OLBIA
di Pasquale Cugia
1892
INDICE
Origine. Nomi diversi
Cartaginesi
Vandali. Saraceni
Medioevo
Giudici
Invasioni barbaresche
Paese
Porto
Chiesa di San Simplicio
Antiche mura
Tomba dei giganti
Territorio
Feste e Paci
Ripreso il treno alla stazione di Ennas, dopo un percorso di
TERRANOVA
situata a m 5,05 sul livello del mare.
Origine. Nomi diversi
Questo paese ebbe molti nomi: Fausania, Civita, ma il più antico e certamente il più classico è Olbia, nome che, a quanto pare, si vorrebbe oggi restituirle.
Gli storici, con Pausania in testa, la dicono fondata, insieme a Ogrilla, da Iolao, mediante una colonia di Tespiadi, ai quali in seguito si unirono altri popoli dell’Attica. […]
Cartaginesi
Sembra tuttavia che i suffeti siano stati inviati all’insaputa dei Cartaginesi, che allora erano padroni della Sardegna; poco dopo però vediamo questi unirsi ai Sardi contro i Romani, fatto che proverebbe che nel frattempo si fossero messi d’accordo. È anzi degno di nota che gli stessi Cartaginesi adottarono il culto degli dèi e degli eroi sardi; poiché vediamo Iolao invocato come testimone da Annibale nel famoso trattato con Filippo il Macedone.
Nella battaglia navale fra Roma e Cartagine, avvenuta nelle acque di Olbia nell’anno di Roma 499, Lucio Cornelio Scipione rimase vincitore; l’ammiraglio cartaginese Annone, sconfitto, si uccise e fu trasportato in città, dove venne sepolto con grande solennità.
Quinto Tullio, fratello di Cicerone, nel 697 si trovava a Olbia come legato di Pompeo, e abbiamo visto la missione che egli affidava a Maronio Sesto di Nora (It. II, p. 372). Fra le lettere che il celebre oratore scriveva al fratello durante la sua permanenza a Olbia, ve n’è una nella quale lo raccomanda di guardarsi attentamente dalla malaria, anche in inverno:
Cura, mi frater, ut valeas et, quamquam est hiems, tamen Sardiniam istam esse cogitet.
Cicerone, in verità, non fu mai amico della Sardegna; ma è un fatto che fino a tempi recenti Terranova ebbe fama di clima malsano. Grazie però all’ampliamento delle coltivazioni e ai diversi lavori eseguiti all’interno dell’abitato, la situazione è molto migliorata; è quindi da sperare che, con le opere di bonifica che non possono mancare, cessi del tutto il timore della malaria.
L’Olbia romana aveva un’estensione vastissima e comprendeva edifici notevoli, fontane marmoree, templi ecc.; ciò è confermato da vari ruderi, come si vedrà, e da un documento pubblicato dal canonico Spano.
Vandali. Saraceni
Pare che i primi a devastarla siano stati i Vandali; per cui un Fausano, persona ricca e illustre, con l’aiuto dei suoi concittadini l’avrebbe ricostruita dalle rovine, imponendole il proprio nome. Tuttavia la nuova denominazione sarebbe stata data alla città già in precedenza, se si dà credito a quanto afferma il Fara, secondo il quale san Simplicio, vescovo di Fausania, fu martirizzato sotto il regno di Diocleziano, cioè nel 304 dell’era volgare.
Ciò tuttavia non concorderebbe con il documento citato; ma, senza discutere se il Fara sia incorso in errore, o, in altri termini, se san Simplicio fosse vescovo di Olbia o di Fausania, poiché le invasioni vandaliche avvennero nel 427 e nel 468, è lecito concludere che solo dopo tale periodo sia avvenuto il cambiamento del nome.
Medioevo
La serie dei vescovi subì però una lunga interruzione, che, secondo il Fara, sarebbe durata circa tre secoli, essendo stato creato un nuovo vescovo, Vittore, da san Gregorio nel 601. Fra gli altri vescovi vi fu un Gennaro che, nel 740, partecipò alla consacrazione di Filippesu, elevato all’arcivescovado di Cagliari in sostituzione del prelato morto combattendo contro i Saraceni. Un Giorgio, anch’egli vescovo di Fausania, lo vediamo presente alla grande festa celebrata a Torres nel 778 per l’espulsione dei Saraceni dall’isola.
In seguito il nome di Fausania scompare; il che fa supporre che la città sia stata distrutta a causa delle invasioni saracene, che tanto danno arrecarono all’isola, specialmente alle città marittime.
Si vede quindi la città indicata ora con il nome di Civita, quando si tratta di affari religiosi, ora con quello attuale di Terranova.
