ATTRAVERSO LA SARDEGNA. SCENE DI VIAGGIO

1857

di Alfred Meissner   1    –  2

Lipsia, F.L. Herbig

1859

 

Dal libro Durch Sardinien: Bilder von Festland und Insel

proponiamo le pagine dedicate al viaggio in Sardegna nel 1857

Il libro è stato già pubblicato nella versione italiana, a cura di Giancarlo Pisanu, da Carlo Delfino nel 2019, con notevole risalto mediatico. (Si veda QUI).

L’edizione di Gallura Tour non è la stessa. Inoltre si propone l’equivalente versione e impaginazione in lingua tedesca, una operazione culturale, questa, peculiarità esclusiva di Gallura Tour, come per tutte le pagine degli scrittori stranieri che hanno scritto della Sardegna. (Si veda la Home).

I.

Sull’isola di Sardegna. — Cagliari. — Il mio Cicerone. — Rovine romane. — Abitatori delle tombe. — Nel Museo di Cagliari

Dopo una traversata che parve infinita, durata quaranta ore, arrivai nel porto di Cagliari. Avevamo costeggiato l’intera parte orientale della Corsica e avevamo visto stagliarsi davanti a noi, nella chiara luce del giorno, le imponenti e frastagliate montagne che culminano nel cono del Monte Rotondo. Proseguimmo poi attraverso il blu del Mar Tirreno e, la seconda sera, apparvero in vista le isole Bucinarie [isole di La Maddalena]. Circumnavigammo quindi l’intero versante orientale della Sardegna, così come avevamo fatto in precedenza con quello della Corsica. Purtroppo soffrii molto il mal di mare e dovetti trascorrere la maggior parte della giornata giù in cabina; giacevo in quel cupo stato di apatia che accompagna sempre questo malessere.

Al sorgere del secondo mattino, eravamo già vicini a Capo Elia; in breve tempo saremmo stati a Cagliari. Mi sentii improvvisamente rinvigorito e potetti salire sul ponte con passo fermo. Era una mattina splendida; le onde blu scrosciavano festose e la nave proseguiva il suo corso con audacia e vigore. A poco a poco l’ultima foschia che sfiorava la costa si diradò e, con le sue case bianche e splendenti, apparve una città costruita ad anfiteatro, che si ergeva tra pendii montuosi pallidi, grigio-azzurri e rossastri.

Cagliari sorge alla foce del fiume Malaria [Mannu], intorno a un vasto golfo e sulle alture che sovrastano la baia. In primo luogo si trovano i quartieri che valgono solo come sobborghi: La Marina, circondata da fortificazioni, verso ovest; Villanova verso sud; più indietro, salendo piuttosto ripidamente sulla collina, appare la città vera e propria, chiamata il Castello, sulle cui cime svetta il Castello con le sue torri, un’antica fortificazione costruita dai Pisani. Tra La Marina e il Castello si trova Stampace. Più in là si estendono le lagune, paludi calde che forniscono il materiale per le saline sarde.

Il golfo di Cagliari, chiuso dalla punta sud-orientale di Capo Carbonara che si protende ampiamente, offre una rada vasta e sicura. La vista è imponente, ma austera. Sul terreno roccioso e arido circostante crescono solo l’agave e il cactus, nessun albero. È all’incirca così che l’immaginazione dipinge una città sulla costa siriana.

Il facchino, una sorta di selvaggio dal colore rosso mattone e vestito solo dello stretto necessario, correva così velocemente con i miei bagagli che feci fatica a non perderlo di vista nella calca. Sembrava non tanto un portabagagli, quanto piuttosto un ladro di bagagli. Tuttavia, non si diresse verso le montagne, come temetti per un momento, ma svoltò in una locanda del sobborgo di Stampace, una casa dall’aspetto desolato e sporco, nella quale dovetti cercare alloggio, mio malgrado.

Un’ora dopo mi trovavo in strada, nel mezzo della confusione del mercato e in verità in un mondo straniero, quando un piccolo uomo vecchio e gobbo mi si avvicinò. “Vedo,” mi disse sollevando il cappello, “che sei un forestiero. Sarebbe una vergogna se un tale signore dovesse restare in strada a Cagliari senza che si trovi nessuno a fargli da guida! Voglio essere il tuo Cicerone e mostrarti le rarità della città. Largo, gente,” esclamò rivolgendosi a un gruppo di piccoli e neri lazzaroni con gesti concitati, “questo signore straniero vuole venire con me! Costoro,” disse rivolgendosi a me, “non saprebbero mostrarvi nulla di buono! Un tale signore deve essere guidato da un uomo istruito e di vasta lettura, non da un pezzente, da un ignorante fannullone che parla in dialetto.”

Il piccolo gobbo mi piacque e mi affidai alla sua guida. “Vedi in me,” disse il piccoletto dopo essersi allacciato le scarpe rotte e aver indossato la giacca che giaceva su una panca accanto al portone, “un avvocato di Cagliari, Don Pascal Fiordigianus, un nobile. E per la precisione, non sono diventato nobile per il conseguimento dell’avvocatura, come stabilisce la legge su questa benedetta isola, ma provengo da una casa di antica nobiltà che purtroppo non vede giorni felici da tempo immemorabile. Ti stupisci, Signore, di vedere un uomo di sangue nobile, erudito e di nobili costumi in questo abito e costretto a offrire i suoi servigi come Cicerone? Una lunga serie di cabale, che sarebbe troppo prolisso raccontarti qui, mi ha ridotto così. Se Cagliari dovesse piacerti più a lungo e se la sera dovessi scendere nella taverna del Serpente, dove alloggi, avrò l’occasione di raccontarti la storia della mia vita, dalla quale si può trarre più di un insegnamento.”

Mentre Don Pascal Fiordigianus parlava, camminammo attraverso il quartiere di Stampace verso il Castello. Le strade principali sono larghe, pulite, ben pavimentate, ma troppo ripide per i carri! Davanti a una chiesa antica e spaziosa, ma trascurata, la mia guida si fermò. “Questa,” disse, “è la chiesa di San Lucifero. Ti stupirai, come forestiero, di trovare qui il nome del Principe delle Tenebre attribuito a un santo. Sappi però che questo Lucifero fu un vescovo della nostra città nel quarto secolo, amico e contemporaneo del grande Atanasio. Sebbene noi cagliaritani lo avessimo sempre venerato, la sua santità rimase incerta finché Pio VII, su richiesta del viceré, poi re, Carlo Felice, lo proclamò santo. È bene che da allora a Lucifero all’inferno se ne contrapponga un altro in cielo.”

In Castello si trovano gli edifici più insigni della città: il Palazzo del Viceré, con una magnifica facciata, il Duomo rivestito di marmo, la Zecca, il teatro e l’università, uno dei principali ornamenti della città. Dalla terrazza di quest’ultima si gode la più splendida vista sul mare, la darsena, le saline e i sobborghi circostanti. Lì vicino si erge la cosiddetta Torre dell’Elefante.

La mia guida sembrava nutrire un particolare orgoglio patriottico per questa torre. “Guarda questo campanile,” disse, “è più alto della famosissima torre di Pisa, un’opera dei Pisani dell’anno 1307; non si sa se ci si debba meravigliare più della bellezza della sua architettura o del suo stato di conservazione. Il suo rivestimento in pietra è così accurato che sembra una grande superficie di marmo e il suo bel colore rosso non ha eguali. Mi chiedi perché si chiami Torre dell’Elefante? Guarda sopra l’ingresso il piccolo elefante di marmo tra vari stemmi! È qui perché la nostra isola vide così spesso gli elefanti di Cartagine! Nel nostro grande museo, che devi assolutamente visitare, troverai le loro ossa imponenti.”

Questo riferimento a Cartagine accese la mia fantasia. Improvvisamente volli vedere tutto ciò che qui poteva ancora ricordare la dominazione fenicia. Sarei andato subito al museo, ma il mio Cicerone osservò che l’ingresso era possibile solo previo preavviso.

Dopo cena volli vedere cosa restasse delle rovine dell’antica Calaris e Fiordigianus [sic!] fu di nuovo pronto a guidarmi. Si esce dalla città, si passa davanti alla chiesetta di San Paolo e si vedono le rovine estendersi dalle lagune fino verso San Saturnino, dal mare fin su verso l’altura. L’anfiteatro, di cui è ancora visibile la possente cinta muraria, dà una misura della grandezza e dell’importanza della città: poteva contenere almeno ventimila spettatori. Pertanto, per quanto riguarda le dimensioni, occupa il primo rango tra i monumenti romani ancora esistenti. Offrirebbe una vista grandiosa, se migliaia di blocchi di pietra non giacessero in selvaggio disordine all’interno e all’esterno.

Nella roccia si vedono profonde cisterne che in tempi recenti sono state liberate dai detriti e rese utilizzabili per gli abitanti di Cagliari. Dietro queste scorre un acquedotto lungo quarantacinquemila metri, una meravigliosa testimonianza della laboriosità romana, che i Vandali o i Mori hanno distrutto. La conduttura dell’acqua è costruita così in grande che un uomo alto può camminarvi dentro senza doversi chinare.

Ancora più singolare di tutto ciò è l’immensa necropoli che si trova nelle colline calcaree di Sant’Avendrace. Essa risale a un’epoca ancora più remota dell’anfiteatro e dell’acquedotto, vale a dire al tempo della dominazione punica. In verità, anche i Romani vi trovarono più tardi la loro ultima dimora. Purtroppo l’accesso a queste tombe è molto difficoltoso: bisogna procedere carponi e non ci si può stare ritti in nessun punto. Tuttavia si vede ancora come le singole camere sepolcrali abbiano conservato il loro rivestimento di malta e diverse opere di scultura. La più ben conservata di queste sepolture, poiché è una delle ultime, è chiamata dal popolo Grotta della Vipera; in essa, come attesta l’iscrizione, il pretore L. Filippo seppellì la consorte Pomptilla. È scavata profondamente nella roccia e possiede un portico sostenuto da colonne. Due serpenti sono scolpiti sopra il frontone e diverse iscrizioni greche e latine coprono le pareti laterali.

