IL CORALLO IN SARDEGNA
di Corrado Parona
1882
INDICE
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CAPITOLO I.
Cenni storici
Atti e documenti tra 1600 e 1800
Estratto della relazione della Camera di commercio di Cagliari in risposta alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla marina mercantile
CAPITOLO II.
Ricerche e inchieste speciali luogo per luogo
Sulla pesca del corallo a Carloforte
Sulla pesca del corallo a Oristano
Sulla pesca del corallo a Bosa
Sulla pesca del corallo ad Alghero
Sulla pesca del corallo a Portotorres, Castelsardo, Asinara
Sulla pesca del corallo a Olbia
Sulla pesca del corallo a La Maddalena
Sulla pesca del corallo a Muravera
Riassunto e conclusione
Cenni storici
1. – S.E. il ministro di agricoltura, industria e commercio, professore commendatore Domenico Berti, dietro iniziativa ed offici dell’onorevole avvocato Paolo Boselli, deputato al Parlamento nazionale e presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla marina mercantile, ebbe a conferirmi, con lettera 10 dicembre 1881, l’onorifico mandato di proseguire alcuni studi, che da qualche tempo avevo iniziati sui depositi corallini lungo le coste della Sardegna.
Col precitato foglio S. E. il ministro m’incaricava appunto «di completare, per conto del Ministero, le mie osservazioni volte a determinare l’estensione e l’importanza dei banchi di corallo che esistono sulle coste della Sardegna e la qualità del prodotto. In esso foglio si accennava inoltre come tale incarico era motivato dallo scopo precipuo, al quale è chiamato il Ministero di agricoltura, industria e commercio; quello cioè: «di promuovere specialmente gli interessi economici della pesca, al quale intento esso già da tempo va rivolgendo le sue cure; e perciò anche all’importantissimo ramo di industria nazionale che è la pesca del corallo.
«Tutto questo venne iniziato, lo ripeto con piacere, da lettera che l’illustre deputato Paolo Boselli volle benevolmente indirizzare al ministro per avvertirlo dei miei primi studi diretti allo scopo sopracitato. L’onorevole deputato era ” animato da nobilissimo sentimento di cercar modo di poter additare ai nostri pescatori doviziosi banchi di corallo sulle coste del regno, per sottrarli alla necessità di cercare questo prodotto sulle inospitali coste straniere.
Siffatta deliberazione destò in mela più lieta compiacenza, offrendomi essa il mezzo di studiare un argomento, che mi sarebbe stato impossibile compiere colle mie sole risorse e che d’altra parte, almeno lo spero, riescirà di non lieve interesse alla Sardegna.
Vivissimo è perciò in me il desiderio ed il contento di poter esprimere, anche pubblicamente, i miei rispettosi ringraziamenti agli illustri personaggi, che mi vollero così onorare della loro apprezzata attenzione».
2. Per le diverse località marittime d’Italia si possono annoverare non pochi scritti (fra cui alcuni pregiatissimi) sui depositi del corallo, che abbondanti trovansi sul litorale italiano, sulla sua pesca e sulla industria di cui è oggetto; la quale, possiamo francamente dichiarare, è tutt’affatto italiana. […]
3. Volendo però limitarci alla pesca del corallo in Sardegna, sebbene non abbia risparmiate numerose e pazienti ricerche bibliografiche, fui pochissimo fortunato; non avendo potuto trovare alcuno scritto speciale, che si occupasse dell’argomento; quando, ben inteso, si eccettuino i diversi rapporti degli egregi signori capitani, ufficiali e delegati di porto dell’isola stessa, o delle onorevoli Camere di commercio delle due provincie Sarde; relazioni delle quali non poche vennero, volta a volta, stampate negli Annali, già indicati, del Ministero di agricoltura, industria e commercio ; e che avrò occasione di ricordare nel presente scritto. Allo stesso scopo mi gioverò delle notizie che ebbe a riferire il chiarissimo professore A. Targioni-Tozzetti in una sua relazione (Nota. Riassunti dell’inchiesta orale e scritta, vol. I e II, Roma, 1881-82) e di ciò che venne scritto più recentemente negli Annali citati, o nei Riassunti dell’inchiesta parlamentare sulla marina mercantile (Nota. Relazione presentata a S. E. il ministro di agricoltura, industria e commercio, dopo un viaggio fatto in Sardegna nel 1869. Annali del Ministero citato, La pesca in Italia, vol. I, parte 1ª, pag. 233-256; Genova, 1871), od in altre opere; onde dare, avanti tutto, un sommario storico concernente la pesca del corallo in Sardegna.
4. – Mentre pel continente italiano abbiamo negli annali storici sulla pesca del corallo documenti preziosi per la loro antichità; come, per citarne uno, il fatto ricordato da taluno, che già nel 1154 i pescatori corallari di Portofino si fossero uniti in consorzio per innalzare un tempio al Santo Patrono della Liguria; i documenti storici della pesca in discorso di Sardegna sono invece meno remoti.
Se consultiamo le carte, che sull’argomento sono conservate nel regio archivio di Cagliari, vediamo che eranvi leggi e regolamenti datati dal 1511, le quali riflettevano e regolavano le concessioni da darsi ai pescatori; le tasse da pagarsi allo Stato, ai corpi morali di alcune città sarde; i diritti imposti, le penalità, le visite da praticarsi alle coralline ed al corallo sbarcato nei diversi porti di Sardegna. L’importanza di queste carte la reputo tale da indurmi a qui inserirne i principali editti; dei quali, i più antichi trascriverò nella loro integrità, e solo in sunto quelli che meno interessano il nostro scopo (Nota. Annali di agricoltura, industria e commercio. La pesca in Italia, vol. 1º, parte 3ª, pag. 111-151; come vennero ordinati dal chiarissimo professore A. Targioni- Tozzetti ed a lui trasmessi dal regio Archivio di Cagliari già nominato). […]
Atti e documenti tra 1600 e 1800
– Legge per l’osservanza dei capitoli e concessioni intorno ai pescatori di corallo in Sardegna, p. 13 Dat. en Burgos a VI dias del mes de octubre año del Mil.D yXI., p. 14
– Diritti sul prodotto della pesca del corallo,
– Ordini e leggi intorno a concessioni e diritti imposti sulla pesca del corallo in Sardegna:
a) Die decimo septimo Mensis Augusti anno domini M.D.LXXXXmo. nono.
b) Die vigesimo septimo Mensis Februarij Anno domini M.mo Sexcentesimo primo,
c) Dat. en Caller a XIII de Marsde M.D.C.
g) Die 26 Aprilis 1600, Calleri.
h) Dat. en Calleri al primo de juliol M.D.C.
k) Dat. in Valladolid a XXIIII de Julio M.D.C.
i) Die nono Mensis Octobris M.D.C., Caleri.
j) Die vigesimo octavo mensis Junii anno a nativitate Domini M.DC.V., Callaris.
Dat. en Caller a XII. de Abril 1611.
l) Datum en Caller a XI de Juliol 1615.
m) Die nono mensis Junij anno a nativitate Domini M.DC.XVII. Caler.
n)
o) Die decimo septimo mensis aprilis anno a nativitate Domini M.DC.XVIIII, Calleri.
p) ie Vigesimo Primo mensis Aprilis anno a nativitate Domini Mill.º Sexcentesimo vigesimo secundo
q) Dat. en Caller a 29 de abril 1628.
r) Die 17 Aprilis 1614 / die 17 Aprilis 1641
s) Pregone del Vicerè Conte di Brigherasio, del 23 settembre 1754.
t) Pregone vicereale intorno all’esazione del 5 per cento sul prodotto della pesca del corallo, Datum en Caller en los 15 de Agosto 1760.
- A tutti questi atti e documenti, che ho trascritti letteralmente e che dimostrano le cure del Governo, l’antichità e l’andamento, nonchè le località più frequentate per la pesca del corallo nell’isola, fanno seguito altri, dei quali sembrandomi, come ho già accennato, siano di minor importanza dei precedenti, non fosse altro per la minore antichità, mi limito ad indicarne l’argomento e le rispettive date.
a) Con altro pregone, 6 maggio 1761, venne sistemato il modo di esazione del 5 per cento sul prodotto della pesca del corallo. Carlo Emanuele pubblicò, in seguito, un editto con diverse provvidenze a riparo dei contrabbandi d’ogni genere, che si commettevano nel regno di Sardegna, con altre norme riguardanti la pesca del corallo e le furtive vendite dei medesimi (1º febbraio 1867).
b) Nel regolamento per l’esecuzione del regio editto, 18 maggio 1820 sulle dogane del regno di Sardegna, notansi le disposizioni sui diversi diritti stabiliti per la pesca del corallo.
c) Inoltre nel 1824 (29 novembre) viene pubblicata la real carta del 15 ottobre, stesso anno, approvante la tariffa dei diritti da pagarsi per poter pescare nei mari del regno. Da quella si rileva che: nella pesca del corallo pel diritto di licenza stabilito su ogni barca, si dovevano pagare lire 50 di Sardegna (pari a 96 lire di moneta nuova di Piemonte) se la barca era estera e di lire 25 di Sardegna (pari a 48 lire di moneta nuova di Piemonte) se nazionale; mentre nulla si cambiava riguardo al diritto da pagarsi alle varie città e corpi morali.
Contemporaneamente venivano invece aboliti il così detto diritto reale di lire sarde 3 18, ed i diritti e le regalie, che per la detta pesca si solevano corrispondere a profitto della segreteria di Stato e di guerra, dell’Intendenza generale, dei ministri patrimoniali del regno; nonchè del molo di Alghero. Si dichiararono collo stesso editto come puramente volontari e non obbligatori i pagamenti ai mazzieri, o servienti di città (che era di 5 soldi sardi), quelli al medico, al chirurgo ed allo speziale (in lire sarde 7 e soldi 10); ed il pagamento di lire sarde una, soldi 2 e denari 6 per le feste alla chiesa del Carmine, ai Cappuccini ed Osservanti. Per la qual cosa tutti questi pagamenti erano lasciati a beneplacito dei corallai, e non si potevano più pretendere.
d) Interessante è pure la real carta del 21 novembre 1839 colla quale veniva stabilito:
“Art. 1. Il diritto di lire sarde 4, soldi 9 e denari 6, che perceve la città di Alghero e quello di lire sarde 2 soldi 16 e denari 8, che si corrispondono alla cattedrale della medesima città da ogni barca estera, che recasi a pescar corallo nei mari di Alghero, in virtù della tariffa annessa alla real carta delli 15 ottobre 1824, sono aboliti.
” Art. 2. Invece dei diritti di cui nel precedente articolo, le barche d’estera nazione destinate alla pesca del corallo nei mari d’Alghero pagheranno per ciascheduna il solo dazio di lire sarde 50; il cui prodotto andrà a beneficio comune dell’azienda civica e della cattedrale di essa città di Alghero.
” Art. 3. Queste disposizioni avranno il loro effetto a cominciare dall’anno 1840.
e) Nel 1846 con una ratifica del trattato di commercio fra il regno di Sardegna e quello delle Due Sicilie vennero eguagliate le tasse ed i diritti di pesca, tanto per le barche sarde che per le napoletane; salve le disposizioni contenute nelle carte reali 15 ottobre 1824 e 21 novembre 1839, già citate; in quanto però queste ultime non fossero in opposizione col disposto degli articoli del nuovo trattato. Ecco la Tariffa dei diritti cui dovevano andar soggette le barche nazionali ed estere, addette alla pesca del corallo nei mari sardi ed annessa al sopra ricordato trattato.
f) Più recentemente vennero impartite disposizioni particolari, sia per la polizia della pesca del corallo nelle acque dello Stato (16 gennaio 1860), sia riguardo alle carte di cui debbono essere muniti i battelli addetti all’estrazione del corallo ed i loro equipaggi (21 febbraio 1863); ma sono tutte disposizioni, che, essendo state emanate dopochè erasi già costituito il regno d’Italia, non hanno più un carattere speciale, o meglio esclusivo per la Sardegna, ma sono comuni a tutto il regno; e perciò reperibili in ogni raccolta di leggi e decreti, o nei molteplici scritti relativi alla pesca del corallo in Italia.
Lo stesso dicasi per tutte le agevolezze e modificazioni, per l’abolizione dei diritti e delle diverse tasse che gravavano nei singoli paesi questo ramo di industria nazionale; le quali cose tutte erano certamente non ultima causa della decadenza notevolissima a cui andò incontro la pesca del corallo lungo le nostre coste.
7. Il corallo dei mari della Sardegna era noto fino dal decimo secolo; e quivi concorrevano i Portoghesi nel secolo scorso. Le medesime coste furono frequentate quasi esclusivamente dai Torresi dalla metà del secolo decimosesto fino al 1780; quand’essi volsero invece alle coste africane, ove si erano scoperti i fondi di Summo e dell’Isolone.
Riandando i documenti sopra trascritti si ricava che all’isola San Pietro già nel 1599 oltre a cento barche coralline accorrevano colà a pescar corallo. Così nella stessa eроса eransi già emanate disposizioni e penalità pei corallai di San Pietro e di Sant’Antioco; come nel 1600 eranvi già concessioni per la pesca del corallo all’Ullastra ed a Capo San Marco (Golfo di Oristano) ed altre concessioni venivano date per Porto Scuso, pel mare di Bosa.
Nel 1605 certo signor G. Ant. Marti di Genova aveva ottenuta la concessione di pesca di gran parte del litorale sardo: e cioè da Capo Pula al Capo San Marco; come infine, per tacere di altri, nel 1617 si fosse costituita una società di padroni per pescare corallo alle isole di San Pietro, 35 Sant’Antioco, Mal di ventre, al Capo Carbonara ed al Sarrabus, ecc., ecc. (Nota. Per essere scrupolosi, più che per altro, ricorderò uno scritto, letterariamente dottissimo, ma di poco momento pel caso nostro, che è il poema latino in due libri di Francesco Carboni: De Coralliis, Edit. Karali, anno 1780. In esso, riferendosi alla pesca del corallo in Alghero, canta della pianta marina e delle sue virtù medicinali).
In Sardegna intanto venivano segnalati altri vasti depositi coralligeni; come erano la Secca di Tizzano e la Secca Grande, fra la Corsica e la Sardegna stessa. Del resto già da tempo gli scrittori di pesca del corallo si concordano nell’asserire che esso trovasi in diverse località italiane; ma che lo si pesca specialmente in Sardegna.
In generale si può dire che lungo tutta la costiera sarda, più o meno attivamente si praticò e si pratica la pesca del corallo. Colà infatti vedemmo giungere, come avviene ancora in oggi, barche genovesi, livornesi e più di tutte napoletane; non poche dell’isola stessa e qualcuna, almeno un tempo, anche straniera.
Le spiagge più frequentate sono però senza dubbio le occidentali e più precisamente quelle di Carloforte, o dell’isola di San Pietro, o dell’isola di Sant’Antioco, quelle presso Alghero (Bosa); nonchè, sebbene per poco, le settentrionali (Golfo dell’Asinara, alla Maddalena, a Caprera) e meno ancora le orientali (Porto Corallo, Isola dei Cavoli e Capo Carbonara).
Queste località, e massimamente le prime, furono da gran tempo visitate dai corallai; e, ad esempio, nel 1869 erano esplorate da ben 206 barche, con 2130 uomini.
Coralligene sono pure le scogliere dello stretto di Bonifacio; ove nello stesso anno, spingendosi a nord fino a Bastia, vi convennero oltre 52 barche con 474 uomini (Nota. Annali del Ministero di agricoltura, industria e commercio, La pesca in Italia νοl. 1°, parte 3ª, pag. 665).
Il professore Panceri, nella ricordata sua relazione, dopo avere accennato alla distribuzione dei banchi corallini sulle coste dell’Italia, servendosi delle indicazioni del Gaetani principalmente e del Ferrigni, nonchè delle sue proprie ricerche, così parla della pesca del corallo in Sardegna:
«Antica costumanza dei Liguri e dei Toscani è quella di muovere alla costa occidentale e settentrionale di Sardegna per la pesca del corallo, che è pure pregiatissimo per le sue varietà, tra le quali la rosea che è più lucente e volge meno al giallo di quello di Barberia. Alghero, Bosa, Castelsardo, le isole di San Pietro e di Sant’Antioco, la Maddalena e Caprera sono i luoghi ordinariamente frequentati; e non sono molti anni che soltanto da Rapallo andavano a quella volta da 100 a 150 coralline liguri, le quali occupavano mille persone in una pescata che durava 8 mesi e col vantaggio di lire 400,000 lorde; il che equivale a lire 100,000 monde da ogni carico e spese. Vanno alla Sardegna da qualche tempo più volontieri i Torresi e per la buona qualità del prodotto e per esimersi dal pescaggio di lire 400, che ogni corallina deve pagare alla Francia sulle coste africane e della Corsica.»
8. Indicazioni speciali pel caso nostro le troviamo ancora nella relazione che il chiarissimo professore A. Targioni-Tozzetti ebbe a presentare al ministro d’agricoltura, industria e commercio e pubblicata negli Annali, più volte nominati, del Ministero medesimo (La pesca in Italia, vol. 1º, parte 1ª, раgine 248-250), e della quale passo a trascrivere soltanto quanto si riferisce alla Pesca del corallo in Sardegna.
A Carloforte, ad Alghero, alla Maddalena finalmente, ho avuto occasione di considerare più da vicino diverse delle cose che concernono gli armamenti e l’esercizio della pesca del corallo.
La massima parte delle barche che vengono a pescare lungo la costa della Sardegna sono barche napoletane, armate ed equipaggiate a Torre del Greco; per una minima parte sono del paese. La pesca si fa entro un raggio di 20 a 25 chilometri dalla terra, principalmente all’altezza di Carloforte medesimo, di Capo Marasio e di Bosa.
La campagna di pesca comincia a marzo e finisce il 4 d’ottobre. Le barche sono di due specie; alcune di 16 tonnellate circa, sono montate da un equipaggio di 10 uomini, le altre di 8 a 10 tonnellate soltanto non portano più di 5 uomini.