Il Martini, forse non a torto, suppone che Terranova sia il paese che direttamente ha sostituito Fausania e che il nome di Civita fosse quello di una regione o curatoria ecclesiastica, e non di un centro abitato specifico. Egli aggiunge inoltre che l’opinione di coloro che vogliono Civita città più antica di Terranova trae origine dal fatto che il vescovo della Gallura Superiore era detto Croilanensis. Il La Marmora ritiene invece che il nome di Civita sia stato dato per antonomasia, poiché vi risiedevano i giudici.
Giudici
Verso il
Ultimo dei giudici di Gallura residenti a Terranova fu Nino Scotto, di origine pisana, nipote del conte Guelfo della Gherardesca, morto nel 1298. Di lui e della figlia parlò Dante, e sono profondamente commoventi i versi che il sommo poeta mette in bocca al giudice, quando si lamenta del secondo matrimonio della vedova Beatrice d’Este con il Visconti:
Non le farà sì bella sepoltura
La vipera che ’l Melanese accampa
Come avria fatto il gallo di Gallura.
Dopo la morte di Nino, i Doria si impadronirono di una parte del giudicato, e i Visconti di Milano non riuscirono a mantenervisi, benché si fossero intitolati giudici di Gallura fino al 1447, anno in cui Filippo Maria morì senza eredi.
Invasioni barbaresche
Questa fu sempre una costa infestata dai pirati. Nel primo lustro di questo secolo, essendo costoro sbarcati nel vicino porto di San Paolo, presso lo stagno detto Caldosu, una Caterina Spano, che stava facendo bollire la ricotta, si difese lanciando il latte bollente sul volto dei Turchi, incitando i quattro figli, ancora in tenera età, ad attizzare il fuoco per aggiungere farina al latte, allo scopo di accecare gli assalitori. Questi, vista l’ostinazione della valorosa donna, si ritirarono, e alla Spano rimase il soprannome di Cacciaturchi.
Paese
Il paese di Terranova, capoluogo di mandamento, è costruito con criterio regolare; le strade, diritte e parallele, quasi tutte convergono verso il mare, e le trasversali si incrociano ad angolo retto. Le case sono costruite in granito dei dintorni, di bel colore quasi rosso, simile al più bel granito dei monumenti egiziani, come osserva il La Marmora. Fino a pochi anni fa quasi tutte mostravano la roccia a vista; oggi invece molte sono intonacate e colorate, dando così al paese un aspetto più allegro.
Vi sono bei fabbricati, sia ad uso di abitazione sia di magazzino; a buon diritto si possono citare quelli delle famiglie Tamponi, Puliga e Semidei. È degno di nota che, nel costruire diverse case, siano stati scoperti antichi pozzi che forniscono acqua potabile di eccellente qualità.
Porto
Il porto, che un tempo appariva bello sulle carte ma di difficile accesso per navi di una certa portata, oggi lo è anche per quelle fino a 600 tonnellate, grazie a un canale scavato circa vent’anni fa, lungo m 575 e largo da
Il porto ha una lunghezza di
Questa causa, unita ai macigni gettati dai Genovesi all’ingresso, ne ha provocato l’ostruzione. A tali due cause il La Marmora ne aggiunge una terza: il graduale innalzamento del suolo, del quale ritiene di aver raccolto le prove. Il porto infatti, già frequentato da Cartaginesi e Romani, presenta a fior d’acqua numerose rocce granitiche che probabilmente in passato non si trovavano all’altezza attuale.
All’uscita del porto si trova un’isola detta delle Colonne, che si ritiene essere il luogo da cui i Romani estraevano le colonne per i templi di Olbia, poi riutilizzate per le chiese.
Chiesa di San Simplicio
La chiesa parrocchiale non offre nulla di particolarmente interessante, sebbene sia decorosa; ma, appena fuori dal paese, presso la stazione, quella di San Simplicio attira l’attenzione per il suo stile pisano e per il ricordo del supplizio del santo titolare. Secondo il Fara, la basilica sarebbe di data anteriore; ma l’architettura è chiaramente quella indicata, per cui è possibile che l’edificio attuale sia stato innalzato sui resti di quello in cui il vescovo Vittore aveva stabilito la sua sede.
La chiesa è interamente costruita in granito dei dintorni e non è priva di maestosità, sebbene appaia alquanto massiccia. Notevoli sono le finestre lunghe e strette, simili a feritoie, come si è visto a Sant’Antioco di Bisarcio. La pila dell’acqua santa è ricavata da un’urna cineraria marmorea di età romana; poggia su una colonnina e presenta sul davanti un bassorilievo raffigurante un’aquila.
Sotto le fondazioni fu trovato un sarcofago marmoreo, recentemente misurato dal cav. Tamponi: lungo m 2,01, largo m 0,57 e alto m 0,67. Su uno dei lati maggiori sono scolpiti tre putti che sorreggono encarpî legati con bende svolazzanti, fra i quali compaiono due teste gorgoniche; su ciascuno dei lati minori è raffigurata un’altra testa gorgonica con sotto un encarpio. Nell’esecuzione è molto simile a un altro sarcofago rinvenuto presso Donori.
