LA SARDEGNA
PRIMA CROCIERA DI PESCA MARITTIMA
relazione del Capitano di Fregata Renzo Mancini
Squadriglia sperimentale di pesca della R. Marina
Roma, Tipografia dell’ufficio del Capo di Stato maggiore della Marina
1921
LEGENDA.
Bestinara = rete da posta fissa
Paranza = rete da pesca da fondo a strascico
gattipardi = gattuccio maggiore
sciabica = rete da pesca a strascico con assetto verticale
Bestino = “pesce di piccola taglia” o “pesce poco pregiato”
Manelle = Mormore
Lacerti = sgombri
QUADRO GENERALE
Itinerari. II Ministero della Marina e quello dell’ Agricoltura non hanno imposto itinerario, unica limitazione la durata del viaggio che non doveva superare come si è detto i due mesi. In questi la massima libertà di azione subordinata però alla stagione, piuttosto avanzata, ed all’uso dei mestieri imbarcati e cioè una lampara, molte coffe di palangresi di alto e medio fondale, alcune ordinarie reti a strascico da paranza, una grande nassa metallica a sorgente interna luminosa, lenze, retine per raccolta di plankton e draghe di fondo. La Vedetta in questo primo viaggio non è stata provveduta di chalut, nè di reti in deriva, nè di traine.
L’itinerario venne suddiviso in quattro zone e cioè:
- Arbatax. Ridossi di Monte Santo – Ancoraggio di San Geminiano (dal 15 al 21 agosto).
- Cagliari. Ancoraggi di Porto Giunco – Fortezza Vecchia – Capo Boi – Teulada – Cala dell’Aragosta (dal 22 agosto al 10 settembre e dal 25 settembre al 6 ottobre).
- Carloforte, Calasetta – Sant’Antioco – Cala Domestica – Burgerru – Oristano (dal 10 settembre al 24 settembre).
- Maddalena. Golfo Aranci – Terranova – Canale di Bonifacio – Santa Teresa di Gallura (dal 7 ottobre al 28 ottobre).
Il 12 ottobre due MAS, al comando del G. Marina Rap Edoardo, partirono da Maddalena per una crociera di ricognizione nell’Arcipelago Toscano.
La crociera della Squadriglia sperimentale di pesca in Sardegna iniziata il 14 agosto è terminata il 29 ottobre, data con la quale le tre unità si sono riunite a Civitavecchia.
Generalità. E’ noto che le popolazioni della Sardegna non traggono dal mare, che in ridottissime parti, il prodotto che i 500 km. di costa dell’isola potrebbero dare. I Sardi di Alghero, di Porto Totres, di Carloforte e anche di Cagliari praticano da molti anni la pesca marittima ma in nessun luogo questa ha carattere di una grande industria. A Golfo Aranci, a Maddalena, i pescatori indigeni sono pochi e coloro che vi esercitano sono in massima emigrati dal Golfo di Napoli.
Molte barche dell’isola di Ponza si recano dall’aprile alla fine di settembre alla pesca dell’aragosta specialmente lungo le coste sarde di mezzogiorno, di ponente e settentrionali; nella costa orientale l’aragosta è pescata dai Sardi.
La pesca con altri mestieri che non siano le nasse e cioè palangresi, reti a strascico e di posta (non vogliamo trattare delle tonnare) è limitata ai centri popolosi o di facile spedizione della merce, ed il numero delle barche che vi accudisce è esiguo.
Gli stagni, parecchi di essi di ragguardevoli dimensioni, che si incontrano in prossimità della costa, specie nella parte centrale e meridionale, contengono pregevolissime peschiere di produzione assai notevole; e, nel passato, quando la esportazione era limitata, il commercio del prodotto nell’isola era abbondante e moderato il prezzo. Non intendiamo trattare in questo resoconto che riguarda la pesca marittima la questione così interessante delle peschiere Sarde, le quali sono state illustrate in pregevoli memorie pubblicate da biologi e naturalisti che, per proprio conto, o per incarico loro affidato dal Ministero di Agricoltura, ne approfondirono lo studio compiendo esplorazioni ed indagini sotto ogni riguardo esaurienti.
A noi preme soltanto affermare che oggigiorno il prodotto esportato dalla Sardegna è in notevole parte ricavato dalle peschiere; e, che i proprietari o quelli che le detengono in affitto, procurano di sfruttarle con metodi sempre più razionali, amministrandole con gestione diretta, interessati a conservare a loro profitto bacini lacustri di così alto rendimento.
Lo stagno di Tortolì che si estende nella stretta pianura dell’Ogliastra in prossimità del mare, il vastissimo stagno di Santa Gilla retrostante alla spiaggia presso Cagliari, gli altri minori in prossimità di Porto Pino e di Porto Botte, la grande peschiera di Iglesias che separa la penisola di Sant’Antioco dalla terraferma sarda, la zona lacustre che circonda tutto il golfo di Oristano con gli stagni assai estesi di San Giovanni, di Sassu, di Santa Giusta e di Cabras, infine gli stagni minori ma frequenti del Golfo di Porto Torres, sono altrettanti ricchi serbatoi che alimentano la provincia di Cagliari e il Capo di Sassari ed in virtù dei quali, in passato, la Sardegna non avvertiva che la pesca marittima fosse scarsamente esercitata lungo il litorale.
Gli anni di guerra hanno aumentato notevolmente la richiesta della penisola di questo prodotto e, il costo sempre più elevato della merce, alettando pel maggior guadagno i pochi pescatori locali delle coste settentrionali e quelli emigrati dal napoletano, accentuò l’applicazione alla pesca marittima in prospicenza degli ancoraggi sicuri, allo stesso modo che aumento in grado sempre crescente l’esportazione di gran parte della produzione delle peschiere accennate.
La crisi dell’approvvigionamento ha messo in valore perciò la regione Sarda per svariati prodotti e fra essi per quelli della pesca, e noi esporremo le cause per cui non valse e non vale l’insistente richiesta dai centri popolosi di Roma, di Firenze, di Genova (per non dire di altri più settentrionali), a sviluppare l’industria peschereccia in relazione alla produttività delle estesissime coste della regione, La natura idrografica dei contorni dell’isola, il regime variabile dei venti che soffiano talvolta impetuosi, la difficoltà delle comunicazioni terrestri, la mancanza di rapidi allacciamenti marittimi fra i punti costieri, la scarsità della popolazione, la quale manca assolutamente lungo le riviere rocciose, son tutte queste circostanze sfavorevoli allo sviluppo della pesca. Il peschereccio a motore del tipo chalutier, non è da esperimentarsi sotto nessun riguardo e cioè non come nave di trasporto di pesce in frigorifero (1), non come nave appoggio di barche palangresare, non infine, si ritiene, come vero e proprio mezzo di pesca con otter-trawl. Questo sistema non sarebbe sufficiente a rifare le spese di combustibile e di personale per quanto la riviera Sarda si manifesti più ricca di prodotto di quella continentale.
Per ottenere un utile dalla pesca sarebbe più conveniente mantenersi nei limiti di un tonnellaggio inferiore a vela ed a motore ausiliario, il quale però non è neanche esso sempre adatto a sopportare in costa aperta, alla fonda o in navigazione, i mari talvolta tempestosi.
Queste constatazioni fanno ridurre al minimo il tonnellaggio del peschereccio (3 o 4 tonnellate) perchè esso consentendo sempre l’esercizio della pesca sulla platea continentale di tutta la costa, fino a raggiungere in alcuni punti i limiti abissali, è al caso di guadagnare in breve i ridossi entro le piccole calanche e di essere tirato in costa, laddove la spiaggia lo permetta, a mezzo di parati oppure di semplici scali espressamente costruiti.
Il peschereccio dello spostamento di una ordinaria barca di paranza non dovrà per questo escludersi e sarà indispensabile sviluppando la pesca a strascico oppure con palangresi al largo; il motore ausiliario estenderà il raggio di azione di questo mezzo dalle stazioni di base oltre gli stretti limiti imposti alle sole vele, permettendo il lavoro anche nei periodi di calmata.
L’equipaggio dovrà in ogni caso essere ridotto al minimo per aumentare il valore della parte raggiungendo lo scopo di elevare ad un massimo la remunerazione del pescatore il quale oltrechè condurre una vita abitualmente faticosa per le necessità del proprio mestiere dovrà adattarsi in Sardegna ai disagi non lievi delle coste inospitali. Il maggiore rendimento della pesca invoglierà il pescatore continentale a lasciare le sue coste per compiere le campagne nell’isola; soltanto con questo mezzo si potrà pensare di aumentare il prodotto col minimo impiego di personale e col più economico armamento. E’ nostro scopo dimostrare nel corso della seguente esposizione come il sistema proposto consegua logicamente da un attento esame delle condizioni locali e come esso sia quello di più facile attuazione.
Condizioni idrografiche delle coste Sarde. Se lungo le coste Tirrene del continente le correnti del pesce migratorio sono note nei punti di dominio costiero in Sardegna queste possono dirsi del tutto ignorate se si eccettuano quelle dei tonni e delle palamite, manifeste per le pesche nelle tonnare accentrate in alcuni punti della costa. Lo studio del passo nella regione Sarda sarebbe favorito soltanto dalla presenza di numerosi pescatori; le attuali condizioni della pesca limitata soltanto agli ambiti strettamente costieri, di centri marittimi determinati, non permettono di formulare ipotesi alcuna sulla maggiore o minore intensità di queste correnti di stagione.
I caratteri conosciuti della pescosità lungo le coste Sarde si limitano perciò alla quantità ed alle specie di prodotto bentonico permanente nei domini della platea continentale e nei limiti di caduta di essa verso gli scoscendimenti abissali.
E’ noto agli studiosi di oceanografia che, in prossimità delle coste, i fondi delle acque marine si estendono in una zona sommersa che dai limiti di spiaggia scende con declivio più o meno uniforme, ma quasi sempre lentamente degradante verso il largo, fino alle linee batimetriche di centocinquanta e duecento metri. Aumentando la profondità, questa raggiunge in breve i fondali di 400, 500 e 600 metri, interrompendo allora bruscamente l’andamento degradante del bassofondo costiero. Anche in Sardegna questa zona sottomarina costituisce l’habitat optimun agli organismi ed agli individui marini, rappresentanti la migliore risorsa per la pesca; ed i caratteri topografici di essa platea continentale, nei punti di caduta verso le regioni abissali, sono strettamente corrispondenti a quelli previsti in generale per tutte le conche sottomarine dalle coste continentali verso gli alti fondi oceanici.
Nel bacino Nord Orientale della costa Sarda la linea dei 400, 600 metri si allontana da terra oltre le dodici miglia, nel golfo di Orosei e lungo il tratto quasi rettilineo che prosegue verso Capo Carbonara le suddette profondità si serrano alla terra fino a raggiungere le due miglia in alcuni punti e mantenendo una distanza media di cinque miglia (vedi carta marina annessa).
Attorno al rimanente sviluppo della costa Sarda, eccetto lungo brevissimi tratti come nei pressi di Capo Boi ed a ponente di Capo Falcone e dell’Asinara, la platea continentale si estende notevolmente verso il largo fino a oltre venti miglia, come a mezzogiorno di Capo Teulada, e supera in media le 15.
I rilievi idrografici eseguiti dalla R. Marina sotto la Direzione dell’allora Capitano di Vascello Magnaghi, al comando del regio piroscafo Washington (vedi carta idrografica N. 159) indicano in vicinanza di molti scandagli, la natura del fondo che apparisce in massima fangosa e sabbiosa e, rocciosa in qualche punto. Raramente è notata la conchiglia.
Però la roccia appare soltanto in prossimità della costa, nelle zone di medio fondale della platea, oppure nei bassi fondali cosparsi di secche rocciose come sono quelle prossime all’estuario di Maddalena, di Molara, di Capo Carbonara, del Toro, di Carloforte, del Catalano, di Castelsardo per dire delle principali. La roccia non è indicata però presso gli alti fondali ove susseguenti osservazioni e le esplorazioni con palangresi, fatte durante la crociera di pesca, hanno dimostrato esistere fosse, anfrattuosità rocciose e scoscendimenti coralligeni, determinanti improvvisi dislivelli e località ricche di prodotto per la pesca cogli ami; ambienti questi meritevoli di uno studio accurato nei riguardi della idrografica e della fauna bentonica nei limiti dei maggiori fondali (400-600 m.).
Vie e mezzi di comunicazione. Le vie ferroviarie pubbliche che in Sardegna fanno capo alla costa partono da località popolose e seguono in tutto il loro percorso l’interno dell’isola. Le ferrovie private a scartamento ridottissimo conducono per brevi percorsi i minerali dalle miniere al mare, e, perciò, non possono essere tenute presenti nei servizi di comunicazione per i prodotti della pesca. Fra le linee automobilistiche alcune se ne trovano che allacciano paesi alla spiaggia o prossimi alla spiaggia ai nodi ferroviari di principale importanza od ai centri maggiori, ma anche queste linee, al pari di tutte le altre strade carozzabili di grande comunicazione, non seguono in Sardegna che in qualche breve tratto la riviera, mentrechè per il massimo loro percorso serpeggiano attraverso cammini montani dietro i massicci che scendono diruti alle spiaggie. In molti punti le strade carozzabili corrono alquanto lontane, in linea d’aria, dalla costa, talchè è anche difficile raggiungerle dal mare lungo mulattiere o sentieri impervi, Perciò la costa priva di linee ferroviarie e strade ordinarie, e, scoscesa in prospicenza del mare, è deserta; i porti sicuri sono separati fra loro da distanze notevoli, i punti di rifugio delle barche che pur si incontrerebbero in prossimità di zone pescose sono lontani dai centri di vita anche di piccola importanza, lontani dai punti di commercio i quali, nella maggiore parte dei casi, non possono assolutamente raggiungersi con carichi pesanti.
In relazione all’importanza dei centri abitati e delle linee di comunicazione coll’interno dell’isola o cogli scali marittimi donde si partono le linee di navigazione, il litorale Sardo può essere suddiviso, nei riguardi della pesca, nelle zone marine che guidarono gli itinerari della Squadriglia nella crociera eseguita.
ARBATAX e LA COSTA DELL’OGLIASTRA
La costa di questa zona va da Capo Montesanto al Nord a Torre di Bari al Sud. Gli estremi distano dieci miglia dal porto di Arbatax il quale a mezzo della ferrovia che passa per Tortolì, Lanusei e Mandas è in comunicazione con Cagliari dopo dodici ore di percorso attraverso a zone montuose e poco abitate. Totale 228 km.
La linea carozzabile Cagliari-Muravera-Dorgali-Terranova Pausania, passa a Bari Sardo a due chilometri circa dalla Torre sulla spiaggia; e, per Tortolì (allacciata ad Arbatax) giunge a Baunei, donde proseguendo per Dorgali, Orosei, Siniscola (di qui quasi ovunque costiera) termina a Terranova. Baunei dista da Capo Montesanto due ore di cammino a piedi lungo un sentiero di mulattiera che non può essere percorso con carico.
Tortolì distanza da:
Cagliari km. 138
Muravera 76 10
Bari Sardo 15,7
Baunei 15,7
Dorgali 64.2
Siniscola 121
Terranova Pausania 177
Arbatax porto di Tortolì è collegato a questo centro abitato con quattro chilometri di via ordinaria, E’ il suo nome voce di lingua araba che significa Quattordicesima, numero d’ordine delle torri costiere di protezione o di scoverta, a partire da Cagliari. Il molo del porto protegge l’interno dai venti di tramontana da quelli del primo e secondo quadrante; non offre buon rifugio alle navi allorquando spirano violenti ed improvvisi dalla montagna, il ponente ed il maestrale durante l’inverno.
Le acque del porto levano allora così grosso mare da produrre talvolta il naufragio delle barche che, spezzando le catene, sono sconquassate contro le banchine. Questo, che è un pericolo non frequente ma possibile nell’inverno, dovrà sempre tener gli equipaggi pronti a lasciare il porto e prendere ancoraggio sotto gli scogli di Ogliastra, oppure a Sangeminiano sottostante al promontorio di Bellavista. Piccole imbarcazioni da pesca troverebbero però sempre rifugio, con ogni tempo, ad Arbatax ormeggiandosi in una piccola insenatura del porto stesso presso il caseggiato della stazione ferroviaria. La spiaggia permette inoltre che le barche siano tirate a terra.
Da Arbatax a Capo Montesanto la costa non offre rifugio di sorta nè le imbarcazioni possono essere tirate in spiaggia. Sotto l’alto promontorio di Montesanto si trovano però due calanche l’una aperta a tramontana, l’altra a scirocco, la prima riparata dai venti di mezzogiorno e di scirocco l’altra da quelli settentrionali. L’acqua è profonda in ambedue i rifugi fino all’interno e diverse barche potrebbero ivi ricoverarsi e farne sosta di pesca; nella calanca di mezzogiorno una barca potrebbe anche essere tenuta in spiaggia (una soltanto): si dovrebbe però far saltare uno scoglio che impedisce il facile alaggio tantochè ora l’operazione di mettere in terra la barca è possibile soltanto con molta fatica per opera di un piccolo equipaggio. Nella calanca di tramontana non è possibile tirare la barca a terra ma, anche con vento forte di scirocco, si può restare ivi ormeggiati in perfetta calma. Qualora un motoscafo, anche se di 40 tonnellate, fosse colto in navigazione da maltempo e non potesse raggiungere Arbatax o dovesse riparare un’avaria, potrebbe in questa calanca trovare buon ridosso affondando l’ancora subito dopo aver doppiata la punta ed ormeggiando la poppa, entro la insenatura, alle roccie che ivi si trovano, circondate da buoni fondali.