Le barche armate in Sardegna sono di quelle di minore portata, é i pescatori tornano con frequenti approdi, o giornalmente, o una o due volte la settimana alla terra. Le barche napoletane più grandi stanno al mare lungamente, e per rifornirsi di acqua e di provviste, spiccano qualcuno della comitiva dal luogo di pesca al porto o scalo più prossimo, o dove di già, all’aprire della campagna, gli imprenditori e i padroni hanno avuto cura di fare i loro depositi.
La ciurma delle coralline dipende sempre da un padrone, totalmente o parzialmente interessato nella campagna, e costui esercita a bordo un’autorità più misurata dall’ avidità del guadagnare coll’opera dei sottoposti, che dalla ragione e dalla umanità verso di essi. I marinai dalla parte loro disertano non di rado, ed oppongono l’inerzia alla violenza e la violenza alla violenza altre volte. Durissima però è la vita di tutti a bordo delle coralline. La fatica più da bruto che da uomo intorno all’argano per calare e ritirare l’ingegno, che col viluppo delle sue fila si appiglia alle anfrattuosità degli scogli, e guasta assai più corallo di quello che non porti alla superficie, si alternano pei marinai alle fatiche ordinarie di bordo, sotto la sferza del sole, con brevi e davvero non tranquilli riposi, cibo grossolano, poco, e povero anch’esso. Nè grassi sono i loro compensi, nè talmente distribuiti che nell’ottenerli ciascuno trovi un frutto proporzionale alle pene e alle privazioni sofferte.
Gli uomini delle ciurme si ingaggiano secondo le regole marinaresche a Torre del Greco, ma l’uso porta che le mercedi pattuite, invece di essere gradatamente pagate, sono chieste e date per lo più anticipate. Di qui la uscita al disertare, dannosissimo ai padroni, cui la diserzione toglie un’opera necessaria, la mancanza di stimolo naturale al lavoro, che combinata colla ignoranza più brutale che crassa, coi risentimenti vivi od esasperati, fa la ciurma riottosa, e come conseguenza si hanno poi le repressioni con nuove sevizie.
I rapporti trasmessi a codesto regio Ministero dai capitani di porto di Carloforte e di Alghero, mi dispensano di più minuti particolari sulle condizioni di questa pesca, nè credo più opportuno di entrare in una descrizione tecnica di barche, uomini, arnesi, pratiche, usi, operazioni, cose tutte abbastanza conosciute, ed alle quali non potrei aggiungere notizie proprie di qualche conto.
Tuttavia su due punti toccati pure dai capitani medesimi, mi credo in debito di richiamare l’attenzione di Vostra Есcellenza.
L’uno è relativo alle leggi sulla pesca in discorso, e sarebbe desiderio che si trovasse modo di fare eseguire a rigore quanto esse prescrivono sul pagamento dei quartali ad epoche stabilite, e non prima in anticipazione, e colle conseguenze finali di cui ho dovuto dire di sopra. Oltre di ciò sarebbe da vedere di sostituire al sistema presente dell’ingaggio per una tale mercede, quello che accordasse all’ingaggiato una partecipazione non insignificante ai benefizi della pesca. I fatti delittuosi commessi a bordo di una corallina, e dei quali appunto stava occupandosi l’autorità portulana di Alghero, in un col regio procuratore al tempo della mia visita in quel luogo, si aggiungono ad altri non così gravi ma non pochi, per far desiderare lo studio di qualche espediente che garantisca a lor volta i marinai contro la immanità dei padroni, e i padroni dal mal volere dei marinari.
L’altro punto riguarda la questione della tassa su questo ramo d’industria. Senza mettere in discussione il diritto d’imporre tali gravezze, si vede però tanto ad Alghero quanto a Carloforte, che le 39 barche coralline sono state meno numerose dal 1866 al 1868 inclusive.
Ad Alghero furono:
I prodotti della pesca sono assai ragguardevoli e nel 1866 si calcolarono in lire 26,050 per ogni battello, ma tutt’altro che eguale è la distribuzione di essi; e tutt’altro che sicuri sono per chiunque anno per anno. Ora questi si trovano assottigliati dai frutti spesso usurai delle spese d’armamento e dalle ingenti spese degli ingaggi. Una tassa anco modica può realmente turbare assai un equilibrio di circostanze, di per sè poco fermo; e ciò quando la Francia fa concessioni e larghezze per attirare e ritenere i nostri pescatori medesimi sulle spiaggie dell’Africa.
9. Possiamo avere ancora qualche altra notizia leggendo le pubblicazioni che la solerte Camera di commercio di Cagliari ebbe a fare recentissimamente; cioè la relazione al Ministro di agricoltura, industria e commercio sopra la statistica e l’andamento del commercio e delle industrie della provincia di Cagliari dal 1874 al 1878 (Nota. Cagliari; Tipografia Timon, 1881. Veggansi anche: Riassunti dell’inchiesta parlamentare della marina mercantile; vol. II, pag. 84).
Parmi opportuno stralciare, anche da questo documento, il brano sulla generalità della pesca del corallo, per le assennate riflessioni che ivi sono espresse.
Estratto della relazione della Camera di commercio di Cagliari in risposta alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla marina mercantile
La pesca del corallo nei mari di Carloforte offre campo a diverse considerazioni, sia per l’importanza di detta pesca, come ancora per gli incagli cui dovette sempre andar contro, creati ad essa da chi già da molto tempo lotta per togliere agli italiani la supremazia che hanno avuto, e tuttodì conservano, in questo ramo industriale.
La patente di pesca infatti, necessaria alle barche coralline per esercitare il loro mestiere nei mari d’Africa, costò sempre agli italiani lire 1695, fino al 1814.
In quell’anno fu ridotta a lire 800, e coll’ultimo trattato di navigazione del 1863 con la Francia veniva anche ribassata a lire 400.
Ma l’articolo 14 del suddetto trattato di navigazione che, sebbene assottigliato, ha tuttavia conservato in vigore questo troppo grave balzello, uopo è non venga riprodotto, se il nuovo trattato avrassi a stipulare colla Francia.
Con quale giustizia, infatti, possono ancora mantenersi in vigore codesti così detti diritti di patente a carico degli uomini che vanno a contrastare con un elemento così terribile, ma libero come è il mare, le cui ricchezze naturali non appartengono perciò ad alcuno, tranne a coloro che coraggiosamente se ne rendono padroni, sfidandone le ire?
Preoccupato della grande importanza di questa pesca, e degli ostacoli che sempre le si sono opposti, codesto dicastero d’agricoltura, industria e commercio avvertiva, già da molto, le Camere di commercio, come una Commissione costituita in Algeria all’oggetto di promuovere la pesca del corallo, fra le altre deliberazioni ne avesse presa una diretta, in special modo, a neutralizzare gli effetti della riduzione della tassa di patente, introdotta dal suddetto trattato di navigazione, con un sistema di premi, di ricompense e di lavori che si propongono di concedere ai marinai italiani, che intendessero fissare il domicilio nella colonia e navigare sopra battelli coperti di bandiera francese.
Possente il mezzo al quale si ricorse, e sebbene non si abbiano sicure notizie sul risultato che l’adottato sistema produsse, tuttavia è da ritenere abbia quel sistema di premio e di ricompense potuto indurre qualche pescatore italiano, abile per tale pesca, a fissare il domicilio nella colonia.
I pescatori mal retribuiti dai nostri armatori, possono avere forte incentivo per passare al servizio della compagnia, adescati dai premi e dalla speranza di migliorare di condizione. Sotto forme diverse però è sempre la stessa lotta che da tre secoli si combatte, e se il Governo, e se gli italiani non pensano di contrapporre uguali mezzi, è da temere quelli messi in azione dalla compagnia possano abbattere quel primato italiano, che è rimasto saldo contro attacchi violenti ed accaniti, ma tuttavia meno pericolosi.
Insomma, resi persuasi i francesi, che mai possano diventare pescatori di corallo, come è stato detto nei rapporti fatti al Ministero della pubblica istruzione in Francia, neppure con un aumento di paga e di benessere, neppure per una sola stagione di pesca, neppure con una diminuzione di lavoro, dall’altro canto cercando di attirare un’industria che può dare al paese un’utilità reale di circa 20,000,000 di lire, pensarono che col fare i nostri marinai italiani sudditi francesi potessero, se non acquistare quell’industria che è propria degli italiani, almeno strappare i segreti che questi possiedono circa la conoscenza dei luoghi, e col contatto, coll’esempio, e, quel che è più, col fissare gli italiani in Francia il loro domicilio, giungere a far seria concorrenza all’industria italiana.
È manifesto che sotto l’apparenza di compagnia, è il Governo francese che aiuta, che agisce; per cui la Camera è d’avviso che per neutralizzare l’influenza, è necessario che anche il nostro Governo operi (Nota. Estesi ed interessantissimi particolari sulla concorrenza che fa la Francia alla nostra pesca del corallo veggansi nella relazione dell’avvocato Ferrigni, presentata al Ministero dagli armatori di Livorno e già ricordata. (Nota del Relatore).
La forza dell’industria privata, specialmente in Sardegna, è per ora insufficiente ad opporre resistenza a quella che possono esercitare affiatate, ben costituite e forti compagnie industriali, cui infonde maggior vigore il soffio potente di un Governo che le protegge. È indispensabile quindi che, per ora, anche il nostro Governo non lasci questa industria in balia della concorrenza, che la dovrebbe, a lungo andare, distruggere.
Riconosce la Camera che il Governo dovrebbe rimanere estraneo allo svolgimento di questa ed altre speculazioni; ma se ciò è ammesso allorchè si deve sostenere la sola concorrenza di privati, allorchè anche a costo di lunghi e gravi sforzi si può raggiungere una eguaglianza di forze, non ha da ritenersi quando esiste una concorrenza assolutamente insuperabile. Allora non si deve aspettare che la rigorosa applicazione di un principio generalmente vero lasci dare l’ultimo colpo alla minacciata esistenza di quest’industria, sull’importanza della quale è inutile lo insistere a lungo, atteso l’uso immenso che si fa del corallo e l’importantissima industria a cui la sua lavorazione dà luogo in Italia.
Sono i soli italiani che hanno il buon gusto di dare a questo polipaio le forme le più svariate, le più eleganti, le più belle e di trasformarlo o in arredi che l’ottomano appende alle pareti delle sue sale, o in vaghi ornamenti di vasi d’argento e d’armi, o in leggiadri amuleti, o in ornamenti mortuari, o in vezzi muliebri.
Col lasciar decadere la pesca del corallo in Italia, verrà un giorno in cui sarà tolto agli italiani il primato che hanno nella sua lavorazione.
A parte la grande utilità che apporta alla nazione, vi ha anche in questa supremazia un vanto, una gloria, che non dobbiamo facilmente lasciarci togliere da coloro che, arbitri della moda e del gusto moderno in ogni manifattura, in questa del corallo sono tributari all’Italia.
Ritornando però alla pesca, sono invece assai gravi e serii i pericoli dai quali è minacciata questa speculazione degli italiani.
Vari furono i mezzi suggeriti al Governo per scongiurare questi pericoli.
La sanzione di una legge normale per gli armamenti delle barche coralline.
Assimilare l’esercizio obbligatorio della pesca del corallo al servizio militare, per cui tutti gli individui che all’età di venti anni fanno parte di un equipaggio di barca corallina siano liberi dal servizio militare fintanto che continueranno ad esercitare il medesimo mestiere, rimanendo però soggetti a tutti gli effetti della diserzione e dell’espatriazione.
Concedere finalmente libera importazione di tutte le cose necessarie alla pesca.
La Camera di commercio nel ricordare semplicemente questi provvedimenti chiesti altra volta al Governo, fa voti ardenti perchè dia opera alacre, acciò non rimanga neppure in questa occasione soperchiata la pesca del corallo in Italia dall’estera concorrenza.
Le seguenti cifre marcano l’importanza della pesca nei mari di Carloforte:
Queste cifre se da un lato somministrano una splendida prova dei benefizi di tal pesca, sono atte a convincere meglio il Governo della necessità in cui è, non solo di incoraggiarla e sostenerla, ma di darle maggiore impulso, giacchè seguitando, come si è visto, in una scala sempre decrescente, finirà per scomparire affatto.
Perdite gravissime risentirebbero certo le rendite nazionali, qualora per avere indugiato nel mettervi riparo, il tempo e l’altrui attività instancabile venissero ad otturare questa sorgente di ricchezza italiana.
Dobbiamo ritenere possa di molto aumentare questa produzione, quando, senza dirette sovvenzioni, che la Camera in massima non approva, dandole però il Governo aiuti, e stabilendo ben intese discipline per proteggere questi uomini di mare, si giunga ad abrogare il diritto di patente portato dal ricordato articolo 14 del trattato di navigazione colla Francia.
§ 11. Per ultimo i più recenti ragguagli li abbiamo da altra relazione che il professore A. Targioni-Tozzetti (Rapporto a Sua Eccellenza il Ministro di agricoltura, industria e commercio sulla Mostra internazionale di pesca tenuta a Berlino nel 1880. Annali del Ministero suddetto, nº 38, Roma 1881) ebbe a presentare al Ministro di agricoltura, industria e commercio nel passato anno, e della quale veniamo a conoscere:
- – che nuovi banchi coralligeni vennero ancora recentemente scoperti intorno alla Sardegna, alla Sicilia ed alla Calabria.
- – che delle 406 barche coralline armate in Italia 100 spettano alla Sardegna ed alla Liguria.
- – che nell’isola Sarda la pesca si effettua sulla costa occidentale; e che nel 1880 delle 402 barche allestite a Torre del Greco, ben 150 volsero alla Sardegna, mentre in Barberia ne andarono un centinaio, in Sicilia (Sciacca e Girgenti) 80 ed in Corsica una trentina di barche.
Aggiungerò per ultimo, onde qui raccogliere qualche altro dato statistico sulla pesca del corallo, come nel 1869 al dipartimento marittimo di Cagliari erano inscritte 19 barche coralline, di complessive tonnellate 95; e lo stesso alla Maddalena; come, nello stesso anno, da Genova e da Santa Margherita Ligure, partirono per la Sardegna 9 barche di complessive tonnellate 38 e con 84 uomini di equipaggio.
Da Ischia partirono per Alghero 2 barche di circa complessive tonnellate 18 e 16 uomini di equipaggio; da Torre del Greco salparono per Alghero 165 barche, di complessive tonnellate 1769 e 4738 marinai; e per Bonifacio 13 barche, rappresentanti un tonnellaggio di 148 ed aventi a bordo 144 uomini.
Dallo stesso paese volsero per Carloforte 3 barche di complessive tonnellate 36 e con 31 persone, mentre alla Maddalena vi andarono 27 barche, con 261 marinai.
Nel 1870 il dipartimento di Cagliari registrava 16 barche di 80 tonnellate.
Alla Maddalena eranvi 21 barche di complessive tonnellate 72.
Dalla relazione già menzionata della Camera di commercio di Livorno viene indicato che nel 1870 ancora concorsero sulle coste Sarde oltre 180 barche; come dall’altra relazione del municipio di Torre del Greco si conosce che oltre 285 quintali di corallo giungono annualmente colà dalla Sardegna, mentre dalla Barberia non ne arrivano che 150 quintali é dalla Corsica 105 quintali (Nota. Relazione del Municipio di Torre del Greco sull’industria dei coralli in risposta ai quesiti proposti dal R. Ministero d’agricoltura, industria e commercio, colla circolare 27 marzo 1870, Annali del Ministero medesimo La pesca in Italia, vol. 1º, parte 3ª, 1872, pag. 213).
CAPITOLO II.
Ricerche e inchieste speciali luogo per luogo
Introduzione
§ 12. Da ciò che abbiamo ricordato nel precedente capitolo, facilmente si può conoscere quanto in ogni tempo furono difettose le notizie che si avevano sulla pesca del corallo lungo le coste della Sardegna. Sono esse, in gran parte, indicazioni slegate, e talora anche fra loro poco concordanti; la qual cosa fa sorgere il dubbio che non siano sempre conformi al vero. Ad ogni modo sono egualmente dati interessanti; e che raccolti con cura possono servire a porre le basi per una storia della pesca di corallo di quella regione.
Non ignoro, d’altra parte, che si custodiscono negli archivi degli uffici di porto dell’Isola, molte indicazioni statistiche, delle quali vengono poscia regolarmente trasmesse copie al Ministero sull’andamento e sviluppo della pesca del corallo; ma mi si permetta di far rimarcare, come talora avviene per ogni statistica, che esse cifre non del tutto rappresentano il vero stato della pesca del corallo; del qual fatto avrò occasione di darne qualche spiegazione fra breve, ritornando su questa mia asserzione.
Da ciò la necessità di occuparsi seriamente ed in modo speciale della questione, onde poter ottenere una esatta situazione sopra questo ramo di pesca; il che, pure desunto dai scarsi dati statistici or ora riportati, è di non lieve importanza e la Sardegna tutta ne ritrae vantaggio e decoro. Ma di leggieri si comprenderà come questi studi non possono essere condotti che molto a rilento; non foss’altro, per poter raccogliere indicazioni diligenti, ripetute e fra loro comparate per verificarle genuine; la qualcosa non è sempre ovvio in ogni località e presso le diverse persone, che si occupano dell’argomento e che non raramente hanno interesse, o credono di averne, col tener celato, o svisare il vero.
Il presente scritto perciò lo si deve considerare quale primo saggio di un più completo studio sugli estesi depositi corallini della Sardegna. È quindi a far voti che S. E. il Ministro d’agricoltura, industria e commercio, il quale con tanta intelligenza ed attività, insieme ai diversi rami del suo dicastero, dà valido impulso anche a quello della pesca, abbia a continuare il suo autorevole appoggio per condurre a termine una questione tanto importante, ed a quanto sembra bene avviata.
