GUIDA AL MONTE LIMBARA

di Giacomo Calvia

Sassari, Carlo Delfino, 2014 →

 

Guida al monte Limbara Giacomo Calvia

Per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore, si pubblica il seguente estratto della Guida.

Si veda  QUI  il catalogo dei libri di Carlo Delfino Editore

Giacomo Calvia (Berchidda 1979), ha sviluppato fin da giovane un forte interesse per il patrimonio naturalistico del Monte Limbara e del Monte Acuto. Sebbene laureato nel 2005 in Conservazione dei Beni Culturali – indirizzo archeologico all’Università di Sassari, dopo aver svolto per alcuni anni attività di guida turistica, sospinto dall’atavica passione per la flora della Sardegna e forte dell’amicizia col botanico e micologo di Tempio Pausania Alessandro Ruggero, ha avviato una intensa attività di ricerca scientifica che lo ha portato a firmare dal 2009 diversi articoli in collaborazione con vari specialisti (fra cui Ruggero), a conseguire quindi nel 2021 il Dottorato di ricerca in Botanica ambientale e applicata presso l’Università di Cagliari e a perfezionarsi sempre più attraverso numerose collaborazioni con Università e Centri di ricerca. Oggi si può ben dire che sia tra i principali esperti in Sardegna sui temi della biodiversità vegetale, della flora vascolare e degli ecosistemi mediterranei.

Per quanto concerne in particolare il Monte Limbara, la sua attività di indagine scientifica lo ha portato alla scoperta di nuove specie rare, all’aggiornamento della flora del massiccio, alla documentazione dell’espansione di specie esotiche, alla revisione delle conoscenze botaniche dell’area.

Informazioni più dettagliate su Giacomo Calvia si vedano QUI  e   QUI

Indice

cliccare sui titoli

IL LIMBARA E IL SUO AMBIENTE
La montagna
Visione d’insieme
L’uomo e la storia
La toponomastica della montagna
Il clima

IL GRANITO DEL LIMBARA
Orogenesi ercinica
Rocce metamorfiche

IDROGRAFIA DEL LIMBARA
I laghetti
Le fontane

I FUNGHI
a cura di Alessandro Ruggero

LA FLORA
La macchia mediterranea
Il ribes di Sardegna
Le zone umide

I disboscamenti
I rimboschimenti
Il pino marittimo
La gariga

LA FAUNA

GUIDE ED ESCURSIONI
Istruzioni per l’uso della guida e dei luoghi

Gli itinerari e i limiti geografici

Il Limite meridionale

Il Limite occidentale

Il Limite settentrionale

 

GLI ITINERARI

Da San Leonardo-Piànas a Funtàna Majòre e P. Sa Chigàntula

Escursione a Framinghèddu per S’Ampulla, Li Fanghi
– S’Ampulla

Dal Passo di Limbara a Balascia

Dal Passo di Limbara a Vallicciola
– Vallicciola

Da Capriòni a Vallicciola, alle Cime
– Base Radio U.S.A.F. Monte Limbara

Da Curadorèddu a Pisciaròni, Scupòni e Caldicciòsu

Da Curadorèddu a Passo Limbara per Fundu di Monti

Da Baldu a San Bachisio

Da Baldu al Passo Limbara

Da Baldu a Tempio Pausania

Da Li Mulìni a Monti Biancu, Monti Li Conchi, ritorno da Li Reni
– Li Conchi

Strada da Berchidda a Vallicciola
– Bosco di Monte Longu
– Itinerari nel Cantiere Forestale di Berchidda
– Arboreto Mediterraneo del Limbara

Da Vena Limbara a Calangianus e Ascesa a Cuntrèddi Vintòsi

Da Calangianus alla Tomba di Giganti di Pascaredda e Monti di Deu

Dalla Madonna delle Grazie a Monti Longu

Da Monte La Trona a Crìspoli, Li Conchi Monti Biancu per Vena Mala

Escursione a Li Conchi – Li Reni – Li Bucatìcci – P. Bandera e Costa Carracàna

Da Li Conchi a Monte La Pira per Pian di Scopa

Circuito Vallicciola – Funtana Bandera – Madonna della Neve

Nota. Rispetto all’originale il primo capitolo e alcuni paragrafi sono stati disposti diversamente.

CLICCARE QUI per consultare l’indice integrale del libro.

IL LIMBARA E IL SUO AMBIENTE

La montagna

Imponente da dove si guardi, geometrico e caotico, mutevole come il granito stesso, antropizzato eppur selvaggio, contaminato ma ricco di endemismi preziosi, il Limbara è l’unica “vera” montagna del Nord Sardegna. A dispetto dell’altimetria contenuta, pur ragguardevole per l’antica terra sarda, il complesso montuoso offre una costellazione di elementi ambientali di assoluto rilievo, tali da concedere al visitatore emozioni proprie di altitudini ben più rilevanti. Tale impressione è già percepibile non appena si lascia la SS392 per giungere alla zona sommitale, attraverso una decina di chilometri d’impegnativo tracciato, la cui pendenza è pari alle repentine variazioni di paesaggio e di habitat.

Dapprima fitti boschi di conifere, poi il rigoglioso sviluppo di felci aquiline, mirabilmente fuse con la macchia annunciano, unite alla freschezza dell’aria, il definitivo passaggio alla dimensione montana e alle grandi aree ombrose, inconsuete nella pianura logudorese. E poi le improvvise aperture del paesaggio, dal Golfo dell’Asinara all’Arcipelago Maddalenino, con sullo sfondo le montagne Corse bordate dalle bianche falesie di Bonifacio e di Capo Pertusato.

Ed ecco, poco prima di Vallicciola, aprirsi alla vista del visitatore il grande cono granitico di Giugantinu, primo testimone dell’ampia zona cacuminale, rassicurante nella sua coerenza geometrica, in realtà solo l’annuncio del caos che ci stupirà nell’inutile tentativo di capire appieno il Limbara.

In verità il Limbara è inafferrabile, per il mutevole cambiare del paesaggio, per la scoperta continua di cime, nominate e non, l’una a fare da sipario all’altra, tra profonde vallate ed estesi costoni dai nomi bizzarri e misteriosi, che accrescono la confusione del visitatore, anche del più esperto. E quando si crede di aver conquistato anche solo una timida consapevolezza delle sue fattezze, la montagna ci sfida e ci smentisce: i riferimenti non sono più solidi ma deboli e sfuggenti, la prospettiva si arricchisce di nuovi elementi. Infine rimane in noi l’illusoria speranza che il prossimo incontro sarà meno insidioso, che sarà più agevole riconoscere, ricordare e quindi tramandare.

Visione d’insieme

Il complesso del Limbara può essere arbitrariamente assimilato a una vasta area trapezoidale, limitata a Nord dalla SS127, nel tratto che da Calangianus giunge a Lu Miriachèddu. Da qui si diparte la SP138 per Berchidda che costituisce il limite Est e Sud-Est di questo perimetro. A Sud il limite è rappresentato dalla strada che da Berchidda giunge al Ponte Diana, sul lago Coghinas, lambendo le due suggestive guglie di Monte Acuto. A Ovest si può considerare come limite la SS392, dal Ponte Diana fino all’incrocio per la Zona Industriale di Tempio Pausania, da cui si diparte un breve tragitto che, inseritosi nella SS127, conduce a Calangianus. Il confine naturale a Sud e Ovest è il lago Coghinas e l’omonimo fiume.

Il cuore di tale ampia area è occupato dalla zona cacuminale, la cui vetta è Punta Balistreri (1359 m s.l.m.). Si segnalano poi P. Sa Berritta (1352 m s.l.m.), P. Bandera e P. Giugantinu (rispettivamente 1345 e 1333 m s.l.m.), Sa Pedra Suprappare (1330 m s.l.m.) oltre a svariate cime sopra i 1200 m.

Ai bordi dell’area sommitale si aprono profondi valloni, che esaltano le altitudini pur non ragguardevoli e valorizzano la coreografia degli enormi inselberg e degli arditi pinnacoli. La valle di Suprappare separa a Sud-Est la zona sommitale dal cuore del Limbara di Berchidda, presidiato da affascinanti cime e impetuosi torrenti. L’impenetrabile Costa Carracana separa le cime di P. Bandera dal M. Nieddu a Est e dal complesso Sa Punziuda-M. La Pira a Nord-Est. La profonda e assai estesa vallata del Rio Littaghièsu si frappone a Nord tra la zona sommitale e il grandioso complesso di Monti Biancu (1150 m s.l.m.) e M. di Li Conchi (1108 m s.l.m.), a sua volta circondato da numerose cime, alcune nominate (P. di Li Vemmini, M. Lisgiu e M. Niiddoni di m 1231 – Nuddoni nell’IGM), altre trascurate dalla toponomastica a dispetto della pur indiscutibile individualità.

Con maggiore gradualità degrada da Balistrèri e Giugantinu verso Li Mulini a Nord, Curadorèddu a Nord-Ovest, Vallicciola a Ovest e di qui verso Fundu di Monti. Infine per il Limbara di Berchidda-Oschiri a Sud-Ovest. In quest’ultima area i rilievi di M. Baligioni e M. S’Ampulla declinano dolcemente verso Monte La Cuna, avamposto limbarese del territorio di Oschiri, prima che il paesaggio precipiti sul lago Coghinas tra la frazione di San Leonardo e il M. Acuto.

Questa visione d’insieme, arbitraria e volutamente essenziale, è tuttavia utile per un approccio intuitivo a una reality complessa dal punto di vista geografico e naturalistico. Parimenti, la delimitazione territoriale adottata, oltre che tener conto di una ragionevole omogeneità ambientale, offre il vantaggio d’individuare confini di facile reperibilità per il viaggiatore e agevoli punti d’accesso per l’escursionista.

Così disegnata l’area del Limbara è estesa circa 120 km², con l’asse maggiore orientato da Nord-Est a Sud-Ovest. Limitandoci alle zone montuose propriamente dette, ecco che Monte La Cuna (Oschiri) dista in linea d’aria circa 14 km da Monte Lisgju (Calangianus) e la linea M. S’Ampülla-Monte Longu dista circa 6 km dall’asse Balistrèri-Bandera, e questi ultimi appena 2 km dal Monte Nieddu (Berchidda). Sulla direttrice Est-Ovest, P. Giugantinu dista appena 1 km da P. Balistrèri e circa 2 da P. Bandera mentre ancora più a Est da essa distano: M. Niiddoni 4,25 km, Μ. La Pira 5 e Montalvu 4 km.

Il cuore dell’area limbarese è una zona di particolare pregio geomorfologico, botanico e faunistico, oggetto della proposta di Parco Naturale (L. R. 31/1989) e poi Sito d’Interesse Comunitario (SIC Monte Limbara, Direttiva Habitat 92/43 del 21-5-1992). L’area Parco ricadeva nei territori di Berchidda (6623 ha), Calangianus (2443 ha), Oschiri (4475 ha) e Tempio Pausania (6302 ha).

Essendo i terreni in buona parte di proprietà privata, i timori per i vincoli derivanti dall’istituzione del Parco produssero (como altrove) un forte movimento anti-parco. Se si aggiunge l’opposizione da parte delle associazioni venatorie, ben si comprende perché gli interventi siano, di fatto, confinati ai terreni già gestiti dall’Azienda Foreste Demaniali della Regione Sardegna: cantieri forestale Limbara Nord di Tempio, Calangianus e Limbara Sud di Berchidda. Nel frattempo la minaccia degli incendi, la pressione venatoria, i disinvolti interventi sul territorio, culminati negli insediamenti militari e nella barbarica proliferazione di ripetitori di ogni specie nelle aree sommitali, mettono in serio pericolo i delicati equilibri di questa montagna.

È indispensabile una seria condivisione di obiettivi che consenta la fruizione del monte, sia dal punto di vista ricreativo sia economico, impedendone l’ulteriore degrado e abbandono.

Il clima

Un tempo erano disponibili i dati della stazione termopluviometrica di Vallicciola, a 1080 m s.l.m. Sulla base di essi, la zona cacuminale è caratterizzata da clima montano con inverno di circa 6-7 mesi e temperatura media minima dei mesi più freddi sotto 1-3°C. Gli innevamenti sono generalmente di breve persistenza, pur se talvolta frequenti. L’estate si contraddistingue per un periodo arido di 2-3 mesi, con presenza però di nebbie o precipitazioni occulte. I venti predominanti originano a Nord-Ovest (maestrale), sono frequenti e capaci di mitigare anche le calde giornate estive.

La parte mediana del massiccio si caratterizza per un clima semi-continentale con periodo freddo di 4-5 mesi e abbondanza di precipitazioni da novembre a marzo. Temperatura minima media del mese più freddo di circa 3°C, aridità estiva di circa 3 mesi. Il mese più caldo registra temperature medie di circa 24°C.

La parte basale ha invece un clima mediterraneo tipicamente bi-stagionale con inverno non particolarmente freddo, umido per sovrabbondanza di precipitazioni mentre l’estate è calda e con lunghi periodi siccitosi. La media delle temperature minime supera i 4°C (febbraio) e il mese più caldo (luglio), ha una media superiore ai 24°C e punte anche di molto sopra i 30°C.

La piovosità annuale è qui (Vallicciola) tra le più alte registrate in Sardegna, con medie intorno ai 1400 mm/anno (quindi ben 300 mm/anno in più rispetto alla media generale delle zone montuose sarde superiori agli 800 m s.l.m.). Il mese più piovoso in genere è gennaio, seguito da novembre e dicembre, mentre il più secco generalmente è luglio. Le temperature medie annue si attestano intorno ai 10.3-10.5°C.

Guida Limbara Calvia Delfino

La toponomastica della montagna

Sul Limbara, come sovente accade nella toponomastica montana sarda, non disponiamo di dati certi riguardo l’origine precisa dei nomi dei siti oggi noti.

Lo stesso nome Limbara è di derivazione controversa: il Paulis lo riferirebbe al tema mediterraneo libba (lastra di pietra; confronta col francese limbe = masso, e greco lips = pietra), con l’inserimento della “m” e il suffisso “ara” così comune nella toponomastica sarda – es. Tonàra, Nulvàra, Tavolàra, Molàra, Asinàra etc.).

La confusione è accresciuta dalle trasformazioni che la tradizione orale comporta. Tradizione orale quale unica alternativa all’assenza della memoria scritta, della Storia, deputata a trasmettere i grandi eventi che la nostra montagna non ha evidentemente potuto vantare o che non sono stati ricordati negli annali.

Gli antichi abitanti di certo assegnavano a ogni sito un nome identificativo, anche per le piccole esigenze quotidiane, così come il paesano ha fatto per vicoli, vie e piazze. E più duratura è stata la frequentazione più a lungo la memoria è rimasta: ecco perché i nomi si riducono col crescere della quota, ossia dalle aree più popolate a quelle più spopolate. Così non ci meraviglierà l’incredibile numero di cime elevate innominate, in contrasto con la pignola onomastica di ogni più modesto sito delle aree basali. E non stupisce neppure che il maggior numero di toponimi sia noto soprattutto ai cacciatori, unici frequentatori di determinate zone del massiccio.

Se Limbara è nome misterioso, nondimeno lo sono altri toponimi, come vedremo. La vetta principale del massiccio, per esempio, sembra che derivi il suo nome da una storia-leggenda che vede per protagonista un certo Beppe Balistrèri, alla fine del 1600, la cui figlia Teresa è molestata da un signorotto. La vendetta del padre è cieca e sfocia nell’assassinio del molestatore. Il Balistrèri è costretto a darsi alla macchia e scappa sulle cime del Limbara dove si verifica una battaglia per la sua cattura.

Da questo personaggio eroicizzato prenderebbe nome la cima più elevata del monte.

In molti casi appare certa l’origine dell’oronimo. Sono in gran parte gli elementi naturali ad aver condizionato la toponomastica, sia nella sua componente abiotica sia in quella biotica.

La geografia, in senso stretto, ha dato spunto a diversi toponimi: per esempio il colore chiaro delle rocce può aver ispirato i nomi M. Biancu, P. Monti Alvu, Montalvu, M. Puddi Alvu, M. Canu (bianco, dal latino album e canum). Le tonalità rossastre del granito, o particolari colorazioni dovute ai licheni, hanno influenzato i toponimi come Monte Ruju, Nuraghe Ruju (ruju = rosso), Sa Contra Ruja (l’altura rossa) etc.

Diversi nomi derivano dalle geometrie dei rilievi: M. Acuto, M. Longu (lungo), M. Longhèddu (lunghetto), M. Grossu (grosso), Sa Punziùda (puntuta), Monti Tundu (tondo), Sas Puntìttas (piccole punte), Sa Rocca Russa (roccia grossa), M. Lisgju (liscio), M. di Li Conchi, per le grandiose tafonature etc.  

Altri toponimi ancora originano dalla fantasia popolare ispirata dalla conformazione delle rocce:

  1. di La Signora (con riferimento alla sagoma di donna assunta da tale inselberg), Su Biccu Oltàdu (il becco voltato), L’Albàta (vomere di aratro), M. Su Tambùru (tamburo), Su Furrighèsu (furru = forno, riferito all’entrata della caverna che ricorda la bocca di un forno) etc.

Curioso è poi il caso del Rio Lu Pagghiòlu, che forse trae origine da uno scavo apparentemente naturale nel granito, levigato in forma di bacile o paiolo, di facile osservazione dal ponticello sul rio, nella pozza subito a monte di questo.

Ci sono poi toponimi tratti da peculiarità non per forza dovute alla litografia dei luoghi: Li Fanghi, Sa Paùle (la palude), Sas Paulèddas, Li Padulèddi (le piccole paludi), P. Lanzinòsa (franosa), Su Raighinòsu (terreno ricco di radici = raighìnas), P. Pedròsa, Sos Pedrajòlos, con ovvio riferimento alle numerose pietraie (pedra = pietra), Sa Rocchèsa (zona rocciosa), Littu Siccu (bosco secco), Li Reni (le sabbie, forse in riferimento alla presenza di sponde sabbiose lungo il corso d’acqua) etc.

Un gran numero di riferimenti è legato alle fonti o alle acque: Ea Bedda (acqua bella), Ea Bona (acqua buona), Abbafrìtta (acqua fredda), S’Abba Frisca (l’acqua fresca), S’Abb’Alva (l’acqua bianca, per via della schiuma provocata dalle numerose cascate), S’Abba ‘e S’Alinu (l’acqua dell’ontano), Funtana Pùdida (fonte putrida), Funtana Palàu (fonte del fosso, palàu = pozzo, fosso) etc.

Altri elementi geografici possono essere talvolta relativi alla posizione dei rilievi: per esempio la buona esposizione avrà ispirato P. Suliàna, Sas Soliànas (soleggiata/e); oppure la posizione mediana di una giogaia rispetto ai valloni circostanti avrà dato origine a Sarra di Mezzu e Sa Serra ‘e Mesu (letteralmente “la giogaia che sta nel mezzo”). Così l’esposizione ai venti dominanti per Cuntrèddi Vintosi (rocce ventose).

Infine troviamo nomi dovuti al caos: Supràppare, alterazione di “supra a pàre” – uno sull’altro – con  ovvio riferimento al grande masso sospeso.

Se gli elementi geologico e geografico hanno ispirato la fantasia popolare con un’ampia varietà di nomi, sono però gli aspetti floristico e faunistico che fanno riscontrare il maggior numero di toponimi. In particolare i fitonimi rappresentano una parte molto importante nella toponomastica del Limbara. Molti di questi è probabile che risalgano al periodo anteriore ai disboscamenti selvaggi incorsi tra il XIX e la metà del XX sec., soprattutto quando si citano specie che in quelle particolari zone ormai non vegetano più.

Alcuni siti si caratterizzano per nomi indicanti la presenza d’alberi o piante da frutto: M. La Pira (o M. Sa Pira Masèda – il pero domestico); P. Sa Mela; Fica Bianca, Figàlva (fico bianco), Rio Ficu Cottu (fico maturo); Su Nodu ‘e Sas Muras (il nodo – inteso come complesso rupestre – delle more); Sa Multa Ona (il mirto buono).

Un gran numero di nomi deriva dalla prevalenza di particolari specie vegetali: Li Scopi, Pian di Scopa (scopa = erica), Baddu Liòne (forse in origine Badde Uliòne – valle del corbezzolo), Scala di Lu Liòni (salita del corbezzolo), M. Lu Pinu (il pino), Sos Chelcos (le roverelle), Sarra Lu Tassu (la cresta del tasso), Li Salici, Calarìgghju (biancospino), Capriòni (caprifico), Alinèdu (ontaneto, da alinu = ontano), Caccaèddu (in teoria significa biancospino, però il toponimo indica un’area dov’è presente il sorbo ciavardello), Sos Costiàlvos (i pioppi), Rio Iscorrabòes (letteralmente “scorna buoi”, è il nome in berchiddese dell’alaterno), Badde Ozzàstru (valle dell’olivastro), Su Ferulàlzu (luogo ricco di Ferula), S’Aspriddàlzu (luogo ricco di scilla marittima = asprìdda), P. Su Nìbberu (ginepro), Su Giùncu (il giunco), Sa Filàsca, La Filaschèdda (la felce/felcetta), Funtana di Lama (fontana dei rovi), P. Su Tidìmbaru (euforbia arborea, pur se nell’area ho riscontrato E. cupanii), Stazzo Alba Baròna (il timo), Su ‘Adu ‘e Giùru (guado del macerone – Smyrnium olusatrum) etc.

Talvolta sono le caratteristiche di alcune piante ad aver originato i toponimi: Su Frassu Toltu (il frassino storto), La Sùara Tolta (la sughera storta), Liòni Grossi (corbezzoli grossi), Sos Elighes Rujos (i lecci rossi), S’Elighe Entòsa (il leccio esposto al vento), L’Alburu Nièddu (l’albero nero, forse un grosso tasso, le cui chiome sono notoriamente molto scure), Lu Tassàcciu (il tassaccio, forse in riferimento a un grosso tasso che cresce in una fenditura del granito e assume una forma bizzarra), Su Pinàzzu (il pinaccio, forse un pino autoctono di forma particolare), Sos Alinèddos (i piccoli ontani), L’Alzòni, S’Alzòne (il grosso ontano – in gallurese alzu = ontano), Su Mudejòne (il grande cisto = mudèju), Sa Fighizòla (il piccolo fico), Sa Sueròla (la piccola quercia da sughero), Vallicciola (alterazione di Val Lìcciola, dal gallurese lìccia che sta a indicare il leccio: valle del piccolo leccio). Forse legati a un’antica scura boscosità sono i due Monte Nièddu, Sarra Nièdda, Vaddi Nièdda, M. Niiddòni (nièddu = nero).

La fauna ha ispirato un minor numero di toponimi: L’Alturìna, S’Altòre (poiana, astore), La Iàtta (la gatta), S’Erre Cultu (il verro rincorso), S’Erìtti, S’Erittèddu (riccio, piccolo riccio), Lu Salpènti (serpente), P. Untùlzu (avvoltoio), Su Muròne, Lu Muvròne, M. Muvri (muflone/i – a testimonianza dell’antica presenza di tali animali), Puzzu di La Truta (pozzo della trota), P. Su Lèppere (la lepre), Lu Colbu (il corvo), La Stria (il barbagianni), Zirichiltàgghja (luogo ricco di lucertole), Puzzu di Rana (pozzo della rana), Monte Colùmbu (colombo), Su Nidu ‘e S’Ae (il nido dell’aquila), Abiàlzos, Badde Abes (alveari di api, valle delle api) etc.

Altri riferimenti specifici indicano animali domestici o sono legati alla pastorizia: S’Acu ‘e S’Ainu (il rigagnolo dell’asino), La Mandra di L’Ebbi, Sa Contra ‘e S’Ebba, Rio Badu Ebbas (il recinto, l’altura, il guado della cavalla = ebba), Peguròne (grossa pecora), Crabìles (recinti per capre), Pulcàgghju (porcaro, forse indicante un luogo ricco, in passato, di ghiande dove i porcari portavano i maiali al pascolo), M. Sedda ‘e Oes (sella dei buoi), Campu di Li Boi (campo dei buoi, indicativo di quando, prima dei rimboschimenti, l’area in questione era ricca di pascoli), Scala di L’Acca (salita della vacca), Sas Arulèddas (piccoli recinti dove si tenevano rinchiusi i capretti), Li Cupunèddi (piccoli recinti per il bestiame), Lu Miriachèddu (luogo ombroso dove far riposare le pecore durante le ore più calde delle giornate estive), Su Polchilèddu (piccolo porcile) etc.

Le difficoltà di accesso o di sfruttamento hanno generato altri nomi: Vena Mala, Terramàla, Traìnu Malu (l’aggettivo “malu” significa cattivo, ma anche impervio o ingrato), Malabogàre (Mala a bogàre – dura da togliere – forse con riferimento alla difficoltà durante l’estrazione del sughero o alle battute di caccia grossa, perché nella zona i cinghiali sono difficili da stanare o da accerchiare).

Altri toponimi sono legati allo sfruttamento dei luoghi: Graniatògghju (luogo seminato), M. Su Fraìle (fucina del fabbro), Li Bucatìcci (luogo dove fare il bucato), Li Sciùcchi (i risciacqui – riferito a un luogo dove lavare panni), Li Mulìni (esistono ancora in tale località i ruderi di alcuni mulini), M. Piciàtu, M. Usciàdu (incendiato, bruciato) etc. Localmente si trovano riferimenti all’azione dei carbonai.

Sono d’esempio Badu ‘e Furru (guado del forno), Furru di Conca (il forno della caverna) – dove per “forno” s’intende il luogo in cui i carbonai allestivano le fornaci (cheas) ove era prodotto il carbone – Lu Lignàgghju (la legnaia), Lu Tagliatu (il tagliato, in riferimento a un’area disboscata), Sa Dispensa, Dispensa Ferrari (le dispense erano i luoghi di approvvigionamento, nonché di carico e scarico del carbone o del legname).

Diverse località riportano poi nomi di persone. Presumibilmente tali nomi sono derivati da antichi proprietari: Tia Rosa Pala, Agostino Palìtta, Nunzia, Fradi Giaghèddi (fratelli Giaghèddu), Funtana Giacumèddu (fontana di Giacomino), P. Pedru e Giuànne (Pietro e Giovanni), Frati Mèndula (fratelli Mèndula = mandorla), Baìnzu Giùa (Gavino Giùa), Ziu Pedru (zio Pietro), Pedru Entre (Pietro Ventre, forse un soprannome), Mastru Iuànni (maestro Giovanni) etc.

Ispirazioni mistiche, legate alla presenza di vestigia archeologi che, si riscontrano in Monti di Deu (monte di dio), mentre Monti di La Signora diventa per taluni M. di La Madonna. S’Infèrru (l’inferno) si deve certo all’asperità del luogo; M. Giolzìa (Giorgia), è legato alla leggendaria guerriera ispiratrice di tanti toponimi, forse la sorella di Comita I giudice di Torres, più probabilmente la Giolzìa Arrabiòsa che ricorre spesso nella “mitologia” sarda, a cui fu attribuita la costruzione della locale muraglia megalitica. Attestazioni più certe riguardano M. Su Castèddu (Castello – indica anche Monte Acuto – per i resti di fortezze prenuragiche o del medioevo), Sa Turrìna (la piccola torre – riferimento alla muraglia megalitica), La Prisgjòna (la prigione – dove diversi ripari sotto roccia murati in antichità pare siano diventati luoghi di prigionia per vittime di rapimenti), Sa Sepultùra (da un riparo sotto roccia che è stato poi identificato come sepoltura preistorica), La Conca Fraicàta (la grotta murata), La Conca di Li Banditi (grotta naturale ben nascosta nel bosco, murata e usata poi dai banditi come rifugio).

Se grande è il numero di toponimi cui si è riusciti a dare un’attinente etimologia, ancora forti dubbi generano invece i nomi di molti siti: è il caso di P. Bandera, il cui legame con la bandiera non si coglie di certo; Giugantinu, in relazione al giocoliere – ghjucànti – o al gigante – giganti?; Sa Berrìtta (il cappello), forse perché dal versante berchiddese questa cima sembrava essere la più alta, quindi il cappello del monte, ma taluni attribuiscono questo nome a Sa Pedra Supràppare; Poltugàllu, la cui relazione col Portogallo è oggi difficile da rintracciare, se non immaginando la concessione di terre a qualche signorotto portoghese durante la dominazione spagnola; Littaghièsu (probabilmente il bosco – Littu – dell’aggese, abitante di Aggius), dove si può immaginare un proprietario terriero originario di tale paese; S’Orighìna (oppure Sorighìna?), secondo alcuni identificabile col topo = sòrighe – secondo altri con la zecca = erighìna; Sa Chigàntula, forse si tratta della cicala, altrimenti nota come chìgula; Su Paltilàtte (letteralmente separa latte), un mio zio mi parlò di un antico strumento che serviva per dividere il siero dal latte, rintracciabile in una roccia di siffatta forma; S’Ischeltiadòlzu (luogo dove fare baccano), con probabile origine legata alla caccia grossa; Costa Carracàna potrebbe derivare da “carràre canes” (cioè portare i cani), sempre in relazione con la caccia grossa; S’Aldia e M. La Guardia rimandano a punti di osservazione di cui oggi non si riscontrano tracce; M. di Li Vèmmini (le donne), forse per delle rocce dalle sagome vagamente femminili?; M. Diana (in riferimento al cognome di antichi proprietari o alla dea latina?), Caràsu (attinente agli scheletri?) etc.

Infine, forse ispirate all’antica presenza dei Bàlari sarebbero le località di Bala, Balascia, Baligiòni e Balanòtti e forzando un pochino, il termine stesso di Limbara che potrebbe derivare da crasi e abbreviazioni dei termini “Limen Balari”: confine dei Bàlari. Non per caso, forse, in sardo si usa dire “Limbàri”.

L’uomo e la storia

Il Monte Limbara non è ricco di vestigia di remote frequentazioni. Se si escludono, infatti, le tracce di frequentazioni preistoriche nelle grandi rocce tafonate di La Prisgjòna, Lu Pagghiòlu, Li Conchi e M. Biancu, le residue testimonianze sembrano arrestarsi alle pendici della montagna. Così accade per l’area di Monti di Deu (Calangianus), gli insediamenti preistorici di Monte Acuto, San Salvatore di Nulvàra, o i dolmen di Abiàlzos, Sant’Andrea e Santa Caterina (Berchidda). L’unica eccezione è rappresentata dai “Ruderi Romani” presso M. La Iàtta (IGM) e da circa mezzo chilometro di quella che parrebbe una strada lastricata di età romana, ben conservata per brevi tratti e che a questi ruderi conduce.

Un’area sui generis, per la presenza di siti archeologici, è l’altopiano di Balascia, con le vestigia di ben 6 nuraghi, alcuni con villaggi anche estesi nei dintorni. Altri siti preistorici, ai margini o sulle pendici del Limbara, sono conservati: in territorio di Oschiri, a Sa Turrìna, Pabizòne, San Leonardo, Marinìspa, Mandras e nell’area di Balanòtti-San Giorgio; a Berchidda presso M. Acuto, a M. Su Castèddu, M. Giolzìa e a San Michele; a Tempio il Nuraghe Muntèsu e Budas presso Nuchis.

All’età romana sarebbe riferibile uno stanziamento di legionari in loc. Milizzàna (Tempio), all’inizio della strada per Li Mulìni e Li Conchi. Milizzàna deriverebbe da milizia, e alcuni ritrovamenti di monete romane confermerebbero il toponimo.

L’attenta analisi delle fonti classiche sulla Sardegna, fin dalle reminiscenze omeriche, non consente di individuare sicuri riferimenti all’area del Limbara, fatta eccezione per il frequente richiamo alle fiere popolazioni che qui vissero, resistendo alla pressione della potenza prima cartaginese e poi romana: i Bàlari. Un’iscrizione su un masso granitico tra i territori di Monti e Berchidda (Riu Iscorrabòes) permette di localizzare i Bàlari nel Logudòro orientale, dalle pendici del Limbara, fino a comprendere forse anche l’Anglòna.

Strabone (64-63 a.C.? – 20 d.C.) cita i Bàlari come una delle quattro tribù sarde, insieme a Pàrati, Sossinàti e Aconìti. Li descrive come abitanti delle caverne che non coltivavano le poche terre adatte, limitandosi invece alla pirateria e al saccheggio.

Secondo Sallustio (86-35 a.C.) i Bàlari sarebbero di origine ispanica o della Numidia, e sono descritti come “gente di animo mutevole, malfidi per timore degli alleati, scuri di vesti, acconciatura e barba”. Pausania (117-180 d.C.) li considera mercenari cartaginesi che, disertori per disaccordi economici, si sarebbero rifugiati sulle montagne, e afferma che “Bàlari” è un vocabolo corso che significa “fuggiaschi”, da cui l’ipotesi che Pèrfugas, paese dell’Anglòna a Nord-Ovest del Limbara, possa essere incluso nel territorio bàlaro (perfugas letteralmente vuol dire “fuggitivi”).

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) menziona i Bàlari tra i populi celeberrimi con i Corsi di Gallura e gli Iliènses, che avrebbero abitato i monti di Alà e del Màrghine-Gocèano. Questi popoli furono i più fieri oppositori di Roma repubblicana in Sardegna.

Il numero di “ribelli” uccisi o fatti schiavi dai Romani è impressionante. Il solo console Tiberio Sempronio Gracco, padre dei famosi Gracchi e marito dell’altrettanto celebre Cornelia, secondo Tito Livio (59 a.C. – 17 d.C.) ne avrebbe uccisi 12.000 nel 177 a.C. e altri 15.000 nel 176 a.C, durante l’anno del suo proconsolato. Costui dettò poi un’iscrizione per un dipinto fatto porre durante il suo trionfo, nel tempio di Mater Matuta a Roma, dove vantava l’uccisione e la cattura di 80.000 persone! Queste cifre (sulla cui veridicità non si deve far totale affidamento) sembrano ancor più spaventose se rapportate alla già sparuta popolazione isolana di quel tempo, decimata da sottosviluppo e malaria. Tornando alle citazioni di luoghi, sia Tito Livio sia Anneo Floro (70-145 d.C.) parlano di Montes Insani, bizzarro toponimo su cui si discute (più probabili i Supramòntes).

Riferimenti espliciti all’areale del Limbara in senso stretto sono quindi assenti, ma ciò non deve meravigliare, visto il rapporto che esiste tra la storia e la montagna sarda in generale. La montagna non ha tramandato Storia, poiché questa è stata scritta sulle coste e sulle pianure, cioè nei luoghi d’incontro e scontro con culture e ambizioni straniere, e nei siti d’interesse economico-produttivo, quali le grandi aree cerealicole o minerarie. Soprattutto, la storia è scritta da chi ha vinto e in questo modo non possono essere tramandate le sconfitte, seppur effimere.

La montagna si autodefiniva da sé, per giunta con valenze negative, simbolo del pastore (contrapposto all’operoso contadino), capace di piombare come un rapace sulle pianure per ghermire il lavoro altrui, e presto ritirarsi, impunito, sulle selvagge “barbariche” alture, come scriveva Strabone. A tal proposito incuriosisce il ritrovamento di un ripostiglio di monete romane repubblicane ai piedi del Limbara, in loc. Sa Contrizòla a Berchidda nel 1918: ben 1399 monete di cui la più recente riporta come datazione il biennio 83-82 a.C. (Q. Anto Balb.). Non si ha però notizia di rapine o saccheggi da parte dei popoli dell’interno in questo periodo.

L’ultima rivolta ricordata è collocata intorno al 111 a.C. col trionfo di Marco Cecilio Metello vincitore sui sardi.

Non si può negare che la complessa fratturazione territoriale della Sardegna, a causa delle montagne, abbia contribuito all’isolamento delle popolazioni e forse a ritardare lo sviluppo di una “coscienza nazionale”.

Per sentir parlare esplicitamente di Limbara occorre spostarsi al secolo XIX, quando si fanno numerose e analitiche le descrizioni dei siti (vedi le opere di Casalis, Corbetta, Della Marmora), con dotte dissertazioni di geomorfologia, botanica, faunistica, climatologia, senza che però l’autore mostri un interesse “turistico” per quei luoghi o per gli itinerari, quasi prevedendo che il lettore a lui contemporaneo poca attenzione avrebbe riposto per tali conoscenze.

Il Della Marmora in particolare non si trattiene sul Limbara come ha fatto sul Gennargèntu, limitandosi alla narrazione delle numerose ascensioni al Giugantinu, tra difficoltà climatiche, nell’attesa di stabilire punti trigonometrici, e dell’ammirare all’alba lo splendido panorama fino alla Corsica e all’isola di Montecristo (tra l’altro vista dall’autore in data 17-5-2011, durante una giornata particolarmente tersa!).

Eppure forte e duraturo è stato il rapporto tra l’uomo e il Limbara, a dispetto dei dati incerti e incompleti di cui abbiamo finora parlato. La vivacità degli stazzi alle sue pendici, che tanto avevano incuriosito Carlo Corbetta nel 1877 (costui ci offre tra l’altro un interessante confronto: in dialetto abruzzese staz indica “capanne di pastori”), e soprattutto le transumanze estive verso la zona di Monti Biancu e Li Conchi sono il segno più tangibile di tale legame.

Immaginiamo la risalita dei pastori e delle loro famiglie da Telti e da Monti, attraverso un antico per corso che dalle pendici di Monte Lisgju risale ai piedi di P. di Li Vèmmini fino a Vena Mala, per arrivare alla stretta gola tra Monti Biancu e Monti di Li Conchi. Qui, enormi grotte murate (conchi fraicàti), dotate di rudimentali arredi, si trasformavano, fino a qualche decennio fa, in abitazioni idonee a un accettabile soggiorno estivo. I pascoli erbosi, le fontane, il vicino Rio Littaghièsu dove andare a fare il bucato (forse in località Li Bucatìcci, nei pressi d’un rio: un’anziana gallurese riferì che il termine indicava i buchi nel terreno ove ottenere la lisciva, ma non ci sono altri riscontri), gli orticelli per i consumi familiari, vivacizzavano la quotidiana sfida con la vita. Certamente l’escursionista potrà soltanto immaginare che in questi luoghi si consumava una parte della faticosa esistenza dei pastori, tra il lavoro, il canto, il ballo, la nascita e la morte. Né può immaginarli come barbari eredi dei sardi pelliti o mastrucati latrunculi (la mastruca era un’originale pelliccia d’orbace dei montanari sardi), come li indicava spregevolmente Marco Tullio Cicerone.

Al giorno d’oggi il rapporto con il Limbara si è fatto più episodico. Gli insediamenti produttivi interessano solo le pendici della montagna, raramente spingendosi sugli 800 metri. Solo in occasione della festa di Mezz’agosto il sito di Vallicciola e le aree circostanti, fino alla Madonna della Neve, si trasformano in un enorme tavolo da picnic, e la devota occasione mariana si sposa a quella più laica di interminabili luculliane libagioni, con giochi, canti e danze. L’afflusso è così intenso che le Forze dell’Ordine devono limitarlo, per paura d’incendi e per la scarsità di vie di fuga.

Fino agli anni ’80 del secolo scorso, Vallicciola ospitava un grande campeggio abusivo assai frequentato da sardi di ogni provincia, e sono presenti i casotti della forestale nei pressi della fontana. A quei tempi funzionava il vecchio albergo, che dopo diversi anni di desolante abbandono ha riaperto i battenti nel 2007. La zona è stata arricchita con giochi per bambini e un wash-camper.

Per il resto, con l’eccezione degli escursionisti di ogni grado, la montagna vive in silenzio, tollerando l’oltraggiosa presenza di obsoleti insediamenti militari decadenti e di un’inverosimile selva di ripetitori d’ogni tipo, alla cui sicurezza e gestione provvede un piccolo gruppo di militari e operatori, alle prese con le difficoltà dovute al clima continentale che vige nelle aree sommitali.

Confidiamo che un’oculata realizzazione del Parco Naturale serva a instaurare un nuovo, più forte e più rispettoso legame tra l’uomo e la montagna. Un rapporto che inizia da molto lontano e che abbiamo il dovere di rinsaldare, senza disturbare quel gigante di granito che ci sovrasta, possente, da almeno trecento milioni di anni.

Guida Limbara Calvia Delfino

IL GRANITO DEL LIMBARA

Orogenesi ercinica

Costituente principale del Limbara è la roccia granitica, creatasi circa trecento milioni di anni or sono, nel periodo Carbonifero (era Paleozoica). In quell’epoca un vasto fenomeno “corrugativo” diede origine a diversi complessi montuosi (Orogenesi Ercinica, dal nome di una regione tedesca tra i fiumi Elba e Weser), mentre si svolgeva un’intensa attività vulcanica. La massa di materiale vulcanico, costituita dal magma, ebbe a consolidarsi sia sotto la crosta terrestre (formando rocce intrusive o plutoniche) sia fuori da questa (rocce effusive).

Il granito è una roccia vulcanica “intrusiva” prodotta da magma raffreddatosi lentamente, in condizioni protette da brusche variazioni di temperatura. Le grandi masse di roccia granitica sono costituite da batoliti, (enormi corpi intrusivi, anche di centinaia di km per lato) che in seguito al corrugamento o all’erosione possono divenire superficiali (come appunto è accaduto nel Limbara) e andare poi incontro a ulteriori fenomeni di maturazione e di degradazione.

Dopo la fase di orogenesi ercinica, il Limbara pare aver attraversato un lungo periodo di stasi tettonica, fino a quando nel Mesozoico, qui come altrove, ai vivaci fenomeni orogenetici si sostituirono i ripetuti lenti movimenti di sollevamento e abbassamento (movimenti epirogenetici) con sommersione e regressioni marine.

Infine nel Quaternario, caratterizzato da glaciazioni e da periodi interglaciali, si ebbe un’intensa attività erosiva sul granito, che diede luogo all’estrema varietà di paesaggio che ancor oggi si ammira.

Da assai lontano parte quindi la strutturazione del Limbara, e della Gallura in generale. Da tempo immemore fenomeni erosivi, lenti e inesorabili, legati agli agenti atmosferici, modellano le parti emerse, creando il vero fascino del granito nel suo habitat, prima ancora che il cavatore lo asporti e che la levigatura esalti i contrasti tra quarzo, miche, plagioclasio e feldspati, in quel caleidoscopico collage che ha portato la Gallura ad abbellire tanti angoli del mondo.

L’azione separata e congiunta d’acqua, grandi escursioni termiche e vento crea un mix di fenomeni chimici e fisici cui diversamente reagiscono i suoi componenti, esitando nell’erosione del granito, dai tipici tafoni fino all’elisione totale di parti di roccia, e alla sua trasformazione in caratteristico sabbione. Questi agenti, modulando le proprie attività lungo imperscrutabili angolazioni e densità diverse, danno luogo alle inquietanti morfologie che ogni visitatore coglie al cospetto del granito di Gallura.

Aggiungiamo poi l’azione decorativa di muschi e licheni, capaci d’infinite sfumature sulle pareti rocciose, veri e propri damaschi naturali d’incomparabile suggestione, e quella delle specie vegetali che abitano le fratturazioni delle rocce stesse, dalla borracina dai fusti rossastri (Sedum caeruleum) agli arditi tassi o ginepri.

Rocce metamorfiche

Una parte del versante sud-occidentale del Limbara, compresa nei territori di Berchidda e Oschiri, si caratterizza per la presenza di rocce metamorfiche, formatesi in epoche ancor più antiche del granito stesso (periodo siluriano – Paleozoico circa 450-400 milioni di anni fa) e modificate durante i sommovimenti dell’orogenesi ercinica. Si tratta soprattutto di metamorfiti di grado medio e medio-alto.

Le migmatiti, rocce ibride dove il granito si fonde con la metamorfica, sono tipiche della valle di Carasu e dei rilievi compresi tra questa e P. Pedrosa. Altre migmatiti si trovano nell’area di Giagone-Tuccone. In una limitatissima area tra la valle di Caràsu e San Leonardo è presente una lente di anfiboliti. Queste particolari metamorfiti di grado medio-alto sono originate da rocce basiche (generalmente plagioclasio e orneblenda). In Sardegna le anfiboliti sono limitate a pochi filoni lenticolari situati ai margini del vasto batolite granitico gallurese (da Posada-Torpe, Erula, Viddalba fino all’Asinara), schiacciati e compressi a formare una linea immaginaria spezzata dall’orogenesi.

