ARDARA
(Archeologia – Arte – Artisti – Folklore e storia)
Escursioni Turistiche in Sardegna
Sassari, Tip. Moderna, 1956
di Giovanni Battista De Melas →
Ardara.
Scendo dal treno delle Ferrovie dello Stato, nella stazione di Ardara, ed esco frettoloso dal cancello, per raggiungere, a piedi, il minuscolo e celebrato paese, piazzaforte a riposo, che dista Km. 1,8.
Durante tutta la giornata, sfilano davanti all’umile e solitaria stazione, ben 27 locomotive, compresi littorine e treni: accelerati, diretti, merci, misti e viaggiatori.
Usciti dal cancello si ha l’impressione di trovarsi in una perfetta solitudine. Per un po’ il turista è tentato di rimanere in mezzo ai campi solatii ed ubertosi: quadro morbido di colori, arcadico e sereno, sotto lo intenso azzurro della volta celeste.
Attorno appare qualche casa campestre, il villino Campus, un ponte in muratura, a una luce, il fianco scosceso di un piccolo promontorio, alcune casette che guardano dall’alto in basso con curiosità morbosa, ma nulla che indichi l’approssimarsi di un centro abitato si pieno d’arte e di storia.
Il tratto di strada, battuta e frequentata, che, a svolte, conduce al paese, non è ancora asfaltata, però ultimamente ha subito dei salutari ritocchi e non presenta più pericoli al transito dei veicoli a trazione animale o meccanica.
La bonifica non da molto praticata lungo il fiume Angiones ha dissodata e risanata con l’aratro fecondatore l’ampia plaga.
L’antico acquitrino si è trasformato in un fiorente distesa di campicelli fertili e fecondi.
Dove stagnavano pozze, dove la febbre si sposava al languore e al fetore della piccola palude, maturano ora prodotti che servono di nutrimento al bestiame: maturano le bietole, cresce rigogliosa l’erba medica e il sorgo, svettano le melighe ed anche inturgidiscono i poponi; dove poi albergava sovrana la malaria, sotto un immutabile sinfonia di zanzare, torna a fiorir la vita l’agiatezza, la felicità.
Salgo verso Ardara con vero diletto. Cammino col cuore in sussulto. Via via il panorama allargasi a vista d’occhio verso l’orizzonte lontano. Le creste dei monti che sembrano giganti confinari posti a guardia di queste terre predilette da Dio, sfumano lievi sul cielo opalino.
Sono le prime ore del meriggio.
Una fiumana di luce inonda la valle, vestita a festa, ammantata di un tappeto verde come lavorato a trapunto. Sale dalla terra opima l’odore dell’erba ed il profumo del mentastro e la fragranza naturale dei fiori rosso-pallido del trifoglio pratense.
Quelle ore rapiscono di dolcezza. È primavera.
Tutto è immobile e sospeso: il vento tace, gli uccelli sospendono i loro trilli, gli alberi le loro vibrazioni. Non spira un alito di vento, il palpito della vita cosmica sembra essersi arrestato. Il silenzio che rende ancora più statica questa magica immobilità delle cose, vien, d’improvviso, rotto da un canto patetico e soave: canto angelico di un’anima tranquilla.
Es che lughe chi’essit de Oriente,
Passat in s’orizzonte bella e pura;
Toccat su mare, e non s’infundet niente,
Toccat su monte, e non si parat dura;
Passat in fogu et nie, indifferente,
Non s’iffrittat, non brujat, né hat paura
Chi l’appizzighet macula nissuna
De cantas bei nd’hat sutta sa luna.
Sono versi della vena ricca e limpida di Padre Luca Cubeddu[1], scolopio, nativo di Pattada, le cui poesie sono meritatamente apprezzate e popolari. Vedo coricata sull’erba odorosa, una fanciulla alta e sottile, dal viso dolce e appassionato, che si bea, ilare in volto, sotto il sole sfavillante, delle sue melodie facili e soavi.
Il paese, di 1002 abitanti, siede su di un piccolo altopiano dominato da tutti i venti. Il centro abitato mostra le case fatte come sopra uno stesso stampo. Tipicamente sono grigie-scure, le mura sono fatte con piccoli blocchi del caratteristico granito locale e, almeno nella parte interna, sono abbaglianti del color di calce. Nella cucina luccicanti di rami certe vecchiette linde e certe giovani fiorenti apprestano le specialità del luogo.
Ardara è collegata agli altri centri con servizi regolari di autovetture. Precipitazioni prevalgono nei mesi autunnali. La neve è molto rara nelle zone basse e piuttosto rare sono le nebbie. Vi soffiano i principali venti del nord e del sud. Stante le condizioni climatiche, la vegetazione è di tipo mediterraneo; le bellezze del paesaggio e la mitezza del clima, potrebbe far sviluppare nel luogo l’industria turistica.
Gli uomini, dediti all’agricoltura e alla pastorizia, assuefatti alle più dure fatiche, si dedicano al lavoro con passione e molta cura.
La donna ha abitudini preziose di massaia, di madre di famiglia, operosa, modesta, rende lievissime al marito le cure del governo e della casa, in cui è regina.
Le cose più interessanti di Ardara sono: l’artistica parrocchia, monumento nazionale, dedicata alla Madonna del Regno, un rudere di un castello saturo di vivi ricordi del passato e alcuni monumenti preistorici.
Ad Ardara si ottiene un ristoro alle forze esauste del corpo, e il conforto che viene allo spirito dal sereno sorriso dell’arte.
Nell’Archivio Parrocchiale il primo registro di battesimi comincia dal 9-9-1706.
Il nome di Ardara deriva dalla fusione di due parole fenicie: «Ar» (città) e «dar» (rotonda).
Siccome «conveniunt rebus nomina saepe suis» convengono cioè spesso i nomi alle cose, si crede che le umili casette, formanti l’insieme dell’abitato, fossero circoscritte su di un piano circolare e da ciò si vuole derivi la denominazione di città rotonda.
Nelle antiche pergamene degli ex archivi di Arborea, venne chiamata anche Borgo: nome col quale si solevano comunemente chiamare i paesi collocati ai piedi dei castelli medioevali, o i centri rurali fortificati e anche l’aggregato di case, situato alle porte di una città, detto comunemente Sobborgo. Così Borgo esiste in provincia di Lucca, in provincia di Vercelli e sulla Valle del Brenta, e Burgos (Su Burgu) sorge nel Goceano, alle falde del promontorio sulla cui vetta ergesi, spiccato e maestoso, il rudere del castello medioevale. Anche nel codice di Sorres, del sec. XV, venne sempre chiamata: «Su Burgu de Ardar».
Il Vico[2] nella Storia Generale della Sardegna, asserisce che nel 1639, si soleva chiamare Opia, dal cognome del pretore, o capitano generale dell’esercito, magistrato supremo della giustizia, appartenente ad una nobile famiglia romana, colà inviato in missione.
Comunemente anche da molti antichi scrittori, cultori di storia sarda, si è creduto che fosse abitata fin dall’epoca degli antichi Romani. Ciò si desume dal fatto che, in età recente, i coloni di quelle contrade dissodando il terreno, vi rinvennero monete, una fra tante quella di Giulia della famiglia imperiale dei Cesari, che arricchiva il ricco medagliere dell’archeologo Giovanni Spano[3].
Ardara era l’antica e fiorente capitale del Logudoro ed in essa, ogni anno per un certo periodo di tempo, soggiornava anche il vescovo di Bisarcio (Ozieri), il quale alla sua firma era solito apporvi il titolo di: «Episcopus Ardarensis», cioè vescovo di Ardara.
Nel medioevo, col nome di Logudoro si designava la parte nord’occidentale della Sardegna organizzata da un giudicato distinto da quelli di Arborea, di Cagliari e della Gallura. Non pochi asseriscono che il nome di Logudoro deriva da «Locu de Turre», cioè da «Turris Libisonis», l’odierna Portotorres, altri invece da popolazioni dell’età romana chiamate «Luguidonenses» che possedevano il «Portus Loguidonensis» nel Mediterraneo. Dalle antiche carte il nome del giudicato appare come «Locu de Orim».
Le due interpretazioni lasciano molto a desiderare perché dubbie.
Logudoro (luogo d’oro) potrebbesi anche chiamare per la ricchezza e fertilità del territorio, in cui si parla il principale e più caratteristico dei dialetti. L’antico giudicato logudorese confinava col golfo dell’Asinara al Nord, col Mare Sardo ad Ovest, col giudicato di Arborea al Sud, e con quello della Gallura ad Est e a Nord-Ovest. Componevano il vasto territorio, le curatorie dell’Anglona, della Romania, di Fluminaria, con la Nurra, Ulumetu, Nulabros, Nurcar, Planaria, Montiverro, Marghine, Ozan, Sarule, Goceani, Caputabbas, Anela, Meilogu, Nugor. Questo territorio ha subito oggi una certa limitazione; comprende il Monteacuto, l’Ozierese il Goceano, il Marghine, con Campeda, Meilogu, la Nurra, il Montiferru e la Planargia. Spesso si dà il nome di Logudoro al territorio situato al centro della regione tra Bonorva, Buddusò, Oschiri, Ploaghe.
Nel periodo dei giudicati, e più precisamente nel secolo XII e XIII, Ardara era curatoria. Il curatore cui era deferito di garantire speciali interessi, apparteneva alle famiglie più cospicue del paese, amministrava per conto dello stato, e forse durava in carica, salvo revoca, fino alla morte del giudice che lo aveva nominato. In un primo tempo, sotto la dominazione dei regoli, il giudicato di Torres era diviso in 20 curatorie: Romangia, Anglona, Fiolinas, Meilogu, Monteacuto, Lerron, Gisarelu, Goceanu, Sarule, Othan, Costaval, Montiferru, Planargia, Cabudabbas, Nurear, Nulauro, Ulumetu, Coraso e Nurra. Alla curatoria di Gisarelu, (o Bisarcio in Ozieri) apparteneva Ardara, Ozieri, Nughedu e Pattada.
Brancaleone Doria, marito della giudichessa Eleonora d’Arborea, legislatrice e guerriera, oltre di esser signore di Alghero, di Monteleone e di Castel Genovese, di cui venne investito nel 1370, ebbe anche il feudo di Ardara. A Brancaleone successe il figlio naturale Nicolò come consta dalla capitolazione fatta tra Leonardo Cubello e Pietro Torrelles.
I Doria sebbene di origine genovese si possono chiamare Sardi. Nicolò e alcuni dei suoi antenati nacquero e vissero in Sardegna e la lingua sarda usavano negli atti pubblici, come nazionale era la causa che combattevano contro lo straniero.
Ardara venne compresa nei feudi del duca di Vallombrosa, e faceva un feudo distinto col titolo di signoria del castello di Ardara. I diritti che si esigevano erano i seguenti: Scudi sardi 6 e 30 soldi per diritto di feudo, 18 galline, uno starello cagliaritano, 8 imbuti di grano e di orzo per ogni giogo, 4 pecore figliate per ogni segno o branco dello stesso marchio, 8 scudi per ogni segno di porci, una giovenca di 2 anni per ogni segno di vacca, 2 capre e 2 capretti per ogni segno di questa specie, e dovevasi dare anche un tanto per segno appena il numero dei capi segnati giungeva a 10. Inoltre per diritto di vitello di corte si doveva dare 4 lire sarde e per diritto di vino 10 calaresi.
Ardara benché fosse un feudo separato, non aveva allora curia propria e perciò doveva ricorrere a quella di Mores, ch’era istituita dallo stesso feudatario. Eccetto i due sontuosi edifici, la chiesa e la canonica per l’autorità ecclesiastica, e il castello per il sicuro soggiorno dei regoli, tutte le altre abitazioni di Ardara erano costruite con muri di pietra grezza legata con fango senza rinzaffo.
Il condaghe[4] della fondazione della basilica di San Gavino di Torres, dell’XI secolo, dice: «Ca tantu in totta Sardigna non si acattat domo qui esseret ponte over ecclesia» (Perché allora in tutta la Sardegna non si trovava casa che fosse costruita con calce, eccetto i ponti e le chiese).
Il Della Marmora[5] scrisse che, al tempo dei giudici, Ardara, era popolata da 3.000 abitanti, in massima parte dediti all’agricoltura. Col succedersi degli anni, entrò fatalmente in un periodo di decadenza, perdette la sua autorità, il suo prestigio, e andò incontro ad uno sfacelo quasi totale.
Il Padre Napoli[6] nota che Ardara, nel 1814, era ridotta ad un piccolo villaggio. Nel «Viaggio in Sardegna» del Valery[7], tradotto per la prima volta da F. Saba nel 1943, leggesi: «Il piccolo e povero villaggio di Ardara, divenuto malsano per lo stagnarvi delle acque e per l’ammasso di immondizie, e del letame esposto all’ardore del sole, che ha una sola strada praticabile, settanta case e duecentotrenta abitanti, fu un tempo la capitale del Logudoro e residenza dei giudici». Oggi ad Ardara è scomparsa l’acqua stagnante, le immondezze, le libellule e le zanzare. Vi si gode aria buona e il numero degli abitanti e delle case, già triplicato, è in continuo aumento.
La distruzione di questa antica città, secondo lo Spano, è da attribuirsi alle diverse epidemie che infestarono la Sardegna.
Secondo gli Annali del Fara[8] e la Storia del Manno[9], si ha memoria delle seguenti pestilenze: del 1348, la stessa che devastava allora l’Italia e veniva descritta da Giovanni Boccaccio; del 1373 della quale fu vittima il celebre Mariano IV di Arborea; nel 1398, che serpeggio sino al 1403: del 1477, che tolse a Sassari più di diciottomila cittadini: del 1528-29, che introdottasi dall’Italia nella Gallura, fece orrenda strage nel castello Aragonese, in Alghero, in molte altre parti del capo settentrionale dell’isola, e specialmente in Sassari, dove perirono più di sedicimila persone: ed infine del 1652, che durò nell’isola sino al 1656. Della ultima peste di Alghero diede un esteso resoconto il medico Quinto Tiberio Angelerio con l’opuscolo, intitolato: Quinti Tiberii Angelerii ecypa pestilentis status Algheriae Sardiniae.
Il colera imperversò furioso in tutte le regioni decimando interi villaggi. Dei miseri abitanti superstiti, alcuni, esterrefatti da tante luttuose sciagure, si decidevano a cambiare dimora in cerca di migliori eventi, altri abbandonavano gli dei penati in vista di una nuova peste, altri invece, i più coraggiosi, affezionati alle terre che li vide nascere, rimanevano tra le squallide e quasi deserte pareti domestiche e continuavano la loro vita rurale nella solitudine dei campi. Le case abbandonate venivano demolite. Coi detriti di tegole e di mattoni si fabbricavano forni, con le pietre risultanti dallo sfasciume dei muri si chiudevano orti, tanchetti e vigne, mentre le tavole, il correntame, le travi e gli infissi andavano a finire sul focolare.
Contribuirono al disfacimento di molte altre fiorenti città di cui oggi rimangono solo i nomi: le guerre minute o ordinate, difensive od offensive, intestine o civili, brevi o lunghe; le gesta degli invasori che mettevano tutto a soqquadro, e le scorrerie di violenti razziatori che saccheggiavano, derubavano e spogliavano case e cittadini.
Oggi Ardara risorge a novella vita. Dimentica le pene del passato e sorride al sole come fragola a maggio. I piccoli proprietari continuano a coltivare i loro pochi ettari di terreno amorosamente, come le aiole di un giardino. Gli abitanti, attaccati alle loro tradizioni, sono poco amanti di avventure ma affezionati a quei caratteri che fanno così varia l’isola nella sua unità.
Ardara ha le sue casette, pulite e linde, generalmente a pian terreno: la piazza affettuosamente chiamata vecchia come una diletta parente carica di anni e di simpatia. Qui esistono pagine di pietre dove è scritta ad enormi crateri la storia di uno dei nostri più gloriosi comuni, e può riassumere quella di tutti e spiegarla e distenderla nelle sue innumerevoli articolazioni di pensiero politico, artistico e religioso. Il poema del genio popolare non poteva trovare palcoscenico più degno della sua religiosità che la piazza, dove si raccolgono tanti segni maestosi e sereni di una libera esistenza di popolo.
Per l’approvvigionamento idrico degli ardaresi pensano due fonti di incipiente civiltà ed il nuovo acquedotto, ancora in costruzione, che presto convoglierà in un bacino le acque abbondanti limpide e leggere delle sorgenti Regos e Su Calearu.
Ad Ardara esiste pure la casa comunale, il posto fisso o casermetta dei carabinieri, l’ufficio postale telegrafico: l’illuminazione elettrica, privata e pubblica, il telefono, due bar vasti ed accoglienti, un molino ad acqua ed uno ad energia elettrica.
Ad Ardara, sull’area fabbricabile, dove un tempo sorgeva, maestoso e truce, il vecchio castello, esiste ancora, in ottimo stato, un pozzo cilindrico, scavato nella roccia a colpi di piccozze, da una parte a punta acuta e dall’altra a filo come l’accetta, la profondità è di m. 20, ed il diametro di m. 1,20.
Il pozzo per niente murato intorno, non raccoglie vene d’acqua sorgiva. Alla costruzione, eseguita con lavoro tenace ed improbo, dagli scavatori, si dedicarono solo attenzioni strutturali senza badare ad infiltrazioni ed inquinamenti.
Gli scavatori, servitù della gleba, erano sottoposti alla giurisdizione padronale, cioè costretti alla prestazione di mano d’opera a beneficio del signore. La loro condizione comprendeva una serie di vincoli e di oneri, regolati ad arbitrio del padrone il quale aveva la podestà generale sulla persona e sulle cose del dipendente.
Negli ultimi secoli dell’Impero Romano si pensò alla formazione di un ceto di coltivatori, giuridicamente ancora dotati dello «status libertatis». I padri della chiesa ed anche le stesse costituzioni imperiali parlavano talora di una quasi servitù. L’istituto della servitù della gleba, nel suo vero contenuto economico e giuridico, nella sua caratteristica di ceto sociale a sé, fu elaborato soltanto nel medioevo. La villa, il castello e le terre adiacenti ad Ardara come altrove, formavano un centro fondiario dominante che veniva assegnato a famiglie di coltivatori. Il potere generale di sovranità spettava al signore che limitava la libertà personale del colono.
La corte padronale, o a suo arbitrio, o con contratti di colonia parziaria, oppure per consuetudine, obbligava i suoi dipendenti, anche ai lavori difficili ed improbi, di sterro e di scavo per provvedere con pozzi o condutture d’acqua all’approvvigionamento idrico del feudo e dei feudatari.
I pozzi presso i romani, all’epoca dei grandi acquedotti, ebbero poca importanza. L’approvvigionamento di acqua ai centri abitati, pratico dai tempi più antichi. L’acquedotto come opera murata sopraelevata, superava talvolta l’altezza di m. 50, è creazione romana se ne trovano testimonianze non solo in Roma e nell’Italia ma anche in tutto il territorio dell’Impero.
Caduto il dominio degli antichi Romani, gli acquedotti andarono in rovina; alcuni furono più tardi restaurati o rifatti come per esempio quello di Spoleto. Nell’alto medioevo cominciarono ad avere carattere proprio, come elemento decorativo di un complesso architettonico e come opera a sé, nei cortili dei chiostri, dei grandi palazzi e sulle pubbliche piazze. La serenissima repubblica di Venezia ne fu ricchissima: il chiostro dei Frati ne fa ancora testimonianza, così anche il pozzo dell’abbadia di Montecassino eseguito dal Bramante, sommo architetto d’Urbino. Celebre è il pozzo di S. Patrizio che Clemente VII fece costruire ad Orvieto su proposta di Antonio Sangallo, architetto fiorentino, per provvedere l’acqua alla città in caso di assedio. Ha una profondità di 62 metri; è largo 13; lungo le pareti si svolgono due scale a chiocciola, sovrapposte, ciascuna di 248 gradini, percorse anche da bestie da soma faticanti a portare l’acqua attinta.
Il pozzo del castello di Ardara ha incise sulla parete una doppia fila di numerosissime pedane abbastanza comode per mettervi i piedi e scendere fino in fondo. Il serbatoio provvedeva l’approvvigionamento idrico ai regoli, alle rispettive famiglie, ai castellani e in caso di assedio, ai combattenti. Oggi il cisternone del castello non contiene una goccia d’acqua; il crollo del tetto lo ha reso arido, asciutto e quindi infecondo ed inservibile.
Dal lato strutturale però ha i suoi pregi e nelle tenebrose viscere della sua cavità conserva gelosamente ricordi storici e scene familiari sepolte nell’oblio.
L’opera, interessante, merita di essere visitata. Gli proprietari, attuali eredi Mongiu, gentilmente offrono l’accesso libero, ai signori turisti amanti e studiosi di monumenti antichi.
Un altro pozzo pure cilindrico e profondo di m. 18, esisteva non molto lontano dalla chiesa. L’acqua serviva per uso e consumo di tutta la popolazione fino dal lontano medioevo, da circa 60 anni, a detta di un vecchio ottuagenario ardarese, il pozzo è scomparso sotto i detriti e i materiali di rifiuto e di sgombero. Mancata l’acqua, e oramai resosi inservibile, venne sepolto.
Nei due pozzi, oggi, fitte regnano le tenebre, e in mezzo a quel velario greve, il popolo, vede le anime di generazioni sconosciute, che attendono il suono della tromba della resurrezione.
Non a torto la Sacra Scrittura chiama le tombe «puteus interitus» e per la sua profondità dà all’inferno il nome di «puteus abyssi».
[1] Padre Luca Cubeddu, dalla poesia: Sa femina onesta (La donna onesta): È qual luce ch’esce dall’oriente. Passa nell’orizzonte bella e pura; Tocca il mare e non si bagna niente, Tocca il monte e non diventa dura; Passa nel fuoco e nella neve indifferente, Non si raffredda, non brucia, né ha paura, Che l’attacchi macchia alcuna Di quante ce ne son sotto la luna.
Cfr. G. B. Demelas: Vita di Padre Luca Cubeddu.
[2] Francesc’Angelo Vico: nacque a Sassari, nel declinare del secolo XVI. Il padre Giovann’Angelo, era nativo di Vico, nell’isola della Corsica, ed il figlio prese il cognome della patria del genitore. A Salamanca consegui la laurea in utroques. Era uno dei più di stinti giuristi di Sardegna. Ottenne, nel 1617, la suprema procura de gli affari fiscali ed in seguito l’eccelsa carica di reggente nel supremo consiglio di Aragona. Si adoperò perché Filippo IV re di Spagna, desse incremento a favore della classe agricola, si riducesse a coltura gli olivastri, introducesse le proficue arti della lana e della seta, e formasse una squadra di galee sarde per proteggere l’isola dalle insurrezioni dei barbari. Scrisse: Raccolta e commento delle reali prammatiche e la Storia Generale di Sardegna a Mori nel 1648.
[3] Giovanni Spano nacque a Ploaghe (Sassari) 1’8 marzo 1803. Studiò nel seminario di Sassari, abbracciò il sacerdozio e fu precettore nelle scuole normali. Conosceva l’ebraico, il greco, l’arabo, il caldaico ed il siro-caldaico. Conseguì il titolo di dottore in arti liberali e di archeologo. Coprì la cattedra di Sacra Scrittura nell’Università di Cagliari. Mons. Emilio Marongiu Nurra, lo nominò canonico prebendato di Villaspeciosa. Nel 1856 fu creato Presidente del collegio di S. Teresa, del Convitto, e dell’Ateneo cagliaritano. Fu nominato direttore del R. Commissariato sopra i musei e scavi d’antichità. Fu socio di ben 42 accademie di studi letterali, filologi, archeologi, ed economici. Vittorio Emanuele nel 1860 gli conferì una medaglia d’oro ed un’altra ne ebbe dai suoi concittadini. Venne nominato Ufficiale della Corona d’Italia dei SS, Maurizio e Lazzaro e poi senatore del regno.
Tra le numerose opere basti ricordare il «Dizionario Sardo». L’Ortografia, la Raccolta delle canzoni popolari ecc. Morì a Cagliari il 3 aprile 1878. Il 4 maggio 1890, a suo onore, venne inaugurato, con pompa solennissima, il suo busto in marmo nel Museo Archeologico di Cagliari.
[4] Condaghe si chiamava l’atto col quale, nel Medioevo, si costituiva un censo, una donazione, un legato, un dono, una compra e vendita a favore di enti religiosi, chiese, monasteri e privati, Si dà anche il nome di condaghe alla raccolta di tutti gli atti.
[5] Alberto Ferrero della Marmora, appartenente a famiglia torinese, originaria dal biellese dalla quale uscirono non pochi uomini benemeriti della patria nelle armi, nella politica, nelle pubbliche amministrazioni, nelle scienze. Nel 1826 pubblicò in Parigi la prima parte del Viaggio in Sardegna. Un anno dopo pubblicò il secondo volume; nel 1840 gli fu dato il comando della scuola di marina di Genova col grado d’ufficiale generale. Nel 1849 venne inviato in Sardegna come Commissario Reale straordinario con pieni poteri; rassegnò poi le dimissioni per conservare solo quella di Comandante generale militare. Nel 1852 videro la luce tutti e tre volumi.
[6] Padre Tommaso Napoli nato a Tunisi presso l’isola Tabarcana 11 20 gennaio 1743. Liberato dalla schiavitù approdo a Cagliari. Entrò nelle scuole pie a far parte della famiglia del Calasanzio il 16 febbraio 1757, venne ordinato sacerdote nel 1767. Insegnò grammatica, umane lettere, rettorica e fu prefetto e moderatore degli studi della Accademia cagliaritana. Carlo Emanuele IV, re di Sardegna, lo nominò professore di teologia di sacra ser scrittura. Fu consultore, assistente provinciale, esaminatore sinodale.
Morì a Cagliari il 21 gennaio 1825. Scrisse: «Nuova carta topografica dell’Isola e regno di Sardegna», «La Vita del glorioso martire S. Antioco», «Versi», ed è anche conosciuto per le diatribe letterarie avute con l’Azuni.
[7] Valery bibliotecario di Versaille; dopo di aver peregrinato attraverso l’isola, nel 1835 pubblicò «Viaggio in Sardegna», ricco di notizie storiche e folcloristiche del luogo.
[8] Fara Giovanni Francesco nacque a Sassari il 4 novembre 1543. Per supplire alla deficienza dell’insegnamento pubblico della sua città natale, entrò, appena sedicenne, nel collegio spagnolo di Bologna fondato dal cardinale Egidio Albornoz, ove studiò filosofia e leggi. A Pisa si addottorò «in utroque». Fu ordinato sacerdote, ottenne l’arcipretura del capitolo turritano e, resasi vacante la sede vescovile di Bosa, nel 1588, per la morte di Gerolamo Garzia, naufragato nel litorale della Nurra, rientrando in Sardegna dalla Spagna, ne assunse la cattedra. Nel 1591 celebrò un sinodo diocesano, e dopo pochi mesi fu colto dalla morte a 48 anni, sei mesi dopo la consacrazione. Fu chiamato Padre della storia sarda».
Scrisse sotto il titolo «De Rebus Sardois» la storia e la corografia sarda.
[9] Giuseppe Manno nacque ad Alghero il 17 marzo 1786. Studiò nel collegio dei nobili a Cagliari, accompagno nei viaggi alle maggiori città d’Italia, il regnante Carlo Felice che lo prescelse suo segretario privato. Nel 1817 venne promosso giudice della reale udienza. Carlo Alberto gli affido l’educazione dei suoi figli; fu reggente di toga nel consiglio supremo della Sardegna, poi primo presidente della corte d’appello di Torino, sen senatore ore del regno ed infine presidente del senato di Piemonte. Mori a Torino nel 1868, Scrisse: «Storia di Sardegna», «La storia moderna della Sardegna», «Note Sarde e ricordi», ecc.
Visioni panoramiche
Dallo spianato più alto del paese, belvedere aperto su di un orizzonte vasto, si gode un mirabile, suggestivo e splendido panorama, tale da appagare anche il più esigente turista e da suscitare indimenticabili ricordi ed emozioni. Di fronte a questa visione che si presenta improvvisa allo sguardo, piena di luce, superba nella sua semplicità scenografica, non si sa dove fermare lo sguardo, tante sono le bellezze in essa adunate «Lo spettacolo delle sublimità naturali, scrisse il filosofo e politico Gioberti nel Primato, desta sovente nello spirito concetti nuovi ed alti».
La notte, sotto il cielo vivido di stelle, il paese, sparso di luci, ha un aspetto di sogno
In una mattina chiara e limpida la visione è comparabile.
L’occhio spazia all’infinito, scorge con un solo sguardo innumerevoli spettacoli disseminati in chilo metri di terre, come se queste vedute naturali fossero tanti quadri di una immaginaria galleria d’arte senza confini e senza limitazioni di valori.
Al di là dell’importante centro ferroviario di Chilivani, dopo di aver sorvolato con lo sguardo l’esteso ed ubertoso Campo di Ozieri, spiccano verso nord, su di un fondo chiaro e metallico, il monte Limbara, sulla cui vetta la statua della Madonna con un ampio gesto benedicente vigila come una promessa d’amore materno la Gallura e parte del Logudoro; seguono: monte Lerno ricco di rigagnoli, di trote e di selvaggina; i monti rocciosi dell’altipiano di Buddusò chiomati di quercia di sughero ed elci; monte Rasu che domina la serra del Goceano; i monti dolci e placidi di Mores, Bonnannaro e Siligo. Alle spalle sfilano un alternarsi di montagnole, di prati, di valli e di colli intersecati da strade, viottoli, sentieri e dalla linea ferroviaria guizzante di bagliori serpeggianti. Attorno si estendono vaste zone ricche di pascoli e di armenti, sfilano promontori e poggi solitari ed ermi, che, nelle serate limpide, si ammantano di belle e suggestive colorazioni; querce, olivastri, sughereti, intramezzati alle scogliere laviche, si fondono in un insieme di pace idillica.
