LA FALLIMENTARE SPEDIZIONE DEI RIVOLUZIONARI FRANCESI IN SARDEGNA (1792-1793)

di

E. PEYROU

Luogotenente

TITOLO ORIGINALE TRADOTTO

Spedizione di Sardegna: Il tenente colonnello Bonaparte alla Maddalena (1792-1793)

Paris, Henri Charles-Lavauzelle Éditeur militaire, 1912

(immagini fuori testo)

in francese: 

INDICE

Prefazione.

I. La Francia e l’Austria. ‒ Atteggiamento di Francesco II. ‒ La dichiarazione di guerra del 20 aprile 1792. ‒ Fallimento dei negoziati in Europa. ‒ L’ambasciatore Sémonville a Torino. Stato d’animo delle corti straniere. ‒ Il Piemonte entra nella coalizione. Situazione politica e stato dell’isola di Sardegna.

II. I progetti di Buttafoco e di Constantini, la loro origine. ‒ Il progetto di Constantini è adottato dal Consiglio esecutivo. ‒ Carattere della spedizione di Sardegna.

III. Le disposizioni del Potere esecutivo. ‒ Truguet e d’Anselme. ‒ Marius Péraldi inviato presso Paoli. ‒ Stato dell’opinione in Corsica. ‒ Atteggiamento di Paoli.

IV. Ambizioni di d’Anselme, la sua avversione per la spedizione di Sardegna. ‒ Decisione del Consiglio esecutivo. ‒ I volontari provenzali, loro concentramento a Villefranche. ‒ Truguet ad Ajaccio. ‒ Destituzione di d’Anselme.

V. La squadra del Mediterraneo. ‒ Latouche-Tréville a Napoli. ‒ Accoglienza riservata a Truguet dai corpi amministrativi. ‒ I marinai ad Ajaccio. ‒ Zuffa sanguinosa del 18 dicembre. ‒ Conseguenze e progetto di una controffensiva nel nord della Sardegna.

VI. Stato d’animo della corte di Torino. ‒ Il consiglio del re. ‒ Il viceré di Sardegna riceve le istruzioni da Torino. ‒ Atteggiamento del clero e della nobiltà. ‒ Organizzazione della difesa. ‒ Le truppe regolari e le milizie. ‒ La messa in stato di difesa di Cagliari.

VII. Latouche-Tréville a Palmas. ‒ Presa di San Pietro. ‒ Arrivo di Truguet. ‒ Presa di Sant’Antioco.

VIII. Colpo di mano su Cagliari. ‒ Iniziative di Péraldi e di Truguet. ‒ Il primo bombardamento di Cagliari.

IX. I volontari provenzali a Bastia e ad Ajaccio. ‒ Il generale Casabianca assume il comando del corpo di spedizione. ‒ La flottiglia, dispersa dai venti, si riunisce infine a Cagliari.

X. Operazioni contro Cagliari. ‒ Le fortificazioni della città. ‒ Piano di Truguet. Operazioni combinate dei due corpi da sbarco e della squadra. ‒ Marcia su Cagliari. ‒ La rotta.

XI. I battaglioni dei volontari corsi. ‒ Risorse militari dell’isola. ‒ Lettera di Truguet a Paoli. ‒ Napoleone Bonaparte tenente colonnello del battaglione di Ajaccio e di Tallano. ‒ Napoleone e Paoli. ‒ Colonna-Cesari e Paoli. ‒ Colonna-Cesari incaricato di missione presso Truguet e Sémonville. ‒ Colonna-Cesari nominato comandante in capo della controffensiva della Maddalena.

XII. I volontari a Bonifacio.

XIII. Operazioni contro la Maddalena.

XIV. Il tenente colonnello de Sailly e la guarnigione dell’isola di San Pietro. ‒ Arrivo della flottiglia spagnola. Capitazione del 25 maggio. ‒ Trasporto della guarnigione a Barcellona.

XV. Conclusione.

LA PARTE RIGUARDANTE NAPOLEONE BONAPARTE A LA MADDALENA È ANCHE RACCOLTA QUI

Prefazione

L’oblio dei contemporanei e della storia, tale è stato il destino della spedizione di Sardegna. Questa sanzione appare meritata, se si considera soltanto la fine lamentevole di questa impresa. Tuttavia, se si tiene conto delle intenzioni del Consiglio esecutivo provvisorio, del valore che esso attribuiva alla presa di un’isola così importante, dei mezzi considerevoli per l’epoca che esso mise in opera, e della risonanza che esso si aspettava dalla riuscita della missione affidata a Truguet, si vede che la spedizione di Sardegna non è affatto meno interessante della conquista della Savoia e della contea di Nizza. Soltanto i destini furono differenti. I generali d’Anselme e Montesquiou ebbero miglior fortuna dell’ammiraglio Truguet.

Abbiamo pensato che la Francia sia abbastanza ricca di gloria perché non debba nascondere nulla della propria storia, ed è per questo che non abbiamo esitato a trarre dall’ombra questa spedizione dimenticata.

Vi si vedranno gli sforzi disordinati e faticosi che segnarono gli inizi della lotta della Rivoluzione e dell’Europa, la timidezza, l’inesperienza, la pusillanimità, persino la viltà dei capi che condussero le nostre prime truppe contro il nemico, e soprattutto la mancanza di coesione e di spirito militare che rende le giovani leve inadatte alla guerra. Allora appariranno più fulgide quell’energia dei primi partigiani del nuovo regime, e quella fortuna che permise alla Rivoluzione di costituirsi a proprio piacimento, mantenendo, con semplici procedimenti d’intimidazione, l’Europa esitante e armata su tutte le frontiere.

Attraverso l’uso di proclami e d’intrighi, la spedizione di Sardegna parteciperà delle guerre di propaganda; ma, al nobile disinteresse dei primi slanci, si mescoleranno già delle considerazioni d’interessi, caratteristiche di una prossima evoluzione nello spirito del popolo e nell’opinione dei dirigenti. La spedizione di Sardegna segnerà così una transizione tra le guerre di conquista e le guerre di affrancamento e di propaganda.

Non rimpiangeremo le nostre pazienti ricerche, se saremo riusciti a trarre dall’oblio una lezione di cose fatta dai nostri antenati, e se saremo giunti a portare il nostro contributo, per quanto debole esso sia, alla storia della nostra bella Francia.

Tenente E. J. PEYROU.

I.

La Francia e l’Austria. — Atteggiamento di Francesco II. — La dichiarazione di guerra del 20 aprile 1792. — Fallimento dei negoziati in Europa. — L’ambasciatore de Sémonville a Torino. Stato d’animo delle corti straniere. — Il Piemonte entra nella coalizione. Situazione politica e stato dell’isola di Sardegna.

All’inizio dell’anno 1792, i princìpi del 1789 avevano ottenuto in Francia sostenitori entusiasti. Il proselitismo guerriero aveva conquistato la maggioranza della nazione e reso gli spiriti favorevoli a una crociata rivoluzionaria. I sostenitori del nuovo regime dichiaravano che le nostre frontiere erano troppo ristrette e che diventava necessario aprire, oltre questi limiti convenzionali, una larga via alle nostre idee che già filtravano ovunque.

L’espansione attraverso le armi diventava sempre più inevitabile; era fatale e scaturiva dal genio nazionale dei Francesi e dal carattere stesso della Rivoluzione. Per determinarla, non occorreva che un’occasione; fu l’Austria a fornirla.

Francesco II profondeva aiuto e protezione agli emigrati, li sosteneva con i suoi consigli e le sue esortazioni, prometteva loro il soccorso del suo numeroso esercito e fomentava in Europa tutti gli odi contro il popolo che aveva osato scuotere il giogo dei re. Questo atteggiamento offensivo e provocatorio dell’imperatore non tardò a sollevare l’indignazione della Francia rivoluzionaria, che aveva coscienza dei propri diritti e che, ogni giorno, li affermava più energicamente. La dignità della Rivoluzione era in gioco, bisognava salvaguardarla. Dumouriez, con calma ma con vigore, intimò all’Austria di modificare il proprio modo di agire.

L’intimazione di questo giovane rivoluzionario suscitò, presso la vecchia corte degli Asburgo, al contempo sdegno, collera e stupore. La Rivoluzione non chinava dunque la fronte davanti alle più antiche monarchie? Vienna rispose con un ultimatum orgoglioso; chiese semplicemente il ripristino della regalità nello stato fissato dalla dichiarazione del 23 giugno.

Non restava all’Assemblea nazionale che compiere il proprio dovere. Il 20 aprile 1792, in mezzo a trasporti d’entusiasmo, votava la «guerra ai re e la pace alle nazioni». Poi, al fine di mostrare chiaramente lo spirito delle sue risoluzioni, dichiarava «che la nazione francese, fedele ai principi consacrati dalla Costituzione di non intraprendere alcuna guerra in vista di fare conquiste e di non impiegare mai le proprie forze contro la libertà di alcun popolo, non prendeva le armi che per la difesa della propria libertà e della propria indipendenza; che la guerra che essa era obbligata a sostenere non era affatto una guerra da nazione a nazione, ma la giusta difesa di un popolo libero contro l’ingiusta aggressione di un re».

Mentre, apertamente, la Francia rivoluzionaria affermava la sua volontà di seguire all’interno le vie che si era tracciata, segretamente accarezzava la speranza di una pace felice che le permettesse di riconquistare in Europa il suo prestigio minacciato. La Rivoluzione aveva fede nel proprio destino e la consapevolezza delle scarse risorse di cui disponeva non doveva affatto farla esitare nella coraggiosa risoluzione di iniziare una lotta impari.

L’entusiasmo fa dimenticare la prudenza. L’insubordinazione delle truppe, l’inesperienza degli ufficiali di complemento e di una parte degli ufficiali generali erano note a tutti e, nonostante ciò, Dumouriez dichiarava la guerra. Ispirato dal genio della Rivoluzione, egli profetizzava gli eventi prossimi, infondeva coraggio a tutti e dichiarava che «quand’anche la disciplina avesse concesso in una prima campagna qualche successo ai nemici della Francia, mai essi avrebbero potuto trionfare sulla resistenza di una nazione popolosa e valorosa i cui individui sono tutti armati».

Uno spirito nuovo aveva dettato la guerra; vecchie tradizioni stavano per condurla. L’Assemblea aveva votato la guerra ai re; Dumouriez non la dichiarò che al re di Boemia e d’Ungheria. Un rivoluzionario riprendeva la politica dimenticata dei Richelieu, Mazzarino e Luigi XIV. Il suo obiettivo era netto: era l’Austria, e il terreno per combatterla era scelto: era da Treviri ai Paesi Bassi.

Prima di prendere le armi, Dumouriez cercò di soppiantare la diplomazia di Vienna; contava sugli abili intrighi dei suoi agenti segreti per sollevare opposizioni di interessi contro la casa d’Austria e crearsi così un’atmosfera favorevole in Germania e in Italia, a Berlino e a Torino. Egli contava su un’alleanza con la Prussia e sulla neutralità dei principi dell’Impero.

I suoi passi non dovevano essere che una serie di delusioni. Talleyrand falliva a Londra, Custine non era più fortunato a Berlino. Quanto a Sémonville, non riusciva nemmeno a entrare in trattative con Vittorio Amedeo.

In verità, nonostante le ottimistiche previsioni di Dumouriez, era proprio la vecchia Europa monarchica che si levava contro la giovane Francia rivoluzionaria, con la certezza assoluta di schiacciarla. La Rivoluzione sembrava ai re priva di vigore e di futuro, e le sue riforme segnate dal marchio dell’utopia. Essi vedevano in questo nuovo regime la causa della crisi momentanea della Francia, e si compiacevano di opporre con ironia la grandezza di Luigi XIV all’eclissi di Luigi XVI.

Le corti d’Europa trascorsero così due anni a misconoscere l’immensa portata dell’opera rivoluzionaria e ad addormentarsi sui propri errori; esse non dovevano svegliarsi che per vedersi confuse e messe in rotta dalla potenza miracolosa dei princìpi del 1789. Il nostro vicino prossimo, Vittorio Amedeo, viveva nell’incoscienza generale; si accorgeva appena che, in Savoia e in Piemonte, ognuno aveva gli sguardi rivolti verso Parigi e seguiva attentamente le dichiarazioni di principio e i movimenti popolari.

Il popolo protestava contro i privilegi della nobiltà e il re non capiva che a metà. Le tendenze democratiche dei suoi Stati finirono tuttavia per allarmarlo; ma, quando Vittorio Amedeo uscì dal suo lungo torpore, la realtà gli apparve spaventosa: il suo regno era già scosso da sussulti violenti. Atterrito, e tanto più in quanto non conosceva il pericolo che lo minacciava, Vittorio Amedeo si gettò a capofitto nella coalizione. Era la fine per la politica tradizionale dei «portinai delle Alpi» e per i progetti di Confederazione italiana. Il pericolo era troppo pressante per non ipnotizzarlo.

L’offerta che la Francia gli fece di dargli il Milanese in cambio della sua neutralità poteva essere seducente; poteva lusingare gli appetiti dei re di Sardegna ambiziosi e lungimiranti; non doveva far esitare Vittorio Amedeo. L’occasione poteva sembrare favorevole per approfittare dei vantaggi di una guerra contro Francesco II senza correrne i rischi, e tuttavia Vittorio Amedeo stava per volgersi verso l’Austria, sua nemica naturale, che non cercava altro che soffocarlo. A dispetto di interessi opposti, l’ossessione della Rivoluzione francese bastava per unire i sovrani attorno alla causa comune: quella dei troni.

D’altronde, partecipare alla crociata dei re e ricevere il Milanese come prezzo della vittoria sembrava a Vittorio Amedeo più glorioso, più degno e più abile. Soddisfare i propri doveri di sovrano dinastico e servire al contempo gli interessi del proprio regno era il suo bel sogno. In breve, in previsione di eventi possibili, se non probabili, le guarnigioni del Piemonte e della Savoia furono rinforzate e il Tesoro rimpinguato da un prestito.

Queste misure militari sorpresero la corte di Francia. Dumouriez, al suo arrivo al ministero degli affari esteri, chiese a Torino spiegazioni in merito a questo atteggiamento straordinario, affinché «la nazione non sia più incerta sul numero dei suoi nemici[1]». Gli fu risposto che «Sua Maestà aveva già dato segni del suo desiderio di mantenere la buona armonia e il buon vicinato e che Ella desidererebbe che lo stesso desiderio fosse testimoniato dai francesi». Come conferma, fin dall’indomani, il re di Sardegna assicurava, con una lettera personale a Luigi XVI, le sue intenzioni molto pacifiche nei riguardi della corona di Francia. I re salvavano così le apparenze, scambiandosi proteste d’amicizia, mentre i loro ministri, che vegliavano alla sicurezza dello Stato, cercavano di garantirsi contro ogni sorpresa. Si era a questo punto quando la corte di Torino ricevette l’avviso che il sig. de Sémonville era designato come ambasciatore per sostituire il sig. de Choiseul.

La scelta del sig. de Sémonville non era fatta per calmare le inquietudini di Vittorio Amedeo. Il nostro nuovo rappresentante aveva acquisito a Genova la reputazione di un rivoluzionario fanatico, attivo e intrigante; passava per uno che lavorava a sollevare l’Italia ed era stato da tempo denunciato al governo di Torino dagli emigrati che perseguitava. Il solo nome di Sémonville strappò a Vittorio Amedeo proteste indignate. Con il pretesto che la sua nomina non gli era stata notificata nelle forme, inviò immediatamente l’ordine al governatore di Alessandria di arrestare il nostro inviato. Era il 19 aprile.

Dumouriez portò l’incidente alla tribuna dell’Assemblea. Quest’ultima si mostrò vivamente irritata da questa «violazione del diritto delle genti» e chiese una riparazione eclatante. Dumouriez promise tutto e, in realtà, cercò di sistemare le cose trascinando i negoziati per le lunghe. Propose di sostituire Sémonville con Audibert-Caille, di opinioni molto moderate, e fece intercedere presso il re di Sardegna il barone Trichetti, allora a Parigi. Torino non diede alcuna risposta e si limitò a far sperare i passaporti al nostro ambasciatore.

Infine, il 2 luglio, quando Vittorio Amedeo si credette in grado di rompere apertamente, il conte Viretti, segretario del re, dichiarò «che era impossibile entrare in negoziati con un governo fondato sulla sabbia, nel momento in cui la Francia era sull’orlo dell’abisso e toccava la sua distruzione».

A queste provocazioni, la Francia rispose aumentando i propri armamenti. Furono create due armate, quelle di Nizza e di Savoia, per «impadronirsi dei possedimenti dei sardi fino alle Alpi».

Cos’era allora l’isola di Sardegna? Dal 1720, essa apparteneva ai principi di Savoia, che l’avevano scambiata con la Sicilia, e, da allora, non aveva mai avuto altra importanza se non quella di uno Stato tributario che si può spremere a piacimento e la cui prosperità o sventura interessavano solo il Tesoro reale. La sollecitudine dei re non si estendeva oltre l’Italia del Nord, che eccitava tutte le loro cupidigie. Lo stesso Carlo Emanuele, nonostante il suo liberalismo, aveva dimenticato la sfortunata isola e vi aveva introdotto solo alcune riforme insignificanti. La Sardegna non era veramente che una dipendenza della corona del Piemonte, abbandonata a un’amministrazione deplorevole e d’altronde impotente. In questo paese trascurato bisognava farsi giustizia da sé e difendersi contro i banditi.

I tribunali vi erano sconosciuti, la giustizia non vi veniva amministrata. Nessuna autorità proteggeva, nelle campagne, i raccolti dei contadini contro il saccheggio a mano armata. I campi erano deserti e il commercio insignificante. Il popolo soffriva, la miseria imperversava ovunque e, nonostante le persecuzioni degli esattori delle tasse, i sardi non potevano più versare alla cassa reale. L’esasperazione che aveva conquistato gran parte dell’isola non faceva che accrescersi per tanta incuria amministrativa.

Al momento di lasciare le sue funzioni, dopo aver dispiegato inutilmente il suo zelo e i suoi talenti, il viceré di Sardegna scriveva nel 1790: «La nomina del mio successore mi causerebbe un piacere senza mescolanza se lasciassi alla Sardegna il ricordo del mio zelo per il servizio di Sua Maestà e dell’interesse che Ella mi ha ispirato per le diverse parti del mio regno. Ma sfortunatamente le mie cure, seguite dalle intenzioni più pure, mi daranno solo la soddisfazione di lasciarla senza rimorsi. Il mio zelo è senza limiti, ma non approda a nulla. È la confessione che la mia coscienza fa a Sua Maestà. Offro truppe per arrestare i malfattori, per imporsi alle fazioni turbolente, per far rispettare l’autorità: non le si accetta; ci si limita a procedure che sono il più delle volte fatte male e finiscono per essere dimenticate».

Le sofferenze e il malcontento del popolo bastavano per rendere la Rivoluzione francese comprensibile a tutti in modo eclatante. Il contadino che geme sotto il peso di un regime fiscale che lo opprime a profitto di uno solo, il cittadino perseguitato che chiede giustizia e aspira a diventare libero, comprendono istintivamente i vantaggi dei principi del 1789 e provano una sete ardente di libertà, uguaglianza e fraternità.

Le colpe di un governo che favoriva tutti gli abusi tuttavia non aprivano le vie alla Rivoluzione meglio delle tradizioni stesse del paese. Il popolo sardo aveva goduto un tempo di ampie libertà il cui spirito repubblicano impregnava ancora la maggior parte delle consuetudini e animava le aspirazioni individualiste degli abitanti delle campagne. L’indipendenza era connaturata ai sardi. Mentre l’Europa gemeva ancora sotto il giogo feudale, la Repubblica fioriva in Sardegna e le dava la massima prosperità.

L’isolamento permette a un’isola di vivere e di svilupparsi a proprio piacimento, di seguire un destino indipendente al riparo dalle influenze esterne; ma questo isolamento è anche una causa di debolezza che rende gli isolani il giocattolo delle nazioni ambiziose. È così che la Sardegna aveva subito innumerevoli vessazioni e visto succedersi tutte le dominazioni straniere.

Per fortuna, queste avevano sempre mancato dell’energia necessaria per imbastardire un paese. Le vicissitudini di questi governi effimeri salvaguardavano la libertà dell’isola che, scacciata dalla periferia, si rifugiava nel cuore delle terre. Lo straniero impotente feriva solo l’amor proprio del sardo, ed è a ragione che il popolo si irritava di non essere considerato che in virtù del suo valore di scambio e dell’importanza dei tributi che poteva apportare.

La Sardegna era stanca del giogo dei re; ma prostrata, senza volontà politica, subiva lo stato di cose del momento. Per desiderare un cambiamento di regime e delle riforme profonde o per voler conquistare l’indipendenza, mancava alla Sardegna un uomo come Paoli, che risvegliasse le energie degli oppressi e le raggruppasse in un fascio potente.

All’epoca della spedizione francese del 1792, l’isola avrebbe accettato con gioia il regime repubblicano, che avrebbe ripristanato le tradizioni interrotte. Essa avrebbe persino chiesto la sua annessione alla Francia se Truguet avesse potuto impadronirsi di Cagliari. La Sardegna avrebbe presto dimenticato che la lingua e il vago personaggio che era il viceré erano i deboli legami che l’univano al Piemonte.

Non bisogna dunque stupirsi se i sardi non opposero che una debole resistenza alle nostre armi, e davvero non si deve che a un concorso sfortunato di circostanze se la Sardegna non formò allora con la Corsica una cittadella francese inespugnabile nel seno del Mediterraneo.

[1] Lettera del 21 marzo 1792.

II.

I progetti di Buttafoco e di Constantini. La loro origine. ‒ Il progetto di Constantini è adottato dal Consiglio esecutivo. ‒ Carattere della spedizione di Sardegna.

L’indifferenza che la Sardegna aveva espresso alla casa di Savoia aveva colpito tutti i francesi che avevano soggiornato nell’isola, e molti avevano sognato di vederla annessa alla Francia. La spedizione di Sardegna tentava lo spirito dei creatori di piani militari. Nel febbraio 1791, il realista Buttafoco attirava l’attenzione sull’isola sorella della Corsica. Egli evidenziava i vantaggi di riunire sotto un medesimo governo la Corsica e la Sardegna. Preconizzava la politica dei Romani, che avevano fatto dell’una una luogotenenza dell’altra, fornendo un esempio da seguire.

Matteo de Buttafoco era nato a Vescovato nel 1731. Colonnello del Royal-Corse nel 1765, era l’uomo di fiducia di Choiseul, che gli aveva accordato cospicue gratificazioni per i suoi viaggi in Francia e i suoi spostamenti nell’isola. «Se qualcuno — scriveva a Choiseul il 19 gennaio 1768 — è realmente impiegato in Corsica da quasi quattro anni, quello sono proprio io». Il 18 dicembre successivo chiedeva e otteneva, come ricompensa per i suoi ventisei anni di servizio, il grado di brigadiere. Il 1° ottobre 1769 diveniva colonnello del reggimento di Buttafoco, reclutato esclusivamente tra i suoi compatrioti. Quando questo reggimento rientrò in Corsica per formarvi il reggimento provinciale, Buttafoco ne fu l’ispettore. Infine, fu nominato maresciallo di campo l’anno seguente.

Buttafoco godeva dunque dell’influenza derivante da numerosi e brillanti anni di servizio. Il suo piano non poteva passare inosservato. Egli sosteneva un intero sistema in cui la Corsica giocava il ruolo più importante. Bisognava rafforzare in quest’ultima l’autorità reale in modo del tutto particolare e trarvi tutti gli elementi necessari per la conquista della Sardegna. Non si poteva forse portare il reggimento provinciale al completo e utilizzarlo in seguito? Non si doveva contare su volontari tratti dalle truppe di linea e dalle guardie nazionali? Si sarebbe formato così un corpo di spedizione di circa 2.000 uomini, piccolo per numero, ma valoroso e capace di impadronirsi di Cagliari. E, naturalmente, Buttafoco non dimenticava di proporre come capo della spedizione un suo parente, il maresciallo Gaffori, suo suocero, che conosceva molto bene la Sardegna per avervi abitato a lungo.

Il progetto di Buttafoco stava per essere ripreso dai rivoluzionari corsi. Essi conoscevano le miserie del popolo sardo. Non ignoravano che una rivoluzione era scoppiata a Sassari nel 1780. Pensavano che la Sardegna fosse del tutto disposta e preparata ad accettare le nostre nuove istituzioni. Contavano sulla propaganda dei democratici del paese, sulla campagna attiva di emissari che vi si potevano inviare e che avrebbero reso inutili gli spargimenti di sangue. Già nel febbraio 1792, Aréna scriveva a Césari: «Se il re di Piemonte entra nella lega contro la Francia, non sarebbe male fargli capire che i Corsi potrebbero andare a gettare lo scompiglio nei suoi possedimenti di Sardegna».

Aréna sapeva che il Tesoro piemontese si alimentava in Sardegna e che era lì che Vittorio Amedeo avrebbe attinto, al bisogno, i rifornimenti di viveri per le sue truppe del continente. La guerra non era ancora dichiarata che già Aréna calcolava i vantaggi che si potevano trarre da uno sbarco in Sardegna.

Due mesi più tardi, un elettore di Bonifacio, Antonio Constantini, presentava ai poteri pubblici una Memoria contenente mezzi contro il re di Sardegna, atti a formare un piano d’attacco. Constantini era un ex mercante di granaglie a Sassari, intrigante e avventuroso. Inviato all’Assemblea legislativa da Bonifacio, sua città natale, si distinse tra gli ardenti patrioti e occupò presto una posizione di rilievo. Membro del club dei Giacobini, amico del giornalista Loustallot, presso il quale godeva di una certa influenza, desideroso di segnalarsi per il suo zelo rivoluzionario, non trascurò nulla per far andare in porto il suo progetto.

Mentre Buttafoco agognava la Sardegna per stabilire più saldamente la nostra dominazione nel Mediterraneo e raddoppiare il valore militare della Corsica, Constantini pensava solo a un diversivo per gettare scompiglio e imbarazzo nei preparativi della casa di Savoia. Egli sognava soprattutto la guerra ai re per il trionfo delle idee rivoluzionarie, e l’idea di conquista non era ancora dominante nel suo spirito. L’occupazione della Sardegna doveva darci solamente i buoi e i cavalli necessari all’armata del Mezzogiorno e così favorirci nelle operazioni principali che avrebbero avuto luogo nelle Alpi e fino al cuore stesso del Piemonte. Come Buttafoco, Constantini riteneva che si sarebbero trovate in Corsica le risorse militari sufficienti per intraprendere questa spedizione con successo. Nel momento in cui la Rivoluzione francese compiva uno sforzo prodigioso contro i re coalizzati, poteva apparire vantaggioso e seducente per i seguaci del nuovo ordine impiegare una forza fino ad allora inutilizzata e chiamare per la prima volta i Corsi nelle file delle armate rivoluzionarie.

«Ho trovato — dirà Salicetti — il Consiglio esecutivo molto poco soddisfatto dei deboli sforzi con i quali i nostri compatrioti concorrono alla difesa comune. I battaglioni di Volontari non sono ancora apparsi nel continente[1]». E Antonio Constantini scriveva il 14 maggio 1792:

«Le disposizioni della corte di Torino si sono sufficientemente manifestate verso i francesi liberi, attraverso i raggruppamenti di truppe nemiche che essa ha riunito alle proprie sulle frontiere dal lato della Francia, affinché si possa, senza violare il diritto delle genti, prevenire le loro misure ostili impiegando immediatamente mezzi offensivi.

Considerando la nazione francese come doverosa di agire offensivamente contro il re di Sardegna — questione che l’Assemblea nazionale e il Consiglio esecutivo sono i soli in grado di discutere e giudicare — si presentano due mezzi facili e poco costosi per arrecargli un pregiudizio notevole nelle sue finanze, che tornerebbe a nostro vantaggio.

Il primo consiste nell’attaccare Nizza. Il secondo consiste nel far effettuare uno sbarco nell’isola di Sardegna dalle truppe e dalle guardie nazionali dell’isola di Corsica, che si incaricherebbero di questa operazione con entusiasmo, data la rivalità, l’odio stesso che da sempre esiste tra gli abitanti di queste due isole. Esse non sono separate l’una dall’altra che da un braccio di mare di tre leghe, nulla si opporrebbe allo sbarco, ed è facile calcolare il frutto che se ne potrebbe trarre se si considera che la Sardegna fornisce superbi cavalli a tutta l’Italia e che essa racchiude una prodigiosa quantità di buoi e altro bestiame.

Si potrebbe dunque, facendo alcuni sacrifici per assicurare questa spedizione e darle la massima celerità, disporre segretamente molti bastimenti adatti al trasporto dei cavalli e dei buoi e farli montare dalle guardie nazionali del Gard e delle Bocche del Rodano, che uniscono a un valore e a un patriottismo provati l’interesse particolare della loro posizione. Questi bastimenti si recherebbero in tutta fretta nello stretto di Bonifacio, dove riceverebbero le truppe e le guardie nazionali di Corsica. Lo sbarco si effettuerebbe immediatamente, ed è probabile che sarebbe seguito da un felice successo, se la segretezza e l’attività dei preparativi, rispondendo all’ardore dei soldati della patria, non lasciassero ai Sardi il tempo di riunire forze sufficienti da opporre loro. Questo mezzo procurerebbe una cavalleria imponente alla nostra armata del Mezzogiorno e la provvederebbe in abbondanza di tutti i buoi necessari alla sua sussistenza».

Così Constantini vedeva nella segretezza e nella rapidità dei preparativi le condizioni essenziali del successo. Ignorava forse l’organizzazione embrionale dei battaglioni di Volontari? Non faceva fin troppo affidamento sull’entusiasmo di questi soldati improvvisati? Cosa valevano, per entrare in campagna, alcuni pastori corsi senza alcuna istruzione militare? Si poteva contare su marinai che fino a ieri erano contadini della Provenza? «L’entusiasmo non poteva supplire a tutto», come diceva Paoli. Bisognava prima organizzare e, per questo fatto, si perdeva il beneficio della segretezza e di un attacco improvviso.

Poi Constantini proponeva come punto di raduno Bonifacio; aveva torto a pensare alla sua città natale. Senza dubbio questo borgo è in prossimità della Sardegna, ma non presenta alcuna delle condizioni richieste per potervi concentrare delle truppe. La sola riunione di tutti i rifornimenti necessari avrebbe presentato impossibilità materiali insormontabili. All’epoca, tutto il trasporto in Corsica si faceva a dorso di mulo e non esistevano che due sentieri che univano Bonifacio a Sartene e a Porto Vecchio. Di più, sarebbe stato persino impossibile immagazzinarvi tutti gli impedimenta utili all’armata che doveva operare in Sardegna.