Sono presenti inoltre i micascisti e i paragneiss che dalle sponde del lago Coghinas riemergono verso i primi contrafforti occidentali (diga Coghinas, Bilgalzu, Sa Mesana, P. Lanzinosa), e ancora a Nord-Est di San Leonardo-Pianas (P. Sa Chigantula, M. Giachèddu, M. Pulcagghju etc.). I primi sono derivanti dal metamorfismo di grado intermedio ad alte temperature di rocce quarzose e sono caratteristici di aree interessate dal sollevamento orogenetico, con erosione degli stati profondi. I secondi sono minerali formati da metamorfismo di grado medio-alto di rocce sedimentarie, spesso arenacee.

Guida Limbara Calvia Delfino

IDROGRAFIA DEL LIMBARA

Da Nord a Sud sono numerosi i corsi d’acqua che scorrono sul Limbara. Si tratta di corsi a regime torrentizio, destinati a prosciugare il loro corso in estate, eccezione fatta per rare annate particolari (es. il 2002). Questi torrenti alimentano, lungo il loro cammino, ben quattro laghi artificiali: dal più grande al più piccolo, lago Coghinas, Liscia, Tisiènnari, Lu Pagghiolu. Sui versanti orientale e meridionale scorrono torrenti che alimentano il Riu Mannu di Berchidda (vero confine naturale dell’area di Limbara) e che si gettano sul lago Coghinas. Di questi a Est i più importanti sono:

  1. Rio Alinèdu-Terramála-Calarighe che, alimentato da sorgenti comprese tra P. Bandera, M. Niiddoni e Costa Carracana, dà vita a uno dei più spettacolari corsi d’acqua di tutto il massiccio.
  2. Rio Sa Mela-S’Oltòriu-Bala-Badu Alvures, alimentato da tre diversi immissari provenienti da Suprappare, L’Alburu Nièddu e valle di Sa Mela, è ricco d’invidiabili scorci, con caratteristici salti e piscine naturali.
  3. Rio Gaddalzu-Iscorrabòes-Badu ‘e Carru che, nato da varie sorgenti ai piedi del complesso M. La Pira-M. Diana, alimenta prima la vasta zona umida di Lu Graniatogghju-Vena Limbara, poi discende sotto San Salvatore di Nulvara e prosegue il suo cammino fino a unirsi al rio di Terramála in loc. Campu ‘e Nades.
  4. Rio S’Unchinu, nato dai rii sgorganti a S’Abba ‘e S’Alinu e Sa Miria, cui si unisce il Rio Concone (originato da P. de Su Frassu e Sa Paule). Nell’IGM è chiamato Rio Badu Alvures. Spettacolare il canyon di S’Abb’Alva, ricco di salti.

A Sud il massiccio è solcato principalmente da tre torrenti:

  1. Rio Contra Manna-Badde Manna-Sa Buttiglia che nasce sotto P. Giugantīnu e si getta sul lago Coghinas in loc. Sa Buttiglia. Pure questo rio conserva molti angoli affascinanti con cascate e specchi d’acqua tra cui si cita Sas Solianas.
  2. Rio S’Eritti-S’Orighina, a corso assai povero, che nascendo dai rilievi di S’Alturina e Sa Rocchèsa giunge, senza interferire con altri corsi d’acqua maggiori, fino al Riu Mannu di Berchidda in loc. Silvàni. Da citare il suo medio tratto che culmina nella bella cascata di Su Ponte ‘e Su Fraile.
  3. Rio Caràsu, nato da vari rami provenienti da S’Ispumadolzu, S’Ampulla, M. Longu, M. Longhèddu, Baligioni e che, dopo alcuni passaggi spettacolari e selvaggi, si unisce al Rio Sa Buttiglia, sotto M. Acuto.

Il versante Ovest è solcato da importanti corsi d’acqua. Tra tutti si menzionano quelli che alimentano a Nord il Rio Carana, principale immissario del lago di Liscia:

  1. Rio Pisciaròni-Torrente Limbara, nasce sotto P. Giugantinu ma raccoglie acque da molti altri affluenti, da Monti Canu ad Abbafritta. Pregevoli i numerosi salti da cui deriva il nome.
  2. Rio Li Mulini, si collega al Torrente Limbara nell’omonima località dopo aver visto le sue sorgenti tra Li Cupunèddi e Abbafritta.
  3. Rio Lu Pagghiolu-Puddiàlvu, nato dall’unione di diversi affluenti come Li Reni, Rio Val di Musca e Littaghièsu, probabilmente deve il suo nome all’omonimo ponte. A valle forma un lago di recente costruzione e, oltre la sua diga, si unisce al Torrente Limbara dando origine al Rio Parapinta, principale affluente del Rio Carana.

I maggiori corsi d’acqua che non si gettano sul Liscia sono due:

  1. Rio Baldu, al quale si uniscono vari torrenti Rio Fundu di Monti, Rio Fica Bianca, Rio Lu Frassu-Columbànu, che dopo un lungo percorso confluisce nel medio tratto del Fiume Coghinas, tra la diga di Muzzone e il lago di Tisiènnari.
  2. Rio Badu ‘e Curadore-Lu Lacchèddu, il cui ramo principale discende da S’Ampulla, borda le falde orientali dell’altopiano di Balascia e si getta nel lago Coghinas a poca distanza dai ruderi della chiesa di S. Giorgio.

L’unico corso d’acqua del Limbara che raggiunge senza sbarramenti il mare nasce nel versante Nord, sotto Crispoli. Nel suo corso alto si chiama Rio Ficu Cottu-Miriacheddu (dove attraversa la SP138), cui si unisce il Rio Vittareddu proveniente da M. Niiddoni e Scala di Lu Lioni; poi prende il nome di Rio Taròni, passa presso Telti e più a valle si unisce al Rio Palasòle che, ingrossato da altri torrenti, diviene fiume Padrongianus e sfocia in mare a poca distanza da Olbia.

Infine, il Rio Val di Magghju nasce nel versante Nord a Funtana de L’Alzoni, e dopo aver ricevuto le acque del Rio Vena Piccina diviene Rio Santu Paulu-Badu Mela, passa a Pascaredda, e prende poi il nome di Rio Cossicana, che si unisce al Rio Carana.

I laghetti

In alcune località del Limbara si trovano dei laghetti artificiali. Nel cantiere forestale Limbara Sud: 2 a S’Eritti, a monte ed emissari dell’omonimo rio; ai piedi di Montalvu l’invaso di Sa Miria, emissario dell’omonimo ruscello in loc. Nunzia su un affluente del Rio S’Eritti; Tia Rosa Pala, sbarramento sul Rio S’Eritti; Littu Siccu, a poca distanza dagli antichi stazzi; Sa Paŭle, dove una ricca zona umida convoglia le acque in un esiguo laghetto semi-naturale dal quale origina il Rio Concone. Al confine tra Berchidda e Tempio, Li Sciücchi, sull’alto corso del Rio Contra Manna, dagli splendidi panorami su P. Giugantinu. In territorio di Tempio il laghetto di Lu Miriacheddu; in quello di Calangianus l’invaso di Cantaru Taddatu, sotto Crispoli.

Le fontane

Numerose le fontane, molte delle quali attive in genere tutto l’anno: in territorio di Tempio ricordiamo quelle importantissime di Fundu di Monti, le Tre Fontane di Milizzana, poi Li Frati, Li Scopi, Vallicciola, Lu Pagghiolu, le Naiadi, Fonte Silva, Madonna della Neve e Funtana Bandera. A Berchidda si ricordiamo quelle di Sas Solianas, Baddu Lione, S’Eritteddu, S’Eritti, M. Longheddu, M. Longu e Nunzia. A Calangianus si menzionano Li Conchi, Crispoli e M. Diana. A Oschiri le fonti di S’Ampulla, Funtana Majöre e Mandras (presso il lago Coghinas).

Guida Limbara Calvia Delfino
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Scivolo d’acqua lungo il Rio S’Ispumadòlzu

I FUNGHI

A cura di Alessandro Ruggero

La biodiversità micotica del Limbara è estremamente elevata, e trova origine nel mosaico di ambienti, naturali e artificiali, che caratterizzano il massiccio. Ognuno di questi, come ben sanno raccoglitori e micofagi, è caratterizzato da una propria flora fungina, composta in parte da specie ubiquitarie o quasi, capaci di crescere in diversi habitat, in parte da entità specifiche e specializzate.

La ricerca micologica

Descrivere la flora micologica del Limbara o di qualunque altra parte della Sardegna, allo stato attuale delle conoscenze, appare cosa piuttosto ardua: infatti, se negli anni l’esplorazione botanica dell’Isola ha portato a una buona conoscenza della sua flora, soprattutto delle aree di maggiore evidenza e interesse naturalistico, la medesima cosa non si può dire dei funghi, solitamente ignorati dal mondo della ricerca “ufficiale” e lasciati ai pochi volenterosi “micologi dilettanti” che si trovano nel nostro territorio (anche se il contingente di micologi italiani e stranieri che visita la nostra regione ogni anno è in continua crescita).

Fortunatamente la montagna gallurese ha attirato l’attenzione di alcuni di questi, e in modo particolare di Marco Contu, che negli anni ha descritto diverse specie nuove per la scienza, segnalato entità rare o sconosciute per la micoflora dell’isola o dell’Italia e dato vita a due lavori estensivi: nel primo di questi (Contu & Ruggero, 1996) è data una prima panoramica del patrimonio fungino della montagna, mediante un elenco di 266 specie raccolte soprattutto nel versante settentrionale della stessa, mentre nel secondo (Ruggero & Contu, 2007), più specialistico, è analizzata la flora della piccola abetaia della Madonna della Neve che, nonostante la sua artificialità, conserva una flora fungina rara e peculiare.

Approssimativamente sono elencate per il Limbara circa 400 specie, numero apparentemente elevato, ma che rappresenta con tutta probabilità solamente una piccola frazione del patrimonio fungino della montagna: in virtù delle sue peculiari caratteristiche ambientali e climatiche, della sua vegetazione piuttosto variegata e della sua complessa storia, fortemente legata alle attività umane, questo potrebbe tranquillamente superare il migliaio di entità.

Funghi di prati e pascoli

I prati e i pascoli della porzione basale del Limbara offrono una ricca biodiversità fungina, sia per la loro diversità vegetazionale, sia perché condotti con diverse modalità colturali, allo stato naturale e semi-naturale o addirittura come pascoli arborati o cespugliati. In tale contesto sicuramente le specie più conosciute risultano essere quelle solitamente raccolte dalla popolazione locale per essere consumate, quindi principalmente i prataioli (Agaricus sp.pl.), le mazze di tamburo (Macrolepiota sp.pl.) e le “antunna” (Pleurotus sp.pl.).

Anche se i raccoglitori generalmente non fanno grandi distinzioni, gli Agaricus in realtà presentano diverse specie, distinguibili tra loro con difficoltà in base alle dimensioni, alle colorazioni del cappello, alla forma del gambo e dell’anello, alle tinte assunte dalle carni al taglio e al tocco, ma anche in base ai profumi e ai caratteri microscopici. Perciò scopriremo che sotto il termine generico di “prataioli” si nascondono decine di specie, dai bianchi e gregari Agaricus campestris, fino ai più piccoli e bruni Agaricus cupreobrunneus; ma spesso anche in tali ambienti, soprattutto in boschi e cespuglieti non è raro rinvenire entità propriamente boschive, e non commestibili, come Agaricus xanthoderma e le entità a esso collegate, distinguibili per la silhouette più slanciata, per il gambo allungato, per il viraggio al giallo al tocco e/o al taglio, per l’odore fenolico delle carni.

Non diversa appare la situazione delle cosiddette mazze di tamburo, così chiamate per la particolare forma degli esemplari giovani, che sono presenti nei prati e nei luoghi antropizzati della montagna con diverse entità, tra cui ricordiamo l’abbondante Macrolepiota fuliginosa e la più rara, anche se apparentemente più conosciuta, M. procera. Anche qui i micofagi devono prestare particolare attenzione alle loro raccolte, infatti, negli stessi ambienti può essere presente anche M. venenata, tossica con sindrome gastroenterica, insieme a numerose entità appartenenti al genere Lepiota, talune addirittura mortali, ma che si possono distinguere a un’attenta disamina per la taglia inferiore, per l’assenza del grosso bulbo basale e soprattutto per l’assenza del doppio anello mobile che caratterizza le Macrolepiota.

Nei pascoli aridi tra le distese di calcetreppola o sotto le ferule sarà possibile trovare Pleurotus eryngii e P. eryngii var. ferulae, commestibili ottimi, abbondantemente raccolti dalla popolazione. In realtà la micoflora prativa è ben più abbondante, comprendendo molte specie che, non essendo normalmente raccolte, passano inosservate. Tra queste, numerose appartengono ai generi Entoloma, Hygrocybe e Camarophyllus, entità molto importanti dal punto di vista ecologico in quanto capaci di intessere rapporti micorrizici con diverse essenze erbacee, e proprio per questo considerate importanti indicatori ambientali.

Ricordiamo in modo particolare Camarophyllus pratensis, che in realtà, pur non essendo raccolto dai micofagi sardi, è considerato un buon commestibile, il candido Camarophyllus russocoriaceus, dall’intenso odore aromatico, le coloratissime Hygrocybe coccinea e H. conica. E poi ancora Marasmius oreades, anch’esso commestibile, così come i giovani esemplari di Coprinus comatus, mentre il simile C. atramentarius, che compare soprattutto in presenza di arbusti, diventa tossico quando assunto con bevande alcoliche, dando origine a un’intossicazione molto simile al cosiddetto “effetto antabuse” (malessere con palpitazioni, cefalea, nausea e vomiti che dura per alcuni giorni). Ancora si ricordano Crinipellis scabella, diverse tipologie di vesce, la piccola Bovista plumbea, o Astraeus hygrometricus, a forma di stella, le cui “braccia” si aprono e chiudono in relazione all’umidità atmosferica, e tante altre specie appartenenti ai generi Scleroderma, Lycoperdon, Geastrum, per non contare la miriade di entità coprofile, associate quindi allo sterco degli animali al pascolo, e in genere appartenenti ai generi Psathyrella, Panaeolus, Peziza etc.

Funghi delle sugherete

Le sugherete che ricoprono ampiamente le zone basali della montagna gallurese offrono sicuramente uno dei massimi esempi di biodiversità fungina, basti pensare che nella sughereta sperimentale dell’Agris, in località Cussèddu, presso Tempio Pausania, in poco più di 60 ettari sono state censite oltre 200 specie di macrofunghi. In tali ambienti le specie più note e ricercate sono quelle commestibili, a cominciare dal porcino nero (Boletus aereus) e dal porcino estivo (B. reticulatus), normalmente ed erroneamente chiamati porcini reali. Seguono poi Boletus impolitus, dai pori gialli, e Gyroporus castaneus, dal gambo cavo, e ancora altre Boletacee meno pregiate ma ugualmente raccolte, come i diversi Xerocomus (X. subtomentosum, X. cisalpinus, X. armeniacus etc.) o il tardivo leccino (Leccinum lepidum), per arrivare al pregiato ovolo mangereccio (Amanita caesarea).

Tra le amanite possiamo trovare anche la mortale A. phalloides o la velenosa A. pantherina, così come diverse entità commestibili solamente dopo cottura, come l’abbondante A. rubescens o le svariate entità appartenenti al gruppo di A. vaginata, alcune delle quali sono state descritte per la prima volta proprio sul Limbara o nelle sue immediate vicinanze (es. A. separata). Tra le Boletacee, subito dopo le prime piogge estive, è possibile incontrare il robusto Boletus fragrans, virante fortemente al blu al taglio, o il piccolo e coloratissimo Aureoboletus gentilis, e tante altre entità.

La popolazione macromicetica delle sugherete pedemontane è abbondante: sicuramente uno dei gruppi tassonomici più frequenti e più facilmente riconoscibili (solamente però a livello generico) è il genere Russula. Questo comprende decine di entità, alcune delle quali commestibili, come l’ottima R. cyanoxantha, o la mediocre e ubiquitaria R. delica, e altre invece non commestibili per i sapori piccanti o acri, como R. foetens e R. graveolens. Frequenti sono pure le specie appartenenti ai generi: Lactarius, come L. chrysorrheus, non commestibile, il cui nome deriva dall’emissione di abbondante latice giallo dorato; Tricholoma, come T. pseudoalbum, dalle colorazioni bianche e T. sulphureum dall’intenso odore di zolfo; Entoloma, come E. lividum, fungo di grandi dimensioni, dalle carni sode e compatte e con buon odore di farina, ma velenoso con sindrome gastroenterica, talora tanto violenta da portare alla morte l’incauto raccoglitore.

Contrariamente a quanto si possa pensare, anche talune specie di prataioli, nonostante il nome, allignano all’interno dei boschi a sughera. Tra questi ricordiamo in modo particolare Agaricus xantoderma e le specie a esso collegate (A. praeclaresquamosus, A. phaeolepidotus etc.), tossici con sindrome gastroenterica, ma anche Agaricus sylvicola ed entità simili, molto somiglianti ai precedenti ma caratterizzati dall’assenza di odori fenolici e dalla presenza di odori anisati o assimilabili a quello delle mandorle. Non mancano inoltre specie appartenenti ai generi Leucopaxillus, come il bellissimo, ma dalle carni amare, L. gentianeus, e Clitocybe, come l’ottima C. geotropa, l’aromatica C. odora, dal profumo anisato, o l’ubiquitaria C. gibba, le cui popolazioni sarde sono state recentemente ascritte alla nuova specie Infundibulicybe mediterranea. Non si trascura l’enorme contingente di specie appartenenti ai generi Cortinarius e Inocybe, spesso non commestibili per gli odori forti e particolari, o per i sapori sgradevoli, ma talora anche tossiche o mortali.

Funghi di pinete e boschi di conifere

Fatta eccezione per la foresta a Pinus pinaster della zona di Costa Carracana-M. Niiddòni, tutti i boschi a conifere presenti sul massiccio montuoso sono di origine artificiale, con impianti soprattutto degli anni ’70, ma già cominciati in minima parte negli anni ’20 del XX sec. Nonostante l’artificialità, in genere i boschi a resinose del Limbara sono ben naturalizzati, con abbondante sottobosco che evolve verso le forme più mature della macchia e quindi della foresta a lecci. Proprio per tale motivo la biodiversità fungina di questi boschi, soprattutto nelle zone basali, è abbastanza elevata. Alle specie tipiche della macchia e della lecceta, la cui presenza è legata alle essenze del sottobosco, si aggiungono le entità simbionti delle conifere o le saprofite sui residui di queste: gli abbondanti pinaroli (Suillus luteus, S. granulatus, S. bovinus, S. bellini), commestibili di scarso valore; i lattari con lattice rosso (Lactarius deliciosus, L. sanguifluus etc.), anch’essi commestibili talora anche di buona qualità; le numerose Russula, tra cui la bellissima R. torulosa; e poi ancora i Tricholoma, tra cui T. vaccinum; moltissime Mycena, come M. seynii, che cresce sulle pigne, o la piccola M. aurantiomarginata, dal cappello con margine arancio.

Si citano poi diverse Clitocybe, tra cui C. phaeophtalma, dall’intenso odore aromatico e nauseante, che i micologi d’oltralpe definiscono “di pollaio”, o la candida C. cerussata, tossica con sindrome muscarinica, come molte altre clitocibi bianche. Particolarmente abbondanti risultano anche le diverse entità di Cystoderma, dall’intenso odore terroso, la verde Stropharia aeruginosa, l’ubiquitario Chroogomphus rutilus o la gregaria Hygrophoropsis aurantiaca, che caratterizza soprattutto i boschi della porzione più alta della montagna. Non si tralasciano poi le entità lignicole, abbondanti soprattutto sui ceppi o sui tronchi marcescenti, tra cui il bellissimo Tricholomopsis rutilans, frequente in tutti i boschi, o il fulvo Gymnopilus penetrans.

I funghi dell’abetaia della Madonna della Neve

Un discorso a parte merita la piccola abetaia ad Abies cephalonica impiantata presso la chiesa della Madonna della Neve, che conserva al suo interno un vero e proprio patrimonio micologico, che conta oltre 63 specie, tra cui alcune di eccezionale valore ecologico e fitogeografico. Tra le tante si menzionano Xerocomus badius e Lactarius salmonicolor, per i quali si tratta dell’unica stazione presente nell’Isola, o Amanita flavorubescens, specie nordamericana, la cui prima descrizione per l’Italia arriva proprio da tale habitat, o ancora A. ochraceopallida, specie scoperta solo di recente proprio in tale sito. Non bisogna inoltre scordare entità più comuni, ma molto appariscenti, come A. muscaria, che proprio in questo sito mostra una delle popolazioni più belle e abbondanti della montagna. Tale popolazione è spesso devastata da raccoglitori ottusi e ignoranti, che si ostinano a distruggere tutto ciò che non conoscono e non possono mangiare, provocando un enorme danno all’ambiente.

Funghi della lecceta e della macchia

In passato probabilmente tutta la montagna era ricoperta da un’unica grande lecceta, che solamente nelle parti più rocciose e aride degradava verso diverse forme di macchia mediterranea. Oggi la situazione appare molto diversa, infatti, la pressione antropica diretta e indiretta, sotto forma di incendi, tagli e pascolo, ha alterato fortemente gli equilibri, spostandoli maggiormente verso le macchie, dalle forme degradate a quelle più evolute, come la macchia-foresta a lecci, mentre le leccete, in genere condotte a ceduo, si sono ridotte fortemente. Dal punto di vista micologico non esistono grandi differenze tra la flora macromicetica di una lecceta e quella delle sue forme di degradazione più evolute. In genere si tratta di ambienti caratterizzati da una biodiversità vegetale non particolarmente elevata, a causa dell’enorme copertura del suolo da parte di alberi e arbusti, che porta a una certa povertà micologica, che riflette parzialmente e in misura molto ridotta le specie presenti nella sughereta.

Soprattutto nei boschi più fitti e chiusi, sono in genere più frequenti le specie saprofite, viventi dalla degradazione del materiale vegetale in decomposizione. Tra queste spiccano: alcune specie di Lepista, tra cui le comuni L. nuda e L. flaccida considerate commestibili mediocri; qualche Agaricus boschivo, come A. silvicola (simile al velenoso A. xanthoderma ma con odori anisati); diverse Clitocybe, tra le quali C. nebularis, dall’intenso odore aromatico, nauseante, consumato in diverse regioni italiane, ma causa di frequenti intossicazioni. Inoltre si trovano numerose specie lignicole, tra le quali il bellissimo Hericium erinaceus. Sono poi presenti diverse specie simbionti come le immancabili Russula, tra cui la più caratteristica è certo R. ilicis, vari Lactarius, diverse specie di Hygrophorus, tra cui il ricercato H. russula, e numerosi Cortinarius.

Nei boschi un poco più aperti, è possibile raccogliere anche gli ottimi Boletus aereus, Amanita caesarea, e Leccinum lepidum, mentre presso la porzione più elevata del Limbara compare Boletus edulis. Questi ultimi generi sono rappresentati anche da altre entità come Boletus radicans, non commestibile per il sapore amaro, B. rhodoxanthus (velenoso e spesso confuso con il B. satanas, caratteristico invece delle leccete insistenti su suolo calcareo), o come Amanita pantherina, anch’essa velenosa. Sicuramente le specie che caratterizzano le leccete e le macchie sono le Ramaria, presenti in Sardegna con numerose entità e ben rappresentate anche sul monte Limbara. Si tratta di specie raccolte tranquillamente dalla popolazione locale che le considera ottime commestibili, anche se il loro consumo dovrebbe avvenire soltanto in seguito a un’attenta analisi da parte di personale competente; infatti accanto a entità effettivamente commestibili, come R. flava e R. botrytis, ne esistono altre tossiche con sindrome gastroenterica. Per giunta i caratteri che permettono una corretta distinzione tra i due gruppi non sempre sono ben distinguibili dai comuni raccoglitori.

Tra le macchie meritano un discorso a parte i cisteti, forme vegetazionali derivanti da un’estrema degradazione delle leccete o delle sugherete preesistenti, che conservano una popolazione fungina del tutto particolare, costituita da numerose entità che intessono importanti rapporti di simbiosi con le diverse specie appartenenti al genere Cistus. Spesso tale relazione è tanto stretta che è ricordata anche nei nomi scientifici delle specie: sarà così possibile trovare varie entità del genere Lactarius, come L. cistophilus e L. tesquorum, ma anche varie Russula, tra cui R. cistoadelpha e R. monspeliensis, o gli “aromatici” Hebeloma, come H. cistophilum, e ancora numerose entità appartenenti al genere Cortinarius e Inocybe. Infine si cita Amanita cistetorum, descritta qualche anno fa come nuova per la scienza su raccolte provenienti dai cisteti della Sardegna. Queste sopra riportate sono entità in genere tossiche o senza alcun valore alimentare a causa di odori o sapori sgradevoli, ma il comune raccoglitore di funghi potrà trovare frequentemente anche Leccinum corsicum, considerato un buon commestibile, e pure gli ottimi Amanita caesarea, Boletus aereus e B. reticulatus.

Specie di aspetto inconsueto

Sono parecchie le specie dall’aspetto lontano dal classico fungo con gambo, cappello e lamelle (o tubuli), da Clavariadelphus flavoimmaturus, clavato e con un evidente colore giallo, a Tremella mesenterica, cerebriforme e dalla consistenza cornea, ad Auricularia auricula-judae, anch’essa gelatinosa, e ancora le Peziza, a forma di scodella, o le Otidea dalla fisionomia auricolare. Altre specie di forma particolare sono Clathrus ruber, reticolato e fetido; Phallus impudicus, il cui nome ne esplicita la forma; alcune specie appartenenti ai generi Helvella, Mitrula, Xylaria e ancora sui tronchi Fomes fomentarius, Trametes versicolor, diverse specie di Polyporus e il variopinto Ganoderma lucidum. Per finire, alcune specie edibili come Hydnum rufescens, fittamente aculeato, Morchella sp.pl. dagli sporocarpi alveolati, i ricercati gallinacci (Cantharellus cibarius), le finferle (Craterellus lutescens), le trombette da morto (Craterellus cornucopioides) e il gelone (Pleurotus ostreatus).

Gli alneti

Per i profani e per i semplici cercatori di funghi eduli, le foreste-galleria ad Alnus glutinosa che circondano i corsi d’acqua del Limbara non rappresentano un ambiente appetibile e ricercato. In effetti le specie commestibili sono rare e la loro presenza appare in genere casuale. Tali ambienti, pur non essendo caratterizzati da una flora micotica abbondante, presentano diverse entità altamente specializzate e interessanti dal punto di vista scientifico: innanzi tutto diverse specie di Alnicola, il cui nome deriva proprio dal fatto che questi funghi sono strettamente legati al genere Alnus, intessendo con le radici di quest’ultimo importanti rapporti micorrizici, così come Gyrodon lividus, boletacea dallo scarso valore alimentare, diverse entità dei generi Mycena e Lactarius. Infine Clitocybe alni-glutinosae, specie nuova per la scienza descritta di recente su esemplari raccolti in un piccolo alneto del versante settentrionale del Limbara.

I pioppeti

Si tratta in genere di popolamenti vegetali estranei alla flora locale, generalmente costituiti da piccoli raggruppamenti arborei impiantati negli anni passati e costituiti principalmente da Populus alba e più raramente da Populus nigra. Fanno eccezione i piccoli boschi relitti a Populus tremula di M. Longhèddu, Riu Sa Mela, Caccaèddu e Li Cupunèddi, del tutto naturali ed estremamente interessanti sotto il profilo vegetazionale e fitogeografico. La popolazione micotica di tali boschi non appare particolarmente abbondante, ma si caratterizza per la presenza di diverse entità correlate a tali alberi da rapporti micorrizici: Lactarius controversus, robusto fungo dalle colorazioni biancastre e i commestibili Leccinum duriusculum e L. aurantiacum. Altre specie sono legate da rapporti saprofitici o di parassitismo, como Agrocybe aegerita, considerata buona commestibile, ma quasi sconosciuta ai raccoglitori sardi.

Macrolepiota fuliginosa
Amanita caesarea (in alto), Boletus aereus (al centro),  Xylaria tentaculata (in basso)
Astraeus hygrometricus (in alto) - Pleurotus eryngii (in basso)
Tricholoma saponaceum
Guida Limbara Calvia Delfino
Amanita caesarea

LA FLORA

L’escursionista attento, nell’ascesa dalle valli alle vette del Limbara, non potrà non essere attratto dalle svariate entità floristiche che contendono ai graniti il ruolo di protagonisti del paesaggio. Potrà osservare il mutare degli insediamenti vegetali in relazione all’altimetria, la scomparsa di alcune specie e l’apparire di altre resistenti a quote vieppiù elevate. Numerose sono le entità floristiche recentemente censite su tutto il Limbara (Calvia & Ruggero, work in progress): oltre 1050, di cui il 7% circa endemiche (dagli endemismi esclusivi del Limbara a quelli CW-Mediterranei), così rilevanti da giustificare da sole l’ipotesi del Parco o la delimitazione dell’area SIC.

Il maggior numero di entità si riscontra nella fascia basale (dalle sponde del Coghinas ai 500 m s.l.m.), con circa 890 entità finora censite. Di poco inferiore è il novero a quote medie (circa 835 entità). Infine, a quote comprese tra 800 e 1359 m, vegeta un minor numero di specie (725 circa), ma con una maggior concentrazione di endemismi: quasi il 60% del totale. Il contingente endemico si attesta in circa 80 entità rinvenute, ma non mancano piante rare o importanti, come pure le introdotte a scopo ornamentale o per ripopolare le aree degradate dagli incendi.

Fatta eccezione per pochissimi residui di foreste, spesso isolati in piccoli nuclei salvatisi da incendi e carbonai, gli ambienti sono costituiti da boschi, macchia, gariga e zone umide. I boschi sono principalmente formati dalle sugherete fino ai 600-700 m di quota, spesso con sottobosco di cisti ed eriche, o ospitanti prati con piante di rilevante interesse floristico. Frequenti i boschi misti di sughere (Quercus suber), lecci (Quercus ilex), olivastri (Olea europaea var. sylvestris) e ornielli (Fraxinus ornus) infittiti dal lentisco (Pistacia lentiscus). Mirabile un albero di lentisco presso lo stazzo Sa Multa Ona, misurato il 3-1-2008 dallo scrivente e dal disponibilissimo proprietario (Giovanni Sini) con l’aiuto di Piero Gaias di Berchidda, alto circa 7 m e con circonferenza del tronco di 2,59 m. Sono però i lecci gli alberi che conservano gli esemplari più imponenti: Terramala, S’Elighe ‘e Toto, Valle di Suprappare, Crabiles, Columbanu, Furru di Conca, per citarne alcuni.

In seguito all’azione duratura dei carbonai, i boschi dell’area del leccio sono oggi in gran parte costituiti da ceppaie (ceppaia, o ceduo, è un tipo di taglio del bosco con conservazione di uno o più polloni a seguito del taglio della pianta madre) a maggioranza di lecci e corbezzoli. L’evoluzione climacica del bosco è però costituita, sul Limbara, dalla lecceta pura, con rari esemplari di altre specie (agrifoglio, tasso, orniello, corbezzolo). Queste fustaie (fustaia: bosco governato con piante nate da seme) sono oggi molto rare (Framminghèddu, Monti di Deu). Per quanto riguarda la roverella (Quercus pubescens), sul Limbara è rara: sparsi esemplari si riscontrano nei boschi del versante nord-occidentale, ma mai formanti nuclei monospecifici come avviene per sughere e lecci. La sua presenza s’infittisce invece nel piano, in direzione di Tempio Pausania.

Il sottobosco può esser reso impraticabile da varie lianose. In primis il rovo (Rubus ulmifolius), che ci ripaga dei torti subiti solo in tarda estate, quando si possono gustare le sue succose more. Altra temibile lianose è la salsapariglia (Smilax aspera), inestricabile feritrice di arti e ben più ingrata del rovo, così come la rosa sempreverde (Rosa sempervirens). Altre rose sono presenti nel massiccio: Rosa canina, R. elliptica, R. pouzinii etc. Tra le lianose inermi si ricordano: caprifoglio (Lonicera implexa), clematidi (Clematis vitalba, C. cirrhosa e C. flammula), tamaro (Dioscorea communis) e edera (Hedera helix).

Col crescere della quota (800-900 m s.l.m.), si nota la rarefazione e quindi la scomparsa delle sughere (esemplari isolati arrivano fino a 1000 m circa). Di contro diviene più pressante la presenza del leccio, con esemplari robusti e dal bel portamento, spesso in boschi cedui utilizzati fino a pochi decenni fa dai carbonai. I ginepri sono ancora frequenti, ma la loro crescita si fa vieppiù stentata in elevazione e l’aspetto diviene prostrato, succube dei venti dominanti che imprimono una naturale potatura.

S’incontrano inoltre i fichi (Ficus carica), i perastri (Pyrus spinosa), i prugnoli (Prunus spinosa) e i biancospini (Crataegus monogyna), comuni a valle ma presenti fin sotto le vette. Raro, in poche aree del versante Nord-Ovest, è il sorbo ciavardello (Sorbus torminalis). Delle due specie di ilatro, a quote elevate si riscontra più spesso Phillyrea latifolia che sopporta climi più freschi, pur non disdegnando le zone basali, dove vive anche con la congenere di cui sopra.

Una citazione a parte meritano i padroni delle cime: il tasso (Taxus baccata) e l’agrifoglio (Ilex aquifolium), facilmente individuabili a Suprappare, P. Giugantinu, P. Bandera e P. Balistrèri. Soprattutto gli agrifogli dovevano essere, in passato, diffusi anche a quote inferiori e far parte anche dei boschi vallivi, almeno in prossimità dei torrenti. Un’ulteriore menzione spetta invece all’unica area che ospita l’acero trilobo (Acer monspessulanum) sul Limbara, nell’incantevole vallone di L’Alburu Nièddu, ricco di specie arboree incassate fra rupi imponenti, tra i 1200 e i 1300 m s.l.m.

Il massiccio ospita endemismi molto rari nell’isola: Ribes sandalioticum e, nella località di Vallicciola, un rovo esclusivo del Limbara (Rubus limbarae) di recente scoperta. Tra le fenditure granitiche vegeta Euphorbia semiperfoliata, endemica sardo-corsa rinvenibile anche nei greti torrentizi.

Sulle rocce abitano le borracine, piccole Crassulacee che tappezzano interi pendii rocciosi, confuse tra muschi e licheni, colorando la superficie del granito. Durante la fioritura, che avviene in primavera ed estate, tali tappeti divengono bluastri, gialli o rosati. Appartengono alle borracine varie specie rinvenute sul Limbara: Sedum caeruleum, acre, rupestre, glandulosum (endemico), album, dasyphyllum etc. Sempre sulle rocce trovano l’ambiente ideale altre specie, come l’ombelico di Venere (Umbilicus rupestris, U. horizontalis). Questo è l’habitat gradito da vari endemismi come la cinquefoglia (Potentilla crassinervia), il cimbolino trilobo (Cymbalaria aequitriloba), la minuscola Arenaria balearica, la linaiola italica (Thesium italicum), Poa balbisi, Festuca sardoa che ha qui il suo “locus classicus”, Silene nodulosa, Robertia taraxacoides, Hieracium martellianum, Armeria sardoa e Barbarea rupicola, in diversi siti, ombrosi, soleggiati, aridi o umidi. Non mancano numerose specie di felci.

Protagoniste del paesaggio floreale limbarese sono le specie erbacee tra cui tantissime Graminacee, Leguminose e Composite: di quest’ultima famiglia si possono ricordare alcuni endemismi, come Bellium bellidioides, margheritina che vegeta nei più disparati ambienti, il cardo di Casabona (Ptilostemon casabonae), riccamente aculeato, i cui fiori ospitano farfalle dalle mirabili livree e, rarissima, Carlina macrocephala, ritrovata dall’autore dopo 130 anni. Notevole è Paeonia corsica, impropriamente nota come “Rosa del Limbara”, dai grandi petali rosati o rossastri, di cui si osservano discrete popolazioni in zone fresche, e ombrose. Varie sono poi le Ranuncolacee: Anemone hortensis, Ranunculus velutinus, macrophyllus, cordiger, revelieri, bulbosus, ficaria etc.

Tra le Rosacee ricordiamo la presenza della fragola selvatica (Fragaria viridis), che differisce dalla simile Potentilla micrantha per vari dettagli, tra cui le maggiori dimensioni dei petali e il periodo di fioritura (gennaio-maggio P. micrantha, aprile-luglio F. viridis). Le violette sono presenti con varie specie, una delle quali endemica sarda: Viola corsica subsp. limbarae i cui fiori si accendono di varie tonalità, dal bianco sino al viola più intenso, tra aprile e luglio. Abbondano poi i ciclamini (Cyclamen repandum, più raro C. hederifolium), amanti del sottobosco e capaci di regalare, in particolari ambienti, scenari incantevoli.

La famiglia delle Scrofulariacee offre sul Limbara un alto numero di endemismi e rarità: spicca la digitale (Digitalis purpurea), perennemente visitata dai bombi che s’infilano nel pertugio fiorale e sono inebriati dal suo nettare: poi il verbasco di Sardegna (Verbascum conocarpum), la perlina sardo-corsa (Odontites corsicus), la scrofularia di Sardegna (Scrophularia trifoliata) e Veronica brevistyla (endemica delle montagne di Sardegna e Corsica).

Liliacee e Amarillidacee sono ben rappresentate negli scenari limbaresi. La più comune è forse l’asfodelo (Asphodelus ramosus, più raro A. fistulosus) che ricopre intere aree tra l’inverno e la primavera, ma dove questo abbonda è maggiore il degrado del terreno. C’è poi la scilla marittima (Drimia pancration) dai lunghi steli estivi e i poderosi bulbi, capaci di resistere tra le fenditure del granito. Altre specie con areale ristretto, che rivestono quindi una certa rilevanza, sono Drimia undata, dai fiori rosa e dalle caratteristiche foglie ondulate, e la bellissima ma poco appariscente Urginea fugax, o scilla fugace, rinvenute nel settore sud-orientale del massiccio fino a oltre 600 m di quota. Varie le specie di erba cipollina: Allium triquetrum, subhirsutum, roseum, parciflorum (endemico), vineale, chamaemoly etc.

Ancora altri endemismi sono il candido Latte di gallina sardo-corso (Ornithogalum corsicum) e il giacinto fastigiato (Brimeura fastigiata) presente anche in Corsica e a Minorca. Localizzato è il sigillo di Salomone multifloro (Polygonatum multiflorum). In vari habitat si ammirano i narcisi (Narcissus tazetta s.l.) e l’endemico giglio stella (Pancratium illyricum), dalle straripanti fioriture. Più raro, presente solo a basse quote, è il narciso autunnale (Narcissus obsoletus). Tra gli endemismi più belli spicca lo zafferano minore (Crocus minimus), che tappezza intere aree prative, poi lo zafferanetto del Limbara (Romulea limbarae) probabilmente un ibrido naturale tra R. requieni (endemica) e la comunissima R. ligustica. Frequente è anche R. bulbocodium, mentre è molto rara R. revelieri (endemica sardo-corsa).

Importantissima è stata la scoperta di una piccola colonia di gigari pigliamosche (Helicodiceros muscivorus) tra le fenditure rocciose solatie, a circa 850 m di quota. Questa pianta, endemismo sardo-corso balearico, era prima segnalata solo lungo le coste su alcune isole circumsarde (La Maddalena, Isola dei Cavoli etc.). La principale caratteristica di questa pianta è legata al sinistro odore cadaverico dei fiori, in grado di attrarre una notevole quantità di mosche carnarie che rimangono invischiate sullo spadice, impollinandolo.

Infine le orchidee spontanee: numerose specie popolano l’area del Limbara, dalle valli presso il lago Coghinas fin sotto le cime più alte. Di queste affascinanti piante, 24 entità sono presenti nell’areale, sulle 60 indicate per la Sardegna (G.I.R.O.S., AA. VV., 2009). Le specie del genere Serapias sono tutte presenti: S. lingua e S. parviflora si reperiscono frequentemente. Numerose colonie si rinvengono della più bella orchidea di questo genere, S. cordigera dal labello cuoriforme di un vistoso rosso porpora. Di recente individuazione sul Limbara sono due piccole colonie di S. nurrica, endemica di Sardegna, Corsica, Calabria e Sicilia e Baleari.

Dopo la scorporazione del genere Orchis, due specie sono ora presenti sul Limbara: O. provincialis, dalle foglie maculate, i cui fiori esibiscono un labello giallognolo, picchiettato di rosso: O. anthropophora, dai piccoli fiori penduli simili a lugubri omini appesi per il collo, presente con pochissime piante alle pendici meridionali (e forse estinta). Al genere Anacamptis sono passate le ubiquitarie A. longicornu dai molti colori e A. papilionacea dai petali rosei. Di quest’ultima specie si conoscono due varietà: papilionacea e grandiflora, la seconda con labello più grande, striato di porpora. La prima è molto frequente, a tutte le quote, invece l’altra è più rara, limitata a quote comprese tra le sponde del lago Coghinas e 750 m s.l.m. Nelle zone umide s’incontra A. laxiflora, longilinea e con fiori rosso violacei ben distanziati, che risaltano nel verde circostante.

Le orchidee del genere Ophrys sono tra le più belle, col labello vellutato, damascato di svariati colori. Si riscontrano quasi esclusivamente nei dintorni del lago Coghinas (O. iricolor, fusca, passionis, lutea), eccezione fatta per O. tenthredinifera, la più frequente, incubacea, bombyliflora, morisii (endemica sardo-corsa) e conradiae (endemismo sardo-corso italico), più rare. In diverse zone umide cresce la verdissima Platanthera algeriensis dal lungo sperone filiforme. Da citare è poi la vistosa, ma qui rarissima Barlia robertiana, di precoce fioritura, con fitta infiorescenza conoide, profumati fiori dal labello violaceo, striato e dai lembi verdognoli. Sporadica, oltre i 500 m, è Dactylorhiza insularis, dai fiori gialli con alcune picchiettature rossicce sul labello.

Comune fino ai 1200 m è il violaceo Limodorum abortivum che sfrutta un fungo, non necessitando così di produrre clorofilla e spesso neanche di sbocciare. Del genere Cephalanthera l’unica specie qui individuata, dove vegeta abbondante tra i 400 e i 1300 m, è C. longifolia, adattatasi ai diversi ambienti: pinete, macchia alta, luoghi umidi, gariga e boschi di lecci. Frequente a diverse quote è Neotinea lactea, dal labello fortemente lobato, biancastre e cosparso di fini punteggiature purpuree che ne fanno una tra le specie più apprezzabili. Meno appariscente è invece N. maculata, che si fa apprezzare per la pigmentazione nero-bluastra delle foglie, talvolta omogenea. Di Spiranthes si segnala la buona distribuzione di S. aestivalis (specie inclusa nelle liste rosse) lungo le rive rocciose quasi tutti i torrenti, nonché l’individuazione di popolazioni presso zone umide non torrentizie. L’altra specie, S. spiralis, così chiamata per la forma spiraliforme dell’infiorescenza, è comune a quote comprese tra la valle e i 500 m, pur riscontrata fino agli 870 m. Recentissima è la scoperta, nelle leccete del versante occidentale, di alcune piccole colonie di Epipactis microphylla.

Cistus creticus subsp. eriocephalus

La macchia mediterranea

La macchia mediterranea racchiude le varie forme di degradazione della più antica copertura boschiva, a causa dei rimaneggiamenti dovuti a interventi antropici di vario grado, come incendi o disboscamento. Nelle boscaglie, spicca la presenza del corbezzolo (Arbutus unedo), dell’ilatro comune (Phillyrea angustifolia) e dei ginepri (Juniperus oxycedrus), che localmente possono raggiungere ragguardevoli dimensioni (Su Mudejone, Lu Graniatogghju) o formare dei boschetti monospecifici (M. La Guardia). Qui abbondano: il profumato mirto (Mytus communis), varie specie di ginestre, l’alaterno (Rhamnus alaternus) e il viburno (Viburnum tinus).