A Sud di Capo Bellavista è l’insenatura di San Geminiano protetta dai venti del 1º, 3º e 4º quadrante; e, le località dette Scogli Rossi (a cinque miglia da Arbatax) e Torre di Bari, possono offrire ancoraggio a piccoli pescherecci ivi di stazione per la pesca oppure sorpresi dal maltempo.
Ad Arbatax e lungo la costa adiacente la pesca marittima non esercitata, All’arrivo della squadriglia due sole barche aragostare di Ponza avevano passata ad Arbatax la stagione calando le nasse in prospicenza dalla costa da Punta Ogliastra a Torre di Bari. Un’altra barca di aragostari, equipaggiata da uomini di Ponza, tutti parenti fra loro, faceva stazione al promontorio di Montesanto nelle calanche anzi descritte che essi frequentano ininterrottamente da 23 anni! Nell’ultima stagione il prodotto dell’aragosta era stato scarso; il maggior prezzo (1000 lire al quintale in autunno) aveva equiparato il rendimento ai guadagni degli anni precedenti. In confronto delle fatiche sopportate da questi uomini di mestiere, rotti ai disagi ed avezzi alle privazioni, il guadagno della parte non può dirsi affatto elevato: i pescatori di Arbatax infatti lasciavano in quei giorni la pesca per emigrare agli Stati Uniti ove si ripromettevano di intraprendere un mestiere dal loro assai differente.
Nessun altro mestiere di pesca è praticato ad Arbatax, tantomeno lungo la costa adiacente eccettuandone qualche raro pescatore di Tortolì che ad intervalli tende gli ami ai dentici ed alle cernie sotto gli scogli di Bellavista. I locali informarono che due anni or sono due barche di pescatori Cagliaritani hanno pesento ad Arbatax durante la buona stagione per trarre vantaggio dalla presenza di qualche famiglia forestiera che si raduna su quella spiaggia per i bagni di mare. Anche da costoro la pesca fu esercitata soltanto negli stretti limiti della costa in vicinanza di Bellavista e dell’Ogliastra.
Il poco pesce che si può normalmente acquistare a Tortolì proviene dalla peschiera. Questa, concessa in affitto dal demanio e dall’affittuario data in subaffitto a tre pescatori sardi che la esercitano, è ricca di ombrine, spinole, cefali, anguille di notevoli dimensioni, mormore e sogliole. Anche nell’emissario che sfocia nel porto i cefali sono abbondanti e in quel canale si moltiplica un’ottima qualità di grosse arselle di cui sono ghiottissimi quegli abitanti. I prodotti migliori della peschiera sono inviati a Cagliari. Nè Tortolì nè i paesi delle vicinanze sono provveduti di macchine da ghiaccio o celle frigorifere; l’acqua potabile vi è stata fino a quest’anno assai scarsa ma nell’anno corrente l’acqua di acquedotto sarà inaugurata a Tortolì mentre che ad Arbatax si trasporterà come in passato a mezzo della ferrovia.
Lungo la linea costiera di questa zona gli alti fondali sono assai prossimi alla costa. Il limite batometrico di 70.80 m. è in frequenti punti rocciosi, forse in taluni coralligeno, esso dista da 2 a 3 miglia dalla spiaggia. Entro questa striscia di mare la natura del fondo è generalmente sabbiosa fra Bellavista e la Guglia dell’Ogliastra permettendo una bordata di qualche miglio alle paranze; senza dubbio i risultati sarebbero buoni, ma occorrerebbe una esplorazione attenta per determinare se effettivamente non vi sono scogli. Da molti anni Arbatax non è frequentato neanche da una paranza. Nel porto si avvistano talvolta pesci in sciami e so venti esemplari di grossa misura.
Nella breve permanenza della Squadriglia ad Arbatax le esperienze non furono numerose per la difficoltà di ottenere l’esca per palangresi. La lampara armata in successive notti (il 17, il 19, il 20 agosto) esplorando punti diversi non ha permesso la cattura del pesce di passo come era da attendersi. In due calate di rete però furono in una notte pescati circa sessanta chilogrammi di sarde e vuope con le quali si innescarono sul far dell’alba quarantadue coffe di palangresi di medio fondale e poche altre coffe di alto fondale. L’esplorazione venne fatta in due punti: in prospicenza di Punta Nera a sud di Bellavista (staz. 1) in 40 braccia di fondo ove si pescarono in abbondante quantità palombi, razze, tracene e trigle ed una seconda calata ebbe luogo in 79 braccia distendendo 9 coffe di medio fondale fino a raggiungere le 100 braccia: quindi si affondarono 15 coffe di alto fondo fino a 160 braccia (staz. 2). In questa zona si incontrarono scogli assai frastagliati ove si perdettero molti filaccioni dei mestieri. Si è potuto constatare la presenza sul fondo di piccoli rami di corallo morto. Il risultato degli ami di alto fondo non fu troppo interessante quanto alla varietà delle specie perchè si pescarono soltanto razze di grandi proporzioni (fino a 27 kg. di peso), e grossi palombi. Alcuni pagri si pescarono nella zona dai 10 a 70 braccia presso i fondi rocciosi. La prova con gli ami di alto fondo avrebbe dato assai probabilmente buoni risultati oltrepassando la linea batimetrica dei 300 metri la quale, nelle prospicenze della zona considerata, è assai prossima alla costa.
L’esito totale di questa con 51 coffe di palangresi, nelle stazioni 1 e 2. fu il seguente:
Tracene e Trigle (cuncci) kg. 17.500
Pagri 12.000
Palumbi 43.000
Razze 175.000
Totale
- 247,500
e fu compiuta con due battelli ciascuno armato con quattro pescatori.
Perdurando i tempi di tramontana si scorgono nel porto di Tortolì popolatissimi sciami di calamai. Come è accaduto nei giorni della permanenza della Sardegna essi si riuniscono facilmente sotto la luce del riflettore. Nello scorso anno dopo una mareggiata numerosissimi calamari si sono arenati sulla spiaggia sabbiosa dalla foce del canale nell’interno del porto fino a Santa Maria ed essi morirono in costa in misura di alcuni quintali.
Nel porto di Arbatax in 12 metri di fondo fu calata la nassa metallica con sorgente luminosa bianca (200 candele). La luce fu mantenuta accesa per sei ore, e, benchè il porto fosse normalmente frequentato da pesce di svariate specie, nessun individuo penetrò nell’interno della nassa.
IL GOLFO DI CAGLIARI
Dalla zona di Capo Carbonara a quella di Teulada
Questa zona è alquanto estesa. I suoi estremi anzichè essere stabiliti da punti geometrici precisi si possono rappresentare colle due zone pescosissime di Capo Carbonara all’est e di Teulada all’ovest, in cui si riscontrano località di ancoraggio.
Cagliari, i cui abitanti sono riconosciuti ittiofagi per eccellenza, a breve distanza dai centri del Campidano e dell’Iglesiente, unita con ferrovia diretta con Terranova Pausania e perciò a distanza relativamente breve da Civitavecchia (senza accennare ad una probabile linea postale diretta Cagliari-Civitavecchia, nei voti e nell’aspettazione di tutti i Sardi del mezzogiorno) potrebbe essere un centro di raccolta e di consumo di tutto il pesce che in misura abbondante produrrebbe la pesca marittima nella zona considerata, per uno sviluppo di sessanta o settanta miglia di costa.
La riviera orientale di questo importante centro è priva di vie di comunicazione. La linea automobilistica Cagliari-S. Vito traversando Selargius, Quartu, Muravera, San Vito (km. 72) passa presso Porto Corallo sulla costa orientale a 25 miglia marine al nord di Capo Carbonara. Quivi non si trova rifugio propriamente detto, ma barche da pesca potrebbero stazionarvi se in condizioni di essere tirate in spiaggia. In prospicienza di Porto Corallo si estende normalmente alla costa per circa sette miglia una zona di bassi fondali variabili fra i 40 e gli 80 metri. Questo pianoro che si protende nella regione abissabile circostante è conosciuto da qualche pescatore cagliaritano come una zona assai favorevole alla pesca. Dalla linea automobilistica anzidetta si diparte una strada (in costruzione) per Villasimius paese a due chilometri dalla costa da Porto Giunco e da Fortezza Vecchia. La strada da Cagliari è camionabile fino a Castiados ma nel tratto Castiadas-Villasimius dovrebbe essere allo scopo adattata.
La riviera occidentale di Cagliari è assai meglio servita, La linea automobilistica Cagliari-Teulada traversando La Maddalena e Pula si mantiene per buon tratto costiera internandosi soltanto presso Domus de Maria fino a Teulada, dove con altri 6 km. si raggiunge la sicura insenatura omonima. Le barche che facessero in essa stazione si troverebbero collegate rapidamente, attraverso un percorso di 70 km. al centro di consumo e di raccolta. Un’altra linea automobilistica da questo golfo, lungo un percorso di 60 km., porta a Siliqua donde per via ferrata a Decimomamm e Terranova.
Le spedizioni per il continente con questa seconda linea rispetto a quelle per Cagliari sarebbero abbreviate. Quanto agli ancoraggi rifugi presso Capo Carbonara si hanno Porto Giunco a levante e Fortezza Vecchia a ponente; separati dal promontorio, è possibile con breve strada (3/4 d’ora a remi) passare dall’uno all’altro ricovero non appena si manifesti la probabilità di un cambiamento di tempo. Lungo la costiera da Fortezza Vecchia a Cagliari non vi sono ancoraggi che permettono ad un peschereccio di sostarvi con tutti i tempi; la costa è assolutamente indifesa dalla parte di mezzogiorno. Da Cagliari a Spartivento le condizioni si presentano identiche. Le due insenature di Pula possono offrire un rifugio ma non consentono agli equipaggi quella tranquillità all’ormeggio che è loro necessaria per riposarsi dalle fatiche del loro mestiere: e perciò, da Capo Carbonara (ed anche dall’estremità meridionale della costa orientale Sarda) fino a Spartivento, escluso Cagliari, non havvi quartiere. Quanto a Capo Carbonara è possibile sostarvi per le sue condizioni idrografiche, ma la permanenza è difficile quando soffiano venti impetuosi. Un MAS, un piccolo motoveliero, non potrebbero resistere all’ormeggio in quelle località con vento forte. A Fortezza Vecchia, una secca, che trovasi nell’interno del seno può risultare pericolosa. Se quella località dovesse ridursi ad un normale porto di rifugio per barche di pesca qualche opera di dragaggio e protezione sarebbe indispensabile; e, una decisione in proposito appare molto opportuna.
A Porto Giunco i Mas presero ancoraggio sotto Torre Giunco ma se con i venti occidentali furono riparati dal mare, non così dalla forza del vento attraverso l’istmo sabbioso, talchè le piccole unità ararano ripetutamente sulle ancore essendo il fondo poco tenitore.
Nel Golfo di Teulada ad oriente di Spartivento gli ancoraggi sono assai frequenti e, questa costa meglio si presta per la pesca per quanto sia forse meno pescosa di quella orientale. La costa di Malfatano, gli ancoraggi di Teulada e dell’isola Rossa, la insenatura di Portoscuso, Cala Brigantina e Cala Piombo (quest’ultima a oriente di Teulada) sono altrettanti luoghi di ricovero che possono essere opportunamente scelti a seconda dei tempi. Ma, giova osservare, che la costa è deserta, che la malaria è più aggressiva, che, tranne Teulada (grossa borgata lontana dalla spiaggia), i pescatori non potrebbero avere in queste zone marittime altro punto di rifornimento.
In effetti oggigiorno in tutto questo versante meridionale dell’isola la pesca è trascurata. Soltanto a Cagliari una ventina di piccole barche di pescatori (nella buona stagione possono arrivare fino a 30) si spingono nel golfo omonimo ed assai difficilmente si allontanano da questa base. Le barche di una tonn. e mezza di stazza armate con una piccola vela latina, a metà pontate, sono adatte a vincere il mare piuttosto vivo che si leva nel Golfo per i venti violenti e talvolta improvvisi del terzo e del quarto quadrante. Ma sopratutto per questa frequenza esse non possono allontanarsi troppo dal porto, dalle spiagge della Maddalena e di Quartu, se non con tempi assicurati; sono obbligati insomma a sfruttare sempre negli stessi punti una zona relativamente stretta ed a trascurare i fertili fondi sottomarini di cui è ricca l’estesa riviera alle ali del golfo. I mestieri sono generalmente vetusti e di limitato valore; oggi non possono facilmente sostituirsi perchè il mercato non li provvede che ad elevatissimo costo, Sono impiegate coffe di palangresi con ami di piccole dimensioni, reti di posta nei limitati fondali, sciabichelli e sciabiche di spiaggia e di tartanella, nasse e poche menaidi.
Colui che dalle spiagge continentali approda al bel Golfo e con interessamento rivolge attento esame ai pescherecci del luogo per scoprire con quali ingegnosi attrezzi, con quale arte i pescatori marittimi hanno saputo tendere l’insidia alle belle specie che popolano il mare Cagliaritano, specie laddove cominciano per gli uomini di mare e di mestiere le zone più generose, è sorpreso dalla limitazione dei mezzi di lavoro, sia per la loro qualità che per la forma ed è indotto a pensare che la maggior parte delle piccole reti impiegate nelle peschiere siano state, col volgere del tempo, trasportate al mare oltrepassando l’argine dello stagno per continuare in mare l’opera che nella peschiera, tante volte arata, era ormai divenuta troppo росо remunerativa.
E così, sorprende constatare come la pesca a strascico colle paranze fosse esercitata su larga scala, prima della guerra, dalle barche di Resina tantochè un dissenso (costantemente acceso fra pescatori cagliaritani e napoletani) tende ad allontanare questi ultimi dalla zona nord del golfo ove, nel modo già detto, quelli di Cagliari accudiscono alla pesca.
Nell’anno decorso una sola paranza armata con uomini di Resina, esercitò la pesca nel golfo con base a Cagliari, nell’anno precedente due erano le paranze. Nel 1916 una paranza a motore con barche di circa 40 tonn. e motore a nafta del tipo Otto, di 40 cavalli ha ivi pescato per cinque mesi da luglio a tutto settembre.
Le bordate delle paranze con la rete in mare sono generalmente le seguenti:
Una assai breve (di 3/4 d’ora di durata a motore acceso) a mezzogiorno di Capo Boi in 27 e 28 braccia di fondo, sotto la costa, con prora a levante di Quartu. Fondo arena, grosse triglie, abbondanti zeroli, pagelli di medie dimensioni (20 cm.), scorfani, gronchi e simili pesci di scoglio.
Una bordata nel golfo di Quartu da Cala Regina verso Sant’Elia, dai 27 ai 30 braccia fino a scoprire il fanale di Capo Carbonara. Anche in questa zona abbondantissimi gli zeroli che sono stati catturati nell’estate fino a 12 o 13 quintali in una stessa calata di rete (paranza a motore). Una terza bordata a mezzogiorno di Sant’Elia verso punta Zavorra, sulla spiaggia occidentale per un fondo pescoso di 607 miglia, prora a ponentelibeccio in 2025 braccia di fondo. Anche qui le stesse specie di pesce che nelle bordate precedenti. Colla paranza a motore la pesca era effettuata dal tramonto all’alba e il prodotto variava da un minimo di tre quintali ad una media di sei o sette.
Nella zona pescosa, fra Capo Spartivento e Capo Teulada la pesca a strascico è stata per ora sperimentata sempre sotto costa tra le 22 e le 25 braccia sopra un fondo talvolta ricoperto di alga ed in generale sabbioso: la pesca si manifesta ivi più abbondante che nel golfo di Cagliari propriamente detto, che è più sfruttato dal pescatore.
Quando, in estate, nei periodi di tempo assicurato, le paranze si spingono alla pesca nel Golfo di Teulada il prodotto potrebbe essere sbarcato in costa e spedito a Cagliari per via ordinaria. Oggi giorno però, quando le paranze si spostano verso Teulada, il prodotto viene riportato a Cagliari dalle paranze stesse e perciò la loro permanenza lungo la marina, viene ad essere limitata nel tempo.
La pesca con palangresi di alto fondo al largo, in fondali di 400600 metri non è esperimentata da alcuno le lampare (due in proprietà di pescatori napoletani) sono raramente impiegate per cause non apparenti ma che i locali attribuiscono alle costanti condizioni di vento nel golfo che non permette la tranquillità delle acque. Si rammenta però come negli anni andati la pesca delle sarde fosse nel Golfo di Cagliari abbondantissima tanto che notevole era la esportazione della salata. In oggi questa specie di industria è negletta.
Malgrado le condizioni del mercato cagliaritano, generalmente scarso di pesce, le constatazioni fatte in passato per la frequenza e l’attività dei pescatori continentali, nonchè gli esperimenti della squadriglia a Capo Carbonara, Capo Boi e Teulada, dimostrano all’evidenza che la città di Cagliari potrebbe oggi essere abbondantemente provveduta di questo prodotto e che la lunga distesa del litorale, da Capo Carbonara e Capo Boi fino a Pula e a Capo Teulada potrebbe fornire in quantità svariate specie con ogni sorta di mestieri.