I sentieri, appena accennati dalle piste di uomini e di animali serpeggiano fra dune accavallate come grandi ande inerti; le ampie armonie di linee e di colori, tutto ciò che è duro e arcigno sembra qui destinato a stemperarsi in gioiosa serenità di sorriso, formando insieme un mondo di meravigliose bellezze naturali.
Nella località «S’Adde de Ardara» in piccoli poderi cinti di muri a secco o da siepi, abbonda la coltivazione di ortaglie, di erba medica e di trifoglio. Le proprietà degli Eredi Campus, del Colonnello Fresu, di Saba Vincenzo e di Taras Leonardo, razionalmente coltivate, sono innaffiate con pompe aspiranti, prementi, a pioggia. A «Furros» alcuni appezzamenti di terreno sono coltivati a viti; in mezzo ai filari, disposti con certo ordine, può passare l’aratro. In «Su Padru» e «Sas Iscias», lussureggianti di verdura, pascolano gli armenti, ovini, suini e bovini. Per le vacche quasi tutte selezionate, si scegliono tori svizzeri atti a migliorare e continuare la razza. Nell’estate, verso Chilivani, le messi ondeggiano turgide di spighe d’oro.
Un tempo in tutta la zona aveva spesso la sua tragica dimora la malaria; oggi dopo la lotta ingaggiata ad oltranza contro la zanzara si respira aria pura e salutare.
Al tempo dei regoli, le campagne di Ardara erano ricche di selvaggina. Le bestie venivano uccise con spiedi e zagaglie, e i cacciatori, a piedi o a cavallo, con grande leggiadria, ammazzavano cinghiali, cervi e mufloni, anche sotto gli occhi divertiti della regina Adelasia di Torres e delle sue dame. Oggi i cacciatori che giungono, specie dalla vicina città, hanno a disposizione loro i battitori, gente forte, nata sul luogo, che conosce tutto il territorio palmo a palmo. Lo spettacolo della caccia moderna offre, forse, men leggiadri aspetti, ma è quanto mai caratteristico; nelle macchie basse risuonano secchi i colpi della fucileria: cadono pernici e lepri, discendenti, forse da quelle stesse che le giudichesse cacciavano col falco.
Nelle regioni Abba Uddi, Pubuseddu e Adu Ruju, in una fertile pianura sabbioniccia scaturiscono dalla terra, delle sorgenti d’acqua con una grande quantità di sostanze minerali sciolte, gas e materie saline. Queste acque effervescenti attendono ancora di essere analizzate e sfruttate come si conviene.
Nella stessa località abbondano i «tuvara», i pregiati tartufi. Hanno corpo rotondeggiante, talora lobato con superficie rugosa e di colore chiaro.
Degno di nota per la sua fertilità è l’esteso territorio denominato «Arzolas perdidas» (aie perdute». «Arzolas perdidas» ha la sua leggenda.
In una delle tante visite fatte ad Ardara mi recai in casa di zio Giovanni Pira di fu Pantaleo, vecchio di anni, onesto lavoratore, e da non molto privo del dono della vista. Salendo un po’ a fatica la scala di legno, ripida e stretta, che conduceva al piano superiore, si volse verso di me, fissando nel vuoto le pupille spente, e, con quel suo sorriso buono e rassegnato, ma non privo di arguzia, mi disse: «Non capisco come i Santi, che hanno fatto tanti miracoli, e perfino risuscitato i morti, non abbiano mai pensato di ridare miracolosamente la vista ad un povero vecchio e farlo anche ringiovanire. E pure sarebbe un bellissimo miracolo!».
«Pregate, gli risposi, Dio permette le sue grazie a chi ricorre a Lui con fede viva. Pregate senza tregua e sarete esaudito, picchiate e vi sarà aperto. Il Signore non smentisce le sue promesse per quanti credono in Lui».
Dopo di avergli suggerito qualche altra buona parola mi affrettai ad interrogarlo su argomenti d’indole locale e mi fu largo di interessanti notizie frammischiate a leggende popolari che, a sua volta, in età giovanile aveva apprese dalla viva voce dei suoi vecchi antenati.
A proposito del terreno denominato «Alzolas Perdidas» mi raccontò, con quella famigliarità e dolcezza che i nonni usano ai nipotini seduti accanto al focolare durante le veglie invernali: “C’era una volta un facoltoso agricoltore, intento, con cura e premura, a sistemare l’aia per battere il grano. Su di un vasto tratto di terreno pianeggiante, aveva raccolto un numero straordinario di covoni coronati da spighe. Sulla spiazzata aveva infisso, in modo saldo e stabile, un grosso e nodoso ramo di pero selvatico, di oltre due metri di altezza. All’estremità superiore del ramo, con resistenti funi di varie lunghezze, aveva legato cinque cavalli che, guidati dal provetto domatore, con colpi di frusta schioccanti, giravano di corsa calpestando le spighe dalle cui loppe sgusciavano i grani maturi. Mentre i coloni, sotto la sferza del sole, lavoravano con lena affannata, passò un povero uomo con le vesti cadenti brano a brano, appoggiato ad un nodoso bastone. Alla vista di tanto ben di Dio, stese la mano con rossore e implorò per carità l’elemosina. Ebbe una ripulsa, piegò la fronte umiliato e si allontanò senza proferir parola. L’aia si sprofondò come per incanto e tutto il raccolto scomparve improvvisamente tra le viscere della terra. Restò solo, ancora in piedi, il grosso e nodoso ramo che prese radici, germoglio e anche oggi, benché infruttuoso, «s’alveru de sas alzolas perdidas» (l’albero delle aie perdute) rimane al suo posto a perpetuare il triste ricordo dell’ingordigia umana”.
Ricordi dell’antica umanità sarda
Ardara resta uno di quei incantevoli luoghi che merita di essere visitato in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo; lo merita per la dolcezza del clima, per la fioritura delle mille tinte delle sue colline, per gli infuocati tramonti, per il suo cielo azzurro con il verde delle colline e per i suoi monumenti antichi, suggestivi ancora benché smantellati e diruti.
Altra fonte di vita per gli ardaresi sarebbe il turismo, ma purtroppo esso non può svilupparsi come sarebbe giusto, causa la mancanza di una diretta comunicazione con i grandi centri.
Oggi gli abitanti sono ben consci della importanza del turismo per l’economia del loro paese, e tutti vivono nella più completa serenità. Anche per questa pace, e per questo senso di festività continua, il turista si sentirà spinto a dar nelle sue gite la preferenza ad Ardara. Solo così questo paese potrebbe essere conosciuto maggiormente.
Ardara ha dei nuraghi dislocati a catena lungo i costoni basaltici e denotano la funzione strategica di un sistema di fortificazioni. I poderosi fortilizi presentano quasi tutti una certa analogia strutturale.
Riu Nuraghe formato di massi poliedrici basaltici con notevoli interblocchi, è il meglio conservato. Seguono: il nuraghe Mercuriu (dal dio del commercio e del guadagno, proteggente la salute, la pace ed i viaggiatori); Canedis, Chia, Codina Preideros, Ferula, Figu, Bilimone, Frusciu, Piredu, Sette Funtanas, Teracadas, Banchetta, etc. La compagine muraria dei ruderi ancora in piedi mostrano l’accurata connessione dei blocchi, disposti in filari ben livellati nel senso dell’obliqua.
Tutta la compagine degli edifici si regge senza malta cementizia, per l’equilibrio dei massi che la compongono, massi raccolti tra le rocce circostanti che danno un differente aspetto ai nuraghi dei diversi territori.
Questi edifici, fatti di enormi massi informi, sono stati eseguiti dall’antichissima popolazione autoctona della Sardegna. Non possono essere ragionevoli le supposizioni di diversi autori che attribuiscono i nuraghi agli Egizi, ai Cartaginesi, ai Tirreni, ai Pelasgi, ai Corsi, ai Baleari, agli Etruschi, ai Libi, perché nessuno di questi popoli ha costruito nella sua patria monumenti consimili.
Nei resti nuragici di Ardara nessun indizio di forno o di fonderia, nessuna traccia di forme, di moduli o di crogioli o altro indizio del genere, ch’io sappia si è mai raccolto. Durante i lavori agricoli vennero alla luce pochi resti di cenere e di carbone, qualche avanzo di ziro dalla pasta grossolana e frammenti di vasi con anse a ponte e a gomito. I monumenti primitivi oggi noti, sono gli unici elementi da cui è possibile formarsi un concetto concreto dello stato dei Sardi all’alba della loro costituzione cittadina.
A detta di un vecchio ottuagenerio, durante i lavori di ripulitura del pozzo, che si sprofondava pauroso presso la chiesa parrocchiale, vennero alla luce frantumi di boccali e vasi fittili di vario tipo, alcuni molto rozzi, con la parete a grosso spessore e senza smalto. Forse la vernice originale che la ricopriva, essendo poco tenace, si è staccata a causa della lunga immersione. Vi si scoprirono pure numerosissimi cocci di terracotta di varie grandezze e di vario tipo e scarti di fornace. Se il loro valore artistico non era molto grande, tali provenivano da fornaci locali. Nel medioevo si usava porre nel fondo dei pozzi manufatti fittili, in cui andavano a depositarsi tutte le impurità contenute nell’acqua, per farli servire da filtro rudimentale.
Esistono ruderi di antichi centri abitati nelle regioni «Su Castradolzu», in Codina de Preideros e Pianu Santu Pedru. Dai miseri avanzi delle case non si hanno elementi sufficienti, non solo per determinare l’età, ma nemmeno per integrarne la struttura. Dei paesi si ebbero poche reliquie perché fabbricati su di un terreno coperto da poca terra, e dilavato dalle azioni delle intemperie che trainarono e cancellarono quasi ogni traccia.
In tempi diversi, furono raccolti quasi affioranti sul terreno pochi frammenti di manufatti fittili, quasi tutti di un impasto più o meno depurato, spesso mal cotto, plasmati a mano o per lo meno con l’aiuto di un tornio primordiale; un frammento in rozzo impasto nero grigiastro, coperto esternamente da uno straterello rossastro, divenuto lucido per patinatura a stecca o per la cottura non uniforme; cocci di vasi in creta pochissimo depurata, con abbondanza di trittumi e ciottolini, un vaso o pila di pietra cavernosa e scabra, poco consistente, facile all’erosione che andò a finire in un podere per abbeveratoio alle galline. Nel sito denominato Scala de Boes, territorio di Ardara, presso Ploaghe, un certo Giovanni Cossu, durante i lavori agricoli, trovò una navicella di bronzo ed una armilla dello stesso metallo.
Le navicelle di bronzo erano voti che gli antichi guerrieri facevano alle loro divinità del mare.
Dopo il loro trionfale ritorno dalle spiagge d’Oriente, sani e salvi, modellavano barchette e le appendevano nei templi, ad onore e gloria dei loro dei, o le consacravano ai lari domestici.
Da recenti scoperte si è dovuto assodare che i Sardi, 1400 anni prima dell’era avevano una distinta marineria e facevano parte della confederazione dei popoli del Mediterraneo: Etruschi, Siculi e Libi. Affratellati facevano spesso piratiche scorrerie in Oriente, specie nel basso Egitto da dove ritornavano carichi di bottino.
Numerosi Sardi, nel secolo XIV, avanti l’Era, rimasero ausiliari del Faraone Maneptah Baienra. Sotto Ramesse II, fra gli schiavi a lui sottomessi, erano nominate due razze ch’erano le più numerose: i Sardi e i Kahacas della Libia. Che ciò sia conforme a verità si desume pure dalle figure dei soldati sardi riprodotte nei bassi rilievi egiziani che sono affini alle statuette militari che vennero alla luce ad Uta ed in altre località della Sardegna.
Anche i disegni delle barche che ci danno gli egittologi, copiati dai lavori degli artisti egiziani, non differiscono dal modello della navicella trovata ad Ardara, nonché a quelle conservate nel museo archeologico di Cagliari e a quella che è andata a finire nel museo di Copenaghen.
Sulla navicella di Ardara si riscontrano i fori in cui veniva infilata una piccola catena per tenerla appesa.
Questo ex voto, insieme a numerosi altri bronzetti sono interessantissimi perché riflettono la vita dei popoli che furono.
Pure ad Ardara in regione Furros venne scoperto un ripostiglio di monete genovesi dette corradine, del secolo XII, di queste numerose se ne trovarono in Oristano nel 1816, in Sanluri e a Macomer. Erano in corso al tempo dei giudici sardi. Alla parte del dritto vi era incisa la croce con attorno l’iscrizione: Cunradus rex, e al rovescio: Ianua (Genova) con un castello in mezzo che pare voglia figurare una porta allusiva al nome di Genova. L’imperatore di Germania, Corrado II, nel 1139, diede facoltà al comune di Genova di coniar monete col suo nome. I giudici di Arborea e di Torres per ragioni di commercio e d’interessi politici, erano uniti alla repubblica genovese e fin da quel tempo si andò incontro alla scoperta di ripostigli di tali monete, chiamate nelle antiche carte sarde «denariorum Januensium» (soldi genovesi).
Durante i lavori agricoli eseguiti in territorio di Ardara, anni fa, si rinvenne un ripostiglio di monete romane, fra le quali una di Giulia, figlia del sommo generale Cesare che formò il primo triunvirato con Pompeo e Crasso, e di Cornelia, celebre matrona Romana. Giulia sposò in seconde nozze il tanto decantato Pompeo che debello Mitridate, sconfisse Sertorio e sterminò gli avanzi di Spartaco.
Ad Ardara passava un’antica strada romana. Nel piano di Filighe, territorio di Ploaghe, se ne vede un buon tratto. La massicciata è formata di due strati, l’inferiore di grandi pietre nere, il superiore di ciottoli calcari. La larghezza supera appena i sei metri. Dalla sua direzione appare chiaramente che essa passava per Ardara e proseguiva verso Bados Apertos, ad un’ora da Ploaghe; ivi nella via denominata Su caminu de su carru, affiorano ancora grandi pietre nere. Detta strada, allacciata a quella principale Cagliari Tibula, partiva da Montesanto, per Turris Libisoni. L’esistenza della strada è convalidata dalla pietra migliaria dell’impero di Nerone trovata ai piedi della Scala di Giocca.
Arte, artisti e mecenati nel medioevo in Sardegna
Nell’Italia continentale, nel medioevo, esistevano maestranze di diversa origine e di disparata formazione.
Nella regione dell’alta Lombardia, compresa tra il Lario e il Verbano, costituenti quasi l’antica diocesi di Como, sorsero i Comacini: corporazioni e collegi che contribuirono efficacemente alla diffusione di un’architettura romanica.
Erano noti anche i maestri Campionesi, dal nome di una terra del lago di Lugano, artefici valorosi e ben agguerriti, che diffusero, in patria e fuori, la secolare tradizione.
Anche gli Antelani, pur essi maestri lapicidi e muratori, oriundi da una terra ora dimenticata, nelle Prealpi Lombarde, rivolsero la loro operosità, specie nell’ultimo quarto del secolo XII.
Anche gli architetti usciti dalle scuole monastiche, contribuirono allo sviluppo dello stile romanico. Essi furono gli unici di aver conservato, attraverso i secoli delle invasioni barbariche, i tesori della coltura greco-romana.
Maestri di vaglia e anche d’eccezione vivevano anche nelle regioni marinare delle giovani repubbliche di Genova e Marsiglia.
Uno dei fenomeni principali di queste maestranze fu l’emigrazione sistematica, collegiale e isolata.
La Sardegna spalancò le porte agli artisti, freschi di esperienza maturata tra Lucca, Pisa e Pistoia, all’ombra delle costruzioni ideate dai celebri architetti Rainaldo, Diotisalvi, Bonanno e Gruamonte. Importò, volta per volta, per i propri bisogni artistici, maestri e maestranze che crearono focolai di coltura architettonica. Entrarono nell’isola e diedero la loro opera a completare edifici rimasti incompiuti o danneggiati, o divenuti angusti o invecchiati nella struttura o nello stile. Qui trovarono ampio campo di attività, contribuirono efficacemente alla diffusione di edifici semplici e complessi, come chiese, chiostri e basiliche, dove concorsero tutte le esperienze vissute, ed anche sulle reliquie architettoniche, sorte ai tempi bassi della prima diffusione cristiana, vi innestarono tutte le esperienze vissute ed arrivarono al perfetto grado di stile e di tecnica. Rimangono ancora molte preziose vestigie.
Ai primi del secolo XI, appena rinnovate le condizioni politiche, ravvivati i fervori religiosi e aumentata la prosperità di commercio, seguì la rifioritura artistica della Sardegna.
L’abbate di Montecassino Desiderio, salito al soglio pontificio col nome di Vittore III, scrisse al metropolita di Cagliari perché provvedesse a riedificare le chiese sarde che in tutta l’Isola risultavano dirute o minacciavano rovina.
Felice interprete delle direttive del Papa, Costantino di Castra, nel 1073, fece costruire la chiesa di San Pietro di Bosa.
L’esortazione del Pontefice accese una specie di fervore missionario in tutta l’Isola.
I giudici dei quattro giudicati, con atti di munificenza lauti e vistosi, i maggiorenti con elargizioni e donazioni di beni privati, il clero regolare e secolare con l’opera e la preghiera, diedero vita al successivo sviluppo dell’architettura dei primi decenni del secolo XIII.
Barisone, giudice di Torres, confessando che lo «studium monachicae religionis erat hactenus partibus illis incognitum» dà l’inizio ad una lunga serie di donazioni ed elargizioni di privilegi, concedendo ai monaci di Montecassino le chiese di Santa Maria di Babulis e di Sant’Elia di Monte Santo.
La chiesa della SS. Trinità di Saccarcia, la più gaia e smagliante chiesa di tutta la Sardegna, venne edificata per voto del giudice Costantino e da sua moglie Marcusa «perché Dio concedesse loro un figlio».
Nel giudicato di Gallura, prima Torgotorio de Zori, poi la vedova Padulesa e i loro successori Saltaro e Itocorre Gunale fanno larghe donazioni di beni e di chiese all’opera del duomo di Pisa.
Pure all’opera di Santa Maria, Mariano di Torres, dona 5 chiese con relativi beni.
Un passo della «Choreographia Sardiniae» del Fara attesta che la chiesa dedicata a Nostra Signora del Regno, in Ardara, è dovuta alla generosa liberalità di Donna Giorgia, sorella del giudice Comita di Torres, vissuta verso la prima metà del secolo XI. Il compilatore del condaghe di S. Gavino di Torres afferma che «custa forte femina fetit sa corte de sa villa de Ardara, fetit su casteddu de Ardara et fetit sancta Maria de Ardara».
La chiesa di Salvenero, a detta del Besta, provenne «ex dono Costantini judici cosentientibus Azone Archiepiscopo et coeteris episcopis».
Il giudice di Arborea Barisone II, dono la chiesa di Borarcato «pro anima mea et parentes meos».
Invitati caldamente dai giudici attirati dai lauti e vistosi atti di munificenza, penetrarono in Sardegna gli ordini religiosi che aprirono nuovi cenobi e nuovi monasteri che diedero vita ad una feconda fioritura di fede e di operosità benefica.
Nel solo giudicato di Torres, oltre ai monaci di Montecassino, chiamati nel 1063, appaiono, nel 1083, gli emissari dell’opera di S. Maria di Pisa, nel 1113 i monaci camaldolesi, i cistercensi vennero inviati da S. Bernardo, nel 1116 i vallombrosiani, nel 1135 quelli di S. Vittore di Marsiglia, e così via.
Maestri, maestranze e monaci svolsero una forte attività edilizia, con nuove forme, maniere e motivi, non scevre d’incroci lombardo-toscani.
Il maestro Arzoco di Gana costruisce le due chiese di Villamassargia, Anselmo da Como, o «Anselmus de Cunio» come si rileva da una iscrizione, edifica, secondo preferenze lombrade, quello di Zuri, Giovanni di Capula erige a Cagliari le sue torri, dello scultore Cavallino è il pulpito della cattedrale di Trattalias e a fra Guglielmo d’Agnolo furono affidati i lavori della cattedrale di Cagliari. Anche i monaci svolsero una folta attività edilizia.
La regola di S. Benedetto ammetteva ogni tipo di attività, purché l’abate l’avesse permesso: «Artifices si sunt in monasterio cum omni humilitate faciant ipsas artes si permiserit abbas», (Reg. S. Benedicti, cap. LVII), e «Artes diversae intra monasterium aexerceantur, ut, non sit necessitas monachis vagandi foris» (cap. LXVI).
Benedetto da Norcia, a detta di Gregorio Magno, era di nobile stirpe. Nacque a Norcia in un medesimo parto con la sorella Scolastica, l’anno 480. Andò a Roma per dedicarsi alle «liberalibus litterarum studiis», poi per amore alla solitudine si relegò tra le rocce deserte e selvatiche di Subiaco, ove, per primo, conobbe un monaco di nome Romano dal quale ricevette la melote, cioè l’abito monacale. Dopo un triennio fu chiamato a governare il monastero di Vicovaro, non discosto da Tivoli. Accettò con riluttanza ma presto rientrò a Subiaco, ove, presso di lui, affluivano, da vicino e da lontano, molti discepoli anelanti alla vita monastica. I monaci, composti di «seniores et iuniores», attendevano alla preghiera sotto forma di salmodia in comune, al lavoro manuale, alla coltura delle terre da cui dovevano ricavare gli alimenti per vivere, nonché a leggere, a scrivere, a studiare. Nel 529 coi suoi figli spirituali, si diresse a Montecassino, ove, sulla vetta di un monte, sorgeva un tempio pagano, stabili dimora.
Il convento conteneva: chiesa, oratorio, dormitorii e celle, refettorio, cucina, orto, molino, officine per le arti e mestieri, biblioteca, lo «scriptorium», ecc. Per costruire il monastero, di cui fu muratore ed architetto, distrusse il tempio, l’ara di Apollo e l’idolo. Dettò la «Regula monachorum», composta di un prologo e di 73 capitoli. Dal chiostro benedettino San Gregorio Magno, salì al trono pontificio, diffuse e propago la regola benedettina e l’operosità monastica non conobbe limiti, S. Benedetto morì il 21 marzo 547.
I monaci esercitarono molta influenza sull’architettura e sulle arti in generale. Ad essi, conservatori di antichi concetti statici ed artistici e di un programma costruttivo ben definito, era serbata la parte direttiva.
A loro venne affidato l’ufficio di «massarius o operaius» cioè di amministratori nelle costruzioni o di direttori dei lavori. Essi collaboravano con gli artefici secolari, ai quali era riservata la parte pratica, costruttiva e decorativa. Intermedia fra queste due categorie vi erano i «caementarii, carpentarii, latones, fabri, pictores», così notati dalle cronache, ai quali venivano affidati i lavori di minore importanza per l’ordinaria manutenzione e i restauri.
I monaci con la preghiera ed il lavoro contribuirono efficacemente perché allora sorgessero per tutta la Sardegna le grandi moli delle cattedrali romaniche, tutte costruite con arte e robustezza, nella bella e tenace pietra di taglio locale.
I Vittorini di Marsiglia ricostruirono, calcati su modelli del mezzogiorno francese, i ruderi delle chiese dedicati ai più venerati martiri di Sardegna: S. Saturno, S. Antioco e S. Efisio.
I Cistercensi interpolarono nelle loro prime chiese, perpetuarono schemi di sodalizi preesistenti, o attuarono un vasto programma di restauro, o di nuove costruzioni sacre.
Lo slancio costruttivo, nel giro di pochi decenni, aveva costellato di sontuosi edifici parte della regione sarda. Sorsero così, come per incanto, prima le chiese di Bosa, di Plaiano, di Silanus, di Saccargia, di Salvenero, di S. Maria Coghinas, tutte dipendenti da maniere lombardo toscane; seguirono poi le cattedrali di Porto Torres e di Ardara che vennero plasmate con modi originali e personali; poi le chiese di S. Pietro di Sorres, di Ottana, di Bisarcio, di Tergu, di S. Maria di Uta, S. Giusta d’Oristano, ecc., ecc. Tutte solide nelle loro strutture, in parte eseguite con delicata trama decorativa, col solido festone di archetti, con fuga di colonne nella vastità solenne delle loro navate; con gallerie, loggiati, con colonnine pensili, con decorazioni intagliate negli archi, con cromie spontanee delle pietre ordinate in strisce bianche e nere. La regione sarda provvedeva dovunque, sulle spiagge del mare. sulle alte cime dei colli, sulla distesa ampia dei piani. pietre da taglio arenaria, calcare, trachite e granito. Tutta la folta attività edilizia si svolse con le pietre a taglio vivo, simile a quelle dei misteriosi nuraghi.
L’intero panorama dell’architettura si svolse, specie nel settentrione dell’isola, tra il 1060 ed il
La nuova tecnica di un maestro ignoto
La chiesa di Santa Maria del Regno, eretta ad Ardara, sorse come una cappella palatina sullo stesso poggio in cui un castello spiccava maestoso.
Entrambi gli edifici costruiti da muratura a gettito, rivestita con pietre da taglio di trachite nera, raccolta nella località, conferivano a tutto l’insieme una fisionomia chiusa e serena.
Le residenze dei giudici ed i palazzi dei comuni si erigevano con costruzioni rudi e massicce che però non assurgevano a monumenti civili.
La chiesa ha forma basilicale con tre navate delle quali la centrale si eleva oltre le due laterali con muri che gravitano per mezzo di arcate su colonne eseguite con conci di pietra vulcanica.
L’edificio si presenta armonioso, severo e mistico, con tutti gli elementi d’arte e di storia che ognuno può immaginare ed ammirare se la sua sensibilità per le cose belle lo comporta.
Questa chiesa, pur rilevando in gran copia gli elementi toscani, ha le sue forme maschie e rudi, e differisce dalle chiese vicine di S. Pietro di Sorres e della SS. Trinità di Saccargia. Mentre in queste due ultime chiese le nere masse basaltiche si alternano ai sedimenti calcarei bianchi, facili ad essere lavorati perché più morbidi, ad Ardara invece le linee architettoniche si dovettero adattare al materiale locale, in parte ribelle allo scalpello.
La particolare durezza del materiale granitico, ha imposto al maestro una certa rozzezza, particolarmente suggestiva. La decorazione quindi si dovette limitare alle solite cornici lombarde di archetti di una sola ghiera impostantesi su piccole mensole.
Qui non si ammirano paramenti decorativi più o meno lussuosi, non forme gaie e smaglianti, non logge traforate, non portichetti con colonnine svelte, non diverse gradazioni di tinte, non i marmi preziosi di Carrara e di Siena e di Prato che diedero colore e vita alle chiese toscane, non decorazioni di stucchi, di cui nel 600 e nel 700 si amava adornare le pareti degli edifici medioevali, non le transenne e i capitelli di fine fattura, ma solo il semplice rivestimento, in pietra da taglio arenaria, calcare, trachite e granito che impone a tutto l’insieme una nota d’austerità.
L’ignoto architetto della chiesa di Ardara, pur seguendo il gusto pisano del secolo XI, importò tecnica e stile mai prima d’allora conosciuto in Sardegna. Il suo gusto artistico, per virtù di singolare personalità, si oriento verso una civiltà in ascesa d’eccezionale forza e robustezza.
Gli spessori delle arcate di divisione sono costruiti sensibilmente dilatati differendosi così dalle costruzioni coeve pisane e lucchesi.
Questa nuova struttura si può considerare come centro, o nucleo d’irradiazione.
Il maestro di Ardara lasciò margini ai suoi seguaci per poter far filtrare tra le maniere pisane nuovi elementi architettonici, e così diede vita al successivo sviluppo dell’architettura isolana dei primi decenni del secolo XII.
Ripercussioni di questa nuova tecnica si rintracciano nel corpo aggiunto della basilica di S. Gavino di Portotorres, chiesa monumentale della religiosità sarda, e si rintracciano nel restauro di S. Simplicio di Olbia. Non pochi riflessi appaiono anche nelle chiese di S. Nicolò di Trullas, di S. Nicola di Silanus e di non poche altre.
La chiesa
La Madonnna del Regno è la patrona della parrocchia di Ardara e compatrona principale della città e diocesi di Ozieri.
La chiesa, già monumento nazionale, nel corso dei secoli ebbe vita illustre e talora procellosa. Si erge sulla caratteristica piazza principale, imprimendo nella mente le molte vicende gloriose e turbinose, e conserva l’aspetto di un’artistica mole e sobria di linee e grandiosa come una fortezza inespugnabile. La sua nudità medioevale, suggestiva, la sua linea robusta di buon gigante benefico, le sue forme decorative, si mantengono intatte attraverso i secoli.
«Non praevalebunt»: le armi, le forze, il valore, le invasioni dei nemici, non riusciranno giammai a distruggerla.
«Posuerunt me custodem»: per custodirla misero la Beata Vergine del Regno, sotto il cui patrocinio posero i regoli il loro reame.
È una delle più antiche, migliori ed interessanti chiese del periodo romanico che si hanno nell’isola, sia per le linee architettoniche che per le memorie che ad essa si connettono.
A volte giunse quassù anche qualche turista non disattento il quale, distolto lo sguardo dalla cerchia dei monti che levano verso il cielo le loro fronde di macigno, entrando nella chiesa silenziosa si trova come dolcemente sorpreso di trovare lassù così gentili opere dell’arte umana. E pensa commosso che la Sardegna è davvero una terra di meraviglie se anche nei tempi più remoti di essa, arte e natura così mirabilmente la favorirono.
Non pochi storici attestano che la chiesa di Ardara fu edificata, verso l’anno 1060, per opera della famosa giudichessa Giorgia, sorella di Comita I, a testimonianza della vittoria su Balbo, giudice di Gallura e successore di Manfredi.
Lo Spano ed il Martini[1] dicono fra l’altro che la reggia è stata costruita prima della chiesa, la quale verso l’anno 1120 venne restaurata e resa migliore da Costantino I.