I cisti dominano le valli più degradate, spesso in concorrenza con le eriche e le ginestre: la specie più prolifica è certo il cisto di Montpellier (Cistus monspeliensis) dai piccoli fiori bianchi. I suoi semi sono capaci di schiudersi se intaccati dagli incendi e ciò provoca una veloce crescita di nuove piantine. Tale meccanismo consente al cisto di prendere possesso dei terreni devastati, non lasciando spoglie le aree interessate dal fuoco. Le altre specie presenti sul Limbara sono: il cisto a foglie di salvia (Cistus salvifolius), con petali maggiori: il cisto a fiori rosa (Cistus creticus subsp. eriocephalus) dagli splendidi petali increspati, paragonabili per bellezza alle più blasonate rose e lo sporadico alimo o cisto giallo (Halimium halimifolium), presente in prevalenza nelle zone aride sudoccidentali. Presso le radici dei cisti è frequente, a primavera, l’osservazione degli ipocisti (Cytinus hypocistis e C. ruber), minute piante parassite di colore rosso con infiorescenze circolari dai fiorellini gialli o biancastri.

Quattro sono le Ericacee presenti sul Limbara: Erica arborea con fiorellini bianchi e fioritura precoce, Erica scoparia che fiorisce in maggio-giugno e ha fiori verdastri ed Erica terminalis, tipica delle zone umide, con fiori rosa e fioritura estiva. Le prime due danno vita a grosse estensioni monospecifiche in vaste aree, spesso associate alla quarta ericacea, il corbezzolo (Arbutus unedo), che raggiunge un rigoglioso e intricato sviluppo soprattutto nella fascia altimetrica tra 300 e 1000 m, vere muraglie impenetrabili per tutti tranne che per i cinghiali. Grandi corbezzoli si osservano nei boschi cedui, misti ai lecci, e alcuni esemplari divengono maestosi (M. Giolzia, Stazzo Capretta, Fanzoni, Cuguttàdu etc.).

Le ginestre più comuni sono: la ginestra spinosa (Calicotome villosa), il citiso villoso (Cytisus villosus) e citiso di Montpellier (Teline monspessulana). La prima, bellissima e dall’inebriante profumo durante la fioritura, possiede però spine dolorosissime. Il citiso villoso è inerme, fiorisce da febbraio ad aprile ed è meno appariscente rispetto alla specie precedente: così come il citiso di Montpellier piccolo arbusto che si apprezza soprattutto nel periodo della fioritura. C’è poi Spartium junceum (ginestra odorosa), con fioritura ricca, tra maggio e luglio, costituita da rami eretti ricoperti di sgargianti fiori gialli. Sul Limbara è specie rara che cresce in poche zone ai margini dei boschi, nelle macchie e lungo le strade, di dubbio indigenato.

Della macchia fanno parte anche due euforbie: Euphorbia characias ed E. dendroides, quest’ultima presente solo in poche località. Rarissimo il rosmarino (Rosmarinus officinalis), abbarbicato tra le rocce di un unico torrente. Nel versante di Berchidda sono diverse le popolazioni di camedrio bianco (Teucrium flavum subsp. glaucum), pianta considerata calcicola (cioè legata ai suoli calcarei) ma spesso rinvenuta sul granito.

Il ribes di Sardegna

Il ribes di Sardegna (Ribes sandalioticum) è uno dei più interessanti endemismi vegetali che popolano il Limbara e di sicuro uno dei più rari. È una specie esclusiva della Sardegna reperibile solo nei principali massicci montuosi: Limbara, Marghine, Gennargentu e Supramontes. In particolare fu scoperta nel Supramonte di Orgosolo (Monte Novo San Giovanni). Sul Limbara la specie é diffusa sporadicamente in tutte le aree con quote superiori ai 1100 m s.l.m. La specie preferisce le zone rocciose, soprattutto in versanti ombrosi. Spesso si osservano cespugli all’interno delle frane di blocchi granitici o nelle fenditure tra i colossali macigni che costituiscono gli spuntoni sommitali, però può capitare di trovarne anche all’interno di zone boschive (perfino rimboschimenti), nelle pietraie e negli ericeti. I piccoli arbusti si ricoprono di fiori nei mesi di maggio-giugno. I fiori, disposti in fitti grappoli, sono visitati dagli insetti, soprattutto imenotteri. Verso agosto i fiori che sono stati così impollinati (una percentuale spesso bassa rispetto al numero totale) maturano delle bacche purpureo-violacee, dal sapore acidulo. Queste sono mangiate da alcune specie di uccelli che contribuiscono, con le loro feci, alla dispersione dei semi.

Le zone umide

La vegetazione dei corsi d’acqua è varia: salici (Salix fragilis, purpurea, atrocinerea), ontani (Alnus glutinosa), pioppi (Populus alba, P. nigra) e frassini (Fraxinus ornus e F. oxycarpa). Tra i pioppi è importante la menzione delle stazioni relittuali di pioppo tremulo (Populus tremula), tra le poche in Sardegna: Monte Longhèddu, Sos Costialvos sul Rio Sa Mela, bosco di Cupuneddi-Caccaeddu, Li Fanghi, dove se ne osservano quattro nuclei distinti. Solo a basse quote si riscontrano le tamerici (Tamarix africana) insieme ai salici, mentre nelle acque correnti e stagnanti non mancano mai carici (Carex microcarpa, panormitana, pallescens etc.), giunchi, tife e felci che colonizzano le ombrose sponde di ruscelli, acquitrini e sorgenti (Osmunda regalis, Pteridium aquilinum, Polystichum setiferum, Blechnum spicant, Equisetum arvense, E. ramosus, E. telmateja, Adiantum capillus-veneris etc.).

Tra le rocce dei torrenti cresce rigoglioso l’iperico arbustivo (Hypericum hircinum subsp. hircinum) habitat simile hanno Mentha requieni e M. insularis, tutte endemiche. Molto localizzata, in alcuni boschi umidi tra 650 e 950 m s.l.m. è l'”Erba Sana” (Hypericum androsaemum). Bellissime e rare, le ninfee (Nymphaea alba) dagli splendidi fiori bianchi che erompono tra le ampie foglie discoidali tappezzanti le acque più calme di pochi corsi d’acqua. Quelle dai fiori gialli (Nuphar luteum) colonizzano invece il corso del Riu Mannu di Berchidda. Rari, in pochi acquitrini, vegetano altri due endemismi esclusivi della Sardegna, il finocchio acquatico di Moris (Oenanthe lisae) e il romice di Sardegna (Rumex suffocatus).

I disboscamenti

Il Limbara, come gran parte della Sardegna, fu interessato dai tagli indiscriminati dei boschi, tra la seconda metà del XIX e gli anni ’60 del XX secolo. Grandissime estensioni di boschi misti, foreste di lecci, pinete naturali furono abbattute con varie finalità, ma soprattutto per produrre carbone vegetale da esportare verso l’Italia.

La portata di tale attività si percepisce percorrendo quasi tutti i sentieri che attraversino i boschi residui e, purtroppo, anche le aree dove i boschi non ci sono più, osservando le numerosissime piazzole per la produzione del carbone (cheas in sardo). La maggior parte di questi boschi fu governata a ceduo o ceppaia, trasformando così le foreste primarie in macchiaforesta dove al leccio si aggiungevano altre specie competitive come le ericacee (corbezzolo in primis). Ciò che rimane oggi è quindi regredito verso una fase evolutiva secondaria rispetto alla copertura originaria e, a parte poche aree ristrette, il ritorno alle condizioni precedenti ai tagli è molto lontano da venire.

Ancora adesso si continua a disboscare ampie zone boschive anche sul Limbara, pur se oggi la ragione principale dei tagli è la legna da ardere da fornire ai privati e in misura più contenuta la produzione di legname per biomasse. Per esempio, l’area di Monte Diana, ricoperta da un’immensa pineta artificiale impiantata ai tempi della Cartiera di Arbatax, ha subito un vastissimo taglio a tappeto che ha completamente cancellato la copertura arborea, esponendo inoltre i ripidi versanti al dilavamento superficiale e all’erosione. Queste pinete, a differenza di quelle autoctone di Carracàna, i cui alberi monumentali furono rasi al suolo negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, erano costituite da pini considerati nocivi per il suolo e ciò ha giustificato il disastro che è avvenuto, senza tener presente che, invece, localmente questi pini stavano andando verso una graduale naturalizzazione.

I rimboschimenti

In seguito al disboscamento selvaggio e ai devastanti incendi che colpirono il Limbara tra il XIX sec. e gli anni ’60 del XX sec., si rese necessario il recupero di vaste aree dei versanti che avevano totalmente perso la vecchia copertura forestale. Il neonato Ente Foreste della Sardegna si impegnò quindi nell’immane impresa di piantumare migliaia di alberelli di conifere. Le piante più utilizzate per questi rimboschimenti furono però soprattutto costituite da specie alloctone: Pinus pinea, Pinus nigra subsp. laricio (quest’ultima endemica della Corsica), nonché cedri (Cedrus atlantica, C. deodara), abeti (Abies nordmanniana, A. cephalonica, Pseudotsuga menziensii), cipressi (Cupressus sp.pl.) e altre essenze arboree (Castanea sativa, Fagus sylvatica, Corylus avellana, Acer pseudoplatanus etc.).

Lo scopo fondamentale era quello di assicurare ai suoli spogli un rapido sviluppo radicale che impedisse il dissesto idrogeologico, attraverso l’utilizzo di alberi dalla crescita rapida, motivo per il quale furono preferiti gli impianti di conifere a qualsiasi altra introduzione. In anni più recenti, forse a causa di una nuova coscienza ambientale, nel cantiere forestale Limbara Sud si preferirono alle vecchie specie alloctone gli impianti del pino autoctono (Pinus pinaster), con sementi raccolte nella valle di Carracana e zone adiacenti. In precedenza e contemporaneamente, però, sono state qui introdotte anche diverse parcelle di pino d’Aleppo (Pinus halepensis) e Eucalyptus sp.pl., che localmente stanno dando origine a sporadici fenomeni di spontaneizzazione.

Il pino marittimo

Il pino marittimo (Pinus pinaster) è l’unico pino spontaneo del Limbara. Si caratterizza per un portamento slanciato, può in alcuni casi raggiungere i 40 m (Corsica), e per le grandi pigne di forma conica allungata, spesso disposte come grappoli presso i rami più vecchi dei grossi alberi. Dal punto di vista tassonomico la specie presente in Sardegna veniva riportata come subsp. hamiltonii, entità endemica sardo-corsa. Secondo recenti studi, la sottospecie in questione sarebbe però da ricondurre alla variabilità della specie, per cui decadono la sottospecie e l’endemismo. Nella seconda metà del XX sec. i rimboschimenti di pini esotici sono fioriti abbondantemente, ma nel frattempo l’unica specie presente in precedenza contraeva il suo areale.

Per lungo tempo, infatti, questo pino, la cui distribuzione è prettamente ovest-mediterranea, ha subito gli effetti dell’azione antropica, soprattutto sotto forma di taglio indiscriminato e incendi. Delle originarie estensioni di pino marittimo, che possiamo immaginare riguardassero tutto il settore orientale e settentrionale del Limbara, oggi rimangono dei frammenti che solo negli ultimi anni hanno ripreso a espandersi. I boschi più importanti si trovano oggi tra Cuntrèddi Vintosi e M. Niiddoni, mentre altri più piccoli si osservano sparpagliati da P. di Li Vemmini e M. Lisgiu, fino a Costa Carracana e le pendici orientali di Sos Pedrajolos, passando per M. La Pira, M. Diana, Sa Punziúda. Altri piccoli nuclei o singoli alberi si notano sparsi nei territori di Calangianus e Berchidda, dai 500 ai 1200 m di quota.

La gariga

Verso le zone sommitali si assiste in vaste aree alla rarefazione della macchia, ora più bassa, ricca di tappeti spinosi e cespuglietti odorosi e quasi priva di specie arboree. Questa tipologia vegetale prende il nome di gariga. Della gariga fanno parte Genista corsica e G. salzmannii, endemismi sardo-corsi molto frequenti e atteggiati in compatti pulvini, la cui fioritura tardo primaverile ed estiva ricopre il terreno di ampi tappeti gialli, sui quali non è conveniente affondare i piedi, vista la lesività delle loro spine. Comune è l’associazione tra ginestre, cisti e lavanda (Lavandula stoechas), dal forte profumo.

La gariga si compone, inoltre, del timo (Thymus herba-barona) endemismo sardo-corso su cui è piacevole strofinare le mani per catturarne il profumo: l’elicriso (Helichrysum italicum subsp. microphyllum), altrettanto profumato, riscontrato a tutte le quote: il camedrio maro o erba gatto (Teucrium marum), dai fiori rosa e dal forte odore e la fetida Stachys glutinosa, con fiori bianchi o striati di rosa. È inoltre presente Stachys corsica, pianta endemica sardo-corsa di piccola taglia, che predilige luoghi freschi e umidi, non disdegnando talvolta le garighe o le sabbie.

Tra ericeti e rocce vegetano il pero corvino (Amelanchier ovalis), Rosa serafinii e la laurella (Daphne laureola) quest’ultima presente, in Sardegna, solo sul Limbara tra i 1000 e i 1300 m ca. Nei prati aridi tra i cespugli della gariga sono frequenti gli endemici Galium corsicum, Trisetum gracile, Scorzonera callosa e Orobanche rigens, parassita delle ginestre.

Gli incendi

Durante il XX sec., in particolare fino agli anni ’60, il Limbàra fu interessato da una serie impietosa di devastanti incendi che distrussero una gran parte della sua precedente copertura vegetale. Enormi estensioni prima ricoperte da leccete, sugherete, boschi misti, pinete naturali, lasciarono il posto a brulle distese spoglie,

dominate dalle pietre e poco altro. All’epoca non esistevano tecniche preventive e mezzi di spegnimento, quindi questi incendi si propagavano indisturbati anche per giorni, prima di estinguersi. Molta della biodiversità del massiccio fu persa in quegli anni. Sulle motivazioni che spingevano la gente a innescare fuochi di quelle proporzioni tanto si può discutere, anche se si potrebbe cercare risposta tra i pastori dell’epoca, che forse volevano fare del Limbàra un ottimo pascolo montano per ovini, bovini e caprini allo stato brado.

Ben diverse invece furono forse le motivazioni che spinsero i piromani a colpire varie parti del massiccio negli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90, quando il movimento anti-parco spinse involontariamente qualche persona di poco giudizio a incendiare la montagna e i suoi dintorni. Tristemente famoso è l’incendio di Curràgghja, il 28 luglio 1983, ove tra l’altro ci furono nove vittime umane, che ogni anno viene commemorato a Tempio Pausania. Altri casi furono imputati a distrazione, come l’incendio di M. Tinzòsu nel 1985. Gli ultimi incendi devastanti ad aver colpito il Limbàra riguardarono vaste aree del versante meridionale, tra San Leonardo e Sa Muddìtta, nel 1993 e nel luglio del 2001, quando il fuoco consumò centinaia di ettari di lussureggianti sugherete, paradiso per numerose specie animali e vegetali, nonché importante polo micologico dove molti erano i cercatori che da diverse parti della Sardegna vi si recavano. A ormai circa 15 anni da quel tragico evento l’area si presenta ancora ricoperta da una fittissima vegetazione di ginestre e cisti, con poche querce superstiti dal sughero annerito e le chiome stentate. Ci vorranno ancora parecchi decenni, prima di poter riammirare nuove estensioni boschive paragonabili a quelle del passato.

Anacamptis laxiflora e<br />
Ranunculus sp.pl. a Funtàna Majòre. Sullo<br />
sfondo Monte La Cuna

LA FAUNA

La fauna del Limbara è spesso sfuggente, al punto che durante le escursioni può capitare di avvistare soltanto pochi passeriformi e le immancabili ghiandaie. Come per la flora, pure la fauna si caratterizza per gli ambienti frequentati, a partire dalle zone collinari con boschi e macchia, fin sotto le cuspidi di Balistrèri-Sa Berritta, passando dai boschi naturali a quelli artificiali e infine le zone umide. Diverse specie vedono ridurre quasi costantemente le loro popolazioni. Ciò a causa soprattutto della pressione antropica, non solo sotto forma di pressione venatoria, ma anche come riduzione o trasformazione di habitat naturali, per via degli incendi o di sconsiderati interventi sconvolgenti gli antichi ecosistemi.

Gli ambienti delle quote medio-basse, caratterizzati dai boschi di sughere e lecci e dalla macchia, rappresentano l’habitat ideale per la gran parte della fauna limbarese. Tra i mammiferi, non raro è l’incontro, in genere notturno, con i ricci (Erinaceus europeus). Questi buffi insettivori dalle abitudini crepuscolari si aggirano nell’oscurità delle fresche e tiepide nottate primaverili ed estive, ma sono spesso investiti dalle auto o oggetto di bracconaggio. Tra gli insettivori si menziona la presenza del mustiolo (Suncus etruscus pachyurus), minutissimo e di difficile avvistamento e quella della crocidura rossiccia (Crocidura russula). Comune nei pascoli e nelle radure erbose è il coniglio (Oryctolagus cuniculus): più rara e schiva è invece la lepre (Lepus capensis mediterraneus), che si rintana in giacigli naturali tra le frasche, in anfratti di rocce o strutture umane (muri a secco).

Abbondano i roditori, soprattutto i topi selvatici (Apodemus sylvaticus), tipica preda per un gran numero di carnivori. Nei boschi c’è il quercino (Eliomys quercinus sardus), di difficile individuazione per via delle abitudini notturne e perché prevalentemente arboricolo. Osservato personalmente nel bosco presso la fonte di S’Eritti e sotto Monte Acuto, è il ghiro (Glis glis), simile a un topo ma più grande, con folta coda scura e grandi occhi adattati alla vita notturna. Diverse specie di chirotteri solcano il cielo notturno, in centri abitati, campagne, boschi, grotte, fin sotto le cime più alte (Rhinolophus ferrumequinum, Pipistrellus pipistrellus, Hypsugo savii etc.).

Dei carnivori si menzionano i mustelidi: la donnola e la martora. La donnola (Mustela nivalis boccamela) ha dimensioni piccole, corpo sottile, snello e lunga coda; il colore è marrone con una banda più chiara dalla gola all’addome. Si ritrova in vari ambienti, dalla pianura alle zone cacuminali. La martora (Martes martes latinorum) è più rara e diffidente. Le dimensioni sono maggiori, il colore è scuro con petto e ventre più chiari; il passo è rapido e fluente, come un’onda marina, tipico di animale sfuggente.

Ancor più raro e minacciato è il gatto selvatico (Felis sylvestris), felino oggi a rischio d’estinzione a causa, più che del bracconaggio, degli incroci con gatti domestici inselvatichiti che ne minano la purezza. Il carnivoro più comune, anche se sempre minacciato da fucili, trappole e bocconi, è la volpe sarda (Vulpes vulpes ichnusae), animale particolarmente bello e diffidente che alla presenza dell’uomo non esita a fuggire tra la macchia. Spesso si osservano le sue feci, lasciate come segni di demarcazione su rocce, muretti e luoghi innalzati dal terreno.

Il cinghiale

L’animale più rappresentativo del Limbara è il selvaggio cinghiale. Il cinghiale sardo (Sus scrofa meridionalis) si distingue dalle razze importate a scopo venatorio per le ridotte dimensioni, il colore fulvo, la forma allungata del muso (da cui il nome in vernacolo di “frommigialzu” cioè formichiere). Il cinghiale alloctono, perfettamente adattatosi a qualsiasi habitat e assai più prolifico rispetto a quello autoctono, l’ha quasi ovunque rimpiazzato ed è artefice di vere e proprie arature, praticate col muso sul terreno. Frequente è l’occasione di individuare tra le frasche le tane o i giacigli dei cinghiali (burre). In inverno, in tempi di caccia grossa, si ha l’opportunità d’incontrare numerosi esemplari che attraversano i sentieri, spesso seguiti a distanza da cani evasi dalle battute, che stanno sulle loro tracce anche per diversi giorni.

Mustiolo (Suncus etruscus pachyurus)
Zygaena corsica

I rettili

Per quanto riguarda i rettili, quelli più comuni alle quote inferiori sono le lucertole e i gechi, ma anche il gongilo e la luscengola: il primo (Chalcides ocellatus), conosciuto col nome di tiligugu, ricorda una tozza lucertola con le zampe piccole su un corpo robusto e sproporzionato. La luscengola (Chalcides chalcides) è quasi serpentiforme, le sue zampe sono infatti delle propaggini appena visibili. Tra i cheloni s’incontra, molto rara, la testuggine greca (Testudo graeca) dal guscio semisferico bicromo e regolare.

Comunissime sono le lucertole che colonizzano ruderi, muri a secco e rocce: la lucertola tirrenica (Podarcis tiliguerta) è la più frequente, quindi la lucertola campestre (Podarcis sicula) dai pigmenti splendidi con picchiettature color cobalto sul dorso, e il minuto algiroide tirrenico (Algyroides fitzingeri) dal dorso scuro contrapposto al giallo-arancio del ventre (nei maschi). Quest’ultimo è ubiquitario: lo si incontra in prati, boschi, garighe, a tutte le quote. Il geco comune (Tarentula mauretanica) dalla sinistra corazza dorsale e caudale che ne fa una sorta di dinosauro in miniatura, sta in genere nelle case, dove svolge il prezioso compito di nutrirsi di mosche e zanzare. Comune a tutte le quote è il colubro o biacco (Hierophis viridiflavus), biscia non velenosa, capace però di assestare repentini morsi a chi tenti un incauto avvicinamento.

La lucertola di Bedriaga

Archaeolacerta bedriagae è senza dubbio uno dei rettili sardi più interessanti. Si tratta di un endemismo sardo-corso con trascorsi sistematici piuttosto complessi. In passato si distinguevano diverse sottospecie: quella nominale diffusa in gran parte della Corsica: paesslerí (alla quale era attribuita la popolazione del Limbara), sardoa e ferrerae presenti in Sardegna, dove la specie è più rara e con areale frammentato. Al giorno d’oggi la distinzione delle diverse sottospecie è stata messa più volte in dubbio, al punto che ormai si parla di semplice variabilità intraspecifica.

Si tratta di una lucertola di taglia piuttosto grande, di colorazione scura, con numerose picchiettature più chiare, che fanno somigliare la sua livrea alla superficie del granito. Lungo i fianchi sono invece presenti alcune macchioline verde-bluastre fino a blu cobalto. Abile arrampicatrice, predilige gli ambienti rupestri. È raro osservare esemplari che si muovano nelle garighe e in zone non rocciose e in questi casi si tratta di esemplari giovani che cercano nuovi luoghi da colonizzare. Sul Limbara è diffusa in buona parte del massiccio, ovunque vi sia presenza di grossi complessi granitici, da Monte Acuto fino a Monti di Deu, ma è più frequente sopra i 1000 m s.l.m. Si nutre principalmente di insetti (ditteri, imenotteri, lepidotteri) ma anche di ragni e perfino scorpioni (come abbiamo potuto appurare una volta, sotto la vetta di P. Giugantinu).

Lucertole del Bedriaga
Hierophis viridiflavus

Gli uccelli

Gli uccelli sono gli unici animali che nel corso dell’anno si possono incontrare o udire con costanza sul Limbara. Il volatile più facile da individuare a basse quote è la cornacchia grigia (Corvus cornix) dalla scialba livrea e riconoscibile per il rauco gracchiare. Numerosi i passeriformi, a partire dalla passera sarda (Passer hispaniolensis). Frequente il tordo bottaccio (Turdus philomelos), che furtivo saltella tra i rami degli arbusti della macchia. Nei centri abitati sono comuni le taccole (Corvus monedula) e gli storni (Sturnus unicolor), le prime simili a cornacchie nel canto ma di forma e dimensioni differenti, i secondi spesso riuniti in immensi stormi e avidi saccheggiatori di frutteti.

Durante le escursioni sul Limbara non manca il fitto ciarlare delle loquaci ghiandaie (Garrulus glandarius). Tra gli altri passeriformi si ricordano: il variopinto cardellino (Carduelis carduelis), il fanello (C. cannabina), il venturone corso (C. corsicana), il verdone (Chloris chloris), la cinciallegra di Corsica (Parus maior ecki), la cinciarella (Cyanistes caeruleus), la cincia mora (Periparus ater sardus), l’averla piccola (Lanius collurio), l’occhiocotto (Sylvia melanocephala), la capinera (Sylvia atricapilla) dal melodioso canto e il fringuello tirrenico (Fringilla coelebs) dalle mirabili pigmentazioni. Nei centri abitati nidificano le rondini e i balestrucci (Hirundo rustica e Delichon urbicum) mentre le rondini montane (Ptynoprogne rupestris) prediligono le zone rupestri. All’interno dei centri abitati ma anche in ambienti rupestri, si osservano anche i rondoni (Apus apus).

Ospite stagionale dei nostri ambienti, ma con esemplari talvolta svernanti, è l’upupa (Upupa epops) dalla lunga cresta. È poi possibile vedere, in primavera ed estate, il gruccione (Merops apiaster), variopinto uccello migratore africano che nidifica sui suoli sabbiosi. In primavera si può udire quasi ovunque il canto del cuculo (Cuculus canorus). Dei colombiformi è comune il piccione selvatico (Columba livia), soprattutto nei centri abitati. Sono poi presenti in gran numero i colombacci (Columba palumbus), talvolta in affollati stormi. Spesso s’incontrano coppie di tortore (Streptopelia turtur), mentre la tortora dal collare (Streptopelia decaocto) si trova in genere nei centri abitati, che condivide coi piccioni.

Tra i rapaci è frequente la poiana (Buteo buteo), spesso visibile in gruppi familiari fino a cinque o sei esemplari volteggianti tra le correnti ascensionali o regolarmente infastidita da bisbetiche cornacchie. Non raro è l’incontro col gheppio (Falco tinnunculus), il più piccolo dei rapaci diurni stanziali, abile cacciatore di piccoli animali. Più raro è il falco pellegrino (Falco peregrinus). Altri falchi, stanziali o migratori, si possono occasionalmente incontrare tra il lago Coghinas e il Limbara, tra cui lo spettacolare astore sardo (Accipiter gentilis arrigonii), di non semplice individuazione perché preferisce il fitto dei boschi per muoversi e cacciare. Negli stessi ambienti si può parimenti trovare lo sparviero corso (Accipiter nisus wolterstorffi).

Gli strigidi sono anch’essi numerosi: il candido barbagianni (Tyto alba ernesti) che risalta col suo piumaggio nelle notti stellate. Quest’animale è stato per lungo tempo vittima della superstizione popolare che lo voleva un uccello del malaugurio. Era uso imputare al barbagianni la morte entro breve tempo di persone che abitassero nelle vicinanze del luogo presso cui cantasse. Frequente è la civetta (Athene noctua), di piccola taglia e dai profondi occhi gialli. Spesso si sente cantare col suo classico suono che, onomatopeizzato dai sardi, ha dato origine al nome vernacolare “cuccummiàu”. Comune ma assai difficile da avvistare è il minuto e mimetico assiolo (Otus scops), dal ritmico semplice canto monotono nelle notti di quasi tutto l’anno.

L’aquila reale

Da quando grifoni e gipeti si sono estinti, l’aquila reale (Aquila chrysaetos) è il rapace più grande che vive sul Limbara. L’aquila è notoriamente rara, anche perché necessita di ampi territori di caccia. Con la rarefazione del numero di specie e la scomparsa del bestiame al pascolo brado, sul Limbara si è di molto ridotto il potenziale di prede, con conseguenziale estensione dei territori che gli esemplari devono perlustrare. Il Limbara quindi, per quanto esteso, non può ora ospitare che un paio di coppie. Una è presente nell’area compresa tra Monte Longu e Monte S’Ampulla fino al lago Coghinas: una seconda invece si osserva tra l’area sommitale del massiccio e i suoi versanti orientale e settentrionale.

In questi ultimi anni tanti sono stati gli incontri: tra il 2000 e i 2003 una coppia nidificava nello sperone granitico del Nuraghe Giolzia (Oschiri), presso il lago Coghinas, per poi spostarsi sul Monte Acuto e a Carasu (esiste qui una roccia chiamata Su Nidu ‘e S’Ae indicante un antico nido). In quegli stessi anni si vedeva spesso un esemplare solitario tra Sos Pedrajolos, Costa Carracana e Monte La Pira. Un incontro ravvicinato avvenne nel 2006, quando una grossa aquila, dopo aver volteggiato a lungo tra Monte S’Eritti e Sa Rocchèsa, fu incalzata da due corvi, volando poco sopra le nostre teste. Il 9 dicembre 2007 una maestosa coppia si librava in spettacolari evoluzioni contro il maestrale in un’umida e fredda giornata invernale, tra P. Pedru e Giuanne e P. Monti Alvu. Sempre in questa zona fu avvistata anche nel gennaio del 2009.

Molto interessante fu una scena osservata sul Montalvu il 10 luglio del 2009, quando potei vedere un’azione di mobbing su aquila reale da parte di un gheppio. Più di recente, nel maggio del 2011, un imponente esemplare passò poco sopra la mia testa, ai piedi di M. Su Tamburu. Gli ultimi avvistamenti risalgono al primo novembre del 2013, quando durante un’escursione, abbiamo avuto occasione di osservare un giovane volare presso la cima di Monte Acuto: al 12 dicembre 2013, un adulto solitario tra P. Sa Berritta e P. Bandera all’8 marzo 2014, altro adulto a Su Suelzu Nieddu e al 30 marzo 2014, una coppia tra Cuguttadu e Sa Chigantula.

Aquila reale

Fauna delle quote elevate

Con l’elevarsi della quota, certe specie diventano più rare e altre più frequenti. I conigli scompaiono e aumentano le lepri, molti uccelli di pianura e collina, come l’occhione (Burhinus oedicnemus) o il succiacapre (Caprimulgus europaeus) non sono più presenti e altri si osservano più di frequente: è il caso del picchio rosso maggiore (Picoides maior harterti), incontrato spesso nei boschi tra i 600 e i 1200 metri d’altitudine, pur se comune anche alle quote inferiori.

Anche il corvo imperiale (Corvus corax), diffuso in pianura, si vede più facilmente nelle zone sommitali: nell’ottobre 2005 assistetti a un raduno di corvi presso P. Bandera con ben 42 esemplari che volavano rumorosi a pochi metri sopra la mia testa. Un tempo vivevano, in quest’area, avvoltoi e grifoni: gipeto (Gypaetus barbatus), avvoltoio monaco (Aegypius monachus), grifone (Gyps fulvus). Ora solo dei toponimi ne ricordano l’antica esistenza (P. S’Untulzu).

Negli ambienti di gariga e macchia è possibile imbattersi nella pernice sarda (Alectoris barbara), mentre corre via senza spiccare il volo (per parecchi metri) o decolla con un forte frullio d’ali e un disperato pigolio. Tra i passeriformi, s’incontrano fino alle quote più elevate le ghiandaie, abbondanti e disinvolte quando nella pineta di Vallicciola (insieme ai fringuelli), durante i picnic della festa della montagna (metà di agosto), si avvicinano furtivamente ai tavoli per cercare di procurarsi un facile pasto. Altre specie osservate a quote elevate sono il pettirosso (Erithacus rubecula), il saltimpalo (Saxicola torquata), il pigliamosche (Muscicapa striata), lo scricciolo (Troglodytes troglodytes), il passero solitario (Monticola solitarius), il minuscolo fiorrancino (Regulus ignicapilla), la magnanina sarda (Sylvia sarda) e il frosone (Coccothraustes coccothraustes).

Tra i rettili, scompare la testuggine greca e si fa più numerosa la testuggine marginata (Testudo marginata) dal carapace che ricorda l’elmetto di soldato tedesco della seconda guerra mondiale. In alcune zone si rinviene quasi costantemente nei mesi primaverili ed estivi. Tra le lucertole sparisce Podarcis siculus, ma è ora frequente la lucertola del Bedriaga. Di difficile osservazione è il tarantolino (Euleptes europaea) trovato in varie località, sempre a quote comprese tra 1000 e 1100 m s.l.m. Tra i mammiferi si trova ancora la volpe.

Un tempo erano numerosi i daini, i mufloni e i cervi, questi ultimi ormai scomparsi. Il daino (Dama dama) è stato reintrodotto in un recinto all’interno del cantiere forestale Limbara Sud (Nunzia, S’Eritti e S’Erittèddu), poi aperto. Ora gli esemplari si sono riadattati a vivere allo stato brado e si possono a volte osservare con discrezione. Anche il muflone (Ovis musimon) è stato ivi reimmesso, prima a Berchidda, senza successo, ora in un ampio recinto nel Limbara di Tempio. Per quanto riguarda il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus), non è stato reintrodotto e non ci sono possibilità di rivederlo nei nostri ambienti, almeno nel breve periodo. La sua antica presenza sul Limbara è menzionata dall’Angius che nella prima metà dell’ottocento lo dà già come animale raro. Il cinghiale è invece ubiquitario; è facile notare numerosi segni nel terreno lasciati dal suo passaggio.

Discoglosso sardo (Discoglossus sardus) -Testuggine d’acqua (Emys orbicularis)

La fauna delle zone umide

La fauna delle zone umide varia anch’essa dalle sorgenti alle valli. Nei fiumi del piano si trovano germani reali (Anas plathyrynchos) e alzavole (Anas crecca). È comune l’airone cinerino (Ardea cinerea), l’airone bianco maggiore (Casmerodius albus) e la garzetta (Egretta garzetta). Frequenti inoltre gli avvistamenti di nitticore (Nycticorax nycticorax) e svassi maggiori (Podiceps cristatus). Abbondano i gabbiani reali (Larus michahellis). Negli ultimi anni si verifica la migrazione invernale dei cormorani (Phalacrocorax carbo sinensis) dalle coste al lago Coghinas, dove svernano alcune centinaia di esemplari.

Comuni nel lago e nei corsi d’acqua vallivi sono la folaga (Fulica atra) e la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus). Presso le zone umide, soprattutto in inverno, è probabile imbattersi nella beccaccia (Scolopax rusticola) e in grossi stormi di pavoncelle (Vanellus vanellus). Presente inoltre il corriere piccolo (Charadius dubius) che appunto “corre” lungo le rive del lago e nidifica al suolo. Talvolta è possibile osservare il martin pescatore (Alcedo atthis) color cobalto, mentre sfreccia sul pelo dell’acqua.

Le zone acquitrinose, i fiumi e i torrenti ospitano varie specie di anfibi: tra gli anuri, abbonda la raganella sarda (Hyla sarda), ma non mancano il discoglosso sardo (Discoglossus sardus), trovato presso pozze di torrenti e fontanili, e il bitorzoluto rospo smeraldino (Pseudepidalea viridis), più frequente in siti asciutti. Di recente individuazione, in varie zone umide del versante occidentale e nel lago Coghinas, sono le rane verdi Pelophylax gr. esculentus, da poco introdotte nell’isola e in forte espansione.

I rettili acquatici del Limbăra sono la natrice viperina (Natrix maura), la natrice del Cetti (Natrix natrix cettii) e la testuggine d’acqua dolce (Emys orbicularis). Sono però presenti esemplari di specie esotiche introdotte, come Trachemys scripta elegans dalle orecchie rosse.

Infine, per quanto riguarda i pesci, la carpa (Cyprinus carpio) è la specie più rappresentativa nel lago Coghinas, nel Liscia e nei fiumi vallivi. Abbondante è poi il persico reale (Perca fluviatilis). Le introduzioni di specie come persico trota (Micropterus salmoides) e pesce gatto (Ictalurus melas) hanno compromesso irrimediabilmente l’habitat ittico preesistente. Tra i pesci alla base della catena alimentare, si ricordano il latterino (Atherina boyeri) e la gambusia (Gambusia affinis). Il primo, autoctono, è grande 5-12 cm, vive sia in acque salmastre sia dolci; la seconda, originaria dell’America centrale, è più piccola (1-7 cm), ed è stata introdotta con lo scopo di nutrirsi delle larve di zanzara.

Ultime introduzioni sono quelle di carassio (Carassius auratus), alborella (Alburnus alburnus alborella), cobite comune (Cobitis taenia), pseudorasbora (Pseudorasbora parva), scardola (Scardinius erythropht almus) e persico sole (Lepomis gibbosus), tutte specie utilizzate come foraggio per il persico trota.

L’anguilla (Anguilla anguilla), un tempo abbondante nei torrenti del Limbara, ha trovato negli sbarramenti del Liscia e del Coghinas degli invalicabili ostacoli alla risalita. Grazie all’ultimazione delle scale di risalita presso le dighe sul fiume Coghinas, presto potrà ripopolare la gran parte dei nostri corsi d’acqua.

Spostandosi nei torrenti collinari le specie presenti sono ormai pochissime: la tinca (Tinca tinca) e la trota (Salmo trutta). La tinca è un bel ciprinide baffuto con livrea verde, ventre rosato e simpatici occhi rossi che vive ormai in pochi corsi d’acqua.

La trota è presente con tre entità:

T. fario (Salmo trutta trutta) maggiormente utilizzata per i ripopolamenti e quindi più frequente; T. iridea (Oncorhynchus mykiss), riconoscibile per la lunga stria color indaco (da cui il nome) che attraversa i fianchi, introdotta con successo in alcuni corsi d’acqua; infine la rarissima e solo teoricamente protetta T. sarda (Salmo macrostigma), un tempo unica specie ittica stanziale presente nell’isola, ora relegata a pochissimi ambienti.

Le sue caratteristiche principali sono: la grossa macchia nera sulla guancia (da cui il nome), la presenza di poche macchioline nere, bordate di bianco, rare o nulle macchioline rosse, macchie “parr” (particolari aloni grigiastri di forma ellissoidale presenti in genere sui fianchi delle giovani trote) che persistono in età adulta, la pinna adiposa mai arrossata. Sul Limbara la sua odierna presenza non è precisata e ormai incerta, limitata forse solo a impervi torrenti, minacciata dalla pesca di frodo e dalle sempre più secche estati che portano al prosciugamento delle pozze in cui vive, ma soprattutto dall’ibridazione con le trote fario. È possibile rinvenire ibridi naturali oppure qualche raro e anziano esemplare riuscito a sfuggire per lungo tempo ai pescatori.

Visite ed escursioni

Istruzioni per l’uso della guida e dei luoghi

Per tutte le visite è indispensabile una carta stradale tradizionale (almeno in scala 1:200.000) o una buona guida della Sardegna. Utili, se reperiti, i materiali delle Pro Loco per la scoperta di attività produttive locali o la recettività alberghiera e ristorativa. Per l’escursionista curioso non manchino carta IGM 1:25000 (fogli 443 sez. I, II, III, IV e 461 sez. I, IV) e bussola o GPS.

Per le escursioni a piedi, in previsione di passaggi difficoltosi, sono indispensabili buona forma fisica e abbigliamento adeguato. Nella bella stagione (aprile-ottobre) l’abbigliamento sarà leggero, con giubbino impermeabile di scorta. Scarpe da trekking, meglio se impermeabili, con calze adeguate, pantalone lungo, felpa leggera, berretto e occhiali da sole saranno sufficienti ad affrontare il caldo, il vento, le insidie della macchia e del granito, e un imprevisto calo della temperatura, con o senza bruschi rovesci. L’abbigliamento invernale va appesantito, pur se non sono frequenti gli innevamenti e le temperature raramente divengono troppo rigide.

Il maestrale è croce e delizia dell’escursionista, a volte impetuoso fino a far perdere l’equilibrio, esalta i rigori, costringendo all’uso di guanti o di sciarpe, ma nei mesi caldi è foriero di piacevole refrigerio. La pioggia, il ghiaccio o l’umidità mattutina possono rendere il granito pericolosamente scivoloso: tenetene conto prima dei passaggi rocciosi.

Immancabili strumenti di cattura, almeno per chi scrive, sono il binocolo e l’attrezzatura fotografica.

Accessorio indispensabile è tuttavia la prudenza: una volta lasciate le stradine principali, è facile perdere l’orientamento o farsi imbrigliare dalla fitta macchia. In quei frangenti i graniti si trasformano in labirinti ingannevoli, mentre corbezzoli, ginestre ed eriche frustano il volto, allacciano le caviglie, trasformando l’escursione in incubo.

In estate attenzione agli incendi (è proibito accender fuochi), specie in giornate ventose. Di domenica, in inverno, badate ai cacciatori al cinghiale: agiscono in grandi compagnie e talvolta presidiano alcune delle strade indicate negli itinerari. Alle prime avvisaglie è prudente evitare di proseguire verso il perimetro di battuta e soprattutto non abbandonare le strade per addentrarsi nella macchia.

Per quanto il Limbara sia ricco di fonti e torrenti, è opportuno recare con sé una riserva d’acqua, rinnovabile a ogni fontana. Ciò vale soprattutto d’estate, quando le fonti e i ruscelli riducono la portata o si prosciugano, mentre calura e fatica amplificano la sete.

Sul Limbara non esistono rifugi o spacci presso i quali sia possibile il benché minimo vettovagliamento, né comunicazioni telefoniche pubbliche e mancano i distributori di carburante fuori dai Comuni che delimitano l’area. Nelle escursioni è raro l’incontro con Forze dell’Ordine (tener conto quindi dei numeri telefonici di emergenza), la vecchia Caserma dei Carabinieri presso il Centro RAI di Balistrèri è ora dismessa. D’estate è presente l’antincendio.

Pur senza espliciti divieti, si consiglia il massimo rispetto per il delicato equilibrio naturale della zona: non cogliete fiori, non asportate piante, rispettate gli animali. Non distruggete i funghi che non reputate interessanti ai fini gastronomici. Non abbandonate rifiuti. Non rovinate recinzioni e muretti a secco nel tentativo di superarli. Non smuovete grandi rocce in bilico: potreste causare danni rilevanti e frane. Se vi imbattete in “omini di pietra” che indicano i passaggi più agevoli, alimentateli con un sasso in più, cementando una solidarietà tra amanti della natura, di cui qualcuno vi sarà poi grato. Chiudete sempre i cancelli e, in caso d’accesso a proprietà private, non dimenticate di chiedere ospitalità per il transito e la sosta: otterrete asilo, buoni consigli e chissà, una bevanda a suggellare un’amicizia appena nata! Evitate la balneazione nei laghetti dei vari cantieri forestali, visto il loro utilizzo per il prelievo idrico antincendio.

Le escursioni descritte, tutte personalmente verificate dall’autore, sono state vagliate in funzione di una larga fruibilità da parte anche di marciatori meno esperti. Molti percorsi sono carrabili, in tutto o in parte. I passaggi di tipo alpinistico sono stati ridotti, salvo eccezioni ben evidenziate. Maggior enfasi è stata data ai percorsi caratterizzati da grande panoramicità e dall’opportunità di incontri ravvicinati con elementi ambientali di particolare pregio.

I tempi di percorrenza sono orientativi e tengono conto di una marcia media di 4 km/h, benché influenzati dalle performances individuali, dalle condizioni geografiche e climatiche e dalle soste per ammirare l’habitat e il paesaggio, vero scopo dell’escursione stessa. Le distanze sono state misurate con cronometri, contachilometri, navigatore satellitare Garmin GPSmap62st, e pertanto possono variare leggermente rispetto a quelle indicate nel testo. Per quanto riguarda la toponomastica, ci si è attenuti alle indicazioni della cartografia IGM, fatti salvi i casi in cui siano state rilevate inesattezze (anche solo fonetiche) o quando la denominazione del sito data dai locali risultasse più attendibile, facilitandone l’individuazione.

Per agevolare la giusta pronuncia dei toponimi, questi sono riportati con l’accento nella corretta sillaba. Quando l’accento non compare, questo ricade sempre sulla prima vocale.