Questa industria della pesca se impiantata con abile direzione e pratici intendimenti, nei punti del golfo considerati, non potrebbe a meno di essere remuneratrice ancor se il consumo del prodotto fosse limitato alle popolazioni di Cagliari e dei paesi del Campidano. Due stazioni di raccolta del pesce dovrebbero essere impiantate sulla costa, una a Capo Carbonara, l’altra a Teulada. In ciascuna stazione un piccolo frigorifero per raccogliere il prodotto ed avviarlo a Cagliari in camion refrigerato. La strada di Teulada è praticabile con autocarri, quella di Villasimius dovrebbe migliorarsi fra questo punto e Castiadas. Il problema interessante specialmente l’approvvigionamento della città dovrebbe essere risolto col largo concorso del comune per quanto riguarda l’apprestamento delle strade e degli impianti a terra, ed attuarsi con gli stessi pescatori Cagliaritani fra loro associati, per trarre tutto il possibile vantaggio dai beni naturali che sono a portata della loro attività. Qualora essi continuassero ad operare nei ristretti appezzamenti di Quartu e di Sant’Elia correrebbero il rischio di vedere sempre più diminuire in natura il rendimento del loro mestiere e sarebbero perciò obbligati anche in avvenire a tenere troppo alti i prezzi per la cittadinanza.
D’altro lato essi non potrebbero ascrivere che al difetto di una mancata iniziativa in concorrenza che si determinerebbe a loro danno sulla piazza di Cagliari qualora altri pescatori, sovvenzionati dai mezzi di qualche società di pesca, oppure ben costituiti in cooperativa, venissero dal continente ad intraprendere periodiche campagne nei punti accennati. Ancor quando in quest’ultimo caso, una gran parte del prodotto fosse esportata per le vie di Civitavecchia o di Napoli resterebbe sempre alla popolazione di Cagliari il mezzo di poter trarre profitto di una parte notevole del rendimento della pesca marittima nella sua stessa regione.
Ond’è, per queste ovvie considerazioni e per il nuovo spirito che anima la nobile capitale sarda verso le forme più progredite di sviluppo dei commerci, delle industrie e dei mestieri di tutta l’isola, che l’intrapresa di una ordinata pesca regionale sulle coste meridionali della Sardegna, fino ad includere in queste la spiaggia di Muravera e il litorale del Sulcis da Teulada a Porto Vesme, dovrebbe essere oggetto di programma di attuazione urgente, coll’interessamento spontaneo e continuato delle autorità cittadine,
I pescatori marittimi che appartengono alla cooperativa di Cagliari presentarono di continuo le loro lagnanze perchè non si ritengono aiutati e ben diretti verso il raggiungimento di un maggiore personale benessere e verso il migliore sviluppo del loro mestiere. A tale riguardo oserei richiamare l’attenzione su due punti importanti:
1°. Una qualsiasi industria del genere, qualunque siano le forme amministrative che la regolano e le relazioni fra capitale e lavoro, deve essere sufficiente a sè stessa, talché gli aiuti invocati dallo Stato oppure dal Comune debbono essere richiesti ai fini iniziali, fino cioè ad assicurare in un tempo non troppo lungo l’equilibrio economico necessario a mantenere l’industria viva di vita propria.
2º. Le forme cooperativistiche, quand’anche abbiano a loro disposizione il credito e siano applicate ad un campo di lavoro produttivo, non possono svilupparsi in modo fiorente se non sono bene dirette e se gli agenti di lavoro non sono sempre animati da quello spirito di attività e di concordia che in qualsiasi opera di interessamento collettivo assicurano il successo. Occorrono perciò buona volontà e disciplina il chè significa lavoro ed obbedienza ad un capo. Queste manifestazioni saranno di garanzia agli istituti di credito peschereccio ai quali una cooperativa dovrebbe ricorrere, e, permetteranno, col massimo vantaggio per il pescatore, lo sfruttamento di zone facilmente accessibili e di rendimento. La buona direzione deve essere affidata soltanto a chi conosce il mare e la pesca ed al tempo stesso dimostri di possedere le qualità per ben dirigere l’organizzazione. Questi soltanto potrà dare a tutti gli associati dei consigli che essi dovranno apprezzare perché suggeriti da senso e da conoscenze marinaresche, ed essi, guidati da un ben inteso spirito di associazione, dovranno tutti questo capo ubbidire.
La scuola ai pescatori (intendo dire di una pratica scuola per addestrare i pescatori nell’uso di metodi e di ordigni di pesca, da essi non ancora usati, di una scuola di industria regionale per divulgare nei pescatori la conoscenza della topografia dei fondi sottomarini nelle zone meridionali dell’isola, dei sistemi atti a non contrastare con la pesca la riproduzione della specie, dei metodi più pratici di conservazione del prodotto catturato) questo valido mezzo d’insegnamento che è la pratica scuola e che, in altro campo, tanto aiuto ha dato in Italia in questi ultimi anni, come ad esempio all’agricoltore ed al contadino, dovrebbe essere caposaldo di serio programma per le autorità e per quei benemeriti cittadini che intendessero sviluppare a Cagliari la pesca sotto la direzione di persona competente.
E, ritornando all’argomento dell’opera compiuta dalla squadriglia nella crociera in Sardegna, è il caso di aggiungere che il 23 agosto furono invitati tutti i pescatori marittimi nella Capitaneria di Cagliari ove essi ivi convennero in numero di una cinquantina circa, in rappresentanza di molti gruppi assenti e specialmente della cooperativa.
Dopo aver loro esposti i motivi che inducevano il Ministero dell’Agricoltura ad interessarsi direttamente agli esperimenti di pesca in mare fu loro richiesto se essi ritenevano promettenti di prodotto, e per quali mestieri, le zone marine adiacenti a Cagliari e se intendevano partecipare colle loro barche, per un periodo di tempo da stabilirsi, ad una crociera di pesca a Capo Carbonara ed a Teulada nella quale sarebbero stati dati in prestito ai pescatori i palangresi ed altri mestieri occorrenti. La squadriglia avrebbe provveduto del pari al rimorchio delle barche sul luogo, al loro ritorno a Cagliari quando necessario, avrebbe sostenuto le imbarcazioni lontane dalla base, avrebbe disposto per la refrigerazione della merce, provveduto al trasporto della stessa sul mercato di Cagliari, provveduto infine al rifornimento dei viveri delle barche sulla costa. Sembrava questo l’unico modo per dimostrare a tutti i pescatori, in breve volger di tempo, le specialmente a quelli riuniti in cooperativa) per mezzo di quali spese e di quali armamenti, attraverso a quali difficoltà di indole marinaresco e terrestre, si avrebbero potuto impiantare due colonie di pescatori cagliaritani una a Capo Carbonara, l’altra a Teulada, raggiungendo il massimo profitto per i pescatori stessi e migliorando altresì l’approvvigionamento del mercato.
Diversi fra i pescatori presenti dichiararono che avevano avuto occasione di esercitare la pesca, nella buona stagione, nelle zone indicate e le riconoscevano pescose: nessuno aveva però esperimentato gli alti fondali con palangresi in uso presso i pescatori napoletani e dei quali la squadriglia poteva fornirli. Ad eccezione di due capibarca che mi chiesero di essere rimorchiati a Fortezza Vecchia, gli altri non accondiscesero alla proposta di una prova che prometteva un beneficio sicuro, e dichiararono di non voler abbandonare la pesca presso S. Elia la quale, pur consentendo un guadagno soltanto limitato, non esige un orario di lavoro oltre i limiti normali e non impone i disagi di una prolungata lontananza dalla casa.
La squadriglia ha provveduto alle esperienze per proprio conto nell’ordine in appresso indicato; e, dopo le prime prove, assoldò per una pesca d’insieme 20 uomini con contratto giornaliero, scelti in massima fra pescatori avventizi di Cagliari, allo scopo di armare il maggior numero di battelli, per poter trarre qualche pratica deduzione dell’importanza economica della località scandagliata, per poter dare infine una prova tangibile dei risultati che con mestieri appropriati potevansi attendere, sia pure con assaggi incerti del fondo, praticati esclusivamente sotto la guida delle indicazioni cartografiche del Rº Istituto Idrografico della nostra Marina.
Esperienze eseguite.
I. Dal 24 al 29 agosto, a Fortezza Vecchia e Porto Giunco. Le prove colla lampara ebbero esito negativo specialmente per le condizioni del tempo che non fu mai tranquillo, come era necessario, durante la notte.
Le stesse conclusioni per la lampara furono tratte a Cagliari nella zona di Sant’Elia ove predomina, anche nella buona stagione, la tramontana ed il maestrale.
I pescatori con tremagli delle due barche Cagliaritane rimorchiate a Fortezza Vecchia dal MAS 347 pescarono abbondantemente pesce di scogliera a ponente di Capo Carbonara. Quando esse non poterono inviare a Cagliari il pesce pescato a mezzo dei MAS furono costrette a venderlo a Villasimius a prezzo alquanto ridotto; ma il minor valore era compensato dalla maggior quantità (staz. 3).
Nella prossimità di Fortezza Vecchia e del canale fra Carbonara e l’Isola dei Cavoli sono essai da temere, per le reti, le forti correnti che si stabiliscono dopo i venti di ponente e di libeccio.
II. 30 agosto. Si calarono 20 coffe di palangresi di medio fondale un po’ a sud dell’Isola dei Cavoli (staz. 4) e 15 coffe un miglio a sud dell’isola di Serpentara in zone rocciose a 25 braccia (staz. 5). Anche per informazioni assunte dai pratici risultò che a levante di Capo Carbonara la corrente porta generalmente a ponente. Alla sera, a sud dell’Isola dei Cavoli, si affondarono 20 coffe di palangresi che si salparono nel mattino del 31 agosto (staz. 6).
Risultato delle precedenti pesche in cui furono impiegati 70 coffe di ami innescate con 70 coffe di sarde con quattro battelli ciascuno armato con quattro uomini: kg. di pesce 440 (pagri 100; cuocci, morene, dracine 25; razze, palumbi, spinarole kg. 315).
E’ messa in mare la draga il giorno 30 in zona coralligena (staz. 7). Risultati negativi circa il corallo. Il 31 pesca planetonica sotto Capo Boi (staz. 8).
Fin da questa prima esperienza si riscontra che la zona di Capo Carbonara è più favorevole per la pesca coi palangresi di quella di Serpentara.
III. 3 settembre. Fu disposto per una prova con cinque battelli contemporaneamente. Due di questi armati soltanto con pescatori Cagliaritani assunti in lavoro a contratto giornaliero, gli altri con personale cagliaritano ai remi e con marinai napoletani ai palangresi.
Stazione 9.2 battelli in 60 m. di fondo a sud del gruppo dei Cavoli (napoletani).
Stazione 10. 1 battello in 80 m. di fondo a levante di Serpentara (napoletani).
Stazione 11. 2 battelli in 40 m, di fondo a tramontana di Serpentara (cagliaritani).
La corrente è piuttosto forte; i battelli a nord di Serpentara scarrocciarono presso la costa. I palangresi rimasero in diversi punti agguantati nelle asperità degli scogli con perdita di tempo e danno ai mestieri. Al tramonto del 2 settembre sono affondati col Mas 79 undici coffe di palangresi di alto fondo (staz. 12) a circa quattro miglia per sud, sudest dal fanale di Capo Carbonara in fondali medi di 400 metri. Si innesca con zeroli pescati a Cagliari. La calata dei palangresi è fatta da bordo al Mas, tempo sfavorevole, si impiegano due ore. Il salpamento a braccia delle coffe direttamente dal MAS, mediante quattro marinai, importa circa tre ore di lavoro dovendo procedere lentamente per non perdere i pesci catturati. Diversi ami sono asportati, alcuni pesci sono divorati in parte e fra questi una trentina di merluzzi dei quali rimangono de teste soltanto attaccate agli ami. Si pescano con queste 11 coffe altri due quintali di pesce, Esemplari notevoli: una razza di 45 kg. con la coda spinosissima e mozza con ferita sanguinante; due cernie di colore bruno di peso superiore ai 15 kg. ciascuna, numerosi palumbi e spinarole.
Alle 17 i cinque battelli hanno ultimato la pesca. Nel mattino del 3 settembre si cala a mezzo della vedetta, la draga in circa 400 metri di fondo navigando verso Torre Piras (staz. 13). Si salpa la draga in 90 metri, fondo sabbia e conchiglie, flora. Si esegue in pari tempo una ricerca di plankton in superficie (staz. 13).
IV. 4 settembre. Nel mattino all’alba le condizioni del tempo obbligano a lasciare la posizione di Capo Carbonara e della secca di Cala Caterina (molto indicata per la pesca coi palangresi) per Capo Boi (staz. 14). Alle 2h 30m di quella stessa mattina il Mas va ad affondare 10 coffe di palangresi di alto fondo in fondali di (400500 metri) (staz. 15). Per le condizioni del tempo il Mas non può scandagliare con precisione il punto di caduta della platea continentale ed è probabile che i palangresi siano distesi anche in profondità superiori ai 500 metri. Per le condizioni del mare l’operazione di salpamento riesce difficile prolungandosi dalle ore sette fino mezzodì. I risultati non sono così soddisfacenti come nel giorno precedente forse per il motivo anzidetto. Si pesca circa un quintale di cacavuogli (centrophorus granulosus) nonchè quattro cernie della stessa specie del giorno precedente, tutte di grosse dimensioni, la maggiore di 18 kg.
Queste cernie di grosse dimensioni (la maggiore 18 kg.) si distinguono specialmente pel colore dalle altre cernie che si catturano presso le scogliere a minore profondità, le quali non raggiungono normalmente le dimensioni dalle cernie di alto fondo, ma hanno colori più vivaci, variabili fra il rosso cupo e il bruno dell’alga, ed un corpo più allungato per quanto esso presenti le stesse generali caratteristiche. Queste di alto fondo hanno un colore grigio somigliante a quello del fango assai scuro sul dorso degradante fino al bianco latteo delle squame ventrali. Per altre esperienze eseguite a Capo Figari si ritiene che questa specie si incontri in Sardegna presso tutti i scoscendimenti rocciosi dal limite della platea continentale verso le regioni abissali. Si nutre di molluschi però nello stomaco di una di esse, di circa 12 kg., è stato trovato una piccola mustella intera, di lunghezza di poco inferiore a tutto il corpo della cernia diminuito del capo. Si potrebbe pensare che i piccoli squali siano una buona esca per questi animali i quali, come è noto, danno talvolta la caccia a prede voluminose.
I pescatori delle isole Canarie che normalmente fanno campagne da Cuba nel Golfo del Messico e lungo la costa di Florida per catturare ivi le cernie, considerano il pescecane come la migliore esca per questi animali. Qualora prossime esperienze dimostrassero anche nei nostri mari efficace lo squalo come esca per le cernie, una pesca così interessante potrebbe praticarsi con maggiore frequenza di quanto non possa farsi adesso dovendo provvedersi di sarde, manelle, vuope, zerli, ecc. che talvolta non si trovano ovunque. Le cernie prese all’amo raggiungono la superficie da così alti fondali in stato di avanzata asfissia. Gli occhi telescopici per lo stesso fenomeno sono spostati fuori le orbite per tre o quattro centimetri di lunghezza.
Presso Capo Boi sono state affondate 32 coffe di medio fondale. Le condizioni del tempo, ed anche, forse, la località, non hanno permesso una pesca così abbondante, come quella del giorno precedente, ciò nulla meno non mancarono in buona parte i dentici ed i pagri. Al tramonto la squadriglia con tutti i battelli, quest’ultimi messi a bordo della Sardegna a cagione del maestrale piuttosto fresco, raggiunse Cagliari. Risultati complessivi della pesca del 3 e del 4 settembre eseguita con 97 coffe di medio fondale e nove battelli: 21 coffe di alto fondo e due pescherecci a motore (Mas):
Pagri e dentici kg: 164.800
Cernie di alto fondo (N. 6) 89.000
Palumbi, razze, cacavuogli, spinarole 539,000
Totale kg. 792.800
E’ necessario tenere conto di tre condizioni sfavorevoli per meglio giudicare della pescosità della zona di Capo Carbonara, in relazione alle esperienze eseguite, e cioè mancanza dell’esca fresca nella seconda giornata, scarsa conoscenza dei migliori punti di pesca in quella zona (diverse coffe di palangresi furono infatti abbandonati negli scogli) e infine lo stato del mare cattivo in tutta In giornata del 4 settembre.
V. 7 settembre. I risultati ottenuti nei punti di caduta dei fondali della platea da 300 a 450 metri, nella zona di Porto Giunco, Raie, cernie, cacavuogli, pescati a Capo Carbonara in 400500) metri, consigliarono a ripetere le esperienze con palangresi di alto fondo nel golfo di Cagliari, nel punto più prossimo al porto (staz. 16).
Poco a ponente di Capo Boi i fondali suddetti si manifestano in zone sottomarine fangose e sabbiose leggermente degradanti verso una enorme fossa che raggiunge i 770 metri a sudovest di Capo Carbonara. La mancanza della roccia ha consigliato tentare ivi la esperienza per constatare o meno la presenza delle cernie. Sono state affondate la coffe (staz. 16) innescate con 15 kg. di menelle pescate a due miglia a sud del porto di Cagliari. La distesa del trave del palangreso sul fondo è di circa tre miglia. Si salpano nel mattino dell’8 settembre i palangresi a braccia in cinque ore e mezzo di tempo. Non si impiegano verricelli a mano perchè questo sistema sarebbe stato più lento. Si pescano soltanto molti esemplari di tentrophorus granulosus (cacavuoglio) di dimensioni uniformi, lunghi poco più di circa un metro del peso di 34 kg., identici cioè a quelli pescati a Capo Carbonara. Peso complessivo della pesca 190 kg. Gli squali in Sardegna sono poco apprezzati dalla popolazione e l’offerta dell’acquirente non permette che un modestissimo guadagno.
