LA SCONFITTA DI NAPOLEONE BONAPARTE A LA MADDALENA

febbraio 1793

tratto da

Spedizione di Sardegna: Il tenente colonnello Bonaparte alla Maddalena (1792-1793)

Paris, Henri Charles-Lavauzelle Éditeur militaire, 1912

di

E. PEYROU

Luogotenente

Paris, Henri Charles-Lavauzelle Éditeur militaire, 1912

 

XI

I battaglioni dei volontari corsi. — Risorse militari dell’isola. — Lettera di Truguet a Paoli. — Napoleone Bonaparte tenente colonnello del battaglione d’Ajaccio e di Tallano. — Napoleone e Paoli. — Colonna-Césari e Paoli. — Colonna-Césari incaricato di missione presso Truguet e Sémonville. — Colonna-Césari nominato comandante in capo del contrattacco della Maddalena.

Al momento in cui la spedizione di Sardegna fu risolta, si stimava che i reggimenti stanziati in Corsica, rinforzati dai battaglioni di Volontari levati nell’isola, avrebbero fornito un contingente di forze sufficienti per condurre a buon fine l’operazione. Bisognò presto ricredersi da questo errore, e il Consiglio esecutivo provvisorio decise molto saggiamente che gli effettivi di cui disponeva Paoli servissero semplicemente di appoggio al corpo di spedizione. Primitivamente, inoltre, le operazioni dovevano essere dirette con tutte le truppe contro la sola capitale, contro Cagliari; si era previsto tutto per la realizzazione di questo piano, quando la sanguinosa zuffa del 18 dicembre venne a rendere questo progetto impossibile.

Nonostante ciò, siccome non bisognava affatto lasciare inutilizzate le milizie di Paoli, Truguet decise di impiegarle in un contrattacco nel nord della Sardegna. «Non recriminerò affatto sui motivi che ci impongono un piano di attacco separato. La sensibilità ha pagato il suo tributo, spetta al coraggio pagare il proprio. In tutte le posizioni era necessario un attacco separato e combinato, ed è a questo risultato che mi fermo[1]».

Truguet pensava che il contrattacco della Maddalena avrebbe avuto il vantaggio di dividere le forze sarde e di tagliare definitivamente le relazioni dell’isola con il Piemonte; egli dimenticava che non esisteva in Sardegna né piano di difesa, né mobilitazione, e che la Maddalena era troppo lontana da Cagliari perché la presa dell’una potesse influire sulla resistenza dell’altra. Comunque fosse, erano i volontari corsi che, aiutati da alcuni uomini dei reggimenti regolari, stavano per intraprendere questa diversione insignificante e sfortunata.

Che cosa erano questi battaglioni di volontari? Si era cominciato a reclutarli fin dai primi giorni di dicembre 1791; nove commissari presi dal seno dell’amministrazione avevano ricevuto il compito di arruolare i soldati. Questa leva dei battaglioni da parte di agenti corsi doveva dare luogo a crudeli delusioni, poiché è difficile per gli isolani adempiere in patria a tutti i doveri delle loro funzioni. Essi cedono alla passione, giudicano con parzialità, mettendo da parte ogni nozione di giustizia e perdendo di vista gli interessi generali. Così, i commissari sacrificarono i giovani vigorosi ad altri inatti al servizio militare. Preferirono all’élite della gioventù degli «stropiati», degli adolescenti gracili, dei bambini, dei «vecchi inabili e sessantenni», tutti intriganti desiderosi di «assaporare il favore di servire la patria».

Il corso si arruolava per riscuotere i 15 soldi di paga al giorno, una piccolissima somma di denaro senza dubbio, ma tuttavia molto apprezzabile in confronto al reddito di una terra incolta. Il corso entrava in servizio perché sperava di ottenere frequenti licenze; poteva in tal modo mangiare a casa sua e senza lavorare il pane che gli sarebbe valso l’onore di portare le armi. Mancavano ai battaglioni di volontari quei soldati corsi, «molto agili, ben disciplinati e curiosi dei loro doveri», di cui parlava d’Aubigné, gelosi del loro patrimonio di gloria e serventi solo per punto d’onore. Infine, fin dal gennaio 1792, il direttorio del dipartimento della Corsica annunciava che «le compagnie di volontari erano organizzate in quasi tutti i distretti[2]».

In realtà, le compagnie non arrivavano a 10 e 12 uomini, e i loro ruoli non dovevano mai essere altro che quelli «di soldati fittizi pagati 20 soldi i giorni di rivista»[3]. Per comandare truppe così cattive, non vi erano che quadri molto mediocri. Se alcuni ufficiali avevano il senso del dovere e cercavano di riscattare la loro inesperienza con la loro energia e la loro volontà di ben fare, gli altri, accanto alla più notoria incapacità, facevano mostra della più grande cupidigia. Non cercavano che le occasioni di fare pignata grassa (marmitta grassa), come diceva Paoli[4]. Erano stati eletti, bisognava conservarli; si doveva chiudere gli occhi sui graduati che, «per accumulare denaro, iscrivevano sui registri un numero maggiore di volontari rispetto a quelli che avevano reclutato effettivamente»[5].

Se i volontari non erano modelli di vigore, la colpa era dei commissari; se non possedevano l’ardore patriottico, è perché il grande soffio rivoluzionario non aveva vivificato l’isola, celebrata da Volney e J.-J. Rousseau. Questo corso, che non ha che la sua isola per patria e la sua libertà per religione, non desiderava nulla per il momento. La Francia lo ha lasciato venire a sé senza traumi. Dopo la dura oppressione genovese, egli gode improvvisamente di troppe libertà perché desideri ardentemente conquistarne di nuove. Il suolo degli antenati non è nemmeno direttamente minacciato; i corsi non si sentono che confusamente interessati alla grande guerra della Rivoluzione; il popolo è senza orientamento politico per il momento e attende i capi. Perché allora ci sarebbe stata nell’isola una leva generale per formare battaglioni di volontari? Per combattere il sardo? Senza dubbio, costui ha suscitato odi individuali; ma, storicamente, si è sviluppato fianco a fianco con il corso, e sventure simili hanno creato loro molti legami. Si è lontani dalle illusioni di Truguet, che pensava che le persone ricche si sarebbero equipaggiate a proprie spese per volare in Sardegna.

Il corso era volontario perché desiderava essere ben vestito, ben nutrito e ben alloggiato. Ciò è così vero che prenderà giornalmente pretesto dal suo malessere materiale per sottrarsi all’autorità dei suoi capi e per chiedere licenze su licenze. Le licenze disaggregavano i battaglioni tanto quanto la diserzione. Per far cessare tutti questi mali, Paoli, che conosceva bene i moventi che facevano agire i suoi compatrioti, ripeteva nelle sue istruzioni: «Portate tutte le vostre cure al vestiario, è un mezzo potente per stringere la disciplina». E insisteva quando gli si riferiva che il numero dei disertori aumentava: «La disciplina, per essere buona, deve essere sostenuta dalle cure degli ufficiali nel vestire bene e curare bene le loro truppe». D’altronde, il soldato si sottomette volentieri ai rigori della disciplina militare quando si vede provvisto del necessario e quando è soddisfatto nei suoi bisogni.

Paoli non mostrerà mai una tenerezza esagerata per queste cattive truppe, ma approfitterà del loro stato embrionale per apportare ritardi alle pressanti richieste di Truguet. Quando chiederà di epurarli e ridurli prima di impiegarli in Sardegna o nella divisione, lascerà semplicemente intendere che non conviene intraprendere le operazioni contro la Maddalena con il concorso dei corsi. «I quattro battaglioni sono stati organizzati troppo male per sperare che possano presentare una base considerevole. Essi non sono né vestiti, né armati in gran parte; la loro organizzazione esige necessariamente tempo, ed è impossibile operarla così prontamente come il contrammiraglio vuole salpare[6]

Paoli fingeva di non capire Truguet. Il contrammiraglio si spiegava invano.

«Cittadino Generale, gli scriveva il 5 gennaio 1793, ricevo in questo momento la vostra lettera del 2 di questo mese. L’ho letta con molta attenzione e penso come voi che gli ostacoli che sembrano dapprima presentarsi al successo del contrattacco non siano insormontabili. Tutto è facile con il patriottismo, il coraggio e un po’ di previdenza.