Sono stati determinati tre gradi di difficoltà:

  • Turista – percorso semplice, su strade asfaltate e sterrate o sentieri ben segnalati, con pendenze variabili ma mai eccessive.
  • Cinghiale – percorso di media difficoltà, adatto a camminatori abituali, su sentieri, strade sterrate, rocce con anche forti dislivelli.
  • Muflone – Percorso consigliabile ai soli escursionisti esperti, per via di tratti impervi potenzialmente pericolosi, su sentieri e rocce talvolta dove arrampicarsi con l’aiuto delle mani, non sempre ben segnalati e con notevoli pendenze.

Legenda

  • (0.0): Inizio percorso, azzeramento contachilometri o contapassi.
  • (1.2): Chilometraggio percorso fino al punto indicato, (km, hm)
  • (h, m’): Tempo di percorrenza, ore e minuti
  • dx: Destra
  • sx: Sinistra

    Gli itinerari e i limiti geografici

    Il Limite orientale

    Lu Miriachèddu (520 m s.l.m., SS127, bivio con SP138 dir. Berchidda)

    (0.0): la strada discende con diversi tornanti, supera il ponte sul Rio Miriachèddu e sale accanto a grosse sughere (1.1). Qui, superando il cancello a dx e seguendo la sterrata in salita for circa 500 m, si raggiunge la cima di M. Guardia (545 m s.l.m.) col suo caratteristico ginepreto quasi puro. Proseguendo lungo l’asfaltata, al termine della salita, si arriva alla chiesetta di Santa Caterina di Calangianus (1.85 sx, 515 m s.l.m.). Trascurato un bivio a sx in piena curva (discende verso Monti), si attraversa una zona ricca di ruscelli e aree umide, sovrastati dalle cime del Limbara calangianese (da M. Diana a sx fino a M. La Trona a dx). S’interseca una sterrata, presso la casa cantoniera n. 73 della vecchia ferrovia Monti-Calangianus, in loc. Vena Limbara (3.45 sx, 490 m s.l.m., vedi E1a). Proseguendo, al km 3.8 sx s’incrocia un vecchio tracciato che permette di andare a San Salvatore di Nulvàra. Quasi subito si supera a dx l’ingresso allo Stazzo Lu Rustu (4.05), ottima base per il M. La Pira, che lo sovrasta con la sua imponente mole bicorne. La successiva salita termina in un passo, presso il cartello confinitario di Berchidda (5.0). Qui, sulla dx, è il punto di arrivo o partenza per un’escursione da e verso le cime di Monte Diana e del Monte La Pira (523 m s.l.m.).

    In lunga discesa, oltrepassato un ponticello (loc. Canale Longu) si costeggia la fonte di Sa Filàsca (7.6 sx, 370 m s.l.m.). Poco oltre si lascia a sx lo stazzo Portugallu e si giunge al ponte sul Rio Terramála. Ricomincia la salita e si lascia a destra l’entrata per lo Stazzo di Terramála (9.0, cancello), punto di partenza per la visita alla spettacolare cascata di Su Pisciale e per un’escursione verso lo Stazzo Alinèdu.

    Dopo il successivo dosso (9.3, sterrata a dx per P. Su Nibberu, vedi E4), si tralascia prima una intersezione a dx (10.2) con cartello indicante “San Pietro” poi, al km 10.6, il bivio a sx for San Salvatore di Nulvara. Compaiono delle vigne e si arriva a un altro incrocio a sx (11.5, S. Michele e SS199). Terminata la breve salita, si aprono i panorami verso il Logudoro orientale e infine a dx le vette più alte del Limbara, dominate al centro dall’unica antenna visibile, appena a destra del masso sospeso di Suprappare. Si giunge così (15.0 dx) alla biforcazione per le chiese di S. Caterina e S. Andrea e procedendo, a dx si ammirano i corposi rilievi disposti in direzione Sud-Ovest Nord-Est del Limbara orientale, separati da vallate profonde dove scorrono torrenti a tratti impetuosi, il tutto a far da proscenio ai tormentati picchi sommitali. Dopo un incrocio a sx (riporta alla SS199) e uno a dx che conduce a S. Caterina (16.3), si arriva presso il cimitero di Berchidda (230 m s.l.m.) e a un bivio: a dx verso il centro del paese e a sx in direzione dell’uscita (km 17.5).

        Il Limite meridionale

        A Berchidda, superata la piazza principale (Piazza del Popolo, 289 m s.l.m.), svoltando a sx, oltre una strettoia e la piazza Funtana Noa si va a dx. Si raggiunge uno slargo che dà luogo a quattro direttrici, di cui due sono importanti: la seconda da dx, che porta verso il Belvedere; la prima a sx, che s’imbocca. Al termine della breve salita, presso la caserma dei Carabinieri c’è una biforcazione: a dx conduce verso il Limbara; a sx, discendente, porta fuori dall’abitato in direzione Ovest, per raggiungere il Ponte Diana: è questa strada a costituire l’arbitrario limite meridionale del Limbara (0.0).

        Lasciata Berchidda la strada, stretta ma asfaltata, scende fino a un primo incrocio (1.66 dx, a sx torna al paese, loc. Su Tezzi). Al km 2.6 si giunge a una biforcazione indicante a sx l’accesso per il M. Acuto mentre, proseguendo diritti, si va verso il lago Coghinas. La strada risale con ampi scorci a destra sul medio Limbara di Berchidda, M. Longu e Longhèddu e poi sulle cime più alte finché, al termine della salita (4.5), appare improvvisamente la grande cuspide granitica di Monte Acuto. Di qui la vista desta impressione: ornato da una fitta boscaglia, il “dentone” rupestre esibisce la vertiginosa parete occidentale a picco, mentre una “frana” minacciosa bordeggia il lato sinistro di chi osserva. A destra e di fronte si apre la Badde Manna, abitata da una rigogliosa sughereta, appena interrotta da radi stazzi, a far da base al Limbara meridionale, qui rappresentato da P. Pedrosa, S’Ispumadolzu e Su Lattizzòlu. Dopo uno stretto tornante e un ponticello (4.83), in prossimità della Fonte S’Utturu ‘e Concas (225 m s.l.m.), si osservi ancora attentamente il M. Acuto, che qui domina col suo ripido e frastagliato versante Ovest: sui fianchi della cuspide si notano merlature granitiche, ampie fessurazioni, tafoni, grotticelle e, infine, col binocolo, i ruderi del castello. L’aspetto selvaggio è accentuato da sparute cime d’arbusti tormentate dal vento. Da questo punto colpisce l’enorme cicatrice provocata dalla frana del 27 maggio 2007.

        Davanti alla fonte s’innesta a dx una strada sterrata che, attraversando la Badde Manna per 4.6 km, superata la località di S’Orighìna si ricongiunge all’itinerario S4, al suo km 1.2. Percorrendo questa, giunti in loc. Su Mudejone, si potrà osservare un mastodontico esemplare di ginepro. Si raggiunge il bivio a dx per lo stazzo di Sa Multa Ona (5.6), da cui si diparte l’escursione per la valle del Rio Caràsu. Si attraversa il ponte su questo torrente e dopo un breve saliscendi s’incrocia una sterrata a dx (cartello per Cuguttàdu, 6.3). Da qui si può raggiungere la vedetta di Sa Chigantula (ultimo avamposto occidentale dell’antincendio di Berchidda, vedi S3).

        La strada discende pigramente tra le sugherete dallo scarso sottobosco: M. Acuto si allontana a est, rendendosi visibile in tutta la sua tipica articolazione di picchi e frane. Al km 8 (spiazzo e cancello a sx) si passa in vicinanza del Rio Sa Buttiglia che qui va a gettarsi nel lago (176 m s.l.m.). Si svolta a sx nella successiva biforcazione (8.2, a dx si giunge al km 1.5 del limite occidentale). Ricompaiono le greggi e gli insediamenti pastorali, quindi un’azienda agrituristica (regione Mandras). Ecco ora una fontana (9.5, sx), nelle vicinanze del podere del compianto scultore oschirese Nuccio Bua: pioniere delle potenzialità ambientali e ricreative del lago Coghinas, qui costruì una casa-laboratorio integrandola nell’habitat naturale (cancello con palme a sx), dove era possibile veder nascere opere in trachite e in ossidiana, e partecipare a interminabili disquisizioni sulla natura umana. Appena si supera la fontana, dal culmine del dosso appare inatteso il Lago Coghinas col ventoso Ponte Diana. Dal lato sinistro della strada è agevole discendere presso i ruderi del vecchio ponte sul fiume (solo quando il lago riduce di molto la sua portata) e alle spiaggette, alternate a scogliere granitiche, qua e là bordate da grandi tamerici e da coraggiose sughere sopravviventi alle piene lacustri.

        Un’adeguata rete di accessi e aree ricettive integrate all’habitat renderebbero ancora più gradevole la frequentazione del lago, già notevole nella buona stagione, a dispetto della severa eutrofizzazione delle acque. Carpe, persici trota e reali costituiscono un forte richiamo per numerosi pescatori sportivi.

        Giunti al ponte, sulla SS392, si esaurisce il limite meridionale (10.0, 173 m s.l.m). Dal ponte la visuale è ampia: a Nord-Est il Limbara sommitale, ben riconoscibile dalle antenne, poi in primo piano le più modeste cime di P. Pedrosa; quindi le colline che sovrastano la frazione di San Leonardo-Pianas (non visibile a nord), e poi il colle di Sa Sia distinguibile perché tempestato da bianchi stazzi. Ancora, il lungo e regolare costone di Su Sassu che sovrasta Tula (non visibile a ovest). A Est Sud-Est, subito dopo il ponte Diana, la tormentata area rocciosa di Pedrèdu, con bizzarre rocce che degradano ripide sulle rive del lago.

        Il Limite occidentale

        Ponte Diana (SS392) (0.0): questo maestoso ponte sul pescoso lago Coghinas costituisce il punto di passaggio dal mondo logudorese a quello della Gallura. Fin dai primi tornanti, l’affioramento di spuntoni granitici, la macchia ben sviluppata, i lecci e le numerose sughere, fanno presto dimenticare la brulla distesa del Campo di Ozieri. A riprova dell’avvenuto distacco, nelle frazioni di San Leonardo-Pianas (2.8 dx) e di Su Signalàdu (3.6 dx), adornate da alte colline, si parla uno schietto gallurese e le case più antiche hanno forma allungata in senso trasversale, a solo pian terreno, con il tetto in tegole a due falde contrapposte, circondate da spazi comuni. Questa è la tipica disposizione dello “stazzo” gallurese.

        Dopo impegnativi tornanti, ecco l’innesto (4.4 sx) per la Diga Del Coghinas da dove è possibile intraprendere itinerari verso Balanotti-San Giorgio e Bilgalzu-Sarra Balascia, oltre che un’interessante visita allo sbarramento stesso. Dalla piazzola di sosta a dx è possibile ammirare un ampio panorama: da Sud-Ovest il paese di Tula sovrastato dal costone di Su Sassu, poi in lontananza il Monte Santo dalla forma tronco-conica, il Campo di Ozieri, il lontano rilievo del Monte Rasu di Bono poi Ozièri, quindi Monte Lerno, i monti di Alà dei Sardi, fino a che l’inconfondibile profilo bicuspide di Monte Acuto chiude la vista verso Est. Sotto si ammira una vasta sughereta, con i suoi contrasti di verde e ruggine, orientata verso Est, sollecitata dall’implacabile maestrale.

        Giunti a Su Pegurile (345 m s.l.m.), tra Montigghju Mannu a Sud-Ovest e P. Sa Turrina a Nord-Est (5.2), il panorama si apre sulla Sarra Balascia con i suoi rilievi di P. Lanzinosa (riconoscibile per il tratturo che risale a zig-zag), di Monte Ruju, elevato a forma di capezzolo, e più indietro di M. Muvri (787 m s.l.m.). A Ovest si ammira il colle di Sa Sia. In un susseguirsi di curve si ascende tra fitte leccete, sugherete e grandi corbezzoli.

        Al km 10.5 ecco l’incrocio a dx per S’Ampulla (506 m s.l.m.), sede di una colonia montana in restauro nei pressi delle celebrate fonti, punto di partenza per interessanti escursioni nel Limbara oschirese; a sx si scende al tipico stazzo di Giagone. Procedendo, con la strada ovunque ornata di lussureggiante vegetazione, superata la nostalgica Cantoniera di Gaddau (12.7, sx) decorata da grandi pini, si giunge al Passo di Limbara (15.3), denominato anche “L’Uttaru” o “La Variante”. Dal passo la discesa porta rapidamente alle cinque fontane di Fundu di Monti (17.6 dx, 563 m s.l.m.), prospicienti un vivaio forestale e un’area di riforestazione: conviene dissetarsi a queste acque freschissime e farne scorta, specie in estate se si deve affrontare un’escursione! Affacciandosi al vallone si scorgerà uno stazzo con chiesetta dal grazioso campanile. Poco oltre le fonti apparirà a dx una strada bianca che sale verso La Iatta per ricongiungersi alla fitta rete stradale della zona sommitale. Subito dopo si trova a sx la stradina che conduce al vivaio forestale di Fundu di Monti. In fondo al rettilineo c’è il ponte sul Rio Lu Frassu, le cui piscine e cascatelle si possono visitare seguendo un tracciato a dx e sono una piacevole occasione per un bagno nelle giornate più calde.

        Si giunge all’ampio e pericoloso incrocio per Vallicciola (18.8 dx), località simbolo e cuore del Limbara. Subito dopo il bivio spicca il Ponte Caprioni, con scivolo d’acqua a dx, dal nome evocativo: Pisciata. Proseguendo, lasciata la località di Curadoreddu (19.2 dx, statua della Madonna), si percorre una discesa ornata da grandi esemplari di Genista aetnensis, fino al bivio per San Bachisio (20.8 sx). Si svolta a dx all’incrocio per la Zona Industriale e per Calangianus (21.0). Quest’area è conosciuta come Li Settanta Culunni, in riferimento a una settantina di paracarri che, in un momento di enfasi descrittiva, pare siano stati trasformati in improbabili colonne, dando di qui opportunità a salaci commenti sulla presunta “pomposità” tempiese! Di fronte a Li Tre Funtàni, con ampia area di sosta (22.2, sx), c’è a dx la stradina bianca che conduce verso Li Mulini e di qui al Monti Biancu o a Vallicciola, lungo percorsi di grande interesse. Dalle fonti, guardando verso Est Nord-Est si riconosce l’inconfondibile sagoma di Monti Longu, chiamato “La Signora” nell’IGM, grande monolite dalle leggere fattezze femminili.

        Attraversata la Zona Industriale di Tempio ci si immette sulla SS127 (24.3 dx). Poco prima di Calangianus (26.3), ecco gli innesti per Nuchis (sx) e per la Tomba di Giganti Pascaredda (dx 445 m s.l.m.). Infine si arriva a Calangianus (28.0 km), cittadina dinamica e industriosa che merita senz’altro una visita. Al suo interno, notare un altro segnale per Pascaredda e così subito dopo l’uscita verso Telti.

        Il Limite settentrionale

        Attraversato il paese di Calangianus (0.0, 563 m s.l.m.), si prosegue sulla SS127 in direzione di Telti. Quasi subito s’incontra a dx un bivio con indicazioni per Tomba di Giganti Di Pascaredda e Chiesa di N. S. delle Grazie (0.1). Proseguire diritti e fermarsi a La Conca Fraicata (la grotta murata, 0.5 sx) dalla cui area antistante si può ammirare il vasto paesaggio. Secondo una prospettiva che solo da questo punto è apprezzabile, si osservano da Sud-Est: Punta di Li Cupunèddi (riconoscibile dalla vedetta anti-incendio), poi Monte Lisgju individuabile per la liscia parete convessa, Punta Di Li Vèmmini la più alta delle tre, e a Sud il M. di Li Conchi e M. Biancu. Ai piedi di questi rilievi s’intravede, a mezza costa, l’antico sentiero (la comunale) che parte dalla base di M. Lisgju e attraversa una brulla pianura e poi la folta macchia delle cime (zona di Vena Mala) fino al grande rilievo di M. Biancu presso l’antica fonte de L’Alzoni. Questo sentiero era percorso dai pastori che si recavano a transumare d’estate nella zona di Li Conchi.

        La strada è costituita da un susseguirsi di curve e brevi rettilinei, quasi sempre circondata da rigogliose sugherete. Esaurita una dolce ascesa, oltre il dosso, superato un vecchio casello ferroviario (n. 13) prospiciente la strada, si osservi un’ampia area di sosta (5.2 dx, 600 m s.l.m.). A poca distanza svetta il rilievo di Monte La Trona. Da qui parte l’interessante itinerario che conduce, attraverso M. Li Cupunèddi, Lisgju, Li Vemmini, alla fonte di Crispoli quindi al M. Li Conchi, o per Vena Mala, alla fonte de L’Alzoni presso M. Biancu (vedi N3).

        Discesi i piacevoli ampi tornanti, superata la casa cantoniera di Larai (6.7 sx), si giunge in regione Lu Miriachèddu, da dove si diparte (8.3 dx) la strada per Berchidda (limite orientale), così portando a termine il breve ma panoramico tratto stradale che funge da limite settentrionale all’area del Limbara.

        Da San Leonardo-Piànas a Funtàna Majòre e P. Sa Chigàntula

        Difficoltà: Cinghiale/Muflone. Strada asfaltata, sterrate, sentieri e pietraie (hiking, parziale per auto, mountain bike e Nordic Walking). Pendenze ripide e massi smottanti. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo rocce scivolose in periodi umidi. Pericolo moto da cross. Attraversamento di proprietà private.

        Lunghezza/durata: 14.4 km – 5 h ca.

        Dislivello: in salita di 850 m circa, in discesa di 620 m circa.

        Attrattive principali: panorami su Logudòro, lago Coghìnas, Monte Acuto; flora delle zone umide; boschi; avvistamenti di rapaci

        START: Bivio per S. Leonardo

        1. Chiesa di San Leonardo
        2. Villaggio di San Leonardo-Piànas
        3. Bivio e punto panoramico
        4. Funtàna Majòre
        5. Casetta sopra Punta Sa Pedròsa
        6. Muri a Secco di Sa Pedròsa
        7. Rio Sa Pedròsa
        8. Stazzo Caràsu
        9. Incrocio a dx per guado
        10. Radura
        11. Incrocio per Sa Chigàntula
        12. Incrocio sentiero di ritorno
        13. Vedetta di P. Sa Chigàntula
        14. Perastro monumentale
        15. Guado del ruscello

        Al km 2.8 dal Ponte Diana, lungo la SS392, s’imbocca a dx la strada per San Leonardo (0.0). Oltrepassato il vecchio edificio scolastico a sx (0.3), si trova il cancello per la chiesa di San Leonardo e il cimitero della frazione (0.4 sx).

        Proseguendo lungo l’asfaltata, si raggiunge la frazione di Piànas e la si supera (1.0, 333 m s.l.m.). Dopo le ultime case si procede su asfalto, incontrando presto i primi punti panoramici sul lago Coghinas. Al termine di una lunga curva a sx è uno slargo con sterrata a dx (1.8). Sempre su asfalto, si superano alcuni tornanti in salita, dominando il vastissimo paesaggio del lago Coghinas e il Monte Acuto. All’incrocio con una strada in cemento a destra (3.2), si prosegue diritti in falso piano verso NordOvest. Intorno sono visibili gli effetti dei disastrosi incendi occorsi nel 1993 e 2001. Si perviene a una serie di tornanti (4.5). Finita la ripida ascesa ci si trova in un altopiano che si affaccia su Balascia e oltre verso l’Anglòna a sx,

        mentre a dx sono sempre visibili il Monte Acuto e il lago Coghinas (5.1). La strada risale, tra i pascoli con scarsa o nulla vegetazione arborea, interseca un’ampia zona umida, supera alcune case e incrocia l’asfaltata (7.4) che da Giagòne porta alle fonti di S’Ampulla (vedi itinerario O4), nella località di Funtana Majore.

        Qui, ai piedi di un salice piegato dai venti, ci si può dissetare alla fonte (794 m s.l.m.).

        All’incrocio di cui sopra, si osservi ora sulla destra un cancello e lo si superi. Una stradina sterrata procede nell’altopiano erboso, ai piedi di M. La Cuna, fino a una casetta e un piccolo giardino chiusi da un’alta rete (7.9, 776 m s.l.m.). Il panorama spazia sui contrafforti e le valli del Limbàra meridionale. Incontrati, scendendo in direzione Sud-Est presso le rocce, alcuni muri a secco (8.1) , si osserva un sentiero che si dirige verso Est (vedi S2b). L’itinerario però prosegue in discesa nella macchia rada, passando prima in una brulla zona di cisto e poi verso alcuni spuntoni rocciosi (8.3, Sa Pedròsa). Scavalcando il basso muretto a secco, si va a dx, ai piedi di grossi lecci e olivastri, lungo una ripida valle dal fondo sconnesso per effetto delle pietraie di massi scistosi che creano non pochi problemi di equilibrio.

        È il Rio Sa Pedròsa . Al centro della valle, sull’alveo del rigagnolo quasi sempre in secca, si scende seguendone il letto, tra rocce scoscese e pietraie frananti. Oltre il tratto più brusco, si rientra nel bosco, incrociando infine una sterrata (8.8). Ci si dirige a sx, dove si salta un ruscello e si arriva allo stazzo di Caràsu (9.1), all’omonimo rio e poco dopo a una più larga sterrata (vedi S2a), dove si va a dx. Si percorre un tratto in falso piano seguito da una breve ma ripida discesa ove si riavvicina il torrente. Si prende la stradina a destra (9.8) , dopodiché si guada ancora il Rio Caràsu. Inizia una lunga salita, con due tornanti iniziali, che conduce ai piedi dello stazzo Cuguttàdu. Usciti dai fitti boschi, la vegetazione si dirada per divenire un pascolo arborato con sparse sughere (10.4). Qui si risale a destra, al momento presso il tronco caduto di una grossa sughera, intercettando una stradina che si dirige a dx alle spalle di grossi corbezzoli. Dopo la ripida salita (bivio a destra in discesa che si trascura, 10.6 sx), si curva a sinistra, scendendo poi alla sterrata sconnessa (10.85 dx) . Di nuovo in salita, si trascurano alcune deviazioni a destra e a sinistra, percorrendo un breve tratto piano con scorci panoramici sulla valle di Caràsu a destra, poi risalendo finché non si fuoriesce dal bosco presso una curva a sinistra, di fronte a una  stradina che va oltre un basso muro a secco (11.4) . Da questo punto si può raggiungere, proseguendo lungo la sterrata principale, la vedetta di Sa Chigàntula , dagli straordinari panorami, distante da qui appena 300 m.

        Di ritorno, si imbocca ora la stradina, superato il muretto, che procede a sinistra, in un evidente tratturo: si attraversa un’area brulla e ricca di cisti, segno tangibile del devastante incendio che percorse tutta l’area nel 2001 e di cui palesi sono le cicatrici. Non a caso il colle conico che spicca di fronte si chiama Monte Usciàdu (bruciato). Comincia un ripidissimo pendio e i panorami si aprono sul lago Coghìnas e sul Monte Acuto. Terminata questa, accanto a M. Usciàdu (535 m s.l.m.), si attraversa una residua sughereta e si trova un’ampia zona erbosa con un grosso perastro inclinato dal vento sul lato destro (12.6). Qui giunti, si procede in direzione Ovest, ignorando una stradina a sx, per svoltare in uno stretto tornante a destra. La stradina discende assumendo l’aspetto di un ruscello nelle stagioni piovose, effettua un tornante strettissimo a sinistra (13.1) e arriva presto al guado di un piccolo torrente (13.5).

        Ripresa la salita e trascurata poco dopo una stradina a destra (riconduce all’area di Funtàna Majòre), ci si congiunge infine alla strada asfaltata descritta sopra, presso lo slargo con punto panoramico sul lago Coghìnas (14.4, 410 m s.l.m.).

        Escursione a Framinghèddu per S’Ampulla, Li Fanghi

        Difficoltà: Turista/Cinghiale. Strada asfaltata, sterrata, sentieri (hiking, parziale per nordic walking, auto, mountain bike). Pendenze ripide. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Rocce e fogliame scivolosi, acquitrini sul sentiero nei periodi più umidi. Pericolo moto da cross nelle sterrate.

        Lunghezza/durata: 9.1 km – 2h 50’.

        Dislivello: 600 m circa in salita, 100 m circa in discesa. Viceversa al ritorno.

        Attrattive principali: panorami su Balascia, Gallura e Anglona. Boschi, specie rare, zone umide. Funghi. Incontri con mammiferi, uccelli.

        START: Bivio per Colonia Montana

        1. Funtana Majore
        2. Stradina per Monte La Cuna
        3. S’Ampulla
        4. Bivio Demàrtis
        5. Incrocio pista Li Fanghi
        6. Inizio sentiero per Framinghèddu
        7. Muro a secco
        8. Lecceta di Framinghèddu
        9. Casa di Framinghèddu
        10. Pascolo, fine sentiero

          Dalla SS392, al km 10.5, svoltare a dx (segnale per la Colonia Montana di S’Ampulla, 506 m s.l.m.), dirimpetto alla strada che scende a Giagòne (cabina ENEL). L’asfaltata assume subito una severa pendenza, con stretti tornanti, tra abbondanti boschi, svelando di tanto in tanto panorami su Giagòne, Li Lèttari e Sarra Balascia. Con il procedere dell’ascesa, gli scenari si aprono verso il M. Sàlici di Bortigiàdas (parco eolico), il M. Ruju di Viddàlba e il Golfo dell’Asinàra. Gli affioramenti granitici, il vento, e i tipici profumi della vegetazione avvisano del continuo aumento di quota, fino all’estenuante diritta salita in regione Li Sàlici, nei cui pressi si trova la Fonte di Pedru Entre (1.64 dx).

          Quasi al culmine della salita, svoltare a sx all’incrocio di Funtana Majore (2.26, a dx vedi O1). La strada procede nell’altopiano, in direzione Nord-Est. Case coloniche in posizione panoramica, con viste dal Golfo dell’Asinàra alla Corsica, accompagnano il visitatore.

          Si passa ai piedi dei rilievi di M. La Cuna, raggiungibili tramite una stradina (3.17) che risale la parte più alta dell’altopiano dalle ampie opportunità paesaggistiche. Poco dopo si supera la sorgente di Su Cantarèddu (3.5 dx, 831 m s.l.m.).

          Risalendo poi tra altre residenze estive, ai margini dei boschi, si arriva alle fonti e alla Colonia Montana di S’Ampulla (4.47 sx, 876 m s.l.m.). Superate queste, al termine dell’asfalto si scende su fondo fortemente eroso dalle precipitazioni, svoltando poi a dx (4.58). In leggera salita, ci si addentra nella boscaglia che presto assume l’aspetto di un bosco a dominanza di leccio sottoposto a tagli periodici. Si procede sempre diritti, in facile ascesa, tralasciando varie deviazioni sfruttate dai tagliaboschi, sempre immersi nella lecceta. Di tanto in tanto il fondo diviene fangoso per numerose aree umide che attraversano la carrareccia. Si giunge così al Bivio Demartis (5.37 sx, 896 m s.l.m.):

          a dx si risale fino a alla valle del Rio Badu Ebbas per ricollegarsi all’area di Framinghèddu (sx) o a M. S’Ampulla e Monte Longu (dx, vedi AS7). Ora il terreno diviene molto più ricco di acque superficiali, con frequenti rivoli che attraversano il percorso. Il viottolo procede deciso verso Nord, guada alcuni ruscelli con alti ontani, poi la copertura arborea si dirada parzialmente a sinistra concedendo qualche scorcio verso Bortigiàdas, il Monte Li Sàlici e Tempio. Si perviene infine a uno slargo con biforcazione, dove ai numerosi lecci si sostituiscono parzialmente i pini di rimboschimento (6.3), in loc. Li Fanghi, (870 m s.l.m.). Si sale a dx, raggiungendo presto una catena che occlude il passaggio ai mezzi di trasporto, oltre la quale s’interseca una pista forestale (6.44). Discendendo a sinistra si troverebbe in breve l’itinerario O6 al suo km 1.5 (6.8). A dx, invece, si risale tra boschi misti, fino all’area nota col nome di La Calcìna. Durante la salita, il paesaggio si arricchisce di pini, a scapito di lecci e corbezzoli, pur conservando elementi forestali di pregio come rari esemplari di sorbo ciavardello. Superato un ponticello e iniziata la discesa (7.57), si osservi un sentiero che risale a destra. Procedendo nella sterrata in discesa si raggiunge in breve l’itinerario O6 al suo km 2.3 (7.92).

          Si segue il sentiero, che conduce alla località di Framinghèddu e al suo favoloso bosco. È segnalato con omini di pietra discreti, per cui lo si consiglia solo se accompagnati da guida esperta dei luoghi. Si risale nella macchia fino a un muro a secco (7.74).

          Superato questo, a sinistra si trova quasi subito un antico pascolo oggi circondato da fitte boscaglie. Si procede però a destra, costeggiando costantemente il muro a secco. Diversi punti elevati  consentono vari scorci, in particolare sulle estese leccete che dominano di fronte e a sinistra. D’un tratto ci si ritrova nel cuore di una fitta fustaia di lecci, dove il fogliame domina il suolo, il muschio ammanta di smeraldo fusti e rocce e il sole ha difficoltà a penetrare anche nelle giornate più luminose. Qui si chiude il sentiero, costringendo a scavalcare il muro a secco (8.2 circa), procedendo alla sua destra e poi in direzione Sud per circa 100 m, quindi svoltando verso una breccia, in alto a sinistra, dalla quale si riemerge dal bosco proprio nel retro della casetta di Framinghèddu (8.45, 1010 m s.l.m.). Ci si può da qui collegare alla strada proveniente da Baligiòni o scendere nel percorso del Rio Badu Ebbas (vedi AS7, AS8).

          Come terza opzione si può scendere lungo il sentiero centrale a sinistra della casa, attraverso un uggestivo ambiente boschivo, tra rigagnoli, felci, eriche e lecci. Il tratturo procede presso ché diritto, scendendo poi a sinistra al successivo incrocio (8.97).

          Qui il bosco s’infittisce, ma al termine della discesa si trova un muretto (notare alcuni slanciati agrifogli nei dintorni) e subito oltre c’è un’ampia zona erbosa.

          Questa si attraversa sul margine sinistro fino a intersecare un’apertura nel suddetto muro a secco (9.05, 965 m s.l.m.) e scendere ancora a sx, verso il muretto scavalcato all’andata (9.1).

          S’Ampulla

          Rimarchevoli la freschezza e purezza delle celebrate acque sorgive di S’Ampulla, con getto perenne, anche nelle estati più siccitose. Incerta l’origine del nome: secondo una fonte potrebbe essere dovuta alla freschezza delle acque, capace di rompere il vetro di una bottiglia in esse immersa (Ampulla: bottiglia).

          Il sito è di grande bellezza e offre occasioni per lunghe passeggiate nei boschi, ricchi di funghi in autunno, ombrosi e freschi in estate. Per tali caratteristiche, S’Ampulla è la vera montagna degli oschiresi, il loro “Limbàri”.

          Dalla colonia sono possibili escursioni in direzione Nord-Est, verso i rilievi di S’Altòre e Monte S’Ampulla (incrociando il “Cammino dell’Alleanza” e seguendolo in direzione Est), oppure verso Vallicciola, attraverso l’unione con la strada Passo Limbara-Vallicciola all’altezza della fonte delle Naiadi o a Li Fanghi.

          Dal Passo di Limbara a Balascia

          Difficoltà: Turista/Cinghiale. Strada asfaltata, sterrata, sentieri (hiking, parziale per nordic walking, auto e mountain bike). Pendenze forti. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo moto da cross nelle sterrate.

          Lunghezza/durata: 15.8km circa – 7 h.

          Dislivello: 760 m in salita e 550 in discesa. Viceversa al ritorno.

          Attrattive principali: panorami a 360°. Piante rare ed endemiche. Avvistamenti di uccelli, rettili, mammiferi. Vestigia nuragiche.

          START: Passo Limbara

          1. Nuraghe Lu Narachèddu
          2. Nuraghe Pian di La Liccia
          3. Bivio – Arrivo
          4. Balascia
          5. Nuraghe Ruju
          6. Nuraghe Mandra di L’ebbi
          7. Lu Naracòni
          8. Lu Naracàcciu
          9. Ruderi Dispensa Ferrari
          10. Case Mavriàna

            Al Passo Limbara, dirimpetto alla sterrata che conduce a Vallicciola, si presenta (a sx per chi viene da Oschiri, a dx da Tempio) una strada asfaltata che sale con forte pendenza (0.0). Dopo la prima e più lunga salita (1.4) la strada procede in un saliscendi irregolare, fino a un dosso (3.3), oltre il quale si spalanca un invidiabile paesaggio sull’Anglòna, M. Li Sàlici e M. Ruju di Viddàlba, mentre di fronte è l’altopiano di Balascia.

            Qui, a ridosso della strada (3.6 sx), si può notare un grosso cumulo di massi e terra: sono i resti del Nuraghe Lu Narachèddu, il primo dei sei monumenti protostorici presenti sull’altopiano di Balascia (805 m s.l.m.).

            Ripartendo, si scende per 1 km ca. Appena la strada si rimette in piano, presso una curva a dx con slargo, si incontrano un cancello a sx e un piccolo complesso roccioso di fronte (4.8).

            Di qui si può raggiungere, saltando il muro a secco che costeggia la strada a sx e arrampicandosi sulle rocce, ciò che emerge del Nuraghe Pian di La Lìccia (739 m s.l.m.) e del suo villaggio, riscoperti nel 2005 dall’autore.

            Evitando la deviazione si procede in falso piano, trascurando una strada sterrata a dx (5.2, vedi oltre) quindi, dopo una breve salita, compaiono le prime abitazioni di Balascia (710 m s.l.m.). Proseguendo, tra amene case con ombrosi giardini alberati, si giunge alla piazzetta della chiesa di S. Giovanni (5.58 sx). Si può qui sostare all’ombra dell’edificio o tra i lecci, su alcune panchine granitiche. Si sale a sx in discreta pendenza, e quasi subito si perviene a uno slargo, cancelli  argentati a sx (5.84) e una sterrata discendente a dx.

            Si può qui optare per la visita al Nuraghe Ruju (761 m s.l.m.), oltrepassando il cancello a sx e procedendo lungo una strada sterrata che dopo 100 m si biforca, di fronte a un rocciaio: a sx prosegue pianeggiante per 200 m, fino a giungere nei pressi di un’area rimboschita a pini. Un sentierino a dx condurrà agevolmente ai resti del nuraghe (ulteriori 150 m), abbarbicato sulla cima del monte e con un traliccio che lo sovrasta. Il percorso di dx sale tra la ricca vegetazione, costeggiando a sx uno spuntone granitico. Segue un tratto pianeggiante e poi in dolce discesa fino ad arrivare a una curva stretta a dx, di fronte alla quale è un grande recinto con muri a secco (500 m circa). Entrati nel recinto, si scorgerà un passaggio a sinistra che procede tra alberi e rocce per circa 50 m, verso un traliccio dell’alta tensione sovrastante i resti del nuraghe e di cui si ode, nelle giornate ventose, il sinistro fruscio. Si giunge così alla sommità del monticciolo, dove l’evidente frana dei materiali, un tempo facenti parte del nuraghe, occulta forse un edificio ancora in discrete condizioni.

            Tornati al cancello, si riprende la salita che, seppur breve, è assai ripida e impegnativa! L’ascesa termina (6.3) in un piano costeggiato da muretti a secco e macchia che conduce a un cancello (6.5), dopo il quale la strada risale, prima dolcemente e subito dopo con un breve tratto ripido, costituito da due tornanti in successione. Prima che la pendenza aumenti, si evidenzia a sx un vasto sbancamento per i lavori della centrale eolica, oggi abbandonata (6.8).

            Da qui parte un’agevole sterrata che, tra i plinti per pali eolici e splendidi graniti multiformi, conduce, dopo 450 m sulla destra, al sito nuragico più grande della zona, La Mandra ‘e L’Ebbi (739 m s.l.m.). Il nuraghe insiste su un complesso roccioso incastonato in uno dei punti panoramici più belli dell’altopiano, completato da un esteso villaggio di capanne in gran parte occultate dalla gariga. Una volta giunti in cima al nuraghe, dopo aver con cura evitato i fitti rovi, si gode di una vista senza eguali sul Logudòro orientale, il Limbara e la diga del lago Coghinas (sovrastata e dirimpetto a questo).

            Conclusa l’ultima erta, oltre il dosso si spalancano ampi scorci sull’altopiano di Tula-Erula e l’Anglòna. Nelle giornate terse è possibile cogliere l’isola dell’Asinàra con tale dettaglio da aver la sensazione di sfiorarla. Sulla destra è M. Muvri (787 m s.l.m.). Qui inizia una discesa con forti pendenze, tra fitta macchia arricchita dai cardi di Casabona, mentre la strada diventa sterrata, presso una costruzione recintata (7.4). Si individui una piazzola a sx (7.5).

            Saltando il muretto a sx e proseguendo a vista, in direzione Sud-Ovest per 150 m, tra bassi ericeti, si può visitare il più bel nuraghe della zona: Lu Naracòni (678 m s.l.m.). Si tratta di un grosso nuraghe a struttura complessa in discrete condizioni, abbarbicato su un elevato spuntone granitico che offre ampi panorami.

            Tornati alla strada, si prosegue in discesa dal fondo dissestato, con profonde buche, rocce affioranti e puntute, pietrame di grossa taglia e ampi dislivelli trasversali! Si trascurano due deviazioni per giungere poi a un altro bivio (8.23) e dirigersi a dx verso un pino solitario e delle case diroccate, in loc. L’Alturìna. A Ovest si notano tre distinte cuspidi granitiche su uno stesso colle. Andando verso queste, si passa attraverso gli antichi frutteti della zona, con terrazzamenti e grossi fichi, fino ad arrivare presso le rocce. Intorno, la vegetazione è caratterizzata da ginepri e lecci. Nella parte superiore di questo pianoro, verso lo spuntone più a sx, si possono osservare lo splendido architrave d’ingresso e i pochi resti del nuraghe Naracàcciu.

            L’impressione che si ha è che si tratti di un nuraghe incompiuto.

            Di nuovo sulla strada, si offrono all’escursionista tre alternative: percorrere a ritroso la strada dell’andata, oppure, contando su mezzi di trasporto ad attendere, seguire da qui l’itinerario O2 verso Lu Mulìnu o la diga Coghinas.

            Come terza soluzione si segua la stradina che porta alle case abbandonate della Dispensa Ferrari (586 m s.l.m., 8.63, il cui nome indica un luogo in cui veniva raccolto il carbone all’epoca del disboscamento tra il XIX sec. e la prima metà del XX sec.) dove si trova una biforcazione. Discendere a sx. La strada subito si restringe per la folta vegetazione. La pendenza aumenta ulteriormente e diviene severa, mentre la boscaglia ai lati della strada è assai fitta. Dopo alcuni tornanti si arriva a un bivio (9.83, a dx si trova lo Stazzo Fica Bianca da cui si risale a Balascia). Si procede diritti in ripida discesa. Il fondo stradale dissestato e ricco di pietrame non facilita il cammino. Giunti in fondo alla vallata si placano le pendenze e si arriva a una biforcazione nella quale si procede a dx (11.33, 233 m s.l.m.).

            Percorso un breve tratto piano, si guada il Rio Mavriàna, ricco di ontani. Ecco finalmente una salita, lungo la quale si osservano alcuni grossi ginepri a sinistra e a destra della strada. Si perviene così ai ruderi di Mavriàna (12.0, 260 m s.l.m.). Di fronte a questi si nota un sentiero risalente a destra verso la frazione di Balascia.

            La si imbocca, costeggiando subito un casolare isolato a dx e inoltrandosi nella boscaglia. Si sale costantemente con diverse variazioni di pendenza ma sempre con discreta ripidità. Man mano che si sale, le rade sughere lasciano spazio a un bosco ceduo, con numerosi lecci e corbezzoli.

            Durante l’ascesa si trascurano vari sentierini, spesso chiusi dal cisto (12.3 dx; 12.8, 12.9 e 13.0 a sx).

            Si supera una larga piazzola di carbonai a sx (13.38) e dopo uno stretto tornante a sx le pendenze si addolciscono momentaneamente. Si tralascia una stradina risalente a destra (13.95) e si attraversa il ruscello, diviso in vari rivoli immersi nel folto del bosco (14.12). Oltre il corso d’acqua riprende l’ascesa. Ampie aperture paesaggistiche si godono ora a sinistra, con i ruderi di Mavriàna in fondo alla valle. Si perviene a uno slargo con tornante a dx e un cancello di fronte (580 m s.l.m.). Qui si trovano due sentierini che tornano verso Mavriàna, uno a sx appena prima e l’altro che parte da dietro il cancello (14.55). La carrareccia risale con alcuni cambi di direzione, costeggiando numerosi lecci di grandi dimensioni, finché non si incontra un cancello con case a sx (15.0, Lu Liòne Toltu, 647 m s.l.m.). Si procede verso Sud curvando poi a sx fino a un’altra casa a sx (15.33, tornante a dx che riporta a sud).

            La copertura arborea è ormai rarefatta ma la pendenza è ancora sostenuta, finché non si incontra una strada sterrata (15.6, sbarra) in loc. Case di Mezzu. Procedendo ancora in direzione Sud, si arriva presto a incrociare la strada asfaltata descritta sopra (15.84), a poche centinaia di metri da Balascia.

            Dal Passo di Limbara a Vallicciola

            Difficoltà: Turista. Strada sterrata (hiking, nordic walking, mountain bike, auto).

            Pendenze ripide. Pericolo moto da cross.

            Lunghezza/durata: 6.2 km – 2h 30’ ca.

            Dislivello: 400 m circa in salita. Viceversa al ritorno.

            Attrattive principali: paesaggi su Gallura, Limbara sommitale. Boschi e piante endemiche. Resti archeologici.

            START: Passo Limbara

            1. Bivio Cappàtu
            2. Bivio per Li Fanghi – S’Ampulla
            3. Bivio per Framinghèddu
            4. Bivio La Calcina
            5. “Strada romana”
            6. Lu Campu di Li Boi
            7. Bivio per Baligiòni
            8. Laghetto Miriachèddu
            9. Inizio Viale dei Due Comuni

            ARRIVO: Vallicciola

            Lungo la SS392, a circa 16 km dal Ponte Diana, si raggiunge il Passo di Limbara (674 s.l.m., IGM). Si imbocca la sterrata a dx (0.0) che sale accanto a un caseggiato e una fonte (0.18) e supera, in meno di 1 km, nove tornanti. Si trascura una strada a sx (0.68) in località Cappàtu.

            Alla Fonte delle Naiadi (0.87 dx, 757 m s.l.m.) ci si può fermare a osservare l’ampio panorama a Nord: in primo piano la strada che risale verso Sarra Balascia; oltre, il Monte Sàlici che con i suoi 911 m s.l.m. sovrasta Bortigiàdas, ben riconoscibile per la nutrita selva di instancabili generatori eolici; più a destra in primo piano il Monte di San Giorgio, quindi Tempio e Aggius, quest’ultimo coronato da cime granitiche aguzze, di cui la più elevata è Punta Tinitèrra (815 m s.l.m.). Per un faticoso saliscendi la strada, guarnita di lecci, corbezzoli ed eriche, è intersecata da due incroci (1.5 dx 2.3 dx ) le cui strade formano un anello e da cui si può raggiungere la località di S’Ampulla (reg. Li Fanghi) o Framinghèddu (loc. La Calcìna vedi O4). Trascurati questi, si arriva a un bivio a sx con vasca abbeveratoio nei pressi (2.8).

            Seguendo la sterrata in discesa, tra vari scorci panoramici sulle vicine vallate ricche di boschi, si arriverebbe a Fundu di Monti, dopo 2.5 km.

