LA MADDALENA, CAPRERA, SANTO STEFANO

di Pasquale Cugia

1892

LA MADDALENA

Di quattro chilometri in linea retta è la massima distanza che separa il Parau da questo piccolo borgo, della cui importanza strategica il governo ha finalmente tenuto il dovuto conto, facendone, come è noto, il centro della difesa marittima delle coste tirreniche d’Italia.

Cenno storico

Il borgo è situato sulla riva meridionale dell’isola omonima; questa è esclusivamente granitica, come lo sono tutte le altre che compongono il gruppo che a giusto titolo è chiamato arcipelago.

Che tale gruppo fosse più o meno abitato nei tempi antichi è fuori di dubbio, come si desume dalle tombe e dagli altri oggetti romani che vi sono stati scoperti; nel Medioevo però sembra che non lo fosse più, a causa delle invasioni barbaresche. Comunque sia, il governo sardo non se ne occupò se non nel 1767, anno nel quale, essendo viceré Des Hayes, inviò alcune navi per prenderne possesso in nome del re.

Vi abitavano allora alcune famiglie di pastori di origine corsa, che volentieri si sottomisero al nuovo dominio e non tardarono ad allearsi con le famiglie pastorali della Gallura, alcune delle quali passarono nell’isola principale dell’arcipelago.

Si formò così una nuova popolazione che costruì un forte, con l’intento di premunirsi dalle invasioni barbaresche, e la chiesa; e, per quanto estese siano le relazioni e gli interessi con la Sardegna propriamente detta, essa ha sempre mantenuto un dialetto proprio, che sa di italiano corrotto, al pari del corso e del tempiese.

La nuova popolazione si dedicò in principio all’agricoltura; ma, essendo oltremodo scarse le risorse offerte dal suolo granitico e roccioso, si rivolse alla marina, che ne offriva di più ampie, specialmente per il contrabbando. Divenne così essenzialmente marittima, al punto che, quarant’anni dopo la sua fondazione, non si vedevano nel borgo, come anche fino a poco tempo fa, se non vecchi, fanciulli e donne, le quali sono ritenute piuttosto graziose.

Durante il periodo in cui la Corte rimase fuori di Torino, questa fu la residenza delle principali autorità marittime della Sardegna; e così incominciò a fornire alla Regia Marina buoni marinai e sottufficiali, nonché ufficiali che divennero superiori e anche ammiragli, come Ornano, Zicavo, Millelire, ecc.

Un altro grande sviluppo preso dalla Maddalena è dovuto alla lunga permanenza dell’ammiraglio Nelson con la sua flotta; durante quel periodo la località divenne un vasto e ricco emporio di merci inglesi. Il futuro vincitore di Trafalgar preferiva il Parau, e da lì sorvegliava i movimenti delle squadre francesi; si narra, a questo proposito, che egli avesse giurato di non lasciare la propria nave se non dopo aver schiacciato il nemico; perciò non sarebbe mai sbarcato alla Maddalena durante tutto il lungo periodo in cui rimase nelle sue acque. Secondo il Martini, la prima visita che vi fece ebbe luogo il 31 ottobre 1803.

Le tendenze marittime non furono smentite in seguito; e si può dire che gli uomini abili siano tutti marinai, al servizio del governo o imbarcati su navi mercantili. Fino agli ultimi tempi il borgo era la residenza prediletta degli invalidi e dei pensionati della marina, che si vedevano spesso radunati nella piazza presso il mare, a fumare la pipa e a raccontare le trepidazioni di lunghi e fortunosi viaggi o le gioie di un approdo tanto desiderato e di un abbraccio sognato.

Paese

Questa sede di compartimento marittimo era ben edificata fin da principio, quasi ad anfiteatro; ora, grazie alle opere fortilizie che vi sono state eseguite, si è ulteriormente abbellita, e sono state costruite nuove abitazioni, strade, piazze e banchine.