Sto per presentarvi, Cittadino Generale, alcune osservazioni che toglieranno gran parte delle difficoltà che hanno più l’apparenza che la realtà. Non è necessario riorganizzare i battaglioni nazionali, ma solo riformare gli individui inutili e constatare, con questa riforma, che la maggior parte degli esseri che li compongono sono ombre che non vi appaiono che un istante, al momento delle riviste. Converrebbe, dopo il lavoro, lasciare questi battaglioni in statu quo.

Ecco in seguito come impiegherei i fondi destinati dal Tesoro nazionale a pagare il completo dei battaglioni. Leverei, in compagnie di buona volontà, un numero sufficiente di corsi proporzionato ai fondi che la Francia destina per la paga dei battaglioni completi. Trovereste facilmente, con questa paga enorme per dei repubblicani corsi la cui sobrietà e temperanza sono le virtù caratteristiche, degli uomini arditi che voleranno in Sardegna e che avranno molta più energia della maggior parte di questi esseri che si raccolgono per una rivista e che non hanno né l’anima né il coraggio di coloro che, scuotendo ogni sorta di patronato, non sospirano che dopo la gloria del nome corso e la conquista di un’isola di cui hanno calcolato tutti i vantaggi per il loro paese. Non incontrereste, per questa composizione di soldati nazionali, alcun intralcio, poiché i fondi per il completo dei volontari nazionali sono in Corsica, e so positivamente che il Consiglio esecutivo li invia molto esattamente. Se questi fondi sono dilapidati o impiegati per altri scopi (cosa che non presumo), ecco il momento di riconoscerlo richiedendo al tesoriere generale di inviare tutti i fondi a quello di Bonifacio. La sua obbedienza vi farà rimuovere tutti gli ostacoli e il suo rifiuto vi illuminerà. Ho la certezza fisica e morale, per il numero di individui che si sono presentati a me, che gli uomini di buona volontà non mancheranno al cittadino Césari e che basta che il vostro occhio si posi sulla legittima dispensa dei fondi per essere assicurato del pagamento di queste vigorose armate.

Dunque, Cittadino, abbiate il coraggio di menare la scure su abusi intollerabili; ecco i mezzi per sovvenire alle spese di tutte queste leve. Esse saranno fortificate dalle guarnigioni di Bonifacio e da un rinforzo di Svizzeri; e non saprei come calmare ancora le vostre inquietudini sui pericoli esterni. L’unica maniera di renderci temibili è far trionfare la causa della libertà. I suoi successi ci serviranno da scudo contro le trame dei malintenzionati interni e contro le manovre dei preti malintenzionati. Poiché il popolo libero e trionfante si eleva al di sopra delle cabale dei faziosi e dei capi di partito che vogliono opprimerlo fingendo di servirlo. Sotto tutti questi rapporti, i corsi hanno forse bisogno di elevarsi al di sopra degli ambiziosi e di imitare i popoli di un dipartimento che hanno trionfato di coloro che volevano governarli.

La sola misura che mi pare indispensabile per il successo di questo contrattacco è l’ordine da dare al commissario ordinatore del dipartimento di richiedere ai reggenti dei viveri di prendere misure per la sussistenza delle truppe nazionali o di linea, designate per entrare in campagna partendo da Bonifacio. Questo ordine non è che una conseguenza di quello di farli marciare, e voi siete troppo gelosi del successo di questo contrattacco e della gloria del cittadino Césari, per non esigere la più grande celerità da parte dei reggenti dei viveri, che ne hanno una parte già a Bonifacio, che ne hanno molti a Bastia e che ne aspettano ad Ajaccio una grandissima quantità annunciata dal ministro della guerra. Occorreranno forse dei ritardi, ma mi rimetto su questo al coraggio e allo zelo del capo Césari. Egli saprà stimolare e mettere in movimento tutti i suoi cooperatori e agirà sempre in attesa di poter fare meglio. Contavo di portarmi su Cagliari solo con 1.500 uomini; ma apprendo che alla partenza di d’Anselme 4.000 uomini sono stati destinati a raggiungermi. Ce n’è a sufficienza per trionfare dei trinceramenti e dei proclami del viceré. Scrivo al cittadino Césari con la stessa occasione e gli annuncio a Bonifacio una corvetta e delle feluche armate.

Tali sono, Cittadino Generale, le richieste e le osservazioni che mi prendo la libertà di farvi. Esse non hanno altro scopo che il successo delle nostre armi repubblicane e particolarmente il reale vantaggio per la Corsica, i cui abitanti acquisiranno gloria e vivificheranno il loro paese con nuove ricchezze. Tutti questi vantaggi devono essere acquistati, lo so; ma, se la nostra generazione si impone fatiche e privazioni, i nostri nipoti e i nostri figli godranno dei nostri lavori.

Il contrammiraglio, comandante l’armata navale della Repubblica francese, TRUGUET[7]».

I ripetuti appelli di Truguet non turberanno le riserve machiavelliche del corso. Trincerato nella sua cittadella di Corte, Paoli manterrà il silenzio. Non parlerà mai se non per lamentarsi dei pochi mezzi di cui dispone nella sua divisione. Aspetterà gli eventi, ferito per non essere stato scelto per dirigerli, vedendo con stizza i corsi entrare in lotta con il re di Sardegna.

Sfruttando gli eventi che turbavano il paese, un corso stava per fare la prova delle sue ambizioni. Era Bonaparte. Qualunque fosse il valore dei battaglioni di volontari, Bonaparte aveva fatto di tutto per ambirvi un comando.

Grazie ad abili intrighi, grazie all’appoggio di Salicetti, che era uno dei suoi migliori amici, Napoleone era potuto essere eletto tenente colonnello comandante in seconda il battaglione d’Ajaccio. Consumato da un’ambizione immensa, preda di un’attività divorante, era riuscito, con sforzi inauditi e un’abilità notevole, ad acquisire funzioni che accrescevano il prestigio del nome di Bonaparte e gli permettevano di giocare un ruolo negli eventi di cui presagiva l’importanza. Condivideva ora con il tenente colonnello Quenza il comando del 2° battaglione; bisognava mantenere la situazione acquisita. I suoi nemici non avevano deposto le armi; Paoli non lo vedeva che con dispiacere in quel grado importante. In seguito ai tumulti di aprile, Arrighi, sebbene suo parente, disperde il suo battaglione, ne invia la maggior parte a Bonifacio con Quenza e solo quattro compagnie a Corte.

Si fa capire a Bonaparte che la sua presenza non è indispensabile, né a Corte né a Bonifacio. Ma egli non è uomo da lasciarsi scartare da misure dilatorie. Ha potuto prendere parte, con la violenza delle passioni che inebriano i corsi, a tutte le lotte politiche del momento; ha potuto declamare nei club, non intende che gliene si faccia una colpa. Non ammette che Paoli possa rimproverargli di prendere posizione contro di lui. Bonaparte non era uno di quegli avversari che si trascurano.

Sotto pretesto di esaminare la sua situazione dal punto di vista militare, fu chiamato a Corte dal comandante della 23ª divisione. Questi pensava di indurre Bonaparte a un compromesso. Si sbagliava. L’intervista, che egli aveva sperato dover essere calma, fu delle più tempestose. Lungi dal chinare la fronte, il giovane tenente colonnello tenne fieramente testa a colui che considerava meno come un capo che come un nemico politico. In presenza dell’avvocato Tibéri e dei due tenenti colonnelli del 4° battaglione dei volontari, Colonna Leca e Grimaldi, rispose ai rimproveri e ai consigli di Paoli con un tono così violento che questi dovette farlo uscire.