VI. 9 settembre. Al sud del promontorio di Teulada gli alti fondali non si incontrano che a venti miglia dalla costa. Considerando che a questa distanza i pescherecci non si spingono ordinariamente per le malfide condizioni del tempo, non sono state fatte esplorazioni in quelle zone con palangresi di alto fondo. La pesca è stata tentata invece con palangresi di medio fondale sotto la costa nei punti rocciosi (staz. 18): 12 coffe attorno alla costa meridionale del promontorio di Teulada.
Stazione 19. 15 coffe a sudovest dell’isola Rossa,
Stazione 20. 20 coffe a levante di Capo Teulada.
Soltante ir quest’ultima calata si cattura una settantina di chilogrammi di ottima specie di pagri e dentici, nonchè in minore quantità dracine e morene. La pesca sui fondali sabbiosi dell’Isola Rossa ove abbonda l’alga ha fruttato occhiate, morene, saraghi, ed una ventina di palumbi di piccole dimensioni. Sotto Capo Teulada si pesca una razza di oltre 40 kg.
Nella notte dall’8 al 9 settembre si prova la lampara attorno all’Isola Rossa, Notte oscura, Condizioni di tempo ottimo. Esito negativo.
Peso della pesca di Teulada:
Dentici, Pagri kg. 50.000
Palumbi, gatti, pardi, razze e minori 67.000
Totale kg. 117.000
Condizioni meteorologiche dalla costa meridionale Sarda.
Per ricavare dati attendibili sulla possibilità di compiere in questa zona meridionale della Sardegna, delle campagne di pesca remunerative, abbenchè essa si presenti ovunque assai pescosa, sono stati riassunti i dati metereologici registrati dai semafori di Capo Carbonara, di Capo S. Elia e Capo Sperone e che indicano sia la forza e la direzione del vento che lo stato del mare. Come è noto la zona che si considera offre la particolarità di rarissime pioggie. Per facilitare le conclusioni si è registrato il numero dei giorni lavorativi per i pescatori per ciascuno dei due anni considerati e per ciascun mese dell’annata, ritenendo di poter lavorare ai palangresi anche con mare mosso e vento moderato, Per la pesca a strascico (meglio con motori che con le sole vele) debbonsi considerare aumentate le medie delle giornate lavorative indicate nella tabella (vedi pag. 41).
In ogni stagione dell’anno i venti di nordovest hanno notevole prevalenza.
ZONA DI CARLOFORTE
Da Golfo Palmas ad Oristano
Ad eccezione di Oristano, ove la pesca marittima è poco praticata (per quanto invece è sfruttata quella degli stagni), la zona in oggetto è la più lontana dai centri popolosi dell’isola ed i prodotti della pesca marittima sono quivi più che altrove consumati sul luogo. Per ragioni di brevità non intendiamo trattare in questa relazione della pesca del tonno essendo essa da molti anni una industria ben avviata e provveduta dei più progrediti sistemi di impianto.
La ferrovia pubblica mette in comunicazione, per Decimomannu e Iglesias, Cagliari con Monteponi, donde si parte una ferrovia privata delle miniere che raggiunge Porto Vesme a 79 km, da Cagliari. La ferrovia da Porto Vesme per Decimomannu e per Oristano raggiunge Terranova (Porto Vesme Terranova 352 km.). Da Porto Vesme a Carloforte (miglia 5,5) con piroscafo postale: 45 minuti di traversata. Da Carloforte a Calasetta (miglia 3.5) con piroscafo postale 25 minuti di traversata, Calasetta è unita a Sant’Antioco con servizio automobilistico (km. 20): Porto Botte con strada carozzabile a Iglesias (km. 38); Sant’Antioco è allacciato a detta strada a San Giovanni Suergiu (km. 10).
Da Porto Vesme e Porto Scuso una strada carrozzabile per Monteponi ed Iglesias conduce a Fluminimaggiore, e Guspini allacciandosi all’altra che da Decimomannu conduce a Oristano. Bugerru è in comunicazione con la predetta strada.
Anche in questo massiccio sud occidentale sardo le poche vie di comunicazione raggiungono in qualche punto la costa, ma in nessun tratto percorrono il litorale.
La zona marittima considerata potrebbe dirsi suddivisa nei tre bacini di Golfo Palmas, Canale di S. Pietro e Golfo di Oristano; ma poichè Carloforte è il centro marittimo di prima importanza e poichè i Carlofortini si spingono frequentemente alla pesca nei due bacini adiacenti (ove i pescatori di mare non abbondano) così il litorale da Capo Teulada a Punta della Frasca (Oristano) può riferirsi al predetto centro di Carloforte allo stesso modo che gli ancoraggi di Calasetta, Porto Scuso, Bugerru, Teralha, Oristano, Gran Torre, Cabras, Sant’Antioco, dipendono da questa giurisdizione marittima.
Gli stagni attorno al Golfo di Porto Pino ossia quello denominato di Maestrale, quello di Brebeis l’altro del Cervo, sono gestiti con ottimo rendimento al pari di quello presso Porto Botte.
L’isola di Sant’Antioco è separata dalla costa sarda dalla estesissima riserva di pesca detta di Iglesias originalmente di proprietà delle famiglie Saintjust Ripolli. La riserva col suo vastissimo specchio d’acqua unisce il Golfo di Calasetta col Golfo Palmas e dalla punta dello Stagno Cirdu (Calasetta) alla punta dell’aliga (Golfo Palmas) comprende quattro peschiere:
- Peschiera Boi, Cerbus e Permigianu:
- Peschiera Stagne Cirdu;
- Peschiera Palmas (tutto lo Stagno S. Caterina);
- Peschiera Sa Bassa Manna.
I proprietari hanno diritto di pesca sulle acque pubbliche di tutto lo stagno il quale misura km. 7,5 in lunghezza per 5,5 nel punto di massima larghezza.
Attualmente è attraversato da un canale che ha fondali minimi di tre metri e che può essere così attraversato dai navicelli di cabotaggio e dalle unità torpediniere.
La statistica della delegazione di porto di Sant’Antioco riferisce per il 1919 la presenza di 20 barche per la pesca con reti strascico (140 pescatori), pesca praticata in massima parte nella peschiera di Iglesias o alle imboccature della stessa.
La Società Italiana Pesca e Refrigeranti (Siper) che è divenuta proprietaria della peschiera esercitando direttamente i diritti della riserva ha subito riconosciuto la necessità di intraprendere un sistema razionale di sfruttamento della riserva stessa sopprimendo addirittura, in accordo con tutti i pescatori locali, la pesca a strascico, che in passato era esercitata con tanto maggiore alacrità quanto più si riduceva la produzione per effetto dell’impoverimento continuato del letto di sviluppo sul fondo.
Nel golfo di Palmas la pesca marittima è fatta con poche barche, otto o dieci in tutto, che usano i palangresi in vicinanza della spiaggia e le bestinare durante i mesi di stagione. Non è in uso la pesca alle sarde, alle alici, ai lacerti. Addirittura sconosciute sono le lampare a fonte luminosa.
Anni addietro è comparsa nel golfo di Palmas una paranza per pescare con la rete a strascico ma dopo un breve soggiorno è ritornata in Adriatico donde proveniva.
Ad eccezione del predetto caso le paranze non hanno mai stazionato in quella località; i pochi pescatori indigeni non hanno mai tentato la pesca a strascico perchè essa implica per loro un armamento costoso e perchè non è conosciuta con precisione la natura del fondo, ove in diversi punti sanno esistere scogli pericolosi.
Cala dall’Aragosta, Cała Piombo, Porto Pino sono considerati, con le zone marine prospicenti, ottimi punti dai Carlofortini, sia per la pesca di palangresi che con le nasse. Colà i predetti pescatori si trasferiscono sovente in primavera ed in estate per fare buone catture spingendosi anche sulle secche che circondano gli isolotti del Vacca e del Toro.
La pesca degli squali e delle razze è ivi riconosciuta abbondantissima dai pratici del luogo sia nel Golfo di Palmas che lungo la costa occidentale della penisola di Sant’Antioco, Essa è però del tutto trascurata. L’Ordine Mauriziano gode ancor’oggi lungo tutte quelle coste il diritto alla pesca del bestino, diritto del quale naturalmente non approfitta ma che non potrebbe essergli contrastato. Il bestino non è per nulla apprezzato dal Sardo, è venduto perciò a prezzo assai basso in Sardegna e non è quindi oggetto di pesca lungo quelle coste che non si prestano alla diretta spedizione in continente.
La Siper coll’effettuato impianto di un apparecchio refrigerante a Sant’Antioco potrà preparare delle spedizioni nell’interno dell’isola ed in continente e comincerà così ad allettare alla pesca marittima i pochi marinai di quella regione.
I pescatori che raccolgono nelle reti le razze e gli squali usano seccarli conservandoli salati per la stagione invernale. In questo stato di conservazione questo pesce è considerato un cibo assai gustoso presso quelle popolazioni che lo preferiscono allo stoccafisso di Norvegia; non ne fanno commercio ma soltanto ne raccolgono in abbondanza per le necessità famigliari.
Le barche da pesca inscritte nell’ufficio di Carloforte sono:
Carloforte N. 79
Calasetta 7
Porto Scuso 6
Bugerru
Totale N. 101
spostano in media da una tonnellata e mezza a due tonnellate, hanno la stessa forma delle barche Cagliaritane, sono abbastanza larghe nel madiere centrale, in parte pontate, una piccola vela latina, l’albero leggermente inclinato a prora. Impiegate nella pesca ravvicinata ed al traffico fra la Sardegna e l’Isola di San Pietro, navigano bene col vento fresco e col mare abbastanza vivo, assai frequente nel canale.
Le barche della marina di Carloforte raggiungono in buona parte le quattro tonnellate e sono tutte provviste di vivaio. Si dislocano lungo la costa a nord ed a sud del canale ove si trovano dei rifugi. Appartengono al tipo descritto della barca spagnola proveniente appunto dalle coste di Spagna, ed in uso su queste occidentali dı Sardegna, segnatamente sulla spiaggia dell’Algherese, Sono barche marine, completamente pontate, possono tirarsi a terra, hanno per equipaggio quattro o al massimo cinque uomini e gli esemplari di maggiore stazza raggiungono le seguenti proporzioni:
Lunghezza m. 7,25
Larghezza 2.50
Altezza di puntale interno 0.80
della frisata 0.30
Distanza dell’albero dal dritto di prora 3.30
Portata tonn. 5 circa
Adatte a compiere lunghi viaggi costieri esse possono nella buona stagione avventurarsi anche in traversate al largo: nel primo anno di guerra due di queste approdarono alla Sardegna provenienti dalle Baleari.
I battelli da pesca del nostro tipo napoletano sono anche essi assai marini, ma meno si presterebbero, in paragone delle barche spagnole, al continuato esercizio della pesca sulle coste aperte, soggette ad improvvisi mutamenti di tempo. Sono alquanto pratici lungo le nostre coste durante le calme estive e ben corrispondono sotto il colpo dei remi perchè agili e veloci. Percorrono perciò distanze relativamente notevoli per recarsi durante le calmate sul punto di pesca e per ritornare in porto; ma, non così bene come le spagnole, essi potrebbero sostenere il mare nè avventurarsi a diverse miglia da terra come può richiedere il mestiere del palangreso per il quale le barche anzidette si raccomandano non soltanto lungo tutta la costiera Sarda ma altresì per le nostre spiagge Tirrene ove la pesca coi palangresi, negli alti fondali, potrebbe probabilmente svilupparsi in molti punti con buon rendimento. Munite di un motore ausiliario di 810 cavalli costituiscono un peschereccio pratico ed economico sotto ogni riguardo.
La marina di Carloforte annovera fra le sue costruzioni anche un tipo di bilancella varato da quei cantieri, sui disegni ingranditi della barca spagnola. La bilancella di tal forma ha lunghezza di 12 13 metri di portata media di 12 tonn.; è larga m. 3,50. Qualora fosse munita di un motore di 1215 cavalli e di un verricello meccanico essa potrebbe con un limitato equipaggio impiegarsi alla pesca al largo delle coste sia colle reti a strascico che con palangresi. Se in esse fosse adattata una camera refrigerante la bilancella potrebbe servire quale peschereccio raccoglitore di pesce nella buona stagione.
Secondo le statistiche di dazio e consumo di Carloforte nell’anno 1919 fu pescato in quella località kg. 25.000 di pesce di 2 qualità e 125.000 di prima. In queste cifre è compreso il tonno ma non sono compresi circa 30.000 kg. di aragoste, che furono tutte esportate. Quasi tutte le barche da pesca di Carloforte si dedicano da pochi anni, dall’aprile all’ottobre, alla pesca dell’aragosta; e, nella stagione invernale, tempo permettendo, una dozzina di queste barche pescano coi palangresi lungo le coste: cinque o sei di esse con reti di posta lavorano nel canale fra l’Isola di San Pietro e la Sardegna, e, tutte le altre, in questo stesso canale, si dedicano alla pesca cogli ami. Nei mesi di giugno, luglio, agosto e parte di settembre, due coppie di barche armano in pesca con due reti a sciabica. Devesi aggiungere che alcuni fra i pescatori più industriosi di Carloforte dispongono di bestinare e tonnarelle colle quali durante i mesi del passo (da aprile a luglio) catturano discrete quantità di tonni e segnatamente di palamite. Il passaggio di queste ultime come di altri scombridi, è abbondantissimo nel Canale di San Pietro.
Durante gli anni di guerra si è iniziata con sistemi ridotti, a Carloforte la conservazione delle palamite sott’olio in scatola ed è probabile che, dati gli alti prezzi del tonno in conserva, questa nuova industria possa rapidamente svilupparsi fra i Carlofortini così come essa dovrebbe facilmente svilupparsi in altre zone marittime della costa Sarda (Isola di Serpentara, Capo Teulada, Golfo di Palmas, zone di Oristano).
A Carloforte la pesca colle reti di posta non è stata finora tentata nelle misure richieste dal passaggio degli scombridi, forse perchè durante i mesi del passo le correnti sono assai forti nel Canale di San Pietro talchè quando si presentano con maggiore violenza esse sono definite dai pratici col nome di Tempeste di corrente. Queste condizioni contrasterebbero naturalmente l’impiego di reti di posta ormeggiate, bisognerebbe perciò impiegare più opportunamente reti
di deriva (filets) che ad eccezione di quelle per uso di menaidi non sono praticate nei nostri mari, e perciò il nostro pescatore non ha conoscenze sufficienti per il loro uso. Infatti, prima della guerra, furono importati dall’Inghilterra tre pezzi di queste reti per esperimentarle a Carloforte ma essendo esse di maglia assai robusta si mostrarono all’impiego di difficile maneggio dovendo usarsi con le barche leggere di quella marina.
In tutto il circondario marittimo da Sant’Antioco ad Oristano risultano inscritti 1120 pescatori oltre a circa 80 capibarca autorizzati alla pesca illimitata. Di questi ultimi una metà è munita di libretto di navigazione per esercitare in diversi periodi dell’anno la navigazione sulle bilancelle addette al traffico del minerale.
Nel 1905 fu fondata una cooperativa di lavoro consumo fra i pescatori di Carloforte e adiacenze. Ad essa sono oggi ascritti in massima parte i pescatori di quelle località. L’associazione corrisponde in pratica agli scopi che nel loro statuto si prefiggono le società del genere e oggi deve considerarsi come la principale cooperativa di pescatori della Sardegna.
Al pari che a Cagliari, abbiamo proposto giungendo a Carloforte a buona parte dei pescatori di quelle marine di eseguire esperienze con palangresi di alto e medio fondale a ponente dell’Isola di San Pietro nonchè pesche notturne con la lampara.
Queste proposte dapprima accettate di buon grado non vennero poi, come a Cagliari, messe di fatto in pratica per il mancato concorso dei pescatori trattenuti dalla pesca dell’aragosta. Soltanto all’esperimento di una giornata due barche presero parte aggregandosi alla vedetta Sardegna.
ESPERIENZE ESEGUITE.
13 settembre. Durante la notte dal 13 al 14 settembre prova con la lampara a circa un miglio dal promontorio di Cala Domestica. Alle 1h i battelli ritornarono a bordo a cagione del mare che si leva lungo da libeccio. Si sono pescati soltanto una ventina di chilogrammi di vuope in tre ore di osservazione (staz. 21).
14 settembre. Si affondano 14 coffe di palangresi di medio fondale lungo una dorsale rocciosa a circa due miglia a nord della costa di San Pietro. Si è costretti ad abbandonare 6 coffe sul fondo perchè impigliate negli scogli. Si pescano 25 chilogrammi di pagri di belle dimensioni (staz. 22).
Pesca coi palangresi presso Carloforte.
