Santo Stefano, Spargi, Budelli, Santa Maria, Razzoli
Le isole dell’arcipelago de La Maddalena
di Pasquale Cugia
1892
SANTO STEFANO
Tra la Maddalena e Capo dell’Orso, a occidente di Caprera, sorge un isolotto, granitico come tutti gli altri, con un perimetro di circa sei miglia marine; prende il nome di Santo Stefano. Fino a non molto tempo fa era di proprietà privata ed era abitato da una famiglia che vi allevava capre e pecore e coltivava un po’ di frumento e altri cereali. Vi esistevano due forti, ormai in parte diroccati; attualmente devono esserne stati costruiti altri, poiché anche quest’isola è compresa nel sistema delle fortificazioni della Maddalena. Si tratta ora anche di erigervi un faro.
Napoleone Bonaparte
Santo Stefano fu occupata dai Francesi nel 1793, quando si tentò l’invasione della Maddalena; per questo motivo è celebre, poiché tra le truppe sbarcate vi si trovava un giovane ufficiale che in seguito avrebbe fatto molto parlare di sé.
Riassumo il fatto nel modo più breve possibile. Quando la Repubblica francese inviò la flotta contro Cagliari (si veda il sunto storico, pag. 48), predispose anche un attacco nella parte settentrionale della Sardegna, affidandone l’esecuzione al generale Colonna Cesari, comandante in seconda della Guardia Nazionale di Corsica. La truppa era composta in gran parte da volontari corsi, comandati dal giovane Bonaparte, capitano d’artiglieria e tenente colonnello dei volontari del Liamone; in totale circa 800 uomini.
La colonna d’attacco partì da Bonifacio il 20 febbraio, sotto il comando del tenente di fregata Goyetche; era composta da 17 piccoli legni (La Marmora parla di 22 vele latine), scortati dalla corvetta La Fauvette. A causa della bonaccia, però, non poterono approdare se non dopo due giorni all’isola degli Sparagi.
La Maddalena era già stata posta in stato di difesa: il governo vi aveva fatto affluire numerosi miliziani galluresi che, insieme a quelli del paese e alla piccola guarnigione, formavano circa 500 uomini validi. Vi si trovavano inoltre due mezze galere sarde e alcune gondole o galeotte. Le navi e le truppe di mare erano sotto gli ordini dell’abile ufficiale di marina De Constantin; le truppe di terra obbedivano a Riccio, comandante della Maddalena. Sulle coste dell’isola madre erano schierate diverse squadre di miliziani sardi, comandate da Giacomo Manca Tiesi.
Il giorno 22, dopo aver gettato l’ancora nel canale che divide la Maddalena da Santo Stefano e dopo un primo scambio di fuoco, con lievi danni reciproci, tra le batterie dell’isola e la corvetta francese, i nemici riuscirono a sbarcare a Santo Stefano. Il loro intento era quello di colpire più efficacemente da lì l’isola principale. Napoleone collocò sull’isolotto l’unico mortaio di cui disponeva e trascorse tutta la notte a costruire la batteria, piazzare i cannoni e prendere tutte le disposizioni per l’attacco.
I Sardi danneggiarono la corvetta con palle infuocate lanciate dal forte Balbiano e dalla batteria improvvisata alla Teggia; il giorno 23 essa ebbe un morto, un ferito e gravi avarie, tanto che cambiò posizione. A sua volta riuscì a ridurre al silenzio una piccola torre difesa da un pugno di soldati sardi, ma non riuscì a sottrarsi completamente al fuoco che le veniva diretto, soprattutto dalle coste dell’isola madre; per questo motivo levò di nuovo l’ancora e andò a ripararsi in un luogo più protetto dalle rocce. Nel frattempo Napoleone lanciava sul borgo il maggior numero possibile di palle e bombe, puntando egli stesso i cannoni e in particolare il suo mortaio prediletto.
Il giorno successivo, 24, fin dal primo mattino, si continuarono a lanciare palle infuocate, da una batteria improvvisata di tre cannoni al Paras, contro la corvetta, che, danneggiata, cambiò ancora posizione. Tuttavia rimaneva esposta al tiro nemico e correva il pericolo di essere incendiata; perciò il comandante, ricevuti gli ordini da Cesari, si ritirò dal combattimento verso un punto di Caprera, non senza essere molestato dalle galere sarde ancorate tra quegli scogli.
Il giorno seguente, 25, fu giornata di grande combattimento. Bonaparte stesso lanciò sessanta bombe, che colpirono tutte il punto preso di mira. La prima cadde sul tetto della chiesa e penetrò fino ai piedi dell’altare, senza però esplodere, essendo vuota, forse perché lanciata solo per spaventare, ma più probabilmente per provare il tiro. La seconda colpì l’angolo occidentale della chiesa e, esplodendo, ferì al volto Simone Ornano. Le altre esplosero quasi tutte, causando danni non lievi.