Poi, rifiutando di fare la minima scusa, Napoleone ripartì bruscamente per Ajaccio, nonostante i saggi consigli di suo fratello Joseph e i pareri del generale Casabianca. Contava su appoggi politici più potenti della fazione dei Pozzo di Borgo che circondava Paoli[8]. D’altronde, la sua situazione stava per essere regolarizzata; Bonaparte aveva la certezza di poter prendere parte alla spedizione di Sardegna. Volse subito la sua energia e la sua attività dalla lotta politica e si affrettò a forgiare uno strumento che lo avrebbe aiutato a ottenere la vittoria. Da quel momento, redasse istruzioni dove si mostra chiaroveggente riguardo allo scopo e ai mezzi da impiegare per raggiungerlo. Non respira che l’azione. Il suo pensiero limpido e vigoroso si traduce già in ordini chiari e precisi che tolgono ogni esitazione ai suoi subordinati. Fermo nel suo rimprovero, ma convinto della sua superiorità, scusa ogni colpa quando lui, il capo, non è presente. «Dite ai vostri volontari, scrive al tenente Costa, che è l’ultima volta che una cosa simile accade, che io sarò là e che tutto procederà come si deve[9]».

E, in attesa del suo arrivo, teme che i suoi luogotenenti non abbiano il tatto necessario per saper reprimere la colpa senza scandalo. «Già il generale è molto scontento dei nostri battaglioni, più particolarmente del nostro; non bisogna scoprirsi tanto; la buona politica vuole che si agisca diversamente. Bisogna punire gli ufficiali e i soldati che resistono al buon ordine, e non accusarli che all’ultima estremità[10]». Le lettere di Napoleone Bonaparte sono pressanti e febbrile; esse non tendono che a distogliere i suoi subordinati da ogni preoccupazione estranea al successo delle armi. L’ora del combattimento è suonata e ha risvegliato in lui tutte le ambizioni e tutte le aspirazioni egoistiche che serbava nel fondo di se stesso. Nonostante tutti i suoi sforzi, fu impotente a formare uomini capaci di vincere. Doveva fallire, così come Quenza, nello scopo che si proponevano di avere soldati degni di vedere il fuoco.

I battaglioni di volontari erano di valore militare molto mediocre senza dubbio; non di meno erano una potenza considerevole a disposizione del generale Paoli. Ora, avere per sé in Corsica la forza armata significa assicurarsi i favori dell’opinione; perciò Paoli non cessava di fare sottomano, tra i capi e i soldati, una propaganda attiva per il suo partito; il suo mutismo in certi luoghi aveva permesso agli ufficiali paolisti di acquisire un’influenza preponderante in questi cattivi battaglioni. Decidere che queste truppe avrebbero partecipato da sole al contrattacco della Maddalena significava soddisfare le tendenze separatiste degli isolani; dare il comando dell’impresa a un capo corso significava favorire singolarmente il gioco di Paoli e «far andare in fumo» questa operazione così «mal combinata». Colonna-Césari era troppo amico di Paoli per poter agire in piena indipendenza e conoscere altri ordini che i desideri del comandante della 23ª divisione.

Colonna-Césari si trovava a Quenza, nella sua famiglia, quando ricevette, il 5 agosto, una lettera scritta da Salicetti e firmata da Paoli. Questo messaggio lo invitava a recarsi a Corte immediatamente per affari della massima importanza. «Venite presto, mio caro, gli diceva il suo antico collega della Costituente, la vostra presenza è necessaria». In realtà, il direttorio dipartimentale viveva in disaccordo con Paoli. Il vecchio eroe corso, reso circospetto dall’età, manteneva la più grande diffidenza nei confronti delle audaci innovazioni della Rivoluzione francese; soprattutto, era lungi dall’approvare senza riserve le misure prese dall’amministrazione su istigazione di Salicetti. Tra i due avversari la lotta era attiva, ma senza clamore, e d’altronde mitigata da una reciproca stima.

Al ricevimento della lettera, Colonna-Césari si mise in viaggio per Corte, dove prese possesso di un piccolo appartamento che era stato allestito per lui al convento di San Francesco. È lì che Paoli venne a trovarlo. Per due giorni, la conversazione vagò su tutti i soggetti; dell’oggetto del viaggio di Césari non si fece mai parola. L’uno non voleva fare il primo passo, l’altro restava ostinatamente muto. Infine, i membri del direttorio ruppero il silenzio e si aprirono con Colonna-Césari al fine di sondare le sue intenzioni. L’antico colonnello mantenne dapprima una prudente riserva, poi lasciò intravedere che nulla avrebbe potuto far vacillare la sua ferma amicizia e la sua devozione per Paoli e, in definitiva, affermò che sarebbe rimasto legato nonostante tutto all’eroe dell’indipendenza corsa. Salicetti batté in ritirata, alquanto deluso dal fallimento del suo approccio e rimpiangendo di aver mostrato il suo gioco.

Nel frattempo, Paoli ricevette, il 27 settembre, la sua nomina al grado di luogotenente generale e fu richiesto dall’ammiraglio Truguet di cooperare alla spedizione di Sardegna che si preparava. Questi aveva fatto scalo con Sémonville ad Ajaccio; non appena ebbe messo piede sulla terra corsa, le sue sollecitazioni nelle sue lettere a Corte si fecero più pressanti che mai. «Paoli, a detta di Colonna-Césari, non sapeva come uscirne, non aveva mezzi per una simile spedizione»; inoltre, nutriva per il re di Sardegna «una specie di riconoscenza che si scopriva, ma da molto lontano», e che gli impediva di portare le armi contro di lui. Ma quella, aggiunge Césari, era una «questione segreta che Paoli serbava nel fondo del suo cuore[11]».

Suo malgrado, Colonna-Césari fu inviato ad Ajaccio per perorare la causa di Paoli. Se ne incaricò con il massimo zelo. Mostrò tutte le ragioni per non impiegare in questa spedizione di Sardegna i corsi e il loro generale. La tarda età di Paoli gli rendeva difficile ogni spostamento; la sua presenza era indispensabile a Corte, da dove dirigeva l’opinione pubblica; infine, non si poteva fare affidamento sugli esigui effettivi della 23ª divisione, che non si sarebbe potuta, del resto, aggiungeva, sottrarre alla Corsica senza pericolo per la sicurezza pubblica.

La conquista della Sardegna non andava nemmeno senza qualche difficoltà. «Non si conquista un regno come un cavolo in un giardino», disse Colonna-Césari; bisogna contare su una resistenza ostinata, in Sardegna, dei signori e dei preti e di tutta la gente interessata a non lasciare che si impianti il governo della Repubblica. A suo avviso, un’armata di terra abbastanza considerevole era necessaria, così come molto denaro, al fine di lavorare gli animi sul posto e di formarvi un partito. Come conclusione, Colonna disse che, se doveva «parlare come un corso in politica, pensava che la Sardegna non avrebbe fatto che diminuire la considerazione della Corsica presso la Francia, perché la Sardegna era più ricca, più grande e non meno vantaggiosamente situata, ma che non si trattava di quello, poiché vedendo la cosa come francese, trovava il piano mal combinato[12]».

Bisognava, disse Césari, marciare su Torino e su Roma e rinunciare alla spedizione di Sardegna: Césari, in questa occasione, non era stato presso Truguet che il portavoce di Paoli, del quale non aveva dimenticato l’ultima parola alla partenza da Corte: «Non ho altra cosa da raccomandarti che la tua amicizia per me». Se le truppe della 23ª divisione non erano in grado di rendere tutti i servizi che si ha il diritto di attendersi da unità perfettamente organizzate, esse non di meno presentavano risorse apprezzabili. Avrebbero potuto soddisfare molti bisogni se il loro capo non avesse nutrito per la spedizione di Sardegna un’ostilità fredda e ragionata. Paoli non voleva vedere i corsi combattere il re di Sardegna, e soprattutto temeva che, se la Francia si fosse impadronita della Sardegna, la Corsica sarebbe stata dimenticata, che sarebbe diventata l’oggetto di una minore sollecitudine da parte dei poteri pubblici.

Un buon corso può ammettere questo modo di pensare, così biasimevole dal punto di vista generale; ma se l’intenso particolarismo che è al fondo del cuore di ogni isolano spiega l’errore di Paoli, esso non saprebbe scusare un generale francese.

Infine, Truguet, avendo semplicemente richiesto le truppe disponibili della 23ª divisione, non restava che designare un capo. Fu Colonna-Césari. Fin dalla sua nomina al grado di luogotenente generale, Paoli aveva proposto Colonna come maresciallo di campo: «Dal momento in cui ho accettato la mia nomina, scrive al ministro, ho avuto l’onore di proporvi per maresciallo di campo il cittadino Pierre-Paul Colonna-Césari, colonnello riformato della gendarmeria nazionale. Vi ho parlato abbastanza dei suoi meriti per farvene nuovi elogi: mi resta da dirvi solo che il contrammiraglio Truguet mi ha appena richiesto per il nuovo comando del contrattacco nel nord della Sardegna e non dubito che egli risponda alla fiducia che si deve ispirare[13]».

