OSCHIRI
(Anticaglie – Scoperte – Folklore e Storia)
Escursioni Turistiche in Sardegna
Sassari, Tip. Moderna, 1959
di Giovanni Battista De Melas →
Indice
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L’interno
Riti e cerimonie superstiziose
Il Vescovo Mons. Giov. Maria Bua
Bibliografia
Oschiri
Oschiri è una unità civica distinta con la sua vita amministrativa, con le caratteristiche economiche e culturali di un paese dell’epoca nostra.
È situato a m. 202 sul livello del mare, ha una popolazione di oltre 3.000 abitanti, dista da Sassari, capoluogo di provincia, Km. 78,4. La stazione ferroviaria non è molto lontana dal paese.
Le case soffuse di arcana poesia, ammantate di pace e di silenzio, sono in parte, attorniate da piccoli recinti che sembrano creati da un inesperto trastullo da bambini.
Gli abitanti, onesti a tutta prova, amanti del quieto vivere, attendono ai propri lavori con molto amore e costanza. Di loro ne fa un quadro ben intonato, Vittorio Angius, nel Dizionario Geografico del Casalis[1] in cui si legge: «Gli Oschiresi son ben costituiti di membra, di belle forme e molto vigore, uomini accorti e industriosi, amanti della vita tranquilla e del lavoro, ma vivaci, fermi nel sostenere i propri diritti e impazienti d’ingiurie e bisogna dire né pur facili a farne».
Il paese sembra essere ritroso a mostrarsi al turista e sembra essere tanto più geloso del suo isolamento quanto più larga è invece l’ospitalità della sua gente.
Ad Oschiri l’ospite è gradito e accolto con festosa cordialità. Molte case hanno il forno per cuocere il pane, la madia tradizionale, è sempre pronta la tavola con la tovaglia di bucato e il bicchiere di vino fresco che viene di cantina.
Il corso dov’è continuo il via vai degli uomini, dei fanciulli e delle comari, avvolte al pari delle donne di Gallura, in ampi scialli o gonne nere pieghettate, è largo e vi è frequente il passaggio di mezzi di trasporto.
Il sole batte sulla piazza, piena di grazia e di poesia ed illumina la chiesa parrocchiale che appare come lo scenario di un film neorealistico. La parrocchia, con portico ed arconi sobri e robusti, non è priva di armonia dispositiva nelle sue parti essenziali.
Dalle finestre la biancheria candeggia al sole imprimendo alla via una nota gaia fra tanto grigiore di muri e di pietre. Sui davanzali posano vasetti di terra cotta, con grandi macchie rosse di gerani che sembrano gerani ricordare l’ardore di bontà degli abitanti. Mentre la gallina razzola e becchetta sul selciato della strada, piccoli uccelli granivori e canori, catturati col laccio o col vischio, saltellano nelle gabbie formate di regoletti o staggi, di filo di ferro o gretole.
Dalle porte semichiuse, nelle viuzze più tranquille, escono voci argentine di bimbi, il brontolio concitato di qualche vecchietta e i colpi cadenzati del telaio a mano che sembrano intesi, più che contributo produttivo, a scandire il tempo che scorre in quel silenzio.
Dalla penombra di un ampio vano a pianterreno, in cui la luce si insinua solo dalla porta angusta, s’ode un ritmico fruscio, leggero così che par quasi l’ansimar di un respiro e di sospiri. Forse il sospiro di una mola asinaria.
Gaie per le vie son le note dei negozianti ambulanti che han giornate di trionfo e spesso giornate di abbandono. Le donne li attendono al passaggio; li chiamano col cenno e con la mano, osservano la merce, scelgono, contrattano e stiracchiano sul prezzo, finché non ottengono quel che desiderano: merce molta e prezzo basso.
I lavoratori, verso l’imbrunire, di ritorno dalle popolate di leggende, dalle falde dei monti, dai valli campi fertili e fecondi, dalle vigne in cui le viti si stendono a braccia aperte come per bersi il sole, si radunano nelle bettole, bevono senza trascendere e cantano il tradizionale canto sardo: organo vivente di melodie appassionanti di altri tempi, omogeneamente congiunte da nessi tonali.
Un asilo infantile con aule capaci, col corredo di gabinetti, lavabi igienici e di un’ampia palestra, accoglie numerosi bambini, affidati alle cure delle benemerite e zelanti suore della carità.
Il mercato comodo, pulito e ben attrezzato, abbonda di carne e i rivenditori sono tutto gentilezze verso i clienti che vi affluiscono numerosi.
Le carni hanno il profumo delle erbe aromatiche che crescono alle falde del Limbara.
Ad Oschiri ci sono: caffè, bar, bettole, alberghi, trattorie e pensioni.
La saporita cucina oschirese appaga la voglia di tutti i buongustai. La migliore di tutte le cibarie del luogo sono le caratteristiche «impanadas»: una specie di focaccia foggiata a cupola, ripiena di pezzetti di anguilla e cotta al forno.
All’albergo sono praticati prezzi abbastanza modici però, a dire il vero, molto più alti di quelli che si praticavano a Roma al tempo della Repubblica.
Celebre a questo proposito una descrizione di Isernia che calcola un pranzo senza vino, per tre assi e il fieno della mula, un totale di circa 0,50 di moneta moderna; è anche più celebre un passo di Polibio (11, 15) che ci fa sapere che negli alberghi della Gallia Cisalpina, verso la metà del II secolo a. C. il viaggiatore era tenuto a versare un prezzo fisso, che bastava a tutto e raramente superava un quarto di obolo, che al massimo si potrebbe calcolare oggi 25 centesimi.
Oggi tali prezzi, dato i tempi che corrono, credo che non si possano effettuare né ad Oschiri né altrove.
Ad Oschiri affluiscono molti visitatori.
I turisti moderni viaggiano senza pretensioni, paghi del lieto vivere, lontani dai rumori e dall’afa cittadina. Un tempo i più illustri personaggi con le rispettive famiglie preferivano viaggiare con i grandi corteggi di uomini e anche di animali.
La moglie di Nerone, Popea, si lasciava precedere nei viaggi dalle mandre delle 700 asine che dovevano fornire il latte per il suo bagno quotidiano.
Secondo quanto afferma Plutarco, anche Marco Porcio Catone, celebre difensore delle tradizioni e dei costumi aviti, viaggiando in Asia Minore, mandava innanzi il cuciniere e il panettiere. Oggi però non è così. Anche i grassi borghesi, siano pure abituati alle più grandi comodità della vita, viaggiano spesso in incognito, senza pretese, senza moine e liberi da noiose seccature e da inopportune molestie.
In una delle visite fatte ad Oschiri, l’amico che mi accompagnava mi mostrò un gruppo di graziose ragazze, sedute su una panchina a fianco di un portone spalancato. Facevano chiacchiere e movevano leste le dita sul ricamo. Risposero al saluto con un sorriso ed un semplice inchino riverente. Erano sartine del luogo. «Mani di fata» riposava su un piccolo tavolino da lavoro.
Nel centro dell’abitato, dove la strada si biforca con decorso pianeggiante, la mamma interviene con veste di autorità nella divisione delle caramelle per sistemare le cose con giustizia, impedendo al prepotente di farsi la parte del leone.
Dal corso, come per incanto, sbucò una donna forestiera vestita in calzoni. Aveva i capelli corti con ondulazione di mare in burrasca, aveva le labbra tinte di un rosso scarlatto pari al colore degli sbocchi di sangue dei turbecolotici giunti all’ultimo stadio, aveva lo sguardo melenso e le ciglia, a due a due, attorte in spira come il succhiello del falegname. Le unghie ch’erano di color di cocciniglia avevano un non so che di simile a quelle del rivenditore di carne macellata, e la faccia sembrava una tavolozza.
Teneva al guinzaglio un cane danese, adulto, che uggiolava e starnutava a festa e lambiva quella mano che per esso aveva tenerezze commoventi e leccornie prelibate.
Una flotta di fanciulli seguiva da vicino la «maschera» mostrandola a dito, meravigliati del modo di vestire e delle ridicole truccature.
La malcapitata scomparve dalla circolazione, avvilita.
Dal cinema e dal campo sportivo escono, tra il vocio di mille confuse voci, gli spettatori.
I fanciulli di carattere buono, sono arguti, intelligenti e vispi.
Sulla caratteristica piazza principale che imprime sulla mente le molte vicende del paese, giocavano alcuni bambini intenti a rincorrersi e a saltare la corda.
Per l’aria satura di pulviscolo echeggiavano grida, applausi, strilli e, non di rado, canti discordi.
Per essi il mondo era una palla, il giocattolo un tesoro, lo spazio un prato, la libertà un dono preferito, il sole uno dei tanti palloncini veneziani sospesi ad un filo invisibile, oppure un piccolo aerostato a gas che vagola sull’orizzonte.
Mi feci avanti a questa turba spensierata e lasciai che i pargoli venissero a me. In mezzo a loro mi sembrò che mi cadessero di dosso gli anni e mi ritrovai quasi allo stesso livello. Discorremmo da pari a pari. Chiesi loro se a casa erano buoni e obbedienti, se a scuola prestavano attenzione alle istruzioni degli insegnanti, se in chiesa stavano con rispetto e devozione, e tutti unanimi, con una sola voce, mi risposero con un «si» così sonoro e prolungato da strappar le orecchie. In ultimo abbracicandoli tutti con un solo sguardo chiesi: chi di voi è il più bravo? Tutti mi si strinsero attorno, come pulcini alla chioccia, agitando le mani, guardandomi fisso e ripetendo calorosamente: «io».
Gli adulti seduti sulle panchine guardavano quei frugoli con occhio di compiacenza, ascoltavano e ridevano.
Una fanciulla alta una spanna, ben agghindata e con un visetto roseo e paffutello, attraversava in fretta, forse un po’ preoccupata, la strada. Dove vai? le chiesi guardandola fissa negli occhi.
Si fermò guardandomi dall’alto in basso e ficcando le manine nelle tasche del grembiule bianco a fregi colorati: vado disse a sbrigare una commissione urgente alla nonna. E tu cosa fai qui?, aggiunse con duro cipiglio e con una vocetta secca come una schioppettata.
Non attese risposta, fece bruscamente un passo in dietro, sollevo in alto il braccio destro, apri e chiuse a riprese le dita della mano e poi «Addio», disse fra l’indifferente e l’annoiata.
I fanciulli sulla piazza ridevano e commentavano, mentre la fanciulla a passettini slanciati proseguiva dondolando le piccole trecce dai fiocchi azzurri.
Ad Oschiri ferve una feconda attività industriale: un piccolo stabilimento, succursale della Montecatini, società per l’industria mineraria e agricola. cola. Questa impresa di emancipazione industriale produce i fertilizzanti, meglio conosciuti sotto il nome di concimi chimici.
Le materie occorrenti alla creazione di tali prodotti, per la maggior parte, sono ricavate dalla terra stessa e con le risorse ch’essa racchiude racchiude viene aiutata a colmar le sue deficienze e a correggere i suoi difetti. Gli agricoltori sapevano che la produzione del gratio dipendeva da diversi fattori, ma ignoravano, se non del tutto almeno dante e in parte, che essa è legata al più abbonrazionale uso delle concimazioni chimiche azotate. Oggi si è sperimentato con soddisfazione che coi concimi sintetici si provvede a restituire al terreno quanto è necessario per lo sviluppo delle svariate e ricche produzioni, che preparano un avvenire di sicurtà e di floridezza.
La Montecatini è sempre al suo posto di battaglia per il riscatto agricolo del suolo che ha bisogno di soccorsi della chimica e dell’industria.
Gli oschiresi, dediti ai lavori dei campi, che hanno volontà di produrre, sanno che il loro avvenire è nella agricoltura e che il concime è indispensabile ed efficacissimo mezzo di produzione.
[1] Corretto nel testo dal curatore. Così il testo originale: Goffredo Casalis, nel suo Dizionario Geografico.
Visuali panoramiche
Da un terrazzo con gradinata di granito, costruito a sinistra dell’ingresso del cortile che circonda l’antica chiesetta dedicata alla Vergine di Castra, si gode un vasto panorama.
Attorno si spiegano in un immenso circolo, dentellate elevazioni dei monti con dolci pendii, che metal piano il corso delle acque, che l’alba colora d’una tinta porporina. Si ammira la grassa e ubertosa piana di Padru, verdeggiante di frumento l’inverno e ondeggiante di bionde messi nel giugno; il vasto teatro di ridenti e sani colli e promontori di Paulu ‘e Carru con qualche capanna in cui agricoltori e pastori stabiliscono la loro saltuaria dimora; una leggera ed estesa ondulazione erbosa fiancheggiata da rocce che la cingono intorno come tanti bastioni, quasi fortezze naturali; il fiume Crasta le cui onde s’infrangono su di ogni scoglio, come i vani progetti dell’umano orgoglio che il man mare della vita impetuosamente trascina nei suoi flutti, nei suoi gorghi. Le pecore con il muso a terra cercano il trifoglio e le molli erbette mentre l’asinello mangia svogliato allungando pigramente di tanto in tanto la testa verso l’orizzonte in uno sguardo di meccanica, sospettosa interrogazione. Un vorticoso torrente inoltrandosi traverso i burroni precipita tra le balze, qual destriero colpito da subitaneo terrore. Porcelli rustici e setolosi grufolano sotto le quercie. Un taglialegna abbatte delle piante secolari che franano ad una ad una con uno schianto quasi umano. Fumano le carbonaie nella radura dov’è più segreta la macchia.
Nel regno delle campagne deserte, uomini e bestie, hanno un tocco divino. In uno spiazzo libero e aperto, ammantato di un verde spento, un cavallo senza bardatura, giostra intorno giocosamente. Nel mezzo stava un uomo. M’accorsi che l’uomo reggeva la bestia per una corda che fremeva con la flessuosità di una biscia. Era un puledro da domare, e la giostra si svolgeva nella scena idilliaca carezzata da bagliori crepuscolari.
Ovunque abbonda la selvaggina.
La crescente motorizzazione, il continuo aumento del motoscooterismo, le frequenti escursioni turistiche, le scene delle invasioni da provincia a provincia, da regione a regione, sono i nemici della caccia.
Alcuni seguaci di Nemrod, personaggio della Genesi, appassionato cacciatore, battono queste zone, dalle ore antelucane, pronti a fucilare, con sparatorie a ripetizione, ogni filo di erba mosso dal vento.
Oggi per riparare incresciose conseguenze sono in vigore provvedimenti restrittivi.
Parte del territorio di Oschiri è diviso in riserve di caccia, per accedere alle quali ed esercitarvi lo sport dell’uccellagione occorre essere in possesso oltre che del regolare porto d’armi, anche dello speciale permesso di caccia in riserva, rilasciato dalla Federazione.
Agli appassionati cacciatori, vicini o lontani, si raccomanda soprattutto disciplina, perché la selvaggina è in diminuzione ed è preziosa: sportività assoluta adunque, nel senso del più scrupoloso rispetto di tutte le buone regole del vivere venatorio. In alcune zone montane non mancano i cinghiali ed i mufloni.
Dinanzi ad una capanna coperta di frasche, vedo tre uomini intenti a fissare una grossa corda ai rami di un grande albero; uno arrota, con estrema cura, un coltellaccio lungo e acuminato, dal taglio consunto per il grande uso; l’altro attizza il fuoco su cui troneggia un pentolone affumicato. Tutti stanno zitti. A turno, di tanto in tanto, tirano grandi sorsate di vino da una zucca istoriata a soggetti pastorali, dal collo lungo e sottile.
Dalla corda legata all’albero penzola un cinghiale squartato le cui viscere già gorgogliano nell’acqua in ebollizione.
I cani, inquieti, e a brevi intervalli uggiolano come se si lamentassero in sonno.
Il capo caccia divide in parti uguali la preda e uno dei battitori con gli occhi bendati, tra risa sgangherate e assordanti schiamazzi, assegna ad ognuno la sua porzione.
Sul piano un cavallo sauro galoppa in libertà con la criniera al vento e gli occhi spiritati. In alto un corvo gracchia clamorosamente. Nel silenzio di quell’ora, ancor piena di evaporazioni vitali il fiume scorre giù, verde e grave, con le sue acque grasse e pur limpide, tra due filari di arbusti che tremolano sulle sponde. Su una di queste rive, cammina un vecchio armato di lungo bastone e dietro a lui segue lentamente un branco di pecore dagli occhi imbambolati e dal passo guardingo. Nella zona su monte Ruju, tra arbusti, alberi e siepi un capace carro, carico di legna, trainato saldamente da due ben piantati buoi, risale, non senza fatica, una scarpata. I carriolanti con alte grida di incitamento, rincorano le bestie, perché tendano bene i garretti nello sforzo della breve ma aspra salita. Il cigolio e il rimbalzo delle ruote, lo schiocchio e i colpi dello scudiscio di cuoio legato al pungolo dalla punta di ferro bene acuminata, le grida di incitamento, la stritolatura dei rimessiticci di ceppaia d’albero secco, danno alla zona un vero e proprio festoso aspetto di cantiere in piena efficienza.
Osservo con meraviglia, quei poveri legnaioli, rotti a ogni fatica, specie quanto stanno per superare gli ultimi ostacoli dell’erta malagevole. Puntano i piedi per terra, tesi in uno sforzo continuo e in una posa scultoria e atletica, mettono in evidenza i muscoli delle loro forti braccia. Raggiunto il piano si arrampicano sul carro, percorrono la strada, e attraversano i valichi effondendo la piena degli affetti con canti patetici, soavi che si perdono lontano melodiosamente.
È bello ascoltare il canto di questi uomini di campagna e le loro improvvisazioni che il Tomaseo tanto amava e che oggi ancora continuano la tradizione letteraria degli antichi.