A metà maggio si celebra una grande festa con numerosa partecipazione.
Castello
Dell’antico castello rimangono notevoli resti; si trovano all’estremità nord del paese. Era un complesso ampio, con torri e mura. Fu fortificato, forse insieme al paese, nel 1322, come si è detto parlando del castello di Pedreso. Assalito nel 1323 dall’ammiraglio aragonese Carroz, questi riuscì a impadronirsi soltanto di una torre, probabilmente separata dal castello. Ceduti dai Pisani agli Aragonesi nel 1324, castello e borgo furono presi nel 1335 dai Genovesi insieme ai Galluresi, o ai seguaci dei Doria. Venduto per debiti nel 1338 e consegnato al re d’Aragona dal giudice di Arborea, nel 1345 fu dato in feudo a Giovanni Malaspina.
Nel 1351 apparteneva a Sibilla di Moncada, moglie di Giovanni di Arborea, all’epoca della rivolta di Mariano; ma nel 1352 fu consegnato al viceré. Il visconte di Narbona occupò Terranova nel 1419; ma nel 1420 gli Aragonesi, comandati da Artale de Lucca, con sei galere se ne impadronirono. Fu allora dato in feudo a Nicolò Carroz. Nel 1553 fu devastato e saccheggiato dal famoso corsaro Dragut.
Durante la guerra di successione, nel 1710, il conte del Castillo vi sbarcò 400 uomini, che furono sconfitti presso San Simplicio e fatti prigionieri dalle truppe sbarcate dall’ammiraglio inglese Norris. Nel 1717, un battaglione austriaco di 420 uomini, sbarcato sulla costa e avventuratosi in una gola, fu costretto a deporre le armi da 60 Galluresi.
Antichità
Fin dal tempo del re Gialeto si praticarono scavi e ricerche per scoprire antichità e oggetti preziosi nel luogo dell’antica Olbia; tra l’altro si rinvennero iscrizioni che furono trasportate a Cagliari. Da quanto riportato più sopra dal manoscritto Gilj e dal Testo e illustrazioni di un Codice cartaceo, documenti più volte citati, è lecito dedurre che anche nel XV secolo si estraessero numerosi oggetti, specialmente da Olbia. Fino verso il 1860 si raccolsero oggetti importanti, fra cui ori, pietre incise, corniole di squisito gusto, tali che in generale risultano le più belle e meglio lavorate tra quelle rinvenute nelle rovine delle altre città antiche della Sardegna; prova non dubbia del progresso delle arti e della ricchezza e del lusso degli abitanti.
Successivamente avvennero diversi ritrovamenti di grande importanza; ne parla lo Spano e meritano speciale menzione: una toeletta consistente in un monile di quindici cilindri d’oro lavorati in filigrana e tempestati di rubini; un altro monile lavorato con fili d’oro intrecciati; tre paia di orecchini a forma di diota, con gocce pendenti come frangia (crotalia), e anelli con pietre corniole incise, di artista manifestamente greco. Un’altra toeletta con monili, pendenti ecc., corniole e cammei, fra cui uno raffigurante una baccante nell’atto di saltare; una bella erma di soldato greco con elmo munito di corna, in gesso duro che imita la consistenza del marmo. Altri oggetti preziosi, oggi nel Museo di Sassari a far parte della collezione Chessa, erano stati rinvenuti in precedenza.
Il defunto cavaliere Antonio Roych, seguendo le indicazioni pratiche dello Spano, praticò nel 1873 alcuni scavi nel sito dove si ritiene sorgesse l’antica necropoli; mise in luce venticinque sepolture scavate nel terreno, costituito da una specie di sabbione compatto e coperte con embrici, la maggior parte dei quali recava il bollo figulino ACISAVGL (che lo Spano legge Acis Augusti liberti, mentre il Mommsen legge Actes Augusti) e M. LOLLI. TIRA. CAES. Nelle sepolture si rinvennero vari oggetti di terracotta e vetro; tra questi ultimi uno notevole per dimensioni, forme, colori e rigature in rilievo; inoltre vi si trovarono monete dell’alto impero, dell’epoca degli Antonini, chiodi, anelli e altri piccoli oggetti in bronzo.
Altre tre sepolture, coperte a volta con piccoli mattoni, contenevano ossa combuste e vari oggetti di non comune importanza, disposti con ordine ma logorati dal tempo; e in una in particolare si trovò una quantità di statuette mutilate e una rara moneta celtica che presenta al diritto una testa nuda, senza barba, con una specie di cuffia, e al rovescio un toro in corsa, con dietro una ghirlanda.
Gli oggetti più belli e preziosi furono però rinvenuti in altre cinque sepolture, una delle quali con cassa di piombo. Sarebbe troppo lungo elencarli tutti; si cita soltanto quello indicato come il più raro, consistente in un monile d’oro a tre file uguali, intessuto di piccoli rubini lavorati a dischi schiacciati come grani di lenticchia, con fili d’oro così ingegnosamente intrecciati da mettere alla prova la pazienza di qualunque orefice.