La chiesa è abbastanza bella; fu edificata con il ricavato di offerte private e con il concorso materiale di tutta la popolazione, che vi lavorò a turno; possiede una croce d’argento con il Cristo dorato e candelieri, anch’essi d’argento, il tutto donato da Nelson.

Su un’ampia spianata, distante un centinaio di metri dall’abitato, sorgono ora i palazzi del Comando locale e dell’Ammiragliato, nonché altri edifici ad uso di uffici e di alloggi; questa è ormai la piazza destinata a diventare il centro della Maddalena.

Fu aperta a forza di mine la tortuosa strada che conduce al passo della Moneta. Lungo la stessa, a Cala Chiesa, fu costruita la caserma, con annessi forni, o panificio a vapore, ricco di macchine perfezionate, e capace di fornire 14.000 razioni giornaliere.

Non lontano sorge l’ospedale militare, costruito secondo le attuali esigenze della scienza; proseguendo, a Cala Camicia, si trova l’arsenale, non ancora ultimato al momento in cui scrivo, aprile 1890, ma nel quale, tra l’altro, si vedono già gli scali presso cui sono ormeggiate o all’ancora torpediniere e rimorchiatori.

Verso Punta della Moneta furono costruite vaste officine, nelle quali funzionano già diverse macchine a vapore; altre officine dovranno ancora sorgere. Presso detta punta si trova la diga lunga 600 metri che congiunge ora la Maddalena a Caprera, in località Puntarella; essa fu lasciata aperta al centro per soli 25 metri, ma questo varco è superato da un ponte metallico girevole, diviso in due campate, che ha un’altezza libera in chiave di 4,50 metri sul livello medio del mare.

Porto

Nel piccolo seno denominato Cala Gavetta fu originariamente formato il porto della Maddalena; esso, non molto vasto, era tuttavia sufficiente ai bisogni della popolazione e sicuro, specialmente dopo che fu rimossa una roccia sottomarina che si trovava all’imboccatura. Nella piazza che lo prospetta vi era una piramide in pietra con sovrapposta una delle bombe lanciatevi nel 1793 da Napoleone Bonaparte, come si vedrà.

In seguito ai lavori di cui si è parlato, tutto è mutato e il porto è stato ampliato, soprattutto per la marina militare. La piramide fu demolita; la bomba si conserva nell’ufficio comunale, in attesa delle decisioni che prenderà il Consiglio.

Dintorni

Un tempo, sulla riva, sorgeva il forte Balbiano, e sull’eminenza che domina il paese un altro forte con caserma per la piccola guarnigione fornita dal Corpo Reale Equipaggi; esso è stato ora convenientemente riparato e vi è stato collocato il semaforo. Questa è la Guardia Vecchia, dove La Marmora stabilì uno dei suoi punti trigonometrici secondari, godendosi da lì un ampio orizzonte.

Attualmente l’isola può dirsi disseminata di forti, che non saprei né potrei indicare tutti, anche volendo; mi permetto solo di dire che vi sono alcune batterie nascoste, protette dalle colline e dai monti circostanti, che, mediante ingegnosi riflettori e telemetri, riproducono l’andamento e la posizione precisa delle navi nemiche in alto mare e permettono di puntare, quasi a colpo sicuro, le poderose bocche da fuoco di cui sono dotate.

Benché il suolo granitico non consenta un’estesa coltivazione, si allevano con successo viti, i cui prodotti offrono ottimo vino e anche uva passa.

Diverse famiglie continentali e sarde qui stabilitesi hanno creato alcune ville con giardini e belle coltivazioni; tra esse va ricordata quella dell’inglese Weber, che, oltre ad aver costruito un bel casino, ha formato un podere e un giardino quasi tropicale.

Vi fu attivata qualche cava di granito, del quale si fa anche esportazione; anzi il Lungotevere di Roma va in parte ad essere lastricato con tale pietra.

Antichità

Più volte sono state scoperte antichità, come tombe romane, stoviglie e monete, da cui si conferma quanto detto in principio. Così, oltre alle affermazioni degli agricoltori, ne scoprì il colonnello Millelire mentre costruiva una casa nel suo fondo denominato La Moneta; un altro proprietario, scavando i fossi per piantare una vigna a Cala Chiesa, trovò tombe con ossa e oggetti fittili, nonché varie monete.