Per adempiere al mio mandato ho seguito diverse vie; per la prima rivolgendomi alle autorità portulane, come quelle che potevano offrirmi il maggior numero di dati e suggerire a me, nuovo per alcune località, quelle persone che in materia meritavano maggior fede; la seconda, interrogando in privato, a voce od in iscritto, i principali armatori, padroni, capitani e persone tutte che furono, o che sono anche al presente, addetti alla pesca del corallo. Ben so che tanto la prima fonte, quanto la seconda possono talora dare indicazioni che non sono sempre le più esatte; ed un tal fatto credo spiegarlo colla seguente riflessione.
Tutti sanno, e lo ripeto, che dalle statistiche presentate alle autorità non poche abbisognano del beneficio di inventario. Nella pesca del corallo ciò avviene con qualche frequenza, ad onta della sagacia e della attività degli egregi capitani, ufficiali e delegati di porto; e senza che questi possano portarvi rimedio.
Nè d’altra parte si può dire che i marinai e pescatori in genere ne abbiano tutta la colpa e che siano essi ad occultare volontariamente il vero alle autorità; ciò parmi invece dipendere dalle diverse condizioni locali. Infatti non pochi uomini di mare (e ciò specialmente in Sardegna) non sono esclusivamente pescatori di pesci, o di corallo, o addetti unicamente al mestiere del marinaio; ma siccome i proventi sono scarsi in tutti i rami di pesca, così non è infrequente che pescatori di pesci, o di altro, nella opportuna stagione si gettino ad un altro genere di pesca, senza limite stabilito di tempo e di località. Allora questa gente, spinta dal bisogno si riunisce, ed anche senza accordi preventivi e senza prendere speciali licenze, continua in quel genere di pesca, finchè dura quello stato di cose, che fece loro mutar lavoro.
E tutto quanto ho ora asserito avviene ad esempio in qualche posto, dove non pochi uomini, che ogni anno pescano corallo, non si danno a quella pesca che alla fine della stagione delle tonnare, o di qualche altra grossa pesca. Solo allora, allestiscono le loro barche e reti e vanno al mare di corallo; mentre prima hanno voluto fruire un buon provento, qual è quello delle pesche succitate. Ciò naturalmente li toglie dalla pesca del corallo per una porzione della buona stagione, cioè fino a quasi tutto il mese di maggio; e stante la brevità della stagione, che loro resta innanzi, non si curano gran che di farne ufficiale richiesta. Tutto ciò, a scanso d’ogni qualsiasi interpretazione non conforme al vero, non intendo riferirlo ai grandi armatori, bensì a coloro che hanno una o poche barche e che fanno la pesca in minuscole proporzioni, ma che viene ad avere una certa importanza, stante il numero ragguardevole delle medesime.
Alle inchieste ed interrogazioni ho aggiunto (quando me lo permisero il tempo, lo stato del mare e le pretese non esagerate dei marinai) le ispezioni in luogo; raccogliendovi tutti quei dati ed osservazioni che io stesso potevo verificare, o che mi venivano dati dal capitano della barca, che mi trasportava sul banco da esplorarsi.
Così ragionando venni ad indicare il piano di quanto andrò riferendo in questo secondo capitolo. Dapprima infatti esporrò quello che io stesso ho potuto raccogliere; in seguito aggiungerò, più o meno in succinto, quanto mi dissero o mi scrissero gli egregi e cortesissimi signori impiegati di porto e persone cognite di tale pesca; infine raccoglierò da tutti questi dati, come conclusione, i fatti più importanti della questione; il che però sarà argomento del 3º ed ultimo capitolo.
Sulla pesca del corallo a Carloforte
10. Lo scrivente ebbe ad inviare all’onorevole presidenza dell’inchiesta parlamentare sulla marina mercantile alcune notizie, che riguardavano esclusivamente la pesca del corallo in Carloforte, e rispettiva isola di San Pietro, e che comparvero pubblicate nei Riassunti orali e scritti della Commissione medesima (vol. 2º, pag. 89-90). Esse sono desunte, più che da carte ufficiali, dalla viva voce dei marinai di quella fiorente borgata; ed hanno non poco interesse appunto per la loro autenticità. Ciò solo mi induce a qui riportare il brano principale.
Oggidì (1881) Carloforte arma 83 barche, tra piccole e grosse, che complessivamente portano un equipaggio di 500 uomini, tutti carolini.
Queste barche fanno la pesca tra Capo Pecora e l’isolotto del Toro, situato a sud-est dell’isola San Pietro. Quivi pescano a profondità che variano da 100 a 141, o 142 metri ed a diverse distanze dalla costa, a seconda della grossezza delle barche; e cioè da due a cinque miglia le piccole – e fino a dieci le grandi. Questa distanza però potrebbe essere anche maggiore, se non fosse la piccolezza delle barche, cui sono terribili i venti dell’est.
La durata della campagna è di soli sei mesi (da aprile o maggio, a settembre, ottobre); però non per tutti, perchè non pochi pescatori attendono che sia finita la stagione delle tonnare, nella quale molti dell’equipaggio trovano lucroso lavoro.
Nel corrente anno (1881) in Carloforte si calcola a 1665 chilogrammi la quantità del corallo greggio raccolto dalla flotta corallina. L’autore seppe che sulle coste africane nessuna barca sarda va a pescare il corallo; lasciando questo unicamente ai napoletani.
Da queste notizie risulta come in Carloforte si potrebbe, con grande probabilità di riescita, incoraggiare questo ramo di industria nazionale e secondarne lo sviluppo, che pare vada oggi aumentando. Infatti il numero delle barche armate, che era diminuito da ultimo fino a giungere nel 1879 a 29 barche, in quest’anno, prestando fede ai padroni corallai di Carloforte, ha raggiunto una cifra abbastanza elevata; e così si verifica anche nel numero dei marinari. Si può sperare quindi che, favorita da provvide e speciali ordinanze, questa pesca possa dare buonissimi frutti e controprare alle tendenze dei nostri pescatori a cercare in lidi stranieri miglior fortuna.
13. – Prima località che ebbi a visitare fu l’isola di San Pietro: sia per la maggior vicinanza a Cagliari, sia perchè centro attivissimo di pesca, ed ancora perchè colà io aveva già iniziate le mie prime note e ricerche su questa pesca.
In Carloforte (dipartimento marittimo di Cagliari) paese laborioso quant’altri mai, trovai lieta accoglienza e mi incontrai con persone le quali tutte gareggiarono di gentilezze e mi furono di grande utilità nell’effettuare le necessarie indagini. È perciò che mi è grato il potere qui ricordare e ringraziare pubblicamente l’egregio ufficiale di porto, signor Giovanni Rögglo, il signor Alberto Curti, agente della miniera di Gennamare ed Ingortusu, il signor dottore Costa ed il signor Domenico Fazioli, maestro velaio, perchè tutti mi agevolarono con indicazioni e raccomandazioni il compito mio.
Da quella borgata ebbi l’opportunità di portarmi diverse volte, mediante una corallina, in varie località di banchi coralligeni. Però confesso che dovetti convincermi come tali gite colle piccole e mal sicure barche corallatrici, usate da quei di Carloforte, non sono possibili; a meno di poter disporre di qualche nave di notevole tonnellaggio, appositamente noleggiata, o meglio di qualche legno della Regia marina; come ebbero l’opportunità di avere altri in identica occasione. E ciò perchè sono certo, che vi possa essere nessuno il quale sappia adattarsi alla vita del corallaio e di starsene a bordo di quelle barcaccie per una settimana almeno, in alto mare, e rifugiandosi al più, di nottetempo, presso qualche scoglio disabitato, o restando il più spesso in mar vivo; esponendosi con ciò a strapazzi, cui certamente mal resisterebbe anche colui il quale, sebbene nulla avesse a soffrire del mare, tuttavia non fosse abituato da lungo tempo a questo genere di vita durissima; alla quale, ben si sa, degli stessi marinai non tutti possono resistere, o vogliono adattarvisi.
Il 23 maggio 1882, rilevo dal mio libro di note, alle tre e mezzo antimeridiane mi porto a bordo di una corallina del padrone pescatore Pietro Leone, detto Maschetta. La barca (bilancella n. 63) della portata da 3 a 4 tonnellate circa, è montata da quattro rematori e dal padrone. Il Maschetta, sebbene faccia il corallaro di professione, è pure uno di quelli che attendono anche alla pesca del tonno; occupazione come ebbi a dire, molto lucrosa per tutti i Carolini. Terminata però tale pesca egli arma le sue due corallatrici, una sotto il suo comando e l’altra sotto quello di uno de’ suoi figliuoli, attendendo a questo lavoro fino ai primi di ottobre. Noterò inoltre, che se il mare non permette di tenere il largo, egli si limita allora a pescar pesci nel canale di San Pietro, e dietro costa.
Altri del paese armano parecchie barche. I più potenti per , numero di barche, sono certi fratelli Novella; gente danarosa e molto probabilmente sovvenzionata da qualche dovizioso privato del paese.
Non pochi altri Carolini pescano il corallo; per modo che ben 80, 90, 150 barche, a seconda dei tempi e non tutti gli anni, vengono avviate sui banchi coralligeni intorno all’isola di San Pietro.
Le barche portano una grande vela latina ed un bulaccone, grande, o piccolo, secondo i casi. Ad eccezione di poche, tutte le altre barche non superano le 5 o 6 tonnellate e non poche lasciano alquanto a desiderare dal lato solidità. I Carolini usano apreferenza di queste piccole barche, avanti tutto perchè difettano di capitali per armarne di più grosse e poi perchè asseriscono che colle piccole pescasi quanto colle grandi, lavorando egualmente bene l’ingegno, ma colla differenza che, minore es sendo il personale, maggiore è il dividendo, o il provento.
Alcuni armatori prendono a bordo, quali marinai, dei giovani napoletani, che giungono espressamente in quel paese per darsi a tale occupazione. Ogni anno infatti arrivano in Carloforte circa duecento marinai napoletani pel servizio di quelle barche corallatrici. Provengono essi principalmente dall’isola Ponza, da Amalfi, da Torre del Greco e da Castellamare e vi restano tutta la stagione della pesca. Di più alcuni napoletani, già da tempo si sono stabiliti in Carloforte e tuttora vi abitano una località particolare del paese, attendendo all’orticultura e principalmente alla pesca del corallo, sotto qualche padrone carolino, od anche armando per proprio conto, se appena lo permettono le loro finanze.
A remi per il maggior tratto di mare, ed a vela in seguito, al levarsi di un poco di vento, verso le ore 7 antimeridiane fummo sul banco, o secca, che trovasi precisamente all’altezza dello Spalmatore grande a circa 3 miglia (1) [pari a 5 1/2 -6 chilometri] da terra (Nota. Il miglio marino misura metri 1851,85).
14. – Durante questa traversata è mia cura osservare gli apparecchi da pesca, i quali a dir vero, non si riducono che al comune ingegno a croce, ed a pochi altri arnesi.
a) – L’ingegno a croce, che ho veduto usare tanto in Carloforte che in Bosa, consta di due grossi travi di legno forte (coscioni) lunghi circa settanta centimetri e fissati in croce l’uno sull’altro. Nel punto di loro intersecazione vi è adattato un grosso pezzo di ghisa, o di ferro, o di piombo, rotondeggiante, forato nel mezzo per dar passo ad una robustissima corda, o cavo, di canape, di lunghezze svariate a seconda della maggiore o minore profondità del banco corallino. All’estremità di ciascuna trave sono assicurate delle reti, pure di canape, a grosse maglie, e pendenti a fiocchi, più o meno voluminosi (cevi).
Quest’ingegno adoperato dai Carolini e quale sopra l’abbiamo descritto, differenzia alquanto da quello usato in provincia di Trapani, perchè quest’ultimo porta un numero molto maggiore di massi di reti, attaccati ai coscioni e posti in diversi piani (Amtliche Berichte über die Internat. Fischerei-Austellung zu Berlin 1880; II, Seefischerei; v. M. Lindeman, pag. 113).
b) – Quando, ed il caso non è raro, le reti, o le braccia dell’ingegno s’impegnano fra gli scogli e l’apparecchio è trattenuto al masso, necessita qualche altro mezzo per liberare il tutto. Di essi i più in uso dai Carolini sono la torta, o tortano , o tortolo e lo sbirro, o sbiro. La torta (V. fig. a lato) è un anello, o disco di ferro, del peso di circa ottanta chilogrammi per le barche da 15 a 20 tonnellate e solo di 20 a 30 chilogrammi per le barche piccole; e che assomiglia al tortolo degli altri paesi. Quando l’ingegno resta impegnato al fondo marino si ricorre a questo disco; lo si infila nel cavo dell’ingegno e lo si lascia cadere lungo esso per rompere la roccia, che trattiene l’ingegno; ripetendo l’operazione, col ritirare volta a volta il tortolo mediante una apposita fune.
c) Lo sbiro (V. fig.) è un pezzo di legno ottangolare, lungo 80 centimetri per le barche grosse e solo 50 centimetri circa per 54 – le piccole. Il diametro suo misura 27 centimetri nella parte superiore e 34 nella inferiore. Esso porta diversi pesi in pezzi di ferro od anche di pietre, da quattro chilog. circa ciascuno; e dei quali due stanno fissati nella parte superiore dell’arnese ed un terzo è sospeso al disotto. Ad un robusto manico, attaccato alla parte più stretta, sta assicurata la corda che serve a calarlo, più una ansa di corda (gassa) a) di circa due metri , destinata a guidare lo sbiro lungo la gomena (b) dell’ingegno. Sugli spigoli di ciascuna faccia dello sbiro, stanno infissi tante serie di lunghi chiodi, ad eguale distanza, quanti sono gli spigoli stessi; e che servono, come tosto si comprende, a far salda presa nelle maglie delle reti.
Se l’ingegno è trattenuto al fondo e si deve ricorrere allo sbiro, allora si fa scorrere la gomena dell’ingegno nell’ansa sopraindicata, affinchè lo sbiro abbia a calare lungo quella e piombare con forza sull’aste dell’ingegno e sulle reti, onde smovere quelle ed involgersi nelle reti stesse, mediante i moltissimi chiodi sporgenti. Ciò ottenuto, a forza di braccia, o coll’argano, si ritira la corda dello sbiro, lasciando quella dell’ingegno; il quale, nei casi ordinari viene così liberato e portato a galla in uno collo sbirro.
Talora però fa d’uopo servirsi contemporaneamente e della torta e dello sbirro; e ciò quando da soli questi arnesi non riescono a liberare le reti ed i coscioni. In questi casi, per lo più, una sola barca è difficile riesca nell’impresa e bisogna che una seconda venga in suo soccorso; prendendo essa la corda dello sbirro allontanandosi a forza di remi dalla prima barca e procurando di tirare fortemente lo sbirro in diverse direzioni; finchè la cessata resistenza dimostri al marinaio che l’ingegno si è liberato.
d) In Carloforte ed altrove ho saputo che talvolta invece del descritto comunissimo ingegno ne usano un altro, detto ingegno chiaro (V. fig. pag. 56). Esso è pure formato da due aste di legno, lunghe sei o sette metri per le grosse barche e meno per le piccole; fissate in croce come il preaccennato, col peso nel loro punto d’unione, ma alle quattro estremità vi sono saldamente innestati quattro rastelli, o raspini di ferro, più o meno ampi ed a denti ricurvi. Ciascun rastello poi porta assicurato al disotto un sacchetto a rete di cotone o d’altro, a maglie più o meno fitte, per raccogliervi il corallo strappato dagli uncini dei rastelli. Quest’arnese viene usato principalmente quando vogliono esplorare la volta di qualche grotta, od antro sottomarino. È a notarsi che anche con questo ingegno chiaro, non raramente, occorre dover mettere in giuoco e la torta e lo sbirro.
Nulla di speciale nell’adoperare l’ingegno a croce. Giunta l’imbarcazione sul posto, ammainate le vele, levato il timone, il padrone si pone a poppa e, premessa una breve preghiera, alla quale si associano i suoi marinai, per implorare da San Pietro un’abbondante pescagione, getta l’ingegno in acqua, che trascina la lunga gomena arrotolata sul fondo della barca e che scorre su un pezzo di legno fisso sul bordo di sinistra della barca, in prossimità al posto del timone.
Nel caso nostro, al banco dello Spalmatore, l’ingegno cessa di scendere dopo aver svolto quasi 60 braccia (pari a circa 97 metri) di corda (Nota. Braccio marino, o passo marino, pari a metri 1 62 1/2 centim). Tocco il fondo, il capitano imprime alla gomena dell’ingegno moti svariati, coadiuvato dal remare dei marinai in determinate direzioni, notissime ai corallai; sebbene sprovvisti di qualsiasi istromento di orientazione.
A questo proposito non posso tralasciare di fare una digressione, stante l’importanza del fatto cui voglio accennare e nella speranza che vi si ponga rimedio. I corallai non posseggono stromenti, ed essi non si valgono quindi che di punti fissi sulle coste (case, cime di monti, capi, scogli, ecc.) e che per loro sono le così dette mire. Ora quanto sia dannoso per simile pesca il non far uso di adatti istrumenti è facile pensarlo. Per siffatto difetto la pesca deve restar sospesa in tempo di nebbia e talora anche di pioggia; ed in generale quando per cause qualsiasi e non rare non possono discernere quei determinati punti fissi, coi quali essi sanno solo precisare il posto di un determinato banco coralligeno.
Aveva quindi pienamente ragione il professore Panceri di esclamare, non è gran tempo: «il miglior augurio che loro possa farsi è quello di sapersi orientare; e so ben io quel che mi dico. Giacchè di carte e di compassi, intendiamo le bussole, non c’è da far conto che i pescatori di costa e pur anco certi di largo avessero ad impiegarne, anche quando li avessero in dono; almeno fissassero bene ad occhio, siccome fanno i pescatori d’Africa, il luogo dei banchi riferendosi a punti delle coste, chè così non andrebbero a casaccio incontro alla fortuna, o più spesso al disinganno. (Nota del Relatore. Ciò non varrebbe pei nostri, chè come vedemmo già lo praticano; il Panceri lo riferisce ai calabresi).