Sulle carte di un documento storico antico si legge che «Santa Maria de Ardari fuit ecclesia cattedrale». Altri scrittori confermano la stessa notizia.
Nella Storia Ecclesiastica di Sardegna del Martini si legge che il cardinale Baldovino, nella sua qualità di legato, di primate e di metropolitano, sottoscriveva l’atto col quale Ugone, vescovo di Ottana, donava al santo eremo di Camaldoli, la chiesa di S. Pietro, sita nella regione Ollim. Come testi firmatari figurano: Pietro arcivescovo di Torres, Gualfredo vescovo di Ploaghe, Giovanni di Sora e Mariano vescovo di Ardara.
Forse il vescovo di Ardara era lo stesso di quello di Bisarcio, poiché la terra di Ardara formava parte di quella diocesi e il vescovo bisarchiense si poteva chiamare anche vescovo di Ardara, essendo questa città seggio illustre di giudici turritani.
Il vescovo Mariano, che sottoscrisse l’atto del cardinale Baldovino, era lo stesso Mariano Thelle, vescovo di Bisarcio, ricordato nel diploma di Barisone di Arborea del 1147.
Potrebbe anche darsi che il vescovo di Bisarcio avesse due sedi vescovili con l’obbligo di risiedere, in ognuna almeno sei mesi all’anno, come del resto facevano i vescovi di Ampurias-Tempio e Galtelly-Nuoro.
Il Fara chiama la chiesa di Ardara «insigne, di pregio assai notevole, per la sua storia e per i suoi privilegi».
Il Vico ha lasciato scritto che l’edificio è «tan ermoso, lindo y bien hecto quanto puede ser qualquier otro»: tanto lindo, pulito e ben fatto quanto può essere qualunque altro.
L’Angius[2] l’ascrive tra le più antiche dell’isola. Il Maltzan[3] osserva che fra tutte le chiese della Sardegna, quella di Ardara maggiormente si attiene alla struttura, allo stile e alla finezza delle antiche basiliche cristiane.
Il Valery la chiama «una delle più notevoli per l’antichità, per la magnificenza e per i dipinti».
Lo Spano trova l’interno «meraviglioso» e l’abside, secondo Alberto della Marmora, è «un modello d’architettura».
Per la costruzione della basilica di Torres, in un condaghe è detto che «Comita mandait a Pisa et feghit benner undighi mastros de pedra e de muru sos plus fines»: Comita mandò a Pisa e fece venire undici piccapietre e muratori finissimi.
Così anche per la edificazione «ab imis» della zebrata chiesa di Saccargia furono invitati «sos mastros pisanos (i maestri pisani)» dal giudice Costantino.
Gli architetti ideatori che ne tracciarono i disegni e ne curarono l’opera erano per lo più monaci ed ecclesiastici.
Le corporazioni d’arti e mestieri erano composte di elementi continentali. Principalissima fra queste fu il collegio di Como e già esistente fin dal regno di Rotari[4].
Dette confraternite, maestranze o collegi di artisti, muratori, scultori ornamentali o marmorari, lavorarono non solo in Italia, ma si sparsero in contrade lontane d’Europa a innalzare chiese, monasteri, regge ed altri edifici.
Si aggiunsero a questi maestri antelami, venuti dalla valle Antelana, tra il Lago Maggiore e il varesino, i campionesi[5] che uscirono dalla terra di Campione, sul lago di Lugano, e lavorarono e ornarono, col loro scalpello, la cattedrale di Modena e di Milano.
A questi si aggiunsero anche i Comaschi che, all’arte romanica, aggiunsero l’influsso bizantino derivato dalle relazioni di Roma con Costantinopoli.
I benedettini generalmente erano soliti affidarsi a quella dei comacini ch’era forse la più celebre ed accreditata del tempo.
L’architettura della chiesa di Ardara assume caratteri e forme concrete ben definite.
Le pietre da taglio usate per la costruzione provengono dalla regione Pischina ‘e Anades presso la collina denominata Montigiu ‘e Conzos a 3 Km. dal paese.
Rimangono ancora le tracce carreggiabili ed il vuoto della cava.
Il sacro recinto è costruito con blocchi rettangolari di pietra vulcanica, spugnosa, e con scura trachite, che, insieme alla scialba luce delle feritoie, aumenta l’impressione di gravità che già si prova alla vista esterna.
Le lesene che sporgono dal vivo del muro e ripartono la facciata in tre parti, corrispondenti alle navate, costituiscono, esse sole, un assai degno ornamento.
Sotto i corsi dei mattoni sporgenti della grondaia corre una serie di arcatelle che costituiscono una delle caratteristiche degli edifici romanici.
La facciata principale, sotto la linea di colmo, ha una piccola feritoia a forma di croce latina. Al vertice del triangolo domina la croce di ferro. Ancora più in basso si ammira una bifora. Questa apertura a due luci, applicata alla finestra, è stata impiegata frequentemente negli edifici del medioevo, sugli stili bizantino romanico, mussulmano, gotico: notevoli propaggini ha poi avuto la bifora nell’architettura quattrocentesca, specialmente in Toscana.
La bifora nella chiesa di Ardara, fatta di elasticità e di arditezza è costituita da due archetti a conci regolari e ben squadrati, di sezione circolare, la cui funzione più importante è quella di dominare le spinte.
Le armelle delimitanti le lunette degli archi sono segnate da una cornice a cordoni leggermente sporgenti e fortemente modinate.
Di forma normale è la colonnina, col fusto liscio, un po’ rastremato. È fornita di capitello e poggia su di un piedistallo robusto che serve di sostegno, gli archi a conci regolari e ben squadrati, sono impostati sui piedritti e sulla colonna.
L’ingresso ha l’architrave, costituito da una stretta piattabanda monolitica, larga fino al margine esterno degli stipiti che hanno un concio sulla estremità della parte superiore. La porta, senza sgancio, è rettangolare, proporzionata alla vastità ed importanza della chiesa. Gli infissi in legno, a due battenti, della porta primitiva, andarono in rovina, però sono stati costituiti con altri di nuova costruzione e collocati con sobria ferratura. L’architrave è sormontato da una lunetta rialzata ed intagliata nel vivo del muro. L’arco di scarico poggia su due pilastrini sagomati. Il suo ufficio è quello di alleggerire all’architrave il peso sovraincombente.
Nell’atrio, nel 1899, è stata applicata, molto opportunamente, la controporta o bussola per riparo dal freddo e dal vento e dalle correnti d’aria. La porta laterale della navata sinistra è ottima risorsa per smaltire, in breve tempo le grandi affluenze dei fedeli durante le feste popolari; quella di destra comunica di rettamente con l’antico cimitero ove da tempo non si da più sepoltura ai morti.
La incavalcatura del tetto è ordita con travi di grossa quadratura e con cavalletti a vista. Le tegole sovrapposte erano in parte piane con due orli rilevati e in parte convesse, tutte regolarmente disposte. La copertura originaria basava sui muri costituiti da muratura a gettito, rivestita con pietre da taglio; il peso gravante su di essi veniva sopportato senza sforzo. L’uso frequente di queste armature di legname attesta che le maestranze locali vollero seguire l’andazzo dei tempi e continuare la tradizionale tecnica delle prime basiliche cristiane. Allora si usava il legno forse per ragione di economia, perché le foreste ancor vergini, vegete e rigogliose, fiorenti sulle pendici dei monti, mettevano a disposizione dei costruttori querce, ginepri ed elci.
Nel 1863 l’antica copertura venne sostituita con una volta pesante che gravava con non lieve pericolo sui muri esterni privi di contrafforti.
Nel 1898, a cura ed a spese del Ministero della Pubblica Istruzione, con il consenso della fabbriceria, tale pericolosa modificazione, venne saggiamente tolta. Oggi anche le capriate servono di legame tra i due muri che non subiscono più spinte violente.
La chiesa è dotata di numerose finestre collocate a debita distanza sulle pareti delle due navate laterali e dell’abside. Esse hanno la forma di un rettangolo, sono strettissime come feritoie, e sormontate da un architrave a semicerchio. Allo scopo di lasciar passare più luce, sono a doppia strombatura, senza sbarre e senza infissi. Servono per illuminare ed arieggiare parcamente la chiesa: concorrono molto a dar carattere all’ambiente di cui fanno parte essenziale, e aumentano l’impressione di gravità che si prova fin dall’ingresso.
L’abside è circolare e sulla sommità si svolge la caratteristica cornice lombarda.
Come tutte le chiese dell’epoca romanica, anche quella di Ardara ha il suo campanile. Si erge al fianco sinistro della navata laterale, non è alto ma un po’ tozzo, mancante di sviluppo in altezza. La larghezza di m. 5,45 non ha contrafforti e risalti agli angoli, ha fasce lisce e le finestre occhieggianti dall’alto sono aperte al libero gioco dei venti
La costruzione della torre campanaria è posteriore a quella della chiesa. Forse è opera del secolo XIV: non ha guglie, la copertura doveva essere a forma di basco o a quattro spioventi.
Siccome una torre chiesistica senza campane cesserebbe di essere campanile, ecco anche ad Ardara i sacri bronzi per chiamare, dall’alto, a raccolta i fedeli. Le campane sono due: una ha la data del 1846, l’altra del 1865. Certamente questi bronzi sostituiscono le antiche.
Nei primi secoli i fedeli venivano chiamati alle sacre riunioni, non già, come oggi, a suon di campane ma a mezzo di diaconi detti cursori, ed anche il vescovo prima che la sacra adunanza avesse termine, si volgeva al popolo e gli notificava il giorno e l’ora della susseguente sinassi.
I Greci nei primi secoli, per chiamare i fedeli alla sacra liturgia, si servivano del crotalo, o raganella che si suole usare, anche ai nostri giorni, dal giovedì al sabato della Settimana Santa. In Egitto i fedeli si convocavano a suon di tromba. Nel secolo VII si propagarono ovunque. La campana più antica che noi possediamo è del secolo VII: una con epigrafe dedicatoria è stata trovata nel 1886 presso Canino nel Viterbese.
Consta da notizie d’archivio, che la prima campana della torre campanaria della parrocchia di Ardara, fu benedetta da Mons. Serafino Carchero, nato a Cuglieri il 22 settembre del 1763, dopo dieci anni di vescovo nella diocesi d’Ogliastra, fu trasferito nel 1834 ad Ozieri, ove morì a circa 90 anni.
La campana, durante il sacro rito della benedizione, prima si lava con acqua benedetta, ad indicare una purificazione soprannaturale che escluda ogni potere dello spirito del male, poi si procede alle unzioni con olio degli infermi e col sacro crisma, le quali hanno valore di consacrazione e di esorcismo; infine, dopo di aver bruciato in braciere timiama, incenso e mirra a significare la preghiera che il popolo eleverà a Dio, richiamato dalla voce della campana, il vescovo prega i fedeli di servire il Signore affinché venga il regno suo in tutte le anime.
L’uso poi di erigere i campanili accanto alle chiese divenne costante dal principio del secolo XI, e da allora incominciarono ad assumere valore d’arte. Fin dall’inizio vennero costruiti bassi, ben piantati tozzi, poi alti e snelli. Il campanile di Ulma, città in Wuttemberg, al confine della Baviera, misura m. 161 di altezza.
[1] Pietro Martini, cagliaritano, dotto bibliotecario dell’Università di Cagliari, socio corrispondente della R. Accademia delle scienze di Urbino e membro ordinario della R. Società Agraria ed Economica di Cagliari. È stato chiamato «il Muratori della Sardegna». Scrisse: «La storia delle invasioni degli Arabi», «La Biografia sarda», «La Storia ecclesiastica della Sardegna» e illustró le famose, vere o false, pergamene di Arborea.
[2] Padre Vittorio Angius, nativo di Cagliari, scolopio, eccellente per dottrina e sapienza. Insegnò umane lettere, filosofia, teologia, fu polemista energico, moralista saggio, scrittore e sopratutto oratore eloquente. Venne nominato socio della R. Accademia di Sassari e di Torino, e nel 1883 concorse con successo alla cattedra di logica e di matematica nella R. Accademia di Cagliari, ove fu anche vice bibliotecario. Mori a Torino nel 1860, nella più squallida miseria, dopo di aver sacrificato i suoi talenti e la sua dottrina a favore della patria. Scrisse: «Grammatica della lingua sarda», «Cronistoria del Logudoro», Canti, ecc.
[3] Il Barone Enrico di Maltzan, nacque a Dresda il 6 settembre 1826. Appassionato viaggiatore intraprese i suoi lunghi e faticosi viaggi nel 1852; visitò l’Algeria, il Marocco, la Siria, la Palestina, l’Egitto e la Mecca. Trascorse circa due anni in Sardegna, poi proseguì per la Tunisia, per la Tripolitania e l’Arabia meridionale. Il 23 febbraio 1874 si tolse la vita a Pisa. Scrisse: «Tre anni nell’Africa nord occidentale», «Pellegrinaggio alla Mecca», «Viaggio nell’isola di Sardegna», «Viaggio nell’Arabia meridionale», ecc.
[4] Rotari, re dei Longobardi, successe ad Ariovaldo nel 636, s’impadronì della Liguria, d’una parte del Friuli, e sconfisse l’esarca di Ravenna nel 642. Il Rotari è noto anche per la pubblicazione di un codice di leggi che divenne la base della legislazione italiana.
[5] I maestri campionesi erano architetti, marmorari e scultori che tennero il primato nell’alta Italia, collaborando nella costruzione e decorazione dei più famosi edifici. La storia dell’arte tra i maestri, ricorda: Arrigo, Bonino, Jacopo, Marco, autori e sovraintendenti di duomi, monumenti, certose e chiese.
L’interno
Appena messo piede nell’interno della chiesa di Ardara colpisce lo sguardo la maestosità del tempio, che per le sue forme perfette ed originali può essere annoverato tra le creazioni salienti del primo tempo del romanico italiano, la lunghezza è quasi tripla della larghezza, presenta tre navate divise da due ordini di robuste colonne, ed ha forma basilicale. Qui concorsero tutte le precedenti esperienze, per arrivare al perfetto grado di stile e di tecnica.
Nell’interno è la pietra nuda con tutti i giochi delle sfumature di colore grigio incise dalla patina del tempo che parla al visitatore attraverso le pareti.
Dalla pietra architettata con si alta maestria si sprigiona tanta poesia e tanto sentimento che non possono lasciar indifferente ogni anima aperta al bello e al buono, non appena messo piede entro il sacro recinto, consacrato alla preghiera ed al raccoglimento.
All’inizio della navata sinistra sta il fonte battesimale, chiuso da una cancellata in ferro. Su di una lastra di marmo infissa nella parete è scolpito ad alto rilievo S. Giovanni Battista che battezza Gesù. Domina le due figure lo Spirito Santo in forma di colomba. Del vecchio fonte, nessuna traccia.
Due fila, ciascuna di 8 colonne monolitiche ma di diversi elementi semicilindrici, sovrapposti per giunti sfalsati e congiunti da grappe di ferro, separano la maggiore dalle minori navate.
Le colonne da cui partono gli archi a tutto sesto, misurano m. 3,50 di altezza, la base è di cm. 38, la circonferenza di m. 1,16. I fusti, come si è detto, sono cilindrici e lisci, le loro basi son formate dal dado, dal toro e dal listello. Le colonne sono di diversi ordini: alcune hanno il capitello dorico, altre ionico, alcune corinzio ed altre hanno un cubo, posto sul fusto, senza ornamenti oppure con svariate incisioni alle facce. Caratteristiche sono le ultime 5 colonne a sinistra e le ultime 2 a destra. Esse hanno capitelli cilindrici, di diametro alquanto ridotto, rispetto a quello delle colonne. In essi sono disposti due ordini di foglie e di gauli di accanto le cui punte, sulla parte superiore, sono ripiegate e appallottate, mentre, nella parte inferiore, sono rialzati. Gli abachi, a facce concave, divisi in due risalti, sono ornati da motivi a spiga.
A metà della navata centrale, «in cornu epistolae», alla parte cioè in cui si legge l’epistola, a destra di chi entra, sta l’ambone: luogo elevato, destinato alla predicazione e alla lettura della Sacra scrittura.
Gli amboni a forma di pulpito sorsero dopo la pace data alla chiesa e la facoltà di innalzare pubbliche chiese. Vi si leggevano le Epistole, gli Evangeli, ed il Vescovo vi pronunciava le sue omelie al popolo, ed ancora vi si leggevano i decreti, i capitoli, i dittici, infatti nel «Cronicon Cassinense» leggesi: specialmente nelle Messe solenni «lectiones, et Epistolae et Evangelia legebantur». Nel prolungamento esteriore dell’ambone, verso la nave centrale, erano fisse delle punte di ferro, per sostenere le candele destinate a rischiarare le tenebre notturne ai fedeli, radunati in chiesa, per la recita dei divini offici. Inoltre prima che s’introducesse l’uso che gli accoliti accompagnassero coi ceri il diacono che cantava il vangelo, presso l’ambone era un candelabro destinato a sostenere un cero.
Il parapetto del catino dell’ambone di S. Maria del Regno, è lungo m. 2 e alto cm. 95. Termina con una superficie piana abbastanza comoda perché il predicatore vi possa poggiare il berrettino, e i libri dei Vangeli.
Il pannello anteriore è ornato con simboli e figurazioni sacre; un’aquila bicipite, nel cui seno squartato si annida l’effigie della Madonna protetta dallo Spirito Santo in forma di colomba svolazzante, a destra ha scolpito il monogramma della B. V. Maria e a sinistra la sigla I H S: Gesù salvatore degli uomini.
Per solito, negli antichi tempi, gli amboni erano decorati con mosaici e bassorilievi. In un ambone di Ravenna, notai il pesce ed altri simboli cristiani. Il più insigne di tutti gli amboni è quello di Tessalonica, lavoro del sec. IV. E adorno di sculture ad alto rilievo, effigianti il Pastore Buono, la Vergine col Divin Figlio ed i Magi.
L’ambone di Ardara, finemente eseguito con fregi in oro, inalterabili temprati a fuoco, è sorretto da 4 colonne di un sol pezzo, in travertino. Le colonne sono alte m. 1,20, con un capitello dell’altezza di cm. 30 e la base di cm. 24, di un’altezza complessiva di m. 2,06.
Ancor oggi vediamo un ambone a forma di pulpito nella basilica di S. Clemente in Roma e di S. Lorenzo nell’Agro Verano.
Il nostro ambone ha una sola scala laterale di accesso, pure in legno e abbastanza larga, luminosa e comoda. Benché il tarlo, col suo rosicare continuo, ci lavori indisturbato, si conserva in buone condizioni.
Un tempo sugli amboni salivano anche i laici, specialmente i cantori, abuso proibito dal concilio di Laodicea (371) prescrivente: «non oportere, praeter canonicos cantores qui suggestum ascendunt… canere in Ecclesia». Proibizione rinnovata nell’anno 816 per un de creto del concilio di Aquisgrana: «Quod non oportet amplius, praeter eos qui regulariter cantores exsistunt et de codice canunt, alios in pulpitum conscendere, et in ecclesia psallere». Eccetto coloro che sono realmente cantori e tali approvati dal codice, nessun altro può cantare sul pulpito.
Nei primi tempi della chiesa, faceva generalmente da pulpito la cattedra del vescovo.
Per lo più le cattedre occupavano il posto in fondo all’abside, in un sito alquanto elevato, in modo che potesse dominare i fedeli. Questo era il posto d’onore, di qua si annunziava la parola di Dio. si leggevano i santi Vangeli si spiegava la dottrina cristiana e si davano avvisi ed ammonimenti. Anche oggi il Vescovo a coloro che vengono ordinati lettori, fa sentire queste parole del Pontificale Romano: «Dum legitis, in alto loco ecclesiae et stetis ut ab omnibus audiamini et videmini». Quando cioè leggete, vi metterete in un posto elevato in modo che possiate essere ascoltati e veduti da tutti.
Con l’apparire dei fiorenti Ordini di S. Francesco e di S. Domenico, prevalse l’uso del pulpito, consono all’acustica, richiesto dall’estetica, e comodamente adatto per la predicazione.
Nella sacristia si conserva, dipinta ad olio, una tavoletta del formato cm. 65 x 40. Da una parte si ammira la testa del biondo Nazzareno, impressa sul velo della Veronica, dall’altro la Beata Vergine col Bambino.
L’artista fissa la fisionomia tipica dell’appassionato Gesù, dal cui volto si sprigiona una forza drammatica, nobilmente sentita, veramente assoggettata dall’artista cristiano alla poesia della fede. Le lacrime e le stille del sangue sono dipinte con rara bravura e vigoria di colore. Il viso della Madonna è bello per sentimento e per qualità pittoriche; con fervore e forza dà all’immagine una spiritualità potente anche nelle forme, nei contorni e nei panneggi.
L’archeologo Spano, dice, che questa tavoletta, era tenuta in grande venerazione fin dai tempi più remoti. È stata sempre cara e venerata, come preziosa reliquia, e nei casi disperati si portava sul letto dei sofferenti e dei moribondi.
La tradizione costante afferma che operava grandi prodigi, e molti, anche ai nostri giorni ne hanno sperimentato i benefici effetti.
Una nota di Prunas Tola Giuseppe, capitano d’artiglieria, aggiunta al libro «Il Barone di Maltzan in Sardegna» afferma, a pagina 387, che «la cattedrale di Ardara fu consacrata dal pontefice Pasquale III nel 1107»[1].
Per essere più precisi bisogna avvertire che la chiesa di Ardara non fu consacrata né da Pasquale III e neppure sotto il suo Pontificato perché in quell’epoca non sedeva ancora sulla cattedra di S. Pietro che usurpo, come antipapa, dal 1165 al 1168[2].
In una lapide murata su la parete del presbitero, «in cornu epistolae» sta scritto: «MCVII septime idus maji consec, sub Paschali secundo Romanae Ecclesiae Pontifice… reliquae huius altari… lepis de sep…».
Pasquale II che accettò il papato ripugnante, mentre gli elettori gridavano: «Paschalem papam. Sanctus Petrus elegit». Governò legittimamente la Chiesa dal 1099 al 1118.
S’ignora da chi fu consacrata la chiesa di S. Maria del Regno di Ardara.
Consta invece il nome dell’arcivescovo consacrante e dei vescovi concosacranti della chiesa di S. Maria di Bonacardo. Il condaghe N. 147 di questo santuario, dice: «In Nomine Domini nostri Jesu Chisti. Amen. Ego Judike Barusone de Serra potestando locu de arborea. Fago custa carta pro saltu qui do a Santa Maria de Bonarcatu, in sa sacratione dessa clesia noua pro tedimi Deus e santa Maria, vita e santitate, et fiios, bonos», sottoscrivono i testi «Donnu Comita de lacon archipiscobu d’aristanes, donnu paucapules piscobu de sancta iusta, donnu alibrandinu piscobu de terralba, donnu maurellu, piscobu de gisarclu, in coe furunt a sacrare sa clesia, et issos, et populu quantu ibi fuit a sa sacrazione sunt testes».
Caratteristica è la funzione della consacrazione della chiesa. Ad ora stabilita, come vuole il rituale, il consacrante, generalmente un vescovo, ordina ai fedeli di uscire dalla chiesa lasciandovi a custodia soltanto il diacono, vestito di amitto, camice, cingolo e stola bianca. Il consacrante inizia quindi la recita dei salmi penitenziali, durante i quali indossa le sacre vesti. Successivamente, rientrato in chiesa e inginocchiatosi al faldistorio, benedice l’acqua lustrale e compie gli esorcismi di sale e dell’acqua, procedendo poi all’aspersione, con l’acqua benedetta, dall’esterno della chiesa. Di poi, dopo i canti e le litanie, il celebrante procede alla scrittura col bastone pastorale, dell’intero alfabeto greco e latino su due bracci di cenere che si intersecano come i bracci di un «X» per la itera navata centrale, a significare l’unione dell’Occidente e dell’Oriente nel segno di Cristo.
Benedetti sale, acqua cenere e vino il consacrante asperge l’altare maggiore, l’interno della chiesa. e il pavimento. Il momento centrale del complesso rito, occupa oltre due delle sette ore circa dell’intera cerimonia, che si conclude, dopo la benedizione delle tovaglie, dei vasi ed ornamenti dell’altare.
Dopo alcuni importanti lavori di riparazione e ripulitura alla chiesa di Ardara S. E. Mons. F. Bacciu, vescovo di Bisarcio (Ozieri), riconsacrò chiesa ed altare, con l’intervento di numeroso clero diocesano e moltissimi fedeli.
Una lapide marmorea, applicata sulla parete sinistra dell’altare ricorda il solenne avvenimento. «Rmus DD. Philippus Bacciu Epus Bisarchien, parochi Antonii Solinas, populique supplicationibus obsecundans hane Sanctae Mariae de Regno ecclesiam ad pristinam formam restitutam et pulerius exornatam, una cum altari principali, solemniter consecravit septima die maji anno Dni MCМІ».
Nell’interno della chiesa l’odierno confessionale è del tipo usato usualmente. Del primo è scomparsa ogni traccia. Nei tempi antichi, per il confessore era riservato un semplice sedile, e una specie di cattedra, la quale per lo più non aveva nella chiesa un posto fisso.
La chiesa di S. Maria del Regno, grandiosa, solenne, imponente, di gran valore e mole, è stata dichiarata monumento nazionale.
Tale dichiarazione può definirsi una onorificenza, una distinzione.
Tale onorificenza, nella provincia di Sassari, ebbero anche le chiese di S. Gavino di Porto Torres, della SS. Trinità di Saccargia, presso Codrongianus e S. Pietro di Sorres presso Borutta. La dichiarazione di monumento nazionale si fa con legge speciale, e meno solennemente con decreto reale, o del presidente della repubblica, riguardante edifici o luoghi che si collegano alla nostra storia e alla memoria di grandi uomini.
Le chiese poste come opere stabili di architettura poste dalla legge sotto la tutela della soprintendenza alle belle arti, sono forti baluardi che ieri come oggi, nel loro muto linguaggio, ripetono continuamente, ai fedeli per conforto ed ai nemici per ammonimento: «portae inferi non praevalebunt adversus eam». Si scatenino pure le contro la Chiesa, forze infernali, tanto non prevarranno
[1] Pasquale III fu il secondo antipapa durante la lotta tra Federico I e Alessandro III. Si chiamava Guido da Crema; dopo intrighi, lotte, tormenti e vessazioni, entrò nella basilica di S. Pietro, cinse prima a Federico il cerchio d’oro di patrizio di Roma e poi, con la moglie, ebbe anche la corona imperiale. L’antipapa, colto da canero, finì tra atroci spasimi i suoi giorni e poco dopo un suo fido cardinale, Giovanni di S. Martino, che ebbe gran parte in questo seisma, mort sfracellato dal suo cavallo.
[2] Pasquale II era toscano e di nome Ranieri. Succedette ad Urbano II nel 1099, in tempi assai tristi per la Chiesa. Contro il novello pastore sorsero due antipapi: Teodorico, in Italia vescovo di S. Rufina e Alberto, vescovo di Sabina. Il primo venne rinchiuso nel monastero di S. Trinità della Cava ed il secondo venne condotto per la città di Roma, a bisdosso di un ronzino, e poi rinchiuso a far penitenza nel monastero di S. Lorenzo d’Aversa. Altri due antipapi, Silvestro IV e Gregorio VIII, vennero deposti. Il nemico numero uno di Pasquale II fu Enrico V. che fece spogliare il Papa delle insegne pontificie, e, legatolo lo trascinò con sé, insieme con cardinali e chierici maltrattati, a Trevi e parte a Corcutula. Dopo 60 giorni di prigionia, il Papa, abbattuto da tanti dolori, rientrò a Roma e a per salvare i fratelli e i figli, per preservare dall’eccidio la città e tutta la provincia a, diede all’imperatore la corona imperiale. A Vienna si tenne un concilio riprovante la violenza commessa da Enrico, paragonandolo a Giuda nel tradimento, nello spergiuro, nel sacrilegio e venne colpito di scomunica.
Pasquale, ridotto agli estremi, chiamò a sé i cardinali, li esortò a star fermi nella fede, a guardarsi dai nemici interni e dalle perfidie dei tedeschi. Mori santamente, come visse la notte dal 20 al 21 del 118. Contro Enrico IV, prendevano le armi gli stessi suoi figli Corrado ed Enrico, il quale ultimo, fattolo prigioniero, lo costrinse ad abdicare. Liberato, ripartiva a Liegli e, ritirata l’abdicazione, marciò contro il figlio, ma quando stava per venire a battaglia Enrico V, ribelle anche al padre, trovò, dopo tanto, una vis d’intesa mediante il concordato di Worms.
L’altare
La chiesa di Ardara ha forma basilicale, costruita su pianta rettangolare con l’interno diviso in tre navate da una doppia fila di colonne. Di fronte alla navata centrale il muro s’incurva a semicerchio ed è sormontato da una volta di un quarto di sfera, detta abside.
Alcuni autori pretendono, erroneamente, che la basilica cristiana sia derivata dal tempio pagano ch’era relativamente piccolo e destinato soltanto a contenere l’altare o la statua di una divinità. Neppure deriva dalle «basilicae forenses» che presso i romani servivano da tribunali e luoghi di mercati e di passeggio e s’incominciarono a costruire nel VI secolo di Roma.
L’opinione più comune è che la basilica cristiana, considerata nell’insieme sia un’imitazione della casa romana dove si tennero le prime riunioni. Ciò viene chiaramente confermato da tanti esempi forniti dagli scavi fatti a Pompei.
La parte più importante del sacro edificio è l’altare che è il centro di tutta la sacra liturgia.
Alcuni ritengono che la parola altare derivi dalla composizione di «alta ara», altri invece dal latino «alere», nutrire; quasi ad indicare la mensa per eccellenza, dove ci nutriamo del cibo della vita, del pane angelico. I Padri della chiesa chiamarono l’altare mensa sacra, mistica, celeste, spirituale, angelica, ecc.