Si rimanda quindi il lettore che desideri maggiori dettagli su questo ritrovamento alla pubblicazione periodica del compianto senatore Spano, nella quale è riportata la lettera dello stesso cavaliere Roych; e poiché la collezione di questo caro amico fu ceduta alla Provincia, essa si trova ora depositata nel Museo di Cagliari.
Nel 1875 il signor Battista Tamponi, eseguendo alcuni lavori nella propria casa, scoprì un pavimento romano nel quale erano disseminati frammenti di stoviglie appartenenti a una ricca abitazione. Tra gli altri oggetti raccolse un grande piatto in bronzo e una statuetta, anch’essa in bronzo, in atteggiamento di danza o di salto; rappresenta una crotalista ed è notevole per la bella posa.
Negli ultimi anni, grazie allo zelo instancabile del citato cavaliere Pietro Tamponi, Regio Ispettore agli scavi, si fecero molti altri ritrovamenti, così numerosi che non si finirebbe mai di elencarli. Il cavaliere Tamponi possiede una villa in un sito forse tra i più importanti dell’antica città; perciò, con quanto ha rinvenuto in loco e con quanto vi ha potuto trasportare, ha nella sua dimora una collezione che potrebbe a buon diritto chiamarsi Museo dell’antica Olbia. La si raccomanda al lettore, tanto più che la somma gentilezza è dote peculiare del proprietario. Intanto si offre un breve sunto degli ultimi ritrovamenti.
Elegante urna in marmo con iscrizione in magnifici caratteri:
DIS
MANIBVS
CLAVDIAE, CALLISTES
CLAVDIA, AVG, L. PYTHIAS, ACTENIANA
FILIAE, KARISSIMAE
- A. XXI, M. X. D. XIII.
Fu pubblicata dallo stesso Tamponi e dal Mommsen al n. 7980 della sua opera classica. Come si vede, essa ha una certa relazione con i mattoni sopra indicati e con altri di cui si è parlato passando per Mores; da ciò si deduce che la liberta Acte, concubina e quasi moglie di Nerone, possedeva latifondi anche in Sardegna, come osservava lo stesso Mommsen.
A Petra Zuccada, a ovest dell’abitato e a circa cinque chilometri di distanza, si rinvenne una colonna miliare di grande importanza, relativa alla strada di Cagliari. Ecco l’apografo fornito dal professor E. Pais:
XI
PLICINI (o)
I VG. PONT. MIIII TRIB
PROCOS ET
LICINIO EGNATIO GALLENIO (sic)
II PONT MAXIMO TRIB POT. COS.
VIAM QVAE DVCIT A KARALIBVS
VS TATE CORRVPTA RESTITVERVNT
ALPVRN (c) O II LIANO
(pr) OC. SVO
Il chiarissimo professor Vivanet, Commissario agli scavi, recatosi a Terranova, eseguì, d’accordo con i proprietari Tamponi, un saggio di scavo nel luogo detto Iscia Mariana, distante circa un chilometro dall’abitato, allo scopo di verificare se vi fossero tracce dell’antica necropoli. L’esplorazione si limitò a pochi colpi di zappa; tuttavia si incontrò un gruppo di tombe, delle quali una sola venne esplorata. Essa misurava m 0,95 di lunghezza, 0,36 di larghezza e appena 0,16 di profondità; evidentemente si trattava della tomba di un bambino. Furono rinvenuti vari oggetti, tra cui un orecchino d’oro, globetti di collana in pasta vitrea, giocattoli in bronzo, monete ecc.; tali oggetti furono messi dai proprietari a disposizione del suddetto Commissario, che li assegnò al Museo di Sassari. È quindi auspicabile che si effettuino scavi regolari, al fine di evitare i saccheggi avvenuti nelle altre necropoli di Tharros, Cagliari, Cornus ecc.
«Nella villa Tamponi, alla marina, durante un movimento di terra si scoprirono, alla profondità di m 1, copiosi resti di intonaco con tracce di pittura in rosso, giallo e verde; la parte inferiore di un gruppo marmoreo a grandezza naturale, del quale rimangono un grosso piede con sandalo e il piede di un bambino; una mano, anch’essa in marmo, che sostiene un grappolo d’uva; un piccolo coperchio di urna marmorea, di forma rozza, con scanalature d’incastro e perfettamente liscio nella parte inferiore, mentre superiormente presenta una forma a tettuccio.
Si recuperarono inoltre due picconi in ferro con foro per l’innesto del manico; un piccolo piede di marmo; una statuetta marmorea priva della testa e delle braccia.
Si rinvenne infine una grande quantità di carboni, pezzi di ambra, frammenti fittili e un gran numero di conchiglie».