Sulla strada che si snoda a giri e rigiri, tra le pieghe dei piccoli promontori, dominati dalle cime elevate, echeggia una voce modulata musicalmente:
Palchi no torri, dì, tempu passatu?
Palchi no torri, dì, tempu paldutu?
Torra alta volta, torra a fatti meu,
Tempu impultanti, tempu priziosu;
Tempu, chi vali tantu, cant’è Deu,
Par un cori ben fattu e viltuosu.
[…]
Aggi di me, ti precu, cumpassioni,
Ritorrami a prinzipiu di carrera:
Di l’anni mei l’ultima stagioni
Cunveltila alta volta in primavera (1).
(1) Versi del sacerdote e canonico Gavino Pes nato a Tempio 31 luglio 1924, morto il 24 ottobre 1795. Pu uno dei maggiori poeti sardi e il migliore poeta della Gallura.
Perché non torni, di’, tempo passato? – Perché non torni, di’, tempo perduto? – Torna altra volta, torna a farti mio, – Tempo importante, tempo prezioso – Tempo, che vali tanto, quanto Dio, – Per un cuore ben fatto e virtuoso. – Abbi di me, ti prego, compassione. – Ritornami all’inizio di carriera; – Dei miei anni l’ultima stagione – Convertila altra volta in primavera».
Presso Su Rizzolu una piccola vena d’acqua scaturisce dalle molasse sottostanti allo strato roccioso superficiale tra giunchi e capelvenere all’ombra di una pianta ombrellifera.
Attorno l’asprezza dei dirupi, l’impervia aridità pietrosa che appare come sconvolta da uno spaventoso cataclisma, la mutevolezza dei grandiosi aspetti del paesaggio, a seconda delle ore del giorno, mutano di bellezza e lasciano un ricordo incancellabile nell’animo del viaggiatore. Intanto il rivolo continua a gorgheggiare, con agili passaggi, il suo canto eterno come uno zampillo di fede. Canta il canto della vita col lambire strisciando i ciottoli, color dell’ossame dissepolto.
In questo terreno non si sviluppa l’agricoltura ed ha prevalenza la pastorizia esercitata su larga scala.
Vi si notano branchi numerosi di pecore, in gran parte bianche; cavalli piccoli e bizzarri, dai garretti di acciaio; vacche lattifere, emergenti il collo e la testa dalla bassa boscaglia; razze bovine bellissime che coi loro mantelli varieggiati aggiungono mobili chiazze di colore, sullo sfondo verde delle macchie intricate; capre brancolanti pei dirupi e per le radure steppose. Molti buoi hanno il mantello candido come i bovini maestosi usati dai romani nei riti propiziatori e nelle pompe trionfali.
Il tipico bue sardo è molto stimato per il grande e utile lavoro e per l’eccellente carne che spesso e abbondantemente viene esportata ai mercati del continente italiano.
Tutto il nord della Sardegna fin dai tempi più antichi prediligeva e coltivava con particolare cura la pastorizia.
Tutta la zona di tutto il territorio di Oschiri costituisce un centro turistico che fa sentire la sua forza di attrazione.
Generalmente si è avvezzi a considerare il turismo come un fenomeno essenzialmente legato a opere specialmente scultorie e architettoniche, ai luoghi ove si raccolgono e si custodiscono monumenti antichi, alle gallerie d’arte,a vastissime sale di esposizioni, ecc. Esiste, invece un gran turismo dei paesi, città e frazioni, lontane e sconosciute, che non esclude taluni incomodi, ma offre in cambio la possibilità di vivere una vita nuova e sorprendente, non molto lontana da quella dell’età geologiche. Questo genere di turismo è particolarmente adatto alle attuali e future dinamiche generazioni amanti di novità e sorprese non mai sognate.
Anticaglie e scoperte
Molte sono le testimonianze del nostro passato incancellabile, sparse nell’esteso territorio di Oschiri, ricco di un’atmosfera intensamente archeologica.
Tra gli antichi monumenti primeggiano i nuraghi. Queste costruzioni a carattere ciclopico, videro il lento scorrere dei millenni, la gloria e la rovina di popoli fluttuanti, nelle alterne vicende della vita, la lotta convulsa e continua irrorata di sangue.
Di questi enigmi archeologici, in massima parte, smantellati e distrutti, rimangono solo i ruderi dei nuraghi seguenti: Abba Salida, Casteddu, Cultu, Giuanna Orutta, Chilchinu, Giolzia, Longu, Lugheria, Mandra, Mannu, Marinispa, Mastra Franzisca, Pabizone, Padredu, Pittigone, Pramma, Su Roccu e in ultimo Nuraghe Ruju.
Presso i nuraghi, sotto il sole,con gli occhi arrossati, l’ugola bruciante dall’arsura, i coloni lavorano ininterrottamente. Con la muscolatura in forte rilievo sotto la pelle abbronzata, si stagliano vigorosamente sul grigiore luminoso dei campi. La terra bonificata e a tratti domata dalla tenacia dell’uomo, dà il suo raccolto.
Presso l’antica città di Castra, posta nella via che da Afa a Gurulis Vetus conduceva ad Olbia, stazionavano i Balares, gli Herculenses, i Cunusitani, i Feronienes ed in ispecie i Luquidonenses. Castra era il capoluogo di questa popolazione di greca origine la cui esistenza si è è prolungata anche nei tempi romani. La presenza degli Egiziani nell’isola si dice che sia dovuta ai 4.000 libertini relegativi da Tiberio. Essi si diffusero in certi punti della Sardegna, ed anche in paesi interni, sebbene non molto distanti dal mare presso cui di preferenza, queste popolazioni forestiere, stabilirono le proprie sedi.
Il Cav. E. Timon, nella collina detta di San Simeone, presso Castra, raccolse, nel 1870, alcune pietre incise di molto pregio. Un diaspro oscuro rappresenta una Minerva seduta col palladio nella destra; un altro riproduce una scena venatoria: un cacciatore in piedi, vestito di mastruca, appoggiato al bastone, col cane davanti che contempla una lepre attaccata ad un albero.
I diaspri abbondano nella trachite e nelle domiti della Sardegna: se ne trovarono blocchi anche considerevoli nell’isola di S. Pietro, nei dintorni di Scano e di Cuglieri, presso Bosa, a Ittiri, a Martis, ad Osilo e se ne vedono di diversi colori. I più comuni sono i rosso porporini e i gialli. La Marmora aggiunge che se ne trovano anche listati di bellissimo effetto.
Nel 1879, il Soprintendente degli scavi Nissardi, recatosi ad Oschiri per estrarre i calchi di alcune iscrizioni latine da pubblicarsi nel Corpus, andò incontro a delle pietre che sorgevano dal suolo a guisa di stele, presso la collina detta di San Simeone. Dal richiamo di questi indizi si venne alla scoperta di una necropoli romana rupestre, ad incinerazione. In essa appaiono dischi e dischetti a fondo piano che adornano le nicchie di deposizione. Questi dischi, puramente decorativi, son disposti a croce e a cerchio, e richiamano reminiscenze ataviche dell’antico popolo sardo.
Un tipico esempio del genere si riscontra nella tomba di Sos Ozastros ad Abbasanta, e nel tempio nuragico di Sant’Anastasia di Sardara.
Il proprietario del terreno, certo Giuseppe Maria Bua, noto Calzone, nel frugare qualche tomba della necropoli di Oschiri, portò alla luce pietre con iscrizioni e sotto di esse raccolse alcune anfore e parecchie urne cinerarie che andarono disperse.
Anche l’Ing. Boon, in qualche tomba, raccolse una certa quantità di stoviglie e di vetri.
Tra gli oggetti di bronzo trovati in detta zona, ha particolare importanza un carretto o meglio un cofano rettangolare con coperchio sormontato da un’ansa, sostenuto da quattro ruote piene ad asse mobile.
Non è improbabile che il cofano provenga da una tomba di fanciullo.
Merita speciale menzione la cura con cui venivano sepolti i bambini. Le tombe di queste anime innocenti, talvolta raggruppate insieme, contenevano amuleti. giocattoli, ornamenti, suppellettili, e molti piccoli vasetti, quasi balocchi. Spesso, tanto la grandezza quanto la pesantezza di questi ninnoli, vengono a dimostrare che tali oggetti erano di pertinenza alle madri o ad altre persone adulte che se ne privarono in segno di dolore e di affezione.
La ricchezza di questi piccoli monumenti sepolcrali è un fatto naturale insito nell’amore verso l’infanzia e trova riscontro in non pochi cimiteri della Sardegna e della penisola italiana, come a Trieste e dell’estero, come a Samos. Un cofano con quattro ruote a raggi venne alla luce durante gli scavi di Cerveteri e si trova attualmente nel Museo Etrusco di Villa Giulia a Roma.
Fu costume di quasi tutti i popoli antichi di deporre non solo nelle tombe dei fanciulli, ma anche in quelle dei grandi numerose suppellettili. Nelle tombe delle donne, alle quali dovevano essere affidate la cura della domestica azienda e della famiglia, si rinvennero, disposti per lo più ai piedi o lungo le pareti delle fosse, oltre al solito corredo muliebre, anche attrezzi da cucina. Le tombe degli uomini sono caratterizzate dalla presenza di armi, spade, lancie, elmi e oggetti varii così per la forma come per il materiale.
Nel territorio di Oschiri, a sinistra del fiume Thermus (Coghinas), scavando per estrarre pietre, si scoprirono delle urne cinerarie, una delle quali in bronzo, ed una quantità di candele in terracotta, due delle quali furono regalate allo Spano dal Sac. Prof. Peru che fu presente allo scavo.
A Monte Olia, insieme alle vestigia di un nuraghe, appaiono costruzioni ciclopiche e vari grandi sassi fissi nel suolo. Sono cippi conici chiamati pietre betiliche. Di questi se ne trovano moltissime in Sardegna: certi sono rozzi, altri invece appena sbozzati a mazza, oppure lavorati a scalpello con evidenti tracce del culto reso dai primitivi al cono, simbolo della generazione e della fecondità. Di queste «pedras fittas», come le chiamano i Sardi, talora si trovano isolate, ma non è possibile escludere che anticamente fossero associate a monumenti sepolcrali. A Gavoi, a Fonni e nel territorio sulcitano si trovano rizzate a non grande distanza l’una dall’altra, in una medesima località.
Lamarmora, durante gli scavi fatti eseguire nei dintorni del paese presso il nuraghe Longhenia scopri una tomba (tav. XXXIV dell’atlante annesso alla parte II) contenente diversi oggetti.
Nel 1868 il cav. Pietrasanta presso il santuario di Castra scoprì due cippi funerari di trachite porfirica rossiccia, alti cm. 35. Uno merlato alla parte superiore, porta il nome di Aspiridinio di 25 anni, nell’altro è inciso il nome Melisa Julia.
Sul piano d’Oschiri si trovano frequenti tracce dell’antica via romana che da Olbia conduceva a Karalis. Nel 1888 il cav. Tamponi, ispettore degli scavi, e il sig. Nissardi, soprintendente alle antichità, rinvennero tracce della strada per ben 25 Km. Sul tratto di strada riconosciuto furono scoperte 44 pietre miliarie, quasi tutte di roccia durissima, alcune in granito rosso, somigliante all’egiziano, una con la superficie levigata, altre sono cippi di colonne o massi. La lettura delle iscrizioni arrecò molte difficoltà perché nella massima parte erano corrose però con l’aiuto del R. Commissario Vivanet che riprodusse i calchi si riuscì a decifrarle.
Altre colonne miliarie furono trovate in altri punti distanti dall’antica strada forse provenienti da quella che da Tula e da Olbia conduceva a Caput Tyrsi, presso Buddusò.
Secondo il Padre Angius una costruzione ciclopica esisteva sul monte Cugato che domina il paese ove posteriormente vi è stato eretto un castello, il quale ha avuto una certa parte nella storia medioevale (P. Angius: Diz, stor., geogr., vol. VIII).
Tra Oschiri e Tula si è scoperto un bel modello di arma antica dove è scolpita una lunga lancia. Il conio acquistato dal Museo di Cagliari venne collocato fra gli altri che hanno figurato nell’esposizione preistorica di Bologna. Per ciò che riguarda la storia della metallurgia sarda è importante il fatto che in vari luoghi dell’isola si ritrovarono non poche forme destinate alla fusione di alcuni oggetti di bronzo. Le facce delle forme scoperte a Belvi erano destinate alla fusione di ascie piatte, di piccozze a tagli paralleli o perpendicolari, e di lancie. Gli oggetti simmetrici si ottenevano colando il metallo nella cavità appositamente incisa in due matrici corrispondenti, ciascuna delle quali serviva a coniare una delle due facce. All’oggetto fuso si toglievano le bave e si rifiniva a martello.
Nei pressi del nuraghe Lughenia si scoprirono oggetti vari e numerose armi di bronzo che attualmente sono custodite nel Museo di Sassari.
Tra Oschiri e Olbia venne scoperta e pubblicata dal Padre Angius una colonna miliare.
Durante il periodo dell’invasione romana, sul fiume Partida, venne costruito un ponte, che subì una distruzione completa da tempi immemorabili. Esso era nella linea di una delle grandi strade centrali, cioè quella di Cagliari Olbia o quella di Tibula Nurvara.
Nel 1835, i resti di questo ponte, vennero riconosciuti dallo sterramento prodotto dall’impetuosa corrente del fiume in piena. I ruderi esistono ancora nella località denominata Badu ‘e Ponte.
Nell’estremità del paese, stando alla tradizione popolare, esisteva un convento di monaci sotto la regola di San Benedetto, costruito verso il secolo XII о XIII. Nel sito, prima delle chiudende, esistevano tali vestigie da comprovare realmente tale memoria.
Anche nella regione Otti, tanto i ruderi come la tradizione, attestano che esistesse un paese dello stesso nome. L’antica chiesa parrocchiale, restaurata e aperta di nuovo al culto, è dedicata alla Madonna di Otti.
Pure ad Oschiri, nel territorio terziario e soprattutto nella parte inferiore del calcare magnesiaco, si trova uno strato sottilissimo di lignite, di un odore insopportabile, e piuttosto silicea che bituminosa. Non può essere oggetto di una speculazione perché nessuna risorsa si può avere per l’economia domestica, data la esigua quantità.
Il tufo pomiceo del territorio, cede, nel villaggio, il posto ad un calcare di acqua dolce privo di conchiglie ma con tracce di vegetali tra cui si conoscono pezzi di legno silicizzato e opalizzato, e fusti di piante, tra cui domina il thyphaeloipum plutonis.
Dal terreno sorgono anche tronchi d’alberi dicotiledoni, di cui si è difficile determinare il genere. Certi spuntano dal suolo e sono bituminosi verso l’esterno e silicei alla superficie.
Un tronco d’albero silicizzato fa da stipite al cancello di una tanca di proprietà del Sig. Giacomo Putzu.
Il La Marmora, nota fra l’altro, che in mezzo al granito si vedono certi monticelli formati da una roccia trachitica antica, sia allo stato di tufo brecciolare, sia a mo’ di trachite porfilica o d’argillotico.
I lavori dell’aratro hanno sconvolto la superficie del territorio però, tra cumuli di pietre, piccoli campicelli, e massi granitici, vi sono tracce di piccoli edifici, costruiti senza malta di calce, taluni con muri rettilinei, altri invece di pianta circolare. Erano piccoli villaggi capannicoli di uomini dediti alla caccia che hanno lasciato le loro tracce sotto forme di cumuli stratificati di rottami di vasellame fittile. Il materiale frammentario rinvenuto può offrire materia di studio circa la diffusione di tale civiltà nella Sardegna.
Da sporadici ruderi appena accennati da qualche lembo di costruzione affioranti appaiono altri piccoli centri abitati. La località da antichi tempi era assai popolata, poiché lì presso stanziavano i Balares, gli Herculenses, i Cumusitani, i Feronienses, ed in specie i Luguidonenses, di cui Castra era il capoluogo.
Si sarebbe indotti a pensare, dopo tante scoperte archeologiche, e tante esplorazioni fortunate, che la Sardegna ormai non celi più segreti di monumenti sepolti nel suo grembo, ma in realtà non è così.
Il nostro patrimonio archeologico è immenso, e nessuno può dire quanti e quali sorprese ci possa ancor riservare. La provincia di Sassari, poi, sembra essere particolarmente feconda in questo campo perché non soltanto si trovano nel suo territorio celebri città, ma altri centri antichi, e di notevole interesse, si rivelano, di tanto in tanto, alla nostra ricerca. Città di cui non si sospettava l’esistenza, o di cui si credeva di aver perduto completamente le tracce, riappaiono, come per miracolo, come è accaduto per il centro nuragico-romano di Caput Thirsi nel territorio di Buddusò, per Olbia luogo di approdo e di colonizzazione, del villaggio e santuario nuragico del «Pedrighinosu, in territorio di Alà dei Sardi su cui si è formata la leggenda, che si diffonde come realtà, di una regione favolosa ricca d’ogni sorte di ricchezze, per le numerosissime «domus de Janas» sparse in tutto il settentrione, presso cui un tempo gli uomini primitivi, con pochi ornamenti forniti dalla flora o dalla fauna, e armati di archi e di frecce avvelenate, vivevano di caccia e di pesca. La vasta necropoli ai piedi del monte Salvannuri, nello stazzo di Berchideddu, le tombe dei giganti di varie strutture coperte di lastroni e gran massi di granito, i nuraghi, le fonti, i pozzi sacri, e altri ruderi e macerie attestano l’esistenza di luoghi abitati nell’antichità.
Il Bacino
Dopo un percorso di Km. 18, con partenza da Ozieri, sulla nazionale che conduce ad Olbia, arrivo ad Oschiri. Attraversato un breve tratto del Corso Umberto I, la strada si biforca, volge verso sinistra e prosegue, tra vaste estensioni in parte a lentischi e cisti, in parte a boschi di sughero, risalendo con giri e gironi, le falde del Limbara, fino a Tempio.
