi si trovano sparsi al suolo alcuni blocchi di basalto discretamente lavorati nella faccia a vista e con le altre facce rozzamente smussate, altri presentano una diligente squadratura convessa e mostrano di aver fatto parte di un edificio curvo o forse anche circolare. Molte pietre di una simile lavorazione e della stessa forma vennero rinvenute nei nuraghi del Sinis e nel recinto del nuraghe Losa, presso Abbasanta e tutto intorno al nuraghe Lugherras, presso Paulilatino.

Altre pietre di piccole dimensioni, sono disposte a file orizzontali, di cui la più bassa sorge dalla fronte del muro e costituisce una specie di zoccolo. Vi si nota anche una specie di lastricato fatto a placche di granito poligonali, non grandi né perfettamente connesse che accenna chiaramente ad un’accurato studio di drenaggio, data la sua inclinazione.

Il villaggio nuragico, a mio avviso, è uno dei più vasti di quelli esplorati a Serrucci di Gonnesa, a Santa Vittoria di Serri, a Surbale di Teti e ad Arvu, presso Gonone in quel di Dorgali, ed era della massima importanza per la sua posizione, per l’ampia veduta, giacché dominava il vallone, il solco del fiume, il pendio del monte, le vie che si rivelano ancora incise dal secolare passaggio di uomini e di armenti, e le falde e gli accessi dell’altopiano.

A fior di terra appaiono tracce di fondazioni di altri edifici indefinibili, apparentemente di epoca non molto posteriore alla nuragica, benché di esecuzione più trascurata. Vi si notano anche ruderi romani che sembrano aver sostituito l’edificio preromano con la medesima destinazione.

La cittadella nuragica era prima un nido di falchi posto a guardia di un valico e di un passo obbligato per contendere la via all’invasore.

Qui anche il forte nucleo dei fieri montanari tenne duro, e si conservò rigidamente fedele alle forme della sua vita e non tollerò penetrazioni né di uomini, né di materiali stranieri entro le sue rozze capanne. Quando col succedersi degli anni, il passo è stato forzato dalla violenza dell’invasore, il villaggio messo a dura prova, cadde in rovina. La vita che sembrava già spenta rifiori con altro ritmo e sotto altre insegne. L’inesorabile avanzata dell’impero romano dopo la conquista vi lasciò tracce della sua civiltà.

Stando alle affermazioni di Dione, la Sardegna, nel 759 di Roma, in seguito ad una grande rivolta non ebbe più magistrati e senatori ma eserciti od ufficiali dell’ordine equestre. L’imperatore Augusto, sedata la ribellione, con l’aiuto del figlio Tiberio avocò a sé il diretto comando sotto comandanti militari alla sua dipendenza. L’isola rimase sotto la dominazione augustea per tutto il suo regno, e anche dopo la sua morte, fino all’impero di Nerone. L’intervento diretto di Augusto nell’amministrazione dell’isola consta, come si è detto nel capitolo precedente, da una pietra miliaria rinvenuta fra Fordongianus e Busachi, in cui si accenna della opera svolta dall’imperatore per la costruzione ed il restauro di una strada romana (anno 766-67 di Roma) che si addentra lungo il fiume Tirso. Per ridonare la pace all’isola fu allora che si istituirono le “mansiones” cioè posti militari, collocati nei punti strategici per tenere a freno le popolazioni bellicose facili alla rivolta. Alle “mansiones” seguirono il “vicus” e la “villa”. Una iscrizione romana dell’età di Augusto rinvenuta presso le terme del “Forum Traianum” ove attualmente trovasi il paese di Fordongianus, attesta in Sardegna l’esistenza anche delle “Civitates Barbaria” cioè città dei barbari o barbaricini.

Con la nuova organizzazione si ebbero strade, ponti, templi, istituti ed una maggiore civiltà.

Intorno ai cumuli di detriti, nessun muro di cinta difendeva e rafforzava, a quanto potei segnare, la borgata, difesa nel nascondiglio dalla sua posizione e dal solco profondo e tortuoso del fiume Tirso.

Però la cittadella ebbe nell’età imperiale il suo massimo sviluppo. Restano indiscutibili avanzi di costruzioni non solo preromane ma anche romane.

In quel punto ove la pendice scende non molto rapidamente calando con una costiera dolce rivestita di siepi, sono segnati i resti di una via romana, forse l’Olbia-Caput Thirsi che da Telti si distaccava dalla strada Olbia Calaris e Olbia-Turris Libisonis (Porto Torres).

Di questo braccio stradale di cui fa menzione Antonino nella “Geogr. Ant. dell’isola” ne abbiamo anche un vago indizio nel nome di “Olólviga”, dato ad una località dell’altopiano, che ritengo corruzione lontana del nome latino “Olbiæ via”. Anche il P. Angius nel “Dizionario Geografico degli Studi Sardi” suppone la stazione del Caput Thirsi sull’altopiano.

Dov’è possibile vedere la struttura dell’antica strada vi è una crepedine di grandi lastroni di granito allineati con molta cura. Vicino agli scorci dell’antica via romana, che ebbe sopratutto valore strategico militare, fatta a pesanti lastroni poligonali, a ciottoloni e blocchi aventi forme irregolari, si trova anche una parte della strada preistorica. Questa seconda strada a differenza della prima, è stretta. Ai lati le pietre più grosse, larghe e sottili, sono piantate verticalmente e dentro a questa specie di cassa vi sono delle pietre che formano strati sovrapposti. La struttura caratteristica di questa strada esclude il dubbio che si tratti di un muro che servisse come cinta per dividere i poderi. Forse questa è la strada più antica che ora si conosca in Sardegna.

Nella stessa località vi è anche un pozzo sacro, una tomba di gigante ed una necropoli di cui separatamente parlerò in appresso.

Un accurato esame potrà condurre a nuove osservazioni, e servirà a risolvere vari dubbî e a correggere inesattezze.

Il pozzo sacro di Sos Muros

La località “Sos Muros” sull’altopiano di Buddusò, procura i più dolci godimenti dello spirito. La bellezza e la varietà delle linee dei suoi monti, delle sue valli, l’aspetto pittoresco delle rovine antiche, lo splendore della luce, la infinita gradazione delle tinte onde le cose si colorano, offrono al viaggiatore spettacoli che lo fanno passare di meraviglia in meraviglia. I suoi monti non hanno una fitta capigliatura di alberi di alto fusto, le sue valli sono sassose, le colline coperte di sterpi, le piccole pianure, chiuse entro una cerchia di monti, hanno il dono della bellezza ma non quello della fecondità.

Quando per la seconda volta andai ad esplorare quella località, vi trovai un servo pastore che guidava al pascolo i suoi armenti. Aveva due occhi neri come il carbone, una barba rada ed incolta, un lungo berrettone che gli scendeva sulle spalle, un paio di pantaloni unti e bisunti, logori dall’uso, e un corpetto che gli era così largo e così cascante dalle spalle e sul ventre, da far pensare, a chi guardava, che egli fosse dimagrato della metà, dacché il sarto gli aveva preso addosso la misura.

Dopo di esserci salutati cordialmente lo pregai di accompagnarmi al pozzo “de Sos Muros”. Si scosse come per scacciare una maligna tentazione, alzò il braccio destro all’altezza degli occhi e col dito sporco, dall’unghia listata in nero, mi additò un punto dicendomi: È là, vada pure ma io non ci vengo. È pieno di biscie ed io le temo terribilmente.

Mi pregò di non proseguire oltre e di tornare dietro i miei passi scongiurandomi di non fidarmi troppo in quella zona pericolosa, quotidianamente battuta da persone poco scrupolose. Ci salutammo con la medesima cordialità usataci nell’incontro ed ogn’uno partì per il suo verso.

“Sos Muros” consacrato da una comune venerazione ebbe, agli occhi di una gente primitiva, l’indiscusso primato di un centro di culto.

Il tributo di venerazione che si rende alle acque tanto in sorgenti come in caverne, si manifesta con tanta evidenza ed importanza da escludere che esso sia un fenomeno d’importazione e da ritenerlo invece patrimonio fondamentale della stirpe sarda.

Il pozzo sulla pendice del monte, a dolce e regolare pendio, solcato da sporgenza, è di modeste dimensioni, ma in compenso, la costruzione è assai accurata. L’edificio fu eretto di getto, secondo un piano prestabilito e secondo una tecnica già tradizionale. Le pietre sono collegate strettamente nei vari filari di cui si compone la costruzione.