Nel quartiere Villanova furono rinvenuti tre frammenti marmorei, dei quali due facevano parte di un titolo sepolcrale dedicato, a quanto pare, al marito da Domizia Fusca; l’altro reca le lettere IH.
Nella necropoli, in varie località, il bracciante Paolo Tedde, che era alla ricerca di materiali da costruzione, rinvenne tre frammenti marmorei con iscrizioni e frammenti di vaso aretino recanti il bollo LRASI NI PIS.
Nel predio di Giovanni Canu, che deve essere riconosciuto come una delle parti più importanti della necropoli, si rinvenne una grande quantità di embrici, molti dei quali integri e muniti di bollo; cinque vasetti vitrei, uno dei quali deformato dal fuoco, e vari altri oggetti.
Verso la fine del 1888, arando un piccolo appezzamento nella villa Tamponi, si scoprirono varie centinaia di frammenti fittili appartenenti a vasellami di diverse dimensioni. Sul fondo di una ciotola si lesse la parte finale del bollo di fabbrica …LIS; su un altro frammento, ANUS; su un terzo, in forma di impronta di piede umano, MF. Nello stesso anno, in diversi siti, si rinvennero altri frammenti con decorazioni.
Nel luogo dove un certo Giovanni Azzena iniziò a costruire la sua nuova casa, sul margine della via principale che conduce alla marina, si rinvennero resti di robuste murature in diverse direzioni, con una buona parte di pavimento a mosaico a tasselli bianchi.
Nella regione detta La Turrita, in ruderi evidentemente romani che si dovettero demolire, oltre a palle di calcare e monete di bronzo irriconoscibili a causa dell’ossidazione, furono trovate due funicole fittili, una colonnina di marmo e varie mattonelle ecc. ecc.
Non sarà sgradito al cortese lettore che si parli ancora dei vari ritrovamenti avvenuti a Terranova, potendosi quasi affermare che ogni fascicolo delle Notizie per gli scavi ne registri qualcuno di nuovo. Da quelle di gennaio 1889, a pagina 25, si riporta testualmente quanto segue, anche perché vi si ricordano precedenti scoperte:
«In occasione di recenti lavori agricoli eseguiti nel cortile di G. Martino Marras, in quella parte orientale del paese che si estende dalle ultime case, poste accanto alla chiesa parrocchiale, fino al mare morto o stagno, in direzione dell’antico porto romano, furono rimessi in luce i ruderi di un’estesa muraglia a pianta quadrangolare, nella quale rimaneva ancora, su entrambi i lati, qualche traccia di intonaco.
Dalla robustezza dei ruderi si può arguire che si trattasse di un edificio importante. Numerosi frammenti di mosaico a tasselli bianchi e neri, raccolti nello stesso luogo, sembrano dimostrare la ricchezza dei pavimenti.
Non lontano dalla suddetta muraglia si scoprì un breve tratto dell’antico acquedotto romano, il quale, dopo aver attraversato i bassifondi del vicino stagno, si inoltra nel cortile anzidetto, per poi sboccare in paese e confluire nei resti delle terme già scoperte vari anni or sono.
Il cortile è ora attraversato dalle rovine di questo acquedotto per una lunghezza di circa m 135, la maggior parte delle quali era stata scavata già da tempo.
Quasi addossato alla parte scoperta recentemente, si trovò un pozzo interrato, di perfetta forma quadrata, con lati di m 1,60. Bastarono soli tre giorni di lavoro per estrarre il materiale che lo riempiva, all’interno del quale si recuperarono i seguenti oggetti: uno specchio di bronzo; quattro lucerne fittili; alcuni frammenti di marmo; la parte inferiore di una colonnina in pietra calcarea, con due listelli in rilievo dai quali si dipartono dodici foglie d’acanto; tre colonne di granito appartenenti a un portico, una delle quali spezzata in due parti combacianti; un’altra colonna in tufo con il relativo zoccolo; due frammenti di pittura murale in rosso; pochi resti di ceramica aretina e due anse di impasto grossolano appartenenti a grandi anfore.
La terra che riempiva il pozzo era mescolata a una grande quantità di carbone, e le pietre estratte presentavano resti di intonaco. Non sarebbe quindi fuori luogo supporre che si trattasse di muri precedentemente menzionati. Le pareti del pozzo sono costruite con pietre grandi e piuttosto regolari, sopra le quali è steso uno strato di calce cementata con sabbia finissima, dello spessore di circa un centimetro, oggi però molto deteriorato e sgretolato a causa dell’umidità e delle lesioni prodotte dal materiale che vi fu gettato. La profondità del pozzo è di m 5,40. Naturalmente si dovette interrompere il lavoro quando si constatò che sul fondo affiorava la viva roccia granitica.
È notevole la parte superiore del pozzo, costituita da una grande lastra di granito dello spessore massimo di m 0,35, con al centro un foro circolare del diametro di m 0,90.