A Km. 9 da Oschiri sorge la piccola frazione di San Leonardo, con abitazioni semplici, pastorali, in parte appollaiate sopra la roccia e in parte sulla pendice coperta di boschi.
Il suo clima mite e salubre invita a sostarvi.
Gli abitanti sono attivi, sobri, attaccati alle tradizioni delle loro terre, induriti alle fatiche, capaci di sopportare tutte le privazioni.
Nell’angolo di una capanna, il focolare fumiga di tizzoni resinosi e la teglia è in bollore che frigola, mandando un odore appetitoso.
La chiesetta dedicata a San Leonardo, non ha niente di prezioso né di raro ma è accogliente nella sua povertà, Essa sorge ai piedi di un monte, nelle pendenze più dolci, in un trionfo di vegetazioni, tra le sfumature di verde-grigio che variano da una collina all’altra, a seconda delle macchie d’alberi e arbusti. Il seguace di Diana prova qui ineffabili e indimenticabili emozioni ai successi nelle difficili stoccate a volo alle pernici.
Sul ciglio della strada, seduto in posizione incomoda, vedo un uomo, sporco in faccia e lurido nel vestito. Era immerso in un sonno profondo, in uno di quei sonni che l’alcool procura, nei quali pare disciogliersi, di non esistere più. Non sogni, nessuna percezione luminosa e visiva: il nulla, dove non esistono né dolori, né gioie, nel quale non c’è posto né per il pas-sato né per l’avvenire.
I frazionisti erano già a conoscenza della critica situazione di quell’alcoolizzato, piovuto da terre lontane, importuno accattone che si serviva dell’altrui generosità per alimentare i suoi vizi.
I pastori lo sbirciavano passandogli accanto; certi si davano del gomito voltando il viso, altri lo guardavano con occhio di compassione o con ghigno beffardo e di disprezzo.
A breve distanza dalla frazione di San Leonardo, sempre sulla provinciale che conduce a Tempio, tra le migliori attrattive, merita di essere segnalato un artistico e solidissimo ponte: il ponte Diana. L’opera è una delle più importanti compiute nella regione. Esso spira la grandiosità delle opere perfette, opere d’arte molteplici di rafforzamento e di difesa, tracciate con impeto elegante da mano maestra.
Il corso acqueo, compiuta la sua lunga giornata terrestre, quasi cosciente dell’oporoso quanto vario lavoro compiuto, termina la sua vita operosa tra le viscere del lago. Dal ponte si vedono le acque sbucare da un folto di ramaglie, saltellar vispe tra masso e masso e venire incontro lente e pigre, con la stanchezza delle acque che vengono da lontano, che hanno lottato contro ostacoli d’ogni natura, e nella distesa piana del lago camminano riposando.
Un uomo appoggiato sul parapetto del ponte guarda tutto intorno. Pare stanco, come se la stanchezza di tutte le cose si fosse trasferita soltanto nel suo piccolo corpo.
Quattro donne in ginocchio sulla sabbia della riva, curve su lastre di granito, lavano nell’acqua corrente panni, fiocchi e bioccoli di lana pecorina che sgrassano con una delle solite soluzioni saponose in polvere.
Delle quattro lavandaie, due, le più attempate, parlano molto e liberamente, la terza effonde la piena degli affetti verso l’oggetto amato, con un canto poetico, soave, che si perde lontano, mentre la terza in nere gramaglie, ascolta e tace.
In alto, la catena montana, si profila libera sullo sfondo del cielo.
Dopo un preve percorso, seguendo sempre la stessa direzione, si va incontro al bivio che conduce al bacino.
La strada piuttosto stretta, e in certi tratti tortuosa, ha le sue fiancate adorne di alberi e boschi, cui si alternano ramaglie, steppe, sterpi e sassi. La zona ha anche eccezionale importanza geologica per la sua costituzione. Le erbe, i cespugli, la magra vegetazione, crescono da secoli e si riproducono, vivendo e morendo le singole, ma sempre rimanendo la specie.
La strada prosegue a curve e a gironi con qualche svolta pericolosa, e passa accanto ad un’altra piccola frazione: Sa Mesana, che non ha grandi bellezze per attrarre i cercatori di impressioni estetiche, ma ha la singolare seduzione di mostrare con l’antica semplicità di vita, costumi tramandati senza mutamenti da secoli lontani.
Gli abitanti, tutti pastori, dicono che la pastorizia sia la professione che meno impegni l’attività dell’uomo e che proprio per questo gli antichi l’abbiano tenuta in pregio.
Tra gli uomini ivi raccolti si conoscono gli stretti parenti, sono come le opere dello stesso autore, hanno quel segno negli occhi e nel volto che basta di classificarli di uno stesso sangue. L’impronta del padre e della madre si susseguono dal primo all’ultimo.
Alcuni bambini avevano già assicurati i capi di una corda a due alberi gemelli situati a giusta distanza. Giocano all’altalena, o come si chiama in gergo locale «Sa banzigalella»: nome poco onomastico forse. ma che, espresso da quelle rosse boccucce, accompagnato dal più lieto sorriso, fa ben comprendere quanto l’innocente passatempo sia caro al cuore dei piccoli. Si dondolano volentieri, gridando ai fratellini che li spingono: più forte, più in alto ancora».
Il laccio della strada si avalla ondante per insinuarsi nei corrugamenti della fonda cespugliata e sterposa, ricca di una flora selvatica.
Poco appresso si spiega ampio e placido il bacino che con la sua morbidezza nericcia e blu, intona un’acquaforte.
Il lago ha un passato molto recente, perché i suoi inizi rimontano appena al 1926. Ideato come centro idroelettrico, esso veniva sviluppato secondo un piano esclusivamente rispondente a tale concetto. Sorge in una larga insenatura contornata da alte fiancate che si elevano, ora rivestite di boschi, ora brulle e scoscese. In esso affluisce il Coghinas, lungo Km. 105, formato da due rami principali da cui, l’occidentale, detto volgarmente Riu Mannu di Ozieri, che ha le sue scaturigini più remote nel Marghine; l’altro detto Riu Mannu di Oschiri trae le sorgenti dall’Altipiano di Buddusò. All’incontro dei due fiumi tra il territorio d’Oschiri e di Tula, il terreno che s’inalvea in un profondo canale granitico, in corrispondenza della Punta Lanzinosa, è stato sbarrato da una potente diga. Essa è alta m. 56 e innalza il livello della quota di m. 111 a quella di m. 154. Il lago artificiale copre circa 20 Kmq. di territorio, con un incavo utile di 254 milioni di me. d’acqua.
Tra l’una e l’altra montagna a m. 70 sotto il livello dell’acqua, vi è, scavata nel granito, un’ampia caverna lunga m. 40, alta 15, larga 12, che racchiude la Centrale Elettrica con 4 unità da 36.000 HP complessivi.
Diverse qualità di pesci abbondano nel lago: il persico, coperto di squame, dorso molto arcato con due pinne sostenute da raggi ossei e mobili; la tinca, di corpo alto e tozzo, color giallo bruno verdastro, con una sola pinna dorsale e due piccoli cigli agli angoli della bocca; l’anguilla, senza scaglie, di forma serpentina, testa piccola e pelle spessa e lubrica; la trota di colore variabile, capo grosso e muso ottuso, pinne pettorali corte, larghe, rotonde, carne molto pregiata; la carpa con grandi squame, superiormente verde-olivaceo, sul ventre e sui lati gialliccio.
La carpa, il persico e la tinca, che abbondano nel lago, sono state importate per la lotta antimalarica perché divoratrici di larve di zanzare.
Questo metodo di lotta antilarvale si preferì nella speranza di ottenerne un doppio vantaggio: la distruzione delle larve e la produzione delle carni. Però la lotta contro le anofili, trasmettitrici specifiche della malaria umana, non diede i risultati brillanti che se n’erano sperati.
In seguito, si andò alla caccia di un pesce insettivoro adatto anzitutto a vivere nelle acque zanzarigene e che di frequenza cercasse il suo cibo verso la superficie dove vivono le larve e le ninfe degli anofeli, e che mancasse totalmente di valore gastronomico.
I biologi americani ebbero la fortuna di scoprire tutte queste preziose doti in un vivace pesciolino del Mississipi e del Messico, chiamato gambusia. Questo prezioso ausiliare nella lotta contro le zanzare, è viviparo, cioè produce figli vivi, da 2 a 60 per volta e le generazioni possono essere fino a 6 e più durante un solo anno.
A titolo di prova, il re Vittorio Emanuele III, espresse il desiderio di ottenere dagli Stati Uniti una spedizione di gambusie.
Dopo serie difficoltà di viaggio e di vari tentativi falliti, finalmente nel 1922, giunsero a Roma, sani e salvi, alcune centinaia di questi pesciolini, che furono seminati in varie località zanzarigene della campagna romana. L’attecchimento della specie fu prontissimo e soddisfacente.
Gli ittiologi attestano, da accertamenti fatti in natura e con esperienze di laboratorio, che la produzione, benché insidiata da troppi nemici: pesci predatori, uccelli acquatici, rane, testuggini e biscie acquaiole, è molto più attiva e abbondante nei nostri climi che non in America.
Oggi la lotta antimalarica fatta in tutta la Sardegna, con mezzi chimici, ha efficacemente prodotto i suoi salutari effetti.
Per una difesa valida e completa contro il riapparire di tale flagello, i pesci divoratori di larve di zanzare, dovrebbero essere curati e favoriti; essi contribuiranno efficacemente a impedire il nuovo sviluppo delle zanzare e le terre, già rinate a florida vita, continueranno a dare all’uomo: lavoro, pane, ricchezza e salute.
Presso la riva del lago, bella nella sua semplicità, sorge, accanto alle case di un piccolo centro abitato, la chiesetta col piccolo campanile bifronte.
Sulla placida distesa delle acque, color del cielo, si specchia il meraviglioso massiccio, d’una catena montana, le cui cime ineguali si disegnano sull’orizzonte. L’occhio abbraccia, oltre al vasto anfiteatro, estese pianure ricche di pascoli e di coltivi, con suggestivi sfondi panoramici a cui s’intrecciano storie e leggende interessanti.
Al sommo dell’altura che è più avanzata sulla valle, una capra, candida e serena, svetta come un monumento: spettacolo quasi fantastico e imponente. La natura innalza qui il suo solenne peana di pace, in una tranquillità quasi primordiale ed arcaica, profumata di quei mille sentori che ha la flora montana.
Ritti sugli scogli, ove le piccole onde leggermente s’infrangono, una comitiva di giovani gitanti, ilari e irrequieti, sventolano fazzoletti e innalzano grida assordanti all’indirizzo di una piccola barca da traghetto.
All’invito del nocchiere abbronzato dal sole, data e barattata la parola, vi entrarono. I remi furono presi d’assalto, la vela innalzata e offerta alla spinta dei venti: sembrava il residuo di una piccola flotta guidata da un Ulisse. Il vento soffiava con continuità e la barca filava ch’era una delizia. Nocchiero e nauti cantavano in coro: Vieni a vogar, sentirai l’ebbrezza del marinar.
La manovra d’approdo fu da pirati che muovon all’arrembaggio di un’isola. Ammainata la vela e abbandonati i remi, si lasciarono trasportare dalle ondette del lago, e, arrivati alla riva, si buttarono giù dalla barca urtandosi proseguendo poi per la campagna al canto di: vola, colomba bianca, vola.
Nel bacino con l’acqua «umile, preziosa e casta» di S. Francesco, ammiriamo nella sua grandiosità, l’acqua energia del Pascoli che canta:
Acqua perenne ottima e pessima, ora
Morte ora vita, acqua, diventa luce!
Acqua, diventa fiamma! Acqua, lavora!
Trasforma il ferro, il lino, il legno, il grano;
Manda i pesanti traini come spole
Labili: rendi l’operare umano
Facile e grande come quel sole!
Qui il poeta registra la violenza del fiume Italy che nasce sulla riva del Serchio, e ne studia e misura la forza naturale. Dal bacino del Coghinas invece si sprigiona una prodigiosa, incalcolabile energia che benefica l’intera popolazione di una vasta regione.
In tutta la zona prosperano macchie di lentischio, di corbezzolo e piante verdi che vivono in comune come un’unica famiglia. Gli alberi più vecchi, alti, lichenosi e robusti, stanno in mezzo, e attorno fanno corona i piccoli virgulti che mettono appena le prime foglie, spesso si carezzano coi rami, come i ciechi quasi per assicurarsi col tatto se tutti son presenti. A volte quando il vento infuria più gagliardo si abbracciano in gesti di collera, con fremiti nervosi, però non litigano, fra loro armonizza una serena pace. Spesso mormorano tutti insieme ma vanno sempre d’accordo. Sembrano monaci di un monastero che ha per tetto il cielo, dediti alla vita contemplativa con l’obbligo di penitenza austera e segregati dall’uomo che è lupo dell’uomo.
Cade la sera. Dalle cupe ombre delle gole rocciose, interrotte da boscaglie, si sprigiona qualche voce, qualche richiamo: sono i pastori che raccolgono gli armenti. Piccolo popolo raccolto nella sua primitiva mentalità: sognatore spirituale, come tutte le creature delle regioni montane.
Nella notte senza luna, quando oramai tacciono le cicale ubriache d’aria e di luce, pare che sulla distesa del lago sia caduto un gruppo di stelle che tremolano con riflessi d’oro e d’argento sulla rada addormentata.
La natura innalza qui il suo solenne peana di pace, in una tranquillità quasi primordiale ed arcaica, profumata di quei mille sentori che ha la flora montana.
La città di Castra
Oschiri cova e comprime una profondissima storia, e più che una storia, diversi passaggi di epoche, fratture violente di generazioni, stanchezza di secoli.
A Km. 5 dal paese, ove sorge l’antico santuario di Nostra Signora di Castra, esisteva un importante centro abitato, edificato dai romani e da essi nominato prima Castrum (fortezza), poi «Castra» (accampamenti).
Molti lettori leggendo questo nome cercheranno forse inutilmente di localizzare questo paese, ormai distrutto, in una delle tante pieghe formate dai declivi delle propaggini del monte Limbara. Anche coloro che si recano d’estate per respirare l’aria refrigerante, per dissetarsi alle sorgenti perenni, o bearsi di una visione panoramica meravigliosa, oppure d’inverno per dedicarsi allo sport prediletto degli scii, probabilmente non riescono a ricordare di aver sentito nominare questa località: eppure Castra è un posto che merita di essere visitato durante il vagabondare delle gite turistiche.
I romani chiamavano «Castrum» il campo militare ove stazionavano le truppe al coperto, fuori dell’ordinaria abitazione, e chiamavano «Castra» i vari gruppi di tende, di baracche e d’altri ripari all’aperto, sotto cui i soldati soggiornavano più o meno a lungo.
Questi campi trincerati erano muniti dell’argine (agger) e della fossa (vallum), e non di rado si tramutavano in paesi e città conservando sempre il nome di Castro o Castra, seguito da un epiteto.
Una località alla confluenza dell’Inn col Danubio è chiamata Castra Batava. Sotto Caligola la guardia del corpo dell’imperatore era composta di Batavi: soldati alti di statura, coraggiosi ed eccellenti come cavalieri e come nuotatori. Batava che formava la «Cohors IX Bataviorum», aveva importanza strategica per la sua posizione dominante.
Castra Cornelia, situata su di una piccola penisola rocciosa, ad oriente di Utica, ha i suoi ricordi storici. Ai fianchi erano i campi della cavalleria, ai piedi stavano i marinai e l’insenatura era trincerata da una flotta di 40 quadriremi e quinqueremi. Qui Cartaginesi e Numidi, con un potente assalto dalla parte di terra, bloccarono Scipione al quale poi sorrise la vittoria con l’inferire al nemico grandi perdite.
Altra località, situata tra il golfo di Sant’Eufemia e quello di Squillace, è chiamata «Castra Hannibalis». La denominazione ha una base storica, in quanto Annibale, durante la sua permanenza al «Promontorium Lacinium», nel 502 a. C., vi stabili il grosso dell’esercito.
Pure in Sardegna, presso Publium (Ploaghe), esisteva una città, oramai distrutta, chiamata Castra.
Un codice cartaceo del secolo XV, riportato nelle pergamene di Arborea e illustrato dallo Spano, fa cenno delle rivalità di Publium con la città di Figulinas (Florinas) e di Castra, dove il publiese Sarra, animatore della guerra tra i presidi romani e i Sardi venne ucciso dal console Tiberio Gracco.
Di tutti questi centri abitati, un tempo dimore presidiate dai soldati e rispondenti alle esigenze della sicurezza, le fonti del Medio Evo italiano, ci accertano l’origine romana.
Dai campi trincerati che furono uno dei principali strumenti delle conquiste romane, ebbero origine i primitivi villaggi quadrilateri, cinti di fosse e di aggere, divisi in «insulae» rettangolari da una rete di strade, «cardini e decumani». A questi piccoli centri domandavano asilo nuovi abitanti per esercitare il loro commercio tra i soldati legionari. Così gradatamente e col tempo, si formarono nuclei di centri abitati che spesso salirono a grande importanza, Dalle varie forme dell’aggruppamento delle popolazioni sorse il «castrum», l’opidium» il «burgus», la «civitas», eccetera.
Castra di Oschiri che fu un portato della dominazione romana in Sardegna, da dimora di truppe in campo, da rude asilo di guerrieri, forse della X legione, messi a difesa contro le incursioni dei popoli invasori, quali erano i Corsi e i Balari, che costituivano oltre una minaccia alla libertà, un serio pericolo alle risorse economiche, divenne una città grande, ricca ed importante.