15 settembre. Due imbarcazioni con pescatori Carlofortini affondano circa trenta coffe di palangresi a levante della rada dello Spalmatore nell’isola di San Pietro (staz. 23). Essi innescano gli ami con polpo bollito dimostrando poca fiducia nell’uso della sardella acquistata a Cagliari per innescare i palangresi della squadriglia. La pesca è scarsa per le due barche di Carloforte e cioè 20 chilogrammi di pesce di prima categoria in tutto. I due battelli della Sardegna presso l’Isola dei Galli catturano con una trentina di coffe 80 chilogrammi di pagri e dentici di bellissime dimensioni (staz. 24). I Carlofortini attribuiscono il motivo della migliore pesca fatta dai nostri pescatori alla diversa specie di esca impiegata. Non si perdono palangresi. I pescatori di Carloforte assicurano che i punti frequentati nelle predette stazioni sono i più indicati per la pesca coi palangresi e che le zone coralligene che contornano l’isola di San Pietro verso levante, a qualche miglio di distanza e cioè: Masca del Corno, Corno di Capra, Purgatorio, ecc., sono considerate ottime per la presenza di pesce sedentario ma raramente frequentato dai pescatori Carlofortini pel timore di dover abbandonare i mestieri sul fondo.
21 settembre. A Bugerru prova colla lampara: Quaranta chilogrammi di piccole sarde in una notte e cinque chilogrammi di vuope (staz. 25).
A Cagliari, nella zona di Carloforte, ed a Oristano le sarde sono apparse quest’anno e in questa stagione, di limitatissime proporzioni.
Presso Punta Pecora si affondarono quindici coffe di palangresi sopra un fondale coralligeno (staz. 26).
Pesce pescato:
Dentici kg. 8.000
Palumbi 10.000
Razze: 7.000
Totale kg. 25.000
2 settembre. Presso il Catalano si calano 15 coffe di palangresi e altre tre di alto fondo, innescate con vuope. I fondali non superano però i 40 e 50 metri e perciò i mestieri di alto fondale danno risultati inferiori agli altri. Si pescano in tutto chilogrammi 125.000 (staz. 27).
3 settembre. Si tento una pesca con rete a strascico nel Golfo di Oristano con un solo motoscafo. La rete coi divergenti si comporta bene sul fondo ma il risultato della pesca non è tale da incoraggiare altre esperienze. Il fondo è alga in massima parte ed anche a questo deve attribuirsi l’esito negative. La rete deve essere modificata, Si rimanda questo genere di prove all’epoca in cui le unità della squadriglia stazioneranno sulla campagna romana.
Le barche di pesca inscritte nell’ufficio di porto di Carloforte e di stazione nel bacino di Oristano sono:
Terralba N° 14
Oristano 7
Gran Torre 2
Cabras 19
Totale N° 42
Tutte barche di limitatissimo tonnellaggio armate con due o tre nontini, nessun motore. Durante la guerra alcune paranze nel periodo estivo, hanno pescato per qualche tempo nel Golfo di Oristano ma per le condizioni locali e per l’assenza di un rifugio, in prossimità di centri abitati, non si è manifestata agevole la permanenza di grosse barche da pesca su quella costa sia per la difficoltà di spedizione del prodotto dall’ancoraggio meridionale del golfo, che per le difficili condizioni di vita. Le piccole barche tirate ordinariamente in costa appartengono a poche diecine di pescatori sardi i quali non si avventurano che raramente all’esterno del golfo ed in massima pescano dalle rive interne tirando gli sciabichelli distesi nelle strette vicinanze della spiaggia. Poche capanne sulla costa indicano queste piccole colonie di pescatori le quali traggono dal loro lavoro un rendimento assai scarso non corrispondente cioè, ai disagi della vita e alle insidie della malaria.
La costa da Carloforte ad Oristano per il suo andamento uniforme quasi ovunque, esposta ai forti venti di traversia, presenta pochi rifugi.
L’Isola di San Pietro nella parte di ponente non permette alle barche, raggiunte da improvviso temporale, di rifugiarsi presso la spiaggia talchè, in difficili condizioni, esse debbono raggiungere il canale navigando sui bordi., Lungo un breve tratto di spiaggia sabbiosa nella rada dello Spalmatore potrebbesi tirare la barca a terra.
Cala Domestica, aperta al maestrale si interna a guisa di imbuto per circa 300 metri. Una barca pesante sorpresa ivi da una mareggiata dal 4º quadrante non potrebbe più uscirne e si troverebbe a mal partito. Occorrerebbe in ogni caso tirarla in terra.
Bugerru è una rada completamente aperta con spiaggia sabbiosa, vi stazionano alcune piccole barche come a Flumentorgiu, ma qui le condizioni idrografiche non sono migliori che altrove e le giornate di lavoro in mare si riducono a quelle della buona stagione. Queste località sono inoltre lontane dai paesi della costa, abitate soltanto dagli operai delle prossime miniere. Le acque del Golfo di Oristano non hanno le acque tranquille sia per i venti meridionali che settentrionali; gli equipaggi di grosse barche non possono perciò sempre riposarsi quando dopo il lavoro si recano alla fonda.
Il porto di Marceddi nelle estremità sud del golfo è accessibile soltanto agli scafi di modestissimo tonnellaggio ed è troppo lontane da Oristano. Gli scogli del Catalano e di Mal di Ventre determinano una zona di bassi fondali frequentemente rocciosi nella quale la pesca cogli ami si dimostra assai promettente non soltanto di squali e di razze, ma altresi di dentici, pagri e gronchi. Negli ancoraggi di Cala Salina, del Peloso, di S. Caterina, stazionano piccole barche di palangresari ed aragostari i quali accentrano il prodotto della pesca a Cabras ed Oristano. Anche in queste località le condizioni idrografiche obbligano a tirare le barche in terra coi venti di traversia e perciò in tutta la zona considerata la pesca non potrebbe svilupparsi che a mezzo di piccole barche, preferibilmente del tipo spagnolo, munite di motore ausiliario.
Come si è già osservato le predette imbarcazioni sono tutte provvedute, di vivaio, essendo generalmente impiegate alla pesca dell’aragosta. Esse però sarebbero adatte altresì alla pesca coi palangresi qualora, specie nella stagione estiva, i pescatori conservassero in vivaio gli squali che, poco apprezzati in Sardegna, aumentano di valore sui mercati della penisola; collo stesso mezzo potrebbero essere conservati pagelli e pagri. E’ da notare però che questi ultimi quando giungono alla superficie trascinati dal filaccione presentano tutti i segni di asfissia e le loro condizioni di vitalità sono perciò alquanto diminuite ancor quando non salgono da alte profondità. E’ noto che durante l’ascesa dal fondo l’aria nella vescica natatoria si dilata per la diminuita compressione della colonna d’acqua sopra stante. Aumentando notevolmente le sue proporzioni la vescica comprime gli altri organi nell’addome obbligando lo stomaco e l’esofago ad uscire dalla bocca, interrompendo così l’azione delle branchie ed il passaggio dell’acqua.
Per fare ritornare rapidamente questi animali nelle normali condizioni di vita, abbiamo esperimentato su alcuni esemplari una puntura a circa due centimetri dalla prima pettorale con un istrumento costruito a bordo sul disegno di quello usato dai pescatori di Cuba per conservare in vivaio le cernie che essi pescano in abbondanza nel Golfo del Messico e che trasportano vive all’Havana durante un viaggio di circa un mese.
Il sistema impiegato è descritto nei suoi particolari da M. Berthelot nell’opuscolo Nouveau sisteme de Peche (1) ed esso fu applicato nella pesca del 22 settembre presso lo scoglio del Catalano salpando i palangresi a mano, con movimento ordinario, dalle profondità di 2030 metri.
I pagri sui quali si praticò la puntura sopravvissero per una intera giornata e se non si ottenne un risultato più soddisfacente devesi ascrivere al fatto di non aver avuto a disposizione un vivaio ma soltanto uno stretto recipiente che non permise agli animali tutta la libertà nei loro movimenti. Aggiungasi che le operazioni di salpamento non erano fatte con quel riguardo che è necessario perchè quei pesci possano sopravvivere. Semprechè si salparono con palangresi di alta profondità delle grosse cernie da 400 e 500 metri queste giunsero sul battello in stato di asfissia quasi completa, cogli occhi fuori dalle orbite e collo stomaco spinto esternamente alla bocca per circa dieci centimetri. La puntura in questi casi non è stata provata perchè non avrebbe ottenuto effetto alcuno. I limiti massimi di profondità di pesca entro cui i risultati debbonsi considerare probabili si aggirano sui centocinquanta metri. Qualora la conservazione nei vivai a bordo dei pescherecci fosse felicemente esperimentata sulle nostre coste specialmente in Sardegna ed a La Galita in Tunisia, anche la pesca coi palangresi nei medi fondali e nelle zone lontane dai centri di spedizione avrebbe una maggiore probabilità di sviluppo, inquantochè il vivaio sostituirebbe il frigorifero durante il viaggio di trasporto.
– LA MADDALENA – COSTA SETTENTRIONALE E NORD ORIENTALE SARDA
Il prodotto della pesca sulle coste settentrionali Sarde viene in buona parte accentrato al Golfo di Terranova per essere spedito in continente con la linea di navigazione delle Ferrovie dello Stato. Porto Torres è anch’esso un punto di esportazione per Genova ad occasione favorevole. A Terranova giunge la linea ferroviaria Cagliari Chilivani che si allaccia alla Sassari-Alghero, alla Porto Torres-Sassari, nonchè alla strada Santa Teresa di Gallura-Parau-Tempio, Tempio-Castelsardo. Bosa si allaccia a Macomer. Per mezzo di queste arterie, numerosi punti della costa settentrionale ed occidentale del Capo di Sassari possono così spedire il pesce in continente in un tempo relativamente breve. La costa orientale non è attraversata da linea ferroviaria. La strada ordinaria che passa per Dorgali e Orosei diventa quasi costiera dopo Siniscola costeggiando cioè in prossimità di Santa Lucia, Posada, Porto Brandinchi, San Paolo, che sono altrettanto località di pesca lungo una costiera promettente. Per questa via di comunicazione è stato ultimamente inaugurato un servizio automobilistico da Tortolì a Terranova. A nord di Terranova una strada conduce alle due insenature di Congianus ed Arsachena.
La linea postale marittima giornaliera Terranova – Maddalena, offre il mezzo più celere e più pratico per la spedizione dei prodotti della pesca dell’estuario al punto di coincidenza col piroscafo p stale della linea di Civitavecchia.
Per quanto le condizioni di questa parte della costiera, in fatto di comunicazioni, siano assai diverse da quelle considerate altrove nell’isola ed i luoghi abitati di accentramento siano più frequenti lungo il litorale (Bosa-Alghero, Asinara-Porto Torres, Castelsardo-Santa Teresa di Gallura, Maddalena-Golfo Aranci, Terranova-Porto S. Paolo) esso litorale non è sfruttato che in parte, e non lo è specialmente lungo la spiaggia settentrionale e presso il Capo dell’Argentiera e Capo Comino.
Le paranze pescano nel Golfo di Terranova e in quello dell’Asinara, il loro numero è limitato, perchè limitato è il loro campo di azione essendo esse armate con le vele soltanto. Le barche aragostare in massima parte dei Ponzesi sono sparse in tutti gli ancoraggi che sor gono in prossimità delle zone ove il crostaceo abbonda nelle coste meridionali e settentrionali, Le coffe di ami sono quasi ovunque impiegate con piccoli ami, specialmente all’epoca in cui i dentici si accostano alla spiaggia in gran numero, I zerli e le vuope sono anch’esse catturate in abbondanza specie sulla costa nordorientale. Nell’estuario, numerose barche attendono a quella pesca colle nasse o con una bilancia di rete usando per esca un’impasto di pane con formaggio e riccio pestato. Questi pesci usano abitualmente mantenersi in grossi aggruppamenti un periodo piuttosto lungo, in una zona ristretta del fondo, spostando di poco la posizione del grupp in relazione alle accidentalità delle correnti.
La pesca coi palangresi è tentata da qualche barea al di fuori delle isole dell’estuario e nel canale di Bonifacio durante le calmate: ma i giorni di calma sono rari ed in questi le barche non osano sempte avventurarsi per gli improvvisi cambiamenti di tempo. D’altra parte i pagri si nili a quelli della costa meridionale, non si trovano in questo versante altrettanto facilmente e di così belle dimensioni perchè le località di pesca sono da molti anni soggette allo sfruttamento. Sono di questa zona, in vicinanza alle scogliere delle isole e delle coste rocciose, le cernie, i saraghi e le salpe, i muggini nelle insenature ove sfociano i torrenti, o più al largo gli squali e le razze. I pescatori impiegano in alcuni periodi dell’annata le bestinare, specie nei pressi dell’isola di Santa Maria, dei Razzoli, di Punta Falcone; a queste reti usano aggiungere ami appesi con catenelle per mezzo dei quali essi catturano grossi squali.
La delimitazione dei confini di pesca nelle bocche di Bonifacio fra i pescatori Sardi e quelli Corsi è tracciata in modo da mantenere alle acque italiane la zona immediatamente circostante il gruppo dei Razzoli ed alle acque francesi la zona dei Lavezzi, I detti limiti dividono quasi per metà il Canale di Bonifacio, però presso i nostri pescatori è fermo convincimento che nelle zone costiere della Corsica, specialmente nel lato orientale, in vicinanza cioè dei Golfi di Santa Manza e di Portovecchio, attorno alle Secche del Perduto, del Toro e della Vacca, la pesca sia assai più remunerativa. A tale convinci mento, che proviene da vecchie tradizioni fra i pescatori, ed anche probabilmente da qualche saltuaria spedizione più o meno fortunata di arditi battelli verso il mare largo corrisponde la realtà ed il motivo è da ricercarsi nel fatto che il mare di Corsica non è sfruttato con tanta insistenza come quello settentrionale di Sardegna, specie nel corso di questi ultimi anni, e non sempre con metodi leciti.
La pesca con la dinamite è in quella zona da Capo Testa a Capo Comino largamente esercitata, più ancora di quanto non avvenga nei pressi di Cagliari, di Alghero ed in generale di tutti gli altri punti costieri che trovandosi in prossimità delle miniere sono soggetti ai danni degli esplosivi che i minatori trovano facilmente a loro disposizione.
Nell’estuario di Maddalena pescavano nel decorso anno, con residenza fisso, una trentina di barche armate con pescatori di mestiere, quasi tutti napoletani. Il prodotto si aggirava in media intorno ad una diecina di quintali per ogni barca al mese: una porzione assai limitata della pesca era frattenuta per il consumo della popolazione, tutto il resto asportato a mezzo di due società che ivi hanno sede. Ma non soltanto le barche predette esercitano la pesca nell’estuario. Un discreto numero di battelli, non ignorati dai pescatori di mestiere, si dedica normalmente alla pesca con la dinamite nelle insenature delle isole e delle coste ove la sorveglianza è difficile o per meglio dire impossibile, per le misere condizioni di efficenza della nostra ordinaria sorveglianza costiera.
L’esplosivo è dai dinamitardi nascosto fra i sassi e le roccie presso i luoghi di operazione, la clandestina sorveglianza del mare dagli interessati è praticata, quando necessaria, dall’alto dei promontori e delle punte che permettono una buona esplorazione, le esplosioni sono prodotte al momento opportuno negli angoli morti dei possibili punti di osservazione ed in massima dagli stabilimenti militari. Si aggiunga che in caso di arresto dei pescatori clandestini, occorre impadronirsi del corpo di reato per poter fare regolare denuncia all’autorità giudiziaria anche se trattasi di sorpresa in flagrante; e perciò è necessario un mezzo in mare, per l’inseguimento dei battelli colpevoli.
E’ il caso perciò di osservare che se la pesca abusiva è in oggi esercitata in Sardegna (e ovunque) con una deplorevolissima e dannosissima insistenza, è necessario riconoscere che i regolamenti della legge impongono tali prove per accertare l’esistenza del reato da diminuire notevolmente e in massima contrastare sempre, gli effetti di un’ordinaria sorveglianza costiera.
Negli specchi d’acqua tranquilli e chiari, nelle calanche e nei ridossi costieri, attorno alle secche ricche di prodotto, i pescatori clandestini osservano il fondo marino attraverso ad un tubo conico di zinco, chiuso da un vetro, ad al momento opportuno gettano l’esplosivo. Più frequentemente la loro operazione si divide in due fasi: in un primo tempo lanciano una cartuccia sopra uno stuolo di piccoli pesci provocandone la morte, quindi attendono pazientemente che individui di maggiori dimensioni accorrano per cacciarsi sulla pastura e lanciano allora la seconda cartuccia di maggiore effetto. Con lo stesso mezzo essi possono procacciarsi in breve l’esca e una abbondante preda. Inoltre una parte soltanto del pesce colpito è raccolto, l’altra parte, la maggiore forse, viene tramortita e muore sul fondo. I resti sono di richiamo ad altri pesci attesi dalla stessa sorte. Questo ripetersi di affinenza della fauna nelle località bersagliate ha forse permesso agli interessati di far correre voce che l’esplosione, sconvolgendo il suolo del bassofondo, non soltanto non nuoce all’ambiente di vitalità dei pesci ma, per contro, ne favorisce l’immigrazione per le migliorate condizioni del letto del fondo riguardo allo sviluppo biologico. Questa asserzione, che purtroppo trova anche fortuna inquantochè è ripetuta da coloro che in buona fede non hanno addentrato la questione, non deve essere in nessun caso accettata perchè ancor quando non si volesse tener conto della distruzione degli elementi naturalmente adatti all’alimento ed alla riproduzione, si dovrebbe condannare senza pietà un sistema che, con pochissima fatica e senza mezzi ed abilità di mestiere, contrasta e danneggia in larga misura il lavoro del pescatore che dalla pesca trae i mezzi di sussistenza e che è stato perfino costretto ad abbandonare le zone più bersagliate delle nostre coste per emigrare all’estero in cerca di lavoro remunerativo.