Fra queste vi era una dell’imperatore Filippo Seniore, che il canonico Spano dice alquanto rara, ma poco ben conservata; al dritto reca la leggenda IMP. M. IVL. PHILIPPVS AVG., con busto stellato e laureato dell’imperatore volto a destra; al rovescio SAECVLVM NOVVM S. C., tempio ottastilo terminante in attico, con all’interno la statua di Roma seduta.

CAPRERA

A est della Maddalena vi è un canale, in alcuni punti largo meno di un chilometro, ma verso nord abbastanza ampio da ospitare un altro isolotto, denominato dei Giardini, anch’esso di natura granitica. Il canale, che prende il nome di Passo della Moneta, di cui si è già parlato, separa l’isola della Maddalena da quella di Caprera, che è la più orientale di tutto il gruppo. Questo canale è ben noto per la famosa fuga di Garibaldi sul palischermo Il Beccaccino.

Caprera è una grande massa granitica dalle forme svariate, la cui popolazione, fino a cinquant’anni or sono, si riduceva a pochi pastori che vi trovavano un magro pascolo per le loro capre; qualche anno dopo vi si stabilì una famiglia inglese, i Collins, che vi costruirono una casa e vi crearono un giardino; infine divenne il ritiro dell’eroe popolare di tutta Italia.

Le coste, di forma bizzarrissima nella parte meridionale, presentano vari seni e baie, tra le quali è degno di nota il porto naturale denominato di Palmas, che offre un ottimo ancoraggio.

Il monte Telajone è la cima culminante di tutta l’isola; qui La Marmora stabilì uno dei suoi punti trigonometrici di primo ordine per la grande carta geografica della Sardegna; oltre a gran parte della Corsica e agli altri punti circostanti, egli afferma di aver visto da lì anche l’isola di Montecristo.

Pare che anticamente quest’isola, denominata Insula Phintonis, fosse abitata; infatti Ricciotti Garibaldi vi rinvenne un bronzo di Massimiano Erculeo e vari frammenti di anfore anteriori al III secolo.

Anche a Caprera sono stati di recente eseguiti imponenti lavori di fortificazione; vi è stata costruita una caserma per la compagnia di disciplina dei marinai, che tuttavia sembra destinata a essere soppressa.

Sterile in gran parte, data la natura del suolo, grazie alle cure dell’immortale che vi riposa una zona, il Fontanaccio, fu trasformata in un importante podere, nel quale, raccogliendovi le acque per gli ortaggi, si vedono viti, agrumi e varie piante da frutto, con alcuni campi destinati alla semina; in particolare, viti e ulivi vi prosperano molto bene.

Durante la vita del generale vi era un apiario molto ben avviato, con arnie ingegnosamente combinate; vi era inoltre il cosiddetto mulino a vento, il quale, oltre a macinare il grano per la farina, era un opificio che azionava un trebbiatoio, una tagliatrice e un frantoio per le olive: in una parola, quasi un motore generale. L’invenzione era di un certo Barberini, di Parma.

Ceduta o venduta in parte al Governo, come è noto, si disse che vi fosse l’intenzione di istituirvi una scuola di agricoltura; ignoro se tale progetto possa essere realizzato e, soprattutto, attuato; riterrei piuttosto possibile l’istituzione di una colonia penitenziaria.

Garibaldi

Non è senza commozione che oggi chiunque, dotato di cuore e di mente, specialmente se italiano, mette piede su questo scoglio: là si trova quella casetta bianca con le persiane verdi, dove alloggiò e concluse i suoi giorni questo essere straordinario.