            Lungo questa discesa sono inoltre presenti due deviazioni: la prima a sx (1.44*), che dopo circa 2 km, riconduce a 700 m dall’inizio di quest’itinerario (loc. Cappàtu); la seconda a dx (1.64*), che porta all’itinerario O7 al suo km 0.87 (loc. La Stria), attraverso la valle dei Rii Columbànu e Lu Frassu. Questa strada è più volte intersecata da un sentiero che discende nella stessa località, tra fitti boschi di lecci e rimboschimenti. Tale percorso è utilizzato come pista delle mountain bike (down hill).

            Si prosegue dritti per un’estenuante salita che la folta macchia, i pini e le aree ombrose aiutano a sopportare. Si presti attenzione a un piccolo slargo a sinistra (3.08): qui si sviluppa un residuo di antico lastricato stradale, di incerta origine romana, a tratti ben evidente prima di essere fagocitato per intero da un roveto fittissimo. Quest’antica strada si dirigeva verso la località di La Iàtta, dove sono presenti le macerie di alcune capanne e diversi recinti in muratura a secco, forse afferenti a una mutatio di età romana (IGM: ruderi romani).

            In pieno rettilineo si nota un incrocio a poca distanza da un rimboschimento di frassini a sx, in loc. Campu di Li Boi (3.48, 980 m s.l.m.). Tralasciata ogni svolta, si perviene poco dopo a un bivio (3.95 dx). La sterrata sconnessa conduce allo Stazzo Alba Baròna o a Funtana di Li Scopi quindi alla zona di Framinghèddu.

            Trascurato anche questo, subito dopo c’è l’innesto di un’altra stradina (4.0 dx) che attraverso una pineta condurrebbe in loc. M. Piciàtu o a Fradi Giaghèddi.

            Giunti a un confortevole altopiano, si rasenta un minuto laghetto (4.5, Lu Miriachèddu, 1033 m s.l.m.) poi si giunge a una biforcazione ove procedere dritti (4.83, a sx va verso La Iàtta). Si arriva così al Viale dei Due Comuni (4.9, 1043 m s.l.m.) presso un trivio con due intersezioni affiancate a dx. La prima si unisce all’itinerario S4 in loc. Li Sciùcchi, dopo una discesa di 750 metri, tra pini e rocce, con bella vista sul laghetto omonimo, sulla valle che lo ospita e l’esiguo immissario.

            La seconda giunge al vecchio stazzo di Fradi Giaghèddi (meno di 300 m) con ruderi nella pineta, infine all’eliporto di Vallicciola (vedi AS8).

            Procedendo diritti si segue un tratto pianeggiante e si tralascia un bivio a sx (5.5, loc. Aricchiòni) e poco dopo si arriva alla agognata località di Vallicciola (6.2), annunciata da un monumento, in memoria di tre avieri deceduti in servizio, posto proprio all’incrocio con l’asfaltata che risale a dx in direzione della base elicotteristica e di Berchidda.

            Vallicciola

            La località di Vallicciola si trova a 1054 m s.l.m., sovrastata dalla severa mole del Giugantinu. Meta frequentata dai gitanti, un tempo sede di un affollato campeggio spontaneo di gente d’ogni età e proveniente da tutta l’isola, costituisce la località simbolo del Limbara stesso. Cuore del sito è il fitto arboreto esotico, di circa 2500 m², tra cui spiccano circa trenta alte sequoie (foto a destra). Qua e là aceri, abeti, faggi, robinie e querce rosse. Curiose e chiassose, le ghiandaie dal vivace  piumaggio si avvicinano ai gitanti, rapide nel cogliere le briciole degli opulenti picnic.

            Nelle ore più silenziose si ode a volte il suono inconfondibile del picchio al lavoro.

            Alcuni tavoli, un tempietto dedicato alla Madonna, un parco giochi con scivoli e altalene per i più piccoli e una struttura alberghiera completano, con la fontanella e gli alloggi del Corpo Forestale, la località tanto amata dai tempiesi. Sede dell’affollata festa di Ferragosto, che svela i limiti della ricettività limbarese almeno quanto i pericoli di un’antropizzazione disinvolta, Vallicciola merita una visita in ogni sta gione: nelle giornate più calde, quando è possibile godere anche di 15°C di scarto rispetto alla collina e alla pianura; altresì nel silenzio invernale, camminando immersi nella nebbia o lasciando solitarie impronte sulla neve fresca.

            Collegata a tutte le direttrici afferenti al Limbara, Vallicciola è punto di partenza e d’arrivo per numerose escursioni con ogni grado di difficoltà. Da qui si dipartono a Sud le direttrici per Berchidda e per il Passo di Limbara, con deviazioni verso S’Ampulla e Baligiòni e Fundu di Monti. A Nord-Ovest la strada discende ripida verso Tempio, a Nord verso Abbafrìtta e Li Mulìni e a Nord-Est risale alla zona cacuminale costellata di ripetitori d’ogni specie. Vallicciola è punto nevralgico, come ben sa l’escursionista e come dovrebbe sapere il pigro gitante che, a torto, ritiene che il Limbara si esaurisca in quest’area. Una buona cartellonistica qui collocata, può essere di stimolo e guida alla conoscenza delle aree afferenti al sito, tutte di grande interesse paesaggistico e naturalistico.

            Da Capriòni a Vallicciola, alle Cime

            Difficoltà: Turista. Strada asfaltata (hiking, nordic walking, mountain bike, auto).

            Pendenze ripide. Pericolo ghiaccio sull’asfalto nelle giornate più fredde.

            Lunghezza/durata: 10.5 km – 3h ca.

            Dislivello: 475 m circa in salita fino a Vallicciola; 775 m circa in salita e 50 m in discesa fino a P. Balistrèri.

            Attrattive principali: panorami su Gallura, Anglona, La Maddalena, Corsica. Boschi, piante rare ed endemiche. Incontri con uccelli, rettili, anfibi, mammiferi.

            START: Località Capriòni

            1. Bivio La Stria
            2. Fonte Silva
            3. Funtana Palàu
            4. Vedetta Limbara
            5. Valliccòla
            6. Inizio strada punti panoramici
            7. Ex base USAF
            8. Parcheggio Madonna della Neve
            9. Centro RAI

            ARRIVO: Punta Balistrèri

            Si tratta della SP51 che porta alle antenne RAI presso P. Balistrèri. Una trentina di tornanti tra fitte pinete di rimboschimento, che allietano in parte un percorso interamente in salita fino a Vallicciola.

            Partendo dall’incrocio sulla SS392 in loc. Capriòni (573 m s.l.m.), si percorrono i primi cinque tornanti e s’intersecano due sterrate affrontate (0.87), quella a sx, ben evidente, conduce al recinto dove sono stati introdotti i mufloni, quella a dx, quasi nascosta, è descritta sopra (loc. La Stria, vedi O6). Subito dopo ecco una serie di ben dodici tornanti, presso il quinto dei quali è una casetta a dx con slargo (1.55), in loc. Fonte Silva (segnale).

            Sempre tra i rimboschimenti e con sporadici scorci panoramici, si giunge a uno slargo a dx con numerosi salici indicante la Funtana Palàu (3.8). Poco oltre, nel tornante a dx (947 m s.l.m.), si trova sulla sx l’innesto alternativo per l’itinerario O8, rimarcato da un grosso segnale con su scritto “sentiero”: ci si può da qui unire alle località di Scupòni, Pisciaròni, Abbafrìtta etc.

            La salita prosegue in un ampio curvone in cui si dirada la vegetazione arborea a ridosso della strada. Si trovano a questo punto due strade sterrate a dx, poco distanti l’una dall’altra (4.24 – 4.36), in loc. Multaràgna (985 m s.l.m. vedi AS8).

            Si percorrono ancora due tornanti, e appena dopo l’ultimo di questi si ammira a sx la Vedetta Limbara, dall’immensa panoramicità. (4.9, 1032 m s.l.m.). Ora la strada diviene quasi rettilinea e si addolciscono le pendenze; di fronte è sempre più imponente il complesso cacuminale. Il successivo chilometro è quasi pianeggiante e, dopo l’incrocio a dx con una sterrata, si arriva al parcheggio di Vallicciola (6.0).

            Ricomincia l’ascesa, per un breve ripido tratto all’apice del quale è una sterrata a dx da trascurare. Si presenta un brusco pendio, con il “nasuto” M. Canu di fronte, al termine del quale si attraversa il ponticello sul ruscello che alimenta il Rio Pisciaròni (6.95, loc. Coddu Finòsu). Di nuovo in salita, si evita il bivio (7.4 sx) presso un curvone a dx, da cui è possibile raggiungere varie località. Dopo lo slargo con rudere e stradina sterrata (7.7 dx, riporta verso Coddu Finòsu e quindi a Vallicciola), si inaspriscono le pendenze in un rettilineo che porta poi ad affrontare due tornanti in successione. Presso l’ultimo di questi, contornato da grossi pini a dx, si trovano due intersezioni, la prima a dx (va a Frati Mèndula, Coddu Finòsu e Vallicciola) e la seconda a sx (8.1, 1123 m s.l.m.): quest’ultima, come indicato dal cartello, porta ai Punti Panoramici ma anche a P. Bandera o verso Li Conchi, Li Mulìni etc.

            Resta ormai un ultimo sforzo, stimolati dall’incombente mole di P. Giugantinu sulla destra. Ultimati altri quattro tornanti si lascia a sinistra l’area abbandonata e degradata dell’ex base U.S.A.F., dominata dalle fatiscenti verdi parabole del centro radio (8.9 sx, (1205 m s.l.m.). Si raggiunge così l’area d’accesso alla Madonna della Neve (9.38): a sx un parcheggio e i ruderi di un edificio, vecchia caserma dei carabinieri abbandonata molto tempo fa a causa dei fulmini che la colpivano; a dx la statua della madre col bambino, volta verso Tempio, la fonte più alta del Limbara (1248 m s.l.m.), la chiesetta e accanto a questa i sentieri che conducono a P. Giugantinu (dx) o a Sa Berrìtta (sx). Salendo ancora, si rasenta il centro RAI (10.0 sx), sovrastato da una colossale antenna. Subito oltre lo stretto tornante s’individua la diramazione che a sx porta verso P. Bandera e i Punti Panoramici.

            Proseguendo dritti, si supera un rudere e si raggiunge una biforcazione (10.3): a dx si va all’immane antenna di P. Sa Berrìtta, a sx la strada termina presso la base dell’aeronautica di P. Balistrèri, limite dell’itinerario(10.5, 1351 m s.l.m.).

            Base Radio U.S.A.F. Monte Limbara

            Punto strategico al centro del Mediterraneo durante i decenni della Guerra Fredda, la base U.S.A.F. (United States Air Force), erroneamente chiamata “base NATO”, iniziò la sua attività di comunicazione di messaggi in codice nel 1966, quando un pezzo di Limbara fu ceduto dal Comune di Tempio agli Stati Uniti d’America. Come testimoniano le sei colossali parabole che ancora si scorgono da molti punti della Gallura, doveva trattarsi di un importante centro di comunicazioni in un periodo estremamente difficile per la stabilità internazionale. Una coppia di parabole è rivolta a Est e comunicava con Monte Vergine, in Campania; una seconda, coppia esposta verso Nord, comunicava con Coltano, presso Pisa; le ultime due parabole, puntate verso Ovest, erano connesse con Minorca, nelle Baleari. Per circa 25 anni questa piccola fetta del Limbara rappresentò quindi un nodo importante nello scacchiere del Mediterraneo fino ai primi anni ’90, quando sia la fine della Guerra Fredda sia le nuove tecnologie, soprattutto satellitari, resero obsolete le strutture costruite negli anni ’60. Così nel 1993 la base fu ceduta al Ministero della Difesa Italiano (e formalmente abbandonata), da cui passò all’Aeronautica Militare per essere infine ceduta alla Regione Sardegna a seguito degli accordi sulle servitù militari del 2008. Dopo vent’anni di abbandono il sito si presenta purtroppo in pessime condizioni, a causa dei numerosi sciacallaggi e atti teppistici, e appare difficile una sua bonifica. Eppure è anche questo un potenziale sito d’interesse, essendo in tutto e per tutto un museo della tecnologia militare del XX sec.

            Da Curadorèddu a Pisciaròni, Scupòni e Caldicciòsu

            Difficoltà: Turista/Cinghiale. Sentieri e rocce (hiking, nordic walking). Pericolo rocce scivolose in periodi umidi. Pendenze severe. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio.

            Lunghezza/durata: 7.3 km – 2h 40’ circa

            Dislivello: 500 m in salita; 300 in discesa.

            Attrattive principali: panorami su Gallura, La Maddalena, Corsica. Cascate, boschi ricchi di piante rare. Possibile avvistamento di anfibi, rettili, uccelli e mammiferi.

            START: Località Curadorèddu

            1. Vecchio allevamento trote
            2. Li Pischìni di Curadorèddu
            3. Recinto dei Mufloni
            4. Incrocio di sentieri
            5. Sentiero dei Ciclamini
            6. Bivio per Funtana Palàu
            7. L’Oltu di Li Pomi
            8. Guado ruscello Caldiccòsu
            9. Cascate di Caldicciòsu

            Partire dal parcheggio della SS392 (572 m s.l.m.), presso la statua della Madonna, in località Curadorèddu (0.0). Seguendo i segnali lungo la pista sterrata che attraversa la rada pineta, si raggiungerà in breve tempo il casolare abbandonato con attorno dei vasconi (0.5), che fu sede del vecchio allevamento di trote, ormai in disuso da decenni. Svoltando a sx si perviene subito alla fascia tagliafuoco, oltre la quale due ingressi nella macchia portano ad altrettante piscine naturali smeraldine: Li Pischìni di Curadorèddu (572 m s.l.m.).

            Si risale lungo la fascia tagliafuoco, tra le rocce, fino a individuare un ponticello sul torrente a sx. Qui, osservando in alto a dx, si nota il sentiero che costeggia un reticolato (0.75, recinto dei mufloni). Seguire il tracciato che s’inoltra in un bosco misto di lecci e pini di rimboschimento, trascurando invece di proseguire a dx, dove si raggiungerebbero in breve tempo un albergo e le case forestali. Si sale con pendenze talvolta ripide, spesso su gradini realizzati dagli operai forestali. Quasi subito si ammira a sx una bella cascata, per l’esattezza un lungo scivolo d’acqua, ultimo di una serie di salti tra imponenti blocchi granitici in quello che è noto come Lu Fossu di Lu Pisciaròni (in corso, in gallurese e a Berchidda, i termini “piscia”, “pisciata”, “pisciaròne” o “pisciàle” si riferiscono alla “cascata”).

            Allontanati dal torrente, ci si discosta dal reticolato, e il sentiero s’infiltra deciso nella lecceta dal sottobosco ricco di ciclamini in primavera, facendo presagire all’escursionista i magici scenari che lo aspettano più a monte.

            Tratti rocciosi si attraversano facilmente con l’ausilio di gradoni.

            Si riavvicina quindi il torrente, sempre con pendenze accettabili ma su fondo talvolta viscido per l’umidità. Procedendo in un alternarsi di bosco, rocce e boscaglia, il sentiero si biforca (1.45): a sx l’indicazione per Caldicciòsu; dritti in ripida salita verso Pisciaròni (710 m s.l.m).

            Il sentiero si eleva con micidiali pendenze nel bosco di pini, lecci, castagni e corbezzoli dove, tra aprile e maggio, ci si può incantare nel più fitto e vasto sottobosco di ciclamini di tutto il Limbara, tanto da portarci a ri battezzare questo col nome di Sentiero dei Ciclamini. Ammirarli con i raggi del sole che filtrano tra i rami degli alberi, esaltando le varie tonalità di rosa rispetto al verde delle foglie, è esperienza indimenticabile. Si sale tra evidenti omini di pietra.

            Ogni tanto compare la gola del Rio Pisciaròni, quella del suo affluente sottostante e il panorama sulla Gallura di Tempio e Aggius.

            Tornati a contatto col reticolato che circoscrive il recinto dei mufloni, si segua questo a sx, restando rasenti a esso, finché non curva verso Sud (1.97). Qui si va a Est nel lecceto. Nella stessa direzione si apre uno spiraglio tra gli alberi, dove arrampicandosi alle rocce si gode di un attimo di pausa, oltre a spettacolari panorami su Gallura e Corsica. Risalendo l’irregolare percorso si giunge al cospetto di un alto rocciaio e lo si attraversa incrociando una frana granitica di massi poco stabili, mentre in basso a sx si osserva la gola del torrente. Poco oltre, ecco l’area coi cartelli in legno (2.29, 920 m s.l.m.), indicanti il sentiero appena percorso (Pisciaròni), quello per “L’Oltu di Li Pomi” dritto, e quello per “Fontana Palàu” a dx, che porterebbe alla SP51 (vedi O7). Seguendo il cartello centrale, si procede verso la gola del rumoroso corso medio e alto del Rio Pisciaròni, con tratti in bosco ricco di felci, ciclamini e digitali.

            Incontrata una staccionata che occlude un vecchio tratto di sentiero, si curva a sinistra costeggiando da vicino il torrente (loc. Scupòni), fino a una piacevole area umida accanto al corso alto del ruscello, nella località nota come L’Oltu di Li Pomi (3.5, 1004 m s.l.m., l’orto delle patate: qui avevano dei piccoli orti gli antichi abitanti della zona di Vallicciola e alcuni ciliegi testimoniano quest’antica frequentazione, altrimenti occultata dai rimboschimenti). Qui sono i cartelli, da dx a sx: “Vallicciola” a Sud-Est; “Caccaèddu” verso Est; “Abbafrìtta” verso Nord e “Pisciaròni” a indicare il tratto già percorso. Si segua il sentiero per Abbafrìtta. Dopo il ponticello si risale, sotto pini e castagni, fino quasi a intercettare la strada forestale. Si svolta a sinistra di questa (3.7), giungendo al valico in loc. Sarra di Mezzu (3.85, 1066 m s.l.m.) e si scende in direzione Nord, tra boschi artificiali. Attraversata dunque una stradina (a Ovest porta a Pisciaròni), seguendo sempre il tratturo, si guada il ruscello che darà origine agli spettacolari salti di Caldicciòsu (4.57).

            Diretto verso la gola, con brevi intrusioni nel bosco, il sentiero si affaccia sulle ripide pareti, assai aspre e corrugate, di granito plumbeo, tra naturali belvedere rocciosi che consentono di accostarsi alle rumorose cascatelle per piacevoli soste. La pendenza tende ad aumentare nell’orrido, fino a una fonte a dx che precede il salto di una decina di metri d’altezza, in cui dopo forti piogge si ammira una fragorosa cascata, in loc. Caldicciòsu (5.25, 830 m s.l.m.). In gallurese il termine “caldìccia” indica la carlina a raggio d’oro (Carlina corymbosa).

            Tale specie è poco presente nella zona, invece le scille formano intense colonie anche sulle rocce a strapiombo del rio. Proseguendo, un cartello indica “Caldicciòsu” e un tratturo a destra risale a Lu Coddu di Abbafrìtta (5.35, vedi AS6); si scende dritti per “Pisciaròni”. Prima di entrare nel bosco è suggeribile voltarsi: si ammirerà un vero anfiteatro roccioso, grigio cupo, con la forra del torrente al centro e la brulla gariga ai lati, interrotta a oriente da fitte boscaglie. Ci s’inoltra nel bosco, dai sontuosi corbezzoli e lecci, su uno scivoloso e fitto tappeto di foglie, in cui ammirare d’inverno i muschi e a primavera l’esplosione di ciclamini, qui davvero numerosi.

            Giunti al torrente (5.85), con ponticello a valle di una graziosa piscina naturale in cui rinfrescarsi e magari bagnarsi i piedi, si arriva a incrociare la strada dell’andata, e qui si scende a destra (cartello “Curadorèddu”) fino alla località di partenza.

            Da Curadorèddu a Passo Limbara per Fundu di Monti

             

            Difficoltà: Turista. Strade sterrate (hiking, nordic walking, mountain bike). Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio.

            Lunghezza/durata: 9.64 km – 3h 30’ circa.

            Dislivello: 380 m in salita; 380 m in discesa.

            Attrattive principali: panorami sul Limbara. Boschi, piante rare, pinoli. Incontri con uccelli e mammiferi.

            START: Località Curadorèddu

            1. Incrocio a sinistra
            2. Ponte sul Rio Lu Frassu
            3. Bivio per Fundu di Monti
            4. Vivaio di Fundu di Monti
            5. Incrocio delle piste
            6. Attraversamento strada
            7. Passo Limbara
            8. Incrocio a destra
            9. Incrocio delle piste
            10. Incrocio delle piste
            11. Colle Cagghjnosa

              Partendo dalla SS392, a poca distanza dalla casa cantoniera di Curadorèddu, si trovano due strade sterrate affiancate. Si imbocca quella di sinistra (0.0), in discesa, verso il centro di una larga valle in parte ricoperta di pinete di rimboschimento. Si prosegue dritti al primo bivio (0.2), superando il ponticello sull’esiguo corso d’acqua discendente da Pisciàta e procedendo ancora fino a che non ci si addentra in un bosco misto di pini domestici e alberi spontanei, dal ricco sottobosco (0.60). Per un breve tratto le pendenze si addolciscono. Tralasciata una stradina a sinistra (0.9), che risale verso la vicina SS392, si discende ancora fino a raggiungere un incrocio (1.2), presso due ponti: il rio di destra, sulla stradina che al momento non si intraprende, è quello che proviene da Pisciàta, mentre quello che scende da sinistra e scorre sotto la stradina principale è il Rio Lu Frassu (482 m s.l.m.).

              Una breve salita conduce a una biforcazione (1.37). La strada che risale a sx per circa 700 metri, porta alla SS392, a poca distanza dalle fonti di Fundu di Monti. Si scende però a dx, dove si tralascia una stradina a destra che conduce a uno stazzo e poi si costeggia la struttura del vivaio forestale di Fundu di Monti (1.85), alla cui destra scorre l’omonimo rio, circondato da un fitto ontaneto (488 m s.l.m.).

              Superati alcuni grossi pioppi, si gira a dx verso il ponticello sul Rio Fundu di Monti (2.04), poi risalendo e oltrepassando una casa con corte decorata da pervinca e alcune aiuole. Subito dopo c’è un cancello dell’Ente Foreste. La salita conduce a un trivio (2.27, (517 m s.l.m.), a breve distanza da un immane traliccio. Si procede diritti. La salita non è molto impegnativa e il bosco è ricco di colori, grazie al concorso di numerose specie arboree autoctone, che qui contendono gli spazi alle essenze di rimboschimento. Si osservano infatti querce da sughero, lecci, roverelle, corbezzoli, ornielli, ilatri, pini, noccioli e castagni che creano, soprattutto nel tardo autunno, dei bellissimi giochi di colori.

              Durante la risalita si dirada in parte la copertura arborea, permettendo così delle aperture paesaggistiche verso la vallata di Fundu di Monti e sui rilievi che la sovrastano. Si arriva a costeggiare la SS392 e s’interrompe la sterrata (3.6). Un breve sentierino si dirige verso il guard rail.

              Facendo attenzione durante l’attraversamento della strada, si vada a destra, in direzione di una singolare quercia dalla corteccia ammantata di muschi e dal tronco prostrato, risalendo poi nel bosco fino a raggiungere lo slargo del Passo Limbara (3.75, 674 m s.l.m.).

              Si sale ora seguendo l’indicazione per Balascia, ma raggiunto il tornante a sx si prende la sterrata a dx e si oltrepassa il cancello (4.0, generalmente aperto e dalla caratteristica copertura lichenica).

              All’apice della salita (713 m s.l.m.) si spalanca un ampio panorama sulle vallate a Nord-Ovest del Limbara e fino alle cime più alte del massiccio. Purtroppo però tale visuale è in parte deturpata da alcune linee elettriche che tagliano come solchi d’aratro l’uniformità della vegetazione circostante.

              Si perviene a un bivio, dove si va a dx (4.9, a sx vedi O10b), in discesa dalle pendenze prima dolci, poi ripide, fino a uno slargo in cui si innesta una stradina a sinistra che muore presto in una larga fascia tagliafuoco (5.5). Scesi a destra, il bosco s’infittisce di nuovo. Ignorata un’altra stradina a sinistra (5.8, riporta alla suddetta fascia), si procede nell’ombroso bosco misto fino a ritrovare l’incrocio di cui sopra (prima 2.27, ora 6.15). Si svolta a sx, percorrendo a ritroso il tragitto dell’andata fino al bivio successivo al ponte sul Rio Lu Frassu (7.2). Si sale sulla stradina di sinistra, oltre il pontino sul rio discendente da Pisciàta. Il bosco è qui dominato dai pini domestici. Al successivo incrocio (7.45), si può optare per la prosecuzione con svolta a sx oppure andare diritti. In questo ultimo caso si arriverà alla biforcazione indicata all’inizio, dopo circa un chilometro di saliscendi nelle pinete, per poi girare a sinistra e risalire rapidamente alla SS392 e alla casa cantoniera di Curadorèddu.

              Scegliendo il percorso a sx, si raggiunge in breve una nuova intersezione (7.65). Anche in questo caso, andare a dx porterebbe in breve alla SS392, sbucando però stavolta nella sterrata che affianca quella di partenza. Si curva a sx e si incontra presto la fascia parafuoco (7.95). Qui si risale a dx, imboccando quasi subito una stradina che va parallela alla suddetta fascia, fino alla cima del colle e a un ampio slargo (8.37).

              A Nord-Est c’è Monte Firrulòni (684 m s.l.m.), contornato di folte pinete artificiali, mentre a sinistra corre la lunga fascia. Si scende a dx, presso un’area povera di vegetazione arborea. Al termine della successiva salita si opta per la svolta a dx (8.87), di nuovo in discesa, trascurando poi due deviazioni (una a sx, in salita e una a dx, in discesa) per intersecare un’altra fascia parafuoco da cui osservare la vastità dei rimboschimenti presenti nella zona (9.45). Terminato il successivo pendio, si arriva alla SS392, all’imboccatura della stradina affianco a quella che all’andata fu punto d’inizio (9.64).

              1. Da Baldu a San Bachisio

              2. Da Baldu al Passo Limbara

              3. Da Baldu a Tempio Pausania

              START: SS 392

              1. Bivio inizio O10b
              2. Bivio inizio O10c
              3. Bivio L’Agnàta di De Andrè
              4. L’Agnàta di De Andrè
              5. Bivio per Mavriàna
              6. ARRIVO a: Chiesa San Bachisio
              7. Bivio pista forestale
              8. Bivio a destra
              9. Bivio a sinistra
              10. Cancello
              11. Bivio a destra
              12. ARRIVO b: Passo Limbara
              13. Bivio a sinistra
              14. Bivio opzione a-b
              15. Cava
              16. Incrocio strada
              17. Cava
              18. Colle San Giorgio
              19. ARRIVO: Tempio Pausania

                  Da Baldu a San Bachisio

                  Difficoltà: Turista. Strada asfaltata e sterrata (hiking, nordic walking, mountain bike, auto).

                  Lunghezza/durata: 9 km – 2h ca.

                  Dislivello: 230 m in discesa, 140 m in salita. Viceversa al ritorno.

                  Attrattive principali: boschi di sughere. Funghi. Stazzi. Casa di Fabrizio de Andrè e chiesa campestre di San Bachisio.

                  Seguire l’invito a sx (se si proviene da Oschiri, a dx da Tempio Pausania) del cartello per San Bachisio (0.0, 520 m s.l.m.). La strada discende con vari tornanti, all’inizio di fianco ai  imboschimenti, mentre a destra scorre il rio Baldu, poi tra fitta boscaglia alternata a pascoli con bei casolari. Presso un cancello a sx (3.5) si può preferire una risalita verso la zona del Passo Limbara (vedi O10b).

                  Folte sugherete accompagnano l’escursionista, mentre le già facili pendenze ora sono ancor meno accentuate. Si noti quindi una stradina sterrata a destra (5.15) : questa conduce, attraverso la Sarra di Petra Màina, fino alla cittadina di Tempio Pausania, in una suggestiva zona ricca di boschi e cave dismesse (vedi O10c).

                  Superato il ponticello sotto il quale scorre un ruscello ombreggiato da un fitto ontaneto, si trova l’innesto a sx per lo stazzo L’Agnàta, in quella che fu la residenza di Fabrizio de Andrè (6.37). Per raggiungerla si va subito a sx, risalendo sino al laghetto e giungendo al pergolato che conduce (332 m s.l.m.) alla casa di L’Agnàta (foto sopra).

                  Trascurata una stradina a sinistra (6.57), che ricongiunge con l’area di Mavriàna e Balascia (vedi O5), si oltrepassa il ponte sul Rio Baldu. Poco dopo termina l’asfalto (7.15), sostituito da un buono sterrato. I boschi di querce si alternano a macchia con dominanza di cisto. Ormai in salita, si aprono interessanti visuali sulla vallata di Baldu e sul Limbara occidentale, fino all’area delle antenne RAI.

                  Tralasciate alcune deviazioni, con case immerse nel verde e con vocianti cani, si giunge infine all’ampio slargo presso la chiesetta di San Bachisio, meta della passeggiata (9.0, 412 m s.l.m.), dai vasti scorci panoramici.

                   

                  Da Baldu al Passo Limbara

                  Difficoltà: Turista. Strada sterrata (hiking). Pendenze ripide.

                  Deviazioni possono ingenerare confusione. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Attraversamento di proprietà private.

                  Lunghezza/durata: 4.7 km – 1h 30’ ca

                  Dislivello: 340 m in salita, 50 m in discesa. Viceversa al ritorno.

                  Attrattive principali: panorami su Gallura e Limbara sommitale.

                  Superato il cancello a sx (3.5, ora 0.0, 360 m s.l.m.), si oltrepassa presto un ovile, risalendo sulla ripida sterrata, in un pascolo con sorgente a dx. Trascurate due stradine a dx (0.44 e 0.65), si entra in una fitta boscaglia e ci s’innesta in una pista forestale, svoltando a sx (1.2).

                  Si procede ancora in salita: la boscaglia ha lasciato spazio a una macchia a dominanza di ericacee, fino a una fascia tagliafuoco che costeggia la strada a sinistra (1.9). Qui si aprono scorci sulla valle del Rio Baldu e il territorio di Tempio Pausania.

                  Si perviene a un bivio : andando dritti si raggiungerebbero il vivaio di Fundu di Monti e, oltre, l’area forestale di Cagghjnòsa. Svoltare a dx (2.25), di nuovo circondati da fitte boscaglie, tralasciando una stradina a destra e andando a sx alla successiva biforcazione (2.75), finché al termine della lunga salita, si discende fino a un incrocio con cancello a sx (3.42).

                  Saltato questo, ora il paesaggio si apre sul versante occidentale del Limbara, l’area di Baligiòni, La Calcìna, Framinghèddu e la sottostante vallata di Fundu di Monti.

                  Svoltare a dx al successivo bivio a T (3.8, 676 m s.l.m.), vedi O9), raggiungendo così la strada asfaltata che dal Passo Limbara conduce a Balascia, all’altezza di un tornante a sx (4.5). Da qui, si scende a sx per arrivare al Passo Limbara (4.72).

                  Da Baldu a Tempio Pausania

                  Difficoltà: Turista. Strada sterrata (hiking, nordic walking, mountain bike). Pendenze ripide. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Attraversamento di proprietà private.

                  Lunghezza/durata: 6.5 km – 2 h ca.

                  Dislivello: 390 m in salita, 80 m in discesa. Viceversa al ritorno.

                  Attrattive principali: panorami su Gallura e Limbara sommitale.

                  Avvistamenti di uccelli, rettili e mammiferi. Notevoli emergenze granitiche e cave dismesse. Stazzi.

                  Se si imbocca la sterrata a dx (5.15, ora 0.0, 317 m s.l.m.), si supera il ponticello per raggiungere presto un cancello con scaletta che permette di scavalcare senza danni il reticolato (0.3). Subito in salita, si oltrepassa una piccola fattoria con recinti e orto (1.0) e si trova una prima biforcazione (1.25). Si sale a sinistra, evitando poi tre intersezioni a dx e una a sx, giungendo così a un bivio (1.8, 447 m s.l.m.):

                  1. A) svoltando a dx, si attraversa una vallata sovrastata da numerose guglie granitiche a sx. Risaliti poi tra boschetti e fitte macchie, si arriva a una più larga sterrata (3.17*, sbarra), di fronte a un muro posticcio di blocchi di cava.
                  1. B) si procede a sx, passando presso una cava abbandonata dove si osservano cumuli di poligonali massi granitici di scarto.

                  Superata questa, si svolta a dx alla successiva biforcazione (2.28). La stradina pare sbarrata da alcuni parallelepipedi di granito, che si aggirano per proseguire in salita e a destra al successivo incrocio (2.47, direzione Nord). Nel nuovo bivio, stavolta si svolta a sx (2.66). Tra pini e querce, si procede sempre in leggera ascesa, fino a incrociare una larga sterrata (3.0, sx). L’area, nota come Sarra di Petra Màina, è dominata a destra da naturali complessi granitici, attorniati da fitta vegetazione boschiva. Poco dopo però si costeggia a sinistra una vastissima area degradata, costituita da numerosi blocchi poligonali di granito della cava oggi abbandonata (3.3, 555 m s.l.m.). Presso la sbarra a dx sbuca l’opzione A (3.45).

                  Tra i pascoli a dx, seminascosto da un imponente masso erratico, si trova lo stazzo Giuànna Maria (3.7), dai bei paesaggi sulla valle di Baldu. Procedendo in lieve ascesa tra pascoli e saltuari stazzi, si apprezzano ampi paesaggi sul Limbara occidentale e l’altopiano di Balascia. Aumenta la copertura arborea, ai piedi di spettacolari complessi rocciosi, e aumenta altresì la pendenza. Dopo alcuni tornanti, al culmine dell’ascesa (5.63, 686 m s.l.m., cancello a sx), si potrebbero visitare i ruderi della chiesetta di San Giorgio, da cui l’omonimo colle. Superato il reticolato a sx, costeggiando il muretto a secco e poi salendo in un pavimento di lastre granitiche a margine di un boschetto, si giunge alla cima del colle, tra le rocce multiformi, dove sono le mura perimetrali, l’altare e, a terra, alcuni fregi decorativi della chiesetta oggi abbandonata e invasa dalla macchia. La successiva discesa, senza particolari pendenze, conduce infine a Tempio Pausania (610 m s.l.m.), vicino al parcheggio del Teatro Tenda, a poca distanza dalle fonti di Rinàgghju (6.54).

                  Da Li Mulìni a Monti Biancu, Monti Li Conchi, ritorno da Li Reni

                  Difficoltà: Turista. Strada sterrata (hiking, nordic walking, auto, mountain bike).

                  Pendenze severe. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo moto da cross.

                  Lunghezza/durata: 11.47 km – 3h 15’ ca.

                  Dislivello: 580 m in salita; 350 m in discesa.

                  Attrattive principali: panorami su Gallura, La Maddalena, Corsica e Limbara sommitale. Boschi, piante endemiche o rare. Avvistamenti di uccelli, rettili, anfibi, mammiferi. Emergenze granitiche spettacolari e grotte.

                  START: Tre Funtàni

                  1. Funtana di Li Frati
                  2. La Prisgjòna
                  3. Incrocio Lu Salpènti
                  4. Incrocio Lu Pagghiòlu
                  5. Bivio Li Conchi – Crìspoli
                  6. Grotta
                  7. Grotte di Li Conchi
                  8. Incrocio Littaghièsu
                  9. Incrocio Li Reni
                  10. Monti di La Signora
                  11. Monti Biancu
                  12. Monti di Li Conchi

                  Dal km 23.5 del limite occidentale, di fronte alle tre fontane (sx, 504 m s.l.m.), si vada a dx (0.0) nella strada bianca che procede verso Li Mulìni. Superato il ponte dove s’incrociano il Rio Li Mulìni e il Torrente Limbara (0.6), attraversata poi una zona con dei fabbricati, dopo un tornante in salita si giunge alla Funtana Di Li Frati (1.45 dx, (548 m s.l.m.), con gradevole area di sosta attrezzata per picnic, alberata e fresca.

                  Seguendo la direttrice principale, ci si può fermare presso il largo tornante a dx con bocchettone per idrante (2.27, 627 m s.l.m.), quindi dirigersi a sx su un evidente sentiero. Si raggiungerà subito la fascia tagliafuoco, da costeggiare verso sx per 200 m, fino a un imponente rocciaio. Ai piedi di questo si ammirano i maestosi tafoni murati di La Prisgjòna che, secondo la tradizione, furono utilizzati in tempi passati dai banditi per nascondere i loro ostaggi. Ci sono diverse grotte naturali rinforzate o cinte di mura, oltre a strutture dalle vaghe fattezze megalitiche e di epoca indefinibile.

                  Il tutto è inserito in uno splendido bosco di lecci, tra rocce mastodontiche e assai panoramiche.

                  Al termine dell’ascesa si trova un’area occupata da due grandi vasconi di raccolta d’acqua (2.53, 654 m s.l.m.), dove nuotano tanti pesci rossi e nelle giornate estive è possibile osservare stormi di rondini abbeverarsi con incessanti e acrobatici voli radenti a pelo d’acqua. A dx, una strada sale verso Vallicciola (vedi AS6). 

                  Proseguendo dritti, dopo la discesa, tra grossi alberi, tra cui spiccano a dx alcuni corbezzoli slanciati, alti anche oltre 10 m (Stazzo Capretta), ci si può voltare a sinistra per osservare il paesaggio verso Tempio e Aggius, col retrostante resegone, mentre in primo piano fa bella mostra una casetta con alle spalle un antico stazzo riparato dal maestrale da un’enorme mole granitica. Dopo la pineta, verso Nord Nord-Est, s’individua il monolite di Monti Longu che per effetto prospettico ha ormai perso quella sembianza straordinaria osservabile presso l’accesso all’itinerario, a riprova della mutevolezza estrema del paesaggio limbarese.

                  Salendo con scarsa pendenza tra differenti tipologie boschive, s’incontra un bivio (4.1 sx) che a destra porta a Li Reni, ai punti panoramici o a P. Bandera. Di fronte già domina l’inquietante enorme rilievo di Monti Biancu con accanto la sottostante vetta di La Signora, qui simile al profilo di una donna in costume sardo, col fazzoletto ben calato sul volto.

                  Si va dritti in discesa, superando la fonte e l’area di sosta e giungendo al ponte sul Rio Pagghiòlu con piccola piscina naturale a dx (4.2, 689 m s.l.m.), sul cui fondo un’erosione circolare, come un bacile o un paiolo, sembrerebbe indicare il toponimo. A sx si affaccia una conca riparata, quasi “camera con vista” di un improbabile hotel, con vivaci cascatelle ai suoi piedi.

                  La sterrata ora sale costantemente con diversi cambi di pendenza: si trascurino un bivio a sx (4.74) e uno a dx (5.23, Sarra di Lu Tassu), passando a fianco della fascia parafuoco (5.8 dx) che offre una pausa e un ottimo punto di osservazione: a Sud Sud-Est “La Signora” e il rilievo di M. Biancu. A Sud-Est spicca la cima piramidale di L’Albàta. Verso oriente M. Lisgju sovrasta la stradina comunale.

                  Dalle vicine rocce si domina la valle di Calangianus e Luras.

                  Ripresa l’erta, a tratti molto se vera, il M. Biancu comincia a scomporsi in più piani, di cui il più vicino alla strada è formidabile e inaccessibile come un forte maniero, mentre “La Signora” smarrisce quell’ammirevole fisionomia. Sulla sinistra si trovano vari punti panoramici e di fronte s’intravede l’area di Crìspoli, sovrastata da L’Albàta, qui simile a una rampa lanciarazzi. Il nome locale indica il vomere dell’aratro, forma deducibile nella roccia sommitale da certe angolazioni. Si entra nel Cantiere Forestale di Calangianus (6.92), dove a sx parte il sentiero che dalla Fonte L’Alzòni (cartello L’Alzi) porta per Vena Mala ai piedi di M. Lìsgiu. Infine si arriva a un incrocio (7.06): a sx si andrebbe verso la Fonte Crìspoli mentre a dx, dopo un ripido strappo, si passa nella stretta (1020 m s.l.m.) tra Monti Biancu a dx e Monti di Li Conchi a sx, nella regione detta Li Conchi (cartelli e rifugio montano), dove una ripida discesa porta a una prima grotta murata (7.37 dx, piazzola e sentiero), infine all’area di sosta attrezzata da banconi e fontana (7.55, 980 m s.l.m.).

                  Per il ritorno si procede fino all’incrocio presso la casetta di legno (7.9) e s’intraprende la discesa a dx, giungendo rapidamente al vallone. Si supera il ponte sul rio Littaghièsu (8.57, 900 m s.l.m.), impetuoso solo d’inverno, dopodiché, con continui saliscendi si incrocia (9.05), proveniente da sinistra, il Rio Li Reni che poco più a valle riceverà i rii Littaghièsu e Val di Musca per dar così corpo al Rio Pagghiòlu.

                  All’altezza del ponte si rinvengono gli accessi arredati in conci per i sentieri “Li Bucatìcci” a sx prima e “Capriòni” a dx poco dopo di questo. Due tornanti e si arriva su un pianoro, terminato il quale inizia una breve discesa, al cui fondo è un bivio (9.42, 891 m s.l.m.) : a sx si sale verso i punti panoramici; a dx si discende alla valle del Rio Pagghiòlu, lungo le falde occidentali del M. Biancu. Dopo impegnative discese, si incontra l’ingresso arredato a dx che riconduce a Li Reni, presso l’ultimo di otto tornanti (10.79, vedi AS5). Trascurata poi la stradina seminascosta a sx (10.96, punto di sbocco del sentiero AS5), si prosegue in facile discesa, lambendo subito un piccolo sbarramento sul rio (11.0 dx). Non si badi alla stradina a dx (11.1, riporta a Sarra di Lu Tassu). Si perviene così a un’area di raccolta delle acque (11.33 sx), e ci s’innesta nella strada dell’andata (705 m s.l.m.), subito prima della fonte di Lu Pagghiòlu (11.47 dx). Svoltando a sx, si raggiungerà la Zona Industriale di Tempio.

                  Li Conchi

                  In Gallura era molto diffusa, in passato, l’usanza di sfruttare le grotte naturali tra i grossi blocchi granitici come ricoveri per uomini e animali. Spesso queste grotticelle erano murate e trasformate all’interno con mensole, sedili, focolari e forni, mentre i muri erano in genere forniti di finestrelle e gli ingressi chiusi da porte lignee. Anche sul Limbara sono note numerose grotte murate (Conchi Fraicàti in gallurese – Concas Fraigàdas in logudorese), di cui le più note sono quelle di Li Conchi. In questa località è possibile cogliere, poco distanti dalla strada, numerose grotte naturali che i pastori avevano in parte murato per trasformarle in abituri per le loro famiglie, durante la  transumanza in montagna. Alcune sono anguste, altre denotano uno sfruttamento di più ambienti prospicienti, atte a nuclei anche numerosi, come citano molti racconti sull’argomento. È presente anche un bel forno, perfettamente conservato.

                  La visita dei “conchi” è molto interessante: s’incontrano fioriture di ranuncoli, digitale, peonia e gigaro italico, mentre i corvi imperiali fanno la spola dalla cima del M. Biancu ai rilievi circostanti. Più in basso, ciclopici parallelepipedi di granito, alcuni scalabili, come palcoscenici sul paesaggio circostante, talvolta dotati di naturali “giardini pensili”, offrono ombra e riparo, e sono sfruttati come aree per picnic. L’amenità del luogo è accresciuta da un verde prato e da una fonte che solo d’estate esaurisce il suo flusso.

                  Strada da Berchidda a Vallicciola

                  Difficoltà: Turista. Strada asfaltata, sterrata e in cemento (hiking, nordic walking, mountain bike, auto). Pendenze ripide. Pericolo moto da cross.

                  Lunghezza/durata: 11.5 km – 3h 20’ ca.

                  Dislivello: 800 m circa in salita e 40 m circa in discesa.