In molte di queste tombe si sono ora stabilite famiglie proletarie, che vi vivono nella miseria e nello squallore. Figure avvolte in stracci, sagome fameliche, selvagge, cupe ed emaciate apparvero, mentre passavo, all’ingresso delle loro dimore; bambini mi corsero dietro mendicando. Una giovane donna, che abitava in una di queste tombe, sedeva davanti alla sua porta su un basamento di colonna spezzato. Aveva il bimbo in braccio, era addormentato; una storia terribile era scritta sul suo volto pallido e bello, ed ella levò verso di me uno sguardo eloquente che implorava elemosina. Deposi in grembo al suo bambino, inconsapevole mendicante, quel poco che avevo in spiccioli e mi voltai ancora a lungo a guardarla prima di superare la collina. Quella fanciulla delle tombe mi era apparsa come un essere fantastico, metà spettro e metà donna…

S’era fatto tardi quando tornai dalla visita a quel luogo di rovine. La città con le sue mura del Castello, le montagne stranamente frastagliate, le ampie lagune splendenti del riflesso del cielo serale offrivano un quadro desolato e triste, ma grandioso. Mi sentivo così strano che quasi non sapevo se sognassi o fossi desto. Il cielo aveva un rossore inquietante e cupo, come di un vasto incendio propagatosi ovunque. Era un cielo africano, non più italiano, e riempiva l’animo di malinconia, anzi di terrore. Il suolo pietroso, coperto ovunque di macerie e rovi spinosi, era in armonia con tutto il resto. L’anima poteva vividamente sognare di tornare tra il popolo selvaggio e fanatico che un tempo aveva regnato qui, e la fantasia poteva interpretare il rosseggiare dell’orizzonte, che svaniva a poco a poco, come proveniente da un’ardente immagine di Moloch…

Il mattino seguente visitai il Museo di Cagliari. Appena entrati si incontrano diversi sarcofagi romani provenienti da Bonaria, un’altura non lontana dalla capitale. Ma di simili se ne vedono spesso. Più singolari mi parvero i resti dell’epoca fenicia, che altrove si ha così raramente occasione di vedere. Qui non è così. I Fenici furono, come noto, i primi coloni dell’isola; furono loro, se si vuol prestar fede agli etimologi, ad averle dato il nome. Sareth significa la mano aperta, e con essa i Romani e i Greci paragonarono ancora più tardi la forma dell’isola. Il dominio di Cartagine, che si estese quasi su tutta la Sardegna, durò 268 anni. Il giogo fu pesante, terribilmente sanguinoso, com’era nella natura di quel popolo. Tutto fu fatto per rendere l’isola inospitale. I non-cartaginesi sorpresi a commerciare venivano annegati senza pietà. Il museo mostra un’intera serie, diverse centinaia, di idoli fenici: per lo più figure femminili, Astarti di ripugnante oscenità.

In una seconda sala si vede una discreta quantità di monete romane, puniche e saracene, frammenti di vasi, prodotti in vetro destinati a vari usi. Una lastra di marmo con un’iscrizione fenicia è stata scavata nelle cascine dei Fatebenefratelli a Pula. Essa contiene in otto righe quarantacinque lettere che somigliano a quelle ebraiche. Secondo quanto affermato dal custode, l’iscrizione dovrebbe significare quanto segue:

«Sosimus, uno straniero, piantò qui la sua tenda in tarda età. Suo figlio gli ha dedicato questo nel giardino sepolcrale» — ma Sosimus non è un nome fenicio e quindi anche il resto mi pare dubbio.

Infine si vedono armature, armi e vomeri romani. Degli schinieri in bronzo, rinvenuti a Sant’Antioco, non dovrebbero derivare, secondo il giudizio degli intenditori, né dal Medioevo né dall’epoca romana; devono dunque appartenere a un’epoca ancora precedente.

Capitolo II

Memorie tedesche a Cagliari. — Sul Molo e nel sobborgo costiero. Una scena di strada.

Fu a Cagliari che Carlo V apprestò la sua famosa spedizione marittima contro Tunisi e la Goletta. Il porto, che ora giace così morto e desolato, e nel quale ancorano solo da dieci a venti piccole imbarcazioni, era allora il punto di ritrovo generale delle potenze alleate; vi si trovarono contemporaneamente le navi di Spagna, Portogallo, Napoli, Sicilia, le galere di Genova e Roma, Venezia e Malta. Per lungo tempo l’immensa flotta rimase nel porto della vecchia Calaris per essere approvvigionata per sei mesi, e non subì il minimo incidente avverso; così esattamente si adattano i versi di Claudiano:

Urbs Libiam contra Tenditur in longum Caralis. Efficitur portas medium mare tutaque ventis Omnibus ingenti mansuescunt stagna recessu.

Il nome di Carlo V evoca in terra straniera quasi un ricordo di fratellanza nazionale. Carlo era infatti il nipote di Massimiliano e, a rigore, l’ultimo imperatore tedesco. Quando viene pronunciato il suo nome, intorno ad esso si raggruppano istantaneamente i nomi di Sickingen, Hutten, Reuchlin, Lutero; ci si ritrova nella Worms tedesca, nella Bruxelles fiamminga. Qui dunque ha camminato anche lui, l’uomo possente nel cui regno il sole non tramontava mai, sotto il quale sembrava che il trono dell’imperatore tedesco volesse diventare un trono per l’intera cristianità e sotto il quale si risvegliò la nuova dottrina. Come starebbe la Germania oggi se egli si fosse schierato dalla sua parte, come per un certo tempo sembrò! Ma Carlo voleva il dominio del mondo; egli sapeva che i popoli romanzi non avrebbero potuto seguire quel grande impeto che allora attraversava come una tempesta il mondo germanico e, per non dividere il suo mondo, divenne il nemico del movimento e vi si sfinì combattendo, finché non andò a riposare nel monastero di San Giusto.

Tuttavia, un’altra memoria coglie il tedesco che qui sogna lontano dalla patria. Se risaliamo ancora più indietro nella storia, troviamo infatti un figlio di re tedesco che risiedette a Cagliari e fu Re di Sardegna.

Si tratta del figlio di Federico II, l’ultimo rampollo degli Hohenstaufen — Re Enzio.

Esistono forse poche figure così poetiche come questo Enzio, che fu così bello e valoroso, poeta ed eroe, teneramente amato da suo padre al quale era legato da un amore sconfinato; egli fu al suo fianco in tutte le sue terribili lotte contro il papato ed ebbe la terribile sorte di assistere alla rovina della sua gloriosa casata e di trascorrere ventiquattro dei suoi quarantasette anni in carcere.

Il bello Enzio aveva sedici anni quando, per desiderio del padre, sposò Adelasia, vedova di Ubaldo, l’ultimo re dei regni sardi uniti di Torres e Gallura. I suoi capelli biondi gli arrivavano fino alla cintura; per coraggio e forza fisica era superiore a tutti i cavalieri del suo tempo.

Rapidamente egli aveva conquistato gli altri due piccoli regni in cui l’isola era divisa, e ricevette da suo padre il titolo di Re di Sardegna.

Tuttavia, pare che né la moglie né il regno gli piacessero particolarmente. Adelasia aveva esattamente il doppio della sua età e, una volta conquistata la Sardegna, la sua operosità non voleva darsi pace; suo padre lo richiamò e lo nominò vicario imperiale in Italia.

Gregorio IX aveva scomunicato Federico e fatto predicare la crociata contro l’imperatore romano. La corona imperiale veniva offerta come un bene vacante a chiunque avesse il desiderio di conquistarla. Anche su Enzio cadde il fulmine della scomunica. Egli allora avanzò nella Marca d’Ancona e Ferrara dovette arrendersi.

Gregorio, il vecchio novantenne, morì di crepacuore per la sconfitta dei suoi; Federico poté riprendere fiato per un certo tempo. Poi Innocenzo IV rinfocolò la guerra, ordinò ai tedeschi di eleggere un altro capo, e la lotta in Romagna ricominciò da capo. Il coraggio dei combattenti era lo stesso, non la fortuna. Il ventitreenne Enzio cadde prigioniero dei cittadini di Bologna.

Per vent’anni sedette a Bologna e vide scendere nella tomba prima suo padre, il grande Federico II, poi il fratellastro Corrado. La Sardegna era caduta in possesso della Repubblica di Pisa, che l’aveva nuovamente divisa in quattro dinastie; sua moglie Adelasia aveva divorziato e sposato un altro. Lì, nel carcere, Enzio compose le belle canzoni che si sono conservate fino ad oggi. Anche l’amore venne a consolarlo. La bella Lucia Viadogli, figlia di una stimata ma povera famiglia bolognese, si lasciò unire in matrimonio con lui nel suo carcere.

La notizia della morte di Corradino, caduto nel frattempo sotto la scure del boia, spinse Enzio a tentare l’estremo, essendo ormai l’ultimissimo della casa Hohenstaufen. Egli vuole radunare i resti della fazione ghibellina. Due amici lo aiutano nella fuga e lo trasportano fuori dal castello in una botte di vino vuota. Aveva già superato la maggior parte delle guardie quando un ricciolo dei suoi capelli, uscito dal foro della botte, lo tradisce. I co-cospiratori finiscono sul patibolo, Enzio viene riportato in una prigione ancora più stretta e muore poco dopo.

I sardi sostengono che Enzio, nel breve periodo in cui fu Re di Sardegna, abbia governato in modo tirannico; presumibilmente governò come era appropriato per questo popolo. Al tedesco però fa piacere che non vi sia zolla di terra in tutto il vasto mondo circondato dal mare dove la forza e il coraggio tedesco non si siano un tempo fatti valere e messi alla prova. Sull’isola sorella, la Corsica, anche un tedesco è salito una volta al trono. Teodoro di Neuhoff potrà essere stato un avventuriero e un impostore; ma la forza che domò un popolo come i corsi non fu certo poca cosa.