Essa sorge su una spianata di nudo granito, al centro dell’isola, circondata da un cancello anch’esso verde, con la facciata rivolta verso la Maddalena; da un lato è a pian terreno, mentre dal lato opposto appare a piano rialzato, a causa del dislivello del suolo. Nei pressi si vede una capanna da pastori e, nel cortile, la casa in legno, ora abbandonata, che fu la prima costruita dal generale appena giunto a Caprera; l’altra era in lamiera di ferro, donatagli dagli Inglesi.

Davanti alla casa sorge il busto dell’eroe, scolpito nel granito e sovrapposto a un grande masso; è avvolto nello storico poncho e porta il celebre berretto; è una buona scultura, di dimensioni superiori al naturale.

Nella camera mortuaria tutto parla di lui: le carrozzelle sulle quali veniva trasportato negli ultimi anni della sua vita e una quantità di oggetti che sarebbe troppo lungo descrivere. Vi sono armi varie e disegni; l’orologio fermo all’ora della dolorosa dipartita; il calendario americano che indica la fatale data del 2 giugno 1882; le numerosissime e ricche corone inviate da ogni parte del mondo.

Un sentiero ombreggiato conduce a un piccolo recinto; qui si trovano le tombe di Rosa e di Anita, le due bambine del generale; e, accanto ad esse, un enorme e pesantissimo masso di granito copre le spoglie dell’uomo leggendario. Questo è il monumento a Giuseppe Garibaldi, tanto più grande quanto più modesto; misura metri 2,60 in lunghezza per 1 metro in larghezza; esso è meta di devoto pellegrinaggio da ogni angolo della terra e, a giusto titolo, Governo e Parlamento hanno provveduto a renderlo nazionale.

Tra le visite effettuate vanno ricordate quella di S. M. il re Umberto e del Principe di Napoli nei giorni 16 e 17 luglio 1889, in occasione del loro soggiorno alla Maddalena, e quella dei duchi di Genova, avvenuta nei giorni 26 e 27 agosto dello stesso anno.

Dopo la sua visita, il Re fece deporre una corona; il 25 settembre successivo ebbe luogo la cerimonia della consegna. Essa fu effettuata dall’ammiraglio Racchia, alla presenza di tutte le autorità civili e militari, al comandante militare dell’isola, nel sito detto Fontanaccio, dove nel giorno dei funerali di Garibaldi si tennero i discorsi commemorativi.

L’ammiraglio concluse il suo patriottico discorso con le seguenti parole, ai cui nobili ed elevati sentimenti non può non plaudire ogni cittadino:

«Questa importante nascente stazione militare, che noi tutti sapremo, all’occorrenza, difendere con valore indomabile e con la costanza di cui sono capaci i marinai e i soldati italiani, sarà da noi custodita e difesa con entusiasmo e abnegazione ancora maggiori, ricordando la memoria cara ad ogni cuore italiano che essa racchiude. Viva il Re! Viva l’Italia!».

Nelle biografie di Garibaldi che finora mi è stato dato di leggere, non trovo indicate le ragioni per cui egli scelse Caprera come sua dimora; solo il Palomba afferma: «Dopo una breve permanenza a Nizza, si trasferì alla Maddalena, poi a Gibilterra e di là a Tangeri».

Qualche indagine in proposito non sarà inutile.

Dopo la caduta di Roma e le successive vicissitudini del 1849, Garibaldi riparò infine in Piemonte; il governo sardo, temendo che la sua presenza nel regno, specialmente nel continente, potesse arrecargli imbarazzo, lo fece imbarcare su un piroscafo diretto a Tunisi.

La nave approdò a Cagliari verso il mese di ottobre; ma, poiché vi era timore di colera, non fu ammessa alla libera pratica; secondo i regolamenti sanitari, si ancorò nella rada, in direzione dell’antico molo. Venuta a conoscenza dell’arrivo del generale repubblicano, fu subito organizzata una dimostrazione, e una decina di barche, cariche di scelta gioventù, si portarono davanti al piroscafo.