Ma il piano di Constantini diventava difficilmente eseguibile quando proponeva di intraprendere le operazioni dal nord della Sardegna.

«Conviene — diceva — cominciare con l’impadronirsi delle isole della Maddalena e di quelle adiacenti chiamate le Bocche di Bonifacio; un forte, dei cannoni e alcune truppe impediscono il passaggio dei nostri vascelli tra la Corsica e la Sardegna. Queste isole non sono difficili da conquistare perché gli abitanti, d’origine corsa, sarebbero lusingati di essere uniti a quell’isola e, di conseguenza, alla Francia[2]. Bisognerebbe impadronirsi allo stesso tempo della mezza-galera sarda che staziona nel porto di queste piccole isole e di alcuni altri piccoli bastimenti che presidiano le coste di Sardegna.

Impadronirsi allo stesso tempo del castello di Longosardo, situato di fronte alla costa di Bonifacio. Vi sono cannoni e pochissima truppa; questo luogo assicura lo stazionamento dei nostri vascelli in quel porto e lo sbarco delle nostre truppe in caso di bisogno. Procurarsi delle intelligenze segrete con gli abitanti della città di Tempio, che è situata a dieci leghe dal mare; essa è munita di una guarnigione poco numerosa. Ciò che vi è da temere per il successo dell’impresa sono i Sardi stessi, che la politica di Torino assolda per legarli a sé; ma è facile staccarli con questo stesso mezzo formando dapprima dei reggimenti sardi, i cui impieghi sarebbero dati agli individui che si mostrassero più disposti verso la Francia. Si seguirebbe lo stesso metodo per tutti i villaggi circostanti.

Impadronirsi anche delle piccole città situate l’una sulla destra di Tempio, chiamata Terranova, e l’altra sulla sinistra chiamata Castelsardo. Quest’ultima è una piazzaforte situata su una roccia e in riva al mare. Sarà un po’ difficile prenderla se non si riesce a procurarsi delle intelligenze nella piazza; ma la si può bombardare dal mare. Si marcerebbe poi direttamente sulla città di Sassari, molto popolata; essa ha un reggimento di guarnigione in tempo di pace, ma il borghese è malcontento del governo.

Con questo mezzo, non è difficile procurarvi o mantenervi delle intelligenze. Sarebbe bene anche sondare le loro disposizioni per la Rivoluzione francese attraverso una profusione della nostra costituzione in lingua sarda. Nel caso in cui l’uso di una forza armata diventasse necessario, essa deve essere di 12.000 uomini, cioè 6.000 uomini di truppe di linea e 6.000 volontari nazionali di cui 2.000 Corsi. Ponendo l’assedio a questa città, ci si impadronirebbe della metà della Sardegna.

D’altronde vi si arriverebbe anche con un blocco, perché, traendo tutti i suoi approvvigionamenti dalle campagne vicine, sarebbe facile tagliarle i viveri, e la nostra armata ne troverebbe in abbondanza, essendo padrona di una campagna che ne ha una grande quantità. Da lì si marcerebbe su Alghero, città di guerra, in riva al mare; sebbene meno popolata di Sassari, è di una presa più difficile; ha sempre un reggimento in guarnigione ed è abbastanza ben fortificata, ma ci si può creare un partito e tagliarle i viveri che riceve dalla montagna.

Presa questa piazza, si è assicurati della conquista della capitale, Cagliari; bisognerebbe marciarvi con tutta la truppa che si avrebbe a disposizione e con i Sardi che si fosse potuto guadagnare. Essa è la residenza del viceré. È possibilissimo crearvi un partito con il denaro; non appena si fosse riusciti a insediarvisi, le altre città di montagna e i villaggi farebbero poca resistenza e, in un mese, si potrebbe occupare la Sardegna.

Per dare a questo piano tutta la sua esecuzione, bisogna far passare rapidamente in Corsica tutte le truppe necessarie e tenerle pronte a sbarcare in Sardegna, mantenere dei vascelli verso i porti di Nizza e di Livorno per impedire al re di Sardegna di portare soccorso a quest’isola, sia in truppe che in munizioni. Prese queste misure, un’armata mediocre se ne renderebbe padrona, vi troverebbe le risorse necessarie per sussistervi e non avrebbe bisogno, per il resto, di altre imposte se non quelle già esistenti del governo sardo.

Bisognerebbe anche, per preparare gli effetti di questo piano, inviare in Sardegna dei cittadini fidati che conoscano bene il paese, i mezzi per prepararlo a un’insurrezione e quelli per sostenerla a nostro vantaggio combinandola con la forza che si farebbe marciare a tempo debito. Così il signor Constantini, le cui conoscenze del paese sono molto familiari per il lungo soggiorno che vi ha fatto, e il cui zelo e fuoco per il successo delle nostre armi sono fuori di dubbio per i sentimenti veri ed energici di libertà e di amore per la Costituzione di cui ha fatto professione, potrebbe compiere in quella contrada una missione molto vantaggiosa nell’attuale situazione delle cose. Egli si offre di consacrarvisi interamente se il governo vorrà rivestirlo di un carattere pubblico».

Constantini presentava l’affare molto abilmente e senza dimenticare se stesso. Se faceva mostra di una grande conoscenza del paese, aveva torto nel vedere in questa spedizione solo una passeggiata militare, facilitata dalle trame dei nostri agenti politici. Egli ammetteva il metodo dei proclami e degli intrighi di moda all’epoca, in cui ognuno si piccava di idee filosofiche e riteneva che la filantropia facesse parte delle combinazioni militari.

Nel proporre al Consiglio esecutivo lo sbarco in Sardegna, Constantini non faceva che amplificare e adattare alle circostanze e al tempo il progetto di riunire alla Corsica le isole intermedie delle Bocche di Bonifacio. La Francia aveva ereditato da Genova dei diritti effettivi su quell’arcipelago. Nessuno aveva mai contestato questi possessi alla Serenissima Repubblica; ma, nel mese di ottobre 1767, durante la lotta di Paoli contro Genova, i Sardi, o i Savoiardi, come si diceva in Corsica, occuparono la Maddalena e Caprera, a nome di Carlo Emanuele III.

I ministri francesi non compresero il valore di questi pochi isolotti rocciosi e non vollero impegnarsi in negoziati che avrebbero potuto compromettere le nostre buone relazioni con una corte amica e alleata. Il commissario dei porti e arsenali in Corsica Régnier du Tillet, il commissario delle guerre a Bonifacio Millin de Grandmaison, l’assessore civile e criminale di Bonifacio Santi, il console di Francia a Cagliari Durand, il segretario del comandante delle truppe a Bastia Lebègue de Villiers, cercarono sì di scuotere l’indolenza del gabinetto di Versailles: fu invano. A loro volta, nel 1783, gli abitanti di Bonifacio, in una dichiarazione solenne, accusarono il re di Sardegna di essersi impadronito con la forza, e nel disprezzo di tutti i diritti, delle isole della Maddalena.

Il marchese de Ségur, allora ministro della guerra, prese le parti dei Bonifacini e chiese al ministro degli affari esteri Vergennes di esigere la restituzione di queste isole, poiché esse appartenevano senza dubbio alla Francia. Vergennes rifiutò di porre la questione a Torino; temeva di dispiacere alla casa di Savoia. I cahiers degli Stati Generali avrebbero di nuovo posto la questione. La nobiltà dell’isola di Corsica chiese, nel suo cahier de doléances e di rappresentanze, che la Maddalena, Caprera e San Stefano fossero annesse alla Corsica, di cui sono il naturale «prolungamento». Essa decise che il maresciallo di campo Buttafoco, che aveva deputato agli Stati Generali, «sarebbe stato fornito delle informazioni necessarie per provare la legittimità di questa domanda e mettere Sua Maestà in condizione di far valere la sua autorità reale per recuperare questa parte del suo impero».

Anche i Bonifacini non dimenticarono di incaricare Constantini di sollecitare la «ripresa e il possesso» delle Buccinarie: due degli isolotti più vicini alla Corsica e incontestabilmente francesi erano occupati, l’uno, Cavallo, dagli agenti del governo sardo, l’altro dagli eredi di un certo signor Trani. Bisognava, dicevano i Bonifacini, che il diritto fosse riconosciuto ad ogni costo. Ma, ancora una volta, Montmorin, ministro degli affari esteri, per non urtare la suscettibilità di Torino, fece orecchie da mercante e rispose al suo collega della guerra Duportail che non conveniva «avviare una discussione per alcuni scogli a cui una comunità della Corsica non aveva pensato seriamente che da pochi anni».

Sia come sia, Salicetti, da buon Corso, diede la sua approvazione alla Memoria e insistette sui profitti che si sarebbero tratti da uno sbarco in «una delle parti più preziose» degli Stati del duca di Savoia. «Ritengo — aggiunse — l’esecuzione di questo progetto soggetta a poche difficoltà, considerata la debolezza dei mezzi di difesa del re di Sardegna e il poco attaccamento dei nativi al governo attuale. Penso persino che, se si riuscirà a prendere i due porti di Cagliari e di Sassari[3], sarà difficile per il tiranno di Sardegna ristabilirvi il suo potere. In base a tutte queste considerazioni, animato dal più puro zelo per la difesa della Costituzione, vi propongo di dare gli ordini necessari per l’esecuzione del progetto, per il cui successo non ci occorrerebbero che munizioni, alcuni bastimenti di guerra e qualche soccorso in denaro; per tutto il resto, contate sul valore e il patriottismo dei cittadini di questo dipartimento[4]».

Se Salicetti riteneva che una potente diversione in Sardegna avrebbe obbligato il Piemonte a distogliere dalle Alpi gran parte delle sue forze, desiderava soprattutto, per amor proprio, che la sua piccola patria non restasse estranea all’entusiasmo che trasportava il popolo francese alle frontiere dei re. Non voleva perdere l’occasione di farsi conferire un brevetto di civismo spogliando un tiranno e versando sangue corso per la salvezza della Francia rivoluzionaria, questa patria adottiva delle nazioni amanti della libertà.

L’ex deputato Péraldi appoggiò a sua volta con la propria autorità Constantini e Salicetti, tanto che la Memoria ottenne l’approvazione di Carnot il 23 luglio. Da quel momento la si poté considerare come adottata dal Potere esecutivo e, verso la fine del mese di settembre, la spedizione fu decisa in linea di principio.

Nel momento in cui il Consiglio esecutivo provvisorio decideva l’impresa, il deficit finanziario si faceva già sentire in Francia. Le monete coniate diventavano rare e il Tesoro non bastava più per far fronte alle spese della guerra continentale. Era urgente creare delle risorse per supplire alla penuria di mezzi. Considerazioni di interesse avrebbero ispirato le nuove decisioni del Consiglio esecutivo; le istruzioni destinate a Truguet e a d’Anselme lasciano intravedere chiaramente, attraverso il desiderio di propaganda, il disegno ben fermo di trarre dalla spedizione i maggiori vantaggi materiali. I «generali» avevano l’ordine di annunciare alle popolazioni sarde che «i Francesi, liberi dal giogo dei re», venivano a offrire loro amicizia, aiuto e assistenza e permettere loro così di vivere sotto una forma di governo basata sulla giustizia e la ragione e che traducesse l’«espressione della volontà generale».

Ma, accanto a questi doveri degli ardenti rivoluzionari, vi erano gli interessi più pressanti dello Stato; era urgente impadronirsi al più presto, a nome della Repubblica, dei grani, delle casse e dei denari, delle munizioni da guerra, delle provviste di bocca, vini, salumi, cavalli e bovini, e far trasportare il più in fretta possibile queste prede a Tolone e a Marsiglia. Ecco il vero scopo della spedizione. Il disinteresse del proselitismo rivoluzionario cede il passo a considerazioni di interessi primordiali. «Lo stato di guerra aperta in cui la Repubblica francese si trova con il re di Sardegna le dà il diritto di diminuire le forze dei suoi nemici con tutti i mezzi che la guerra autorizza».

Il Consiglio esecutivo affermava in modo energico che la salvezza dello Stato prevale su tutto. Era già l’applicazione della teoria della ragion di Stato rivoluzionaria che Carnot avrebbe esposto magistralmente nel suo rapporto sui principi in materia di unione[5]. La spedizione di Sardegna segna così una tappa tra le guerre di conquista e le guerre di affrancamento e di propaganda.

[1] Lettera di Salicetti a Bonaparte, 9 gennaio 1793 (Arch. dép.).

[2] La Francia possedeva diritti effettivi sulle isole delle Bocche. Gli atti di stato civile, i registri di battesimo in particolare, erano registrati a Bonifacio; ma, per indolenza, essa si lasciò defraudare di questi isolotti importanti dal punto di vista militare.

[3] Salicetti parla di Porto Torres, porto di Sassari.

[4] Lettera datata Corte, 17 giugno 1792.

[5] Cfr. SOREL, L’Europe et la Révolution française, tomo III.

III.

Le disposizioni del Potere Esecutivo. ‒ Truguet e d’Anselme. — Marius Péraldi inviato da Paoli. — Stato dell’opinione in Corsica. — L’atteggiamento di Paoli.

Al fine di mettere in esecuzione le sue decisioni, il Comitato esecutivo provvisorio invitò i ministri della guerra e della marina a concertarsi sui mezzi da prendere e le forze da impiegare, circa 30.000 uomini, per condurre a buon fine l’impresa, di concerto con gli abitanti della Sardegna.

«Uno o due commissari del Potere esecutivo dovevano essere nominati per imbarcarsi su una delle navi da guerra della Repubblica, che avrebbe trasportato alcune porzioni delle suddette forze, i quali commissari sarebbero stato incaricati, prima che si ponesse questione di alcun sbarco di truppe francesi sull’isola, di tentare di entrare in negoziazioni con i principali capi dei suoi abitanti, per convenire le condizioni alle quali la Repubblica avrebbe accordato loro la sua protezione e fornito loro le forze necessarie per difendere, di comune accordo in tutto e per tutto, il loro paese contro i nemici che osassero attaccarlo e contribuire alla felicità della nazione sarda in tutto ciò che dipendesse da lei[1]».

In virtù del decreto del Consiglio esecutivo provvisorio, i commissari designati furono Barthélémy Aréna e Marius Péraldi. Erano due corsi, ex membri dell’Assemblea legislativa: l’uno, «intrepido difensore del popolo», intrigante, rapace, irrequieto e nemico giurato di Paoli; l’altro, colonnello della guardia civica di Ajaccio, protagonista degli avvenimenti del 10 agosto, attivo, energico, di intelligenza notevole, antica nobiltà e degna semplicità. Barthélémy Aréna fu inviato presso il generale d’Anselme, comandante l’armata del Mezzogiorno, per consegnargli le istruzioni a lui destinate. Marius Péraldi doveva andare a Corte; «persona sicura, doveva impegnare Paoli a riunire tutti i mezzi che potevano essere a sua disposizione per l’impresa progettata[2]».

Trattenuto, durante il suo viaggio, quattro giorni ad Avignone da un’inondazione della Durance, Péraldi vi apprese i preparativi di armamento che si facevano nelle Bocche del Rodano. Questa notizia lo determinò ad andare a conferire a Marsiglia con i tre corpi amministrativi. Gli fu fatta un’accoglienza cordiale, lo si colmò di promesse, tanto e così bene che Péraldi trasse da quel colloquio l’impressione più ottimista. Si affrettò a parlarne a Servan. «Nulla», gli scrisse, «è sfuggito alla previdenza e allo zelo dei degni e bravi cittadini di questa città, che acquistano ogni giorno nuovi diritti di riconoscenza pubblica. Tutto sarà pronto a salpare alla fine del mese[3]».

Gli avvenimenti avrebbero presto mostrato quanto si fosse ingannato il commissario del governo, lasciandosi sedurre dalle buone parole delle autorità marsigliesi.

Il 6 ottobre, Péraldi arrivava a Tolone. Vi incontrava il cittadino Pache e approfittava dell’occasione per discutere a lungo il piano di Constantini. «Il cattivo tempo e i temporali ‒ fece notare Péraldi ‒ sono molto frequenti in questa stagione nel Mediterraneo. Vi è dunque interesse a approfittare del primo bel tempo per trasportare le truppe dal continente in Corsica. Ajaccio possiede tutte le condizioni richieste per diventare il punto di concentrazione e la base di rifornimento della flotta. La campagna circostante può fornire viveri in abbastanza grande abbondanza; d’altra parte, il porto è sicuro e i vascelli di linea trovano nel golfo un eccellente ancoraggio. L’armamento marsigliese» vi potrebbe attendere il bel tempo e ingrossarsi con l’effettivo delle truppe di Corsica prima di far vela verso la Sardegna».

Péraldi aggiungeva: «È ad Ajaccio che il generale potrà più agevolmente stabilire il suo piano di campagna e decidere un attacco di Cagliari coincidente con uno sbarco verso l’isola della Maddalena, o fermarsi a una falsa dimostrazione nelle Bocche di Bonifacio mentre tutto lo sforzo si porterebbe verso la capitale».

Senza dubbio, questo progetto, che avvicinava la base delle operazioni alla Sardegna e permetteva a Truguet di concertare le sue operazioni sul posto con Paoli, poteva apparire molto seducente; non andava tuttavia esente da gravi inconvenienti. Non era affatto possibile far soggiornare a lungo i Marsigliesi ad Ajaccio.

Lo spirito dei Volontari non temprati, non disciplinati e ripugnanti alle spedizioni lontane, si sarebbe presto inasprito nell’inazione e snervato nell’attesa. Isolati, lontani dai loro cari, in un’isola senza grandi risorse e che era loro estranea per i costumi e il modo di essere degli abitanti, i Volontari, strappati al loro paese, non avrebbero tardato a essere preda dello spleen che ammollisce i cuori. D’altronde, questo corpo di spedizione così mal composto sarebbe stato accolto molto male, e il suo soggiorno in Corsica avrebbe avuto funeste conseguenze. In ogni caso, bisognava prima epurare la falange marsigliese prima di permetterle di lasciare le coste della Provenza; era quello il punto capitale, quello che nessuno percepiva ancora e che fatti lamentevoli avrebbero messo in luce per la vergogna delle nostre armi.

Quanto a Truguet, gli era vantaggioso combinare il suo piano ad Ajaccio, non appena terminata la sua spedizione di Oneglia. In tal modo, eliminava i ritardi della corrispondenza via mare e poteva forse esercitare un’influenza decisiva sull’inazione di Paoli. Avrebbe anche evitato i rimproveri giustificati e violenti di Belleville per i suoi ritardi a La Spezia.

«La verità – dirà quest’ultimo – è che sono ventisette giorni che Truguet resta qui con una divisione della flotta, mentre il resto rimane ugualmente ozioso nel golfo di La Spezia; che questo tempo passato ad andare al ballo avrebbe potuto essere impiegato in un’altra maniera. Si sarebbero potuti catturare i cinque battelli russi che sono a Livorno, invece di far danzare le dame genovesi, e, invece di prender loro i seni, si sarebbe potuta prendere la Sardegna. Sarebbe stato quasi altrettanto facile e molto più glorioso e soprattutto più vantaggioso per la Repubblica. Cosa è successo di tutto ciò? Non si è fatto nulla, e mi si è impedito di fare[4]».

Il Consiglio esecutivo aveva inizialmente pensato di dare a Paoli il comando delle truppe di sbarco. Si credeva dapprima che l’apporto dei Volontari della Provenza fosse inutile e che le truppe della 23ª divisione, con qualche artiglieria venuta dal continente, bastassero per intraprendere la spedizione con successo. La partenza di Péraldi, le osservazioni di B. Aréna, i rapporti segreti fatti sul capo corso, avrebbero modificato le prime intenzioni del Potere esecutivo. D’altronde Paoli era un mediocre generale. Era soprattutto un uomo politico la cui presenza sembrava indispensabile in Corsica. Aveva una profonda conoscenza del paese, godeva di una considerazione e di un’influenza tali che nessuno poteva sostituirlo.

Al posto di Paoli si pensò allora a d’Anselme; egli occupava ormai la contea di Nizza e sembrava poter indirizzare la sua attività e i suoi talenti tanto verso il Piemonte quanto verso la Sardegna, qualora lo avesse giudicato opportuno.

Nondimeno il Consiglio esecutivo gli lasciava la libertà di affidare la direzione delle operazioni contro Cagliari a un ufficiale di sua scelta, nel caso in cui avesse ritenuto necessaria la propria presenza sul continente.

Il 24 ottobre, Aréna comunicava a d’Anselme le istruzioni che lo riguardavano. Il Consiglio si rimetteva alle misure combinate di d’Anselme e di Truguet.

«Vorrebbe che l’armata di terra e di mare si ingrossasse dei Volontari di Marsiglia e dei bastimenti da trasporto sui quali devono imbarcarsi; che facesse vela dal golfo Jouan e facesse rotta verso l’isola di Corsica, facendo raccogliere a Bastia e a Calvi, tramite fregate e trasporti, le truppe e i Volontari corsi che questi due luoghi potrebbero fornire contro i tiranni di Sardegna. I generali scenderebbero a terra ad Ajaccio e vi farebbero ancorare tutta la flotta. Potrebbero unire alla loro armata 3.000 uomini di truppe di linea o Volontari corsi che sono sparsi in quest’isola; scriverebbero in conseguenza al generale Paoli e all’ex deputato Péraldi di far marciare queste truppe verso il porto di Ajaccio, dove si farebbe l’imbarco generale».

Marius Péraldi lasciò Tolone il 10 ottobre e arrivò il 17 a Corte. Ebbe subito un colloquio con Paoli e convocò le autorità superiori dell’isola al fine di concertarsi sui mezzi da impiegare per soddisfare le volontà del Consiglio esecutivo provvisorio. Insistette sulle speranze che erano state riposte su di lui, su tutto la dedizione che ci si aspettava dal comandante della 23ª divisione e sulla sua abilità nel superare tutte le difficoltà. Era stato abile inviare Péraldi a Corte, e Paoli fu molto sensibile a questa attenzione. Egli apprezzava altamente l’ex deputato e l’aveva già chiesto a Servan come aiutante di campo in termini molto lusinghieri[5].

Presso Paoli intervenne anche l’ambasciatore Sémonville, allora di passaggio a San Fiorenzo. Questi nutriva contro il re di Piemonte risentimenti violenti; ricordava di essere stato cacciato dal Piemonte; era felice di animare la vendetta dei Francesi.

«Il contrammiraglio Truguet – scriveva a Paoli – si rivolge a voi con fiducia per ottenere dalla giusta influenza che avete nel vostro paese i mezzi per estendere sulla vostra frontiera l’impero della libertà. La squadra, ancorata oggi a La Spezia, farà vela per la Sardegna; essa ha bisogno, per assicurare i suoi successi, dei bravi concittadini del generale Paoli; il contrammiraglio sa, come tutti i Francesi, quanto si sia certi di trovare nei Corsi ardenti difensori della libertà; vuole associarli alla gloria che la marina francese, vittoriosa a Nizza e Oneglia, raccoglierà a Cagliari. Ho creduto di compiacervi, Cittadino generale, incaricandomi di essere, presso di voi, l’interprete di questa richiesta; ho creduto di servire la mia patria presentando a colui che da tanti anni ha sfidato il dispotismo, una nuova occasione di dispiegare il suo odio contro i tiranni. Il mio desiderio mi porterebbe a Corte. Se vi sono necessario per qualche spiegazione, vi volo; se, al contrario, le lettere del contrammiraglio vi bastano, Cittadino, così come al dipartimento, lascerò la Corsica con il rimpianto di non aver visto il creatore della sua libertà, ma con la soddisfazione di essermi trovato un momento in mezzo ai suoi concittadini, dai quali non mi separo se non per sacrificare loro tutta la mia vita[6]».

L’impresa, aggiungeva, non era per la flotta francese che l’occasione favorevole di cominciare una serie di trionfi che non sarebbero finiti se non sulle rive del Mar Nero, dove si sarebbe spezzata l’ambizione degli zar[7], nemici dei sanculotti.

L’opinione pubblica in Corsica chiedeva davvero questa spedizione? È poco probabile, nonostante testimonianze come la seguente: «Abbiamo ricevuto con piacere la lettera che ci annuncia che la guerra è dichiarata al re di Sardegna. Andremo, in conseguenza, a costringere la municipalità di Bonifacio alla più grande vigilanza, e vi daremo la mano in tutto ciò che sarà in nostro potere[8]».

Senza dubbio persone intriganti e che godevano di grande considerazione si pronunciavano a favore della spedizione; Marius Péraldi pretendeva che il popolo esultasse e che i Volontari sarebbero stati numerosi ad armarsi per fare la guerra ai tiranni.

«Non vi lascerò ignorare che i Corsi sprizzano gioia da tutti i pori da quando hanno appreso che l’armamento era diretto contro la Sardegna e che devono far parte di questa armata. Questo dipartimento si spopolerà, se necessario, per assicurare il successo dell’impresa. Si tratta di rendere liberi i propri vicini e di combattere contro i re e i tiranni: questo motivo risveglia il nobile entusiasmo di un popolo che è abituato a combattere da secoli per la libertà e per l’uguaglianza[9]».

Joseph Bonaparte giurava che si attendeva l’armata francese «con una sorta di fanatismo» e che una falange corsa si sarebbe unita ad essa per marciare per prima ovunque.

Buonarroti, un patriota fanatico[10], si presentava per accompagnare il corpo di spedizione; nonostante i suoi servizi fossero stati rifiutati, voleva comunque avere l’onore di gettare il seme delle nuove dottrine sulla terra sarda.

Napoleone Bonaparte, come suo fratello Joseph, si rallegrava dei nostri successi alle frontiere e soprattutto del progetto di spedizione in Sardegna. Da vero patriota, il futuro Imperatore odiava i nemici della Francia, ma pensava innanzitutto all’occasione favorevole che gli si offriva di uscire dall’ombra. Partecipare alla campagna delle Alpi significava rischiare di scomparire nella massa; ma prender parte alla spedizione di Sardegna significava assicurarsi l’occasione di mettersi in rilievo in un ambiente favorevole dove poteva esagerare il valore dei suoi servizi, senza contare che non gli era indifferente godere tra i suoi compatrioti del prestigio del nome di Bonaparte e del grado di tenente colonnello.

L’ambizione calcolata è già la nota dominante del suo carattere, il tratto che persisterà e si accentuerà con gli anni. Desiderava segnalarsi e faceva parte delle sue speranze al suo amico Nonzio Costa, nella sua lettera del 18 ottobre: «Le ultime notizie ci annunciano che i nemici hanno abbandonato Verdun e Longwy, e che hanno ripassato il fiume per rientrare a casa loro; ma i nostri non si addormentano. La Savoia e la contea di Nizza sono prese e la Sardegna sarà presto attaccata. I soldati della libertà trionferanno sempre degli schiavi di qualche tiranno».

Da parte loro, i vicini dei Sardi, i Bonifacini, affermano di ricevere dai loro amici di Sardegna i migliori incoraggiamenti e che i Repubblicani saranno ricevuti come «angeli tutelari», come «evangelisti muniti della sacra Bibbia». Il sindaco e gli ufficiali municipali di Bonifacio scrivevano, il 7 novembre 1792, ai cittadini amministratori del dipartimento: «Siamo informati dai nostri naviganti, che in ogni momento giungono dalla Sardegna, che gli abitanti temono molto le minacce rivolte loro dalle nostre armate e che, se vedessero anche solo avvicinarsi una nave nazionale alle coste della loro isola, si arrenderebbero immediatamente e con certezza, fatta eccezione per la capitale e per Alghero, che stanno preparando la difesa».[11]».

I preti e i devoti disapprovavano la spedizione. Temevano per gli Stati del papa. I rivoluzionari, dicevano, non si limiteranno a conquistare la Sardegna; la loro attività andrà crescendo ogni giorno, non tarderanno a chiedere un campo d’azione più vasto e a indicare Roma come meta delle loro nuove bramosie. Era l’occasione favorevole, pensavano, per rompere apertamente con un regime che minacciava le loro coscienze. Soprattutto bisognava combattere quei demoni di Francesi che discutevano frequentemente dell’opportunità di sopprimere le spese del culto.

Paoli, per il peso che aveva in Corsica, era veramente il padrone degli eventi; il suo atteggiamento poteva assicurare il successo o preparare il fallimento delle nostre armi. Egli concentrava allora tutti i poteri nelle sue mani. Presidente del Direttorio dipartimentale, comandante in capo delle guardie nazionali, era appena stato nominato da Servan luogotenente generale comandante la 23ª divisione militare. «Era», dice M. F. Masson, «la dittatura. Bisogna stupirsene, e non era forse il tempo in cui, ai Giacobini, si proponeva di affidargli il comando di una delle armate nazionali?». «Quest’uomo, logorato dall’età, di una salute molto malferma[12]», diventava il giocattolo delle fazioni che lo circondavano e gli rimproveravano duramente di aver accettato il grado di comandante della 23ª divisione.

In Francia si era creduto di legare definitivamente Paoli investendolo di queste alte funzioni e di guadagnare l’opinione pubblica in Corsica; era accordare troppa fiducia a questo politico che aveva, al suo passaggio a Parigi, rifiutato questa stessa dignità dalle mani del re e dichiarato pubblicamente che non desiderava più che vivere da semplice cittadino? «Un uomo di una fama così grande in Europa, che aveva combattuto la Francia in nome della libertà di un’antica nazione, poteva accondiscendere ad accettare funzioni da questa stessa Francia?». Dare un potere così considerevole all’antico capo venerato dei Corsi significava rendere la dominazione francese popolare personificandola in colui che i suoi compatrioti guardavano come un semidio, poiché i Corsi non vedono che le persone e non il regime che esse rappresentano. Ma non si esagerava cercando di ridurre le fazioni dell’isola e di rendere la Rivoluzione popolare?

È difficile affermare se, accettando la dittatura, Paoli non abbia agito con la sua consueta duplicità, con il retropensiero di rivoltare contro la Francia le armi che gli erano affidate e se, con la sua rara sagacia, non intravedesse la possibilità di guardare di nuovo verso l’Inghilterra. Non si era forse un tempo rivolto ad essa quando lottava contro i battaglioni del conte di Marbeuf, soprattutto per ambizione personale? L’intervento inglese negli affari di Corsica si era d’altronde nettamente affermato in favore di Paoli durante la lotta e, dopo la suprema sconfitta di Ponte Nuovo, il padiglione britannico aveva ancora protetto la fuga dell’eroe. Paoli non poteva dimenticare questi benefici; non poteva dimenticare che, per vent’anni, aveva vissuto a Londra con una pensione di re Giorgio. Bisogna ammettere che il sentimento non entrava quasi nelle combinazioni di questo Corso ambizioso, ma bisogna anche riconoscere che il governo inglese gli era simpatico. Ne amava le istituzioni liberali; aveva acquisito la convinzione che, meglio di ogni altra nazione, la Gran Bretagna «potente e generosa» potesse assicurare la felicità e la prosperità del popolo corso. Poiché la sua piccola patria era troppo debole per restare indipendente, meglio era che potesse vivere liberamente sotto il regime dell’Inghilterra.