Secondo i desideri di Paoli, Colonna-Césari fu nominato maresciallo di campo ed ebbe il comando del contrattacco della Maddalena. Il generale della 23ª divisione annunciò così l’entrata in funzione di Césari: «Noi Pascal Paoli, luogotenente generale delle armate della Repubblica francese, comandante la 23ª divisione militare nel dipartimento della Corsica, essendo stati richiesti dal cittadino Truguet, contrammiraglio, comandante la squadra della Repubblica nel Mediterraneo, incaricato dal Consiglio esecutivo della spedizione di Sardegna e della scelta dei mezzi per farla riuscire, di riunire le forze di cui avremmo potuto disporre per operare un contrattacco sull’isola della Maddalena e la parte nord di quella di Sardegna, e di far comandare le suddette truppe dal cittadino Pierre-Paul Colonna-Césari, colonnello riformato della gendarmeria nazionale, noi, luogotenente generale suddetto, volendo concorrere con tutti i mezzi possibili a facilitare l’impresa di cui il suddetto contrammiraglio è incaricato e offrire di non trascurare nulla di tutto ciò che può contribuire al successo delle armate della Repubblica, sulle testimonianze che abbiamo del patriottismo e dei talenti militari del cittadino Colonna-Césari e secondo la proposta e richiesta formale che ci ne è stata fatta dal suddetto contrammiraglio, l’abbiamo nominato, per quanto la nostra autorità ce lo può permettere, comandante la divisione delle truppe destinate al contrattacco nell’isola della Maddalena e nel nord della Sardegna. Ordiniamo ai militari di questa divisione, destinata a fare il suddetto contrattacco, di obbedirgli come al loro capo e ai comandanti delle piazze e dei forti, di prestargli soccorso e avere riguardo per lui in questa qualità. Invitiamo tutte le autorità civili e amministrative a considerarlo come tale in tutte le richieste e atti del suo ministero[14]

[1]  Lettera di Truguet ai cittadini amministratori, 28 dicembre 1792.

[2]  La legge del 29 luglio 1791 attribuiva alla Corsica quattro battaglioni. Segue estratto del rendiconto del Direttorio (gennaio 1792).

[3]  Lettera degli ufficiali municipali di Bonifacio.

[4]  Lettera di Colonna, procuratore sindico di Vico.

[5]  Lettera di Quilichini, procuratore sindico di Tallano.

[6]  Lettera al ministro della guerra, 30 dicembre 1792.

[7]  Arch. dép.

[8]  Pozzo di Borgo scrisse a Césari diffamando i Bonaparte: «I Bonaparte sono i nostri nemici nati… non associatevi questo birbante di Napoleone…».

[9]  Lettera al tenente Costa, ottobre 1792.

[10]  Ibid.

[11]  Memorie di Colonna-Césari.

[12]  Memorie di Colonna-Césari.

[13]  Lettera al ministro, 4 febbraio 1793.

[14]  Arch. dép.

XII

I volontari a Bonifacio.

Ma i volontari sono lungi dall’essere organizzati. Gli effettivi sono insufficienti, i quadri senza valore. Per supplire a tutto, Truguet tenta di risvegliare in Corsica l’entusiasmo necessario alla spedizione di cui ha l’alto comando.

Egli supplica tutti i cittadini di dimenticare le ingiurie, di soffocare i loro odi personali e di far convergere tutte le loro energie verso lo scopo che egli propone: rendere la libertà al popolo sardo. «Proclamate, scrive ai cittadini amministratori, i vostri principi puri, pronunciate il vostro voto per la conquista che ci occupa, e i vostri concittadini si affretteranno ad andare a presentare in Sardegna fratellanza al popolo e la morte ai sgherri del dispotismo[1]». Se i battaglioni di volontari sono a malapena messi in piedi, se non possono rendere tutti i servizi di una truppa di linea da lungo tempo preparata alla guerra, che importa? Si passerà oltre.

«Non è la riorganizzazione dei volontari che io sollecito, dice Truguet, sarebbe troppo lungo e la Sardegna non sarebbe attaccata così presto; ma un rimpiazzo composto da gente di buona volontà, quali se ne presentano qui a centinaia e che riceveranno la paga dei volontari nazionali che verranno a mancare per assenza o per riforma. Troverete fondi sufficienti e il numero esatto di soldati della libertà che il Consiglio esecutivo paga molto esattamente. Se i fondi non sono affatto impiegati altrove, cosa che certamente non presumo, troverete di che ben pagare degli uomini di buona volontà, di cui il cittadino Césari ne troverà un gran numero, e avrete così, in attesa di una riorganizzazione severa, molti buoni soldati levati in pochi giorni e che troveranno una buona paga ricevendo quella destinata a cittadini che non esistono affatto o che non si presentano che momentaneamente alle riviste[2]».

E, pieno di quell’entusiasmo che fece il successo della Rivoluzione francese, Truguet aggiunge: «Se esistessero dei bravi cittadini agiati che, infiammati dall’amore per la gloria e appassionati per la libertà, volessero marciare a proprie spese, accogliete con trasporto il loro entusiasmo. Il tragitto è facile e i lavori non saranno penosi. D’altronde, qual è l’ostacolo che il bruciante civismo non può vincere? Sono loro che darebbero l’esempio delle virtù repubblicane, e la condotta di questi generosi cittadini verso i Sardi trascinerebbe quella dei loro compagni d’armi[3]».

Paoli, ripugnandogli combattere i Sardi, mostrava l’isola in uno stato più precario dal punto di vista militare di quanto non fosse in realtà. In Corsica, diceva, dove non c’era nulla, persino «l’entusiasmo non poteva supplire a tutto». «D’altronde, ripeteva, coloro che si sono mischiati direttamente in questa spedizione hanno esagerato di molto le risorse del dipartimento; il loro zelo, che era più esteso delle loro conoscenze militari, li ha ingannati senza dubbio. Quando si tratta di combattere, occorrono cose reali[4]». Nel frattempo, i battaglioni di volontari si misero in marcia su Bonifacio, che Truguet aveva scelto come loro punto di raduno.

Paoli aveva invano insistito affinché la loro concentrazione avesse luogo ad Ajaccio, dove si sarebbe potuto facilmente alloggiarli e trovare in gran parte sul posto gli approvvigionamenti necessari. La città, più importante di Bonifacio, offriva risorse di cui bisognava saper approfittare. D’altronde, la squadra avrebbe potuto in seguito trasportare facilmente i battaglioni a Bonifacio, e in tal modo si sarebbe evitato il trasporto a dorso di mulo fino a Bonifacio di tutti gli impedimenta indispensabili alla truppa per equipaggiarsi, armarsi e approvvigionarsi. «Un raduno generale di tutti i battaglioni a Bonifacio è soggetto a difficoltà quasi insormontabili. I soldati dei battaglioni non sono equipaggiati, ogni movimento diventa loro eccessivamente difficile e quello che si propone è il più lungo e il più difficile che si possa fare in Corsica. Non c’è alcuna provvista di viveri per trasferirli dove il bisogno lo esige e, essendo Bonifacio un luogo povero, soprattutto dopo l’interruzione del suo traffico in Sardegna, non si può offrire nulla per la sussistenza di questi battaglioni. Le stesse difficoltà si fanno sentire per gli effetti di accampamento e altri, necessari nel caso che le truppe scendano nel nord della Sardegna[5]».