Qui il carissimo amico di chi scrive queste righe, l’avvocato Gianuario Fogu, morto di colera a Sassari (It. II, pag. 338), salutò a nome di tutti il prode esule, il quale, dal ponte, ringraziò con effusione e incitò alla speranza di giorni migliori per l’Italia; egli indossava il costume medievale in velluto nero che in quel periodo si voleva far rivivere. La dimostrazione fu più che pacifica; tra gli altri vi prese parte anche chi qui racconta, insieme a quasi tutti i colleghi d’ufficio.

Nella notte seguente il piroscafo fece rotta per Tunisi; ma, giunto colà, il governo beylicale rifiutò di ricevere il generale, cosicché egli fu ricondotto a Cagliari uno o due giorni dopo. La notizia giunse per la prima volta al teatro civico, a sera già inoltrata, proprio mentre la nave si ormeggiava.

L’intendente generale (prefetto), conte Pes, che forse temeva un’altra innocua dimostrazione, privo com’era di istruzioni, a quanto si diceva, e non essendovi ancora il telegrafo, dispose che Garibaldi fosse sbarcato alla Maddalena, facendo subito ripartire il piroscafo. Il governo centrale approvò tale decisione; e di ciò si troverà probabilmente qualche traccia nei Regi Archivi di Cagliari.

È forse in questa circostanza, durante la quale Garibaldi si fermò certamente nell’arcipelago maddalenino, che egli entrò in relazione con i Collins, già residenti a Caprera, e concepì il progetto di stabilirvisi all’occorrenza, in attesa di possibili eventi. Ciò avvenne effettivamente nel 1854, al suo secondo ritorno dall’America; qui rimase fino al 1859 e non se ne allontanò se non quando il conte di Cavour lo chiamò al comando dei Cacciatori delle Alpi.

SANTO STEFANO

 Tra la Maddalena e Capo dell’Orso, a occidente di Caprera, sorge un isolotto, granitico come tutti gli altri, con un perimetro di circa sei miglia marine; prende il nome di Santo Stefano. Fino a non molto tempo fa era di proprietà privata ed era abitato da una famiglia che vi allevava capre e pecore e coltivava un po’ di frumento e altri cereali. Vi esistevano due forti, ormai in parte diroccati; attualmente devono esserne stati costruiti altri, poiché anche quest’isola è compresa nel sistema delle fortificazioni della Maddalena. Si tratta ora anche di erigervi un faro.

Napoleone Bonaparte

Santo Stefano fu occupata dai Francesi nel 1793, quando si tentò l’invasione della Maddalena; per questo motivo è celebre, poiché tra le truppe sbarcate vi si trovava un giovane ufficiale che in seguito avrebbe fatto molto parlare di sé.

Riassumo il fatto nel modo più breve possibile. Quando la Repubblica francese inviò la flotta contro Cagliari (si veda il sunto storico, pag. 48), predispose anche un attacco nella parte settentrionale della Sardegna, affidandone l’esecuzione al generale Colonna Cesari, comandante in seconda della Guardia Nazionale di Corsica. La truppa era composta in gran parte da volontari corsi, comandati dal giovane Bonaparte, capitano d’artiglieria e tenente colonnello dei volontari del Liamone; in totale circa 800 uomini.

La colonna d’attacco partì da Bonifacio il 20 febbraio, sotto il comando del tenente di fregata Goyetche; era composta da 17 piccoli legni (La Marmora parla di 22 vele latine), scortati dalla corvetta La Fauvette. A causa della bonaccia, però, non poterono approdare se non dopo due giorni all’isola degli Sparagi.

La Maddalena era già stata posta in stato di difesa: il governo vi aveva fatto affluire numerosi miliziani galluresi che, insieme a quelli del paese e alla piccola guarnigione, formavano circa 500 uomini validi. Vi si trovavano inoltre due mezze galere sarde e alcune gondole o galeotte. Le navi e le truppe di mare erano sotto gli ordini dell’abile ufficiale di marina De Constantin; le truppe di terra obbedivano a Riccio, comandante della Maddalena. Sulle coste dell’isola madre erano schierate diverse squadre di miliziani sardi, comandate da Giacomo Manca Tiesi.