Tenendo conto del modesto interramento del pozzo, delle tracce di fine intonaco sulle pareti e della copertura riscontrabile in alcune vasche romane messe in luce anni addietro nella villa Tamponi, quasi adiacenti al cortile in cui avvenne l’odierna scoperta, si può ritenere che il luogo fosse collegato all’acquedotto e servisse probabilmente da serbatoio.
Nella parte più elevata del cortile si è inoltre scoperto il selciato di una grande strada di notevole importanza; il fatto stesso che qui si sia raccolta da tempo immemorabile una colonna iscritta, secondo la tradizione locale, dimostrerebbe che questa fosse l’antica via romana che, partendo dal porto di Olbia, attraversava l’isola per tutta la sua lunghezza e faceva capo a Cagliari».
Altri scavi effettuati nella villa Tamponi, oltre a una straordinaria quantità di frammenti fittili, terra rossiccia e chiodi con raffigurazioni di animali, fiori ecc., misero in luce i resti di un grande pavimento a mosaico a tasselli bianchi. Presso questo si trovava un pozzo cilindrico, costruito a secco e ostruito; si raccolsero due piccole cornici e un embrice con il bollo figulino: oLCLI-CINI DONA.
A sinistra del pozzo furono riportati alla luce i resti di un muro lungo m 7; dietro questo, a una distanza di m 2,30, un altro muro in pietre più piccole e meno larghe. Tra le due murature si estendeva un selciato granitico, piuttosto rovinato.
Proseguendo gli scavi, si rinvennero altri frammenti fittili e pezzi di intonaco murale con tracce di colore rosso. Successivamente si scoprirono le vestigia di un grande edificio, del quale facevano parte grosse colonne di granito, rovesciate su un robusto selciato di pietre quadrangolari. Nelle vicinanze, a circa m 2 di profondità, si incrociavano in modo confuso altre fondazioni murarie di varie dimensioni; anche qui si rinvennero numerosi fittili e resti di pavimenti a mosaico.
Sparse nel terreno furono trovate varie monete, molte delle quali corrose dall’ossidazione; erano di medio e piccolo modulo e appartenevano a Claudio, Faustina, Aureliano, Massenzio, Costantino e a un quinario della famiglia Vettia.
Nella regione Amores, a sei miglia dall’abitato, si rinvennero fondazioni di antichi muri laterizi e si raccolse un bronzo di medio modulo di Nerone.
Presso la chiesa di Santa Maria, a poche miglia da Terranova, Antonio Satta, demolendo un vecchio muro, trovò nelle fondazioni due grandi vasi fittili che, coperti da una pietra quadrangolare, giacevano a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro. I vasi erano di argilla grossolana, lavorati a mano, con pareti robuste e privi di anse. Sperando nel consueto tesoro, il Satta li ruppe: uno era pieno di terra con resti carboniosi; l’altro conteneva otto pezzi informi di rame. Recandosi sul posto il Tamponi e facendo ampliare lo scavo, si recuperò un disco fittile con foro centrale e alcuni frammenti di grandi olle lavorate a mano, della stessa argilla dei vasi suddetti.
Il muro sopra menzionato, che con grande probabilità deve riferirsi alle rovine di un’antichissima fonderia, si sviluppava per m 12 in linea retta, ma presentava già evidenti danneggiamenti e affiorava dal suolo, più o meno, per circa un metro; aveva uno spessore di m 0,60 e le fondazioni erano interrate per m 0,45. I sassi erano grossi e irregolari, legati con poca terra.
Lo stesso pastore Satta raccontò che l’anno precedente, arando, aveva trovato nelle vicinanze settanta monete, cementate dall’ossido e formanti un unico blocco. Esaminate alcune di esse, il cavaliere Tamponi constatò che appartenevano agli imperatori Valeriano, Gallieno, Carino, Numeriano, Diocleziano e Massimiano Erculeo.
Nel paese e nelle immediate vicinanze furono rinvenute varie monete imperiali in bronzo; inoltre altre tombe e un anello massiccio in bronzo con corniola, sulla quale è raffigurato un guerriero armato di lancia nell’atto di colpire un leone.
Nel predio Bollaru furono scoperte le fondazioni di un vasto edificio, apparentemente di età romana. Altre tombe furono rinvenute a Telti; stazioni preistoriche a Pedra Zoccada e ad Albitroni; resti di costruzioni romane nel Montiggiu di lu Balistreri; costruzioni ciclopiche nel Cantareddu, ecc.
Antiche mura
Non si devono tacere le nuove scoperte riportate alle pagine 224 e seguenti delle suddette Notizie per l’anno 1890; qui, dopo aver parlato di vari ritrovamenti nel predio Oltu Mannu, il cavaliere Tamponi si esprime nei seguenti termini:
«Ma la cosa più notevole messa in luce è un tratto di fondamenta delle mura che cingevano la vetusta Olbia; scoperta che in seguito riuscirà di non lieve importanza per la formazione della carta topografica di questa antica stazione.