                  Attrattive principali: panorami su Limbara, Logudòro, Monte Acuto. Valle del Rio Badde Manna. Boschi, piante rare ed endemiche. Incontri con uccelli, rettili, pesci, anfibi e mammiferi. Belle emergenze granitiche.

                  START: Berchidda

                  1. Bivio S’Orighìna
                  2. Ponte Su Fraìle
                  3. Ingresso cantiere Limbara Sud
                  4. Punto panoramico
                  5. Fonte Baddu Liòne
                  6. Incrocio sentiero per S’Erittèddu
                  7. Incrocio sentiero O4b
                  8. Sas Soliànas
                  9. Bivio per Caràsu
                  10. Innesto bivio S’Alturina
                  11. Bivio Monte Longhèddu

                  11a. Area di sosta Monte Longhèddu

                  1. Bivio Monte Longu

                  12a. Area sosta M. Longu

                  1. Fine sentiero S’Alturìna
                  2. Bivio per Funtana di Li Scopi
                  3. Laghetto Li Sciùcchi
                  4. Bivio Viale due comuni
                  5. Bivio per Frati Mèndula
                  6. Eliporto

                  ARRIVO: Vallicciola

                   

                  La strada parte dalla Caserma dei Carabinieri (0.0, 295 m s.l.m.) e procede in salita costeggiando le ultime case del paese. Già dopo il primo dosso si aprono a sinistra larghi paesaggi e comincia un lento saliscendi che termina presso il bivio (1.29) con cartelli: a sx S’Orighìna, che dopo l’attraversamento della Badde Manna si ricongiunge col Limite Meridionale presso la fontana di S’Utturu ‘e Concas; a dx cantiere forestale Limbara Sud, che si segue.

                  Si raggiunge una piazzola (1.7 sx) e, subito dopo, Su Ponte ‘e Su Fraìle (1.83, 385 m s.l.m.) dove il paesaggio si anima all’improvviso di selvaggi affioramenti granitici, a corona del torrente presidiato da grandi caprifichi e corbezzoli. La strada risale, aggirando il M. Su Fraìle. Compaiono acacie, pini, e l’ingresso al Cantiere Forestale (2.9 dx, 477 m s.l.m.). Oltre un cespuglieto di acacie, la salita cessa (3.06) e con essa l’asfalto, in un vasto slargo con punto panoramico a sx, dove godere di una grandiosa vista verso Sud-Ovest: al centro la Badde Manna percorsa dall’omonimo rio, con sparsi pascoli cui fa seguito una vasta sughereta, estesa fino al lago Coghinas e che, ai lati, va a confondersi coi boschi risalenti verso i rilievi montuosi circostanti. Cuore del paesaggio è il M. Acuto che oc cupa il centro della valle, alle spalle di M. S’Orighìna. In lontananza appare il paese di Tula, sovrastato da Su Sassu. Poco oltre lo spiazzo, si trova un cancello a sx con retrostante casupola che domina la selvaggia gola del Rio Badde Manna, qui incassato tra ripide scarpate granitiche. La vegetazione è costituita soprattutto da lecceta, nella quale s’individuano sughere e abbondanti corbezzoli. È stata la fitta presenza di questi a dare al sito il nome di Baddu Liòne (“liòne”, “olidòne” o “lidòne”: nome locale del corbezzolo), completato da una gradita fonte (3.47 dx, 500 m s.l.m.).

                  Trascurato il cancello a dx, in fondo al rettilineo è un ponticello, ove la strada compie una stretta ansa (3.8). Subito dopo il ponte, ai piedi di una vetusta sughera presso una piazzola a dx, s’inerpica tra la macchia un sentiero che conduce, in circa 20 minuti e 0.65 km, alla fonte di S’Erittèddu (vedi D1).

                  A metà del successivo rettilineo c’è a dx un’altra piazzola, poco oltre la quale un sentiero risale nella boscaglia (4.0, vedi D1).

                  Una curva a dx riporta a dominare la valle; si sosta quindi presso la staccionata (4.35 sx, 508 m s.l.m.) per ammirare, sul fondo della scarpata, le piscine smeraldine su cui incombe la spettacolare frana granitica del M. Littaròdda.

                  Ancor più suggestivo è ora il M. Acuto, in solitaria bellezza a chiudere l’orizzonte, maggiormente quando la cuspide granitica affiora come un’isola da un mare di nebbia. A destra fanno capolino curiosi pinnacoli granitici, silenti sentinelle di questo sito selvaggio, dove all’immutabile fruscio del vento si uniscono il canto degli uccelli e il vivace brusio delle cascatelle sottostanti (loc. Sa Costa ‘e Sa Pedra). Le ferite inferte dalle piene riducono sovente la strada a un pericoloso tratturo, franato sul lato del rio dai grandi massi levigati. Il ponticello (5.0, 570 m s.l.m.) resta stabile, incassato nella stretta défilé di corsicana memoria, dove il forte vento si incunea tra M. Littaròdda a sx e Punta Pedru e Giuànne a dx.

                  La strada s’inerpica con rara pendenza, su fondo in cemento (fonte a sx), fino a raggiungere in breve l’area di sosta di Sas Soliànas (5.75), vicino alle prese dell’omonimo acquedotto, arredata con ampi tavoli granitici e fonte.

                  Nei pressi dell’area di sosta, oltre il guado a monte della verde piscina, si diparte il sentiero Sas SoliànasMonti Alvu (vedi D1). La strada riprende a salire con pendenza esasperante (Su Giùncu), invitando a frequenti soste: voltandosi, si apre un selvaggio colpo d’occhio, col costone di boscaglia lussureggiante solcato dal sentiero tra i rilievi di Monti Alvu a Est e di M. Su Biccu Oltàdu a Nord. Sulla cima di quest’ultimo una grande roccia foggiata a testa d’aquila dal fiero becco orientato a Est, ha ispirato la denominazione dello spettacolare picco: il becco voltato. Dietro a questa si estende, ancor più alto, il vasto gruppo di S’Alturìna, tutti possenti contrafforti dagli enormi blocchi granitici.

                  Al bivio (6.65 dx, 786 m s.l.m.) che conduce alla valle del Rio Caràsu (vedi S2a), la salita si fa meno ripida e procede tra cedri, pini e querce. Si osserva qui un sentiero che entra tra la macchia e i pini (6.76 dx). Seguendolo, si giunge poco oltre il bivio di M. Longu. Nei circa 2 km di percorso, grandi panorami si aprono a Sud, fino all’inconfondibile mole del Montàlbo.

                  Terminata la parte più lunga dell’estenuante ascesa, si supera il bivio che, con scomoda sterrata, conduce a M. Longhèddu (7.4 sx, 887 m s.l.m.), all’accogliente e panoramico bosco misto e alla sua fonte (0.75*). Proseguendo, si può sostare presso il tornante dal fondo assai sconnesso (7.5), e affacciarsi ad ammirare la splendida isolata guglia di M. Longu e più in basso il tozzo torrione di M. Longhèddu, che oscura in parte il panorama sulla valle del Coghinas.

                  Ecco quindi, sotto una pineta ricca di felci aquiline, l’innesto per M. Longu (7.9 sx), dove una breve sterrata (0.6*) conduce alla piacevole area di sosta.

                  Qui termina la salita, una delle più severe del Limbara: basti pensare che in poco più di 2 km si passa dai 650 m di Sas Soliànas ai 955 m s.l.m. di questo punto. La strada si rifà pianeggiante, sterrata e attraversa la pineta. A dx s’individuano alcuni graniti poco elevati. Più a sx, oltre il rilievo di M. Lu Pinu, s’intravede appena un’antenna RAI, a indicare la direzione della zona sommitale.

                  Tralasciato un sentiero a dx (8.16), che riporta alle pendenze di Su Giùncu passando ai piedi del complesso di S’Alturìna, e poi un bivio a sx (8.34, vedi AS7) si collega al C.A. Vallicciola-M. Longu), avanzando nella pineta appare in lontananza il cupo cono granitico di P. Giugantinu mentre, voltando le spalle, la cima di M. Longu pare che galleggi sulle punte dei pini, in perfetta solitudine.

                  Le vicine rocce di M. Lu Pinu, brillanti alberi, felci, ginestre e un’area di sosta con due tavoli da picnic (9.2 dx) accompagnano nell’area di Li Sciùcchi, dove compare il laghetto omonimo (9.48, 988 m s.l.m.). Il sito è di reminiscenze alpestri: il lago, lungo circa 200 m, capiente (44.000 m³) e bordato di tife, è posto al centro della valle ornata da rade pinete che discende da L’Alburu Nièddu. A dx la fitta macchia risale sulle pendici di M. Lu Pinu, su altre cime senza nome di oltre 1100 m s.l.m., quindi verso l’area di M. Grossu, mentre a sx un arido complesso granitico, fa da confine tra i comuni di Tempio e Berchidda (loc. Fradi Giaghèddi).

                  Al cancello, si entra nel territorio comunale di Tempio, incontrando (9.9 sx) la strada che risale sull’altopiano (detta “Viale dei Due Comuni”). Si segua la direttrice che risale a dx per un’estenuante salita, rasentando a dx il modesto immissario del lago e la palizzata che separa i due comuni sopra citati. Al culmine dell’ascesa si tralascia la strada a dx (10.7, vedi AS3, AS9) che passando per Frati Mèndula conduce verso Coddu Finòsu. Oltre la base elicotteristica (10.9, 1088 m s.l.m.) la strada discende rapidamente, su asfalto, a Vallicciola, dove l’ospitale arboreto ripaga della lunga risalita (11.5) e della faticosa escursione altimetrica.

                  Bosco di Monte Longu

                  Nell’area di sosta di Monte Longu si trova una radura con grandi corbezzoli, lecci e tavoli di granito (purtroppo danneggiati!). La stradina esita in un vialetto che porta alla fonte, attiva anche in estate. La fontana è caratterizzata da stele granitica centrale da cui sgorga l’acqua (rubinetto ben adattato), e piccola gradinata semicircolare antistante con scalea. A poche centinaia di metri incombe il dente” granitico fratturato di M. Longu. Per raggiungerlo, occorre svoltare, di ritorno dalla fonte, al primo incrocio a sx. Risalendo il tratturo, s’incrocia il “Cammino dell’Alleanza” proveniente da Vallicciola e che, seguito a sx, conduce ai piedi del monolite.

                  Itinerari nel Cantiere Forestale di Berchidda

                  La visita al cantiere dell’Azienda Foreste Demaniali della Sardegna Limbara Sud è di grande interesse, per la varietà del paesaggio nonché per l’opportunità di osservare da vicino il versante orientale del Monte Limbara, di sicuro il più affascinante, il più aspro, il più selvaggio. L’ingresso principale si trova lungo la Berchidda-Vallicciola (vedi S4): dopo 3 km da Berchidda s’incontra sulla destra l’ingresso al cantiere (informarsi su orari di apertura e concessioni al traffico), che presto conduce a un ordinato complesso edilizio, ornato da vari alberi tra cui spiccano dei pioppi e un grande cipresso. Da qui si diparte la sterrata che permette una facile fruizione dei luoghi descritti oltre, compresi anche gli ingressi secondari.

                  Arboreto Mediterraneo del Limbara

                  Il progetto, nato nel 1989 dalla collaborazione di Ente Foreste della Sardegna e Università degli Studi di Sassari, aveva lo scopo di accogliere collezioni di specie arboree dell’intero bacino mediterraneo da piantare in un’area di circa 80 ha.

                  L’imponente struttura in cemento armato, sviluppata in senso orizzontale e con copertura rifrangente che ben si nota da tutti i punti panoramici del Limbara orientale e dalla cima di Monte Acuto, fu edificata sopra l’antico stazzo Sa Dispensa al fine di divenire centro didattico, scientifico e ricettivo.

                  Nei successivi anni, numerosi problemi burocratici (non ultimo il fatto che non è possibile introdurre specie arboree non indigene all’interno di un’area SIC), hanno fatto sì che il progetto dell’Arboreto Mediterraneo fosse sviluppato solo in parte.

                  Al momento sono state sistemate le essenze dell’area sardo-corsa, con particolare interesse per specie endemiche rare e minacciate.

                  Da Vena Limbara a Calangianus e

                  Ascesa a Cuntrèddi Vintòsi

                  Da Vena Limbara a Calangianus

                  Difficoltà: Turista. Strada sterrata (hiking, nordic walking, mountain bike). Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio.

                  Lunghezza/durata: 17 km – 4h 30’ ca.

                  Dislivello: 110 m circa in salita, 80 m in discesa.

                  Attrattive principali: scorci sul Limbara settentrionale. Boschi, alberi monumentali. Rocce rilevanti.

                  START: Vena Limbara

                  1. Ginepri secolari
                  2. Leccio monumentale
                  3. Fonte della cantoniera n.10
                  4. Bivio inizio E1b
                  5. Bivio inizio N2
                  6. Cantoniera n.13
                  7. Bivio a sinistra
                  8. Cantoniera n.15
                  9. Incrocio strada per Le Grazie

                  ARRIVO: Calangiànus

                  Percorrendo la SP138, si arriva alla casa cantoniera n. 7 (3.45 sx, loc. Vena Limbara). S’imbocca la sterrata a dx (0.0, 490 m s.l.m.). È l’antica ferrovia a scartamento ridotto che da Monti risaliva verso Calangianus, trasformata oggi in un percorso ciclabile e pedonale.

                  L’itinerario concede anche all’escursionista fuori forma, senza pendenze percepibili, una passeggiata immersa in un’area assai selvaggia e panoramica. Tra variegati boschi di querce si superano la casa cantoniera n. 8 (1.0), un ponticello e una lunga curva a dx (loc. Graniatògghju). Nel rettilineo successivo si attraversano dei rocciai a sx e la flora arborea si riduce a molti ginepri, tra i quali spiccano tre alberi spettacolari, accanto alla strada, presso un rudere (1.89, 525 m s.l.m.). Trascurato un bivio a sx, si oltrepassa la casa cantoniera n. 9 (2.5 sx) e si curva verso Ovest in un’area con belle visuali: di fronte sono estesi boschi da cui svettano M. Niiddòni, le vette tra Lu Puzzòni e Cuntrèddi Vintòsi, poi Li Vèmmini, M. Lisgju, Li Cupunèddi e M. Nièddu a dx. Si fiancheggia una fitta lecceta a sx, poi al cancello (3.53 dx) si può raggiungere in breve uno stazzo (Furru di Conca, 587 m s.l.m.) vicino al quale giganteggia un possente leccio, forse il più grande del Limbara, coi suoi 4.40 m di circonferenza del tronco e un’altezza stimabile in oltre 15 m!

                  Dopo la cantoniera n. 10 con la vicina piccola fonte (4.0 sx), il ponte del Rio Vittarèddu e una zona umida ricca di piante igrofile, s’individua a sx un cancello (4.54, vedi E1b). Diretti a Nord, in un’area ricca di ginepri, ci si avvicina al ponte sul Rio Ficu Cottu tra rinvigoriti boschi.

                  Si giunge così alla cantoniera n. 11 (5.6 dx), dove il panorama si apre a dx sul tragitto compiuto e sulla vallata sottostante.

                  Monte Nièddu è qui molto vicino, a sinistra della strada. Proseguendo, si nota di fronte il solitario rilievo di Monte La Trona. Ecco quindi la cantoniera n. 12 (6.97 dx) e un ponte su un ruscello, a dx del quale si trova una piccola area picnic (terreno privato) sotto dei lecci (7.2). Superato il M. La Trona, s’interseca il sentiero per Crìspoli (8.55, vedi N3) risalente a sx. A dx c’è un’ampia piazzola. Si procede dritti, arrivando subito alla cantoniera n. 13 e s’incrocia la SS127. Prestando attenzione, si oltrepassa e si fiancheggia quest’ultima, con scorci a SudOvest sul Limbara di Calangianus, poi si svolta a destra, nella folta sughereta, superando in breve la casa cantoniera n. 14 (10.2). Compiuta una curva di 180°, si trascura una strada risalente a dx, incrociando ancora la SS127, appena dopo la quale è la cantoniera n. 15 (11.6).

                  Più in là si osserva a sinistra un antico casolare con un giardino alberato (alcuni pioppi, pini, un gelso, 12.8), in località Puzzu di Rana. Poco dopo, i pascoli sostituiscono il bosco a sx. Arrivati alla cantoniera n. 16 (515 m s.l.m.), dove la sterrata si connette con l’asfaltata che dalla SS127 discende verso la Madonna delle Grazie (13.2, vedi N1), ha termine il sentiero verde, ma se si prosegue diritti si può arrivare alla cittadina di Calangianus.

                  La sterrata procede tra boschi e tenute private fino al casello n. 18, ormai in paese (17.00).

                  Ascesa a Cuntrèddi Vintòsi

                  Difficoltà: Cinghiale. Sentieri (hiking). Fondo scivoloso in caso di umidità o ghiaccio. Pendenze ripide. Vegetazione sul sentiero. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Attraversamento di proprietà private.

                  Lunghezza/durata: 2.8 km – 1h ca.

                  Dislivello: 550 m circa in salita.

                  Attrattive principali: scorci sul Limbara sommitale, Gallura, Corsica. Boschi e pinete naturali, piante endemiche. Incontro con rettili, uccelli, mammiferi. Rocce granitiche spettacolari.

                   

                  1. Bosco misto sotto Cuntrèddi Vintòsi
                  2. Bivio sentiero per Monte Niiddòni
                  3. Punto panoramico
                  4. L’Albàta
                  5. Monte Nièddu
                  6. Monte La Trona

                  Superato il cancello (0.0, 570 m s.l.m.), una stradina sale affiancata da un filare di pini, fino a un quadrivio: proseguire diritti, in una salita dalle iniziali facili pendenze.

                  La sterrata porta a due piccole strutture di una presa d’acqua e, come sentiero, si infila nella boscaglia (0.33).

                  Si sale decisi, zigzagando tra lecci, corbezzoli, erica, ginestre e sporadici pini, fino a un’ampia area di gariga, con plastici spuntoni granitici e una visuale notevole: da Nord-Est M. Nièddu, la vedetta di Li Cupunèddi, il versante Sud-Ovest del M. Lìsgju e di M. Li Vèmmini; a Ovest spiccano le piramidali cime di Cuntrèddi Vintòsi, dai versanti riccamente boscosi, a indicare la prosecuzione del sentiero; infine M. Niiddòni, M. La Pira e M. Diana chiudono il teatro di vette da Ovest a Sud.

                  Voltando le spalle al Limbara si ammira un ampio panorama, da Monte Pinu, il golfo, la piana e la città di Olbia a Est, mentre verso Sud sono Monte Nièddu di Padru e il Montàlbo. Il sentiero sale e si avvicina alla pineta naturale discendente da Cuntrèddi Vintòsi, con alberi alti tra  i 5 e i 10 m, e quindi vi si inoltra (1.8, 930 m s.l.m.). Dopo aver curvato a dx però, i pini scompaiono di colpo e ci si ritrova in un fitto lecceto. Si superano due piccole aree chiuse da reticolati, relative alle prese d’acqua. L’attraversamento di questo tra lecci, corbezzoli, pini, salici, ontani, agrifogli e tassi sprigiona grande fascino.

                  Una volta emersi dal bosco, il sentiero è contornato dalla boscaglia. Il paesaggio si amplia ed è dominato dalle cime di Cuntrèddi Vintòsi. Il cambiamento altimetrico si nota per l’infittirsi delle ginestre spinose, la comparsa del timo e il terreno più roccioso.

                  Infine si perviene alla stretta sella tra l’alta cima senza nome a sinistra e L’Albàta (1135 m s.l.m.) a destra (2.8). Dopodiché il sentiero si biforca (2.93).

                  1. A sx si attraversa un’area piatta, inoltrandosi nell’ericeto: qui si evidenzia a Ovest la groppa di M. Puddi Alvu, mentre a Est M. Niiddòni è nascosto da numerosi picchi multiformi. Il sentiero scende a Sud seguendo rari omini di pietra lungo un tracciato venatorio. Si arriva a un’ampia zona aperta, circondata da fantastiche rocce, con immensi panorami: a Sud-Ovest la mole di P. Bandera, sovrasta la vallata boscosa in cui corre la stradina per Pian di Scopa; a Est il frastagliato profilo del M. Niiddòni, a Sud Costa Carracàna, il versante orientale del Limbara e il Montalvu.
                  2. Procedendo dritti si giunge alla pista forestale descritta in N3 (3.3), dove a dx è Crìspoli e a sx la valle del Rio Littaghièsu.

                  Da Calangianus alla Tomba di Giganti di Pascaredda e Monti di Deu

                  Difficoltà: Turista. Strade asfaltate e sterrate (hiking, nordic walking, mountain bike, auto). Pericolo cacciatori nei giorni di apertura della caccia. Attraversamento di proprietà private.

                  Lunghezza/durata: 4 km – 1h a Pascaredda senza deviazioni.

                  Dislivello: 120 m in discesa a Pascaredda, 110 m in salita per M. di Deu.

                  Attrattive principali: scorci sul Limbara settentrionale. Boschi, alberi monumentali, piante rare. Incontri con uccelli, rettili, mammiferi, pesci, anfibi. Vestigia nuragiche.

                  START: Bivio Le Grazie

                  1. Madonna delle Grazie
                  2. Cancello Malmàsia
                  3. Cancello/deviazione Monti di Deu
                  4. Parcheggio Pascaredda
                  5. Inizio sentiero Pascaredda
                  6. Tomba di Giganti Pascaredda
                  7. Nuraghe Agnu
                  8. Li Paladìni
                  9. Bosco Monti di Deu
                  10. Muraglia megalitica
                  11. Nuraghe Monti di Deu

                    Usciti da Calangianus in direzione Telti, si svolta a dx al primo incrocio (0.0, 564 m s.l.m.). Si discende una stradina asfaltata, in direzione delle cime di Monti Biancu, fino a una fonte a sx, ove la strada curva a destra e si biforca, dando origine a una piazza alberata triangolare con alcune strade che si dipartono ai suoi angoli (1.0). Seguendo l’invito a proseguire dritti, si sale fin dove l’asfalto termina. Qui si tralascia la strada che procede dritta (vedi N2), svoltando a sx per notare subito le facciate di grigio granito della chiesa di N. S. delle Grazie (510 m s.l.m.), al margine di una lussureggiante sughereta (1.2). Una sterrata a sx porta alla casa cantoniera n. 13 della vecchia ferrovia, presso la SS127, superando in 4 km circa alcuni colli ricchi di boschi e lo stazzo Pàmpana, dove si trova un leccio monumentale. Proseguendo a dx, rasentata una bella boscaglia dominata da sughere, dopo due strette curve e un ponticello (Rio Val di Magghju), si apre uno slargo con cancello a sx con scritto “Malmàsia” (1.7, vedi N2).

                    Inizia un lento saliscendi tra fitti boschi di querce, pascoli e zone umide. Al termine dell’ultima salita, ornata da mastodontiche querce da sughero, si noterà il Monti di Deu a sx (3.0, cancello, vedi nota, 465 m s.l.m.).

                    Ridiscesi fino a incontrare un parcheggio (3.25), si va a dx, raggiungendo il ponte (cartelli, 3.54). Si intraprende il camminamento a dx, prima del rio: un fitto ontaneto lungo il torrente a sx  accompagna il visitatore fino al suggestivo ponticello ligneo che attraversa il corso d’acqua (3.8).

                    Si apre qui un bel prato che conduce in breve a individuare prima il grande tumulo poi, circondata da imponenti querce da sughero, l’esedra della tomba di giganti di Pascaredda, in tutta la sua maestosità (4.0, 442 m s.l.m.). È questa una tra le maggiori rappresentanti della tipologia funeraria di età nuragica a struttura trilitica: il suo corridoio è lungo 12 m; l’ampia esedra è praticamente completa e la stele centrale, in origine bilitica, conserva il lastrone basale col minuscolo ingresso.

                    La tomba ha poi la caratteristica di aver conservato il tumulo di terra inglobante, come in origine, la struttura per intero; spiccano solo i dodici lastroni di piattabanda ricoprenti la camera sepolcrale, mentre uno solo, al centro, è mancante. In fondo al corridoio si trova una lastra di granito posta a mezza altezza e forse usata come edicola per offerte. Il monumento fu scavato e restaurato nel 1997.

                    Tornati al parcheggio, si può optare per il ritorno a ritroso o per una più rapida uscita nella SS127 all’altezza del bivio per Nuchis, nel limite occidentale: in questo caso si segue la strada asfaltata e, 200 m dopo il parcheggio, si svolta a dx, superando il passaggio a livello (ulteriori 450 m) e raggiungendo così la strada statale, dopo altri 150 m.

                    Area archeologica di Monti di Deu

                    La visita all’area archeologica di Monti di Deu parte dal cancello a sinistra, al km 3.0 di quest’itinerario (a dx, dopo 250 m, per chi proviene dal parcheggio di Pascaredda). Salendo verso la casa racchiusa in un giardino alberato, si procede lungo il reticolato a sx di questa (0.13), fino a un pianoro, dove un muro sbarra il cammino.

                    Spostandosi verso sinistra, si individua il punto in cui il muretto è in gran parte caduto (0.25). Oltre si trova la sterrata e si procede a sx, salendo fino a uno stazzo (0.53). Il Nuraghe Agnu si trova dietro la casa, a dx, a chiudere il cortile (500 m s.l.m.). È questo un nuraghe a corridoi, che conserva gran parte dell’alzato e ingloba nella struttura uno spuntone granitico naturale. Presso il suo ingresso si notano un grosso fico e un intricato cespuglio di edera.

                    Di nuovo di fronte alla casa, si segue un sentierino che va verso Sud, tra bassi arbusti, in leggera salita. Superato un rigagnolo, s’incrocia una carrareccia risalente da sinistra (0.7). Si discende per pochi metri, osservando subito a dx degli omini di pietra: si seguono questi e si evidenzia un largo sentiero che s’inoltra nella sughereta e si restringe per il rinvigorirsi della vegetazione. Dopo circa 130 metri si arriva al termine del sentiero, alla cui destra è la fonte nuragica di Li Paladìni, immersa nel bosco (500 m s.l.m.). La fonte, realizzata in conci granitici, non presenta caratteri sacrali, ma pare legata ad aspetti pratici relativi ai vicini complessi nuragici. Il suo nome è un chiaro riferimento ai giganti che le leggende popolari identificavano coi costruttori delle vestigia nuragiche: i paladini sarebbero infatti i giganti che eressero le strutture presenti a Monti di Deu. La vena è sempre attiva.

                    Di nuovo nella stradina, si risale ora a sx e si entra nel bosco. La vegetazione si tramuta qui in un’incantevole lecceta ad alto fusto (0.92). Fuori dal bosco, il sentiero s’interrompe nell’altopiano (1.1). Compaiono diversi omini di pietra che puntano a dx (Ovest), verso i rocciai cacuminali: seguendoli attentamente, si passa sotto uno slanciato leccio cresciuto accanto a un’alta roccia tafonata.

                    Gli omini conducono, per facili salite tra le rocce, fino a un altro lembo di rigogliosa lecceta, subito sotto i costoni granitici alla sinistra dei quali, tra frane e macerie, compare l’architrave del corridoio di un probabile nuraghe a corridoio, da cui parte una muraglia megalitica che cinge parte di questo monte (1.35, 640 m s.l.m.). Oltre la struttura si entra in un fitto bosco, con rocce tafonate e incantevoli viste su ogni lato. Procedendo a sx (Sud-Ovest), si oltrepassa un primo complesso roccioso e si giunge ai piedi della più alta cima del monte, dove evidenti macerie indicano altre antiche strutture. Seguendo gli omini di pietra tra macchia e rocce ci si inerpica brevemente, superando una spessa muraglia megalitica, ai piedi della quale sono le macerie di un nuraghe complesso, posto proprio sulla vetta del monte (1.55, 685 m s.l.m.). Grandiosi i panorami, i complessi granitici e i boschi di vetusti lecci intorno.

                    Dalla Madonna delle Grazie a Monti Longu

                    Difficoltà: Turista. Strade sterrate e sentieri (hiking, nordic walking). Pericolo cacciatori nei giorni di apertura della caccia. Attraversamento di proprietà private.

                    Lunghezza/durata: 5 km circa – 1h 20’.

                    Dislivello: 80 m in discesa, 80 m in salita.

                    Attrattive principali: panorami sul Limbara settentrionale. Boschi, endemismi e piante rare. Incontri con uccelli, rettili, mammiferi. Emergenze granitiche spettacolari.

                    START: Parcheggio

                    1. Madonna delle Grazie
                    2. Case
                    3. Bivio a destra
                    4. Muro a secco
                    5. Svolta a destra cisteto
                    6. Inizio sentiero – reticolato
                    7. Monti Longu
                    8. Stalla

                    ARRIVO: Cancello Malmàsia

                     

                    Dalla piazzola arborata (0.0, 495 m s.l.m.) si risale nella strada asfaltata fino all’imboccatura dello slargo con la vicina chiesa a sinistra. Qui si prosegue dritti, incontrando presto un ponticello sul Rio Val di Magghju e un cancello (0.45). In leggera salita, al margine di una sughereta, si arriva a un vecchio casolare (0.73) subito dopo il quale il bosco s’infittisce. Si trascurano diverse intersezioni a destra e sinistra, risalendo senza troppi patemi con brevi scorci sul Limbara di Calangianus di fronte.

                    Guadato un ruscelletto, la strada fuoriesce dal bosco per salire in un’area prativa (1.5), fino a un dosso con largo spiazzo e l’incrocio di due strade (1.68). Qui il panorama si spalanca su tutte le cime del Limbara di Calangianus: da Est Sud-EstP. di Li Cupunèddi, M. Lisgju, P. di Li Vèmmini, l’area di Cuntrèddi Vintòsi, M. di Li Conchi e M. Biancu. Ai piedi delle cime sono tutti i crinali boscosi che discendono verso Vena Mala e la Scala di Lu Liòni mentre a Ovest il Monti Longu, che s’intravvedeva poco distante durante la salita, ora è occultato dal colle verso cui si dirige la larga sterrata. Si svolta a dx, raggiungendo la fine dell’erta, oltre un muro a secco (1.83) dove si scende, a destra, tra fitta boscaglia.

                    Un lungo tratto pianeggiante conduce al cospetto dei caotici blocchi che costituiscono il rilievo di Monti Longu. Si apre quindi un’area dominata dal cisto, e a Sud compaiono le cime del Limbara, con le deturpanti antenne.

                    Presso lo slargo (4.44, 574 m s.l.m.), la strada curva a sinistra per poi inerpicarsi in un versante scosceso, ma si segue uno stretto sentierino che va a destra nel cisteto, in direzione di un muretto a secco caduto, subito dopo il quale si ritrova una distinta carrareccia. Si prosegue in salita, ancora a dx, e al termine dell’ascesa si curva a sinistra per incontrare un reticolato che separa la stradina da un campo ormai invaso dal cisto (2.63). In questo punto, passando accanto al primo paletto metallico a sx, si può andare a visitare la cima di Monti Longu (635 m s.l.m.).

                    Camminando al margine sinistro del cisteto, si costeggia un muro a secco colonizzato da una folta boscaglia di corbezzoli. Facendo attenzione ai numerosi rovi che crescono ai lati del tracciato, dopo 160 m si trova un varco nella vegetazione e si scavalca il muretto, qui facilmente valicabile. Si risale tra sparuti lecci, perastri e varie radure erbose, per poi svoltare a sinistra presso un prato ai piedi del massiccio granitico (240 m) le cui fenditure verticali sono fittamente popolate da felci rigogliose. Spostandosi a destra si potrà scalare la roccia che sovrasta una grotticella murata e una sorta di dolmen naturale con grosso masso in bilico su un profondo corridoio tra le pareti granitiche. Si arriverà così a una roccia piatta, dove si domina un vasto panorama sul Limbara a Sud, il laghetto di Lu Pagghiòlu verso Ovest e Monti di Deu a NordOvest. Il monolite torreggia d’appresso con il suo profilo, simile a un’antica maschera teatrale, mentre le rondini montane svolazzano agitate scherzando coi venti. Volendo, si può raggiungere il versante settentrionale del rilievo, arrampicandosi sulle rocce a sinistra della radura, in direzione di imponenti blocchi granitici. La scalata però non è agevole e si sconsiglia in mancanza di adeguata preparazione e forma fisica.

                    Tornati al reticolato, lo si segue verso sinistra, bordeggiando la boscaglia di ericacee. In leggera discesa si perviene a un pascolo con vasche abbeveratoio in basso a destra (3.0). Si a va sx, dopo il cancello di legno, in un’area erbosa molto umida in inverno, con un alto reticolato di fronte e oltre questo il rilievo di Monti di Deu. Si svolta a destra e si scende fino a raggiungere una stalla (3.53) e poi un cancello. Lasciando a destra un fienile, si supera un secondo cancello e si discende fino a incrociare la strada descritta in N1, al cancello con la scritta Malmàsia (4.37, 480 m s.l.m.). Qui, andando a destra, si arriva in poco tempo alla piazzola da cui si era partiti (5.15).

                    Da Monte La Trona a Crìspoli, Li Conchi, Monti Biancu per Vena Mala

                    Difficoltà: Cinghiale. Sterrate (hiking, mountain bike). Pendenze proibitive. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo moto da cross. Attraversamento di proprietà private.

                    Lunghezza/durata: 12.3 km – 5h ca.

                    Dislivello: 520 m in salita, 570 m in discesa.

                    Attrattive principali: panorami a 360°. Boschi, piante endemiche. Emergenze granitiche spettacolari.

                     

                    START: Slargo al km 5,2 sulla SS127

                    1. Cancello per Li Cupunèddi
                    2. Leccio
                    3. Bosco Vena Mala
                    4. L’Alzòni – bivio per Vena Mala
                    5. Bivio a destra
                    6. Grotta
                    7. Li Conchi
                    8. Bivio Littaghièsu
                    9. Bivio Pian di Scopa/Crìspoli
                    10. Bivio a sinistra
                    11. Fonte Crìspoli
                    12. Bivio Crìspoli
                    13. Bivio a sinistra
                    14. Vedetta Li Cupunèddi
                    15. Laghetto Càntaru Taddàtu
                    16. Monte Nièddu
                    17. Monte Lisgju
                    18. Monti di Li Vèmmini
                    19. Punta di L’Albàta
                    20. Monti di Li Conchi
                    21. Monti Biancu

                    Quest’itinerario conduce per aspre pendenze alla regione delle Grotte di Li Conchi – M. Biancu, da dove è possibile collegarsi con tutto il Limbara. I repentini cambi di direzione propongono insolite prospettive dal monte alle coste, con grande varietà di paesaggi e d’insediamenti vegetali: dalle rare orchidee alla superba peonia.

                    Provenendo da Calangianus in direzione Telti, al km 5.2 (600 m s.l.m.) si individua, oltre un dosso, un vasto slargo a dx. In fondo si incrociano alcune sterrate (0.0, pannello turistico).

                    Procedere dritti in salita, superando quindi un cancello a sx (1.0, cartello “proprietà privata”). Tra due file di muretti a secco, si rasenta la base di Li Cupunèddi con la sua vedetta, discendendo poi fino a incrociare un ponticello su un rio (2.3, grosso leccio con tronco di circa 3 m di circonferenza a dx, nascosto nella boscaglia di corbezzoli, 653 m s.l.m.), ai piedi di Monte Lìsgiu, che qui offre la sua bella parete Nord, verticale, convessa e liscia (lìsgiu: liscio). Qui ha inizio una salita lunghissima, forse la più dura dell’intero Limbara, attraverso l’antico sentiero di Vena Mala, che i pastori in transumanza percorrevano da Telti per raggiungere Li Conchi e trascorrervi con gli armenti l’estate.

                    L’asprezza del luogo farà riflettere sulle inenarrabili fatiche degli uomini, dei loro buoi e delle greggi, nel tentativo di strappare alla natura la fonte del loro sostentamento!

                    Con diversi cambi di pendenza, sempre a margine di foltissima boscaglia, si risale faticosamente su un fondo talvolta accidentato e ghiaioso ma che a ogni curva materializza nuovi scenari, tra graniti dalle più svariate fogge come la roccia della befana a dx o M. di La Signora verso Ovest.

                    I molti rivoli che scendono da Li Vèmmini sono evidenziati da un gran numero di ontani e frassini che segnano coi loro colori variegati la monotonia cromatica delle leccete. Si giunge al termine dell’ascesa a Funtana di L’Alzòni (4.35, 950 m s.l.m., IGM: F. dell’Azzò: nel cartello “L’Alzi”), area umida atta a nutrire i frequenti alberi di ontano che giustificano il toponimo (in gallurese l’ontano è detto alzu). Qui un altro ripidissimo strappo porta a incrociare la strada che risale da Lu Pagghiòlu e Li Mulìni (dx). Ancora in salita, a sx, si giunge subito a un bivio a T (4.61) : a sx si trova un laghetto (Càntaru Taddàtu) poco oltre il quale c’è il bivio per Crìspoli (0.6*). A dx, in ripida salita, si raggiunge un valico con rifugio montano (però chiuso) a sx. Nella successiva discesa si può visitare una grotta murata solitaria ai piedi di M. Biancu (4.93 dx). Seguendo il pendio scosceso ma dai complessi granitici molto affascinanti, si giunge alla regione delle Grotte (5.2, Li Conchi) e alla fontana a sx.

                    Visitati i ripari sotto roccia e gli enormi solidi geometrici in granito, si discende fino al bivio, con strada che a dx scende per la valle del Rio Li Reni (5.46, 952 m s.l.m., baita di legno).

                    Procedendo dritti si incontrerà un’altra biforcazione (5.75): dritti per Pian di Scopa (vedi AS2); a sx, si risale l’erta dai grandiosi scorci panoramici e i graniti multiformi come i complessi da noi chiamati la Pecora (a sx della strada) e il M. Puddi Alvu, 1157 m s.l.m., (alto picco affusolato a dx). A Nord la cima di M. di Li Conchi assume la sagoma di un pappagallo crestato. Quasi al termine dell’insidiosa ascesa ci si può arrampicare alle rocce a dx per ammirare i caotici complessi rocciosi (reg. Cuntrèddi Vintòsi), mentre da Est spiccano: l’appuntita vetta de L’Albàta, il vicino monte innominato di 1215 m e il frontone di cime che copre in parte M. Niiddòni. A Sud il complesso alternarsi di cime di P. Bandera, le scure pinete sommitali, poi P. Balistrèri dalle tante antenne, dunque M. Lu Sciòccu con le enormi parabole U.S.A.F.

                    Più a Ovest P. Suliàna e Monti Biancu a chiudere il panorama. In basso l’estesa vallata del Littaghièsu e a sx il crinale che conduce a Costa Carracàna. Ci si attesta quindi in un largo pianoro di grande panoramicità dove la stradina si biforca (6.6, 1073 m s.l.m.). A dx ci s’innesta nel sentiero E1b, ma l’itinerario procede a sx, dove presto si raggiunge la fonte di Crìspoli (6.91, 1055 m s.l.m.) : questa è la più bella tra le fonti del Limbara. Appare semplice ed elegante, adornata da agrifogli e tassi (dx); le sue abbondanti e gelide acque offrono piacevole ristoro e motivo di sosta, in un’area ventosa e dagli immensi spazi. Stupendo il panorama: M. Biancu (1150 m s.l.m.) con le grandiose pareti tormentate da fessurazioni verticali; più vicino M. di Li Conchi (1108 m s.l.m.) con le due colonnine sommitali a “V”; tra essi la profonda gola delle Grotte dei pastori; oltre questi la Gallura, e la Corsica.

                    Dopo la sosta ristoratrice alla fontana, si scende fino all’incrocio (7.11, cartello indicante “Crìspoli” sulla strada percorsa): a sx si torna al punto 5; a dx prosegue quest’itinerario. Si incontra un cancello e comincia una lunga discesa. Le rocce spesso si affollano in insiemi a canne d’organo, come si osserva alla fine del primo tratto ripido, dove si sosta in un’area dominata da P. di Li Vèmmini (1006 m s.l.m.). A Sud, oltre la valletta, si notano M. Niiddòni e la vicina cima de L’Albàta (8.22). Procedere verso si nistra; la stradina di dx attraversa la vallata sottostante e si riconnette a questa (vedi oltre). Tra pini autoctoni solitari o raggruppati in boschetti, agrifogli, cedri introdotti e folta macchia, si rasenta un minuscolo laghetto (sx) e presto si trova una biforcazione (9.65). La stradina a sx conduce, alla vedetta di Li Cupunèddi (848 m s.l.m.), dall’immensa visuale sul mare, la Gallura e i suoi comuni. Alle sue spalle si ammira il convesso profilo di Monte Lisgju mentre al centro c’è M. Niiddòni con le fitte leccete e pinete.

                    Al successivo slargo con bivio (9.9, a dx si ricongiunge la deviazione di cui sopra) si svolta a sx. La discesa, ornata da numerosi ginepri, fiancheggia la sagoma plumbea di Monte Nièddu (784 m s.l.m.), il cui contorno simula il profilo di un enorme gorilla dalle arcate sopracciliari sporgenti. Superata una fontanella (10.55 sx) si attraversa un campo aperto, dominato a sx dalla vedetta di P. Li Cupunèddi, raggiungendo infine il cancello incontrato all’andata (11.2).

                    Escursione a Li Conchi – Li Reni – Li Bucatìcci – P. Bandera e Costa Carracàna

                    Difficoltà: Cinghiale/Muflone (hiking). Vegetazione sul sentiero. Pendenze ripide.

                    Guado di torrenti. Rocce scivolose in giornate umide o ghiacciate. Pericolo cacciatori nei giorni festivi di novembre-gennaio. Pericolo moto da cross.

                    Lunghezza/durata: 9.75 km – 4h 25’ ca.

                    Dislivello: 460 m circa in discesa, 500 m in salita.

                    Attrattive principali: panorami su Gallura, Corsica, La Maddalena, Sardegna centrale. Boschi, piante endemiche, specie rare. Emergenze granitiche spettacolari. Grotte.

                     

                    START: Li Conchi

                    1. Guado Li Reni
                    2. Innesto pista
                    3. Bivio per Li Bucatìcci
                    4. Punto panoramico
                    5. Punto panoramico
                    6. Innesto sentiero per Li Bucatìcci
                    7. Incrocio pista Li Bucatìcci
                    8. Funtana Bandera
                    9. Riprende il sentiero
                    10. Breccia Punta Bandera
                    11. Roccia verticale
                    12. Punto panoramico
                    13. Boschetto di lecci
                    14. Monolite con grotticelle
                    15. Fine sentiero – inizio sterrato
                    16. Innesto pista forestale
                    17. Inselberg a m onte di Carracàna
                    18. Roccia del feto
                    19. Fontanella Littaghièsu
                    20. Bivio dritti

                      Il tragitto di questo circuito unisce ben tre comuni del Limbara e raggiunge il cuore del massiccio per poi tornare, attraverso uno dei percorsi più interessanti, all’area di Li Conchi.

                      Seguendo l’evidente cartello ligneo posto nel prato, di fronte alla fontana di Li Conchi (0.0, 970 m s.l.m.), si passa accanto a grotte modificate dai pastori e a numerosi recinti in muretti a secco, anticamente destinati alla custodia del bestiame. Il sentiero discende senza esitazioni, supera un muretto e si dipana nella lecceta. Di tanto in tanto il paesaggio si apre verso Ovest, a mostrare il Limbara sommitale e le fitte boscaglie dei suoi fianchi imponenti.