Chi può certificare che Paoli non abbia sempre sognato la possibilità di riallacciare a tempo debito le relazioni più cordiali con l’Inghilterra? Il commissario delle guerre Vaudricourt scriveva fin dal mese di aprile 1790: «È ragionevole credere che Paoli non preferirà gli Inglesi, che lo hanno soccorso e in mezzo ai quali ha vissuto, a noi che lo abbiamo spogliato di un’autorità acquisita al prezzo di tanti rischi e pene?». Gli eventi che seguirono mostrano che Paoli ha sempre avuto gli occhi fissi su Londra. La fazione Pozzo di Borgo «già forse prezzolata dagli Inglesi»[13], diventava ogni giorno più potente e pesava con tutta la sua influenza sulle decisioni del re di Corte, indebolito dall’età e dalle infermità. Pozzo non insinuava forse compiaciuto che Paoli gli doveva la sua nomina al grado di comandante della 23ª divisione, e che era stato solo grazie a relazioni personali che aveva potuto vincere le diffidenze di Servan? Perché, per un fine che tenne segreto, Paoli impediva a Bonaparte di fortificare San Fiorenzo e guarnì le piazzeforti del litorale di battaglioni corsi devoti alla sua persona? Saliceti, a sua volta, emetteva dubbi su Paoli e segnalava i «disegni disastrosi» e i «perfidi consigli» di certe persone che lo circondavano.

Napoleone, ben piazzato per giudicare le cose, ha lasciato, secondo M. de Ségur, una testimonianza formale sul modo di essere e di pensare di Paoli. «Costui», dice egli, «sebbene colmato di onori dalla Francia, era preso da disgusto alla vista dei nostri tumulti rivoluzionari e, tornato da Londra, cominciò sordamente a preparare la Corsica alla rivolta. A questo scopo, si studiò di guadagnare alla causa dell’indipendenza la numerosa famiglia Bonaparte». Napoleone era Francese con troppo entusiasmo perché le lusinghe del vecchio generale corso potessero cambiare i suoi sentimenti; Paoli non doveva mai perdonargli di aver preso le parti dell’Assemblea.

Truguet stesso perderà la bella fiducia dei primi giorni e comunicherà ad Aréna le sue apprensioni in questi termini: «Gli ostacoli che la nostra spedizione incontra e i ritardi che apprendo essere stati posti al contrattacco da parte dei Corsi sul nord della Sardegna, e dai quali mi aspettavo un grande vantaggio, mi determinano a sollecitare ancora una prova del vostro zelo instancabile per il trionfo della libertà. Mi pare così indispensabile che vi rendiate in Corsica per annientare gli intrighi che sembrano opporsi ai nostri successi, che vi richiedo di voler partire all’istante su una corvetta che spedisco ad Ajaccio. Spiegando al vostro arrivo il carattere di commissario del potere esecutivo che vi è affidato, le vostre richieste saranno energiche come le vostre qualità repubblicane ed esse sapranno atterrare gli intriganti e vincere gli ostacoli che si ergono contro le nostre operazioni combinate[14]».

E Joseph Bonaparte, come Aréna, Saliceti e Pache, hanno ben questa convinzione che, secondo il detto di Volney, l’«astuto e machiavellico re di Corte se ne f. di tutti».

Sia come sia, Paoli accolse con fronte calma le istruzioni del Consiglio esecutivo relative alla spedizione di Sardegna. In fondo, era in un’estrema perplessità. Provava difficoltà a combattere il re di Piemonte; in realtà, era meno per sentimento che per politica che fingeva di ricordarsi che la Sardegna aveva un istante soccorso la Corsica contro la Francia e Genova, e che Venturini, Gaffori e Matra avevano combattuto a fianco di 15.000 Sardi di Cumiana[15]. Paoli era profondamente ferito dalle precauzioni che si erano prese per metterlo al corrente di questa spedizione. Truguet non lo informava dei dettagli degli affari, e d’Anselme gli scriveva che conservava il comando superiore dell’isola. L’atteggiamento del governo francese poteva sembrare bizzarro, e tanta diffidenza incomprensibile.

Ufficialmente, Paoli sembrava avere le migliori ragioni per formalizzarsi. Dandogli la dittatura, il Consiglio esecutivo testimoniava al generale una stima perfetta e una fiducia assoluta. Di conseguenza, sarebbe stato necessario consultare Paoli per primo sull’opportunità della spedizione che si preparava e sulle misure da prendere. È certo che, meglio di chiunque altro, egli poteva giudicare le difficoltà dell’impresa, poiché conosceva altrettanto bene le risorse della Sardegna quanto l’esiguità dei mezzi della povera Corsica. La grande reputazione che si era fatto nell’una e nell’altra dava alle sue decisioni una ripercussione immensa sullo stato dell’opinione nelle due isole.

«Egli ha tra i Sardi», scriveva Péraldi, «una reputazione considerevole e la sua presenza contribuirebbe al successo della sua armata». Paoli aveva coscienza della sua influenza e gli si davano istruzioni appena sufficienti per fargli sapere che le sue funzioni erano solo onorifiche. Paoli non era di un carattere da sacrificare agevolmente il minimo dei vantaggi che gli conferiva il suo grado. Il suo amor proprio si rivolgeva al solo pensiero che potesse essere il raggirato e la vittima del suo nemico personale, Aréna, di cui sentiva l’animosità trapelare sotto le reticenze del Consiglio esecutivo. Paoli non poteva ammettere questa restrizione pubblica sulle prerogative del suo comando. Nella vendetta che Aréna gli aveva dichiarato, gli era necessario costi quel che costi trionfare, e, quando si vide obbligato ad agire suo malgrado, non poté che lasciarsi sfuggire una critica all’indirizzo di questa spedizione, «che non può riuscire se non per uno di quei miracoli della santa Libertà[16]». Il piano era mal combinato, diceva, e valeva meglio agire contro Torino[17]; Paoli non voleva combattere personalmente il re di Piemonte. Era già lo stesso pensiero che doveva esprimere più tardi, in una forma più netta, a suo nipote comandante il contrattacco della Maddalena: «Fai che tutta questa faccenda se ne vada in fumo».

Di fatto, sebbene temesse i Corsi di Provenza, Paoli non cesserà di creare ogni giorno difficoltà. Faceva della riuscita della spedizione di Sardegna una questione di amor proprio; per spirito di vendetta contro i clubisti, nel profondo del suo cuore ne desiderava il fallimento, fallimento che sarebbe stato il suo trionfo su Aréna e i suoi partigiani dei club della Provenza. Politico abile e fortunato, seppe sempre sventare i rimproveri e conservare una duplicità elegante e notevole senza dubbio, ma che non saprebbe accordarsi con la franchezza e la nettezza dei sentimenti che si convengono agli uomini dei tempi eroici. Paoli si piccava di filosofia e ciò fu sufficiente perché a lungo ancora la Convenzione scusasse il suo atteggiamento.

Il contrammiraglio Truguet condivideva l’entusiasmo di Sémonville, di Bonaparte e di Salicetti. D’accordo con Péraldi, aveva spinto attivamente per la spedizione. Non dubitava un momento del successo e sperava che sarebbe bastato presentarsi davanti a Cagliari per raccogliervi allori. Giacobineggiante, era fermamente convinto del potere miracoloso dei principi del 1789; apparteneva a quella generazione di uomini che credevano talmente alla virtù di espansione spontanea delle massime rivoluzionarie che dimenticavano di agire se non con proclami pomposi e pieni di entusiasmo. Poco a poco tuttavia le difficoltà gli appariranno, si impegolerà nei preparativi e, dubitando dei propri mezzi, mancando di fiducia in se stesso, cercherà ovunque aiuti. Tenterà di risvegliare lo zelo di Paoli; lo scongiurerà di usare tutta la sua influenza affinché la concentrazione delle truppe si effettui ad Ajaccio nelle condizioni migliori possibili.

«Il contrammiraglio Truguet», scriverà egli, «viene a reclamare con fiducia lo zelo e il patriottismo del cittadino generale Paoli, di cui non può fare a meno per il successo dell’impresa. L’armata navale ha bisogno dell’influenza di un cittadino generale così giustamente riverito dai suoi compatrioti e l’ammiraglio di questa armata conta in anticipo su tutti i soccorsi che egli potrà fornirgli[18]». Prometterà di inviare una fregata per trasportare il corpo di spedizione a Cagliari, e resterà a lungo persuaso che le forze militari della Corsica siano sufficienti per assicurare il successo delle nostre armi.

[1]  Articolo 2 del decreto del Comitato esecutivo provvisorio.

[2]  Decreto del 1 ottobre 1792.

[3]  Lettera di Péraldi a Servan, Tolone, 7 ottobre 1792.

[4] Lettera di Belleville, 26 novembre 1792, a bordo del Languedoc. Belleville era console e assistette alla spedizione.

[5]  Lettera di Paoli a Pache, sollecitando la nomina di Péraldi.

[6]  Lettera datata San Fiorenzo, 15 novembre 1792.

[7]  Riferimento all’ambizione russa nel Mediterraneo.

[8]  Lettera degli amministratori di Tallano, 3 novembre 1792.

[9]  Lettera di Péraldi, 17 ottobre 1792.

[10]  Filippo Buonarroti, curatore del Giornale Patriottico a Bastia.

[11]  Archivio dipartimentale.

[12]  Lettere di Péraldi e Paoli a Servan, ottobre 1792.

[13]  F. Masson.

[14]  Lettere di Truguet a Aréna, 5 febbraio 1793.

[15]  Memorie di Césari sull’incertezza di Paoli e la sua segreta riconoscenza verso Torino.

[16]  Lettera a Bozio, 24 novembre 1792.

[17]  Lettera del 22 dicembre.

[18]  Lettera di Truguet a Paoli, fine ottobre 1792.

Ajaccio
Pasquale Paoli - Museo di Bastia
Cristofano Saliceti

IV.

Ambizioni di d’Anselme. La sua avversione per la spedizione di Sardegna. — Decisione del Consiglio esecutivo. — I Volontari provenzali. La loro concentrazione a Villefranche. — Truguet ad Ajaccio — D’Anselme destituito.

I preparativi andavano per le lunghe, d’Anselme se ne disinteressava; non voleva affatto distogliere la sua attenzione dalle Alpi e dall’Italia. Era un buon soldato, zelante, attivo, molto confusionario, sempre occupato in mille dettagli, ma incapace di mantenere la disciplina e l’ordine che facevano l’onore delle armate di Custine e di Montesquiou. L’occupazione agevole della contea di Nizza e gli elogi esagerati dei membri dei club avevano esaltato la sua immaginazione e fatto nascere in lui il desiderio di nuove ambizioni.

«La gloria di Custine non gli bastava più — dice il sig. A. Sorel — Sognava di essere il Pirro della Repubblica».

Egli non sentiva volentieri parlare dell’impresa che il Consiglio esecutivo preparava contro la Sardegna. La considerava troppo lontana, azzardata e indegna del suo destino. Voleva cose più grandi per la Repubblica e per se stesso. Aréna, ex deputato della Corsica all’Assemblea legislativa, fu egli stesso sedotto dai progetti di d’Anselme e scrisse da Nizza, il 24 ottobre, a Lebrun e poi a Brissot: «La spedizione di Sardegna non può aver luogo in questo momento. D’Anselme pensa che la Repubblica debba inviare un’armata a Roma per disperdere la corte che ci fa una guerra più pericolosa di quella dei Prussiani e degli Austriaci. Liberare i Romani, passare nel Milanese, nella Lombardia, tornare in Piemonte per assediare le piazze forti del re di Sardegna: ecco il piano che d’Anselme ha concepito. Mai la Francia avrà una più bella occasione per sbarazzarsi della corte di Roma, per installarvi un vescovo e per dare il via a un’insurrezione generale. Siamo i padroni del Mediterraneo, la nostra armata sarà la più forte durante l’inverno; essa vivrà a spese dei tiranni e ci procurerà mille altri vantaggi che voi scorgerete facilmente[1]».

D’Anselme mostrava la necessità di restare nelle Alpi, insisteva sulle difficoltà della presa di Cagliari. «L’accrescimento delle truppe austriache che giungono dal Milanese nel Piemonte e la loro avanguardia che è appena stata portata su Saorgio agli ordini del generale Brentano, mi pongono nell’obbligo di sospendere, almeno per qualche tempo, le disposizioni relative alla spedizione di Sardegna. Inoltre — diceva — Cagliari è una piazza molto fortificata, difesa da quattro battaglioni e la cui presa richiederà almeno due mesi e da 8 a 10.000 uomini che occorrerà trarre dalle truppe del Mezzogiorno, poiché bisogna contare poco sul soccorso dei Corsi, non avendo l’isola in questo momento che quattro battaglioni di volontari mal armati e dei quali il generale Paoli non crederà certamente di potersi privare in totalità. È probabile che il re di Sardegna non aspetti che l’istante di questo tentativo per attaccarci nella contea di Nizza, cosa che potrà fare con forze più che doppie di quelle che potremo lasciarvi[2]».

Il Piemonte sembrava voler prendere l’offensiva; d’Anselme non voleva sottrarre alcun uomo dai circa 12.000 che aveva sotto il suo comando, né privarsi di un soccorso di truppe, seppur mediocri. Aveva appena rifiutato a Montesquiou dei rinforzi per impadronirsi di Ginevra; a maggior ragione non desiderava aiutare questa avventura in Sardegna. Non valeva forse meglio, come egli proponeva, tentare un attacco su Oneglia e Savona, dove la squadra inattiva di Truguet lo avrebbe secondato vantaggiosamente?

Al limite, se la Corsica fosse bastata a fornire gli elementi necessari all’impresa e a condizione di non indebolire l’armata del Mezzogiorno, d’Anselme non avrebbe visto inconvenienti in questa diversione.

Aréna stesso era sempre più trascinato da d’Anselme e, per quanto fosse un caldo sostenitore della spedizione di Sardegna, insisteva presso il Consiglio esecutivo. «Si è certi ora — scrive l’8 novembre 1792 — che gli Austriaci del Milanese si portano in Piemonte in soccorso del re di Sardegna e che hanno il disegno di compiere un tentativo sulla contea di Nizza. Pertanto, per il momento, bisogna limitarsi a osservare i loro movimenti, a esercitare le nostre truppe, a disciplinarle e a ben conservare questa parte, e sarebbe estremamente pericoloso indebolire questa armata e allontanarne il generale[3]».

Ma il Consiglio esecutivo si mostra inflessibile nelle sue risoluzioni. Davanti alle esitazioni di d’Anselme, il commissario Maurice fu inviato a Marsiglia con l’ordine di provvedere senza indugio a tutti i preparativi. Il Consiglio esecutivo non poteva ammettere che si andasse contro la sua volontà. Aveva deciso la spedizione di Sardegna per avere denaro e grano; non voleva che d’Anselme vi sostituisse qualsiasi altra impresa. Gli rimproverò di non spingere abbastanza alacremente i preparativi e, d’altra parte, di non aver ancora tentato nulla contro quelle due città.

Fin dal suo arrivo, Maurice, conformemente agli ordini ricevuti, si concertò con la municipalità di Marsiglia al fine di affrettare l’imbarco dei 6.000 volontari provenzali che attendevano dall’inizio di ottobre e dovevano formare, con le milizie di Paoli, il corpo di spedizione. Questi volontari erano stati arruolati durante il mese di settembre per essere diretti su Nizza e rinforzare l’armata di d’Anselme. Ma, non avendo la contea di Nizza opposto alcuna resistenza, il generale giudicò inopportuno accrescere i propri effettivi con questo nuovo contingente di forze; egli aveva d’altronde per questa truppa appena reclutata un’avversione che ostentava ovunque e aveva giudicato semplicissimo chiederne il licenziamento. Ma costava troppo agli amministratori marsigliesi ottemperare immediatamente agli ordini di d’Anselme e aver così dispiegato il loro zelo e la loro attività in pura perdita; essi erano in preda all’esitazione quando il passaggio del sig. Péraldi a Marsiglia fece loro intravedere una ricompensa al loro devozione: i 6.000 uomini potevano essere diretti su Cagliari.

Questa soluzione riempì di gioia i tre corpi amministrativi che, l’8 ottobre, resero conto alla Convenzione del loro colloquio con il sig. Péraldi e della posizione dei 6.000 volontari: «Questa truppa è in questo momento mobilitata, presto armata ed equipaggiata, e i rifornimenti in gran parte imbarcati. Vi facciamo osservare che essa brucia dal desiderio di partire per andare a combattere i nemici della libertà ovunque se ne trovino».

La Falange marsigliese era un corpo di moralità pericolosa, composto da ragazzi e dalla feccia della popolazione dei dipartimenti di Vaucluse e delle Bocche del Rodano. A dire il vero, essa non aveva di marsigliese che il nome; la maggior parte degli elementi che la costituivano erano quelle persone senza fissa dimora e di nazionalità incerta che si trovano solo nelle città marittime o vicine ai porti. Quei volontari si erano arruolati solo per sete di rapine e di brigantaggio, con la speranza di poter saccheggiare e uccidere senza timore di castigo. Sono questi banditi che hanno disonorato i battaglioni della Provenza; poiché, accanto a questi elementi di anarchia, vi si trovavano giovani del paese animati da un eccellente spirito di patrioti sanculotti. Sarebbe stato necessario fare una cernita in questi effettivi di ogni provenienza, sarebbe stata minima previdenza applicarsi per far regnare a poco a poco l’ordine e la disciplina in queste nuove truppe ed eliminarne i fermenti di disordine.

Il numero importava d’altronde meno della qualità. Ma i vecchi militari disdegnavano sconsideratamente questi giovani soldati e non mostravano che indifferenza e disprezzo nei loro riguardi. Essi non credevano che se ne potessero mai trarre elementi di meraviglioso successo. Facevano affidamento solo sulle truppe di linea, che erano uno strumento bello, pronto e solido nelle loro mani. Avevano l’occhio abituato alle vecchie truppe; non potevano credere che i volontari sarebbero stati soldati capaci di sostenere vittoriosamente lo sforzo dell’Europa coalizzata.

D’Anselme non aveva occhi che per i reggimenti di linea; non voleva affatto volontari nella sua armata. Impotente nel mantenere la disciplina nelle sue truppe, non desiderava ingrossarsi con nuove reclute insubordinate e senza spirito militare. Certamente, la condotta dei volontari non testimoniava a loro favore e la triste fama del loro nome si estendeva a tutta la Provenza. Il loro soggiorno nelle città non doveva essere segnato che da atti vergognosi di brigantaggio e di insubordinazione e il loro passaggio era temuto come quello dei nemici. Un’occasione favorevole per sbarazzarsene si presentava: era la spedizione di Sardegna. Li si diresse dunque immediatamente su Tolone, dove dovevano prendere il mare. Trentatré bastimenti attendevano già da un mese, sotto la guida della fregata la Fortunée.

Ma, al momento della partenza, la municipalità, temendo disordini, rifiutò di lasciarli penetrare nelle sue mura per imbarcarsi. Inutilmente il generale d’Anselme insistette, invano i commissari e il cittadino Maurice fecero rimostranze, fu forza scegliere un altro porto. Per un istante si pensò al golfo Juan, ma l’ormeggio era troppo lontano da terra; il capitano di Saint-Julien, incaricato di scortare il corpo di spedizione con la corvetta la Poulette e il vascello le Commerce de Bordeaux, preferì Villefranche; è lì che la flotta di trasporto andò ad ancorarsi il 21 dicembre. Sfortunatamente, il biscotto che era stato preparato era marcio e i rifornimenti avariati da tre mesi che erano a bordo. Non c’era denaro in cassa per pagare i soldati e vi erano a malapena munizioni e armi per un migliaio di uomini[4].

Mentre d’Anselme, inattivo, gemeva su questo stato di cose, il corpo marsigliese ricevette l’ordine di mettersi in marcia e il generale Dhiller, che li comandava, fissò così il loro ordine di arrivo:

  • Il 1° e il 2° battaglione della Falange marsigliese arriveranno a la Colle il 14 dicembre;
  • Il battaglione dell’Unione arriverà a Grasse il 17 dicembre;
  • Il battaglione di Martigues arriverà a Mougins e Vallauris il 16 dicembre;
  • Il battaglione del Luberon arriverà a Vence il 17 dicembre;
  • Il battaglione di Vaucluse arriverà a Grasse il 18 dicembre;
  • Il battaglione di Tarascon arriverà a Grasse il 19 dicembre;
  • Il battaglione di Aix arriverà a Saint-Paul-de-la-Colle il 20 dicembre.

D’Anselme era mancato al suo dovere non prendendo le misure necessarie per dare a questi battaglioni di volontari i principi di ordine, disciplina e amministrazione che facevano l’onore della linea. L’indolenza e il malvolere di d’Anselme si rifiutavano a questo sforzo ed egli si accontentava di far scrivere a Truguet da B. Aréna che non si poteva utilizzare una tale truppa.

Truguet non accettò questo modo di vedere; era da molto tempo che preparava la spedizione e aveva fretta di vedere i suoi progetti in via di esecuzione. Non voleva più tollerare ritardi.

«Spero — scrive l’ammiraglio al ministro della marina — di avere presto notizie soddisfacenti da annunciarvi sul successo della spedizione di Sardegna, spedizione di cui avevo calcolato e presentato tutti i vantaggi e le difficoltà, senza tuttavia aspettarmi che avrei dovuto trionfare, nell’esecuzione, di alcuni ostacoli sui quali il mio patriottismo e il mio zelo non mi permettono affatto di riflettere[5]».

L’impazienza di Truguet, le rimostranze dei sostenitori della spedizione, determinano il Potere esecutivo ad agire con energia contro d’Anselme. Da quel momento, gli si fa colpa della sua mollezza nel reprimere gli anarchici, della sua inazione, della sua ostilità alla spedizione di Sardegna[6] e dei suoi progetti sull’Italia.

Qualche giorno più tardi, fu convocato a Parigi per giustificare la sua condotta e, il 20 dicembre, Brunet lo sostituì alla testa dell’armata. Il primo pensiero del nuovo generale fu di chiedere il comando del corpo di spedizione e di fare ogni diligenza per imbarcare i volontari di Provenza, che, l’8 gennaio, facevano vela verso Ajaccio. La squadra trasportava Joseph e Barthélemy Aréna, quest’ultimo portatore degli ordini che designavano Casabianca come capo delle truppe da sbarco,

[1]  Lettera dell’8 novembre 1792 al ministro della guerra.

[2]  Lettera del 9 novembre 1792.

[3]  Lettera dell’8 novembre 1792.

[4]  Le richieste di armamento che la città di Marsiglia aveva fatto a Genova erano rimaste infruttuose. Preparativi fatti dalla città di Marsiglia per la spedizione di Sardegna: 33 navi noleggiate e rifornite, con tutte le opere, paratie e utensili necessari, della portata complessiva di 6.014 tonnellate, pronte a imbarcare 6.000 uomini, con provviste per due mesi, consistenti in: 4.500 quintali di biscotto, 1.500 barili di vino da tre millerole l’uno, 6.014 quintali di legna da ardere, 120 barili di farina, 360 quintali di fieno, 600 pecore vive, 50 millerole di olio fino, 7 da ardere, 11 quintali di candele, 7 quintali di zucchero, 245 quintali di riso, legumi sufficienti, 700 barili di bue e lardo salato, 144 quintali di formaggio, 260 quintali di merluzzo salato, 160 libbre di senape, 50 millerole di aceto, acqua per due mesi. Munizioni d’artiglieria: 6 pezzi di cannone in ghisa da 14, 6 pezzi di cannone in ghisa da 18, montati sui loro affusti da campagna, 4 mortai da bombe da 12 pollici, montati sui loro affusti a base fissa, 2 affusti di ricambio, 2.200 bombe, 4.000 palle da 4, 2.000 da 8, 2.000 da 6, 1.000 da 12, 2.000 da 18, 2.000 da 24, 1.000 da 16, 3.000 scatole a mitraglia alla svedese, 3.000 cartucce a palla, 80.000 pietre focaie, 10.000 cannelli, 1.000 lance a fuoco, 100 porta-lance, 100 quintali di mitraglia, 20.000 cartucce di carta di vari calibri, 12 carri per bagagli, 12 per carichi pesanti, 12 cassoni, 600 tende da 10 uomini ciascuna con i loro legni, 100 cavalletti per armi, 600 marmitte per 10 uomini ciascuna, 600 gavette, 600 borracce (tutto in latta inglese), 6.000 piccole borracce con le loro bandoliere, 500 quintali di polvere in barili, 900 gavette, 900 borracce in legno, 600 falcetti, 600 picconi, 600 pale, 600 porta-colpi.

[5]  Lettera del 10 dicembre 1792.

[6]  D’Anselme scriveva a Paoli, il 26 novembre, di spedirgli tutte le truppe disponibili dell’isola, al fine di «portare l’armata a un punto di forza che possa metterla in grado di intraprendere tutto ciò che la Repubblica esigerà da lei».

Generrale d'Anselme

V.

La squadra del Mediterraneo. ‒ Latouche-Tréville a Napoli. ‒ Accoglienza fatta a Truguet dai corpi amministrativi. ‒ I marinai ad Ajaccio. Scontro sanguinoso del 18 dicembre. ‒ Conseguenze e progetto di un contrattacco nel nord della Sardegna.

Truguet credeva di poter disporre dell’intera flotta non appena i negoziati con Genova e il bombardamento di Oneglia fossero terminati. Sfortunatamente, dovette inviare Latouche-Tréville a Napoli per chiedere riparazione per le offese arrecate a Sémonville. Una parte della flotta era dunque indisponibile per cooperare alla spedizione. Molte esitazioni erano lecite dinanzi a una tale diminuzione delle forze navali. Truguet non si soffermò su tali considerazioni: diede semplicemente l’ordine a Latouche-Tréville di ricongiungersi a lui nelle acque di Cagliari; per di più, nella sua fretta di volare verso il successo, non giudicò opportuno portare con sé i volontari e partì per Ajaccio, dove annunciò il suo arrivo con la seguente lettera:

«Cittadini amministratori, è sforzandomi di accrescere il trionfo della libertà che posso giustificare l’opinione lusinghiera che avete del mio zelo e che avete la bontà di testimoniarmi. Nulla poteva assicurare alla Repubblica francese un successo più evidente dell’ottenere soccorsi da questo popolo corso, così interessante agli occhi dei veri amici della libertà.

Desidero inoltre, Cittadini, unire ai mezzi militari che offrite con tanto zelo i consigli che la vostra saggezza ed esperienza possono dare all’ammiraglio Truguet, desideroso di conquistare alla libertà un popolo infelice. Bisogna attaccare i porti, bombardare le fortezze e distruggere tutti i sostenitori del dispotismo; ma bisogna impiegare tutti i mezzi che possono salvare anche un solo individuo fuorviato dal fanatismo. È a voi, Cittadini, ugualmente coraggiosi e umani, che chiederò soprattutto il linguaggio da parlare a dei montanari nati per essere liberi, a dei montanari forse fuorviati da preti perfidi e che bisogna illuminare sui nostri motivi e sul nostro zelo per la loro stessa causa. Mi recherò al più presto ad Ajaccio e farò in modo di arrivarvi munito dei fondi necessari alle casse militari. Se per vostra cura i soldati corsi vi saranno riuniti, voleremo verso successi che meriteranno le benedizioni e la gratitudine di un popolo infelice[1]».

La squadra, dopo la missione affidata a Latouche-Tréville, non contava più che quattro vascelli di linea: il Tonnant, il Centaure, l’Apollon, il Vengeur; quattro fregate: la Vestale, la Fortunée, l’Aréthuse, la Perle, che aveva appena preso il mare; una corvetta: la Badine, che era andata a cercare a Genova 600.000 franchi, e due bombarde: l’Iris e la Sensible. La traversata non fu fortunata. Verso Calvi, venti violenti spinsero la flottiglia verso la costa, tanto che la Perle[2] si arenò presso Galéria, e l’Aréthuse, toccando un banco di sabbia, subì danni importanti.

Nonostante ciò, il 15 dicembre Truguet arrivava nel golfo di Ajaccio; quasi al momento dell’ancoraggio, a seguito di una falsa manovra, una delle più belle unità andò perduta: il Vengeur urtò uno scoglio all’altezza della cappella dei Greci, e così sfortunatamente che andò a incagliarsi sul fondo del golfo, dove dovette essere abbandonato.

Truguet veniva a imbarcare le truppe della 23ª divisione che Paoli aveva messo a sua disposizione, ovvero: due battaglioni del 42° reggimento di linea, i primi battaglioni del 52° e del 26° reggimento e quattro battaglioni di volontari nazionali; ciò faceva circa 2.000 fucili, contando 320 uomini per battaglione di linea e 200 per battaglione di volontari. Come artiglieria, si portavano 14 pezzi con gli attrezzi necessari e una scorta di 1.000 colpi.

Appena sbarcato, Truguet, giovane e galante, fu ricevuto dai Bonaparte. Si mostrava molto premuroso nei loro confronti e si faceva un dovere di non mancare mai a quelle riunioni di cui era l’anima insieme a Joseph, Elisa e Napoleone. In quel momento, la famiglia Bonaparte avrebbe visto realizzarsi con il massimo piacere l’unione di Elisa e Truguet. Eppure l’ammiraglio e la piccola pensionante di 15 anni, fresca di studi a Saint-Cyr, erano separati da una discreta differenza d’età; Truguet, è vero, era un bell’uomo, bruno e vigoroso, ma il suo carattere cupo e taciturno contrastava con quello di Elisa, così espansivo e gioioso. Insomma, si danzava molto e ci si occupava tanto meno della spedizione.

Nel frattempo, i sanculotti festeggiavano in onore dei marinai di Provenza; il contrammiraglio se ne rallegrava ed esprimeva pubblicamente al generale e ai corpi amministrativi la sua gratitudine per un’accoglienza così fraterna ed entusiasta.

L’arrivo della squadra era un’eccellente occasione per manifestazioni sanculotte. La flotta aveva avuto appena il tempo di ancorarsi nel fondo del golfo che una deputazione degli “Amici della Costituzione” si era subito recata a bordo per fraternizzare con i compagni del continente. Da allora, Corsi e Provenzali, gareggiando in zelo e ardore rivoluzionario, tenevano seduta ogni giorno nel club sanculotto di ogni nave, discutendo degli affari pubblici e dei diritti imprescrittibili dell’uomo e del cittadino.