Dette fondazioni, tutte in blocchi di granito, talora malamente squadrati e talora appena sbozzati nelle sole facce rivolte all’esterno, si stendono in linea retta per quanto è lungo il cortile, cioè per metri 100; e restano in perfetta orientazione con un’altra fila di blocchi, simmetricamente infissi lungo la spiaggia del mare, i quali non sono altro che la continuazione di detta muraglia.
Queste tracce proseguono ancora, sempre in linea retta e molto vicine alla spiaggia, fino al luogo chiamato Porto Romano, dove esistono altri macigni più voluminosi, ma più internati nel mare, che costituiscono l’antica ossatura di quel porto. Da qui le tracce della muraglia formano un angolo smussato, si inoltrano nella villa Tamponi o la attraversano per intero, per poi rendersi visibili nel predio del Molino.
Così che da quest’ultima località all’Oltu Mannu abbiamo l’esatto andamento di una parte dei muri di cinta per il percorso di metri 885, formato da due perfette rettilinee, settentrionale ed orientale. La prima, di metri 360, ha inizio dal luogo degli odierni scavi fino al Porto Romano; la seconda, di metri 525, si estende da quest’ultimo punto per finire, come dissi, al Molino. Il massimo spessore delle fondazioni è di metri 3,50, il minimo di 2,30.
Ed essendo certo che a tale opera d’arte possa riferirsi, giova ora ricordare un grande masso tufaceo raffigurante due guerrieri combattenti, dissotterrato nel 1874 entro la villa Tamponi, ai piedi della menzionata muraglia; il quale masso non è fuori luogo ritenere abbia costituito la principale decorazione di una porta della città. Simile congettura acquista poi maggior valore dal fatto che si incontrò una breve interruzione del muro presso il sito dove il masso era capovolto: ciò varrebbe a chiarire come una delle porte orientali di Olbia fosse collocata dove oggi sorge la palazzina Tamponi.
Per meglio chiarire questi dati topografici, stimo non inutile far notare che il materiale usato in tali costruzioni proveniva dalle vicine cave granitiche di Cucciana, Varrasolas, Tilibbas, Bunale e Contramanna, nelle quali mi fu dato vedere blocchi enormi, già tagliati in antico, del tutto simili a quelli della cinta».
Tomba di giganti
Un’altra importante scoperta fu fatta dal lodato cavaliere Tamponi quando si recò nella regione di Monte Alvo, distante circa due ore da Terranova, per esaminare alcune tombe antiche e scheletri umani trovati da pastori in una grotta. Dopo aver riferito su ciò e aver accennato a una pietra conica esistente su un muretto che attraversava la grotta, pietra forse collocata appositamente per delimitare il luogo occupato dagli scheletri, aggiunge:
«Abbandonata questa grotta e visitato il vicino nuraghe di Siala, posto sull’altra sponda del fiume, ci disponevamo a tornare, quando mi venne fatto di scoprire una tomba di giganti. Di tali sepolture trattarono diffusamente lo Spano, il La Marmora, il Maltzan. Ricorderò qui che questa, recentemente trovata, appariva in ottima conservazione; e scavata, con l’aiuto dei pastori, la parte interna, vi rinvenni, dopo due ore di lavoro, molti resti di scheletri umani, decomposti.
Ora il chiarissimo Francesco Martorell y Peña, che fece un viaggio in Sardegna nel 1868, negli appunti che pubblicò di quel viaggio (Apuntos arqueológicos del viaje a Cerdeña, Barcellona 1879), trattando di queste sepolture di giganti, scrisse che il La Marmora, riferendo quanto aveva appreso dalla gente del luogo, aveva sostenuto che talvolta si erano trovati resti umani in quelle costruzioni. Tuttavia, proseguiva lo scrittore spagnolo, non vi era stato alcun fatto positivo che servisse a confermare la cosa.
Il rinvenimento delle tombe antichissime di Monte Alvo, dando credito alla tradizione riportata dal La Marmora, merita di essere tenuto in considerazione nella storia degli scavi».
Territorio
Il vasto agro olbiese è certamente superiore, per estensione, alla popolazione di Terranova; tuttavia, nelle vicinanze del paese presenta una discreta coltivazione; vi sono orti e qualche agrumeto. In vaste tanche di recente costruzione si avvia bene l’allevamento del bestiame; ultimamente i fratelli Tamponi hanno impiantato un caseificio, che promette buoni risultati.
La natura del suolo è però più particolarmente adatta alla coltivazione dei cereali, della vite, discretamente avviata, e dell’ulivo; quest’ultima pianta nasce spontanea in molte parti e si sviluppa vigorosamente.
Nella bella pianura di Caresi, a occidente del paese, sotto il Monte Pino, un tempo sorgeva l’antica Cares, ricordata da Tolomeo; essa era la patria del soldato Tunila, fattoci conoscere dal congedo militare in bronzo conservato nel museo di Cagliari.