Durante l’invasione romana, primati e strateghi studiavano e maturavano i loro piani di penetrazione, pacifica o militare, nella regione che ammaliatrice si parava ai loro sguardi.
Castra è stata edificata dalle truppe romane su terreno fertile e in posizione incantevole. Fu costruita al solo scopo di frenare le incursioni dei loro nemici che come impetuosi torrenti, scendevano dai monti della Gallura a devastare i migliori luoghi ed esaurirli con le depredazioni.
Si crede che Castra sia la città di cui parla l’Аnonimo Ravennate sotto il titolo di «Castra Felicia».
Cicerone usa il comparativo «felicius» in senso di felicemente e Virgilio dà alla stessa parola il significato di ferace, fertile e fruttifero. Infatti quando parla degli alberi che hanno i loro rami carichi di frutta dice ramis felicibus arbor». Lo stesso vocabolo è usato da Ovidio in senso di facoltoso, ricco e dovizioso: Donec eris felix multos numerabis amicos» cioè fin che avrai roba tu conterai molti amici. Plinio usa «Felicitas terrae» per fertilità di terreno.
L’appropriato titolo di «Felicia» tributato alla città di Castra, giudico che abbia avuto origine dalla ricchezza produttiva di tutto il territorio castrense.
Castra la sede vescovile e capoluogo di diocesi Le memorie di questo vescovado risalgono al principio del secolo XII. Il governo del vescovo abbracciava la regione di Monteacuto, compreso Berchidda e Monti e le curatorie di Lerron, Nugor, Anela e il Goceano, toccando il vescovado di Ottana.
Secondo il P. Corrado Eubel, illustre scrittore delle gerarchie del Medioevo, facevano parte della diocesi anche i paesi di Alà, di Buddusò, di Nule, di Pattada, di Balamine e di Benetutti. Con la Bolla di Giulio II del dicembre 1503, si estinse in conseguenza della decretata unione del vescovado di Ottana. Angius, nel Dizionario Geografico di Casalis[1], afferma: «La Chiesa di Castra appartenne ai monaci di San Benedetto, dell’abitazione dei quali vedonsi chiare vestiggia».
Anche questo monastero, di cui oggi sono scomparse le tracce, secondo le prescrizioni del fondatore, contenute nella «Regula Monasteriorum», sarà stato costruito ed ordinato in modo da agevolare il metodo di ascesi benedettina che comprende nel suo più alto significato, tutto il lavoro dell’anima, della mente, e delle braccia: «Cruce, stjlo et aratro».
In questo cenobio, i frati, con lo stilo riempivano le pergamene, con l’aratro beneficavano le terre incolte, e col vibrante ritmo del salmo, gustavano il profumo della santità.
Della città distrutta rimane ancora in piedi la piccola cattedrale, una conduttura d’acqua potabile, captata per l’approvvigionamento idrico della popolazione, una casetta a pian terreno, i muri che attorno alla chiesa limitano il cortile pianeggiante, di forma rotonda e privo di vegetazione, ed una necropoli ad incinerazione, dalla quale vennero alla luce anelli, corniole, diaspri e pietre incise di gran pregio.
Vasi figuli, pezzi di terracotta, cocci di crateri di doli, lucerne, mattoni, monete, ecc. affiorarono nel liberare il terreno dalla secolare veste arborea ove si è affondato l’aratro e il piccone.
Buona parte di questo materiale fu disperso e irreparabilmente perduto. La ubicazione della città è segnata da poche pietre, sulle quali forse, un archeologo saprebbe leggervi notizie preziose.
Ciò che si conserva di Castra è ben poca cosa di fronte al molto che certamente ancora la terra nasconde. Scavi ben condotti rivelerebbero importanti documenti e porterebbero in salvo per lo meno ciò che resta di testimonianze della civiltà castrense.
Molte furono le cause che cooperarono alla distruzione della città di Castra. Nel succedersi degli anni, lotte continue, ostinate, sanguinose, necessaria conseguenza di ogni impresa coloniale, azioni belliche, assalti, incursioni, molestavano e opprimevano le vita dei cittadini castrensi che, nella oscurità delle fitte tenebre, non riuscivano a scoprire un barlume di luce, un tenue filo di speranza. A tanti mali si aggiunse il colera che imperversò furioso. Dei miseri abitanti superstiti, alcuni, si decidevano a cambiar dimora in cerca di migliori eventi, altri abbandonavano gli dei penati per paura di contagio. I più coraggiosi, affezionati alla terra che li vide nascere, rimanevano tra le squallide e quasi deserte pareti domestiche, però per poco tempo, anch’essi dovettero scappare cercando asilo nella solitudine dei campi, in luoghi più sicuri. Le case abbandonate crollarono. Rimasero solo i detriti di tegole, di mattoni e di pietre risultanti dallo sfasciume dei muri.
Sulla zona deserta, consacrata alla storia, aleggia un’atmosfera di eroismi leggendari: guerra, pace, sconfitte, vittorie, gioie e lacrime si alternavano un tempo su questo piano ondulato e vario di aspetto, tra i toni cupi dei boschi spesso martoriati dagli incendi.
Non una voce nell’aria per tutto il territorio ma intermittente un’eco: i rumori di montagna che dilettano il silenzio. Il silenzio che è sgomento perché supera la terra.
Oggi le antiche costruzioni ridotte in una tritumaglia di pietrame, sono tornate alla terra, come ogni creatura che è polvere.
[1] Corretto dal curatore di Gallura Tour Guido Rombi: le voci sulla Sardegna furono scritte tutte da Vittorio Angius per il Dizionario del Casalis.
La Diocesi di Castra
La curatoria di Monteacuto, ove i sacerdoti esercitavano cura d’anime, comprendeva Castro, Oskeri, Tula, Berchidda e Monti. A quella di Bisarchio appartenevano: Bisarchio, Ardar, Ozieri, Nughedu e Pattada. Quella di Lerron abbracciava: Lerron, Onani, Bitti, Alà, Osidda e Balamine.
Castra era sede vescovile. Sul territorio che formava la diocesi, si stendeva la giurisdizione e il governo ecclesiastico del vescovo.
Le origini di questo seggio episcopale non si possono determinare con precisione, però è facile riconoscervi un’origine antichissima.
La diocesi comprendeva la regione di Monteacuto che il monte Limbara divideva dalla diocesi di Civita, in quel di Gallura, e si estendeva nel Goceano toccando il vescovado di Ottana.
Secondo il P. Corrado Eubel, illustre scrittore della Gerarchia cattolica del Medioevo, facevano parte della diocesi di Castra, anche i paesi di Alà, Buddusò, Nule, Pattada, Balamine e Benetutti.
Questa diocesi era più estesa di quella di Bisarcio. La cattedrale era officiata da nove canonici, dei quali il primo aveva la dignità di Arciprete.
Nella diocesi erano tre monasteri: uno dei benedettini col titolo di Santa Maria, eretto presso la città, l’altro intitolato a San Paolo che si crede sorgesse nelle silenziose e scabre campagne di monti, e il terzo, della regola di Cistello, sotto l’invocazione di Sant’Antonio.
Abbazie, monasteri e semplici romitori destinati alla vita contemplativa, alla preghiera, allo studio, in gran parte vennero costruiti subito dopo il mille.
Sulla scia della colonizzazione religiosa dell’isola, cominciata dal Papa benedettino San Gregorio Magno, i benedettini, i camaldolesi, i cistercensi ecc. edificarono le loro abitazioni sui monti e sulle valli dediti alla propria ed altrui santificazione, sacrificandosi anche per dar maggiore incremento ai lavori agricoli.
L’espansione monastica che godeva molte simpatie, raggiunse il suo maggiore splendore durante il regno di Costantino primo e di Gonario II (1113-1153).
Gli Athen e i De Tori, appartenenti alla famiglia sovrana di Torres, elargirono non pochi favori a beneficio dei monasteri. Gonario di Lacon, fratello del giudice Costantino, e la consorte Elena, imposero ai figli che non vendessero terre ad altri, quando esse fossero utili ai monaci. Tale generosità venne lodata dal Pontefice Callisto II.
Le ricchezze dei monasteri ben presto superavano quelle delle diocesi. I beni patrimoniali della Chiesa Romana, ch’erano in Sardegna assai rilevanti, nell’alto medioevo, passarono nelle mani dei vescovi che divennero così tributari della Santa Sede.
Ogni Arcivescovo doveva al Pontefice un censo di sei libbre d’argento, mentre per i vescovi il tributo era limitato a sole due libbre. Tale onere rappresentava altresì un riconoscimento di speciale dipendenza. Dalle statistiche finanziarie di Albino e di Cencio Camerario si deprende che anche i monasteri di Saccargia, di Plaino, di Tergu, di Salvenero, ed altri, erano tenuti al censo di due libbre di argento.
Sui monasteri era vietato ai vescovi ogni giurisdizione. Solo in virtù di qualche concordato, i monaci dovevano sottostare ad alcune leggi diocesane.
Il primo vescovo di Castra di cui si fa menzione nelle antiche cronache sarde, fu Atone che, nel 1163, col consenso di Alberto di Torres, annesse ai frati camaldolesi, le chiese di San Saturnino di Usolvisi, presso le terme di Benetutti, di Santa Maria di Anela, oggi chiamata di Mezzo Mondo, e di San Giorgio di Aneletto, tutte in territorio del Goceano.
In virtù di tale concessione, tra i Camaldolesi ed il vescovo, si stipulò un contratto bilaterale. Atone, in virtù di tale generosa elargizione, stabili che il monaco rettore di tali chiese, usasse la dovuta riverenza al vescovo di Castra, intervenisse alla consacrazione degli Olii Santi, e delle chiese, alla festa titolare della diocesi e ricevesse onoratamente l’Ordinario diocesano nelle visite pastorali, e pagasse una libbra di argento all’arrivo del legato pontificio.
Nel 1170, l’Arcivescovo di Torres Alberto, presiedette nella sua archidiocesi un sinodo, cui partecipò coi suffraganei di Ploaghe, di Ottana, di Bosa, di Bisarcio, anche il vescovo della diocesi di Castra, chiamato Azo. Pare che uno dei vescovi di Castra, di cui si ignora il nome, sia stato illetterato. La croce apposta alla sua firma, in qualità di vescovo, aveva un duplice significato: dignità e analfabetismo.
Il Pontefice Alessandro IV, nel 1255, ben a ragione si doleva di tale increscioso stato di cose, incolpandone la «potentiam secularem» che con inframettenza illecita e partigiana, da parte dei laici, fomentava discordie e inquietudini.
Nel 1228, il legato Goffredo, secondo le istruzioni ricevute da Onorio III convocò i vescovi di Sardegna in Santa Giusta, suffraganea arborense.
Tanto le cattedrali come i monasteri mandarono i loro rappresentanti. Insieme agli arcivescovi Gianuario di Torres, Mariano di Cagliari, Torgodorio de Muru di Oristano, vi partecipò anche il vescovo di Castra. Gli atti del concilio di Santa Giusta, rintracciati fra le carte di Lodovico Baille dal Martini, prevenivano e colpivano debolezze, disordini e traviamenti e costumi caduti in anarchia. Le deliberazioni del concilio furono energiche. Si impedirono le inframmettenze illecite che i laici, giudici e maggiorenti godevano su molte chiese dell’Isola, si represse l’invadenza dei pisani, diretta ad accaparrarsi per ambizione, vescovadi e cariche remunerative, si fulminarono delle pene severissime contro coloro che erano entrati fra le file ecclesiastiche ed erano stati elevati alle rettorie dall’arbitrio di corte.
Intanto la diocesi castrense, specie dal lato finanziario, andava sempre più in decadenza.
Quando Onorio III mandò, in qualità di legato, il suo cappellano Bartolomeo, per sedare la lotta sorta per opera dei genovesi, nel momento in cui Lamberto e Ubaldo Visconti discesero in Sardegna per impadronirsi di molte terre, trovò la diocesi di Castra in umili condizioni.
Anche il Vescovo Raimondo, insieme ai suoi diocesani, navigava in brutte acque.
Lo stato compassionevole della Diocesi non permise al messo del Papa di raccogliere elemosine, neppure dalle decime, per liberare il Sepolcro di Cristo dalle armi ottomane.
Il 29 marzo 1236, nella regia di Ardara, alla presenza dei vescovi di Ampurias, di Giovanni di Bisarcio, di Torchitorio di Castra, ed altri, la regina Adelasia e Ubaldo, giuravano di possedere in nome di S. Pietro il giudicato di Torres e gli altri domini del continente e delle isole, e piena obbedienza agli ordini del Pontefice.
Dopo il giuramento di fedeltà, fatto con la forma spedita dalla cancelleria apostolica, Alessandro, legato pontificio di Gregorio IX, accompagnato dai vescovi di Ploaghe, di Ottana, di Bisarcio e di Castra, si recò a Bonarcado. Nella chiesa di Santa Maria che era annessa ad un convento di San Zenone, furono ricevuti dal suffraganeo di Cagliari e dai vescovi di Suelli e di Oristano. In questa occasione, Alessandro, consegnò al giudice Piero II di Basso, che conosceva la sovranità del Pontefice, un vessillo che aveva dipinto in campo cremesino l’emblema delle somme chiavi e la croce.
Il 21 maggio 1247 il Pontefice incaricava l’Arcivescovo di Arborea, di consacrare alla chiesa di Torres l’eletto di Castra, Marthucco, ma questa consacrazione non ebbe luogo.
Nella riunione di quasi tutti i prelati dell’Isola nella chiesa di Bonarcado, allorquando il giudice di Arborea giurava il vassallaggio alla Santa Sede, furono redatti alcuni diplomi riportati dal Muratori nell’«Antiq. Ital. med. aevi». Tra i testimoni figura il vescovo di Castra. Una epistola di Innocenzo IV al vescovo di Castra del 22 ottobre 1242, gli ordinava di riscuotere dagli arcivescovi, vescovi, chiese e monasteri una certa somma per sussidio del vescovo di Ploaghe, ridotto alla mendicità dagli ufficiali e fautori di Enzo, che nel cacciarlo dal suo seggio vescovile lo aveva spogliato d’ogni sorta di rendita.
Nel 1420 Leonardo di Castra, in sul principio delle sue cure pastorali celebrò un sinodo di cui ne parla il Fara negli annali dove si legge: «Hic diocesanam synodum anno 1420 congregavit, constitutiones antiquas confirmavit, novasque numero quadraginta duas edidit».
Della celebrazione di questo sinodo ne parla il Vico; il Tola ne tenne sott’occhio un frammento e il volume secondo delle notizie antiche dell’archivio capitolare di Alghero riporta gli atti quasi interi.
Una copia privata degli atti del sinodo, dal titolo: Costitutiones ecclesiae castrensis anno MCCCCXX, manca il primo foglio ove si conserva il prologo ed i tre primi capitoli, ma il numero d’ordine progressivo dei canoni arriva fino al 44. Tanta era la fama del sinodo di Leonardo di Castra che le costituzioni servirono di modello ai sinodi celebrati da Antonio Pinna vescovo di Bisarcio, da Gillito vescovo di Ampurias e Antonio di Alcalà di Ottana.
Qualche tempo dopo, lo stesso Leonardo di Castra insieme con l’arciprete, i canonici e tutto il Clero della diocesi, nella chiesa di San Michele in Bono, dichiarava ufficialmente chiuso il sinodo diocesano. La introduzione di tale sinodo, reca fra l’altro: «Noi Leonardo, per grazia di Dio vescovo di Castra, essendo in San Michele di Bono, celebrando il santo sinodo. coi venerabili fratelli e figli nostri i canonici di Castra, abbiamo voluto esaminare e riconoscere le costituzioni che nel nostro primo ingresso in detta chiesa e diocesi abbiamo trovato, e col consiglio e matura deliberazione da parte dei suddetti venerabili canonici e capitolo le abbiamo confermate, aumentate ed accresciute di bene in meglio. Le quali costituzioni, tanto vecchie, quanto nuove, ordiniamo e comandiamo in virtù di santa obbedienza, che siano osservate e mantenute in perpetuo nella detta chiesa. Dal palazzo nostro della villa di Bono addì nove del mese di marzo 1420».
I vescovi di Castra avevano sotto la loro giurisdizione un territorio tre volte più grande della diocesi di Bisarcio, e avevano scelto come loro residenza estiva fuori del centro diocesi, il villaggio di Bono, alle pendici del Monte Rasu. L’elezione di questa villeggiatura coincide con la costruzione della chiesa parrocchiale di Bono, dedicata a San Michele Arcangelo.
Nell’introduzione del suddetto sinodo si ha un chiaro accento alla villa, cioè al palazzo vescovile, e di ciò rimane ancora un tangibile ricordo nella parola «piscopia» che è il nome dato ad uno dei più antichi rioni del paese.
La diocesi di Castra un tempo fiorente andava in decadenza. I mezzi necessari per la sorveglianza del vasto territorio, e per l’assistenza e amministrazione del vasto territorio, venivano a mancare di giorno in giorno.
Alfonso V di Aragona, IV di Catalogna e I re di Napoli, chiese un tributo straordinario di duemila fiorini aragonesi, da pagarsi dagli ecclesiastici residenti nei suoi domini.
Non pochi dei vescovi che reggevano piccole e minori diocesi, si trovarono nell’impossibilità di pagare.
Nel 1441, fra i nomi dei morosi, figura quello del vescovo di Castra, a danno del suo collega di Bisarcio, che si aveva assunto per lui l’obbligazione. Nel 1445 fu nominato vescovo di Castra Francesco, uno dei figli spirituali di San Romualdo che governava la abbadia camaldolese di Saccargia. L’ultimo presule Antonio De Toro, minorita, eletto il 23 luglio 1501. chiuse la serie episcopale di Castra.