Questa atmosfera di civismo scaldava gli animi più timidi e risvegliava in tutti un ardente desiderio di proselitismo. Il 18 dicembre, i marinai decisero di dare una pubblicità eclatante alle loro opinioni. Scesero a terra e si sparsero per la città cantando la Carmagnole e il Ça ira, gridando: «Abbasso gli aristocratici! Alla lanterna!». A queste grida unirono presto le minacce delle loro armi e dei loro cappi. La vista di quegli uomini armati all’inseguimento di nemici immaginari seminò il terrore nella città; i passanti spaventati cercarono rifugio nelle botteghe o rientrarono precipitosamente in casa, abbandonando le strade deserte a quei forsennati.

Erano circa le 4 del pomeriggio e la manifestazione volgeva al termine, quando scoppiò una lite tra un marinaio e un sergente maggiore dei volontari, Anton Padouan Susini, di Sartene. Sopraggiunse una pattuglia di servizio che li arrestò e li condusse entrambi davanti al giudice di pace. Il motivo della contesa era futile [il marinaio tentò di imporre il berretto frigio all’altro], ma l’effervescenza tra i marinai era grande. Per non eccitare ulteriormente gli animi agitati, il giudice di pace ritenne opportuno rinviare il giudizio e iniziare rinchiudendo i due contendenti nella casa d’arresto, dentro la cittadella. La pattuglia arrivò senza intoppi all’altezza della porta principale quando, improvvisamente, fu assalita da un gran numero di marinai, da alcuni granatieri e soldati del reggimento di Bresse.

Costretti a lasciare il malcapitato sergente maggiore, questi divenne preda degli assalitori e fu subito trascinato all’interno della cittadella. A porte chiuse, senza timore di essere disturbati, i marinai poterono dare libero sfogo alla loro rabbia. Mutilarono il prigioniero a colpi di sciabola e appesero il corpo agonizzante all’asta della bandiera, in vista della squadra e dell’intera città. Il castigo era pubblico, come l’offesa. Poi, i sanculotti calarono il cadavere e lo gettarono in mare. «Si diceva pubblicamente che questo sergente maggiore reclutasse per la Sardegna, e che egli stesso lo avesse ammesso. Fu questo il motivo della disputa e del sacrificio[3]».

I sanculotti si erano vendicati di un traditore amico dei tiranni. A questa impresa ne aggiunsero altre. Dopo questo massacro, senza riflettere e quasi istintivamente, i marinai scesero nelle prigioni. Un povero cittadino, un artigiano di Olmeto residente ad Ajaccio, si trovava dietro le sbarre; gli si rimproverava di aver ferito la notte precedente un granatiere del 42° reggimento di linea; si giudicò che meritasse lo stesso supplizio di Susini per aver osato alzare le mani su un sanculotto[4]. E l’esecuzione seguì il giudizio sommario. Infine, per rendere il «sacrificio» esemplare, il corpo del sergente maggiore fu ripescato e i due cadaveri, fatti a pezzi, furono portati in giro per le strade della città con una ferocia barbara e veramente rivoltante.

I testimoni di questo spettacolo furono colti dall’orrore; tra loro, Antonio Péraldi, procuratore del Comune, non poté contenere l’indignazione. A rischio della vita, si lanciò in mezzo ai carnefici e cercò di strappare loro i corpi delle vittime. Gli andò male. Questo atto di coraggio non fece che portare al colmo l’ira dei Marsigliesi. Proferendo minacce, questi gettarono Péraldi a terra, gli misero un cappio al collo e si accinsero a «fargli la festa». Per fortuna, alcuni soldati del reggimento di Vermandois si precipitarono in soccorso del coraggioso magistrato e lo liberarono, non senza fatica. Era tempo: Péraldi stava perdendo conoscenza e rantolava già.

I marinai rinnovavano in Corsica le sinistre gesta che avevano segnato il passaggio dei Marsigliesi nelle città della Provenza. Questi orribili eccessi minacciavano di continuare sotto gli occhi delle autorità militari e dei poteri pubblici, che mancavano di ogni mezzo di repressione necessario in tali circostanze.

Ma i volontari corsi, appresa la notizia, si concertarono e decisero immediatamente di vendicare i compatrioti. Impugnarono le armi e corsero verso la cittadella, accecati dal rancore e dalla vendetta. Un conflitto sanguinoso stava per scoppiare. Per fortuna, il fermo atteggiamento degli ufficiali e la promessa che sarebbe stata fatta giustizia calmarono il loro primo slancio di furore e permisero di guadagnare tempo. Fu sufficiente per portare a una distensione momentanea, e i volontari, armi alla mano, rientrarono nei loro alloggiamenti.

Approfittando di questo istante di tregua, l’ammiraglio Truguet consegnò la squadra a bordo e, subito dopo, Casabianca inviò le truppe a bivaccare a Mezzana. Con queste misure energiche furono scongiurate molte altre sventure.

Questi eventi avrebbero reso necessarie profonde modifiche ai piani progettati da Truguet per tentare l’attacco a Cagliari. Si ritenne ormai impossibile far partecipare a un’azione comune truppe corse e truppe continentali. Si temevano ritorsioni funeste; si pensava che i Corsi, animati dallo spirito di vendetta, si sarebbero presi a fucilate con i Provenzali.

Nonostante tutto, bisognava utilizzare tutte le forze della 23ª divisione. Truguet decise quindi di imbarcare solo il 42° reggimento e di formare un nuovo corpo di spedizione indipendente con i due battaglioni di volontari, alcuni gendarmi e alcuni artiglieri. Queste truppe sarebbero state destinate a compiere una diversione sulla costa nord della Sardegna, alla Maddalena, mentre si sarebbe attaccata Cagliari[5].

Di conseguenza, il contrammiraglio Truguet imbarcò il 42° reggimento e 600 uomini degli altri battaglioni di linea, per un totale di 1.800 soldati. L’8 gennaio 1793 salpò per Cagliari, avendo atteso invano i volontari marsigliesi che quello stesso giorno lasciavano Villefranche.

[1]  A l’Espuy, a bordo del Tonnant, 5 dicembre, anno I della Repubblica (Arch. dép.).

[2]  Superba fregata, «il miglior veliero dell’armata navale».

[3]  Manifesto dei cittadini amministratori (Arch. dép.).

[4]  «La sensazione suscitata dall’atrocità di un atto così barbaro non diede luogo ad alcuna rappresaglia. A Sartene, dove una delle guardie massacrate aveva più di 150 parenti, il popolo andò incontro alla compagnia di linea che vi era di guarnigione e la rassicurò in modo veramente generoso». (Lettera di Paoli al ministro dell’interno).

[5]  «Ora la tranquillità regna nella città di Ajaccio; ma l’ammiraglio, prevedendo con saggezza i temibili effetti dell’astio degli animi, quando questo si è impossessato dei due corpi d’armata, ha ritenuto opportuno richiedere al generale Paoli che dia al 42° reggimento di linea l’ordine di imbarcarsi per intero, e di destinare i battaglioni di volontari ad attaccare verso il nord della Sardegna, impadronendosi dell’isola della Maddalena, per fare una diversione utile quando attaccherà Cagliari». (Lettera di Péraldi).

Il conte Laurent-Jean-François Truguet, ammiraglio di Francia, di Paulin Guerin, 1832
Ajaccio
Giuseppe Bonaparte

VI.

Stato d’animo della corte di Torino. Il consiglio del re. — Il viceré di Sardegna riceve le istruzioni da Torino. — Atteggiamento del clero e della nobiltà. — Organizzazione della difesa. Le truppe regolari e le milizie. —La messa in stato di difesa di Cagliari.

La contea di Nizza e la Savoia avevano accolto l’armata francese con entusiasmo; i piemontesi, fino a poco prima pieni di disprezzo per le nostre truppe, si erano dispersi nelle Alpi. Ciò ricordava il «gioco dei ragazzini che, avendo disposto le carte in piedi e in fila, danno alla prima un colpetto che fa cadere le carte le une sulle altre fino all’ultima[1]». Solo la neve delle montagne aveva salvato il Piemonte dall’arrivo dei francesi.

«Lo stupore, l’abbattimento e il terrore erano indescrivibili a Torino[2]». Vittorio Amedeo non sapeva a quale santo votarsi. Il re era ingannato sul valore dei suoi ufficiali e sulla scienza dei suoi generali. Il suo ministro della guerra, Cravanzana, era così incapace e indeciso che arrivava spesso alla «vigliaccheria e alla menzogna». Il conte d’Hauteville era un uomo istruito, laborioso, ma di una minuzia estrema che nuoceva alla rapidità dell’azione negli affari importanti. Nelle circostanze attuali, era un vizio. Quanto al ministro dell’interno, il conte Graneri, non aveva che l’intelligenza che somiglia a una lanterna cieca: illumina solo il proprietario. Questi erano i personaggi che formavano abitualmente il consiglio del re di Sardegna. Erano lungi dall’essere all’altezza del loro compito. D’altronde, erano paralizzati dalla paura; quella gente aveva la «pelle d’oca al solo nome dei sanculotti[3]». La casa bruciava e non potevano pensare a salvare le stalle.

I francesi erano alle porte di Torino, non potevano pensare all’isola di Sardegna. Contavano sul viceré perché prendesse le migliori precauzioni contro l’invasione. Pensavano che Truguet non avrebbe avuto successo così facilmente come d’Anselme e Montesquiou. Non certo perché il comandante delle forze sarde dovesse mostrarsi, nella difesa, più energico degli altri; ma si pensava che gli abitanti della Sardegna che vivono nell’interno dell’isola fossero troppo semplici di spirito «per comprendere gli enigmi del diritto naturale e i logogrifi metafisici francesi». Erano convinti che le città del litorale potessero essere occupate, ma che, se i francesi si fossero azzardati a penetrare nell’interno, avrebbero trovato in ogni abitante un nemico implacabile. Come conclusione, aggiungevano: poiché è un’isola, i quattro o cinque battaglioni che vi si trovano non potranno fuggire, sull’esempio di quelli che hanno combattuto nelle Alpi!

Sia come sia, l’11 ottobre 1792, il viceré a Cagliari riceveva dal re di Sardegna l’invito pressante di preparare tutto per la difesa dell’isola. La Sardegna era troppo vicina alla Corsica per non risvegliare nei francesi ardenti bramosie, si diceva a Torino. Il contrammiraglio Truguet non smetteva di incrociare nel Mediterraneo, mostrando ovunque una superba arroganza e facendo tremare le città d’Italia. Non avrebbe tardato a presentarsi davanti alla capitale e importava che non potesse cogliere gli stessi allori di Mont

esquiou e d’Anselme in Savoia e a Nizza.

Il viceré Balbiano ascoltò senza emozione il grido di disperazione della monarchia piemontese. Riunì segretamente in conferenza il barone de Fléchère, il reggente Sautier e il suo segretario Valsecchi, al fine di discutere l’opportunità della pubblicazione delle notizie ricevute e dei mezzi di difesa da impiegare eventualmente. Si dovevano comunicare al popolo le istruzioni di Torino? Bisognava avvertire la nobiltà del paese e ordinarle di preparare le armi, di equipaggiare soldati, così come prescriveva la costituzione? Questo era il parere del reggente. Non era forse meglio, come voleva il viceré, che l’isola — di annessione recente, turbolenta e poco deferente verso l’autorità reale — facesse a proprie spese l’esperienza della propria debolezza e subisse per qualche tempo i mali di una guerra?

Il viceré pensava che la Sardegna fosse una preda lunga e paziente e che sarebbe stato molto difficile stabilirvi in modo duraturo una dominazione straniera. Ammettete, diceva il viceré, che uno sbarco nemico avvenga su qualche punto del litorale; la Sardegna non sarà conquistata per questo, e il popolo, esagerando i pericoli che lo minacciano, si sentirà semplicemente costretto a chiedere aiuto e protezione. Il governo accorderà allora i soccorsi richiesti con generosità e, grazie alla tempestività di questo gesto, il re di Piemonte apparirà in modo folgorante come il salvatore naturale dei Sardi e il protettore devoto delle loro terre. Di conseguenza, Balbiano concludeva per l’aspettativa. Nonostante l’autorità di cui godeva, non poté far prevalere il suo parere e, dopo lunghe esitazioni, si decise che le comunicazioni appena ricevute da Torino sarebbero state rese pubbliche.

Fu senza disordini che il paese apprese la notizia del probabile arrivo dei francesi. Questi non erano impopolari e i sardi, che avevano cambiato così spesso dominazione, consideravano senza stupore la possibilità di un regime nuovo, da cui molti speravano un miglioramento della fortuna pubblica. La Sardegna viveva oppressa e, sotto le apparenze di una larga libertà, il Piemonte sfruttava una situazione politica mal definita. Non tardò a prodursi un grande movimento nell’opinione pubblica. Ciascuno, subendo la magia delle parole di libertà ed uguaglianza, sentì maggiormente quanto fosse pesante il tributo delle tasse pagate alla cassa reale, e vive simpatie si risvegliarono in favore della Repubblica.

Dinanzi a queste nuove tendenze che si affermavano ogni giorno più forti e nette, il viceré sentì che per la dominazione piemontese era finita se il caso non l’avesse servita. E, con una prudenza interessata, attese gli eventi senza pronunciarsi né pro né contro i francesi, i padroni di domani, forse.

Grazie a queste esitazioni, il nostro console Guis poté restare a Cagliari senza essere disturbato fino all’arrivo della squadra di Truguet. Era un uomo attivo, irrequieto, patriota convinto, sanculotto fanatico. Prediceva in ogni occasione ai cagliaritani una nuova era di prosperità e felicità che si sarebbe aperta con la dominazione francese. Il suo proselitismo ardente era contagioso; nessuno ignorava i preparativi della nostra flotta, e tuttavia i sardi testimoniavano i loro sentimenti nei nostri riguardi accogliendo cordialmente i passeggeri della tartana Saint-Roch. Mentre i vascelli di Truguet stazionavano davanti alla capitale dell’isola, le relazioni di pace continuavano ancora, così come il commercio tra la Corsica e la Sardegna.

Tuttavia, il viceré scriveva a Torino che si stavano prendendo tutte le misure utili per la difesa del paese; che tutti i comandanti militari erano stati avvertiti e che già la piccola flottiglia della Maddalena si stava mobilitando per salvaguardare le relazioni con il continente. Nonostante le sue affermazioni destinate a tranquillizzare il re, il tono generale della lettera non lasciava meno sospettare che la resistenza sarebbe stata difficile, forse vana. Il ministro della guerra comprese quanto velocemente crescessero in Sardegna, sotto l’influenza delle dottrine rivoluzionarie, le simpatie per il popolo francese. Inviò dunque subito nuove istruzioni più ferme e precise ed esigette che il console Guis fosse espulso da Cagliari, in risposta all’espulsione del console sardo da Marsiglia. Non si trattava solo di prendere una misura simile a quella del governo francese: bisognava soprattutto sbarazzarsi di un intrigante che manteneva troppi buoni rapporti con gli abitanti dell’isola e non smetteva di fare tra loro una propaganda rivoluzionaria attiva e abile. Non si doveva tollerare più a lungo quel sanculotto che era riuscito a raggruppare intorno a sé una folla di negozianti partigiani della Repubblica e aveva saputo indurre la maggior parte dei notabili cagliaritani a disposizioni di spirito troppo favorevoli ai francesi.

La Rivoluzione diventava popolare in Sardegna; solo nobiltà e clero si sentivano minacciati dai princìpi del 1789. Risolsero di mettere in opera tutti i loro mezzi d’azione per contrastare dapprima il trionfo pacifico delle nostre idee, che filtravano ovunque, e per combattere poi, con le armi in pugno, le armate rivoluzionarie. Preferivano risolversi a ogni sacrificio piuttosto che rischiare di veder sparire i loro privilegi e i loro beni. Il 3 gennaio, l’arcivescovo di Cagliari e il suo canonico si presentarono a Balbiano. «Vengo a offrirvi — disse il prelato — 12.000 scudi per le spese di guerra. Poi — aggiunse — se il bisogno sarà pressante, si spoglieranno le chiese». Chiese inoltre che, secondo un’antica legge del paese, venisse convocata in quel tempo di pericolo un’assemblea militare generale di quaranta membri, che stabilisse le disposizioni da prendere per far fronte al pericolo.

A sua volta, la nobiltà acconsentì a fare sacrificio del suo oro e del suo grano. Ordinò a Livorno cannoni, fucili, sciabole e munizioni. Fece fabbricare 4.000 quintali di biscotti e fece fare salumi di manzo e di maiale, al fine di provvedere di viveri Sassari, Tempio, Iglesias e Alghero. Infine mettendo insieme i loro denari per un supremo sforzo, i nobili fecero pubblicare nei cantoni che ogni uomo che si fosse presentato armato di fucile avrebbe ricevuto un reale al giorno per tutta la durata della guerra. Poterono così formare quattro compagnie di fanti e due di cavalieri. Cercarono di trarre profitto dalle numerose milizie a piedi e a cavallo che ogni villaggio doveva fornire secondo la costituzione feudale. Avevano contato su 30.000 fanti e 4.000 cavalieri; in realtà, questi miliziani, raggruppati per corporazioni, non furono mai né armati né equipaggiati. Vi furono solo sforzi isolati. Per coordinarli, sarebbe stata necessaria l’azione del consiglio di guerra richiesto dall’arcivescovo di Cagliari. Concentrando i poteri amministrativi e militari, questo consiglio avrebbe potuto forse risvegliare qualche energia; sfortunatamente, fu riunito solo in parte e non tardò a dissolversi sotto l’effetto delle dissensioni politiche e dell’egoismo della nobiltà e del clero.

Insomma, non restarono quasi altro davanti alle truppe francesi che le forze regolari dell’isola. Erano di mediocre qualità, poco numerose e disperse nell’interno. Vi erano nella capitale: un battaglione del Piemonte, sotto gli ordini di Pamparata, meno due compagnie ricondotte sul continente poco tempo prima della guerra; 600 fucilieri del reggimento svizzero del colonnello Schmid, arruolati recentemente e di cui molti ufficiali erano rimasti in Piemonte; due compagnie di dragoni, comandate dal barone di Saint-Amour, e una compagnia di soldati leggeri destinati alla guardia dei forzati. Ad Alghero si trovavano due compagnie del reggimento di Courten e un piccolo corpo franco di disertori graziati. A Sassari, altre due compagnie del reggimento di Courten e una compagnia di dragoni; oltre a ciò, alcuni rari pezzi d’artiglieria disseminati nelle piazzeforti. Quanto alle milizie, fornirono solo 400 uomini che furono sommariamente equipaggiati.

[1]  Lettera di Belosselsky, ambasciatore russo a Torino, al ministro degli affari esteri di Russia.

[2]  Ibid.

[3]   Belosselsky al ministro degli affari esteri a San Pietroburgo. Cfr: Principessa Lise Troubetzkoï: Un ambassadeur russe à Turin (1792-1793).

VII.

Latouche-Tréville a Palmas. — Presa di San Pietro. — Arrivo di Truguet. — Presa di Sant’Antioco.

La situazione militare della Sardegna era dunque assai precaria quando arrivò la prima divisione della squadra francese. Latouche-Tréville aveva l’ordine di ricongiungersi a Truguet nel golfo di Palmas e, qualora fosse arrivato per primo davanti a San Pietro[1], di metter piede nell’isola e di installarvisi. Di conseguenza, terminata la sua missione, Latouche-Tréville fece vela per San Pietro.

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre, una forte tempesta disperse i suoi vascelli, che dovettero rifugiarsi verso Napoli, la Sicilia e la costa africana, tanto che egli non poté raggrupparsi che nei primi giorni di gennaio a La Palmas, a sud-est di San Pietro, nel golfo formato sulla costa occidentale della Sardegna dalla penisola di Sant’Antioco.

Il Léopard fu allora inviato ad assicurarsi che Truguet non fosse davanti a Cagliari e, ottenuta questa informazione, la divisione andò a riunirsi, il 7 gennaio, nella rada di Carloforte, tra la Sardegna a est, la penisola di Sant’Antioco a sud e l’isola di San Pietro a ovest. L’ammiraglio aveva deciso di impadronirsi di Sant’Antioco fin dall’indomani, ma un forte colpo di vento impedì al Léopard di comunicare con Carloforte e gli causò numerosi danni.

Camurati della Roncaglia, capitano dei dragoni sardi, occupava originariamente Carloforte con un centinaio di uomini. Queste forze non gli permettevano alcuna operazione seria; rischiava, al minimo attacco, di essere isolato e fatto prigioniero. Riferì al viceré la sua situazione e ripiegò verso est senza attendere altre istruzioni.

Il console Guis, che si era rifugiato a San Pietro, fece sapere, l’8 gennaio, a Bourdon-Grammont, comandante del Léopard, che l’isola era stata evacuata dai suoi difensori e non avrebbe opposto alcuna resistenza. A questa notizia, il capitano Colnet, del 36° reggimento, ricevette l’ordine di sbarcare con circa 100 uomini e 16 cannonieri, e di prendere possesso del forte pentagonale di San Vittorio, che domina a sud la torre e la città. Bourdon-Grammont si impadronì in tal modo di 34 cannoni, 6 spingarde, munizioni, attrezzi, tabacco e una somma di 207 lire e 15 soldi, che fu distribuita alle famiglie più bisognose. Il giorno stesso, la bandiera tricolore fu issata sulla cittadella.

L’indomani, quasi per iniziare gli abitanti a una nuova religione, questi furono radunati nella chiesa parrocchiale. In mezzo all’attenzione generale, in una predica infuocata, vennero spiegati i princìpi di libertà e giustizia che erano alla base del governo repubblicano. I Sardi furono trasportati dall’entusiasmo e, immediatamente e a voce alta, giurarono di non voler più appartenere che alla Repubblica francese e, nel caso in cui questa non acconsentisse a proteggerli o a tenerli, chiedevano di stabilirsi in Francia abbandonando terre e case. L’ideale promesso dalla Francia era comprensibile a tutti. In ricordo di quel bel giorno, l’isola fu battezzata Isola della Libertà. Poi, conformemente ai principi adottati dalla Repubblica, la città scelse la municipalità e un giudice di pace. Non restava che festeggiare l’avvento del nuovo regime con una cerimonia pubblica e solenne. Era il 10 gennaio. Quel giorno le donne, che si mostravano raramente, si unirono ai mariti e, in una gioiosa farandola con i marinai e i soldati, si andò a piantare l’albero della Libertà. Due salve di ventitré colpi di cannone lo salutarono, sparate l’una dal Léopard, l’altra dalla cittadella; e mentre il cannone tuonava, si danzava, si cantava la Carmagnole e il Ça ira, e si abbatteva la statua di marmo di Carlo Emanuele al grido ripetuto di: «Abbasso i tiranni!».

San Pietro era una prima tappa verso l’isola di Sant’Antioco, dove Truguet pensava di stabilire la sua base operativa. Da lì, infatti, era possibile aggirare le difese di Cagliari prendendo la strada di Iglesias. Il comandante del Léopard giudicava vantaggioso approfittare del nostro successo per marciare subito verso Sant’Antioco; comunicò le sue vedute al comandante della divisione, all’ancora nel golfo di Palmas. Questi, Landais, riunì a bordo del Patriote un consiglio di guerra; dopo una seduta molto lunga dove furono emessi vari pareri, si passò al voto. I capitani Brueys e de Goy dichiararono che conveniva impadronirsi di Sant’Antioco; al contrario, i capitani Trogoff, Vaultier, Haumont e Cazotto pensarono che bisognasse aggiornarne la presa. Fu dunque una maggioranza ridicola a decidere il mantenimento dello statu quo. Fortunatamente, Truguet arrivò il 13 e, ponendo fine a tante incomprensibili esitazioni, diede l’ordine di occupare la penisola di Sant’Antioco fin dall’indomani.

Questa penisola è collegata alla terraferma da un sottile istmo. È situata a ovest di due fiumi, il rio Flumentipido e il rio Palmas, che aprono l’accesso alla valle del rio Cixerri. Il rio Palmas permette di attraversare da ovest a est il massiccio montuoso a sud-ovest di Cagliari attraverso il sentiero di San Giorgio. Il rio Flumentipido, più a nord, è la strada per Iglesias e Villamassargia. È una via eccellente; la valle è ricca e permette di evitare ogni vessazione da parte di partigiani. Si arriva così, con due giorni di marcia, a sud di Decimomannu, nel Campidano di Cagliari, prendendo alle spalle le difese di quella piazzaforte.

La presa di Sant’Antioco aveva dunque, dal punto di vista delle operazioni, un’importanza considerevole che non era sfuggita ai Sardi. Perciò avevano inviato al viceré il marchese di Villamarina e il cavaliere Girolamo Pitzolo per mostrargli la necessità di difendere la penisola; ma Balbiano non era dell’avviso che bisognasse conservarne il possesso, e rimase irremovibile nelle sue risoluzioni.

Nonostante tutto, l’attenzione dei capi della difesa era attratta dal valore militare di Sant’Antioco. Il barone de la Rochette prima, il capitano Camurati poi, avevano deciso di impedire, se possibile, ogni sbarco tra Sulcis e Porto Paglia, tanto che, quando Truguet decise di prendere la penisola, si scontrò con la resistenza del capitano Camurati. Questi occupava i trinceramenti improvvisati di Sant’Antioco con 200 dragoni; e 1.200 fanti disseminati lungo la costa, a Ponte Sant’Antioco (Ponte di Santa Caterina), a Palmas, a Sulcis, a Porto Paglia e Portoscuso, erano pronti ad appoggiarlo.

Per rendersi padrone della penisola, Truguet prese le seguenti disposizioni: il Tricolore doveva, avvicinandosi il più possibile alla costa, impedire col suo cannone il passaggio dal Ponte di Santa Caterina a Sant’Antioco e isolare così Camurati nella penisola; d’altra parte, lo Scipion doveva proteggere dal suo ancoraggio lo sbarco delle truppe francesi verso Calasetta.

Prima di agire con la forza, Truguet, conformemente ai suoi principi, inviò il tenente di vascello Rheydellet de Sessel come parlamentare, con un tamburo e un caporale, per intimare a Camurati di arrendersi entro un’ora.

Camurati chiese che gli fossero concesse due ore per poter sollecitare ordini. Il sardo aveva il suo piano. In fretta, fa avvertire segretamente le popolazioni del pericolo che le minaccia e ordina loro di dirigersi subito verso il Ponte di Santa Caterina con donne e bambini, di portar via il grano e condurre con sé il bestiame. In tal modo, più di 1.000 capi di bestiame furono sottratti ai francesi. Quando l’evacuazione fu terminata, Camurati raggiunse i rinforzi[2] di truppe che gli portava Filippo Buschetti e, in mezzo ai suoi soldati, attese che le due ore fossero trascorse.

Infine Rheydellet gli si presenta e gli chiede notifica della sua decisione; Camurati resta muto e lo fa prigioniero insieme alla sua scorta. Quanto al Tricolore, sorpreso nella sua buona fede, lasciò che si eseguisse, senza disturbarlo, quel movimento di ritirata del nemico.

La penisola di Sant’Antioco era evacuata; i francesi ne presero possesso senza colpo ferire. Essa poteva diventare un’eccellente base operativa insieme all’isola di San Pietro, ed essere messa completamente al riparo dagli attacchi della fanteria e cavalleria sarda se si sbarrava, con l’aiuto del cannone, lo stretto istmo che la univa alla terraferma.

Il capitano del genio Ravier fu incaricato di erigere i trinceramenti, ai quali lavorarono con ardore i soldati e gli equipaggi dei vascelli. In attesa che fossero terminati, la fregata l’Hélène doveva proteggere Sant’Antioco dal lato di Las Palmas e in seguito incrociare su Capo Altano e sulla Vacca, approdo di San Pietro. Quattro cannoni, presi dai castelli di prua dell’Hélène, furono trasportati a terra a prezzo di mille difficoltà e riuniti in una batteria servita da 9 cannonieri. Ben trincerata, questa batteria impediva gli sbocchi del Ponte di Santa Caterina e isolava così la penisola dalla Sardegna. Infine, si dotò Sant’Antioco di una guarnigione di 60 uomini e si installò a Carloforte un ospedale militare di una cinquantina di letti.

Mentre si organizzava così l’occupazione dell’isola di San Pietro e della penisola di Sant’Antioco, l’ammiraglio Truguet protestava contro la violazione del diritto delle genti di cui il nostro parlamentare Rheydellet era stato vittima. «Non credevo — diceva — che ci fossero in Sardegna dei banditi come a Oneglia e che non si avesse rispetto per l’insegna di un parlamentare». Chiedeva, sotto pena di ritorsioni, che il viceré lo rimettesse in libertà sano e salvo, insieme ai due soldati. Guai soprattutto se fosse stato fatto loro il minimo male: ne andava della testa dei principali capi della difesa e di quella dello stesso viceré.

[1]  La popolazione di San Pietro era formata da antichi abitanti di Tabarca, sulla costa tunisina, che il re di Piemonte aveva riscattato dalla schiavitù dei Barbareschi.

[2]  Questi rinforzi erano composti da ogni sorta di gente fanatizzata dal domenicano Arrius. Soldato e prete, faceva recitare a voce alta e insieme delle preghiere, affinché Dio, nella sua clemenza, salvasse la Sardegna da quei demoni di Francesi.

VIII.

Colpo di mano su Cagliari. Iniziative di Péraldi e di Truguet. Il primo bombardamento di Cagliari.

Incoraggiato dalla debole resistenza dei sardi, sedotto dai rapporti del console Guis e trascinato da Péraldi — il quale desiderava entrare a Cagliari prima dell’arrivo di Aréna — Truguet volle tentare un colpo di mano. Il 21 salpò verso Spartivento con 11 vascelli, 6 fregate e corvette e 3 bombarde. Il 22 doppiò il capo; il 23, passata punta Pula, ancorò nel golfo fuori dalla portata dei cannoni della capitale, con le bandiere tricolori spiegate.

Truguet aveva abbandonato il piano originario: rinunciava ad aggirare Cagliari per la strada di Iglesias, più lunga ma più sicura; voleva ora sbarcare di fronte alla città e prenderla, se necessario, con la forza, qualora gli abitanti non avessero accettato di buon grado l’annessione alla Francia. Il 24 gennaio il capitano di vascello Villeneuve (maggiore della squadra), Péraldi (commissario del governo), Buonarroti (di Firenze), un tamburino e alcuni uomini armati avanzarono verso i cagliaritani sbigottiti. La loro imbarcazione batteva, in segno di alleanza, la bandiera sarda a prua e il tricolore a poppa. I nostri inviati portavano proclami infuocati che annunciavano al popolo sardo l’avvento di un regime di libertà e la rovina della pesante tirannia dei re del Piemonte.