I Sardi continuarono nella difesa, infliggendo gravi danni agli aggressori; tanto che gli equipaggi della flottiglia francese, nello stesso giorno 25, si ammutinarono e pretesero di ritornare in Corsica, abbandonando i compagni rimasti a Santo Stefano. Cesari riuscì a fatica a sedarli e ordinò allora alla corvetta di avvicinarsi all’isola e imbarcare la truppa. A contribuire maggiormente a questa precipitosa ritirata fu il fatto che i legni sardi si stavano dirigendo verso quel punto con quattrocento uomini scelti; non essendovi tempo da perdere, il nemico abbandonò in fretta la posizione, lasciandovi il mortaio, quattro cannoni, molte munizioni e quattordici prigionieri. I fuggitivi furono molestati da Millelire con la sua scialuppa.
Bonaparte si oppose energicamente alla partenza, fiducioso nella potenza della propria artiglieria e nella sicurezza del suo colpo d’occhio; tuttavia non poté fare altro che sottomettersi al superiore. Fece nondimeno alcune osservazioni al generale, che lo ascoltava con freddezza. Bonaparte allora, rivolgendosi ad alcuni ufficiali, disse pacatamente: «Non mi capisce». Cesari, che udì queste parole, lo rimproverò severamente; il giovane capitano tacque e tornò al suo posto. Tutto ciò fu in seguito raccontato dallo stesso Cesari.
Bombe autentiche
Valery afferma che la bomba caduta nella chiesa senza esplodere fu acquistata nel 1852 per 32 scudi dall’inglese Graig e successivamente spedita in Scozia; ciò non è esatto. La verità è che nel 1860 la bomba era ancora in possesso di Graig, divenuto console inglese a Cagliari, e che in quell’anno egli si proponeva di farne dono all’imperatore Napoleone III, come effettivamente avvenne.
L’autenticità di tale bomba è garantita da La Marmora; egli considera autentiche anche:
- quella che fino a tempi recenti era collocata sopra una piramide con iscrizione nel molo della Maddalena e che ora è conservata nell’ufficio comunale, come già detto: cadde pressappoco nello stesso punto della piramide senza esplodere e fu raccolta da Susini, padre di colui che nel 1858 forniva notizie al venerando senatore;
- un frammento conservato dagli eredi Millelire, appartenente a una bomba che colpì il tetto della casa del comandante loro avo ed esplose frantumandosi in vari pezzi.
Mortaio
Valery racconta che ad Alghero si trovi il mortaio di bronzo con il quale si riteneva che Bonaparte avesse bombardato la Maddalena; La Marmora però afferma di aver verificato personalmente, in qualità di comandante generale dell’isola e con l’intento di conservarlo alla storia, che esso non è autentico. Il mortaio che si trovava ad Alghero, fuso a Strasburgo il 10 giugno 1786, sebbene della stessa provenienza, non fu portato dalla Maddalena, ma dal forte Vittorio di Carloforte, dove fu abbandonato dai Francesi nello stesso anno 1793.
Ciò risulta dall’inventario, conservato nell’Archivio di Cagliari, redatto a suo tempo, dei numerosi pezzi di artiglieria lasciati nelle isole di San Pietro e di Sant’Antioco in mano ai Sardi e agli Spagnoli. Questo mortaio deve essere stato rifuso a Torino dopo il 1860.
Quadrante
Nella batteria di Santo Stefano, che Bonaparte dovette lasciare contro la propria volontà, fu trovato il quadrante graduato in legno di cui egli si serviva per puntare il mortaio. Fu raccolto dall’ufficiale di marina Ornano, comandante dei legni che trasportarono a Santo Stefano la truppa sbarcata mentre i Francesi fuggivano lasciando quattordici prigionieri, come già detto. Ornano, divenuto poi ammiraglio, conservò questo trofeo per tutta la vita e alla sua morte lo lasciò in eredità al genero, il viceammiraglio conte Albini. Questi lo depositò nella sala dei modelli dell’Arsenale di Marina di Genova e nel 1859, quando scriveva La Marmora, esso portava il numero 221.
Singolare destino quello di questi scogli della Sardegna, un tempo remota e trascurata, divenuti famosi a causa di due dei più grandi uomini che siano mai esistiti, e singolari i confronti che essi stessi offrono.
Entrambi italiani, eppure i loro paesi natali non siedono al banchetto nazionale.