Ma le istruzioni di Truguet erano formali; le truppe dovevano concentrarsi a Bonifacio. Al fine di conformarsi all’ordine ricevuto e tener conto delle difficoltà materiali che non poteva superare, Paoli ordinò ai volontari di recarsi a Sartène, che dista solo una giornata da Bonifacio. Fu dunque là che i battaglioni andarono a acquartierarsi, in attesa che il colonnello Colonna-Césari venisse a passare la sua ispezione e che si trasportassero, a Bonifacio, viveri, munizioni, effetti di accampamento e tutto ciò che è necessario per entrare in campagna. Nei primi giorni di gennaio 1793, Colonna-Césari ricevette l’invito di andare a Sartène a ispezionare le truppe che componevano il suo corpo di spedizione. Egli aveva pieni poteri per fare tutte le riforme che avrebbe giudicato necessarie. I battaglioni furono lungi dal dargli intera soddisfazione. Césari li trovò mediocri; non esitò ad accusare il dipartimento e Paoli di non aver messo a sua disposizione che «gli uomini che non potevano soffrire, che erano i più disordinati, e quasi i loro nemici».

Colonna-Césari vide dapprima il 4° battaglione, uno dei peggiori, quello che il suo capo Grimaldi aveva abbandonato per timore della guerra. I casi di indisciplina vi erano frequenti e vi regnava uno spirito ostile a ogni sforzo che lo rendeva inutilizzabile. Césari ordinò che fosse epurato sul posto prima di partire per Bonifacio. Colonna de Leca, che era succeduto a Grimaldi, cercò, ma invano, di trarne alcuni elementi migliori attraverso la disciplina. Sfortunatamente, mancava il denaro, non poteva pagare il soldo, né poteva noleggiare i muli necessari per il trasporto dei bagagli e delle forniture di guerra: fu dunque costretto a restare a Sartène in attesa di soccorsi in denaro. Fu così che il 4° battaglione non poté prendere parte alla spedizione di Sardegna e che solo le compagnie Guiducci e Guglielmi, che erano distaccate a Cervione, parteciparono al contrattacco della Maddalena.

I battaglioni di Cervione e della Porta non portarono un contingente di forze considerevole. Centodue uomini delle compagnie Ruffini, Valentini e Sébastiani avevano disertato con l’armamento e il vestiario[6]. Il colonnello Casalta non poté mai colmare i vuoti nei ranghi, né soprattutto riparare al danno materiale che la perdita degli effetti gli aveva fatto subire. Restava il battaglione Quenza-Bonaparte, che era a Bonifacio. Césari, lasciando Sartène, venne a ispezionarlo. Non gli diede più soddisfazione degli altri e certamente, in mezzo a simili uomini, Césari non si sarebbe creduto al sicuro se non avesse avuto presso di sé in permanenza i pochi gendarmi che gli formavano una scorta devota.

I volontari di Bonaparte si erano anch’essi distinti per atti di vandalismo e di insubordinazione. Avevano bruciato il famoso bosco di lentischi e di ginepri di San Francesco, che riparava Bonifacio dai venti. Reclamavano a gran voce l’arretrato del loro soldo e dichiaravano apertamente che non avrebbero marciato se non avessero riscosso integralmente il denaro che era loro dovuto. Ora, da tre mesi, nessuno di loro era stato pagato e la cassa del battaglione era vuota. Bonaparte aveva cercato di disciplinare e trascinare questa cattiva truppa; giovane, ardente, ambizioso, voleva dare l’esempio, si alzava ogni mattina all’alba e faceva lui stesso l’istruzione dei suoi volontari. La sua energia si dispiegò invano; non ottenne alcun risultato.

Césari non poteva essere entusiasta dopo l’ispezione dei battaglioni che aveva passato a Sartène e a Bonifacio; ma, invece di agire, si accontentò di gemere e di lamentarsi con Pozzo di Borgo, procuratore generale sindico del dipartimento. Se le sue lamentele si spiegavano in seguito al cattivo stato delle truppe e alla penuria di denaro nella quale si dibatteva faticosamente, il suo atteggiamento non restava meno indegno di un capo energico che vuole lottare e vincere la fortuna. Il suo giro, che fece molto troppo tardi, fu senza portata di alcun genere, ed egli non pensò mai un istante all’influenza che poteva avere sull’organizzazione e la disciplina dei suoi battaglioni.

Si metteva troppo a malincuore in viaggio per la Maddalena. Non accettava le truppe che venivano messe a sua disposizione, si mostrava ben poco soddisfatto delle navi che Truguet gli aveva inviato. Trovava i bastimenti da trasporto insufficienti, e la sola corvetta la Fauvette[7] gli sembrava impotente contro le mezze galere e i bricchi che, ogni giorno, venivano dalla Sardegna a incrociare davanti a Bonifacio. Chiedeva incessantemente denaro, pur sapendo il Tesoro vuoto: «La mia cassa privata provvede alla mia tavola e a tutte le spese che mi sono personali in questa spedizione, ma non posso fare di più. Ho bisogno di denaro. Senza entrare nei dettagli, vi sono mille ragioni di spesa imposte dalla spedizione, come non dovete ignorare. Una certa somma mi è di rigoroso bisogno[8]».

Il 10 febbraio, il capitano Rossi, di Calvi, venne a portare 54.000 lire a Colonna-Césari. Il soldo dovuto alle truppe fu pagato, i bisogni più pressanti furono soddisfatti, e Césari tenne per sé una riserva di 35.000 lire per far fronte all’imprevisto. Ma ciò che mancava soprattutto all’antico colonnello di gendarmeria era l’entusiasmo. Le sue rimostranze potevano sembrare dettate dalla prudenza e dalla previdenza; esse non testimoniavano che pusillanimità. Pareva cercare i mezzi per giustificare il lamentevole scacco che lo attendeva. Questo bell’uomo, questo bel cavallo di battaglia preparava a meraviglia quella spedizione che, secondo la parola di Paoli, doveva «andare in fumo».

[1]  Lettera del 28 dicembre 1792 ai cittadini amministratori (Arch. dép.).

[2]  Lettera del 5 gennaio 1793 ai cittadini amministratori (Arch. dép.).

[3]  Lettera del 28 dicembre 1792 ai cittadini amministratori (Arch. MD).

[4]  Lettera al ministro della guerra, 2 gennaio 1793 (Arch. dép.).

[5]  Lettera al ministro della guerra, 2 gennaio 1793 (Arch. dép.).

[6]  Lettera di Paoli al colonnello Césari, 7 gennaio 1793. Il numero dei disertori ammonta a 102 uomini.

[7]  La Fauvette era partita il 10 gennaio da Ajaccio con a bordo Bonaparte. Arrivò a Bonifacio il 22.

[8]  Lettera dell’11 gennaio ai cittadini amministratori (tradotta dall’italiano) (Arch. dép.).

La Fauvette

XIII

Operazioni contro la Maddalena.

La squadriglia è ancorata a Bonifacio dal 22 gennaio.

I marinai che trasporta sono i degni compagni di coloro che si sono distinti ad Ajaccio per i loro misfatti.

Quando scendono a terra, non cessano di cantare i canti rivoluzionari e vi uniscono volentieri delle dimostrazioni ben poco rassicuranti per i pacifici Bonifacini.

Il 9 febbraio, poco mancò che non uccidessero Bonaparte. Quel giorno, essi si abbandonavano a una di quelle manifestazioni che erano loro familiari. Dopo aver percorso le viuzze strette e tortuose di Bonifacio, cantando la Carmagnole e il Ça ira, si fermarono sulla piazza pubblica al fine di danzare la farandola tradizionale in Provenza.

Bonaparte era presente, per caso. Indisposto dalle grida rivoluzionarie dei manifestanti, non poté fare a meno di alzare le spalle. Questo marchio di disapprovazione pubblica sollevò la collera dei Marsigliesi, e subitamente i marinai si scagliarono sul luogotenente colonnello Bonaparte. Sorpreso, questi non ebbe che il tempo di gettarsi sotto un portico. I Provenzali lo inseguirono fin lì per farlo a pezzi. Per fortuna, il sergente Brignoli, di Bastelica, detto Marinaro, si trovava a breve distanza. Il Corso brandì il suo stiletto e balzò in soccorso del suo capo. Il Marsigliese che teneva Bonaparte cadde colpito a morte. Altri soldati corsi intervennero a loro volta; e i marinai della squadra pensarono, con giusta ragione, che fosse meglio riguadagnare il porto. Bonaparte era sano e salvo.

Vi erano, in fondo al braccio di mare di Bonifacio, la corvetta la Fauvette e sedici piccoli bastimenti, le feluche la Liberté, la Vigilante e la Fidèle, la tartana Saint-François, il brigantino l’Annonciation e alcuni bastimenti di carico e di trasporto. La Fauvette contava venti bocche da fuoco.