Una notevole parte del pesce spedito da Terranova in continente è oggi pescato con sistema clandestino ma le aziende commerciali acquirenti se pure fossero sempre in grado di comprovarlo non perciò rinuncerebbero facilmente e beneficiarne, almeno fintantoché i mezzi di repressione non saranno più rigorosi,
Esperienze eseguite. Anche nella zona di Maddalena e limitrofe si ripeterono le esperienze fatte sulle altre coste dell’isola. La stagione avanzata e la mancanza di un chalut che permettesse in quella zona prove di pesca a trazione meccanica, a mezzo della installazione di cui la Sardegna è provveduta, obbligarono anche qui all’esercizio esclusivo dei palangresi e cioè dei mestieri più degli altri appropriati ai giacimenti frequentemente rocciosi.
Come si è già affermato in linea generale, la pesca a strascico a trazione meccanica con un chalutier, deve bandirsi anche dalle coste settentrionali per gli improvvisi e prolungati cattivi tempi, con relative inevitabili lunghe interruzioni di lavoro a scapito di un proficuo rendimento che le giornate di maggior fortuna non varrebbero a compensare.
Accurati scandagli potrebbero circoscrivere le zone a fondo pulito indicate per le reti a strascico specie lungo l’esteso bassofondo di 100 metri di profondità che dall’isola di Tavolara si estende fing all’altezza del golfo di Santa Manza in Corsica. La parauza a retore anche qui, come sulle coste meridionali, potrebbe essere di buon rendimento, impiegando però reti diverse da quelle ordinarie ossia tali da permettere una sufficiente altezza alla barca per catturare oltre che il pesce di fondo anche quello di passo che emigra mantenendosi negli strati immediatamente sovrastanti al fondo marino.
Occorrerebbero però scafi assai marini costruiti pel rimorchio di una grossa tete a mezzo di una adeguata forza motrice e con motori economici resistenti, a basso numero di giri. Per consigliare i limiti della forza in cavalli indicati, occorrono esperimenti preventivi con reti espressamente costruite, allo scopo di poter determinare lo sforzo necessario per navigare a velocità di tre, quattro ed anche cinque miglia col sacco sul fondo a carico normale.
Si ritiene che i motori inferiori ai 60 cavalli siano da scartarsi perchè il rendimento della pesca a strascico aumenta fino ad un certo limite, coll’aumentare delle dimensioni della rete; però i motori di 40 cavalli sono già stati riconosciuti insufficienti per questa pesca in paranza con reti ordinarie di 600 maglie. Le dimensioni della rete saranno per contro limitate dagli spostamenti dei pescherecci dai mezzi occorrenti per mettere la rete carica a bordo, dal numero di marinai d’equipaggio necessari alla manovra, dai macchinari ausiliari di bordo, dalla natura limnologica dei fondali dragati ed infine dalla velocità occorrente a mantenere il peschereccio sulla linea di dragaggio allorchè esso si trova impegnato al rimorchio della rete carica ed al contempo soggetto alle forze contrastanti del vento e del mare. Le esperienze fin’ora eseguite dalla Squadriglia Sperimentale di pesca a mezzo di due motoscafi da 40 tonnellate trainanti una delle grandi reti a strascico delle ordinarie paranze (600 maglie) hanno dimostrato all’evidenza che non tutte le forme di scafo si adattano a questo genere di rimorchio quand’anche si possa disporre senza restrizione della forza motrice,
E’ noto come le condizioni idrografiche della costa settentrionale permettano frequenti rifugi a partire dall’Isola di Tavolara a Punta Sardegna. Porto San Paolo, Golfo Aranci, Terranova, Congianus, l’estuario della Maddalena, Porto Pollo e Porto Pozzo, Santa Teresa di Gallura, per dire dei più importanti, sono altrettanti ancoraggi sicuri, che permettono ai pescherecci di ogni tonnellaggio di riparare in costa anche se raggiunti da improvviso maltempo. Da Santa Teresa di Gallura a Porto Torres la costa è aperta ed estesa; Castel Sardo è un centro di pescatori. Qualche piccola calanca, come ad esempio Punta Vignola, può stabilire un ridosso per piccole imbarcazioni.
In seguito a richiesta del consigliere delegato della Società SIPER, signor Armando Codebo, avanzata all’ispettorato generale della pesca, ho intrapreso con la vedetta Sardegna la ricerca di una secca nei pressi di Capo Figari considerata dai pescatori locali alquanto pescosa, in seguito a tradizioni orali che apparivano per altro alquanto imprecise.
14 ottobre (Stazione 30). In accordo coi dirigenti della Siper mi reco nel mattino nella località seandagliata nel 1914 dalla Regia Nave Volta nei paraggi di Capo Figari ove fu in quell’occasione rinvenuta una regione coralligena prima di allora sconosciuta. Il dei banchi coralligeni. La secca di Capo Figari è indicata con le stazioni 303133.39, e, nelle carte marine del Regio Istituto Idrografondo è in alcuni punti prevalentemente roccioso e madreporico, in altri soltanto sabbioso e fangoso.
Pesca eseguita sulla secca di Capo Figari il 14 ottobre 1920.
Sulla carta generale della Sardegna, qui annessa, sono indicate in dimensione e forma, le zone scandagliate dalla Regia Nave Volta nel 1913 durante l’esplorazioni fatte attorno all’isola per la ricerca dei banchi coralligeni. La secca di Capo Figari è indicata con le stazioni 30, 31, 31, 3, e, nelle carte marine del Regio Istituto Idrografico è in quella zona segnalato soltanto uno scandaglio in metri 126 senza indicazioni della natura del fondo; verso oriente, ossia verso le regioni profonde, si incontra un altro scandaglio a 20 miglia di distanza dal precedente, in metri 1509 (fango).
Mediante osservazioni angolate e colla scorta dei numerosi scandagli e saggi del fondo eseguiti durante la crociera del Volta (1) confrontate con gli scandagli e coi saggi di fondo della Sardegna nonchè colle indicazioni dei pescatori ivi convenuti col vaporetto Maharaja della Società Siper, fu incontrastabilmente provato che la regione coralligena esplorata nel 1913 e la secca pescosa ricercata, coincidevano nella stessa località la quale dista nel suo punto centrale 9 miglia dal Semaforo di Capo Figari, in direzione Greco Levante (1).
Come può risultare (vedi figura) dallo schema topografico della località in oggetto la secca è configurata, a nostra conoscenza, da una dorsale orientata per EstOvest (BB’) di fondali variabili generalmente superiori ai 100 ed inferiori ai 150 metri e di altri due salienti di livello analogo DD nello stesso orientamento. La zona racchiusa nello spazio punteggiato A A’ comprende i fondali fra i 150 ed i 300 metri, quella nello spazio tratteggiato CC un canalone di profondità eccedenti i 300 m. che verso la parte orientale precipita rapidamente in regioni profonde. Lo spazio delimitato nella zona A A racchiuso nei segni a croce è stato riconosciuto negli scandagli fatti a mezzo di draghe e degli ingegni del Volta eminentemente roccioso e coralligeno in vari punti. La dorsale fu indicata durante l’esplorazione della Sardegna mediante tre segnali.
Fra i segnali N° 1 e Nº 2 non furono distesi palangresi. Il vaporetto Maharaja coi pescatori della Siper ha disteso dieci coffe di palangresi a partire dal segnale N° 3 verso il N° 2 in fondali variabili fra i 50 e i 100 metri. I risultati furono in questa zona limitati a poche razze, alcuni palombi, qualche spinarola. Consecutivamente ai palangresi del Maharaja un battello della Sardegna affondò 12 раlangresi di medio fondale fino a raggiungere il segnale Nº 2.
Furono pescati da questo battello circa 60 chilogrammi di pesce comprendente 8 pagri di 23 chilogrammi ciascuno, razze, palumbhi, spinarole di medie dimensioni e 2 pesci spada di poco superiori al chilogramma.
Nel punto C’ in fondali di 390 metri il MAS 79 affondò 4 coffe di palangresi di alto fondo innescati con vuope. Essi furono però lasciati al fondo soltanto due ore, permanenza questa che viene considerata dai pescatori troppo breve. Si catturano colle suddette 4 coffe Nº 5 cacavuogli e alcune razze di belle dimensioni.
16 ottobre. Il vaporetto Maharaja con un motoscafo della Società Siper affondane 21 palangresi sulla secca di Capo Figari a partire dal segnale N° 2 distendendoli a zigzag verso il segnale N° 1. Sono pescate morene, gronchi, mostelle, capponi, gattipardi e 4 pagri in totale kg. 83 di pesce di cui 53 di bestino.
18 ottobre. (Staz. 32). La vedetta Sardegna partita da Madda lena per recarsi sulla secca di Capo Figari è obbligata ad invertire la rotta per ragioni di tempo e distende 4 coffe di palangresi di medio fondale in uno specchio d’acqua, indicato di fondo roccioso sulle carte del Rº Istituto Idrografico, a ridosso dell’isola di Caprera fra le secche delle Bisce e la secca dei Monaci. Pesca 2 pagri, un dentice, degli scorfani di belle proporzioni, 50 kg. di razze, spinarole, gattipardi.
Contemporaneamente sono filati in deriva sette coffe di palangresi guerniti con sugheri assicurati al trave a 10 braccia di distanza per mantenere tutto il palangreso in zona pelagica allo scopo di tendere degli ami ai piccoli pesci spada, i quali, in generale, si pescano in strato interposto fra la superficie e il piano sottostante 1015 braccia dalla superficie stessa. I palangresi sono lasciati in mare un’ora e con essi si cattura soltanto un pesce spada di due chilogrammi di peso. Gli stessi palangresi dopo salpati si affondano ancora innescati presso la seera dei Monaci e si pescano con questo mezzo e con le 14 coffe già affondate 2 pagri, un dentice, degli scorfani di belle proporzioni, 50 kg. di razze spinarole, gattipardi.
19 ottobre, (Staz. 34) La Sardegna si reca sulla secca coralligena esplorata nel 1913 dalla Regia Nave l’olta (vedi carta citata), ed ivi distante 14 palangresi di medio fondale in località ove furono riconosciute rocce madreporiche a 120 metri circa. Il palangreso a metà viene rotto perchè impigliato in uno scoglio. Non si pescano pagri bensì numerose spinarole di piccole dimensioni, gattipardi, qualche ordinario palumbo, pochi cuocci, in tutto 75 chilogrammi.
Con sette palangresi in superficie si catturano 3 pesci spada da uno a due chilogrammi. Il vaporetto Maharaja nel contempo, a 10 miglia della costa, in fondali di 110 metri sulla secca di Capo Figari (staz. 33) pesca 70 chilogrammi di bestino e 23 di palombi e cuocci: in massima tutto pesce di piccole dimensioni.
20 ottobre. (Staz. 35). Nella notte dal 19 al 20 ottobre mentre la vedetta è alla fonda presso Punta Sardegna, nell’estuario della Maddalena, si posa la nassa metallica illuminata da luce bianca con lampada elettrica subacquea, su fondo sabbioso, in 24 metri. La nassa innescata con vuope e sarde è illuminata per tutta la notte: al mattino si salpa constatando esito completamente negativo.
22 ottobre. (Staz. 36 e 37). La presenza del pesce spada nei pressi delle isole dell’estuario e sulla secca di Capo Figari manifestatasi per la prima volta a mezzo degli ami di un palangreso, ha consigliato di effettuare scandagli con palangresi lasciati in deriva (1617 ottobre staz. 3132); e, sull’esito si è già riferito.
Si volle però ancora tentare un esperimento per molte ore continuate nel Canale di Bonifacio in una giornata di buon tempo e si calarono così due battelli nel mezzo delle bocche (zona di pesca italiana) a ponente di Razzoli (staz. 36 e 37) impiegando in tutto 13 palangresi in deriva dalle 10 del mattino alle 16 del pomeriggio. La corrente trasportò i mestieri per quattro o cinque miglia verso occidente e la pesca fu assai scarsa ossia soltanto 8 pesci spada (un individuo ogni 100 ami). Il peso non superava per ciascuno i 2.500 kg. I pescatori di Maddalena da molto tempo colà residenti si mostrarono sorpresi della presenza del pesce spada nelle acque di Sardegna non avendolo mai pescato nè avvistato in precedenza. La constatazione fatta, che non deve sorprendere inquantochè è noto che la specie degli Xifidi è comune nel Mediterraneo, richiama l’attenzione sul fatto che durante la stagione grossi pesci spada trascinati dalla corrente dalle Bocche di Bonifacio potrebbero apparire in zona pelagica ed essere colà pescati come si pratica con rinomata arte dai nostri pescatori, nei pressi di Messina e sulle coste della Sicilia orientale e della Calabria.
23 ottobre. (Staz. 38). A mezzo miglio a nord di Punta Sardegna con 2 palangresi di piccolo fondale, distesi nelle acque dell’estuario si pescano 6 palombi di belle dimensioni del peso di 30 chilogrammi complessivamente.
24 ottobre. (Staz. 39). La vedetta Sardegna ritorna ad eseguire un definitivo esperimento sulla secca di Capo Figari con l’intento di scandagliare ampiamente il canalone di profondità superiori a 300 metri, a mezzo di palangresi di alto fondo. Si armano perciò 28 coffe di medio fondale e 17 grandi; le prime si distendono in posizione prossima ai segnali 23 lungo la dorsale meno profonda (non indicati sulla carta della secca) gli altri 17 lungo l’anzidetto canalone. CC’ e terminanti nella zona A’ ossia in fondali superiori ai 300 m. Le operazioni di salpamento si ultimano prima del tramonto per le prime 28 coffe e per le seconde si iniziano alle 9h di sera protraendole fino alle 2ª del mattino seguente.
Questi mestieri furono messi a bordo impiegando a intervalli anche il verricello della vedetta per accordare riposo ai palangresari i quali, anche in questa ultima esperienza della crociera, seppero dar prova della buona volontà che dimostrarono in ogni occasione, e, specialmente, allorché la migliore riuscita degli esperimenti era affidata alla loro esperienza di abili pescatori.
Al riguardo del salpamento di questi palangresi mediante trazione meccanica è il caso di osservare che l’operazione riesce agevole accompagnando a mano il filaccione attaccato al trave, quando giunge a bordo, ed impedendo che esso si incattivi negli avvolgimenti sulla campana del verricello, per non produrre così avarie ai mestieri.
Tre coffe di palangresi di quest’ultima serie furono abbandonate sul fondo perchè impigliate negli scogli in modo da dover tagliare il trave dopo parecchi tentativi fatti ai due capi per liberarlo dalle strette che impedivano lo scorrimento.
Ciò non pertanto la pesca colle 15 coffe di alto fondale ha prodotto oltre 160 chilogrammi di pesce comprendendo fra questo G cernie brune del peso complessivo di 32 chilogrammi, un grongo di circa 8 kg., numerosi palamiti e cacavuogli per altri 50 chilogrammi ed il resto razze e gattipardi.
La pesca coi palangresi di medio fondale, sulla meno profonda dorsale della secca di Capo Figari, non ha prodotto bella specie ma, in totale, circa 120 chilogrammi di bestino, esclusione fatta di qualche pagro. Peso totale della pesca kg. 280. Furono impiegati per essa 45 chilogrammi di zeroli.
Con questo esperimento si è raggiunto la prova che anche nella parte nord della Sardegna, negli scoscendimenti rocciosi della platea continentale, in profondità superiore ai 350 metri, si incontrano con buona frequenza le cernie di profondità ed il Centrophorus granuLosus (‘).
(1) Adottando le stesse indicazioni, utili alle conoscenze dei pescatori, indiente dal Comandante del Volta (vedi pubblicazione citata) la posizione riconosciuta dai pratici col nome di secca di Capo Figari può così identificarsi:
1º Tenere l’isolotto di Figarello in parte scoperto dal massiccio di Capo Figari in modo da non vederne mai la parte bassa verso nord e neppure da coprire la sommità dell’isolotto, ma al massimo spostarsi verso nord di quel tanto che basti a formare tra il sommo di Figarello e Capo Figari una specie di V; in questa posizione si scopre alquanto dietro il massiccio di Capo Figari l’altra parte rocciosa e scoscesa che resta a ponente del massiccio stesso.
2° La Punta Cannone (Tavolara) deve restare alquanto a levante della Punta Maggiore (Sardegna).
PESCA DELL’ARAGOSTA
Queste note sulle condizioni in cui si presenta oggi la pesca in Sardegna mancherebbero di una serie di notizie interessanti la pesca locale qualora non si ragguagliasse brevemente il lettore sulla pesca dell’aragosta. Questo crostaceo catturato con le nasse presso i fondi rocciosi (con preferenza dalle 50 alle 100 braccia) abbonda sulla platea continentale del versante occidentale dell’isola ossia nelle acque chiamate con figura rettorica More di Spagna sulle cui spiagge sono intenti alla pesca, come si è già detto, i Carlofortini al sud gli Algheresi al nord, Gli Algheresı non sono mai riusciti ad associarsi in forme cooperativistiche per trarre maggior utilità dal loro mestiere; essi furono perciò sempre alla mercè degli incettatori, specialmente stranieri coi quali furono obbligati, stagione per stagione, a stipulare in precedenza i loro contratti traendo soltanto limitati guadagni da quel prodotto che sui mercati continentali e, specialmente su quelli di Provenza e di Barcellona, è venduto a prezzi elevatissimi. I contratti sono limitati dal 10 marzo al 10 agosto, nei mesi susseguenti fino a novembre la esca si prolunga fuori contratto.