La messa in opera del materiale è abbastanza accurata, il materiale consta di parallelepipedi talora di grandezza rispettabile, talora piccole quando cioè servivano a riempire un vuoto rimasto tra i margini. I piani di attacco sono assai aderenti. Il pozzo che attualmente è coperto da una cortina di sterpi, è di forma leggermente conica. Per ottenere l’inclinazione totale del paramento esterno, i conci dei filari sono disposti con la faccia inclinata verso il basso e ciascun filare si addentra di qualche millimetro dai massi del dorso inferiore.

Varcai la soglia dell’ingresso del pozzo e scesi per le scale nella penombra satura di muffa. Mentre scendevo sentivo tratto tratto uno sbuffo come quello di un cavallo quando si spaventa, una specie di fruscio che dava l’impressione di un battito d’ali accompagnato da una specie di zirlo acuto e tronco, simile a quello che fa il tordo.

Pensai alla presenza di qualche pipistrello che disturbato nel silenzio quasi tombale della sua quiete, svolazzasse attorno in cerca di salvezza.

Intanto la luce che pioveva nel sotterraneo dalla angusta buca d’accesso, diradò la penombra e così potei rendermi conto dell’ambiente.

Pipistrelli non ce n’erano però il solito zirlo continuava più intenso e anche da diversi punti. Aguzzai gli occhi e vidi, preso da una specie di timore riverenziale, affacciate tra gli interstizi dei massi che formano la parete, alcune biscie che avevano atteggiamenti diversi: di sorpresa, di disgusto e di rabbia. Di alcune forse ancora sonnolenti o in letargo, si vedevano solo le code lunghe sottili che penzolavano immobili. Altre, le più bellicose, aprivano la bocca, muovevano con impeto la lingua biforcuta e sbuffavano a scatti nervosi accompagnati da una specie di sprillio stridente. Ebbi paura, ero solo in mezzo a tanti inquilini prepotenti e di più rinchiuso nella medesima gabbia.

Mi misi a cantare, non certo per amore, e a batter le mani, non per applaudire me stesso, e le biscie spaventate più di me, si ritirarono in buon, ordine rintanandosi nei più profondi meandri dei loro sicuri ripari.

La porta d’ingresso al pozzo ha un poderoso architrave solidamente assicurato ai lati. L’andito presenta un modico allargamento alla base e si restringe alquanto verso l’alto, con un garbo accurato che quasi attesta una certa preoccupazione architettonica. Ha m. 0,85 di altezza. È larga alla base m. 0,90, la parte più stretta sotto l’architrave ha una lunghezza di m. 0,45, e costringe chi entra a curvarsi leggermente.

La scala accedente al piano inferiore è praticata nello spessore della cortina, come avviene per le scale delle torri nuragiche.

La scaletta è molto ripida, ma la vicinanza delle due pareti permette di appoggiarsi e di salire e scendere con maggior sicurezza. I gradini abbastanza stretti sono molto levigati dall’uso.

Il pavimento è interrotto da una infossatura, specie di bacino, scavato sulla viva roccia. Ha l’ampiezza presso a poco del vano della cupola e la profondità di m. 0,60. Questa vaschetta, anche nei periodi di siccità, rimane quasi sempre piena ed i pastori, anche nei nostri giorni, vi attingono l’acqua per bere. Nel periodo invernale, il liquido esuberante esce della porticina.

La cella del pozzo, a pianta circolare, ha il diametro di m. 1,70.

La parete interna consta di sei corsi di blocchi. Il tipo di costruzione è più regolare, dovuto ad una più accurata scelta del materiale e ad una maggiore diligenza nella disposizione dei corsi. Per meglio incatenare la muratura vennero impiegate grosse pietre appositamente preparate. Da tutto l’insieme risulta che i costruttori dimostrano una grande cura ed una tecnica agguerrita.

La volta è coperta non dall’aggetto graduale dei corsi ma da una specie di soffitto piano formato da due grandi lastroni di granito collocati sul corso superiore dell’architrave.

Tanto il tipo della costruzione come i materiali adoperati nel pozzo accennano chiaramente all’epoca nuragica.

Ora l’esistenza del tipo architettonico nuragico, sepolto in parte a custodire delle acque, l’accurata scelta dei blocchi granitici, la regolare disposizione dei corsi pianeggianti e della curva data alle pareti, lo studio tecnico usato nel collocare i blocchi degli stipiti e i massi formanti l’architrave dell’ingresso, ed il modo in cui termina la cupola, già di per se stesso, indicano che il pozzo era luogo riservato e sacro. Il tutto manifesta una divinità terreste e sotterranea, chtonia.

La struttura si connette e si associa al tipo dei templi a pozzo già conosciuti in Sardegna e specialmente a quello di S. Vittoria di Serri, di S. Millanu di Nuragus, di S. Anastasia di Sardara, di Funtana Coperta di Ballao, di Mazzani di Villacidro e quello di Perfugas che si trova entro l’abitato, i quali tutti sono da riferirsi al culto dei protosardi.

Ciò viene confermato anche dalla tradizione letteraria di Solimo, con Isidoro e Prisciano.

Nei templi a pozzo l’acqua era preziosa e sacra per le sue forze occulte e veniva raccolta con religiosa cura nella sua conca ipogea che formava il fulcro del luogo sacro.

A questo pozzo dove sgorgava l’acqua limpida, non priva forse di qualità e di attributi salutiferi, accorrevano devotamente le genti degli attigui altipiani per implorare la guarigione dei morbi e chiedevano giudizi e responsi.

Al pozzo sacro era annesso anche il pronao e l’ara. Il piano dell’esedra aveva la pavimentazione a lastre, con le facce lisciate alla martellina. Lungo le pareti del muro di cinta correva un sedile costituito da blocchi di pietra, spianati superficialmente. La lastra che formava l’ara per i sacrifici, aveva una scanalatura traversale, destinata per lo scolo del sangue delle vittime. Il liquido non veniva disperso ma raccolto con religiosa cura in una fossa scavata nella roccia.

La scala era una via di comunicazione non ideale, non tra il mondo infero e il superno, ma reale, ma richiesta dalla necessità di un rito che doveva svolgersi, per così dire, intorno a questi due poli: l’ara in capo alla scala e il serbatoio nel fondo.

Anche qui il sacerdote, scendendo dalla stretta scaletta alla penombra del pozzo, saturo di misteri, attingeva l’elemento prezioso e salutare.

In questa fonte emanante potenze sotterranee soprannaturali si saranno compiute cerimonie, solennità, feste e pompe attinenti al culto della loro religione. Anche qui avranno portato doni di guarigioni ottenute, e di giudizi e prove superate: avranno anche implorata la protezione del nume.

La cerimonia doveva forse prolungarsi per qualche tempo e richiedere una immobilità raccolta e devota com’è indicato dalla presenza del continuato cordone di sedili contigui, simili a quelli dei recinti del santuario di Serri e di Teti.

Accanto alla liturgia religiosa la cerimonia avrà avuto anche un concetto di una danza o di una musica sacra. Questo concetto viene confermato da un idoletto di bronzo, scoperto ad Ittiri, che suona la triplice tibia.

La zona “Sos Muros” della massima importanza archeologica, non fu mai esplorata scientificamente.

Un accurato esame potrà condurre a scoperte preziosissime che serviranno a far sparire dei dubbi e a correggere delle inesattezze. Pozzi di saggio potrebbero portare alla luce i preziosi tesori archeologici che le macerie, da millenni, nascondono indisturbate. [SI VEDANO QUI GLI SCAVI OGGI IN CORSO] – E SU Facebook  QUI   e     QUI.

Nuraghe Ruju [Si veda QUI]

Sulla larga striscia pianeggiante dell’ubertoso campo di Buddusò, situato ai piedi degli ondulati e framezzati contrafforti di monte Lerno, a tre chilometri dal paese, ergesi arcigo e tozzo, il nuraghe Ruju (rosso), che prende il nome dai licheni di color rosso-mattone che ne coprono totalmente l’ossatura esterna.

Nei tempi più remoti, in questa pianura erano solo boschi selvaggi e sterpaie e paludi e ghiaie alluvionali e terreni sbrigliati. Non esistevano strade né ponti, vi pascolavano solo gli animali selvatici.