Colonna-Césari giudicò questo armamento insufficiente per resistere alle mezze galere sarde e diede l’ordine che quattro pezzi prelevati dalla cittadella fossero trasportati a bordo. Non si avevano né operai né carpenterie; occorse trascinare questi cannoni, al prezzo di mille difficoltà, lungo le rocce sulle quali erano costruiti i bastioni. Così la corvetta contò ventiquattro bocche da fuoco, due pezzi da 24 e due colubrine da 8. Il capitano Goyetche preparò alla meglio approvvigionamenti per quaranta o cinquanta giorni e, a forza di energia, mise tutto in ordine per partire. Ben presto non attese più che venti favorevoli e Césari.

Il corpo di spedizione da imbarcare contava il 2° battaglione di volontari e le due compagnie del 4° battaglione, ossia 450 uomini, e una compagnia del 52° reggimento, ossia 150 granatieri comandati dal capitano Ricard.

Bonaparte comandava l’artiglieria e il capitano Moydié il genio. Ciò faceva una truppa di sbarco di 600 uomini circa sotto gli ordini del luogotenente colonnello Quenza.

Da un lato, i venti contrari e la tempesta immobilizzavano la squadra; d’altra parte, i volontari, per timore del mare, rifiutavano di salire a bordo.

Colonna-Césari, inerte, si inchinava davanti all’indisciplina dei suoi soldati. Certamente non si sarebbero mai imbarcati se Bonaparte e Quenza non si fossero imposti loro con un’attitudine energica, e se soprattutto la popolazione bonifacina non li avesse esortati vivamente ad andare a combattere i Sardi.

I volontari dovettero risolversi a raggiungere i loro battelli e, siccome il vento era cessato nella notte tra il 19 e il 20 febbraio, si poté far vela e arrivare, al levar del giorno, in prossimità della Sardegna.

Improvvisamente, si levò un vento violento. Lo sbarco diventava impossibile, valeva meglio tornare a Bonifacio. Solo la Fauvette, che portava Bonaparte e lo stato maggiore del corpo di spedizione, mise le vele alla cappa e attese tempo migliore.

Il 22, si ritornò verso la Maddalena. I Sardi erano avvertiti e, non appena la corvetta francese si presentò a tiro dalle isole, fu accolta dal fuoco dei tre cannoni delle piccole galere comandate dai cavalieri Porcile e Constantin. Un uomo fu ucciso, ma la Fauvette non subì che pochissimi danni.

Colonna-Césari aveva risolto di sbarcare nell’isola di San Stefano, che sta di fronte al porto della Maddalena, e di dirigere da lì le sue operazioni.

San Stefano aveva un buon porto, protetto da una superba torre quadrata, circondata da fossati e guarnita di tre pezzi di cannone. Trenta uomini del reggimento di Courten vi tenevano guarnigione ed erano incaricati della difesa. Il 22, all’approssimarsi della notte, Césari diede l’ordine a una divisione delle sue truppe di sbarcare nell’isola di San Stefano e di trincerarsi.

I Sardi, dapprima risoluti a opporsi al tentativo dei Francesi, si erano appostati dietro le rocce in prossimità del luogo di sbarco. Ma se tutti i Sardi erano armati, molti consideravano la Corsica come patria; piuttosto che combattere, preferirono rifugiarsi nella torre di Villamarina, tanto più volentieri in quanto una pioggia torrenziale non cessava di cadere.

«Era quello», disse Bonaparte, «il momento favorevole, che in guerra decide tutto», per tentare un colpo di mano sulla Maddalena, per impadronirsene col favore della notte e compiere così la missione che era affidata a Césari. Sfortunatamente, il parere del luogotenente colonnello Bonaparte non poté prevalere nonostante le sue insistenze, e la notte passò nell’inazione. Durante questo tempo, le piccole galere sarde sfuggivano alla corvetta. Conoscendo perfettamente questi paraggi seminati di rocce, non avendo bisogno che di pochissimo fondale e navigando a remi, avevano potuto rifugiarsi sulla costa nord dell’isola.

Favorito dal terreno, Bonaparte si impadronì in poche ore dei magazzini che erano a breve distanza dalla torre. Non appena i soldati corsi, che avevano mostrato tanta indisciplina, videro i magazzini presi e appresero che già si cercava di innalzare una batteria, vollero andare dritti all’assalto, senza sapere come e non obbedendo che al loro impeto. Occorse trattenerli e impedire loro di farsi uccidere inutilmente. Il cannone sembrava necessario per prendere la torre; Césari fece dunque avvicinare la corvetta. Ma questa, ancora sotto l’impressione della perdita subita al primo incontro col nemico, si dispose per il tiro troppo lontano per effettuare un fuoco efficace col suo cannone da 36. La semplice minaccia della corvetta fu sufficiente perché la guarnigione si arrendesse: una semplice intimazione di Césari e la torre fu evacuata. Alle 4 del pomeriggio, l’isola cadeva nelle nostre mani e tutto ciò che contenevano i magazzini di provviste per le galere fu dichiarato di buona preda.

Bonaparte fece allora stabilire, di fronte alla Maddalena, una batteria che guarnì di un obice e di due pezzi da 4. Aiutò egli stesso i suoi soldati a stabilire i trinceramenti e i parapetti e, grazie alla sua attività e al suo esempio, tutti i lavori erano terminati all’una del mattino. I suoi pezzi dominavano il porto, il villaggio e persino le batterie della Maddalena. Ma la Maddalena è meglio difesa di San Stefano. 150 uomini del reggimento di Courten, comandati dal luogotenente Barmann, e circa 300 miliziani sono decisi a difendervisi bene. La città stessa è fiancheggiata da due batterie che sbarrano coi loro fuochi l’ingresso del porto dove stazionano le mezze galere.

Il 24, Bonaparte apre il fuoco sulla Maddalena. Allo stesso modo in cui aveva scavato per costruire le piattaforme della sua batteria di San Stefano, allo stesso modo punta i suoi pezzi. Il bombardamento durò tutta la giornata. L’effetto morale fu immenso; gli abitanti della Maddalena fuggirono a cercare riparo tra le rocce con la guarnigione impaurita, sicché non restava più nessuno per servire le batterie nemiche.

Bonaparte si accontentò di puntare delle bombe vuote al fine di spaventare solamente gli abitanti suoi compatrioti, oppure non poté lanciare che proiettili vuoti e inoffensivi alla vista dei quali gridò al tradimento? O ancora, non inviò di sua mano che una sola bomba che colpì la chiesa e fu venduta dalla parrocchia, nel 1832, per 30 scudi? Non si sa. Nasica, la cui cronaca tiene a volte della favola, dice che «Napoleone aveva avuto la precauzione di inviare le bombe nei dintorni della città, al fine di causare il minor danno possibile; voleva intimidire gli abitanti per indurli a capitolare, ma non aveva alcuna voglia di far loro del male»; Colonna-Césari, che non cita che una volta il nome di Bonaparte nella parte delle sue Memoires relative al contrattacco della Maddalena, parla laconicamente della «bomba che aveva fatto fuggire tutti gli abitanti del villaggio».

Il meglio è riferirsi a Napoleone stesso. Nella sua lettera del 2 marzo al ministro della guerra, egli assicura di aver inviato, il 24 e il 25 febbraio, bombe e palle rosse sulla Maddalena, di aver appiccato il fuoco al villaggio, demolito parecchie case, incendiato un cantiere di legname, smontato e ridotto al silenzio le batterie dei due fortini.

Da due giorni, la pioggia non cessava di cadere; il vento soffiava con una violenza particolare alle Bocche di Bonifacio. Non vi era legna nei dintorni, né effetti di accampamento negli approvvigionamenti; occorse passare la notte senza riparo contro l’acqua e il freddo, con un po’ di pane per tutto nutrimento; Bonaparte dovette mangiare senza sale un pezzo di capretto che Costa di Bastelica era riuscito a trovare.