«Fu, se non erro, in occasione di coralline che ruppero a Caprera, che il generale Garibaldi esortò in pubbliche lettere i municipii a provvedere almeno di un compasso le barche; ed è invero strano che in questo nostro Mediterraneo, d’onde in ogni tempo tanti lucentissimi raggi di civiltà si diffusero pel mondo, i cui flutti sono solcati da tanti vapori, i cui abissi percorsi da tante corde elettriche, vi abbia ancora chi navighi al modo d’Ulisse.» (Giornale illustrato, Esposizione marittima internazionale cit.).
Ritorniamo all’argomento. Quando il padrone corallaro s’accorge che l’ingegno, o meglio le reti, hanno fatto presa sugli scogli del fondo corallino, aiutato da uno, o da più marinai, dà degli strappi al cavo dell’ingegno, ritirandolo e lasciandolo ricadere alternativamente, fino a quando crede di avervi fatto sufficiente pesca pel tratto di fondo esplorato; regolandosi a tale intento e dal peso dell’arnese e dalla durata dell’operazione. Allora tutti assieme i marinai tirano a bordo la corda e salpano l’ingegno colle reti, per togliere da queste il corallo, se la fortuna fu loro propizia; e per liberarle dalla grande quantità di altre cose, che vennero strappate dal fondo marino e si sono impigliate nell’intreccio delle maglie.
Questo dippiù consiste in numerosi pezzi di roccia, coperti da vegetali e da incrostazioni fatte da animali diversi. Riserbando di occuparmi in modo speciale in altra occasione ed in altro luogo, dirò qui soltanto che interessantissimi sono gli organismi, sì vegetali che animali, cavati dai fondi marini coll’ingegno. Fra stupende forme vegetali, si ammirano gran numero di incrostazioni dovute a’briozoarii, ad altri coralliarii, insieme a tubicoli d’anellidi, a spugne elegantissime e svariatissime, ad echinidi, ad oloturie, a vermi, a crostacei, ecc.
Dopo questo primo esame, che, riguardo a corallo, fu a dir vero ben poco favorevole, ci allontaniamo da quel luogo, volgendo verso libeccio prima ed a scirocco in seguito, sempre gettando l’ingegno qua e là a 60, 65 braccia di profondità. La pesca fu dovunque molto scarsa; però alcuni pezzi di corallo vivo, di tinta rossa bellissima, dimostravano che quel banco non doveva essere del tutto esaurito, ma al presente troppo sfruttato. Prestando fede al Maschetta, uomo molto pratico dei migliori posti, adetta anche di tutti i Carolini, quella località, non molto tempo addietro, era ricchissima del ricercato polipaio.
Il vento di levante, che dapprima spirava leggiero, andò facendosi violento e tale da consigliare il mio marinaio ad abbandonare il posto e rinunziare a girare l’isola San Pietro, come erasi preventivamente stabilito. Invece si fece vela verso sud, onde portarsi sopravento e di fronte al canale di San Pietro per avere facile il ritorno a Carloforte. Passiamo vicino a due coralline napoletane, che stavano pescando su una secca, distinta da piccoli galleggianti di sughero; unici segnali che abbia veduto in uso; non essendovi nei mari di Carloforte l’abitudine di contrassegnare i posti di pesca.
Si getta l’ingegno più a sud di quelle barche, ma sempre si dimostra la scarsità dei depositi; scarsità dovuta, come mi andava ripetendo il padrone corallaro, dall’essere ormai troppo a lungo sfruttati.
Sono di ritorno a Carloforte verso le ore otto pomeridiane. Ciò feci io volontariamente; chè non fanno altrettanto i corallai di Carloforte. Essi lavorano bensì soltanto di giorno, partendo dal paese la sera della domenica e non ritornandovi che alla sera del sabato successivo, ma nella notte riposano in posto, oppure, se il mare non è del tutto tranquillo, riparano alla costa più vicina in qualche cala, o seno ben conosciuto, senza però sbarcarvi in cerca d’alloggio.
15) Qualche giorno più tardi (26 maggio) mi accingo ad effettuare un’altra gita ai banchi coralligeni; però i venti di scirocco, costantemente forti, obbligano a portarmi, colla barca del sunnominato Pietro Leone, verso sud, avendo tentato invano di dirigere la prua verso nord, a Pan di Zuccaro ed al Capo Pecora. Dopo aver appoggiato per la forza del vento, alla costa di Sant’Antioco, poco oltre la Tonnara di Calasetta, torniamo al mare, più tardi e ben presto giungiamo all’altezza di Cala Sapone a tre miglia e mezzo da terra; e quivi si praticano diverse pescate, ritirando dalla profondità di 60 e di 65 braccia (97,20 -105.30 m.) alcune vestigia di corallo vivo e di bella tinta rossa.
L’ingegno viene calato in diversi posti sullo stesso banco e quindi sempre all’altezza di Cala Sapone e alla indicata distanza da terra; non essendo prudenza, continuando la violenza del vento, lo spingersi a maggior distanza con così piccola barca.
Il 28 maggio volli tentare un’altra escursione in mare, e, dovendo approfittare del vento, volgemmo da Carloforte verso ponente, girando l’isola di San Pietro a nord per Cala Vinagra e punta della Burrona, per volgere poi a sud-ovest, giungendo con buon vento alla località detta la Secca del Corno, a ben sei miglia (chilometri 11 1/2 circa) all’altezza del Faro di Capo Sandali. Quel posto deve essere molto buono, se si deve giudicare dai pochi campioni che si pescarono. La profondità era variabile dalle sessanta, sessantacinque, settanta braccia. Non molto lontano da noi altre barche coralline attendevano al lavoro; e di esse quattro erano caroline ed altre due, poste più a sud, erano di pescatori napoletani, stabilitisi da tempo in Carloforte. Distavano da terra sette miglia (chilometri 12.964); e, pervenuti noi pure presso loro, feci praticare alcune pescate, che furono però al tutto negative.
Ritornai in Carloforte a notte fatta.
16) Quanto ho superiormente riferito è ciò che ho potuto direttamente raccogliere dalle mie gite sui depositi coralligeni al dintorno dell’isola San Pietro, le quali sarebbero state certamente più proficue, se il mare non fosse stato continuamente battuto dai scirocchi, se non avessi trovato ostacoli nel mandare ad effetto le visite in posto e se avessi potuto disporre di qualche mezzo di trasporto più adatto e più sicuro di una piccola barca.
A rimediare il difetto di tali notizie, ho interessata la gentilezza del signor ufficiale di porto e di alcuni miei amici di Carloforte, affinchè mi volessero raccogliere il maggior numero possibile di dati sulla pesca del corallo. A tale scopo rilasciai loro, onde facilitare il compito, una ordinata serie di quesiti, le di cui risposte parevami dovessero dimostrare lo stato vero della pesca del corallo di quella località.
Da indicazioni offertemi da privati posso far conoscere che già nella metà dell’aprile 1882 in Carloforte erano armate 10 barche; delle quali 4 pescavano a nord dell’isola San Pietro, spingendosi fino al Capo Pecora; le altre si trovavano all’isola 61 dei Cavoli ed al Capo Carbonara. Più tardi, in Carloforte ancora, erano armate 69 barche, le quali nella maggioranza, portavano sei uomini ciascuna (414 uomini di equipaggio). Tali barche hanno una portata che varia da una a sei tonnellate di stazza e sono tutte barche latine.
Dei Carolini, che si danno a questa pesca, nessuno si spinge alle coste dell’Africa, ma limitasi a pescare nei mari sardi e più precisamente, come si accennò, dall’isola dei Cavoli (Capo Carbonara) a sud-est della Sardegna, fino a Carloforte (Fortezza vecchia, capo Teulada, Isolotto del Toro); e da qui si distendono lungo la costa di ponente della grande isola fino al Capo della Frasca (Golfo d’Oristano). Un tempo si spingevano fino al Catalano ed al Mal di ventre, a nord-ovest del Golfo ora nominato, ma lasciaronc quei luoghi ad esclusivo uso degli algheresi e dei napoletani.
Trovano il corallo alla profondità media di 50 a 70 passi ($2,50 a 115,50 metri); inoltre esplorano banchi coralliferi a distanze da terra, che variano da tre a nove miglia (circa 5,553 a 16,559 chilometri) entro i quali limiti stanno appunto i diversi banchi, o scaglioni, o secche, ecc. di corallo. Già indicai che la pesca continua dall’aprile a tutto settembre, ma che questo lasso di tempo è minore per quelli che attendono alla grande pesca del tonno.
A differenza dei napoletani, quei di Carloforte, sebbene non sempre, non si ingaggiano, ma solo vengono fissati poco tempo prima della stagione, talora anche pochi giorni avanti la partenza. Riguardo alle paghe ho saputo che all’equipaggio si fa un imprestito di una ventina di lire per quelli di Carloforte, mentre pei napoletani l’anticipazione varia dalle 50 alle 250 lire; d’altra parte riguardo al pagamento non avvi norma, perchè talora lo si anticipa, talora no; ed ancora talvolta i pescatori Carolini partecipano sugli utili della pesca; ma allora quando si fa buona pesca il marinaio è semplicemente assoldato.
Nel corrente anno nel mare dell’isola di San Pietro non giunsero barche straniere a pescarvi corallo; e neppure dalla Liguria.
Il raccolto per Carloforte nel 1881 sarebbe stato, secondo le indicazioni private, di circa 1200 chilogrammi e nel 1882 di 1380 chilogrammi di corallo; e rispetto alle diverse qualità il corallo rosso fu in maggior copia, poco di roseo e poco anche di terriccio. Il tutto viene venduto a negozianti di Genova, di Livorno e di Napoli, o Torre del Greco, che giungono colà nel settembre o nell’ottobre, od anche in altre stagioni, a seconda della maggiore o minor ricerca, ad un prezzo che oscilla fra le lire 100 e le 130.
Le provviste tutte per le corallatrici e pei corallai si fanno in paese e l’importo s’avvicinerebbe alle lire settecento per ogni barca. In Carloforte nessuno lavora, a vero dire, il corallo; sebbene non manchi chi si occupi in piccole proporzioni di lisciare e foggiare piccoli pezzi di corallo; senza per questo tenere laboratorio, o magazzini. Per ult mo sono tutti d’accordo nel ritenere che sarebbe vantaggiosissimo per tale pesca l’impiego di barche di maggior portata, e preferibilmente dei velieri, onde oltrepassare la zona coralligena che loro abitualmente praticano, per spingersi più al largo, dove essi sono persuasi di riscontrare scogli, o banchi affatto inesplorati e di conseguenza ricchissimi. A prova di ciò il Leone mi raccontava come alcuni anni sono, con altre otto barche, pescassero, favoriti da tempo ottimo, a ben quindici miglia (circa 27 1/2 chilometri) a libeccio del Capo Spalmatore e vi avessero trovato ricco fondo corallino. Ma, sebbene li allettasse quella ricchezza, più nessuno si avventurò a tanta distanza colle loro barche troppo piccole. E precisamente soltanto al difetto di grosse barche devesi attribuire se i Carolini non si spingono a nuove ricerche in posti meno sicuri, perchè ben noto è il loro ardire e valentia nell’affrontare il mare e nel sostenere le fatiche del corallaio e del marinaio in generale.
17) Dietro le indicazioni di esperti corallatori e del sullodato signor Tazioli ho potuto fissare non poche località, denominazioni, distanze da terra, profondità ed area di secche, o banchi corallini, più o meno ricche di corallo ed ove fino ad oggi praticano di preferenza quelli di Carloforte. Con ciò non credo di averli tutti indicati, come pure non assumo la responsabilità circa alla rigorosa loro ubicazione; solo credo utile il notarli e fissarli anche con appositi schizzi, per facilitarne il ritrovamento, quando si credesse opportuno di voler fare osservazioni speciali in proposito. Nei disegni che qui unisco, pei quali mi sono servito della Carta itinerario generale dell’isola di Sardegna, pubblicata dall’ingegnere Enrico Vacca-Oddone nel 1881, ho delimitate soltanto le secche principali in estensione ed in abbondanza; onde, a primo colpo d’occhio risultino la configurazione, la estensione, la profondità, ecc., dei depositi corallini delle principali località dell’isola.
Ecco le principali secche, disposte da nord a sud partendo dall’isola Mal di Ventre, scendendo fino al Capo Teulada, all’isolotto del Toro e girando a levante per arrivare alla isola dei Cavoli e Capo Carbonara:
1º Secca di Mal di Ventre (foglio 1º) trovasi a 65 braccia, o passi marini (pari a metri 115 30) di profondità;
2º Secca di Catalano a 80 passi (metri 129 60) di profondità;
3º Secche di Capo Pecora (foglio 2º), delle quali se ne indicano tre principali, che trovansi a diverse profondità; cioè da 60 a 80 passi (metri 97 20 a metri 129 60);
4° Secche di Cala Domestica, che pure trovansi da 60 a 80 passi di fondo;
5º Secche di Pan di Zucchero, che sono due, molto più vicine a costa delle precedenti ed entrambi a 60 passi di profondità;
6° Secca di La Ribao a 60 passi di profondità;
7° Seccatelle, che sarebbero tre e varianti di profondità da 60, 65 a 70 passi e collocate più ad ovest della precedente;
8° Secche della Burrona, bellissimo scoglio posto a nord ovest dell’isola di San Pietro. Le secche sono quattro e profonde dai 70 agli 80 passi (metri 113 40 a metri 129 60);
9° Secche del Corno di Capo Sandali, che io ebbi a visitare e che stanno ad 80 passi di fondo;
10° Secca detta Manlecca, a sud delle precedenti, a 113 metri di fondo;
11° Secche fuori Spalmatore, delle quali io ebbi a visitare la più vicina a terra e che variano di profondità dai 60, 65 agli. 80 passi;
12° Secche di Capo Sperone (punta meridionale dell’isola S. Antioco). Con tal nome se ne indicano non poche, fra cui alcune ricche di corallo ed anzi credo che sia appunto una di esse, quella che fu indicata recentissimamente come nuovo banco e del quale si chiese la concessione di pesca a codesto Ministero.
13° Secche del Toro. Sono moltissime e fra esse trovansi le più ricche, si può dire, di tutta la Sardegna. La loro profondità, sebbene vari dall’una all’altra, oscilla però sempre fra i 60, 65 e 8) passi;
14° Secche di Capo Teulada, delle quali una è molto vasta e viene perciò distinta col nome di Grande secca di Capo Teulada, giace ad 80 passi di fondo Al Capo Teulada cessa la zona coralligena e ciò, molto probabilmente, dipende dal mutarsi della natura del fondo marino, passando questo dal roccioso al fangoso, o sabbioso, quando viene a formare il grande golfo di Cagliari. Infatti i depositi corallini ricominciano nei pressi di Capo Carbonara ed isola dei Cavoli, a levante del golfo succitato; e colà sono distinte parecchie secche;
15° Secche di Fortezza Vecchia (fogl. 3°), che sono in discreto numero e delle quali la più vasta è anche la più vicina a terra, cioè a 5, 5 1/2 chilometri, mentre la più lontana ne dista ben 18 chilometri da Fortezza Vecchia del Capo Carbonara;
16° Secche dell’isola dei Cavoli, sono tre principali e stanno a 70 passi di profondità.
18. Dall’egregio signor Giovanni Rögglo, ufficiale di porto in Carloforte ricevetti la seguente relazione; la quale, se da una parte ripete alcune delle cose sopra riferite, dall’altra comprova l’attendibilità delle notizie che io ebbi a raccogliere dai privati; che erano tutti, come dissi, degnissimi di fede.
Relazione del signor ufficiale di porto in Carloforte.
Da varie informazioni assunte e da dati somministratimi da vecchi e provetti armatori, già pescatori di corallo, i fratelli Novella, ho potuto finalmente coordinare ed esporre la presente relazione riguardante la pesca del corallo, che viene su vasta scala esercitata nelle acque di questo circondario marittimo, coll’aggiunta di qualche dato statistico che valga a corroborare completamente le campagne degli anni 1881- 1882.
I vari legni, cioè bilancelle, piroghe e fregatine, tutti velieri di tipo latino, della portata media da 2 a 3 tonnellate cadauna, che si armarono per la pesca del corallo nel 1882 furono in n° 65 circa, con una forza numerica di effettivo equipaggio in n° 280 individui, tratti dalla classe dei marinai, pescatori, barcaiuoli e mozzi, con assegno mensile, patteggiato cogli armatori, ovvero a parte del guadagno che si verifica in fine di campagna dall’esito del corallo pescato.
Tali barche sono dirette, più che comandate, da pochi padroni e da marinai autorizzati, molto esperti nella pesca del corallo, alla quale si applicarono con indefessa attività e zelo fino dai primi anni giovanili della loro esistenza. Desse sono d’una complessiva portata in tonnellate 150.
La campagna corallina comincia dalla metà di aprile e finisce alla prima domenica di ottobre di ciascun anno; questa essendo la stagione più adatta a tale pesca.
Comunque la maggior parte degli individui che si dedicano alla pesca del corallo sia a parte del guadagno, o profitto che se ne ritrae, pochissimi essendo quelli salariati, ad eccezione di qualcuno che viene arruolato a surrogazione di altri a stagione molto inoltrata; tuttavia non si può stabilire se sia più proficuo, tanto per l’armatore, quanto pel pescatore il lavorare a mercede fissa, od a partecipazione del guadagno, imperocchè ciò dipende dalla costanza od incostanza del tempo e dalla forza di volontà dei pescatori; come massima generale però si può stabilire essere più conveniente la condizione di mettere a parte del guadagno i pescatori, poichè in questo caso essi lavorano con maggior volontà, energia ed attività e divengono più sobri ed economici nel consumo delle derrate, che dal principio della campagna sino alla fine vengono provvedute dall’armatore, il quale se ne rimborsa prelevandole dal prodotto della pesca.