Gli attriti, le rappresaglie, le guerre, la pestilenza, e quindi lo spopolamento e la miseria, indussero, nel 1503, il Papa Giulio II a sopprimere anche la diocesi di Castra che venne incorporata ad Ottana, la cui sede in seguito, fu trasferita ad Alghero, e così rimase per lo spazio di secoli.
Nel 1803, il pontefice Pio VII, diede nuovo assetto alle cose. Ristabilì nella pristina dignità la diocesi di Bisarcio, determinandone il nuovo territorio, Smembrava le diocesi circostanti e alla soppressa diocesi di Castra assegnava un particolare compenso
Il vescovo Fragus, trasferito dalla diocesi di Usellus in quella di Alghero, convocò un sinodo il 28 ottobre 1580 col proposito di porre in piena osservanza gli statuti tridentini. In una delle trentanove costituzioni di questo sinodo, fa cenno del divieto ai due cleri di Bisarcio e di Castra di creare nella vacanza della sede, vicario capitolare ed economo, giacché nel solo capitolo di Alghero veniva a trasformarsi la giurisdizione vescovile, e ciò in forza della bolla di Pio V con la quale si erano abolite le dignità e i canonicati delle chiese cattedrali appartenenti alle sedi episcopali soppresse in sul principio del secolo XVI.
La Cattedrale di Castra
Nell’aperta campagna, dopo aver percorsi 5 km. da Oschiri, per una strada larga e comoda, si giunge ad un promontorio, ameno romitaggio, dove sorge la chiesetta di Castra, consacrata alla Vergine Annunziata, trono di misericordiose grazie a mille anime che alla fede chiedono pace e conforto.
I contadini che penosamente lavorano la terra inaridita, ignoravano che più sotto di dove giunsero le loro vanghe, c’erano i ruderi di una civiltà. Se ne accorsero solo quando rinvennero anticaglie e venerandi cimeli di un popolo scomparso, di un popolo di cui non si sa nulla e probabilmente nulla si saprà mai.
La chiesa è sorta dalla libertà di un regolo.
I giudici o sovrani di piccole potenze, nel medio evo, in Sardegna, erano larghi di generosità verso le chiese e i monasteri per rendersi propizi Dio, la Madonna e i Santi. Offrivano le loro ricchezze con lo scopo precipuo di ottenere la salvezza dell’anima.
A proposito, nel condaghe di San Nicola di Trullas, ove si trascrivevano gli atti coi quali si costituiva un lascito o una donazione, si legge:
«Auxiliante Domino Deo, et Salvatore nostro Jesu Christo, et intercedente pro nobis beata et gloriosa semperque Virgine Dei Genitrice Maria… Ego Petrus de Athen, et muliere mea Padulosa; et ego Ithocor de Athen, et muliere mea Elena de Thori; et… facimus ista carta cum voluntate de Deus ad Sanctum Nicolaum de Trullas, ca la affiliamus cum omnia causa quam modo habeat».
Nella stessa carta si conferma la donazione dei beni mobili ed immobili ai Padri camaldolesi, perché «habeant vestimenta et calceamenta, et lectos et victu corporale quantum illis est opus». Poi continua: «haec cartula confirmamus et corroboramus, et facimus ad honore Dei Omnipotentis, propter salutem animarum nostrarum, et parentum nostrorum vivorum atque defunctorum, ut siamus electi et aggregati inter numero electorum, si placet Illi, qui cum Patre et Spiritu Saneto vivit et regnat in secula seculorum. Amen».
La scheda 147 del condaghe di S. Maria di Bonarcado attesta: «Ego judice Barusone de Serra faco eusta carta pro salutu qui do (poi descrive la posizione e il limite del territorio) a Sancta Maria de Bonarcado pro anima mea e de parentes meos; e pro dedimi Deus et Sancta Maria, vita et santitate et filios bonos». In ultimo seguono le firme dei testi fra i quali anche «Donnu Comida de Lacon archiepiscobu d’Aristanes. Donnu Paucapalea piscobu de Saneta Justa. Donnu Alibrandinu píscobu de Terralba. Donnu Maurellu piscobu d’Usellus. Donnu Azu archiepiscobu de Turres. Donnu Marianne Thell piscobu de Bisarciu».
La scheda 148 parla di una donazione fatta dal giudice Barisone in onore della B. V. di Bonarcado:
«Ego iudice Barisone ki faco ateru bene a Sancta Maria de Bonarcadu pro dedimi Deus filios e pace in su regnu».
Il lascito riguarda l’estesissimo territorio di «Pedra Pertusa».
Dopo l’elenco dei testi firmatari in numero di 12, l’atto conclude: «Et si quis dixerit quia bene est habeat benedictione de Deus e de Sancta Maria. Et qui no placuerit e cundemnaverit hec ordinatio habeat maledictione de Deus et Santa Maria e de bator evangelistas et de doighi apostolos, de XVI prophetas, de CCCXVII patres sanctos, de CLIV innocentes martires, et apat parcone cum Juda traditore, et cum Erode et cum diabulus in infernum. Amen, amen, fiat, fiat».
I regoli, in massima parte, seguirono gli esempi dei loro avi.
Stando al «Liber judicum turritanorum». anche la chiesa di Santa Maria di Tergu, a circa 25 Km. da Osilo e a pochi chilometri da Castelsardo, fu eretta da Mariano I, dal 1024 al 1027. A proposito della consacrazione di detta chiesa, il condaghe di Tergu, attesta che due nobiluomini furono mandati «in corte de Roma pro faguer benner unu cardinale qui deveret cusacrare sa ecclesia de Sancta Maria de Tergu». Il Papa accolse benignamente la richiesta e mandò un cardinale «qui se nominavat Joanne». Vi accorsero inoltre «bator archiepiscopos, XVIII episcopos e XVIII abades». Dopo la solenne consacrazione «morgisit ispu dictu cardinale, et fuit sutterratu intro ipsa dicta ecclesia a manu destra».
Anche il giudice Mariano I, perché Dio avesse misericordia della sua anima nell’ora estrema di sua vita, fece costruire a sue spese la chiesa di Santa Maria di Castro.
Mariano I di Torres, fiorì nel declinare del secolo decimoprimo.
Data la sua giovanissima età governò prima sotto la reggenza della madre, poi di Zerchis, uno dei magnati più distinti del regno turritano.
Ebbe la sua prima educazione nella regia di Ardara. Appena assunto il governo dimostrò le sue squisite doti di animo retto, generoso e pio. I suoi stati fiorirono per l’esatta giustizia da lui amministrata. La sua pietà è rinomata nella storia sarda.
Il Papa Gregorio VI, conoscendone lo spirito, lo zelo, la generosità, gli indirizzò da Capua, una lettera raccomandandogli vivamente di usare la massima sollecitudine e premura per dare maggiore incremento alla religione.
Per aderire all’esortazioni del pontefice fece ricchissimi doni alle Chiese di San Gavino di Torres, di Sant’Antioco di Bisarcio, fece restaurare quella di San Michele di Salvenero, ed infine edificò a sue spese la chiesa cattedrale di Castra.
Le spoglie di Mariano I riposano sotto il pavimento del presbitero della parrocchia di Ardara.
Non solo i regoli, ma anche i nobili e i ricchi, facevano devotamente, a gara, nel fondare chiese e monasteri e nel dotare altari e cappelle «pro salvatione animae».
Anche le «donnikelle», titolo che si dava alle figlie dei giudici, donavano le loro terre alla chiesa, implorando la protezione del Santo titolare.
Nel condaghe di San Pietro di Silki, al numero 316, leggesi: «Ego donnikella Justa d’Oskeri ki fatto custu condake pro omnia cantunke ponio a Sancta Maria de Cotronianu (Codrongianus). Ponionke su saltu de petra de ponte… cum boluntate de frades meos».
Tutte queste anime nobili, ricche di fede, sapevano che i santi gradiscono tutti gli atti esterni del nostro culto e gli omaggi visibili del nostro amore.
Vedendo le prove delle nostre generose sollecitudini si commuovono teneramente e spesso in cambio del nostro memore affetto ottengono e largiscono grazie e favori.
La chiesetta di Castra, ancora miracolosamente in piedi, attende una sollecita restaurazione. Essa ha una sola navata che misura m. 13,30 x 7,20.
Come tutti i santuari di Maria le sue origini furono modestissime. Ma la bontà della Madonna e la pietà dei figli concorsero, col tempo, a trasformare quel piccolo posto di devozione particolare, a luogo ufficiale di pellegrinaggi mariani, parrocchiali e diocesani.
Tormento di venti, d’acqua, di neve hanno per secoli flagellato questo edificio sacro, interessante sotto il duplice punto di vista storico ed artistico, ed è saturo di immensa religiosità. Le intemperie hanno ossidato con sfumature di nero le pietre del grigiore cupo che qui e la sembrano aver assorbito i rossori di albe e di tramonti meravigliosi.
La chiesa prende una grazia mirabile dalla rozza nudità della sua struttura.
Sorge la chiesa entro l’ambito di una zona edilizia, dominante, scelta con molta discrezione e tatto, comoda per chi deve frequentarla; essa concorre efficacemente alla fisionomia della località; resiste ancora alle vicende della natura umana e all’azione di struggitrice del tempo, per attestare la stabilità della idea religiosa.
La chiesa sorse non solo per la generosità di Mariano 1, re di Torres, ma anche per un atto di fede collettivo e per il genio degli artisti.
Non turme di schiavi sferzati, curvi fino ad esaurirsi, come sotto il travertino dei templi di Giove e del Colosseo, ma uomini, donne e fanciulli che accorrevano da ogni parte deliberatamente, senza chiedere mercedi, a trasportare le pietre, l’acqua e la calce.
Qui l’architettura si rivela, si afferma, si impone, e tramanda vivo il ricordo dell’epoca e del popolo che lo ha eretto.
Nella scelta del terreno a declivio si è badato anche alle condizioni del suolo in merito alle fondamenta. Una zona di rispetto delimita le mura, dà alla chiesa maggiore dignità, e i fedeli prima di accedervi varcando questa zona libera, sono meglio disposti alla preghiera ed al raccoglimento. Quest’area sacra ha evitato il brusco passaggio dal movimento e dalla febbrile vita cittadina all’atmosfera serena del santuario. ed offre il risultato modesto ed interessante di un pronao dove i fedeli possono soffermarsi, specie all’uscita dalle funzioni, per scambiare amichevoli parole.
I muri scalpellati con la solita maestria di lapicidi pisani, sono rivestiti con bei conci parallelepipedi, dagli spigoli netti, sovrapposti insieme e legati con pochissima calce. Le scrostature hanno steso una lebbra sui muri ed una patina bronzea ha assalito lesene e lunette. L’aspetto esterno è semplice, quasi povero, quantunque ingentilito da un sobrio movimento di linee architettoniche.
La facciata principale si distingue dalle altre pareti per una decorazione atta a risvegliare sentimenti religiosi.
Sulla linea di colmo sorge, di modeste proporzioni, il campanile bifronte a sventola. È questo un elemento che conferisce alla chiesa uno spiccato carattere quasi una personalità.
È una piccola sentinella, vedetta verso l’infinito, incoronata di stelle; è uno sprazzo di luce lanciato verso i regni delle umane speranze per dirigere gli sguardi e i passi dei fedeli al cielo.
Il piccolo campanile ha la sua campana che suona a rintocchi, come percossa col martello, per riscuotere meglio l’indifferenza muta degli uomini e col suo invitto sonante li spinge, come il naufrago allo scoglio, a cercare la salvezza fra gli spalti sicuri di un regno che dura in eterno.
Il tetto a doppio spiovente, di capitale importanza per la conservazione di tutto l’edificio e di quanto esso contiene, era diligentemente e saldamente costruito. Le tegole a canale sporgono dalla grondaia per preservare dall’acqua le pareti.
Le finestre con strombatura interna, sono in numero di quattro, e sono collocate in corrispondenza di quattro lesene fra due archi a sesto acuto.
La porta principale con piedritti e architrave in pietra dura, ha i suoi gradini di accesso, di altezza comoda, non intercalati da piani. La piccola porta laterale è sormontata da lunetta. I due accessi hanno dimensioni tali da consentire un facile ingresso e un sollecito sfollamento.
Le loggete che fiancheggiano e deturpano la chiesa sono state costruite, in epoca molto lontana, per comodità dei venditori ambulanti, che, in ricorrenza delle annuali feste popolari, disturbavano le sacre funzioni con assordanti grida reclamistiche.
L’abside è rivolto ad oriente; utile disposizione che ha un significato simbolico.
Sui ruderi dell’episcopio dove resiedeva il vescovo, sorge la casa del pellegrino e nello stesso ambito del cortile, sulle rovine della casa del clero curato sorge la modesta abitazione del custode.
Mi recai a visitare la chiesa il giorno della festa popolare che ricorre la domenica I dopo pasqua.
Richiamò la mia attenzione un fatto singolare.
Il vestibolo presso la soglia del portale della chiesa brulicava di un numero straordinario di formiche alate…
La schiera bruna di questi piccoli insetti degli inerottiri, dalle antenne filiformi, dall’addome attaccato al torace mediante un penduncolo sottile, terminante da una vescichetta, contenente l’acido formico che spruzzano quando sono provocati, affluiva per un sentieruccio tracciato a nastro serpeggiante, sul terreno.
La numerosissima colonia mi richiamò alla memoria la storia poetica delle formiche di Gottano, al limite della Valle dei Cavalieri diocesi di Reggio Emilia.
Questo piccolo paese sul cuccuzzolo di un monte, a 700 metri sul mare, ha un oratorio dedicato alla Natività della Madonna, chiamato anche chiesa delle formiche alate. Dal 7 al 10 settembre di ogni anno, esse abbandonano i loro nidi a forma di cumuli conici con gallerie, e, magazzini, ambienti di deposito, spiccano il volo e dopo un lungo viaggio arrivano puntuali all’appuntamento della sagra, posandosi sui lati della porta principale della chiesa.
Nel pomeriggio dell’ottavo giorno della festività, quando ha inizio la processione, le formiche si librano in volo, e quasi seguono la folla che, salmodiando, percorre le vie del paese. Poi quando i fedeli rientrano in chiesa, le formiche cadono al suolo e muoiono. Allora pie donne le raccolgono e postele in larghe striscie di carta trasparente, le custodiscono come reliquie.
«Due giorni dopo la festa andammo a vedere e trovammo il pavimento dell’oratorio letteralmente coperto di formiche morte». Così scriveva, nel 1664, monsignor Marliani, in quel tempo vescovo di Reggio Emilia. Quarant’anni dopo il rev. don Tedeschi confermava nel «Compendio dello stato della diocesi di Reggio» le asserzioni del presule. «Pure quest’anno egli scriveva si è ripetuto il curioso fenomeno delle devote formiche».
Il noto mirmecologo americano Caryi P. Heskins nella sua opera «Uomini e formiche» dice che sin dai tempi più remoti le formiche hanno «esercitato sull’uomo un fascino che ha i caratteri dell’ultraterreno».
Le formiche della chiesa di Castro hanno fissa dimora, sono operaie infaticabili, non si curano delle solennità liturgiche e desiderano vivere piuttosto che morire.
L’interno
Sempre e dappertutto un tempio è richiamo al pensiero di Dio. Noi, seguaci del Maestro divino, entriamo nella casa dell’adorazione, chiamata porta del Cielo, non come inquilini, ma come oranti, ospiti della divinità. Ci mettiamo «proni sul pavimento di pietra», come gli ebrei in Gerusalemme, per adorare, sentire e lodare il Signore.
Per i turisti che vociando passano indifferenti davanti all’altare, e vi cercano solo frammenti di storia e di arte, la chiesa sa di vecchio e di morte.
Nel santuario di Castro, insigne monumento della nostra fede, nulla è adibito che non sia degno della maestà divina e non corrisponda alla santità dei sacramenti e alla pietà dei fedeli.
L’interno, che misura m. 12 x 5,50, è capace di accogliere i fedeli nei giorni festivi di ordinaria importanza. I banchi con relativi genuflessori, ben disposti, decorosi ed armonizzanti con l’ambiente, sono divisi da proporzionati spazi per disimpegno e circolazione.
La forma della incavallatura lignea, è la primitiva: triangolare con la catena e i due puntoni: l’edificio ne acquista in luminosità.
Le maestranze locali con l’uso frequente di queste armature, non facevano che continuare le antiche tradizioni delle primitive basiliche cristiane, in cui una forte armatura di travi sosteneva il coperto laterizio.
L’altare su cui si svolgono le sacre funzioni, non ha carattere di futile culto ma grave e decoroso. Sorge nel così detto santuario ed ha un piano sopraelevato in confronto della nave della chiesa.
Sulla mensa è situato il tabernacolo che è un libro aperto sulle cui pagine leggono i bambini e anche chi non fu mai a scuola: un libro aperto che con muta ma efficace eloquenza insegna a tutti il dogma della Eucaristia.
La parte ornamentale che copre la parete dell’abside è eseguita in legno, dorato a fuoco, il colore, la forma, la tinta, non hanno patito mutamenti. la nicchia è frapposta fra quattro colonne tortili con capitelli corinzi, eseguiti con certa finezza d’arte. Sulle basi delle parti superiori delle quattro colonne, posa il timpano sul cui campo è dipinta la Vergine degli Angeli.
Sulla nicchia troneggia la dolce immagine della Madonna sempre presente nella storia dell’arte. I suoi riflessi possono essere trovati in ogni periodo dell’era cristiana, in ogni luogo, in ogni occasione e in ogni forma di espressione artistica.
La Vergine Maria è stata ispiratrice in ogni tempo, dei poeti, dei musicisti, dei pittori. Il suo fascino lo risentiamo nell’Alighieri e in Cervantes, in Manzoni e in Goethe, nello Zanella e in Longiellow, fino a Peguy e a Claudel, al Carducci e al Pascoli e a moltissimi altri ancora.