Un simile tentativo avrebbe potuto avere fortuna e guadagnare alla causa molte volontà vacillanti che la nobiltà e il clero eccitavano a stento. Non si era già visto il re di Napoli cedere alle parole eloquenti di un segretario d’ambasciata travestito da granatiere? Qualche promessa e qualche minaccia non avrebbero potuto trionfare della timidezza delle autorità? Dubitando della fedeltà del popolo e mancando di fiducia in se stessi, coloro che dirigevano la difesa sentirono la necessità di non lasciar accostare la scialuppa francese.

Per ordine ricevuto, i miliziani sardi fecero segno ai nostri parlamentari di allontanarsi e spararono un colpo di cannone a salve. I francesi, convinti che la missione non potesse fallire, credettero a una dimostrazione d’amicizia e continuarono ad avanzare.

Allora esplose un nutrito fuoco di moschetteria che li colse di sorpresa; una scarica di mitraglia sciolse i loro dubbi e tornarono indietro sotto una pioggia di proiettili. Per fortuna la scialuppa non fu colpita e riuscì a nascondersi tra le navi straniere in rada. Il tentativo di Truguet non riusciva a Cagliari meglio di quanto fatto a Oneglia. L’ammiraglio non si scoraggiò: restava persuaso che i cagliaritani fossero sensibili ai suoi discorsi, tanto che la sera stessa si recò a bordo di una nave svedese nel porto, consegnando al console di quella nazione un pacco di proclami da diffondere in città. Attese il risultato di quest’ultimo tentativo, che fu nullo.

Truguet decise allora di usare i mezzi di intimidazione. Il 27, il Patriote, il Centaure, l’Orion, il Généreux, la fregata Junon e tre galeotte formarono una divisione d’avanguardia al comando di Landais ed eseguirono un tiro di prova. Le bombe esplosero in aria e le palle caddero in mare. Anche le batterie della difesa risposero, ma senza efficacia perché le polveri erano umide. I cagliaritani assistettero dai bastioni a questo curioso duello di artiglierie che per un’ora si scambiarono granate innocue.

Il mattino del 28 Truguet ordinò all’avanguardia di avvicinarsi. Alle 7 il Patriote, l’Orion e il Généreux aprirono un fuoco violento sulla città e sulla cittadella; purtroppo il tiro, effettuato con un angolo troppo grande, non ebbe effetto e verso l’una del pomeriggio i vascelli si ripiegarono. Le batterie di Cagliari risposero vigorosamente con palle infuocate. I danni furono scarsi: solo la Junon perse cinque uomini e subì un principio d’incendio. In città furono demolite tre catapecchie e un piccolo deposito di polvere.

Moralmente, però, le conseguenze furono importanti: le milizie sarde avevano ricevuto il battesimo del fuoco e preso fiducia. Per gli indecisi, il viceré rappresentava ora il partito vincitore. La flotta francese non sembrava più irresistibile. Truguet vedeva fallire pietosamente il suo colpo di mano; bisognava ora attendere i volontari marsigliesi e i viveri, restando alla mercé dei venti.

La Difesa di Cagliari, Febbraio 1793

IX.

I volontari provenzali a Bastia e ad Ajaccio. — Il generale Casabianca prende il comando del corpo di spedizione. — La flottiglia, dispersa dai venti, si riunisce infine a Cagliari.

Sin dall’arruolamento, i volontari provenzali non avevano smesso di creare difficoltà di ogni sorta. I loro battaglioni erravano sulle coste della Provenza in attesa di essere imbarcati. Le rivalità tra i dipartimenti delle Bocche del Rodano e del Varo, e soprattutto l’assenza di ordini da parte del generale d’Anselme, avevano creato una situazione inestricabile che rovinava il Tesoro senza alcun profitto per la Repubblica.

Trentanove navi da trasporto erano state noleggiate da tre mesi. Gli approvvigionamenti di cui erano cariche andavano a male, le pecore morivano di malattia, il fieno marciva, il biscotto si guastava. Era necessario, scriveva il commissario Maurice, rinnovare il carico. Quanto ai volontari, si abbandonavano a ogni genere di misfatto. D’Anselme era responsabile di questo stato di cose; tutto derivava dalla sua negligenza, dalla sua indifferenza verso i battaglioni dei volontari e dalla sua ostilità sempre crescente per la spedizione in Sardegna. «È bene dirvi», diceva Maurice, «che ovunque non sento dire che orrori sul conto di d’Anselme; tutti vorrebbero la sua destituzione, e tutti giurano che egli ha perso la fiducia di cui era degno[1]]».

Infine, si era potuti procedere all’imbarco dei volontari provenzali. Il 6 gennaio, la flotta di trasporto, sotto la guida della Poulette e del Commerce-de-Bordeaux, tentava, ma invano, di uscire dal porto.

L’8, tuttavia, si lasciò Villefranche e si fece vela verso la Corsica. La traversata sembrava dover essere felice e, il 12, i volontari erano già vicini ad Ajaccio, quando una violenta tempesta disperse il convoglio. Una quindicina di trasporti riuscirono a raggiungere Ajaccio; alcuni dovettero rifugiarsi a Calvi e a San Fiorenzo; altri furono spinti fin sulle coste della Provenza.

Il mare aveva molto affaticato i volontari. Imbarcati senza cura, ammassati alla rinfusa, senza stuoie né coperte, mancavano del minimo comfort. Così, coloro che arrivarono a Calvi chiesero di essere messi a terra e di raggiungere Ajaccio via terra. Il loro capo, incapace di imporre la propria volontà, acconsentì alla loro richiesta e riferì a Paoli che, dopo aver lasciato gli uomini necessari alla guardia dei trasporti, si dirigeva verso il punto di concentramento delle truppe, verso Ajaccio, portando con sé i volontari corsi di Calvi, conformemente alle istruzioni di Brunet.

Questa missione era stata specialmente affidata ai cittadini Leoni e Joseph Aréna che, allontanati dall’isola da Paoli, comandavano i volontari corsi a Nizza.

Sotto pretesto di prevenire nuovi incidenti tra isolani e continentali, Paoli inviò subito l’ordine al maresciallo di campo Maudet, che comandava la piazza di Calvi, e al tenente colonnello Murati, di costringere Leoni e Joseph Aréna a reimbarcarsi immediatamente con tutte le loro truppe, di metterli agli arresti e di ottenere la stretta obbedienza agli ordini ricevuti agendo, se necessario, con la forza.

Allo stesso modo di quelli che avevano fatto scalo a Calvi, i volontari che erano sbarcati a San Fiorenzo il 13 gennaio erano esasperati dalle fatiche della traversata. Poiché San Fiorenzo non offriva alcuna comodità per una truppa di 2.000 uomini, i Marsigliesi ottennero di essere condotti a Bastia. Speravano di trovarvi viveri e alloggi e di poter così riposare agiatamente per qualche giorno.

Il 14 sera arrivarono alle porte della città. I Bastiesi andarono loro incontro e li accolsero con segni di simpatia significativi. Ognuno si fece un dovere di sistemarli nel miglior modo possibile presso di sé. Infine, l’intera città si preparò a dare feste pubbliche in onore dei nuovi ospiti.

L’indomani, verso le 10:30 del mattino, i volontari marsigliesi e i granatieri del reggimento di Bresse, felici di celebrare il loro incontro in terra corsa, si presentarono in una rumorosa farandola alla cittadella di Terra-Nova. Queste giovani menti non sognavano altro che dar mostra di zelo rivoluzionario. «I gigli», dissero, «che ornano le mura del mastio devono essere cancellati dalla mano dei sanculotti. Lasciateci entrare!». Ma il mastio è sorvegliato da un posto di volontari corsi, la cui consegna è di non lasciar passare nessuno; per tutta risposta, viene chiusa la porta. Non servì altro per scatenare nei Marsigliesi il più grande furore. Afferrarono una mazza di ferro e, alle grida di: «Abbasso gli aristocratici! Alla lanterna!», tentarono di sfondare la porta della cittadella. Nel frattempo accorse il tenente colonnello Giampietri, del battaglione corso; fece aprire lo sportello e volle far intendere ragione a quegli indisciplinati. Il suo atteggiamento lo denunciò come un aristocratico e un amico di Paoli, come un nemico di Aréna, uno dei capi venerati dei sanculotti in Provenza. Subito un Marsigliese gli saltò alla gola gridando: «Alla lanterna!» e gli sferrò un colpo di sciabola che, per caso, non lo colpì. La sentinella, vedendo il suo capo in pericolo, sparò sul Marsigliese che teneva Giampietri e lo colpì mortalmente.

Il tenente colonnello era salvo e l’aggressore sparì, portato via dai suoi compagni. Ma questi ultimi ne provarono la più viva irritazione e sul posto decisero di vendicare nel sangue il loro sventurato fratello d’armi. Di conseguenza, si ritirarono sotto le mura della cittadella per prendere le disposizioni opportune.

La situazione sembrava grave. Avvisato in fretta, Don Grazio Rossi, comandante della piazza, accorse accompagnato dal generale Dhiller e dagli ufficiali. I Marsigliesi ascoltarono impassibili le esortazioni e per tutta risposta chiesero 6.000 cartucce. «Vogliamo cacciare», dissero, «gli aristocratici che occupano la cittadella, e li sostituiremo con dei patrioti come quelli del reggimento di Bresse». Rivendicavano altamente l’onore di eseguire quel compito. Don Grazio Rossi rifiutò di cedere a pretese così strane e tenne testa energicamente, nonostante il pericolo, a quella banda di forsennati.

Infine, dopo molte difficoltà, sembrò ristabilirsi la calma. Questi anarchici, come li chiamava Napoleone Bonaparte, se ne andarono a cercare un altro campo per le loro gesta. Saccheggiarono per tutto il giorno botteghe e case, bruciarono le croci, profanarono gli altari, frugarono nelle tombe, sempre alla ricerca di aristocratici e preti da “lanternare”.

Rossi era impotente; non poteva fare affidamento su nessuna delle truppe di linea della guarnigione; d’altra parte, gli era impossibile impiegare i volontari corsi. Diede ordine agli ufficiali di fare del loro meglio per riportare la calma in quei cervelli inebriati di civismo e, grazie alla dedizione dei suoi subordinati, l’ordine si ristabilì a poco a poco nella città. Presto le grida di: «Abbasso gli aristocratici! Alla lanterna!» cessarono di farsi udire. I Marsigliesi, convinti dei loro misfatti, fecero ammenda onorevole e dichiararono di aver agito solo su istigazione di Aréna. Poi, promettendo di dimenticare le loro liti, acconsentirono a chiedere al tenente colonnello Giampietri di vivere in perfetta unione con i loro fratelli d’armi corsi.

Ma il rumore di questi eccessi era corso nel paese, e i contadini, fedeli alle tradizioni, si portarono in massa in soccorso dei loro parenti e amici volontari. Vestiti di nero, il fucile in spalla, stiletto e pistola alla cintura, quegli uomini dalla barba incolta si presentarono, il 17 di gran mattino, alle porte della città di Bastia. «Apparteniamo al reggimento della Morte», dissero, «veniamo a vendicare i nostri!».

E l’atteggiamento fieramente energico di questi montanari decise i Marsigliesi a riguadagnare San Fiorenzo, da dove fecero vela per Ajaccio.

Paoli riferì al ministro tutti questi incresciosi eventi. Accusò Aréna, suo nemico personale, di essere il vile istigatore di quei disordini che rivoltavano i buoni cittadini e disonoravano i Marsigliesi: «È molto amaro», scriveva, «essere ostacolati con tanto odio; ma ma mia reputazione è al di sopra degli intriganti che il popolo conosce e disprezza apertamente[2]». «È d’altronde noto che le insinuazioni di alcuni cattivi cittadini hanno sviato i volontari delle Bocche del Rodano, consigliando loro di lanternare un numero di persone designate in una lista di proscrizione che è circolata a Bastia. Si è concordi nel considerare l’autore di questa trama un cittadino di questo paese, investito di una commissione della quale sembra voler abusare in spregio alle sagge istruzioni che gli sono state date[3]».

Ad Ajaccio si producevano ancora incidenti deplorevoli. Avendo il generale Casabianca punito un ufficiale del battaglione dei volontari marsigliesi, questi andarono a reclamarlo alla cittadella, con le armi in mano. La sentinella del battaglione dei volontari corsi che vi erano acquartierati rifiutò di lasciarli entrare. Un Marsigliese, con un colpo di fucile, abbatté il Corso, originario di Alesani, ai piedi stessi di Casabianca.

Il generale subì le minacce e gli insulti dei soldati irritati; ma, fermo nonostante tutto, riuscì a porre fine a quell’atto vergognoso di indisciplina collettiva. Tuttavia, i misfatti non cessarono. Un tenente colonnello, sedotto dai begli occhi di una donna di Ajaccio, la rapì al marito, saccheggiò la sua bottega di orafo e fece imbarcare a bordo della sua nave la bella prigioniera. Occorreva molta energia per contenere il popolo corso, che era esasperato. «Non ci sarebbe voluto molto tempo», diceva Paoli, «per fare piazza pulita, ma non si potrebbe soffrire abbastanza per risparmiare il sangue dei propri fratelli e attendere che siano meglio diretti».

L’impressione che lasciava il passaggio di quella truppa era straziante; tutto faceva presagire le più grandi sventure.

Il 21 gennaio, Aréna consegnò a Casabianca la lettera che lo nominava capo del corpo di spedizione al posto di Brunet, poiché quest’ultimo, nonostante i suoi desideri, non aveva potuto all’ultimo momento abbandonare l’esercito d’Italia. A questa notizia che lusingava il loro amor proprio, i volontari corsi esultarono di gioia, e il tenente colonnello Casalta, che era ad Ajaccio, sollecitò l’onore di seguire il suo generale[4].

Raffaele Casabianca era nato a Vescovato, in Corsica, nel 1738. Aveva fatto tutta la sua carriera militare alla testa di truppe corse. Il 25 luglio 1791 era stato nominato colonnello del 49° reggimento di fanteria. È con questo reggimento che aveva preso parte alla ritirata di Mons, dove la sua condotta energica gli era valsa il grado di generale di brigata (30 maggio 1792). Era fermamente sostenuto da Aréna, di cui condivideva l’amicizia, e si mostrava in ogni occasione fervente fautore del nuovo regime. Come ricompensa per il suo zelo rivoluzionario, era stato nominato comandante in seconda della 23ª divisione. Le sue qualità militari si imponevano meno del suo giacobinismo; era un mediocre generale, un brav’uomo senza valore.

Dopo le loro tristi gesta di Bastia, i volontari si erano imbarcati[5] il 22 gennaio per ricongiungersi ad Ajaccio con l’altra parte del convoglio. Sfortunatamente, i venti dispersero la squadriglia nel momento in cui doppiava Capo Corso, e respinsero una decina di navi da trasporto fino a Villefranche, dove il Commerce-de-Bordeaux andò ad ancorare. Ciò permise al capitano di Saint-Julien di riunire i trasporti che la tempesta del 17 gennaio aveva rigettato sulle coste della Provenza e che i volontari avevano da tempo abbandonato.

Il 26, altri due trasporti arrivarono ancora a Villefranche. I volontari ottennero, con le loro minacce, di essere messi a terra. Il commissario Pourcel fece concedere a tutti qualche giorno di riposo. I capi li persero a parlamentare. Nel frattempo, il Commerce-de-Bordeaux si recò a Hyères per trovarvi un ancoraggio migliore, in attesa dell’ordine di partenza.

Tanti ritardi finirono per inquietare Brunet, che diede l’ordine di partire senza indugio; grazie al suo energico intervento, la flotta riprese il largo; era il 1° febbraio. Il 7, un violento fortunale separò ancora i trasporti; un capitano fu obbligato, dalle truppe che aveva a bordo, a rifugiarsi a Baia, vicino a Napoli. Egli comandava la nave che trasportava le munizioni della maggior parte del corpo di spedizione, cosicché quest’ultimo sbarcherà a Cagliari privo delle sue cartucce.

«Questo inconveniente derivava, in verità», dice Casabianca, «da un contrattempo che non si poteva assolutamente impedire; ma si doveva e si poteva prevedere. È sempre della massima imprudenza contare, per essere riforniti in tempo, su qualcosa di così incostante come il mare e i venti, soprattutto in inverno».

[1] Lettera di Maurice a suo fratello, 10 dicembre 1792.

[2] Lettera del 16 gennaio 1793.

[3] Lettera del 25 gennaio 1793.

[4] Paoli gli avrebbe negato questo favore.

[5] La loro squadriglia contava circa 15 navi.

Raphaël de Casabianca

X.

Operazioni contro Cagliari. — Le fortificazioni della città. — Piano di Truguet. Operazioni combinate dei due corpi di sbarco e della squadra. — [Sbarco nel golfo di Quartu] e Marcia su Quartu. — La rotta.

Dopo un concorso di circostanze sfortunate, aggravate ulteriormente dall’indisciplina dei volontari marsigliesi, le operazioni contro Cagliari stavano per avere inizio. Avevamo già perso il beneficio della sorpresa; d’altro canto, con un primo bombardamento senza risultato, Truguet aveva inutilmente eccitato lo zelo della difesa. Sarebbe stato meglio attaccare solo con tutte le forze riunite, per imporsi maggiormente sul nemico.

I sardi avevano smesso di vedere nella Francia una potenza irresistibile, capace di cambiare i loro destini. Importava sollevare il nostro prestigio così gravemente intaccato e cercare di riconquistare molte simpatie rivoluzionarie, ogni giorno più irrisolute. Bisognava ora agire con tanta più vigore quanto più le cose erano state per le lunghe.

Contrariamente a quanto pensato da Truguet, Cagliari possedeva ancora alcune fortificazioni rispettabili. La città propriamente detta si componeva di due parti separate da un vecchio bastione; una mediocre cinta le avvolgeva e dominava a est il sobborgo di Villanova e a ovest quello di Stampace. Le quattro facce di Cagliari erano coperte o da stagni o da opere artificiali. L’imboccatura paludosa del Rio la difendeva dal lato di Stampace, le lagune di Quartu dal lato di Villanova. A nord, il castello di San Michele, armato di sei pezzi di piccolo calibro, dominava la città; a sud, il monte Murtas (Sant’Elia) sorvegliava con i suoi fuochi l’ansa di Calamosca e la baia di Quartu. La difesa era completata da una serie di torri sgranate lungo la costa.

Al momento dell’inizio delle operazioni, il fronte a mare di Cagliari era armato con trentotto pezzi da 18 e due colubrine da 32. Questa artiglieria era ripartita tra le batterie basse della darsena e del molo e quelle dei bastioni. Pezzi da 12 battevano gli approcci verso est, e la difesa della spiaggia della Scaffa era affidata a un battaglione di fanteria e a 120 cavalieri appoggiati a una ridotta. Il lazzaretto era difeso da sedici cannoni da campagna e dai sei pezzi del monte Murtas; la torre di Sant’Elia si protendeva in mare armata di due bocche da fuoco, di cui una in casamatta. Infine, a est, e come per completare la difesa, era stata eretta in fretta nel villaggio di Quartu una ridotta con quattro pezzi d’artiglieria.

I cagliaritani avevano pensato dapprima che le truppe francesi avrebbero effettuato lo sbarco preferibilmente nell’ansa di Quartu, prendendo come primo obiettivo il monte Murtas o Quartu; riflettendoci, considerarono la possibilità di un attacco della città da ovest, attraverso l’ansa di Calamosca, e per far fronte a ogni ipotesi disposero le truppe mobili a est e a ovest del monte Murtas: a ovest, i miliziani del marchese Leonelli, del visconte di Flumini e di Montaleone, formanti tre battaglioni per sorvegliare la baia di Calamosca; sul versante est del promontorio, 600 miliziani comandati dall’avvocato Pitzolo e 300 cavalieri agli ordini di Cerutti, che osservavano la costa fino alla torre del Poetto. A Quartu, 800 cavalieri e 500 fanti, agli ordini del comandante dei dragoni, il barone di Saint-Amour, presidiavano la piana in una posizione molto favorevole alla difesa. Infine, sui punti della costa segnati dalle torri di Sant’Andrea e del Mortorio, si scaglionavano posti di sorveglianza. La riserva era costituita da un battaglione posto in seconda linea al monte San Michele. Il resto delle forze sarde assicurava il servizio all’interno della città.

Gli approvvigionamenti furono completati dai magistrati; si prelevò dai cantoni vicini tutto il grano che potevano fornire; si costruirono forni nelle grotte della cittadella e la città si mise così al riparo dal bisogno per due mesi. Le disposizioni prese dai cagliaritani non mancavano di opportunità. I difensori apparivano risoluti a opporre una buona resistenza.

Il 10 febbraio, per stabilire il piano d’attacco, l’ammiraglio Truguet convocò a bordo un consiglio di guerra. Decise che, per legare al meglio l’azione della squadra e quella delle truppe di sbarco, il monte Murtas sarebbe stato scelto come primo obiettivo e che le operazioni si sarebbero svolte come segue: il generale Casabianca doveva sbarcare nell’ansa di Quartu e marciare su quel villaggio costeggiando il mare. Per favorire la sua marcia, Latouche-Tréville avrebbe eseguito contemporaneamente un attacco sui pendii occidentali del promontorio di Sant’Elia con 700 uomini sbarcati sotto il comando del capitano Forget del 39°. Riuscita l’operazione, Forget si sarebbe ricongiunto a Casabianca al monte Murtas. Quanto alla squadra, una divisione doveva battere con i proiettili il lazzaretto e i dintorni, impedendo i soccorsi nemici, mentre l’altra metà dei vascelli, al comando di Trogoff, avrebbe bombardato la città[1].

«Allora, attraversando il sobborgo al riparo dal fuoco tramite alcuni spalti, si poteva stabilire fin sulla strada coperta la più terribile delle artiglierie che presto avrebbe aperto la breccia, supponendo che gli assediati avessero la temerarietà di attenderla. Dalle alture di Bonaria si domina la campagna e quattro o cinque villaggi che avrebbero potuto fornire bestiame, vino e provviste di ogni specie».

L’11 febbraio, il contrammiraglio Truguet lasciò l’ansa di Calamosca con i vascelli Centaure e Apollon, le fregate Vestale, Aréthuse, Junon, la corvetta Brune, la bombarda Lutine e trentatré navi da trasporto arrivate il 2 con Aréna. L’arrivo del convoglio del corpo di spedizione aveva fatto intravedere a tutti la fine prossima delle operazioni e ridato energia ai più deboli. Da tre mesi i marinai soffrivano privazioni; la malattia li aveva esausti e attendevano con pazienza la fine dei loro mali. Speravano in una vittoria vicina per la causa della libertà. Quando il convoglio apparve, la gioia esplose su tutti i vascelli; non si pensò che a sfidare nuovi pericoli, vedendo già il tricolore sventolare su una “città perfida”.

Truguet ricevette deputazioni che chiedevano lo sbarco a nome delle truppe. «Tutto il mio imbarazzo — disse — era contenere gli slanci del coraggio e il furore della vendetta contro i traditori che avevano violato i diritti più sacri delle nazioni». Come Péraldi, Truguet si lasciava illudere dagli entusiasmi dei marsigliesi.

Essi furono radunati nel golfo di Quartu per lo sbarco del giorno dopo. Purtroppo, il maltempo non permise l’operazione il 12; inoltre, il vento aumentò nella notte e l’Apollon, che portava 600 uomini di linea e il deposito cartucce, dovette prendere il largo. Il 14 la tempesta cessò. Al segnale di Truguet, le fregate si avvicinarono alla costa sparando mitraglia sulle bande non addestrate del barone di Saint-Amour, che si sbandarono subito. Il barone, abbandonato dai suoi, dovette assistere come spettatore impotente all’approdo delle imbarcazioni francesi.

Lo sbarco avvenne al Margine Rosso, nella baia delle Saline: misero piede a terra Casabianca, lo stato maggiore, Aréna e 4.000 uomini con sei cannoni da 4 e tre giorni di viveri[2]. I volontari occuparono subito la torre di Mortorio a destra e una mattonaia a sinistra, che incendiarono. Poi si lanciarono verso la cappella di Sant’Andrea, difesa da una pattuglia di dragoni sardi. Questi dovettero ripiegare, lasciando due cavalli e il loro capo nelle mani dei marsigliesi. La chiesa fu subito saccheggiata, le campane asportate e le statue dei santi distrutte. In questa scaramuccia i volontari persero un uomo; per vendicarlo, tagliarono la testa al capitano Serramanna e la portarono come trofeo al campo francese: rappresaglia terribile e indegna di soldati repubblicani.

Mentre avveniva lo sbarco, l’altra parte della flotta bombardava Cagliari. Il 14, nonostante il tempo, il Patriote e l’Orion si posizionarono sotto il fuoco violento della torre di Sant’Elia. Risposero alla cannonata nemica, mentre lo Scipion, l’Entreprenant e la galeotta Iphigénie si diressero verso il lazzaretto. I loro cannoni ridussero al silenzio le milizie, che fuggirono verso il monte Murtas. Il contrammiraglio Trogoff si avvicinava per rinforzare l’attacco quando, d’improvviso, cadde il vento; le sue navi dovettero ancorare troppo lontano per un tiro efficace.

La notte tra il 14 e il 15 passò senza incidenti. Il 15 mattina, la flotta aprì il fuoco alle 6. A mezzogiorno il Duguay-Trouin e il Thémistocle cessarono il tiro poiché i proiettili non arrivavano a segno. Il Thémistocle era impegnato da vicino e dovette essere soccorso dall’Orion e dall’Entreprenant; verso le 5 si ritirò: aveva perso il comandante Haumont, ferito a morte, e le palle infuocate nemiche avevano appiccato il fuoco a bordo per la seconda volta. Il Léopard stesso si incagliò, restando al suo posto sotto il fuoco delle colubrine senza poter rispondere (gittata troppo corta). A capo Sant’Elia, la torre dei Segnali fu rovinata dal Patriote e dalla Languedoc; solo il cannone in casamatta resistette[3].

Il mare grosso impediva lo sbarco di tutte le truppe a Sant’Elia, ma il generale Casabianca era comunque in grado di agire. Formò tre brigate da 1.200 uomini in una sola colonna e si mise in marcia alle 8 del mattino lungo il mare. L’obiettivo era la torre di Sant’Elia. Viveri e munizioni erano trasportati da cinque scialuppe cannoniere scortate dalla fregata Junon. Il nemico non appariva in forze; si scorgeva solo qualche cavaliere di Saint-Amour. Casabianca divise la colonna in due per permettere alla Junon di sparare sulla cavalleria sarda “che il rumore avrebbe fatto sparire”. Ai primi colpi la cavalleria si disperse e i francesi arrivarono all’altezza di Quartu.

Alcuni cagliaritani occupavano il villaggio sotto il comando di Antonio Pisani di Bari. Avevano quattro cannoni in un fortino improvvisato e, quando la colonna arrivò alla torre di Carcangiolas, spararono all’unisono. La scarica inaspettata bastò a fermare i francesi. Casabianca, scosso dal fuoco, decise di costeggiare il mare su un sentiero sabbioso e faticoso. Le truppe, stanche dopo 15 km nella sabbia trascinando l’artiglieria, avevano bisogno di riposo. Casabianca si fermò due ore e fece distribuire vino e viveri: idea disastrosa. I volontari fecero abbondanti libagioni, eccitandosi con i canti del Ça ira, e quando la marcia riprese verso le 15, erano più lenti che mai.

Pitzolo vigilava con i miliziani sardi. Notando quanto sarebbe stata difficile una ritirata in quel passaggio, ordinò ai suoi di appostarsi dietro i muri delle vigne vicine e restare lì fino al segnale (il cannone della torre di Sant’Elia). Cadde la notte. Casabianca fu fermato da un fosso profondo e saline insuperabili per i cannoni. I volontari esitavano: avevano visto le milizie di Pitzolo e dei dragoni sulla destra. Casabianca decise di bivaccare poco più indietro, verso la torre del Beccario (Torre di Mezzo/Boccadario). L’avanguardia occupava una casa con feritoie; 200 metri dietro stava la 1ª brigata; la 3ª brigata si pose di fianco verso la palude. Casabianca ordinò alla 3ª brigata di ripiegare sul campo, ma questa, essendosi già sistemata, restò dov’era. Casabianca inviò allora una compagnia del 59° fanteria per collegare la 3ª brigata al resto dell’armata.

All’improvviso, nel mezzo della notte e senza avvertire nessuno, questa brigata — preoccupata senza dubbio per la sua posizione azzardata — volle rientrare nel campo e si scontrò durante la marcia con la compagnia di collegamento. Quest’ultima, credendo di avere a che fare con il nemico, sparò il colpo d’allarme. Svegliati di soprassalto, i volontari nazionali, per la maggior parte ragazzi di 15 o 16 anni che non avevano mai fatto la guerra, impugnarono le armi e le scaricarono a caso, gridando al tradimento. La 3ª brigata, a sua volta, rispose al fuoco. Terrorizzati dal rumore delle detonazioni, i soldati fuggirono verso il mare, dove 700 di loro finirono per annegare. Dovevano essere le 3 del mattino.

Nel suo rapporto del 22 febbraio 1793, il generale Casabianca descrive così questo spaventoso panico:

«Le guardie nazionali, in numero di circa 700, dopo aver sparato indistintamente a destra e a sinistra nel campo, abbandonano fucili, giberne e vestiti e si gettano a corpo morto in mare. Inutilmente noi e gli aiutanti di campo Giovanini e La Converserie, insieme ad altri militari, ci portiamo tra le linee per contenere questo movimento disordinato e per radunare le truppe: ogni sforzo fu vano, il terrore e il panico aveva colpito le menti di questi volontari e tutti chiedevano di ritirarsi.

Ho resistito alle loro richieste fino al momento in cui il cittadino Luce, capitano dei granatieri del 42º reggimento, venne a dirmi che le truppe di linea, indignate dalla condotta dei volontari inesperti, chiedevano anch’esse di ritirarsi per non trovarsi esposte allo stesso destino. Non avendo altra scelta per salvare l’esercito, ho dato l’ordine di ritirarsi verso il campo che avevamo lasciato al mattino; lo portammo a termine senza incontrare ostacoli da parte del nemico e riportammo indietro, durante la notte, i fuggitivi che avevano gettato i fucili per essere meno ostacolati nella loro fuga; il litorale era coperto dai loro indumenti, il che ci ha fatto presumere che molti fossero annegati.

Arrivati al campo, i volontari mi circondano e chiedono di reimbarcarsi, minacciandomi della “lanterna” (l’impiccagione) se non avessi acconsentito; invano cerco di dimostrare loro che non avevamo nemmeno visto in faccia il nemico e che il disordine era stato provocato da un falso allarme per colpa loro. La maggioranza, sorda alla voce dell’onore, si ostina a chiedere l’imbarco gridando: “Al tradimento!”. Se le truppe di linea fossero state più numerose, avrei certamente usato la forza contro questi sediziosi, codardi davanti al nemico e insubordinati verso i capi».