Nell’antica legge l’altare era simbolo della presenza e della maestà di Dio. Nella legge cristiana è simbolo della universalità dei di Cristo, del suo corpo mistico e fedeli.
Gli altari che generalmente si collocano in fondo alla navata principale, prima si usavano di legno, poi di pietra. Nelle basiliche primitive vi era un solo altare. In quella del Laterano, al posto del sepolcro si conserva invece l’altare in legno, sul quale, secondo una tradizione vi avrebbe celebrato l’apostolo S. Pietro; ed un altro frammento di tavola, usata anch’essa dal principe degli apostoli, esiste a S. Prudenziana.
In seguito gli altari di legno vennero sostituiti con pietra e marmo. Si crede che S. Silvestro abbia decretato l’uso di questa materia più resistente e meno deteriorabile, perché, come afferma Simeone Tassalonicense: Cristo si chiama anche pietra angolare, nostro fondamento, e perché la mensa è immagine di quella pietra, da cui scaturi l’acqua che, una volta, dissetò il popolo ebreo.
La forma degli altari, in un primo tempo, era svariatissima. Le catacombe ci somministrano i tipi più antichi, ne troviamo oblunghi, rettangolari, rotondi, ed anche triangolari. Le mense o riposano sopra un basamento di pietra, o sú lastre marmoree infisse verticalmente sul suolo, o sostenute su quattro colonnine di marmo, o d da una sola o rotonda o quadrangolare, e sopra un cippo di forma conica, anepigrafe, con la sola croce graffita sulla fronte. Dopo la pace di Costantino, la forma primitiva degli altari mutò. L’arte trionfo in un modo meraviglioso sulla nuda semplicità dei primi altari. Nel sec. V furono materie di costruzione di altari, anche i metalli preziosi. Infatti, nel Liber Pontificalis, si legge che l’imperatore Costantino aveva eretto nella sua basilica, 7 altari di argento purissimo, ciascuno dei quali pesa 260 libbre, e Sisto III, dopo la vittoria riportata su Nestorio, offri un altare d’argento alla basilica di S. Maria Maggiore, e S. Pulcheria, imperatrice d’Oriente, orfana dell’imperatore Arcadio, nel 451, dono, alla chiesa di Costantinopoli, un altare d’oro con pietre preziose.
Nel Ve VI secolo erano già in uso, più altari minori, situati prima in oratori attigui e poi anche nell’ambito stesso della chiesa.
Per legge generale il numero degli altari è sempre limitato a quanto è realmente necessario o conveniente, perché altrimenti ingombrano e disturbano sacerdoti e fedeli.
La chiesa monumentale, di Ardara ha un solo altare.
Dell’antico già da tempo scomparso, rimane solo la base conservata sotto l’ambone, ed è stato sostituito con un altro in marmo, non so se opportunamente intonato all’armoniosa e generale tonalità di tutto l’ambiente.
Altro altarino, data la struttura del luogo, esisteva forse a fianco dell’altare maggiore, sulla navata di destra, però non rimane traccia.
L’antico altare maggiore, come nota di abbellimento, aveva il palio. Il palio o paliotto, è telaio rettangolare, di legno o di stoffa, che copre la parte anteriore dell’altare, dalla mensa alla predella.
Fin dai primi tempi gli altari, specie il maggiore, furono arricchiti con antependi di metallo prezioso e di smalto.
Il Liber pontificalis» fra l’altro, dice che Leone III «fecit super altare Beati Petri, vestem auro purissimo cum cum vite ex gemmis pretiosissimis et margaritis». Fece cioè sopra l’altare di S. Pietro un antependi (un palioto) in cui si ammirava il tralcio della vite eseguito con oro purissimo, tempestato di gemme preziosissime e di perle.
Qui il palioto è chiamato «vestem», qualche volta è detto «vestimentum». In tempo posteriore, anche nel cerimoniale dei vescovi, si parla di «pallium», donde viene il nome di paliotto.
Nella chiesa di Ardara esiste ancora, conservato sulla parete, un palio in legno decorato con rilievi d’oro, diviso in scomparti, con fondo rosso. Vi si ammirano vasetti, fiori ed uccelli, con fregi ornamentali ben condotti ed eseguiti con arte.
Benché l’artista abbia cercato più le ricchezze della decorazione che la finezza dei particolari, pur tuttavia, il senso decorativo è di effetto.
Il prof. Pietro D’Achiardi, in un suo discorso sulla pittura sacra, affermò una gran verità quando disse che l’arte, dopo la fede, è la più grande forza che sospinge l’uomo verso l’altare.
È come un amore divino che si estende a tutto il creato e fa vibrare l’anima dell’artista al di là delle apparenze sensibili, per una eternità superiore di vita e di gioia, contemplando sempre al di sopra delle bellezze delle cose e della natura, la bellezza del sacrificio e del dolore.
Bogare, re dei Bulgari si converti alla fede cristiana alla vista di un quadro raffigurante il giudizio universale, eseguito, dal monaco Metodio, con tutti i requisiti dell’arte.
I fedeli del secolo passato nutrivano una vera devozione per l’altare non soltanto durante la celebrazione del santo sacrificio, ma anche indipendentemente da esso.
S’introdusse, in certe circostanze, l’uso dei fedeli di prestare giuramento posando le mani sull’altare.
Già S. Giovanni Crisostomo ci parla dell’uso dei fedeli di giurare toccando l’altare; S. Pancrazio, nella basilica omonima, a Roma, sulla via Aurelia, era venerato quale vindice della santità del giuramento e, presso il suo altare, si stabilivano patti e contratti.
In tempi non molto remoti, un presunto reo, veniva chiamato all’altare, per attestare, con la solennità del giuramento, la sua innocenza.
Dopo il 1180, anche ad Ardara, s’introdusse l’uso del giuramento di fedeltà, da prestarsi con la dovuta solennità e con le prescritte cerimonie, dai giudici, nello atto solenne in cui si facevano consacrare.
Il Besta nel «Liber Judicum Turritanorum» dice: «In sa ecclesia de Santa Maria de Ardara, subra de su altare majore, faghient sagramentu sos Juigues quando fuini electos pro Juighes in sas manos de sos prelados e rezeviant sa senoria pro sa santa ecclesia romana et offeriant a su altare una libera de arguentu et una de chera». Queste parole scritte in pretto logudorese suonano: Nella chiesa di Santa Maria di Ardara i giudici giuravano sopra l’altare maggiore quando veniva loro affidata la somma del potere, e facevano atto di vassallaggio, con giuramento, alla chiesa romana e offrivano all’altare, a mani dei prelati, una libra di argento e una di cera.
Anche non pochi atti giuridici si compivano davanti all’altare. Quando un uomo veniva nominato a difendere i diritti della chiesa, giurava posando la sua spada sull’altare; l’atto equivaleva alla più solenne delle promesse.
Così un nobile o un principe, prima di effettuare una spedizione guerresca o un fatto d’armi, deponeva un pegno, per esempio il suo coltello, sull’altare rientrando vittorioso ritirava il pegno sostituendolo con una offerta.
I nuovi professori benedettini deponevano sull’altare la dichiarazione di professione, dopo di avervi deposta la firma. In certe congregazioni tale dichiarazione si firmava sullo stesso altare in presenza della comunità.
Santa Elisabetta, regina d’Ungheria, dopo la sua vedovanza, emise i tre voti religiosi: povertà, castità, obbedienza, nella cappella dei frati minori di Eisenach, posando le sue mani sull’altare.
Gravissime erano le pene, con cui la Chiesa un giorno puniva gli spergiuri, e di esse si ha traccia per riverbero anche nelle moderne legislazioni civili.
Oggi molti cristiani, dimenticano il carattere essenziale dell’altare e lo ritengono come semplice piedistallo del tabernacolo ove si conservano le sacre specie.
La chiesa cristiana, oltre l’altare, presenta le sacre immagini dipinte e scolpite, che rappresentano Dio, la Madonna e i Santi, diretti ad elevare la mente dei fedeli alla preghiera per ottenere meriti e grazie.
Nei primi tempi le figurazioni cristiane non rispondevano che raramente ad un senso realistico. Quando la Chiesa poté realmente svelarsi, uscire cioè dalle tenebre delle catacombe all’aperto, ed insegnare in pubblico, allora gli studi artistici incominciarono a progredire sempre più. Allora andava man mano creandosi una nuova scienza vastissima chiamata, giustamente, da taluno il «catechismo monumentale».
Vi fu un tempo in cui le pitture divennero libri immensi, aperti ai fedeli, intelligibili anche agli illetterati, e l’arte prodigo un insegnamento eloquentissimo, perenne, popolare. Col succedersi degli anni, fu introdotto largo uso delle statue nelle chiese per soddisfare ai desideri del popolo il quale, non sufficientemente istruito, preferisce la rappresentazione plastica alla pittorica.
La chiesa di Ardara ha una solo statua: la Madonna del Regno, e sotto il suo reame, i regoli, hanno messo il loro giudicato, eleggendola Regina, capo dello stato con autorità regia.
Quest’altro elemento di grande importanza, appare sull’orizzonte cristiano fin dai tempi più antichi, diretto ad elevare le menti dei fedeli, per mezzo di cose sensibili, all’intendimento e alla meditazione delle cose divine ed accendere nell’animo loro sentimenti di devozione.
La statua, scolpita in legno, misura m. 2. di altezza, è bene eseguita e conserva la dignità regale del secolo V.
La Vergine, proclamata Regina, tiene in testa una corona regale inghirlandata da un’aureola raggiata con arte orientale, sorregge con la sinistra il Bambino benedicente e colla destra impugna lo scettro, simbolo di autorità, di comando e di dominio.
La nicchia ha lo sfondo azzurro tempestato di stelle dorate.
Il sacro simulacro ispira allo stesso tempo, coraggio e fiducia, onde ottenere quella misericordia divina, quella grazia che giustifica e santifica.
Al fedele che la guarda e l’ammira, con occhio di fede, fa sorgere dal cuore e dal labbro l’adorazione in spirito e verità.
Qual madre amorosa, col suo sguardo espressivo, par che voglia spargere abbondantemente le sue grazie ai figli peregrinanti dalla terra al possesso del cielo.
Preghiamo anche noi la Vergine del Regno. È un atto collettivo di omaggio. Tale atto deve pure essere un impegno a fare trionfare la Regalità di Maria su tutti gli uomini; dev’essere una unione di forze per far sì che tutte le genti siano portate a Cristo per costituire con lui un solo Regno: regno di verità e di vita, regno si santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace.
Ardara alle innumerevoli lodi consacrate alla liturgia, volle aggiungere un modesto ma significativo monumento alla regalità di Maria. Nella storia delle prerogative con cui la sacra liturgia esalta la Madre Celeste col titolo di Regina, la monumentale chiesa di Ardara occupa il primo posto.
Furono i regoli e le giudichesse del Logudoro che nel secolo XII insignirono la Vergine col titolo di tale prerogativa. Nessuna chiesa nell’Italia e nel mondo, può vantare tale primato e tanta antichità.
In un vicolo della piccola cittadina di Olevano, sul Tusciano, in diocesi di Salerno, sorge una modesta chiesa, oggi in condizioni di semiabbandono. La chiesetta, da oltre 4 secoli, è dedicata a S. Maria Regina. Fino dalla seconda metà del secolo XV, quando ancora tutto il territorio costituiva il feudo baronale dell’arcivescovado di Salerno, i Vassalli di lui si tennero a dichiararsi pubblicamente i sudditi di una Sovrana che stende il suo dominio in cielo ed in terra, ed in onore di Lei eressero una chiesa sotto il titolo di Santa Regina.
Il ricordo di questo titolo è continuo e costante, come desumesi da tutte le relazioni delle visite pastorali ad incominciare dal 1536.
Questa chiesa esiste ancora, sebbene, dopo gli esempi bellici della ultima guerra, in condizioni assai precarie. Essa, dopo la chiesa di Ardara, occupa il secondo posto nella storia delle prerogative che esaltano la regalità della SS. Vergine.
Sotto il manto di questa Regina, si rifugiarono e Si raccolgono fidenti, i fedeli di tutti i tempi. La diocesi di Ozieri la elesse sua compatrona.
Il titolo della regalità di Maria che nell’anno mariano 1954 venne ufficialmente consacrato in una festa liturgica con le forme solenni di una enciclica pontificia e di una proclamazione grandiosa e trionfale, trova ad Ardara, da circa 800 anni, la sua realizzazione.
Oggi la Madonna del Regno, nella sua reggia, già monumento nazionale, tra lo sfarzo delle bellezze artistiche, attende con l’offerta dei cuori dei suoi numerosi figli prediletti, il dono di una corona aurea tempestata di perle preziose.
Il Sommo Pontefice Pio XII, il 1 novembre 1954, disse: «Che cosa dunque potrebbero fare i cristiani nell’ora presente in cui l’unità e la pace del mondo, ed anzi le sorgenti stesse della vita, sono in pericolo, se non volgere lo sguardo verso Colei, che apparisce loro rivestita della potenza regale?».
Oggi, l’Associazione Donne di Azione Cattolica, con numerosi altri istituti religiosi, a perenne ricordo dell’Anno Mariano 1954, ha deciso di erigere a Roma un tempio intitolato a Maria, Regina del cielo e della terra. Unita al tempio sorgerà un’opera religiosa e sociale di assistenza per la donna, per il ripristino delle virtù muliebri. L’iniziativa è stata portata a conoscenza del Pontefice con un indirizzo di omaggio che reca le firme della Principessa Marcella Pacelli, delle consorti dei due Principi assistenti al soglio, delle consorti degli ambasciatori di Columbia, Uraguay e Venezuela presso la Santa Sede e di numerose altre signore.
Al nobile atto di filiale omaggio e di fiduciosa implorazione, il Santo Padre faceva rispondere, nei termini seguenti, dal Pro Segretario di Stato: «Alle Donne di Azione Cattolica di Roma che sospinte da profonda fede e da cristiana carità, hanno preso la lodevole iniziativa di fondere a perenne ricordo dello Anno Mariano e quale segno tangibile del loro fervido amore verso l’Immacolata, celeste Regina, una nuova opera religiosa sociale; ed a quante con unanime slancio vi hanno prontamente aderito, Sua Santità, particolarmente lieto della concordia di propositi ed intenti riscontrati fra istituzioni ed associazioni, a tutte invia con paterni incoraggiamenti una larga Apostolica Benedizione».
L’appello è stato rivolto da Roma alle donne di tutto il mondo.
Maria proietta sulle anime, sui costumi, sulla cattiveria umana, una luce, un fascino di bontà, di grazia, e, con esse, di ritorni a Dio, di speranze, rinsavimento di dolcezza negli intenti e nelle opere.
Maria del Regno, la Santa Regina, Maria Regina del cielo e della terra, sorride all’uomo e gli dà bene e pace, conquistandosi tutti i diritti ad essere la Regina dei cuori, del mondo, della vita.
La nuova opera, dunque, sorgerà a Roma, meta di ogni spirito umano in cerca di verità, centro di irradiazione per tutta la pietà mariana che trova il suo primo sillabario nelle Catacombe.
L’ancona
Nella mensa dell’altare, solennemente consacrato al culto divino, fino al secolo X, non si collocò nessun ornamento eccetto la tovaglia che si lasciava solo durante la celebrazione del sacrificio eucaristico.
Appena compiuto il sacro rito l’altare rimaneva nella sua severa e caratteristica semplicità di mensa. Di quest’uso si riscontra un ricordo nella cerimonia rituale della spogliazione degli altari che ha luogo, nelle chiese, la mattina del giovedì santo, ritenuta, dagli scrittori mistici del medioevo e dell’età moderna, una manifestazione di dolore per la morte di N. S. Gesù Cristo; mentre non è che un residuo dell’antico rito di denudare gli altari subito dopo il divin sacrificio.
Sull’altare non v’era neppure il crocifisso che si è solito collocare alla sommità del ciborio e nemmeno vi erano i candelieri che erano sostenuti da accoliti; solo attorno, come scrive S. Paolino da Nola, si ponevano molti lumi:
Clara coronatur densis altaria lychnis
Lumina ceratis aolentur odora papyris
Nocte dieque micant…
I candelieri, si incominciarono ad usare dai latini nel secolo X.
In seguito gli altari venivano addobbati sfarzosamente da ricchi ornamenti: veli, tappeti, pietre preziose, drappi finemente ricamati, paliotti, doni di metalli preziosi, quadri, statue rispondenti, per la materia e per il pregio artistico, alla dignità del culto cattolico, o pala o ancona lunga quanto la stessa mensa e divisa in scomparti.
Il dipinto era sempre la forma preferita e più comune della iconografia cristiana.
Per ancona s’intende una tavola dipinta, appositamente eseguita, per lo più, da collocare sull’altare per essere venerata dai fedeli.
L’etimologia della parola è alquanto incerta: forse deriva dal greco eicon, che significa immagine. All’ancona si è soliti dare anche il nome di pala. Le figure preferibilmente si dipingevano su pannelli di legno, per lo più di pioppo stagionato, lavorato con molta cura a pialla, e ben levigato.
I pannelli dipinti, in un primo tempo ebbero forme semplici, privi di strutture architettoniche, avevano forme rettangolari e spesso terminavano a cuspide. I quadri di piccole dimensioni si ornavano d’archi e di colonnine. Col farsi strada dello stile gotico, le ancone furono eseguite a trittico e a polittico con spartimenti sovrapposti e a piani culminanti ad arco acuto.
Nel medioevo chiamavano anconette e nel 400 maestà i dipinti religiosi di piccole dimensioni che servivano da immagini domestiche o portatili.
La più ricca fra le più antiche delle ancone, è quella d’oro donata da Enrico II, imperatore di Germania, (1014-1024) alla chiesa di Basilea, e quella, con smalti e gemme, della chiesa di S. Marco in Venezia e del duomo di Siena. San Bernardo, che badava più alla sua esuberante spiritualità che non alle necessarie esigenze dei fedeli, voleva le chiese spoglie di ogni decorazione, però Vescovi ed Abati, non meno santi e zelanti di lui, videro nell’arte sacra la più potente ausiliaria dell’apostolato religioso.
S. Oddone soleva dire che le bellezze dell’arte sacra fanno pregustare la beatitudine celeste.
Quando Pietro il Venerabile, grande abate di Cluny, visitò le magnificenze della chiesa di S. Denis, e poi nel monastero vide la povera stanzetta dell’abbate Sugero, religioso di vasta cultura e di grande pietà, e osservò poi il suo semplice letto di paglia, disse: «Veramente quest’uomo non ha cercato la grandiosità e lo splendore per sé stesso, ma unicamente per Iddio».
Il Medio Evo ha concepito l’arte come un insegnamento: tutto ciò ch’era utile conoscere, la storia del mondo fin dalla creazione, i dogmi religiosi, gli esempi dei Santi, ecc., tutto veniva insegnato. Le grandi figurazioni sacre portavano testimonianza della verità di ciò che la chiesa insegnava.
Negli statuti dei pittori senesi del ‘300 si legge: «Noi siamo manifestatori agli uomini grossi che non sanno lectera, de le cose miracolose operate per virtù della santa Fede».
Gli artisti sentirono quindi il bisogno del popolo di avere la fede illustrata, sentirono profondamente la loro missione e vi ubbidirono.
Anche la chiesa d’Ardara ha la sua ancona per cantare un inno nuovo alla fede e alla scienza. L’artista ha messo il pennello a servizio di un’idea sublime.
L’Ancona misura m. 6 di larghezza e oltre 10 di altezza. Pochi anni fa era molto deteriorata dal tempo e forse anche dall’incuria.
Oggi restaurata rifulge, in parte, della sua gioconda luminosità.
A proposito di restauri delle opere d’arte, il prof. Corrado Mezzana, in un discorso tenuto a Roma nella prima convocazione della settimana d’arte sacra per il clero cui presi parte anch’io, dice: «Nel campo della tutela monumentale, vige il principio indiscusso che «conservare val meglio che restaurare»; principio analogo all’altro del «prevenire e non reprimere», che domina nel campo morale. Tale favore è pienamente giustificato. Chi conserva agisce come il medico che o previene le malattie o, appena affacciate, le combatte e le allontana; il restauratore è invece più simile al chirurgo che taglia e amputa, né c’è abilità di ortopedico che possa dare ad un arto meccanico la perfezione di quello naturale. Con questa differenza, a tutto vantaggio della conservazione, che il restauro è arte difficilissima e molto controversa, mentre la conservazione è facile, agevole, sempre a portata di mano di chi, con lo zelo, abbia un briciolo di competenza e di buon senso».
Entrando nella chiesa di Ardara, l’ancona che divide il presbitero dall’abside, si presenta in veste sfarzosa e con economia di spazio, piena di suggestione che costituisce una nota di vivacità coloristica squisita.
L’ancona è composta dalla bellezza di trentuno quadri a tempera, cioè pittura fatta mescolando i colori con latte, colla e albume d’uovo.
I quadri sono separati tra loro da fregi decorati ad intaglio e a trafori di stile gotico.
Ai due lati superiori sono esposti due scudi di Aragona coi cinque pali rossi.
Aragona, regione storica della Spagna, costituita in regno indipendente nel 1035, giunse nei secoli successivi a grande splendore estendendo largamente i suoi domini anche in Sardegna. Nel 1297 il papa Bonifacio VIII concedette l’investitura dell’isola al re d’Aragona Giacomo II. L’impresa di prenderne possesso fu affidata all’infante Don Alfonso nel 1323; Sbarcando nei porti del Sulcis, con poderoso esercito, ricevette l’atto di sottomissione dal giudice di Arborea, dal comune di Sassari, e da molti altri notabili dell’isola.
La dominazione spagnola in Sardegna durò due secoli e mezzo.
I dipinti colorano tutta l’atmosfera del tempio adempiendo mirabilmente alla loro funzione ornamentale.
La decorazione, ricca di dorature, vivace e chiassosa, contrasta con l’aspetto cupo e funereo, ma pur sempre festoso, e grandioso della chiesa.
Il tocco è spigliato, magnifico per i sugosi e robusti impasti di colore: è una sorpresa per gli amatori.
La pittura è fatta di ricerca decorativa a piani semplici, campati a tinte unite; è fatta di melodiosità lineari; è fatta soprattutto di umiltà e di cammossa devozione.
Tutto un mondo ingenuo e fantastico, popolato di santi e di profeti, tratteggiati con stupendi effetti di luce. Il tutto distribuito con magistero, con cura minuziosa dei particolari e con sentimento.
I diversi dipinti, a fondo dorato, hanno lo scopo precipuo di glorificare Iddio, onorare la Madonna, e venerare i santi i più conosciuti, e quindi i più in devozione nell’ambito del giudicato di Torres.
Nel 1843, il rettore della chiesa di Ardara, Antonio Carta Spanu, rinvenne a caso, ai piedi del tabernacolo, un’antica iscrizione. Ne informò subito l’archeologo Canonico Spano, che, recatosi sollecito sul posto, smosse alcuni gradini e su di un tassello riuscì a decifrare il nome dell’autore: «Joannes Muru me pinxit» e l’anno dell’esecuzione «MDXV».
Ancora più in basso della citata iscrizione ce ne sta un’altra che dice: «Hoc opus fecit fieri Mons. Joan Cathaolo, asipreste, et Donu Bajnius Valedu et donnu Valentinu Dettori, mastru Bajnius Maroniu et Donu Pebrusu Madius obres».
Il Cathaolo era arciprete di Bisarcio e si crede che gli obrieri fossero compaesani di Giovanni Muru. Dell’arciprete Cathaolo, del capitolo di Bisarcio, si parla in un condaghe dell’antica chiesa di Sorres.
Dall’iscrizione risulta che nel 1515, ad Ardara vi erano alti personaggi autentici; ciò dimostra che in quel tempo il paese era in prospere condizioni. Non pochi degli artisti sardi hanno lasciato molte delle loro opere ma non si sa con certezza a chi appartengono.
Pochi hanno messo il loro nome sui loro lavori. A Cuglieri esiste un bel quadro dell’Immacolata Concezione; ai piedi della Vergine sta scritto: «Pinxit Gregorius Are, Fonnem, anno 1739».
Su di una Cena che si conserva nel refettorio del convento dei cappuccini a Mores, leggesi: «Joannes Baptista Budroni, sacerensis, die XIV aprilia anno Domini MDCCLXVIII, pinxit».
A questo pittore appartengono il quadro di San Onofrio, della chiesa dei cappuccini di Bolotana, e la lamina di rame rappresentante la Vergine che allatta il Bambino. L’iscrizione autografa, a tergo, in spagnolo, dice: «Vale esta lamina 3 L. por minor precio il pictor Juan Battista Bodrony el 20 agosto 1777 in Ottana».
Nella seconda metà del secolo XI si distinse pure Costantino di Ardara, che dipinse le lunette dell’abside della chiesa della Madonna del Regno e il sontuoso palazzo dei giudici ivi esistente.
Rimangono anche alcune pitture di Giacomo Pinna di Oristano che visse al tempo della giudichessa Eleonora.
Molti sono i lavori autografati di Baccio Gorinio, fiorentino, che abbandonata la patria per delitti politici, si rifugiò in Sassari. Ivi eseguì molte opere degne di lode tra cui il quadro di San Cosma e Damiano, nella cattedrale, la Conversione di San Paolo nella parrocchia di Codrongianus, la Vergine col Bambino in Cargeghe. Questo dipinto eseguito nel 1588 e restaurato da Alberto Diana con tinte a guazzetto, fu arricchito, dall’arcivescovo Catania di 80 giorni d’indulgenza, ogni sabato, a chi visitasse questa sacra immagine. Del Gorinio è anche il quadro di Santa Tecla di Nulvi.
Tutte queste pitture furono ordinate, animate, ispirate dai sacerdoti per essere venerate e per dare conforto e pace ai cuori in lacrime.
La Pala di Ardara, come si è detto, è opera di Giovanni Muru, che comunemente si crede nativo di Ploaghe.
Nella pittura del Muru, oltre l’esperta conoscenza del mestiere e il genio dell’arte si rivela la fiamma della fede, e vi si rispecchiano mirabilmente i caratteri fondamentali dell’arte sacra: catechistica, devozionale o ornamentale.
Il segreto per cui il Muru è un grandissimo pittore sacro sta nella sua capacità artistica e nella sua fede.
Senza capacità artistica non si avrà mai un’opera d’arte, anche se l’artista è piissimo. Ma la fede e la pietà, come afferma il Cardinal Costantini, danno ali al genio artistico e lo innalzano in una luce soprannaturale.
Il Muru, come il Perugino, il Pinturicchio, Raffaello, e gli altri artisti del Rinascimento, visse in una cordiale consuetudine col clero. Fu buon amico dell’arciprete Cathaolo, e dei prelati e sacerdoti appartenenti alla diocesi di Bisarchio. Da essi riceveva le commissioni e le istruzioni per i suoi quadri. Egli non era un appassionato o profondo cultore di teologia odi storia sacra o profana, ma si giovava degli insegnamenti del clero da cui sbocciava un’arte religiosa degna di questo nome e degna della nostra generazione.
Pare impossibile, scrive lo Spano, come un uomo solo abbia potuto portare a compimento un’opera colossale che può chiamarsi un tesoro di arte. L’Ancona non fu eseguita esclusivamente dal Muru.
L’Angius è del parere che non poche opere dell’isola fossero creazione di una scuola particolare sarda. Io son d’avviso che tra gli artisti sardi vi fossero operai appartenenti a qualche gremio di belle arti simile a quello che nel secolo XIII fiorì a Pisa.
In quell’epoca si era sotto la dominazione pisana e molti pisani soggiornavano in Sardegna perché spesso chiamati dal clero e dai secolari a costruire chiese, castelli, ponti e reggie.
Con i muratori affluivano anche i pittori che nel loro studio ammettevano elementi sardi. Di questi, alcuni con l’applicazione, col lavoro assiduo, con la pazienza, riuscivano ad affermarsi e slanciarsi a farsi strada, a farsi un nome. Si separavano in seguito dai loro maestri e aprivano nuove scuole prettamente sarde.
La Sardegna possiede molti quadri di quell’epoca, eseguiti con squisita fattura, e ne avrebbe posseduto ancor di più, di maggior valore e di maggior pregio, se l’incuria dei preposti alla custodia, l’avidità dei compratori stranieri, l’ingordigia degli antiquari, non li avesse fatti scomparire.
L’Angius, a proposito dell’ancona, nel 1833, ha lasciato scritto che «i dipinti conservano tuttora la freschezza dei colori; i panneggiamenti hanno del rozzo, ma i visi e le mani non potrebbero farsi più belle».
Il bibliotecario di Versaille, Valery, nel 1835, nel suo Viaggio in Sardegna loda molto le figure a fondo d’oro, e resta sorpreso e meravigliato delle pitture che rivelano civiltà e ricchezza.
Lo Spano asserisce che «è la più grande tavola a tempera che si conosca, e fra l’altro prosegue: «non havvi una figura, un angioletto, una pennellata che non meriti l’attenzione dell’intelligente. Tutto è magnifico, tutto è divino!
L’entusiasmo dell’Angius, dello Spano e del Valery non lo credo esagerato. Le pitture sono veramente meravigliose e di una correttezza di disegno che sorprende e colpisce profani e competenti.
L’ancona corrisponde alle esigenze del luogo sacro, sia dal punto di vista strettamente religioso, che da quello artistico.
Il Muru, sempre originale nella composizione e rigoroso nel colorito, diede alla sua opera un carattere, un pensiero, una volontà, un’anima possente, e con la meravigliosa virtù dell’espressione, creò quadri di vera bellezza. Il panneggio qualche volta, è vero, ha troppo del crudo e del rozzo, però nell’insieme il colore procede dall’impianto scuro alle luminosità più vive.