Col succedersi degli anni, alberi, siepi e sterpi scomparvero a causa degl’incendi e della scure vandalica. In seguito tutta la zona, rasa al suolo, venne mano mano popolata da branchi di animali da pascolo, grossi e domestici, e si chiamò col nome Padru Oes (Prato dei buoi). Oggi questa meravigliosa pianura, bella come un giardino,

Il nuraghe si adagia su di un piccolo promontorio; è in parte smantellato all’occidente e diroccato verso oriente mentre tutto il resto si conserva in buono stato. La sua struttura circolare ha m. 11,40 di diametro e m. 5,60 di altezza. Il paramento esterno è costituito da filari orizzontali di pietre importate e grossolanamente sbozzate a mazza nelle facce esterne e nelle giunture. L’ingresso misura m. 1,70 x 0,80 ed è sormontato da un gigantesco architrave monolitico che non ha lucernaio.

L’edificio ha il solito angolo riposto alla destra del vestibolo: è la cosiddetta cella di guardia formata dal graduale sporgere dei blocchi delle pareti: ha l’area di m. 2,87 x 1,60, della profondità di m. 2,26.

L’interno del nuraghe è occupato da una ampia camera rotonda che presenta in faccia all’ingresso e nelle pareti laterali, tre nicchie o armadietti, dalla bocca di m. 1,18 x 0,70 e profondi m. 1,88, chiusi da una copertura a spiovente, formati da massi in contrasto, La volta, a giri concentrici, è ottenuta col digradare delle pietre, termina a cono schiacciato, smussato al vertice provvisto di terrazzo.

Le pareti interne, a differenza delle altre analoghe costruzioni, appaiono legate con malta già pietrificata.

Di fronte alla cella di guardia sbocca la scala che va al terrazzo; è ricavata nello spessore della muraglia con grande abilità, con gradini monolitici, discretamente regolari, che dimostrano ad evidenza, nella levigatezza dei gradini, la frequenza secolare del passaggio.

Il nuraghe aveva in origine un piano circolare di terreno battuto, cinto da mura ciclopiche di cui rimangono i ruderi.

Ai piedi di questo ciclopico maniero fu rinvenuta e purtroppo non potè essere salvata dal vandalismo una conca circolare di trachite analoga a quella che venne scoperta durante gli scavi eseguiti nel nuraghe Sant’Anna, presso Santa Giusta, nell’oristanese.

Nel 1927, durante i lavori di bonifica eseguiti nell’orto di mia proprietà, limitrofo al nuraghe, l’indefesso lavoratore Giovanni Mela Demontis, scoprì una piccola anfora metallica che ha la tipica forma nuragica a piccolo ventre e lungo collo, mono ansata e della capacità di oltre mezzo litro.

Il professor Taramelli, allora direttore del Museo Archeologico di Cagliari, in seguito ad un mio articolo pubblicato sul settimanale “L’Armonia Sarda” di Sassari, venne a Buddusò con lo scopo precipuo di esaminarla. La giudico della massima importanza archeologica, anche perché era l’unico esemplare in metallo esistente in Sardegna. Disse fra l’altro di trattarsi di un cimelio preistorico appartenente ai nuragici.

L’anforetta nel 1947 è stata da me regalata al Museo Archeologico di Cagliari per essere custodita sugli scaffali della sala “Età Protosarda”.

Non molto lontano dal nuraghe, verso oriente, sul terreno sparso di pietrame, affiorano fondamenta di piccoli recinti circolari che denotano la esistenza di un centro abitato.

Frammischiati alle rovine smosse che coprono alcune tracce di edifici antichi si notano ancora alcuni frammenti di stoviglie in terra cotta di carattere primitivo, evidentemente destinati ai vari usi domestici. Essi sono plasmati in argilla mescolata con tritumi di rocce per aumentare la coesione. In questo caso il figulo ha creduto opportuno di stendere con una certa cura, sulla faccia interna ed esterna, uno strato sottile di creta molto più depurata per rendere levigata la superficie.

Si notano frantumi marginali di vasi in terra chiara color cuoio dai quali malamente si comprendono le forme; cocci a superficie grezza e porosa, a pasta nera rivestita con una velatura color ocra e terra rossa, da una delle facce e da entrambe; residui di ceramica che è la consueta ceramica dei nuraghi; numerose anse a ponte più o meno robuste alcune delle quali punteggiate col punteruolo attorno ai margini. È notevole il fatto che molte di queste anse sono nettamente distaccate dai vasi di cui facevano parte, da cui si deduce che le anse si plasmarono separatamente e si applicarono ai recipienti già formati ed in parte asciutti.

Nel potente strato di materiale di gettito mescolate con abbondante terriccio si rinvennero anche alcune fusaiole.

I frantumi e i cocci di sì svariata suppellettile danno a credere e fanno pensare all’esistenza di un villaggio, di un agglomeramento di capanne, come si nota in altri centri nuragici.

Nonostante i millenni trascorsi e gli agenti dissolventi, gli oggetti preistorici, in questa zona, continuano sempre a veder la luce in occasione dei lavori agricoli che vi si compiono.

Se è da rimpiangere la furia vandalica degli scavatori clandestini, è pure sempre da esprimere la speranza di fare un giorno qualche saggio di esplorazione almeno in quella parte che è sfuggita alle ricerche dei cercatori di tesori.

Pure a breve distanza, fu scoperto un pozzo; la bocca presenta un’apertura regolare, le parti son rivestite di blocchi di pietre a corsi aggettanti. Il vano interno, il cui diametro va restringendosi dall’alto in basso, contiene un po’ d’acqua di infiltrazione che a mala pena copre lo strato assai spesso di detriti. Questo antico esempio di opere idrauliche è stato costruito per assicurare ai nuragici il prezioso elemento della vita.

A qualche distanza dal nuraghe esiste una regione chiamata, fin dai tempi più remoti: “Altaratò”. Questo nome che a prima vista fa venire in mente il Carneade di Manzoni, ha il suo significato e la sua interpretazione.

Hathor era il nome della dea solare egiziana, in origine concepita come la celeste residenza del dio falso Hor.

Hor era il dio giovanile dell’antico Egitto, simbolo del sole che nasce, considerato in seguito figlio di Osiride e di Iside, e più tardi inteso come dio del silenzio. Era rappresentato in figura di falco e tale è il significato del suo nome.

Il culto delle divinità che si coltivavano nell’Egitto si praticavano anche in Sardegna.

Una classe di antichità egizio-sarde, interessante e numerosissima, è costituita dagli scarabei (scarabeus sacer) del celebre naturalista svedese Linneo.

Gli oggetti trovati nel territorio ove si trovava la città di Tharros, hanno profondamente quel carattere promiscuo dell’elemento fenicio con quello egizio. Lo stesso dicasi delle barchette votive in bronzo rinvenute nel nuraghe Spiena in Chiaramonti e di altri cimeli trovati in vari santuarî nuragici della Sardegna.

Il terrazzo del nuraghe Ruju dà luogo di allargare la visuale e di godere l’imponente spettacolo della distesa del piano, dei promontori, dei colli, degli acrocori e dei monti. Piani interrotti da coltivi a dolci pendii, promontori di grossi conglomerati, eminenze chiomate da alberi di alto fusto, vette quasi totalmente spoglie di vegetazione, carreggiabili disagevoli, attraversate a quando a quando da scoscendimenti di diruppi. Si ammirano viottoli che si inerpicano con frequenti serpentine sul fianco del monte ove salgono e scendono i forti montanari per tagliare ceppi alle carbonaie, per guidare gli armenti al pascolo e per rendere fertili i magri terreni coperti di cespugli selvatici; un torrente, dal mormorio delicato come nenia materna, che immette le sue acque sul Riu Mannu il quale a sua volta, in silenzio, si stende sul piano come nastro serpeggiante. Bello il panorama di Buddusò che si estende sull’alto pendio formato dalle propagini del monte Ziu Garalu, e dai grossi conglomerati di Sulvale e S’Istría; la catena montana di Sa Serra, a doppio spiovente, ricca di annose querce rovere, il vertice pianeggiante di Lotteana, poetico e pittoresco, il vasto altipiano di Buddusò con orli montagnosi chiomato dal verde perenne dei folti sughereti; monte Olólviga ove i nuragici lasciarono tracce del loro passaggio e delle loro leggende e delle loro pratiche religiose; l’alto monte Sa Pianedda, suggestivo, desertico, in cui cresce incolta la vivida flora alpina, ed è asilo sicuro di muffloni e cinghiali.

Rosseggiar di aurore, sfolgorar di meriggi, notturni stellari, di sinfoniale bellezza, profumi d’erbe, tutto si gode dal terrazzo del vecchio maniero, lontani dal rumoreggiar del mondo, a contatto della nostra anima nuda, con le nostre poche gioie e con le nostre molte pene che, nel soave oblio pervase di perfetta letizia, si colorano di speranza.