La Madonna ha suscitato le più belle armonie di Gounod e di Schubert; ha dato vita alle più belle tele di Raffaello, del Tiziano e di Guido Reni.
Questa eccelsa figura non ha cessato mai di stimolare l’immaginazione degli artisti.
Soltanto il semplice ricordo di Essa durante la giornata, attrae tanti e tanti uomini che piegano i ginocchi e le fronti, e al suono vesperale della campana mormorano «Ave Maria».
La statua esposta alla venerazione dei fedeli nella nicchia dell’altare, rappresenta l’annunziata. La scultura eseguita in legno con purissimo candore, con grazia semplice e ingenua, è bella per semplicità e verità di espressione e si mostra strettamente collegata, come fisionomia e come tecnica, alle sculture fiorite in quell’epoca.
La Vergine è in piedi, ha gli occhi neri e profondi, la faccia bruna, il viso raggiante di grazia infantile, di serenità mistica, i capelli sciolti. Tiene la mano destra dolcemente posata sul petto e con la sinistra sorregge un libro aperto; ha il capo circondato da un nimbo a raggiera con 17 raggi nei quali 8 semplici e 9 sormontati da stelle.
La persona alta e armoniosa, l’atteggiamento rigido e ricolmo di beatitudine mistica e la minuziosa piegatura della veste che gli ricade ai piedi, danno al soggetto una maestà veramente regale. Ciò che colpisce in questa statua è la serenità, la gentilezza, la compostezza dell’atteggiamento ed in particolare la delicatezza delle linee.
La litania cristiana, il sospiro gemente dell’anima che ha bisogno di consolazione, nella penombra mistica,
Dà per gli occhi una dolcezza al core
Che intender non lo può chi non lo prova.
A questo trono di grazie, sogno e pensiero di mille cuori, si volse ieri e si volge ancor oggi, con fiducia, chi sente muggire la tempesta furiosa dell’anima, e trova pace, serenità, conforto!
Il pavimento che ha sostituito il vecchio strato di terra battuta, assodato e stabile, è costituito da mattonelle di cemento, a disegni cubici, bianchi e neri.
Non rimane traccia del Battistero.
La sagrestia ha un’ampiezza proporzionata a quella della chiesa e alla quantità delle suppellettili.
La finestra, munita di forte inferriata, semplice, è disposta in modo da dare una buona aereazione.
La porta ad apertura rettangolare, non immette sul corpo della chiesa ma bensì nel presbitero.
Nella stessa sagrestia, entro un’apposita cassa, cosparsa di fiori artificiali, è riposta in posizione supina e in atteggiamento quasi dormente, la statua dell’Assunta, carica di monili preziosi e coperta di seriche vesti.
La «dormitio» della B. Vergine, come fu chiamato il beato suo transito in anima è corpo al cielo. secondo il Martirologio di San Gerolamo, venne fissata al 15 agosto, dall’imperatore Maurizio, nel secolo VI. A Castra, la festa popolare si solennizza la I domenica dopo Pasqua.
La più antica pittura che rappresenta la Vergine col titolo della gloriosa sua Assunzione, è un affresco del secolo IX scoperto nella primitiva basilica di San Clemente in Roma. Fra tutte le opere in argomento è celebre il gran quadro del Tiziano che si conserva nell’Accademia di Venezia, quello del Perugino nella Galleria Antica e Moderna di Firenze, ed altri.
Nella storia delle prerogative con le quali la sacra liturgia esalta la madre celeste col titolo di Maria Assunta in cielo, la chiesa di Castra occupa il primo posto in Sardegna.
I Benedettini di Castra
Nel volume II della «Storia di Sardegna» di Manno, si legge «Nel luogo distrutto ed antico vescovado di Castra vi era un monastero di Benedettini col titolo di Santa Maria».
I monaci di San Benedetto entrarono nel giudicato di Torres per opera dei giudici.
Dopo lo sfacelo dell’ultimo regno sardo sotto il governo del re Barisone III, questi rimase al possesso del solo giudicato di Torres col nuovo titolo di Barisone I, iniziando così la serie cronologica dei regoli succedutisi posteriormente. Questi a far parte del governo chiamò suo figlio Andrea Tanca. Durante il loro dominio la pace venne turbata dai due ambiziosi Mariano e Pietro che sobillando il popolo riuscirono, con aspri combattimenti, ad impadronirsi del giudicato. L’usurpazione durò due anni. Gli antichi sovrani recuperarono il regno con le armi e con l’aiuto dei cittadini già stanchi della prepotenza degli usurpatori, i quali, ottennero il perdono col patto di risarcire i danni patiti e le spese cagionate durante la loro conquista.
A Barisone stavano a cuore le sorti del giudicato e, dopo la vittoria, seppe acquistarsi maggiormente la stima e la venerazione dei suoi sudditi.
Questo giudice di Torres chiamato dagli annali castrensi re di Sardegna, nel 1062, scrisse dalla reggia di Ardara, all’abate di Montecassino, Desiderio, che fu poi Papa sotto il nome di Vittore III, pregandolo caldamente di mandare alcuni suoi monaci, per aprire nel suo regno, un convento.
In quel tempo i frati appartenenti alla regola di San Benedetto erano molto apprezzati e giudicati pionieri della nuova civiltà agricola. Col lavoro assiduo e tenace, dissodavano il terreno e lo rendevano maggiormente fertile e fecondo.
Desiderio accondiscese alla richiesta del re, e senz’altro, gli mandò undici monaci accompagnati dall’abate Ademiro, che in seguito venne insignito della porpora cardinalizia.
I 12 figli spirituali di San Benedetto erano i dodici apostoli che inebriati di gioconda letizia, avrebbero suscitato nell’anima sarda, entusiasmi di fede, e di amore al lavoro.
Durante il viaggio, improvviso e minaccioso, si scatenò un violento uragano. Le onde infuriate del mare fecero cambiar rota alla modesta imbarcazione sospingendola verso l’isola del Giglio. Qui i religiosi furono raggiunti ed aggrediti dai pirati pisani, vennero derubati persino degli indumenti personali ed in fine diedero fuoco anche alla nave.
Quattro frati, feriti dalle percosse, perirono, gli altri otto, laceri e ignudi rientrarono a Montecassino.
Barisone, venuto a conoscenza del fatto increscioso ne fu scosso; lancio un appello al Papa Alessandro II che ottenne dal cuore di Pisa adeguata riparazione e due anni dopo tomo alla carica, rinnovò la preghiera all’abate di Montecasino perché finalmente si avverasse il suo sospirato sogno di redenzione.
Desiderio acconsentì; i novelli missionari partirono, attraversarono il mare, giunsero nel giudicato di Torres, vennero accolti ad Ardara da autorità e popolo e a Monte Santo eressero la loro abituale dimora.
Quella zona in pochi anni divenne un vero focolare di civiltà e di apostolato. Quelle terre brulle che erano un’offesa a chi le guardava, si coprivano come per incanto, di chiome verdi, dando regime regolare alle sorgenti, regolandone il deflusso.
Il re Barisone, soddisfatto dell’opera svolta, regalo ai benedettini, oltre al monastero di Montessanto e alla chiesa di S. Elia, la basilica di Santa Maria di Bubalis e numerose altre terre, estese ed incolte.
La carta di donazione scritta con caratteri longobardici da Nicita, scrivano del palazzo reale, ha la data del 1064.
L’estensore si scusa del poco chiaro modo di scrivere, addebitando la colpa non ad imperizia ma perché «in illa ora fuit tenebre et paucu lumine et grande presse (fretta) erat mihi».
Il diploma è munito del sigillo e del ritratto di Barisone da una parte, e dall’altra della leggenda «Ваresone rех».
Tanto della donazione quanto del rispettivo diploma parla il Muratori nella «Antiquitatum Italicarum» ed il Gattola nella parte II delle «Access. all’Istoria Cassinese, tav. V», in cui fra l’altro si legge che l’atto fu scritto «rennante domno Baresone et nepote eius domno Marianus».
Intanto le campagne continuavano ad aprire generosamente il seno al fecondo solco dell’aratro e dove germogliavano rigogliosi gli sterpi, i rovi, le felci, l’asfodelo e il cisto, biondeggiavano mature e abbondanti le messi e verdeggiavano i pampini delle viti e degli ortaggi.
Tali trasformazioni spinsero gli animi dei regoli a chiamare nei loro giudicati altri monaci.
Mariano I di Torres che resse il giudicato dal 1064 al 1085 col plauso della moglie Susanna de Zori, chiamò i benedettini a Castra, fece loro larghe offerte e ricchi doni e per loro edificó un convento.
Appena giunti furono colpiti dallo squallore della campagna circostante: una distesa immane di terreni acquitrinosi, cui appunto l’acqua soverchia, capricciosa e indisciplinata, infliggeva la sterilità e la malaria. Donde una diffusa miseria delle genti. Gli ardori festosi con cui furono accolti, avrebbero agevolmente consentito a loro di erigere il monastero nel luogo più comodo e salubre della città. Ed invece i monaci, seguendo la tradizione del loro ordine, scelsero proprio la zona inospitale e paludosa.
Dopo qualche anno i benedettini s’impegnarono ad alternare la permanenza nel coro per le assidue preghiere, alla permanenza non meno assidua, all’aria aperta, dove appunto si trattava di liberare dalla infecondità le terre circostanti.
I fratelli di fede avevano portato seco una consumata esperienza in quella attività che oggi si chiama «bonifica». Questo miglioramento a vantaggio dell’agricoltura e dell’igiene, oggi, com’è noto, è dovuto ai possenti strumenti dalle idrovore che succhiano le acque ingombranti, ai «fiorentini» altrimenti detti «effe-bi novanta e centoventi» che sono le escavatrici sollevanti i terreni da bonificare a cucchiaiate» di mezza tonnellata ciascuna, capaci di fare in un giorno il lavoro di cento operai. Invece allora i soli strumenti erano il badile e la vanga; e furono i benedettini che insegnarono il modo di manovrarli con tanta esperienza da operare prodigi.
Fu la parte più depressa del territorio di Castra il campo d’azione di una riforma agraria (come si direbbe oggi) che ha donato a tutta la zona ricchezze di pascoli e frumenti.
Dove sorgeva il convento rimangono ancora frammenti che il tempo e la folgore rispettarono. Dove stagnavano le acque limacciose, sorge la limpida fresca sorgente che anima il silenzio col dolce mormorio della breve onda che s’infrange fra i sassi del piccolo alveo. E dove ieri vegetavano rigogliosi gli sterpi e regnava il silenzio, si ammira un ampio e fertile paesaggio limitato da una leggera ondulazione e dalla montagna che si profila sullo sfondo azzurro del cielo, tagliata qua e là dalle profonde gole nereggianti di boschi.
Sul sentiero a nastro serpeggiante di questa zona solitaria, camminava a passi lenti un vecchio pastore. L’immaginazione credette di ravvisare un pio eremita che uscito dal suo specco vi ritornava per recitare il suo rosario.
Fermi a un crocicchio: un uomo alto e magro parlava dei fiori come una religione.
I suoi occhi neri si riempivano di beatitudine. Accanto stava una prosperosa ragazza abbigliata del costume sardo; un corsetto che le serrava il petto, una pezzuola candida le faceva da paravento alle trecce avvolte a più riprese sulla nuca, Le sue forme procaci parevano sfondare l’involucro folcloristico.
Su di un piccolo promontorio, inquadrato da un verde scenario di alberi, di boscaglia bassa, di verzura lussureggiante, un uomo dagli occhi furenti sotto la chioma ricciuta, dal volto che fu infantile fino a poco tempo fa, subito corroso dal sole, dalle fatiche, aggrinzito come quello del vecchio padre, camminava armato di lungo bastone. Dietro di lui veniva un gregge di pecore bianche dall’occhio glauco e dal passo guardingo. Venivano avanti senza rumore, e il fiume silente andava al lago, compatto e senza fretta, sicuro di giungervi fra poco.
Il sole sospeso tra la nebbia come un palloncino color lilla rischiarava uno scenario di favole romantiche.
Il Castello di Monte Acuto
Quando un mio carissimo compagno di collegio, mi fece pervenire l’invito di visitare Oschiri, accettai di buon grado lieto di interrompere almeno per un giorno il mio lavoro quotidiana per tuffarmi tra il verde dei prati, a godere la pace dei monti e la visione dei panorami sempre nuovi e veramente incantevoli.
Meta di un’improvvisata escursione fu scelta la regione di Monte Acuto.
Eravamo in tre; ci conoscevamo da antica data ed eravamo da molto senza vederci: un avvocato, un notaio e un prete.
Tutto torna e si ritrova in questo mondo, anche il sole dei poemi erotici pastorali, che leggemmo da studentelli. Ecco qua il sole di Oschiri che tutte le mattine si leva puntuale, e va ad assidersi tranquillamente sul suo trono del tricuspide monte Limbara, senza nulla di epico. Di lassù scocca le sue frecce sottilissime, disperdendo in un baleno le argentee nebbioline che veleggiano sull’orizzonte di cobalto.
Questo Febo di cui si discorre nell’Adone del cavalier Marini, è un tiranno familiare che non teme disordini né rivoluzioni nei suoi stati che si spaziano nell’infinito. Ma per noi quel giorno ci fu largo di generosità.
Quante scene belle, indimenticabili e varie apparivano al nostro sguardo curioso mentre attentamente scrutavano la spettacolare bellezza della natura che portava, attraverso l’alitare del vento, gli odori dei boschi.
Lontano il fiume correva simile ad uno schiavo che ricupera la libertà; un dirupato erto e serpeggiante sentiero caro al menestrello contemplatore; un poggio ammantato di verde tappetto che sembrava invitare a danza le benefiche fate; un poggio sparso di margheritine bianche, screziate di rosso, che sarebbe un trono di un re.
Vicino a noi un uomo curvo per vecchiaia, sembrava conservare ancora l’orgoglio della giovinezza. Per l’aria limpida spiccavano cadenzati colpi di scure. Un taglialegna abbatteva piante secolari. Le ferite vive mandavano un odore come di medicina che la brezza spazzava via silenziosamente, senza rimpianto. L’uomo si avventava sul tronco, sui rami come fa il macellaio sulla bestia squartata intento a scuoiarla, e si affaticava a tagliarli a pezzi, ad accatastarli per poi confezionarli a fascine.
Le piante ancora in piedi, attorno al sacrificio emanavano una muta reticenza, un’interiore potenza di silenzio.
È questa una zona che richiama l’attenzione del turista.
È una delle tante gemme sarde, in parte risparmiate dal tempo, dall’incuria e dal vandalismo degli uomini.
Qui in posizione dominante, nel punto propizio allo sbarramento della via di comunicazione, sorgeva un castello, eretto per la necessità di difesa contro i nemici.
I castelli generalmente erano rifugi di popolazioni minacciate, centri di domini fondiari e signorili che costituivano il «caput» di un organismo che già possedeva un territorio.
Il castello di Monte Acuto, un tempo imponente costituito da cinte murate, dal mastio e dal palazzo, eretto per difesa e dimora dei regoli e dei signori feudali, che convivevano coi cavalieri, scudieri, castellani e soldati, sorvegliava l’ampio territorio. Sorgeva sulla vetta di una rupe isolata ai piedi del Monte Limbara.
Lo ricorda il Fara: «Huic proxima regioni est regio Montis Acuti partis Otgiani, montuosa etiam et pabulis magis quam culturae idonea, in qua flumen, inter duo oppida, nempe Berchiddae et Oscheris, cum castro Montis Acuti natura satis munito, quod nomen regioni et urbs memorata Castri, quae nomen diocesis dedit».
Lo ricordano i documenti riferentisi ai giudici di Logudoro e di Gallura. Qui risiedettero Adelasia di Torres e Ubaldo Visconti che cedettero tutti i loro possedimenti al Pontefice per aver la sovranità del giudicato di Torres. Qui, con atto datato da questo castello, il legato pontificio Alessandro si fece consegnare, in pegno, le chiavi di questa rocca fortificata, che il 16 aprile 1236 venne affidata al vescovo di Ampurias. Qui, nel medio evo, epoca torbida di lotte tra dinastie e feudatari, affrontavano sopraffazioni, saccheggi, violenze d’ogni genere, fomentate dall’ingordigia dei prepotenti anelanti ad allargare il loro dominio. Il castello dopo la caduta del giudicato di Torres, venne occupato dai Doria e dai Malaspina, i quali, nel 1308, lo cedettero ad Andrea e Mariano III di Arborea, il cui sucessore, Ugone, per una rilevante ricevuta in prestito, lo consegnò al re d’Aragona. Allorché Mariano II venne nominato conte del Goceano, il fratello Giovanni ebbe la signoria di Monte Acuto che possedette fino all’anno in cui Mariano IV lo imprigionò e gli tolse il castello.
Questo castello insieme a quello di Cugatu situato ai piedi del Limbara, e quello di Crasta, nei pressi del villaggio di Monti, formavano un triangolo che dominava gran parte del vasto territorio ove stanziavano i Balares, gli Erculenses, i Cunusitani, i Feronienses ed in ispecie i Liquidonenses.
Il castello di Monte Acuto subì la medesima sorte del castello di Burgos dove si spense l’agitata vita di Adelasia di Torres, e vi dimorò a lungo, come prigioniero Giovanni d’Arborea con un suo figlio: di quello di Acqua Fredda che appartenne al Conte Ugolino della Gherardesca che sconfitto dai ghibellini, venne gettato con due figli e due nipoti nella torre dei Gualandi e lo lasciarono morire di fame; di quello di Chirra, tolto ai giudici di Cagliari dal giudice Nino di Gallura e di altri non meno resistenti e non meno importanti, e più ampi e complessi.
Oggi tutta la zona di Monte Acuto presenta un aspetto di abbandono.