Il primo iniziò qui con una sconfitta quella serie di guerre epiche che in breve gli permise di dettare legge a tutta l’Europa e di conquistare premi che sarebbe stato follia sperare, per poi, temuto prigioniero, finire tristemente i suoi giorni su un altro scoglio sperduto nell’immensità dell’oceano.
L’altro, esempio insieme di somma audacia e di immensa bontà, inizia la sua vita avventurosa con una condanna a morte; sparge il proprio sangue nei due emisferi tentando imprese rischiose; conquista province e abbatte troni con l’unico fine dell’unità della patria e della libertà; e quando questi ideali sono raggiunti, rifiuta onori e grandezze ritirandosi nella sua isola solitaria.
Qui, come un nuovo Cincinnato, si dedica alla coltivazione dei suoi campicelli e vive quasi di carità, sempre circondato dall’affetto riverente dei suoi, dalla devota riconoscenza nazionale e dall’ammirazione del mondo intero. Giunta l’ora suprema, diviene oggetto di una sublime e degna apoteosi: la natura stessa sembra commuoversi; lo scoglio che lo accolse vivo diventa sacro tesoro; e sulla tomba che racchiude le venerate ceneri, non solo il popolo, ma anche principi e sovrani spargono lacrime e fiori.
GLI SPARAGI (SPARGI)
Di grandezza pressoché uguale a quella di Santo Stefano, quest’isola si trova a occidente de La Maddalena e dista da essa circa un miglio marino. Le coste sono in alcuni punti di accesso piuttosto difficile, a causa degli scogli e dei bassifondi; nell’interno vi è una sorgente di acqua eccellente.
È abitata da una famiglia di pastori che ne è proprietaria, la coltiva e vi alleva bestiame; vi cresce la ferula, pianta micidiale per gli animali che la mangiano; l’isola è inoltre ricca di pernici e di beccacce.
Nelle vicinanze si trova un altro isolotto denominato Sparagiotto (Spargiotto), che è il più grande tra tutti gli scogli della zona.
I BUDELLI
A nord-ovest della Maddalena, alla distanza di circa sei miglia dalla stessa, si trova un altro gruppo di tre isolette, anticamente denominate Cuniculariae, con altri isolotti tutt’intorno; di questi ultimi, quelli che hanno un nome sono La Presa, a nord, e I Berrettini, a est. In quest’area cresce l’agaccio, ossia il ginepro fenicio, che può essere allevato ad alto fusto.
I Budelli è il nome dell’isola che si trova più a sud; granitica come tutte le altre, offre un pascolo povero, sfruttato dalle pecore di qualche pastore maddalenino che vi abita.
SANTA MARIA
È la seconda isola del gruppo, a nord-est della precedente; è poco montuosa. In parte è coltivata e vi prospera la vite; vi è inoltre bestiame che sfrutta i pascoli esistenti, e un laghetto ricco di pesci e di uccelli acquatici, per cui l’isola si presta sia alla pesca sia alla caccia.
Appartiene a un proprietario della Maddalena, che vi possiede una casa ampia e confortevole. Attualmente vi si deve erigere un piccolo faro.
RAZZOLI
La terza delle isole di questo gruppo minore è notevole per le singolari forme che assume il granito in decomposizione. Razzoli, più rocciosa delle altre, è abitata dal custode del faro e dalla sua famiglia.
Il faro, di secondo ordine, si trova su una roccia all’estrema punta nord dell’isolotto; il suo piano focale è a
L’apparato è lenticolare, a luce bianca fissa, con raggio rosso rivolto verso la rocca dei Lavezzi; la portata della luce è di
Questo faro, con il quale termina la descrizione delle coste della Sardegna, oltre a collegarsi con gli altri fari esistenti sull’isola, comunica con quello già menzionato dei Lavezzi, isolotto distante circa tre miglia ma appartenente alla Corsica, nonché con quello di Capo Pertusato, nella stessa isola. In tal modo rimane ampiamente illuminato il pericoloso passaggio delle Bocche di Bonifacio, il cui punto più stretto è quello che separa Razzoli dai Lavezzi.
Questo ultimo nome richiama il naufragio avvenuto il 15 febbraio 1855 alla fregata francese La Sémillante, comandata dal capitano Juyan. La nave, carica di truppe e munizioni e diretta in Crimea, attraversava lo stretto quando fu sorpresa da una violenta tempesta e venne scaraventata contro gli scogli, mentre l’isola dei Lavezzi era completamente sommersa dalle onde furiose. Tutto andò perduto, uomini e nave; oggi diverse croci, erette dai marinai francesi in memoria dei compagni, indicano il luogo di quella terribile catastrofe.