Concludo con l’affermare che il nome di Altaratò vorrebbe, nel suo insieme, significare: Altare a Thor: ara dedicata a quella divinità egizia che simboleggia il sole.

Detta zona ancora inesplorata, cela tra i nodi di roccia e tra gli sterpi importanti scoperte archeologiche.

Nuchis, foto di Oberto - Wikimapia

Nuraghe Torroilè [si veda QUI]

Era d’estate. Camminavo sul terreno duro, arsiccio che non si frangeva sotto i piedi. Qualche lucertola sgusciava frettolosa fra l’erba, mentre gl’insetti lepidotteri ed imenotteri, monachelle ed api, volavano sui piccoli fiorellini di ogni mese, e passeri e fringuelli e capinere, saltellavano sui rami delle querce sughero e rompevano il silenzio con un cinguettio che diventava sempre più fitto ed assordante.

Anche il sole si frangeva fra le foglie degli arbusti sempre verdi che ondulavano al vento allietandosi di mille sfumature iridate.

Dopo tre quarti d’ora di viaggio, con partenza da Buddusò, sempre a piedi, arrivai al nuraghe Torroilè che sfida da millenni il dente edace del tempo. È situato sul granitico altipiano, non lungi dalla cantoniera Sos Vacos, a destra della strada provinciale che va verso Bitti.

Il maniero, visto da lontano, pare discretamente conservato, ma da vicino poco lascia capire della struttura interna.

Fu aiutato a cadere a maggiore comodità dei caprari che si servivano del rudere per sistemare mandrie e creare ricettacoli per capretti.

Lo spessore del muro è notevole ed è ottenuto con tre fascie con pietre legate da una disposizione alternata per il lungo e per la testata. La costruzione è più regolare delle altre analoghe ed è dovuta ad una più accurata scelta del materiale e ad una maggiore diligenza nella disposizione dei corsi. Il nuraghe va restringendosi a ciascun filare di massi, essendo questi aggettati gradatamente sino alla sommità della volta precipitata nell’interno della stanza circolare. Ha un diametro di m. 14,50 e l’architrave della porta di accesso misura m. 2,10 x 0,80.

Il ferrigno maniero, imperiale corona a vedetta di tutto quel territorio, nell’imponenza delle sue mura poderose, si mostra ancora cupo ed accigliato.

I mucchi di pietra sparsi tutto intorno fanno pensare ad una forma di convivenza sociale, ad una specie di colle fortificato o ad un piccolo villaggio di sudditi raggruppati intorno ad un capo.

Ai piedi del promontorio su cui si erge il nuraghe, scorre fra tortuosi anfratti il fiume Tirso le cui acque tremule scintillano ai vividi raggi del sole. Il mormorio delle acque si confonde col brusio delle foglie smosse dallo svolgersi di lievi ondate di aria che sale quasi costante dalla vallata.

Sebbene tanti e sì gravi eventi siano trascorsi dai tempi nuragici, l’aspetto complessivo di questa regione non è molto cambiato da tremila anni ad oggi. A marcio dispetto dell’incuria dei passati governi, la grandiosità, la solennità dello spettacolo che vi si gode lascia incomparabili impressioni in un’anima d’artista. Qui la natura si mostra più generosa dell’uomo. Accanto allo sfacelo di tutto il materiale detrico precipitato nell’interno del nuraghe, sulle rocce che hanno l’agilità del frastaglio ma la sodezza dei secoli, stende le sue braccia, qual nume protettore e vigile sentinella un albero, sulle cui fronde, i venti, sembrano ridestare tutto il tumulto del passato.

La parola Torroilè è abbreviata per via di sincope e vorrebbe dire: Torre Iliese e ciò induce a pensare non solo il nome ma anche le storia e la tradizione.

Tor, nome dato alla costruzione che generalmente si eleva molto dal suolo o al disopra di un edificio di cui fa parte, equivale a torre. Essa ha scopi diversi: di esplorazione, di difesa o di semplice abbellimento.

Tor in antico si chiamavano le montagne torreggianti. Questo nome lo troviamo infatti nel Tornalin, nel Valtornanche, e nella valle del Tor. Così anche in Torgnon, comune della provincia di Aosta, e in Tornellino, piccolo paese in quel di Cremona. La più grande tor naturalmente è il Cervino.

Altre tor domestiche si trovano nelle cantine dell’Italia settentrionale: sono caratteristiche costruzioni di legno, in forma appunto di torri che girano su di un perno alto e cilindrico che mette al riparo dei gatti e dei topi, i formaggi e i salumi che vi si conservano.

Iliese era un’antica popolazione indigena dell’interno della Sardegna.

Fu una delle più considerevoli tribù accampate nelle montagne più elevate del centro dell’isola.

Questo popolo battagliero, protetto dalle grotte scavate sull’orlo dei precipizi e nelle rupi meno accessibili, si distinse per il suo coraggio, spinto fino all’eroismo.

La necessità li indusse anche al saccheggio e alle scorrerie nei campi delle pianure vicine; possedevano greggi, vivevano di carne e di latte e si coprivano delle pelli di pecora.

Dalle fonti scritte, dalle ricerche archeologiche possiamo desumere le notizie che ci aiutano a formare un quadro abbastanza chiaro di questo lembo di popolo indigeno protosardo.

Gli iliesi ebbero a sostenere aspre lotte contro i cartaginesi, arditi nocchieri, organizzatori mirabili, che per metterli sotto il loro dominio pensavano di privarli di ogni mezzo di sussistenza: resero improduttivi tutti gli alberi fruttiferi e distrussero le messi.

Gli stessi iliesi opposero a Roma una lunga ed ostinata resistenza che non ha confronti che con quella opposta dai liguri e dai sanniti, e stroncata solo dopo lunghe lotte, dopo lo sterminio condotto con la fierezza dei metodi usati nelle conquiste romane sopra i vinti ribelli. Sotto il pretore M. Pinario, nel 181, i romani riuscirono non a spegnere ma a reprimere solo in parte la loro tenacia.

I romani afferma Diodoro Siculo con la loro forza guerriera tentarono invano, benché spesso di soggiogarli.

Sotto il comando di L. Aurelio Oreste si combatté la penultima delle guerre contro le popolazioni iliesi del centro dell’isola e sotto M. Cecilio Metello, i violenti attacchi, onorarono le armi romane ma testimoniarono l’ostinato e disperato amore di libertà della stirpe indigena sarda.

Il nome di Torroilè dato dai tempi che furono e perpetuatosi fino ai nostri giorni, al nuraghe dell’altopiano di Buddusò, oltre a confermare l’esistenza di questo popolo bellicoso, ci da certo indizio di permanenza e di dominio, a lungo perdurato in questa zona, di quelle genti sempre ardite ed intrepide, che furono tra le ultime a cedere di fronte alla penetrazione romana emanante dalle due basi di Olbia e di Turres.

Gli iliesi avevano scelto per fortezza il vecchio nuraghe e per centro abitato tutta la zona adiacente su cui ancora si trovano sparsi numerosi avanzi.

Alcuni autori confondono gl’iliesi, popolazione indigena della regione montana della Sardegna, con gli iliesi abitanti di Troia, antica città dell’Asia Minore, chiamata Ilio.

Silio Italico afferma che

Afflazere etiam et sedes posuere coactas

Dispersi pelago, post eruta Pergama Teucri. (Lib. XII)

Enea, valoroso difensore di Troia, abbandonò durante l’incendio, questa città che lo vide nascere e fuggi coi Penati e col vecchio suo genitore Anchise sulle spalle, conducendo per mano il suo figlioletto Ascanio.

Esule, in cerca di una patria nuova, restaurazione e continuazione dell’impero troiano, diresse, coi suoi pochi superstiti, le antenne verso l’Epiro.

Secondo alcune fonti, accolte dai romani e immortalate dall’arte di Virgilio, parte degli equipaggi, sbarcarono alle foci del Tevere nell’Esperia (Italia) e prese contato con l’antichissima Lazio, col suo re Latino e con le genti bellicose piene di amor patrio, e parte sopraffatti da una terribile tempesta e separati dalla flotta di Enea, approdarono in Sardegna.

Pausania dice che questi fuggitivi furono benevolmente accolti dalla colonia greca ivi stanziata, e, fusi insieme, formarono un solo popolo. Aggiunge anche che i barbari non ingaggiarono lotta né con gli uni né con gli altri, trovandosi a parità di forze dopo questa unione, ed essendo separati dal fiume Torsus (Tirso) allora in piena.