Il giorno 22, dopo aver gettato l’ancora nel canale che divide la Maddalena da Santo Stefano e dopo un primo scambio di fuoco, con lievi danni reciproci, tra le batterie dell’isola e la corvetta francese, i nemici riuscirono a sbarcare a Santo Stefano. Il loro intento era quello di colpire più efficacemente da lì l’isola principale. Napoleone collocò sull’isolotto l’unico mortaio di cui disponeva e trascorse tutta la notte a costruire la batteria, piazzare i cannoni e prendere tutte le disposizioni per l’attacco.

I Sardi danneggiarono la corvetta con palle infuocate lanciate dal forte Balbiano e dalla batteria improvvisata alla Teggia; il giorno 23 essa ebbe un morto, un ferito e gravi avarie, tanto che cambiò posizione. A sua volta riuscì a ridurre al silenzio una piccola torre difesa da un pugno di soldati sardi, ma non riuscì a sottrarsi completamente al fuoco che le veniva diretto, soprattutto dalle coste dell’isola madre; per questo motivo levò di nuovo l’ancora e andò a ripararsi in un luogo più protetto dalle rocce. Nel frattempo Napoleone lanciava sul borgo il maggior numero possibile di palle e bombe, puntando egli stesso i cannoni e in particolare il suo mortaio prediletto.

Il giorno successivo, 24, fin dal primo mattino, si continuarono a lanciare palle infuocate, da una batteria improvvisata di tre cannoni al Paras, contro la corvetta, che, danneggiata, cambiò ancora posizione. Tuttavia rimaneva esposta al tiro nemico e correva il pericolo di essere incendiata; perciò il comandante, ricevuti gli ordini da Cesari, si ritirò dal combattimento verso un punto di Caprera, non senza essere molestato dalle galere sarde ancorate tra quegli scogli.

Il giorno seguente, 25, fu giornata di grande combattimento. Bonaparte stesso lanciò sessanta bombe, che colpirono tutte il punto preso di mira. La prima cadde sul tetto della chiesa e penetrò fino ai piedi dell’altare, senza però esplodere, essendo vuota, forse perché lanciata solo per spaventare, ma più probabilmente per provare il tiro. La seconda colpì l’angolo occidentale della chiesa e, esplodendo, ferì al volto Simone Ornano. Le altre esplosero quasi tutte, causando danni non lievi.

I Sardi continuarono nella difesa, infliggendo gravi danni agli aggressori; tanto che gli equipaggi della flottiglia francese, nello stesso giorno 25, si ammutinarono e pretesero di ritornare in Corsica, abbandonando i compagni rimasti a Santo Stefano. Cesari riuscì a fatica a sedarli e ordinò allora alla corvetta di avvicinarsi all’isola e imbarcare la truppa. A contribuire maggiormente a questa precipitosa ritirata fu il fatto che i legni sardi si stavano dirigendo verso quel punto con quattrocento uomini scelti; non essendovi tempo da perdere, il nemico abbandonò in fretta la posizione, lasciandovi il mortaio, quattro cannoni, molte munizioni e quattordici prigionieri. I fuggitivi furono molestati da Millelire con la sua scialuppa.

Bonaparte si oppose energicamente alla partenza, fiducioso nella potenza della propria artiglieria e nella sicurezza del suo colpo d’occhio; tuttavia non poté fare altro che sottomettersi al superiore. Fece nondimeno alcune osservazioni al generale, che lo ascoltava con freddezza. Bonaparte allora, rivolgendosi ad alcuni ufficiali, disse pacatamente: «Non mi capisce». Cesari, che udì queste parole, lo rimproverò severamente; il giovane capitano tacque e tornò al suo posto. Tutto ciò fu in seguito raccontato dallo stesso Cesari.

Bombe autentiche

Valery afferma che la bomba caduta nella chiesa senza esplodere fu acquistata nel 1852 per 32 scudi dall’inglese Graig e successivamente spedita in Scozia; ciò non è esatto. La verità è che nel 1860 la bomba era ancora in possesso di Graig, divenuto console inglese a Cagliari, e che in quell’anno egli si proponeva di farne dono all’imperatore Napoleone III, come effettivamente avvenne.