La pesca di cui si tratta viene, dalle suddette barche, nella profondità che varia dalle 40 alle 100 braccia, ossia dai 60 ai 150 metri, esercitata preferibilmente ad est della madre isola, la Sardegna, alla distanza di 10 a 12 miglia marine dalla costa, nelle acque fronteggianti Muravera e Sarrabo; quando vengono esplorati i fondi verso ovest le barche pescano (sempre ad eguale profondità) alla distanza fra le 2 e le 15 miglia dal lido del mare a seconda dell’abbassamento del fondo; cominciando la pesca da ovest percorrono tutto il 3º quadrante e metà del 2º fino a sud-est, tenendo ognora in vista le colline dell’isola di San Pietro o quelle a sud-ovest della penisola di Sant’Antioco.
Le barche coralline appartenenti a questo porto trovando nei suddescritti fondi abbondante la pesca del corallo non sentono il bisogno d’allontanarsene per recarsi a questo scopo verso le coste di Africa, od altrove a tentare la fortuna, che oggi cercano e trovano in queste acque da soli, mentre prima la condividevano con molte barche armate da Santa Margherita Ligure ed altre di Torre di Greco. Queste ultime cessarono affatto la pesca nelle acque della Sardegna da quando fu scoperto il banco, o secca corallifera di Sciacca; dove ora si recano ad esercitarla. Tutta la flottiglia corallina che pesca nelle acque della Sardegna e spécialmente in quelle di questo circondario, viene fornita da Carloforte e da Alghero. Non sono molti anni che si è pure cominciato ad armare qualche barca nel porto di Bosa.
Le qualità del corallo che si pescano possono dividersi in quattro sorta, così denominate e nelle seguenti proporzioni:
I. Color rosa; rarissimo, ma il più apprezzato.
II. Colorito rosso vivo; in rami grossi; un quinto della pesca.
III. Corpo del corallo, due quinti.
IV. Terraglio e sbianchito chiaro pure due quinti.
Quest’ultimo è quello che in commercio ha poco valore. Siccome non potrebbesi con dati certi stabilire l’esito di ogni singola campagna, poichè come sopra si disse, ciò dipende sovente dallo stato atmosferico; per farsene un criterio prendo a trattare della campagna, ora decorsa, del 1882. Quest’anno lo stato atmosferico non fu punto soddisfacente, nè adatto alla pesca di cui è questione, avendo costantemente spirato nei mesi di giugno, luglio, agosto e fino a metà di settembre, vale a dire nei mesi più propizi alla pesca, venti forti del 4º quadrante con mare agitato e qualche piccolo temporale, che non solo obbligava le barche a cessare o smettere dalla pesca, ma eziandio a cercar ricovero nelle vicine coste, ove sostavano perfino delle intere settimane. In tali sfavorevoli condizioni la campagna ha dato i seguenti risultati di corallo pescato:
1º Color rosa chilogrammi 12;
2° Color rosso vivo (mostra) chilogrammi 250;
3° Corpo del corallo (2ª qualità) chilogrammi 600;
4° Terraglio e sbianchito chiaro (qualità inferiore) chilogrammi 300.
Totale 1,162 chilogrammi.
Pochi compratori di corallo si sono presentati in questa piazza per farne acquisto, stante la concorrenza che vien fatta dal corallo di Sciacca. Ciò non pertanto quello pescato nel 68 1881, cioè nella campagna precedente fu quasi tutto venduto ad uno speculatore livornese, qui venuto espressamente, il quale pagò da lire 90 a lire 105 il chilogramma in media. Possibilmente la vendita si effettua anno per anno in fine di campagna; cioè nei mesi di ottobre e novembre, dopo che la merce subisce una specie di pulitura, che dagli stessi pescatori vien fatta man mano che si strae dall’acqua, che è denominata tenagliamento; ma quando non vi sono ricerche, in questo caso il corallo è conservato, chiuso a chiave in casse apposite, nelle case degli armatori per qualche tempo; o spesso si porta su qualche piazza del continente, ordinariamente su quelle di Genova, Livorno o Napoli; ove con facilità si vende con maggior beneficio.
Gli attrezzi poi che servono ad armare le corallatrici, ossia a renderle atte alia pesca, si provvedono ordinariamente da Livorno e da Marsiglia; qualche attrezzo di minor importanza si acquista in Carloforte. A questo proposito trovo opportuno il dire che dai fratelli Peneo, di questo luogo, aggiustatori meccanici furono ideati ed applicati con molto vantaggio, i così detti ingegni a crociera corta, con peso di piombo, i quali vennero a sostituire gli ingegni a crociera lunga, che erano rozzamente assicurati con corde ad una pietra del péso di sei a sette chilogrammi. Parimenti alle reti già usate per la pesca dello stochefisso, che si adoperavano per la pesca del corallo, furono sostituite reti di canape che qui si fabbricano e son dette Lestelle.
Le vettovaglie di prima necessità, vale a dire pane biscottato, pasta e legumi si commettono da Castellammare di Stabia, donde vengono qui trasportate con tartane napoletane. In Carloforte non si fa provvista che di vino, o qualche altra provvigione di poca entità. Ciò detto indichiamo gli attrezzi adoperati per la pesca del corallo.
a) L’Ingegno od apparecchio consta:
1º di un pezzo di piombo di forma sferica, del diametro di 20 centimetri, alto 15 e forato in croce con fori orizzontali, l’uno sottoposto all’altro e forato anche nel centro in senso verticale (Nota. Veggasi la mia figura presa dal vero).
2º Due aste di legno forte, quadrate, aventi 8 a 10 centimetri di lato, della lunghezza dai 70 agli 80 centimetri con un foro al centro, largo quanto quello praticato nel centro del piombo, in millimetri 15 di raggio. Detti legni vengono introdotti nel foro del pane di piombo, fino a che i fori centrali coincidono col verticale del piombo.
3° Un perno con occhiello e relativo anello ad una estremità e punta vitata col relativo dado nell’altra; il quale perno viene introdotto nel foro del piombo passando anche in quelli dei travicelli fino a sporgere dalla parte opposta dove viene assicurato dal rispettivo dado.
4º Alle punte di questa crociera così composta sono allacciate tre o quattro pezze di reti, di cui si è più sopra parlato, le quali hanno la lunghezza di un metro e che sparse sul fondo del mare e trasportate dalle acque abbracciano un cerchio avente metri 1 30 di raggio.
5º Un cavo di canape con anello di ferro girante nel rispettivo occhiello e di lunghezza adattata, serve a calare sul fondo l’ingegno.
b) Havvi un altro apparecchio più grande; presso a poco sul sistema di quello anzi descritto, fornito di grate di ferro alle estremità, fasciate con reti, e che viene denominato ingegno chiaro. È della lunghezza dai 4 ai 10 metri, e come il precedente lo si fa calare a fondo mediante un cavo di canape proporzionato alla profondità da esplorarsi.
Secondo l’opinione dei più esperti e provetti pescatori ed il parere degli armatori e padroni in generale non si saprebbe suggerire mezzi più adatti per migliorare le condizioni della pesca; ma si ha luogo a ritenere per fermo che cogli attrezzi ora menzionati, utilizzati e messi in opera con barche di maggior portata e che maggiormente resistessero al mare, si otterrebbero potenti fattori per migliorare e fare più abbondante pesca.
Parimenti si opina che si raggiungerebbe un più grande beneficio, quando invece di velieri, si adottassero piccoli piroscafi, i quali risparmierebbero colla forza motrice del vapore molte braccia ed una perdita di tempo prezioso; nel qual caso si otterrebbe col minor lavoro possibile il massimo effetto utile o prodotto.
In vista dell’aumento delle barche armate alla pesca del corallo, che annualmente va crescendo sempre, per il ricco prodotto che da questa pesca si ritrae, è naturale che una sensibile decrescenza di scogli o banchi coralliferi si verifichi sulle coste della Sardegna, ove gradatamente veggonsi scomparire i banchi o scogli suddetti; ma giova pure accennare che dei nuovi ne vengono di quando in quando scoperti dalle barche in esplorazione.
Non vi ha peraltro confronto tra il corallo pescato nelle coste Sarde, e specialmente quello delle acque che bagnano la parte nord-ovest ovest-sud ovest e sud dell’isola di Carloforte, con quello estratto dai banchi di Sciacca; imperocchè, ad onta della concorrenza che questo fa a quello, tuttavolta gli armatori delle barche carlofortine vendono il prodotto della loro pesca a prezzi di gran lunga superiori al corallo di Sciacca.
Il capitale impiegato ad armare ciascuna barca varia fra le 1500 e le 2000 lire; queste servono per le anticipazioni ai pescatori, per la provvista degli attrezzi e per le vettovaglie dell’equipaggio durante la stagione. Su questa base può ritenersi il capitale impiegato per l’armamento delle barche dei porti di Alghero e di Bosa.
Ecco ora un cenno sul guadagno o la perdita che può verificarsi in ogni singola campagna.
Se buono, ogni barca può pescare dai 35 ai 40 chilogrammi di corallo misto, quindi l’armatore può guadagnare un migliaio di lire, il padrone lire 750, il marinaio lire 370, il mozzo lire 200. Se mediocre una barca pesca da 20 ai 25 chilogrammi di corallo; l’armatore può guadagnare lire 550, il padrone 400, il marinaio 200 ed il mozzo 100.
Quando le annate sono cattive la perdita si riversa sugli armatori, poichè se questi impiegarono i loro capitali senza frutto di sorta, anche il padrone ed il marinaro impiegarono la loro opera senza compenso. D’altronde sarebbe poi inutile il pretendere, da gente insolvibile, ciò che fu rischiato a proprio vantaggio.
In ultimo i principali armatori di coralline in Carloforte sono:
- I fratelli Novella che armano annualmente 25 a 26 barche.
- Lorenzo Pomato e fratelli, che possono armare da 10 a12 barche.
- Fratelli Plaisant di Sebastiano, con 8 a 10 barche.
- Fratelli Aste, con 7 ad 8 barche.
- Giovanni Durante e C. da 5 a 6 barche.
Ommettevasi di accennare infine che niuna secca o banco corallifero di importanza vi ha nelle coste di questo circondario, ad eccezione della secca di Capo Teulada, ascirocco dell’isola del Toro, da cui dista 8 a 10 miglia; ma anche questo è molto sfruttato, per cui non abbonda molto. Del resto tutta la zona disposta dal sud verso il nord di questo circondario abbonda di corallo, nella profondità e distanza che in questa relazione furono descritte.
Carloforte, 25 novembre 1882.
GIOVANNI RÖGGLO.
Essendo senza dubbio importante, aggiungo il seguente quadro statistico, fornitomi dallo stesso signor ufficiale di Carloforte, riguardante la campagna del 1881.
Sulla pesca del corallo a Oristano
19. Ad Oristano (circondario marittimo di Cagliari) recatomi dal signor ispettore di finanza, ebbi assicurazione che nel tratto di mare sardo sottoposto alla sua sorveglianza, non si pratica pesca attiva di corallo, ed in proposito gentilmente mi rilasciò la dichiarazione d’ufficio che qui sotto trascrivo:
GUARDIA DI FINANZA CIRCOLO DI ORISTANO, PROVINCIA DI CAGLIARI N° 500.
Oristano, 13 giugno 1882.
«A conferma di quanto ebbi l’onore di renderla informata di presenza, mi reco a dovere mettere a conoscenza di V. S., che nei paraggi del mare che si estende dalla punta di Capoterra a quella di Capo Mannu, la di cui sorveglianza è totalmente affidata agli agenti da me dipendenti, non esiste per quanto mi consta, banco nessuno di corallo; anzi posso assicurarla che non solo nessuna pesca venne fatta in vasta scala in queste vicinanze, ma nessuna barca, anche isolata, è mai approdata in tal periodo di tempo, col fermo proposito di esercitare simile genere di traffico». L’ispettore – DEPLANO
Facilmente si scorge come l’egregio signor ispettore voglia riferirsi a paraggi tutt’affatto vicini a costa e di pesca esercitata in oggi, ma non dell’esistenza o meno di banchi coralligeni in quel mare, perchè conosciamo già, come ad una certa distanza da terra in quel tratto di mare, vi si fece pure pesca di corallo.
A conferma di ciò ricordiamo le antiche concessioni e vedremo che gli algheresi si portassero all’isola Mal di Ventre ed al Catalano, ambedue posti a sud-ovest di Capo Mannu; e che i carlofortini si spingono ancora oggidì fin’oltre il Capo della Frasca e che non è gran tempo dacchè hanno abbandonato agli algheresi i banchi dei due scogli, od isolotti, sopra indicati.
Sulla pesca del corallo a Bosa
Mi portai in seguito, a dir vero, in Sassari per passare ad Alghero; ma per seguire un ordine più topografico che cronologico, nel caso nostro maggiormente interessante, dirò di altra gita speciale fatta in Bosa. Quivi prestandosi lo stato del mare ed avuta l’opportunità del ritorno a terra di alcune coralline, me ne servii per una escursione in luogo di pesca. A tale intento il 28 giugno 1882 mi presentai dal delegato di porto, signor Antonio Protti, il quale gentilissimamente mi coadiuvò in quanto poteva occorrermi. A lui debbo infatti se ho potuto osservare del corallo già pescato presso alcuni armatori; a lui l’aver trovato un buono e pratico pescatore di corallo che mi portò a visitare alcune secche, come dirò or ora: con lui conobbi le persone che mi fornirono le indicazioni premesse alla relazione, che, dietro mio invito, lo stesso signor delegato Protti ebbe ad inviarmi. Per tutto questo l’egregio funzionario si abbia le ben meritate grazie, anche pubblicamente.
Per effettuare la visita ad un fondo corallino lasciai Bosa alle ore 2 30 antimeridiane del 30, e, percorso il breve tratto del fiume Temo, che va a versarsi in mare, fummo ben presto a mare aperto. Si veleggiava rapidi verso libeccio, mezzogiorno-libeccio. La barca, di poco superiore a quella che montai a Carloforte, aveva a bordo sei uomini ed il padrone. Niente di speciale mi fu dato osservare relativamente alla barca, agli arnesi da pesca, da quanto già dissi parlando delle mie escursioni a Carloforte. Alle 8 antimeridiane circa, si arriva alla Secca del Fuggiloglio o Fuggidolio, distante da terra pressochè 15 miglia (pari a 28 chilometri circa) e quivi, ammainate le vele, si gettò l’ingegno, il quale approfondò poco meno di 70 braccia (metri 113,40).
Ben mi persuasi della vita aspra e compassionevole dei pescatori di corallo; sotto un sole cocentissimo, dalle fatiche del remo a quella maggiore dell’argano; tutto ciò dall’alba al tramonto; neppur sospeso tanto lavoro nei brevi momenti della presa di scarso alimento, che consiste in una galletta di pane, ammollita in acqua stantia e qualche cipolla cruda. Eppure questa gente robusta, cantarellando mentre rema, eccitandosi l’un l’altro passa dal remo alle aste dell’argano alternativamente, non smettendo di chiacchierare, ridere, bisticciarsi fra loro, o di coordinare i loro sforzi col grido di aissa, aissa (tira, tira); uso del resto generale a tutti i corallai, come osservai altrove e come indicò pure il Lacaze Duthiers per i napoletani delle coste di Barberia (Hist. nat. du corail, ecc.).
La pescata fu nulla, sicchè rimesse le vele al vento, che spirava da scirocco, si volse ad altra secca, la Moscoite o Moscuide, che sta a ben 18 miglia dalla costa (chilometri 33,320 circa) ed ove trovammo altre dieci bilancelle algheresi, già occupate a cavar corallo. Nel frattempo il padrone mi andava accennando alle più importanti secche coralline di quel tratto di costa; e che qui passo ad indicare colle rispettive profondità:
- La Seccadella, ad 80 braccia circa.
- La Secca piana, a 60 id.
- El summo de secchetta o grande banco, a 75 braccia di fondo.
- Castelle e castellette , a 85 id.
- Terragnola, a 80 id.
- Le Cadene, a 75 id.
- La Secca del Peloso o della Pelosa (Capu Mannu) a 50 id.
- Ciglioni di Santa Caterina a tramontana dell’isola Mal di Ventre, a 40 id.
- Secca di Mal di Ventre, già più sopra nominato (ricchissimo banco), a 75 id.
- Secca di San Nicolao al Capo Argentina; e qualche altra, di cui non mi fu possibile decifrarne il nome, datomi in dialetto algherese, niente facile per chi non conosce neppure il dialetto sardo.
Si gettò l’ingegno parecchie volte, sulla secca preaccennata, ma sempre con esito che dir si può decisamente negativo. Questo ho voluto indicare perchè a me non sembra difficile capire la ragione per la quale in tutte le mie gite sul luogo le pescate furono sempre infruttuose; quando si conosca la gelosia del mestiere del corallaio ed il sospetto che tosto si insinua in esso, che cioè ogni ispezione sia fatta dall’autorità per avere dei dati, onde imporre loro balzelli, tasse, o restrizioni qualsiansi.
A notte giunsi a terra stanco pel lungo e monotono tragitto del ritorno. Cessato completamente il vento subentrò una affaticante calma, che obbligò i poveri marinari, per più di sei ore e mezza continuate, ai remi; con grandissima fatica per essi e noia per me, non disgiunta da compassione pei poveri marinari e tale da determinarmi a mai più effettuare ulteriori gite ai banchi corallini, se non con qualche altro mezzo più adatto od almeno più sollecito.
Coll’egregio signor Protti potei esaminare, presso un armatore di Bosa, il corallo che era stato pescato nella stagione in corso e vi potei ammirare una raccolta pregevole sia per la quantità che per la qualità, e nella quale spiccava un bellissimo ceppo della varietà rosea. Ebbi ancora svariate indicazioni locali, che rimando alla relazione del signor ispettore sullodato, collimando con quelle; di più l’asserzione come nel corrente anno la pesca sia scarsa; che d’altra parte i banchi di Sciac ‘ a hanno seriamente compromesso il loro commercio; e che infine, e ciò è il peggio, la povertà dei depositi corallini del loro mare, vada sempre crescendo, perchè troppo a lungo e senza freno sfruttati.