La sera del 24, Césari convocò in un consiglio di guerra, nel magazzino di San Stefano, tutti gli ufficiali, compresi quelli della corvetta. Si stabilì che l’assalto sarebbe stato dato l’indomani contro la Maddalena. Fin dal far del giorno, ci si doveva imbarcare sulle gondole del convoglio, marciare sul villaggio e prendere le due cattive batterie che lo difendevano. Allo stesso tempo, la corvetta avrebbe operato contro le mezze galere e proceduto a un simulacro di sbarco su un altro punto della costa. Non appena questa risoluzione fu comunicata alle truppe corse, queste esultarono di gioia; la cannonata aveva risvegliato il loro coraggio e la precisione delle batterie di Bonaparte aveva fatto nascere molte speranze.

Colonna-Césari subiva la volontà dei suoi subordinati. A Bonifacio, si era disinteressato delle truppe che doveva condurre; aveva fatto vela e non si era per un istante preoccupato di sapere se fosse seguito dai suoi stessi soldati. L’attitudine dei Bonifacini aveva da sola determinato la partenza dei volontari. All’arrivo a San Stefano, le operazioni erano state dirette, quasi contro la sua voglia, da Quenza e Bonaparte. Sentiva il suo prestigio cancellato dall’attività e dall’ambizione dei suoi sottordini. Il consiglio di guerra, che aveva riunito la sera del 24, non doveva che mascherare le sue esitazioni. Gli eventi stavano per denunciare questa situazione nella quale Césari si dibatteva così faticosamente.

Gli equipaggi non condividevano l’entusiasmo, tardivo senza dubbio, ma reale, dei volontari corsi. Avevano paura, quei contadini di Provenza, che non avevano di marinaio che il nome; quei sanculotti, strappati alle loro terre, avevano la nostalgia del loro paese ed erano meno desiderosi di gloria e di combattimenti che avidi di discorsi rivoluzionari. Si immaginavano che l’isola della Maddalena fosse popolata da migliaia di nemici, che proprio recentemente erano stati riforniti di viveri e munizioni. Parlavano di pericoli fantastici che li circondavano e li minacciavano; temevano di morire lontano dal campanile del loro villaggio. E, mentre discorrevano sulle dolcezze di una vita tranquilla e sull’inutilità di conquistare qualche isolotto roccioso, i loro ufficiali, pieni di viltà, ascoltavano questi propositi fiacchi con orecchio indulgente.

Verso mezzanotte e mezza, Colonna-Césari fu avvertito che la Fauvette, ancorata di traverso all’isola di Caprera, manovrava per partire. Césari, che aveva per un istante lasciato il bordo, riguadagnò la corvetta accompagnato dai suoi dodici gendarmi. Diede loro la consegna di non allontanarsi sotto alcun pretesto dalla sua camera, dove conservava il tesoro della truppa, poi chiamò il pilota Santo Valéri, di Bastia, e fece volgere la nave di fronte alle mezze galere nemiche. Prese queste precauzioni, riunì sul ponte gli ufficiali della squadriglia e chiese loro il motivo della grave colpa di indisciplina di cui gli era stato riferito. Essi risposero che gli equipaggi volevano la ritirata immediata e che, essendo la loro volontà sovrana, occorreva inchinarsi davanti ad essa.

Césari parve turbato e, senza insistere, scese a coricarsi nella sua camera situata presso la santa barbara. Verso le 7, un giovane mozzo venne a chiedergli, a nome dell’equipaggio, di salire sul ponte. Il comandante in capo della spedizione si arrese a questo ordine dei marinai. Li trovò radunati e cominciò a discutere con loro dell’atto di insubordinazione che stavano commettendo. Ma gli mancava quella convinzione che rende gli uomini eloquenti; le sue parole e le sue minacce furono vane. «Tra poche ore», disse, «la bandiera sventolerà sulla Maddalena». I marinai presero un’attitudine sdegnosa, non avevano più fiducia nel loro capo. Allora Césari ebbe un gesto infelice che finì di perderlo; si avvicinò a un barile di polvere e, con voce rotta dall’emozione, esclamò: «Una parola mia e la corvetta salta!». Nessuno si mosse; Césari aveva già dato troppe prove di pusillanimità perché i suoi soldati lo credessero un solo istante capace di un simile sacrificio; allora Césari scoppiò in lacrime, sprofondava nel ridicolo.

Goyetche fece finta di inchinarsi davanti alle circostanze e chiese allora all’equipaggio di tradurre la sua volontà con un voto: «Coloro che vogliono proteggere la ritirata», disse, «e salvare i loro fratelli di San Stefano si portino a tribordo! Che gli altri restino a babordo!». La maggioranza si portò a babordo. E Césari, vinto, prigioniero dei suoi stessi uomini, dovette dettare ad alta voce l’ordine della ritirata. Non ebbe nemmeno il tempo di ordinare che si portasse soccorso alle sue truppe di terra. I marinai gli strapparono l’ordine dalle mani e, accompagnati da un ufficiale di bordo, andarono a portarlo alle truppe di Quenza.

«Caro Luogotenente Colonnello», vi era detto, «la circostanza esige che l’armata si metta subito in movimento e pensi alla ritirata. Manterrete da parte vostra tutto il contegno possibile. Farete gettare in mare gli effetti di guerra che non potrete far imbarcare e, non appena giunto sul convoglio, verrete a mettervi sotto la protezione della fregata, affinché le mezze galere non possano offendervi. In una crisi così grave, esorto l’armata e voi, a mostrare prontezza e destrezza, come vi ho detto».

Ricevendo questo ordine, il capitano Ricard, Quenza e Bonaparte furono stupefatti; non comprendevano questa decisione del loro capo che li fermava al momento di afferrare la vittoria e quando il nemico rinunciava a contenderla.

Bonaparte soprattutto, ardente e giovane, aveva la rabbia nel cuore. Rifiutava di eseguire gli ordini, che aveva appena ricevuto da Quenza, di fare i suoi preparativi per la ritirata.

Infine la volontà di Césari si eseguì. Ma la truppa impressionabile dei volontari che, solo un istante prima, rifiutava di lasciare la riva sarda, si precipitò tutto a un tratto e senza ragione, nel più grande disordine, verso il lido alle grida di: «Si salvi chi può!». I pezzi d’artiglieria, un mortaio e due cannoni dovettero essere abbandonati, e il mortaio, che porta la cifra di Luigi XVI, si trova oggi al bastione detto della Maddalena, ad Alghero, in Sardegna.

La fuga era stata così disordinata che ci si dimenticò di avvertire della partenza la compagnia di granatieri del 52° reggimento di fanteria. Occorse il devozione dei capitani Pierre Peretti e Gibba per andare a cercare gli uomini del distaccamento francese che erano stati dimenticati in territorio nemico e imbarcarli uno ad uno sulle feluche[1]. Era mezzanotte. La squadriglia fece rotta su Santa Manza, dove arrivò alle 8 del mattino del 27 febbraio.

Durante la notte, incidenti deplorevoli si rinnovarono a bordo. La compagnia dei granatieri minacciò di impiccare Césari, sotto pretesto che avevano dovuto abbandonare la vittoria senza essere stati costretti dal nemico. La sorte della spedizione era stata misera; non si seppe tuttavia far altro che complimentarsi a vicenda. Gli ufficiali di bordo offrirono a Césari «un certificato esatto di ciò che era accaduto a bordo», e questi affermò che non li considerava come uomini senza onore. Inoltre, aggiunse Césari, «l’equipaggio, l’ho visto ben subordinato alle manovre; non è stato vigliacco e insubordinato che per voler andarsene e costringere alla ritirata».

Così terminava il contrattacco della Maddalena. Bonaparte vedeva con stizza i suoi progetti ambiziosi fallire. Aveva sperato di potersi distinguere; eventi sfortunati avevano dissipato i suoi sogni. Aveva dunque dispiegato invano la sua attività dal suo rientro in Corsica? Aveva dunque tanto intrigato, per la sua elezione al grado di luogotenente colonnello, solo per partecipare a una spedizione vergognosa? Non poté fare a meno di esprimere tutti i suoi rimpianti a Césari. Questi gli voltava la schiena. «Non mi capisce!» esclamò Bonaparte, e continuò a mormorare contro quel bel cavallo di battaglia che non aveva saputo condurre i suoi soldati che a una rotta davanti a un nemico immaginario.