Anche Lamarmora nel Viaggio in Sardegna scrive che i troiani, rifugiatisi nelle montagne, vi si fortificarono e vi si mantennero a lungo sotto il nome di iliesi.

Tito Livio divide i popoli della Sardegna in “Sardorum et Illienusium”. Pausania afferma che i due popoli iliesi erano diversi fra loro, li nomina entrambi, li distingue espressamente e dice che gli uni abitavano la plaga alpestre di Olbia, mentre gli altri li da stanziati nelle pianure e nei siti fertili dell’isola.

Terroilè, il cui nome si perde nella notte dei tempi e si perpetua fino ai nostri giorni con una tradizione costante, ci parla col suo muto linguaggio oltre che della fugacità del tempo anche della convivenza in quel territorio di un popolo avventuriero, chiamato iliese.

I primi benemeriti ricercatori e studiosi, che nel passato secolo trassero dell’immeritato oblio l’isola di Sardegna, non ebbero contezza alcuna di questo nuraghe che reputo della massima importanza storica.

Questo monumento megalitico assume maggiore interesse da una breve iscrizione scolpita a basso rilievo su di blocco granitico (m. 1,30 x 0,50) posto sulla quarta stratificazione parallela del paramento esterno.

L’epigrafia che fa parte dell’archeologia ed è una scienza ausiliare della storia, riesce spesso a sprigionare quei benefici sprazzi di luce che digradano, dissipano e sfumano le oscurità più profonde.

Tutte le iscrizioni cristiane, pagane, militari, sepolcrali ecc. occupano generalmente un posto di grande importanza nella narrazione degli avvenimenti pubblici e sono campi di esplorazione di una ricchezza incomparabile e importantissime fonti della civiltà antica.

Dello studio sistematico di esse, che ha fatto sorgere nei tempi moderni la scienza dell’epigrafia, è dato conto in numerose pubblicazioni di eruditi e di accademie: iscrizioni greche del secolo VII a. C. edite per cura delle accademie di Parigi e di Berlino, le iscrizioni latine del secolo III a. C. cominciate a raccogliere dai nostri umanisti nel sec. XV e nel 1863 dal Mommsen, le iscrizioni cristiane dell’Italia raccolte da G. B. De Rossi.

Dalla semplice ispezione dei caratteri paleografici, ai competenti, sarà facile precisare l’epoca in cui fu inciso questo masso granitico.

Il deciframento e l’interpretazione di questo importante documento lapidario sarà quella fiaccola luminosa che darà il suo contributo a fugar parte delle dense e profonde tenebre di un passato ancora sconosciuto.

Non molto lontano dal nuraghe esiste una fonte scavata sulla viva roccia.

È semplice, di forma rettangolare, poco profonda ed è circondata da intricate e spinose vegetazioni.

A tratti appaiono pochi resti di un canale con spallette in muratura e fondo acciottolato. Difficilmente un simile manufatto potrà servire ad altro che ad una conduttura d’acqua in qualche conserva.

Un elce secolare, il cui tronco alla base misura m. 4 di circonferenza, qual sentinella vigile, raccolta nella sua maestosità, stende sulle acque cristalline della fonte, un grosso e lichenoso ramo fronzuto.

A poca distanza un altro leccio, perennemente verde, qual solitario anacoreta, in mistica contemplazione, innalza al cielo, quasi in atto di preghiera, i suoi rami lunghi e contorti sui quali sbuffi di vento passavano producendo una musica dolce e soave.

Entrambi con una certa aria solenne, ieratica, appaiono come i protagonisti del paesaggio.

Attorno al nuraghe si stende il vasto territorio comunale denominato “Sa Matta” ove con metodi razionali si esercita la coltivazione a granaglia.

I “patres conscripti” fissano agli agricoltori, dei piccoli lotti chiamati “Bigattones”. I terreni lasciati a riposo servono per pascolo tanto ai buoi e alle vacche come alle pecore e alle capre.

La pastorizia abbonda in questa regione, però nel crudo inverno sente assoluta la necessità di un clima meno rigido.

Ogni anno, durante i mesi di novembre e di dicembre, carovane di pastori, preceduti dai loro armenti, tra il pulviscolo fitto ed accecante della strada non asfaltata, tra il tartareo suono dei discordi tintinnaboli e campanacci, tra i belati concitati e discordi delle pecore e degli agnelli, emigrano nelle terre basse di Tula, di Oschiri, di Ozieri e di Olbia, ove i pascoli grassi, dato il clima e la fertilità del terreno, sono ottimi oltre che per la qualità foraggera anche per la quantità.

Giunse l’ora del ritorno. Era sull’imbrunire, e nel cielo pieno di scintillamenti languiva uno spicchio di luna. Da una parte il piano spariva traverso falde di vapori e dall’altra i monti man mano più diafani svanivano nella lontananza.

Un mandriano mi precedeva a passo lento, con le braccia abbandonate lungo i fianchi e con un insolito languore, quasi un senso di stanchezza diffuso in tutto il corpo. Qualche volta le grosse scarpe ferrate sdrucciolavano sugli affioranti nodi di roccia quasi levigati dal passaggio continuo degli animali e degli uomini.

Un altro pastore appoggiato ad un albero sul muro della mandria, in cui ruminavano sonnecchiando le silenziose pecore, intonò un’amorosa canzone dialettale:

Su lettore ‘e Antina

Giughet isprones d’oro

Mandaminde su coro

Paris cun s’istentina.

Tomba di gigante

Era l’alba.

Staccate da quanto è cosmico, avulse da quanto è pietroso, senza appoggi, senza radici e appigli, cime di montagne azzurre, mammelloni dominanti alle falde degli acrocori, torrioni che formavano come una serie di vedette, candidi, a cirri, batuffoli, navigavano al di sopra di un basso banco di nuvole screziate a pennellate evanescenti, veleggiavano leggere e silenziose senza lasciar la scia del loro passaggio.

Si era sull’Altipiano di Buddusò, a 800 metri sul livello del mare, al nord del territorio di Bitti, percorso da dorsali trachitiche.

Il giorno diluiva non in ombre ma in diffusi chiarori iridescenti.

Quella barriera, dietro cui si era nascosto il sole, da color rosa pallido si trascolorava in un rosso vivo. Le cime già naviganti sparivano e l’astro maggiore della natura dava colore e luce a tutte le cose.

Sullo sfondo lontano eppure incombente, soffusi di rosso pallido, si ergono maestosi: monte Albo di Lula, il Gennargentu di Fonni e monte Rasu di Bono. I tre baluardi ciclopici, a tratti ineguali, sbarrano la vista e tra gli ampi vani interposti l’orizzonte svanisce sull’infinito.

Attorno boschi deserti ma non selvaggi, macchie brune di elci robuste e di querce sughero, territori ondulati percorsi da dorsali trachitiche, alberi secolari, contorti e lichenosi, crescenti tra le rocce granitiche, a furia di stenti, di fatiche, di lotte lente ma continue, impegnate tra le radici e le pietre per contendere un po’ di terriccio con un po’ d’umidità.

Nell’incognito della solitudine, asilo sicuro dei cinghiali, tra l’incanto del silenzio rotto dai disperati canti, gorgheggi e frulli della fauna che vi abbonda, tra il mormorio delle chiaccherine acque del Tirso, su cui guizzano le trote turbate spesso dalle insidie degli ami, delle nasse e delle reti, sulle ondulazioni collinose ricche della più svariata flora, lungo le pendici di tutto l’Altopiano, vasto e poco esplorato dal punto di vista archeologico, si ammira ancora notevole numero di costruzioni preistoriche: 2 tombe di giganti, 5 nuraghi, una fonte ed un pozzo sacro, i ruderi di una città nuragica, tumuli terragni accumulati al di sopra di celle sepolcrali, cippi conici, rituali, isolati e associati, e avanzi della strada romana Olbia-Caput Tyrsi.

Limitiamoci a parlare esclusivamente di una delle due tombe di giganti esistenti sull’Altipiano, riservandoci a trattare in seguito degli altri monumenti preistorici, tutti della massima importanza.

Il nome di tomba di gigante é dovuto alla grande mole dei massi che compongono la sepoltura e alla straordinaria lunghezza della cella che racchiude le spoglie dei trapassati.

Il volgo li ritiene costruiti per contenere un solo cadavere di statura straordinariamente grande: un gigante; invece erano destinati ad accogliere uno e più cadaveri normali: erano dei sepolcri eretti in onore di un capo tribù, oppure di una importante famiglia.