Così, immerso in pensieri e sogni, passeggiavo lungo il molo di Cagliari in mezzo a un popolo del tutto estraneo. L’uomo è una singolare creatura di fantasia. Persino il solo pensiero che uomini della sua stirpe abbiano vissuto e regnato in qualche luogo dove egli si trova a camminare, basta a rinvigorirlo. Da tutti coloro che sono rimasti nella memoria della storia per le loro imprese, si tende una catena magica e, se vi ci si aggrappa, non ci si sente più soli.

Era giunta la sera; la Torre dell’Elefante, nel chiarore del crepuscolo, guardava giù quasi imporporata.

Ciò che vedevo intorno a me era tutto terribilmente sinistro. Le case sorgono sulla riva, ciascuna come una caverna per demoni, ciascuna minacciando di crollare; non sono case, sono vicoli di rovine abitate. Qua e là sta un gruppo di marinai e pescatori; i loro volti sono giallastri, i loro occhi, cerchiati di nero, fissano lo straniero con sguardo demoniaco. Ogni singolo individuo è un prototipo di odio, collera e vendetta. Qui un tizio con un berretto rosso in testa sprona un mulo, caricato troppo pesantemente, su per l’erta scoscesa della strada. L’animale crolla di tanto in tanto; lui, schiumante di rabbia come una bestia, lo percuote alle zampe con un bastone nodoso, tanto che si direbbe che l’uomo debba spezzargli le ossa. Donne bollono e friggono in botteghe aperte, rimescolando in calderoni neri come streghe; una nidiata di bambini sporchi e seminudi si aggira tra i rigagnoli delle strade.

Ma che succede là presso le botteghe? Che ressa, che frastuono? Un paio di marinai hanno fatto un qualche gioco d’azzardo e per questo sono venuti a lite. Uno è vecchio, completamente incanutito, ma di corporatura robustissima; l’altro giovane, piccolo, tarchiato. Si afferrano l’un l’altro alla gola — lottano — i coltelli balenano — il vecchio giace nel sangue!

Via! Via!

Dalle alture, giù per la strada, giunge una processione; quattro fanciulle portano una Madonna di legno. Altri seguono con le bandiere.

L’assassino fugge; le grida che gli risuonano dietro si mescolano ai canti della processione.

Capitolo III

Viaggio in diligenza. — I bagni di Sardara. — Uras. — Tombe dei re pastori.

Da Cagliari parte la grande strada centrale per Sassari, mantenuta in ottimo stato. Questa carrozzabile taglia l’isola in tutta la sua lunghezza per un’estensione di 230 chilometri o 127 miglia italiane, ed è come un varco aperto attraverso la foresta dell’incultura e della barbarie che qui prospera ancora in modo così primordiale come forse in nessun altro paese europeo. La strada ha subito in basso una diramazione a est [sic! da Cagliari è verso ovest] verso Iglesias, più in alto un braccio a est verso Bosa [sic! da Cagliari verso ovest], e anche il porto laterale di Alghero è collegato alla strada principale; la maggior parte del paese, come ad esempio l’intera e selvaggia provincia di Gallura, non ha quasi strade vicinali ed è ancora oggi ciò che era secoli fa: una landa desolata in cui pastori nomadi vagano senza dimora.

Inizialmente provavo una grande avversione per la diligenza (Eilwagen), poiché mi avrebbe lasciato poco tempo per conoscere il paese più da vicino, ma presto compresi che sarebbe stata una follia compiere l’intero viaggio, come inizialmente avevo pensato, in parte a piedi e in parte a cavallo. La distanza da Cagliari a Oristano ammonta da sola a sedici miglia tedesche e attraversa la pianura del Campidano, poco interessante dal punto di vista pittoresco. Del resto l’estate, che è tempo di febbri, era già avanzata. Presi dunque per il momento il posto in carrozza solo fino a Oristano; da lì avrei poi visto come proseguire.

La compagnia nella Diligenza reale era composta da due agricoltori della provincia di Gallura, una donna affetta da idropisia che si recava ai bagni di Sardara, un monaco del monastero dei frati scalzi di San Francesco di Sassari, un cittadino di Oristano e me. Il conduttore, un uomo barbuto e dall’aspetto selvaggiamente risoluto, sedeva in alto in una sorta di coupé dal quale guardava giù verso la cassetta del cocchiere. Lo vidi arrampicarsi verso il suo nido portando sotto un braccio un paio di pistole e una possente sciabola, e nell’altro un piccolo pinscher nero; poi risuonò un segnale del corno postale e, con grida selvagge e forti schiocchi di frusta, il postiglione spinse il suo tiro a quattro oltre il pessimo acciottolato del sobborgo di Stampace.

A meno di due ore intere da Cagliari si trova Monastir, un villaggio con un convento di Cappuccini, situato pittorescamente su un cono roccioso piramidale di colore rosso-marrone scuro. Furono attraversati due fiumi: il Flumineddu e il Calavita [sic!], due corsi d’acqua che colano lentamente tra blocchi di roccia e canneti in immensi letti pianeggianti. Davanti a noi si stendeva ora il Campidano come una pianura sterminata, fertile e coltivata. L’albero che qui si incontra più frequentemente è l’ulivo, dal tronco deforme e dalle foglie grigie. Forse più che in qualsiasi altro luogo del Sud, questo albero gode qui di venerazione. Un decreto reale, ancora in vigore cinquant’anni fa, conferiva la patente di nobiltà a ogni sardo che avesse piantato un certo numero di ulivi e, al contrario, almeno nel Giudicato di Arborea, secondo una legge risalente al XVII secolo, venivano scomunicati coloro che appiccavano il fuoco agli ulivi dei propri nemici. Oltre all’ulivo si vedono anche le palme.

Quasi ogni villaggio ha il suo gruppo o persino il suo piccolo boschetto di palme, che gli conferisce un ornamento fantastico. Intorno ai singoli campi di mais o di grano, intorno alle vigne e ai poderi, corrono siepi di fichi d’India, una difesa impenetrabile.

I contadini e i pastori che incontravamo erano tutti a cavallo e tutti armati di un lungo fucile e di un coltello. Indossavano un mantello di pelle conciata, un ampio cappello di paglia ombreggiante e un corpetto rosso. Il colore del loro viso era bruno scuro: continuava a tornarmi in mente che i primi abitanti della Sardegna erano stati africani e fenici, e i successivi mori.

I due galluresi dormivano negli angoli della carrozza, ma il francescano aveva intrapreso una conversazione con la donna idropica e cercava di consolarla lodando le sorgenti salutari di Sardara. «Di queste acque – diceva – è noto da tempo immemorabile che possiedono proprietà non solo spiegabili medicalmente, ma anche mistiche. Un ladro, un rapinatore, un colpevole di spergiuro che si bagnasse gli occhi con quell’acqua diventerebbe cieco all’istante. D’altra parte, le persone pie e timorate di Dio vi trovano quasi certamente sollievo ai loro mali». A poco a poco ci avvicinammo ai tanto decantati bagni; era una piccola cittadina trascurata, nella quale non si vedeva né una sala per la cura idropinica né uno stabilimento balneare. Alcune figure sulle stampelle erano l’unica cosa che indicasse una località termale. Eppure, le sorgenti di Sardara sono le uniche un tempo così famose ύδατα Λησιτανα di cui parla Tolomeo. Regresso e decadenza ovunque!

La località successiva più grande è Uras. Qui fu fatta una sosta più lunga e consumata la cena. Uras è un villaggio celebre per una battaglia che Leonardo d’Aragona vinse contro il viceré Carroz. Nicolò Carroz era uno di quei quattro giudici della Sardegna che furono insediati dagli aragonesi dopo la cacciata dei pisani. Egli fu dapprima signore di Arborea, come veniva chiamata la provincia meridionale dell’isola, ma aspirò al potere assoluto e infine si dichiarò indipendente. Dalla sua rocca di San Michele, che domina la piana di Uras, governava il paese nel modo più dispotico. Una delle sue ultime azioni fu quella di accusare la contessa di Sanluri, sua nemica, di aver causato la morte di suo figlio tramite arti magiche. La contessa, una donna estremamente energica, aveva saputo opporsi a tutte le precedenti accuse di aver partecipato a congiure contro Carroz; ora cadeva vittima di un crimine immaginario: fu bruciata sul rogo.

Il sole stava tramontando quando uscimmo nella pianura dietro Uras. I suoi rossi raggi di commiato illuminavano ancora un imponente nuraghe che si erge a lato della strada. Nuraghi si chiamano le tombe dei piccoli re pastori risalenti all’epoca delle colonie pelasgiche. Si dice che ve ne siano più di seicento in Sardegna. Quelli intatti sono alti circa cinquanta piedi, hanno spesso alla base un diametro di novanta piedi e terminano alla sommità con un cono tronco. Sembrano aver servito intere famiglie, come le tombe della campagna romana. Innalzati dal terreno, sono rivestiti, almeno in parte, con blocchi di pietra dalle cui fessure crescono arbusti. I più sembrano resti di possenti torri di fortificazione e, poiché solitamente li circonda un vallo ottagonale, sono stati considerati anche opere difensive. Nulla viene fatto per preservare questi monumenti di un’epoca antichissima, unici nel loro genere. I pastori portano via così tante pietre quante ne possono per la costruzione delle loro case e altri nuraghi sono stati distrutti dalle fondamenta perché si sospettava che contenessero tesori che, tuttavia, non si dovrebbero mai trovare.

Gradualmente scese la notte; ognuno si mise comodo nel proprio angolo della carrozza; il monaco francescano tirò fuori il rosario e pregò a lungo, senza lasciarsi disturbare dal rullante russare di uno dei galluresi che riposava sulla sua spalla.

Anch’io mi addormentai. Di tanto in tanto mi svegliava la sosta della carrozza, il cambio dei cavalli o il passaggio su un terribile acciottolato cittadino. Eravamo passati per Torralba. Alla mia sinistra credetti di vedere il mare, ma potrebbe anche essere stato un lago. La notte rimase afosa, l’aria simile a quella di una stufa da bagno surriscaldata.