                      Dopo aver guadato con facilità il Rio Littaghièsu (0.68), il sentiero sbuca sulla sterrata (0.77). Avanzando verso dx si giunge presto a Li Reni (0.94), da cui si diparte l’antica carrareccia in salita che conduce a Li Bucatìcci (873 m s.l.m.), come ben indicato dal cartello ligneo e dall’ingresso a sx, arredato in conci granitici. Questo tratturo, in gran parte in salita, di rado esce dalla lecceta. Si costeggia inizialmente la sponda destra del Rio Li Reni, per poi discostarsene. Al termine del primo ripido tratto di salita, presso una radura (1.22), ci si può affacciare nel piatto rocciaio incorniciato a sinistra da una roccia elevata a forma di pennacchio, piacevole punto panoramico sul Limbara di Calangianus. Tornati al sentiero seguendo i segnali e il tracciato battuto sul suolo, si riprende a salire nel fitto del bosco ceduo. Poco oltre una fontanella, mai trovata attiva, si scavalcano delle rocce adornate da felci e un roveto fitto, per incontrare subito un’unica brevissima discesa (1.5), oltre la quale le pendenze si inaspriscono nuovamente. Si arriva a un’area in cui, sulla destra, si apre un basso complesso roccioso, molto panoramico (1.75, 1030 m s.l.m.), che illumina sulla salita fatta mostrando ampie visuali. Si consiglia una sosta in quest’ameno terrazzo naturale, prima dell’ultimo strappo. Si rientra nel bosco e presto cessa l’ascesa. Si guadano quindi alcuni piccoli ruscelli poco distanti l’uno dall’altro fino a un ultimo di maggior portata (2.14), oltre il quale si  risale ormai fuori dal bosco. Per alcuni passaggi di facili rocce e di macchia bassa in salita si raggiunge un bivio, in loc. Li Bucatìcci (2.54, 1090 m s.l.m.).

                      A dx, in un minuto si è alla strada che risale ai Punti Panoramici; a sx si va verso la fonte di Bandera, tra nuovi rimboschimenti ricchi di pini, abeti e faggi. Riattraversati i ruscelli di cui sopra, si prosegue ancora in pineta e poi nella macchia, contornata da roccioni granitici polimorfi. Il sentiero si biforca (3.5, segnali). Andando diritti si raggiungerebbe rapidamente la strada dei punti panoramici. Si svolta a sx, costeggiando alcune rocce bizzarre, dominate sullo sfondo dal complesso di P. Bandera. Infine, oltre un rigagnolo, si perviene a una scalea in blocchi di granito con piazzola (4.0).

                      Procedendo dritti nella sterrata, c’è la Fonte di Bandera (4.15 sx, 1220 m s.l.m.) e oltre questa ci si accosta di nuovo alle pinete, pur se spiccano saltuariamente elementi naturali di tasso e agrifoglio. Si arriva a incontrare la palizzata confinaria tra Berchidda e Tempio Pausania, andando paralleli a questa fino a individuare l’inizio di un sentiero a sx (4.98, cartelli). Imboccato questo, che oltrepassa subito i conci limitanei di cui sopra, si va a sx seguendo il tratturo ben evidente, che presto giunge a un grande affioramento roccioso: a dx si curva per Sos Pedrajòlos, la Valle del Rio Sa Mela e Badu ‘e Furru.

                      Proseguendo a sx (verso Est), si attraversa l’umida vallata di fitta erica, tenendosi abbondantemente a dx del suddetto confine, fino alla gola tra le cime Sud (1345 m s.l.m.) e Nord (1336 m s.l.m.) del complesso di P. Bandera (5.54, 1283 m s.l.m.). Qui si supera un muro a secco, discendendo a dx, sul greto di un esiguo ruscello, attivo solo dopo abbondanti piovaschi. Il sito è affascinante e selvaggio: da una parte le aspre vertiginose pareti rocciose di un inconfondibile colore gialloverdastro, sullo sfondo il Golfo di Olbia e Tavolàra, mare e montagna insieme, mentre soffia immancabile il vento, teso e spesso freschissimo.

                      Seguendo i numerosi omini di pietra si giunge a un’insolita roccia verticale (5.7), enigmatica scultura futurista issata su un naturale piedistallo granitico e di qui si procede verso sx, a debita distanza da un’altra bizzarra roccia, simile a un ciclopico L’area di Punta Bandera è formata da più cime, cui le caratteristiche litologiche e i licheni danno sfumature verdigiallastre. Sedersi ai loro piedi col vento frusciante intorno, tra ginestre e timo in fiore, mentre lo sguardo spazia in ogni direzione per scorgere paesaggi o animali è esperienza intensa e gratificante. La vera Punta Bandera, di 1345 m s.l.m., è la cima sud, meglio identificata lungo l’itinerario per o da Badu ‘e Furru (D6): una piramide tronca di grande fascino, accanto alla quale è la seconda vetta (1337 m s.l.m.). Una stretta e profonda sella separa queste dalla terza cima (1336 m s.l.m.), confine comunale di Berchidda, Calangianus e Tempio.

                      Intorno a P. Bandera è forse l’area con la maggior concentrazione di endemismi vegetali del Limbara: circa 40 tra endemismi e subendemismi, più varie specie rare e d’interesse fitogeografico. Le sue falde quasi incontaminate, ricche di sorgenti e acquitrini, ne fanno una delle zone a maggior interesse botanico dell’intero massiccio e qui si conserva una piccola zona umida di aspetto simile a quello delle “torbiere” Corse (pozzine).

                      Questa è inoltre sede di almeno tre distinte stazioni di sfagni, ove sono state individuate tutte e tre le specie presenti in Sardegna. Dal punto di vista paesaggistico la zona non è inquinata da interventi antropici e i panorami sono grandiosi in ogni direzione.

                      Gli omini di pietra conducono, tra macchia e rocce, verso un affioramento roccioso, ben identificabile per una serie di vasche naturali e canaletti profondamente erosi (6.0), dal quale si godono splendidi primi piani sulla sottostante Costa Carracàna. Di qui si entra in una piccola lecceta e dopo, reperiti gli omini occultati dalla macchia, ci si dirige verso una parete granitica, elevata e imponente, riconoscibile per uno stentato pino sommitale, dal vistoso ramo proteso verso il vuoto.

                      Si risale il costone, passando sotto il pino suddetto e di fianco a dei lecci, poi in un banco di roccia e ancora a sx verso una stretta gola che esita in una rovinosa frana (6.33). Di qui il panorama si apre improvviso sull’alta Costa Carracàna e il suo immenso conico inselberg, con la sterrata che conduce a Pian di Scopa. Notare sul roccione a dx una strana formazione tafonata che guarda a oriente.

                      In piena frana si discende a dx, seguendo con prudenza gli omini posti sui macigni. Puntare a sx in basso e quindi rasentare la rupe nello stretto passaggio tra questa e la macchia, laddove d’inverno scorre una vena d’acqua di cui occorrerà tener conto. Con molta lentezza seguire gli omini, qui minuti per un’insolita carenza di ciottoli, facendo attenzione alla scivolosità dovuta alle nere colate di alghe, superando con brevi balzi i frequenti gradoni di roccia.

                      Con numerose svolte si entra in un’area boscosa dai grossi lecci incassati tra le rupi. Affiancandosi a un’estesa parete levigata di rara pendenza, damascata da muschi e licheni, si arriva a un magico relitto forestale di lecci (6.55, 1120 m s.l.m.). Il luogo è ombroso, costituito da oltre venti splendidi esemplari, di grandi dimensioni, quasi tutti uniformemente ammantati di muschi verde smeraldo, come pure gli enormi massi della ciclopica frana in cui essi si sono faticosamente accresciuti. Molti i ripari sotto roccia, sul cui fondo le radici dei lecci serpeggiano come grossi colubri. La sosta è assai piacevole, allietata dal lontano festoso suono del Rio Carracàna.

                      Attraversato il bosco, si passa sotto un robusto leccio che, aderente a un enorme masso, sembra volerlo trattenere dalla corsa verso il baratro.

                      I più curiosi possono qui risalire a sx, poco oltre il superamento del leccio citato: s’imbatteranno, dopo un breve sentierino immerso nella boscaglia, in un masso isolato, di forma ovoidale, di dimensioni colossali, la cui visita è senz’altro emozionante. Il monolite è aggirabile alla base in tutto il suo perimetro, e termina in un ampio riparo sotto roccia. Il tutto è immerso in un bosco misto di lecci e agrifogli. A fianco del al mastodontico masso si apre un rocciaio che sovrasta il bosco intorno. Arrampicandosi su queste rocce si usufruirà di un’invidiabile visuale verso il Limbara di Calangianus.

                      Il sentiero discende deciso verso un complesso granitico che s’identifica per le vistose tafonature (quasi un teschio umanoide visto di profilo), per le vivaci colate di muschi color ruggine e verde, nonché per un intraprendente leccio che cresce nella fenditura di roccia. Una volta al suo cospetto, si va giù per l’ennesima frana, tenendo vicina la parete granitica.

                      Calandosi in uno stretto passaggio (quasi una naturale allée couverte), si supera uno “scivolo” dalle ristrette pareti crestate, per svoltare quindi a sinistra verso la zona aperta.

                      Ci si allontana dalla rupe sovrastante, qui foggiata a canne d’organo, e si discende a zig-zag tra la consistente macchia, che crea talora qualche dubbio di orientamento. Perciò si seguano attentamente gli omini, talvolta nascosti dall’erica e disposti non solo sulle rocce ma anche sul terreno stesso.

                      L’ultimo tratto è prima ripido, poi sempre più agevole e punta verso una radura, dove spicca un alto palo ligneo. Scendendo quindi lungo il fianco delle rocce, si gira a sinistra passando sotto un grosso leccio. Deviando a dx nell’ericeto, si esaurisce questa porzione di percorso in una piazzola (7.05, 1023 m s.l.m.), origine di una sterrata che presto s’immette sulla direttrice (7.33) per Pian di Scopa (a dx) e Li Conchi (a sx).

                      Si presenta subito una brusca salita, dagli elevati picchi di ripidità, che costeggia un immane inselberg granitico sulla destra. Giunti al termine dell’ascesa (1058 m s.l.m.), si spalanca l’alta valle del Rio Littaghièsu, dominata da graniti d’incomparabile bellezza. Il successivo pendio, fortemente scosceso, porta alla base di un elevato e multiforme complesso granitico, le cui pendici sono ricoperte di boschi.

                      Durante la discesa si possono osservare i vari affioramenti di roccia dalle fogge più disparate, tali da allenare la fantasia, come il feto a sx della strada (8.7) seminascosto tra gli alberi. Si procede in falso piano, superando il ponte sul Rio Littaghièsu e poco dopo raggiungendo uno slargo con fontanella presso la sponda di un ruscello (9.2).

                      Ecco ora presentarsi una nuova salita, quasi alla fine della quale si ignora una strada che arriva da destra. Dopo il successivo dosso si curva a destra e ricompare l’area di Li Conchi, che si raggiunge rapidamente (9.7).

                      La roccia al punto 11 (subito dopo l'alba)

                      Da Li Conchi a Monte La Pira per Pian di Scopa

                      START: Li Conchi

                      1. Bivio Littaghièsu
                      2. Bivio dritti
                      3. Fontanella Littaghièsu
                      4. Roccia del feto
                      5. Inselberg a Monte di Carracàna
                      6. Bivio Pian di Scopa
                      7. Pian di Scopa
                      8. Fine pista
                      9. Incrocio sentiero per Pian di Scopa

                      ARRIVO: Monte La Pira

                      Dalla fonte di Li Conchi (0.0) la sterrata scende fino a una biforcazione con casetta e cartelli lignei (0.24). Si procede diritti, in leggera salita. Colossali complessi granitici multiformi svettano a sinistra della strada, segnati da filoni che solcano come suture chirurgiche la superficie delle lisce pareti di roccia.

                      Si giunge così a un bivio (0.54). La pista risalente a sinistra conduce a Cuntrèddi Vintòsi e Crìspoli (vedi E1b e N3). Si prosegue in discesa. Questa si esaurisce presso un ponticello, seguito subito da uno slargo a dx con alcuni ciliegi, agrifogli e tassi. Il sito è completato da una fonte con gradinata, presso la sponda sinistra del ruscello (0.69, 955 m s.l.m.). La strada procede ora pressoché pianeggiante, ai margini di una lussureggiante flora con lecci, ginepri e agrifogli, misti a sparuti pini di rimboschimento. Si può qui approfittare di una piccola fonte a sx.

                      Superato il ponte sul Rio Littaghièsu, riprende la salita, dalle iniziali pendenze non impegnative. Dopo aver passato uno slargo a dx, si può cercare tra i lecci, nella stessa direzione, una strana roccia che sembra rappresentare un feto (1.19, 957 m s.l.m.). L’ascesa si inasprisce ed è consigliabile, d’ora in avanti, voltarsi di tanto in tanto per ammirare le spettacolari creste granitiche, svettanti dai crinali boscosi. Si perviene a un meraviglioso angolo di bosco, col ruscello che discende da destra e attraversa la sterrata dividendosi in numerosi rivoli ricchi di felci. All’interno di questo bosco si osservano, oltre ai lecci, numerosi agrifogli e dei tassi (1.4). Mentre le pendenze si accentuano ulteriormente, gli imponenti pinnacoli e torrioni granitici dominano il percorso, fino a giungere sotto uno di questi, a destra della strada, plasticamente lavorato dagli agenti atmosferici. Qui si può riposare nella fresca radura decorata da muri a secco (2.1). Ripreso il cammino, l’ascesa è severa e i

                      paesaggi si modificano di continuo, accumulando nuovo fascino a ogni curva. Si arriva così al valico e un panorama mozzafiato si spalanca davanti all’escursionista (2.3, 1058 m s.l.m.): domina gli scenari la zona sommitale del Limbara, con le propaggini nordorientali di P. Bandera e il versante che discende verso Costa Carracàna. A sinistra si staglia un immane inselberg rossastro dalle pareti liscissime e convesse, qui a foggia di testa di capodoglio.

                      Sullo sfondo compaiono invece sprazzi di Logudòro.

                      Inizia subito una discesa molto ripida, col fondo stradale assai sconnesso. Si va a sinistra nella successiva biforcazione (2.6): a dx ci si ricongiunge al sentiero che da P. Bandera attraversa la parte più alta della Costa Carracàna (1017 m s.l.m., vedi AS1).

                      Durante la prosecuzione della discesa, tenere sempre d’occhio la mole impressionante dell’inselberg che domina lo scenario a sinistra e che qui assume le sembianze di un teschio di animale preistorico. Frontalmente appaiono la silhouette conica di Sa Punziùda e, a sinistra, il dominante massiccio di M. Niiddòni.

                      Al termine del pendio, oltre il piccolo ponticello sul nascente rio di Carracàna (2.87), riprende la salita che culmina ai piedi della cima maggiore del gruppo di Sa Punziùda, subito dopo la quale si notano tre innesti di sentieri accanto a un cartello ligneo indicante Pian di Scopa (3.7, 1040 m s.l.m.) : un primo a destra porta verso Sa Punziùda, per poi procedere nella macchia fino a raggiungere un boschetto di patriarchi di Pinus pinaster. Il secondo a destra conduce, dopo aver attraversato un vasto ericeto, a confermare il toponimo (scopa: erica), alle cime del M. La Pira (vedi sotto). Il terzo sentiero si trova invece a sinistra e si dirige verso Monte Niiddòni.

                      Procedendo diritti lungo la sterrata, dopo un breve tratto pianeggiante con rigogliose pinete ai lati, si ridiscende senza eccessive pendenze fino a una piazzola, ove s’interrompe la strada (4.85, 975 m s.l.m.). Qui s’individua un sentierino che risale nella macchia e interseca quello che da Pian di Scopa conduce a M. La Pira o a Monte Diana (5.1, vedi E2a). Il percorso diventa più indistinto ma, procedendo diritti, ai margini delle rocce, si raggiungono con facilità le spettacolari cime di Monte La Pira, meta di questo itinerario (5.5).

                       

                      Sentiero per Pian di Scopa, Per il ritorno si può intraprendere la scorciatoia per Pian di Scopa: si rintraccia il sentiero e si sale costeggiando il ruscello, in direzione Ovest, tra ali di erica, con belle rocce a sx, capaci d’ispirare sculture futuriste, e a dx abbellite da solitari ed eleganti pini autoctoni. Durante questo tragitto si osservano altre cime innominate dalle interessanti pareti, alcune di facile scalata, che dividono l’area di La Pira da quella di Sa Punziùda. La cima più bella, in solitaria elevazione, di plumbeo granito, estrema propaggine nord-orientale di Sa Punziùda, attende alla sinistra dell’altopiano. A dx intanto M. Niiddòni ormai incombe con le cime viciniori. Si arriva infine alla pista forestale (0.85), proprio sotto il torrione sopra citato, da cui godere un vasto panorama e proseguire verso Li Conchi.

                      Circuito Vallicciola – Funtana Bandera – Madonna della Neve

                      Difficoltà: Turista. Sentieri e sterrate (hiking). Pericolo rocce scivolose in giornate umide o in caso di ghiaccio. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio.

                      Pericolo moto da cross.

                      Lunghezza/durata: 9.8 km circa – 1h 45′ ca.

                      Dislivello: 360 m circa in salita, 360 m circa in discesa.

                      Attrattive principali: panorami su Corsica, Gallura, Limbara di Calangianus. Boschi, endemismi, specie rare. Rocce spettacolari.

                       

                      START: Parcheggio Vallicciola

                      1. Incrocio pista
                      2. L’Oltu di Li Pomi
                      3. Incrocio pista
                      4. Incrocio strada Calarìgghju
                      5. Incrocio di sentieri
                      6. Primo punto panoramico
                      7. Secondo punto panoramico
                      8. Incrocio strada forestale
                      9. Incrocio sentieri
                      10. Bivio per strada punti panoramici
                      11. Incrocio pista Li Bucatìcci
                      12. Funtana Bandera
                      13. Riprende il sentiero
                      14. Incrocio di Sa Berrìtta
                      15. Deviazione per Supràppare
                      16. Chiesa Madonna della Neve
                      17. Bivio sentieri Giugantinu/Sa Mela
                      18. Incrocio sentieri AS3-D6
                      19. Recinti antichi
                      20. Incrocio pista forestale
                      21. Rientro sentiero
                      22. Monti Canu
                      23. Punta Giugantinu
                      24. Punta Sa Berrìtta
                      25. Punta Balistrèri

                      ARRIVO: Sequoie di Vallicciola

                        A Vallicciola, si parte dal parcheggio antistante all’ingresso dell’albergo (0.0), seguendo l’evidente indicazione presso il cartello per Abbafrìtta. Il tratturo costeggia a dx la sterrata e la interseca (0.25) scendendo oltre la gradinata fino a un incrocio di vie, poco distante dal corso alto del Rio Pisciaròni (loc. L’Oltu di Li Pomi, 1004 m s.l.m.). Qui si offrono diverse opportunità escursionistiche (0.4): a sx Funtana Palàu e Pisciaròni; dritti Caldicciòsu e Abbafrìtta; a dx invece Caccaèddu. Numerosi omini di pietra, paletti e rocce segnate con vernice accompagnano l’escursionista lungo il tragitto.

                        Si procede in piano, all’interno di una vasta pineta artificiale, lungo la sponda sinistra del torrente, poi guadando (0.61) e incrociando la già citata sterrata (0.68). Sempre senza particolari pendenze, si costeggia la sponda destra del rio. Oltre il corso d’acqua si nota la strada asfaltata che da Vallicciola conduce alla zona sommitale, mentre a sx fa la sua comparsa, sopra le chiome degli alberi, il massiccio di Monti Canu. Si attraversa una strada bianca e si continua dritti (1.68), giungendo in loc. Caccaèddu. Presso una radura s’individuano due sentieri e una stradina (1.9): a Nord si scenderebbe in loc. Caccaèddu, nel cuore di un favoloso bosco ricco di specie arboree di rilevante interesse (vedi AS5). La sterrata a Sud-Est riporta alla strada per Vallicciola o all’area sommitale.

                        Si proceda in direzione Est, sentiero evidenziato da paletti. Finalmente fuori dal pineto, subito si spalanca una larga visuale sulla sinistra, dove i monti della Corsica fanno capolino dietro la Gallura. In primo piano c’è la vallata boscosa di Caccaèddu e P. Suliàna. Superato un boschetto, si raggiunge un vasto spazio aperto con punto panoramico dove campeggia, sopra le chiome degli alberi, la chiara mole del Monti Biancu (2.2), poi la Corsica, la Gallura finché il Monti Canu chiude la visuale a occidente. Si torna nel bosco di lecci e pini, raggiungendo presto una sorgente (2.45) e un ruscello. Si sale quindi a dx, sempre in bosco con predominanza di pini poi, in gariga, si avvicina una piazzola circondata da basse rocce, molto panoramica (2.7 sx).

                        Dopo un ennesimo bosco artificiale, e un alto rocciaio a dx, dalle rinnovate ampie visuali (2.95), il sentiero discende rapido alla pista forestale che da Li Reni connette ai Punti Panoramici (3.07, 1095 m s.l.m., loc. Li Bucatìcci). Si riprende il sentiero, trascurando poi quello che, a sinistra, scende a Li Reni (3.22), tra rimboschimenti che qui sono ricchi di abeti e faggi. Guadati alcuni ruscelli in successione, si oltrepassa una zona di macchia con rocce multiformi, come la balena o il teschio di australopiteco. Il sentiero si biforca (4.18, osservare i segnali): andando diritti si raggiunge presto la strada dei Punti Panoramici. Si svolti a sx, costeggiando alcune rocce dalle bizzarre forme, dominate frontalmente da P. Bandera. Bordeggiando infine un rivolo d’acqua, si perviene a una scalinata in granito con piazzola sulla sterrata (1203 m s.l.m.). Qui termina il sentiero (4.7) e salendo lungo la pista forestale s’incontra la Fonte di Bandera (4.8).

                        Dopo l’eventuale sosta alla fontana, continuando nella sterrata, si risale fino a ritrovare il sentiero e imboccarlo (5.55 sx).

                        Si svolta subito a destra, verso l’area di P. Sa Berrìtta, tra gariga e basse eriche. Su per la stretta gola, oltre un muretto a secco addolcito da gradini lignei, si colma l’ascesa sul pianoro che separa P. Balistrèri da P. Sa Berrìtta (1337 m s.l.m.), quest’ultima identificabile di fronte, per la vicina immane antenna. Si curva a destra (6.07) e, sempre seguendo i segnali, si discende tra le rocce e la gariga, in un’area brulla. Il tracciato si dirige verso una piccola pineta, guada poi un ruscello, quindi si allarga (6.65). Ultimato il successivo comodo declivio, si perviene alla piazzola accanto alla chiesa di N.S. della Neve (7.07, 1248 m s.l.m.) ove si risale a sinistra.

                        Dopo il primo torrione di roccia dell’area di P. Giugantinu, sempre verso sinistra, si scollina. Scegliendo di andare a dx si potrebbe visitare la cima del Giugantinu dalle spettacolari viste a 360° (vedi AS4). Grandiosi panorami sul Logudòro compaiono adesso, mentre sulla sinistra si manifestano i valloni, coronati da imponenti picchi granitici, del Limbara di Berchidda. Durante la discesa, in un alternarsi di passaggi di roccia ed eriche, si lascia alle spalle l’elevato complesso di P. Giugantinu e la visuale si allarga sempre più verso occidente.

                        Si costeggiano i pali confinari di Tempio Pausania e Berchidda e si devia a dx (8.1, dritti si veda D6). Oltrepassato un ericeto e discese alcune facili rocce, si lambisce l’ennesima pineta per poi sfociare, oltre un muro a secco, in un’area prativa (8.23) con un antico recinto per bestiame sulla destra. Un breve zig-zag tra cespugli e bassi affioramenti rocciosi e si discende in un largo corridoio di rocce. Giunti ai piedi di queste, si prosegue dentro la pineta per un breve tratto e si riaffianca la palizzata confinaria intercomunale; la si lascia poi, per innestarsi presto su una sterrata (8.63 sx, 1130 m s.l.m.). Si scende lungo la strada fin quasi a incrociare l’itinerario S4, ma si svolta a destra, di nuovo in sentiero (9.0, cartello). Si attraversano in salita pochi filari di pini e un’area rocciosa, dove godere ampie visuali, con l’eliporto in primo piano, rientrando poi nel rimboschimento. Questo rappresenta la propaggine del giardino del Pavari. Si raggiunge infine un vialetto, decorato da grossi aceri, a pochi metri da una presa d’acqua sulla destra.

                        Qui, a sx, si costeggia il locus classicus del rovo del Limbara, si supera il ponticello e si arriva al termine dell’itinerario, accanto alle sequoie di Vallicciola (9.8).

                        Gli sfagneti

                        Il Limbara è interessante, oltre che per i botanici e i micologi, pure per briologi e lichenologi. Le sue caratteristiche geografiche e climatiche fanno sì che vi si possano trovare numerose entità. Uno studio di Cogoni, Flore & Aleffi del 2002 indica per il Limbara circa 200 specie di briofite (quasi 150 muschi e una cinquantina di epatiche). È però di tutto rilievo la presenza, in alcuni siti del massiccio, delle uniche stazioni di sfagni della Sardegna, singolarissime in ambito mediterraneo insulare. Le prime segnalazioni risalgono al 1944 e al botanico tedesco Schmid. Successive conferme giunsero poi negli anni ‘70 e ‘80, con la segnalazione di ben tre diverse specie afferenti al genere Sphagnum: S. auriculatum, S. capillifolium e S. subnitens.

                        Queste furono individuate in poche stazioni, site tutte in territorio di Tempio Pausania tranne una in comune di Berchidda: Punta Bandera, Lu Campu di Li Boi, Madonna della Neve e Fonte Silva.

                        Nel 1997 un’ulteriore conferma giunse da Cogoni e Ruggero che ribadirono la presenza delle tre specie, constatarono la scomparsa di alcune popolazioni ma indicarono nuove località di ritrovamento (Lu Miriachèddu, Rio Contra Manna e Littaghièsu). Fu inoltre osservata una certa sofferenza di diversi sfagneti, soprattutto per via d’interventi antropici e per il proliferare dei cinghiali. In questi ultimi anni abbiamo potuto appurare il persistere di alcune stazioni di crescita (Lu Campu di Li Boi, area di P. Bandera con tre diversi siti, Rio Contra Manna, quest’ultima in fortissima regressione), individuandone qualcuna nuova (alta valle di Supràppare in territorio di Berchidda), ma prendendo atto dell’estinzione di diversi sfagneti: Fonte Silva, Madonna della Neve e Lu Miriachéddu, dove gli interventi come riforestazione, captazione dell’acqua superficiale e bonifiche di canali e piccoli acquitrini hanno reso le condizioni dell’habitat non più idonee alla vita degli sfagni. Per la preservazione di questi caratteristici elementi di pregio, si auspica un intervento di tutela da parte degli enti preposti, affinché non si perdano ulteriori elementi di biodiversità sul Limbara.

                          Da Vallicciola a Punta Giugantinu per Punti Panoramici

                          Difficoltà: Turista. Strade sterrate, asfalto, sentieri, rocce (hiking, nordic walking, mountain bike, auto). Pendenze ripide. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo rocce scivolose in giornate umide o con ghiaccio.

                          Pericolo moto da cross.

                          Lunghezza/durata: 7.15 km – 2h 25′.

                          Dislivello: 370 m circa in salita, 100 m circa in discesa.

                          Attrattive principali: panorami su Gallura, arcipelago di La Maddalena, Corsica, Tavolàra, Limbara di Calangianus, Logudòro etc. Piante endemiche e rare. Avvistamenti di uccelli, rettili, mammiferi. Emergenze granitiche spettacolari.

                          START: Vallicciola

                          1. Bivio a destra
                          2. Bivio varianti a/b
                          3. Bivio a sinistra
                          4. Incrocio strada asfaltata
                          5. Inizio strada Punti Panoramici
                          6. Primo punto panoramico
                          7. Incrocio strada per Li Reni
                          8. Secondo punto panoramico
                          9. Terzo punto panoramico
                          10. Funtana Bandera
                          11. Incrocio strada asfaltata
                          12. Incrocio sentiero per Giugantinu
                          13. Chiesa Madonna della Neve
                          14. Punta Giugantinu
                          15. Eventuale sentiero di rientro

                          Da Vallicciola (0.0) intraprendere l’asfaltata per il Centro RAI di P. Balistrèri e nel culmine del primo dosso (0.3, 1085 m s.l.m.), svoltare a dx per la stradina bianca, quindi raggiungere in breve una biforcazione (0.5): a. scendendo a sx (reg. Coddu Finòsu) si ha di fronte il gruppo di Monti Canu, con la bizzarra roccia che ricorda un profilo facciale grottesco. La stradina si snoda dolcemente nella macchia, ricca di ginestre, eriche e timo, poi procede in un fresco castagneto.

                          Alcuni ruscelletti provenienti dalle pendici di Giugantinu attraversano la sterrata. Superato un ponticello, si risale senza patemi e ci s’innesta nella strada principale (1.4*, rudere), che si segue a dx, fino al cartello per “Punti Panoramici” (1.8 sx, 1123 m s.l.m.).

                          1. Si prosegue nella ripida salita, fino all’incrocio con un’altra sterrata di fronte all’imponente rilievo di Giugantinu (0.82, 1138 m s.l.m., a dx vedi AS9). Andando a sx si costeggia un rocciaio, poi la ripida discesa conduce in un castagneto (1.1). La strada riprende quindi a salire oltre un ponticello (1.33) su fondo sconnesso dalle intemperie. Dopo breve si svolta a dx nell’asfaltata presso un tornante, per trovarsi subito al cospetto del cartello per i Punti Panoramici (1.8 sx).

                          Ci s’immette nella sterrata fiancheggiata da pinete e grandi complessi granitici, dalle fantasiose forme. Trascurato un incrocio (2.0 sx, collega a Calarìgghju), dopo una breve discesa, si perviene al primo punto panoramico (2.78 sx), con una vista mozzafiato: a Nord-Est il grande M. Biancu, col monolite di La Signora a sx (del tutto simile a una figura femminile in austero costume, o a una Madonna), e alla sua destra il M. di Li Conchi. Tra i due, vicini alla stradina, s’intravedono gli enormi blocchi granitici che, insieme alle grotte, caratterizzano il sito. A sx di La Signora, la bella vallata di M. Sedda e P. Suliàna, e più in fondo i paesi di Luras (al centro), Calangianus (a dx), quindi in lontananza il lago di Liscia. Aggius, coi suoi picchi granitici, occupa l’estrema sinistra di quest’esteso sipario. Guardando a Est Nord-Est l’areale è ricco di cime innominate, di 1100-1200 m, poi il M. Niiddòni, che offre il suo versante Ovest, e quindi un grande inselberg dalla convessa cima a guisa di “pan di zucchero”. Infine le sei cime, in due gruppi di tre, appartenenti al complesso di P. Bandera a Sud-Est.

                          Trascurata la stradina che scende a sx (3.0, 1105 m s.l.m.) verso la valle del Rio Li Reni, comincia un’ascesa non impegnativa, tra la fitta macchia, mista a conifere e bizzarri graniti. Presso un rocciaio a sinistra si trova ora un secondo punto panoramico (3.78).

                          Doverosa una pausa ristoratrice nell’area di sosta (4.3), guarnita con conci granitici e scalea d’accesso al sentiero per “Li Bucatìcci” o per Li Reni (vedi AS1 e AS3). Grandioso il panorama!

                          Ripresa la marcia, s’incontra quasi subito la fontana di Bandera (4.4 sx, 1220 m s.l.m.).

                          Dopo alcuni tornanti, con slanciati agrifogli e tassi a far da contraltare alle conifere di rimboschimento, compare la tipica gariga delle zone sommitali, mentre Punta Bandera ormai sovrasta il passante col suo severo profilo occidentale. Al culmine della salita si rasenta l’area di P. Balistrèri (1315 m s.l.m.), da cui godere un vastissimo panorama, onnicomprensivo di tutto il percorso, con stupefacente colpo d’occhio che ripara all’offesa dell’oltraggiosa selva di ripetitori sovrastanti (5.6, rocce a dx).

                          Nei pressi del Centro RAI, la stradina s’immette sull’asfaltata (5.9 dx), da cui la vista si perde sulla Sardegna nord-occidentale, da Osilo fino all’Asinàra, con P. Giugantinu e la Chiesa di N. S. della Neve in primo piano. In discesa, si arriva alla vasta area antropizzata, con parcheggio a dx e rudere retrostante, piazzola a sx, una fonte con area picnic e un ampio vialetto, il tutto circondato da fitti pini, abeti e cedri (6.55, 1250 m s.l.m.). Qui giunti, si noterà un percorso che conduce alla statua della Madonna con bambino rivolta verso Tempio Pausania, splendido punto panoramico ove ammirare, in giornate terse, l’intera montagna Corsa. Si segue poi il vialetto oltre la fonte e il ponticello, sul selciato in cubetti granitici, fino alla piazzetta con la chiesa della Madonna della Neve.

                          A sx si diparte una sterrata, che non si considera, procedendo invece dritti alle spalle della chiesa (no tare qui un’enorme sequoia a dx), dove inizia il sentiero per le cime di Giugantinu. Oltre gli ultimi pini, in un breve tratto di gariga e rocce, si passa ai piedi di un primo torrione granitico, salendo tra basse rocce fino a un ampio spazio aperto con le due principali vette di Giugantinu di fronte. Si notano delle ramificazioni nel sentiero: tralasciare quella a sx (6.95) e proseguire verso la cima, riconoscibile per la croce di metallo, aiutati tra l’altro da qualche omino di pietra. Superato un corridoio tra i graniti, si giunge infine al cospetto del gigante di roccia che si deve rimontare seguendo gli sparuti omini posti nei passaggi più agevoli, badando però a non scivolare.

                          Durante la risalita si ammirerà la “colata di cera” a sinistra, mentre tutt’intorno, grossi esemplari di lucertola del Bedriaga si rincorrono, cacciano o prendono il sole sulle rupi. Ormai sulla cima (7.15, 1333 m s.l.m.), si passa in una strettoia tra le rocce, verso dx, dove, sedutisi accanto alla croce metallica, si ammirerà un immenso panorama spaziante dalla Corsica fino al Gennargèntu. Poco sotto si può visitare un lungo e stretto arco naturale. Dalla croce si torna indietro per il percorso dell’andata, seguendo l’asfaltata in discesa, percorrendo il sentiero AS3 oppure scegliendo a ritroso parte dell’itinerario AS9.

                          Sentiero da Caccaèddu a Capriòni – Li Reni e Punti panoramici

                          Difficoltà: Cinghiale. Sentieri, rocce, strade sterrate (hiking, parziale per nordic walking, mountain bike). Rovi, rami secchi sul sentiero e guadi. Pericolo cacciatori nei festivi da novembre a gennaio. Pericolo rocce e fogliame scivoloso in giornate umide o con ghiaccio. Guida consigliata. Pericolo moto da cross.

                          Lunghezza/durata: 7.17 km – 2h 20’ ca.

                          Dislivello: 390 m in salita; 390 m circa in discesa.

                          Attrattive principali: panorami su Limbara sommitale, Gallura, La Maddalena, Corsica. Boschi con specie rare. Osservazione di uccelli, rettili, mammiferi. Emergenze granitiche spettacolari.

                          START: Caccaèddu

                          1. Pioppi Caccaèddu
                          2. Incrocio bosco Caccaèddu
                          3. Guado Rio Val di Musca
                          4. Innesto pista Capriòni
                          5. Incrocio sentiero per Li Reni
                          6. Rio Li Reni
                          7. Bosco Ea Bedda
                          8. Bivio Li Reni
                          9. Bivio Punti Panoramici/Lu Pagghiòlu
                          10. Innesto sentiero Caccaèddu-Bucatìcci
                          11. Innesto strada Punti Panoramici
                          12. Punto panoramico
                          13. Bivio per Calarìgghju

                            Sentiero molto interessante, in gran parte immerso nel bosco, che collega l’area sommitale alla zona di Lu Pagghiòlu. Arrivati alla radura (0.0, cartello Caccaèddu, vedi AS3, 1080 m s.l.m.), trascurare i segnali e discendere a sx. Il primo tratto di percorso è in pineta artificiale, ma quasi subito ci si addentra in un fitto bosco a dominanza di lecci, ricco però di altre entità, alcune raramente osservabili nel resto del massiccio: agrifogli, corbezzoli, ornielli, salici, sorbi ciavardelli, pioppi tremuli, tassi e ontani presso i torrenti. Il sentiero ricalca un’antica carrareccia di carbonai in gran parte rovinata. Senza particolari intoppi si discende nel bosco, costeggiando da dx il corso di un torrente, fino ad avvicinarsi a questo, che sarà poi guadato due volte in poche decine di metri (0.8). Qui si incrocia un sentiero da sinistra (vedi AS6, 915 m s.l.m.) e si arriva a una radura (0.9) con rocce a sinistra, da cui si osserva l’estesa lecceta e di fronte il dominante massiccio di P. Suliàna.

                            Rientrati nel bosco, questo presto si trasforma in una macchia-foresta a dominanza di ericacee, in particolare corbezzoli ed Erica arborea. Numerosi rivoli discendono da dx e si sovrappongono al sentiero (1.16). Nelle stagioni piovose e dopo forti precipitazioni, inizia qui un tratto molto arduo, con grandi quantità d’acqua sul passaggio. Proprio dove il bosco s’infittisce e un ruscello inonda il cammino, sulla destra si osserva il rudere di una casetta. Oltrepassato questo, seguendo il centro del sentiero-greto, si supera una sorta di fonte con tubatura al suolo. Tra due file di macchia, si procede fino a intersecare il corso di un ennesimo ruscello che discende da destra e forma un piccolo acquitrino.

                            A sinistra rumoreggia un più carico corso d’acqua, il Rio Val di Musca. Qui possono sorgere ulteriori problemi quando il torrente ha una portata maggiore. Si cammina sulle pietre tra i rigagnoli che gorgheggiano sotto i piedi, finché si giunge al guado del rio Val di Musca (1.5, 820 m s.l.m.). Da questo punto si ammira l’ampia vallata di Lu Pagghiòlu, dominata a Est dal massiccio di Monti Biancu e M. di La Signora. Oltre il guado, poco dopo si passa accanto a una fonte a sx, trovata asciutta anche in pieno inverno, si rientra nel bosco misto di corbezzoli e lecci, e ci si allontana dal torrente.

                            Numerose sono le finestre naturali tra la vegetazione, dove ammirare le spettacolari cime dominanti a destra. Sempre in discesa, si rasentano vetusti corbezzoli su un tracciato che si fa vieppiù evidente, pervenendo infine a uno slargo con due stradine sterrate divergenti.

                            Discendendo a sx, subito s’incrocia la pista forestale che da Lu Pagghiòlu risale a Li Reni e ai Punti Panoramici (2.02, 735 m s.l.m.), in località Lu Capriòni: qui si interseca l’itinerario O11, poche decine di metri a monte del piccolo sbarramento sul Rio Li Reni, scendendo a sinistra.

                            Risalendo invece a dx, in un bosco sottoposto a periodici diradamenti, si perviene all’ingresso del sentiero che, per Ea Bedda, conduce al ponte sul Rio Li Reni (2.2, a sx presso il tornante a dx). Si risale nel bosco seguendo l’evidente tracciato. Per gran parte di quest’itinerario l’orientamento è avvantaggiato dalla presenza di una tubatura che segue la stessa via.

                            Si costeggia quasi subito un primo complesso di rocce a sinistra, oltre il quale si spalanca la valle del sottostante Rio Li Reni, dominata dalle cime di Monti Biancu e M. di La Signora.

                            Sempre in salita, si oltrepassa un secondo rilievo roccioso con un nuovo cambio di prospettiva e ulteriori aperture panoramiche. La vegetazione è costituita principalmente da corbezzoli e lecci, macchia di eriche e scarsi ginepri. Raggiunto un terzo punto panoramico con alte rocce a sx, cessa brevemente la salita. Sulla sinistra gli scenari sono sempre affascinanti e dominati dai blocchi ormai scomposti de La Signora, mentre il rumoroso torrente lascia intuire la presenza di salti o cascatelle. A destra domina la boscaglia. Ci si avvicina al corso d’acqua, dove è meglio non farsi tentare da un’apparente deviazione a sx che va verso questo (altro tubo). Si prosegue diritti, allontanandosi dal rio e scavalcando poi dei tronchi caduti a causa delle nevicate. Sempre in salita, si fiancheggiano delle rocce a sx, con nuovi scorci verso le cime del Limbara calangianese e, più a Sud, il complesso di P. Bandera.

                            Terminata quest’ascesa, all’interno del bosco, si incontra un’area umida (2.9, loc. Ea Bedda, 836 m s.l.m.). Oltre un ruscello e un roveto, sempre nel bosco, la tubatura sparisce, ma sono qui presenti degli omini di pietra che conducono infine a una sterrata e a un’area di taglio periodico dei lecci (3.18). Andando a sx, nell’evidente stradina, si perviene a un reticolato di fianco alla scalea con indicazione “Capriòni”, pochi metri a destra rispetto al ponte sul Rio Li Reni (3.42, 873 m s.l.m.).

                            Si sale a destra, raggiungendo presto un incrocio a T (3.8). Intrapresa l’erta a sx, si supera un primo tornante a sx con statuetta di santo ingabbiata in una roccia (4.01 dx). La strada si allarga presso un tornante a dx in cui si evidenzia uno sterrato assai irregolare. Dopo un paio di tornantini si tralascia una piccola area di sosta con muretti e l’ingresso arredato per M. Sedda (4.2 dx, sentiero curato ormai per scopi venatori), dopo di che il pendio si fa temporaneamente più clemente. Un tornante a dx (ampio panorama a Est sulla valle del Rio Li Reni e l’area cacuminale), un altro a sx e la strada diviene pressoché dritta, entra in una pineta artificiale e giunge a un’area con muretti e cartelli: Caccaèddu (dx) e Li Bucatìcci (sx) (5.37, vedi AS3). Ancora in salita, ci s’innesta sulla strada dei punti panoramici (5.54 dx), uno dei quali si può visitare sulle rocce a destra della strada (5.75).

                            Si prosegue senza strappi accanto ai rimboschimenti fino a un bivio (6.53, 1130 m s.l.m.) in cui si discende a dx. La nuova stradina porta ora in pochi minuti a Calarìgghju, luogo da cui l’escursione era partita (7.17). circa), indice della vicinanza di un altro nucleo di pioppi tremuli, a poche decine di metri sulla sinistra, inoltrandosi nel fitto lecceto. Il primo tratto di ripida pendenza termina in una radura con prato umido dove si interseca un altro sentiero (1.55, 990 m s.l.m.) che si dirige verso destra e si unisce poco dopo all’itinerario AS5, presso i guadi di Caccaèddu.

                            Si svolta però a sx, ancora in discesa, pervenendo poco dopo a delle frane di massi granitici che offrono anche numerosi scorci panoramici (1.9). Oltrepassate le caotiche colate di macigni in successione, con la sovrastante P. Suliàna a dominare a Nord-Est, le pendenze si inaspriscono e la lecceta è di nuovo fitta. Si superano alcuni grossi dolmen naturali, si costeggia un ruscello e lo si guada (2.5, alcune prese d’acqua nei dintorni), continuando però a seguirne il corso lungo la sponda destra. Qui si osserveranno altissimi esemplari di ontano svettanti nel folto dei lecci. Ci si allontana dal corso d’acqua e si incontrano dei pini, indicativi della fine del sentiero, che sfocia in una stradina più larga (3.1).

                            Giunti alla pista forestale (3.2, 675 m s.l.m., loc. Lu Fossu di Lu Salpènti) si svolta a sx (a dx si arriverebbe a un casolare della forestale, presso alcuni ciliegi dai succosi frutti, subito dopo il quale si incrocia l’itinerario O11). Appena prima del ponticello (3.35), si presenta la prima salita, terminata la quale (3.65) si prosegue in discesa, costeggiando a sx una rigogliosa zona umida. Riprende la salita, stavolta più lunga e impegnativa della precedente. Ultimata questa (4.45) si procede in un breve pendio scosceso che finisce in un’area di sosta contornata da bassi muretti (4.57, 774 m s.l.m.).

                            Qui si può abbandonare la sterrata, seguendo un nuovo tratto di sentiero immerso nel bosco. Proseguendo nella pista forestale, in ripida salita, si tralascia una stradina discendente ripida a dx (1.72) e si arriva a una biforcazione in cui si gira a sx (2.93), in loc. Lu Coddu di Abbafrìtta: la strada a destra termina dopo circa 0.4 km in uno spiazzo dove comincia un sentiero che in pochi minuti s’innesta a quello risalente da Pisciaròni, all’altezza dei bei salti d’acqua di Caldicciòsu (ulteriori 0.2 km dentro una fitta boscaglia di lecci e corbezzoli, vedi O8).