Spesso questi sepolcri venivano coperti di terra. I massi malamente calzati con pezzame minuto, lasciavano filtrare l’acqua piovana che dilavava il tumulo e riempiva rapidamente di terra la cella sepolcrale, causando un danno non indifferente, dovendosi queste costruzioni riaprirsi di tanto in tanto per dare luogo a nuove deposizioni.

Sull’Altipiano di Buddusò, presso il vasto territorio comunale, su posizione amena e dominante, esiste uno di questi suggestivi monumenti preistorici, alterato e sconvolto dalla furia vandalica dei cercatori di tesori e malamente frugato dagli scavatori clandestini dell’età moderna.

È una tomba a cassa e corridoio; ha la cella rettangolare, un po’ stretta ma lunga, recinta ai fianchi da due lastroni di m. 2,55 x 0,93, rizzati verticalmente sul suolo che sostengono il lastrone di copertura, lungo m. 2,55 largo m. 1,15 e di uno spessore di cm. 28, disposti in linea orizzontale sulle loro testate.

In una delle due estremità dei due fianchi sta la porticella che serviva d’ingresso, l’altra parte opposta è chiusa da un muro di pietre sovrapposte a secco, in origine a semicerchio.

I tre pietroni, per una speciale innata riverenza verso l’estinto, sono spianati rozzamente nelle facce rivolte verso l’interno della cella, mentre all’esterno sono grezzi.

In origine il pavimento su cui si disponevano i cadaveri, per lo più in posizione accocolata, era lastricato con pietre piatte sovrapposte a terra di trasporto.

Alla base esterna delle pareti perimetrali si notano avanzi di materiale di riempimento costituiti da sassi brutti e di grandezze varie. Forse in origine tutta la massa costruttiva formante il paramento esterno non era visibile ma spariva sotto un cumulo terragno.

Il monumento sorge in regione “Sa Piga”, come un fior di loto sgusciante tra lo squallore di delubri infranti, e domina, qual vigile sentinella, promontori, gole e valli dove il silenzio e la pace sono preghiera e carità umana.

Il lavoro improbo occorso per la costruzione sull’alto del colle, con blocchi così grandi, di spessore assai notevole ed importati faticosamente dal declivio, rivelano l’amore l’attaccamento e la venerazione d’un popolo primitivo verso una cara e venerata dignità, e provano la superiorità della nostra razza fin dall’epoca preistorica.

Forse tra il fitto tenebrio della cella sepolcrale riposava in pace un capo tribù che in vita si coperse di gloria immortale, e i sudditi spingendo lo sguardo lassù, avranno da vicino, da lontano e spesso, implorata anche dall’al di là la sua paterna protezione.

Altre tombe di giganti, grandiose per dimensioni e strutture sono quelle di S. Azzica presso Abbasanta, di S. Cristina e di Goronna nel territorio di Paulilatino, di Srighinadu presso Bauladu, di Sa Carpida presso Sedini e numerosi altri esistenti nel territorio di Borore, di Ozieri, ecc.
Le dimensioni vistose degli elementi architettonici di tutti questi monumenti megalitici, in ogni tempo attrassero i soliti vandali ricercatori di tesori che asportarono e dispersero tanto materiale archeologico che avrebbe potuto rimettere in luce la tenebrosa storia delle Sardegna preistorica.

Nella tomba di gigante di “Pedru Cossu”, preso Norbello, si rinvenne un betile, immagine assiconica delle divinità tutrici del sepolcro. Ad Abbasanta, oltre ad alcune ascie a margini rialzati, a fianchi ellittici e rettangolari si ebbero anche due spilloni crinali; una sepoltura di Gadoni conteneva pezzi informi di metallo ed anelli con catenelle e pendenti in lamina: ad Ilbono vennero alla luce delle ascie in bronzo; a Scala Girdu, presso la Tanca Regia si scoprirono cocci di vasi provvisti di manico e un recipiente a pancia tronco-conica e fianchi cilindrici; presso Urzulei, pure tra il terriccio del vano di una tomba, vennero alla luce delle scuri ad occhio, una figurina umana, una piccozza, una punta di lancia a foglia ed una barchetta con testa rilevata di vacca; a Torralba si scoprì una piccozza a tagli perpendicolari in pietra levigata.

I corredi funebri ed oggetti scoperti nelle tombe dei giganti sono analoghi a quelli che si scoprono nei nuraghi; sicché non si ha ragione di dubitare che questi monumenti sepolcrali, connessi anche topograficamente, siano contemporanei.

Tutte le costruzioni tombali più antiche non sono anteriori alle ultime età della pietra ma coevi ai primi oggetti di metallo; quindi non è possibile staccare tale struttura da tutta la tradizione nuragica a cui per tanti elementi tecnici ed archeologici sono intimamente collegati.

Tombe ipogeiche dell’età nuragica

A 500 metri, a nord del centro abitato di Buddusò sorridente più del vago Eupili del Parini, nella regione Ludurru, ricca di rocce, di blocchi granitici, di siepi, di cespugli, di alberi di alto fusto e di piccole oasi di pascoli magri, si adagia, quasi a corona di un solatio promontorio, un gran masso di granito.

Si presenta con la sua figura aspra e selvaggia, tozza e depressa. Ha delle guglie quali furono offerte dalla natura e canali serpeggianti tra cui qualcuno, ha dubbie tracce di percussione e di confricazione. La facciata ha tre sportelli, rettangolari i due dei fianchi ed ovoidale quello del centro, e danno accesso a tre diversi e distinti ordini di camere, di celle e di cellette. Ogni gruppo ha da tre a quattro vani intercomunicanti fra loro.

Sono sepolture famigliari, meste e paurose, con prodomi o anticelle più vaste in cui avevano luogo riti e cerimonie in suffragio dei morti. Queste camere mortuarie, appartenenti alla età preistorica, sono chiamate dal popolo isolano concheddas, furrighesos, domos de fadas e domus de janas.

Tra i primi a dar notizia dell’esistenza di questi monumenti sepolcrali, diffusissimi in Sardegna, oltre il La Marmora, furono il Bresciani nel 1861 e lo Spano nel 1864. Nel 1875, il Mantovani, ne scopri alcuni presso la stazione preistorica di Osilo. Essi rimontano all’età dei nuraghi.

La religione della morte è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata traverso le generazioni dall’età della pietra fino ai nostri giorni.

Il culto dei morti ebbe fin da allora una influenza predominante nelle manifestazioni della famiglia e della società.

La percezione della realtà di una tomba, esercitava in quei tempi come adesso, un fascino irresistibile.

L’affetto, la gratitudine, il ricordo, la venerazione dei defunti, provan l’atto di superiorità intellettuale dalla razza sarda fino delle epoche preistoriche.

Come e vero che, a dir di un celebre poeta inglese, “la morte con la potenza del suo raggio di sole, tocca la carne e sveglia l’anima”, (1 – R. Browning, The Flight of the Duchess: Death with the might of his sunbeam, Touches the fresh, and the soul awakes.) così è pur vero che “quanto più ci ricorderemo delle persone perdute, e ci affliggeremo per esse, tanto più impareremo ad imitare le lor buone qualità e ad amarle quantunque perdute”. (2 – U. Foscolo, Epistolario, II, p. 426.)

“Pietoso ufficio è onorare gli estinti”, afferma Sofocle. (3 – Sofocle, Antigone.)

“Per l’uomo della materia, dice V. Hugo, tutto finisce sotto un metro cubo di terra”, (4 – V. Hugo. W. Shakespeare, III: Pour l’homme de la matiere, tout finit sous six pieds de terre.),

ma per i protosardi la morte era vita e la tomba era il ponte di separazione fra il tempo e l’eternità. E sulle orme impresse dai trapassati sul vertice di questo arco di congiunzione, i superstiti sostano e pregano con la dolce speranza di raggiungere, in un eden di delizie, chi li ha preceduti nel cammino della eternità.

Per amore ai morti non si badava allora a sacrifici e per perpetuarne la memoria si affaccendavano con premurose cure, a vincere la forza di resistenza del duro sasso: fatica improba e pericolosa, ad un tempo.

“Sas concheddas de Ludurru” non sono state ancora né illustrate né descritte da nessuno. Esse meritano una speciale menzione sul campo archeologico.

A questo proposito credo che torni opportuno riferire uno dei sorprendenti incidenti di tutta la storia dell’arte.