Su questa antica città il chiarissimo cavaliere Tamponi ha scritto recentemente un importante rapporto, che per brevità non riassumo; basti accennare che «rimangono copiosi avanzi, dei quali il più notevole è un edificio lungo metri 58 e largo 23, con muri interni che formano la suddivisione di sette vani», ed è elevato in media metri 0,50 sopra il terreno.
Il Tamponi crede di aver individuato il sito della necropoli, ma non ha riconosciuto tombe; si dice tuttavia convinto che le stesse siano state demolite, considerando i rottami sconvolti rinvenuti, mescolati a ossa e scheletri umani. Nella vicina località di Labia esistono i ruderi di una costruzione detta ciclopica, di forma quadrangolare, nella quale pochi anni fa si sarebbe trovato un grande vaso fittile pieno di pezzi informi di rame.
In questa pianura di Caresi, in età romana e fino a quella dei Pisani, esistevano mandrie dalle quali si ricavavano i migliori cavalli dell’isola.
Feste. Paci
È già stato detto che la festa di San Simplicio ricorre verso la metà di maggio; essa è la principale del paese e richiama uno straordinario concorso anche da luoghi lontani, specialmente per la corsa dei cavalli. Diverse altre feste sono però celebrate in primavera, nelle varie chiese campestri disseminate nel territorio.
Per lo più vi partecipano gli abitanti delle case e degli stazzi sparsi nei dintorni, nonché quelli del paese e dei comuni limitrofi. Presiedono gli operai o fabbricieri, in dialetto sovrastanti, per lo più persone benestanti di qualche stazzo. Essi non solo provvedono alle spese delle funzioni religiose, ma anche a somministrare tre o quattro pasti a tutti i partecipanti.
Ricordo la festa dello Spirito Santo, nei giorni di Pentecoste, una delle più frequentate, per un episodio cui ho assistito molto tempo fa. Nel 1849, trovandomi per il rilevamento del territorio di Buddusò (Salto di Giòs), il mio quartier generale era a Terranova, dove lavoravano altri due cari colleghi; tutti ci recammo alla festa insieme a varie altre persone del paese.
Il nostro intento non era quello di assistere, come invitati, alla funzione o ai divertimenti, bensì alle paci che dovevano celebrarsi fra due famiglie, o meglio fra due partiti. I sovrastanti erano i fratelli Fideli del territorio di Buddusò, di cui ho già parlato sopra. Essi, che propriamente non appartenevano al comune di Terranova, avevano assunto l’incarico di provvedere alla festa dello Spirito Santo, distante circa quattro ore dal loro casale di Biasi, con l’intento di celebrare le paci con una famiglia gallurese del Salto.
La festa, per opera loro, ebbe luogo in modo forse più splendido del consueto, data la relativa agiatezza di quegli sventurati; certamente con molto brio. Si bivaccò per due notti e si assistette a balli, canti e improvvisazioni dei pastori.
La mattina della domenica, i due partiti, recatisi in massa davanti alla chiesa (circa un centinaio di persone ciascuno), vi lasciarono le armi in custodia di appositi incaricati; quindi, entrati in chiesa, si schierarono, un partito a destra dell’altare e l’altro a sinistra.
Una donna di una certa età, vestita interamente a lutto, circondata da varie altre persone, inginocchiata davanti all’altare, dove si trovava il parroco, fece la dichiarazione e la protesta di perdonare l’uccisore del figlio (causa dell’inimicizia), come Gesù perdonò ai suoi crocifissori; ma in modo così patetico e con sentimenti tanto elevati da non potersi supporre in una donna che abitualmente viveva lontano dal consorzio umano. Gli astanti erano commossi fino alle lacrime.
Il parroco tenne quindi un breve discorso, nel quale lodava le due parti, già nemiche, per la decisione presa e le esortava a tradurla in atto e a perseverarvi costantemente, facendo anche balenare loro (se non erro) la speranza che, comportandosi in tal modo, forse il Governo si sarebbe mosso a compassione verso coloro che, tra i contraenti, erano in sua disgrazia.
Dopo ciò, e dopo qualche analoga parola di persone dell’altro partito, i componenti del primo, muovendosi uno per uno, andavano incontro a quelli del secondo e, abbracciandosi, ripetevano reciprocamente la parola del perdono e si scambiavano di posto. La messa concluse la funzione.
La cosa più caratteristica è che uno dei Fideli, il fratello maggiore, fu colui che preparò e dispose il tutto per la funzione, in una parola il grande cerimoniere; ma dichiarò che egli non intendeva fare le paci, assicurando tuttavia che da parte sua nulla sarebbe stato fatto per comprometterle. E così infatti avvenne.
Naturalmente il tutto terminò con un mastodontico banchetto al quale presero parte tutti i presenti, attori o spettatori che fossero.
Ma è ormai tempo di riprendere il treno e continuare il cammino intrapreso.