L’autenticità di tale bomba è garantita da La Marmora; egli considera autentiche anche:

  1. quella che fino a tempi recenti era collocata sopra una piramide con iscrizione nel molo della Maddalena e che ora è conservata nell’ufficio comunale, come già detto: cadde pressappoco nello stesso punto della piramide senza esplodere e fu raccolta da Susini, padre di colui che nel 1858 forniva notizie al venerando senatore;
  2. un frammento conservato dagli eredi Millelire, appartenente a una bomba che colpì il tetto della casa del comandante loro avo ed esplose frantumandosi in vari pezzi.

Mortaio

Valery racconta che ad Alghero si trovi il mortaio di bronzo con il quale si riteneva che Bonaparte avesse bombardato la Maddalena; La Marmora però afferma di aver verificato personalmente, in qualità di comandante generale dell’isola e con l’intento di conservarlo alla storia, che esso non è autentico. Il mortaio che si trovava ad Alghero, fuso a Strasburgo il 10 giugno 1786, sebbene della stessa provenienza, non fu portato dalla Maddalena, ma dal forte Vittorio di Carloforte, dove fu abbandonato dai Francesi nello stesso anno 1793.

Ciò risulta dall’inventario, conservato nell’Archivio di Cagliari, redatto a suo tempo, dei numerosi pezzi di artiglieria lasciati nelle isole di San Pietro e di Sant’Antioco in mano ai Sardi e agli Spagnoli. Questo mortaio deve essere stato rifuso a Torino dopo il 1860.

Quadrante

Nella batteria di Santo Stefano, che Bonaparte dovette lasciare contro la propria volontà, fu trovato il quadrante graduato in legno di cui egli si serviva per puntare il mortaio. Fu raccolto dall’ufficiale di marina Ornano, comandante dei legni che trasportarono a Santo Stefano la truppa sbarcata mentre i Francesi fuggivano lasciando quattordici prigionieri, come già detto. Ornano, divenuto poi ammiraglio, conservò questo trofeo per tutta la vita e alla sua morte lo lasciò in eredità al genero, il viceammiraglio conte Albini. Questi lo depositò nella sala dei modelli dell’Arsenale di Marina di Genova e nel 1859, quando scriveva La Marmora, esso portava il numero 221.

Singolare destino quello di questi scogli della Sardegna, un tempo remota e trascurata, divenuti famosi a causa di due dei più grandi uomini che siano mai esistiti, e singolari i confronti che essi stessi offrono.

Entrambi italiani, eppure i loro paesi natali non siedono al banchetto nazionale.

Il primo iniziò qui con una sconfitta quella serie di guerre epiche che in breve gli permise di dettare legge a tutta l’Europa e di conquistare premi che sarebbe stato follia sperare, per poi, temuto prigioniero, finire tristemente i suoi giorni su un altro scoglio sperduto nell’immensità dell’oceano.

L’altro, esempio insieme di somma audacia e di immensa bontà, inizia la sua vita avventurosa con una condanna a morte; sparge il proprio sangue nei due emisferi tentando imprese rischiose; conquista province e abbatte troni con l’unico fine dell’unità della patria e della libertà; e quando questi ideali sono raggiunti, rifiuta onori e grandezze ritirandosi nella sua isola solitaria.

Qui, come un nuovo Cincinnato, si dedica alla coltivazione dei suoi campicelli e vive quasi di carità, sempre circondato dall’affetto riverente dei suoi, dalla devota riconoscenza nazionale e dall’ammirazione del mondo intero. Giunta l’ora suprema, diviene oggetto di una sublime e degna apoteosi: la natura stessa sembra commuoversi; lo scoglio che lo accolse vivo diventa sacro tesoro; e sulla tomba che racchiude le venerate ceneri, non solo il popolo, ma anche principi e sovrani spargono lacrime e fiori.

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