Verso il 1879, il marchese Sautuola, spagnolo, visitò, per scopo di studio, la grotta di Altamira che è situata nei monti Cantabrici, nella Spagna settentrionale. Era accompagnato dalla figlia di appena quattro anni. Costei, al par di tutti i frugoli di quell’età, pensò di seguire, diremo cosi, una piccola esplorazione per proprio conto. Per accedere alla sezione più buia di quel nascondiglio sotterraneo, vi era un angusto pertugio dentellato. La piccola, ardita e scaltra, non durò fatica per entrarvi. Spinta dalla curiosità, sollevo in alto la lanterna e diede uno sguardo sospettoso tutto intorno. D’un tratto si scosse con uno scatto nervoso formidabile, tremò tutta di spavento, rabbrividì, si mise a gridare con strilli disperati perchè s’era trovata di fronte ad un toro che la guardava con occhi grifagni.

Il padre in orgasmo e tremante accorse subito in aiuto e così fu scoperta… la prima delle più remote pitture preistoriche.

Il dipinto consisteva di linee di contorno graffite nella roccia, ma la superficie circoscritta, era stata spalmata con ossido di ferro, con ossido di manganese e carbonato di ferro.

Con questi tre elementi, risultati dall’analisi chimica, formarono i tre colori, rosso, azzurro e giallo che venivano mescolati con una materia grassa per renderli aderenti.

Quando il marchese pubblicò la notizia, alcuni archeologi, la giudicarono una montatura. Appena esaminata minuziosamente la pittura non esitarono a dire, trattandosi di un lavoro così pregevole, che non fosse stato eseguito da un selvaggio preistorico, ma bensì dal pennello di un assoldato artista di Madrid.

Col tempo vennero scoperte altre pitture consimili nella valle della Dordogne, nel mezzogiorno della Francia, nel settentrione della Spagna, nel tallone dell’Italia e anche nell’isola della Sardegna. Così l’onore e la reputazione dell’onesto Sautuola restò salvo.

Il secondo nucleo di queste caratteristiche Domus de Janas, è costituito da tre cellette ed una piccola nicchia atta a contenere gli oggetti ed i monili appartenenti in vita ai defunti.

L’ingresso ha la forma quasi circolare del diametro dim. 0,43 ed é munito del solito canaletto per lo scolo delle acque d’infiltrazione.

Le prime due celle, oggi ridotte ad una sola per la demolizione della parete divisoria, misurano complessivamente m. 3x 1,85, con un’altezza di m. 0,95. Al piede della parete un gradino uso sedile continuato corre tutto attorno su cui i cadaveri si collocavano in posizione di sosta cioè seduti.

Le dimensioni anguste ed il tipo abbastanza semplice di questi ipogei racchiudevano le salme delle persone di fatica appartenenti alla famiglia del capo tribù.

Nella lavorazione e nei particolari delle quattro celle del terzo nucleo ipogeico si scorgono chiaramente gli stessi caratteri delle altre tombe però il lavoro è eseguito con maggior cura e con una finezza d’arte meravigliosa.

Qui abbiamo un tipo più armonico e complesso costituito da una cella, da un’anticella e due loculi, assai ben lavorati con porticelle e rincassi nettamente ritagliati nella roccia.

Dell’anticella rimane gran parte della volta con le pareti laterali. Il resto è scomparso per la distruzione meteorica della roccia. Misura m. 3,15 x 1,45 con m. 2 di altezza. All’angolo di sinistra si scorge un sedile quadrato, scolpito sulla roccia e nel centro del pavimento, a piano orizzontale, si ha cavità cupelliforme regolare, di diametro decrescente dai 18 ai 7 centimetri e profonda 5. Sono evidentemente fossette per libazioni ed offerte in cerimonie funebri. Simili bacinelle hanno riscontro, a tazza circolare, con quella scavata in una delle tombe esplorate nella necropoli di Bonorva, in regione Marti.

Uno sportello, a forma di cono tronco rovesciato di m. 0,50 x 0,65, immette nella seconda cella alta m. 1,75, larga m. 2,50 e lunga m 2,63.

Anche questa tomba, come le precedenti, non servì per una sola deposizione ed è probabile che appartenesse ad una famiglia distinta di capo tribù di gente nuragica.

Sulla sommità di tutta la massa granitica si erge un monolito, in gran parte modellato dalla mano dell’uomo. Ha forma rettangolare, con profonda incavatura al di sopra della base e termina con una vaschetta di m. 1.85 x 2,30 a piano inclinato verso il canale di scolo. Forse era l’altare su cui si immolavano sacrifici e si offrivano libagioni per suffragare le anime dei morti.

Il portello d’ingresso, ornato con una cornice rilevata nello stesso calcare, era forse, in origine, provvista di lastrone mobile. Evidentemente questa chiusura robusta, doveva sbarrarsi dall’esterno con puntelli di legno fissati sul pavimento e assicurati con pietre. Per accedere alla prima cella, il lastrone si lasciava cadere in avanti e serviva di pavimento.

Qualche cella ha la volta quasi smantellata e le pareti solcate da screpolature multiple e profonde. L’opera distruttrice è dovuta all’azione del fulmine che ha causato anche vittime umane. Un onesto lavoratore di 26 anni, certo Giovanni Carta Canu, sorpreso da un forte acquazzone, cercò asilo sicuro tra quei meandri granitici e vi trovò la morte. Fu vittima del fulmine. Alcune celle sono ridotte ad uso di pagliaio. Le dimensioni, il tipo delle tombe e la durezza della roccia in cui sono scavate mostrano che appartengono al secondo periodo della evoluzione delle tombe ipogeiche sarde, a quelle contemporanee ai nuraghi, cioè all’età avanzata del bronzo.

Questo aggruppamento di sepolture ipogeiche non sono mai state messe in vista da nessuno perché sfuggite agli studiosi.

Le forme delle celle, le porte, il lavoro di scavo, richiamano le Domus de Janas consuete, però qui lo sviluppo più grandioso di certi elementi decorativi mostra una continuazione di quanto appare già nelle tombe del periodo eneolitico.

I primi germi di un’arte primitiva, coronata da lungo e faticoso scavo, assumono in questi ipogei, una dignità monumentale abbellita da elementi decorativi semplici che manifestano anche una superba affermazione di esperti artisti e di forza animatrice.

Il nuraghe Sorteri [incrediblmente non si trova una sola immagine nel web, ma attestato chiaramente QUI]

Si era in sul far del mattino, nel mese dei fiori.

Maggio molle, profumato e tiepido, col sole che senza fatica, maestoso, si affacciava tra il rosso ed il cenerino, alle creste frastagliate delle ultime catene dei monti “Sa Pianedda” di Budduso, “Sa Punta e Sa Donna” di Bitti e “Albu” di Lula.

Al disopra il cielo aveva l’azzurro cupo della genziana e le sottili striscie di vapore che lo solcavano, prendevano una ricca tinta di ambra sfumante in un pallido rosa di aurora.

Al disotto, in fondo valle e sui prati, i raggi solari mettevano la sordina alla sinfonia verde di tutta la zona e la bruma opalescente si diffondeva tutto intorno addolcendone e confondendone appena le linee.

Era delizioso camminare a quell’ora, nell’aperta campagna, a 700 metri, dove crescevano i nuovi seminati, mentre nelle vigne i tralci versavano la linfa, come goccie di lacrime, dalle ferite inferte dal potatore.

I polmoni si dilatavano, il sangue fluiva più ordinato nelle vene, lo spirito si adagiava in una pace che ha la dolcezza del sonno e la vaghezza del sogno.

L’ora del tempo e la dolce stagione con la poesia della foresta mettevano in allegria anche gli uccelli che a stormi più e meno numerosi scherzavano per l’aria piena dei loro canti.

Nell’azzurro infinito del cielo rombava volteggiando un aereo, salutato come un simbolo di buon augurio.

Dopo un’ora circa di viaggio, percorso su di un viottolo ciottoloso, tutto a curve ed a gironi, raggiunsi la meta: il Nuraghe Sorteri, sito a metà della scorciatoia Buddusò-Osidda, sul fondo pianeggiante di una vasta conca, ricca di alberi, di pascoli e di armenti.

Questo enigmatico maniero ha una struttura tutta diversa da quelli che numerosi si trovano in tutta la Sardegna settentrionale: ciò lascia supporre una diversa destinazione.

La preistorica rocca, a cono tronco, chiazzata di licheni color rosso-mattone, ha una base di m. 12. l’altezza di m. 4,10. Il suo paramento esterno è costituito da filari orizzontali di pietre del luogo, del tutto rozzi.