Dalla relazione, 11 novembre 1882, del signor Antonio Protti ricavo le seguenti:
Una sola barca corallina è inscritta all’ufficio di Bosa e sei a quello di Alghero, ma tutte sono armate in Bosa stessa. I principali armatori di queste barche sono i signori Buggio Nicolò e Polese Raffaele domiciliati in Bosa Nessuna barca di altri paesi, dipendenti dalla delegazione di Bosa, pratica la pesca del corallo. Le sette barche sopraindicate in complesso sono equipaggiate da 38 uomini e del tonnellaggio di 24.
I marinai imbarcati sulle coralline di Buggio e di Polese sono quasi tutti di Alghero, alcuni sono toscani, altri di Torre di Greco, domiciliati in Alghero e qualcuno di Bosa.
La stagione di pesca, come vedemmo per le altre località, comincia alla Pasqua per terminare alla prima domenica di ottobre.
Riguardo ai marinari si pratica l’arruolamento e sono assunti a salario, il quale è in media di lire 225, oltre il vitto, per la stagione.
Il mare di Bosa non è frequentato da barche corallatrici estere ma invece ve ne giungono principalmente di napoletane, genovesi ed algherese, in numero di una quarantina e più per ogni stagione.
Nulla di speciale riguardo agli attrezzi.
Le secche principali indicatemi dal signor delegato, sono quelle di Maldiventre, le Catene, i Moschuidi, gli Scoglioni, le Masche degli Schiavoni, la Formicola, i Gigli di foghe, le Catenelle, ecc.
La massima distanza dalla costa a cui trovansi questi depositi corallini è di circa dodici miglia, la minima di cinque; la profondità loro varia poscia da 50 alle 80 braccia, come dire da metri 87 in 140. Delle diverse qualità di corallo, come altrove, anche a Bosa più copioso è il corallo rosso; di quello roseo se ne trova pochissimo, di bianco poco assai, di ramegna e giaietto se ne rinviene, ma non se ne fa calcolo alcuno; anzi il più delle volte si getta nuovamente in mare. Anche qui si usano le denominazioni seguenti: di prima qualità ossia corallo rosso, di corallo chiaro o sbianchito, di barbaresco, di cazzulli, di terragno; il corallo roseo non ha denominazione speciale.
Nel 1881 le due barche esistenti in Bosa pescarono chilogrammi 70 e nel 1882 in sette barche chilogrammi 120; dei 78 – quali solo la terza parte di prima qualità, commerciale. Il prezzo medio di quello di prima qualità è di lire 200 al chilogramma, quello di seconda qualità vale lire 50, la terza qualità a lire 5 e così pure la quarta, mentre l’ultima non vale che una lira. Tutto questo corallo viene poscia venduto principalmente a Livorno ed a Genova; non essendovi alcun lavoratore nè in Bosa, nè nei paesi vicini.
Alla delegazione di Bosa non si è mai verificata la denuncia di scoperta di nuovi banchi. I corallari di Bosa pescano non solo nelle località predette, riparandosi a tempo cattivo, o per passare la notte a Bosa stessa, a Foghe, od al Peloso, ma pescano anche su tutte le altre coste della Sardegna; altrove no.
Pur ritenendo buone le recenti disposizioni riguardo alla pesca del corallo, quando venissero maggiormente fatte conoscere e mantenute, i principali armatori di Bosa non avrebbero considerazioni particolari da suggerire, onde favorire questa pesca nel loro mare, come essi non hanno alcun indizio sull’esistenza o meno di banchi oltre i limiti entro i quali essi vanno al presente pescando. Non credono utile portare modificazioni nella mole delle loro barche, stante la poca importanza del prodotto; come infine non si dimostrano punto propensi alla formazione di una Società, atta a promuovere le ricerche di banchi corallini; non vedendone essi i vantaggi che loro potrebbe offrire la fondazione di una tale Società.
Sulla pesca del corallo ad Alghero
– § 22. Ad Alghero (15 giugno 1882) raccolsi scarse indicazioni dai privati; però supplisce a questa mancanza la ben elaborata relazione dell’egregio e gentilissimo ufficiale di quel porto, signor G. Guillot, che più sotto trascrivo. Seppi, che la presente campagna è molto scarsa; che non pochi pescatori di pesci in questi anni si sono dati alla pesca del corallo, stante la notevole scarsità di pesce, il quale non basta quasi al consumo in città e luoghi vicini, donde la rilevante miseria nel ceto dei pescatori algheresi.
Quelli di Alghero non possono pescare che a piccole distanze dalla costa, stante che le loro barche, sono piccole, mentre i napoletani pescano al largo, con più notevole vantaggio. Questi ultimi pescano all’altezza di Alghero, mentre quelli della città si dirigono piuttosto verso sud, a Bosa, al Catalano, al Capo della Pelosa, od in qualche altro posto sempre vicino a terra.
Debbo alla cortesia del signor Guillot l’aver potuto esaminare in Alghero, presso diversi armatori, del corallo pescato nell’anno precedente e qualche poco nel corrente; fra cui però bellissimi campioni.
Mi dissero non essere raro l’Isis hippuris, da loro detto ramegna e le diverse antipati, di cui distinguono le due forme, dicendole: una Giajetto inverniciato (Anthipathes spiralis) e l’altra Giajetto peloso (Anthipathes subpinnata).
Il sullodato signor ufficiale di porto mi inviava la relazione con una gentilissima lettera, in cui accennava come le notizie fornite sono concise, ma precise; che ha stimato bene nel rispondere di seguire lo stesso ordine delle domande, che io ebbi a rimettergli; e che volle attendere il ritorno degli armatori dai loro viaggi, intrapresi per effettuare la vendita del corallo, onde poter fornirmi i dati statistici esatti sulla qualità, quantità e prezzi.
Lascio quindi la parola al pregiatissimo signor Guillot.
Relazione dell’ufficiale di porto di Alghero.
«Per la pesca del corallo nell’anno 1882 vennero armate in Alghero nº 36 barche, della complessiva portata di tonnellate 72 e con il numero complessivo di 200 uomini. Si armarono pertanto nove barche in più dell’anno precedente. La campagna ebbe principio nella prima decade del mese di aprile e finì coll’ultima decade di ottobre, come normalmente si usa ogni anno. Vi furono armatori che fecero regolari convenzioni di arruolamento cogli equipaggi, ma il maggior numero non ne fece. Alcune barche furono armate con ciurma a salario fisso, il maggior numero alla parte degli utili.
Le paghe dei marinari delle prime si aggirarono fra un minimum di lire 100 ed un maхіmum di lire 250; proporzionatamente all’età, all’attitudine ed alla capacità di ciascuno. Barche estere per esercitare la pesca del corallo nelle acque di mia giurisdizione non ne sono giunte negli anni precedenti e neppure in quest’ultimo. Nazionali però sì; e queste provengono per lo più da Torre del Greco, alcune anche dalla riviera levante di Genova.
Le barche di Torre del Greco hanno una portata media di 18 tonnellate con undici uomini d’equipaggio, pure in media; e perciò (tempo permettendolo) esercitano il mestiere giorno e notte, a differenza di quelle di Alghero, che di piccola portata e con equipaggio medio di cinque uomini, lavorano al giorno soltanto; rifugiandosi alla notte nei seni o porti lungo il litorale Le barche della riviera sono ancora più piccole delle algheresi ed esse pure lavorano di giorno soltanto.
Prima della scoperta dei banchi di Sicilia, prendevano posto in Alghero per la campagna corallina oltre 150 barche di Torre del Greco; e raggiungevano o sorpassavano le 200, unitamente alle altre che prendevano porto in altri punti da Alghero dipendenti. Questo numero, andato man mano diminuendo per la gran pesca di Sciacca, venne ridotto ad una trentina appena nella campagna 1882. E però la diminuzione nella quantità unitamente alla qualità assai scadente del corallo di Sciacca, fa presagire un prossimo risveglio dell’industria nei nostri mari, i quali offrono una qualità assai superiore, sebbene non abbondante.
Gli attrezzi usati dalle barche algheresi, salvo la modificazione nelle dimensioni dell’ingegno, sono identici con quelli delle barche torresi. I punti della costa di mia giurisdizione offrono tutti del corallo, ma i più abbondanti sono al sud di Alghero, da capo Mareggio, fino all’isola di Mal di Ventre.
Il corallo pescato si deposita unicamente in Alghero, da dove quello pescato dalle 81 barche torresi viene esportato unicamente in Torre del Greco; e quello delle barche algheresi vanno gli stessi armatori a venderlo sulle piazze di Livorno e Genova.
Le barche più grandi pescano alla massima distanza di venti miglia da terra ed alla massima di dieci miglia le barche più piccole; la distanza minima poi dipende dalle località di maggiore o minor fondo; ed in media si può calcolare a quattro miglia. La profondità massima si può calcolare a settanta bracciate e la minima a venti. In tutte le profondità intermedie si trovano però dei coralli.
La qualità del corallo che viene più comunemente raccolto è il così detto rosso, di roseo ben poco, di bianco nulla affatto. I nomi volgarmente applicati sono pel roseo rosa, pel rosso rosso, per il corallo morto chiaro, per il minuto barbaresco, pei frantumi, tanto vivo che morto, terragno o cazzuli.
Nella campagna del 1881 le barche armate in Alghero furono 27 e pescarono la complessiva quantità di chilogrammi 578 di corallo, tutte qualità comprese, realizzando per gli armatori un complessivo guadagno di lire 3600.
Nella campagna del 1882 in 36 barche si pescò la complessiva quantità di chilogrammi 736; ed invece di guadagno, gli armatori ed i marinari a parte toccarono una perdita complessiva di lire 10,110.
Il prezzo del corallo venduto nel 1881 fu di lire 150 per il rosso, di lire 50 per il chiaro, di lire 5 pel barbaresco e di lire 1 50 per il terragno per ciascun chilogrammo.
Nel 1882 il prezzo fu di lire 130 pel rosso, di lire 40 per il chiaro, di lire 4 per il barbaresco e di lire 1,50 pel terragno. Nessun incettatore italiano od estero essendosi recato negli ultimi due anni a farne acquisto, il corallo pescato dalle barche algheresi venne venduto sulle piazze di Livorno e Genova, come si disse più sopra.
Non esistono in Alghero, e neppure a Sassari, od altri paesi vicini, laboratorii pel corallo; il quale viene perciò stesso esportato tutto greggio.
Gli algheresi non hanno alcun istrumento speciale per la pesca del corallo. Dessi usano, come già l’ho detto, lo stesso ingegno a croce delle barche torresi; solo che lo hanno modificato nelle dimensioni, le quali sono assai più piccole, ed hanno aggiunto a questo ingegno così impicciolito, una mazzera di piombo per supplire alla minor resistenza prodotta dall’impicciolimento dell’ingegno. Questo fu per essi un ritrovato economico nel consumo delle reti e della forza degli uomini.
Dalla emanazione della legge 4 marzo 1877 ad oggi niuna scoperta di nuovi banchi venne denunziata a questo ufficio, allo scopo di riservarsi il diritto di invenzione.
Le barche algheresi si approvvigionano in città, sia di viveri come di attrezzi, che vi vengono tutti fabbricati, ad eccezione delle reti così dette spago, che si fanno venire da Torre del Greco. Per le barche invece che vengono da Torre, oltre le provviste ed attrezzi che portano seco loro per sopperire ai primi mesi, giungono in seguito, e per tre volte durante la campagna, dei bastimenti carichi, spediti direttamente dagli armatori per rifornirle.
I pescatori algheresi si spingono a tutte le coste sarde, ma non le depassano, non essendo loro consentito dalle vigenti disposizioni di legge. L’indole loro è buona e non si verificano diserzioni, altri reati, o morti. Non può dirsi altrettanto degli equipaggi delle barche forestiere che, specialmente quando sono numerose, danno luogo ad innumerevoli contestazioni e provocano molti processi di diserzione, verificandosi pure talvolta altri reati.
All’infuori delle informazioni e dati statistici di sopra enunziati, non è il caso quì di speciali considerazioni sulla industria corallina. Dovrebbe essere oggetto di altre investigazioni e di altri studi, che la brevità del tempo e le molteplici occupazioni non mi consentono di applicarvi al presente.
Alghero, 8 dicembre 1882.
L’ufficiale di Porto G. GUILLOT.
Sulla pesca del corallo a Portotorres, Castelsardo, Asinara
23. A Portotorres, a Castelsardo, all’Asinara, ebbi cortesissima accoglienza e raccolsi importanti ragguagli dagli egregi signori impiegati addetti agli uffici e delegazioni dei rispettivi porti.
- – Il signor ufficiale di porto a Portotorres, Giovanni Battista Veroggio, non avrebbe speciali notizie sulla pesca del corallo, sebbene da parecchi anni in quella località.
Un pescatore, che qualche volta va a pescare corallo a ponente dell’Asinara e lungo il litorale nord del Golfo dell’Asinara, mi assicurava che anche a levante dell’Asinara e lungo il litorale nord del golfo dell’Asinara, evvi una zona qua e là interrotta di fondi coralligeni, ma le località in oggi frequentate sarebbero all’altezza di Castelsardo, dove trovansi barche genovesi (di Santa Margherita Ligure) che si ritirano volta a volta all’isola Rossa a nord-est della foce del Coghinas, nonchè a Santa Teresa di Gallura.
Ad ogni modo la pesca vi sarebbe insignificante, nè si praticherebbe ogni anno.
2. – Il sullodato signor delegato di Portotorres mi rimise più tardi una dichiarazione, che ricorda in parte quanto sopra ho riferito e che indica lo stato attuale della pesca del corallo nel suo circondario marittimo.
Compartimento marittimo dell’isola della Maddalena.
Circondario marittimo di Porto-Torres.
Pesca del corallo. Porto-Torres, 27 luglio 1882.
«Come già ebbi l’onore di verbalmente riferire alla S. V. la pesca del corallo nella dipendenza di questo circondario è scarsissima, quasi nulla, così tanto nello scorso anno come nel precedente furono armate due sole piccole barche di una a due tonnellate, e quest’anno poi nessuna se ne armò, nel mentre poi nessun pescatore estero o nazionale qui conviene, o quanto meno ha relazioni con questo, o coi dipendenti uffici marittimi.
Ragione di questo si è che nel golfo propriamente detto dell’Asinara non esistono banchi coralliferi, e quelli, che da qualche informazione e da notizie avute particolarmente lo scorso anno dal regio piroscafo Washington, esistono nel canale tra l’Asinara stessa e la Corsica, sono a profondità tali, per cui riesce malagevole, se non pericolosa ed impossibile la pesca coi piccoli galleggianti e coi mezzi primitivi adoperati.
In queste dipendenze esistono ancora i banchi all’ovest dell’Asinara ed è precisamente su questi che le barche, che qui armarono di tempo in tempo, si portarono a pescare.
La stagione comincia ad aprile e la terminano in ottobre; l’equipaggio delle barche è dalle 4 alle 5 persone, con convenzioni o senza a seconda della reciproca fiducia fra l’armatore e l’equipaggio medesimo. I limitati armamenti non mi permettono di dare quelle risposte di carattere generale che V. S. mi domanda e dirò solo che lo scarso beneficio che questi armatori hanno ritratto da questa pesca è la principale causa per cui quest’industria è qui trascurata.
L’ufficiale di porto Veroggio.
24. Il signor A. Garatti mi inviava dalla Delegazione di Castelsardo (6 agosto 1882) le seguenti notizie:
a) È vero che barche effettivamente ora non esercitano la pesca del corallo sui diversi banchi, che si trovano entro la periferia di quest’ufficio, ma anni addietro era floridissima ed i pescatori si allontanarono dopo la scoperta dei famosi banchi della Sicilia.
Due barche genovesi pescarono pure un anno e mezzo fa; i banchi, sebbene un po’ sfruttati, trovansi ancora in discreta condizione, se non che la qualità, credo, abbia indotto i corallari ad allontanarsi».
Più tardi lo stesso signor Antonio Garatti mi scriveva. dall’isola Asinara, ove venne traslocato da Castelsardo, una dettagliata ed erudita relazione sullo stato della pesca del corallo, non solo della delegazione di Castelsardo, ma ancora di quella dell’Asinara.
Nella sua qualità di sotto-ufficiale delle guardie di finanza, con le attribuzioni di ricevitore di dogana e di delegato di porto, il prelodato signor Garatti volle, con pazienza e perizia assumere informazioni sia a Castelsardo che all’Asinara, e ciò con molto profitto pel caso nostro, perchè queste due delegazioni esercitano la vigilanza su tutta quella distesa di mare, che dalle Bocche di Bonifacio, o poco meno, corre fino a Porto-Torres e girando l’isola Asinara scende fino al capo Argentiera. Vive grazie perciò al prelodato signore.
b) Riporto quindi senz’altro le diligenti risposte che il signor Garatti fece al mio interrogatorio scritto:
Relazione del signor delegato di porto di Castelsardo e dell’Asinara (isola).
«Nessuna barca dei paesi dipendenti da queste due delegazioni sono impiegate nella pesca del corallo; per cui non armatori, non società.
Le barche più grandi che qui di solito esercitano una tale pesca, sono da 8 a 12 tonnellate; e sono equipaggiate da 8 a 12 marinai, il capitano compreso. Le più piccole sono da tonnellate tre ad otto e portano a bordo da 4 a 7 marinai.
La pesca incomincia sempre in aprile e termina alla fine di settembre d’ogni anno. I marinai vengono arruolati a Genova, a Santa Margherita di Rapallo, a Napoli e ad Alghero. I loro stipendi, dappoichè sono tutti assunti a salario, variano nel seguente modo: per ogni stagione di pesca i mozzi percepiscono lire 150, mentre tutti gli altri variano dalle 200 lire alle 220; lire 300 il secondo e lire 400 il primo ossia il capitano.
Le barche sono tutte nazionali e ne provengono da Napoli 30 a 35; da Genova e Santa Margherita altrettante e 20 a 25 da Alghero. Per altro in molte stagioni su questi due mari pescarono perfino 300 e più barche.