Capitolo IV

Oristano. — Solitudine sul golfo. — La padrona e Fulgenzio il cavalcante. — Milis nella selva degli aranci. — Il gendarme.

Albeggiava appena quando arrivai a Oristano. Il mio baule fu scaricato, il conducente svanì, non si vide alcun facchino; un postiglione portò dei cavalli freschi e li attaccò. Ben presto vidi la carrozza riprendere il suo rullio, senza che nessuno si curasse di me. Trascinai infine il baule in un locale aperto, dove due carrettieri dormivano in un letto simile a una cassa, e scesi lungo il vicolo alla ricerca di una locanda.

«Siete voi, Fulgenzio?» chiese una voce femminile da una finestra, dopo che ebbi bussato a lungo alla porta. «Che sia Fulgenzio o Ambrosio,» risposi io, «qui c’è un viaggiatore che desidera un letto per la notte!» La testa di donna scomparve dalla finestra; infine la porta si aprì e la figura di una donna grassa, vestita in modo quanto mai sommario e con i capelli d’ebano in disordine, mi indicò una cameretta che aprì accanto alla sala comune. Mi gettai sul letto vestito, per continuare a dormire.

Il suono di molte campane, che annunciavano la domenica, mi svegliò di lì a poco; mi alzai e mi mescolai ai gruppi che stavano davanti al Duomo. Oristano è sede di un arcivescovo, sede di un seminario e benedetta da almeno otto monasteri; si vedevano perciò oggi figure nere con cappelli a tricorno e frati di ogni colore in gran quantità. Pudicamente avvolte nei loro veli, per lo più in abiti di seta nera, con il libretto delle preghiere e il rosario in mano, passavano donne dagli occhi di fuoco. Piccoli gruppi di bersaglieri piemontesi stavano sulla piazza facendo i civettuoli. Il Duomo è un edificio piuttosto singolare, in stile gotico-bizantino, con un alto campanile ottagonale; andava riempiendosi a poco a poco. Vi gettai uno sguardo all’interno ed ebbi il piacere di scorgere, in una cappella laterale, la statua di San Giovanni Nepomuceno. L’umanità sa bene, dopotutto, chi sono i suoi uomini meritevoli, i suoi benefattori. I nomi di Keplero o Gutenberg non si sono diffusi così lontano.

Oristano, che cominciai allora a percorrere, era un tempo una potente città di mare. Qui risiedeva uno dei quattro cosiddetti Giudici di Sardegna che, poco o per nulla limitati da Genova, esibivano uno sfarzo regale. Carlo V e Carlo VI portavano nel loro grande titolo il nome di Marchesi di Oristagni, che è sinonimo dell’odierna Oristano. Ora tutto ciò che potrebbe ricordare tale splendore è scomparso. La città, un tempo potente e popolosa, conta appena più di seimila abitanti. Il palazzo degli antichi Marchesi d’Arborea è trasformato in caserma e dalle finestre, dalle quali un tempo guardava la bella principessa Eleonora, ora il bersagliere appende le sue camicie strappate.

Questa bella principessa Eleonora sconfisse gli Aragonesi sul campo, ampliò il suo territorio e divenne la legislatrice del suo paese. Fu contemporanea di quel lucente quadrifoglio di sovrane del quattordicesimo secolo: contemporanea di Giovanna di Napoli, Margherita di Danimarca, Margherita d’Angiò e Filippa d’Inghilterra. Il codice legislativo che a lei deve l’origine esiste ancora e si dice contenga capitoli curiosi, specialmente riguardo alle leggi sul matrimonio. Così, per esempio, veniva punito severamente colui che apostrofava un uomo come “becco” (cornuto), e la pena veniva inasprita se egli dimostrava che l’uomo lo fosse per davvero.

Non diversamente da Cagliari, anche Oristano è costruita quasi direttamente sulle fondamenta di una città romana. Sul promontorio di San Marco, che si protende come un corno ricurvo nel golfo azzurro, sorgeva Tharros, sotto i Romani fiorente città commerciale. Ancora oggi si vedono rovine e tombe tra la sabbia delle dune. Mi recai colà. Era delizioso sedere all’ombra dei pini. Avevo portato con me in viaggio gli Idilli di Teocrito; estrassi il libretto e vi lessi immerso nell’incanto di una natura del tutto simile a quella descritta dal poeta. Il mare dormiva nel sole meridiano, nessun insetto ronzava, nessuna capra pascolava tra le rocce; la distesa davanti a me, delimitata a semicerchio dalla baia in dolce declivio, giaceva immobile, silenziosa. Qua e là in lontananza stava la vela bianca di un pescatore di tonni — il resto era oltremare. Era l’ora in cui Pan schiaccia il suo sonnellino pomeridiano e i pastori temono di suonare i loro flauti per non svegliarlo… Rimasi a lungo nel golfo.

Non troppo lontano da Oristano, ma fuori dalla strada principale, si trova Milis, celebre per i suoi boschi di aranci, unici nel loro genere. Ne avevo sentito parlare più volte da quando ero sull’isola e chiesi la sera, tornato in città, alla mia padrona come potessi arrivarvi più facilmente. «Potreste prendere un calessino,» fu la risposta, «ma la strada non è proprio delle migliori. La cosa più consigliabile sarebbe che lasciaste qui il vostro baule e faceste l’escursione a cavallo. Posso raccomandarvi, signore, un eccellente ragazzo: il cavalcante Fulgenzio. Egli conosce tutti i sentieri e potreste cavalcare con lui senza pericolo per tutta l’isola, tanto il giovane è amato ovunque per il suo viso cordiale e i suoi modi piacevoli. Quando oggi alle quattro avete bussato alla porta, pensavo fosse lui. Ma è arrivato solo stasera. Ehi, Fulgenzio, c’è un signore che chiede di te. Vuole andare a Milis!»

Un ragazzo di circa vent’anni, con il viso bruno e una bocca che andava quasi da un orecchio all’altro, dotata di una splendida dentatura che avrebbe meritato di appartenere a un cannibale, sbucò da dietro un tavolo e si presentò come un cavalcante. Lodò l’andatura docile dei suoi cavalli e stringemmo l’accordo. Quella sera stessa spedii il mio bagaglio come “fermo posta” a Sassari per essere libero, qualunque cosa avessi deciso in seguito, dal pensiero della proprietà. Tenni con me solo lo stretto necessario, custodito in una piccola borsa da viaggio.

Il mattino seguente, Fulgenzio attendeva nel cortile con i suoi due cavalli. La locandiera, che evidentemente intratteneva col giovane un tenero legame, accarezzava le bestie e porse al suo beniamino una zucca piena di vino; i due scambiarono qualche parola sottovoce. Fulgenzio aveva un aspetto imponente: a metà tra un monaco armato e un brigante. Indossava una sorta di saio di rozzo panno bruno con un cappuccio tirato sul capo. Sulla spalla pendeva un lungo fucile, mentre sul davanti oscillava un lungo coltello nel suo fodero di cuoio. In breve fummo alle staffe; la padrona ci augurò ancora una volta buon viaggio con un cenno e noi partimmo al piccolo trotto, allegri, nella fresca aria del mattino.

A dispetto di quella bocca da cannibale, Fulgenzio sembrava un ragazzo innocuo e persino bonario. Era loquace e avrebbe raccontato volentieri mille storie; purtroppo, di dieci parole che pronunciava, a stento ne capivo una. Il dialetto sardo è un barbaro miscuglio di italiano e spagnolo che qui nel Logudoro, nella parte settentrionale dell’isola, è per giunta fortemente intriso di vocaboli arabi. La nostra conversazione dovette dunque limitarsi alle forme più elementari e il linguaggio dei gesti venne spesso in soccorso.

Cavalcammo attraverso una terra ben coltivata, distesa tra due dolci catene di colline. Possenti querce e castagni ricoprono le alture, mentre alloro e cactus formano le siepi. Numerose vigne apparivano a destra e a sinistra e di tanto in tanto s’intravedevano poderi isolati.

Finalmente — scoccava l’ora di mezzogiorno e il caldo si faceva sempre più gravoso — vedemmo Milis davanti a noi; e non è certo un’illusione se già in lontananza credetti di percepire un soffio balsamico. Un villaggio grazioso, dalle case di un bianco splendente, adagiato in mezzo ai suoi agrumeti, con una piccola chiesa pittoresca e ville lucenti tutt’intorno.

«Guardate qui,» esclamò Fulgenzio, «il paradiso della nostra isola! Qui si respirano profumi tutto l’anno, come se si fosse in cielo!» Fiutò l’aria con le ampie narici e la sospinse verso di sé facendosi vento con il palmo della mano.

La sala della locanda dove alloggiammo era del tutto buia. L’occhio, abbagliato dalla luce esterna, dovette abituarsi lentamente prima di distinguere gli oggetti. Due gendarmi sedevano a un tavolo, palesemente stanchi per una lunga cavalcata. Uno di loro, un nizzardo, parlava francese e parve lieto di trovare qualcuno con cui chiacchierare nella sua lingua madre.

«Vedete,» disse, aprendo un foglio dell’ «Unione» che giaceva sul tavolo davanti a lui, «leggo proprio ora della sventura dei giovani lombardi che, arruolati a forza nell’esercito austriaco, vengono spediti in ogni angolo del mondo: sul Reno, in Boemia, Ungheria e Polonia. Credo siano solo proclami. Per quanto piccolo sia il nostro Paese, anche noi giriamo abbastanza! Un mio commilitone di là era in Crimea solo un anno fa, e neppure a me fu cantato alla culla che avrei dovuto battermi qui per anni tra diavoli umani. È bene per i giovani girare il mondo, ma vivere tra dei semibarbari e dover rimettere ordine in un paese come questo, credetemi, non è cosa facile! Chissà se rivedrò mai la mia patria e i miei vecchi genitori!»

Chiacchierò così ancora a lungo; io mi congedai da quell’uomo cordiale e, preso un altro accompagnatore, uscii dal villaggio. Intorno a Milis vi sono più di trecento giardini di aranci; i più vasti appartengono al capitolo del Duomo di Oristano e al Marchese di Boyl. Mi feci condurre prima nell’ uno e poi nell’altro.