L’ingresso non ha la solita porticina bassa e stretta ma un’apertura eccezionalmente alta e grandiosa: misura m. 2,20 x 0,90. Gli stipiti che vanno restringendosi a ciascun filare di massi. aggettati gradatamente, terminano con la solita chiave di volta.

Nell’interno si notano due scale a chiocciola convergenti, ricavate nello spessore della muraglia, con grande abilità e robustezza. La prima, di 8 gradini, parte dalla destra dell’atrio, la seconda di 6 gradini, si snoda, pure a semicerchio, dalla sinistra del recinto circolare interno.

Entrambe, discretamente regolari, sbucano sul terrazzo e dimostrano ad evidenza con la loro levigatura, l’assiduità secolare del passaggio.

Sulla parete fuligginosa e nuda della vasta camera esistono due nicchie che hanno la bocca di m. 1,85 x 0,66 e profonde 1,20, sono costituite da pareti aggettate chiuse da una copertura di spioventi, formata da massi in contrasto.

Questi piccoli armadi, lasciati nella costruzione del muro, si hanno in quasi tutti gli edificî nuragici e mostrano ad evidenza di aver servito come ripostigli.

La volta, a giri concentrici, è ottenuta col digradare delle pietre ed il vertice, oggi smantellato, era forse, in origine, chiuso dalla solita pietra piatta e grossa.

Il nuraghe, d’antica data, è stato adibito a casa rurale.

Il facoltoso possidente Giuseppe Murgia, proprietario del fondo, seguendo l’esempio dei suoi antenati, continua a servirsi del nuraghe come casa colonica.

Sulla cupola del terrazzo, in parte precipitata da antica data, sorge, adattato alla bellameglio, un tetto coperto di tegole di terra cotta, arcate a doccia.

Il millenario maniero così modernizzato, richiama alla mente la figura grottesca e capricciosa di un sardo pellito e mastrucato che ha sostituito al berrettone nero il borsalino rosso.

Il nuraghe Sorteri trovasi a circa 3 Km. da Buddusò sulla scorciatoia di Osidda. È situato su di un piccolo promontorio, sul fondo valle.

Attorno si notano: tratti ondulati e pianeggianti con pascoli ubertosi, un torrentello chiaccherino che affluisce al Tirso, quercie alte e chiomate, pecore e vacche pascolanti, chiusi razionalmente coltivati, e tratto tratto vi si gustano, in uno coi gorgheggi dell’usignolo nascosto tra il fogliame delle fitte ed intricate siepi, l’armonioso canto del pastorello solitario che guarda I’azzurro infinito dall’alto di un nodo di rocce.

Lo statista e filosofo inglese Bolingbrke, nel libro: I fratelli Karamazov, scrive: “tropрі, troppi enigmi pesano sull’uomo qui in terra!” E tra questi si annoverano quelli dei nuraghi in genere ed in modo particolare, quello del nuraghe Sorteri.

Il poeta e giornalista francese Eugenio Godin, nell’Education d’Huguette, dice: “le parole sono i chiodi per attaccare le idee”, ed il suo collega e conterraneo Gustavo Le Bon, nell’ Aphorismes du temps present, aggiunge: “certe parole sembrano di possedere un potere magico”.

Il nome Sorteri ha il suo incantesimo, richiama idee, svela misteri, appiana difficoltà e produce effetti straordinari.

Sorteri trae il suo nome dal latino “sors-sortis” che significa: oracolo, responso e richiama il sortilegio, l’arte di “fare le sorti”, del determinare cioè gli eventi con arti magiche, ed ha una certa analogia con sortiere, sinonimo di negromante o indovino.

Certe categorie di persone: sacerdoti, maghi, sciamani, si arrogavano l’esclusiva di propiziarsi le forze della natura o forze ed enti sopranaturali servendosi di elementi cui attribuivano proprietà misteriose.

Molti papiri attestano che la pratica dei sortilegî era molto diffusa nelle società primitive e sopravvisse fra le persone più incolte.

Nei tempi che furono, sacerdoti, stregoni ecc. per una disposizione psicopatica, cadevano spesso in una specie di esaltazione estatica, durante la quale, sentivano in sé una nuova personalità “numinosa” e come invasati da uno spirito, imponevano, con parole misteriose, norme sociali, precetti salutari, ecc.

Anche presso i romani, popolo tanto potente quanto superstizioso, erano in voga queste pratiche occulte.

Virgilio ricorda “Lyciæ sortes” i responsi dell’oracolo di Apolline Licio, e Livio parla del “fustigare sortes” cioè dell’importunare gli oracoli per avere da essi una risposta. Gli auguri formavano un collegio sacerdotale (3 ai tempi di Romolo, 5 regnando Numa, 15 negli ultimi tempi della repubblica, e più durante l’impero) erano rivestiti di grande autorità, si consultavano nei grandi avvenimenti e facevano gli auspici dallo studio del volo degli uccelli,

Le sibille, dotate di facoltà profetiche, in un antro o presso una fonte sacra davano responsi. Varrone ne stabilì il numero in 10 benché le sibille delle varie tradizioni siano parecchie di più.

Le vestali, sacerdotesse addette al culto della dea Vesta, custodivano, presso l’edicola del Foro, il focolare pubblico.

I penati, genii tutelari della casa e della famiglia, per i quali ardeva sempre una fiamma presso il focolare domestico.

I lari, protettori di ogni singola famiglia, dai quali derivavano: i lari “viales” (protettori delle strade), “capitales” (dei campi), “præstites” (dello stato), “permarini” (dei campi di battaglia), ecc.

Altri vaticinatori nell’esercitare l’arte della divinazione si servivano degli astri, degl’incantesimo, degli spiriti pitoni, della necromanzia, degli aruspici, della chiromanzia, ecc.

Nel santuario la divinità ispirava direttamente al sacerdote il proprio responso ai consultanti.

In questi sacri recinti avevano luogo: riti, prescrizioni e purificazioni apposite.

Tutte queste sopravvivenze o relitti d’ idee, concezioni, usanze antiche aventi radici in conoscenze empiriche, in religioni pagane e prepagane, erano in voga presso i popoli latini e le portavano ovunque stabilissero la loro dimora sia per ragione di lavoro o di conquista.

Sull’alto del nuraghe Lugherras, presso Paulilatino, quando era già in rovina, fu posta una celletta a divinità agreste, alla quale si rese un culto durato dall’età punica sino all’età cristiana.

Suppelletile rinvenuta negli scavi dei templi a pozzo ed a recinto ipetrale nei vari edifici del santuario nuragico della Giara di S. Vittoria e di Serri, il ripostiglio di Abini, presso Teti nel cuore dell’isola, scoperto tra i ruderi di un edificio nuragico, da cui risultò l’esistenza di un santuario con fonti sacre, recinti per riunioni e dimore, vasche per bagni ed abluzioni, attestano il rifiorire in Sardegna delle credenze importate.

I conquistatori latini, durante la loro invasione nel territorio sardo, non abbandonarono le antiche loro credenze, ma, in mancanza di templi, adattavano, adibivano o modificavano le preesistenti costruzioni secondo lo stato di fortuna dell’ambiente in cui vivevano.

Non credo perciò errata o infondata l’asserzione che i romani, data la loro natura superstiziosa, abbiano prescelto il nuraghe Sorteri per luogo di culto, per compiervi i riti religiosi e per esercitarvi le loro pratiche occulte o soprannaturali allora conosciute e frequentemente usate.

Questo monumento preistorico si prestava opportunamente al bisogno, data anche la struttura circolare che era la forma prescelta nell’erezione degli edifici consacrati alla divinitá.

Era circolare il celebre tempio del Forо Romano dedicato alla dea Vesta, tutt’ora parzialmente conservato. Cosi anche il Pantheon, eretto da Menenio Agrippa circa l’anno 26 a. C. e dedicato a tutte le divinità.

Questo edificio consta di un corpo circolare detto la Rotonda. L’interno ha 8 nicchie e nella cupola, a volta semisferica, un’apertura circolare dà luce all’interno. È l’unico dei templi antichi di cui rimanga la volta.

Anche il nuraghe Sorteri ha la sua camera rotonda, due nicchie, una cupola semisferica, e un lucernaio circolare.

Nell’interno del ciclopico maniero, gli indovini e i divinatori potevano esercitare le loro mansioni, gli arúspici esaminare le interiora degli animali, i credenti eseguire le loro pratiche, gli auguri poi con gli altri divinatori e sortieri in genere ed in specie potevano dall’alto del terrazzo fare i loro pronostici dal velo degli uccelli, dagli astri, ecc.

Nuchis, foto di Oberto - Wikimapia

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