Lo studioso che esamina ed osserva sia pure il solo pregio artistico dell’ancona, sente talvolta risvegliarsi in sé qualche cosa di sovrano.
Anche l’anima gelida di coloro che non sentono la bellezza della fede, provano un intimo richiamo a verità vagamente negate.
Bagliori d’arte
Tra i quadri notevoli per leggiadria di figure e di composizione, per tecnica e per colorito, spiccano mirabilmente:
IL PARTO DI SANT’ANNA è un’opera magistrale, succosa di colore. La Santa giace coricata nel letto, con le spalle affondate sul candido cuscino. Ha la testa coperta di un bianco velo e cinta d’aureola. L’atteggiamento è soave. In grembo ad una donna. seduta per terra, sorride Maria Bambina, la prescelta fra tutte le donne, l’umile e alta più che creatura.
Ai piedi del letto un vegliardo: S. Gioacchino, dalla barba fluente e dall’aspetto profetico. A fianco tre donne in piedi addette all’assistenza premurosa della puerpera e dall’altro lato altre quattro donne che prodigano amorosamente le prime cure alla neonata.
Le figure sono l’una dell’altra; sono tra loro in stretta relazione di gesto e di atteggiamento, mentre troppe volte, in certe altre pitture anche moderne, i personaggi di una composizione sembrano altrettanti ritratti messi lì accanto nello stesso quadro, per economia di tela.
Il colorito di tutto l’insieme è delicato, e spira affetto, dolcezza, grazia, attenzione, accuratezza. Bello anche per chi con la pittura non ha soverchia domestichezza.
Anche il quadro del TRANSITO DELLA MADONNA, denso di vita e di forza, raffigurato con magistero di tocco, rivela il Muru valente compositore e buon coloritore.
La Vergine a letto, gli apostoli che le stanno vicino, le due figure che tengono il libro aperto su cui sta scritto: «In exitu Israel de Egypto (salmo CXIII, V. 18» formano un assieme stupendo per spontaneità, espressione, buon disegno, colorito e per naturale atteggiamento.
Il quadro dell’ANNUNZIAZIONE è alquanto ricco di colorito. L’arcangelo Gabriele, genuflesso, saluta, con atto riverente, la Madonna che prega inginocchiata sul genuflessorio. L’atteggiamento di entrambi è timido e commosso.
LA NASCITA DI GESÙ BAMBINO è un quadro eseguito con tocco magistrale.
Se davanti alla maternità umana nessun artista riesce ad esprimere l’emozione di una giovane madre nel dare il primo bacio al suo piccino, dobbiamo riconoscere che il genio rimane quasi annientato davanti alla maternità divina. Ad attenuare in minima parte quell’abisso fu permesso agli artisti medioevali di attingere nei testi dei Vangeli apocrifi, specialmente di fonte siriaca, episodi marginali graditi all’ingenua curiosità dei devoti. Così fin dal V secolo la Vergine è assistita da due ancelle intente a dare il bagno al neonato, e appaiono i due animali nella stalla. Il Bambino veniva adagiato in una mangiatoia, su uno strato di paglia di cui l’asino, più audace del bue, strappa qualche piccolo stelo drizzando le orecchie. Il Muru attenendosi a questa consuetudine riproduce l’irrequieto movimento del Bambino, lo sguardo dolce e caratteristico della Madonna e di S. Giuseppe e l’incantevole sorriso degli angioletti.
Lo sguardo è attratto dall’espressione, dal buon disegno, e colorito e dal naturale atteggiamento dei soggetti.
L’ADORAZIONE DEI MAGI. Nell’affresco del cemeterio di Domitilla, Maria appare come una dama del patriziato, seduta sul seggio curule dal dossale ricurvo, vestita con la dalmatica listata di porpora, con la mano aperta a ricevere i doni dei Magi. Il Muru segui questa via trionfale, concentrando l’attenzione sulla Madre di Dio; anche i re protesi verso il gruppo divino piegano il ginocchio in segno di adorazione. La Vergine Madre tenendo in grembo il divin Pargoletto occupa il centro morale della composizione; l’artista rappresenta con maestria, l’espressione benevola e la letizia nel ricevere le primizie dell’amore del mondo. In questo quadro vediamo anche riflettere i costumi e i tipi, aristocratici o paesani.
LA RESURREZIONE. Il dipinto, minutamente incisivo, rivela bene, nello sguardo fisso e lontano, nella severa distensione dei lineamenti, il pacato e mite aspetto spirituale del Grande trionfatore della morte. Anche i soldati sonnecchianti, sono mirabili per semplicità e verità di espressione. L’opera anche imponente per il numero delle figure, è intensamente drammatica.
L’ASCENSIONE espressa con foga e abilità, per la varietà dei toni, la trasparenza delle luci e l’armonica disposizione delle figure, appaga le crescenti sorprese dell’arte.
LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO è un quadro trattato con grazia semplice e ingenua; le figure dolci, piene di grazia e di garbo, sono profonde di raffinatezza pittorica.
Gli apostoli innalzanti preghiere al cielo, colpiscono per i toni vivissimi del colore.
Il Muru riesce ad esprimersi con sorprendente gusto del colore, con calde pennellate, anche nei piccoli quadri.
In una tela è dipinto il ritratto del committente dell’ancona: l’arciprete GIOVANNI CATHAOLO. Veste una sottana color mattone ed una zimarra nera; tiene in mano uno zucchetto rosso e dalla parrucca, dai capelli folti, lisci e neri, affiora la tonsura, bianca e rotonda.
In quel tempo vigeva la consuetudine che non solo i committenti ma, il più delle volte anche i pittori, erano soliti mescolarsi [solevansi cacciare] tra i personaggi dei propri quadri, generalmente in atto di preghiera.
Così nella tela del secolo XV, rappresentante i tre martiri turritani, Gavino, Proto e Gianuario, esposta alla venerazione dei fedeli nella sacristia di S. Maria in Betlem di Sassari, si ammira il ritratto del donatore: LEONARDO ALAGON, marchese di Oristano. Così anche a Buddusò, nella chiesa di S. Quirico, su di un grande quadro raffigurante l’apostolo S. Andrea, opera del pittore «Jeronimus Ruffinus Neapoli» appare la figura del donatore.
A destra del tabernacolo si ammira un SANTO AUREOLATO che indossa il costume del secolo XVI. Tiene in capo un berretto rosso, ha la tunica con le maniche rimboccate, la zimarra verdognola, l’ermellino, la sciarpa, un pennello alla destra ed una cassettina con colori alla sinistra. Tutto l’insieme ha l’aspetto di un pittore e per aggiunta santo perché aureolato. Lo Spanu ed altri antichi scrittori vedono in quell’effigie l’autoritratto del Muru.
Del resto anche nella copia fedele della «Madonna del tempietto del Sanzio» che si conserva nella cattedrale di Sassari, nella seconda cappella del lato sinistro della gran navata, il pittore Diego Pinna, del secolo XVII, sul fondo del quadro, dipinse sé medesimo a mani giunte, umile e supplichevole. A Siena nella chiesa di S. Agostino, la testa che sporge tra i due alberi, sul dipinto dell’«Adorazione dei Magi», si indica come autoritratto dell’artista.
A Firenze nella Galleria degli Uffizi, «l’incoronazione della Vergina» di Filippo Lippi, il pittore ritrasse sé stesso inginocchiato e orante ai piedi del Precursore, mentre un’angelo dispiega davanti a lui un cartiglio con le parole: «is perfecit opus», che indicano l’autore dell’opera.
Il Muru avrebbe potuto seguire l’esempio dei suoi illustri maestri, ma certo non si sarebbe beatificato con l’aureola, annoverandosi tra i servi di Dio, onorati di culto pubblico ecclesiastico, senza l’autorizzazione del Sommo Pontefice.
A me pare che il Muru abbia piuttosto ritratto non la propria persona ma bensì la figura di S. LUCA evangelista.
Infatti molti scrittori di polso, antichi e moderni, cattolici o meno, attribuiscono a S. Luca la qualità di pittore, e si pretende che abbia lasciato non pochi quadri eseguiti di sua mano. Fra questi si annovera un ritratto della Vergine che da Gerusalemme fu mandato a Costantinopoli all’imperatrice Pulcheria, la quale le mise in una chiesa da lei fatta edificare nella capitale. Così pure si dice di S. Luca che fosse scultore, e che abbia lavorato parecchi veneratissimi simulacri in legno di cedro; come quelli di Loreto, di Oropa, della Madonna della Guardia sopra Bologna, ecc. Un quadro attribuito a Raffaello nell’Accademia di S. Luca a Roma, riproduce l’Evangelista in atto di dipingere la Madonna col Bambino. Anche un quadro del Pinturicchio esposto nella basilica parrocchiale di Santa Maria del Popolo, a Roma, rappresenta S. Luca intento a dar col pennello gli ultimi ritocchi all’angelica figura della Beata Vergine.
Da tutto l’insieme possiamo concludere che il santo aureolato riprodotto sul quadro dell’ancona di Ardara rappresenta S. Luca non come apostolo ed evangelista ma come pittore, e come tale, munito del pennello e della tavolozza a scatola.
Alle figure di cui si è parlato sopra, segue un bellissimo ciclo di suggestive pitture, rappresentanti alcune personalità dell’antico testamento che illuminate da Dio, predissero molte cose del Messia, della cattività degli Ebrei, e della fine dei buoni e dei rei.
Le figure costituiscono un inno di fede, un poema di bellezza.
Su ogni quadro, su nastro svolazzante, secondo l’uso della scuola primitiva fiamminga, sta scritto a stampatello, un motto, un detto, una frase latina tolta dai libri sacri. I soggetti sono interessantissimi per la concezione compositiva, per le calde e vibranti tonalità coloristiche, come anche per i costumi.
Eccovi l’elenco dei profeti e le relative frasi scritturali:
Davide «Ecce ego hodie geui te»; Mosé con le 12 tavole della Legge; Daniele «Ecce ego cum nubibus coeli filius hominis veniebat»; Salomone «Tota pulcra es amica mea, et macula non est in te»; Abramo «Ipse mittet angelum suum coram te»; Zaccaria «Ecce ego caelabo sculpturam eius»; Amos Qui aedificat in coelo ascensionem suam»; Gioele «Effundam spiritum meum super omnem carnem»; Isaia «Ecce Virgo concipiet et pariet filium»; Geremia «Ad te gentes venient ab extremis terrae»; Malacchia «Et statim veniet ad templum suum dominator, quem vos quaeritis»; Baruch ««Post haec in terris visus est et cum hominibus conversatus est»; S. Giovanni Battista, col libro dei sette sigilli.
Seguono, belli per espressione, per buon disegno e per il colorito naturale i dipinti che rappresentano i santi che sono più in devozione nella provincia di Sassari: S. Gavino di Torres che cavalca un cavallo bianco con in pugno una bandiera rossa; S. Gennaro con palma e fiale di vetro, S. Stefano con due sassi sul libro che tiene alla destra; S. Martino di Tours, a cavallo, che taglia con la spada un lembo del mantello per offrirlo ad un povero; S. Nicolò di Bari, vescovo di Mira, con il libro, mitra e baccolo, e S. Antonio di Padova, pure eseguito con potenza di colore e magistero di tocco. Una figura di Cristo morto, ai piedi della croce si rivela nella potente modellatura dei muscoli, delle vene e delle giunture.
I due quadri degli apostoli S. Pietro e S. Paolo che coprono i battenti delle due porte che conducono alla abside, misurano m. 1,80 di altezza.
Le due figure, a piedi nudi, con pochi capelli e con folta e lunga barba, sono mirabili per semplicità e verità di espressione, e mostrano tanta forza nel solenne panneggiamento e nello splendido colore di un cromatico raffinato. S. Pietro tiene in mano una chiave, segno di autorità, e S. Paolo, una spada, emblema di fermezza; entrambi stringono il libro del Vangelo. Le due figure di gentile purezza di forma, spiccano per grandiosità di composizione e splendore di colorito.
Anche nei ritratti della seconda pala, l’artista conferma la sua fama di buon pittore. Ottimi ritratti per sentimento e per qualità pittoriche, dipinte con rara bravura e vigoria di colore.
Questa pala, attualmente, si trova a Roma, presso l’Istituto Restauri, per rimettere a nuovo i quadri alterati dal tempo o da ritocchi arbitrari o sconvenienti.
Fasti e trionfi
Una iscrizione lapidaria murata sulle pareti del presbitero, «in cornu epistolae» leggesi: «MCVII septimae idus maji consecr. sub Paschali secundo Romanae Ecclesiae Pontifice… reliquiae huius altari… lepis de sep…». Da questa lapide risulta che la chiesa parrocchiale di Ardara, fu consacrata sotto il pontificato del Papa Pasquale II.
Un legato pontificio venne da Roma per ungere d’olio santo le mura del sacro recinto. Un insolito spettacolo, certo, quel giorno, animava le vie del centro abitato. Forse allora le vie che confluivano a guisa di torrenti rumorosi di popolo, saranno state pavesate da panni tessuti dagli antichi telai, illustrati da fantastica fauna e da rigogliosa flora, o di broccati a fioriture policrome.
In questa chiesa d’Ardara, dedicata a Nostra Signora del Regno, si ebbero concili e sinodi e trionfi, lieti avvenimenti ed onori.
La parola concilio in genere vale riunione. Presso i Romani il termine ebbe parecchi significati particolari, fra cui quello delle riunioni della plebe (concilia plebis), le cui deliberazioni (plebiscita), a partire dal 287 a. C., ebbero valore di leggi.
Nella Chiesa è definito: «Conventus virorum ecclesiasticorum, ad tractandum et statuendum de rebus ad Ecclesiam pertinentibus». Cioè assemblea di dignitari ecclesiastici per deliberare su questioni di fede, di culto e di disciplina. Il concilio può essere di 4 specie: diocesano, provinciale, nazionale, generale. Questo è la riunione di tutti i vescovi della Chiesa convocata dal Papa e presieduta da esso o da qualche suo legato, per discutere e deliberare su questioni riguardanti la chiesa universale.
Per la convocazione dei concili che hanno avuto luogo nella chiesa della Madonna del Regno, in Ardara, era necessaria l’autorizzazione del Pontefice, che delegava a presiederli un suo Legato.
Ad Ardara si ebbero anche dei sinodi: adunanza, assemblea, congressi, convegni, di canonici e sacerdoti con cura d’anime di una diocesi o provincia; specie di concilio di second’ordine (concilio diocesano), convocato dal vescovo e da lui presieduto.
In questa chiesa, negli albori della sua nascita, nel 1135, si tenne il Concilio nazionale presieduto dall’arcivescovo di Pisa, Uberto, primate di Sardegna e legato del Papa; concilio al quale assistettero gli arcivescovi, i vescovi e gli abati dell’isola, per decidere delle controversie avvenute tra il clero della cattedrale di San Gavino e l’arcivescovo di Torres che, senza consultarlo, s’era permesso di dare le chiese di S. Giorgio di Barace e di Santa Maria di Gennos (Sennori), ai frati di Montecassino.
Nella biblioteca Baille esiste una carta autentica estratta dal monastero di San Lorenzo alle Rivolte di Pisa, scritta il 23 maggio 1178, che contiene la donazione della casa regia di Bosoe, sottoscritta «in Sardinia ante palatium de Ardaras». Nel detto atto l’arcivescovo di Cagliari, Ricco, onorato della speciale confidenza del Papa Innocenzo III, nel 1196 definì nella chiesa di Ardara la controversia tra l’arcivescovo di Torres Biagio e Gregorio, vescovo di Ottana, accesasi per ragione di un censo a Santa Maria di Gennori e di S. Giorgio di Barace.
La carta di concordia venne distesa nella chiesa di S. Maria di Ardara e ne furono testi: «Domnus Gregorius authesis (di Ottana) episcopus, cui huius concordiae auctor extitit; Giovanni arciprete di S. Gavino; Giorgio Scarpa, priore di S. Gavino.
Che l’Arcivescovo Ricco recasse da sé ad effetto la legazione del Papa, desumesi chiaramente dallo stesso atto, ove si legge: «Causa ipsa mihi a domino pacommissa fuisset, in turritana ecclesia soluta».
Altre questioni furono risolte e nuove difficoltà felicemente appianate. In quel tempo il medioevo peccava un po’ di anarchia. I diversi ordini della società avevano diritti, franchigie, garanzie e libertà verso i loro superiori, e l’autorità di questi era molto meno arbitraria e assoluta di quanto non dovesse essere in seguito.
Nel 1205, Ricco, Arcivescovo di Cagliari, pure delegato dal pontefice, tenne un sinodo ad Ardara per ridurre ad un’amichevole concordia coloro che si rifiutavano a pagare i censi dovuti.
Dopo la vittoria di Gonnario di Arborea su Comita di Torres, il vincitore usò misericordia al nemico, sospendendo ogni aggressione. La pace fu accettata e Gonnario condusse in città, con tutti gli onori, il giudice Comita, il figlio Nerino e quattro dei più nobili duci, con tutta solennità si stipularono le condizioni dell’accordo, e accioché Comita fosse più sicuro della amicizia del giudice Gonnario, si convenne il matrimonio dei loro figli con grande giubilo del giudicato. Il giovine Nerino, ben accompagnato da duci e nobili, partì da Arborea, sostò ad Ardara, visitò la chiesa e si diresse alla volta di Torres, dov’era la sposa Marina. Ritornati tutti ad Arborea si celebrarono le nozze con solenne pompa e tripudio, dice il Codice d’Arborea, pubblicato dal Canonico Salvator Angelo De Castro.
L’uomo, per lo più, ricerca la felicità nello sfolgorio iridescente degli allori mondani e percorre, con avidità famelica, la via delle umane passioni nella ricerca affannosa di un bene materiale.
Qualche volta però dimentica il confuso turbinio della vita, la voluttà, l’ebrezza dei piaceri che non soddisfano, e sente la necessità prepotente di spingere i suoi passi nel tempio, e nel raccoglimento volgere in alto la mente e innalzarsi a Dio.
Solo allora l’uomo appare come un fiore variopinto e profumato che imperlato di rugiada mattutina s’apre ai raggi dell’astro fulgente.
Lo stesso Michele Zanche[1], il famoso barattiere ricordato da Dante Alighieri, pensando ai tristi giorni della sua sciagurata vita, durante il suono delle campane, dell’«Ave» dell’alba e del tramonto, avrà sentito qualche volta frizzare nelle ossa brividi ghiaccianti: il pungolo del rimorso, ed una forza arcana, divina lo avrà spinto ad entrare nel monumento d’arte e di fede, per implorar pace ai piedi di Maria del regno, regina delle vittorie.
Moore, forse il più gran poeta dell’Inghilterra dopo Byron, affranto, stanco dai lunghi viaggi nella ricerca della verità, rientra e riposa alfine ai piedi dell’albero della fede e grida con grande entusiasmo: io ti saluto, o fede cattolica; in te solo ha dimora la pace, e in te sola sta la fonte di verità e di ogni bellezza.
Mentre Enzo, in arme, non metteva pregio che nella spada, bellicoso, ricoperto di ferro, incatenava la libertà sotto il giogo di tiranno, odiava persino la moglie che in mano gli aveva messo lo scettro. Ingrato!
Allorché il crudele Bobadilla, governatore dell’isola Ispaniola, ordinava di porre i ceppi ai piedi di Colombo, nessuno ardi macchiare le mani con atto si vile, mettendo in catene colui che aveva spezzato le barriere del mondo, nemmeno i suoi nemici; ma un uomo oso farlo… un suo servitore beneficato da lui! Mancanza anche questa di riconoscenza!
Qualche volta anche Enzo si sarà spinto innanzi, ad ascoltare la natura che continuamente annunzia Dio con le sue bellezze. Avrà pensato: esiste un essere invisibile che ci ama, ci provvede e pensa a noi; di lui parlano coi loro gorgheggi gli uccelli che non seminano né mietono eppure trovano il necessario per vivere; di Lui parlano i gigli del campo che non filano né tessono eppure si vestono meglio di Salomone; il mare ne parla coi suoi muggiti, di Lui ne parla tutto il creato.
Qualche volta anche Ubaldo nel silenzio della notte, appartato dal turbinio della vita, illuminato da uno di quegli sprazzi di luce che vivificano, avrà pensato alla chiesa della sua reggia, vi sarà penetrato in spirito, e davanti all’altare dalle luci spente, avrà chiesto misericordia dalla Madre di misericordia. Sarà anche questo uno dei tanti trionfi della Madonna del Regno, regina dei trionfi.
[1] Michele Zanche, barattiere scaltro e malizioso, fu grande dignitario di corte e grande cancelliere del giudice Nino Visconti, ghibellino, nativo di Pisa. Da diversi atti notarili esistenti nell’Archivio di Stato di Genova risulta che il Zanche era nativo di Sassari. Giovanni da Serravalle, sul commento di Dante lo chiama «magnus baraetarius valde astutus». L’Alighieri lo piombò sdegnosamente nella 5 bolgia del suo Inferno, appaiandolo a frate Gomita di Gallura di non meno triste rinomanza.
Michele Zanche, da un amore ignobile e volgare, ebbe una figlia di nome Caterina, che andò sposa a Branca Doria, e questi, nei 1275, impaziente di strappare al suocero la signoria, to invito a convito, e, al levar della mensa lo fece trucidare, tagliandolo a pezzi. Strana coincidenza! Quarant’anni addietro, nel 1236, lo stesso Michele Zanche e i suoi soci, fecero a pezzi il cadavere del giudice Barisone per darlo in pasto ai cani ed ai maiali.
Restauri
Vi sarebbe molto da scrivere in tema di restauri. particolarmente sul modo in cui questi vengono eseguiti. Mi limito a notare che il sistema in gran parte adottato di ridipingere le zone e le piccole parti deteriorate, se da una parte soddisfa l’occhio inesperto del profano, dall’altra disgusta l’occhio clinico dell’osservatore competente.
Alle pitture antiche, gli agenti atmosferici, la polvere, la fuliggine, la luce viva del sole, la patina, la sporcizia, l’umidità producono di tempo in tempo, danni incalcolabili e perciò devono essere incessantemente ed accuratamente sorvegliati.
Avvertito il guasto, occorre intervenire senza perder tempo con gli opportuni rimedi, onde riparare ed arrestare l’irreparabile rovina.
I provvedimenti empirici, usati in passato, hanno spesso falsata l’opera, antica. Certe opere esageratamente rinfrescate, riverniciate, rimaneggiate, integrate, rinnovellate, sotto l’impulso di una nuova creazione, con aggiunte e modernizzazioni, perdono pregio e valore, importanza e bellezza.
Il francese Leon a proposito di restauri affermò «doversi non ringiovanire il monumento ma solo prolungare la durata».
L’Huysmans[1] scrisse: «Lasciateci il vecchio colore e la vecchia forma del monumento o del rudere, mille volte più suggestivo incompleto e mutilato»; il Didron dichiarò «meglio consolidare che riparare, meglio restaurare che abbellire» e l’insigne e geniale Gustavo Giovanni[2], sagace interprete del valore dei monumenti, consiglia di seguire le leggi del minimo lavoro e della minima aggiunta.
Oggi troppo facilmente il pittore si arroga il diritto di impiegare il pennello per rifare ciò che manca, per ravvivare un colore sbiadito, per rafforzare una tinta di fondo, per ripassare un particolare dalle tinte e dai toni digradati, per dare risalto plastico a ciò che è riprodotto in disegno.
Per ritornare al pristino stato le opere d’arte, quadri, affreschi e tele, che hanno in parte alterate l’originario aspetto, varie e difficili sono le tecniche da seguire.
Il restauro è un’arte che richiede grande perizia e profonda conoscenza dell’opera che si vuol restaurare.
In Vaticano gl’intelligenti e periti conservatori delle opere d’arte, non hanno alterato il carattere del dipinto ma si sono adattati a lavori di consolidamento. hanno spolverato gli affreschi della volta della Cappella Sistina ma non hanno mai pensato di ripassare col pennello, i dipinti che recano l’impronta del Genio di Michelangelo[3].
Anche i restauri della Cena di Leonardo[4] dipinta nel 1495, nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie in Milano, sono stati condotti, nel 1910, dal Cavenaghi[5]. La sua arte si è limitata a lavori di consolidamento, senza alterarne il carattere e la grande opera in cui vi è profondo studio di sentimenti, di varietà d’affetti, di sdegno, d’amore, di pietà, di terrore, di meraviglia e di vendetta, ne ha momentaneamente arrestato il deperimento. Così le superbe immagini dipinte dall’immortale maestro, rifulgono nella loro luce originale.
Affidare dei lavori di restauro delle opere d’arte a pittori di scarsa preparazione, o peggio ancora, a tecnici di insufficiente levatura, è un delitto! Tonalità disarmoniche, contrasti volgari, orge di colori più o meno vivi e smaglianti, invece di lumeggiare i caratteri e arricchirne il pregio dell’opera d’arte, la compromettono, la deturpano, la svalorizzano.
Appesi alla parete della sacristia della chiesa dell’ex convento dei frati cappuccini di Ozieri, esistevano, gelosamente custoditi due quadri di un certo valore, artistico, eseguiti, con mano maestra, da un pittore sardo del secolo XVII.
Il primo quadro riproduceva Gesù esangue, pesantemente abbandonato sul grembo della Madre Dolorosa e nel secondo vi erano dipinte, con finezza d’arte, e naturale espressione di dolore, le tre Marie, assise attorno alla tomba già vuota di Gesù Risorto.
I due quadri ritirati per essere restaurati, sono attualmente esposti, in una sala del Museo Archeologico Giov. Antonio Sanna di Sassari.
Le tinte originali sono state sostituite con tonalità di colori vivi ed accesi.
Il pennello, la tavolozza, la mano dell’artista, han contribuito su larga scala, ad imbellettare volti, visi ed espressioni.
L’occhio del profano si delizia soavemente e si posa estatico su quell’orgia di colori iridescenti e freschi, mentre l’intenditore provetto, sdegnato e disgustato, sente una stretta dolorosa al cuore.
Tali sconci si verificano anche nella nostra penisola. Il capolavoro del Perugino[6] che è la sala del Cambio, in Perugia, in cui rappresenta pianeti, carri, animali, personaggi illustri, profeti, sibille, la natività e la trasfigurazione di Cristo, sono stati, or fa pochi anni, ritoccati. Alcuni soggetti hanno le guance rinfrescate dal rossetto.
La stessa scena han subito le quattro cappelle dipinte dal Pinturicchio[7] in Santa Maria del Popolo a Roma. Così anche la grande ancona con 51 scomparti che decora l’altare maggiore della chiesa di S. Giorgio a Perfugas, scomparti inquadrati con bellissime cornici di stile gotico abbastanza ben conservate. Le pitture originariamente buone, vennero in seguito in tempi moderni guastate da ritocchi fatti da mano del tutto imperita. Nel 1895, in S. Pietro di Sorres presso Borutta, si dovette eseguire «il disfacimento o riduzione in parti di un’ancona assai guasta dai ritocchi».
I direttori dei monumenti, delle chiese e delle gallerie dovrebbero impedire di adoperare i pennelli e i colori a certi pittori poco pratici, ignari dello studio del restauro che, oggi più che mai, è intensificato nelle scuole d’arte.
Dovendosi procedere a restauri di quadri, si tenga a mente il canone 1280 del Diritto Canonico che dice: «Imagines pretiosae, idest vetustate, arte, aut cultu praestantes, in ecclesis vel oratoriis publicis fidelium venerationi expositae, si quando reparatione indigeant, nunquam restaurentur sine dato scriptis consensu ab Ordinario, qui, antequam licentiam concedat, prudentes ac peritos viros consulat».
Quindi mai si ponga in mano al primo mestierante che si presenta; siamo cauti, altrimenti correremo rischio di compromettere l’opera d’arte da restaurarsi.
Per la conservazione dei quadri degli altari si abbia l’avvertenza che la luce del sole non vada a colpire la immagine, ma ottenere un indebolimento mediante vetri o tende; egual cosa riguardo il calore delle candele. La stessa attenzione e cura dovuta alle immagini si deve avere alle chiese. Nel 1749, alla vigilia dell’Anno Santo, Benedetto XIV rivolgeva la sua raccomandazione «ad quos pertinet» per una più accurata manutenzione delle chiese: «la prima cosa che inculchiamo si è che le chiese si ritrovino in buon stato…».
La Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra, nelle disposizioni prescrive: «Si raccomanda vivamente al venerabile clero e fabbricerie una scrupolosa vigilanza su gli edifici, su gli affreschi, su le sculture in generale e in modo particolare sopra tutti gli oggetti immobili, aventi importanza e carattere monumentale di qualunque ordine, perché non abbiano a subire guasti, alterazioni, o deturpamenti…» E la stessa Commissione Pontificia prosegue: «Si vigili che le opere d’arte non subiscano danni… non saranno mai abbastanza raccomandate la vigilanza e la circospezione affinché tutto sia ben conservato, ben custodito e ben difeso».
La chiesa d’Ardara, durante la sua lunga esistenza ebbe a subire molti danni. Il tetto e il pavimento ridotti in cattivo stato e preoccupanti lesioni si vennero formando nelle sue mura di sostegno. La Sovrintendenza ai monumenti di Cagliari, provvide ai complessi restauri che furono eseguiti, ridonando all’opera la antica sembianza e bellezza dall’architetto, che con perizia seppe il più possibile rispettare e seguire l’andamento e la tecnica dello stile e della costruzione della chiesa. La mancanza di mezzi a disposizione impedì una più completa revisione degli elementi dissonanti nell’armoniosa semplicità medioevale.
La chiesa di Santa Maria del Regno fa parte dei numerosissimi monumenti di storia e di arte sparsi in Sardegna e poco conosciuti, che racchiudono in sé interessanti reminiscenze di periodi storici appunto perché non del tutto chiariti ancor più degni di studio ed interessamento, Monumenti che comprendono parti essenziali di storia che è difficile, ma pur possibile, rintracciare attraverso il discoprimento e l’indagine, lo studio e il restauro.