Il contrammiraglio Truguet, avvisato del terribile evento, inizialmente non può credere a tanta viltà:

«Che fulmine a ciel sereno! Ignorando i dettagli e credendo a un’esagerazione, inviai subito a dire al generale che pareva prudente trincerarsi per aspettare i ritardatari e i feriti… Ma l’effetto del terrore fu inconcepibile: respingono da terra i viveri che invio[4], rispondendo con grida lamentose: “Non vogliamo viveri! Vogliamo reimbarcarci!”. Tali erano il timore e la follia che rifiutavano il cibo per togliere al loro capo ogni motivo per un nuovo ordine di marciare contro il nemico[5]».

Mentre il corpo di sbarco nella baia di Quartu faceva questa fine pietosa, le navi nella rada di Cagliari lottavano disperatamente contro il mare in tempesta. Il 16, il Léopard, già in difficoltà, fu gettato da enormi ondate sulla spiaggia della Scaffa, dove si incagliò. Nonostante ciò, rispose con le sue colubrine al fuoco nemico fino al 18 sera. Il Patriote continuò a bombardare la torre dei Segnali, restando in pericolo su un’unica ancora. Il Duguay-Trouin, con il timone rotto dalla violenza dei colpi, fu gettato a riva insieme a numerose scialuppe.

Anche le navi davanti a Quartu furono martoriate: il Tonnant ruppe il timone, la Vestale lo perse completamente, il Centaure e l’Apollon spezzarono i cavi. Le fregate Junon e Aréthuse dovettero tagliare gli alberi per non finire contro la costa. Meno fortunati, due bastioni del convoglio si incagliarono presso la torre di Foxi; gli equipaggi caddero in mano sarda senza che i volontari a terra muovessero un dito per aiutarli.

Il 20 febbraio, tutti i volontari furono finalmente riportati a bordo; avevano completato il reimbarco senza che i sardi pensassero minimamente a disturbarli. Bisognava porre fine alla spedizione: la guerra era appena stata dichiarata contro Spagna e Inghilterra, ed era necessario spostare la flotta dal Mediterraneo all’Oceano. Il Consiglio esecutivo ordinò a Truguet di far vela immediatamente verso Brest.

Il 22 febbraio, Truguet ordinò alla squadra di Latouche-Tréville di salpare verso Tolone. Il 1º marzo, le navi sbarcarono i volontari nazionali nel golfo Juan. Sempre il 22, l’Apollon, il Généreux e la Vestale trasportarono all’isola di San Pietro 700 uomini per tenervi guarnigione. Il 24, il resto del convoglio diresse verso la Provenza. Il Léopard fu disarmato e la sua chiglia bruciata sul posto il 25 sera. Solo il Patriote e il Duguay-Trouin rimasero temporaneamente nella rada di Cagliari, prima di dirigersi a Carloforte per mettere in difesa l’isola di San Pietro, dove furono lasciate le fregate Hélène e Richemont.

Trogoff diresse infine verso Tolone, dove ancorò l’8 marzo 1793.

[1] La sera stessa dell’attacco dei vascelli alla città, attacco che avrà luogo contemporaneamente allo sbarco dell’esercito, il contrammiraglio farà imbarcare sui suoi canotti i distaccamenti della Languedoc, dell’Entreprenant, dello Scipion, del Généreux, del Patriote e dell’Orion. Dopo che il Patriote e lo Scipion avranno sparato qualche colpo sul lazzaretto e sulla torre, minaccerà uno sbarco nell’ansa sotto la torre. Ma i distaccamenti torneranno a bordo la notte, disponendosi per un attacco vero all’alba del giorno dopo, contemporaneamente all’assalto della colonna dell’esercito… (Istruzioni di Truguet, 10 febbraio 1793).

Truguet considerava la torre di Sant’Elia come un punto di importanza capitale, poiché dominava le alture di Bonaria e permetteva di stabilire facili comunicazioni tra la squadra e l’esercito di terra. Occupata la torre, si sarebbe potuto guarnire Bonaria con batterie di cannoni navali e mortai per spegnere il fuoco dei bastioni cittadini e prendere alle spalle le batterie costiere a palle infuocate. Con i vascelli liberi nei movimenti, si potevano sbarcare senza difficoltà diversi grossi cannoni ai piedi delle alture di Bonaria.

[2]  Lo storico Manno e Pinelli criticano la difesa per non aver fatto caricare la cavalleria durante lo sbarco. Manno dice che Vincenzo Sulis e Agostino Fadda avrebbero voluto agire, ma Saint-Amour li obbligò all’inazione.

[3]  Il Commerce-de-Bordeaux si era unito a mezzogiorno alla Languedoc e al Patriote.

[4]  Le provviste inviate da Truguet consistevano soprattutto in 50 quintali di biscotto e diversi barili di lardo.

[5]  L’esercito di terra si ostina a morir di fame sul litorale, dice il giornale di bordo della Languedoc, invece di cercare viveri nei villaggi a mezz’ora di cammino, privi di difesa, dove avrebbero trovato vino, carne e riparo. Non si è mai visto nulla di simile nella storia.

La Difesa di Cagliari, Febbraio 1793
Bombardamento di Cagliari del 1793
Giacomo Tagliagambe, Assedio e combattimento francesi contro Cagliari, 1793
Santo Efisio protegge Cagliari durante il bombardamento

XI

I battaglioni dei volontari corsi. — Risorse militari dell’isola. — Lettera di Truguet a Paoli. — Napoleone Bonaparte tenente colonnello del battaglione d’Ajaccio e di Tallano. — Napoleone e Paoli. — Colonna-Césari e Paoli. — Colonna-Césari incaricato di missione presso Truguet e Sémonville. — Colonna-Césari nominato comandante in capo del contrattacco della Maddalena.

Al momento in cui la spedizione di Sardegna fu risolta, si stimava che i reggimenti stanziati in Corsica, rinforzati dai battaglioni di Volontari levati nell’isola, avrebbero fornito un contingente di forze sufficienti per condurre a buon fine l’operazione. Bisognò presto ricredersi da questo errore, e il Consiglio esecutivo provvisorio decise molto saggiamente che gli effettivi di cui disponeva Paoli servissero semplicemente di appoggio al corpo di spedizione. Primitivamente, inoltre, le operazioni dovevano essere dirette con tutte le truppe contro la sola capitale, contro Cagliari; si era previsto tutto per la realizzazione di questo piano, quando la sanguinosa zuffa del 18 dicembre venne a rendere questo progetto impossibile.

Nonostante ciò, siccome non bisognava affatto lasciare inutilizzate le milizie di Paoli, Truguet decise di impiegarle in un contrattacco nel nord della Sardegna. «Non recriminerò affatto sui motivi che ci impongono un piano di attacco separato. La sensibilità ha pagato il suo tributo, spetta al coraggio pagare il proprio. In tutte le posizioni era necessario un attacco separato e combinato, ed è a questo risultato che mi fermo[1]».

Truguet pensava che il contrattacco della Maddalena avrebbe avuto il vantaggio di dividere le forze sarde e di tagliare definitivamente le relazioni dell’isola con il Piemonte; egli dimenticava che non esisteva in Sardegna né piano di difesa, né mobilitazione, e che la Maddalena era troppo lontana da Cagliari perché la presa dell’una potesse influire sulla resistenza dell’altra. Comunque fosse, erano i volontari corsi che, aiutati da alcuni uomini dei reggimenti regolari, stavano per intraprendere questa diversione insignificante e sfortunata.

Che cosa erano questi battaglioni di volontari? Si era cominciato a reclutarli fin dai primi giorni di dicembre 1791; nove commissari presi dal seno dell’amministrazione avevano ricevuto il compito di arruolare i soldati. Questa leva dei battaglioni da parte di agenti corsi doveva dare luogo a crudeli delusioni, poiché è difficile per gli isolani adempiere in patria a tutti i doveri delle loro funzioni. Essi cedono alla passione, giudicano con parzialità, mettendo da parte ogni nozione di giustizia e perdendo di vista gli interessi generali. Così, i commissari sacrificarono i giovani vigorosi ad altri inatti al servizio militare. Preferirono all’élite della gioventù degli «stropiati», degli adolescenti gracili, dei bambini, dei «vecchi inabili e sessantenni», tutti intriganti desiderosi di «assaporare il favore di servire la patria».

Il corso si arruolava per riscuotere i 15 soldi di paga al giorno, una piccolissima somma di denaro senza dubbio, ma tuttavia molto apprezzabile in confronto al reddito di una terra incolta. Il corso entrava in servizio perché sperava di ottenere frequenti licenze; poteva in tal modo mangiare a casa sua e senza lavorare il pane che gli sarebbe valso l’onore di portare le armi. Mancavano ai battaglioni di volontari quei soldati corsi, «molto agili, ben disciplinati e curiosi dei loro doveri», di cui parlava d’Aubigné, gelosi del loro patrimonio di gloria e serventi solo per punto d’onore. Infine, fin dal gennaio 1792, il direttorio del dipartimento della Corsica annunciava che «le compagnie di volontari erano organizzate in quasi tutti i distretti[2]».

In realtà, le compagnie non arrivavano a 10 e 12 uomini, e i loro ruoli non dovevano mai essere altro che quelli «di soldati fittizi pagati 20 soldi i giorni di rivista»[3]. Per comandare truppe così cattive, non vi erano che quadri molto mediocri. Se alcuni ufficiali avevano il senso del dovere e cercavano di riscattare la loro inesperienza con la loro energia e la loro volontà di ben fare, gli altri, accanto alla più notoria incapacità, facevano mostra della più grande cupidigia. Non cercavano che le occasioni di fare pignata grassa (marmitta grassa), come diceva Paoli[4]. Erano stati eletti, bisognava conservarli; si doveva chiudere gli occhi sui graduati che, «per accumulare denaro, iscrivevano sui registri un numero maggiore di volontari rispetto a quelli che avevano reclutato effettivamente»[5].

Se i volontari non erano modelli di vigore, la colpa era dei commissari; se non possedevano l’ardore patriottico, è perché il grande soffio rivoluzionario non aveva vivificato l’isola, celebrata da Volney e J.-J. Rousseau. Questo corso, che non ha che la sua isola per patria e la sua libertà per religione, non desiderava nulla per il momento. La Francia lo ha lasciato venire a sé senza traumi. Dopo la dura oppressione genovese, egli gode improvvisamente di troppe libertà perché desideri ardentemente conquistarne di nuove. Il suolo degli antenati non è nemmeno direttamente minacciato; i corsi non si sentono che confusamente interessati alla grande guerra della Rivoluzione; il popolo è senza orientamento politico per il momento e attende i capi. Perché allora ci sarebbe stata nell’isola una leva generale per formare battaglioni di volontari? Per combattere il sardo? Senza dubbio, costui ha suscitato odi individuali; ma, storicamente, si è sviluppato fianco a fianco con il corso, e sventure simili hanno creato loro molti legami. Si è lontani dalle illusioni di Truguet, che pensava che le persone ricche si sarebbero equipaggiate a proprie spese per volare in Sardegna.

Il corso era volontario perché desiderava essere ben vestito, ben nutrito e ben alloggiato. Ciò è così vero che prenderà giornalmente pretesto dal suo malessere materiale per sottrarsi all’autorità dei suoi capi e per chiedere licenze su licenze. Le licenze disaggregavano i battaglioni tanto quanto la diserzione. Per far cessare tutti questi mali, Paoli, che conosceva bene i moventi che facevano agire i suoi compatrioti, ripeteva nelle sue istruzioni: «Portate tutte le vostre cure al vestiario, è un mezzo potente per stringere la disciplina». E insisteva quando gli si riferiva che il numero dei disertori aumentava: «La disciplina, per essere buona, deve essere sostenuta dalle cure degli ufficiali nel vestire bene e curare bene le loro truppe». D’altronde, il soldato si sottomette volentieri ai rigori della disciplina militare quando si vede provvisto del necessario e quando è soddisfatto nei suoi bisogni.

Paoli non mostrerà mai una tenerezza esagerata per queste cattive truppe, ma approfitterà del loro stato embrionale per apportare ritardi alle pressanti richieste di Truguet. Quando chiederà di epurarli e ridurli prima di impiegarli in Sardegna o nella divisione, lascerà semplicemente intendere che non conviene intraprendere le operazioni contro la Maddalena con il concorso dei corsi. «I quattro battaglioni sono stati organizzati troppo male per sperare che possano presentare una base considerevole. Essi non sono né vestiti, né armati in gran parte; la loro organizzazione esige necessariamente tempo, ed è impossibile operarla così prontamente come il contrammiraglio vuole salpare[6]

Paoli fingeva di non capire Truguet. Il contrammiraglio si spiegava invano.

«Cittadino Generale, gli scriveva il 5 gennaio 1793, ricevo in questo momento la vostra lettera del 2 di questo mese. L’ho letta con molta attenzione e penso come voi che gli ostacoli che sembrano dapprima presentarsi al successo del contrattacco non siano insormontabili. Tutto è facile con il patriottismo, il coraggio e un po’ di previdenza.

Sto per presentarvi, Cittadino Generale, alcune osservazioni che toglieranno gran parte delle difficoltà che hanno più l’apparenza che la realtà. Non è necessario riorganizzare i battaglioni nazionali, ma solo riformare gli individui inutili e constatare, con questa riforma, che la maggior parte degli esseri che li compongono sono ombre che non vi appaiono che un istante, al momento delle riviste. Converrebbe, dopo il lavoro, lasciare questi battaglioni in statu quo.

Ecco in seguito come impiegherei i fondi destinati dal Tesoro nazionale a pagare il completo dei battaglioni. Leverei, in compagnie di buona volontà, un numero sufficiente di corsi proporzionato ai fondi che la Francia destina per la paga dei battaglioni completi. Trovereste facilmente, con questa paga enorme per dei repubblicani corsi la cui sobrietà e temperanza sono le virtù caratteristiche, degli uomini arditi che voleranno in Sardegna e che avranno molta più energia della maggior parte di questi esseri che si raccolgono per una rivista e che non hanno né l’anima né il coraggio di coloro che, scuotendo ogni sorta di patronato, non sospirano che dopo la gloria del nome corso e la conquista di un’isola di cui hanno calcolato tutti i vantaggi per il loro paese. Non incontrereste, per questa composizione di soldati nazionali, alcun intralcio, poiché i fondi per il completo dei volontari nazionali sono in Corsica, e so positivamente che il Consiglio esecutivo li invia molto esattamente. Se questi fondi sono dilapidati o impiegati per altri scopi (cosa che non presumo), ecco il momento di riconoscerlo richiedendo al tesoriere generale di inviare tutti i fondi a quello di Bonifacio. La sua obbedienza vi farà rimuovere tutti gli ostacoli e il suo rifiuto vi illuminerà. Ho la certezza fisica e morale, per il numero di individui che si sono presentati a me, che gli uomini di buona volontà non mancheranno al cittadino Césari e che basta che il vostro occhio si posi sulla legittima dispensa dei fondi per essere assicurato del pagamento di queste vigorose armate.

Dunque, Cittadino, abbiate il coraggio di menare la scure su abusi intollerabili; ecco i mezzi per sovvenire alle spese di tutte queste leve. Esse saranno fortificate dalle guarnigioni di Bonifacio e da un rinforzo di Svizzeri; e non saprei come calmare ancora le vostre inquietudini sui pericoli esterni. L’unica maniera di renderci temibili è far trionfare la causa della libertà. I suoi successi ci serviranno da scudo contro le trame dei malintenzionati interni e contro le manovre dei preti malintenzionati. Poiché il popolo libero e trionfante si eleva al di sopra delle cabale dei faziosi e dei capi di partito che vogliono opprimerlo fingendo di servirlo. Sotto tutti questi rapporti, i corsi hanno forse bisogno di elevarsi al di sopra degli ambiziosi e di imitare i popoli di un dipartimento che hanno trionfato di coloro che volevano governarli.

La sola misura che mi pare indispensabile per il successo di questo contrattacco è l’ordine da dare al commissario ordinatore del dipartimento di richiedere ai reggenti dei viveri di prendere misure per la sussistenza delle truppe nazionali o di linea, designate per entrare in campagna partendo da Bonifacio. Questo ordine non è che una conseguenza di quello di farli marciare, e voi siete troppo gelosi del successo di questo contrattacco e della gloria del cittadino Césari, per non esigere la più grande celerità da parte dei reggenti dei viveri, che ne hanno una parte già a Bonifacio, che ne hanno molti a Bastia e che ne aspettano ad Ajaccio una grandissima quantità annunciata dal ministro della guerra. Occorreranno forse dei ritardi, ma mi rimetto su questo al coraggio e allo zelo del capo Césari. Egli saprà stimolare e mettere in movimento tutti i suoi cooperatori e agirà sempre in attesa di poter fare meglio. Contavo di portarmi su Cagliari solo con 1.500 uomini; ma apprendo che alla partenza di d’Anselme 4.000 uomini sono stati destinati a raggiungermi. Ce n’è a sufficienza per trionfare dei trinceramenti e dei proclami del viceré. Scrivo al cittadino Césari con la stessa occasione e gli annuncio a Bonifacio una corvetta e delle feluche armate.

Tali sono, Cittadino Generale, le richieste e le osservazioni che mi prendo la libertà di farvi. Esse non hanno altro scopo che il successo delle nostre armi repubblicane e particolarmente il reale vantaggio per la Corsica, i cui abitanti acquisiranno gloria e vivificheranno il loro paese con nuove ricchezze. Tutti questi vantaggi devono essere acquistati, lo so; ma, se la nostra generazione si impone fatiche e privazioni, i nostri nipoti e i nostri figli godranno dei nostri lavori.

Il contrammiraglio, comandante l’armata navale della Repubblica francese, TRUGUET[7]».

I ripetuti appelli di Truguet non turberanno le riserve machiavelliche del corso. Trincerato nella sua cittadella di Corte, Paoli manterrà il silenzio. Non parlerà mai se non per lamentarsi dei pochi mezzi di cui dispone nella sua divisione. Aspetterà gli eventi, ferito per non essere stato scelto per dirigerli, vedendo con stizza i corsi entrare in lotta con il re di Sardegna.

Sfruttando gli eventi che turbavano il paese, un corso stava per fare la prova delle sue ambizioni. Era Bonaparte. Qualunque fosse il valore dei battaglioni di volontari, Bonaparte aveva fatto di tutto per ambirvi un comando.

Grazie ad abili intrighi, grazie all’appoggio di Salicetti, che era uno dei suoi migliori amici, Napoleone era potuto essere eletto tenente colonnello comandante in seconda il battaglione d’Ajaccio. Consumato da un’ambizione immensa, preda di un’attività divorante, era riuscito, con sforzi inauditi e un’abilità notevole, ad acquisire funzioni che accrescevano il prestigio del nome di Bonaparte e gli permettevano di giocare un ruolo negli eventi di cui presagiva l’importanza. Condivideva ora con il tenente colonnello Quenza il comando del 2° battaglione; bisognava mantenere la situazione acquisita. I suoi nemici non avevano deposto le armi; Paoli non lo vedeva che con dispiacere in quel grado importante. In seguito ai tumulti di aprile, Arrighi, sebbene suo parente, disperde il suo battaglione, ne invia la maggior parte a Bonifacio con Quenza e solo quattro compagnie a Corte.

Si fa capire a Bonaparte che la sua presenza non è indispensabile, né a Corte né a Bonifacio. Ma egli non è uomo da lasciarsi scartare da misure dilatorie. Ha potuto prendere parte, con la violenza delle passioni che inebriano i corsi, a tutte le lotte politiche del momento; ha potuto declamare nei club, non intende che gliene si faccia una colpa. Non ammette che Paoli possa rimproverargli di prendere posizione contro di lui. Bonaparte non era uno di quegli avversari che si trascurano.

Sotto pretesto di esaminare la sua situazione dal punto di vista militare, fu chiamato a Corte dal comandante della 23ª divisione. Questi pensava di indurre Bonaparte a un compromesso. Si sbagliava. L’intervista, che egli aveva sperato dover essere calma, fu delle più tempestose. Lungi dal chinare la fronte, il giovane tenente colonnello tenne fieramente testa a colui che considerava meno come un capo che come un nemico politico. In presenza dell’avvocato Tibéri e dei due tenenti colonnelli del 4° battaglione dei volontari, Colonna Leca e Grimaldi, rispose ai rimproveri e ai consigli di Paoli con un tono così violento che questi dovette farlo uscire.

Poi, rifiutando di fare la minima scusa, Napoleone ripartì bruscamente per Ajaccio, nonostante i saggi consigli di suo fratello Joseph e i pareri del generale Casabianca. Contava su appoggi politici più potenti della fazione dei Pozzo di Borgo che circondava Paoli[8]. D’altronde, la sua situazione stava per essere regolarizzata; Bonaparte aveva la certezza di poter prendere parte alla spedizione di Sardegna. Volse subito la sua energia e la sua attività dalla lotta politica e si affrettò a forgiare uno strumento che lo avrebbe aiutato a ottenere la vittoria. Da quel momento, redasse istruzioni dove si mostra chiaroveggente riguardo allo scopo e ai mezzi da impiegare per raggiungerlo. Non respira che l’azione. Il suo pensiero limpido e vigoroso si traduce già in ordini chiari e precisi che tolgono ogni esitazione ai suoi subordinati. Fermo nel suo rimprovero, ma convinto della sua superiorità, scusa ogni colpa quando lui, il capo, non è presente. «Dite ai vostri volontari, scrive al tenente Costa, che è l’ultima volta che una cosa simile accade, che io sarò là e che tutto procederà come si deve[9]».

E, in attesa del suo arrivo, teme che i suoi luogotenenti non abbiano il tatto necessario per saper reprimere la colpa senza scandalo. «Già il generale è molto scontento dei nostri battaglioni, più particolarmente del nostro; non bisogna scoprirsi tanto; la buona politica vuole che si agisca diversamente. Bisogna punire gli ufficiali e i soldati che resistono al buon ordine, e non accusarli che all’ultima estremità[10]». Le lettere di Napoleone Bonaparte sono pressanti e febbrile; esse non tendono che a distogliere i suoi subordinati da ogni preoccupazione estranea al successo delle armi. L’ora del combattimento è suonata e ha risvegliato in lui tutte le ambizioni e tutte le aspirazioni egoistiche che serbava nel fondo di se stesso. Nonostante tutti i suoi sforzi, fu impotente a formare uomini capaci di vincere. Doveva fallire, così come Quenza, nello scopo che si proponevano di avere soldati degni di vedere il fuoco.

I battaglioni di volontari erano di valore militare molto mediocre senza dubbio; non di meno erano una potenza considerevole a disposizione del generale Paoli. Ora, avere per sé in Corsica la forza armata significa assicurarsi i favori dell’opinione; perciò Paoli non cessava di fare sottomano, tra i capi e i soldati, una propaganda attiva per il suo partito; il suo mutismo in certi luoghi aveva permesso agli ufficiali paolisti di acquisire un’influenza preponderante in questi cattivi battaglioni. Decidere che queste truppe avrebbero partecipato da sole al contrattacco della Maddalena significava soddisfare le tendenze separatiste degli isolani; dare il comando dell’impresa a un capo corso significava favorire singolarmente il gioco di Paoli e «far andare in fumo» questa operazione così «mal combinata». Colonna-Césari era troppo amico di Paoli per poter agire in piena indipendenza e conoscere altri ordini che i desideri del comandante della 23ª divisione.

Colonna-Césari si trovava a Quenza, nella sua famiglia, quando ricevette, il 5 agosto, una lettera scritta da Salicetti e firmata da Paoli. Questo messaggio lo invitava a recarsi a Corte immediatamente per affari della massima importanza. «Venite presto, mio caro, gli diceva il suo antico collega della Costituente, la vostra presenza è necessaria». In realtà, il direttorio dipartimentale viveva in disaccordo con Paoli. Il vecchio eroe corso, reso circospetto dall’età, manteneva la più grande diffidenza nei confronti delle audaci innovazioni della Rivoluzione francese; soprattutto, era lungi dall’approvare senza riserve le misure prese dall’amministrazione su istigazione di Salicetti. Tra i due avversari la lotta era attiva, ma senza clamore, e d’altronde mitigata da una reciproca stima.

Al ricevimento della lettera, Colonna-Césari si mise in viaggio per Corte, dove prese possesso di un piccolo appartamento che era stato allestito per lui al convento di San Francesco. È lì che Paoli venne a trovarlo. Per due giorni, la conversazione vagò su tutti i soggetti; dell’oggetto del viaggio di Césari non si fece mai parola. L’uno non voleva fare il primo passo, l’altro restava ostinatamente muto. Infine, i membri del direttorio ruppero il silenzio e si aprirono con Colonna-Césari al fine di sondare le sue intenzioni. L’antico colonnello mantenne dapprima una prudente riserva, poi lasciò intravedere che nulla avrebbe potuto far vacillare la sua ferma amicizia e la sua devozione per Paoli e, in definitiva, affermò che sarebbe rimasto legato nonostante tutto all’eroe dell’indipendenza corsa. Salicetti batté in ritirata, alquanto deluso dal fallimento del suo approccio e rimpiangendo di aver mostrato il suo gioco.

Nel frattempo, Paoli ricevette, il 27 settembre, la sua nomina al grado di luogotenente generale e fu richiesto dall’ammiraglio Truguet di cooperare alla spedizione di Sardegna che si preparava. Questi aveva fatto scalo con Sémonville ad Ajaccio; non appena ebbe messo piede sulla terra corsa, le sue sollecitazioni nelle sue lettere a Corte si fecero più pressanti che mai. «Paoli, a detta di Colonna-Césari, non sapeva come uscirne, non aveva mezzi per una simile spedizione»; inoltre, nutriva per il re di Sardegna «una specie di riconoscenza che si scopriva, ma da molto lontano», e che gli impediva di portare le armi contro di lui. Ma quella, aggiunge Césari, era una «questione segreta che Paoli serbava nel fondo del suo cuore[11]».

Suo malgrado, Colonna-Césari fu inviato ad Ajaccio per perorare la causa di Paoli. Se ne incaricò con il massimo zelo. Mostrò tutte le ragioni per non impiegare in questa spedizione di Sardegna i corsi e il loro generale. La tarda età di Paoli gli rendeva difficile ogni spostamento; la sua presenza era indispensabile a Corte, da dove dirigeva l’opinione pubblica; infine, non si poteva fare affidamento sugli esigui effettivi della 23ª divisione, che non si sarebbe potuta, del resto, aggiungeva, sottrarre alla Corsica senza pericolo per la sicurezza pubblica.

La conquista della Sardegna non andava nemmeno senza qualche difficoltà. «Non si conquista un regno come un cavolo in un giardino», disse Colonna-Césari; bisogna contare su una resistenza ostinata, in Sardegna, dei signori e dei preti e di tutta la gente interessata a non lasciare che si impianti il governo della Repubblica. A suo avviso, un’armata di terra abbastanza considerevole era necessaria, così come molto denaro, al fine di lavorare gli animi sul posto e di formarvi un partito. Come conclusione, Colonna disse che, se doveva «parlare come un corso in politica, pensava che la Sardegna non avrebbe fatto che diminuire la considerazione della Corsica presso la Francia, perché la Sardegna era più ricca, più grande e non meno vantaggiosamente situata, ma che non si trattava di quello, poiché vedendo la cosa come francese, trovava il piano mal combinato[12]».

Bisognava, disse Césari, marciare su Torino e su Roma e rinunciare alla spedizione di Sardegna: Césari, in questa occasione, non era stato presso Truguet che il portavoce di Paoli, del quale non aveva dimenticato l’ultima parola alla partenza da Corte: «Non ho altra cosa da raccomandarti che la tua amicizia per me». Se le truppe della 23ª divisione non erano in grado di rendere tutti i servizi che si ha il diritto di attendersi da unità perfettamente organizzate, esse non di meno presentavano risorse apprezzabili. Avrebbero potuto soddisfare molti bisogni se il loro capo non avesse nutrito per la spedizione di Sardegna un’ostilità fredda e ragionata. Paoli non voleva vedere i corsi combattere il re di Sardegna, e soprattutto temeva che, se la Francia si fosse impadronita della Sardegna, la Corsica sarebbe stata dimenticata, che sarebbe diventata l’oggetto di una minore sollecitudine da parte dei poteri pubblici.

Un buon corso può ammettere questo modo di pensare, così biasimevole dal punto di vista generale; ma se l’intenso particolarismo che è al fondo del cuore di ogni isolano spiega l’errore di Paoli, esso non saprebbe scusare un generale francese.

Infine, Truguet, avendo semplicemente richiesto le truppe disponibili della 23ª divisione, non restava che designare un capo. Fu Colonna-Césari. Fin dalla sua nomina al grado di luogotenente generale, Paoli aveva proposto Colonna come maresciallo di campo: «Dal momento in cui ho accettato la mia nomina, scrive al ministro, ho avuto l’onore di proporvi per maresciallo di campo il cittadino Pierre-Paul Colonna-Césari, colonnello riformato della gendarmeria nazionale. Vi ho parlato abbastanza dei suoi meriti per farvene nuovi elogi: mi resta da dirvi solo che il contrammiraglio Truguet mi ha appena richiesto per il nuovo comando del contrattacco nel nord della Sardegna e non dubito che egli risponda alla fiducia che si deve ispirare[13]».

Secondo i desideri di Paoli, Colonna-Césari fu nominato maresciallo di campo ed ebbe il comando del contrattacco della Maddalena. Il generale della 23ª divisione annunciò così l’entrata in funzione di Césari: «Noi Pascal Paoli, luogotenente generale delle armate della Repubblica francese, comandante la 23ª divisione militare nel dipartimento della Corsica, essendo stati richiesti dal cittadino Truguet, contrammiraglio, comandante la squadra della Repubblica nel Mediterraneo, incaricato dal Consiglio esecutivo della spedizione di Sardegna e della scelta dei mezzi per farla riuscire, di riunire le forze di cui avremmo potuto disporre per operare un contrattacco sull’isola della Maddalena e la parte nord di quella di Sardegna, e di far comandare le suddette truppe dal cittadino Pierre-Paul Colonna-Césari, colonnello riformato della gendarmeria nazionale, noi, luogotenente generale suddetto, volendo concorrere con tutti i mezzi possibili a facilitare l’impresa di cui il suddetto contrammiraglio è incaricato e offrire di non trascurare nulla di tutto ciò che può contribuire al successo delle armate della Repubblica, sulle testimonianze che abbiamo del patriottismo e dei talenti militari del cittadino Colonna-Césari e secondo la proposta e richiesta formale che ci ne è stata fatta dal suddetto contrammiraglio, l’abbiamo nominato, per quanto la nostra autorità ce lo può permettere, comandante la divisione delle truppe destinate al contrattacco nell’isola della Maddalena e nel nord della Sardegna. Ordiniamo ai militari di questa divisione, destinata a fare il suddetto contrattacco, di obbedirgli come al loro capo e ai comandanti delle piazze e dei forti, di prestargli soccorso e avere riguardo per lui in questa qualità. Invitiamo tutte le autorità civili e amministrative a considerarlo come tale in tutte le richieste e atti del suo ministero[14]

[1]  Lettera di Truguet ai cittadini amministratori, 28 dicembre 1792.