Entrambi sono piccoli boschi formati unicamente da alberi di arance amare. In libertà, l’albero ha perduto la sua rigida forma globosa: allunga e protende i rami in ogni direzione e nella sua chioma risplendono i pomi d’oro e i fiori d’argento. Si cammina sotto una volta di foglie ininterrotta, ombrosa e luccicante. Uno spesso strato di zagare cadute copre il suolo; piccoli ruscelli scorrono accanto alle possenti radici nere e il loro mormorio si unisce al canto degli uccelli che dimorano tra i rami. In questo giardino delle Esperidi si può vagare liberamente, scostando le fronde che colpiscono il viandante con i loro fiori sul volto e, inebriati da un profumo senza eguali, distendersi all’ombra di aranci maestosi come alberi di foresta.

Si dice che l’intero bosco di Milis, suddiviso tra i vari proprietari, conti cinquecentomila alberi. In un’annata media produce dodici milioni di questi pomi dorati. Nel giardino del capitolo arcivescovile vi è un albero che da solo pare porti ogni anno più di cinquemila frutti. Molte piante del luogo, come mi riferì il giardiniere — un ecclesiastico — hanno certamente più di sette secoli. Il capostipite di tutti sorge nel giardino del Marchese di Boyl: è così robusto che un uomo a braccia tese non riesce ad abbracciarlo; la sua chioma è maestosa come quella di una quercia.

La passeggiata negli agrumeti di Milis mi parve, da sola, valere l’intero viaggio in Sardegna. Seduto in un padiglione nel giardino più elevato, vidi la più splendida delle campagne estendersi per miglia; il rosso del tramonto conferiva a quel quadro ameno un’illuminazione magica. Era già buio quando tornai alla locanda con in mano un ramo d’arancio fiorito, colto per ricordo. Il gendarme stava proprio allora sellando il cavallo per dirigersi verso le montagne; giunto nella mia camera, sentii ancora lo zoccolo del suo destriero e il tintinnio della sciabola mentre percorreva la carreggiata. In cielo si addensava un temporale e tuoni lontani rompevano, di tanto in tanto, il silenzio della notte.

Capitolo V

Pastori e contadini — Costumi selvaggi. — In salita. — Il gendarme. — Nel deserto. — Una scorreria notturna.

Il mattino era piacevolmente mite; il temporale aveva rinfrescato l’aria. Presi rapidamente la decisione, invece di tornare a Oristano, di spingermi in avanti per vedere qualcosa di più del vero cuore del paese. Fulgenzio fu subito pronto ad accompagnarmi. Dovette infilare nella sacca di pelle di capra che portava sulla schiena alcune pagnotte e riempire di vino un paio di zucche-fiasca. Le fissò a una corda e al pomello della sella. Poi montammo a cavallo e proseguimmo il viaggio.

Tutt’intorno a Milis il terreno è di natura vulcanica, e lo rimane per un bel pezzo. Imponenti blocchi di roccia neri, quasi vetrificati, che da lontano somigliano a ruderi di mura, giacciono ovunque nella campagna. Su questi massi crescono selvatici il fico, il cactus opuntia e ogni sorta di cespugli spinosi. Poi compaiono di nuovo gruppi di querce da sughero e alti olivi. Qua e là, in quella terra selvaggia, sorge una casa colonica circondata da vigneti rigogliosi ma trascurati; mais e viti vi crescono mescolati in un gran disordine.

Quasi tutte le persone che ci venivano incontro cavalcavano cavalli piccoli, bruni, d’una selvaggia irrequietezza. Anche le donne arrivavano a cavallo, sedute di traverso, con l’ombrellino aperto sopra di sé. Quelle apparentemente più benestanti indossavano una camiciola bianca, raccolta in molte pieghe intorno alla vita, e un bustino colorato che, ampiamente scollato sul davanti, lasciava scorgere la camicia di tela grezza; sul capo, un fazzoletto quadrato azzurro o bianco sopra i folti capelli neri. Erano quasi tutte color bronzo, con occhi di fuoco, ma nessuna bella.

Il costume degli uomini è ancora più caratteristico di quello delle donne. Indossano una sorta di mantello senza maniche cucito con pelli di pecora conciate, che scende fino a metà coscia ed è stretto in vita da un cinturone, nel quale è infilato un grosso coltello in un fodero di cuoio. Questo mantello di pelle di pecora si chiama coletto.

Ognuno ha il fucile sulla schiena, la zucca-fiasca gialla a tracolla e, intorno al corpo, la carchena, la cintura di cuoio dove tiene le cartucce. Persino l’uomo che attraversa i campi, o che semplicemente porta a casa il fieno su un carretto, è armato di fucile e pugnale; a gruppi di quattro o cinque, sembrano manipoli di soldati allo sbaraglio.

Quali pericoli derivino dal temperamento selvaggio e indomito dei Sardi e dall’uso generalizzato delle armi è evidente. Per i motivi più futili divampano inimicizie, un’offesa diventa ragione di omicidio e, se una vittima cade per fucile o per pugnale, la vendetta di sangue diventa un dovere sacro per i parenti. L’uomo minacciato dalla vendetta deve da quel momento temere il nemico in ogni istante, e stare all’erta giorno e notte per un possibile agguato. Si barrica nella sua casa o nel cortile, mura le finestre lasciando solo una piccola feritoia e d’ora in poi non osa quasi più uscire dalle sue quattro mura. La pallottola non lascia la canna del suo fucile, e il fucile non lascia la presa del suo braccio. Vi è gente che ha vissuto così per cinque, sei, dieci anni, in una sorta di prigionia; poi, una volta saliti su un carro per recarsi in un villaggio vicino, dal fondo di un nascondiglio li ha colpiti il piombo che era loro destinato da anni; poiché la vendetta sarda non dorme. Il vendicatore deve allora fuggire nei boschi, sui monti. Gli sbirri gli vengono mandati alle calcagna. Minacciato dalla giustizia e dai parenti dell’ucciso, non è sicuro un solo istante. Gli mettono una taglia sulla testa. Conduce una vita misera ed è spinto dalla forza degli eventi a diventare un bandito.

Il governo tenta da anni di abolire la vendetta, ma non può riuscirci finché non sarà in grado di disarmare il popolo e sradicare la convinzione che la rappresaglia personale sia un dovere d’onore e persino un precetto religioso. Così l’omicidio genera l’omicidio e il popolo dei Sardi, come quello dei Corsi, si strazia da sé in una lotta perenne che divampa sempre di nuovo. La vendetta di sangue è il flagello di entrambe le isole, le spopola e impedisce loro di raggiungere un più alto grado di civiltà; tuttavia sarebbe limitato attribuirla solo alla brama di sangue o al senso selvaggio della popolazione, negandone ogni elemento ideale. Da un lato un indomito senso del diritto e dall’altro quell’amore tra consanguinei, tipico dei popoli naturali in una società che non ha ancora acquisito un ordine superiore, è la vera ragione della vendetta. L’uomo civile calunnia il suo nemico e cerca di danneggiarlo; il vendicatore si pone sul piano del duello, rischia la propria vita e paga con il proprio sangue.

In un misero villaggio, se non erro si chiamava Bonarcado, a poche ore da Milis, volevamo fare una sosta. La strada saliva attraverso una gola sassosa; il caldo era tornato insopportabile. Comprai un cesto di fichi e uva, l’unica cosa che si potesse trovare, e li consumai sotto il porticato d’ombra di una chiesetta, non essendoci locande in paese. Un po’ di pane e un sorso dalla fonte che scorreva lì accanto completarono il pasto, consumato peraltro in compagnia, poiché un branco di bambini seminudi e di giovani cenciosi dall’aspetto selvaggio si era radunato per osservare lo straniero.

Dopo esserci riposati per un paio d’ore, ripartimmo al trotto verso una maestosa foresta di querce da sughero. Ma fu come se la fortuna, che finora mi era stata discretamente propizia, mi avesse dato l’addio a Bonarcado. Un’ora dopo il paese, il mio cavallo perse un ferro e poco dopo iniziò a zoppicare. Fulgenzio, fuori di sé, balzò a terra, osservò lo zoccolo ripetutamente, iniziò a lamentarsi e a pentirsi amaramente di essersi lasciato convincere da me a cavalcare tra i monti, dove la strada era così cattiva. Ma tornare a Milis non era più possibile; dovevamo proseguire, poiché credevamo di aver già percorso due terzi della giornata di viaggio.

Poco dopo fui turbato ancora di più. Dalla sommità ci vennero incontro due caprai con un mulo, sul quale sedeva, di traverso, un gendarme ferito a morte. Aveva la testa fasciata con un panno intriso di sangue, era pallido come un cadavere, teneva gli occhi chiusi e si reggeva dritto solo appoggiandosi alle spalle dei due giovani che gli camminavano a fianco. Era forse quel nizzardo con cui avevo parlato ieri alla locanda di Milis? La deformazione dei tratti mi impediva di riconoscerlo con certezza, ma credo proprio che fosse lui! Quale strana premonizione doveva aver colto quell’uomo poco prima della sua fine! Fulgenzio si fermò e chiese ai caprai dove il gendarme avesse ricevuto la ferita e che ne fosse del suo cavallo, ma i due avevano fretta, il sentiero era scosceso e non si lasciarono andare a conversazioni. Solo allora compresi quale terribile sorte abbiano i servitori della giustizia che devono dare la caccia ai vendicatori di sangue, e anche il pensiero che dei banditi potessero essere vicini non era troppo lontano. Un’atmosfera sinistra mi avvolse e, in silenzio, ma con il cuore non troppo tranquillo, proseguii spronando il cavallo zoppo.

Era mia intenzione raggiungere Abbasanta, un luogo dove, a detta della gente, si poteva trovare un alloggio passabile; ma scese la sera, il sole correva rapido verso il tramonto e di Abbasanta non c’era traccia. Fulgenzio, che pure sosteneva di conoscere bene la strada e se l’era fatta spiegare di nuovo a Bonarcado, si guardò intorno ripetutamente e continuava a fermarsi. Era una tacita ammissione: aveva perso la via.