Le barche del tipo spagnolo anzi descritte, si distendono come si è detto da Porto Conte alla Frasca e con minore frequenza si recano anche nel Golfo di Porto Torres. Lungo la costa sono impiantati, baraccamenti o capanne per radunarvi ordegni e provvigioni e per poter passare la campagna di pesca nelle giornate di maltempo. I vivai sono costruiti con tronchi o giunchi dagli stessi pescatori e vengono ormeggiati presso la spiaggia oppure affondati in poche braccia di acqua.
Negli anni che precedettero la guerra il numero delle barche aragostare della marina di Alghero superavano di molto il centinaio; oggigiorno quelle che partecipano alla campagna sono appena una trentina, le ciurme insufficienti anche se le barche non mancano, le spese per intraprendere la pesca ingenti, e, così ingenti, inclusi gli anticipi alle ciurme, che i padroni Algheresi non intendono affrontarle considerando il rischio che correrebbero nel caso di una cattiva stagione.
Per tali circostanze malgrado che il prezzo di contratto sia salito in quella zona da 1,50 il kg. (prima della guerra) ed un minimo di 5 lire in estate, fino a 10 lire in autunno, fino a 16 lire presso le feste natalizie (1), i pescatori Algheresi non più arruolati dai padroni, perchè questi non hanno più voluto, arrischiare i loro esigui capitali alla pesca (come accadeva in passato), sono stati obbligati ad abbandonare il mestiere per altre occupazioni più redditizie ed anche per emigrare all’estero.
(1) Nell’anno in corso sul mercato di Marsiglia l’aragosta è stata acquistata alla fine d’anno a lire 45 al chilo, considerando il cambio.
L’alto costo di questo crostaceo va in massima a beneficio del commerciante che possedendo le golettevivaio lo acquista sulla costa e lo rivende a Nizza a Marsiglia a Barcellona ed anche a Genova ed a Civitavecchia.
Per citare un eloquente esempio, l’anno che precedette la guerra, una barca di pescatori Algheresi (fra loro imparentati) avendo raccolto in una stagione circa 40 quintali di aragoste ha guadagnato, detratte le spese di consumo e di vitto, lire trecento complessivamente per tutta la durata della campagna!
Le calome, i giunchi per le nasse e per i vivai, non sono oggi, come in passato, facilmente requisibili. Pare accertato che su questo materiale venga esercitata l’incetta da parte di quei commercianti di aragoste che sono interessati a concludere in tempo i contrattı vantaggiosi coi lavoratori, Alcuni di questi commercianti seguono la politica di gratificare i concorrenti purchè abbandonino le piazze per poter meglio comandare i contratti che qualche mese prima dell’inizio della campagna sono fatti con le ciurme. All’epoca di detti contratti il commerciante è largo in anticipazioni, non tutte in danaro, ma, eziandio, con materia prima necessaria alla costruzione dei mestieri valutata a prezzo di circostanza, considerata la difficoltà di poterla requisire.
Nell’anno decorso per ogni barca armata con quattro uomini ed un ragazzo la pesca sulla costa de Alghero è stata scarsa come ovunque in Sardegna ed ha fruttato in media undici quintali dal marzo all’agosto. Il guadagno medio per ogni pescatore Algherese (la parte) non raggiunse le mille lire detratte al solito tutte le spese.
In passato la disoccupazione obbligava il pescatore a non abbandonare la pesca dopo il 10 agosto, attualmente molti si danno, in detto periodo, ad altri mestieri per non correre l’alea della pesca in una stagione in cui i cattivi tempi sono assai probabili e perciò è improbabile il guadagno.
Non è superfino ripetere che gli armatori delle golette vivaio che trafficano nel commercio dell’aragosta hanno sempre realizzato forti guadagni. Si tratta di una merce che può fruttare, in questi tempi, all’armatore commerciante, dalle 1000 alle 1500 lire al quintale per un brevissimo viaggio. Il guadagno sarebbe invero favoloso se normalmente non si dovesse lamentare una moria piuttosto accentuata del crostaceo nei vivai, moria che in estate va dal 25% al 50% e può superare questo limite. Le cause non sono note del tutto, inquantochè in alcune annate non sono sufficienti tutte le precauzioni suggerite dalla esperienza per evitare o diminuire il grave inconveniente. E’ noto che le forti oscillazioni di temperatura sono dannosissime, che la temperatura più indicata dell’acqua di ambiente si aggira intorno a 10° centigradı, che perdurando la stagione calda i crostacei hanno, assai più che in inverno, bisogno di acqua e spazio durante la cattività; che in estate una eccessiva agglomerazione è causa di morte improvvisa, che i crostacei morti nei vivai infettano rapidamente le acque. Queste nel vivaio debbono essere mantenute in quiete penetrando attraverso numerose piccole aperture nello scafo in modo da permettere libero l’efflusso ed il ricambio delle acque. La navigazione deve avvenire senza scuotimenti dell’acqua nel vivaio costruito in modo da essere sempre pieno al colmo. Sono riconosciute dannose le sistemazioni per le quali nei bastimenti ad elica l’asse del propulsore deve attraversare i vivai, quelle che mantengono paratie di compartimenti di caldaie e contatto con l’ambiente del vivaio stesso, sono dannosissime le infiltrazioni nel vivaio di acque marine di densità assai diverse dal normale, ovvero impure, miste a sostanze che rifiuto, come oli, grassi, petroli, ecc., come si verifica nei parti.
Le golette aragostare preferiscono perciò di gran lunga commerciare coi porti ove i vivai si trovano in zone esenti da inquinamenti e dove lo scarico può effettuarsi rapidamente come accade a Marsiglia ove, per i battelli vivaio che ivi approdano, è ordinato uno speciale specchio acqueo lontano da impurità capace di ricevere in serbatoi in un sol tempo tutto il carico che essi possono trasportare. Genova per contro è priva di un qualsiasi analogo adattamento il che obbliga il bastimento vivaio a rimanere ormeggiato nell’avamporto fintantochè il negoziante non ha scaricato la quantità di aragosta che gli occorre giorno per giorno. L’affluenza dell’aragosta pescata nei nostri mari (e segnatamente in Sardegna) dai nostri pescatori verso i porti esteri e specialmente a Marsiglia, non è perciò soltanto determinata dall’alto prezzo al quale la merce è colà venduta (anche a motivo dei cambi) ma altresì dalle facilitazioni di scarico che si traducono nella limitazione dei danni della moria assai probabile durante i periodi di attesa delle golette nei porti inquinati dalle navi del commercio.
Malgrado che tutte le precauzioni possibili siano osservate dagli armatori e dai padroni durante la conservazione nei vivai e nelle traversate, devesi affermare che non tutte le cause dannose all’esistenza dell’aragosta sono note. Forse i nostri istituti di zoologia e biologia marina avrebbero il mezzo di eseguire studi del genere sopra esemplari sani di aragoste paragonando le condizioni normali di vivaitrasporto, con quelli degli ambienti sottomarini delle zone di pesca.
A convenienti prezzi di acquisto dei motori e del combustibile, l’esperimento dell’impiego del motore ausiliario nei battelli aragostari sia del tipo napoletano e ponzese, che del tipo spagnolo, dovrebbe essere intrapreso perchè promettente di successo e risulterebbe assai pratico l’impianto di un piccolo verricello meccanico capace di salpare le masse dal fondo per moltiplicare il numero di esse, diminuire la fatica, allargare la zona marina di sfruttamento.
Il numero del personale di equipaggiamento del nuovo peschereccio non dovrebbe essere aumentato: i vivai dovrebbero essere costruiti quanto più grandi è possibile, il tonnellaggio delle barche (destinate a soggiornare in costa), dovendo queste essere tirate a terra, non dovrebbe aumentare.
La barca aragostara con motore ausiliario risulterebbe così il mezzo più economico di lavoro per il nostro pescatore, quello più progredito per lo sviluppo di un’industria che nei nostri mari e nelle nostre colonie devesi considerare di primaria importanza.
Dalle spiagge di pesca dell’aragosta ai mercati di consumo la rapidità del viaggio è un termine che influisce notevolmente sul prezzo e sullo sviluppo di questa industria peschereccia. Nei nostri mari in cui le traversate dei velieri possono essere a lungo contrastate dalle calme e dai venti contrari le golette con vivaio, munite di motore ausiliario, sono le più adatte per il trasporto della merce. Oggi sono in numero scarso, siano esse provvedute di motore oppure semplicemente a vela. La loro portata varia fra le 20, 30 ed al massimo 40 tonnellate di registro ed in massima la capacità in quintali del vivaio in estate, supera di poco il tonnellaggio di registro. A nolo completo il tonnellaggio più conveniente è il massimo compatibile con l’ordinario numero di nomini dell’equipaggio che varia fra cinque o sei ed un ragazzo, Il motore dovrebbe poter imprimere alla goletta la velocità fra le sette e le nove miglia: la velocità massima sarà preferibilmente impiegata nei viaggi di ritorno e cioè a vivaio vuoto inquantochè un efflusso troppo attivo dell’acqua nell’interno dello scafo potrebbe essere dannoso.
Con approssimazione, i limiti di massimo rendimento potranno stabilirsi presso a poco in questi termini:
Portata di registro 45 tonnellate:
Motore ad olio pesante per una velocità di 89 miglia senza le vele:
Portata massima delle aragoste in estate: 60 quintali.
Come è noto il vivaio è situato nella parte centrale ed inferiore dello scafo. E’ limitato superiormente da un ponte detto seconda coperta, fortemente collegato ai fianchi della nave sotto la linea d’immersione. In corrispondenza dei vari compartimenti in cui il vivaio è diviso, dei piccoli boccaporti collegati direttamente con altri corrispondenti nel primo ponte, permettono ognora la visita per estrarre gli animali morti (che inquinano rapidamente le acque) ed impediscono alla acque di invadere lo spazio fra il primo ed il secondo ponte.
La seconda coperta è costruita solidamente in guisa di assienrare da per sè la robustezza dello scafo richiesta negli scafi ordinari esclusivamente alla struttura della carena. I numerosi fori a sezione di quattro o cinque centimetri, fra loro assai ravvicinati, diminuiscono la resistenza della carena inquantoche essi vanno per tutta l’estensione del vivaio dal paramezzale fino all’origine della seconda coperta. A poppa e a prora il vivaio è limitato da due paratie stagne. Lo spazio vuoto fra la prima e seconda coperta assicura la riserva di stabilità necessaria alla nave a vivaio pieno di acqua.
Per estrarre le aragoste dai vivai è necessario otturare tutti i buchi della carena. Occorre perciò che nei porti di scarico sia a disposizione della goletta un palombaro; questa necessità limita la autonomia del veliero, Forse la chiusura di tutte le aperture con l’esterno dello scafo potrebbe anche ottenersi applicando contro la superficie esterna della carena dei paglietti lardati ossia degli appositi teli da vela ricoperti da una grossa imbottitura di filaccie di canapa che dovrebbero aderire fortemente alle forme della scafo per l’affluire dell’acqua allorchè questa si estrae dall’interno del vivaio.
Le golette che disponessero oltrechè dei vivai anche di una cella frigorifera in uno degli scompartimenti liberi dello scafo, potrebbero essere impiegate anche al trasporto del pesce fresco specie nei viaggi in cui il carico è fatto nelle zone marine ricche di prodotto.
Per far convergere spontaneamente alla costa italiana buona parte del prodotto attualmente esportato all’estero occorrerebbe l’impianto di vivai in cemento armato, nei luoghi più convenienti del litorale. I vivai potrebbero anche essere dati in affitto a commercianti oppure ad associazioni di pescatori. Non è il caso di consigliare oggi un divieto di esportazione inquantochè l’alto livello dei cambi consente un compenso assai elevato al lavoro della nostra gente, ma non devesi trascurare il problema dell’approvvigionamento del paese il quale potrebbe tradursi anche in una più intensa ricerca del prodotto qualora nuove zone marine promettenti richiamassero l’attenzione dei nostri pescatori ponzesi, napoletani, siciliani e sardi i quali si sono sempre dimostrati molto adatti al faticoso mestiere.
Infine il nostro regolamento di pesca marittima dovrebbe es sere modificato nei riguardi della pesca di questo crostaceo in Italia.
MOLLUSCHICOLTURA IN SARDEGNA
Sul finire del 1919 è stato iniziato l’impianto di una stazione di molluschicoltura nel Golfo di Terranova nella riviera settentrionale dell’ancoraggio fra Punta Ginepro e l’estrema insenatura nord (Porto Romano); zona accordata in concessione dal demanio ad una società con sede a Napoli. I vivai fino ad oggi costruiti sono tre e la coltivazione nell’ottobre scorso dopo pochi mesi dalle semine era già considerata sul luogo assai soddisfacente. Qualora la semina potesse prodursi attorno ai vivai stessi, evitando così la spedizione dal continente, il problema della mitilicoltura a Terranova sarebbe felicemente riuscito.
E’ necessario però osservare che nel breve tempo trascorso dall’impianto i risultati si dimostrano, come si è detto, così promettenti da far ritenere sicuro il successo. Si vede così sorgere nel Golfo di Terranova una industria peschereccia di importanza non trascurabile inquantochè l’ampiezza dello specchio d’acqua favorevole alla coltivazione è rilevante. Anche le coltivazioni delle ostriche, come è praticato nel Golfo della Spezia, è stata iniziata a Terranova sui pergolai stessi dei mitili e i risultati sembrano del pari incoraggianti. Le plaghe migliori del golfo sono le più occidentali inquantochè più lontane dalle foci del fiume Padrogianu che in inverno è soggetto a piene improvvise che mutano notevolmente la densità normale delle acque saline nelle località di Terranova con grave danno per i molluschi ivi coltivati, i quali corrono il pericolo letale. Forse questo timore consiglia gli interessati della società a procedere per gradi nell’esperimento. Il rappresentante della Società Siper a Sant’Antioco ha già provveduto alla semina di ostriche nei fondali adatti e nelle zone della riserva di pesca.
Quanto all’impianto di vivai di mitili nei pressi di Sant’Antioco e di Porto Botte potrebbesi consigliare soltanto un esperimento limitatissimo. Se è pur vero che questi molluschi appariscono sugli scafi che permangono qualche tempo in quelle zone devesi subito aggiungere che queste sono soggette, nei punti di fondali adatti allo sviluppo dei mitili, alle mareggiate di mezzogiorno le quali potrebbero danneggiare e perfino distruggere i vivai nei periodi di eccezionali cattivi tempi.
Questo grave inconveniente è quello che devesi avere in mente nel giudicare dell’opportunità o meno di promuovere l’industria della miticoltura sulle coste Sarde anche nelle località dove la natura limnologica del fondo lo consiglia. Se si eccettua il Golfo di Terranova, già considerato, ove la stretta apertura alla bocca impedisce la formazione di grossi marosi fin sotto la costa noi non troviamo lungo il litorale luoghi ridossati e molto adatti inquantochè essi non hanno generalmente un fondo fangoso e molle tale da intorbidire facilmente le acque del mare quando sono mosse dalle mareggiate, condizione questa favorevole allo sviluppo del mitile il quale è in tali condizioni abbondantemente circondato dagli organismi adatti alla nutrizione.
Le numerose insenature dell’estuario di Maddalena potrebbero forse essere considerate per lo sviluppo delle mitilicolture: golfo Palma, cala Bragaglia nella costa di ponente di Caprera, il golfo di Arsachena, golfo Pollo e infine l’ampio e sicuro golfo di Porto.
Conte potrebbero essere sede di qualche esperimento praticabile, come è noto, con piccoli mezzi: l’ispettorato generale della pesca avrebbe senza dubbio tutto l’interesse a sussidiare qualche solerte volenteroso dei luoghi per l’acquisto della semina in continente. Si vuole subito aggiungere però che nei luoghi suggeriti debbono essere considerati quali elementi sfavorevoli le acque eccessivamente limpide del mare e il fondo sabbioso. In ogni modo nell’estuario di Maddalena la prova potrebbe farsi più facilmente che altrove a mezzo dei distaccamenti militari di quella piazza marittima, e i suggerimenti che possono provenire da un risultato favorevole sarebbero di per sè stessi di tale importanza da incoraggiare le prove iniziali, ancorchè esse si presentassero di incerta, riuscita.
CONCLUSIONI
Le condizioni in cui si svolge la pesca marittima attorno all’isola di Sardegna possono così riassumersi:
Nel litorale dell’Ogliastra, con Arbatax come porto di base, nessun pescatore di mestiere in alcuna stagione dell’annata, nessuno a mezzogiorno di Capo Sferra Cavallo ne da Porto Corallo all’isola di Serpentara; il golfo di Orosei è raramente frequentato da qualche barca di Maddalena e di Golfo Aranci durante la buona stagione.
La costiera meridionale Sarda ha Cagliari quale porto di base, Come abbiamo estesamente dimostrato, quivi la pesca è limitata, con poveri mestieri, alla zona settentrionale del golfo mediante piccolissime barche; le regioni di Capo Carbonara e di Teulada, particolar mente piscatoria, non sono da alcuno sistematicamente sfruttate. Sul mercato di Cagliari affluisce perciò assai scarso il prodotto, i prezzi si mantengono elevati perchè la richiesta della popolazione supera di gran lunga il rifornimento.
Nella regione marina che da Golfo Palmas va ad Oristano, e comprende Carloforte, l’industria si riduce in massima parte alla pesca nelle tonnare ed a quella dell’aragosta. Quest’ultima, come i è esposto, ha indirizzato tutti pescatori Carlofortini allo sfruttamento del fondo marino nei punti assai prossimi alla spiaggia, talchè l’esercizio in mar largo, quale lo impongono i palangresi e gli ingegni dei corallini, va man mano scemando.