Siccome non cessava di congratularsi riguardo a questa vergognosa avventura, Bonaparte non rifiutò di firmare la «dichiarazione dei differenti corpi d’armata», dove gli ufficiali corsi «si felicitavano di dover sempre conservare dello zelo e del patriottismo di Césari l’opinione che avevano sempre avuto».

Ma il 1° marzo, a Bonifacio, con la sua decisione ordinaria, Bonaparte redasse colpo su colpo un progetto d’attacco e due memorie: l’una sulla necessità di rendersi padrone dell’isola della Maddalena, e l’altra su un nuovo attacco della Maddalena. Quest’ultima portava in appendice degli ordini precisi per l’esecuzione delle operazioni.

Bonaparte stimava che l’ingiuria fatta all’onore francese dovesse essere riparata, che si dovesse ritornare in Sardegna, riprendere i pezzi d’artiglieria che si erano dovuti abbandonare e «lavare agli occhi dell’Italia intera la macchia che ci si era fatti». Occorreva, diceva Napoleone, formare un convoglio di gondole leggere e di imbarcazioni a remi, che, sotto la protezione di una corvetta e di una fregata, trasportassero le truppe. Si sarebbero distaccate in seguito due scialuppe cannoniere per intercettare ogni comunicazione tra le isole e la Sardegna, mentre altre due sarebbero andate a combattere le mezze galere. Egli stimava a 1.000 uomini l’effettivo del corpo di sbarco, ossia 500 uomini d’infanteria e 500 volontari; giudicava inoltre necessari un equipaggio d’artiglieria da campagna e un equipaggio d’artiglieria d’assedio. Mentre 200 uomini sarebbero sbarcati nell’isola di San Stefano e vi si sarebbero trincerati, altri 800 avrebbero attaccato il villaggio della Maddalena in due colonne formate nel punto in cui sarebbero sbarcati. Infine la batteria d’assedio sarebbe stata stabilita a San Stefano, di fronte alla Maddalena, e avrebbe bombardato il villaggio al fine di «far ballare» gli abitanti. La speranza segreta di Bonaparte, sottoponendo questi progetti ai poteri pubblici, era di ottenere il comando di questa spedizione per la quale reclamava un ufficiale che conoscesse perfettamente il terreno, istruito dall’esperienza e capace di combinare gli sforzi della flotta con quelli dei distaccamenti delle differenti armi del corpo di spedizione.

Bonaparte disimpegnò in seguito la sua responsabilità e quella degli ufficiali del suo battaglione. Prendeva un’iniziativa alla quale non aveva diritto, avendo servito solo sotto gli ordini di Quenza. Devoto alla causa di Paoli e di Césari, questi manteneva prudentemente il silenzio. Bonaparte lo ruppe senza esitazione, con l’energia che aveva mostrato durante la sua intervista tempestosa con Paoli a Corte. Inviò il 2 marzo, al ministro della guerra, una protesta contro «l’abbandono» dell’isola della Maddalena.

Nulla era stato preparato per aiutare nel successo i veri patrioti. Siamo partiti, disse Bonaparte, «sprovvisti assolutamente di tutto ciò che è necessario per una campagna; abbiamo marciato senza tende, senza vestiti, senza cappotti e senza treno d’artiglieria, affidandoci interamente a colui che comandava». E tuttavia, il 22 febbraio, sbarcavamo in terra nemica, nonostante la «resistenza vana» dei Sardi. Se, in quel momento, aggiungeva, «si fossero inviati gli effetti necessari per costruire una batteria di fronte al villaggio della Maddalena, e se, all’inizio della notte, si fosse tentata la discesa, è molto probabile che avremmo compiuto prontamente l’oggetto della nostra missione; ma si è perso il momento favorevole che, in guerra, decide di tutto». Si era luttato quattro giorni contro le intemperie, nella spogliazione più completa; l’artiglieria aveva incendiato un cantiere di legname, demolito ottanta case, messo fuori servizio l’artiglieria nemica, e, mentre i volontari occupavano un «posto vantaggioso» e la vittoria era vicina ad essere colta, Colonna-Césari dava l’ordine di ritirarsi prontamente. Abbiamo obbedito, diceva terminando Bonaparte, ma con il cuore pieno di «confusione e dolore. Ecco il racconto fedele, Cittadino Ministro, di questa vergognosa spedizione. Abbiamo fatto il nostro dovere e gli interessi come la gloria della Repubblica esigono che si ricerchino e che si puniscano i vigliacchi o i traditori che ci hanno fatto fallire».

Bonaparte era senza pietà per i capi della spedizione e per coloro che l’avevano preparata. In seguito a questo scacco, il colonnello Colonna-Césari cadde nel più profondo discredito. I suoi uomini lo avevano chiamato il «Piagnone» (le Pleureur), in ricordo dei tristi eventi del 25 febbraio, Salicetti lo battezzò, per derisione, col soprannome di «Eroe della Maddalena».

Solo, Paoli sostenne il suo protetto. Scrisse al ministro della guerra che «la defezione dell’equipaggio della Fauvette aveva messo le guardie nazionali corse nella necessità di ritirarsi al momento in cui erano decise a tentare con coraggio la presa definitiva delle isole»; che «Césari era tanto coraggioso quanto patriota», e che, «senza la prigionia alla quale l’equipaggio l’aveva ridotto, sarebbe perito prima di abbandonare il campo di battaglia».

Eventi più importanti stavano per reclamare imperiosamente tutte le energie del popolo francese e del Potere esecutivo, sicché si perderà presto di vista questa infelice spedizione e ci si dimenticherà di stabilire le responsabilità di coloro che la condussero.

Quanto a Bonaparte, serbò a lungo il ricordo di questa avventura. Ricorderà nel 1794, nei suoi stati di servizio, che egli «comandava un battaglione alla presa dell’isola della Maddalena». All’inizio delle sue Memorie sulla guerra d’Italia, menziona questo contrattacco che comandava Colonna-Césari. Anche a Sant’Elena, dirà che fu in Sardegna che vide il fuoco per la prima volta. Ma manterrà sempre il silenzio sul ruolo che giocò. Bonaparte era un subalterno; aveva dovuto assistere a una rotta vergognosa, come spettatore impotente; aveva dovuto lasciare nelle mani del re di Sardegna il mortaio che aveva puntato di sua mano; non era uomo da non serbare inguaribile una simile ferita al suo amor proprio. Non doveva mai perdonare una cosa simile a Césari e a Paoli.

[1] «Noi, ufficiali, sottufficiali e volontari serventi nel 2° battaglione del 52° reggimento, certifichiamo che l’infame Césari, comandante in capo delle truppe impiegate nel contrattacco della Sardegna, avendo effettuato il progetto di lasciare alla mercé del nemico, nell’isola di San Stefano, la 2ª compagnia dei granatieri del 52° reggimento, il cittadino Pierre Peretti fu uno di quelli che contribuirono maggiormente a forzare quest’uomo tanto vigliacco quanto scellerato a rinunciare a questo disegno atroce; che l’abbiamo visto accorrere con premura al soccorso dei suoi fratelli d’arme sulla feluca della Repubblica, comandata dal capitano Gibba e che egli servì allora a salvare questa compagnia, la cui conservazione è dovuta alle sue cure, al suo zelo e al suo civismo. Al porto della Montagna, 27 piovoso anno III. URBAIN, sottotenente; SÉBASTIEN, ufficiale; DUBUISSON, caporale furiere; HUSQWN, capitano; RivAL, sottotenente; BOUSSARD, sergente; RICARD, capitano; GALLAND-FAYARD, capitano; MERUER, granatiere; TACONNET, caporale furiere; MAZAT, CADOL, LATOUCHE, sergenti; ARNOUX, sergente; GEORGE». (Arch. dép).

Cartina battaglia La Maddalena 1793, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Denis Auguste Marie Raffet, Napoleone a Santo Stefano
Felucone, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Napoleone 1793
Napoleone Bonaparte nel 1793, di Philippoteaux - 1835
Une delle bombe "di Napoléone" presso il Municipio di La Maddalena, coll. Antonio Frau
Millelire e Zonza
Lancione di Millelire, in Cau-Bonelli, La Maddalena febbraio 1793
Per Dio per il Re vincere - morire
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