[2]  La legge del 29 luglio 1791 attribuiva alla Corsica quattro battaglioni. Segue estratto del rendiconto del Direttorio (gennaio 1792).

[3]  Lettera degli ufficiali municipali di Bonifacio.

[4]  Lettera di Colonna, procuratore sindico di Vico.

[5]  Lettera di Quilichini, procuratore sindico di Tallano.

[6]  Lettera al ministro della guerra, 30 dicembre 1792.

[7]  Arch. dép.

[8]  Pozzo di Borgo scrisse a Césari diffamando i Bonaparte: «I Bonaparte sono i nostri nemici nati… non associatevi questo birbante di Napoleone…».

[9]  Lettera al tenente Costa, ottobre 1792.

[10]  Ibid.

[11]  Memorie di Colonna-Césari.

[12]  Memorie di Colonna-Césari.

[13]  Lettera al ministro, 4 febbraio 1793.

[14]  Arch. dép.

XII

I volontari a Bonifacio.

Ma i volontari sono lungi dall’essere organizzati. Gli effettivi sono insufficienti, i quadri senza valore. Per supplire a tutto, Truguet tenta di risvegliare in Corsica l’entusiasmo necessario alla spedizione di cui ha l’alto comando.

Egli supplica tutti i cittadini di dimenticare le ingiurie, di soffocare i loro odi personali e di far convergere tutte le loro energie verso lo scopo che egli propone: rendere la libertà al popolo sardo. «Proclamate, scrive ai cittadini amministratori, i vostri principi puri, pronunciate il vostro voto per la conquista che ci occupa, e i vostri concittadini si affretteranno ad andare a presentare in Sardegna fratellanza al popolo e la morte ai sgherri del dispotismo[1]». Se i battaglioni di volontari sono a malapena messi in piedi, se non possono rendere tutti i servizi di una truppa di linea da lungo tempo preparata alla guerra, che importa? Si passerà oltre.

«Non è la riorganizzazione dei volontari che io sollecito, dice Truguet, sarebbe troppo lungo e la Sardegna non sarebbe attaccata così presto; ma un rimpiazzo composto da gente di buona volontà, quali se ne presentano qui a centinaia e che riceveranno la paga dei volontari nazionali che verranno a mancare per assenza o per riforma. Troverete fondi sufficienti e il numero esatto di soldati della libertà che il Consiglio esecutivo paga molto esattamente. Se i fondi non sono affatto impiegati altrove, cosa che certamente non presumo, troverete di che ben pagare degli uomini di buona volontà, di cui il cittadino Césari ne troverà un gran numero, e avrete così, in attesa di una riorganizzazione severa, molti buoni soldati levati in pochi giorni e che troveranno una buona paga ricevendo quella destinata a cittadini che non esistono affatto o che non si presentano che momentaneamente alle riviste[2]».

E, pieno di quell’entusiasmo che fece il successo della Rivoluzione francese, Truguet aggiunge: «Se esistessero dei bravi cittadini agiati che, infiammati dall’amore per la gloria e appassionati per la libertà, volessero marciare a proprie spese, accogliete con trasporto il loro entusiasmo. Il tragitto è facile e i lavori non saranno penosi. D’altronde, qual è l’ostacolo che il bruciante civismo non può vincere? Sono loro che darebbero l’esempio delle virtù repubblicane, e la condotta di questi generosi cittadini verso i Sardi trascinerebbe quella dei loro compagni d’armi[3]».

Paoli, ripugnandogli combattere i Sardi, mostrava l’isola in uno stato più precario dal punto di vista militare di quanto non fosse in realtà. In Corsica, diceva, dove non c’era nulla, persino «l’entusiasmo non poteva supplire a tutto». «D’altronde, ripeteva, coloro che si sono mischiati direttamente in questa spedizione hanno esagerato di molto le risorse del dipartimento; il loro zelo, che era più esteso delle loro conoscenze militari, li ha ingannati senza dubbio. Quando si tratta di combattere, occorrono cose reali[4]». Nel frattempo, i battaglioni di volontari si misero in marcia su Bonifacio, che Truguet aveva scelto come loro punto di raduno.

Paoli aveva invano insistito affinché la loro concentrazione avesse luogo ad Ajaccio, dove si sarebbe potuto facilmente alloggiarli e trovare in gran parte sul posto gli approvvigionamenti necessari. La città, più importante di Bonifacio, offriva risorse di cui bisognava saper approfittare. D’altronde, la squadra avrebbe potuto in seguito trasportare facilmente i battaglioni a Bonifacio, e in tal modo si sarebbe evitato il trasporto a dorso di mulo fino a Bonifacio di tutti gli impedimenta indispensabili alla truppa per equipaggiarsi, armarsi e approvvigionarsi. «Un raduno generale di tutti i battaglioni a Bonifacio è soggetto a difficoltà quasi insormontabili. I soldati dei battaglioni non sono equipaggiati, ogni movimento diventa loro eccessivamente difficile e quello che si propone è il più lungo e il più difficile che si possa fare in Corsica. Non c’è alcuna provvista di viveri per trasferirli dove il bisogno lo esige e, essendo Bonifacio un luogo povero, soprattutto dopo l’interruzione del suo traffico in Sardegna, non si può offrire nulla per la sussistenza di questi battaglioni. Le stesse difficoltà si fanno sentire per gli effetti di accampamento e altri, necessari nel caso che le truppe scendano nel nord della Sardegna[5]».

Ma le istruzioni di Truguet erano formali; le truppe dovevano concentrarsi a Bonifacio. Al fine di conformarsi all’ordine ricevuto e tener conto delle difficoltà materiali che non poteva superare, Paoli ordinò ai volontari di recarsi a Sartène, che dista solo una giornata da Bonifacio. Fu dunque là che i battaglioni andarono a acquartierarsi, in attesa che il colonnello Colonna-Césari venisse a passare la sua ispezione e che si trasportassero, a Bonifacio, viveri, munizioni, effetti di accampamento e tutto ciò che è necessario per entrare in campagna. Nei primi giorni di gennaio 1793, Colonna-Césari ricevette l’invito di andare a Sartène a ispezionare le truppe che componevano il suo corpo di spedizione. Egli aveva pieni poteri per fare tutte le riforme che avrebbe giudicato necessarie. I battaglioni furono lungi dal dargli intera soddisfazione. Césari li trovò mediocri; non esitò ad accusare il dipartimento e Paoli di non aver messo a sua disposizione che «gli uomini che non potevano soffrire, che erano i più disordinati, e quasi i loro nemici».

Colonna-Césari vide dapprima il 4° battaglione, uno dei peggiori, quello che il suo capo Grimaldi aveva abbandonato per timore della guerra. I casi di indisciplina vi erano frequenti e vi regnava uno spirito ostile a ogni sforzo che lo rendeva inutilizzabile. Césari ordinò che fosse epurato sul posto prima di partire per Bonifacio. Colonna de Leca, che era succeduto a Grimaldi, cercò, ma invano, di trarne alcuni elementi migliori attraverso la disciplina. Sfortunatamente, mancava il denaro, non poteva pagare il soldo, né poteva noleggiare i muli necessari per il trasporto dei bagagli e delle forniture di guerra: fu dunque costretto a restare a Sartène in attesa di soccorsi in denaro. Fu così che il 4° battaglione non poté prendere parte alla spedizione di Sardegna e che solo le compagnie Guiducci e Guglielmi, che erano distaccate a Cervione, parteciparono al contrattacco della Maddalena.

I battaglioni di Cervione e della Porta non portarono un contingente di forze considerevole. Centodue uomini delle compagnie Ruffini, Valentini e Sébastiani avevano disertato con l’armamento e il vestiario[6]. Il colonnello Casalta non poté mai colmare i vuoti nei ranghi, né soprattutto riparare al danno materiale che la perdita degli effetti gli aveva fatto subire. Restava il battaglione Quenza-Bonaparte, che era a Bonifacio. Césari, lasciando Sartène, venne a ispezionarlo. Non gli diede più soddisfazione degli altri e certamente, in mezzo a simili uomini, Césari non si sarebbe creduto al sicuro se non avesse avuto presso di sé in permanenza i pochi gendarmi che gli formavano una scorta devota.

I volontari di Bonaparte si erano anch’essi distinti per atti di vandalismo e di insubordinazione. Avevano bruciato il famoso bosco di lentischi e di ginepri di San Francesco, che riparava Bonifacio dai venti. Reclamavano a gran voce l’arretrato del loro soldo e dichiaravano apertamente che non avrebbero marciato se non avessero riscosso integralmente il denaro che era loro dovuto. Ora, da tre mesi, nessuno di loro era stato pagato e la cassa del battaglione era vuota. Bonaparte aveva cercato di disciplinare e trascinare questa cattiva truppa; giovane, ardente, ambizioso, voleva dare l’esempio, si alzava ogni mattina all’alba e faceva lui stesso l’istruzione dei suoi volontari. La sua energia si dispiegò invano; non ottenne alcun risultato.

Césari non poteva essere entusiasta dopo l’ispezione dei battaglioni che aveva passato a Sartène e a Bonifacio; ma, invece di agire, si accontentò di gemere e di lamentarsi con Pozzo di Borgo, procuratore generale sindico del dipartimento. Se le sue lamentele si spiegavano in seguito al cattivo stato delle truppe e alla penuria di denaro nella quale si dibatteva faticosamente, il suo atteggiamento non restava meno indegno di un capo energico che vuole lottare e vincere la fortuna. Il suo giro, che fece molto troppo tardi, fu senza portata di alcun genere, ed egli non pensò mai un istante all’influenza che poteva avere sull’organizzazione e la disciplina dei suoi battaglioni.

Si metteva troppo a malincuore in viaggio per la Maddalena. Non accettava le truppe che venivano messe a sua disposizione, si mostrava ben poco soddisfatto delle navi che Truguet gli aveva inviato. Trovava i bastimenti da trasporto insufficienti, e la sola corvetta la Fauvette[7] gli sembrava impotente contro le mezze galere e i bricchi che, ogni giorno, venivano dalla Sardegna a incrociare davanti a Bonifacio. Chiedeva incessantemente denaro, pur sapendo il Tesoro vuoto: «La mia cassa privata provvede alla mia tavola e a tutte le spese che mi sono personali in questa spedizione, ma non posso fare di più. Ho bisogno di denaro. Senza entrare nei dettagli, vi sono mille ragioni di spesa imposte dalla spedizione, come non dovete ignorare. Una certa somma mi è di rigoroso bisogno[8]».

Il 10 febbraio, il capitano Rossi, di Calvi, venne a portare 54.000 lire a Colonna-Césari. Il soldo dovuto alle truppe fu pagato, i bisogni più pressanti furono soddisfatti, e Césari tenne per sé una riserva di 35.000 lire per far fronte all’imprevisto. Ma ciò che mancava soprattutto all’antico colonnello di gendarmeria era l’entusiasmo. Le sue rimostranze potevano sembrare dettate dalla prudenza e dalla previdenza; esse non testimoniavano che pusillanimità. Pareva cercare i mezzi per giustificare il lamentevole scacco che lo attendeva. Questo bell’uomo, questo bel cavallo di battaglia preparava a meraviglia quella spedizione che, secondo la parola di Paoli, doveva «andare in fumo».

[1]  Lettera del 28 dicembre 1792 ai cittadini amministratori (Arch. dép.).

[2]  Lettera del 5 gennaio 1793 ai cittadini amministratori (Arch. dép.).

[3]  Lettera del 28 dicembre 1792 ai cittadini amministratori (Arch. MD).

[4]  Lettera al ministro della guerra, 2 gennaio 1793 (Arch. dép.).

[5]  Lettera al ministro della guerra, 2 gennaio 1793 (Arch. dép.).

[6]  Lettera di Paoli al colonnello Césari, 7 gennaio 1793. Il numero dei disertori ammonta a 102 uomini.

[7]  La Fauvette era partita il 10 gennaio da Ajaccio con a bordo Bonaparte. Arrivò a Bonifacio il 22.

[8]  Lettera dell’11 gennaio ai cittadini amministratori (tradotta dall’italiano) (Arch. dép.).

La Fauvette

XIII

Operazioni contro la Maddalena.

La squadriglia è ancorata a Bonifacio dal 22 gennaio.

I marinai che trasporta sono i degni compagni di coloro che si sono distinti ad Ajaccio per i loro misfatti.

Quando scendono a terra, non cessano di cantare i canti rivoluzionari e vi uniscono volentieri delle dimostrazioni ben poco rassicuranti per i pacifici Bonifacini.

Il 9 febbraio, poco mancò che non uccidessero Bonaparte. Quel giorno, essi si abbandonavano a una di quelle manifestazioni che erano loro familiari. Dopo aver percorso le viuzze strette e tortuose di Bonifacio, cantando la Carmagnole e il Ça ira, si fermarono sulla piazza pubblica al fine di danzare la farandola tradizionale in Provenza.

Bonaparte era presente, per caso. Indisposto dalle grida rivoluzionarie dei manifestanti, non poté fare a meno di alzare le spalle. Questo marchio di disapprovazione pubblica sollevò la collera dei Marsigliesi, e subitamente i marinai si scagliarono sul luogotenente colonnello Bonaparte. Sorpreso, questi non ebbe che il tempo di gettarsi sotto un portico. I Provenzali lo inseguirono fin lì per farlo a pezzi. Per fortuna, il sergente Brignoli, di Bastelica, detto Marinaro, si trovava a breve distanza. Il Corso brandì il suo stiletto e balzò in soccorso del suo capo. Il Marsigliese che teneva Bonaparte cadde colpito a morte. Altri soldati corsi intervennero a loro volta; e i marinai della squadra pensarono, con giusta ragione, che fosse meglio riguadagnare il porto. Bonaparte era sano e salvo.

Vi erano, in fondo al braccio di mare di Bonifacio, la corvetta la Fauvette e sedici piccoli bastimenti, le feluche la Liberté, la Vigilante e la Fidèle, la tartana Saint-François, il brigantino l’Annonciation e alcuni bastimenti di carico e di trasporto. La Fauvette contava venti bocche da fuoco.

Colonna-Césari giudicò questo armamento insufficiente per resistere alle mezze galere sarde e diede l’ordine che quattro pezzi prelevati dalla cittadella fossero trasportati a bordo. Non si avevano né operai né carpenterie; occorse trascinare questi cannoni, al prezzo di mille difficoltà, lungo le rocce sulle quali erano costruiti i bastioni. Così la corvetta contò ventiquattro bocche da fuoco, due pezzi da 24 e due colubrine da 8. Il capitano Goyetche preparò alla meglio approvvigionamenti per quaranta o cinquanta giorni e, a forza di energia, mise tutto in ordine per partire. Ben presto non attese più che venti favorevoli e Césari.

Il corpo di spedizione da imbarcare contava il 2° battaglione di volontari e le due compagnie del 4° battaglione, ossia 450 uomini, e una compagnia del 52° reggimento, ossia 150 granatieri comandati dal capitano Ricard.

Bonaparte comandava l’artiglieria e il capitano Moydié il genio. Ciò faceva una truppa di sbarco di 600 uomini circa sotto gli ordini del luogotenente colonnello Quenza.

Da un lato, i venti contrari e la tempesta immobilizzavano la squadra; d’altra parte, i volontari, per timore del mare, rifiutavano di salire a bordo.

Colonna-Césari, inerte, si inchinava davanti all’indisciplina dei suoi soldati. Certamente non si sarebbero mai imbarcati se Bonaparte e Quenza non si fossero imposti loro con un’attitudine energica, e se soprattutto la popolazione bonifacina non li avesse esortati vivamente ad andare a combattere i Sardi.

I volontari dovettero risolversi a raggiungere i loro battelli e, siccome il vento era cessato nella notte tra il 19 e il 20 febbraio, si poté far vela e arrivare, al levar del giorno, in prossimità della Sardegna.

Improvvisamente, si levò un vento violento. Lo sbarco diventava impossibile, valeva meglio tornare a Bonifacio. Solo la Fauvette, che portava Bonaparte e lo stato maggiore del corpo di spedizione, mise le vele alla cappa e attese tempo migliore.

Il 22, si ritornò verso la Maddalena. I Sardi erano avvertiti e, non appena la corvetta francese si presentò a tiro dalle isole, fu accolta dal fuoco dei tre cannoni delle piccole galere comandate dai cavalieri Porcile e Constantin. Un uomo fu ucciso, ma la Fauvette non subì che pochissimi danni.

Colonna-Césari aveva risolto di sbarcare nell’isola di San Stefano, che sta di fronte al porto della Maddalena, e di dirigere da lì le sue operazioni.

San Stefano aveva un buon porto, protetto da una superba torre quadrata, circondata da fossati e guarnita di tre pezzi di cannone. Trenta uomini del reggimento di Courten vi tenevano guarnigione ed erano incaricati della difesa. Il 22, all’approssimarsi della notte, Césari diede l’ordine a una divisione delle sue truppe di sbarcare nell’isola di San Stefano e di trincerarsi.

I Sardi, dapprima risoluti a opporsi al tentativo dei Francesi, si erano appostati dietro le rocce in prossimità del luogo di sbarco. Ma se tutti i Sardi erano armati, molti consideravano la Corsica come patria; piuttosto che combattere, preferirono rifugiarsi nella torre di Villamarina, tanto più volentieri in quanto una pioggia torrenziale non cessava di cadere.

«Era quello», disse Bonaparte, «il momento favorevole, che in guerra decide tutto», per tentare un colpo di mano sulla Maddalena, per impadronirsene col favore della notte e compiere così la missione che era affidata a Césari. Sfortunatamente, il parere del luogotenente colonnello Bonaparte non poté prevalere nonostante le sue insistenze, e la notte passò nell’inazione. Durante questo tempo, le piccole galere sarde sfuggivano alla corvetta. Conoscendo perfettamente questi paraggi seminati di rocce, non avendo bisogno che di pochissimo fondale e navigando a remi, avevano potuto rifugiarsi sulla costa nord dell’isola.

Favorito dal terreno, Bonaparte si impadronì in poche ore dei magazzini che erano a breve distanza dalla torre. Non appena i soldati corsi, che avevano mostrato tanta indisciplina, videro i magazzini presi e appresero che già si cercava di innalzare una batteria, vollero andare dritti all’assalto, senza sapere come e non obbedendo che al loro impeto. Occorse trattenerli e impedire loro di farsi uccidere inutilmente. Il cannone sembrava necessario per prendere la torre; Césari fece dunque avvicinare la corvetta. Ma questa, ancora sotto l’impressione della perdita subita al primo incontro col nemico, si dispose per il tiro troppo lontano per effettuare un fuoco efficace col suo cannone da 36. La semplice minaccia della corvetta fu sufficiente perché la guarnigione si arrendesse: una semplice intimazione di Césari e la torre fu evacuata. Alle 4 del pomeriggio, l’isola cadeva nelle nostre mani e tutto ciò che contenevano i magazzini di provviste per le galere fu dichiarato di buona preda.

Bonaparte fece allora stabilire, di fronte alla Maddalena, una batteria che guarnì di un obice e di due pezzi da 4. Aiutò egli stesso i suoi soldati a stabilire i trinceramenti e i parapetti e, grazie alla sua attività e al suo esempio, tutti i lavori erano terminati all’una del mattino. I suoi pezzi dominavano il porto, il villaggio e persino le batterie della Maddalena. Ma la Maddalena è meglio difesa di San Stefano. 150 uomini del reggimento di Courten, comandati dal luogotenente Barmann, e circa 300 miliziani sono decisi a difendervisi bene. La città stessa è fiancheggiata da due batterie che sbarrano coi loro fuochi l’ingresso del porto dove stazionano le mezze galere.

Il 24, Bonaparte apre il fuoco sulla Maddalena. Allo stesso modo in cui aveva scavato per costruire le piattaforme della sua batteria di San Stefano, allo stesso modo punta i suoi pezzi. Il bombardamento durò tutta la giornata. L’effetto morale fu immenso; gli abitanti della Maddalena fuggirono a cercare riparo tra le rocce con la guarnigione impaurita, sicché non restava più nessuno per servire le batterie nemiche.

Bonaparte si accontentò di puntare delle bombe vuote al fine di spaventare solamente gli abitanti suoi compatrioti, oppure non poté lanciare che proiettili vuoti e inoffensivi alla vista dei quali gridò al tradimento? O ancora, non inviò di sua mano che una sola bomba che colpì la chiesa e fu venduta dalla parrocchia, nel 1832, per 30 scudi? Non si sa. Nasica, la cui cronaca tiene a volte della favola, dice che «Napoleone aveva avuto la precauzione di inviare le bombe nei dintorni della città, al fine di causare il minor danno possibile; voleva intimidire gli abitanti per indurli a capitolare, ma non aveva alcuna voglia di far loro del male»; Colonna-Césari, che non cita che una volta il nome di Bonaparte nella parte delle sue Memoires relative al contrattacco della Maddalena, parla laconicamente della «bomba che aveva fatto fuggire tutti gli abitanti del villaggio».

Il meglio è riferirsi a Napoleone stesso. Nella sua lettera del 2 marzo al ministro della guerra, egli assicura di aver inviato, il 24 e il 25 febbraio, bombe e palle rosse sulla Maddalena, di aver appiccato il fuoco al villaggio, demolito parecchie case, incendiato un cantiere di legname, smontato e ridotto al silenzio le batterie dei due fortini.

Da due giorni, la pioggia non cessava di cadere; il vento soffiava con una violenza particolare alle Bocche di Bonifacio. Non vi era legna nei dintorni, né effetti di accampamento negli approvvigionamenti; occorse passare la notte senza riparo contro l’acqua e il freddo, con un po’ di pane per tutto nutrimento; Bonaparte dovette mangiare senza sale un pezzo di capretto che Costa di Bastelica era riuscito a trovare.

La sera del 24, Césari convocò in un consiglio di guerra, nel magazzino di San Stefano, tutti gli ufficiali, compresi quelli della corvetta. Si stabilì che l’assalto sarebbe stato dato l’indomani contro la Maddalena. Fin dal far del giorno, ci si doveva imbarcare sulle gondole del convoglio, marciare sul villaggio e prendere le due cattive batterie che lo difendevano. Allo stesso tempo, la corvetta avrebbe operato contro le mezze galere e proceduto a un simulacro di sbarco su un altro punto della costa. Non appena questa risoluzione fu comunicata alle truppe corse, queste esultarono di gioia; la cannonata aveva risvegliato il loro coraggio e la precisione delle batterie di Bonaparte aveva fatto nascere molte speranze.

Colonna-Césari subiva la volontà dei suoi subordinati. A Bonifacio, si era disinteressato delle truppe che doveva condurre; aveva fatto vela e non si era per un istante preoccupato di sapere se fosse seguito dai suoi stessi soldati. L’attitudine dei Bonifacini aveva da sola determinato la partenza dei volontari. All’arrivo a San Stefano, le operazioni erano state dirette, quasi contro la sua voglia, da Quenza e Bonaparte. Sentiva il suo prestigio cancellato dall’attività e dall’ambizione dei suoi sottordini. Il consiglio di guerra, che aveva riunito la sera del 24, non doveva che mascherare le sue esitazioni. Gli eventi stavano per denunciare questa situazione nella quale Césari si dibatteva così faticosamente.

Gli equipaggi non condividevano l’entusiasmo, tardivo senza dubbio, ma reale, dei volontari corsi. Avevano paura, quei contadini di Provenza, che non avevano di marinaio che il nome; quei sanculotti, strappati alle loro terre, avevano la nostalgia del loro paese ed erano meno desiderosi di gloria e di combattimenti che avidi di discorsi rivoluzionari. Si immaginavano che l’isola della Maddalena fosse popolata da migliaia di nemici, che proprio recentemente erano stati riforniti di viveri e munizioni. Parlavano di pericoli fantastici che li circondavano e li minacciavano; temevano di morire lontano dal campanile del loro villaggio. E, mentre discorrevano sulle dolcezze di una vita tranquilla e sull’inutilità di conquistare qualche isolotto roccioso, i loro ufficiali, pieni di viltà, ascoltavano questi propositi fiacchi con orecchio indulgente.

Verso mezzanotte e mezza, Colonna-Césari fu avvertito che la Fauvette, ancorata di traverso all’isola di Caprera, manovrava per partire. Césari, che aveva per un istante lasciato il bordo, riguadagnò la corvetta accompagnato dai suoi dodici gendarmi. Diede loro la consegna di non allontanarsi sotto alcun pretesto dalla sua camera, dove conservava il tesoro della truppa, poi chiamò il pilota Santo Valéri, di Bastia, e fece volgere la nave di fronte alle mezze galere nemiche. Prese queste precauzioni, riunì sul ponte gli ufficiali della squadriglia e chiese loro il motivo della grave colpa di indisciplina di cui gli era stato riferito. Essi risposero che gli equipaggi volevano la ritirata immediata e che, essendo la loro volontà sovrana, occorreva inchinarsi davanti ad essa.

Césari parve turbato e, senza insistere, scese a coricarsi nella sua camera situata presso la santa barbara. Verso le 7, un giovane mozzo venne a chiedergli, a nome dell’equipaggio, di salire sul ponte. Il comandante in capo della spedizione si arrese a questo ordine dei marinai. Li trovò radunati e cominciò a discutere con loro dell’atto di insubordinazione che stavano commettendo. Ma gli mancava quella convinzione che rende gli uomini eloquenti; le sue parole e le sue minacce furono vane. «Tra poche ore», disse, «la bandiera sventolerà sulla Maddalena». I marinai presero un’attitudine sdegnosa, non avevano più fiducia nel loro capo. Allora Césari ebbe un gesto infelice che finì di perderlo; si avvicinò a un barile di polvere e, con voce rotta dall’emozione, esclamò: «Una parola mia e la corvetta salta!». Nessuno si mosse; Césari aveva già dato troppe prove di pusillanimità perché i suoi soldati lo credessero un solo istante capace di un simile sacrificio; allora Césari scoppiò in lacrime, sprofondava nel ridicolo.

Goyetche fece finta di inchinarsi davanti alle circostanze e chiese allora all’equipaggio di tradurre la sua volontà con un voto: «Coloro che vogliono proteggere la ritirata», disse, «e salvare i loro fratelli di San Stefano si portino a tribordo! Che gli altri restino a babordo!». La maggioranza si portò a babordo. E Césari, vinto, prigioniero dei suoi stessi uomini, dovette dettare ad alta voce l’ordine della ritirata. Non ebbe nemmeno il tempo di ordinare che si portasse soccorso alle sue truppe di terra. I marinai gli strapparono l’ordine dalle mani e, accompagnati da un ufficiale di bordo, andarono a portarlo alle truppe di Quenza.

«Caro Luogotenente Colonnello», vi era detto, «la circostanza esige che l’armata si metta subito in movimento e pensi alla ritirata. Manterrete da parte vostra tutto il contegno possibile. Farete gettare in mare gli effetti di guerra che non potrete far imbarcare e, non appena giunto sul convoglio, verrete a mettervi sotto la protezione della fregata, affinché le mezze galere non possano offendervi. In una crisi così grave, esorto l’armata e voi, a mostrare prontezza e destrezza, come vi ho detto».

Ricevendo questo ordine, il capitano Ricard, Quenza e Bonaparte furono stupefatti; non comprendevano questa decisione del loro capo che li fermava al momento di afferrare la vittoria e quando il nemico rinunciava a contenderla.

Bonaparte soprattutto, ardente e giovane, aveva la rabbia nel cuore. Rifiutava di eseguire gli ordini, che aveva appena ricevuto da Quenza, di fare i suoi preparativi per la ritirata.

Infine la volontà di Césari si eseguì. Ma la truppa impressionabile dei volontari che, solo un istante prima, rifiutava di lasciare la riva sarda, si precipitò tutto a un tratto e senza ragione, nel più grande disordine, verso il lido alle grida di: «Si salvi chi può!». I pezzi d’artiglieria, un mortaio e due cannoni dovettero essere abbandonati, e il mortaio, che porta la cifra di Luigi XVI, si trova oggi al bastione detto della Maddalena, ad Alghero, in Sardegna.

La fuga era stata così disordinata che ci si dimenticò di avvertire della partenza la compagnia di granatieri del 52° reggimento di fanteria. Occorse il devozione dei capitani Pierre Peretti e Gibba per andare a cercare gli uomini del distaccamento francese che erano stati dimenticati in territorio nemico e imbarcarli uno ad uno sulle feluche[1]. Era mezzanotte. La squadriglia fece rotta su Santa Manza, dove arrivò alle 8 del mattino del 27 febbraio.

Durante la notte, incidenti deplorevoli si rinnovarono a bordo. La compagnia dei granatieri minacciò di impiccare Césari, sotto pretesto che avevano dovuto abbandonare la vittoria senza essere stati costretti dal nemico. La sorte della spedizione era stata misera; non si seppe tuttavia far altro che complimentarsi a vicenda. Gli ufficiali di bordo offrirono a Césari «un certificato esatto di ciò che era accaduto a bordo», e questi affermò che non li considerava come uomini senza onore. Inoltre, aggiunse Césari, «l’equipaggio, l’ho visto ben subordinato alle manovre; non è stato vigliacco e insubordinato che per voler andarsene e costringere alla ritirata».

Così terminava il contrattacco della Maddalena. Bonaparte vedeva con stizza i suoi progetti ambiziosi fallire. Aveva sperato di potersi distinguere; eventi sfortunati avevano dissipato i suoi sogni. Aveva dunque dispiegato invano la sua attività dal suo rientro in Corsica? Aveva dunque tanto intrigato, per la sua elezione al grado di luogotenente colonnello, solo per partecipare a una spedizione vergognosa? Non poté fare a meno di esprimere tutti i suoi rimpianti a Césari. Questi gli voltava la schiena. «Non mi capisce!» esclamò Bonaparte, e continuò a mormorare contro quel bel cavallo di battaglia che non aveva saputo condurre i suoi soldati che a una rotta davanti a un nemico immaginario.

Siccome non cessava di congratularsi riguardo a questa vergognosa avventura, Bonaparte non rifiutò di firmare la «dichiarazione dei differenti corpi d’armata», dove gli ufficiali corsi «si felicitavano di dover sempre conservare dello zelo e del patriottismo di Césari l’opinione che avevano sempre avuto».

Ma il 1° marzo, a Bonifacio, con la sua decisione ordinaria, Bonaparte redasse colpo su colpo un progetto d’attacco e due memorie: l’una sulla necessità di rendersi padrone dell’isola della Maddalena, e l’altra su un nuovo attacco della Maddalena. Quest’ultima portava in appendice degli ordini precisi per l’esecuzione delle operazioni.