                            Di nuovo nel cuore del lecceto, si costeggia inizialmente la sterrata per poi distaccarsene e svoltare a sx in salita più impegnativa. Si giunge così a una sorgente contornata da poderosi ontani (5.2), subito dopo la quale il sentiero si allarga e si biforca (dritti si torna alla strada sterrata). Si risale a sx, nella boscaglia, incrociando una stradina: questa, se seguita a dx, riporta alla pista forestale; a sx discende fino a reinnestarsi a quest’itinerario al suo km 4. Si procede dritti, rasentando così un altro vasto ontaneto e un acquitrino immerso nel bosco, solcato da vari rivoli d’acqua (5.5).

                            Ancora in salita si perviene a una radura con fontanella, contornata da sedili di pietra (5.6), e con stradina che va a dx per collegarsi presto alla pista forestale, poco sopra il bivio di Lu Coddu di Abbafrìtta (5.7, 954 m s.l.m.). Qui le leccete lasciano il posto alle pinete di rimboschimento. Salendo nella sterrata, in pochi minuti si giunge alla scalea con muretti ove è l’ingresso del sentiero per Caldicciòsu (6.06, 978 m s.l.m.). Qui, al bivio si va a sx (a dx si arriva a Vallicciola, dopo un saliscendi attraverso rimboschimenti e punti panoramici – Sarra di Mezzu – lungo poco più di 2 km).

                            La strada sale costantemente tra pinete, garighe e rocciai di varie forme, spesso più simile al greto di un capriccioso corso d’acqua che a una pista, a causa soprattutto dell’erosione. Dopo un paio di tornanti si arriva infine a incrociare il sentiero imboccato all’andata (7.17).

                            Da Calarìgghju a Lu Salpènti

                            Ritorno per Abbafrìtta

                            START: Incrocio Calarìgghju

                            1. Innesto sentiero
                            2. Incrocio sentieri
                            3. Bosco di Pioppi
                            4. Incrocio di sentieri
                            5. Innesto strada Lu Salpènti
                            6. Innesto sentiero Abbafrìtta
                            7. Incrocio Abbafrìtta
                            8. Incrocio Caldicciòsu

                            Difficoltà: Cinghiale. Sterrate, sentieri e rocce (hiking). Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio. Pericolo moto da cross.

                            Lunghezza/durata: 7.17 km – 3h 20’.

                            Dislivello: 500 m circa in salita e 500 m circa in discesa.

                            Attrattive principali: Scorci su Gallura e Corsica. Boschi, piante endemiche e rare.

                            Avvistamenti di uccelli, rettili e mammiferi

                                Lungo la strada che da Vallicciòla conduce alle cime del Limbàra si incontra, presso una curva a dx, una sterrata a sx (0.0, 1070 m s.l.m.). Si raggiunge presto un quadrivio nel mezzo di un’ampia radura (0.1 circa, loc. Calarìgghju) e si svolta a sx in leggera salita (a dx e dritti vedi AS5). Quasi ultimata l’ascesa, si diradano i rimboschimenti e si osserva una stradina a sx (0.4 circa). Seguendo questa, si andrebbe prima alla polimorfa cima di M. Canu e, proseguendo lungo il sentiero immerso nella pineta, a Sarra di Mezzu (900 m in tutto).

                                Comincia la discesa, su un fondo stradale non in buone condizioni per la presenza di pietrame e solchi di erosione. Giunti all’incrocio col sentiero sulla destra (0.62) lasciare la sterrata per introdursi nella pineta (1075 m s.l.m.). La facile salita conduce a un pianoro di gariga dalle belle visuali ove il sentiero si biforca (0.75, reg. Cupunèddi): andando dritti si raggiungerebbe un lembo del vasto bosco che discende verso Abbafrìtta e Lu Salpènti, dove si trovano alcune popolazioni relitte di pioppo tremulo, miste a numerose altre specie arboree, come ontani, agrifogli, frassini e tassi. Si svolta però a destra, in direzione delle pareti granitiche e poi dentro il bosco di lecci, inizialmente rado. Comincia così la lunga discesa all’interno del bosco, sempre più folto.

                                Durante il tragitto l’esperto potrà notare alcuni alberelli di pioppo (1.3 circa), indice della vicinanza di un altro nucleo di pioppi tremuli, a poche decine di metri sulla sinistra , inoltrandosi nel fitto lecceto. Il primo tratto di ripida pendenza termina in una radura con prato umido dove si interseca un altro sentiero (1.55, 990 m s.l.m.) che si dirige verso destra e si unisce poco dopo all’itinerario AS5, presso i guadi di Caccaèddu.

                                Si svolta però a sx, ancora in discesa, pervenendo poco dopo a delle frane di massi granitici che offrono anche numerosi scorci panoramici (1.9). Oltrepassate le caotiche colate di macigni in successione, con la sovrastante P. Suliàna a dominare a Nord-Est, le pendenze si inaspriscono e la lecceta è di nuovo fitta. Si superano alcuni grossi dolmen naturali, si costeggia un ruscello e lo si guada (2.5, alcune prese d’acqua nei dintorni), continuando però a seguirne il corso lungo la sponda destra. Qui si osserveranno altissimi esemplari di ontano svettanti nel folto dei lecci. Ci si allontana dal corso d’acqua e si incontrano dei pini, indicativi della fine del sentiero, che sfocia in una stradina più larga (3.1).

                                Giunti alla pista forestale (3.2, 675 m s.l.m., loc. Lu Fossu di Lu Salpènti) si svolta a sx (a dx si arriverebbe a un casolare della forestale, presso alcuni ciliegi dai succosi frutti, subito dopo il quale si incrocia l’itinerario O11). Appena prima del ponticello (3.35), si presenta la prima salita, terminata la quale (3.65) si prosegue in discesa, costeggiando a sx una rigogliosa zona umida. Riprende la salita, stavolta più lunga e impegnativa della precedente. Ultimata questa (4.45) si procede in un breve pendio scosceso che finisce in un’area di sosta contornata da bassi muretti (4.57, 774 m s.l.m.). Qui si può abbandonare la sterrata, seguendo un nuovo tratto di sentiero immerso nel bosco.

                                Proseguendo nella pista forestale, in ripida salita, si tralascia una stradina discendente ripida a dx (1.72) e si arriva a una biforcazione in cui si gira a sx (2.93), in loc. Lu Coddu di Abbafrìtta: la strada a destra termina dopo circa 0.4 km in uno spiazzo dove comincia un sentiero che in pochi minuti s’innesta a quello risalente da Pisciaròni, all’altezza dei bei salti d’acqua di Caldicciòsu (ulteriori 0.2 km dentro una fitta boscaglia di lecci e corbezzoli, vedi O8).

                                Di nuovo nel cuore del lecceto, si costeggia inizialmente la sterrata per poi distaccarsene e svoltare a sx in salita più impegnativa. Si giunge così a una sorgente contornata da poderosi ontani (5.2), subito dopo la quale il sentiero si allarga e si biforca (dritti si torna alla strada sterrata). Si risale a sx, nella boscaglia, incrociando una stradina: questa, se seguita a dx, riporta alla pista forestale; a sx discende fino a reinnestarsi a quest’itinerario al suo km 4. Si procede dritti, rasentando così un altro vasto ontaneto e un acquitrino immerso nel bosco, solcato da vari rivoli d’acqua (5.5).

                                 Ancora in salita si perviene a una radura con fontanella, contornata da sedili di pietra (5.6), e con stradina che va a dx per collegarsi presto alla pista forestale, poco sopra il bivio di Lu Coddu di Abbafrìtta (5.7, 954 m s.l.m.) . Qui le leccete lasciano il posto alle pinete di rimboschimento. Salendo nella sterrata, in pochi minuti si giunge alla scalea con muretti ove è l’ingresso del sentiero per  Caldicciòsu (6.06, 978 m s.l.m.) . Qui, al bivio si va a sx (a dx si arriva a Vallicciòla, dopo un saliscendi attraverso rimboschimenti e punti panoramici – Sarra di Mezzu – lungo poco più di 2 km).

                                La strada sale costantemente tra pinete, garighe e rocciai di varie forme, spesso più simile al greto di un capriccioso corso d’acqua che a una pista, a causa soprattutto dell’erosione. Dopo un paio di tornanti si arriva infine a incrociare il sentiero imboccato all’andata (7.17).

                                Da Vallicciola a Monte Longu per S’Altòre e M. S’Ampulla

                                Difficoltà: Muflone. Sterrate, sentieri e rocce (hiking, parziale per nordic walking e mountain bike). Pericolo di rocce scivolose in giornate umide o con ghiaccio.

                                Pericolo cacciatori nei festivi da novembre a gennaio. Fitta vegetazione sui sentieri. Fare attenzione agli omini di pietra. Pericolo moto da cross nelle sterrate.

                                Lunghezza/durata: 11 km, 4h 30’.

                                Dislivello: 140 m circa in discesa e 170 m circa in salita.

                                Attrattive principali: panorami a 360°. Piante endemiche e rare, alberi monumentali. Incontri con rettili, uccelli (aquile), mammiferi. Emergenze granitiche spettacolari.

                                START: Vallicciola

                                1. Bivio Aricchiòni
                                2. Bivio Viale 2 Comuni
                                3. Laghetto Miriachèddu
                                4. Bivio per Baligiòni
                                5. Bivio a destra
                                6. Bivio dritti
                                7. Bivio Framinghèddu
                                8. Guado Rio Badu Ebbas
                                9. Roccia del Pinguino
                                10. Tasso monumentale
                                11. Monte S’Ampulla
                                12. Monte Longu
                                13. Laghetto e bivio area sosta M.Longu
                                14. Incrocio piste
                                15. Monti Piciàtu
                                16. Fradi Giaghèddi

                                L’itinerario percorre in parte il “Cammino dell’Alleanza n. 17”.

                                Da Vallicciola (0.0) si ignorano le intersezioni di Aricchiòni (0.65) e viale dei due Comuni (1.2). Superato il laghetto di Lu Miriachèddu (1.6), imboccare poco dopo il secondo bivio a sx (2.15, 1005 m s.l.m.) e andare a dx al successivo incrocio (2.74, a sx va a Funtana di Li Scopi). La strada sale in pineta dalle abbondanti felci e i vivacissimi crochi. Dalle guglie del rocciaio a sx, di facile scalata, con pinnacoli antropo e zoomorfi, si gode uno dei più ampi panorami sul Limbara cacuminale. Sulla destra si nota prima un sentiero tra i pini (3.0, conduce a La Calcìna o a Campu di Li Boi) poi un rudere e una piccola conca fraicàta (3.1). All’apice della salita si trascura una deviazione a sx (3.3).

                                Lungo la discesa, il percorso offre di tanto in tanto scorci verso Tempio, Aggius, Bortigiàdas, fino al Golfo dell’Asinàra. Nel frattempo i lecci e la macchia sostituiscono gradualmente i pini. Si giunge a Framinghèddu (4.06, 1020 m s.l.m., vedi O4 e AS8), svoltando a sx, nell’ericeto, fino a che ci si affaccia nella valle del Rio Badu Ebbas, collocata tra Baligiòni e Monte S’Ampulla a sx e i rilievi di S’Altòre in basso a dx. Si discende lungo il sentiero, tenendo come riferimento gli omini di pietra. Ci si addentra in una lecceta a dx. Qui s’incontrano dei muretti a secco e si scende a sx.

                                Nel bosco il sentiero è curato per scopi venatori. Giunti presto allo scoperto si procede tra gariga e rocce a forma di dita protese, fino ai segnali del C.A.17 (4.77, 960 m s.l.m.) che qui s’incrocia nel tratto tra il Bivio Demartis e M. S’Ampulla, ai piedi di S’Altòre: verso Sud-Est è la valle del Rio Badu Ebbas e, oltre, l’aspra zona che conduce al M. S’Ampulla; a SudOvest i rilievi rocciosi che nascondono la regione di S’Ampulla (Comune di Oschiri) dalle inesauribili fonti, raggiungibile andando a destra.

                                Seguendo omini di pietra e segnali del C.A.17 si procede a sx, guadando il rio (5.0, 932 m s.l.m.) e risalendo con vari cambi di direzione, verso un affioramento granitico caratterizzato da un monolite dalle fattezze di pinguino (5.3), su una frana di grandi massi, scomoda da rimontare, superata la quale ci s’imbatte in un’altra ben più lunga ed erta frana di sfasciume granitico. Durante la risalita si consigliano frequenti soste, anche per ammirare l’esteso panorama. La salita si attenua vicino a un alto spuntone roccioso sotto cui svetta un grande vetusto tasso (Taxus baccata), addossato alla parete rocciosa in parte fratturata (5.6 dx, 1051 m s.l.m.). Abbandonando il percorso, è possibile avvicinarsi al patriarca, arrivare ai suoi piedi e ammirare il tronco contorto emergere dalle fratturazioni granitiche di massi ciclopici, da cui sbucano anche giovani esemplari di questa specie relitta, insieme a degli agrifogli. È problematica l’esposizione a Nord dell’ameno boschetto, cui si aggiunge un ingente sviluppo di muschi, molto scivolosi dopo le piogge o in periodi particolarmente umidi. È dunque consigliabile l’esperienza in giornate ventose e asciutte e in condizioni di forma ottimali.

                                Riprendendo il sentiero, si risale verso Sud, tra bizzarre rocce digitate, raggiungendo una valletta d’alta macchia, ove gli omini di pietra sono disposti sul terreno. Si arriva ai piedi di Monte S’Ampulla (5.83), raggiungibile seguendo i segnali che a destra guidano tra le profonde fessurazioni rocciose, veri e propri corridoi orientati a SudEst. L’ascesa è comoda e la cima (1086 m s.l.m.) offre un paesaggio di assoluta bellezza: da Est a Ovest, il Limbara sommitale; più in profondità i monti di Alà, il Logudòro e i suoi paesi, il Lago Coghinas, l’Anglòna, Osilo, il Golfo dell’Asinàra, Bortigiàdas, Aggius e i suoi monti. Oltre, spiccano il Montàlbo, il Supramònte di Olièna e, nelle giornate terse, le cime del Gennargèntu.

                                Verso Nord si può godere della vista della Corsica. Ridiscesi dalla cima, ci si dirige a dx, raggiungendo un’altra area di macchia, in cui è necessario seguire con attenzione gli omini sul terreno, fino a una radura.

                                Andando a sx per il ripido pendio roccioso, s’incontra un cartello ligneo del C.A.17, si rasenta un perastro avviluppato da licheni, poi un passaggio di roccia un po’ impervio, discendendo infine decisi verso una valletta affollata di eriche. Da qui si può osservare a sx una bizzarra serie di rocce che ricordano fette di pane appena tagliate (1041 m s.l.m.). L’ericeto è superato proprio nel suo punto più stretto, dove si guada un rigagnolo e si risale sulle ampie rocce antistanti. Si svolta a sx, tra strettoie granitiche, dopo di che il sentiero si fa comodo in un brullo pianoro. Oltre un nuovo fitto ericeto, si attraversa un’area spoglia e dalle grandi visuali, in leggera discesa, per risalire poi sulle rocce.

                                Oltrepassata un’ennesima frana (cartello C.A.17), da superare con prudenza saltellando sui grandi massi, si nota l’avvicinarsi del Monte Longu. Puntando verso un basso reticolato, lo si scavalca proprio nel fondo della valletta in cui scorre il ruscello che, più a valle, alimenterà il Rio Caràsu (6.68, 1000 m s.l.m.). Si risale ora costeggiando il reticolato, in gariga e prati di zafferanetti, incontrando un nuovo cartello C.A.17 affisso su un leccio. Questo versante si valica in una curiosa strettoia tra le rocce, dove lo zaino stenta a passare. Incontrato il segnale C.A.-FIE, il cui vertice è orientato verso Nord (7.0, 997 m s.l.m.), si offrono due alternative:

                                1. Dir. Stazzo Alba Baròna-Funtana di Li Scopi: seguendo il segnale a sx, si risale tra la macchia, in direzione Nord. Il sentiero diviene comodo tra rocciai bassi e modesti ericeti, consentendo splendidi panorami, fino a intersecare la pista indicata in AS8 (7.5).
                                2. Dir. Monte Piciàtu: si giunge al cospetto del M. Longu (1010 m s.l.m.) e si contemplano i preziosi merletti e le vistose tafonature del suo profilo Nord-orientale.

                                Volendo si può risalire il lato Ovest del picco granitico fin sotto la cima, per godere di un punto panoramico straordinario su tutto ciò che sta a oriente e meridione del monte. Seguendo i segnali del C.A.17 ci si porta, per vari passaggi tra macigni e macchia, di fronte al suo profilo settentrionale: un bizzarro spuntone, poco sotto la cima, è indistinguibile da una capretta comodamente sdraiata, col capo rivolto verso Est. Allontanandosi dal selvaggio picco, ci si dirige verso la fascia tagliafuoco che in inverno è acquitrinosa, con pozze, rivoli e un laghetto dalle acque limpide, che si prosciuga del tutto in estate (7.47).

                                Subito dopo di questo si trova una stradina a dx che discende fino alla strada Berchidda-Vallicciola o all’area di sosta di Monte Longu (8.5, vedi S4).

                                Si prosegue dritti, fino a un’ampia spianata ricca di zone umide nei mesi invernali (7.97, 963 m s.l.m.), dove s’intersecano diverse piste:

                                1. abbandonando il C.A., svoltando a sx, superare un basso reticolato e risalire verso le conifere per un’evidente pista forestale che attraversa una vasta zona umida ricoperta da fitte eriche, risalendo poi fino alla Funtana di Li Scopi (8.8, vedi AS8);
                                2. scendendo a dx per l’ampia sterrata, dopo 450 m di pinete, ci si inserisce nell’itinerario S4, al suo km 8.3 (935 m s.l.m.).
                                3. l’itinerario procede diritto nella sterrata, verso Monte Piciàtu (1015 m s.l.m.). I panorami sul Limbara sommitale sono invidiabili.

                                Finita la salita ci s’innesta in un’altra sterrata con ampio punto panoramico sulla destra (8.9).

                                Svoltando a dx si giunge alla strada che dal Viale dei Due Comuni conduce al lago di Li Sciùcchi (9.4, 1020 m s.l.m.). L’invaso è ben visibile da questo punto, se ci si sporge al margine del prato a destra presso l’incrocio, alle spalle di un muretto a secco tra le rocce. Imboccata ora la sterrata a sinistra, si perviene in breve al bivio del viale dei due comuni (9.78) dal quale, svoltando a destra si torna a Vallicciola (11.0).

                                Discoglosso sardo (Discoglossus sardus) -Testuggine d’acqua (Emys orbicularis)
                                Discoglosso sardo (Discoglossus sardus) -Testuggine d’acqua (Emys orbicularis)

                                Da Vallicciola a Baligiòni per Monte Piciàtu – Framinghèddu – La Iàtta

                                Difficoltà: Turista/Cinghiale. Sterrate, sentieri e rocce (hiking, nordic walking, parziale auto e mountain bike). Pericolo rocce scivolose in giornate umide o con ghiaccio. Pericolo cacciatori nei festivi da novembre a gennaio. Pericolo moto da cross nelle sterrate. Attraversamento di proprietà private.

                                Lunghezza/durata: 12.4 km; 4h ca.

                                Dislivello: 150 m sia in salita sia in discesa.

                                Attrattive principali: panorami a 360°. Piante endemiche e rare, boschi, alberi monumentali. Incontri con rettili, uccelli, mammiferi. Emergenze granitiche rilevanti.

                                START: Vallicciola

                                1. Bivio Eliporto
                                2. Ruderi Stazzo Tre Funtàni
                                3. Incrocio Viale dei Due Comuni
                                4. Bivio Fradi Giaghèddi
                                5. Monte Piciàtu
                                6. Bivio per Monte Piciàtu
                                7. Bivio per Baligiòni
                                8. Bivio Li Scopi
                                9. Funtana di Li Scopi
                                10. Stazzo Alba Baròna
                                11. Bivio a destra
                                12. Sentiero per Monte Longu
                                13. Bivio ritorno a Li Scopi
                                14. Bivio a sinistra
                                15. Bivio Framinghèddu
                                16. Casa Framinghèddu
                                17. Bosco Fanzòni
                                18. Incrocio sentieri
                                19. Fine sentiero/inizio pista
                                20. Campu di Li Boi
                                21. “Ruderi romani”
                                22. Bivio dritti
                                23. Bivio Campianàtu
                                24. Bivio per Aricchiòni
                                25. Bivio Aricchiòni

                                  Si parte dalle case forestali (0.0) in direzione dell’eliporto del Limbara. Al termine della salita si imbocca una stradina a destra, poco prima del muro confinario dell’eliporto (0.5, 1084 m s.l.m.).

                                  Si cammina lungo la recinzione esterna dell’eliporto, poi in un altopiano costituito da rocce e garighe, infine presso un’area di rimboschimenti. Oltrepassati dei ruderi (1.5, loc. Stazzo Fradi Giaghèddi), si incrocia la sterrata principale presso un trivio con rudere antistante e il cartello con scritto Viale dei due Comuni (1.7, 1043 m s.l.m.). Si prende la strada a sinistra, quasi parallela a quella da cui si è provenuti. In gradevole discesa si svolta a dx (2.0), inoltrandosi nella pineta di rimboschimento, fino alla località di Monte Piciàtu, dove alla successiva diramazione si procede dritti (2.57). Si rincontra presto la sterrata che da Vallicciola porta al Passo Limbara (3.0 sx, 1010 m. s.l.m.). Quasi subito si va a sinistra.

                                  Il dolce pendio riporta verso i rimboschimenti, arricchiti qui da alberi di rovere. Si curva ancora a sx al successivo incrocio (3.66), superando quasi subito il vascone di Funtana di Li Scopi (3.9, 1027 m s.l.m.), un cancello, una stradina declinante a sx (vedi AS7), e subito dopo un’altra che sale a destra. Si vada però dritti, passando di fianco a una casupola con accanto una roulotte e degli orti nei pressi (4.06, Stazzo Alba Baròna). A dx alla successiva biforcazione (4.4), si osserva il diradarsi dei rimboschimenti: a dominare gli scenari è qui la boscaglia di ericacee e lecci. Si allargano inoltre i panorami verso Sud e Ovest, finché si curva bruscamente a destra (4.8), tralasciando subito prima l’innesto del Cammino dell’Alleanza per Monte Longu (vedi AS7, 1040 m s.l.m.).

                                  Ora, a sinistra, si fiancheggia la giogaia di Baligiòni, ricca di lecci e rupi granitiche. Si rientra nell’area interessata dai rimboschimenti, fino a un nuovo bivio, dove si prosegue a sx (5.54, a dx si torna a Li Scopi). Ai pini si aggiungono abeti. Dopo due cancelletti di rete si discende fino all’innesto nella più ampia sterrata (5.93), svoltando a sinistra in direzione di Framinghèddu.

                                  Qui giunti (6.72, 1068 m s.l.m.), si gira a destra, verso la vicina casetta (7.0). Appena oltre questa iniziano tre sentieri, un primo a sinistra (dal muro a secco), un secondo è evidente al centro e l’ultimo resta più nascosto verso destra. Si tratta di sentieri di caccia che si inoltrano nelle boscaglie e nei boschi della zona. Si imbocca quello di destra, penetrando subito in un contesto di lecceta con presenza di corbezzoli, eriche e salici: ciò per via delle aree umide ivi presenti, testimoniate da due fontanelle, una presa d’acqua e alcuni rivoli. Si procede senza esitazioni nella boscaglia, osservando gli omini di pietra sul terreno. Una seconda presa d’acqua è superata salendo a destra e rientrando nel bosco a sx. Si arriva così a un bellissimo relitto forestale (7.5), individuabile quando si giunge ai piedi di un grosso leccio bicipite accanto a una terza presa d’acqua da cui sgorga un rigagnolo (Fanzòni, 1013 m s.l.m.).

                                  Seguendo questo verso valle si potranno ammirare, tra gli altri, due colossali alberi di corbezzolo (uno dei quali crollato su dei salici circostanti ma ancora vivo e rigoglioso); lecci vigorosi; imponenti salici; agrifogli slanciati e due tassi dalle altissime chiome.

                                  Risalendo, oltre il ruscello, in un intervallarsi di boscaglie e rocce basse, si attraversa un’area prativa ricca di felci aquiline, mentre a destra si fanno più vicine le pinete di rimboschimento. Si scavalca il reticolato, inserendosi subito presso un evidente sentiero che esce dalla pineta, a poca distanza da un rudere (7.94, 1050 m s.l.m.). A sx (Nord) e in discesa, nella macchia di eriche e tra radi pini, dopo l’ennesima presa d’acqua, si perviene a una radura ricca di pulvini di ginestre (8.22). Qui si curva a destra, entrando nel bosco di pini e abeti (Pseudotsuga menziensii), fino a una radura dove il sentiero diviene una stradina sterrata (8.4, 1005 m s.l.m.). Si percorre questa fino a incrociare l’itinerario O6 (8.8), proseguendo dritti, in loc. Lu Campu di Li Boi. Sulla destra si osserva un rimboschimento di frassini, in quella che un tempo era una vasta zona umida dall’altissimo valore biogeografico, bonificata e distrutta come altre negli anni ’60 e ’70 del XX secolo per impiantare i rimboschimenti.

                                  A sinistra (8.95) si trova un sentiero che conduce verso i “Ruderi Romani” di La Iàtta (958 m s.l.m.), indicati nell’IGM, immersi in un bosco misto di lecci e pini, ma di incerta datazione. L’osservazione dei luoghi lascia infatti pensare a un insediamento recente.

                                  Si avanza nella sterrata, che alterna ai suoi margini pinete e zone di macchia alta, fino a un bivio (9.84) dove si va diritti (a dx torna dopo 700 m di salita al Viale dei Due Comuni), raggiungendo poco dopo il ponticello sul Rio Lu Frassu (10.54) e la strada asfaltata descritta in O7 (10.66 dx, loc. Multaràgna, 972 m s.l.m.). Poche decine di metri sopra quest’incrocio si svolta adestra, sulla sterrata che conduce facilmente alla strada descritta in O6 (11.75), a ormai breve distanza da Vallicciola (12.4), sulla sinistra.

                                  Il Giardino del Pavari

                                  Risalgono ai primi decenni del XX secolo i primi interventi di riforestazione di alcune aree sul Limbara e proprio in questo periodo il pioniere delle Scienze Forestali, Aldo Pavari (1888-1960), incluse il Limbara nel suo programma di sperimentazione riguardante l’introduzione di specie esotiche in Italia. Lo studio consisteva nel piantare in diverse parcelle sperimentali d’Italia, da Nord a Sud, numerose specie alloctone, anche di origine extraeuropea, come gli eucalipti australiani o le sequoie americane, per poter poi osservare l’evoluzione che tali impianti avrebbero avuto, quindi monitorare gli eventuali processi di adattamento di queste essenze. Il tutto si collocava all’interno di studi di Ecologia Forestale ed Ecofisiologia, scienza da lui inventata. A Vallicciola e in altre zone limitrofe furono quindi impiantate varie specie esotiche, sia di origine europea sia americana e, in un caso, africana. Sono presenti, infatti, abeti (Abies sp.pl.), abete di Douglas (Pseudotsuga menziensii), cipresso di Lawson (Chamaecyparis lawsoniana), sequoie (Sequoiadendron giganteum), cedri (Cedrus atlantica), querce rosse americane (Quercus rubra), faggi (Fagus sylvatica), aceri di monte (Acer pseudoplatanus), robinie (Robinia pseudoacacia), pioppi (Populus sp. pl.), ciliegi (Prunus cerasus). A oltre mezzo secolo da queste introduzioni (i primi rimboschimenti con pini alloctoni, tra tutti Pinus nigra subsp. laricio, endemita corso,si collocano infatti al 1919-20), la situazione vede nei pini, negli abeti e negli aceri le specie che meglio si sono adattate, con plantule e alberelli ormai spontanei che si diffondono in varie zone. Il numero delle sequoie invece è diminuito per vari fattori, non ultimo il fatto che gli alberi furono piantati molto a ridosso gli uni degli altri, senza tener conto perciò delle ragguardevoli dimensioni che questi alberi possono raggiungere in natura.

                                  Da Frati Mèndula a P. Bandera per Supràppare

                                  Difficoltà: Muflone. Sentieri e rocce (hiking). Attenzione al granito viscido in giornate umide o con ghiaccio. Pendenze ripide. Pericolo cacciatori nei festivi tra novembre e gennaio.

                                  Lunghezza/durata: 3.9 km – 2 h 30’ ca.

                                  Dislivello: 200 m circa in salita, 80 m circa in discesa.

                                  Attrattive principali: panorami a 360°. Numerose piante endemiche e rare. 

                                  Fauna: uccelli, rettili, mammiferi. Rocce spettacolari

                                  START: Frati Mèndula

                                  1. Roccia pennacchio
                                  2. Incrocio di sentieri
                                  3. Incrocio sentiero
                                  4. Punto panoramico sul Logudòro
                                  5. Quadrivio sotto Supràppare
                                  6. Arco di Supràppare
                                  7. Pedra Supràppare
                                  8. Antenna Berrìtta
                                  9. Punto panoramico
                                  10. Incrocio sentiero Punta Bandera
                                  11. Roccia del Cavallo
                                  12. Punta Giugantinu
                                  13. Punta Sa Berrìtta
                                  14. Punta Balistrèri
                                  15. Punta Bandera

                                  ARRIVO: Acquitrino Punta Bandera

                                    L’ingresso del sentiero si può raggiungere da Vallicciola seguendo due strade:

                                    1. andare verso Berchidda (vedi S4) e svoltare a sinistra all’incrocio dopo l’eliporto (cartello per M. Grossu). Risalire poi nella sterrata trascurando l’innesto del sentiero descritto in AS3. Dopo la discesa si trova uno slargo con vascone d’acqua a destra.
                                    2. salire nell’asfaltata per le cime e al dosso imboccare la sterrata a dx (vedi AS4). Senza deviazioni, risalire fino al termine della salita e girare a dx.

                                    Si giunge presto a un pianoro con rada gariga molto panoramico, oltre il quale inizia una lenta discesa che conduce, dopo aver superato un laghettino stagionale a sx e un boschetto con ruderi a destra, a una grande cisterna d’acqua con slargo e retrostante sentiero (1130 m s.l.m.).

                                    Si parte dal deposito idrico (0.0, loc. Frati Mèndula). Il tracciato risale nel bosco, evidente, dritto verso gli antichi recinti indicati in AS3. Giunti però al ponticello ligneo (0.1), si tralascia questo per svoltare a sx, lungo il ruscello (seguire il tubo di plastica nero), pervenendo presto alla base di una frana di grossi e caotici massi granitici (0.2). Si rimonta con estrema prudenza questa frana, in un antico ceduo dove sono presenti lecci, agrifogli e tassi. A metà salita si fiancheggia a dx, tra i vigorosi lecci, una strana roccia a forma di pennacchio. Per via della totale assenza di ciottoli, questa frana è quasi del tutto sprovvista di omini di pietra. In un continuo susseguirsi di arrampicate sulle rocce, si svolta a sx (0.48), raggiungendo una larga zona di macchia, con pochi alberi. Si procede a Est, nell’ericeto, in direzione del versante occidentale e settentrionale di P. Giugantinu. In un alternarsi di garighe e rocce basse, si costeggia il massiccio fino a discendere uno stretto corridoio tra rocce e vegetazione e, una volta raggiunte le pendici del complesso rupestre, si sale la vasta frana (1.0 dx, 1270 m s.l.m.). Tra sparsi lecci, agrifogli, tassi e sambuchi, si arriva al pianoro sottostante al cono di Giugantinu (1.15, 1300 m s.l.m.), incrociando gli omini dell’itinerario AS4. Dopo aver visitato la cima di Giugantinu, si discende a sx, costeggiando il secondo torrione del suddetto complesso granitico, dopo il quale si superano alcuni lecci, tra gradini naturali, abbandonando poi il tracciato per andare a dx (Sud-Est), nel brullo ambiente di gariga e rocce (1.37). Qui si individuano degli omini di pietra. Zigzagando tra le rocce si avvicina e poi ci s’inoltra in una pineta artificiale, dopodiché si incontrano i paletti di confine tra Tempio e Berchidda (1.75). Si risale sulle rocce, uscendo dalla valletta e costeggiando un vasto affioramento granitico a destra, finché ci si affaccia a un punto panoramico dove compare il Logudòro (1.94, 1287 m s.l.m.): spettacolari i paesaggi, incorniciati dagli affascinanti spuntoni granitici ai due lati. Si seguono gli omini di pietra chesi dirigono a sx (Nord-Est), nella gariga, ancora sul fianco di un’altra lunga ed elevata eminenza granitica dalle forme più svariate.

                                    All’apice dell’ascesa, sotto un torrione dalle singolarissime fattezze, di fronte spicca ora il colossale masso sospeso di Supràppare, a dominare il sottostante avvallamento. In fondo alla successiva breve discesa si trova un incrocio di sentieri (2.17, 1295 m s.l.m.). Andando a dx si può visitare un meraviglioso arco naturale posto ai piedi di Supràppare. Vari omini di pietra guidano in una grossa frana d’imponenti massi granitici. Giunti in vista dell’arco (dopo 170 m, 1265 m s.l.m.), bisognerà arrampicarsi su alcune rocce a sinistra e così riposarsi all’ombra di questo straordinario monumento della natura.

                                    A sx ci si riconnette all’itinerario AS3, presso un pino prostrato, accanto al punto in cui il sentiero suddetto si allarga divenendo una comoda sterrata che a sinistra discende alla chiesetta della Madonna della Neve.

                                    Si sale dritti in un percorso tra gariga e rocce, a tratti difficile, rimontando la valletta dove campeggia qualche tasso, e si perviene, tra ciottoli e gariga, in un sito meno impervio sotto degli spuntoni granitici. Qui si svolta a dx (2.32, omini a sx vanno verso l’antenna di P. Sa Berrìtta), salendo sulle rocce ripide fino a delle pittoresche vasche naturali scavate dalle intemperie. Scalate due pareti rocciose, si sguscia sotto un grosso masso in apparente precario equilibrio, aggirato il quale si emerge sulla rupe antistante a Sa Pedra Supràppare (2.43).

                                    Solo i più temerari, con prudenza, potrebbero scendere fin quasi a toccarla, in uno stretto corridoio con strapiombi da ambedue i lati, limite massimo raggiunto da chi scrive. Da qui, in basso a Ovest, si ammira l’arco naturale sopra citato.

                                    Dalla roccia sospesa di Supràppare ci si può dirigere verso P. Sa Berrìtta, riconoscibile per l’ingombrante presenza del ripetitore, tra rocce di grande fascino e rada gariga, fino a un muretto sovrastato da uno spuntone con tasso in cima dove si va a dx e si fa evidente il sentierino che passa sotto l’antenna (2.73). Qui si trova la strada in cemento che porta a P. Balistrèri o a Vallicciola, 1335 m s.l.m.

                                    Si vada però a dx, lungo la sterrata che rasenta P. Sa Berrìtta e prosegue verso Est, in un’estesa gariga bordata dalle cime più elevate dell’intero massiccio. Dopo aver offerto diverse opportunità paesaggistiche verso Sud, la stradina ridiviene sentiero e s’incunea in una stretta valletta ove compare il complesso di P. Bandera. Si discende questo sentiero-greto fino a un muretto con scalea (3.1).

                                    Si segue ora il tracciato nella gariga, mentre a destra si ammira la parte più alta della Valle di Supràppare, dominata a Est dalle cuspidi di Su Paltilàtte. Attraversato il rado ericeto, camminando parallelamente al limite confinario e alla pineta artificiale, si interseca un chiaro sentiero poco distante da una sterrata a sx (3.32). Da qui, procedendo dritti lungo il tracciato, è facile raggiungere P. Bandera (vedi AS1), oppure si va alla sterrata per risalire a sx verso P. Balistrèri o discendere a destra verso Funtana Bandera. Scegliendo di abbandonare il sentiero (rari omini di pietra) per spostarsi sulle rocce a dx, apparirà subito il profondo vallone di Supràppare, ricoperto di fitti ericeti, interrotti di tanto in tanto da lecci e agrifogli: questo separa il costone cacuminale (a Ovest) dal gruppo di Su Paltilàtte (a Est). Guardando a occidente, si coglie l’inconfondibile mole de Sa Pedra Supràppare.

                                    Proseguendo tra le rocce in direzione Sud si troverà, al margine di un affascinante anfiteatro di rocce, uno spuntone a forma di testa equina con ampia criniera (3.57, 1321 m s.l.m.).

                                    Anche da questo punto il panorama è grandioso sul Logudòro orientale e sui monti a Sud del Limbara. Andando a vista lungo l’altopiano, in direzione Est, si perverrà presto al pianoro dirimpetto a P. Bandera e al suo acquitrino (3.9, 1295 m s.l.m.).

                                    La roccia sospesa

                                    Sa Pedra Supràppare o Rocca Manna Supràppare (Su Pràppare nell’IGM, 1330 m s.l.m.), può a buon diritto considerarsi il simbolo del Limbara. Si tratta dell’elemento naturale maggiormente riconoscibile se si osserva il monte dal Logudòro.

                                    La sua posizione centrale, nell’area cacuminale, nonché la forma e la mole imponente la rendono facilmente distinguibile rispetto al caos dei paraggi.

                                    L’occhio esperto riconoscerà certo anche P. Bandera e P. Giugantinu, ma il fascino sprigionato da questo masso non trova pari nel resto del massiccio.

                                    Indice completo della Guida

                                    (in neretto le parti pubblicate in questo estratto)

                                    Il territorio e la natura 7

                                    Visione d’insieme 11

                                    Il granito del Limbara 17

                                    Idrografia del Limbara 19

                                    I funghi 23

                                    La flora 35

                                    La fauna 47

                                    Limbara – i comuni 61

                                    Berchidda 63

                                    Calangianus 71

                                    Oschiri 79

                                    Tempio Pausania 85

                                    Limbara – Visite ed escursioni 93

                                    Limite orientale 96

                                    Limite meridionale 97

                                    Limite occidentale 100

                                    Limite settentrionale 103

                                    ESCURSIONI DAL LIMITE OCCIDENTALE

                                    O1 Da San Leonardo-Pianas a Funtana Majore e P. Sa Chigàntula 106

                                    O2 Dalla SS392 alla diga Coghinas, Bilgàlzu, Peguròne 110

                                    O3 Stazzo di Giagòne e Miniere di Tuccone 116

                                    O3b Dalle Miniere di Tuccone al Nuraghe Ruju di Balascia 120

                                    O4 Escursione a Framinghèddu per S’Ampulla, Li Fanghi 122

                                    O5 Dal Passo Limbara a Balascia 126

                                    O6 Dal Passo Limbara a Vallicciola 132

                                    O7 Da Capriòni a Vallicciola, alle cime 136

                                    O8 Da Curadorèddu a Piasciaròni, Scupòni e Caldicciòsu 140

                                    O9 Da Curadorèddu a Passo Limbara per Fundu di Monti

                                    O10 Da Baldu a San Bachisio 148

                                    O10b Da Baldu al Passo Limbara 150

                                    O10c Da Baldu a Tempio Pausania 151

                                    O11 Da Li Mulìni a Monti Biancu, Monti di Li Conchi, ritorno da Li Reni 152

                                    ESCURSIONI DAL LIMITE MERIDIONALE

                                    S1 Visita al castello di Monte Acuto 158

                                    S2 Valle del Rio Caràsu 162

                                    S2b Circuito dallo stazzo Su Crabìle a Caràsu 166

                                    S2c Da Su Frassu Toltu a M. Longhèddu 168

                                    S3 Escursione a Punta Sa Chigàntula e rientro da Caràsu 172

                                    S4 Strada da Berchidda a Vallicciola 176

                                    VISITA AL CANTIERE FORESTALE DI BERCHIDDA

                                    Itinerari nel Cantiere Forestale di Berchidda 182

                                    D1 Da Sas Soliànas a S’Erìtti per Monti Alvu e P. Pedru e Giuànne 182

                                    D2 Da Berchidda al Giardino delle Farfalle 186

                                    D3 Da Su Ponte ‘e Su Fraìle a Sa Dispensa 190

                                    D4 Dalle case forestali a Sa Dispensa – Monte Giolzìa 194

                                    D5 Da Sa Dispensa a S’Erìtti per Badu ‘e Furru e Sa Rocchèsa 198

                                    D6 Da Badu ‘e Furru a P. Bandera, P. Giugantinu, Valle di Supràppare 202

                                    D7 Da Sa Dispensa a Littu Siccu 208

                                    D8 Sa Contra ‘e S’Ebba – S’Abba ‘e S’Alinu 214

                                    D9 Sentiero per S’Abba ‘e S’Alinu 218

                                    D10 Ascesa a Montalvu – Serra ‘e Mesu – Sos Pedrajòlos – Costa Carracàna 220

                                    ESCURSIONI DAL LIMITE ORIENTALE

                                    E1 Da Vena Limbara a Calangianus 226

                                    E1b Ascesa a Cuntrèddi Vintòsi 229

                                    E2 Da Lu Rustu a M. La Pira – ritorno per Canale Arcànzelu 230

                                    E2b Sentiero per Su Furrighèsu 234

                                    E3 Cascata di Terramàla – Stazzo di Alinèdu 238

                                    E3b Dallo stazzo S’Alzòne a Costa Carracàna 241

                                    E3c Stazzo Su Polchilèddu e M. Su Castèddu 243

                                    E4 Punta Su Lèppere 246

                                    E5 Visita alle chiese campestri di Berchidda 248

                                    E6 Dalla SP138 allo stazzo Pedru Fadda per Rio S’Unchinu e Su Raighinòsu 252

                                    ESCURSIONI DAL LIMITE SETTENTRIONALE

                                    N1 Da Calangianus alla Tomba di Giganti di Pascaredda e Monti di Deu 256

                                    N2 Dalla Madonna delle Grazie a Monti Longu 260

                                    N3 Da Monte La Trona a Crìspoli, Li Conchi, Monti Biancu per Vena Mala264

                                     

                                    ESCURSIONI NELL’AREA SOMMITALE

                                    AS1 Circuito Li Conchi – Li Reni – Li Bucatìcci – P. Bandera e Costa Carracàna 268

                                    AS2 Da Li Conchi a Monte La Pira per Pian di Scopa 274

                                    AS3 Circuito Vallicciola – Funtana Bandera – Madonna della Neve 278

                                    AS4 Da Vallicciola a P. Giugantinu per Punti Panoramici 284

                                    AS5 Sentiero da Caccaèddu a Capriòni – Li Reni e Punti Panoramici 288

                                    AS6 Da Calarìgghju a Lu Salpènti, ritorno per Abbafrìtta 292

                                    AS7 Da Vallicciola a Monte Longu per S’Altòre e M. S’Ampulla 296

                                    AS8 Da Vallicciola a M. Piciàtu, Baligiòni per Monte Piciàtu – Baligiòni – Framinghèddu – La Iàtta 302

                                    AS9 Da Frati Mèndula a P. Bandera per Supràppare 306

                                    Limbara – Le tracce dell’uomo 312

                                    La toponomastica della montagna 314

                                    La montagna, l’uomo e la storia 320

                                    Punti GPS 324

                                    REFERENZE ICONOGRAFICHE

                                    Tutte le foto sono dell’autore escluse:

                                    Il disegno di Archaeolacerta bedriagae in copertina opera di Giannina Pinna.

                                    pag. 24, 28, 30, 31, 88 alto: Alessandro Ruggero

                                    pag. 48, 51: Mauro Sanna

                                    pag. 69, 70-71, 74, 87, 91, 123, 148, 157 alto, 161 basso: Egidio Trainito

                                    pag. 195, 274: Antonio Giuseppe Muscas

                                    Impaginazione: Egidio Trainito

                                    © Tutti i diritti sono riservati

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