La foresta era finita.

Ci trovavamo su un altopiano che non mostrava più alcuna traccia di civiltà e su cui, in lungo e in largo, non si vedeva né casa né capanna. Il sentiero si perdeva gradualmente tra detriti e sassi rotolati, fino a scomparire del tutto. All’orizzonte occidentale, sopra il disco solare che affondava lentamente in un ardore rosso fuoco, stavano lunghe nubi sfilacciate di un colore nerastro-verdastro, sinistro. La sera scendeva sempre più e su quella landa desolata calava un silenzio simile alla morte, interrotto solo dal rumore degli zoccoli dei cavalli e, di tanto in tanto, dal ronzio di un insetto. Un brivido di solitudine, come non ne avevo mai provati prima in vita mia, mi assalì all’improvviso, facendosi sempre più intenso.

Cavalcammo ancora per un paio d’ore dopo che il sole era tramontato; non un villaggio era visibile, nemmeno una casa: il deserto sembrava infinito. La luna, al suo primo quarto, spuntò dalle nuvole illuminando la regione montana e l’arida steppa che stavamo attraversando. Le ombre delle nostre sagome correvano sul terreno secco e sassoso accanto a noi come due mostri. Pensai: i Romani chiamavano questi monti insani montes, μαινομενα όρη. Si chiamavano così perché vi si impazzisce, o perché è una pazzia percorrerli? Probabilmente la seconda ipotesi. E se il tuo cavallo testardo ti scagliasse contro qualche balza rocciosa? Se questo cavalcante, che nemmeno conosci, ti puntasse alle spalle il suo fucile, o se dei banditi ti tendessero un agguato da qualche parte, come era successo al povero diavolo che avevi visto passare poche ore prima? Poi pensai alle febbri, per le quali la Sardegna era da sempre tristemente nota, e al fatto che l’estate fosse considerata la stagione più pericolosa per lo straniero. Non senza ragione, pensai, i Romani vi mandavano i loro esiliati e ricamavano sul paese le fiabe più bizzarre e inquietanti. Qui si diceva vivessero donne con due pupille in ogni orbita; qui cresceva tra le rocce l’herba sardonica, l’erba che contraeva la bocca di chi la mangiava in modo tale da farlo sembrare morto ridendo. La Sardegna era la Caienna di Roma — come scrisse d’altronde Marziale:

Nullo fata loco possis excludere; quum mors

Venerit, in medio Tibure Sardinia est.

Questi versi sinistri mi ronzavano continuamente in testa e, poiché nel frattempo mi assalivano una stanchezza tremenda e un vento gelido che tagliava midollo e ossa, facendo improvvisamente raffreddare sulla fronte e sulla schiena il sudore sprigionato dalla cavalcata, credetti davvero di essere già malato. Per questo spronai ancora di più per uscire da quella desolazione. All’improvviso Fulgenzio si fermò.

«Non si può negare, signore, siamo usciti fuori strada», disse. «Su queste montagne solo il diavolo saprebbe orientarsi! I cavalli non ce la fanno più e non si vede anima viva. Non ci resta altro che passare la notte all’aperto.»

«All’aperto? Impossibile!»

«Siamo nel despoblado [sic], non c’è una casa per miglia.»

«Ci credo bene», replicai. «Ma qui, dove il vento soffia così terribilmente, è impossibile accamparsi. Laggiù sembra esserci una gola; ci sono alberi e rocce che offrono un po’ di riparo, andiamo lì e aspettiamo il mattino.»

«Non funzionerà — oh, come farò a riportare i cavalli al mio padrone?»

«Funzionerà, il pendio non è troppo ripido.»

Smontai e condussi il mio cavallo. Fulgenzio mi seguì malvolentieri.

«Cos’è questo fragore?», chiesi quando fummo a metà della discesa.

«È l’acqua!»

«Sarà abbastanza bassa da poter passare?»

«La Madonna lo sa! Lo spero. Magari non fossi mai venuto tra i monti! Qui a ogni incrocio ci sono spiriti che ti portano fuori strada.»

«Dovrei essere io a rimproverarvi, voi che mi conducete per un sentiero che voi stesso non conoscete.»

Andammo avanti. Cespugli di spine e pietre instabili rendevano il cammino estremamente faticoso. Finalmente arrivammo all’acqua, da cui emergevano grandi blocchi di pietra. Passando con cautela dall’uno all’altro, giungemmo sull’altra sponda; lì, tra un gruppo di olivi, sembrava attenderci un rifugio notturno un po’ più tollerabile. Erano le undici, per quanto potei distinguere sul mio orologio.

All’improvviso udimmo voci e passi che si avvicinavano dalla parete della montagna sopra di noi.

«Cos’è?», chiesi al cavalcante.

«Non lo so!», rispose Fulgenzio, facendo per svicolare tra il fitto degli olivi.

«Restate fermi!», esclamai, cercando di tranquillizzare i cavalli che avevano drizzato le orecchie.

I passi degli uomini si facevano sempre più vicini. Finalmente li scorgemmo. Era una schiera di otto o dieci persone, i cui fucili e le picche brillavano al chiarore della luna; il primo portava una pecora sulle spalle, gli altri portavano un bottino simile.

«Cos’è questo?», chiesi piano a Fulgenzio, facendomi da parte.

«Sono pastori che hanno assalito i loro nemici e fuggono con la preda», sussurrò il cavalcante. «Ehilà, buona notte e buona razzia, gente!»

Il pastore che precedeva gli altri si fermò e disse: «Chi siete? Cosa volete?»

«C’è qui un signore che viaggia per il paese e vuole andare a Macomer», disse Fulgenzio. «Io lo accompagno.»

«Non avete incontrato nessuno sbirro?», chiese una voce dal gruppo.

«Uno sì, oggi pomeriggio, ma era stato colpito in fronte e ne aveva avuto abbastanza.»

L’intera schiera passò oltre. Fulgenzio chiese ancora: «Non c’è un’abitazione nelle vicinanze?»

«Scendete lungo il letto del fiume; a meno di cinquecento passi troverete la casa di Gregotti, proprio vicino all’acqua.»

I pastori scomparvero tra le rocce e la boscaglia della riva. Restammo ancora un po’ fermi ad ascoltare come i blocchi di pietra risuonassero nell’acqua sotto i loro passi. Poi tutto tornò silenzioso e dissi a Fulgenzio:

«Che fortunata coincidenza! Abbiamo trovato un letto per la notte. Cerchiamo la casa vicino all’acqua».

Fulgenzio non rispose nulla, ma iniziò a condurre i cavalli giù, lentamente e con prudenza.

Il caso si era riservato di mostrarmi un episodio della vita dei pastori sardi. Questi, quasi tutti nomadi, si spostano con le loro greggi e le loro famiglie da un pascolo all’altro e sono in guerra perenne tra loro.

Poco meno di un’ora dopo ci trovammo davanti a una casa, se così si poteva chiamare: una misera dimora costruita con pietre grezze non squadrate. Dovemmo bussare a lungo prima che si aprisse una finestra. Fulgenzio fece da parlamentare. Finalmente udimmo passi scendere le scale, il catenaccio si aprì e un uomo dall’aspetto cupo ci invitò a entrare.

Come alloggio per la notte non poté indicarci altro che una stanza stretta, bassa e soffocante al piano terra. Afferrai una brocca d’acqua, bevvi, poi arrotolai la mia giacca usandola come cuscino sulla panca, mi sdraiai, mi coprii i piedi con lo scialle e in meno di cinque minuti sprofondai in un sonno profondo.

Capitolo VI

Sassari e la valle del Rosello. — Nel convento di San Francesco. — I racconti del monaco. — La madre dei gemelli. — Ospitalità nella cella.

Il giorno seguente congedai il mio cavalcante e presi con me come guida verso Macomer il Gregotti, l’oste della casa in cui avevo pernottato. Fu una marcia faticosa attraverso una montagna selvaggia, desolata e terribile, chiamata il Marghine; ma la speranza che in serata sarei tornato sulla carreggiata e in un luogo toccato dalla diligenza per Sassari mi rincuorava. Finalmente la vetta fu raggiunta e nella discreta osteria di Macomer potei riposare un’oretta.

All’imbrunire passò la diligenza. Il conduttore mi concesse un posto al suo fianco e presto ci addentrammo nella notte, in discesa verso la valle, poiché Macomer è il punto più alto che la strada debba valicare. Viaggiammo senza pericoli attraverso una terra che ancora pochi anni prima era tristemente nota per i suoi banditi e, all’alba, giunsi a Sassari.

Sassari, da tempi antichi rivale di Cagliari, è un luogo di circa ventitremila abitanti e consiste propriamente in un’unica strada, chiamata “Piazza”, che attraversa la città quasi da un’estremità all’altra. Due file di case tristemente brutte, sporche e in parte fatiscenti fiancheggiano questo corso. Il palazzo più grande, quasi l’unico di Sassari, è la casa del Marchese di Vallombrosa, che appare come se fosse stata trapiantata qui direttamente dalla Strada Balbi di Genova.

Piuttosto pittoresco si erge il Castello con il suo campanile costruito in mattoni rossi. Accanto si scorge la torre dell’Inquisizione, memoria di una “bella” istituzione ecclesiastica giunta fin qui con la dominazione spagnola.

Sassari fu dapprima una repubblica sotto la protezione di Genova. La costituzione di questa repubblica, datata 1316, viene ancora mostrata nell’archivio. Un podestà genovese amministrava la giustizia, poiché a quel tempo molte città d’Italia erano dell’opinione che i funzionari stranieri fossero più giusti di quelli locali. Dopo la conquista di Sassari da parte degli spagnoli, avvennero diverse rivolte. Infine, gli indigeni furono banditi senza pietà dalla propria città e sostituiti da una popolazione di catalani e aragonesi. Così ribolle nel sud il sangue ardente degli uomini, tanto che tutta la magnificenza e la bellezza della natura circostante appare quasi come un dono vano.