Anche sulle coste dell’Algherese da Oristano all’Asinara, la pesca tradizionale dell’aragosta è in diminuzione; e, non si prevede come possano migliorare d’un tratto le condizioni di quei pescatori che mancano di spirito di associazione e non dispongono dei capitali sufficienti per emanciparsi dai commercianti, specialmente da quelli stranieri che hanno molta pratica del mercato internazionale.
Il Golfo dell’ Asinara, che ha base a Porto Torres, è privo di ancoraggi e di ridossi, talchè i risultati, che potrebbero essere colà abbondanti in tutte le stagioni e specialmente nell’inverno, si limitano al rendimento della zona marina prossima alla spiaggia di Porto Torres, specialmente per opera delle paranze.
A Castelsardo, a Punta delle Vignole, si radunano battelli da pesca di ordinarie dimensioni per stendere tremagli e palangresi in prossimità della costa.
Infine, le bocche di Bonifacio da Capo Testa verso levante, l’estuario della Maddalena, il tratto nord orientale dell’Isola fino a Capo Comino, sono, a confronto delle altre regioni, meno produttive ai fini della pesca, benchè il concorso dei pescatori sia ivi notevole. La diminuzione dipende dalla maggiore intensità di lavoro da parecchi anni ad oggi e dagli effetti della dinamite.
Riassumendo: Lungo tutte le coste Sarde la pesca non è esercitata con criterio razionale per quanto le condizioni ittiologiche siano colà migliori che in altre località delle marine tirrene, Scarsa è l’affluenza. del pescatore dal continente come è limitato il numero dei Sardi che si dedicano alla pesca ovunque le barche poco si allontanano dalle coste e non intraprendono prolungate crociere, per ragioni idrografiche e meteorologiche.
Gli aragostari soltanto, suddivisi lungo il litorale, ove occupano i porti e le calanche prossime ai bassi fondi rocciosi, possono considerarsi come gli elementi sparsi di una industria spontaneamente organizzata dai commercianti che raccolgono, durante un’intera campagna, a mezzo delle golettevivaio, i prodotti della pesca del tanto ricercato crostaceo, il quale costituisce in Sardegna la ricca pesca per eccellenza. Questa industria dell’aragosta è fiorente per il fatto che le golette vivaio risolvono felicemente il problema della conservazione e del trasporto nei centri del consumo.
Non del pari può dirsi per altri importanti rami dell’industria peschereccia e segnatamente per quelli basati sulla refrigerazione a mezzo di impianti appropriati i quali sopraelevano le spese di esercizio delle aziende e richiedono l’impiego di capitali ingenti. Essi impianti per contro consentono di poter regolare l’afflusso dei prodotti sui mercati e di ovviare alla irregolarità dei trasporti senza che i prodotti stessi deperiscano: richiedono inoltre che provenga dal mare ognora la produzione che attiva il commercio, e, per tale necessità, mantengono attiva l’opera del pescatore, primo agente di lavoro, allettato dalla maggiore retribuzione, che e gli può richiedere, e, che l’impianto frigorifero consente. Per tal motivo gli impianti stessi hanno effetto di mantenere entro limiti sicuri la remunerazione dei pescatori, i quali, non badano ai disagi delle campagne sulle coste inospitali, si dedicano al loro faticoso lavoro con applicazione continua. L’industria dipendendo anche qui, come ovunque, dal suo primo fattore e cioè dal pescatore, non potrà mai svilupparsi se non col mezzo degli apparecchi frigoriferi, che è quanto dire di società di pesca a capitali piuttosto ingenti le quali, oltrechè possedere una buona organizzazione di smercio sui mercati e di sussidiare con mezzi e con buoni contratti i pescatori avventizi lungo i vari punti della costa, possiedano altresì mezzi di pesca propri, per emanciparsi ove occorra dal pescatore avventizio esercitando in tal caso funzioni moderatrici sulle richieste di quest’ultimo.
Citeremo, per trattare della principale, le attuali condizioni di sviluppo della Società S.I.P.E.R. (Società Italiana Pesca e Refrigeranti) altre volte ricordata la quale nello svolgimento graduale del suo programma ha seguito, a noi sembra, la via indicata da condizioni di prospera fortuna.
Con piccoli impianti costieri nelle varie regioni dell’Isola, la Siper provvede a raccogliere il prodotto dalle zone marine più facili oggi allo sfruttamento, e, con un impianto maggiore situato a Golfo Aranci ed un altro (atto anch’esso alla congelazione) a Civitavecchia, procede alla conservazione ed allo smistamento del prodotto per la regione settentrionale dell’Isola e per le principali città del continente.
In particolare: A Sant’Antioco, la Società ha già in funzione un impianto frigorifero Audriffren-Singrün N. 4 sufficiente per produrre giornalmente 4 quintali di ghiaccio; ha mezzo di trasportare nei paesi finitimi fino a Iglesias, mediante un camion frigorifero, il prodotto del ricavato delle peschiere e della riserva di sua proprietà (della quale si è fatto cenno a suo tempo) nonchè quello della pesca marittima che può esercitare a mezzo di tre barche (tipo Carlofortino di maggiore tonnellaggio) attrezzate per la pesca con palangresi e con menaidi.
Ad Oristano, ad Alghero, dispone di suoi rappresentanti per raccogliere i prodotti locali specialmente provenienti dalle peschiere che ottiene in seguito a contratti stabiliti, ed ha locali propri.
A Porto Torres, un piccolo frigorifero tipi Audiffren-Singrün N. 3 (tre quintali di ghiaccio giornalieri) per conservare i prodotti dello Stagno di Pilo nonchè quelli della pesca marittima di Porto Torres e di Castel Sardo ove, in quest’ultima spiaggia, ventiquattro barche peschereccie hanno con la Siper contratto di continuo rifornimento.
Alla Maddalena un progetto definito ed approvato dall’Autorità marittima, di imminente costruzione, stabilisce un impianto di 20.000 frigorie con quattro celle, con 20 quintali di produzione giornaliera. Con sede nell’estuario pescano in quella regione barche di proprietà della Societa.
Golfo Aranci è sede dell’impianto maggiore: 50.000 frigorie, un compressore Freündlich (30 quintali giornalieri). Una cella di congelazione, otto celle di conservazione. Lo stabilimento comprenderà uno scalo d’alaggio per la riparazione e manutenzione delle barche; una tettoia chiusa per la confezione del pesce; un officina di attrezzi in genere, con falegname e segheria per approntare gli imballaggi.
Pescano nella zona nord ovest dell’Isola con sede a Golfo Aranci alcune barche di proprietà della Società.
A Civitavecchia, per provvedere regolarmente i mercati con spedizione immediata alla richiesta (emancipando così la merce dagli eventuali ritardi o dalle interruzioni del viaggio marittimo) altro impianto frigorifero: 10.000 frigorie, una cella di congelazione, tre di refrigerazione, alcuni vivai per la conservazione dei crostacei.
La società, conte si è detto altrove, ha costruito a sue spese sin dalla fondazione cassoni frigoriferi sui piroscafi della linea di Stato. I dati su riferiti ho richiesto alla cortesia della Direzione della Siper, perché essi dimostrano schematicamente come siano stati impiantati con graduale sviluppo dalla predetta Società i centri di smistamento lungo la costa e di distribuzione per l’esportazione, prima ancora di pensare alla pesca con gestione diretta, nonchè al trasporto della merce con mezzi marittimi dall’isola al continente.
Riferendoci alla precedente affermazione che in Sardegna la pesca marittima è ben lontana dall’essere sfruttata razionalmente, osserviamo che gli impianti del genere di quelli citati, se appaiono più che sufficienti alla produzione attuale (pur considerando che numerose altre minori sorietà spediscono direttamente il prodotto nell’interno dell’isola ed in continente) non lo sarebbero se al più razionale sfruttamento si addivenisse traendo dalle zone sublitoranee il rendimento che esse passono dare in modo continuo, costante.
Questo rendimento dovrebbe, secondo le nostre osservazioni, ricavarsi colla pesca dei palangresi dalla costa fino alle regioni profonde.
Sui bassofondi rocciosi e sabbiosi e, (più raramente) fangosi del dominio costiero, che dalla prossimità delle coste si estendono fino ai liwiti di 150200 metri, si hanno con abbondanza i pesci bentonici e planctonici di tutte le specie dei nostri mari, dalle regioni litorali (fino a 70 metri) alle sublitorali (da 70 metri a 150 e 200 metri). Specialmente in località rocciose e sabbiose si catturano, a mezzo dei palangresi, i dentici e i pagri di notevoli dimensioni (adulti). Quest’ultima specie che è una delle più belle del Mediterraneo (costa Africana Settentrionale, costa Sarda) offre al pescatore degli esemplari che si incontrano raramente sulle coste continentali e, nello stesso litorale Sardo, gli individui adulti, si incontrano in quei settori meno frequentati dal pescatore, oppure dove i palangresi scendono raramente. La pesca nella regione profonda si presta con buon rendimento specialmente dai 300 ed i 600 metri. Non può essere fatta che impiegando palangresi di alto fondo, specialmente costruiti dai pescatori napoletani e ponzesi, ed essi ordegni potranno fors’anche migliorarsi per meglio vincere le asperità dei frastagliamenti sottomarini rinforzando il trave ed affondando le coffe in modo da mantenerle fra loro disgiunte, disponendo cioè di maggior numero di calome per saerificare il minor numero di mestieri, nel disgraziato caso di non poterli portare a riva.
L’aumento delle calome importa l’aumento del materiale e sopratutto del lavoro, di per sè assai faticoso, richiesto dall’alto fondale; è perciò che il salpamento delle calome dovrebbe essere fatto con mezzi meccanici riservando soltanto al trave il salpamento a mano per assecondare abilmente i movimenti di qualche grosso pesce incocciato all’amo, che si dibatta per liberarsi. Nei punti in cui i rilievi batometrici manifestassero la presenza di fosse od avvallamenti profondi e rocciosi, converrebbe affondare pochi ami sul fondo, o di poco sospesi, con filaccioni assai resistenti e di speciale fattura, La topografia fra i 300 ed i 600 metri dovrà perciò essere studiata zona per zona, e, specialmente laddove le differenze di livello si manifestano improvvise e frequenti. Le cernie, (Polyprion Cernium), i gronchi di grosse dimensioni costituiranno il 1520% di ciascuna pesca; il resto comprenderà grosse razze, cacavuogli (Centrophorus granulosus), capopiatti (Hezanchus griseus).
Come si è altrove osservato la pesca alle cernie potrebbe forse praticarsi innescando gli ami con piccoli squalini ed anche con ali di razze recise all’istante, mantenendo allo scopo qualcuno di questi animali allo stato di cattività. In massima però, per gli ami di questi palangresi babibentonici, occorre esca più adatta, come zeroli, menelle, vuope; è necessario perciò che i battelli palangresari non siano disgiunti da altri battelli di pescatori di spiaggia allorchè la stazione 78 di pesca non possa ricevere, attraverso facili vie di comunicazione, (a preferenza terrestri) l’esca fresca proveniente dalle località ove la cattura delle predette specie avviene in modo costante notevole.
E è forse qui opportuno citare i dati ricavati delle diverse esperienze di Capo Carbonara nella pesca coi palangresi durante le prove della Squadriglia nel mese di settembre 1920. A questi dati si accenna per dare un indirizzo a coloro che avessero interesse di calcolare con approssimazione limiti di rendimento; non debbono essi considerarsi costanti, ma soltanto il risultato di medie desunte da osservazioni precise, in un periodo ristretto di giornate di prova nella stagione considerata.
Riferendoci sempre alla pesca predetta dieci coffe di ami di 4060 ami per coffa, hanno pescato con un battello armato da quattro uomini, dal mattino alle 10h fino al pomeriggio alle 16″, settantadue chilogrammi di pesce dei quali ventidue di prima categoria (pagri, dentici, cernie) e gli altri comprendenti palombo e bestino (razze, gattucci, spinarole). Sulla base dei prezzi del settembre a Cagliari (otto lire al chilogrammo per la migliore partita e 2 lire in media per l’altra) detraendo le spese dell’esca acquistata a Cagliari, si ricaverebbero circa 240 lire per ogni battello in una giornata di lavoro per la retribuzione del personale e tutte le altre spese dell’azienda. non escluso il trasporto del prodotto al centro di esportazione e di consumo.
Sui mercati del continente la vendita ai maggiori commercianti, che a loro volta distribuiscono la merce al consumatore (frequentemente attraverso ad un’altra serie di minori esercenti) i prezzi. per la prima qualità, si sarebbero aggirati attorno alle dodici lire al chilogrammo e ad una media di lire quattro per il palombo ed il bestino; e perciò il prodotto della pesca all’azienda avrebbe fruttato lire 440 (detratte le spese per l’esca), prossime al doppio di quanto non offriva il mercato di Cagliari.
Le giornate lavorative a Capo Carbonara (vedi tab, a pag. 41), per Fortezza vecchia e Porto Giunco riunite, superano, nella buona stagione la quindicina in un mese; e perciò, anche attenendosi al limite minimo di 15 giorni, il rendimento per un battello di pescatori sarebbe sufficente anche se il prodotto fosse smerciato a Cagliari, sempre disponendo beninteso di appropriati mezzi di refrigerazione e di trasporto che gravassero moderatamente sulle spese generali.
Quello che interessa affermare si è che dodici battelli da pesca, di tali dimensioni da potersi mettere prontamente a terra, catturerebbero in una giornata di lavoro una tonnellata di pesce e, che la città di Cagliari, qualora disponesse di una organizzazione adatta, in effetti assai semplice, potrebbe essere fornita, come si è detto, da almeno due stazioni distaccate lungo il suo litorale.
I dati che si indicano non comprendono tutte le altre partite di pesce che potrebbero raccogliersi nella zona considerata, sia nel l’esercizio delle paranze a motore, sia nella pesca di passo, sia con le nasse, per numerosi mesi dell’annata. I risultati perciò debbono in ogni caso essere considerati di gran lunga superiori alle misere prede dei piccoli battelli Cagliaritani che, per una infinità di cause, si limitano a speculare sugli sfruttati bassifondi in prospicienza del porto.
Le notevoli percentuali di squali: Scyllium stellaris (gattucci), Pristiurus, Mustelus (palombi), Centrophorus granulosus (cacavuoglio) e di batoidei (raje) di varie forme e dimensioni, influiscono sugli introiti di un’azienda peschereccia; e perciò, per ricavare un rendimento remunerativo, occorre seguire bene organizzati sistemi di smercio.
Fino ad oggi il bestino non è stato presentato al consumatore in guisa da renderlo meglio accetto e in modo da assicurare moderati guadagni. E’ probabile che sia possibile risolvere il problema di una buona conservazione in scatolaggi, con preparazione sul luogo stesso di pesca, e che in tal modo le migliori condizioni economiche che si ricercano abbiano a verificarsi. Nel periodo anteguerra la concorrenza di specie più ricercate all’estero, impediva qualsiasi tentativo che poteva avere esito incerto: in oggi le condizioni sono mutate, nè possiamo dire per quanto tempo si manterranno tali: ciò non pertanto sarebbe parimenti interessante esperimentare fino a qual punto la preparazione potrebbe assecondare il gusto del pubblico che deve limitarsi nella spesa. Quanto all’invio di queste specie di pesci in continente allo stato di congelazione, si ritiene che esso per molto tempo ancora si effettuerà entro limiti di convenienza; e perciò il lavoro del pescatore nelle località in costa, in comunicazione coi centri di consumo, potrà sempre prodursi in condizioni di assicurato guadagno: e, laddove le specie bentoniche di migliore qualità si pescano in percentuale più elevata di quella anzidetta. il guadagno del pescatore sarà assicurato a maggior ragione.
Dal fegato del Centrophorus granulosus si ricaverà, mediante bollitura, il 20% circa di olio, sul peso dell’intera pesca di questa specie: se bene scuoiato la pelle potrà essere conciata con risultati pratici considerevoli.
In quanto alla pesca di passo ben poco può dirsi perchè la crociera della squadriglia avvenne nella stagione avanzata. Bisogna riferirsi perciò alle informazioni assunte localmente che trattano soltanto di limiti strettamente costieri ed i cui dati, che riguardano le palamite, i tonni, gli sgombri, sono generalmente noti.
La presenza del pesce spada riconosciuta dalla squadriglia nello Stretto di Bonifacio lascia pensare che anche questa pesca nella stagione del passo incontri fortuna.
In sostanza è lecito affermare che nessun tentativo è stato mai fatto sulle coste sarde per verificare, con appositi mestieri, se degli stuoli di scombridi si presentino in massa compatta in zone determinate nei periodi regolari della stagione più indicata.
Riferendoci ora ai sistemi di pesca in uso per lo sfruttamento delle coste sarde, osserveremo che oltre dei palangresi già citati debbonsi considerare le reti a strascico delle paranze la cui funzione si è ora limitata ad un metodico rastrellamento di zone limitatissime sempre in prossimità della costa nel golfo di Porto Torres, nelle vicinanze di Terranova, e, in minore misura, nella prossimità di Cagliari. La paranza a motore con rete a strascico ampia, trainata da una forza di rimorchio sufficiente, con pescherecci adatti a crociere di qualche giorno di durata (ma sempre di tonnellaggio limitato) dovrebbe tentarsi a mezzo di motori economici e pratici (¹).
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