Gli attrezzi usati più comunemente da queste barche sono: pei genovesi la salabra, usata dagli spagnuoli; pei napoletani e per gli algheresi il solito ingegno a croce.
Lungo le coste dipendenti da queste due delegazioni la attività della pesca è, si può dire, divisa in parti eguali, scaglionandosi le barche una parte nel mare di Castelsardo, l’altra nel mare dell’Asinara.
Mare di Castelsardo. Per ora dirò soltanto che le secche di Castelsardo (V. foglio 4°) sono circa un centinaio, che comunemente vengono chiamate gli Scoglioni. Essi si trovano discosti da terra circa dieci chilometri e si estendono orizzontalmente fino verso l’isola Rossa per una lunghezza di circa 18 chilometri, con una larghezza variabile dai 500 metri ai tre chilometri, formante sott’acqua un arcipelago d’isolette.
Nelle adiacenze poi dell’Isola Rossa vi sono diverse secche e piccoli banchi, o ciglioni, i quali s’aggirano su di una superficie curva oblunga di 15 chilometri di lunghezza e misurante in larghezza 8 chilometri alle due estremità e dieci al centro e che si dicono i Ciglioni dell’Isola Rossa. Questi rasentano il litorale alla sola distanza da tre a quattro chilometri da terra, per la grandezza suindicata.
Le profondità alle quali si riscontrano le suddette secche, banchi e ciglioni variano da 15 metri ai 40; seguendo ondulazioni, avvallamenti, grotte, ecc.
Non appena lasciati quelli dell’Isola Rossa vengono i banchi di Capotesta, cioè molti scoglietti, e ciglioni, che si aggirano su una lunghezza di 15 chilometri circa, e di circa 9 in larghezza; alla distanza da terra che varia da un chilometro a due, fino a raggiungere i nove chilometri di loro larghezza; questi poi si trovano ad una profondità minore degli altri, variante cioè dagli 8 ai 35 metri.
È fin qui per il mare di Castelsardo.
Mare dell’Asinara. – L’isola dell’Asinara è rivestita da un banco, che incomincia da Torre Trambucato alla distanza da terra di 18 a 20 chilometri. Ha una larghezza che varia dai 200 a 7000 metri ed una lunghezza di circa 30 chilometri; a varie curve, che ora si avvicinano, ora si allontanano da terra, spingendosi verso l’estremità nord dell’isola, verso Capo Scorno, ove ora trovasi il faro, e terminando a 10 chilometri da quello. Esso banco viene comunemente chiamato il Giglio del Trambucato e vi fu un tempo che sul medesimo pescarono fino a 400 barche. Varia egli pure per quanto riguarda la profondità, dappoichè da 10, 12 metri arriva fino ai 600.
Nei paraggi del faro, ossia di Capo Scorno, esiste altra secca, lunga pressochè 15 chilometri, con una larghezza che varia dai 3 ai 5 chilometri, di andamento a zig-zag e si chiama la Secca dello Scorno che sta quindi a settentrione dell’isola.
Dalla parte di ponente, lunghesso tutta l’Asinara e fino dirimpetto al Capo dell’Argentiera, per una lunghezza di 40 chilometri all’incirca, vi è una grande quantità di secche e scogliere che distano da terra dai 2 ai 15 chilometri e si chiamano i ciglioni, o scogli del mare di fuori. Non mi è riescito accertarmi delle loro grandezze, ma mi assicurano esservene di tutte le forme e dimensioni.
Il corallo pescato, comunemente, viene portato ad Alghero o a Porto Torres, od anche direttamente a Livorno. Il traffico poi si esercita a Genova, Livorno e Napoli.
In questi mari vengono pescate tutte le qualità di corallo; ma più comunemente il rosso bello, che qui viene chiamato ruju; in piccola quantità il roseo che però volgarmente non varia di nome. Bianco pochissimo e chiamasi pure bianco; qualche poco di ramegno che viene indicato col nome di iscoluriddu, ed in minima proporzione il giajetto che qui viene poi detto nieddu. Chiamano mortu al morto; viu al vivo; rotti ai rami; pezzareddi ai frantumi.
Non mi riescì di stabilire con precisione la quantità di corallo pescato in questo biennio; per altro, dalle accurate informazioni assunte e dalle notizie raccolte, mi risulterebbe che nella stagione 1881 vennero pescati circa 250 quintali di corallo; mentre in quella di quest’anno ( 1882), per il piccolo concorso di corallai, non si avrebbero pescati che dai 150 ai 180 quintali. Negli anni addietro si raggiungevano persino i 600 е più quintali.
Mi assicurarono che quasi ogni anno il corallo varia di prezzo, per cui non ho potuto stabilire con precisione i prezzi a seconda della qualità; ma approssimativamente ho potuto capire che il rosa, che è il più raro, quando è grosso di prima qualità lo pagano fino a 900 lire, ed i frammenti di questo da 300 ai 500. Il rosso di prima qualità dalle lire 250 alle 300, е lé altre qualità inferiori relativamente.
Per la vendita poi: i genovesi preferiscono Genova, i napoletani, Napoli o Torre di Greco, e gli algheresi preferiscono Livorno.
Nessun lavoratore di corallo trovasi nei paesi alla dipendenza di queste due delegazioni; come non capitarono mai compratori francesi.
Nessunissima modificazione o miglioramento è stato introdotto negli attrezzi, sia nella forma che nella grandezza; restano sempre quelli indicati retro. Senonchè detti attrezzi variano fra loro nella grandezza, secondo la portata della barca e secondo la profondità cui devono essere calati e la forma del banco; e cioè dai più piccoli di 55 centimetri, ai più grandi, fino di 20 metri.
Mai vennero denunciati nuovi banchi di corallo agli uffici di porto; e ciò perchè ignorano assolutamente i benefizi della nuova legge, che dà loro diritto di sfruttarli. Essi invece sono tenuti celati, ma non già rispettati reciprocamente; stante che, dopo scoperto un banco da chi che sia, visto dagli altri corallai, che uno qualunque pesca in luogo diverso del solito, stanno sull’avviso ed accortisi della nuova scoperta, tutti vi accorrono senza riguardi. Per questo fatto mancano di queisegnali che il regolamento prescriverebbe.
Le barche, durante la notte od il cattivo tempo riparano, a seconda dei paesi ove esse trovansi; tenuto ben conto dei venti che spirano. La pesca si fa quasi tutta a levante da quì (isola Asinara), tranne quelli della costa occidentale dell’isola. Perciò col vento di levante riparano a Caladoliva, Calareale, ecc.; col ponente invece a Castelsardo, Isola rossa, Santa Teresa di Gallura e Maddalena; col mezzogiorno presso a poco negli stessi luoghi, e colla tramontana si portano ad Alghero, Calareale e Portotorres.
Nelle località sopranominate fanno le loro provviste di bordo Gli attrezzi per la pesca vengono fatti da loro stessi, quando riparano durante il cattivo tempo, o per altra ragione nei porti, oppure li preparano nel restante della stagione in cui non pescano. Solo la canape ricevono da Genova, o da Livorno, o da Napoli. ” Non esistendo corallaio nella giurisdizione di queste due delegazioni, nessun pescatore si porta sulle altre coste sarde, o su quelle dell’Italia continentale, o dalmatiche, o africane.
L’indole dei marinai corallini, in generale, è mite; rarissimi, anzi mai vengono qui notificati delitti di sangue. Le diserzioni invece sono molto frequenti, sebbene isolate; ma poscia spesso fanno ritorno al loro bordo, dopo due o tre giorni di assenza. Le morti sono rarissime.
Del resto le condizioni attuali di questa pesca si possono dire squallide; e ciò per mancanza di mezzi in cui si trova l’industria corallina in Sardegna. In quanto poi alle disposizioni della legge 4 marzo 1877 e del relativo regolamento, io le reputo buonissime, dappoichè anima i corallai a tentare scoperte di nuovi banchi, per fruirne poscia dei relativi vantaggi.
Però debbo aggiungere che ben pochi sono i corallai che abbiano conoscenza delle benefiche disposizioni di legge a loro riguardo, il che è grave danno, perchè mal si prestano a denunciare le nuove scoperte E qui non posso a meno di dire che la legge ed il regolamento in parola non hanno avuto quella pubblicità che sarebbe stata necessaria nel grande interesse di un sì importante ramo d’industria nazionale; e sarebbe indispensabile obbligare chi è tenuto a renderle palesi, di adoperarsi con tutti i mezzi onde, al presentarsi dei corallai per partire per la campagna di pesca, diano loro quelle istruzioni che valgono ad ottenere lo scopo lodevolissimo del legislatore. Così dicasi per tutti gli uffici di porto che hanno rapporti coi corallai medesimi. In caso diverso resterà sempre lettera morta.
I corallini più pratici asseriscono che molti ancora sono i banchi da scoprirsi, ma la mancanza di mezzi impedisce loro di ricercarli. Essi poi giudicano molto utile l’impiego di barche di maggiore portata, preferendo per questi mari i velieri, come più comodi; e da impiegarsi specialmente nelle esplorazioni di scoperta dei nuovi banchi. Essi infine vedrebbero come provvidenziale l’istituzione, o la formazione d’una speciale Società di corallai in Sardegna e la riterrebbero di un grande vantaggio nell’interesse della pesca e dell’industria.
Isola dell’Asinara, 11 ottobre 1882.
ANTONIO GARATTI
Sulla pesca del corallo a Olbia
25. A Terranova Pausania ed alla Maddalena le mie ricerche furono affatto negative.
Dal delegato di porto di Terranova ricevetti la seguente dichiarazione che comprovala mia asserzione.
Dogana di Terranova Pausania
Ufficio di Porto, nº 24.
Informazioni sui banchi e depositi corallini.
Terranova Pausania, li 13 agosto 1882.
Pregiomi dichiararle che lungo le coste marittime comprese nella giurisdizione di questo ufficio non sono mai stati scoperti banchi di corallo, motivo per cui non sono frequentate da barche dedite a questa pesca.
È ovvio che qualora per l’avvenire venisse scoperto per avventura qualche deposito corallino non mancherò di renderne edotta la S. V.
Il delegato di porto S. Cossu
Sulla pesca del corallo a La Maddalena
26. – Portatomi alla Maddalena dal chiarissimo signor cavaliere Favaro, capitano di quel dipartimento marittimo ebbi non poche informazioni che credo, a dir vero, inutili riferire, trovandosi esse accennate nella relazione che volle inviarmi e che ora trascrivo.
Istessamente non s’allontanano molto le diverse notizie che ho potuto raccogliere in luogo da persone competenti, od addette alla pesca che ora ci occupa.
Capitaneria di Porto del compartimento marittimo dell’Isola della Maddalena ν. 2006.
Pesca del corallo.
Maddalena, li 30 ottobre 1882.
Pregiomi di significare alla S. V. che prima d’ora avea domandati alcuni dati ai signori uffiziali di porto in Alghero e Porto Torres per redigere una completa relazione sulla pesca del corallo, ma essendo informato che quei funzionari già ebbero ad avanzare direttamente alla S. V. le occorrenti informazioni, mi limiterò così a riferire soltanto per questa località di Maddalena.
Sono tre anni che qui non si pesca più al corallo e per lo avanti solevano venire a pescare in queste acque le barche coralline di Torre del Greco, le quali più non si videro per essere invece andate a pescare in Sciacca, e quindi non sarei in grado di porgere tutte le nozioni che mi si addomandano sulla detta pesca.
Solo ricordo che nel 1879 i pescatori di Torre del Greco avevano scoperto un banco di corallo; si diceva allora che il corallo vi era abbondante e se ne pescarono di colore rosa, di superiore qualità. In quel tempo insieme al corallo buono se ne prese del guasto e vecchio; il che faceva credere che sul luogo non si avesse da molto tempo o mai pescato.
Secondo la relazione dei pescatori il banco formava come una scogliera in forma di schiena di cavallo, che si portava fino al paralello della Corsica. Allora ne pescarono un pezzo di un’oncia e mezza, valutato circa 700 scudi; ma per altro dopo quella scoperta venuta la notizia che in Sciacca si faceva più abbondante pesca, lasciarono ogni intrapresa e le barche se ne partirono da qui nel mese di maggio 1879 per Sciacca e più non ritornarono.
Vennero in quest’anno due barche francesi a pescare al corallo. Erano equipaggiate da otto persone per cadauna; la prima era della portata di tonnellate 3,45 e la seconda di tonnellate 1,95, ma queste barche non fecero buoni affari. Desse sogliono usare nella pesca il così detto ordigno, o palombaro.
Allorquando quei di Torre del Greco venivano a pescare in questi mari, il corallo raccolto lo portavano a vendere a Napoli ed anche a Genova e Livorno; ed a seconda della qualità lo vendevano fino a 35 e 40 scudi (175 a 200 lire) al chilogramma.
Qui in Maddalena non vi sono lavoratori di corallo.
Corallari Maddalenesi non ne abbiamo. I corallari che sono venuti negli anni passati erano, come ho detto, di Torre del Greco, ed usavano nelle loro pesche il solito ingegno a croce. Quando il tempo era cattivo essi corallari riparavano nelle cale, che abbondanti si trovano in Sardegna; e quando il tempo era tranquillo non si muovevano dal luogo di pesca.
Molte volte capitavano anche alla Maddalena a far provvista di bocca.
Non si può dire quali siano i punti più abbondanti di pesca, imperocchè i pescatori solevano andare all’avventura, cercando; e, ad esempio, negli anni trascorsi fecero buoni affari nei punti fuori della Caprera. Null’altro avrei ad osservare, non essendovi qui nè pescatori, nè barche addette alla pesca del corallo.
Il capitano di porto FAVARO
Sulla pesca del corallo a Muravera
27. Le cose fin qui dette sono quanto di più importante si può dire della pesca del corallo sulle coste della Sardegna.
Riferendo le diverse notizie noi seguimmo un ordine determinato per modo che percorremmo tutta la costa meridionale, quella di ponente e quella settentrionale dell’isola.
Riguardo alla costa di levante ben poco abbiamo a dire.
Già lo si notò come questo tratto di mare sia molto meno ricco di depositi coralligeni e di conseguenza ben poco frequentato dai corallai, i quali tutt’al più tentano qualche pescata nel loro passaggio di andata o di ritorno dalle coste africane, o da quelle occidentali dell’isola sarda.
Da Porto Corallo, che, come l’indica il nome se non al presente in tempi passati deve aver presentato depositi corallini ragguardevoli, ebbi una breve relazione dalla gentilezza dell’egregio delegato di Porto (ufficio di Muravera) nella quale si conferma la nessuna pesca lungo quel tratto di mare, e che riporto per esteso, come ebbi a fare con tutte quelle degli altri signori funzionari; i quali per tal modo cooperarono grandemente nel raccogliere i migliori dati contenuti in questo mio lavoro.
Delegazione marittima Muravera ν. 208.
Nozioni sulla pesca del corallo.
Porto Corallo, 30 giugno 1882.
Riscontro a sua gradita come segue:
È pochissimo tempo che sono qui per cui queste informazioni mi risultano da indagini fatte, che però ritengo precise.
In questa costiera sono circa sei anni dacchè i corallini non fanno pesca. Prima di detta epoca ne venivano una trentina di barche, fra genovesi, sarde e napoletane, per stagione; giammai però straniere, e si fermavano soltanto pressochè un mese, verso l’aprile ed il maggio, pescando a 20 e più chilometri in alto mare tutti nello stesso luogo , cioè proprio di fronte alla foce del Flumendosa, o meglio, per maggior estensione fra il tratto delle due torri Motta e Diecicavalli, nel cui centro all’incirca sta la torre di Porto Corallo; lagnandosi però sempre più di anno in anno dell’esito ottenuto.
Asserivano invece i marinai più vecchi di aver nei tempi andati fatto sempre delle buone pesche in questi paraggi.
Da sei anni in qua non si vide più che qualche barca algherese, la quale passando tentò qualche prova per quattro o cinque giorni e non trovandovi tornaconto, proseguì pel Golfo Palmas; d’onde al ritorno per solito ritentava qualche altra prova infruttuosa.
Il brigadiere di finanza, ff. ricevitore doganale e delegato marittimo
Gatti Giuseppe.
Riassunto e conclusione
28. Sono già parecchi secoli dacchè le coste della Sardegna vengono esplorate con diverse vicende per la pesca del corallo; e si può dire che (pur solo curandosi di notizie storiche) l’antichità di questa pesca è di poco minore di quella delle coste della Barberia e d’altrove.
Si desume dai trascritti documenti, conservati nel regio archivio di Cagliari, come per lo passato in Sardegna si fossero occupati con alacrità di simile commercio; come ne fossero non poco gelosi; e come infine avessero stabilite norme lodevoli per sistemare tale pesca. In oggi non possiamo dire che sia lo stesso. Diminuita forse la ricerca del prezioso polipaio per le cambiate tendenze della moda; richiamati i pescatori altrove da nuove scoperte, o da più facili guadagni, veggiamo che è in decrescenza l’affluenza delle barche di a’tri paesi, che, non è gran tempo, quì accorrevano in cerca del corallo; e che tutta la zona corallina sarda è quasi esclusivamente esplorata da gente del sito, o almeno tali sono i principali armatori.
La flotta corallina consta tutta di barche dello stesso tipo latino, come si ebbe ad indicare per le differenti località e sono di piccole proporzioni. Nell’anno che corre in Sardegna erano armate circa 110 di queste barche, rappresentanti un tonnellaggio complessivo di 250. Di quelle coralline la maggioranza trovansi inscritte all’ufficio marittimo di Carloforte, al quale fa seguito quello di Alghero.
Già ho menzionato come non sia al presente notevole la venuta di barche nazionali di altri paesi e come sia affatto accidentale la comparsa di corallatrici straniere. In maggioranza (e lo sappiamo dalle relazioni degli ufficiali di Carloforte e di Alghero) sono le napoletane e più precisamente di Torre del Greco, sebbene non ne manchi alcuna del Genovesato.