Secondo i tecnici, i lavori di restauro si rendono comunque indispensabili se non si vuole assistere nel breve volgere di pochi anni ad un’ulteriore degradazione di questi sacri e bellissimi ruderi.
La tutela e lo studio del patrimonio artistico e monumentale, se riusciranno proficui a tutte le regioni d’Italia, si può dire assolutamente provvidenziale per l’isola di Sardegna. L’assoluto abbandono in cui erano cadute le costruzioni specialmente medioevali, deturpate da molti e sconci rabberciamenti, determinano la irreparabile rovina dei monumenti che hanno un rilevante interesse storico ed artistico.
La chiesa cattedrale di S. Pietro di Sorres, tenuta come uno dei migliori esempi di stile lombardo, eretta tra il XII ed il XIII secolo da artefici pisani, per il lungo e lacrimevole abbandono in cui fu lasciata, si presentava malamente deteriorata e deturpata in modo riprovevole. La bifora centrale accecata, le vecchie colonnine sostituite da pilastrini informi, le decorazioni ornamentali cancellate in gran parte dal tempo, la continuità dei corsi interrotte da indecenti racconciature, suscitarono lo sdegno di La Marmora, di Valery, dello Spano e di tutti i visitatori, che spinse la Commissione Conservatrice pei monumenti della provincia di Sassari ad annoverare la chiesa tra i Monumenti Nazionali. In tal modo si riuscì a salvarla dalla rovina, restituendola alle linee determinate dal primitivo concetto dell’artista che lo ideò ed eresse.
La pregevole chiesa di S. Pietro di Bulzi, di fabbrica pisana, già in condizioni pietose, ebbe il suo architetto improvvisato. Per provvedere ai necessari consolidamenti si deturpò l’edificio con l’apposizione di un contrafforte e d’una casetta per il custode che impedivano di poter gustare le bellezze dell’edificio.
Oggi l’uomo moderno che sente profondamente la necessità di conservare queste opere d’arte, per evitare pericoli di grande degradazione, con atto meritevole di ampia lode, pensa a ridare la salute, in qualche modo, all’organismo ammalato e a provvedere al regolare mantenimento con restauri soddisfacenti eseguiti a tenore dei più sicuri progressi dell’architettura e consoni alle vigenti disposizioni emanate dal Superiore Ministero per la Conservazione dei Monumenti.
L’ancona esposta sull’altare maggiore della chiesa di Ardara è stata restaurata nel 1954 per incarico della Soprintendenza all’arte in Sardegna da Riccardo de Bacci Venuti di Firenze.
Le pitture che sono strette, affratellate da un intento comune che è proprio dell’arte del Medio Evo si rivestono di un garbo decorativo e di una più accurata fattura che rivelano un gusto estetico e l’occhio rimane soddisfatto come ad un ideale diventato reale, e l’anima si tranquillizza nella perfetta armonia delle linee, dei colori e delle espressioni.
Il restauro fece riapparire in tutto il loro splendore i quadri e ridonava a quelle opere una freschezza e una vivezza che ormai da molti secoli avevano perduto.
[1] Huysmans Joris Carlo, scrittore francese della scuola realista, nacque nel 1848 e morì a 59 anni. Scrisse molti romanzi di arte delicata, saturi di sottile pessimismo. Si convertì al cattolicesimo e le sue ultime opere rispecchiano i suoi nuovi sentimenti religiosi.
[2] Giovannoni Gustavo, architetto, professore alla R. Scuola di ingegneria, accademico d’Italia, sopraintendente ai restauri dei monumenti e direttore della scuola superiore d’architettura, a Roma.
[3] Michelangelo Buonarrotti, nacque il 6 marzo 1474, nel castello di Caprese, diocesi di Arezzo. Mori a Roma a circa 83 anni. Il suo corpo fu traslato alla chiesa di S. Croce in Firenze. Fu artista sovrano come architetto, come pittore e come scultore; fu anche poeta sufficientemente corretto e colto. Delle sue glorie artistiche se ne trovano nelle principali gallerie e collezioni d’Italia e dell’estero. Scolpì per il sepolcro di Giulio II la famosa statua del Mosé che attualmente si trova nella chiesa di S. Pietro in Vincolis a Roma. Il pontefice Paolo III, accompagnato da 10 cardinali, si recò in persona nella casa del Buonarroti per visitarlo. Fu discepolo del Ghirlandaio, uno dei più grandi frescanti del 400. In poco tempo superò il maestro e per invidia destata dai suoi compagni per la sua superiorità, ebbe con un pugno schiacciato il naso dallo scultore fiorentino Pietro Torrigiani.
[4] Leonardo da Vinci nacque nel 1452, in Valdarno Inferiore. Era d’animo mite ma sdegnoso d’ogni bassezza. Fu insigne pittore, scultore, architetto, meccanico, matematico, chimico idraulico, prosatore, poeta e suonatore. Scrisse il trattato della pittura». Egli fu la mente più vasta del Rinascimento. Delle sue opere pregevoli se ne trovano a Milano, Parma, Roma, Rovigo, Torino, nell’Asia, in Annover a Dresda, a Londra, Monaco, Pietroburgo, a Vienna, ecc. Nelle sue tele i soggetti religiosi abbondano accanto a molti soggetti profani. Come fu ricompensato? Lo scrive egli stesso: «Con tutti questi onori, con tutte queste commissioni io non cavo da vivere, non mi sono avanzate nemmeno 15 lire». Francesco I, in Francia, lo nominò suo pittore con 700 scudi annui. Mori nel castello di Cloux il 2 maggio 1519.
[5] Cavenaghi Luigi pittore canavagese, nacque nel 1844 e morì a 74 anni. Di fama mondiale per la profonda conoscenza della tecnica del restauro. Salvo molte, preziose opere d’arte che minacciavano rovina.
[6] Pietro di Cristoforo Vannucci, chiamato il Perugino. Nacque a Città di Pleva nel 1445, morì a 18 anni. Illustre pittore, celebre per la vasta concezione prospettica, per luminosità di paesaggi, per caldo colorito e per un lirismo di squisita delicatezza e di finissima grazia. Furono suoi allievi: il Pinturicchio e Raffaello
[7] Bernardino di Betto, chiamato il Pinturicchio, perché piccolo di statura. Nacque a Perugia il 1454 e morì il 1513. Pittore squisito, Inesorabile e corretto. I suoi pregevoli quadri, ricchi e smaglianti, conservano la grazia della scuola umbra. Fu uno dei migliori pittori del suo tempo. Fu fatto morire di fame dalla moglie a Siena.
Rimembranze
Rimembrare significa richiamare alla memoria, rammentare, ricordare il passato, o l’antico perduto, o una buona azione, le glorie e le sventure della propria patria, anche di quella altrui, perché possono sempre insegnare qualche cosa. Il verbo rimembrare lo usano di più i poeti. Leopardi scrisse: «Silvia, rimembri ancora quel tempo…» e Dante parla della «puntura della rimembranza». La rimembranza, dunque, punge. Punge come un’ape, non però nella cute, ma nel cervello che è l’appartamento dei ricordi. Son pochi se, quelli che non avvertono la puntura della rimembranza.
Teofilo Gautier, poeta, romanziere, critico francese, autore del Capitan Fracassa, scrive: «Tutto sembra. più bello quando è visto a distanza, e le cose pigliano un rilievo speciale quando siano osservate nella camera
Ad Ardara, dalla storia e dalla memoria delle opere più o meno oscura della rimembranza gloriose, freme un brivido come di vento che passa continuo, e i vivi ne sentono, ora il gelo, ora la fiamma nel cuore.
Come i giovani hanno il dono dell’oblio, così i vecchi opera hanno quello del ricordare. La loro memoria come la pellicola fotografica di una camera oscura: concentra tutto, imprime, e riflette un’immagine migliore dell’originale. Le tracce una volta impresse anche nella memoria sono indistruttive e appaiono nitide, terse e lucenti.
Evochiamo l’abisso del tempo, quel tempo che, a detta di Voltaire, è galantuomo e rimette ogni cosa al suo posto.
Nella chiesa di Ardara si sente un non so che di solenne e di mite; un senso diffuso di forza e di bontà cristiana. Una penombra lieve e nella penombra un ammirevole fiorire di colonne.
Non è più l’ombra severa, tutta penetrata del mistero divino, qui è un’ombra che lascia adito alla speranza.
Tutta la struttura interna di color nero, senza intonaco, dà all’ambiente una intonazione mistica che invita al raccoglimento, alla meditazione.
L’uomo per lo più ricerca la felicità nello sfolgorio iridescente degli allori mondani e percorre, con avidità famelica, la via delle umane passioni nella ricerca affannosa di un bene materiale.
Qualche volta però dimentica il confuso turbinio della vita, la voluttà, l’ebrezza dei piaceri che non soddisfano, e sente la necessità prepotente di sospingere i suoi passi nel tempio, e nel raccoglimento volgere la mente e innalzarsi a Dio.
Ecco allora l’uomo, in un primo momento, esitante, incerto, poi non conosce titubanza, e come un fiore variopinto e profumato che s’imperla di rugiada mattutina, s’apre ai raggi dell’astro fulgente.
«Lux in tenebris»: la luce nelle tenebre, luce che irradia la mente, riscalda il cuore e da calore e vita ad ogni cosa.
Chi sa quante volte i giudici, titubanti, incerti nel bivio della vita, spossati per il peso di esitazioni dolorose, abbandonati i ricchi e sicuri appartamenti del castello, spinti da una forza misteriosa ed arcana, attratti da un bagliore di luce divina ed arcana, penetrarono nel tempio dell’amore, della pace, della serenità cristiana, ove tutto ciò che è torbido, affannoso, triste, si tempera e si ricompone nella visione consolante e trasfigurante di una nuova vita da conquistare.
Prostrati ai piedi dell’altare, nella cui placida penombra sorride amorosa la Vergine del Regno, pregavano e, certamente, nei momenti più terribili e di sperati, trovarono la calma, la fiducia, la speranza. Pregarono e trovarono in quella sublime unione con Dio. la forza, la consolazione, il sollievo. Prostrato sulla nuda terra, nella penombra delle sacre mura, Onroco, fratello di Costantino, giudice d’Arborea, avrà sussurrato le sue preghiere, miste a gemiti e sospiri, fin da quando, disingannato di tutto, ritirossi dal mondo e dagli splendori di una corte potente per nascondersi nell’eremo di Monte Santo e menarvi una vita contemplativa.
La forte Giorgia, sorella di Mariano IV, sposa di Manuel Doria, donna di insigne pietà, d’animo nobile. in questa chiesa, a sue spese edificata, con fede viva avrà innalzato le sue preghiere propiziatorie, anche dopo aver condotto prigioniero e rinchiuso nel castello, l’usurpatore del regno di Gallura, Baldo, successore di Manfredi.
Agnese, figlia di Guglielmo, marchese di Massa, tenendo in grembo il piccolo e sfortunato fratello, Barisone, accompagnata dalle altre tre sorelle: Adelasia, Benedetta e Preziosa, orante nel tempio, avrà fatto alto sentire il grido di amore tanto nella prova come nella gioia, nell’alternativa di sorriso e di pianti, ed avrà versato lacrime di tenerezza.
Davanti al simulacro della Madonna del Regno, la sventurata regina, Adelasia, avrà pregato nel fior degli anni, nella primavera della vita, quando l’avvenire le sorrideva dinanzi, pieno di mille attrattive e di promesse. Pregava titubante, incerta, con l’animo avvolto da una nube funesta, quando il babbo Mariano, nel 1219, la obbligo ad unirsi in matrimonio con Ubaldo Visconti.
Rasserenata nell’animo, ilare, sorridente, parata a festa con gli abiti regali, ai piedi dell’altare, ricco di fiori e di luci, dopo le reciproche promesse di fedeltà e di amore, avrà implorato rifugio dalla Madre di misericordia.
Nel tempio sacrato pregava, nel 1236, quando la acutezza dello spasimo per la morte violenta del suo giovine fratello, Barisone IV, le dilaniava il cuore. Pregava, ma un lieve fremito della persona, lasciava indovinare come le lacrime non fossero estranee a quella espressione convulsa di spasimi doloranti. Una voce dolorosa, spietatamente la martoriava. Quella voce accusava il marito Ubaldo Visconti[1] che, con la sacrilega mano del proprio tutore Arnoldo, aveva atrocemente colpito a sangue suo fratello: il piccolo, l’innocente, il prediletto Barisone.
Nella stessa casa d’orazione, attratto da una forza irresistibile, desideroso di pace, per mitigare le punture del rimorso, non è da escludere che sia penetrato, sia pure di sfuggita, lo stesso Ubaldo, invocando, nella penombra satura d’incenso, un barlume di luce, uno sperato conforto: il perdono.
La sventurata regina, vedova, vestita a lutto, prostrata a terra, nei supremi momenti di sconforto, avrà cercato, nella preghiera l’arcano impulso del conforto.
La sera, nella penombra, al pallido chiarore della tremolante fiammella della lampada che ardeva e si consumava a fianco dell’altare, prima di passare a seconde nozze avrà, meditato, nell’incertezza della scelta: sposarsi con Enzo di Sevia[2], propostole dall’imperatore, o con Giulio Porcari suggeritole dalla Corte Romana.
Adelasia, nel 1238, passò in seconde nozze con Enzo. Da quell’anno le acque del gran mare della vita regale s’intorbidirono maggiormente e le onde incalzandosi con furia si spezzavano sulla rocca con fremiti di orrore.
La sfortunata regina, nei supremi momenti di sconforto, con le braccia intrecciate sul petto, ansimante, nel 1239, supplicava, pentita, implorando la assoluzione della scomunica dal Papa Gregorio: il rimorso di non aver aderito ai suggerimenti dei buoni la martoriava.
Finalmente su quel volto che fu rigato dalle salutari lacrime del pentimento apparve una serena rassegnazione.
Fu un guizzo di luce viva che squarciò, per un solo istante, le dense nubi che si addensavano sul di lei capo.
La vita divenne più dura, insopportabile, col succedersi del tempo.
L’ultima preghiera fu preghiera di commiato: l’ultimo, doloroso, spasimante addio: invocazioni furtive, represse, sgorganti da un cuore sanguinolente, di una regina senza scettro né corona. Camminava barcollante, estenuata di forze, avvilita e depressa nello animo. Una mano crudele la sospingeva nella via dell’esilio. Muore, dopo di aver versato l’ultima lacrima, e muore, segregata dal mondo, nel castello di Burgos.
[1] Antica famiglia feudale di parte ghibellina che, salita a grande potenza per opera di Ottone, imperatore del Sacro Romano Impero, tenne la Signoria di Milano dal 1277 al 1477.
[2] Figlio naturale dell’imperatore Federico II, re di Svevia. Que 29 otobre 1238, cinse, in Cremona, al figlio la spada di cavaliere che poi in seguito al matrimonio con Adelasia, venne chiamato Nedi Sardegna, Enzo, nel 1241, catturò alla Meloria la flotta genovese. Nel 1249 fu sconfitto e fatto prigioniero dai bolognesi nella battaglia di Fossalta e visse in prigione a Bologna tutto il resto della sua vita.
Salvete, o mortui
Mentre nel tempio abbrunato, ardono i ceri dalle tremule fiammelle, palpitano i cuori di un sentimento profondo e le funebri nenie si diffondono come un pianto nella penombra del santuario, erra il pensiero…
Alla mente si affacciano allora scheletri, ombre di morti, il cui ricordo svani come si dileguano le ultime luci del crepuscolo dalla vetta dei monti.
No, non è vero, che
anche la speme,
ultima dea, fugge i sepolcri,
poiché anche su queste obliate sepolture si erge un altare, una croce, che, se è simbolo di duolo, è arra di speranza.
I morti non sono il Nulla, ma gregari di una vita nuova, di una vita in cui non è il vizio, né l’oblio, ma ove è il sole d’oro eterno della pace, dell’amore e della concordia.
Oggi nella chiesa monumentale di Ardara, non una fossa, non un loculo, non una iscrizione funeraria; non si ammirano come in altre antiche chiese, cimiteri e catacombe; nessun segno ideografico che ricordi il nome o le gesta di quelli che furono.
Solo la storia, i diplomi dei re turritani, le cronache sarde, gli annali cassinesi, gli scritti archeologici, conservati in archivi monastici e di Stato, attestano che la chiesa di Ardara fu tempio, casa di preghiera per tutti i vivi, e luogo di riposo per pochi morti.
La religione della morte è una ispirazione primordiale che si mantenne immutata traverso le generazioni dall’età della pietra fino a noi.
I primi sardi «duri atque agrestes», hanno avuto sempre il culto dei morti e il rispetto delle tombe. Anche essi sapevano che la morte non è un periodo di chiusura dell’esistenza, ma soltanto un intermezzo, un passaggio da una forma ad un’altra dell’essere infinito; perciò la vita dei morti stava nella memoria dei vivi. La morte con la potenza del suo raggio di sole tocca la carne e sveglia l’anima. Tutte le fiamme di collera si spezzano, l’odio si riconcilia e la bella pietà si inchina, sorella piangente, sull’urna, stringendola in soave abbraccio.
I nostri progenitori, i primi «sardi pellit», non dimenticavano presto la morte degli altri, ma ne perpetuavano la loro memoria con banchetti, sacrifici, e, in modo particolare, con tombe, lapidi e avelli.
I morti si seppellivano per inumazione, per tumulazione, nelle catacombe, nei cimiteri. Il culto dei morti ebbe maggior cura e sviluppo nell’epoca cristiana.
L’etimologia greca della parola cimitero ricorda il suo primitivo significato di dormitorio o luogo di riposo, e trae evidentemente la sua origine dalla fede nel dogma della risurrezione, per cui la morte del giusto è considerata come un sonno e un riposo.
Nel medioevo si dava riposo ai morti sotto il pavimento delle chiese o nelle immediate vicinanze di esse.
Dal sec. XVIII, con l’estendersi ed affollarsi dei centri urbani, motivi igienici, indussero i governi a proibire (salvo eccezioni) le sepolture nelle chiese e terreni attigui.
Il giudicato di Torres per perpetuare la memoria degli estinti ha dedicato speciali cure.
Ardara aveva il suo vecchio cimitero, e la chiesa della Madonna del Regno le sue tombe. Al vecchio e piccolo cimitero si entra da una porta laterale della parrocchia. Del cimitero rimangono ancora i ruderi pericolanti dei muri di cinta. Nel terreno arido, frammischiato di ossami e detriti vari, vegetano vigorosi i mandorli, le cui fronde agitate dal vento sembrano ridestare tutte le memorie del tempo lontano. Nel venerato recinto vi dormono il sonno dei morti gli abitanti defunti del borgo e coloro che hanno immolato la vita sul campo della gloria per la difesa del castello, della famiglia e della patria. Tre volte salve, o morti!
Le misere ossa dei trapassati sono scomparse, rimane ancora un tritume polverizzato. Quelle ossa non sono di morti, sono di viventi perché chi crede nel Cristo, e si nutre di lui, vive in eterno. La grande famiglia dell’antico feudo è sostenuta da questa fede e per questo il ricordo dei defunti non desta tanta tristezza ma anzi profonda consolazione in tutti i cuori.
Nella chiesa, sotto il pavimento del presbitero, riposa il sonno dei giusti Mariano I, re di Torres, figlio di Andrea Tanca, Fiori nel declinare del secolo XI, venne educato, fin dai più teneri anni, nella reggia di Ardara; giovanissimo governo sotto la reggenza di sua madre e del magnate turritano Zerchis. Assunto da sé solo il governo, si mostrò re magnanimo, prudente, munifico, religioso. Edifico a proprie spese la chiesa di Santa Maria di Castro in quel di Oschiri.
Accanto ai resti mortali del figlio riposano le ossa del padre, Andrea Tanca[1], giudice di Torres e figlio del re Barisone I. La storia ci dà pochi schiarimenti sull’opera e sulla vita di questo regolo che regnò fino al 1060, per 33 anni, fra gli ozi di una lunga pace. La politica da lui adottata, appena ascese al trono, gli procurò amore, rispetto e venerazione da tutti.
Le cronache sarde asseriscono che nello stesso luogo sacro fu tumulata anche la salma di Costantino II, che succedette al trono di Torres nel 1186, dopo la rinunzia del padre Barisone II.
Il suo regno macchiato da ingiustizie e vizi, da vessazioni e crudeltà, da eccessive severità e soprusi, durò appena 5 anni.
Fu odiato dai sudditi, disprezzato e deriso dai regoli, bersagliato dai nemici e per aggiunta scomunicato dal Papa Innocenzo III[2], per mezzo del suo legato Ubaldo, Arcivescovo di Pisa. Ad alcuni scrittori causa meraviglia come l’autorità ecclesiastica abbia permessa la sepoltura religiosa e per di più in luogo consacrato, al cadavere, sia pure di un re, che in vita visse nel peccato, e per aggiunta morì impenitente.
Consta però che l’Arcivescovo di Torres e il Vescovo di Sorres chiamati al letto di agonia di Costantino non giunsero in tempo per riconciliarlo con la Chiesa, e la salma aspettò a lungo la benedizione per ottenere sepoltura ecclesiastica nella chiesa di Santa Maria di Ardara.
«Blasio riferisce il Besta Archiepiscopo Turritano committit, ut Turritanus iudex qui cum poenitentiae signis decesserit, veritate cognita, absolvatur, et ecclesiasticae sepolturae tradatur».
Costantino fu assolto dunque dalla scomunica di cui era stato colpito per non aver aderito alle trattative di pace col giudice di Cagliari Guglielmo, figlio di Oberto di Massa, favorevole a Ugo di Basso.
Nell’interno della chiesa vi erano degli altari laterali che vennero rimossi verso il 1700.
Il compianto can. Dott. Antonio Solinas Saba, già parroco di Ardara, nel 1899 fece eseguire degli assaggi di scavo, con buche e fosse più o meno profonde, in cerca di una cripta sotterranea con tombe o con sacre reliquie. L’opera non riuscì del tutto infruttuosa benché non eseguita con la dovuta pazienza, diligenza ed accuratezza.
Sotto il pavimento della chiesa, a pochi centimetri di profondità, si rinvennero frammenti di ossa umane ed una fibbia d’argento che si volle non sappiamo con quanta certezza attribuire ad alta personalità ecclesiastica del tempo di Adelasia. Nel medioevo i paggetti dei gentiluomini, i servi di corte, i nobili, i regoli in grand’uniforme, i militi della nobiltà feudale, i decorati di una insegna cavalleresca, e infine anche i sacerdoti, usavano le fibbie, a forma quadra, ovale o tonda, non solo nella cintura, ma anche come fermaglio nelle scarpe.
Anche le ossa, scoperte durante gli scavi, rimangono avvolte nel mistero. Il libro «Il Barone di Maltzan in Sardegna» attesta che nella chiesa di Ardara è stata tumulata la salma del giudice Costantino II «del quale osservasi il monumento». Il tumulo di cui fa testimonianza il Maltzan, attualmente è scomparso e non rimane traccia. Se avesse resistito all’edacità del tempo, si sarebbe potuto, facilmente, individuare le ossa, e anche la fibbia avrebbe dato il suo valido appoggio per conoscerne l’identità.
Tracciata sul muro della chiesa che al fianco destro, prospetta il cimitero, sta incisa una meridiana, la cui invenzione viene generalmente attribuita al greco Anassinando, IV secoli a. C., ma che Erodoto farebbe risalire ai Caldei. Nella meridiana, tracciata da un complesso di linee orarie, l’ora è segnata dalla direzione dell’ombra proiettata da un gnomone o stilo verticale. La meridiana fungeva da orologio.
Anticamente era anche in uso la clessidra, due piccoli vasi conici uniti e comunicanti per i vertici. L’acqua o la sabbia passando dal cono superiore nell’inferiore, in un tempo determinato e pressoché costante, dava una misura relativamente esatta dello scorrere del tempo. Questi due semplici congegni senza molle né ruote, erano usati anche molto prima del medioevo, come simbolo del Tempo e della Morte. Oggi si usano come oggetti ornamentali specialmente nelle tombe.
[1] Secondo Enrico Costa, sul volume «Sassari», il condaghe, che parla di Andrea Tanca, narra che costui, «nel periodo che si suppone fra il 1064 e il 1073, soleva passare parte dell’anno fra la reggia di Ardara e l’altra esistente presso S. Maria di Campolongu, sito in cui più tardi vuolsi sorgesse l’attuale chiesa di S. Maria di Betlem. Andrea Tanca è supposto da Baudi di Vesme uno dei quattro figli di Barisone, il quale avrebbe regnato per pochi mesi.
[2] Innocenzo III, papa dal 1198 al 1216, nacque ad Anagni dalla nobile famiglia dei Conti, signori di Segni. Il suo nome fu Giovanni Lotario. Studiò a Roma, a Parigi, si addottorò a Bologna; a 37 anni venne eletto ad unanimità Papa dai cardinali e consacrato il giorno della morte del suo predecessore, Celestino III.
Grave era la condizione della Chiesa e della cristianità in quel tempo. Svolse una vasta azione politica e religiosa, tutta intesa ad affermare l’autorità del papato che portò alla massima potenza. Incoronò imperatore Ottone IV, che poi scomuntes, contrapponendogli Federico II, di cui era tutore. Bandi la IV Crociata per la riconquista dei Luoghi Banti e la Crociata contro gli Albigest. Dedicò gran parte della sua attività alla riforma morale e disciplinare della Chiesa. Lasciò undici libri di lettere, in cui rivela animo grande, dottrina e accortezza singolare e rara fermezza di carattere. Si deve a lui la prima raccolta di Decretali e la fondazione del grande ospedale di S. Sporito in Sassia. Un attento esame della sua vita e delle sue lettere convertì alla fede cattolica il giovane protestante Federico Hurter.
Il castello
Nel medioevo il castello era il fortilizio eretto per dimora e difesa dai signori feudali, per lo più in località dominanti della campagna: in seguito si erigevano nei borghi e nelle città. Generalmente il castello aveva una o più cinte murate, il mastio e il palazzo feudale. I muri di cinta erano divisi in cortine e torri guarnite e di merli; lungo l’uno e l’altro baluardo correva un cammino di ronda. La difesa esterna dei castelli, situati in pianura era completata da un fossato che scorreva intorno al muro di cinta e per varcare il quale si doveva passare sui ponti levatoi. Tanto l’interno come l’esterno, era generalmente dominato da una torre alta e massiccia chiamata mastio, e serviva come punto di riunione per l’estrema difesa. Nell’interno era il palazzo, costruito con mura robustissime, in cui abitava il signore coi cavalieri, scudieri e servi, ecc. Oltre le camere d’abitazione, adorne di pesanti mobili, rozzamente scolpiti, vi era il corpo di guardia e la sala di giustizia col trono. In tutta Italia non c’è borgo o terra di una certa importanza storica che non abbia avuto il suo castello. Esso sorgeva lungo le grandi vie di comunicazione, in prossimità di passi, di ponti, di gole, lungo le coste come presidi contro le incursioni nemiche ecc.
Anche Ardara ebbe il suo castello con le stesse caratteristiche di tutti gli altri del medioevo costruiti altrove. La posizione che occupava non era un colle di difficile accesso. Sorgeva all’estremità del paese. Lم svantaggio della posizione era stato supplito con maggiore rafforzamento: fossato, alquanto profondo, bastioni di grosso spessore e mura altissime che aumentavano la difesa, e arrestavano l’impeto degli assedianti nelle scalate. La rocca fortificata sorse in difesa del capoluogo del giudicato di Torres, e per guardare dalle ingiurie e per salvare dai pericoli la popolazione, il presidio e proteggere il ponte del castello e la strada.
Il Valery scrive che al suo tempo, qualche parete di muro era ancora in piedi come pure una porta centinata con mattoni e una parte della torre principale formata di un cemento di calce e di ciottoli rivestite di pietre da taglio calcare e vulcanico, la torre non superava una dozzina di metri e solo il balcone e il parapetto erano rimasti intatti.
Il Fara lo dice: «Munitissimam arcem, Castrum Andarae, amplissimis aedibus, nune ruina deformatis. Casalis nel Dizionario Geografico Sardo, pubblicato nel 1833 dice fra l’altro Sopra una piccola eminenza apparisce di presente, una porzione della torre principale del castello, Essa, come scorgesi dal residuo, aveva la forma di un parallelepipede a base romboidale, ed era costruita in muratura con cemento di calce e sabbia, rivestita poi da pietre di taglio calcaree e parte vulcaniche. La sua altezza è di circa m. 12 e vi si vede ancora una porzione del ballatoio. Varie vestigie delle mura del castello si riconoscono sui dintorni: havvi una porta centinata costruita a mattoni lunghi m. 0,43, larghi m. 0,22 e spessi m. 0,085.
Oggi del castello rimane un rudere pericolante esposto all’infuriare dei venti, corroso dal dente edace del tempo, ed in parte demolito dal piccone del vandalo demolitore, che ha distrutto per solo tristo fine di aver materiale da fabbrica. Ieri una rocca inespugnabile, forte, superba e minacciosa, dominante la pianura incorniciata da un largo anfiteatro di monti.
Oggi, a tratti, ora continui, ora alternati, affiorano dal piano della terra, nella loro ampia larghezza, le tracce dell’imponente castello e della reggia che rivelano l’antico e nobile passato. Le basi di tre robusti pilastri, esistenti nel cortile della canonica, ricordano la grandiosità dell’antico edificio. I ruderi antichi e severi parlano di quasi un millennio di storia.
Soffi di vita, sogni di poesia e di follie d’amore, giubilo di simposi e fremiti di morte, ripeterebbero, se avessero il dono della parola, le aride pietre del maniero.
Lo storico Fara è del parere che tanto il castello quanto la reggia, siano sorti per cura di Giorgia, sorella del giudice Comita che visse nei primi anni del secolo XI.