E la posizione di Sassari è davvero splendida. Distante dodici miglia dal mare e altrettante da Porto Torres, poggia sul dolce declivio di una collina ed è circondata da vigneti. Tutt’intorno, sulle alture, vi sono ville in cui i più facoltosi trascorrono il periodo caldo, da maggio fino alla vendemmia, che cade verso San Michele. Ovunque prosperano il fico, il melograno, l’alloro; il cipresso si erge serio e solenne; una specie di palme nane, chiamate palmizza, mostra qua e là la sua corona graziosa e cespugliosa. Viali si dipartono in varie direzioni e sboccano quasi tutti in giardini. Sebbene lontana da ogni fiume, Sassari abbonda di acqua fresca e dolce; si afferma che vi siano intorno oltre quattrocento pozzi, il maggiore dei quali, chiamato Fontana del Rosello, è una delle curiosità della città.

La Fontana del Rosello, posta ai piedi di una collina e circondata dagli alberi, è alta più di cinquanta piedi ed è rivestita da cima a fondo di marmo bianco. Sui due lati larghi del parallelepipedo, forma in cui è costruita, sgorgano tre getti d’acqua, su quelli stretti due; ai quattro angoli siedono statue di marmo a grandezza naturale che rappresentano le quattro stagioni. Sopra il primo parallelepipedo se ne trova uno più piccolo, su cui poggiano cinque torrette, anch’esse ornate di stemmi e figure; la cima è formata da due archi di marmo di Carrara che si incrociano e che, nel punto di contatto, sorreggono la statua equestre del santo patrono di Sassari, San Gavino. Si può trovar da ridire su quest’opera riguardo al suo stile architettonico, ma essa resta comunque interessante e sfarzosa per il suo sfoggio di marmo, e il flusso d’acqua che scroscia dalle bocche aperte di questi dei e dee fluviali è doppiamente gradito in questo clima e sotto questo cielo. Da mattina a sera la fontana è assediata dai portatori d’acqua che vi accostano i barili per poi caricarli sui propri asini. Nel pomeriggio, la valle del Rosello è una passeggiata molto frequentata.

L’indomani visitai il convento dei Francescani. Dalla galleria aperta dello stesso si gode una vista magnifica sulla campagna e sul mare in lontananza; sotto si stende un giardino pieno di aranci in fiore. Stavo ancora ammirando il panorama tra le colonne della galleria quando un monaco mi si avvicinò salutandomi cordialmente. Era il confratello con il quale avevo compiuto il viaggio in diligenza da Cagliari a Oristano. “Dove siete stato”, mi chiese, “nel frattempo?”

«Gli raccontai del mio viaggio attraverso le montagne, da Milis fino a Macomer.»

«Siete stato molto imprudente», disse il monaco, quando ebbi terminato la mia breve descrizione. «A uno straniero, per di più, in quelle solitudini può capitare il peggio. Come avete trovato l’isola in generale?»

«In parte bellissima, ma molto desolata e terribilmente trascurata; non sembra quasi più di essere in Europa. La Sardegna è così grande, si estende per oltre quattrocento miglia quadrate, potrebbe certamente nutrire due milioni di abitanti — come del resto nel Medioevo ne nutrì già ben più di un milione — eppure dà vitto e alloggio a malapena a seicentomila persone.»

«La vendetta e le eterne lotte tra pastori spopolano la terra», rispose il monaco. «Da dove dovrebbero venire prosperità e civiltà? La maggior parte dell’isola appartiene a nobili che non sono mai venuti qui e che consumano a Genova o a Barcellona le rendite che un amministratore riscuote senza pietà. Siamo l’Irlanda del Piemonte.»

Nel frattempo, ero sceso lungo le scale al fianco del monaco; dalla cucina del convento, davanti alla quale stavamo passando, usciva un certo numero di persone anziane e malconce che lì avevano ricevuto il pasto.

«Guardate quella vecchia donna laggiù», disse il monaco. «È una delle singolarità della nostra città.»

«In che senso?»

«Circa trent’anni fa diede alla luce due gemelle che, dalla vita in su, erano due persone distinte e, dalla vita in giù, una sola. Le bambine sopravvissero e ricevettero nel santo battesimo i nomi di Cristina e Margherita. Una bimba era sana e robusta, l’altra pallida e gracile. I movimenti di entrambe erano indipendenti; avevano due cuori che battevano contemporaneamente e dormivano anche sempre nello stesso momento. Non sembrava impossibile che potessero crescere e diventare esse stesse madri, ma entrambe avrebbero potuto partorire insieme un unico figlio, e lo stesso bambino sarebbe appartenuto a due madri. I genitori, gente avida, credettero di poter guadagnare molto denaro con la loro creatura gemella e andarono a Parigi. Lì, la bambina che era sempre stata la più debole si ammalò e morì all’età di otto mesi. L’altra le sopravvisse ancora per qualche giorno, mentre la sorellina era già un cadavere. Con ciò la fonte di guadagno dei genitori si esaurì; tornarono a Sassari e ora sono ancora più poveri di quanto non fossero prima.»

Eravamo intanto giunti nel giardino. «Qui», disse il monaco, «ogni confratello ha il suo albero d’arancio che gli appartiene e di cui deve prendersi cura. E a questo proposito posso raccontarvi una storia poetica. Uno dei nostri confratelli, che era in qualche modo uno spirito libero, fu allontanato da Sassari dal suo superiore e mandato in esilio in un convento nella parte meridionale dell’isola. Ma quell’uomo era legato da un amore incredibile a tutti noi, al convento in cui era vissuto per anni, alla sua cella, al suo giardino e al suo albero di arancio. Fece di tutto per ottenere il permesso di tornare, ma il priore si rifiutò. Finalmente il priore morì e il confratello — si chiamava Andrea — poté tornare nel convento dei Francescani di Sassari. Com’era invecchiato, com’era cambiato quando arrivò da noi! Eppure, aveva appena ricambiato il nostro saluto che già correva in giardino per vedere il suo amato albero. Si sedette alla sua ombra e lo lasciammo solo. Si fece sera, Andrea non tornava; andarono a riprenderlo — era morto. Non era sopravvissuto alla gioia; si era addormentato serenamente per non svegliarsi mai più.»

Con tali racconti mi intrattenne il buon frate, finché infine mi invitò a salire nella sua cella per consumare con lui una piccola colazione. L’offerta era posta in modo così cordiale che non potei rifiutarla. Il monaco stese un panno bianco su un tavolino e tirò fuori dal suo armadio pane bianco, miele e una bottiglia di vino. Affamato e assetato com’ero, resi onore a quel pasto frugale. Amarior melle Sardo [Più amaro del miele sardo] era un tempo un proverbio romano citato da Orazio; a me invece raramente qualcosa è parso così buono come quel miele dorato e il pane bianco nel rifugio di San Francesco a Sassari.

Capitolo VII

Alghero. — Un poeta dimenticato. — Viaggio alla Grotta di Nettuno. — Alba. — Meraviglie sotterranee.

Della Sardegna mi restava ormai da vedere un’unica cosa, ma a quanto avevo sentito la più importante: la Grotta di Alghero. Si tratta di una caverna di stalattiti di estensione straordinaria e di rarissimo splendore, il cui accesso avviene dal lato del mare. La visita è possibile solo nei mesi estivi di giugno, luglio e agosto, e anche allora non sempre. Avendo saputo che di recente diverse famiglie di Sassari vi si erano recate, la mia intenzione di tentare la fortuna si fece ferma.

Era una sera mite quando io, provenendo da Sassari, vidi risplendere all’orizzonte la lunga linea del promontorio e apparire finalmente l’antica città.

Alghero è una città ben costruita e magnificamente situata, dotata di un porto fortificato; fu fondata dai Catalani e visse il suo periodo d’oro nel Medioevo. Oggi però è in netto declino, specialmente da quando Porto Torres è ascesa grazie alle sue relazioni commerciali con Genova. Il commercio locale si limita naturalmente ai prodotti della natura: formaggio, vino, pelli, lana e corallo. Si dice che i vini di Alghero siano i migliori dell’isola.

In questa antica città catalana, dove ancora oggi si parla catalano, non mancano i ricordi storici. Qui giunse Carlo V dopo la sua seconda spedizione africana, che si rivelò tanto sfortunata quanto la prima era stata felice. Si mostra ancora il bel Palazzo Albis o Marmolada dove egli alloggiò, e la finestra dalla quale osservò lo sbarco della sua flotta. Per una bizzarria dettata dal rispetto, tale finestra fu poi murata affinché nessun altro potesse mai più affacciarsi da lì.

Alghero ha dato i natali anche a un poeta, un tempo presumibilmente celebre ma oggi del tutto dimenticato: Antonio lo Frasso. Nel sesto capitolo del Don Chisciotte, dove il prete e il barbiere esprimono il loro giudizio sulla biblioteca del nobile della Mancia, si imbattono nei “Dieci libri della fortuna d’amore” composti da Antonio lo Frasso. Il curato esclama: “Per il mio santo ufficio, da quando Apollo è Apollo, le Muse Muse e i poeti poeti, non è mai stato scritto un libro così grazioso e meraviglioso; è il più eccellente, anzi l’unico tra tutti quelli di questo genere che siano mai venuti alla luce, e chi non l’ha letto può essere certo di non aver mai letto nulla di perfettamente bello. Datemelo subito, amico mio, questa scoperta vale per me più di quanto mi varrebbe il dono di una veste sacerdotale di panno fiorentino”.

Questo giudizio di Cervantes risale a un’epoca in cui Alghero, oggi luogo così desolato, era ancora in stretto e vivace contatto con la potente Spagna e rappresentava una colonia fiorente, civile e ricca. In bocca ai Catalani, Alghero era allora comunemente chiamata “Barcellonetta” e godeva in Spagna di onori del tutto particolari. Vi era sempre un cittadino di Alghero nel consiglio cittadino di Barcellona e, viceversa, un cittadino di Barcellona sedeva nel consiglio di Alghero. Non sorprende dunque che lo spirito colto di Lo Frasso venisse letto anche in Spagna.