L’equipaggio per queste barche è nella massima parte composto di carlofortini e di algheresi; talora però il numero è completato di marinari che provengono dal Napoletano ed alcuno dalla Liguria (Nota. Poche famiglie napoletane si sono stabilite in Carloforte, e forse anche in Alghero, per darsi alla pesca del corallo. Ad ogni modo si deve fare osservare che non si esprimono esattamente quelli che parlano di corallari sardi; perchè, a vero dire, questa pesca si pratica quasi esclusivamente dai carlofortini e dagli algheresi; ed è notorio come, tanto i primi che i secondi, non sono di origine sarda ed ancora in oggi si distinguono facilmente per linguaggio e per costumanze ben diverse. Pescatori e marinari veramente sardi si mantengono affatto estranei a questo genere di pesca).
Questa ciurma, tutto sommato, ci rappresenta un complessivo di 528 uomini i quali costituiscono una schiera di arditi marinari, rotti ad ogni fatica e, a loro onore, d’indole ben diversa di quella che si attribuisce ai corallari di altri paesi. Che nella generalità siano di ottima indole lo si rileva anche dai documenti ufficiali avuti in proposito e che ridondano a tutta loro lode. I proventi, naturalmente diversi perle differenti classi di uomini di bordo, non sempre corrispondono alle fatiche ed ai rischi ai quali quella gente deve avventurarsi per un lungo spazio dell’anno. Volta volta avemmo a riportare le paghe che percepiscono tanto i padroni, che i marinari ed i mozzi e ciò ci dispensa di parlarne maggiormente, anche riguardo ai maggiori o minori vantaggi che essi fruiscono o fruirebbero, nell’essere assunti alla parte, o piuttosto salariati. Certamente che il secondo modo è più sicuro, ma non è a negarsi che il primo talora possa essere grandemente proficuo.
La pesca al corallo la si pratica con attrezzi molto semplici e prestamente enumerati. Però a detta dei più intelligenti e provetti nel mestiere, difficilmente si saprebbe trovare di meglio e di più adatto di essi.
L’ingegno, sia poi il semplice a croce, o l’ingegno chiaro, gode dell’approvazione del tempo lunghissimo dacchè è in uso e della generalità dei corallai, avendo pur sempre il primato su quanti altri istromenti si vollero applicare per la pesca del corallo.
Non è a negarsi che esso possa essere suscettibile di qualche riforma. Senza dubbio però questi miglioramenti sono più facili a dimostrarsi negli altri arnesi da pesca; fra i quali principalissimo è l’argano a forza di braccia, che potrebbe benissimo venir sostituito da qualche congegno, messo in moto dalla forza del vapore. Una tale applicazione risparmierebbe tanta fatica ai marinari e tanto tempo per il manovrare la gomena dell’ingegno e per salparlo dal fondo.
Sia pure in piccole proporzioni, ma un congegno a vapore per tale scopo, secondo me, porterebbe segnalati vantaggi, precipuamente quando il naviglio non fosse un veliero, bensì un piroscafo, foss’anche di modeste dimensioni.
La stagione, o campagna di pesca del corallo ha lo stesso periodo di durata per tutta la costa della Sardegna. Principia alla metà di aprile o sul principio di maggio e termina con limite più preciso alla prima domenica di ottobre. Per alcune località però come ebbi già ad indicare questo periodo viene alquanto abbreviato per qualche pescatore, posticipandone il principio; e ciò laddove la pesca del tonno offre loro un guadagno sicuro e talora rilevante.
Dando uno sguardo agli schizzi di costa sarda, che accompagnano il presente scritto, tosto appare quali siano i tratti di mare maggiormente ricchi in fondi coralligeni. Tali punti lo furono in antico e lo sono ancora in oggi e vengono a formare, insieme a qualche altra località, una barriera corallina tutt’intorno all’isola, verso ponente, verso settentrione e verso mezzodì: interrotta per poco qua e là.
Quest’ultimo fatto, senza dubbio, dipende dalla natura del fondo marino, che da roccioso diventa fangoso; come ve. diamo avvenire principalmente innanzi al golfo di Oristano ed al grande golfo di Cagliari; la qual causa pure spiega molto probabilmente la mancanza del polipo su quasi tutta la costa orientale della Sardegna, da Capo Comino a Porto Corallo.
La natura fangosa, o sabbiosa di un fondo marino, sappiamo essere di ostacolo alla vita dei corallari in generale e si conoscono casi di fondi coralligeni perduti, anche recentemente, per l’invasione di sabbie e di fanghiglie. (Nota. Canestrini G. Ricerche fatte nel mare di Sciacca intorno ai banchi corallini. Relazione a S. E. il ministro d’agricoltura, industria e commercio. Annali dell’industria e commercio, 1882).
I pescatori (dice benissimo il Panceri cit.) sanno che il fondo preferito dal corallo è una roccia composta, o largamente incrostata da altri polipai, Cariofillie, Oculine, Cladocore, ostriche morte, sulle quali si trovano viventi col corallo medesimo altre ostriche della stessa specie e poi altri molluschi, brachiopodi, serpule, vermeti, alghe incrostanti, ecc.
Quest’associazione non è fortuita neanche essa, componendosi tutta di animali o di piante per le quali l’abbondanza della calce nel mezzo ambiente è una biologica necessità. Se il fondo supplisca tuttavia in parte a questo bisogno, e come vi supplisca non è ben chiaro, e se il corallo, ad esempio, cresciuto sulle corallere occidentali del golfo di Napoli a fondo vulcanico e quindi siliceo è più sottile e più smilzo dell’altro delle corallere orientali, dove la roccia sottomarina è calcarea, dove il corallo acquista le più belle dimensioni sulle roccie feldspatiche di S. Antioco, di Bosa e di Alghero in Sardegna, come sulle ossidiane delle isole Eolie.
La indicata zona coralligena di Sardegna ha un andamento più o meno irregolare, presentando dimensioni, distanze da terra e profondità diversissime. Così, ad esempio, osserviamo che, se in alcune località trovansi banchi di corallo poco discosti da terra (1, 2 chilometri, Scoglioni di Capo Testa presso Santa Teresa di Gallura) in altri posti queste distanze sono rilevanti (20, 22 chilometri, Banco del Giglio all’Asinara; alcune secche di fortezza vecchia del Capo Carbonara).
La lontananza di questi banchi potrebbe anche essere dimostrata maggiore, come opinano, non a torto principalmente quelli di Carloforte, se i mezzi di scandagli e di trasporto presso i corallari fossero migliori. Queste svariate distanze, senza dubbio, dipendono principalmente dalle ineguali profondità del fondo marino in quei luoghi. Però di leggieri ci persuadiamo come le secche coralligene in Sardegna non variano gran che nella loro batimetria, trovandosi, in generale, fra le 60 e le 80 braccia (pari a metri 87 20 a 129 60); corrispondendo ad una media fra gli estremi assegnati all’ubicazione di questo polipo nelle profondità marine.
Da molto tempo è notoria la bellezza del corallo che vien pescato sulle coste sarde, sia pel colore, che per le dimensioni dei ceppi e la loro bella ramificazione. Questa superiorità porta che ancora in oggi il corallo sardo può far concorrenza alla grande quantità di corallo raccolto dai banchi siciliani ed altrove. Già ho insistito come i carolini ricercano la bella qualità più che altro, onde poter lottare sulle principali piazze contro la quantità degli altri banchi. La quantità, dopo le fatte considerazioni è ovvio prevedere essere non molto rilevante. Presso codesto Ministero si conservano i dati statistici, che alla fine di ciascuna campagna gli vengono trasmessi dai rispettivi dipartimenti marittimi della Sardegna; per lo che non parmi qui luogo di riportarli, bastando quello che avemmo ad indicare nel secondo capitolo, quando riferivamo le cifre più importanti.
Dirò solo che nella ora finita stagione del 1882, dalle notizie che mi furono trasmesse, ricavo che dai corallari di Sardegna vennero raccolti chilogrammi 2198 di corallo, non curandoci qui delle distinzioni di qualità.
Per le principali località quella somma è ripartita nel modo seguente:
Carloforte – Kil. 1162
Bosa 120
Alghero 736
Asinara 180
Totale Kil. 2198
Tutto questo corallo che è pur tuttavia in quantità ragguardevole, viene nel suo stato greggio distribuito fra i laboratori di Torre di Greco, di Napoli, di Livorno e di Genova, non trovandosene alcuno nell’isola, nè essendovi stato mai alcun compratore francese o di altra nazione.
29. La pesca del corallo in Sardegna presa nel suo complesso, desumendola dalle molte ed accurate notizie che sono andato raccogliendo in queste pagine, se non la si può dire veramente florida, non la si deve ritenere in decrescimento o in abbandono. Però ciò pur troppo è a temersi che avvenga rapidamente, col totale esaurimento dei depositi corallini, quando fra non molto le coralline napoletane, sfruttati completamente i banchi siciliani, ritorneranno numerose sulle nostre costiere.
Se a tanto pericolo è urgente il porvi riparo è ovvio il pensarlo; ed è quindi da raccomandarsi che sulle coste sarde si abbiano a praticare, sia per iniziativa privata, sia dalle autorità, estese ricerche sull’esistenza di nuovi depositi.
Al presente tutti i corallai frequentano le località oramai troppo conosciute e vi pescano più che possono, senza preoccuparsi dell’avvenire per quel dato banco; e non tentano neppure nuovi fondi marini colla speranza che la fortuna li possa giovare.
Cagione precipua di questo stato di cose è da ascriversi, senza dubbio, avanti tutto al difetto di capitali e poi alla piccolezza delle barche ed agli istromenti non sempre adatti. Si esplorino nuovi fondi con flottiglia di maggior portata, sia essa a vela, od a vapore; si delimitino le nuove località con maggior precisione di quella che si fa oggidì dai corallai; si facciano meglio conoscere i favori che concede il governo ai corallai in genere ed agli scopritori di nuovi banchi in special modo; ed allora è sperabile di ottenerne migliori risultati.
La marina a vela che è seriamente compromessa dall’invadere della marina a vapore, potrebbe trovare ancora un argine alla sua distruzione, quando (intendo di velieri piuttosto grandi) si applicasse alla pesca del corallo, o ad altre grosse pesche, spingendosi, nel caso nostro, in nuove località ed a maggiori distanze da coteste coste, ormai sondate palmo per palmo.
L’applicazione poi dei battelli a vapore alla pesca del corallo, a me sembra, debba essere di rilevante utilità sia pel risparmio di tempo nel portarsi sul luogo, sia per la maggior sicurezza, potendo con prestezza ripararsi in tempo cattivo e ritornare sul banco, cessato il pericolo; sia ancora perchè il vapore stesso verrebbe usufruito per far manovrare l’argano ed i diversi apparecchi, che occorrono per la pesca in discorso. Questa mia idea l’ho espressa, essendone pienamente persuaso di sua utilità pratica, e perchè ha incontrata l’approvazione di non pochi pratici armatori e padroni, ai quali ebbi a manifestarla.
Un altro fatto, che parmi dovrebbe servire al risveglio di questa pesca, e che mi fu indicato da interrogazioni dirette e da relazioni scritte, sarebbe quello di togliere i corallari dall’ignoranza in cui trovansi riguardo agli studi e sforzi che fa il Governo a favore di questo ramo di pesca. Non solo essi non conoscono i pochi articoli della legge e del regolamento volti a tutto loro vantaggio; ma, sempre sospettosi, procurano ostacoli a chi si occupa dei fatti loro; il che naturalmente impedisce di approfondirsi nella questione e studiarne i mezzi per avvivare questa industria, o suggerirne qualsiasi miglioramento.
Per le accennate ragioni necessita far conoscere quanto potrebbe rendere questa pesca, allora quando vi fossero impegnati capitali sufficienti, persone competenti ed equipaggio intelligente ed esperto in simile pesca; cose tutte che per fortuna non mancano al paese nostro ed alla Sardegna in ispecie.
Inoltre parmi opportuno indicare al Governo come esso dovrebbe interessarsene, provvedendo ai mezzi migliori per questa pesca, che ci è di tanto profitto. Si faccia esso iniziatore per praticare ricerche diligenti di nuovi banchi a maggiori distanze da terra di quello che in oggi si faccia; al quale intento, parmi potrebbero servire eziandio le missioni che si vanno facendo con tanto profitto, per studiare le profondità marinė del Mediterraneo o qualsiasi altro mezzo che ben conosce e non può mancare al Governo.
Voglia inoltre tentare nel far pratiche onde riunire i diversi armatori e suggerire loro la costituzione di una speciale società, la quale con rilevanti capitali potesse affrontare le maggiori spese per l’impianto d’un naviglio di maggior mole e più adatto, per tentare l’applicazione del vapore e per sostenere le non indifferenti spese onde esplorare nuove plaghe.
Si pareggino i pescatori di corallo ai pescatori greci di spugne (isole Simi, Calimnos, ecc.) ove capitani e pescatori formano come una sola famiglia, che dà ad ogni individuo i medesimi diritti, per cui il profitto della pesca viene diviso in parti eguali; e se qualcuno di loro cade ammalato, o si rende inetto per effetto del servizio a continuare l’opera sua, percepisce non per tanto la sua quota o morendo lui, la sua porzione di lucro vien versata alla sua famiglia.
A questa specie di famiglia dei corallai dovrebbero unirsi altresì gli armatori, onde siano gli stessi interessi che li spingono tutti al medesimo scopo, con manifesto vantaggio del paese.
In tale grande società è certo entrerebbero anche i meno intraprendenti ed i meno facoltosi, ben sapendo che l’unione fa la forza, e che, anche nei casi di campagne poco favorevoli, troverebbero sostegno ed aiuto dalla società ed eviterebbero la loro completa rovina.
Ripeto: è urgente in qualche modo provvedere; perchè, esauriti, come sono i banchi siciliani e promettendo poco quelli di Sardegna, tutta quella gente addetta alla pesca del corallo, ritornerà alle coste algerine, ove li attendono i ben noti favori della Francia, che sono tali da allettare anche i meno legati da interessi od affezionati al proprio paese dei poveri corallari; ritorneranno a quei luoghi che, non è molto, 1 { 103 avevano completamente disertati, quando cioè si conobbero le nuove secche di Sicilia (Nota. In prova di ciò si conosce che, per esempio, nel 1879, come lamentava il Governo francese, in Algeria eranvi soltanto nove coralline italiane).
In merito alle disposizioni legislative vigenti noterò solo non sembrar logico, nè giusto, non esservi tassa alcuna per gli stranieri che pescano corallo sulle nostre coste, mentre se ne pretende una non indifferente quando i nostri vanno all’estero. Oltrechè una ingiustizia se si avessero a pareggiare i diritti di pesca fra i diversi paesi, nel caso nostro, si eviterebbe il pericolo palese dell’affluenza di pescatori stranieri (e fors’anche italiani coperti da bandiera estera) che vengono sulle nostre coste, come già fecero in Sicilia; ledendo in tal modo gli interessi dei nazionali.
A migliorare del resto la condizione della forte schiera dei corallari non trovo di meglio di riferirmi alle conclusioni alle quali arrivarono dopo lunghe discussioni i membri della Commissione centrale per la pesca in Italia; aggiungendo che le autorità abbiano a concedere ogni possibile agevolezza per quanto si riferisce alla conoscenza delle norme sulla pesca in questione, a quanto riguarda i vantaggi per gli scopritori di nuovi banchi e per quanto concerne le attenzioni particolari che si meritano i corallari per la loro posizione, degna d’ogni riguardo.
- 30. Per quanto mi spingesse il buon volere ed il desiderio di degnamente corrispondere ai desiderii di chi mi onorò di siffatto mandato, forse non avrò pienamente risolta ogni questione; ciò nondimeno, compatibilmente coi mezzi di cui avevo a disporre, credo d’aver fatto del mio meglio. Al certo non mi era possibile neppure tentare la ricerca di nuovi fondi coralligeni, occorrendo il concorso di persone capaci per la delimitazione precisa dei diversi punti o località e più ancora di mezzi di trasporto e di esplorazione, che io non ero in grado di facilmente procurarmi.
Del resto il ricercare nuovi (1) banchi non è certamente la cosa più ovvia ed una prova evidentissima l’abbiamo nel fatto che gli stessi corallari, siano pure praticissimi, non rinvengono quando a loro pare e piace nuovi depositi, ma ascrivono a rara fortuna quando ciò loro capita.
Con questo non voglio negare che lo si possa fare e spero anzi che il Governo, dopo i risultati molto sconfortanti delle ricerche sui depositi di Sicilia, vorrà accertarsi di quanto può sperare da quelli della Sardegna, allargando le ricerche e servendosi, come sopra già dissi, di mezzi più adatti e di persone di pratica conclamata.
Il mio compito, io credo, non poteva essere maggiore di quello che ho tatto; di raccogliere, cioè quanto si fece e si pratica in oggi sulla pesca del corallo in Sardegna, onde farne conoscere il suo vero stato attuale; di indicare quali speranze si possono nutrire su essa e segnalarne i mezzi migliori per favorirla. Considerando inoltre la scarsità di notizie, fra loro slegate, che si avevano sulla pesca del corallo in Sardegna, ho creduto molto opportuno di riunire, a modo di monografia, quanto mi fu possibile sull’argomento, pur anco scostandomi forse dai limiti assegnatimi.
Dopo ciò nutro fiducia di aver adempiuto alla mia missione; ed è con tale lusinga che pongo termine al mio scritto, ringraziando nuovamente le illustri persone che mi onorarono di simile incarico e gli egregi signori che contribuirono a facilitarmelo.
Cagliari, dicembre 1882.
Si veda anche
LA SARDEGNA
PRIMA CROCIERA DI PESCA MARITTIMA
relazione del Capitano di Fregata
Renzo Mancini
Squadriglia sperimentale di pesca della R. Marina
Roma, Tipografia dell’ufficio del Capo di Stato maggiore della Marina
1921