Anche il condaghe della fondazione della basilica di S. Gavino di Torres, nomina questa Jorgia che «fetit sa corte de sa villa de Ardar e custu casteddu de Ardar fuit su primu casteddu chi si fetit in Sardinia».
Lo Spano invece crede che la erezione del castello sia stata effettuata in un periodo di tempo anteriore al secolo XI. Poi asserisce fra l’altro che allorquando Barisone I chiamò, nel 1064 i benedettini di Montecassino per donar loro la chiesa di Monte Santo, abitava già la reggia di Ardara, mentre Comita e Giorgia, non fecero che ampliarla.
Qui al castello di Ardara, Adelasia, dopo la barbara morte del fratello Barisone, trovò conforto alle sue pene quando il papa Gregario IX, commosso, commise all’arcivescovo di Pisa di fulminare le censure contro gli autori del misfatto.
La lettera pontificia che ha la data dell’11 ottobre 1236, riportata nel regesto dell’Auvray, ben nota al Raynaldi, al Mattei, al Gazzani e al Manno, è del tono seguente:
«Si vera sunt exposita, cioè se son vere le cose che si dicono intorno alla città di Sassari, noi ci meravigliamo come la terra sostenga ancora i suoi abitanti, e come l’inferno non li abbia ancora inghiottiti; Vi comunichiamo quanto la nobile donna turritana ci ha riferito, cioè: che il defunto di lei padre Mariano, giudice turritano, aveva affidato alle cure di un suo fratello naturale ed agli uomini della sua terra il proprio figliolo Parasone, minorenne perché fosse educato. Gli abitanti di Sassari, insorgendo, inveirono contro di lui, lo uccisero barbaramente, ed alcuni di essi, dopo averlo tagliato a pezzi, diedero le carni in pasto agli animali…
Questi facinorosi distrussero anche dalle fondamenta i regi palazzi ed alcune chiese, servendosi delle pietre per costruire le proprie case… Sebbene per punire sì enorme delitto sarebbe insufficiente un castigo spirituale, pure noi, che a tutti dobbiamo rendere giustizia, non vogliamo che siano lesi i diritti della menzionata Donna Adelasia; perciò ingiungiamo, se i fatti sono veri… che voi (Arcivescovo) previa l’ammonizione puniate i ribelli per mezzo delle censure ecclesiastiche».
La maggior parte degli storici si attennero alla notizia contenuta in un antico condaghe, oramai perduto, consultato dal Fara nel 1580 in cui si leggeva che il giovine Barisone aveva regnato tre anni e tre mesi e dopo morte venne seppellito nella chiesa di S. Pantaleo di Sorso.
Sulla morte di questo regolo quindicenne, apprendiamo dal Besta che il cronista francese Alberico delle Tre Fonti, conferma l’efferato delitto: «crudeliter occisus et membratim detruncatus et mutilatus».
Sulla morte del figlio di Mariano diverse sono le versioni. Le cronache antiche affermano che Barisone fu trucidato dai ribelli sassaresi mentre fuggiva verso la villa di Sorso. Il Bonazzi suppone che gli assassini fossero i Doria. Il Martini addebita l’assassinio ad un certo Rinaldo, curatore del giovane principe, spinto per istigazione di Ubaldo Visconti per ambizione del trono che doveva occupare.
Qui, dopo la sottomissione di Ubaldo alla Santa Sede, Adelasia si sentì sollevare l’anima, allorquando il Papa commetteva al legato di Sardegna e Corsica, Alessandro suo cappellano, di assolverla dalla censura assieme al consorte e al giudice di Arborea, Pietro II.
Qui una lettera del Pontefice raddolciva il dolore della sventurata regina per la morte del suo primo marito.
Qui i giudici più fortunati si coprivano di gloria, acquistavano gran potenza, scacciavano gli invasori, riconquistavano il possesso del loro trono perduto, riunivano al loro scettro altri giudicati e sostenevano vittoriosamente altri fatti d’arme.
Nel 1236, tra le massicce mura di questa fastosa fortezza furono redatti alcuni diplomi di Adelasia rilasciati al legato pontificio Alessandro e riportati dal Muratori.
L’8 aprile 1237 lo stesso Alessandro, sempre per incarico del S. Padre, trasferì nella persona di Adelasia ogni diritto di sovranità sulla provincia di Torres, a patto però che gli si cedesse il castello di Monte Acuto, con l’offerta di quattro libbre di argento e ciò a titolo di vassallaggio.
Allo strumento steso nel palazzo dei regoli di Ardara, il 23 aprile 1237, per la cessione del castello di Monte Acuto, fatta dalla regina Adelasia al legato pontificio, vi presero parte, come testimoni, due umili figli spirituali del serafico di Assisi: «Paulus et Ioannes de Ordine Fratrum Minorum». Entrambi, dopo difficili pellegrinazioni, vennero dalla Toscana in Sardegna e fondarono sulla vetta di Monte Rasu, a 1248 metri, un piccolo convento, detto dal Vico: «uno de los mas antiguos que ainen el Reyno».
Una costante tradizione, in seno alle Famiglie Minoritiche sarde, avvalorata da buone testimonianze, afferma che uno dei frati «Ioannes» sia realmente il Beato Giovanni Parenti[1], giureconsulto che divenuto fervido seguace di San Francesco, generale dell’Ordine, fondatore di una Vicaria in Corsica, diede incremento e diffusione alla famiglia francescana in Sardegna, con la santità e con la predicazione.
Il convento di Monte Rasu, sulle cui falde si aderge il castello del Goceano, comunemente si crede che sia stato fondato col favore della regina Adelasia.
Nella reggia di Ardara, da Comita, giudice di Arborea, venne rinchiuso in prigione Balbo, regolo di Gallura, e suo figlio Gofrido.
Dalla stessa fortezza murata, lo stesso Goffrido, ardito e baldanzoso, evase aiutato dalla figlia del castellano, Sorabella, con la quale si era poi unito felicemente in matrimonio.
Nel 1356, cadde il castello in potere del giudice di Arborea per vendita fattane da Damiano Doria, Richiedendosi questa possessione dal re di Aragona, fu patteggiato, che si desse e restasse in potere dell’arcivescovo di Oristano, finché il Papa pronunziasse a chi di diritto spettava. Non essendosi ciò eseguito, la lite rimase pendente per molto tempo.
[1] G. B. Demelas: L’Araldo di Monterasu.
Gioia e lacrime
Del castello, oggi, poco rimane, ma alla vista di quel frammento la fantasia s’indugia pensosa a ricostruire quello che il tempo ha distrutto.
I miseri resti delle arcigne mura, racchiudono e sembrano conservare ricordi di lotte e di leggende, dai quali affiorano ancor vive e palpitanti, visioni di persone diverse per epoche, per indole e per costumi.
Tra queste vetuste mura passò parte della sua vita la regina Adelasia di Torres, figlia di Mariano III, moglie prima di Ubaldo Visconti, figlio di Lamberto, e poi di Enzo, figlio naturale di Federico II, imperatore di Svevia. Due mariti dai quali la sfortunata regina ebbe lacrime, martirii, la stessa morte. Ubaldo per mano di un sicario tolse la vita al cognato ed Enzo, barbaramente la rinchiuse nel castello di Burgos ove, vinta dalle sofferenze, vi lasciò miseramente la vita.
Vi è un punto della terra supremamente benedetto, un luogo più caro e più dolce di tutti gli altri: la casa.
Nel castello Adelasia trovava amico rifugio e per lei l’abitazione era come il santuario delle affezioni domestiche. Qui si alternavano le vicissitudini della vita or lieta or triste.
Era dolce sentire il profondo latrato del fido cane di guardia che le dava il benvenuto mentre si avvicinava a casa… aggirarsi tra le camere di abitazione nelle quali pesanti mobili rozzamente scolpiti a soggetti pastorali, s’addossavano alle pareti… osservare le sale adorne di trofei di guerra e di caccia: lance, spiedi, mazze ferrate, armi d’ogni genere, e teschi di cinghiali e corna di cervi e di capriolo… fissare con sicurezza gli apparati di offesa e di difesa.
In questa sontuosa casa fortificata, in cui stormi di piccoli colombi neri tubavano di gioia, ai primi albori dell’aurora, un avvenire pieno di mille attrattive sembrava che la irradiasse. In questo fido talamo, consacrato dall’amore coniugale, riposava tranquilla, ignara delle continue tragedie che la dovevano colpire.
Erano albe iridiscenti.
Me la immagino, seduta accanto al balcone con lo sguardo errante. Fissa, estatica, le creste dei monti lontani indorate dal sole nascente; guarda i coloni che solcano i campi con l’aratro di legno, aggiogato ai piccoli buoi, e rompono le zolle con la zappa dalla lamina lucida che manda sprazzi di luce come il riflesso di uno specchio terso. Osserva le figure patriarcali dei pastori, con una lunga pertica in mano, seguiti dal fedele e inseparabile cane pastore; più di una volta avrà sentito e gustato l’eco dei canti appassionati dei figli della terra, ch’erano i suoi servi: melodie popolari, allora in voga, quasi lugubri come nenie materne.
Sardos sumus humiles berveces pascimus omnes
Per alios in montes, non per nos, bivimus homines Qui orridas tempestates et ventos super habemus Nec celum plus ardente nec frigida nive timemus
Contentos et beatos in nostro stamus ovile
[…]
Iupiter nec alios deos timemus iratos
Illos timeant homines ad omne crimine natos.[1]
Avrà gioito nel vedere i bambini giocare sulla strada, intenti a costruire muriccioli a secco, intorno alle piccole «tanche» ove un branco di galle di guercia meriggiavano, sparse in disordine, nelle ore calde del mezzogiorno; avrà preso svago e diletto nell’osservare le donne, dai costumi pesanti e appariscenti, incedere a passi lenti, con la corbula sulla testa, ricolma di saccoli di farina macinata coi la mola asinaria.
Ma alle gioie estreme seguono spesso i dolori, le lacrime, le avversità. Agli sprazzi di luce viva, abbagliante, seguono delle notti fonde, procellose, rese più lugubri da fitte e cupe tenebre. Così nella vita: gioie e lacrime. Penetro col pensiero nella vita intima del castello di Ardara e col lume della storia, tutto vedo. osservo e scruto.
Sola nella camera da letto, con un accento di lacerante agonia, sotto il balenio sinistro di un triste pensiero, scossa da un brivido di orrore, rimane a lungo sbigottita e medita, nel silenzio le sue dolorose pene. Ascolta nella notte il silenzio solenne di tutta la casa e vede con gli occhi dell’anima le nubi che si addensano sul suo capo.
E nei tristi giorni grigi, pallida come la più pallida delle rose, fiorite all’ombra, medita lacrimando con sussulti di spasimante dolore. Rabbrividisce ogni volta che alla mente le balena il ricordo fosco della morte del fratello vittima innocente di una mano assassina.
Mi par di vederla, negli ultimi anni della sua vita, triste e pensierosa, seduta accanto alla finestra, baciata dagli ultimi raggi del sole, vagare con la pupilla incerta, laggiù, nella distesa dei campi, ove tutto si confondeva. La vedo affranta, riandar con la memoria al giorno in cui ricevette la lettera del Papa Gregorio IX che le consigliava, dopo la vedovanza, di passare a se conde nozze, aggiungendo: «Vogliamo che tu impalmi tal uomo che sia grato alla tua nobiltà e a noi accetto: che accolga in forte mano i tuoi diritti e la tua terra, e con braccio vigoroso li difenda». Pensa alla lettera inviatale il 31 maggio 1238, dallo stesso pontefice, con la quale la invitava a nominare sollecitamente un procuratore pel matrimonio da celebrarsi tra lei e il nobile Guelfo de’ Porcari. Sente risuonare alle sue orecchie l’eco dei suggerimenti, in tal senso, dell’Arcivescovo di Torres, del vescovo di Ampurias, e di Pietro II, giudice d’Arborea. Rivede nel turbinio della sua mente la lettera inviata dal Papa all’abate di Saccargia ingiungendogli di non permettere alla vedova regina di contrarre impegni di matrimonio senza sua licenza speciale. Tutto le sfilava davanti agli occhi come su una tela cinematografica. E quelle scene la martoriavano crudelmente. Pentivasi, ma troppo tardi, di non aver obbedito ai suggerimenti dei buoni.
Gioie, speranze, tutto spariva come fiammella che vacilla e si spegne. La sua era una vita torbida, incerta, febbrile, senza speranza, precipitante verso una catastrofe ignota.
In questo castello Ubaldo Visconti, mentre la luna ascendeva la curva stellata del cielo, mentre gli uccelli notturni ripetevano i loro striduli canti, si aggirava in orgasmo nella stanza buia e fredda. Una irrequietudine strana lo teneva.
Forse, tra queste vetuste pareti domestiche, martoriato da un’agitazione crudele, medito la morte del cognato, chiamò i sicari, barattava col carnefice, e pagava il prezzo del delitto.
Qui Enzo, figlio d’una delle tante concubine dello imperatore Federico II, vide realizzarsi i suoi sogni di conquista più che di amore e con piena soddisfazione si vide in possesso del giudicato di Torres e del titolo di re.
Qui prese in uggia la regina Adelasia, sua moglie, e perché non si immischiasse nelle faccende del governo, o meglio per liberarsene come un cencio consunto dal tempo e dall’uso, la travagliava con malvagi trattamenti, la spogliava di ogni partecipazione al potere, veniva trattata alla stregua di una schiava, ed in ultimo la confinava rinchiudendola nella stessa rocca del Goceano, nel castello di Burgos, che il primo suo sposo aveva aggiunto al suo dominio.
Dal giudicato di Torres, Enzo, prese commiato dall’isola, e per sempre, senza rimpianto, partì con una grande espressione di inquietudine, quasi fremente di un ribrezzo simile a quello che precede il freddo della febbre.
Partì per cadere nelle mani dei guelfi e morir nel 1274 nella prigionia di Bologna. «Digitus Dei est hic», qui è il dito di Dio. «Dente pro dente, oculo pro oculo».
Dalla reggia di Ardara, Bianca Laura di Monferrato, con la mente nel mondo degli ideali, governava il giudicato del figlio Enzo, coadiuvata dal suo maggiordomo e più tardi suo marito Michele Zanche. Questo famigerato occupatore del trono turritano, anima dannata da Dante nella quinta bolgia dell’Inferno, rinchiuso, nel cuore della notte, tra il buio opprimente della sua camera silenziosa, oppresso da un orgasmo supremo, avrà meditato le sue illecite baratterie.
I Doria da alcuni ritenuti di origine sarda, si erano strettamente imparentati con le famiglie dei giudici del Logudoro. Andrea Doria aveva sposato nel 1180 Susanna di Lacon, figlia di Barisone II; nel 1210 Manuele di Nicolò Doria sposava Jorgia, figlia di Comita II; poi si univano nel 1231 Nicolò, nipote del precedente Manuele con Preziosa sorella di Adelasia di Torres; ed infine nel 1253, Branca Doria con Caterina figlia di Michele Zanche.
Questo castello in uno con la città di Ardara, nel 1335, al tempo della insurrezione dei due fratelli Doria, fu assediato dal luogotenente generale aragonese. Questi sferrò una gigantesca offensiva. La battaglia ebbe fasi durissime. Il terreno fu difeso palmo a palmo, rabbiosamente, a prezzo di sacrifici. La mischia riprese cruenta, divampò accanita. Gli assediati dovettero cedere e così l’esercito dei due disgraziati difensori della indipendenza sarda venne distrutto. Il luogotenente Raimondo di Gardona trionfo sui Doria, appartenenti alla famiglia feudale genovese, di parte ghibellina, che dal secolo XII esercito una notevole influenza sulla repubblica e assicurava una preponderante potenza alla sua schiatta.
Nello stesso anno, tanto il castello come la città, furono ceduti al re Damiano Doría. In seguito il castello fu consegnato all’arcivescovo di Oristano e al vescovo di Usellus, fino alla decisione del Papa, che al pari dei suoi predecessori, considerava la Sardegna come terra di suo dominio, Nel 1355, il castello, passo nelle mani del giudice di Arborea Mariano IV, che lo acquisto dai Doria.
Nel 1438, castello e feudo, comprese le ville di Codrongianus, Bedas, Saccargia, Todoraque[2], Mores, Itteri, passarono al cittadino sassarese Francesco Saba[3], assalitore del castello di Monteleone e di Aragona.
Nel 1440 Raimondo Ruisee di Cardona, duce aragonese, vendette il feudo di Ardara a Francesco Saba su nominato.
Nel 1476, Artaldo Alagon[4], figlio di Leonardo IV. ed ultimo marchese di Oristano, diresse le armi contro il castello di Ardara, la lotta fu terribile, gli attacchi si seguivano violenti, ma non riusci ad espugnarlo; per cui dovette ripiegare e ritirarsi nel castello del Goceano.
La medesima disdetta ebbero, due anni dopo, le milizie di Giovanni de Sena[5] elevato alla dignità di visconte di Sanluri, con diploma del re Alfonso V, in ricompensa del suo valore, della sua fede e del suo intrepido ardire.
Gli antichi ruderi dell’antica fortezza, d’alto valore storico ed artistico, ch’ebbe momenti di grande splendore, oggi, sgretolati e muti, sono avvolti di mistero.
I nonni, a veglia, ripetono ancor oggi la leggenda popolare: Una notte la luna se ne stava silenziosa e quieta in un cielo così chiaro che sembrava senza stelle. Gli alberi avevano una chioma vaporosa e ferma. Non spirava un alito di vento. I cani uggiolavano nelle masserie lontane e l’assiolo sembrava che scandisse il tempo col suo triste singulto. Un vecchio pastore fumando, sdraiato a pancia tesa, su di un mucchio di pietre frantumate cadute dal castello diruto, si godeva il meritato riposo delle fatiche del giorno.
Un gufo, forse l’unico che c’era, gli sfrecciò sulla testa facendolo trasalire e un nugolo di pipistrelli lo investi costringendolo ad alzarsi.
Come per incanto, nel frattempo, sbucò da un cumulo di macerie uno spettro che tosto fece sentire la sua tartarea voce: «Ascoltami, anima vivente; io sono Michele Zanche. Il mio corpo, da lunghi anni, giace ai piedi degli ultimi gradini che portano al sotterraneo, proprio nel posto in cui il cane, cinto intorno al collo con catena, faceva la guardia. Portami via… io soffro maledettamente… seppelliscimi in luogo sacro… ascoltami se non vuoi sperimentare il mio rincrescimento, suggerito da spirito di bassa vendetta».
L’indomani il vecchio pastore con alcuni volenterosi, armati di picconi e pale scesero nel sotterraneo. si misero a scavare e portarono alla luce una catena di ferro arrugginito, ossa spezzettate di cane ed uno scheletro umano. Così le spoglie mortali di Michele Zanche ebbero ecclesiastica sepoltura in luogo sacro. e scomparvero per sempre fra le fitte tenebre d’una piccola fossa sprofondata nell’oblio.
Il rudere del castello fa ancora quasi la sentinella alla pianura; ma una sentinella, da vecchia guardia; non ha più gli ardori della sua gioventù; la vecchiaia l’ha resa calma e quieta, logora, consunta. È il destino anche degli uomini questo: ardere magari di entusiasmi, ma poi quietarsi nella calma della vecchiaia.
[1] La lingua sarda possiede due dialetti principali: quello meridionale del Campidano e quello settentrionale del Logudoro. Il Logudorese che è uno dei dialetti più sviluppati è il rappresentante della lingua sarda, Questa lingua al pari di alcune altre di diverse nazioni, Impastata della lingua romana, o latina. Il latino dominante nell’occidente mise profonde radici nella Sardegna per lo spazio al meno di 714 anni, dall’anno 493 della fondazione di Roma al 259 avanti Cristo. Lo stesso Dante affermo che fra tutte le lingue e dialetti romani nessuno aveva conservato men corrotto il deposito. Si trovano dei componimenti poetici, scritti in lingua sarda i cui termini sono del tutto latant, e per la maggior parte dell’età pia norita della lat nits. Riporto un canto scritto del gesuita d’Ozieri, Matteo Madau, Jode di Vittorio Amedeo II:
Tranquilla mente procedit, si judicat
Moderat aitos, of refrenat impetus;
ferit, cural, si punit remedial
Hesuger Bagellat suu paterna dextera
Il sardo vero e puro per la sua chistessa, macată, sonorità e giusta desinenza di vocaboli è quello che più rassomiglia all’idioma latino.
[2] Bedas, Todoraque, Laquesos, erano ville di una certa importanza, ora distrutte.
[3] Francesco Baba, illustre cittadino sassarese, prode guerriero che si diatizune nelle fasione di guerra resistendo con meravigliosa costanza alle armi nemiche. Il re D. Alfonse to premio di tanta sua fedeltà concedendogli in feudo non poche ville che gli furono tolte dal fisco nel 1454.
[4] Art. Alagon di Oristano. Ebbe parte nelle fazioni sostenute contro i catalani. Diede prove di coraggio nella guerra col vicerè Nicolo Carroj, e nel 1475 espugno il castello di Monreale, perdendolo allorché fu sconfitto a Macomer.
[5] Glov. de Sena, valoroso capitano del sec. XV. Nel 1409 prese parte alla famosa battaglia di Sanluri in cui salvò la vita a D. Martino re di Sicilia. Il re D. Alfonso V gli diede il feudo parecchie volte.
L’ultimo S.O.S di un rudere in sfacelo
È notissimo l’indovinello che la Sfinge, mostro egiziano figurato con corpo di leone, petto e viso di fanciulla, propose ad Edipo, mitico eroe di Tebe, risolvendo il quale il disgraziato re si salvò d’essere divorato, sorte che capitava ai suoi predecessori, meno acuti di mente.
Si trattava di indicare qual fosse l’animale che al mattino cammina con quattro gambe, a mezzogiorno con due e alla sera con tre.
Edipo rispose esser l’uomo, il quale nell’infanzia suole aiutarsi con le braccia, nell’età adulta cammina con le sole gambe, e al tramonto di sua vita si aiuta col bastone. Il bastone è l’insegna di vecchiezza, magro sostegno della inesorabile caducità umana.
Non solo gli uomini hanno bisogno di essere sostenuti quando arrivano ad una età molto avanzata, ma anche quei monumenti che simboleggiano la forza e l’arrogante sfida al tempo, hanno nel trascorrere dei secoli, bisogno del bastone per la loro vecchiaia.
Il castello di Ardara era una rocca, una fortezza, un sontuoso edificio munito di torri, del mastio, del rondello, di palizzata, di cortine, e del sontuoso palazzo del giudice.
I fulmini, le pioggie, le raffiche di vento, le tempeste, le guerre, la mano vandalica dell’uomo incosciente mandarono tutto in rovina.
Nessuno si curava del lento e continuo disfacimento e tutti assistevano alla fatale distruzione senza alcun rimpianto. Crudele destino di una casa regale satura di storia, doviziosa, che era una delle maggiori ambizioni artistiche della città e del Logudoro.
Del castello rimangono ancora miseri avanzi, la cui stabilità è compromessa. Compromessa è anche la incolumità dei passanti.
Quei ruderi slabbrati, decrepiti, sempre in crescente rovina chiedono e implorano, mostrando le loro ferite lacere e contuse, un bastone, un contrafforte, un muro di sostegno per salvare il salvabile.
Qual medico con mano esperta, si adopererà a far cicatrizzare quelle profonde ferite?
Qual chirurgo con pronto intervento operatorio, assicurerà al vecchio moribondo, un po’ di secoli ancor di vita?
Da più di un secolo, da quando sugli albori dell’Ottocento le correnti del pensiero si rivolsero anche alla conoscenza di quanto il passato aveva prodotto. L’amore alle opere architettoniche antiche prese uno sviluppo che i secoli precedenti non avevano affatto conosciuto.
Da allora la serena noncuranza per cui vennero demoliti gradualmente insigni monumenti, comincio ad apparire sacrilego gesto di devastazione. Sono note le frequenti deliberazioni di un secolo fa, da parte di comuni italiani per evitare, l’abbattimento di edifici medioevali, case e castelli, anche se diruti, e i voti unanimi di Enti artistici per invocare il consolidamento e la conservazione di un rudere sia pure pericolante e di poca entità, o incompleto, o mutilo.
Qui non si chiede la riedificazione del castello perché, oltre ai quattrini, manca la conoscenza sicura della forma primitiva; non si chiede il restauro, perché non si conoscono i caratteri ben definiti dell’edificio completo; e neppure un rinnovo in modo che possa riprendere nel concetto della bellezza il suo altissimo posto. Come necessità della vita del rudere imploriamo un «minimo lavoro ed una minima aggiunta». Un contrafforte, uno sprone o barbacane su cui si possa appoggiare, come il vecchio al bastone, per sostegno e difesa. Il lavoro di consolidamento per tenere in buon stato il rudere si potrebbe affidare per ragioni di economia, anche ad un architetto di scarsa preparazione, o meglio ancora, ad un tecnico di insufficiente levatura.
Le pietre del rudere, attraverso il tempo e i mutamenti delle epoche, continuano a distaccarsi dalla malta diluita dall’acqua piovana, si sgretolano e cadono ad una ad una come le foglie di autunno. Quelle pietre che sono pagine di gloria, di storia e di vita e ricordano le gioie e le lacrime della sventurata regina Adelasia e le prepotenze del perfido marito Enzo di Svevia e gli inganni di Michele Zanche e le mene di Ubaldo Visconti e gli strazi delle guerre.
Quei ruderi immersi nel silenzio, fan sognare gli spalti ancora formicolanti di armati, fan sembrare segnali di scolta le grida di un carriolante che sale l’erta della strada, e perfino riescono a trasformare in clangori di guerra i segnali di tromba di un’automobile.
Quel rudere oggi negletto, lasciato in totale abbandono, tenuto a vile, lancia dal suo squallido romitaggio, all’autorità competente, l’ultimo grido d’allarme: lo S.O.S. della disperazione: Salvami, perisco!
Vorremmo che quanto qui è semplicemente accennato come un desiderio potesse divenire realtà per l’interessamento di quanti, leggendo queste note, si trovassero nella possibilità di fare qualcosa per la soluzione di un problema non difficile né gravoso.
Vittorie e sconfitte
Il Martini in un articolo da lui pubblicato nello «Statuto» del 13 febbraio 1859, scrisse: «Non da molto, il paleografico Pilitto annunziava al canonico Salvator Angelo De Castro, preside del Collegio Convitto di Cagliari, che 5 nuovi codici, ed alcuni fogli cartacei provenienti da Oristano, sua terra natale, erano posti in vendita, e tanto maggior prezzo ne chiedevano in quanto che due di questi codici ragguardavano affatto alla provincia di Arborea, perché uno contiene le memorie della vita della giudichessa Eleonora, e l’altro quelle di non pochi giudici antecessori di lei.
«Per il De Castro fu una stessa cosa il saperlo e l’infiammarsi per il possedimento di sì preziose memorie del natio loco, onde salvarle dalla distruzione, dalla quale per più secoli si liberarono. Gli venne perciò in pensiero di formare in Oristano una società d’azioni per sopperire alla spesa della compra e della dichiarazione di tali nuovi monumenti e tale suo divisamento partecipava, per lettera al suo amico professore Antioco Polla d’Oristano, richiedendolo, a tal fine della sua cooperazione.
«Se non che fuvvi chi mosso da eminente e più singolare che raro amor di patria si proferse di assumersi il peso di quel dispendio. È questi il dovizioso e gentilissimo cav. Don Giuseppe Corrias deputato di Oristano al Parlamento. Egli non già pregato ma per moto spontaneo del suo cuore generoso, appena fu conscio del sommo interesse di quei codici, spedì al De Castro la somma che abbisognava per la loro compra e dichiarazione, e ad un tempo lasciò a lui e al Cav. Martini il giovarsene per la maggior illustrazione delle patrie cose, accennando anche al pensiero di do versi tali carte accomunare col tempo a quelle già esistenti nella biblioteca, onde così rimanessero uniti in un sol corpo i preziosi nuovi monumenti di Arborea».
Riporto quanto segue dal codice n. 1, tradotto in italiano:
«Quando Balbo, pisano, giudice di Gallura, volendo estendere il proprio dominio e farsi più forte e potente, colto il pretesto che il giudice del Logudoro Comita avesse vietato ai Galluresi il commercio nei suoi stati, mossegli guerra danneggiandolo nelle sue terre, occupandone parecchie, e impadronendosi dopo un forte assalto del castello d’Ardara, fabbricato da Giorgia, sorella del detto Comita. La quale venne in di lui soccorso a capo di un forte esercito da lei raccolto; compartecipò all’assalto del Castello, difeso validamente da Balbo. Costui immaginatosi che le genti di Giorgia fossero abbattute e stremate, fece una sortita improvvisa al campo turritano onde recarvi l’incendio e la strage. Ma Giorgia e le sue scolte che stavano alle vedette ne pararono il colpo; si corse all’armi, si battagliò ferocemente, e sconfitte le schiere nemiche, Giorgia liberò i fratelli, fece molti prigionieri fra i quali lo stesso Balbo e il figlio suo Golfrido, e li condusse al castello. Per mezzo di Sorabella, figlia del castellano, Golfrido ch’erasi di lei invaghito, fuggi dal castello in compagnia della medesima e di altri sei. Il Balbo andò in corte del giudice Comita d’Arborea chiedendo e ottenendo la sua alleanza. Golfrido sposò Sorabella per gratitudine della libertà procacciatagli, per le sue molte virtù e per le sue ricchezze».