Del castello non rimangono che avanzi.
Il custode del castello più non siede sotto alla volta del portico: i servi non escono per recarsi al lavoro: più non si ode l’allegra canzone della castellana, intenta alle cure domestiche: i vigilanti mastini, feroci custodi di quel mondo nebuloso, non latrano nel cortile: l’impaziente corsiero non accenna coi concitanti nitriti l’infingardo scudiero.
Né la luce del sole, né il gorgheggio dei piumati canori rallegrano il silenzio.
Un corvo, spiegando in trionfo le ali, si librava a volo: l’ombra delle distese sue penne tracciavano una ombra fugace, a forma di croce, su quei ruderi sepolti nell’oblio.
Un albero solitario distende i suoi nodosi rami come un duce valoroso che, scorgendo la sua truppa volgersi in fuga, oppone intrepida resistenza al nemico onde proteggerne la ritirata. Anche oggi i rami di quell’albero fremono all’alitar del vento, e le foglie col loro murmure par che sussurrino le tristi vicende di un tempo passato.
Nel crudo inverno, anche il vigneto, privo di foglie, è un po’ funebre, coi monconi neri tesi verso il cielo, equidistanti come le croci dei cimiteri di guerra.
La natura però ha dei meravigliosi colori da pastello, delicatissimi, che conferiscono all’anima un pro fondo diletto nella contemplazione. Scena idillica, fuori del mondo: fervida, turbante, soffocante.
È questo un angolo di terra ove si potrebbe vivere la «sola beatitudo». Verrebbe la voglia di rimanervi a lungo. sentì spontaneo dire ai due amici: «Faciamus hic tria tabernacula».
In alto, arbusti, elci, querceti, formano la chioma caduca e perenne, delle cime ineguali della corona di monti. In basso il lago, lungo e profondo, ha colori cupi, trasparenze di cielo e di foglie fusi in un riflesso di sole, mentre la brezza che rade e increspa le acque, si comunica alle foglie delle magre vegetazioni che si abbarbicano alle rupi che precipitano ai contrafforti e declivi.
Sulla fertile distesa di questo territorio, viveva una originale società agricola costituita da fratelli benedettini, benedetti per la redenzione di queste plaghe arse, convertite dalla loro industriosa presenza, in campi ubertosi e ridenti. Una piccola comunità che alternando il lavoro alla preghiera, vivendo in democratica fratellanza, riscattavano quelle terre incolte, con una fatica offerta quotidianamente al Signore in alta umiltà.
L’insegnamento di questi pionieri colonizzatori si ispirò con lo scopo di volgere la rude gente dei luoghi ai fini evangelici, all’ascesi ad una vita veramente cristiana e all’amore dei lavori agricoli e pastorali.
Sulla stessa zona vi era una strada ed un ponte.
Su queste strade passavano popoli armati vittoriosi e vinti. Qui, diretti a Nurvara, tra Oschiri e Berchidda. sfilavano le antiche popolazioni della colonia greca che fu obbigata a battere in ritirata per le continue vessazioni dei limitrofi, specialmente degli abitanti di Monti.
Sul vecchio ponte che, dopo una grossa piena, apparve, per lo sterramento operato dalla corrente, sfilavano i viandanti che percorrevano la strada che da Hafa e Gurulis Vetus conduceva ad Olbia.
In tempi assai remoti, anche i sardi pelliti battevano queste campagne, un tempo aspre e selvagge, in cerca di selvaggina per portarla al loro villaggio che ha lasciato la sua traccia sotto forma di cumuli stratificati di rottami e di vasellame fittile.
Del castello di Oschiri, così ne parla Goffredo Casalis, nel suo Dizionario Geografico: «Vedonsi sopra un colle le vestigia di un antico castello con mura robuste, in figura rettangolare e forse 250 passi di circonferenza, e con tre ordini di mura alla parte contro Ozieri, onde era più facile l’accesso e dove si dovean tenere furiose percosse».
Oggi il tempo e la mano vandalica dell’uomo han raso tutto l’edificio fin dalle fondamenta. Rimangono ancora pochi ruderi che come volumi intonsi racchiudono molti e svariati ricordi su cui la nostra fantasia può tessere indisturbata.
Su di un blocco di granito appena sbozzato e caldo che odora di muschio, una lucertola si bea al sole, dilatando il ventre.
Cade la sera. Tutti e tre volgiamo insieme un ultimo sguardo, nella pace serena, all’armonia di colori che ci circonda, e con una venatura di tristezza riprendiamo la via del ritorno.
Riti e cerimonie superstiziose
Il territorio pianeggiante del comune di Oschiri appare oggi quanto mai invitante.
L’agricoltura è caratterizzata dall’esigua estensione degli arativi e da un grande sviluppo dei prati naturali che, insieme ai pascoli di alta montagna, allietano un fiorente allevamento di bestiame grosso e minuto.
L’agricoltore ha, sino a tempi recenti, conquistato il suolo per l’agricoltura con mezzi primitivi, bruciando il bosco e lavorando il terreno con la zappa, con l’aratro arcaico a chiodo, con erpici fatti con rami di cespugli e con rozzi strumenti per la trebbiatura.
In breve volgere di tempo tutta la plaga ha mutato sembiante.
Oggi la distesa di abbandono, di malaria, di morte, si è svegliata da un letargo di secolo, ha compiuto una totale e travolgente rivoluzione, si è inscritta tra le terre agricole più progredite e merita di essere conosciuta in tutta la sua realtà, per i superbi traguardi raggiunti nel settore delle colture, nel campo della zoo-tecnica, ecc. Scomparsa la malaria per la regolamentazione delle acque, frantumato il tenacissimo terreno con l’apporto di una diffusa meccanizzazione, centuplicati gli sforzi per rinvenire l’ausilio delle acque irrigue, il balzo produttivo è stato fulmineo.
Questa zona di silenzio e di poesia ha voce di misteriose lontananze.
Alcuni ruderi di antiche costruzioni che rivelano l’anima di genti remote, dormono il sonno della morte da millenni. Da questi miseri avanzi che vanno sempre più in sfacelo si sprigiona una misteriosa voce auspicante una vita nuova nella continuità della storia.
Nell’esteso territorio pianeggiante, come in tutta la Sardegna e in certe regioni mediterranee, come la Corsica, la Toscana ecc., esiste la malmignatta che i sardi in gergo popolare chiamano «s’arza».
La malmignatta è un ragno appartenente al sott’ordine degli areneimorfi, ha un cefalotorace piccolo ristretto verso l’innanzi e depresso, ha l’addome cospicua, globuloso e un poco appuntito all’estremo posteriore, del colore nero ebano con macchie rosse scarlatte e giallo-scure, Inocula veleno.
Per normale abitazione si costruisce nelle depressioni del terreno e nei solchi dei campi, un nido di tela con fili radi e disposti alla rinfusa.
In un bozzolo del color bruno della grossezza di un nocciolo, essa depone, in varie riprese, anche quattrocento uova.
La malmignatta si distingue dall’eperia diademata, alla quale somiglia molto nei caratteri generali non escluse le ghiandole velenifere.
Questi artropodi costruiscono una tela sottilissima con un filo prodotto da cellule addominali.
Comunemente si crede che l’idea della tessitura sia stata data all’uomo dal ragno. Il rito di Aracne, famosa tessitrice della Libia, che entrò in gara con Atena e fu da questa trasformata in ragno, conferma tale nesso.
La malmignatta è stata sempre temuta e odiata specialmente dai contadini per la sua morsicatura velenosa. Se viene molestata nella quiete della sua tana, sbucca, come per incanto, dal nido in tutta la pienezza della sua collera, ferisce e inocula il veleno causando dolori acutissimi e turbando le funzioni del corpo.
Spesso, specie durante la miettitura, il canto di gioia del contadino presago di buon raccolto, si muta improvvisamente in un grido straziante di dolore, e la parola gioviale in una rabbiosa imprecazione che rasenta la bestemmia.
Il veleno assorbito dall’organismo, provoca contratture muscolari e crampi con tensione spasmodica, esacerbante. Quasi contemporaneamente si verificano delle contrazioni facciali che conferiscono al volto una particolare espressione, caratterizzata da corrugamento della fronte e dal così detto riso sardonico.
La medicina dei popoli antichi aveva per questo malanno un arsenale di scongiuri, di amuleti, di azioni simboliche, di formule magiche, di riti e di pratiche sacerdotali.
A Oschiri come in altre regioni dell’Italia Meridionale ed insulare, in tempi assai remoti, contro la morsicatura della malmignatta, si praticavano diversi metodi di cura che reputo avvanzi di riti pagani.
Il salutare rimedio veniva spesso invocato per mezzo del ballo, del canto, della musica e del pianto.
Prima di procedere alla cura dell’intossicato, il ragno si sottoponeva ad una specie di esame direi quasi clinico e a seconda della struttura organica si ordinava la medicina.
Se «s’arza» era «battia», cioè vedova, giudicata come tale dalle macchie giallo scure dell’addome, il metodo di cura da praticarsi era il pianto.
Se «s’arza» era «bajana», cioè nubile, giudicata come tale dalle macchie addominali rosso scarlate, il farmaco era il ballo. Se invece aveva le zampe lunghe e robuste e dorsalmente variegato di griggio, di nero e di fulvo, oppure aveva l’addome di colore ranciato con una larga macchia nera, il rimedio più indicato era il forno.
Il primo antidoto contro il mamignattismo, erano i piagnistei che si facevano dalle periferiche, spesso prezzolate, intorno al letto dell’ammalato.
Scelta da uno speciale incaricato detto designator, una vedova in nere gramaglie, accompagnata da altre donne, colpite dal lutto, per prima entra con passo grave, e con estrema dimostrazione di dolore profondo, nella casa del sofferente; si fa largo tra la folla curiosa e impietosita, si accoccola per terra con le gambe a croce e con voce alta e pietosa canta in versi una specie di nenia funebre che costituiva sempre un esercizio puramente rettorico, senza alcune profondità di sentimento. Il coro alla fine di ogni quartina rispondeva col solito ritornello seguito da alte grida di dolore, da simulati scoppi di pianto, accompagnati da gesti di disperazione, e di cordoglio, quali lo scuotere la testa facendo ondeggiare i capelli disciolti, o battendo con violenza il petto, o singhiozzando.
Suffris dolores mannos
a dogn’ora de su die,
chie, narami, chie,
that cobeltu de affannos?
Ohi, coro meu, ohi!
S’alza ti hat mossigadu
cando fisti tribagliende
tropu mi pares suffrende,
c’appenas has su fiadu!
Ohi, coro meu, ohi!
Se le sofferenze del male non accennavano a diminuire si dava inizio al ballo con mosse ed attitudini eseguite prima a passi misurati e regolati con movimenti euritmici del corpo, poi con salti agili e frequenti eseguiti sopra una trama più o meno grottesca.
Tra i primitivi e i popoli dell’antichità la danza non era solo un mezzo di puro divertimento o passatempo ma aveva in modo particolare uno scopo realistico che si può caratterizzare come magico.
Erano in voga le danze agricole per far germogliare e crescere le piante; le danze della caccia per aumentare la produzione e facilitarne l’incontro al cacciatore; le danze della guerra per il trionfo delle armi, per ispirar coraggio e forza agli uomini che stavano in guerra, per allontanare gli spiriti di coloro che hanno ucciso.
Presso i romani, al tempo di Augusto fiori la pantomina; caratteri mimetici e magici ebbero le danze medioevali. Con l’andar degli anni i balli divennero la parte più interessante delle sagre e costituirono uno spettacolo piacevole, magnifico, teatrale. Se il ballo non riusciva ad impedire le infezioni morbose si usava un altro mezzo profilattico: il forno.
Uomini volenterosi, raccolti intorno al nido del crudele ragno, raccoglievano in silenzio e con molta cautela, alcuni manipoli di fieno che buttavano spargendoli nella cavità interna del forno, e vi davano fuoco. Le fiamme divampavano illuminando e riscaldando l’ambiente che diventava così una specie di calidario e tepidario dissimile da quello dei romani e dei greci, usato per il bagno caldo e per sudare. Appena il fumo prodotto dalla combustione veniva aspirato col tiraggio naturale attraverso il camino, vi si cacciava dentro il povero sofferente. Il caldo, le cerimonie, i riti, le parole di commiserazione, il sudore, ecc. portavano un senso di stordimento e di benessere al malato che incominciava a cullarsi nella dolce speranza di una pronta guarigione.
Le pietose scene alle quali partecipavano uomini e donne culminavano nella così detta «obsecratic» che era una specie di preghiera magica di maledizione.
Crudele infernale assassina,
tottu ti fatant gherra,
in modu chi in custa terra
non che restet raighina.
Unidos tottu in armonia
genios tottu de sa terra
a s’alza faghide gherra
pro destruer sa zenia.
I canti avevano una forma intermedia tra lo scongiuro e la preghiera, ed erano costruiti schematicamente. Erano specie di lamentazioni con le quali si pregava per l’allontanamento delle disgrazie, delle malattie e dei pericoli della vita e delle più svariate sventure.
Anche i culti primitivi comprendevano diversi canti.
Nelle preghiere magiche di maledizione egiziane e romane, s’invocava l’aiuto degli dei contro i mali, contro i serpenti, contro le calamità della vita, contro gli infortuni, ecc.
Gli esseri visibili ed invisibili i fantasmi, i geni, gli spiriti, venivano invocati dalle misteriose regioni dell’acqua, dell’aria, delle foreste, dei meandri e dal sottosuolo perché si muovessero a favorire con la loro influenza le loro aspirazioni.
Queste forme di superstizioni popolari risalgono a epoche e a fasi molto diverse dallo sviluppo delle civiltà umane. Fin dai tempi più remoti si praticavano cerimonie e idee che perpetuarono usi primitivi aventi radici nell’animismo e nella magia.
Queste forme animistiche e magiche, erano, ovunque, le più comuni e le più diffuse, non solo negli strati bassi del volgo, ma anche tra le sfere di quelli che guardavano le cose dall’alto.
A tali culti prestava fede anche il guerriero popolo romano che, fra l’altro, credeva di far guarire l’itterizia facendola passare in una pianta di marrubio, urinandovi sopra per più settimane consecutive.
Tutte queste superstizioni erano, in parte, usate per reintegrare l’uomo nello stato anteriore al maleficio.
I conquistatori romani non disdegnavano di praticare tali curiosi e vani riti ma li portavano e li divulgavano tra i popoli a loro sottomessi e da loro soggiogati con la forza.
Ai nostri tempi, tanto a Roma, ieri debellatrice di popoli, come in tutta la Sardegna, già devastata da continue incursioni nemiche, queste antiche credenze sono totalmente scomparse e cadute nel ridicolo. Esse ormai hanno fatto il loro corso e solo si ricordano come fatti leggendari, parti di popolari fantasie.
Contro questi relitti di idee remotissime, si è scagliata giustamente la Chiesa.
Nei testi canonici, specie nelle costituzioni sinodali e soprattutto in quelle posteriori al concilio di Trento, la chiesa condanno tutte le «consuetudines non laudabiles».
Il Vescovo Mons. Giovanni Maria Вuа
«Uomo d’ingegno e vigore non comune», scrive Mons. Filia, su La Sardegna Cristiana, e Pietro Meloni Satta nella sua Effemeride Sarda lo chiama «uomo di grandi propositi, di una tempra risoluta e intraprendente».
Il Valery nel suo Viaggio in Sardegna, giudica Mons. Bua «Uno di quegli uomini rari che non si dimenticano: distinto per la pietà, la dottrina, la dignità dei modi e del parlare e nello stesso tempo filantropo e progressista».
I più chiari uomini del tempo gli tributarono ben meritate lodi.
Giovanni Maria Bua nacque ad Oschiri il 26 luglio 1773. Compiuti brillantemente gli studi di umanità, lettere e filosofia, intraprese il corso teologico nell’ateneo di Sassari, ottenendo la laurea con lode.
Terminati gli studi egli volle subito dedicarsi al sacerdozio, per il quale si sentiva chiamato.
Appena ordinato sacerdote, Mons. Salvatore Giuseppe Mameli, allora vescovo di Alghero, dopo un anno di tirocinio alle dipendenze di zelanti sacerdoti, lo nominò parroco del suo paese nativo.
Fu assiduo nella cura delle anime e nell’impartire l’istruzione religiosa. In un’epoca in cui non mancavano errori e tentennamenti dottrinali, egli, fu solerte assertore della necessità dell’istruzione del popolo nel. la verità della fede.
Il Bua, a spese sue, del clero, e di alcuni fedeli, abbellì la facciata della parrocchia, eretta in forma semplice dal curato Gavino Maxia, con un artistico portico che costituisce una nota caratteristica alla piazzetta antistante.
Per il suo valido interessamento, il comune di Oschiri è stato uno dei primi a trarre profitto dalla benefica legge delle chiudende.
Il Bua, con parole persuasive, seppe far intendere a questo popolo, dato in massima parte alla pastorizia, il vantaggio che avrebbe avuto col recingere delle zone che sarebbero passate in proprietà. Le premurose insistenze del loro parroco vennero accolte e presto si accinsero a chiudere da muretti vaste estensioni di terreno. Per sei lustri resse con senno e tatto non comune la parrocchia rigenerandone lo spirito e il morale.
Curava di illuminare i suoi parrocchiani sui loro veri interessi, li esortava e li guidava senza stancarsi. Le sollecitudini caddero in un terreno buono, fruttificarono ed ebbe la soddisfazione di vedere molte cose giunte al termine con successo,
Tutti ammiravano il suo genio, tutti avevano parole di plauso per la sua attività che non conosceva soste.