Bonaparte stimava che l’ingiuria fatta all’onore francese dovesse essere riparata, che si dovesse ritornare in Sardegna, riprendere i pezzi d’artiglieria che si erano dovuti abbandonare e «lavare agli occhi dell’Italia intera la macchia che ci si era fatti». Occorreva, diceva Napoleone, formare un convoglio di gondole leggere e di imbarcazioni a remi, che, sotto la protezione di una corvetta e di una fregata, trasportassero le truppe. Si sarebbero distaccate in seguito due scialuppe cannoniere per intercettare ogni comunicazione tra le isole e la Sardegna, mentre altre due sarebbero andate a combattere le mezze galere. Egli stimava a 1.000 uomini l’effettivo del corpo di sbarco, ossia 500 uomini d’infanteria e 500 volontari; giudicava inoltre necessari un equipaggio d’artiglieria da campagna e un equipaggio d’artiglieria d’assedio. Mentre 200 uomini sarebbero sbarcati nell’isola di San Stefano e vi si sarebbero trincerati, altri 800 avrebbero attaccato il villaggio della Maddalena in due colonne formate nel punto in cui sarebbero sbarcati. Infine la batteria d’assedio sarebbe stata stabilita a San Stefano, di fronte alla Maddalena, e avrebbe bombardato il villaggio al fine di «far ballare» gli abitanti. La speranza segreta di Bonaparte, sottoponendo questi progetti ai poteri pubblici, era di ottenere il comando di questa spedizione per la quale reclamava un ufficiale che conoscesse perfettamente il terreno, istruito dall’esperienza e capace di combinare gli sforzi della flotta con quelli dei distaccamenti delle differenti armi del corpo di spedizione.

Bonaparte disimpegnò in seguito la sua responsabilità e quella degli ufficiali del suo battaglione. Prendeva un’iniziativa alla quale non aveva diritto, avendo servito solo sotto gli ordini di Quenza. Devoto alla causa di Paoli e di Césari, questi manteneva prudentemente il silenzio. Bonaparte lo ruppe senza esitazione, con l’energia che aveva mostrato durante la sua intervista tempestosa con Paoli a Corte. Inviò il 2 marzo, al ministro della guerra, una protesta contro «l’abbandono» dell’isola della Maddalena.

Nulla era stato preparato per aiutare nel successo i veri patrioti. Siamo partiti, disse Bonaparte, «sprovvisti assolutamente di tutto ciò che è necessario per una campagna; abbiamo marciato senza tende, senza vestiti, senza cappotti e senza treno d’artiglieria, affidandoci interamente a colui che comandava». E tuttavia, il 22 febbraio, sbarcavamo in terra nemica, nonostante la «resistenza vana» dei Sardi. Se, in quel momento, aggiungeva, «si fossero inviati gli effetti necessari per costruire una batteria di fronte al villaggio della Maddalena, e se, all’inizio della notte, si fosse tentata la discesa, è molto probabile che avremmo compiuto prontamente l’oggetto della nostra missione; ma si è perso il momento favorevole che, in guerra, decide di tutto». Si era luttato quattro giorni contro le intemperie, nella spogliazione più completa; l’artiglieria aveva incendiato un cantiere di legname, demolito ottanta case, messo fuori servizio l’artiglieria nemica, e, mentre i volontari occupavano un «posto vantaggioso» e la vittoria era vicina ad essere colta, Colonna-Césari dava l’ordine di ritirarsi prontamente. Abbiamo obbedito, diceva terminando Bonaparte, ma con il cuore pieno di «confusione e dolore. Ecco il racconto fedele, Cittadino Ministro, di questa vergognosa spedizione. Abbiamo fatto il nostro dovere e gli interessi come la gloria della Repubblica esigono che si ricerchino e che si puniscano i vigliacchi o i traditori che ci hanno fatto fallire».

Bonaparte era senza pietà per i capi della spedizione e per coloro che l’avevano preparata. In seguito a questo scacco, il colonnello Colonna-Césari cadde nel più profondo discredito. I suoi uomini lo avevano chiamato il «Piagnone» (le Pleureur), in ricordo dei tristi eventi del 25 febbraio, Salicetti lo battezzò, per derisione, col soprannome di «Eroe della Maddalena».

Solo, Paoli sostenne il suo protetto. Scrisse al ministro della guerra che «la defezione dell’equipaggio della Fauvette aveva messo le guardie nazionali corse nella necessità di ritirarsi al momento in cui erano decise a tentare con coraggio la presa definitiva delle isole»; che «Césari era tanto coraggioso quanto patriota», e che, «senza la prigionia alla quale l’equipaggio l’aveva ridotto, sarebbe perito prima di abbandonare il campo di battaglia».

Eventi più importanti stavano per reclamare imperiosamente tutte le energie del popolo francese e del Potere esecutivo, sicché si perderà presto di vista questa infelice spedizione e ci si dimenticherà di stabilire le responsabilità di coloro che la condussero.

Quanto a Bonaparte, serbò a lungo il ricordo di questa avventura. Ricorderà nel 1794, nei suoi stati di servizio, che egli «comandava un battaglione alla presa dell’isola della Maddalena». All’inizio delle sue Memorie sulla guerra d’Italia, menziona questo contrattacco che comandava Colonna-Césari. Anche a Sant’Elena, dirà che fu in Sardegna che vide il fuoco per la prima volta. Ma manterrà sempre il silenzio sul ruolo che giocò. Bonaparte era un subalterno; aveva dovuto assistere a una rotta vergognosa, come spettatore impotente; aveva dovuto lasciare nelle mani del re di Sardegna il mortaio che aveva puntato di sua mano; non era uomo da non serbare inguaribile una simile ferita al suo amor proprio. Non doveva mai perdonare una cosa simile a Césari e a Paoli.

[1] «Noi, ufficiali, sottufficiali e volontari serventi nel 2° battaglione del 52° reggimento, certifichiamo che l’infame Césari, comandante in capo delle truppe impiegate nel contrattacco della Sardegna, avendo effettuato il progetto di lasciare alla mercé del nemico, nell’isola di San Stefano, la 2ª compagnia dei granatieri del 52° reggimento, il cittadino Pierre Peretti fu uno di quelli che contribuirono maggiormente a forzare quest’uomo tanto vigliacco quanto scellerato a rinunciare a questo disegno atroce; che l’abbiamo visto accorrere con premura al soccorso dei suoi fratelli d’arme sulla feluca della Repubblica, comandata dal capitano Gibba e che egli servì allora a salvare questa compagnia, la cui conservazione è dovuta alle sue cure, al suo zelo e al suo civismo. Al porto della Montagna, 27 piovoso anno III. URBAIN, sottotenente; SÉBASTIEN, ufficiale; DUBUISSON, caporale furiere; HUSQWN, capitano; RivAL, sottotenente; BOUSSARD, sergente; RICARD, capitano; GALLAND-FAYARD, capitano; MERUER, granatiere; TACONNET, caporale furiere; MAZAT, CADOL, LATOUCHE, sergenti; ARNOUX, sergente; GEORGE». (Arch. dép).

Cartina battaglia La Maddalena 1793, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Denis Auguste Marie Raffet, Napoleone a Santo Stefano
Felucone, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Napoleone 1793
Napoleone Bonaparte nel 1793, di Philippoteaux - 1835
Une delle bombe "di Napoléone" presso il Municipio di La Maddalena, coll. Antonio Frau
Millelire e Zonza
Lancione di Millelire, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Per Dio per il Re vincere - morire

XIV.

Il tenente colonnello de Sailly e la guarnigione dell’isola di San Pietro. Arrivo della flotta spagnola. — Capitolazione del 25 maggio. — Trasporto della guarnigione a Barcellona.

Truguet aveva sempre considerato la penisola di Sant’Antioco e l’isola di San Pietro come la sua vera base d’operazioni. Da Sant’Antioco poteva imboccare, infatti, la strada per Iglesias e, per giungere a Cagliari, avrebbe certamente seguito questa via storica se non avesse pensato di poter forzare l’attacco con qualche possibilità di successo. Dopo la triste fine della sua spedizione, obbligato a trasferirsi su un nuovo teatro di guerra, egli non dimenticò affatto l’isola di San Pietro.

Prima della sua partenza, diede ordine ai vascelli l’Apollon e il Généreux di trasportare in quell’isola i due distaccamenti del 26° e del 52° reggimento che erano stati imbarcati ad Ajaccio, insieme ai pezzi di cannone da 8 e da 18 necessari.

Le istruzioni di Truguet lasciavano al tenente colonnello de Sailly la cura di provvedere, insieme al capitano del genio Ravier, a tutte le incombenze della difesa. L’ammiraglio attirava l’attenzione sui punti da fortificare in ragione della loro posizione importante: i forti Catarina-Vittoria e la torre di Calasetta, che permettevano di incrociare i fuochi sulla rada.

Sailly, minacciato da Camurati, che si era stabilito a Ponte Sant’Antioco e nel Sulcis, trasformò la penisola in una vera cittadella. Sbarrò con dei trinceramenti la stretta striscia di terra che la univa alla Sardegna e vi pose 400 uomini di guarnigione. Poi, avendo reso impossibile ogni attacco dal Ponte di Sant’Antioco, organizzò la difesa dell’isola di San Pietro, conformemente agli ordini di Truguet. In vista di Carloforte e di Calasetta, e per sorvegliare la rada, erano ancorati il Richemont e alcune scialuppe cannoniere. Sulla costa est dell’isola di Piana era stata costruita una batteria di due pezzi. L’isola di San Pietro possedeva essa stessa due batterie: l’una di mortai nella torre di San Vittorio, a sorveglianza dell’ancoraggio, l’altra di due pezzi a sbarramento del passaggio sud, incrociando i fuochi con la batteria di Calasetta, nella penisola di Sant’Antioco. Infine, sulla costa nord-est di quest’ultima, un’altra batteria era rivolta verso la Sardegna.

Quattordici artiglieri di Ajaccio e quattordici cannonieri della marina servivano i dodici pezzi da campagna da 4 e da 2 e il mortaio da 12 pollici che erano a disposizione del tenente colonnello.

In mare, le disposizioni erano le seguenti: la rada di Carloforte era sorvegliata dal Richemont; la fregata Hélène sorvegliava il golfo di Palmas, con la missione di battere, all’occorrenza, con il suo fuoco il ponte che univa Sant’Antioco alla terraferma. In tal modo, de Sailly poteva agevolmente far fronte ai corsari e a Camurati.

I suoi approvvigionamenti gli permettevano inoltre una resistenza piuttosto lunga. Aveva equipaggiamenti da campo per tre mesi, sei barili di scarpe, sei balle di camicie e una somma di 60.000 lire per pagare il soldo alle truppe e far fronte alle spese che l’acquisto di alcuni materiali per la difesa delle batterie avrebbe potuto comportare.

La decisione presa da Truguet e Latouche di mantenere l’isola di San Pietro fu approvata a Parigi, ma non si sarebbe tardato a dimenticare il malaugurato distaccamento. Il 14 marzo 1793, Sailly riferiva al ministro che la sua situazione sarebbe stata insostenibile entro due mesi.

I commissari Delcher e Lacombe-Saint-Michel, a loro volta, si preoccuparono della sorte che si stava preparando per la guarnigione di San Pietro e, il 13 maggio, scrissero al ministro della guerra:

«Si sono lasciati all’isola della Libertà, ex isola di San Pietro, 700 uomini dei reggimenti 26° e 52°. I commissari in Corsica si erano accordati con il generale Biron per farla dare il cambio e condurla in Corsica; ma il generale Biron, avendo incontrato a Tolone i contrammiragli Truguet e Latouche, questi ultimi diedero molta importanza al lasciare a San Pietro questa guarnigione e, in qualche modo, lo diffidarono dal cambiare nulla alle loro disposizioni finché non avessero riferito al Potere Esecutivo. Da allora, nulla è cambiato nella loro sorte; abbiamo ricevuto lettere dell’ufficiale che comanda. Egli chiede con insistenza di ricevere il cambio. Non ha potuto mantenersi a San Pietro, si trova all’isola di Sant’Antioco. La malattia si è diffusa nel suo distaccamento e pensiamo che sarebbe molto opportuno far rientrare in Corsica questa guarnigione, che perirà se non sarà fatta prigioniera, tanto più che è interamente priva di comunicazioni con il continente e senza alcun mezzo per difendersi. È assai spiacevole per la cosa pubblica che degli ufficiali generali, avendo compiuto una spedizione pessima e sfortunata, vogliano sostenere la loro opinione sacrificando in pura perdita 700 uomini eccellenti, tratti dalle guarnigioni corse dove sarebbero così necessari».

In quel momento, in effetti, si sarebbero potuti impiegare più utilmente contro la cittadella di Ajaccio, tenuta allora dalle guardie corse, «che disconoscono apertamente l’autorità nazionale». Davanti a queste necessità urgenti, i rappresentanti del popolo inviati in Corsica riferirono che, il 23, avevano spedito a Sailly l’ordine di rientrare in Corsica. Questa decisione era loro dettata dal desiderio di sottrarre il corpo d’occupazione a una «epidemia distruttiva» e perché avevano appreso da una nave svedese che le flotte della Spagna si stavano dirigendo verso Cagliari.

Il 20 maggio, infatti, una squadra spagnola, forte di ventiquattro vascelli e sei fregate, apparve nel golfo di Palmas, dove gettò l’ancora. La comandava l’ammiraglio Francesco Borga, marchese di Cammarellos. L’Hélène, colta di sorpresa, dovette ammainare la bandiera.

Camurati, non avendo più nulla da temere dai cannoni di quest’ultima, si propose di attraversare il ponte di Sant’Antioco e di attaccare vigorosamente i trinceramenti delle nostre truppe.

Era il 21. Sailly dovette battere in ritirata e, nonostante la cavalleria sarda, non perse un uomo; era riuscito a «ingannare la vigilanza del nemico». Aveva fatto inchiodare tutti i cannoni e disperdere le munizioni, poi, marciando tutta la notte, era giunto a Calasetta, dove era riuscito a imbarcare tutta la sua gente per San Pietro.

Il 23, tutti i vascelli spagnoli circondarono l’isola; il Richemont dovette arrendersi.

Il 25 maggio, l’intera squadra ancorò nella rada di Carloforte e si preparò per l’attacco dell’isola, che doveva aver luogo l’indomani.

All’una del mattino del 26, un parlamentare spagnolo si presentò al tenente colonnello de Sailly; era portatore di una lettera contenente l’intimazione del comandante della squadra.

«Sentii — dice Sailly — l’impotenza in cui mi trovavo di resistere su un poggio di sabbia, senza altra forza che una batteria eretta in fretta, contro quasi 1.800 bocche da fuoco, le truppe da sbarco degli spagnoli e i sardi riuniti». Il comandante francese riunì allora gli ufficiali e fece leggere ai soldati l’intimazione appena ricevuta. Chiese poi che gli fossero riferiti i desideri di tutti tramite dei deputati nominati a tale scopo. Tutti furono d’accordo sul punto che ogni «resistenza era inutile, poiché la loro morte non sarebbe servita a nulla alla patria, e che bisognava arrendersi alle condizioni onorevoli che si potevano ottenere».

Di conseguenza, il Tenente Colonnello de Sailly si sottomise alle seguenti condizioni di Sua Maestà Cattolica:

1. Perseverando il Re e la nazione spagnola nei sentimenti di umanità che hanno sempre professato verso i loro nemici, come è noto nel corso della storia, acconsento, in nome di Sua Maestà Cattolica, che il comandante della marina, con le sue truppe e il suo equipaggio, lasci la fortezza sull’isola di Saint-Pierre, dove risiede, e che lo faccia con tutti gli onori militari, a condizione che lui, le sue truppe e il suo equipaggio lascino tutte le armi nella fortezza e salgano a bordo delle navi del Re come prigionieri di guerra, senza tuttavia che alcun ufficiale, soldato o chiunque altro venga privato dei propri beni, nel rispetto dei diritti di proprietà.

2. Lo stesso vale per il comandante e le truppe di terra francesi di stanza al castello e per tutti coloro che sono sotto il comando delle suddette truppe.

3. Tutta l’artiglieria, tutti i viveri e le forniture belliche e tutto ciò che appartiene alla Repubblica francese rimangono a disposizione di Sua Maestà Cattolica.

4. Tutti i prigionieri di guerra saranno trattati con riguardo a bordo delle navi del Re, come è sempre stato fatto per gli individui di questa classe caduti in mano spagnola.

5. A queste condizioni, la resa della fortezza alle truppe spagnole avrà luogo questa sera stessa.

La capitolazione sarà confermata da tutti i comandanti di terra e di mare, e ciascuno di loro potrà conservarne una copia.

A bordo del Royal Charles, nella rada dell’isola di Saint-Pierre, 25 maggio 1793.

Firmato: D. Francesco BORGA, Comandante.

Il comandante francese pregò di aggiungere che «il comune e la popolazione di San Pietro chiedevano di porsi sotto la speciale protezione del popolo spagnolo e che nessuno dei funzionari del municipio, nessuno cittadino, nessun sacerdote che aveva giurato [alla costituzione civile del clero], fosse turbato per aver aderito ai principi della nazione francese».

Borga firmò la richiesta del colonnello de Sailly con la semplice annotazione: «Accolto».

Il 26 maggio, l’intera guarnigione di San Pietro salì a bordo di navi spagnole e fu trasportata a Barcellona.

XV

CONCLUSIONE

Decisa in un momento in cui il Consiglio esecutivo si dibatteva a fatica tra gli imbarazzi finanziari, questa campagna segna una tappa verso le guerre di conquista. Senza dubbio l’idea di chiamare il popolo sardo alla libertà è formalmente espressa nelle istruzioni del Consiglio esecutivo, ma essa si perde tra considerazioni d’interesse. Diminuire le forze dell’avversario con tutti i mezzi che la guerra autorizza, occupare il suo territorio, impadronirsi del suo granaio, prendergli i buoi e i cavalli che sono necessari alla nostra armata delle Alpi: ecco i veri motivi dell’agire contro il re di Sardegna. Per ragion di Stato, era urgente fortificarsi a spese del nemico. Primo vivere. Il Consiglio esecutivo affermava energicamente questa ragione superiore dell’esistenza del suo governo e forniva a Carnot i primi elementi del suo rapporto sui principi in materia di annessione. La politica decide tutto, e tutto deve tacere davanti ai «grandi interessi della Repubblica». Ormai, la via era aperta a quel periodo di guerre che non si sarebbe chiuso che nel 1815. L’invio della spedizione in Sardegna segnava l’inizio di questo sforzo prodigioso della Convenzione in cui la guerra era necessaria per salvare la Repubblica dalla congiura dei re.

La spedizione non fu che una vergogna, ma una vergogna a metà cancellata dalla distanza e che ciascuno cercò di scusare con abilità. Meglio valeva, del resto, serbare il silenzio su questa triste faccenda, e non mostrare alla luce del sole l’imprevidenza e l’imperizia di Truguet, il malvolere di Paoli, la pusillanimità dei capi militari, l’insubordinazione delle truppe e l’incuria dell’amministrazione. La maggior parte delle responsabilità ricadeva su Truguet e su Paoli. Le spedizioni lontane devono essere studiate con cura; il loro piano, stabilito da tempo, non può lasciare nulla all’imprevisto.

La sventatezza di Truguet non si conciliava con idee mature. Egli partì per Cagliari con lo stato d’animo di chi va a «raccogliere un cavolo in un giardino», secondo l’espressiva parola di Césari. Mai Truguet ha pensato a preparare l’impresa di cui è il capo; in nessun momento ne ha avuto la concezione netta. Egli non fu che il giocattolo degli eventi. Dopo aver stabilito che tutte le forze navali avrebbero preso parte alla spedizione, Truguet ammette di poter distaccare una divisione a Napoli senza inconvenienti. Era già un’imprudenza separarsi, anche momentaneamente, da una parte delle sue forze; Truguet avrebbe fatto di peggio. Su semplice invito di Peraldi, abbandona sulle coste della Provenza il suo corpo di spedizione e fa vela per la Corsica; dimenticava che i venti, che possono già isolarlo da Latouche-Tréville, possono essergli tanto sfavorevoli da impedire al convoglio dei volontari di ricongiungersi a lui. È vero, ed è già verso la metà di dicembre, che Truguet non ha ancora alcuna idea della spedizione: «Egli mi manda a dire — scrive il 13 dicembre Aréna al ministro degli affari esteri — che sta per partire per Ajaccio con due vascelli per imbarcare le truppe che gli fornirà il dipartimento della Corsica e per attendervi quelle che deve inviarvi il generale d’Anselme; mi annuncia che, nel caso in cui queste ultime tardassero troppo a recarsi ad Ajaccio, inizierebbe ad agire con quelle che trarrebbe dalla Corsica».

Arrivato solo ad Ajaccio, obbligato a prendere una decisione dopo la scaramuccia del 18 dicembre, decide che un doppio attacco sarà diretto contro Cagliari, da una parte, e la Maddalena, dall’altra. Poi, senza aver ancora riunito le sue truppe di sbarco, si dirige verso la Sardegna. Decide allora di stabilirsi saldamente a San Pietro, al fine di poter prendere la strada per Iglesias e aggirare le difese della capitale da nord; abbandona questa risoluzione per tentare un colpo di mano, fallisce nel suo tentativo e si vede ridotto ad attaccare metodicamente la piazza combinando le sue operazioni per terra e per mare.

Poco mancò che non riuscisse, e avrebbe forse conquistato degli allori facili senza quella vergognosa panica a cui erano fatalmente votati quegli elementi di cui Truguet non aveva mai saputo giudicare il valore. Egli commette l’errore funesto di lasciare le coste della Provenza senza essere accompagnato dal convoglio dei volontari. Perde ad Ajaccio un tempo prezioso; si imbarazza in preparativi d’ordine secondario che erano compito dei suoi ausiliari, e dimentica di chiedere energicamente che i volontari provenzali siano epurati da tutti i loro elementi di indisciplina; sarebbe comunque rimasto un numero sufficiente di uomini ben temprati per aiutare le truppe di linea a riportare la vittoria. Servan non diceva forse che bisognava prima di tutto sostituire nei volontari il fanatismo con la disciplina e l’esaltazione con il patriottismo? Quando si parla della Francia, capi e soldati si comprendono. Truguet avrebbe dovuto agire direttamente su d’Anselme, che si disinteressava fin troppo di questa spedizione.

Truguet sapeva bene che non si improvvisa un’armata capace di vincere e che le spedizioni d’oltremare richiedono, per riuscire, soldati disciplinati e dotati di un eccellente spirito militare. Egli non conosceva nemmeno i capi che avrebbero cooperato alla spedizione. Poteva ammettere che Colonna-Césari fosse nominato al comando del contrattacco della Maddalena? Bisognava conoscere ben poco le cose della povera Corsica per cercare di trarne tutte le risorse militari che pensava e soprattutto per fare affidamento su Paoli.

Il vecchio eroe corso aveva il più profondo disprezzo per coloro che dirigevano questa spedizione. L’incapacità di Truguet e dei suoi ausiliari lo colpiva; d’altra parte, non nascondeva la sua avversione nel vedere i Francesi portare le armi contro l’isola-sorella. Ebbe l’intuizione di poter agire a modo suo giocando d’astuzia; preparando il fallimento dell’attacco alla Sardegna, si vendicava in modo eclatante degli Aréna e dei clubisti di Provenza, che erano stati la causa per cui non gli era stata affidata la direzione delle operazioni. Sentiva che Truguet non aveva idee ferme e che le sue istruzioni imprecise e vaghe non toccavano mai le realtà; che non aveva né il vigore, né la chiarezza di vedute di un uomo d’azione energico.

Questa mancanza di direzione aveva colpito Paoli; portato per il comando, politico accorto, sentiva vivamente questi difetti del comando. Egli aveva coscienza dello scompiglio in cui si dibatteva faticosamente Truguet. Tenuto per sospetto, e a ragione, dal Consiglio esecutivo, ferito dal credito che si accordava ai suoi nemici personali, percependo l’impotenza di tutti coloro che si occupavano dell’impresa, il generale corso si trincerò dietro l’inazione e accolse gli ordini con una sorda ostilità. La sua attitudine ebbe conseguenze fatali sull’esito dell’impresa.

Paoli, che godeva di un’influenza considerevole in Corsica e in Sardegna, non ha mai voluto contribuire al successo delle nostre armi. Nessuna scusa potrebbe giustificare il suo silenzio; accettando gli incarichi di un generale francese, doveva accettarne tutte le responsabilità e, da quel giorno, si doveva corpo e anima alla sua patria. Vi è in lui una restrizione mentale colpevole e machiavellica. I suoi nemici non mancheranno di fargli colpa del suo silenzio e della sua attitudine, e ne approfitteranno per perseguitarlo. Ma si possono forse biasimare, conoscendo gli eventi che seguirono? Si avrà sempre il diritto di rimproverare a Paoli di non aver messo tutte le sue conoscenze al servizio della Convenzione, che lo aveva colmato di onori. Paoli, che meglio di Truguet conosceva l’indifferenza del popolo verso il re di Piemonte, sapeva anche quale fosse l’influenza delle sue parole. Il suo intervento avrebbe potuto, meglio dei migliori proclami, trionfare dell’irrisolutezza dei Sardi. Non fece nulla, ancora meno fecero gli agenti che aveva scelto.

Paoli sapeva anche che una spedizione come quella di Sardegna doveva essere un colpo di mano; bisognava agire contro Cagliari con audacia e rapidità. Mai fece sospettare a Truguet il suo modo di vedere; anzi, creò difficoltà ovunque, addusse pretesti di impossibilità e di lentezze necessarie, e arrivò a complicare tutto al fine di rallentare tutto. «La licenza degli equipaggi — disse — e i crimini del 18 dicembre mi obbligano a tanti riguardi nocivi alla prontezza della spedizione!».

Truguet si lasciava prendere nelle reti che Paoli aveva abilmente teso. Non era uomo da sbrogliare la situazione.

Che dire infine dell’insistenza di Paoli nel chiedere Colonna-Césari come generale? Non mancavano ufficiali che avessero fatto la guerra, in possesso del carattere e del valore necessari, ma essi avevano troppo carattere per essere accessibili all’intrigo. Paoli voleva che un incapace facesse sì che tutta «la faccenda andasse in fumo». Gli occorreva un uomo il cui unico merito fosse di essere un partigiano devoto alla sua causa, e il cui unico talento fosse di comprendere a mezza parola tutto ciò che si esigeva da lui a Corte.

La cattiva qualità delle truppe, soprattutto l’indisciplina dei Marsigliesi, avrebbe aiutato meravigliosamente alla realizzazione dei desideri di Paoli. I volontari erano certamente delle truppe assai mediocri e i loro capi non valevano molto di più; ciò nonostante, se fossero stati inquadrati da reggimenti di linea più numerosi, se fossero stati epurati dai loro elementi peggiori, sarebbe stato possibile trarne un partito migliore e, in ogni caso, non arrivare fino alla sbandata vergognosa di Cagliari.

È su Truguet che ricade la grande responsabilità di non aver fatto nulla per assicurare una migliore disciplina nella falange marsigliese; è a lui che spetta la colpa di aver imbarcato senza discernimento quell’ammasso di manigoldi, per i quali non si era nemmeno curato di assicurare viveri e munizioni. Sarebbe stato necessario che Truguet fosse un generale raddoppiato da un amministratore capace di guidare Peraldi e di controllarlo.

Quest’ultimo, che aveva avuto la direzione dei preparativi, aveva portato nella sua missione la più grande imprevidenza. I viveri, invece di essere ripartiti su un certo numero di navi, furono ammassati su un solo bastimento senza cura per la loro conservazione, e già dalla metà di dicembre 1792, Aréna e Maurice richiamavano l’attenzione sul cattivo stato di questi approvvigionamenti. Non si è prevista né la fornitura di calzature né di effetti da campo; si sono persino dimenticate le munizioni, dirà Aréna al ministro della guerra: «I Marsigliesi non hanno affatto fucili. Non ve ne sono che 1.000 armati!».

«Non era — dice Casabianca — né nella stagione invernale, né con truppe di nuova leva che bisognava presentarsi in Sardegna; inoltre, i viveri non erano affatto in abbastanza grande abbondanza, poiché mi fu detto dal maggior generale della squadra che, se non avessi preso Cagliari in sei giorni, sarebbe bisognato andare a cercare viveri in Italia; inoltre, il denaro mancava; molte truppe chiesero prima di sbarcare, e con diverse deputazioni abbastanza sediziose, il pagamento degli arretrati di soldo che erano loro dovuti; non si poté pagarli, ne furono scontenti e servirono male. Avevo così poche munizioni che raccogliendo tutta la carta e le palle che si trovarono a bordo dei bastimenti della squadra, non potei procurarmi che 80.000 cartucce, del tutto insufficienti per andare ad attaccare un paese dove tutti sono armati. È vero che un bastimento della squadra ne era carico; ma fu gettato dalla tempesta sulle coste d’Italia e non ricomparve più. Questo inconveniente derivava, in verità, da un contrattempo che non si poteva assolutamente impedire; ma si poteva e si doveva prevederlo. È sempre dell’ultima imprudenza contare, per essere approvvigionati in tempo, su qualcosa di così incerto come il mare e i venti, soprattutto in inverno».

Non restava altro alla Convenzione che coprire la vergogna delle nostre armi. Il ministro della guerra si limitò a dare lettura alla Convenzione di questa lettera di Truguet: «I marinai della squadra della Repubblica, dopo la conquista di Nizza e di Villefranche, dopo aver vendicato a Napoli la Francia oltraggiata e innalzato presso il nemico l’albero della Libertà, quando si aspettavano infine di essere ricompensati dei loro lavori e delle loro fatiche dal successo della spedizione di Sardegna, si sono visti vilmente abbandonati dai soldati di bordo, che si sono fucilati gli uni con gli altri. Ho fornito al ministro della marina tutti i dettagli di questo evento, e l’ho pregato di sollecitare la vigilanza della Convenzione sui soldati che hanno tradito la Repubblica».

Sarebbe stato necessario cercare le responsabilità; ma la guerra che era appena stata dichiarata all’Inghilterra e le difficoltà della politica interna attirarono altrove le preoccupazioni del governo. L’occasione per noi di impadronirci della Sardegna era perduta, e la Corsica sarebbe presto passata nelle mani degli Inglesi grazie al tradimento di Paoli. L’opinione pubblica in Francia non avrebbe mancato di chiedere sanzioni, se la sua attenzione non fosse stata distolta dalle necessità imperiose della politica interna e da operazioni di guerra più importanti che avrebbero permesso alla Repubblica di imporsi all’Europa vinta e con vittorie sfolgoranti.

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