La storia di Comita, giudice di Arborea, riportata nello stesso Codice, dice: Comita, mortagli la moglie Simbilla, volle romperla col giudice turritano Gonnario. A tal fine mandò alcuni suoi pastori nei confini del giudicato in un campo posto in Monteferro che apparteneva al Logudoro: dalché nacque grave e sanguinosa rissa, poiché i pastori turritani freddarono sul campo due pastori di Comita, e ne macellarono il bestiame. Ambasciatori vennero pertanto inviati a Gonnario a chiedergli in nome di Comita ragione dell’ingiuria, poiché quel monte in tempi antichi apparteneva al giudicato d’Arborea per via d’accordo fatto fra i giudici delle due provincie, ed ora intendeva erigervi un castello a fine di ovviare a nuove discordie. La corte di Gonnario provo che il detto monte appartenne sempre a quei di Logudoro, e che se vi era stato abuso da parte degli arboresi, ciò non costituiva un diritto. Comita vi inviò i suoi ambasciatori e per velare le sinistre intenzioni del suo animo chiese a Gonario la mano di Marina di lui figlia pel figlio suo Nirino. Gonnario rispose che di buon grado accoglieva questa domanda, ma che non intendeva sopra l’altra questione perdere alcun diritto, né permettere che si erigesse il castello; e se mai tali questioni fossero un pretesto di intenzioni cattive e pensasse fargli guerra col comune di Genova, anche il suo giudicato saprebbe difendersi, facendosi scudo della giustizia della sua causa, e avvalorandosi dell’aiuto dei suoi amici. Per la qual risposta infuriato Comita giurò farne vendetta e radunata la corona deliberarono doversi fare la guerra a Gonnario per l’onore del regno e del suo signore. Si allestì un forte esercito, e con esso s’invase di viva forza il Logudoro, occupando e spogliando diverse terre.
Nell’intervallo delle reciproche ambasciate Gonnario erasi dato cura di rifornire del necessario i castelli, raccolse insieme tutte le forze, spedi ambasciatori a Pisa per un sufficiente aiuto, ed al Papa per informarlo dell’accaduto, e faceva vigorosamente testa al nemico. Rinfrescatosi di nuove genti l’esercito arborese, si spinse fino a Ploaghe, antica città, nominata Plubium, e molti paesi caddero in suo potere. Allora Gonnario, superati molti pericoli ed ostacoli venne alle offese: e fece al nemico una buona guerra; gran numero dei prigionieri cadde in sue mani, che egli condusse al castello d’Ardara, e tra questi i nobili Susini, Margiane, e altri di coloro che avevano votato per la guerra. Sopraggiunta una furiosa tempesta con fracasso di venti e di grandine, che batteva contro la faccia dei Turritani, questi atterriti da superstiziose fantasie, abbandonarono la vittoria e fuggirono per diverse vie alla volta del castello vano tornando ogni sforzo di Gonnario per trattenerli. Intanto Comita li perseguitava ferocemente, recando devastazioni e morte dovunque passava.
Costernati quei di Ardara, credendo che l’esercito turritano fosse disfatto, e già stessero alle porte gli Arboresi, volevano fuggire dalla città, ma ne li distolsero i Vescovi col loro consigli, e crescendo sempre il numero dei fuggiaschi, riuscirono finalmente a cavarne il netto. Gli Arboresi insuperbiti dell’avuta fortuna, benché con assai danni e molto sangue per le incontrate resistenze, s’avvicinarono alla villa d’Ardara a darle lo assalto, Comita aveva già spedito un drappello di 600 uomini per esplorare il luogo, e occupare la porta di improvviso: fu agevole l’entrarvi, perché le guardie le abbandonarono, fuggendo. Ma la porta era finta, che altre vere porte vi erano dentro difese da buone mura, opera del re Barisone; da esse porte e da sbocchi sotterranei uscirono in frotta i Turritani, avvertiti come furono dalle guardie è circondando gli Arboresi parte ne uccisero, parte ne fecero prigionieri, onde animati da questo fatto, avuti anche nuovi rinforzi, non attesero l’assalto di Comita, ma assalirono essi i primi il suo campo con meraviglioso ardimento.
Fu quella una orrenda e sanguinosa battaglia per ambedue le partì, né la vittoria fu d’alcuno, perché gli Arboresi con gran forza e buone macchine da guerra resistettero a quello impeto furioso. Scemato il coraggio, i Turritani cominciarono a cedere, e già da quella parte, ove cadde morto un valente capitano nomato Troidore, fuggivano essi, inseguiti dalla spada di Parasone. Se non che il cielo, già soddisfatto, per tanta strage, dei peccati dei Turritani, e mosso a pietà dal buon giudice, dai pietosi Vescovi e d’altre buone persone del giudicato, venne visibilmente in aiuto di quelli: poiché rinnovatasi una furiosa tempesta di grandine e vento che molestava di fronte gli Arboresi, quasi volesse punire la superbia del giudice, i peccati e scandali suol, i medesimi accecati dal vento, atterriti dalla foga dei nemici che venivano incuorati da Gonnario, dagli altri duci, e dal sopravvenire di nuove genti, mentre a Comita mancavano i necessari rinforzi, cominciarono a piegare e a fuggire da qualche lato, non valendo a trattenerli né i consigli, né il coraggio dei capitani. Comita aperti gli occhi e riconosciuto non esservi scampo, accerchiato come si trovava da oste così poderoso, né volendo perdere con una dissennata ostinazione il fiore dell’esercito, la vita sua e quella del figlio, riordinato che ebbe le disperse schiere, ristette e fece segno di pace. Onde il buon Gonnario contro il figlio Barasone e dei Pisani che volevano vendicarsi di Comita, e sterminargli l’esercito, accettò la pace usando misericordia, sospendendo ogni aggressione, e lasciando di far prigionieri Comita e il figlio: il che ben potevano esse fare, mentre avevano in mano la vittoria. Tuttavia la pace fu accettata, e Gonnario condusse in città con tutti gli onori Comita, il figlio e quattro dei più nobili: vennero stipulate le condizioni dell’accordo con tutta solennità, e acciocché Comita fosse più sicuro dell’amicizia di Gonnario, si convenne il maritaggio dei loro figli con grande giubilo del giudicato. Nerino partì d’Arborea con splendido treno, e passato per Ardara avviò coi detti giudici e molti nobili alla volta di Torres, dove era la sposa Marina: ritornati tutti ad Arborea, qui vi si celebrarono le nozze con solenne pompa e tripudio.
La Corte Giudiziaria – Il Condaghe
Condaghe da prima significava l’atto col quale si faceva un lascito o si offriva una donazione a favore di chiese o di monasteri, poi oltre di rappresentare la consistenza patrimoniale degli enti ecclesiastici divenne anche una collezione di atti di compere, vendite, decisioni di liti, doni, permute, ecc.
Perché tutti questi atti non venissero smarriti si pensò provvidenzialmente a trascriverli in un apposito registro cui si diede il nome di condaghe. Questi documenti, di pregio inestimabile per gli studiosi delle istituzioni economico-sociali, venivano gelosamente conservati negli archivi delle chiese e dei monasteri, per poter provare, occorrendo, il legittimo possesso del loro patrimonio.
L’offerente dei lasciti se ne dichiarava autore: «Ego Barusone ki faco ateru bene a sancta Maria de bonarcatu pro lu creschellu su regnu d’arbore, et dedimi deus fios e pace in su regnu…»[1].
«Ego Thunthule de Saluennor ki facto custu condake pro ca la fatho sa domo de sca Elena; e poniouilu a manacu Gauini… tottu su saltu de Sega…»[2]. Nei singoli atti, il testatore, a calce, vi apponeva, di proprio pugno, la firma, seguita da quella dei testi, noti e idonei, e così la scrittura aveva forza di pubblico stromento. Certe volte gli atti si chiudevano con parole deprecatorie e imprecatorie: «Et si quis dixerit quia bene est, habeat beneditione de deus, et de santa Maria. Et cui non placuerit et condempnauerit hec ordinatio habeat maledictione de deus, et sancta maria e de IIIor euangelistas et de XII apostolos. De XVI prophetas de XXIV seniores, de CCCXVIII patres sanctos, de CXLIIII innocentes martires, et apat parcone cum iuda traitore et cum herode et cum diabolus in infernum. Amen. Amen. Fiat. Fiat»[3].
Dal condaghe di S . Pietro di Silki, che registra gli atti dal 1118 al 1250, risulta che i giudici, durante il loro regime, menavano una vita randagia, piantando le tende, a seconda delle necessità, nelle principali ville per tenervi «corona» E corona, cioè assise di giustizia, giudizio, foro civile, si facevano in determinati luoghi, presieduti dai giudici, assistiti dai donnicelli, dai maiorales de locu. Le adunanze, generalmente, si tenevano nelle chiese e nei monasteri, per esempio a San Michele di Plaiano, nella pievania di S. Nicola, nelle ville di Querqui, Curcas, Ardar, ecc. Non erano i litiganti che accorrevano al tribunale per implorar giustizia, ma bensì il tribunale che andava incontro ai litiganti per perorare le loro cause.
Gli atti dopo la solita invocazione: In nomine Domini nostri Jesu Christi Eterni Dei. Amen», continuavano: «Ego iudike Mariane de Laccon… et sunt testes, primus donnicellu Petru…»[4]. «Ego iudike Dorgotori de Kerki»[5]. «Ego iudike Costantine de arborea territorium…»[6].
Certe volte la stesura degli atti veniva scritta anche dalle madri badesse: «Ego apatissa Theodora», «Ego Massimilla abbatissa», «Ego apatissa Ispethiosa», «Ego Beneuenuta apatissa de seu (sanctu) Petru de Silki», «Ego Agnesa per issa grathia de deum abbatissa»[7].
Altri condaghi furono redatti da vescovi: «Ego piscopu Jorgi»… «Testes, su donnu meu iudike Barusone e donnu Mariane de Serra» «Ego piscopu Juste de Saluennor»[8].
Altri da sacerdoti: «Ego preiteru Petru Iscarpis», «…teninde corona de iudike Barusone», «Ego prebiteru Elias… teninde ego corona de Mariane de Locu», «Ego prebiteru Jorgi… Testes su donnu meu iudike Barusone e Ithoccor de Seuin»[9].
Altri da amministratori o soprintendenti: «Ego Comita de Serra Pirella, armentariu de santu Petru de Silki», «Ego Gauini Taras (armentariu»[10].
Altri da persone incaricate: «Ego Kipriane Murtinu, ki tenni corona cun Petru de Carbia», «Ego Thunthule de Saluennor ki fato custu condake»[11]. Altri da priori: «Ego Petru de Muru, priore de sanctu Petru de Silki qui ponio in custu condake…»[12].
Ed in ultimo anche da «donnikelle», titolo che si dava alle figlie del giudice: «Ego Donnikella Justa d’Oskeri ki fatho custu condake pro omnia cantunke ponio a sancta Maria de Cotronianu»[13].
Da numerosi atti del condaghe di Silki (p. e. al N. III) risulta che ai testi veniva imposto il giuramento: «Et e custos destimonios iurarum mecu a gruke». In quel tempo, forse, per la decisione di una causa, a una prova non sufficiente, si deferiva il giuramento che consisteva nell’unire palma a palma o indice ad indice in forma di croce. Usanza che in certi paesi perdura ancora, specie tra gli uomini di campagna.
Sfuggirono al naufragio del tempo, come per miracolo, i condaghi di S. Pietro di Silki, di Salvenero, di S. M. di Bonarcado, di Trullas.
La trascrizione del condaghe di S. Pietro di Silki incomincia: «Ego Maximilla abbatissa de sanctu Petru de Silki ki lu renovo custu condake, ad unore e Deus innanti, e de sanctu petru e de sancta Julia, e cun boluntate dessu donnu meu iudike Gunnari, e dessu fiiu iudike Barusone, e dos frates, e dessos maiorales de Locudore, dandem’isse paragula renobarelu su condake».
Il manoscritto redatto in sardo logudorese, è membranaceo, di formato in ottavo, e misura mm. 240 per 145. La copia del vecchio condaghe di S. Pietro è stata eseguita nel 1150 mentre quella compilata dalla madre badessa è del 1180.
La scrittura del primo condaghe è a carattere gotico romano; quella invece del secondo è minuscola romana. Le iniziali sono miniate e la numerazione romana progressiva delle carte figura nel centro del margine superiore e nell’angolo a destra del margine inferiore.
Trascrivo dal condaghe di S. Pietro di Silki alcuni documenti di una certa importanza, che ricordano l’antico paese di Ardara.
33 Kertu
Ego prebiteru Jorgi Majule ki ponio in custu condake pro ca tenni corona cun Gunnari d’Oiun e cun Gunnari de Nureki e cun Baru de Castauar, pro fiios de Barbara Rasa, ca non fuit petita e mandicavan silos kenende dare a scu (sanctu) Petru. Et ego teninde corona de judike Barusone in Ardar… Testes, primus Deus Omnipotens, deinde su donnu meu judike Barusone, e donnu Petru de Serra Cigulu ki judicavat su kertu in Ardar;..
34
Ego piscopu Jorgi, ki ponio in custu condake de scu Petru de Silki, a jorgia Pala et ad Iskurti, et a Barbara Rasa, ca torran ad issos sos donnos paperos, ki los inperauan inanti. Et ego teninde corona de judike Marianne de Laccon, ca «mi las auean leuatas e ocoluvaranlas cun servos issoro, kene las petire, ne a domu, nen a mandatore de scu Petru, e nen a frates issoro; et issos kertarumimi in Ardar ca petitas nos las auiamus a coluare cun servos nostros»….
48
Ego piscopu Jorgi Maiule ki tenni corona cun Gunnari d’Oiun, e cun Baru de Castauar, pro fiios de Janne Rasu, ki furun seruuos de scu Petru de Silki ca mi los auean leuatos, e judike Barusone torraitimilos in Ardara…
69
Positinke iudik Mariane et issa muiera donna Susanna de Tori, a seu Petru, a Gosantine de Sauitanu, et ad Elias Falke, dau’Ardar, et a fiiu de Petru d’Erthi, eun partone issoro.
185
Vocaitimi a corona Ithoccor de Laccon pro Ithoccor de Seltas, e pro sos frates, ca los keret a lliueros appus sos Cocoriatas. Nunthaitimenke Judike ad Ardar, sa die de sca Maria d’Agustu, et ego posilu a Kertara su preuiteru meu a Furatu de Bosa…
300 Partitura
Positinke donna Jorgia Coiuaimus a boluntate de pare, a orgi Sarkinu ki fuit serbu de clesia, cun Elena Tithe, ankilla d’Ittoccor de Kerki. Fekerun fiios, a Cosantino, et a Petru, et a Migali, et a Bera, et a Maria. Ego leuoilu a Migali, e ta Bera, a cclesia; e paperos a Gosantine ki fuit maiore, et a Petru; e Maria remasit ad in comone, parthinnde a boluntade de pare in corona de judiche in Ardar. Testes, donnu Basoneckesu, e donnikellu Petru, e mariane de Thori.
Amministrazione feudale
Il giudice, detto anche rex, rege, regolo, esercitava una autorità piena, espressa nella voce rennare, potestare, imperare.
L’autorità del giudice derivava da doppia fonte: l’eredità, che legittimava il potere, e l’elezione, che manifestava la volontà dei sudditi e principalmente dei consanguinei, famiglie dominanti che davano la prima consacrazione all’autorità suprema del governo e legittimava l’esercizio dei diritti sovrani. In base a questo principio il giudice aveva la somma autorità e il potere sovrano «Dei gratia, per boluntade de donnu Deu, divina gratia».
Il giudice aveva nelle sue mani le redini del governo, ma per proteggere e difendere i molteplici interessi del giudicato, affidava cariche, incombenze ed uffici particolari a persone di sua fiducia. Erano amministratori delegati che avevano in cura beni, faccende, negozi, patrimoni pubblici e privati, e vigilavano le leggi, gli statuti e le istituzioni.
L’organizzazione amministrativa dei giudicati era fondata sopra una divisione in distretti territoriali, denominati CURATORIE, posti sotto un governo di un ufficiale reggio, che aveva il titolo di curatore.
Questi distretti erano, nei singoli giudicati, di varia estensione, ed erano formati da un complesso più o meno numeroso di ville dipendenti dal capoluogo, ove il curatore teneva la sede ordinaria del proprio governo. In questa sede ch’era nominata «curia»o «domus», si radunava anche l’assemblea locale, cioè il «collectu», il «golletorgiu», e la «corona» per le pubbliche decisioni che richiedevano il concorso dei liberi. Queste adunanze si tenevano nella chiesa del capoluogo, o nel convento, o nella casa del curatore «ubi est solitum convocari consilium dicte universitatis».
Il giudicato di Torres ebbe almeno venti distretti fra i quali: Meiulogu (Mediulogu, regione mediterranea, detta anche Oppia) che ebbe a capoluogo Ardar e Bisarcio. La regione di Monteacuto ebbe in origine a capoluogo Castra, pur essa sede vescovile, come le due precedenti. Col succedersi degli anni, nelle aspre lotte tra i giudicati, accese dalle competizioni continentali, i distretti andarono sconvolti. Il nuovo sistema strategico, introdotto dai Pisani, obbligo a costruire castelli sulle cime dominanti le valli e intorno a queste rocche fortificate sorsero dei borghi che mutarono le forme delle antiche curatorie. I curatori vennero sostituiti da castellani e capitani di milizie. La classe aristocratica del giudicato era costituita dai MAIORALES, famiglie potenti chiamate a partecipare ad alcuno dei diritti sovrani.
Questa categoria che continuava l’antica classe dei «nobiles possessores», si sceglievano: i titolari degli uffici di corte, gli armentari locali, i curatori, i maiori.
Le famiglie dei maiorales, come quelle degli Athen e dei de Tori, erano padroni di vasti territori, elargivano oblazioni alle chiese e ai conventi, e da queste famiglie, i giudici, i principi e gli alti funzionari dello stato eleggevano le loro mogli.
Vi era anche una classe di liberi, chiamati «liveros, liurus», anch’essi possessori fondiari, che col favore regio e col conseguimento delle cariche pubbliche riuscivano a salire nella classe dei maiorales.
I dignitari del giudicato, giusta le proprie attribuzioni, si dividevano:
CURATORE MAIORE: capo della maggiore suddivisione territoriale del giudicato, da paragonarsi alle attuali nostre provincie. Per solito era uno stretto parente (figlio, fratello o cognato) del giudice. Al N. 128 del condaghe di Bonarcado leggesi: «Testimonios. Petru de lacon, curatore maiore» e seguono gli altri minori: «Petru de lacon de iana, curatore de valenza, Costantinu d’orrovu forte apilu, curatore de migil, Orcoco de urgu, curatore de usellos, Petru de siui curatore de gilgiuer. Pariose curadpre de frotoriane, et Gunnare dorruvudentes curatore de bunurculi».
MAIORALES: erano dignitari del giudicato che si dividevano in:
MAIORE DE ESCOLCA: corpo di guardia, scolta, sentinella, esploratore. Nel condaghe di Bonarcado, N. 5, troviamo un «Coantine murtinu maiore de scolca de riuola» e nel condaghe di Silki, n. 147, un «Gosantine de Castellu, maiore d’iscolca de thathari».
La parola scolca con significato era usata anche dai Bizantini e di guardia (sculea) dai Longobardi. Le scolche erano posti di milizia reclutate.
MAIORE DE IANNA: scolca militarmente organizzata a difesa delle porte (janna) che aveva la tutela dell’ordine pubblico, e il rispetto della pubblica quiete. Corrispondevano agli hostiari dei re e dei duchi longobardi. Il condaghe di Silki N. 38 tra i testi nomina: il «maiore de ianna Mariane de Ualles».
MAIORE DE PORCARIU O MAIOLARIU: preposto alla tutela dei maiali. Nella scheda N. 96 del cond. di Silki si fanno i nomi di «Petru Thankis maiore d’iscolca, Petru Caprinu maiolariu maiore de iudike, e Gosantine de Martis su de Silki».
MAIORE DE CABALLOS: aveva la cura delle torme equine del giudice e delle cacce collettive organizzate da questi funzionari, con l’intervento obbligatorio dei sudditi.
MAIORES DE CANES MAIORE DE LINNA: erano ufficiali curtensi; ognuno aveva una particolare cura delle proprie mansioni, fedeli agli incarichi ricevuti. La scheda N. 95 del condaghe di Bonarcado nomina «Petru de serra spentumadu et jorgi conca torta, maiore de cavallos» e al N. 63 «Presnage delella, maiore de canes» e al N. 125 «Elias coniu maiore de linna».
MANDADORE DE RENNU: messo incaricato delle citazioni regie. Dal condaghe di Bonarcado (NN. 65, 82, 103, 115) appare che molti furono insigniti di questo titolo, fra i quali «Frevare coco, Troodore capai de broele, jorgi marras e Comida capay.
MANDADORE DE LIVEROS: ufficiale proposto del pubblico potere, nelle singole ville, con l’incarico di reggere i gruppi di servi fatti liberi.
Nel condaghe di S. Nicolò di Trullas, al N. 145, figura come teste «Dorgotori plana, mandadore de liberos» e al N. 217 «Rusticellu mandadore de liveros».
MANDADORE D’ECCLESIA: personaggio eletto dal vescovo, tra i servi e liberti, a regolare i servigi e le prestazioni dovute dai dipendenti; era procuratore degli affari ecclesiastici.
ARMENTARIU: guardiano dell’armento, del branco, cioè degli animali da pascolo.
ARMENTARIU DE LOGU O DE RENNU: amministratore o soprintendente che aveva le supreme attribuzioni finanziarie, dirigeva l’esazione dei tributi e l’amministrazione del patrimonio fiscale.
La scheda N. 23 del condaghe di S. Maria di Bonarcado, parla di una lite «Kertu chi fegerus in corona de donnu Petru de sigiis, armentariu de logu», e sottoscrisse l’atto in qualità di teste «donnu petrus de figus armentariu de logu». Così ai numeri 25, 26, 190. 199, 203 appaiono diversi nomi colla stessa qualifica.
ARMENTARIU DE SA DOMO DE PISCOPIU: amministratore della casa episcopale. Al N. 65 del citato condaghe di Bonarcado, fra i testi, è annoverato Gunnaru madau armentariu dessa domo de piscobiu.
Il N. 240 del condaghe di Trullas ricorda un certo «Gunnari de gitil ARMENTARIU DE SIGILLU».
CAMARLINGU: ufficiale di camera, cassiere, amministratore del patrimonio comunale. Il N. 217 del citato condaghe nomina «su camarlingu de sacraria donnu Benedicto».
KERTADORE: avvocato, giudice nel Kertu, cioè nella causa, nel giudizio. La scheda 415 del condaghe di Silki, dice ben a proposito: «Kertaitimi Comita Caprinu pro sa terra mia dessa conca de sancta Maria, et binkitindelu Comita de Campu chi fuit kertadore meu, in corona de donnu Barusone de Murtas».
Vi erano infine altri incarichi minori nel regno e anche nel patrimonio del giudice, come ad esempio i SERVOS DE PAPEROS O SOS DONNOS PAPEROS ch’erano stretti parenti della famiglia reale, scelti per la tutela del patrimonio della corona.
La scheda N. 34 dice: «Ego piscopu Jorgi, ki ponio in e custu condake de S. Petru de Silki, a jorgia Pala, et ad Iscurthi, et a Barbara, fiios de Barbara Rasa, ca torran ad issos sos donnos paperos, ki los imperavan inanti».
I più importanti, di questi amministratori, avevano la residenza abituale ad Ardara, gli altri erano sparsi per il giudicato.
[1] Contr, il Condaghe di S. Maria di Bonarcado al N. 148.
[2] Condaghe di S. Pietro di Silki N. 290.
[3] Condaghe di Bonarcado n. 148.
[4] Condaghe di S. Pietro di Silki N. 6.
[5] Condaghe di S. Pietro di Silki N. 293.
[6] Condaghe di S. Pietro di Silki N. 441.
[7] Confr. 1 N. 2, 374, 411, 439, 595 del condaghe di Silki.
[8] Confr. il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 42. 291.
[9] Confr. il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 27, 30, 31.
[10] Confr. il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 400, 416.
[11] Confr. Il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 111, 290.
[12] Confr. Il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 421.
[13] Confr, il Condaghe di S. Pietro di Silki N. 316.
I caduti in guerra
Sulla facciata della casa comunale, una lapide in marmo, ricorda i nomi dei caduti nella guerra 1915-18.
Erano giovani, coraggiosi e forti, che, con le armi ancor fumanti, in pugno, immolarono il fior fiore della loro esistenza, nel campo della gloria, per la grandezza della madre patria, al grido di: Viva l’Italia.
I fratelli, ammirati e riconoscenti, li ricordano con la preghiera del suffragio.
Usai Salvatore, sergente
Carta Antonio, caporale Piras
Giovanni, carabiniere
Nuvoli Giov. Antonio, G. di Finanza
Casula Gavino, soldato
Madau Leonardo, soldato
Masala Ignazio, soldato
Mulas Vincenzo, soldato
Spanu Sebastiano, soldato
Saba Ant. Luigi, soldato
Scanu Peppino, bersagliere
Tanda Paol’Antonio, soldato
Rebichesu Giov. Maria, soldato
Vacca Francesco, soldato
Dispersi:
Tedde Antonio di Gavino
Pirisinu Sebastiano di Costantino
Tola Eugenio di fu Antonio Maria
Saba Giovann’Antonio di Elia.
La serie dei parroci
Nella chiesa di Santa Maria del Regno ad Ardara hanno prestato servizio i seguenti parroci: ad incominciare dal 1667.
1667 Giovanni Maria Tedde
1682 Gavino Pischedda
1694 Tomaso Satta Carta
1703 Giovanni Cabras
1706 Pietro Chessa
1706 Salvatore Uras
1718 Antonio Francesco Serra
1719 Francesco Piga
1719 Leonardo Demartis
1720 Giovanni Stefano Melis
1720 Antonio Casu
1724 Salvatore Satta
1725 Antonio Pietro Guisu
1728 Antonio Filippo Canu
1732 Candeledda
1734 Antonio Giovanni Chessa
1735 Giovanni Maria Carta
1741 Antonio Filippo Canu
1744 Giovanni Sequi
1750 Salvatore Meloni
1753 Francesco Satta
1769 Ignazio Tola
1770 Don Pietro Paolo Satta
1772 Leonardo Pittilloi
1774 Giuseppe Solinas
1775 Pietro Cubeddu
1779 Francesco Deligios
1788 Pietro Maria Pintore
1784 Luigi Arrica
1789 Antonio Maria Deledda
1795 Pietro Aquena
1800 Gavino Tanda
1807 Lorenzo Sistu
1808 Antonio Maria Deledda
1833 Andrea Cocco
1838 Fra Tomaso da Mores
1838 Giovanni Cola
1839 Salvatore Fera
1839 Salvatore Fais Salis
1840 Antonio Luigi Marras
1840 Francesco Giuseppe Madau
1846 Antonio Carta Spanu
1888 Antonio Solinas Saba
1919 Francesco Fenu
1920 Giovanni Fundoni
1920 Giovanni Vacca
1921 Giacinto Canalis
1950 Angelo Deroma.
Gosos de Mostra Signora de su Regnu
Già chi sezis esaltada
Subr’à d’ogni Gerarchia,
Assistidenos Maria,
De su Regnu intitulada.
O titulu preziosu
De alta Divinitade,
Titulu de Magestade,
Chi bos hat dadu s’Isposu;
Titulu e Nomen famosu.
Chi mezzus non sinde dada.
Bois sezis sa pius cara
A su Divinu Signore:
In cudd’hora pius amara
Cunzedidenos favore;
Abblandade su rigore
De sa Giustissia irada.
Bois, chi tantu podides
In chelu, terra et mare:
Benide a nos aggiuare,
Sos bisonzos già idides,
Liberare nos devides
Essende nostr’Avvocada.
O Mamma de bonidade,
Sos orfanos assistide;
Sas viùdas proteggide,
Sas vergines cunservade;
Sas parturentes mirade,
Sende da ipsas giamada.
Proteggide tottu nois,
Mannos siemus, o minores;
Ispiramus solu in Bois
Tottuo sos adoradores;
De sos mundanos amores
Siat sa furia frenada.
Già chi tantu dimandamus Benes,
chi non meressimus;
Disperare non devimus,
Si fide in Ip;sa fundamus;
Ma in Chie cunfidamus
Sempre si cheret pregada.
A sos chi hoe Bos venerant,
De custu, o atteru logu;
Abbreviade su fogu
Si a Purgatoriu anderant
Oh! felizes, s’ottenzerant
Cussa grassia supremada.
Azzetade sos tributos,
Chi hoe dende bos semus,
Et faghide chi accogliemus
In terra abbundantes fruttos;
Poi morte siamus giuttos
A sa Patria beada.
Sos nostros antezessores
Bos eleggesint Padrona
De custu logu, e Matrona
Bos fhaghent sos suzzessores;
Accansadenos favores
Cando sezis supplicada.
Custa Idda triunfante
Siat de sos inimigos;
Suspendide sos castigos
Ch’at meritadu bastante:
Et siat solu regnante
Sa Reina incoronada.
BIBLIOGRAFIA
Archivio Storico Sardo.
Atti della Regia Accademia di Torino.
Bollettino d’Arte del Ministero dell’Istruzione Pubblica.
Bullettino Archeologico Sardo.
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LA MARMORA – Voyage en Sardaigne.
SPANO G. – Emendamenti ed aggiunte.
SPANO G. – Scoperte. FARA De rebus Sardois.
MANNO – Storia di Sardegna.
MARTINI – Storia di Sardegna.
MARTINI – Storia Ecclesiastica della Sardegna.
COSTA E. – Sassari.
VALERY – Voyage en Sardaigne.
Atti delle settimane di Arte Sacra.
BESTA – La Sardegna medioevale.
FILIA – Sardegna Cristiana.
DELOGU – L’architettura del medioevo in Sardegna.
SCANO D. – Chiese di 8. Maria del Regno di Ardara.
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CASALIS G. – Dizionario geografico.
Notizie degli scavi di Antichità a cura dell’Accademia dei Lincei.
Atti del convegno archeologico Sardo.
Atti del convegno nazionale degli ispettori onorari alle antichità.
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