Presentato dal sovrano al Sommo Pontefice Leone XII che ben lo conosceva ed apprezzava per le sue virtù, e le sue non comuni attitudini pastorali, fu nominato Arcivescovo di Arborea e Amministratore Apostolico per la diocesi Galtelly Nuoro. Aveva poco oltrepassato il cinquantesimo anno di età.
Consacrato a Sassari il 15 giugno 1828 dall’Arcivescovo D. Carlo Armosio, assistito dall’Ordinario di Ozieri, Mons. Tola, e da quello di Tempio, Mons. Pes, va, dopo un mese di indugio, a Nuoro e prende possesso della diocesi.
Qui manifestò in pieno se stesso con attività prodigiosa, guidata da una saggezza non comune, da un raro coraggio, e in pari tempo da un edificante spirito di paternità.
Acuto conoscitore degli uomini e del clero, chiamò intorno a sé i migliori sacerdoti della diocesi: il teologo Ciriaco Pala di Bitti, il teologo Vincenzo Fancello di Dorgali, il teologo Giovanni Chironi di Nuoro, e il teologo Salis di Oliena, sacerdoti tutti eminenti per opere e virtù sacerdotali.
Nel nuovo ordinamento della Curia Vescovile, propose il Chironi, già vicario generale di Mons. Casabianca e formò un consiglio dei migliori parroci della diocesi, nelle persone dei canonici Vincenzo Fancello seniore di Dorgali, di Domenico Diana, parroco di Bitti, del can. Michele Guiso di Fonni, del can. Dore di Posada, tutti sacerdoti provetti nel regime delle anime.
Scelse alcuni parroci e vice curati della Diocesi ai quali impose l’onere dell’insegnamento elementare ai figli del popolo, con criteri didattici e pedagogici da lui stesso dettati e perfetti quanto quelli moderni.
L’uomo «potens in opere et sermone» continuò a passare il tempo disseminando i frutti della sua dottrina, della sua ardente carità, dell’instancabile zelo.
Durante la visita pastorale della diocesi non badò a sacrifici, a spese ed a fatiche, mostrando ovunque un’illuminata sapienza.
Nel 1834 e 38 fece fare i primi esercizi spirituali al clero.
La popolazione lo venerava, i bimbi lo circondavano con confidenza filiale, i poveri salutavano in lui il grande elemosiniere e gli infermi lo benedivano come il loro angelo consolatore. In realtà non c’era miseria o languore a cui Mons. Bua non si accostasse con cuore paterno. Era il padre generoso di tutti e in ogni circostanza.
Quando Oschiri era alle dipendenze della diocesi di Alghero, il parroco percepiva integralmente le decime; appena però venne restaurata la diocesi di Bisarcio, di cui la parrocchia faceva parte, egli ne usufruiva solo un quarto e il resto venne devoluto a favore della mensa vescovile. Tale decisione mise in imbarazzo il povero parroco che, fra l’altro, doveva ancora dare ai suoi coadiutori una congrua pensione, provvedere ad altre impellenti necessità, e andare incontro ai numerosi poveri che avevano bisogno di aiuti.
L’arcivescovo Mons. Bua, informato della insufficienza della rendita, fece conoscere al governo lo stato disastroso del suo successore e contemporaneamente alla Santa Sede. Il 15 maggio 1834, venne appianata ogni difficoltà: il parroco amministrava la chiesa con l’antico titolo di rettore e riscuoteva a suo beneficio le decime per intero. In tutte le cose l’anima del Bua si apriva con la rapidità di un bocciolo di fiore tropicale trapiantato.
A Nuoro si adoperò per la erezione del seminario non disdegnando la valida cooperazione dei laici, delle autorità e in particolare del clero e dei fedeli. Il 20 luglio 1829 si iniziarono i lavori, il 30 novembre 1831 ebbero termine, e il 3 novembre 1833 venne inaugurato con felice successo.
Un’epigrafe latina, nell’atrio del seminario ricorda ai posteri il fausto avvenimento.
Lo storico Siotto Pintor attestò fra l’altro che: «degli uomini nati in sarda terra, G. M. Bua avrà più che altri fama lontana».
Lanciò l’idea alla cittadinanza di collaborare con lui per raccogliere i fondi necessari da destinarsi all’erezione della nuova chiesa cattedrale, su disegno preparato dall’insigne architetto fra Antonio Canu, religioso conventuale, suo intimo amico, e autore di molte opere sparse in Sardegna. Tutti spontaneamente accolsero la proposta e con molta generosità diedero la loro offerta. Più di tutti Mons. Bua elargiva le sue oblazioni con larga munificenza.
Autorità, clero e popolo seguivano l’esempio del Pastore.
Il 23 settembre del 1830, mentre si era intenti ad eseguire gli ultimi ritocchi alle volte, il Canu ruzzolo inavvertitamente da un alto ponte e il giorno appresso suggellò la sua vita tra atroci dolori.
Lo stesso Arcivescovo pensò ad ampliare e rendere più decente l’episcopio arredandolo di mobili e fornendo di preziosi volumi la biblioteca lasciata da Mons. Serra Urru che governò la diocesi di Nuoro dal 1780 al 1786.
Superate non poche difficoltà ottenne da Gregorio XVI, con bolla del 1 febbraio 1834, la istituzione del canonicato parrocchiale.
Nel 1836 indirizzò al governo del Re numerosissime pratiche per elevare Nuoro a città. Appena ottenuta la grazia, il lieto avvenimento si solennizzò con feste religiose e civili.
Che dirò delle sue benevolenze ad Oristano?
È noto con quanto impegno egli soleva dedicare la sua attività alla preparazione del clero.
Anche ad Oristano fece edificare, nel 1829, il braccio occidentale del seminario che portò a compimento nel 1834. La parte orientale era stata terminata sotto l’arcivescovo D. Giuseppe Luigi Cusani, vercellese, nel 1794. Nella difesa dei cristiani ideali e delle verità insegnate dal Divin Maestro, e tramandate dalla chiesa, fu imperterrito assertore.
Col concorso del comune diede inizio al corso di filosofia ed istituì una cattedra di lingua francese, forse la prima in Sardegna. Aveva molta cura del funzionamento dei corsi di teologia dogmatica e morale eresse un locale per le scuole inferiori, imponendo ai parroci e ai vice curati l’onere dell’insegnamento ai figli del popolo.
Ogni ramo dell’attività apostolica lo ebbe premuroso incitatore e provvido maestro. Oltre all’esuberanza della sua forte personalità e alla ricchezza della sua esperienza di pastore, ebbe una chiara visione delle esigenze religiose del popolo, una vigorosa maturità di consiglio, un costante calore d’intelligente bontà.
Istituì i missionari e le maestre pie.
Il Papa Gregorio XVI ed il Re Carlo Alberto, che lo conoscevano ed apprezzavano per le sue virtù e le sue non comuni attitudini pastorali, gli affidarono varie delegazioni apostoliche per dissensi civili ed ecclesiastici.
Fu delegato apostolico per appianare certe difficoltà sorte tra il clero regolare. Chiuse certi conventini che non erano all’altezza dei loro compiti. Compose dissidi e turbamenti, chiamò all’ordine quei frati che non sapevano e non volevano aiutare i parroci nel disbrigo delle funzioni religiose e non volevano soffrire di buon animo l’inconveniente di fare alcune ore di scuola ai piccoli.
Nello scuotere i rilassati, nel comprimere i temerari, nel punire i ribelli, spiegò prudenza e giustizia.
Apprezzava la saggezza degli ordinamenti del governo sanciti per la prosperità del regno e istigava ai cittadini lo spirito di obbedienza.
Con la sua autorità e con la sua parola persuasiva, appianate molte difficoltà si poterono effettuare molte riforme.
Mons. Bua andò incontro anche ai lavoratori dei campi interessandosi dei lavori di bonifica. A detta del Valery, introdusse un aratro perfezionato e incoraggio un canale d’irrigazione.
Caritatevole verso il prossimo era tutt’occhi per ravvisare le necessità dei bisognosi, e tutto mani per alleviarle. Ne diede un luminoso esempio nel venire incontro ai poveri diseredati dalla fortuna. Accompagnato dal suo cappellano entrava anche di notte nei tuguri dove era squallore e miseria, e dava fondo alle sue ricchezze.
La casa vescovile era chiamata «La Locanda del Cappello Verde». Tutti, specie i forestieri, vi trovavano ospitalità.
I viaggiatori distinti che percorrevano l’isola, passando in Oristano, restavano ammirati e incantati della sua alta intelligenza, del suo dinamico zelo, e della sua dignità. Lo chiamavano «moto perpetuo».
Il Della Marmora, lo volle compagno di una escursione turistica sul Gennargentu.
L’arcivescovo dotato di solida e varia dottrina, lasciò scritti che costituiscono ancor oggi un utile orientamento. Moniti, istruzioni e decreti vennero raccolti in volumi che si conservano nella Curia Vescovile di Nuoro. Il 24 ottobre 1840, all’età di 64 anni, confortato dai sacramenti, circondato dal clero e dal capitolo, consumato dagli ardori della sua carità, chiedendo perdono a tutti, si addormentò nel bacio del Signore sul letto delle sue agonie, nell’episcopio di Nuoro.
Il capitolo di Arborea e di Nuoro, composto di persone rispettabili, che si onoravano di un capo di tanto merito, credette di aver con lui perduto il suo decoro e il suo splendore. Tutti lo amavano.
La sua calda amorevolezza, la sua dolce bontà, la sua grave e dignitosa pietà, le sue larghe vedute lo resero oltremodo caro e stimato dal clero e dai secolari.
Il ricordo di Mons. Bua, ci torna sempre più dolce. La bontà associata al valore dell’uomo, l’opera che egli svolse con infinito disinteresse nel solco della vita, e il bene che profuse tra i suoi fedeli, sono fatti che coronano di luce la sua nobile esistenza.
È ancora viva la sua memoria nel cuore di tanti. Tale ricordo è pienamente giustificato dalle opere molteplici e da quel prodigioso apostolato che lo rese popolare e famoso.
Monumento ai Caduti
Il 25 novembre 1957, anche a Oschiri nella piazza della chiesa parrocchiale, è stato eretto il monumento ai caduti di tutte le guerre che hanno sempre visto rifulgere il valore e l’eroismo del soldato italiano.
All’inaugurazione solenne ed austera, vi presero parte: il Prefetto De Magistris, il Comandante del Presidio Militare, il Questore, il Comandante del Gruppo Carabinieri di Ozieri, il Presidente del Nastro Azzurro, le Autorità di Oschiri con le Associazioni Combattentistiche e una folla imponente.
Il popolo oschirese con il monumento ai Soldati d’Italia che in ogni tempo si sono immolati per rendere grande e felice la patria, ricorda i suoi figli, prodi e martiri, che, nel fiore degli anni, hanno generosamente immolata la vita sul campo della gloria.
Caduti in guerra nel 1915-1918
Spanu Virgilio, tenente
Sircana Giovanni, s. tenente
Pistidda Giovanni Antonio, sergente
Schintu Paolo, cap. maggiore
Sotgia Salvatore, caporale
Carta Giovanni, guardia di finanza
Asara Giovanni, soldato
Bateu Francesco, soldato
Bua Giovanni, soldato
Bua Salvatore, soldato
Bua Puggioni Francesco, soldato
Budroni Giovanni, soldato
Carta Eugenio, soldato
Carta Ignazio, soldato
Carta Salvatore, soldato
Carta Sebastiano fu G. Antonio, soldato
Carta Sebastiano di Paolo Maria, soldato
Casula Giovanni Antonio, soldato
Cossu Sebastiano, soldato
Demuru Paolo, soldato
Fenu Giovanni, soldato
Fenu Giovanni Maria, soldato
Gaias Salvatore, soldato
Granchio Giovanni, soldato
Ganadu Sebastiano, soldato
Lambroni Antonio, soldato
Lambroni Salvatore, soldato
Langiu Gavino, soldato
Langiu Giuseppe, soldato
Langiu Giuseppe Maria, soldato
Langiu Lorenzo, soldato
Langiu Pietro, soldato
Langiu Salvatore fu Paolo, soldato
Linaldeddu Baingio, soldato
Linaldeddu Giovanni, soldato
Lutzu Paolo, soldato
Manchina Salvatore, soldato
Masia Giovanni Luigi, soldato
Masia Giovanni Maria, soldato
Masia Sisinnio, soldato
Moddita Salvatore, soldato
Murrucciu Pasquale, soldato
Panu Pasquale, soldato
Panu Antonio, soldato
Panu Martino Andrea, soldato
Pasella Comitta, soldato
Pasella Giovanni Battista, soldato
Perinu Francesco Maria, soldato
Perinu Pietro Maria, soldato
Perinu Salvatore, soldato
Pes Giovanni, soldato
Pes Salvatore, soldato
Pes Tomaso, soldato
Pinna Giuseppe, soldato
Pinna Giuseppe Maria, soldato
Piras Francesco, soldato
Piu Leonardo, soldato
Puggioni Giuseppe, soldato
Putzu Giuseppe Maria, soldato
Putzu Paolo, soldato
Putzu Salvatore Maria, soldato
Schintu Pietro, soldato
Sechi Pietro, soldato
Sircana Paolo, soldato
Solinas Francesco, soldato
Sotgia Paolo Salvatore, soldato
Spanu Luigi, soldato
Vargiu Paolo, soldato
Zintu Francesco, soldato
- M. S.
Floris Nuccio, soldato Medaglia d’Oro
Putzu Salvatore, soldato
Mura Diego, soldato
- A. I.
Pes Pietro, soldato
Guerra 1940-1945
Angius Salvatore fu Luigi, maresciallo
Sini Pietro di Antonio, sergente
Bua Antonio fu G. Maria, soldato
Carboni Battistino fu Gavino, soldato
Fenu G. Maria fu Giovanni, soldato
Fogu Salvatore fu Luigi, soldato
Meloni P. Maria fu Tommaso, soldato
Lambroni Salvatore di Sebastiano, soldato
Dispersi 1940-1945
Budroni Michele fu Antonio,
soldato Derosas Pietro fu Michele, marinaio
Langiu Giuseppe, soldato
Langiu Giuseppe di Pietro, soldato
Meloni Luigi di G. Antonio, serg. Marina
Putzzu Antonio di G. Battista, soldato
Gosos de Mostra Signora de Castra
Gosos, nel vernacolo popolare, sono chiamate le canzonette laudative, scritte in lingua sarda. Essi derivano dalla vita dei santi, eccitano alla devozione. Sorsero dalle religiosità del medio evo come espressione poetica e musicale ed ebbero inizio con spontanea creazione e iniziativa artistica.
San Francesco d’Assisi sembra sia stato uno dei primi a cantare in volgare il nuovo sentimento religioso che conservò sempre lo stesso carattere monodico anche tra il sorgere di numerose confraternite a cui si deve il fiorire dei canti ed il formarsi di raccolte e laudari: monumenti preziosi ed insigni d’arte e di spiritualità.
Nel secolo XVI sorse non un genere nuovo, ma un nuovo aspetto della fama laudistica che si era irradiata tre secoli prima.
San Filippo Neri con il suo spirito di santo e col suo intuito di artista, fu l’anima di un nuovo risveglio religioso. Introdusse gli esercizi spirituali lungo il corso dei quali si cantavano le «laudi» che costituivano un mirabile commento alla festività liturgica del giorno.
Come in tutte le solenni feste popolari della Sardegna, così anche nel santuario di Oschiri, dopo le funzioni religiose, il popolo, unito in coro, canta in versi, le lodi della Madonna.
Gosos de Mostra Signora de Castra
Già ch’istezis destinada
Dae Deu Protettora,
Difendidenos Signora
Dae Castra intitulada.
Bois sezis sa Beata
Virgine Santa e pura,
Ch’umana dezis natura
Pro su verbu, e sempre intata,
Essende cun vera data
D’ogni gulpa liberada.
Pro torrare a s’innocenzia
De bellu e candidu lizu,
Cuncepezis unu fizu,
chi fit vera sapienzia,
Benignidade e clemenzia
Distinta, e sempre esaltada.
Gabriele bos portesit
Su consolante annunziu,
Giusta a s’antigu prenunziu,
Su sinu bos fecundesit;
E in coro bos lassesit
Sa bella gemma adorada.
Custa dezis a su mundu
Pro cumprire su riscattu,
El s’Eternu satisfattu,
Restesit tottu giocundu
Cunfinende in su profundu
Sa serpente avvelenada.
De s’antiga Sede e Castra
Sezis bois sa Patrona,
E pro custu bos intona
In iscala meda vasta,
Esser puru Mama, e casta
De Gesusu Immaculada.
Est pro custu chi s’afflittu
Curret a bois dolente,
E sempre su penitente
Già sinde torrat contritu,
Non curende caldu, o frittu
Chirchendebos Avvocada.
Ancora sas parturentes
Bos invocant pro cunfortu,
E fatta seguru portu
Bos ringraziant commoventes,
Fattende votos ardentes
De bos tenner sempre amada.
Pro mediare ogni male
Sezis pronta meighina,
E probatica pischina
De sa tipica Reale,
Essende sa prinzipale
Funtana sempre famada.
Tottu curren prontamente
A cust’Altare Sagradu,
Ch’est su logu fortunadu
In ogni affannu presente,
Luego, e subitamente
Ogni grassia est accansada.
Bibliografia
Archivio Storico Sardo.
Besta – La Sardegna Medioevale.
Bullettino Archeologico Sardo.
Casalis – Dizionario Geografico.
Fara – Coreographia Sarda.
Fara – De rebus Sardois.
Filia – Sardegna Cristiana.
La Marmora – Voyage en Sardaigne.
Manno – Storia di Sardegna.
Martini – Storia di Sardegna.
Martini – Storia Ecclesiastica della Sardegna.
Notizie degli scavi di antichità a cura dell’Ace. dei Lincei.
Valery – Voyage en Sardaigne.