Il pomeriggio era piacevolmente mite; camminai per parecchio tempo lungo la costa marina. Le onde si infrangevano con un regolare fragore di tuono, mentre per il resto, vicino o lontano, non si udiva alcun suono nella solitudine delle dune. Giunsi infine alle antiche mura di una torre di guardia che scruta il mare aperto da un dirupo. Il fico selvatico l’aveva avvinta con i suoi rami rampicanti, mentre un gran numero di piccioni selvatici nidificava tra i merli. Stanco, mi abbandonai alla sua ombra e vi rimasi a lungo. Torri come questa corrono lungo tutto il perimetro dell’isola e sono i monumenti di un’epoca selvaggia, vissuta costantemente nel pericolo. Furono erette dai viceré spagnoli e dotate di pezzi d’artiglieria per proteggere la costa dai corsari che solevano giungere dalla Barberia. Queste torri sono rotonde, con mura molto spesse, ma sono prive di porta al piano terra. Le guardie, che vi prestavano servizio e accendevano i fuochi di notte, salivano con una scala che poi tiravano su dietro di sé. Grazie ai segnali di fumo o di fuoco, le notizie potevano correre rapidamente lungo gran parte dell’isola.

Dallo scoglio sotto di me vidi avvicinarsi una piccola feluca che gettò le reti: erano pescatori di corallo. Alghero godeva in tempi antichi della fama di fornire i coralli più pregiati del Mediterraneo, e la godrebbe tuttora se quelli della costa nord dell’Africa non fossero oggi più apprezzati.

Il modo in cui qui viene praticata la pesca del corallo è il più primitivo che si possa immaginare. A una croce fatta di assi di legno – appesantita al centro con un grosso ciottolo e avvolta liberamente con della canapa per tutta la sua lunghezza e larghezza –, sono fissate quattro reti a forma di sacco. L’intero congegno è appeso a due funi, di cui una viene legata alla prua e l’altra alla poppa della barca; quindi il tutto viene calato in mare. Qui la forza dell’acqua spinge la macchina contro le sporgenze rocciose su cui crescono i rami di corallo; i rami si impigliano nella canapa, si spezzano e cadono, almeno in parte, nei sacchi che vengono poi tirati su.

Nemmeno questo affare così semplice è gestito dai Sardi. Genovesi, Spagnoli e Toscani giungono ogni anno con almeno mille piccole imbarcazioni, pagano un diritto di ancoraggio e una tassa del cinque per cento sul valore del pescato; i Sardi stanno a guardare. Questa pesca dura da fine aprile a fine settembre, ogni giorno in cui non spira il maestrale. Se un pescatore ottiene cinquanta libbre di corallo di prima qualità in una stagione, si ritiene soddisfatto e la definisce una buona annata. Il corallo si vende a peso, l’oncia tra i tre e i quattro franchi. Hanno un unico periodo in cui sono belli; deperiscono con l’età, diventano pallidi o macchiati e infine cadono dal tronco. I “coralli di terraglio”, ossia quelli raccolti a terra, non hanno alcun valore.

Subito dopo il mio arrivo mi informai al caffè sulla visita alla grotta. Seppi che si trovava a due miglia di distanza, all’estremità di Capo Caccia, vicino all’isola Foradada, e che la corrente e la forza delle onde la rendevano difficilmente accessibile. Diverse comitive avevano dovuto rinunciare di recente dopo inutili tentativi di entrarvi, nonostante fosse proprio il periodo migliore. Tutto ciò che mi veniva detto sugli ostacoli all’accesso era estremamente scoraggiante. Arrivai in hotel con la convinzione che la mia escursione ad Alghero, sotto questo aspetto, sarebbe stata vana.

L’indomani mattina udii notizie più confortanti. Mi fu detto che proprio in quel momento il mare era eccezionalmente calmo e che, se mai ci fosse stata una possibilità, era adesso. Si trattava ora di trovare una compagnia che volesse spartire con me le spese dell’imbarcazione e dell’illuminazione. In effetti, più tardi al caffè conobbi una famiglia spagnola; concordammo tutto e ci demmo appuntamento per la notte stessa.

La mezzanotte era appena passata quando noi, quattro uomini e due donne, uscimmo dal caffè di Alghero e salimmo sulla barca a vela che doveva portarci a Capo Caccia. Il mare era molto mosso, ma le stelle brillavano con argentea chiarezza. Il più giovane dei tre spagnoli aveva portato con sé una chitarra e cantava canzoni di occhi simili a stelle e di cuori freddi e tiranni. Il movimento della nave mi svegliò presto, dopo che mi ero addormentato.

Il giorno si risvegliò. Vidi il crepuscolo monotono e grigio piombo farsi sempre più chiaro e trasparente, poi la striscia a est, prima gialla e poi arancione, diffondersi in modo sempre più focoso, finché la palla fiammeggiante del sole emerse finalmente, come con un balzo, mostrando l’acqua e la costa in tutto il loro splendore. Per un certo tempo le onde rotolarono come oro zecchino, il vento si destò, il mare cantò il suo grande canto mattutino, i gabbiani, metà neri e metà bianchi, passarono con alte grida; l’animo si sentì libero da ogni piccolo affanno, infinitamente elevato, beato.

Non dimenticherò mai quel momento. Saranno state le otto quando raggiungemmo la punta del promontorio. Il nostro timoniere, un vecchio marinaio che aveva fatto quel tragitto molte volte, ci diede buone speranze. Questo ci animò ancora di più. Puntammo verso una parete rocciosa e presto ci trovammo davanti all’imboccatura della grotta. Questa è una fenditura nella roccia, alta almeno quindici tese e larga venti. Attraverso di essa si entra in un atrio di meraviglioso splendore. Stalattiti bianche che pendono dal soffitto risplendono nella penombra con un meraviglioso bagliore verde-azzurro. In questo vestibolo giacciono al suolo enormi colonne fatte a pezzi. Alcune ha tentato di staccarle un avido funzionario di Alghero per decorare la sua villa presso Nizza; le altre testimoniano la quasi incredibile barbarie di un capitano di mare inglese. Questi, per la rabbia di non essere riuscito a penetrare nella grotta, fece sparare diverse cannonate contro le colonne più belle dell’atrio e, agendo ancor peggio del suo compatriota Elgin, peccò contro un tempio costruito dalla natura. Una delle gigantesche stalattiti, per fortuna, è sfuggita a quest’opera di distruzione vandalica; si erge solitaria, bianca come la neve, al centro della possente sala, e sembra quasi che sia lei a sostenerla. L’acqua limpida, che gocciola perennemente su di essa, ne corrode e leviga il piedistallo, formando così una sorta di enorme bacino chiaro come l’alabastro, in cui i gabbiani, che nidificano tutt’intorno nelle nicchie, vengono a fare il bagno.

Questo bacino è sempre colmo di un’acqua limpida, gelida e dolce. La rugiada che scivola giù lungo la colonna riempirebbe un piccolo bicchiere in un’ora.

Aspettammo, seduti in cerchio sulle colonne abbattute, per circa un’ora, ristorandoci con cibo freddo e l’eccellente vino di Alghero che avevamo portato con noi. Nel frattempo, i nostri marinai erano penetrati nella grotta per illuminarla. I preparativi non sono cosa da poco. Con pericolo di vita, gli uomini devono arrampicarsi tra le rocce per accendere le loro candele di sego. Ma quale scenario illumina poi quel po’ di sego!.

Chiamandoci a gran voce, i nostri uomini tornarono. Trascinarono la nostra barca sopra la sabbia e la ghiaia dell’atrio. Quindi si risale sull’imbarcazione e si attraversa un piccolo lago salato di scarsa profondità fino all’ingresso della vera grotta.

Il passaggio oscuro, il silenzio, il fresco, il ritmo dei colpi di remo nell’acqua scura come la notte, trasportano l’animo nel regno della cosa più meravigliosa che si possa vivere sulla terra; nessun sogno è così bizzarro. Ci si sente seri e solenni, come se si stesse per dire addio al mondo; si compie, in carne e ossa, il viaggio di Dante negli inferi e si giunge infine in una sala, antica quanto la terra stessa, bella e straordinaria, come se il dio degli abissi l’avesse costruita per la sua Proserpina. L’occhio vede intere file di colonne, e tra esse drappeggi leggeri, quasi trasparenti, mille formazioni di pietra, un mondo di sculture naturale, estraneo e fantastico, che si può interpretare come statue e gruppi di statue. Una colonna dalle dimensioni colossali, che si trova quasi nel mezzo, domina tutto il resto. Essa è presumibilmente la colonna più antica del mondo, più antica di tutte quelle nei templi dell’India o dell’alto Egitto; poiché quanto lentamente cresce una formazione fatta di gocce d’acqua!.

Quanto si estenda la grotta di Alghero, nessuno lo sa, poiché ha bracci che si diramano in tutte le direzioni, scuri come gli abissi dell’Erebo, che nessuno ha mai esplorato.

Ci si trova in un mondo fatato, e anche questo ha le sue gradazioni, la sua gerarchia. La barca conduce gradualmente in una sezione chiamata “la Rotonda”, che supera persino ciò che si è visto prima. Le pareti e il soffitto sono qui come cosparsi di miliardi di diamanti.

A poco a poco le candele che avevano illuminato questo teatro sotterraneo si consumarono e dovemmo intraprendere la via del ritorno al lume delle torce.

Ero sommamente felice di aver visto uno spettacolo che a pochi è concesso ammirare e che pure appartiene alle cose più belle da vedere in Europa. Ora, giunto al termine del mio viaggio, non rimpiangevo la traversata verso l’isola. Le giornate di Milis e di Alghero erano una ricompensa per tutto.

La sera dello stesso giorno tornai a Sassari e ritirai il mio bagaglio, che avevo spedito da Oristano per posta. All’imbrunire lasciai la Sardegna e, dopo una breve navigazione, mi trovai a San Bonifacio, quindi in Corsica.

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